Memorie per servire alla storia degli artisti cremonesi
Lettere itinerarie
Diario
Giambattista Biffi
DIARIO (1777-1781)
| Testo critico stabilito da Giampaolo Dossena (Milano, Bompiani, 1976) |
[1777]
[1] Io Giambatista conte Biffi figlio del conte Gianambrogio patrizio cremonese comincio questo dì primo ottobre 1777 a scrivere alcune cose notabili per gli altri, e interessanti per me che accadono in questa mia patria; cosa che mi ero proposto di fare da gran tempo in qua, e che ora voglio eseguire. Se da qui a molt’anni questo mio giornale caderà in mano d’un curioso d’antichità, chi sa che non diventi una curiosa cosa.
[2] Morì di parto il dì 4 ottobre la signora Luiggia Vacchelli sposa del dottor Girolamo Gabella: donna più virtuosa di questa non la conobbi, aveva cento virtù. Il di lei marito infelice, la madre, i fratelli, i domestici strappavano il cuore. Fu sepolta in San Leonardo.
[3] Il dì 18 ottobre la sera a tre ore di notte arrivò in Cremona andando a Vienna l’arciduca nostro governatore Ferdinando d’Austria con la moglie madama Beatrice d’Este; allogiarono in casa Crivelli; l’aspettammo il senatore Masnaghi, il comandante della città conte Luigi di Tradich tenente maresciallo, l’intendente conte Passalaqua, il marchese Fraganeschi ed io. Non volle ricevere verun altro. L’arciduca si tratenne a parlare meco; mi chiese dei raccolti; delle inondazioni, e del temporale del dì 18 d’agosto del quale s’era sparsa fama per tutt’Italia. La matina del dì 19 ch’era domenica fissò questo signore di partire. Eravi oltre la corte del dì antecedente il barone Montani, il signor giudice Grecchi, ed il signor vicario Parravicini. L’arciduca si mostrò alegro, mi parlò della di lui salute, che asserì essere buona, disse publicamente: “Se si dà un bue ad un villano, ciò è a stima, e non a peso; ed io, io devo essere stimato a peso!” volendo aludere al di lui dimagramento. Aveva chiesti alcuni libri al marchese Fraganeschi; ne legeva il frontispizio, quando ne trovò uno sul come garantire gli edifizi dal fulmine, al quale era premesso un testo d’Ezechiello; mi richiese se credevo che i profeti s’intendessero d’eletricità; le risposi ch’essi non se ne mischiavano, ma che per obligo di mestiere dovevano predire che noi ne avremmo inteso molti misteri, e specialmente il nostro celebre don Giambattista Volta di Como. Si mostrò contento della risposta. M’interogò sulla marchesa Ali che stava morendo, e m’accorsi ch’era non bene impressionato del marchese Gianfrancesco. Dopo la colazione sortirono li arciduchi ad udire la messa in San Nazaro, ed alla porta della chiesa montarono in carozza i due principi, il principe Albani, e la contessa Confalonieri, e partirono per Mantova.
[4] Il giorno 22 la sera arrivò da Mantova il signor conte ministro plenipotenziario nostro conte de Firmian in compagnia dell’ambasciadore della nostra corte a Napoli conte di Wilcech stato già mio amico in Milano anni sono. Non andai la sera a fare la mia corte a sua eccellenza che allogiava in Vescovato, ma mi ci portai la matina vegnente; fui accolto con moltissima bontà, ed accompagnai que’ signori al Duomo, a Santa Margherita, a San Domenico, a San Lorenzo, a San Pietro al Po, a vedere le pitture che le mostrai io. Volle andare alle Scuole regie a vedere la fabrica della scala, e della libreria che si fa sotto la mia direzione: fui a pranzo con loro dal vescovo monsignor Fraganeschi, e dopo pranzato andammo alla rotonda di San Luca, ed al museo ornitologico del dottor Giuseppe Sonsis, ove sua eccellenza si tratenne sin quasi a un’ora di notte, ed ammirò il bel gabinetto di storia naturale, e le belle preparazioni d’uccelli di questo industre, e rischiarato citadino. Mi disse il ministro che altre volte aveva vedute le pitture nostre, ma non credeva averle vedute che questa volta solamente; mi parlò molto della mia opera che sto scrivendo delle vite de’ nostri pittori, e mi collaudò la racolta delle iscrizioni patrie.
La matina del dì 24 fui a vederlo partire. Sembrò che il vescovo si fosse rapacificato meco, e fosse rinvenuto dalle antiche sue idee. Fui ad assistere ai funerali della povera marchesa Ali che si fecero in San Nicolò. Il mio caro, il mio incomparabile amico Ximenez aveva assistito quella povera dama in una maniera unica; aveva passate le molte notti di seguito senza svestirsi, e senza dormire.
[5] Con lettera di sua eccellenza il signor conte ministro plenipotenziario in data dei 28 ottobre mi si partecipò che la corte mi aveva assegnato una pensione; picciola a dir vero, ma che mi fece grandissimo piacere per la maniera graziosa colla quale spontaneamente mi si diede senza ch’io avessi mai niente richiesto. Si venne con ciò ad aggradire il da me operato nella soprantendenza di queste regie Scuole della città e provincia, le quali a dir vero, mi sembra, che prosperino. La fabrica della publica libreria, e della scala che v’introduce che si va facendo colla mia assistenza, e col dissegno dell’architetto valente nostro citadino Giovanni Manfredini, va avanzandosi verso il suo compimento. Sono giunto alla fine a vedere adempito una mia idea!
[6] 21 novembre. My dear little gearl is returned from his confinement at home to her mother. This amiable andsom poor creature was baseli betrayed by a cremonese Thomas Incle, by a Ioseph Leman; to be brief by a rapcy fellow for whom she had a pardonable wecness. Poor destitute wholli of confort, rit habits, forsaked by wholli word, end principaly by this profligate and wicked rascal she had recourse to me, and I take them on me protection: I put her in the castle telling to her mother that his gearl was to Placenzia. After his childbed she was brought back again at home.
The thoukfulness of this decent creature was not to be sead; il name is A… Debuisson son of a Frenc man setled here. If i am not in love for her, I own at last that I have a strong affection for this handsom mead.
[7] Il dì 21 novembre giunse in Cremona il marchese Francesco Viale mia antica conoscenza di Genova, patrizio di quella republica, fratello della contessa donna Giulia Schinchinelli. Questo cavagliere è uomo di grandissimo ingegno; originale ed amabile in tutte le cose sue. Si pose anni sono in corispondenza coll’imperador di Marocco; andava sulle traccie dei Medici; la sua patria, e l’Italia lo guardava attonita: non so qual contratempo interuppe le vaste sue idee: le auguro che le possa eseguire; egli è un generoso signore. È partito oggi 25 novembre.
[8] Quest’istesso giorno 25 novembre un Francesco Moretti calzolaro di professione in età di quasi settant’anni stando ad una finestra a farsi la barba provò a tagliarsi la gola, ma sentendo dolore si pose a chiedere aiuto gridando forte, e nel tempo stesso si slanciò dalla finestra: sopravisse poche ore. Si disse per città che aveva fatto così pei scrupoli, e di fatti in quest’ultimi anni non lavorava, ma stava sempre in chiesa a pregare. La di lui moglie, ed una sua figlia fecero già lo stesso. Anche Catone si amazzò, anche Bruto, ed Ottone, ed il Lord Peterborugh, ma questi erano poltroni secondo il padre curato di San Vittore che non sapevano sofrire i mali della vita, ed anche secondo il padre Farina carmelitano scalzo; il nostro Moretti al contrario per un tanto nobile motivo… alcuni pensarono che fosse pazzo. Era della parocchia di San Matia, e fu sepolto in chiesa. Un requiem per lui.
[9] Martedì 2 decembre essendo a passare la sera in casa de’ signori Vacchelli ad un’ora e mezza di notte vidi al nord-est una belissima aurora boreale, la quale come era di ragione fu guardata dal nostro fedelissimo popolo come indizio, o di guerra, o di peste, o di carestia di vino, essendo l’aria rossa.
[10] Circa questi giorni comperai alla subasta dell’ultimo de’ Cambiaghi un belissimo quadro di San Giovanni Battista nel deserto di Lavinia Fontana. Poi in un’altra subasta comperai due gran paesi del Bassi, il celebre Baccanale che è certo o di Guido, o dell’Albano, ed un stupendo crocefisso di Vincenzo Campi nostro: questi dipinti erano della famiglia Crotti di Sant’Ilario già estinta; il marchese Pesci che ne fu l’erede li fece vendere. Altri gittano i zecchini scomettendo che una carta verrà alla destra piutosto che alla sinistra, o pure li spendono per amore della virtù colle virtuose: io impiego que’ pochi soldi che ho ne’ viaggi, in quadri, ed in libri. Mi scusi la nobiltà riverita se mi dò in tal modo un ridicolo, e sono un stravagante.
[1778]
[11] Martedì 21 genaro del 1778. Ho spedito a Milano il rimanente de’ documenti provanti i dugent’anni di nobiltà generosa della mia famiglia, li trasmisi al marchese Giambattista Fraganeschi oratore della città di Cremona residente in Milano.
[12] Non si parlava d’altro in Cremona che dell’atrocità d’un fatto comesso in Pavia da un cadetto del regimento Caisroug chiamato Pessina, il quale uccise in sua camera un certo Fusi gioielliere milanese, attirato da Milano a Pavia con finte lettere d’un supposto gentiluomo che voleva comperare diamanti: ammazzatolo lo tagliò in pezzi, e lo pose ad incenerire in una stufa. Ammazzò in oltre un laché acciò non lo scoprisse. Il valore de’ diamanti rubati, montavano al prezzo di sette in otto mila zecchini. Quel mostro fu arotato.
[13] In questi giorni è piena la città di cose che diconsi di don Agostino Cavalcabò regio delegato. Si ritrova a Milano da più mesi, avendole don Ferrante Cavalcabò intentata una lite per dimostrare ch’egli non è altrimenti di quell’illustre casato, ma dei Perini. Il povero don Agostino che non ebbe mai il talento di farsi amare dal popolo, da questi è preso di mira, né mai mi è venuto fatto di sentire contro d’un citadino tante cose, tanti auguri di male, ogni uno ingrandisce le di lui iminenti pretese perdite, ogni uno si rallegra sperandole, e dandole per sicure. Chi vuole che si definirà dall’araldico che non dovrà più dirsi Cavalcabò, chi diceva sarà scancellato dal ruolo del Collegio, altri che la moglie non starà più seco. Se fossi ne’ suoi panni quanto più d’ogni altra cosa mi umilierebbe un odio tanto universale! quanto temerei che vi potesse essere qualcheduno che dasse ragione a quel poeta che scrisse Interdum vulgus rectum videt.
[14] A dì 24 genaro 1778 per mezzo del residente veneto a Milano Soderini, che me le procurò da Venezia ricevetti da ben quarantadue lettere inedite del conte Francesco Algarotti. L’edizione di Livorno delle opere di quell’uomo immortale essendo essausta, e non corettissima, Lorenzo Manini libraio nostro ne intraprende una ristampa. Il conte di Firmian l’approva; i miei amici di varie parti d’Italia la sospirano. I nostri valenti Guerini e Manfredini ne faranno uno il ritratto, l’altro il frontespizio in buona architettura. L’abate Ximenez coreggerà i testi latini, e greci; io l’inglesi ed i francesi; Ferdinando Giandonati il testo italiano. Sono stato pregato a scrivere il manifesto. Con quale piacere vedo ristamparsi, aumentate di tanto, le opere di quel genio sovrano, l’onore d’Italia, del quale mi vanterò sempre d’essere stato discepolo, e d’averlo conosciuto ne’ tempi dell’infante don Filippo a Parma, tempi della mia adolescenza ne’ quali vissi con un Frugoni, con un Condilliac, col Pagnini, col Mazza, col marchese Manara, con Adeodato da Parma, il solo uomo capucino che mi abbia conosciuto. Con un tanto maestro, e con tali modelli sott’ochio che non avrei potuto sperar di fare? La stiticheria de’ miei distrusse ogni cosa prima che si facesse.
[15] 3 marzo ultimo giorno di carnovale dell’anno di poca salute perché piovoso 1778. Non si ricorda da nessuno esservi stato un carnovale più sciocco di questo; tutti questi miei signori cavaglieri miei confratelli si vanno chiedendo l’un l’altro la cagione di tanta tristezza, e non la sanno vedere; dissi che la cagione si doveva forse cercarla nascosta, e rifuggiata in due o tre camere del palazzo publico; in quelle dei Dieci, e delle Vettovaglie massimamente. Povero popolo mi strappa il cuore! vittima maltrattata sempre di cento inconstanze, della non curanza d’alcuni, e massimamente dell’ignoranza di noi patrizi. Il pane monta a 7 lire il peso; il vino commune 24 lire la brenta, la legna forte 90 lire ogni misura detta ronga, la dolce 64 lire, e non trovarne se non se con grandissima difficoltà; le ova due soldi e mezzo l’uno; il butiro 20 soldi la lira; un capone cotto otto lire: questi non erano i prezzi de’ generi nei tempi de’ nostri maggiori quando in carnovale si facevano le belle mascherate.
Il nuovo vicario di provisione marchese Antonio Lodi ha fatto publicare la grida delle vettovaglie da me fatta durante il mio vicariato, ma non la fa poi eseguire. Mi si anunzia dal canceliere di quel tribunale essere venuti in determinazione i signori che lo compongono di mettere in esecuzione il mio piano di pannizazione, da me ideato per ordine del governo, applaudito allora, né mai più eseguito. Sono stato, dico, pregato a volere soministrare dei lumi. Non lumi che non ne ho, e ne fanno bisogno pochissimi, ma il mio cuore vorrei comunicare, che è lealmente bramoso del bene della mia povera patria.
[16] Si è sparso per città essere imminente una guerra tra l’imperadore nostro alleato colla Francia, Spagna e Porta Ottomana, ed il re di Prussia alleato della Moscovia, e dell’Inghilterra. Li eroi pagati cinque soldi al giorno se ne vanno come la nebbia al Bosco Parmigiano: questi Marti non amano la guerra.
[17] A cursed old iade who was in her beggining veri preti wouman, m’ayant temoigné une passion violante, je l’obeis: elle se lassa de moi et s’attacha à un jeun coxcomb a veri bad fellow, le quel l’ayant plantée la, elle fit toutes sorte de follies so that she becemes a prototipum of folli and impertinence to volle world. After many discourses lows, indecents, and wuvorti against me, ayant écrit une lettre stupide a ce jeun homme qui se publia, et qui lui attira les risées du public, elle eut l’impudance de me l’atribuer, et l’on trouva que cette lettre étoit écrite de sa main.
[18] 4 marzo del ’778 a sei ore di notte. Eviva la quaresima, e mora il carnovale! Questo dopo pranzo sono sortito a fare un giro per città in una carozza nuova all’inglese; ed i miei stolidi concitadini mi anno accordato più di stima per ciò che questa carozza costa 300 zecchini che non avrebbero fatto se avessi publicamente esercitato una qualche virtù sociale. Fui a visitare il mio amico marchese Gianfrancesco Ali amalato, indi fui a cena dalla contessa Giulia Schinchinelli. I convitati erano il marchese Antonio Pallavicino, il marchese Antonio Araldi, don Pietro Barbò, don Carlo Albertoni, il conte abate Tinti, il conte Giovanni Schizzi, il conte Giacomo Schizzi, il marchese Luigi Picenardi. Si rise, si mangiò, si declamò, si mormorò, si cantò, si ramemorò, si racontò, si bevve, si scaldò, ma non si raggionò, forse per un mezzo quarto d’ora in un angolo della sala in secreto, e di nascosto per non scandolizzare la nobiltà riverita da due galantuomini.
[19] 7 marzo sabato sera. Ieri ed oggi mi sono annoiato come una bestia chiuso in stanza senza potermi applicare a niente in grazia d’una flussione di denti che mi cagiona della febre. Noia, e dolore sono due benedizioni della vita, e due argomenti fertilissimi da scriverci sopra due belissime disertazioni, o diatribe metafisiche da essere incoronate nella reale academia de Topurbeninculgerometta.
Non est vivere sed valere vita.
[20] 8 marzo. Predica nel nostro Duomo un certo padre Baroni lucchese, il quale è giunto a Cremona carico di lettere di racomandazione quanto una ballerina. Costui dice più spropositi che parole, stiracchia la Scrittura come una calzetta, e dà per supposte cose insupponibili: mi si dice che non è fatto per piacere né ai colti uomini, né al popolo per le molte metafore che usa. Dunque argomento io piacerà ai prevosti che sono le metafore del buono, e dell’onesto, e l’esagerazione del loro mestiere. Povero pulpito del Duomo di Cremona! Dopo essere stato calcato da un Sanesino e da un Pietrarossa riformati, da un Venini, Vanini, Giuliari, Manzi, Pellegrini, Rossi e tant’altri valentuomini gesuiti, da un Costaguti servita, ora è calcato dal padre Baroni di San Vittore. Requiem eternam dona ei Domine et lux perpetua luceat ei.
[21] 14 marzo 1778. Dal dottor fisico Manusardi si ha che pochi giorni sono a Castel Vetro di là dal Po una donna abbia partorito cinque figli in una volta una femmina e quattro maschi, tutti vivi, e benissimo formati, che sono però morti tutti. La partoriente stava malissimo, né si sa se possa rimettersi.
[22] Questa matina giorno 17 marzo del ’78 sono partiti da Cremona i granatieri del regimento Caprara incaminandosi in Germania. Il mio buono, e leale amico Otone Gomez de Bariento mi ha abbraciato colla maggior tenerezza. Che Dio accordi a questo bravo uffiziale fortuna, e gloria. La di lui onestà, i di lui lumi, i talenti de’ quali è fornito lo rendono meritevole d’ogni bene! Che i bronzi prussiani rispettino l’uomo virtuoso!
[23] 20 marzo 1778. Il corpo de’ fucilieri del regimento Caprara è arivato questa matina per proseguire il di lui viaggio in Germania. Il cavaliere de la Tramblai altre volte da me creduto mio amico faceva da maggiore. Partita quest’ultima truppa il povero stato resta deserto: tutto il tributo sortirà dal paese. I soli cinque mila uomini che coprivano lo stato spendevano 50000 zecchini l’anno; ed il presidio stabilito dovrebbe essere di 20 mila uomini. Io per me spero ancora che quest’iminente guerra possa svanire; si scrive che il ministro di Prussia sia ancora in Vienna. Dio volia che non vi abbia ad essere guerra. Quidquid delirant reges, plectuntur Achivi.
[24] Oggi giorno 3 d’aprile 1778 è giunto da Vienna l’arciduca Ferdinando coll’arciduchessa Maria Beatrice d’Este di lui sposa. La contessa Confalonieri, ed il principe Albani li accompagnavano: si fermarono all’albergo della Colombina a pranzo; alle ore dieciotto prima che partissero mi presentai alle loro altezze reali e ne fui accolto graziosissimamente. L’arciduca mostrò interessarsi alla mia salute, e mi fece su ciò le domande le più clementi.
[25] 17 aprile 1778. Venerdì santo. È partito questa matina da Cremona per Lamagna alla testa di due squadroni di usseri del regimento di Greven il magiore barone di Gerhart amabile uomo pieno di bonarietà, col quale si amavamo come fratelli; quell’anima sensibile all’amicizia nel congedarsi da me non poteva quasi tratenere le lagrime. – Ieri sera giorno del giovedì santo poco popolo era attorno per la città; moltissime boteghe erano aperte; quel divoto passeggio delle sette chiese era quasi deserto, mentre mi ricordo nella mia infanzia che era quelli un solenne giorno: anche dalla divozione si traeva divertimento. La notte iluminata; le finestre ornate di tapeti, e di belle signore; le strade ceppe di popolo; trombe, sacre imagini, sordine, confraternite, sacchi, piedi scalzi, battuti, liti per la mano tra que’ che visitavano le chiese, qualche omicidio, e molte incarnazioni, tutto questo insieme divertiva. La divozione è pure una bella cosa! La filosofia non vale un corno!, con quel suo semplicificare annoia mortalmente. E il padre inquisitore che non c’è più che faceva tanto bella vista andando atorno tronfio accompagnato dai Patentati, dall’alfiere del Sant’Offizio, e da Longino?
[26] Mercoledì 22 aprile 1778. Ho passato tutta la giornata ad esaminare carte vechie per provare che io sono nobile per quatro parti cioè pel padre e madre di mio padre ducent’anni adietro, e per padre, e madre di mia madre per altri dugent’anni dietro: alla fine ho ritrovato ogni cosa e posso prendere la croce di Malta. È un gran bel piacere l’essere nobile, e saperlo di certo: questi era il piacere del barone di Tundertantrunch. Ma mi sono seccato mortalmente. Essere asicurato da una bella ragazza che mi vuol bene mi piace assai più che essere dichiarato nobile da un tribunale araldico. Che gusto depravato!
[27] Giovedì 23, mese ed anno sudetto. È partito questa mattina alla testa di due squadroni di usseri del reggimento Grecwen il collonello Paolo conte di Bethlem, ciambellano delle loro maestà, col quale ancora ero legato d’amicizia. Partendo ha lasciato una memoria cara di sé.
[28] 24 aprile 1778. È intieramente fuori di pericolo il patrizio don Giulio Cesare Bonetti giureconsulto collegiato conte e cavagliere, e ristabilito da una sofferta violentissima malatia. Questa è stata un fenomeno politico relativamente al paese. Si era già sparso che non aveva che pochi giorni a vivere l’anzidetto cavagliere; la nobiltà tutta, trattine alcuni giovani, diceva perduta la città colla perdita di quest’uomo solo; chi si sarebbe più potuto consultare ne’ publici, e privati affari, chi avrebbe sciolte le gravi difficoltà, chi scritto a nome del publico colla dignità, e sapienza che era propria di questo grand’uomo? Tridui, divozioni a spese de’ privati gentiluomini, le chiese aperte per lui, ecc… Qual cittadino ebbe mai testimonianze più autentiche nella sua patria dell’amore, e della stima universale del suo ordine! Il popolo al contrario diceva essere un guadagno, e non una perdita la morte d’un patrizio duro, superbo, freddo e indifferente a togliere que’ disordini che sono il flagello della plebe: il povero non avere mai trovato presso di lui protezione, o conforto; ne’ di lui vicariati la scarsezza dell’annona aver sempre afflitto i bisognosi, e la di lui negligenza nell’esercizio della sua carica avere arrichito pochi botegari e prestinari non togliendo le frodi. Una sera in San Vittore essendo esposto il Santissimo, il sacerdote pregò il popolo di racomandare a Dio un cavagliere benemerito della patria, e de’ poveri, ed in chiesa si alzò un bisbilio di disapprovazione.
Don Giulio Bonetti è un uomo di buon senso, e di molto criterio; ha fatto lunghi studi e prolissi, si è impadronito delle materie patrie, ed ha tutte le notizie che sono relative all’interessi del paese nostro; nella facoltà legale è un maestro, e si può definire con certezza un vero giureconsulto: circospetto nel parlare sino allo scrupolo, mantenitore della parola data, e sopratutto buon patriota. Comparve in Cremona finiti i di lui studi in tempo che regnava un’ignoranza universale nell’ordine de’ patrizi: ebbe subito grandissimo credito; ogni suo detto era un oracolo; non veniva contradetto mai; si abituò per modo a non esserlo, che allorquando ne’ successivi tempi lo fu qualche volta le riusciva la cosa disgustosissima oltre modo. Avezzo ad essere il primo in ogni cosa, non amava chi fosse stato guardato come secondo per tema che un giorno non le disputasse il primato. Ne’ publici congressi avaro di parole, quall’ora in un affare non avesse veduto l’ottimo, non voleva abbracciare il partito che dall’ottimo meno d’ogni altro si discostava; in fine per nessun modo voleva mai aver fallato, né arischiare il di lui credito neanche in prò della patria: d’un esteriore freddo, taciturno, e susiegato, le veniva dal popolo imputato a superbia ciò che era il suo naturale. Io l’ho stimato, ed ho cercato ogni strada da farmene stimare, ma sempre però con quell’onorata franchezza che caratterizza l’uomo dabene, mai con adulazioni, o somissioni cieche ch’egli stesso deve disprezzare in que’ che usanle seco lui. Non so d’essere riuscito nel mio intento; mi guardava forse come imprudente credendo io d’esser sincero; forse mi credeva troppo realista, forse non mi perdonava di non amare i gesuiti del mio paese essendo egli terziario; forse… e che so io! Ho cento argomenti da credere che non mi ama; so di certo che mi ha fatto delle carezze; altronde lo credo sincero; come conciliare tutto ciò? Non lo saprei.
[29] Ieri 25 d’aprile ho auto in regalo dal signor Nicola Nicolai banchiere mio amico una preziosa tavola di Boccaccio Boccaccino, ramemorata dal Panni nel Distinto raporto ecc.
[30] 8 maggio 1778. Il marchese Giacinto Arigucci ha dato oggi in sua casa una magnifica colazione a quel corpo di nobiltà che ha preso l’uniforme. Questa idea venne in mente a due o tre de’ nostri cavaglieri che vestirono un abito verde con mostre, e colarino rosso ed asole d’oro, sottoveste e calzoni color di paglia, pretendendo fare un abito uniforme da campagna, e da viaggio. Mi fu comunicata questa idea, e l’approvai moltissimo, e mi feci io pure questo uniforme: alle volte gli uomini si legano con ciò che lega i fanciulli; chi sa mi dicevo a me stesso che questa fanciulagine non produca degli ottimi effetti! che si sminuisca con ciò quello spirito di disunione che purtroppo regna fra noi, forse che si limitassero le spese superflue che si fanno pel troppo lusso degli abiti. Molti cavaglieri fecero dunque questo tale uniforme; si formò una spezie di corpo, al quale si diede il nome tedesco di Land-uniform.
L’individui che vestono quest’uniforme sono sua eccellenza il conte di San Secondo, Giacinto marchese Arigucci, Luigi marchese Picenardi, Giuseppe marchese Picenardi, Luigi conte Vernazzi, Giuseppe marchese Maggi, don Luigi Maggi, Giambatista conte Biffi, don Pietro Barbò, don N. N. Barbò, Gian Luca conte Radicati, Giacomo conte Schizzi, Ercole marchese Persichelli, Luigi marchese Dati, Antonio conte Asti, don Luigi Asti, Carlo conte Ponzoni, Antonio marchese Pallavicino, Antonio marchese Araldi, don Costanzo Cazzaniga, Antonio conte Crotti, Giorgio conte Barai, Antonio marchese Cataneo.
Che non dissero su questa unione i miei dabene cremonesi, in ciò solo simili alli ateniesi d’essere pettegoli, curiosi, e frivoli, quante stravaganze non dissero, e non pensarono? Alcuni se ne scandalizavano, altri mormoravano; vi fu sino chi disse che il conte Crotti ed io volevamo di questi uniformisti farne de’ liberi muratori. I politici sussuravano che il governo non lo avrebbe permesso, e che noi tutti avressimo finito per esser posti in castello: le intenzioni che avevamo erano prave; gli effetti sarebbero funesti. No viscere care logoro che abiamo questo vestito, tutto è finito, credetelo, anime dolcissime, e bo…ne, benefiche voglio dire.
[31] 4 giugno 1778. È seguita una comica sfida al caffè di Sant’Elena tra il conte Radicati ed il marchese Dati, ed è stata comicamente composta: le sfide, ed i duelli dai longobardi sino a noi sono sempre state in uso tra i popoli guerieri.
[32] 8 giugno del ’78. Ho acquistato due bei pezzi di quadri di Paolo Veronese per un picciolissimo prezzo, ed ho auto da Ferrara un Giusto Lipsio d’Anversa plantiniano stupendo anche questo per pochi quatrini, cosiché la mia galleria, e la mia libreria s’aumentano. Le lettere, e le belle arti m’interessano ancora alcun poco; spendo i miei pochi soldi in ciò che può onorare un galantuomo. Il mio signor zio mi guarda come un scialaquatore; forse amerebbe meglio che spendessi in giuoco ed in puttane.
[33] 11 giugno del 1778. “Bella quella canna” diceva il conte abate Schizzi al marchese Ercole Persichelli in casa Dati, “bella quella canna, oh vita come è bella, essa ha il pomo d’oro! tu dovresti cedermela.” “Nepure se mi dassi sessanta zecchini” rispose il marchese pavonegiandosi d’avere una canna con pomo d’oro poco avezzo a veder canne con pomo d’oro, ed ancor meno avezzo ad averne; “te la donerei piutosto che vendertela se ti volessi lasciar applicare sul culo ventiquatro bastonate con quest’istessa sublime canna.” La dama intanto sorideva angelicamente alla generosa proposizione, e gli astanti soridevano. L’eroe Schizzi compostosi in aria cogitabonda dopo due minuti di seria considerazione, “Se tu scherzi,” le disse, “io non scherzo, farò nota al mondo la nobiltà del mio carattere, e la spartana mia fermezza, ti prendo in parola, dammi le ventiquatro proposte bastonate, e la canna è mia, eccoti il culo”, ed in così dire si coricava col ventre in giù ed a natiche in aria sopra il letto della dama, che Imeneo, non amor scomposto avea. Il prode marchese si vede preso in parola a non essere superato in generosità non vuole disdirsi, e recatosi in nobile, e fiera aria caporalesca s’accinge alla preclara intrapresa, e con nervoso braccio scarica sul culo del mio abate le ventiquattro fatali bastonate in cadenza di arpa che la bella marchesa donna Antonia toccava con mani d’avorio soridendo alla gentile impresa.
Si alzò a stento dal letto il vincitore, e consegnatale la canna la baciò, se la strinse al seno, ed abbenché si regesse male sulle gambe “Io triomphe” andava sciamando. “Mi figuro come avrai concio il culo abate mio”, le disse un non so chi, una generosità tira l’altra, “Cosa mi date, e ve lo mostro?” “Una pezza di Spagna”, “Qua la pezza”, e si cava i calzoni, e mostra le natiche illividite e sanguinose. Sopragiunge di lì a non molto un altro, ed “Anch’io” dice “vedrei volentieri il bastonato culo, ma non vo’ spendere una pezza, se bastassero quattro paoli…” “Sì bastano”, e con eccesso di compiacenza cala i calzoni, e mostra alla gioiosa compagnia il nobile abate il glorioso deretano.
Si sparge fratanto l’aventura per la città, ed il popolo ad applaudire alla generosità, alla fermezza, al nobile coraggio de’ suoi patrizi. Si affissero agli angoli delle contrade de’ cartelli postovi sopra: “Chi avesse canne a provare vada dal conte Lodovico Schizzi che tien sempre il culo pronto a ciò, e lo mostra per pochi pavoli”.
La curia vescovile esaminò il caso, e voleva proferire scomunicato latae sententiae il marchese vapulante, e scomunicato ferendae sententiae il conte vapulato. La curia pretoria avrebbe voluto farne un’affar suo per zelo di cavarne quatrini. Romanino a Milano rapresentò il fatto in piazza con le marionette metendo i veri nominativi agli attori.
I due eroi passegiano gloriosi per la città, e sono accolti alla taolette delle signore; “Che matti”, vanno dicendo, “Come sono allegri!” Chi è capace di simili viltà dovrebbe essere cacciato da ogni buona compagnia: tra noi se uno fa una buona azione, o non si raconta, o non si cura, o si guarda chi la fece come un don Chisiotte; si sorride al contrario alle porcherie, alle basezze, alle turpitudini. Noi guastiamo la testa delle nostre donne, esse in ricompensa ci avviliscono il cuore: le donne avrebbero ad essere l’eccitamento e la ricompensa delle belle azioni, come lo furono già un tempo; dovrebbero frenar dal male disprezzando que’ che lo comettono: ma sciocche che sono accarezzano qualunque sciocco che con loro giuochi, che con loro vadi in carozza, le accompagni al teatro, e rida stolidamente di tutto, e detragga con una stupida malizia al buon nome altrui. I nostri coglioni di Padri della Patria non si formalizzano, né si scatenano contro simili viliacherie, e malediranno un giovane di merito che non anderà alle quarant’ore tutti i giorni. Molti popoli del nort che noi diciamo barbari, infliggono delle leggi penali contro chi non rispetta se stesso, e noi colti, noi illuminati, noi sondiamo alla basezza, e dialoghizziamo colla vergogna familiarmente.
[34] 12 giugno 78. E viva Cremona mia cara patria produttrice feconda in ogni genere d’eroi, e di massimi avenimenti. Un certo signor Fulgonio nostro citadino grandissimo amatore di reliquie, e racolitore indefesso, e grande inteligente di queste, ne possiede un tal numero che ne ha un sachetto pieno. E che non fa il babione con queste reliquie! benedice febri, doglie, catarri, e se qualche volta può avere chi si creda o egli giudichi osesso allora è proprio a nozze. Andò ieri per comissione della madre signora Perucca vedova a visitare e benedire una delle sue ragazze; passando per una stanza vede la signora Brigidina Perucca maritata in Ronchi che stava con della micrania sopra un letto, ed il mio Fulgonio la giudica inspiritata adrittura. Sente il giudizio la signorina, e per divertirsene comincia ad urlare, questi corre col sacchetto delle reliquie; la signora a scarmigliarsi, e tiratoselo vicino, fingendo sempre che fosse il diavolo che operasse, le diede tanti schiaffi, tanti pugni, tanti calci che non si possono numerare, poi non contenta trovandosi alla mano un pezzo di legno lo bastonò talmente che sortì dalla casa ansante, sbuffando, gli ochi fuori dalla testa, e la lingua fuori di bocca; corse da una sua cugina, e le raccontò il fatto accaduto dicendo che mai aveva trovato un diavolo più feroce di quello della signora Brigidina, che guai a lui se non avesse auto quelle sue autentiche reliquie, sicuramente il demonio lo avrebbe amazzato, ch’era stato crudelmente bastonato, e ciò perché non essendo esorcista, aveva voluto esorcizare, ma che a costo della vita voleva però tornarvi un’altra volta, farsi bastonare pazienza, ma liberare quella bella ed infelice signorina indemoniata.
Sensus o Superi sensus! A fulgure et tempestate libera nos Domine.
[35] 18 giugno ’78. Ogni giorno si sentono nuovi tratti di venalità per parte di chi amministra la giustizia. Oramai il denaro fa tutto, giustifica, condanna, assolve, o costituisce reo. Si rubba con impudenza. D’onde ripetere si habbia questo disordine non so precisarlo. Alcuni l’atribuiscono all’impiegare uomini di niuna educazione, di cativo cuore, poveri, ed esteri, e di bassa estrazione. Il paese si lagna, ed il povero geme. Il misero citadino non dovizioso che deve far valere le sue ragioni è mangiato vivo da queste maledette arpie, è roso sino all’ossa dall’imonda vermina de’ notai, causidici, dotori, procuratori, attuari, giudici, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc., deve pagare i passi, le parole, i pensieri, le solecitudini, le diligenze, le negligenze, le verità, le bugie, le firme, gli atti, le soscrizioni, i palmari, le visioni, le verificazioni, le addizioni, le dizioni, le autentiche, il diavolo che li porta tutti… Povera patria mia quelle cautele imaginate con sapienza ad evitare l’inganni, sono convertite in fonti inesauste di perenni turpissimi inganni! il povero non ha scampo contro l’opressione! troppo difficilmente si può strappare il velo detto consuetudine all’iniquità! O Ferdinando mio buon principe seconda i moti del tuo benefico cuore, amazza quest’Idra, strappa le corna di questi Acheloi, taglia le braccia a questi Briarei; se vi riesci, tu sarai un Ercole non favoloso! Ora ti amo e allora ti adorerò: libera la mia patria dai mostri; tu che ne hai il desiderio, e la forza, e perché non lo fai? Tu sarai il mio eroe, l’idolo degli omini da bene; le benedizioni dei popoli, credilo principe virtuoso, le troverai pur dolci: tu che hai saputo già disprezzare nell’età tua giovanile le lodi delli adulatori, fa’ di più, bevi il delizioso profumo delle lodi meritate: la tua anima onesta è fatta per questo piacere; Dio e gli homini ti benediranno; quanto v’ha di prospero ti ariverà. Deponi quella malfidenza che cercano d’inspirarti; in ogni nazione vi sono de’ cativi sogetti, ma la nazione in corpo è buona. Confida gl’impiegi ai nobili nazionali; credilo generalmente riusciranno; quanti freni avranno a non comettere il male, che gli oscuri forestieri non hanno. E se tra questi poi trovi de’ giudici venali ed iniqui, de’ ministri infedeli, allora ricordati di quell’antico re del qual parla la storia che fece scorticare un giudice corotto, ed inchiodar la di lui pelle sul tribunale sul quale dovevano sedere i suoi successori.
[36] 18 giugno 78. Oggi giorno del Corpus Domini siamo comparsi in processione noi altri giureconsulti collegiati per la prima volta fregiati della nuova medaglia della quale ci ha voluti insigniti la corte: questa medaglia è della grandezza d’una dopia, e sicome a Venezia vi sono li sbirri del zecchino, così a Cremona vi saranno li cavaglieri della dopia. I dottori componenti il collegio sono: don Giulio Cesare Bonetti gran giureconsulto; don Agostino Cavalcabò regio delegato economo sotile; Giovanni conte Schizzi che sa amobiliare un appartamento con grazia; Alessandro conte Schinchinelli che è un cavaliere; Antonio marchese Lodi il di cui elogio, o il di cui biasimo sarebbero troppo prolissi, e difficili a farsi adequatamente; Giambatista conte Biffi umilissimo servitore di loro signori; Ignazio marchese Zucchelli che ha fatto ogni sforzo per imparare; Giulio marchese Vaini che è un bel giovane ed ha studiato a Roma; don Lorenzo Ferrari regio avocato fiscale di quest’illustrissima curia, che se il Signore lo avesse fatto morire bambino si sarebbe potuto dire che lo avrebbe tolto di buon’ora dalla malizia del secolo; don Cesare Mussi che morirà vecchio coll’inocenza batesimale; Giambatista marchese Fraganeschi oratore della patria in Milano uomo d’ingegno, e di cuore, caldo nell’onestà e nella verità, il conte di Chatam della patria; Berardo marchese Regazzi che è il marchese Regazzi; Giuseppe conte Crivelli un rispettabile signore; Giorgio marchese Stanga stabilito a Parma per un amor sventurato, dato alla divozione per proprio conforto ed edificazione altrui, grandissimo matematico, che ha fatto delle scoperte nuove e delle aggiunte al tratato degli infinitamente piccioli.
[37] 20 giugno 1778. È giunta in questa fedelissima città la notizia della morte seguita in Parigi del celebre signor di Voltaire. Morì questo genio dell’età nostra adormentato dall’opio preso per sbalio in troppa quantità. I nostri preti che non le hanno fatto dire prima di morte?
[38] 24 giugno 1778. È morto in Milano il cavagliere Isimbaldi, ed ha lasciata vedova donna Madalena di lui consorte nata marchesa Beccaria: poche donne ho conosciute del merito di questa. La marchesa Viale di Genova, la marchesa Giandemaria di Parma; donna Camilla della Somaglia, ora contessa di Casalgrasso; e poi, e poi qual pazzia di scrivere questa nota!
[39] Circa questi giorni è morto in Milano il conte Sigismondo Brumani nostro patrizio cremonese. Questi era o stravagante, o scemo, o fatuo. Aveva preso in affitto una casa in Venezia, e non vi stava mai: era andato a Milano per una setimana, e vi stette vent’anni; portò un tabarro estate e inverno per sedici anni; signore di grandi rendite giuocava, e perdeva, non esigeva il suo, andava cencioso; roso dai pidocchi era mostrato a dito per Milano come un pazzo. Non prese moglie, ed alcuni pretendono che fosse impotente. Due sorelle sue la marchesa Gadi, e la marchesa Crotti ereditarono il suo, così finì in lui la schiatta de’ Brumani. Sicome gli alberi nelle selve finiscono in ponta, così pure finiscono gli alberi genealogici delle famiglie generalmente; dopo il fondatore che è sempre un qualche gran capitano intorno al mille, o al mille e cento, se pure non è un qualche discendente de’ reali di Francia, o di Scozia, o di Napoli, o d’uno di que’ re non mai trovabili nella storia, e solo rinvenibili ne’ romanzi, dopo il fondatore dico, vien via il tronco grosso grosso per una lunga serie di scudetti rotondi; di quando in quando lateralmente ne spontano de’ ramicini che presto si esicano, ed il ramo maestro ornato di mitre, di capelli , di cimieri, di corone da conte, e da marchese va a finire sottile sottile, in punta picciolissima nell’ultimo rampollo che ordinariamente è un qualche gran barbagianni. Che Dio accordi la sua santa grazia alli ultimi de’ loro casati, e dia loro il paradiso! Povera patria i bei cognomi antichi delle illustri tue famiglie si spengono, e cosa vai aquistando di nuovo per rimpiazzarli?
[40] 25.th Iuly 1778. Miss Pallavicini is no longer to be called by that name. She is Ladi Scotti. May she make Count Scotti as happy as I would have made happi her, if it not be the fault of my circunstances, the situation of my heart, and above of all the strange manner of thinking of mi uncle, a empti, rougthly man.
If I should be less strictly honest and disingaged in my affections, I dare say I should be blessed with this good-hearted well breaded ghirl. Unapy passion for a deceitfull woman, ow many wrongs have brought to me! T’is already the second match that I have declained, the second occasion to be happi. Lady Somaglia first, and Lady Pallavicini now, were proposed as wifes to me.
Mys Aurelia Pallavicini is the daugther of Marquis Mutius Pallavicini and Lady Mari Zaccaria sprung of the eminents familis of my ow contri. She is a tall ioung wouman all lovely and blooming; pretti if not handsom; she has declared that I only and no other… Poor thinck, my heart is torn in pieces at the consideration of motives of my denial. I who would not maring the greatest princess on heart if I were not assured that she loved me above all the mens where I deserve it or not: I had meet a woman suitable to that manner of thinking. I shall live a single man; my house is ended; I am last of posterity of my honests ancestors. May the man who shall have the honour to call Miss Pallavicini his be as desserving as she is! Then will they live togheter a life of angels 105!
[41] 28 luglio 1778. Coi fogli publici ho ricevuto la trista nuova della morte di Giangiacomo Rousseau citadino di Ginevra. Il più gran genio del secolo è morto: quegli che in tutto s’assomigliava a Socrate fuor che nel volto, il dotto, l’equo, il giusto, il vero il sapiente uomo del secolo è morto! Egli era il mio padre, la mia scorta, il mio maestro, il mio idolo. I di lui scritti dettati dalla sapienza stessa sono sempre stati per ritirare gli homini dal vizio, e condurli alla virtù. Altri dotti del secolo decimo ottavo hanno scritto delle grandi cose, niuno ne ha prodotte, e publicate delle tanto sublimi, e vere, e oneste quanto lui. Ha auto per nemici tutti i fanatici, i sciocchi, i preti, l’impostori, i traditori, i menzogneri; ha auto per amici tutti gli homini da bene, tutte le anime sensibili.
Viveva questo filosofo a Parigi, ma anche il soggiorno di quella capitale le era venuto a noia abbenché vi fosse solitario, e vi disprezzasse tutte le grandezze. Si ritirò con sua moglie nel castello di Ermenonville diocesi di Senlis presso il marchese di Girardin, il quale lo aveva pregato ad occupare un appartamento nel suo castello sino a che le avesse fatta erigere un’abitazione nel di lui parco ove avesse potuto menare una vita analoga alle sue idee; quando la notte dei trenta giugno cessò di vivere per una colica nefritica.
Il degno marchese ha fatto imbalsamare il cadavere di quel grand’uomo, e si prepara a farle erigere un sepolcro là in quel bel parco che Cesare ammirò peregrinando in Francia e che tutti i passageri comendano. Perché non ho protratto il mio viaggio sino a Parigi quando due anni sono fui in Francia non per altro che per vedere quel grandissimo uomo! Felice terra ch’or lo rinchiudi. Faccio voto sin d’ora di andare ad Ermenonville a visitare il Santo Sepolcro di Giangiacomo, del grande, dell’illustre Rousseau.
[42] Tra la fine di luglio ed il principio d’agosto di quest’anno è morto qui in Cremona il conte Alessandro Luccini Passalaqua, che era regio intendente delle finanze cavagliere che amavo come un mio fratello.
[43] 16 agosto di quest’anno alle vent’un’ora in circa si alzò un turbine che cagionò del danno nel contado, sopratutto ammontichiando il lino disteso pei campi, che il vento sconvolse, e trasportò lontano mischiando, e confondendo quello d’un vicino con l’altro. In città si vedevano le arene del Po colla polvere delle strade formar nuvole portate impetuosamente in aria. Accade che ne’ contorni della piazza di San Domenico molti citadini avevano poste delle brugne a seccare sopra i tetti; il vento le faceva piovere sulla piazza: alcune divote che sortivano di chiesa all’aspetto di quella insolita grandine rientrarono nel tempio, e con lagrime esclamavano prostese all’altare di Nostra Signora del Rosario: “Ah Beatissima Vergine liberateci dalla tempesta nera!”
[44] 20 agosto del ’78. Si scarseggia di grano, e si scarseggia d’aqua per macinare. Il popolo geme, e si adira contro i patrizi. Una mal fondata paura lo scorso anno fece fare una provista di grano che si pagò a carissimo prezzo; poi essendo decaduto il grano stesso, il povero popolo pagava il pane in ragione del grano a sedici lire lo staio, e non si vendeva che a undici, dodici lire. Viene il nuovo raccolto, il governo permette che mercanti esteri vengano ad incettar grano in provincia, ed il grano aumenta subito di prezzo. I bottegari, ed i prestinari non vegliati da vicino dal tribunale di provisione che non vi pensa, o poco almeno fanno cento frodi. Il vicario di provisione marchese Antonio Lodi va pochissimo in visita. Il sistema presente di annona è il più diffettoso che imaginare si possa. Essendo io vicario di provisione in tempi difficilissimi fui incaricato di stendere un nuovo piano di pannizazione; lo feci; fu approvato, anzi applaudito dal governo, e poi non fu eseguito, e fratanto quidquid delirant reges, plectuntur Achivi. Ora che vi è siccità non si sa come macinare, anche ciò per mancanza di previsione, e di providenza. I fornai fanno mille briconate, celano i contratti, nascondono le farine, notificano falso i grani di loro ragione, il pane è nero, mal cotto, pessimamente faturato: a ventitré ore non si trova più pane, ed il misero giornaliere vede sprovisto sé, e la sua famiglia di susistenza. Ieri sera più di quatrocento persone armate di bastoni, divise in varie truppe andarono a tor pane per forza dai prestini, ove ne trovavano; alcuni giorni adietro andarono vari barcaiuoli di Po a chiedere providenza al marchese Lodi vicario che era in casa San Secondo, perché i fornari non avevano voluto travagliare per ciò che la camera delle vittovaglie aveva abbassato il prezzo del pane. La faccenda, se le cose seguitano così, non vuol finir bene.
Un nuovo piano stabilito, che se non previene tutti i diffetti, almeno tolga molti dissordini, un’autorità più estesa al vicario di provisione per tempo; questi non estratto a sorte dalla bussola dei dottori di Collegio , ma scielto dal Consiglio generale; e poi per parte di questo magistrato, zelo, diligenza, amore del bene del popolo, disinteresse, e non risparmiare fatica in visitare, ed usare rigore in punire; sono questi i soli mezzi di aiutare, sollevare, e proteggere la porzione più proficua degli abitanti, la classe degli artigiani.
[45] 22 agosto 1778. Mi si presentò con lettera del capitano Minific il dottor Warner ecclesiastico anglicano di moltissimo merito. Mi lasciò il di lui indirizzo: To Reverend Dr Warner, Bernards Inn, London.
[46] Giovedì 27 agosto 1778. È morto quest’oggi a vent’un’ora d’infìamazione formata alla vesica il signor don Stefano Biffi fratello di mio padre, in conseguenza mio zio. Egli era figlio del conte Giambatista Biffi e della contessa Brigita Biffi di Santa Marta. Aveva ereditato più del carattere degli ascendenti della di lui madre, che del carattere dolce dell’avo mio paterno. Appassionato per la caccia, e tutto dedito all’agricoltura aveva contratta la durezza di quell’essercizio, e la stiticheria di questa occupazione. Giusto, ed incapace d’una frode, o d’una menzogna; ascoltava ogni uno con pazienza, e dava dei consigli di buona fede; egli che si credeva capace di darne. Economo sino alla lesina senza pratica di mondo che non aveva mai frequentato; divoto, ma però tolerante percioché tolleranza non costa soldi; di talenti limitatissimi, persuaso d’intendere l’economia superiormente, non conosceva che il risparmio senza essere riuscito mai ad accrescere il patrimonio della casa con quell’industria onesta che viene dalla mente, e non disdice al cuore. Uomo di poche parole, di niuna sensibilità; indeciso sempre ed in tutto non ebbe mai un amico; non lo cercò per prudenza, e per cautela. Mi amò nella mia infanzia, e lo riamai di cuore; poi fu contento di me per la mia condotta, ma discontento perché spendevo; finì per stimarmi, ma non amarmi; le sembrava vedere in me un dissipatore, un uomo a idee maggiori del proprio stato. Io né lo stimavo, né l’amavo, e m’affligevo di non poterlo né amare, né stimare. Nell’ultima sua infermità sono stato sinceramente afflitto vedendolo sofrire; non ho più veduto in lui l’uomo duro, ma solo uno de’ miei ascendenti che perdevo; non mi sono trovato sensibile al piacere d’essere libero, e di potermi garantire da tante privazioni, ma ho pianto la sua morte ricordandomi quanto mi amasse da fanciullo. È morto di 74 anni.
[47] Sabato 29 agosto del 1778 giorno in cui celebraronsi i funerali di don Stefano Biffi mio zio che fu sepolto questo giorno in San Lorenzo nel sepolcro della famiglia, non so perché, o per qual ragione il principe Spaccaforno siciliano che si trovava in Cremona venne improvisamente a visitarmi. Parlammo di varie cose, ma specialmente di politica, governi, interessi de’ principi, geni de’ popoli, diffetti d’intiere nazioni, disordini di legislazioni. Il principe parlò sempre buon senso, e si mostrò un viaggiatore che guarda; si fermò meco due ore; partì da me esagerando le da lui supposte in me cognizioni mie. This lord was spokin so bifore the only wouman… A sentiment of mercy, of tendernes, it may be of love was reneuved in his heart. After then wole years… I was comanded to stay before her. My almigty God whose darling attribute is mercy to be mercifull on her, on me. And… but I am wandering..
[48] Dopo una lunghissima malatia è morto il marchese don Camillo Manfredi Pesce essendo ancora di fresca età, ma pregiudicato dai disordini. Aveva questo cavagliere sortito dalla natura una grande prontezza di spirito, moltissima vivacità, non mediocre memoria; poteva passare per uomo d’ingegno. Non si era applicato mai a verun studio seguito, né poteva combinare le idee de’ filosofi, o servirsene a produrne di nuove, ma aveva invece un vero talento di unire le idee le più disparate, dalle quali rissulta il ridicolo, e difatti les rieurs étoient touiour de son coté. Ottimo patrizio ne’ civici magistrati non la perdonava a fatica, né ad applicazione per disimpegnare lodevolmente le incombenze che le venivano date. Il popolo lo apprezzò nel tribunale di provisione. Protettore de’ carcerati s’adoprò moltissimo per que’ miseri. Pronto in ogni occasione per li amici non si rifiutava a scrivere, ed a parlare ai ministri dei loro affari. Tante belle qualità svanivano alla considerazione ch’era giocatore, e di professione. I suoi scherzi alle volte erano un po’ troppo acuti. Ci rimane un suo figlio che mostra ingegno, e voglia d’applicare. Voglia il cielo conservarlo acciò conservi alla patria una rispettabile famiglia patrizia.
[49] 22 dicembre 1778. Un fanciullo di nobile famiglia del ducato di Milano per nome Giovanni Piantanida in abito da chierico scacciato crudelmente da un suo zio paroco è venuto da Varese a Cremona, ove maltrattato, languente e sprovisto d’ ogni cosa in età di dodici anni poco più era un oggetto di vera compassione. L’ho accolto, l’ho posto in pensione, e lo tengo alle scuole. Dio facci che corisponda alle mie premure!
[1779]
[50] Venerdì 4 febraro 1779 è partito per Milano sua patria il fanciullo da me ricoverato che si era dato il nome di Giovanni Piantanida, ed in realtà era un don Giovanni Carnago figlio di don Giuseppe Carnago; questi venne a riprenderlo; la storia del zio che lo aveva cacciato era una favola. All’età di tredici anni essere impostore sino a quel segno è cosa strana. Questo ragazzo è dotato di grande ingegno, di un coraggio grandissimo, ma indocile, e d’una finzione inaudita. Forse una severa disciplina lo ricondurrà sulla buona strada ma temo moltissimo.
[51] 29.th February 1779. She has been here in my appartement accompanied by her husband. Ow I have been surprised by this sudden apparition! After then years this dai I have seen the sun in its full glory. In my eies she is yet not only worthi to be loved, but also to be adored. Wath weachness!
[52] Domenica 7 marzo 1779. Un baron cornuto per nome Giovanni Palazini cremonese ha steso una corda dalla torre nostra nel luogo ove sta la campana delle ore, cioè in cima, sino giù in piazza del Pretorio, e poi per mezzo d’un canone di cuoio al quale stava appeso per un braccio, e per una gamba si è precipitato da quell’altezza, ed in dieciotto battute di polso è giunto illeso contro de’ materazzi in piazza, ciò che si chiama fare il volo. Ho meditato che sorta di coraggio vi voleva per esseguire una simile cosa, ed ho veduto che vi voleva il coraggio d’un coglione che si cambia da uomo in straccio. Costui si era poi ubriacato come un porco per stordirsi. Non posso che disprezzare questo mio patriota esponendosi in tal modo a schiacciarsi per guadagnare qualche soldo. Come magnificherei l’azione di costui se l’avesse fatta per salvare un amico, per fuggire di carcere, o per servire il suo sovrano, o la patria.
[53] 12 marzo 1779. Colle lettere di Vienna si assicura che si farà la pace, che Giuseppe II Cesare, re Frederico di Prussia, e la Corte Palatina siano d’accordo colla mediazione della Francia, e della Russia. Dio lo voglia! Quanto sangue risparmiato. Diconsi partiti pel luogo del congresso che è i ministri plenipotenziari. Sono per la corte nostra il conte di Cobbenzel, per la Francia il barone di Bretteuil, per la Moscovia il principe di Repnin
[54] Domenica 14 marzo 1779. “Oh che bel tempo signora Appolonia” diceva la signora Lucrezia Fornara alla di lei commare stando vicino al fuoco le feste di Natale intanto che cuocevano le castagne, “oh che bel tempo! Sono già più di quindici giorni che fa un gran bel tempo, ma certo la non può durar tanto questa cucagna, a rivedersi questo carnovale, povere maschere! Le nevi ingombreranno le strade, le pioggie saranno frequenti, lo predice l’Indovinello Inglese, egli non falla, poveri divertimenti vi dò per spacciati.” Passò tutto il carnovale senza una picciola nuvoletta in modo che in città ed in campagna v’era la polvere per le strade come di grande estate, ed intanto La Galleria delle Stelle, La Zingara Indovina, Lo Schisone, La Truffaldina, Caporal Quatordes Cazzaball, Il Gran Mirandolano, e tant’altri rispettabilissimi conservatori delle cognizioni umane, predicevan nebbie, nevi, nuvole, pioggie. Esclamava il popolo: “Oh che stravaganza di bel tempo”. Venne la quaresima e via il bel tempo; siamo alla metà e più di quaresima ed il bel tempo dura, e se giungeremo a dopo dimani saranno tre mesi in ponto che fa bel tempo. Si dirà poi che i proverbj sono fondati? “Seren d’inverno, e nuvolo d’està, amor di donna, e carità da frà.” Qual’è la donna che duri ad amare costantemente per tre mesi! qual è il frate che usi carità per tre giorni!
Scrive Antonio Campi che l’anno 1540 regnò grandissima siccità nell’inverno qui in Cremona, e che si temeva pei raccolti, i quali furono abbondantissimi; si tagliarono le biade maturissime a mezzo maggio, e si fecero vini in principio d’agosto.
[55] 17 marzo 1779. Oggi si son fatti in San Sigismondo i funerali al padre don Tiziano Martini generale de’ monaci gerolamini morto ier l’altro qui in Cremona, ove era venuto per ascoltare una predica del bravo abate Pinaroli che fa il quaresimale in Duomo. Al padre don Tiziano si sono ritrovati sette mila zecchini nella sua cassetta privata; per un daben religioso che ha fatto voto di povertà la somma è onesta; poco fa è morto in Milano il maresciallo Wit comandante in capite delle armate imperiali in Italia, e gli si sono trovati ventitré zecchini; quell’imprudente soldato dava tutto in elemosina. Don Tiziano sarà certo in paradiso; il maresciallo sarà certo all’inferno, impercioché oltre essere soldato era poi anche franco muratore. Si racconta di quell’empio ma amabile signore che un giorno in Germania pranzava da uno di que’ vescovi che sono anche principi, le fu mostrato una quantità prodigiosa d’ucelli rarissimi delle quatto parti del mondo che il vescovo nodriva con lusso, e spesa regia; il maresciallo ammirò, e tacque. Invitò il vescovo pel giorno dopo a pranzo dicendole che in casa d’un soldato non avrebbe sua altezza reverendissima ritrovato una tavola tanto splendida come la sua, ma che le avrebbe mostrato il proprio seraglio forse più bello di quello che sua altezza le aveva fatto vedere; fu sorpreso da una tale proposizione l’altero vescovo, andò, pranzò male, ed al caffè da una finestra, aspettandosi a vedere uccelli, e fiere, le furono mostrati dal maresciallo duecento poveri vestiti di nuovo quel giorno stesso, e che manteneva quotidianamente da tre mesi. Che peccato che questo buon maresciallo fosse franco muratore! punctum exclamantis.
[56] 14 aprile 1779. Lavare un paio di stomachevoli calzette dopo averle portate tre mesi, lavarle da sé nella sua camera in un catino d’aqua fresca per fare economia di sapone; far consistere la spesa della propria tavola per un giorno in tre quatrini di rape; per asciugarsi le mani adoperare una salvietta quatro mesi servendosi d’ogni angolo un mese; tenere le stesse lenzuola nel letto sei mesi; far durare un paio di scarpe un anno; un vestito dieciott’anni; dopo vent’anni donare al servitore un ridicolo tabarro a condizione che lo porti di giorno, ma lo ristituisca la notte per metterlo sul letto proprio; mandare i propri figli laceri e pezzenti come i figli de’ mendici, e permettere che vadino in qualche chiesa a portare delle scranne ai fedeli per averne due soldi; cavare di tasca un sordido fazoletto sucido, e lordo del non suo tabacco che sembra un straccio col quale si siano netati cento culi, distendendolo al fuoco, e perfumarne fetentemente gli astanti: diventar l’odio del paese per tante virtù, alcuni crederanno che ciò sia esagerare, che un tal personaggio non esista se non se nell’Arpagone di Molière. No esiste in Cremona nella persona del regio delegato don Agostino Cavalcata.
[57] Sabato 24 aprile 1779. Oggi ho fatto l’intromesso, o sia ho celebrato il contratto, col signor Giuseppe Tranquillo Monti nostro cremonese che si è fissato a Bologna, delle terre di Santa Cristina. Il dottor Giuliano Vacchelli ne fece rogito. Ho pagato questo fondo due mila zecchini. Quale idea mi è venuta in mente di comperar fondi? E a chi perverranno dopo di me? Piaccia al cielo che quegli che avrà i miei fondi dopo che non sarò più tra i vivi, ne goda più tranquillamente ch’io non faccio!
[58] Hoc anno prodigio similis visa res, tota hyeme et vere non pluisse. Ea tali tempestate nihil non a vulgo ad ostenta arripienda pronissimo in iram Numinis coniectum. Non deerant qui mala omnia Cremonensibus imminere iactarent, aversis Coelitibus ob nefarios hominum mores. Cucullati praesertim, ad incutiendos in animos civium terrores, quasi de concilio Divorum venissent, narrare, placandum esse supremum Numen, adesse tempus luendi scelus contempti eorum ordinis, et imminutae maiestatis sacrorum. Vaferrimum hominum genus aeque semper paratum ut faelicitate publica, sic calamitate ad suum ipsorum commodum abuti. Heine pretium optatis imbribus largitiones eorum aedibus factas statuere. Decreto X Virorum supplicationes trium dierum ad aedem maximam indictae, et habitae. Marmorea tabula patrijs religionibus sacra ab aedibus divae Agathae solenni pompa per vicos urbis deducta: Divorum omnium statuae loco motae. Sexto Calendas maias Christi Servatoris cruci affixi statua deducta per urbem squallido cum populi habitu, si quo pacto Numinis ira desaeviret. Interea ager Cremonensis uberrimus ardore solis, et aquarum deffectu miserrimus; armenta sine pabulis moerentia, nec laboribus apta vagabantur. Quem finem Deus huic malo praescripserit incertum. Illud vulgatissimum quod in publicis calamitatibus usu venire solet, ut vel communia in portenti loco ponantur, coelum ad septemtriones rubuisse, hirundines cum vere novo frequentes non adventasse. Si quis physicus mutire auderet, impietatis reus agebatur.
[59] 4 maggio 1779. Tandem, tandem, tandem dopo cinque mesi di siccità, dopo essere stati tantalizzati questi quatro ultimi giorni dalle nuvole che ci mostravano pioggia senza darcela oggi sono già quatr’ore che piove; la campagna si rimetterà; il povero avrà del pane. E vivan le processioni ed i tridui; i miei daben cremonesi si sono sfogati a farne; egli è già un mese e mezzo che si fanno tridui, e processioni. Se ne fece prima uno in Duomo della città, e questo alla buon’ora. Poi se ne fece uno a Santa Tavola, e si portò Santa Tavola per le strade, ed il concorso vi fu grandissimo; ed un asino d’un misionario che predicò in piazza con una voce da toro cominciò il suo discorso con la parola Tacete, mise in bocca a Gesù Christo le parole di Caio Giulio Cesare moribondo, ed adatandole le fece dire tu quoque Christiane fili mi. Ma non piovette. Si fece poi la processione dai padri alias crematori ora semplicemente domenicani, e portarono San Vincenzo Ferrerio, il quale poco mancò che non cadesse, e si rompesse, ma non piovette. Si fece poscia la processione di Santa Eurosia contro la peste, con il più pazzo manifesto possibile, ma non piovette. D’indi si fece un triduo al Foppone, ma non piovette; dipoi si fece una bella processione a San Michele Vecchio; si portò la statua della Madonna Adolorata, e dell’arcangelo San Michele, ed il signor ceremoniere Teressan fece un passabilmente ragionevole discorso al popolo in strada, ma non piovette. In seguito si fece una grande processione a San Homobono portandosi il Santissimo Crocifisso, facendosi chiudere le boteghe per ordine del Senatore, ed a questa processione concorse tutta la città, ed un certo padre Rotini somascho fece il più sciocco discorso al popolo che imaginare si possa; declamò contro i spiriti forti, contro la lettura de’ libri empi; ed insinuò che non pioveva perché si toglieva robba ai frati, e perché si disprezzavano. Ma non piovette. In appresso si fece un’altra processione, e si portò intorno la Madonna di Loreto, ed il vescovo diede la benedizione, ma non piovette. Nel giorno stesso si portò Sant’Alberto che sta in San Matia, e San Clemente Papa di Gonzaga, ma siccome la statua di questo santo era grande, ed il baldacchino era picciolo, così si tagliarono due spanne di gambe a San Clemente, ma non piovette. Si portò anche San Rocco, ma non piovette. Si portò un altro Crocifisso a San Silvestro, ma non piovette. Finalmente ieri si portò San Francesco di Paola, ed oggi ha piouto; l’ultimo ha auto ragione. Se oggi non pioveva chi sa domani quall’altro santo si sarebbe portato; chi sa a qual santo sarebbe toccato da far piovere! Nel contado poi si sono fatte cose inesprimibili dai sempre giudiziosi parochi di campagna. Nel secolo decimo ottavo; nel secolo dell’Enciclopedia 25! E fra’ Rotigni inveisce contro l’abuso delle letture: fra’ Rotigni mente per la gola; non contro l’abuso del leggere, ma contro l’abuso del non pensare si avrebbe ad inveire.
Se tutti i soldi che sono costati questi tridui, e processioni, si fossero impiegati in far del bene, si sarebbero vestiti almeno, almeno cento poveri; se ne sarebbero nodriti per tre giorni almeno almeno cinquecento, e si sarebbero dotate cinquanta fanciulle.
O tu che ne’ tempi avenire leggerai questa mia nota; giudicami, dimmi se sono un empio, o un uomo dabene; quale dei due ne abbia il cuore.
[60] 4 may du 779. Hier au soir je retournois chez moi vers minuit; je rencontroi sur la place de Saint-Dominique quatre, ou cinque bourgeois avec leurs fammes que j’entendois en distance faire la conversation; comme je fus près d’eux, étaint éclairé par un flambeau, ils me reconurent: “C’est luy; cest luy-meme ce bon gentiliomme; que le ciel le comble de benedictions; qu’il ramplisse tous ses desirs; s’il a pour nous le coeur d’un pere; pourquoi n’aurons nous pas celuy des fils tendres et reconoissants!”… Et comme je m’éloignois ils haussoient la voix pour me faire parvenir ce doux son. Les calomnies de mes ennemis ne m’ont iamais eté si ameres que ces louanges m’ont eté douces, quoique je n’aie merité ni les unes, ni les autres.
[61] 4 maggio 1779 Nel fare un soteraneo al palazzo che sta fabricando per decoro della città nostra il mio caro amico Giuseppe marchese Soresina Vidoni, si è ritrovata un’olla, o pentola assai grande piena di medaglie consolari d’argento: tutti i muratori se n’empierono le tasche, e la città ne fu inondata; al marchese ne restò un buon numero. Sono costantemente d’avviso che quella fosse una raccolta fatta del Cinquecento da un qualche antiquario, e sepolta poi in tempi, o di guerra, o di peste. Molte di queste medaglie ne fusero, molte se ne trasportano fuori di paese.
[62] 14 maggio 1779. Si dice che ieri sarà stata publicata la pace in Vienna.
[63] 21 luglio 1779. Oggi ho auto la trista nuova che ha cessato di vivere in Ferrara l’abate Zorzi. Dotato di massimo ingegno, aveva questo sapiente giovane intrapreso un’Enciclopedia italiana, e mi aveva fatto l’onore di assegnarmi da scrivere alcuni articoli sulle belle arti. Lo studio troppo intenso ce lo ha tolto, lo ha tolto all’Italia. Quando more un sciocco, o un perverso, un altro le succede subito, e lo rimpiazza; l’uomo da bene morendo lascia un vuoto nella società.
[64] 28 settembre. Sulla fine di questo mese un certo Giovanni Vernazza in età di vent’anni circa cittadino di discrete sostanze, dotato di sommo ingegno, e di non commune avenenza si è data la morte da sé prendendo una fortissima dose d’oppio. Già da qualche tempo la modestia di questo amabile giovane era degenerata in taciturnità; dove prima si occupava delle sue letture unicamente alcune ore del giorno, ultimamente le protraeva alle intiere notti. Si lagnava di tempo in tempo di una cattiva salute e ripeteva sovente l’adagio Non est vivere, sed valere vita. Essendosi ordinato dal fratel suo ad un’artefice che facesse la cifra della loro dita mercantile colle due lettere iniziali dei loro due nomi, Giovanni non lo volle dicendo che alla di lui morte non lontana una tal cifra sarebbe stata un imbarazzo. Una sera va a casa, si chiude in camera, e vi si occupa leggendo, e scrivendo tranquillamente sino alle sette della notte. Poco prima di giorno va al letto del fratello, lo sveglia, e “Queste sono” le dice “le note de’ miei debiti” (montavano a poche lire); “voi gli pagherete; questi i miei crediti per imprestiti fatti; voi gli esigerete, ma senza violenza, o durezza. Al tale, e al tale ho prestato i tali libri, cercate riaverli. Rispettate sempre nostra madre, amate la mia memoria, io ho cessato di vivere.” Il fratello sorpreso credendolo in un accesso di malinconia lo sgrida affetuosamente; ed esigge che si ponga a giacere appresso di lui lì nel suo letto. L’infelice giovane non replica più parola, si spoglia, si pone in letto, e s’addormenta profondamente, ciò che osservò con contentezza il fratello ed i domestici, e la povera madre la mattina vegnente verso il mezzo giorno, ma siccome un forte ansamento dell’adormentato aveva da prima inquietato la madre, così essendo questi cessato, ed il preteso sonno durando anche il dopo pranzo, si domandarono e medici, e preti. Quelli lo dichiararono morto; questi dannato perché le ritrovarono le opere d’Elvetius, Mirabeau, Sistema della Natura, Voltaire, e Rousseau. Perché quel giovane rischiarato leggendo le lettere del citadino di Genevra dove nella sua Giulia parlando del suicidio mette in bocca a Mylord Edovard quelle parole: “Insensato! se in cuore ti rimane tuttavia il menomo sentimento di virtù, viene e t’insegnerò ad amare la vita. Ogni volta che sei tentato di lasciarla, dì a te stesso, ch’io faccia anche una buona azzione prima di morire, e poi va e cerca qualche indigente a soccorrere, a consolare qualche sfortunato, a diffendere un qualche oppresso; se questa considerazione ti tratiene oggi, ti tratterrà anche domani, dopo domani, tutta la vita. Se non vale a trattenerti, muori, tu se’ un uomo cattivo.”
Perché non ramentò queste parole, come mai non ne fu colpito!
Giovanni Vernazza inglese andrebbe nella bocca di tutti, in tutte le gazette; al pari dei Peteborug, e dei Smith. Giovanni Vernazza cremonese è guardato come uno sciocco, e si stette in dubio se avesse ad essere sepolto in chiesa. Il rischiarato parere del rischiarato parroco di San Michele era per il no.
[65] 30 settembre. Con lettera del ministro plenipotenziario in data de’ 14 di questo mese, dovendosi fare un espurgo generale della Cremonella, sua altezza reale l’arciduca Ferdinando di proprio suo moto mi ha delegato per far eseguire quest’opera, e far togliere i molini de’ padri agostiniani, de’ conti Visconti, e delle signore eredi Mainoldi, che sono posti in questo canale; uno de’ consultori il conte di Wilcech mi scrive congratulandosi meco d’una tal comissione. Dio me la mandi buona!
[66] 20 ottobre. Sul principio di questo mese è morta d’un colpo d’apoplesia in Piacenza dove era ad assistere al parto di sua figlia la marchesa donna Maria Pallavicini nata Zaccaria. Questa era una delle più rispettabili dame del nostro paese; le processavo la maggior gratitudine per la stima che degnava avere di me.
Morte fura prima i migliori.
Ho assistito a’ suoi funerali col cuore pieno di doglia. È stata sepolta in Sant’Imerio de’ carmelitani scalzi.
[67] … lucemque perosi
proicere animas …
Colà nei Campi Elisi, vicino alla regina Didone, a Catone, a Milord Peterborug starà Giovanni Guglielmini nostro cremonese, il quale essendo ardentemente inamorato d’una carogna per nome Veronica Alvergna moglie di un Giuseppe Cavalli, per costei si ammazzò circa il principio del mese. Era da molto tempo che l’infelice giovane delirava; le mille volte inganato, offeso, tradito dalla petegola, disprezzandola ed aborrendola non ne poteva però distaccare il cuore: egli stesso diceva essere ciò una spezie di malia, e che se persuaso non fosse stato che non esistevano sortilegi, costei averlo incantato avrebbe giudicato. Quando per agitarlo fingeva la falsa donna una gelosia del marito, tall’volta a torturarlo metteva in scena ora un suposto, ora un vero rivale. Ebro, e delirante d’amore, e di rabbia, sortì con tali minaccie contro il marito il Guglielmini, che il Magistrato Criminale le diede una spezie di bando. Stette non so che tempo in Parma; da dove venne giorni sono inoservato in Cremona; disse ad un amico col quale s’abboccò ch’era disperato, ed in prossimo di comettere quattro omicidi, cioè che voleva uccidere la donna, il di lei marito, ed un nuovo suo amante chiamato Riva; “Ed il quarto” richiese l’amico “chi sarà?” “Io” le rispose; né si fe’ gran caso di tali espressioni prendendole per esagerazioni d’un inamorato. Il giorno dopo va l’ardente giovane alla casa del Cavalli, ritrova la sua donna, le fa de’ brevi e male espressi rimproveri, e le chiede ove sia il marito; rispostole che non era in casa sorte; la donna lo segue, temendo che l’incontrasse, essendo l’ora che rientrava, e di fatti vedutolo da lontano le grida che si ritiri; allora il Gulielmini impugna uno stile, e le dà tre ferite dicendole, “Posto che ne vuoi più per lui che per me, muori”. Furono le ferite legerissime; la mano anche d’un furioso non sa vibrarsi contro ciò ch’egli ama di cuore. Cade la donna tramortita dalla paura assai più che dalle ferite; crede l’infelice averla amazzata, e guardatala con aria cupa, “Oh Dio cos’ho fatto” esclamò, “che abominevole carnefice son io mai! Oh Dio ti ho ammazzata!” Appena prononziate tai voci, si slaccia la sottoveste dalla cima al fondo, e si pianta quel pugnale che tuttavia teneva in mano sino all’elsa nel petto. Accorrono alcuni astanti gridando “Che fai”, ed egli temendo volessero impedirlo del suo progetto con rara ferocia si pose a squarciarsi col coltello così immerso la profonda ferita sinché spirò con dipinto in volto dolore per lei piutosto che altro sentimento. La donna si ristabilì prestissimo; i teologi non vollero il giovane sepolto in chiesa; l’atroce caso atterì la città. Le passioni che moderate sono un vento favorevole per la navigazione pel traffico, pei viaggi, per mille usi della vita, divenute violenti si fanno turbini che sconvolgono i mari, ed affogano i naviganti.
Un frate non pensatore dirà che in Cremona si leggono de’ libri proibiti e che per ciò non piove, che si ha poca religione, e per ciò si ammazzano. Un politico potrebbe dire, e forse con fondamento, che quelle anime che sono sogette a malarie simili a questa di Giovanni Gulielmini, essendo sane, e ben dirette, quali cose non potrebbero eseguire gloriosamente pel principe, per la patria, per la gloria del nome italiano?
[68] 3 novembre 1779. O rus, quando ego te aspiciam andavo esclamando da figlio di famiglia e pensavo alla mia villa di San Felice detta la Cà del Pesce, e vedevo con dolore rovinare per incuria l’abitazione de’ miei maggiori. Rimango libero alla fine, ed uno de’ miei primi pensieri si è quello di ristorare ed esornare questa mia casa di campagna: la rendo decente, e vado per la prima volta a passarvi alcuni giorni; l’altra sera giorno primo di novembre ch’era il dì di tutti i Santi ero stato con l’avoccato Vacchelli, e col signor Giuseppe Saglio onestissimo negoziante tutti due miei amici, a vedere la possessione di Santa Christina da me comperata dal signor Giuseppe Monti, quando nel ritorno verso mezz’ora di notte fummo incontrati sulla strada di San Marino vicino a casa da quatro birbanti che cominciarono ad insultarci con parole; forse sarebbero venuti ai fatti, ed il mio orologio, la mia scattola, i miei anelli sarebbero iti se la mia gente accorsa non avesse unitamente al comune arrestati dei quattro due che si trasmisero alle carceri. In quest’occasione l’affetto per me dei miei mi chiamò le lagrime sugl’occhi. I due arestati staranno in carcere vari mesi; gli altri due si sono ritirati fuori di stato.
[69] 17 novembre 1779. Non so se la soluzione di quel problema “Come i grandi ingegni fioriscano ad un tempo” sia applicabile, e valga a spiegare quel fenomeno che pur si vede spesissimo, che quando uno s’annega, e molti s’annegano in poco spazio di tempo, quando uno è morsicato da un cane arabiato, vari lo sono, quando si usavano gl’inspiritati, ed uno ne compariva in una parochia, o in un vilaggio, cento stralunavano gli occhi, e parlavano latino e greco con que’ daben preti che non sapevano né di greco né di latino.
In Cremona uno s’amazza, e quatro, o cinque si amazzano. Un prete curato di Fontanella arrivò i scorsi giorni in città, e si pose a fare gli esercizi spirituali ne’ padri misionari per sollevarsi da una violenta passione d’animo. Il medico dottor Ghisi chiamato non approvò gli esercizi per sollevare una passione d’animo; proseguì il buon curato a fare esami pratici, e meditazioni dei due stendardi; una sera chiede dell’aqua ad un frate laico che le dormiva in camera, ed intanto che questi va a prenderla si slancia dalla finestra, e si schiaccia il cranio sopra il litostratos “quod est ab operire.” Ed i teologi non ebbero nemeno la consolazione di definirlo danato mentr’era prete, e non leggeva libri proibiti fuorché il breviario.
L’altr’ieri a Sesto un certo Pigoti fittabile non avendo con che pagare il padrone si gittò in una roggia, e si annegò.
Cela passa la raillerie.
[70] Sul finire di novembre è morta la contessa Rosa dalla Rosa nata Maggi parente della mia famiglia.
[71] 28 dicembre 1779. Ho assistito oggi in Santa Lucia de’ somaschi ai funerali del conte generale Grisoni; ieri le si ferono le essequie militari sontuose. Fortunatamente che ha fatto testamento; senza questo ero io destinato procuratore del conte Grisoni fratello primogenito del povero generale dal conte presidente Carli, ed ho schivato un grandissimo imbarazzo.
[1780]
[72] Sabato 26 febraro 1780. È gionta nuova da Milano essere morto in Varese l’altezza serenissima di Francesco III d’Este duca di Modena. Sono stato sensibile alla perdita di questo principe; durante il mio sogiorno a Milano mi aveva distinto, usava meco di una somma clemenza, mi voleva spesso alla sua tavola, nelle sue partite particolari. Nodrivo una vera riconoscenza per tante bontà usatemi. Era questo principe adetto singolarmente al militare, e ne manteneva tanto quanto altre volte ne tenevano in attualità i re; era stato involto nella sua gioventù ne’ grandi torbidi dell’Europa; aveva comandato le armate francesi, e spagnuole. Amava le lettere ed i letterati, ed aveva eretta in Modena un’amplissima biblioteca; ivi ha pure lasciato un’albergo ed un ospedale che sono fabriche regie. Venne l’anno 1754 se non erro a governare lo stato di Milano per Maria Teresa augusta durante la minor età dell’arciduca Ferdinando, al quale ha data in moglie Maria Beatrice d’Este sua nipote figlia di suo figlio. Passava per essere assai amante del danaro. In picciola compagnia era amabilissimo; con gente che non conosceva era silenziosissimo. Si vuole che i suoi stati non fossero felici sotto il di lui governo; la sua absenza da questi, e le imposte gl’impoverivano. Le si è trovato un gran cumolo d’oro; si pretende che montasse a ottocento mila zecchini. Era nato il due luglio del 1698; è morto il dì 22 febraro 1780.
[73] 26 febraro 1780. Ho assistito questa matina ai funerali che si sono fatti in Sant’Abondio de’ teatini alla marchesa donna Barbara Manfredi. In lei finisce la schiatta de’ Raimondi illustre famiglia nostra patrizia. Fu in sua gioventù graziosa senz’esser bella; certo di lei intrigo con un uffiziale ongaro il barone Culuoki fece parlare il mondo. Rimasta vedova faceva l’amore col vescovo nostro monsignor Fraganeschi; era assai vecchia.
[74] Decozione d’uva d’orio picciolo arboscello che cresce in Spagna, e si ritrova nelli Svizzeri alle radici dei monti Succhet fu l’ammirabile segreto col quale il dottor d’Awellon chirurgo di Cadice liberò dalla pietra un contadino per nome Ximenez nel termine di cinque mesi.
[75] Sul principio di quaresima di quest’anno del Signore 1780. In questa fedelissima, e felicissima città sono occorsi due casi che meritano d’essere scritti al paese.
Due giovani cavaglieri addattando una satira fatta in Venezia per delle dame di quel paese ad alcune dame nostre misero molti di buon umore, e molti di mala voglia; uno dei due cavaglieri don Giambatista Manna che fu supposto l’autore di questa rapsodia si disse bastonato per ordine d’una delle dame mal tratate; se fosse realmente bastonato non si sa, ciò che è certo si è che furono appesi agli angoli di moltissime strade de’ bilietti che asserivano, e notificavano al publico che era stato vapulato.
La satira era la seguente per quanto mi ricordo.
Una donna che tira le reti che sono forate siché gli uccelli fuggono col motto: Le gibier s’enfuit, e le filet me manque. – Contessa donna Antonia Schizzi Torelli.
Una vigna spogliata di grapoli, e sino di foglie per la grandine: Les vendatiges sont faites. – Marchesa Laura Araldi nata Pavesi.
Una torre circondata da assedianti: sulla porta un gueriero coperto di ferro armato d’alabarda col motto: Attandez qu’il soit endormi, et je suis à vous. – Contessa donna Marianna Archinto Manfredi.
Una bella donna coricata nuda con capelli sciolti, col motto: Je suis épuisée, je n’en puis plus. – N.N.
Un’alta rupe sulla quale s’arampica gran numero d’ogni fatta di gente: Il y-en a pour les grands et les petits. – Marchesa Anna Zucchelli Alberiggi di Quaranta.
Una donna su d’un canapé languente; due vecchi se le struggono dietro; molti giovani la guardano dalla porta: Le coquetisme expirant. – Marchesa Laura Arigucci Picenardi.
Una vite che sostiene due olmi, col motto: Au contraire. – Donna Costanza Sommi nata contessa Mainoldi.
Statua chinese su d’un piedestallo d’argento: donna Laura Manara nata contessa Mainoldi.
Lampada gemmata che risplende la notte nella gran sala della galleria: marchesa Laura Maggi contessa Martinengo.
Statua di Pigmalione bella e senz’anima: marchesa Isabella Vaini Magnoni.
Guardaportone della galleria: donna Maria Ferrari nata contessa Poncavalli.
Due statue collosali nell’antisala della galleria: donna Isabella Barbò Mainoldi, donna Barbara Sozzi Baleotti.
Una donna che oculatamente esamina una gabbia in cui tien chiuso un canarino per otturare ogni adito alla fuga, col motto:… – Contessa donna Giulia Schinchinelli Viale.
Una donna sedente ad una mensa imbandita di copiose vivande, che nausea tutto fuorché un piatto inglese di grossolano rost-beef che aggradisce con avidità col motto: J’ai trouvé ce qui m’a piquée. – Donna Maria Parravicini nata contessa Barni.
Custode e dimostratrice della galleria la contessa Eleonora Schizzi nata Orvati che va spiegando gli emblemi al conte Carlo Soresini curiosissimo cavagliere.
[76] 16 agosto 1780. Oggi arivo da Milano ove sono stato a fare la mia corte al nostro reale arciduca. Tutte le graziosità fatte per lusingare l’amor proprio d’un sudito le ha esercitate meco questo clementissimo principe. L’arciduchessa, il principe Albani, il conte di Firmian, il conte di Wilcech, il consultor Pecci hanno usato meco le più obbliganti maniere; la marchesa Elisabetta Litta mia antica padrona si è degnata mostrarmi quell’affetto che si potrebbe per un figlio; quel buon vechio del consultore don Paolo della Silva le più gentili accoglienze. Tutto il mondo, oso dirlo, a gara per obbligarmi. Pranzi, cene, partite di piacere; quel linguaggio di fina adulazione che non consiste nelle lodi strabochevoli che uno ti dice al naso, ma che consiste in cento direi quasi nulla indefinibili, che va al cuore, e non si sa usare fuor che nelle capitali, tutto è concorso per farmi piacere, ma… ma sono a Cremona ed ho ogni ragione d’essere contento del mio viaggio, e se non lo sono egli è certo per colpa mia. A Milano ero stordito pel gran mondo e m’annoiavo; a Cremona mi annoio pel ritiro e la solitudine; quale di queste due noie è preferibile? Non lo so. Querit ephipia bos piger, optat arare caballus. Ciò che mi è stato carissimo si è l’aver fatto delle nuove conoscenze, col giovane conte Francesco Melzi l’una, col principe di Chimais l’altra.
[77] 16 detto. Non ero ancor gionto a Cremona, che longi tre miglia ho sentito il fiero caso accaduto ier l’altro. Si dice che don Pietro Gerenzani Bonhomi sortendo dal celebre caffè di Piazza Picciola volesse imporre silenzio a due uomini del popolo che fingevano di quistionare; questi risposero al cavagliere con dispetto; in fine da un certo Rinaldi detto Rizzolino fu impugnato uno stile ed investito il Gerenzani; si diffese questi validamente colla sola canna d’india che aveva sinché le riuscì di fuggire. Un tenente Galimberti del regimento Belgioioso accorre allo strepito; a questi il Rinaldi pianta lo stile nel cuore, e poi fugge. Sottrattosi per ben due giorni alle squisite ricerche che se ne facevano stando appiatato in un campo, alla fine spinto dalla fame sorte, si lascia vedere, ed i contadini lo circondano; il feroce giovane per non essere preso vivo si dà due gran colpi di pugnale nel petto, ed è semivivo portato in città, e posto nelle carceri.
[78] 12 dicembre 1780. Dopo le inquietudini nelle quali siamo stati per la grave malatia dell’augusta nostra clementissima sovrana l’imperadrice Maria Teresa d’Austria; oggi abbiamo ricevuta la nuova della di lei morte. Fu questa principessa una donna da secolo. Dotata d’una belezza da sorprendere, rapiva cogli ochi tutti quanti i cuori riunendo insieme maestà, dolcezza, clemenza, affabilità. Ebbe moltissimo ingegno, lo coltivò, e sorprese altretanto colla sua sapienza, quanto colla sua belezza. Figlia, sposa, madre di Cesari, fu la delizia dell’imperador Carlo sesto di lei padre; fu idolatrata dall’Antonino de’ tempi nostri, Francesco primo augusto di gloriosa e cara memoria; fu sempre venerata dall’augusto nostro presente padrone l’imperatore Giuseppe secondo, al quale Iddio dia ogni bene e felicità, e gloria. Appena montata sul trono de’ suoi padri, che l’Europa tutta se le dichiarò nemica, ed essa resiste a tutta Europa con animo, e virtù eroica. Diede un’educazione a’ suoi figli quale non l’ebbe verun altro principe de’ nostri tempi; fu la madre del mio buon principe l’arciduca Ferdinando che amava con tenerezza. La di lei generosità andava anche aldilà della sua grandezza; se fosse stata padrona della terra avrebbe auto appena abastanza onde fare del bene ai sudditi che essa aveva nei domini austriaci. Quel cuore benefico non si appriva alla gioia in questi ultimi tempi dopo la funesta perdita del marito suo se non se allora che conferiva una qualche beneficenza; mille esempli vi sono su ciò che qui non so riferire. La di lei clemenza era uguale a quella di Tito; sembrava per dir così che le offese fattegli fossero un titolo onde ottenere perdono; a quanti traditori donò la vita! Se il supplizio d’un reo giungeva a sua notizia, il reo non perdeva la vita. Di costumi santissimi, e intemerati, non la maldicenza, ma nemeno la calunnia osò mai attacarli. Amò le arti, e le scienze, e le incoraggì; ci tolse l’Inquisizione; fu religiosa, ma non fanatica, aveva viscere di pietà per chi soffriva; vedemmo, raro spettacolo! la compassione seduta sul trono. Quall’ora leggo ciò che l’adulazione lasciò scritto negli antichi marmi o bronzi di molte imperatrici, alle quali si diede il titolo di Mater orbis, Mater castrorum, Mater patriae, Mater Caesarum, alle quali si consacrarono altari, e templi Laetitia orbis fondata, Laetitiae temporum, Felicitas saeculi, tutti, tutti questi titoli gli dò nel mio cuore alla mia buona defonta padrona. Non la conobbi personalmente, ma le sono stato fedelmente attacato e di cuore sin che ha vissuto; e la sua memoria mi sarà in venerazione sin che vivrò; ero ier l’altro nel Duomo nostro ove si facevano delle publiche preci per lei; l’afflizione di questo povero popolo; l’idea dell’afflizione del mio principe; la considerazione delle tante sue virtù mi chiamarono le lagrime sugli ochi, né le potei trattenere. È morta in Vienna la sera del dì 29 dello scorso novembre.
Così finisce ogni gran cosa in terra.
[79] 27.th December. I have assisted this morning in S. Sepulcher Cheaurch to burial of the late Count Francis Asti Cremonese patrician. Hi was but a coxcomb son of a blochead, brother of a blochead, father of a blochead, great father of blocheads. I hope. Amen.
[1781]
[80] 3 Avril du 1781. Don Ignace Vernazzi le dernier de sa famille qui à éte illustre dans notre pais est mort. C’étoit un homme dur en apparance mais en realité charitable envers les povres; riche et ignorant a son avis ce quil ne savoit pas n’existoit point; grossier et sans aucune education il étoit fait pour aliener ceux mêmes qu’il se proposoit d’obbliger. Bigot iusqu’à la stupidité une maxime de l’Evangile n’etoit de rien vis a vis l’assertion d’un jesuite; declamant touiour contre les vices du tems, et contre la iunesse il étoit emerveillé losqu’il voiet une quelque bonne action faite par un homme qui n’avoit pas la renommée d’etre devot. Tetu comme un Cremonois du tems de S. Bernard, il faisoit de tres mauvaise grace le bien, secouroit des povres familles, assistoit l’indigent; c’etoit le Borrù Bienfaisant. Il a laissé tout son bien au Marquis Gerome Ugolani qu’il regardoit comme son ami; il a laissé un gros leg à D. Giulio Bonetti qui, a ce qu’on pretend, le refuserà. Si cela est quelle modeste fierté! Peut’on refuser d’etre riche iusqu’à ce qu’il-y-a des povres?
[81] 26 maggio 1781. È gionto oggi l’arciduca nostro per assistere all’esercizio che ha fatto il regimento di Belgioioso; questa matina essendo all’anticamera sua altezza reale mi ha chiamato per un’udienza mi ha chiesto de’ studi della città, ed io l’ho raggualiato delle due mie comissioni, l’espurgo della Cremonella, e le riparazioni del Po. Al dopo pranzo ero alla Piazza del Castello col senatore de Capitanei, e vi faceva un freddo strano: v’era concorsa tutta la città.
[82] 26 luglio 1781. Un porco di frate di nome Calderoni lettore carmelitano di San Bartolomeo avendomi presentato alla revisione tre ridicole tesi delle quali una pretendeva mostrare l’utilità dei frati, fu da me rifiutato; l’impudente frate fece frodolentemente stampar le tesi in Milano, vantandosi che si sarebbe fatta la difesa in Cremona mio malgrado; avendo io scritto al governo su di ciò, a posta corrente sono stato incaricato io stesso dal reale governo d’intimare ai frati carmelitani la sospensione della diffesa con una graziosissima lettera. Viva il clemente, il rischiarato governo nostro. Viva Giuseppe II, viva Ferdinando, e moiano i frati!
[83] 4 agosto 1781. Colle lettere d’oggi ricevo ordine dal ministro plenipotenziario conte di Firmian che l’arciduca mi comanda di far eseguire le opere da me progettate intorno le riparazioni del Po. Il Magistrato Camerale mi ha fatto scrivere dal conte di Rogendorf una lettera di congratulazione su questa importante incombenza adossatami con tutte le marche di onorifico possibili. Che peccato di non poter essere ambizioso! Mi sembra di potermi paragonare ad un nonagenario al quale mentre le si irrigidiscono le estremità, una bella ragazza lussureggia d’intorno, e le dà de’ baci.
[84] 6.th August 1781. She is no more the same! t’is plain. She is intirely lost for me. Iudgment dispel the dream of heart! that long, that fatal dream, the curse of my life. This woman alreadi so beloved, so praise worti of a so mild temper, melting in tars at the sigts of an unappi creature watsoever, is now a quaite different thing. Proud, almost alwais angry, humorous, affecting the airs of a greatest rang woman, bursting in furors’ fits unsuitable to all rangs and conditions for the most insignificant things. She is qui te different from that modest, timid, virtuous loveli woman that she was formerly. Wath celestial behaviour was sine, wat angelic creature! She is no more the same, she is lost. The bads companies, rascals, ruffians have snatched from her so mani goods qualities. Heaven what deplorable lost. She was inflamed formely at the perusal, at hearing a generous act, she blusches now… at consideration of the ver tu and humaniti. Last year being her father at a loss, she was rioting in the countri; one of her poors daugters is dyng, and this stone hearted woman contemples that scene of orror witout a tear, or a sight. Curse on the bads companies, on the seductors of good-hearted creatures. What griefing lost for me!
[85] 8 agosto 1781. Maria Amalia arciduchessa infanta di Spagna sorella del nostro imperadore e sposa dell’infante duca di Parma è passata di qui questa matina per andare alla fiera di Brescia; era accompagnata dalla contessa Del Verme sua dama di corte sorella della contessa di San Secondo. Ieri pranzai dal marchese Vidoni colla marchesa Isotta Pindemonti Landi che è pure dama della stessa principessa. I lickes this Ladi as a sister.
[86] … Quid intactum nefasti
Liquimus?
15 agosto 1781.
Ritorno a casa in questo momento pieno di tristezza, e di pensieri. Sono stato col Collegio, secondo l’uso antico a fare la solita offerta al Duomo. Qual silenzio, qual vuoto, quale differenza da quello che era questa chiesa negli anni andati! molto più poi negli anni antichi! Tutte le Università vi comparivano co’ loro stendardi, tutte le terre, e città della provincia nostra, e chiamate ad una ad una da un publico banditore avvicinavansi all’alto palco che ivi stava eretto, ed ai signori della fabrica presentavano le offerte.
Tutti i Tribunali, i Dicasteri; le Arti, i Mestieri, i Collegi, i diversi Corpi civici, tutti in pompa vi comparivano. La vigilia era per Cremona un vero dì di festa. Eravi la così detta batagliola simulacro delle antiche fazioni, od imagine ed avanzo dei partiti guelfo, e gibellino; si vestiva di nuovo la statua di Giovanni Baldesio detto Zanino dalla Balla, e di Berta Zola di lui moglie; nel vechio vestito involgevasi una moneta, e gittandolo in piazza dai brentadori armati di alabarde facendosi cerchio sotto la loggia ove stanno le statue, quegli tra loro che sulla punta dell’asta fermava lo straccio era guardato come vincitore. Immenso era il popolo spettatore; eravi presente il Maggior Consiglio dei patrizi; il senatore podestà, il comandante dell’armi. I trombetti ed i piffari precedevano la città che in corpo andava la sera del dì quatordici in Duomo alla benedizione; più anticamente facevasi la caccia del toro, per vedere la quale concorrevano d’ogni banda i forastieri.
Non v’era quasi festa dell’anno che non fornisse un publico spettacolo. A Sant’Anna si strappava il collo all’oca sul Po, ed io che non son vecchio ricordomi nella mia infanzia d’aver veduta una tal festa; era il fiume coperto di barche; era la sponda coperta di popolo; la città tutta era fuori di città; stromenti di musica risuonavano tutt’intorno ed eccheggiavano le voci di applauso d’un popolo lieto: sopra picciole gondolette scorrevano come il vento rapidi i destri nuotatori, che passando sotto la tesa fune alla quale erano pei piedi attacate le oche, cercavano di strapparle il collo. V’erano poi i palj: a San Donato si poneva un coniglio; a Sant’Elena una gatta; e così ad altre parochie, e chi arrampicandosi al paglio prendeva la gatta, la pecora o ’l coniglio aveva non so quante braccia di panno cremisino; si andava a San Paolo in camiscia a pigliare i gnocchi con un spadone, ecc. ecc. Si rallegrava il popolo; ne parlava; ed intanto dimenticava i disgusti; lasciava in pace il prossimo; era il popolo grossolano, buono, non maligno, e contento. Gli orrori dell’infame Tribunale dell’Inquisizione, le tenebre della superstizione grossolana erano soportabili con questi diversivi, che addolcivano sino le prepotenze di noi patrizi. Intanto scriveva Girolamo Vida, e Giulio Campi dipingeva, e Dattaro architettava. Elio Crotti, Gabriele Faerno, Benedetto Lampridio rapivano i cuori colla dolcezza del canto; Soiari, e Boccacino, e Malosso amagliavano l’inteletto per gli occhi colla magia dei colori; e gli uni, e gli altri portavano la gloria del nome cremonese presso gli esteri, siché i principi consultavano il nostro Collegio, che colmavano di onori colle maggiori qualifiche, lo consultavano dico sui punti più astrusi di giurisprudenza.
Cosa siamo noi ora? Un po’ meno bestie dei nostri avoli, ma di poco, ed in vece cento volte di loro più baron cornuti. Non crediamo, per esempio che i demoni sortino dal corpo delle ossesse in forma di lucertole alate; non crediamo, almeno generalmente, che le streghe prendino la forma di gatto per obbligo di statuto; non crediamo che fosse privilegio del padre inquisitore, quando vi era, di chiamare a sé il diavolo, e che fu visto le più volte sulle scale del infame Tribunale dell’Inquisizione: è vero non crediamo a tutto ciò; ma in vece quante verità fisiche, astronomiche, politiche ignoriamo, o non crediamo; quante sciochezze in ogni facoltà, e d’ogni fatta non ottengono ogni nostra, e più piena credenza! Maligni, piccioli, ed imbecilli avessimo almen conservata quella bonomia dell’ignoranza che caratterizzava i vecchi lombardi. Invidiosi, e dettrattori; occupati mai sempre d’un ozio malnato, mancando di coraggio per vendicarci delle suposte offese, che ci dipinse offese l’invidia, ci vendichiamo colla calunia, col moteggio più scimunito; coll’inventare sporche cose ed attribuirle a quegli che ci proponiamo di denigrare; sperando se non altro che la voce che ne correrà potrà a lui fare della pena. Bricconi per prodigalità da figli di famiglia, niente si lascia intentato per avere denaro, o rubandolo al giuoco, o ingannando chi lo possa prestare; birbanti da padroni di casa per avarizia, le suddicie usure, i lesivi contratti, e le frodi sono il vanto di quei sporchi, e le lagrime del povero, e dell’oppresso, le grida, i gemiti del desolato eccitano le risa di una parte di quelle anime infernali e gli applausi dell’altra.
Un sentimento onesto, un tratto disinteressato, una sentenza dilicata che ti sfugga; tu sei spacciato; la raccontano i zerbini alle tavolette delle dame, rivestendola di nuovi colori; tu sei un romanzo ambulante, un signor Lelio della comedia; i gravi padri della patria prenderanno caritatevolmente le tue diffese; diranno che quei ridicoli sono da perdonarsi, ma che non lo sono così gl’irreligiosi sentimenti, e le prave massime che tu spacci, senza però accenarne nessuna: che se per caso il tuo principe ti avesse mai distinto con della clemenza, che se il popolo tuo ti avesse onorato mostrandoli dell’amore, o ti avesse una sol volta salutato per padre, credilo le calunnie, i sarcasmi, le detrazzioni, le imprecazioni, i titoli d’empio, di dissoluto ti pioveranno adosso d’ogni banda. L’abitino, ed il topé ed i tacchi rossi degli uni; l’aria grave la serietà asinesca degli altri, formeranno il loro merito; il tuo demerito lo faranno le tue qualità stesse, né i pochi amici tuoi basteranno ad opporsi al torrente che tutto inonderà contro di te. I preti, ed i frati poi, i pacifici ministri dell’altare, i miti sacerdoti daranno l’ultima mano all’opera; riconosciuti per ciò che sono, in questo rischiarato secolo, e trattati in conseguenza, faranno gli ultimi sforzi contro di te, né vi sarà azione tua veruna abbenché santa che non sia sinistramente interpretata; di me hanno detto quei baron fotuti che ho dei libri di magia, che sono il nemico dei religiosi, che so la lingua inglese, che sono un eretico, un deista, un ateista, un libero-muratore, un filosofo, un miscredente, un camisin curt, che ho dei pati taciti con il diavolo, che non credo nel papa, che leggo de’ libri proibiti, che sono uno scomunicato, un dissoluto; e qualche d’uno è giunto a tacciarmi sino d’impotente, e che questo era il motivo per il quale non prendevo moglie; altri hanno detto ch’io avevo tre bastardi, ecc. ecc. ecc. ecc. E se tante, e tant’altre cose hanno detto di me che non ho alcun merito, cosa diranno, o lascieranno di dire di te se ne hai alcun poco?
[87] 24 otobre 1781. Il dì 17 di questo mese alle ore quatordici ha cessato di vivere il conte Giovanni Ambrogio Biffi mio padre. Sono rimasto privo di quanto avevo di più caro, e rispetabile al mondo. Ho perduto in lui il migliore dei padri, il mio amico, l’amico della mia infanzia, il mio benefatore; quegli che non mi comandò mai, ma mi ammonì, m’instrusse e m’inspirò di buon ora le vere massime del vero onore; egli mi fe’ suchiare col latte l’amore, e la riverenza che dovevo al mio principe, alle leggi, ed alla mia ingrata patria. Egli mi amò sempre con una tenerezza senz’esempio, e lo riamai in uguale maniera, e l’ho perduto! Divideva meco tutte le mie pene ed i miei piaceri; ciò che approvavo era approvato da lui; bastava che uno fosse mio amico perché tosto fosse pure il suo: troppo favorevolmente prevenuto per me si gloriava di me, non avevo una distinzione che non gioisse, non avevo un ramarico che non se ne affligesse; sentiva a lodare una buona azione, ed anch’egli diceva d’avere un figlio ch’era capace di farne; si parlava d’un uomo cativo, ringraziava Dio d’averlo benedetto con un figlio onesto; non v’era niente di me che non degnasse lodare ed esaltare.
Aveva sortito dalla natura un cuore sensibilissimo, un carattere dolce, un’anima virtuosa; vero e sincero sino allo scrupolo; fiero ed ardito nella lealtà, faceva consistere la nobiltà del rango nell’onoratezza in ogni cosa: aveva tutte le massime che ne’ tempi andati costituivano que’ generosi gentiluomini, che noi adesso, ne’ rischiarati tempi nostri, guardiamo come cavaglieri da romanzo; essi erano onesti, e noi siamo bricconi. Picciolo piutosto di statura, benissimo formato della persona, destro a tutte le arti cavaleresche, la fisionomia vivissima, gli ochi sfavillanti, era faceto nella conversazione, distratto ed anoiato negli affari, ammenché non fossero miei, rigido in ponto d’onore, geloso mantenitore di sua parola, portando la delicatezza dell’onore sino al pregiudizio, avendolo io più volte udito dire che in questo sol ponto si ponno trasgredire le leggi per conservare al proprio sovrano un corpo di nobiltà senza bruttura, “Anche la morte è da preferirsi all’infamia: ti amerei meglio morto che avvilito” mi diceva. Impetuosissimo nella collera, ma questa era momentanea, e si ravedeva, e si scusava con una grazia inimitabile. Compassionevole ai mali altrui, affabile, generoso, modesto, era generalmente amato da tutti, e la di lui onoratezza conosciuta, e rispetata.
La di lui educazione era stata negletta assai, non era uomo di lettere, abbenché amasse moltissimo i letterati; sapeva però il francese, il tedesco, e la lingua sua propria assai bene; intendeva tanto di latino da capire la Bibbia che non legeva; era religioso ma senza smorfie; niente lo scandalizava se non se una cativa azione, o una mancanza di parola data. Si confessava una volta l’anno dicendo non fare egli peccati alla sua età, che in gioventù ne aveva fatti d’una sol sorte che non disdicono coll’onoratezza; mi si dice di fatti che fu egli assai galante, e fortunato col bel sesso. Dapertutto dove trovava delle contradizioni, ed in qualunque sistema, le rilevava, aiutato dal semplice buon senso, e ne rideva. Era tolerantissimo, né mai volle male ad alcuno per diversità d’opinione; odiò quindi mai sempre i fanatici ed i persecutori, ed ebbe in esecrazione il Tribunale dell’Inquisizione sino da que’ tempi nei quali tutti lo rispettavano.
Si fece sempre un’idolo della pace domestica sacrificando a questa moltissimi suoi interessi, ed inghiotendo dispiaceri gravi per parte d’un fratello suo di un carattere duro, e che voleva comandare, e per parte di mia madre donna virtuosa ma d’un carattere austero che non combinava col suo affetuosissimo.
Amava le belle arti, la pittura massimamente, che esercitò; aveva ereditata questa passione dal suo eccellente padre; studiò da prima sotto un mediocre pittor figurista Bernardino de Hò, poi il paesaggio sotto Sigismondo Benini, e questi fu quel genere nel quale riuscì discretamente per un dilettante, ed alcuni quadri suoi che ho nella mia casa di San Felice lo dimostrano; fece anche di battaglie, ma non riuscì; non fondato nel dissegno della figura non meteva ne’ suoi dipinti di bataglie se non se un fuoco ed una furia singolare nelle azioni, ed in ogni espressione.
Erano già tre anni ch’era stato colpito da un accidente apopletico che lo aveva reso paralitico da tutta la parte destra, braccio, mano, coscia, e gamba; confinato su d’una sedia opure in letto, non perdé mai coraggio, o giovialità quell’anima nobile; spesissimi le replicarono i colpi in questo tempo, ed era per me un indizio quasi certo che andava ad avere un nuovo accesso quando lo vedevo duplicare la sua tenerezza per me. Era il giorno quindici di ottobre che montai al suo appartamento per salutarlo, quando sentendo una carezza di casa mi chiese per chi fosse; le risposi ch’era la mia, e per me avendo a servire un cavagliere torinese che mi era racomandato, il conte canonico de Comitis. “È giusto” mi disse “che tu vada ad accompagnare il tuo viaggiatore, ma intanto che tu le fai compagnia io sarò privo di te, e non sai che mi resta pur poco a goderne?” Non potei nasconderle il molto mio turbamento, e nel baciarle la mano mi vennero le lagrime agli ochi pregandolo a non funestarmi, e non funestarsi con questo linguaggio. Prese egli allora un aria solenne come non gliel’aveva veduta mai, e stendendo prima verso di me, poi alzandola al cielo, “Non ho che una mano per abbracciarti, e benedirti filiol mio, ne adoprerei cento se le avessi, Iddio ti benedica sempre, e ti remuneri per la tua pietà figliale verso di me; mi dichiaro contento di te, e delle tue azioni, e del tuo cuore; Iddio ti benedica come io ti benedico, e possi tu ritrovare in tutti quelli coi quali avrai a fare nel corso di tua vita il cuore di tuo padre. Amen.” E mi teneva la mano sul capo mentre io piangevo sull’altra sua mano che baciavo. Mi tolsi da quella troppo tenera scena che mi strappava il cuore; lo rividi la stessa sera, ed il giorno sedici quatro, o cinque volte, ma era languente, e ragionava non seguitamente; “Non v’è più oglio” mi disse “figlio mio la lucerna è esausta”; poi mi chiese se l’arciduchessa che con tanta clemenza mi aveva domandato di lui era ancora in Cremona; poi se ritornavo a Scandolara dal marchese Ali; erano questi sintomi d’un nuovo colpo del quale non s’eravamo accorti. La matina del 17 mi venne un servitore in camera ad avvertirmi che aveva perduta conoscenza; corsi nella sua stanza, spedii a prendere il medico, il chirurgo, ed il curato; egli era ancor vivo; mi ritirai fratanto; quando avertito che il medico era giunto le chiedo se v’è a sperare, e questi con un gran sangue freddo mi dice: “Non vive più”.
Fuggii da quella stanza di morte, avendo tentato in vano di baciarle la mano ancora una volta.
Non ho verun’altra consolazione nella irreparabile perdita che faccio se non che la sicurezza di non aver mai contristato in mia vita questo buon padre, questo padre incomparabile; in una sol cosa l’ho disubidito, ma Iddio sa s’ero scusabile nella mia disubidienza: ei voleva che prendessi moglie, ma col cuore prevenuto per una donna che non può essere mia, col cuore pieno di lei per mia sventura, e solo di lei, come avrei potuto dare la mano ad un’altra? Mi sarebbe sembrato di comettere una cativa azione. Tu vedi anima generosa là dal cielo ove stai, se là stanno e di là vedono le anime dei buoni, tu vedi quanto mi è costata la scusabile mia disubidienza; tu sai che sono l’uomo il più infelice del mondo, e mi compiangi, durando in te la solita tua bontà. Quella che tu avresti voluto per figlia, la virtuosa giovane che avresti voluto che fosse la mia sposa, donna Camilla della Somaglia, che avrebbe certo fatta la mia felicità, che mi amava, e ch’io stimavo, non avrei potuto amarla amandone io un’altra. Possi il conte di Casalgrasso meritar sempre la sua fortuna di avere una moglie tanto degna. Io non ne avrò mai altra, in me finirà la mia famiglia; né io potrò mai essere ad altri un tanto buon padre quanto lo fu a me il conte Gianambroggio Biffi, la di cui cara ed onorata memoria avrò sempre in venerazione sino all’ultimo mio respiro che mi auguro così placido come fu quello di quell’anima onorata.
Pensieri e frammenti filosofici
Cesare Beccaria
PENSIERI E FRAMMENTI FILOSOFICI
| Testo critico stabilito da Gianni Francioni (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, II, 1984, pp. 277-310) |
Pensieri staccati
I. Ditemi cosa fa bisogno per essere meno infelici, se pure questo nome di felicità esiste.
II. Dialoghi dei posteri: opera fattibile.
III. Le penchant des hommes à un tel plaisir plutôt qu’à un tel autre est une des causes principales de la diversité des caractères. Et cela dépend des premières sensations agréables reçues par l’enfant: il cherchera, grand, les plaisirs qui ont été les premiers qu’il a prouvez.
IV. Dans les tems de simplicité, la force des passions est en masses considérables, dans le tems qu’on appelle corrompu, éclairé etc. les passions s’éparpillent, pour ainsi dire, en petites parties.
V. Est-il vrai que pendant qu’un plaisir nous touche, pendant qu’il n’est point entré dans les limites de l’indifférence ou de l’ennui, nous n’en souhaitons pas un plus grand? et que les plaisirs les plus forts sont sujets aux plus grands inconvéniens? Voilà peut-être une raison de préférer les plaisirs plus tranquilles, qui sont mêmes les plus durables, aux plus vifs.
VI. Spesso il primo sentimento che si presenta in morale non è il migliore per la legislazione, chiave che spiega i motivi e i pretesti di molte cattive leggi.
VII. Ogni legge che ristringe in più precisi e chiari limiti la legge medesima, è preferibile, ceteris paribus, ad un’altra che lo fa meno. Assioma che credo evidente in politica.
VII. Una delle massime precipue è che il legislatore si astenga, per quanto gli è possibile, di instituir corpi separati e distinti dalla nazione.
IX. Esaminare se fosse bona istituzione militare il fare delle ferite un titolo di rango e di avanzamento.
X. Sembrami che i mali (considerata l’umanità nella sua specie e non gl’individui) sieno necessari per richiamarli senza cangiamento allo stato primitivo di uguaglianza. Prima erano soggetti e doveano cangiarsi; dopo vi resteranno almeno per un più lungo tempo che i mali non durarono. Cercare le proporzioni fra le durate successive dei differenti stati per cui è passata l’umanità. L’esperienza sola rende stabilmente fisso l’uomo nei suoi sentimenti. L’enorme sproporzione ha fatto nascere tutto ciò che l’eguaglianza non avrebbe potuto far nascere per mancanza di motivi spingenti e che potevano contribuire a rendere più felici gli uomini nello stato della uguaglianza ecc.
XI. Trovare, nella distribuzione delle ricchezze, trovare il massimo punto di durata di disuguaglianza possibile e così il minimo.
XII. Romanzi e storie: parallelli tra loro: influenza e direzioni di farlo. Fino a che segno gli errori e quando lo sia.
XIII. L’idee più durevoli e più efficaci sopra di noi son quelle delle quali vediamo i limiti. Quindi le idee della vista ecc.
XIV. Quando si ha ragione si è facilmente generoso (detto della illustrissima signora contessa Somaglia).
XV. È facilissimo di confondere l’idee complesse e i giudizi che ad ogni tratto facciamo nella nostra mente. Giudizi sono uno degli elementi di ciò che chiamansi idee vaghe e incomplete: è raro che riceviamo idee senza far paragoni ecc.
XVI. Tutto ciò che serve a particolarizzare le idee generali e far vedere il rapporto di un segno generale o d’idee generali nelle particolari, tutto ciò che le idee vaghe rende precise con delle accessorie, abbellisce lo stile: i limiti non solo rischiarano ma piacciono.
XVII. Lodate troppo una persona e diventa pedante. Negligentate troppo una persona, o l’avilite o la diventa intraprendente: rare volte ha la costanza di voler semplicemente la vostra stima meritarsi.
XVIII. L’oscurità delle cause fisiche moltiplica agli occhi del popolo le azioni delle cause morali.
XIV. Le nazioni allora più pensano alla perfezione ne’ loro stabilimenti quando più son corrotte.
XX. Gli uomini quando non sono sicuri vanno al di là del loro scopo.
XXI. La legge deve prevenire quei disordini che tendono alla disamalgamazione dell’interesse privato dal publico; deve aspettare quando nascono a rimediare a quelli che turbano gli interessi privati senza fare i publici.
XXII. Le cause fisiche più possono a cangiar che le cause morali. Le morali si mettono facilmente in equilibrio.
XXIII. Ricordarsi nel libro di far spiccare questo pensiero: che i dicasteri politici legislativi devono imporre, quei di giustizia no.
XXIV. Il coraggio de’ selvaggi è piutosto nel sentimento delle proprie forze, ne’ muscoli, ma non è coraggioso nell’opinione; onde un coraggioso di opinione doma e regge facilmente i selvaggi.
XXV. Gli uomini preveggono più lontano nelle cose d’opinione che nelle cose reali e di fisici bisogni.
XXVI. Le opinioni religiose si devono considerar buone o cattive politicamente, non tanto per le virtù che raccomandano o per i vizi che proibiscano, essendo quasi tutte simili in ciò; ma per i mezzi che propongono e per i motivi che adoprano per ciò ottenere.
XXVII. Fra due leggi opposte, tra due stabilimenti di usanze che hanno inconvenienti e vantaggi, bisogna consultar qual origine abbiano in natura e limitarli coi limiti fissati dalla natura medesima. Esempio: il pensiero della posterità, che le leggi limiteranno a sufficienza a due o tre generazioni ecc.
XXVIII. Metempsicosi preferibile politicamente ad ogni altro dogma di vita avvenire.
XXIX. Le parole esprimono o imagini o rapporti d’idee, non già imagini contrastanti tra di loro: quando si esprimono le idee ad una ad una, non per parole esprimentine più insieme, il linguaggio è sempre composto d’imagini e per conseguenza poetico.
XXX. L’uomo ama di scorrere in un circolo di varie abitudini piuttosto di gettarsi in una serie nuova d’idee.
XXXI. La causa prossima delle azioni è la fuga del dolore, la causa finale è l’amor del piacere. Teorema generalissimo.
XXXII. La morale è stata composta dei sentimenti primitivi forti ed utili che potevano sussistere nei stati primitivi di società meno raffinata e stretta, dopo si è aggiustata come si può colle modificazioni allo stato peggiore.
XXXIII. Quando un uomo ha fatto una risoluzione grande, nel momento prima di eseguirla è pentito, e l’eseguisce più per il rossore di ritornar indietro che per costanza nel primo proposito.
XXXIV. Quicumque Argolica de classe Capharea fugit
semper ab Euboicis vela retorquet aquis.
Pensieri sopra la barbarie e coltura delle nazioni e su lo stato selvaggio dell’uomo
La barbarie di una nazione, se si prenda in un senso preciso e filosofico, non è altro che la ignoranza delle cose utili a quella e dei mezzi più pronti e più conformi alla felicità particolare di ciascheduno per ottenerla; la coltura di una nazione è la cognizione di tutto ciò. In chi regge e comanda si esige la scienza degli avvantaggi e de’ mezzi di procacciarli al suo popolo, coll’interesse di farlo, e nel popolo non si esige che la non opposizione nelle opinioni e nei costumi ai veri avvantaggi ed ai veri mezzi che possono adoperarsi per renderlo felice.
Finché le cognizioni e le opinioni sono in equilibrio coi bisogni e colla massima felicità conosciuta di ciascheduno in particolare, non può chiamarsi barbara una nazione, ma può essere più o meno selvaggia, termine che esprime la maggior o minor lontananza dalla massima unione che possa darsi fra gli uomini, e dalla massima assoluta felicità possibile divisa nel maggior numero possibile. Io mi arresto ad ogni tratto a deffinir parole: ma con questo solo mezzo si può sperare di fare di una scienza versatile ed incostante una precisa e durevole; di un pretesto de’ scelerati e di un sistema di sangue e di desolazione, la scienza amica dei popoli e protettrice del genere umano.
Una nazione può essere selvaggia e barbara, può essere selvaggia e non barbara, può essere molto barbara e molto socievole nel medesimo tempo.
Quando pochissimi bisogni ma forti legano gli uomini fra di loro, quando i mezzi di soddisfarli sono sproporzionati al numero degli esigenti, essi s’avventeranno al mezzo più pronto, ma non al più conforme alla felicità di ciascheduno. Così dal seno della sensibilità e della ignoranza nascerà la ferocia, così in una contrada naturalmente sterile di vegetali e di animali gli uomini diventeranno antropofagi, mezzo il più pronto nel medesimo tempo ed il più pericoloso per ciascheduno. Il secondo caso si è già svilluppato di sopra. Il terzo si verificherà quando molti siano i bisogni che tengono gli uomini uniti fra di loro, e molti i fallaci mezzi per cui ne soddisfano alcuni, e molta la ignoranza di rimediare agli altri. Quest’ultimo è il più vasto e più fecondo di combinazioni, ed il più interessante per noi. È neccessario esaminare come nascano gli errori fra gli uomini, per quale secreta e fatale catena l’uomo, dalle semplici sensazioni che sono costanti, salti al di là del vero nell’infinito abisso della falsità e quanta parte debba correr di questa per ritornarvi.
***
A misura che l’uomo ha meno idee e fa minori paragoni, ogni bisogno che in lui nasce è più imperioso e più costante; il mezzo più pronto che si presenti alla mente vien preferito al più efficace, ed il più efficace, benché forse più pericoloso, vien preferito a quello che lo è meno quando il pericolo o non sia conosciuto o non si presenti che in una confusa ed oscura lontananza. Ma, di più, gli uomini ragionano per analogia ai propri sentimenti, ed i sentimenti più vivi e più durevoli quelli sono a cui si rapportano con maggior confidenza per quella spinta, per quella gravità, per quel pendio per cui l’essere sensibile strascina ed unisce le nuove impressioni alle vecchie e famigliari.
La diffidenza è sempre proporzionata al numero delle sperienze infelici conosciute in altri o fatte in se stesso, ma molto più nell’ultimo che nel primo caso. Ma le analogie che fa l’uomo non sono quelle della natura, che posta in un trono inaccessibile imprime la sua energia in tutti gli esseri e da un solo fenomeno ne fa nascere infiniti e diversi in ogni essere che sente, modificati dalle circostanze e dalla organisazione particolare. Ogn’uomo è tanto meno restio alle mutazioni quanto ha minori modelli fattizi con cui paragonare i nuovi sentimenti che sorgono in lui. Così selvaggi sono veloci, intraprendenti e confidentissimi nei mezzi che sieguono per soddisfarsi, ma nello stesso tempo facili a seguire le altrui direzioni per le cose nuove ed insolite; perché più nuove ed insolite loro appaiono che non ai colti, i quali al contrario lenti sono e diffidenti in ogni cosa, perché molti bisogni contrastansi ed equilibransi fra di loro, e difficilissimi alla mutazione, perché nelle tante idee e combinazioni che se ne fanno trovano sempre qualche antico ed usitato modello che loro par buono ed a cui si confidano, e loro risparmia quella fatica di riflettere che il solo bisogno e la sola sensazion di mancanza possono far tolerare.
L’uniformità de’ costumi delli selvaggi è soltanto negativa perché sol dura finché nuove occasioni nascano di sortirne, ma la uniformità dei colti è positiva perché nasce dalla diffidenza e dalla prevenzione. Così la barbarie de’ selvaggi è più ristretta ad una classe d’idee, quella dei colti è più contagiosa ed universale. I selvaggi operano qualche volta barbaramente, i colti barbaramente ragionano. Le passioni dei primi sono in masse considerabili e sconnesse, con intervalli continui di forza e di riposo, di furore e di tranquillità; ma nei secondi le passioni sono divise per lo più in picciole parti connesse metodicamente fra di loro, che si fortificano e s’indeboliscono reciprocamente per insensibili gradi d’accrescimento e diminuzione. Così nelle passioni forti i popoli colti allo stato selvaggio si accostano; così i selvaggi nella superstizione, che è la loro coltura, si avvicinano ai costumi dei popoli colti. Osserva ciascuno che ogni selvaggio ha qualche sorta di coltura, ogni colto ha qualche lato di selvaggità, e che questi stati s’intralciano e si confondono reciprocamente.
Tutti i sentimenti dell’uomo in qualunque stato ei siasi gli sono sempre naturali. L’uomo nello stato selvaggio e nello stato sociale non sono differenti fra di loro per la sola robustezza del corpo o per le sole relazioni esteriori, ma ancora per l’abituale differenza de’ suoi sentimenti. L’uomo dallo stato selvaggio è entrato nello stato sociale appunto perché i suoi sentimenti naturali si sono cangiati. Dunque i sentimenti naturali dell’uomo selvaggio non sono la norma del diritto pubblico originario. Ma neppure i sentimenti naturali con cui l’uomo è entrato in società sono la norma del diritto pubblico attuale, perché lo stato di società originario si è anch’esso cangiato, ed è nella natura della sociabilità medesima che si cangi.
Le leggi dei selvaggi sono il risultato delle loro passioni combinate. Le leggi delle nazioni colte, quando siano giuste, sono il risultato della differenza delle passioni medesime, il che forma la ragion comune.
In ogni nazione vi è religione, costumi e leggi. Ogni religione si riduce a deismo o a politeismo; ogni costume a stoico o epicureo; ogni legge si riduce a legge d’interpretazione e d’equità o a legge rigida e letterale: sei elementi, di cui tre sempre esistono in ogni nazione, formano venti caratteri distinti di una nazione all’altra.
* * *
Si è disputato in questo secolo se l’uomo sia più felice nello stato selvaggio o nello stato socievole. Si dipingono gli uomini in quello stato nudi ed erranti, ma circondati di forza e di robustezza, né timidi né feroci, opponendo ai pochi mali della natura la durezza del temperamento, una coraggiosa ignoranza, una fortunata imprevidenza; dipingonsi godenti o il sonno o l’indolenza invece della noia che opprime o eccita gli uomini socievoli; essi, poco curanti della morte che non conoscono e rinchiusi nelle prime sensazioni, hanno le passioni delle cose e non le passioni dei mezzi di ottenerle, le quali crescono a misura che scemano quelle; felicissimo rientra nel seno della materia senza aver maledetto la sua esistenza. Brevi combattimenti fra soli individui e colle sole armi della natura inzuppano rare volte la terra di sangue umano, ned è la serie degli avvenimenti di quelle oscure ma fortunate generazioni una lunga e meditata carnificina né una continua tradizione di illustri delitti per cui ogni secolo si autoriza su ’l precedente ad immolare i piccioli e trepidi mortali a pochi arditi e scaltri. Tale è la pittura che dello stato selvaggio fanno alcuni malinconici filosofi: perciò chi li ascolta, trovandosi ad un’immensa distanza dalla felicità, gettasi in una disperata insensibilità, ed inselvandosi coll’animo e coll’imaginazione, non potendo o non volendo farlo realmente, serra tutte le vie per cui le diverse sensibilità degli uomini si comunicano, fa sorgere dall’inaridito suo cuore un sentimento feroce col quale, annientando l’esistenza sensibile degli altri, si finge ed opera come se fosse solo nell’universo. Egli è vero che le conseguenze comunque fatali di un principio non lo distruggono come fanno gli assurdi, ma almeno ci obbligano a rimontare di nuovo al principio medesimo sospettandolo di falsità. Perciò quanto più antico si suppone l’universo, quanto più svariate sono le di lui rivoluzioni e vicissitudini sì fisiche che morali, tanto è maggiore la probabilità che un principio distruttore, gli effetti di cui non si reggono, sia falso. Analiziamo dunque questo stato selvaggio non solo per rapporto alla sua felicità (nel che forse i misantropi avrebber ragione), ma per rapporto alla sua possibilità e durata.
Figuriamoci di avere sott’occhi gli animali tutti della terra. Quale sarà la specie che dovrà unirsi in società, provare tutti i beni e tutti i mali, divenire il conquistatore della natura ed il perturbatore dell’universo? Quegli irsuti e feroci, che armati veggiamo di spaventevoli zanne, oltreché ristretti sono ai climi più caldi ed a vita non lunga, e perciò meno osservatori e di bisogni più momentanei, la perfezione primitiva d’alcuni organi loro e la mancanza ed ottusità d’alcuni altri deve trattenerli dal perfezionarsi, e non essendovi equilibrio fra le loro facoltà, tutte si determineranno verso le opere degli organi più perfetti. Perché un animale si perfezioni ed esalti se stesso, è neccessario che i bisogni suoi siano vari e ripartiti a misura su tutte le sue facoltà, e che bisognoso di tutto e di tutto mancante abbia flessibili organi, ma che provi nel medesimo tempo dalla parte degli oggetti una resistenza, per cui sia costretto a replicati e diversi tentativi. Oltre di che è necessaria una certa proporzione di grandezza fra gli organi operatori e gli oggetti operati.
Ora, l’animal uomo ha gli organi suoi proporzionati ad un facile allontanamento o avvicinamento di una gran moltitudine di corpi adattati a’ suoi bisogni, nel mentre che questi, resistendo alle di lui impressioni, eccitano e svillupano l’industria di lui; egli ha i sensi tutti ciascuno da sé meno perfetti di quelli degli altri animali, ma sono fra di loro equilibrati, cosicché nissuno troppo predomina, mentre un senso troppo imperioso fa nell’essere sensibile ciò che nei corpi politici la troppa diseguaglianza dei beni.
Le associazioni delle idee saranno dunque più reciproche nell’uomo, ed essendo meno forti nelle sue prime combinazioni potranno ricevere un maggior numero di elementi nelle più complesse, e perciò saranno in lui più efficaci e più varie tutte le operazioni dell’esser suo.
In questo stato gli insulti delle bestie feroci ben presto insegnano la riunione di più individui; i fenomeni del cielo e della terra forse non bene stipata e vacillante intorno al suo sistema, la fisica posizione di fiumi inaccessibili agli inesperti selvaggi, le catene inospitali de’ monti ed il mare ancora intentato erano limiti posti dalla natura allo spandimento del genere umano ed allettamenti alla riunione.
Le associazioni della caccia fecero ritrovare agli uomini stromenti ed astuzie di diffesa contro le bestie feroci, che dopo diventarono quelli della distruzione de’ propri simili prodotta dalla disproporzione dei bisogni coi mezzi di soddisfarli. Quanto più gli uomini si accostano alle sensazioni originali, quanto più sono agitati dalle passioni primitive, e che la moralità delle azioni è misurata su la scala delle forze naturali e del vigore dell’animo, tanto minori diventano le differenze fra di essi e tanto più i sentimenti e le azioni si rassomigliano. Ciò si vede manifestamente anche nello stato di società: le passioni violenti eguagliano tutti i ceti e tutte le sette, riuniscono gli estremi, rendono gli uomini o fratelli o competitori, perché una passione estrema non essendo altro che un concentramento di tutte le forze dell’animo in un solo oggetto, tutta la moltitudine dei sentimenti accessori resta inoperosa ed abbandonata.
Erano dunque i forti che pugnavano contro dei forti; ma questo stesso equilibrio di forza fece sì che prevalse l’industria della guerra, delle convenzioni, delle scoperte. Le arti e le scienze crebbero così in proporzione con i bisogni, e sempre coi minimi progressi possibili nelle date circostanze; perché la legge della minima azione non è meno infallibile in morale che nella fisica.
Qual mezzo dunque per impedire all’inesorabile neccessità lo svilluppamento della umana sociabilità? L’impossibilità dunque di richiamare gli uomini verso uno degli estremi della sua natura dimostra la neccessità di farli passare colla maggiore rapidità e dolcezza verso dell’altro, cioè alla somma coltura.
* * *
Oltre di ciò, chi asserisce che la difficile eguaglianza era il felice attributo delle prime società non parla adeguatamente; perché coloro che salvandosi i primi dalla natura sconvolta ed insterilita si slanciarono ad occupare tutti i scarsi posti ubertosi e sicuri, dovettero mettere in schiavitù quegli altri che, restati gli ultimi a rifuggiarsi, accettarono ogni iniqua condizione da’ primi occupanti anzi che un inevitabile deperimento; l’invincibile e densa ignoranza contribuì a perpetuare la legge del timore e della schiavitù, che è il primo e l’ultimo degli stati per cui passano le nazioni che si reggono solo su i mali istantanei, non sopra gli antiveduti, il che la sola esperienza de’ medesimi mali che si dovrebbono prevenire può insegnare.
Come il filosofo fisico vede nell’esterno del globo l’ordine presente delle cose, e nelle viscere sue legge le traccie dell’antico disordine che lo produsse, e del quale ancora qualche ricordo ne dà la natura; così il morale filosofo vede i presenti vantaggi, i progressi della scienza del viver felice, e li trova effetti degli antichi disordini, ed i mali odierni osa vaticinarli necessari movimenti ed agitazioni, dopo le quali siano i popoli per riportarsi in un ultimo e remotissimo stato d’eguaglianza e di felicità.
Pensieri sopra le usanze ed i costumi
Ogni nazione che cangia i suoi costumi e le sue usanze lo fa o per neccessità o per noia o per sorpresa. Per costumi intendo i risultati degli affetti e delle passioni che agitano gli uomini; e per usanze l’esterne maniere o sia quel linguaggio d’azione, che tutt’ora susiste, per mezzo dei quale gli uomini adoperano e manifestano questi medesimi risultati pei loro vantaggi.
La neccessità cambia più i costumi che le usanze e la noia più le usanze che i costumi; la sorpresa e gli uni e le altre quasi egualmente. I cambiamenti prodotti dalla necessità sono più rari ma più durevoli ed ostinati; quei della noia più frequenti ma variabili; quei della sorpresa possono essere e durevoli e variabili, e rari e frequenti, secondo prendono origine da sentimenti più o meno naturali, più o meno fattizi, della mente umana.
La necessità ha maggior influenza su i costumi che non sulle usanze, perché i primi dipendono dalla successione dei bisogni e le seconde da quella delle opinioni, e i bisogni comandano, le opinioni consigliano; queste prendono la loro efficacia dalla pigrizia dello spirito, che si riposa più facilmente sul falso abituale che sul vero inusitato e confonde la facilità d’imaginare e di agire colla chiarezza ed utilità di queste operazioni. Ma l’influenza delle usanze e delle opinioni su gli affetti ed i costumi degli uomini fa che la necessità stessa non produca tutto quel cambiamento che farebbe se fosse sola ad agire sull’uomo, il quale amando lo stato presente delle sue idee, da cui riconosce la facilità degli atti, accomoda ai nuovi costumi le vecchie usanze, benché inutili e sovvente contrarie.
Le necessità politiche sono in ragione composta della reciproca dei mezzi della natura e diretta del numero d’uomini, e perciò scemano coi soccorsi spontanei del suolo e crescono coi fattizi dell’arte. Perciò fra le nazioni più antiche, come quelle che poste sono in una terra ubertosa e felice, i cambiamenti sono per questa parte minori che nelle nazioni nuove non sia.
Ma la noia, che nasce dalla minorata quantità di sensazioni che danno le usanze invecchiate in paragone d’allora quando erano nuove, trasforma a poco a poco le usanze medesime, seguendo però sempre la legge di quella graduata uniformità che sì al morale come al fisico presiede; perché l’uomo vuol combinare la novità colla facilità, e cambiando l’uso sostiene l’opinione, e vicendevolmente. Le usanze private si cambiano più delle publiche, le indifferenti più delle importanti.
L’attenzione dell’uomo sopra una operazione si divide fra l’importanza di essa e la sua difficoltà: l’influenza della difficoltà prevale di tanto quanto l’interesse dell’affare si allontana dal proprio particolare di lui.
A misura che gli interessi sono disuniti e che l’affare dipende da molti, i punti di vista sotto i quali gli oggetti vengono rimirati sono così differenti che gli uomini non si accordano che nel riposarsi nel vecchio ed usitato. Perciò in una nazione regolata da molti e con disuniti interessi, i vizi ed i disordini, antichissimi, tenacissimi e sistematizati essendo, sembrano ordini e virtù. La necessità vi rimedierebbe se gli uomini non confondessero la necessità de’ loro ceti privati con quella del pubblico, e se considerassero per mali non solo i violenti ed instantanei, ma quelli ancora che procedono tardamente e con insensibili divergenze da un antico momentaneo bene che ne fu l’origine.
Ma la noia è un sentimento troppo particolare e privato per aver luogo nei pubblici affari, se non forse nel dispotismo ove il pubblico interesse è un interesse privato. Dippiù, la noia suppone una nazione già illuminata, e non ha potere sopra i selvaggi per indurli a cambiamenti; essa è più fatta per perfezionare le colte nazioni che per frenare le già corrotte; essa fa bensì circolare con rapidità le cose usate ed i movimenti dell’animo, ma non fa correre direttamente gli uomini, per il che hanno bisogno d’essere strascinati dalla necessità o spinti dalle sorprese.
La sorpresa in chi la soffre è una passione cagionata da una impressione la quale, per essere sconosciuta e superiore, non ha che poca o nissuna connessione colle idee e sentimenti che uno trova nella sua mente, e che perciò tenendolo isolato da altre determinazioni lo precipita in quella che gli presenta. La sorpresa in chi la cagiona è una azione nuova, vigorosa e risoluta. Si sorprendono gli uomini colle conquiste, colle religioni, coi nuovi codici, col terrore, con insigni benefizi. Alcune di tali sorprese sono stabili, altre passaggiere; le une cominciano nell’opinione e finiscono nella realtà, altre vicendevolmente.
Delle usanze alcune son pubbliche, altre private. Alle prime sono gli uomini attaccati per la venerazione ed importanza degli interessi di esse, e perché suole il volgo confondere l’accessorio col principale, le parole colle cose, i mezzi coi fini, e quelli che sono occupati nei pubblici affari ne sono invincibilmente adoratori; alle seconde per la grata abitudine, per la contagiosa e facile imitazione.
Vi sono parimenti costumi pubblici e costumi privati. Costumi pubblici sono quello spirito di morale comune e di prudenza tradizionale, e quella politica di registro con cui gli uomini che occupano le magistrature agiscono per riguardo al sovrano ed ai sudditi e che si loda dai presenti uomini e dal volgo perché lodata dai passati e dai grandi, e forse perché la lode è tanto più spontanea quanto è minore la distanza fra la situazione del lodato e dei lodatori. Gli uomini o ammirano o detestano ciò che far non saprebbero, o non potrebbero, e stimano più sinceramente ciò che sanno o possono fare in simili circostanze. Costumi privati sono quelli coi quali gli uomini trattano i loro affari privati ed i piaceri medesimi, nei quali si conoscono meglio perché l’animo nel divertimento è men diffidente.
I costumi privati son per lo più la norma dei pubblici: l’uomo porta su ’l pubblico bene, che esige mire elevate, le domestiche idee e le timorose sollecitudini della famiglia. E colui che fu sempre avvezzato ad impicciolire l’animo suo dovrà con mani avvilite dalla umigliante sferza magistrale scriver decreti di pubblica felicità?
Potrà il legislatore più facilmente cambiare le pubbliche usanze che i pubblici costumi, ed al contrario più i privati costumi che le usanze private. Perché a cambiare i pubblici costumi troverà il sovrano tanti oppositori secreti quanti sono i suoi magistrati; i privati costumi tenendo agli interessi, e le usanze alle occupazioni ed ai divertimenti, quelli col mutar la direzione degli interessi posson cambiarsi, e questi non possono che lentamente e con modi indiretti correggersi. Ma non è utile il distaccarsi dalle pubbliche usanze a coloro che le amministrano, perché il mantenervisi non toglie i mezzi di soddisfare i privati interessi e trattiene e concilia la pubblica opinione.
Le opinioni sono inchiodate nelle menti umane non in ragione della loro verosimilitudine ma della loro importanza, e danno alle usanze e ne ricevono una forza ed energia che reprime la stessa autorità suprema e non le lascia che i mezzi indiretti per impugnarla.
Le opinioni astratte sono piuttosto mantenute dalle usanze che mantenitrici di quelle. Le usanze che nascono da passioni che hanno oggetti chiari e determinati sono costanti, le contrarie lasciate al loro corso tendono ad alterarsi da se medesime, cosicché quell’oggetto che ora è motivo di grandissima riunione fra gli uomini diverrà segnale e motivo di grave disparità.
L’uomo varia di più le sue passioni ed i sentimenti suoi che le sue maniere, perché ne’ moti interni prevale per lo più il presente e negli esterni il passato.
Le usanze influiscono su i costumi colla moltiplicità loro, coll’antichità, colla diversità fra di esse medesime e colla natura dell’impressione che producono.
La moltiplicità delle usanze intorno ad un costume rende bensì gli uomini ferocemente ostinati a conservarlo, ma diminuisce la sua efficacia. Perché le cose accessorie mantengono bensì le principali, che richiamano continuamente e suppongono, ma dividendo e dissipando l’attenzione diminuiscono quell’unità di sentimenti alla quale solo è dato e le grandi e le fatali cose produrre.
La moltiplicità delle usanze, moltiplicando le sensazioni e le occupazioni, diminuisce la forza delle passioni, amansa le nazioni feroci ma indebolisce le mansuete: aumenta lo spirito di società esterna per cui i corpi si avvicinano, ma gli animi s’allontanano. Perché i grandi interessi, nei quali si può senza grave discapito far qualche sagrificio per combinarsi, riuniscono gli uomini; ma i piccioli, che col cadere si annullerebbero, li dividono: ora, gli usi essendo mezzi per ottenere i piaceri della società, moltiplicandosi, suddividono in picciole parti gli interessi ed allontanano gli animi.
La moltiplicità delle usanze sovvente ripetute e con certo periodo, produce uno spirito d’imitazione e d’abitudine che le perpetua reciprocamente e vi invischia gli uomini per l’invitta forza de’ sensi, piacendo loro ciò che nutre motivi grandi di speranza e timore, con varia e facile occupazione che li alletta ed agita dolcemente nel tempo istesso: l’importanza de’ motivi copre la puerile frivolità delle usanze. Ma queste danno spesse volte importanza anche a ciò che non lo merita e, caricando di troppi sentimenti i mezzi che conducono ad alcuni fini, rendono gli animi costanti ma lenti nel correre a questi, e ciò produce quella tarda prudenza che lascia tempo agli ostacoli di arenare la più felice celerità delle umane azioni.
La moltiplicità delle usanze avvezza gli uomini a particolareggiare ogni cosa perché essi confondono per lo più i segni colle cose. Il vedere le particolari da un sol punto di vista si fa e dai grandi ignoranti e dai grandi sapienti: i primi perché non veggono le differenze ed i secondi perché vedono le connessioni delle cose; ma i primi da un fatto ne cavano molti ed i secondi da molti ne cavano un solo. Dunque gli usi moltiplici producono norme diverse di buono e di cattivo e riducono le azioni per riguardo alla società a porzioni vicine ma diseguali, non tendenti a punti fissi. Eppure nella società i disordini de’ particolari interessi devono compensarsi per riguardo al generale interesse, affine di non turbare il moto comune.
* * *
L’antichità delle cose fu sempre argomento al volgo di non ragionata venerazione, sia per invidia delle presenti che sole sembrano offendere, sia perché la scelta fra la venerazione proposta ed una lunga e laboriosa indagine non è per lo più dubbia per gli uomini che non ragionano se non sforzati; perciò ancora cerca solo nel presente che lo percuote le cagioni dei mali presenti, mentre al contrario più disordini attuali possono esser l’effetto di un solo disordine passato.
La variazione delle leggi fondamentali, l’usurpazione delle parti su ’l tutto, ottimamente si accorda coll’immobilità degli usi e colla sacra ed imponente austerità nel conservarli. Il volgo confonde gli usi colle leggi, i nomi, i titoli, gli abiti, le regole temporarie dei ceti particolari col fondamento della salute pubblica, coll’espressione della volontà generale che nasce dall’equilibrio degli interessi opposti e dalla cospirazione de’ combinati. Le usanze sono più semplici delle leggi (come il linguaggio lo è assai più delle idee) e colla loro moltiplicità rimovono da queste l’attenzione degli uomini, e sono per la scaltra tirannia come tanti densissimi veli dietro i quali sicuramente celare le sue usurpazioni. Gli uomini hanno sempre potuto, con mettere in mostra un po’ di bene, far molto male nascosto; la forza sa poi ottenere delle giustificazioni e tutto si imputa alla debolezza. Perciò i tribunali corrotti, in mezzo a’ suoi arbitrari giudizi, sono severissimi a mantenere le formalità della giustizia; tanto è vero che ne’ governi già guasti anche il bene contribuisce alla rovina, poiché diventa o un pretesto o un ostacolo contro quella diffidenza del popolo che precede le rivoluzioni.
Una gran differenza fra gli usi pubblici ed i privati induce un rispetto maggiore verso li primi. Il volgo calcola i morali fenomeni come li fisici e non argomenta le differenze di quelli che per la differenza delle sensazioni che li accompagnano. Così dalla autorizata singolarità dell’abito suole argomentare una singolarità di merito. Così gli usi attaccati dapprima ad oggetti meritevoli di stima o di disprezzo, se si applichino ad altri indifferenti, comunicano loro quei primitivi sentimenti di stima o di disprezzo.
Le usanze nuove che dipendono da opinioni cominciano per fanatismo e con mistero, si pubblicano con impostura e venerazione, continuano per abitudine e come spettacolo, divengono poscia oggetto di ornamento e di piacere, e finiscono coll’esser lo scopo del ridicolo e dell’ignominia. Le usanze nuove sogliono con leggiera mutazione imitare le vecchie, massimamente se il fanatismo ed il mistero vi ha gran parte. Perché l’uomo cerca di cangiar l’ordine delle idee senza cangiare le abitudini ed introduce piuttosto nuove interpretazioni e nuovi fini per gli usi vecchi che usanze affatto nuove e diverse. Quindi è che più si resiste a quelle opinioni che fanno cangiare gli abiti che a quelle che negli antichi si involgono.
Rare volte le usanze nacquero da piena istituzione o da spontanea convenzione, ma per lo più con lenti progressi e da varie neccessità, quantunque, al cambiarsi queste col volger dei tempi, durino per abitudine e tanto più quanto que’ scaltri a cui giovano procurano di annebbiarne al popolo, colla moltiplicità de’ significati, la vera frivola origine o la già passata neccessità che le produsse. Ma appunto dalle imponenti ed accumulate interpretazioni argomentare si può la nascita diffettosa di cotali usanze, a differenza di quelle che portano in fronte con ingenuità la bella cagione della loro legitima istituzione.
Le allegorie e le allusioni figlie non sono dell’entusiasmo e delle passioni veementi; esse condensano i sentimenti, non li estendono, simplificano gli oggetti anzi che comporli. Quindi le nuove sette che si distaccarono dalle antiche non cominciarono mai dall’aggiungere ma dal diminuire. Le rivoluzioni istantanee che si fanno per passioni forti sono distruggitrici, quelle sole che si fanno graduatamente per riflessioni e passioni picciole, cioè per sentimenti, sono edificatrici.
* * *
Altre usanze imprimono venerazione e rispetto, altre timore e viltà, altre tristezza e dolore, altre gioia ed allegria.
Le prime vi frenano col frapporre una distanza sensibile fra voi e l’oggetto e, per impedirne i paragoni e gli esami, da’ quali nasce il disprezzo, lo nascondono entro una folla imponente di accessori. Le masse delle cose arrestano la nostra imaginazione come gli elementi la nostra ragione. Se tali usanze pongono un freno necessario all’uomo, che tende incessantemente all’eguaglianza per arrivare alla superiorità, non incutono però sempre un vil timore di essere disprezzato, se la distanza fra voi e l’oggetto è incomensurabile, e vi stimolano ad un’utile emulazione se è superabile.
Le seconde vi opprimono coll’esigere da voi tutti gli attestati della vostra dipendenza e picciolezza e col togliervi tutto ciò che nutre la confidenza di voi medesimi: perché l’uomo ha forse tanto bisogno di imporre a se stesso quanto agli altri. Gli usi accessori tristi, terribili e lugubri vi condannano a bevere a sorsi amari e lenti l’incertezza, il terrore, il disprezzo di noi medesimi, disprezzo fatale in un uomo libero, che è sempre cattivo quando è avvilito. Gli animi indeboliti perpetuano i mali nelle nazioni perché non vi si oppongono ma li scansano, non li distruggono ma cercano di scaricarsene sopra gli altri. La vita diventa un affare straniero: il presente ed il futuro, grida il misero nell’abbattuto suo cuore, non è nostro; egli è di que’ dei terrestri e minacciosi che ci condannano l’esistenza dell’oggi e ci tengono incerti su quella del domani.
Le usanze gaie contribuiscono alla felicità degli uomini e per conseguenza alle loro virtù, almeno alle virtù negative. Il felice rare volte divien scelerato; se non è benefico, perché non conosce o perde il senso de’ mali altrui, non ha motivi che lo spingano nell’inquieta ed oscura strada dell’iniquità. I piaceri pubblici diminuiscono l’intensione della ricerca de’ piaceri privati, che sono i più perniciosi negli attuali sistemi. Ma quando il popolo si forma da se stesso de’ pubblici bagordi, ne’ quali s’affolla e si stordisce fra il tumulto e l’ubbriachezza, dite arditamente: questo popolo è schiavo ed infelice. Le usanze gaie accrescono quello spirito di fratellanza che la gioia egualmente ed il dolore ci suggeriscono, con questa differenza però, che la gioia ci rende più universali nelle nostre società ed il dolore ci porta a sciegliere un picciol numero di rari amici dai quali si esige il contrario ufficio e di divertire la nostra tristezza e di sentirla.
Vi sono unioni fondate sopra reali interessi ed unioni fondate sopra bisogni d’opinione: queste seconde sono ripiene d’usanze e di cerimonie necessarie per richiamare le idee che li riuniscono; l’occupazione istessa del cerimoniale li alletta, l’amor proprio si soddisfa con un’apparenza di republica e di comando.
***
Tutti i costumi dipendono dalle opinioni. Le leggi istesse per ottenere l’osservanza di un costume devono far nascere una opinione, perché l’uomo non persuaso calcola sempre l’impunità, la quale non mai si può toglier del tutto. La maggior parte delle leggi devono dunque essere indirette per ispirare costumi voluti ed accetti ai sudditi, i soli costanti e giusti perché soli rendono gli uomini felici, e ciò si ottiene suscitando e nutrendo accortamente ne’ cuori umani le sorgenti della moralità, le quali sono timore, sorpresa, compassione, compiacenza ed ordine.
Non tutto ciò che è utile al pubblico si deve direttamente comandare, quantunque tutto ciò che è dannoso si debba proibire: dunque tutte le leggi che ristringono la libertà personale degli uomini hanno per limite e norma la neccessità; e le leggi che hanno di mira la sola positiva utilità non devono ristringere la libertà personale.
La causa prossima e mottrice delle azioni è la fuga del dolore, la causa ultima è l’amore del piacere: sono dunque più i mali che serrano una nazione, che i beni che gode o che aspetta, che determinano i costumi di lei.
L’uomo si riposa nel bene ed agisce nel dolore: dunque i vantaggi di una nazione possono al più determinare i di lei costumi negativi, ma gli inconvenienti o reali o temuti ne determinano i positivi. Quindi è che l’uomo nello stabilire canoni di condotta va sempre negli estremi e cade piuttosto nel bene, fugendo dal male, di quello che non vi camini. Il timore usurpa tutta l’attenzione e la fa scorrere con rapidità alla fine delle serie delle idee a lui appartenenti ofuscandone le intermedie.
***
Nelle costanti nature delle diverse nazioni il clima non entra come precipua ed immediata cagione, ma come parziale e rimota; bensì la fecondità e sterilità del genere umano e del terreno, le quali non dal solo clima sono prodotte. Bisogna distinguere l’abbondanza del suolo originaria dall’artefatta, per sciogliere le obiezioni a questa proposizione.
Tutte le società, che da uomini dispersi e selvaggi si formano, sono fondate su la proprietà particolare de’ beni, come quelle, che dalle società istesse si formano, sono fondate nella comunione delle cose. Perciò forse nello sterile e gelato Settentrione la stima delle cose acquistate, rese preziose per la fatica sostenuta su l’avaro terreno e per il sangue sparso de’ competitori, dovette far nascere in que’ popoli lo spirito republicano di libertà ed indipendenza: di fatti in quelle nazioni i tributi solo ad arbitrio e spontaneamente accordati al sovrano ne limitarono l’autorità, poscia frenata ad ogn’ora dalla potenza feudale che anch’essa nasceva dalla preziosità delle possessioni. Per lo contrario l’abbondanza più frequente ne’ climi meridionali render poteva que’ popoli meno avidi ed ostinati nella proprietà e più soggetti ad idee spaventevoli di religione ed ai molli sentimenti d’amore, che ivi predomina ove gli altri bisogni sono minori; perciò forse soggiogati furono più facilmente dal dispotismo. Quindi l’impero della opinione dal Mezzogiorno ci venne, quello della necessità dal Settentrione; in questo le opinioni si subordinarono ai bisogni, in quello i bisogni obbedirono alle opinioni. Ma la natura, ne’ climi felici ubertosa per l’organisazione ed i rapporti della umana fabrica, non dispensa già gli uomini da uno continuato esercizio de’ loro organi. Dove gli urgenti bisogni del corpo sono tosto soddisfatti, nasce la noia, la quale, colla solleticante inquietudine che produce, spinge gli uomini nell’infinito inesauribile de’ piaceri fattizi e delle opinioni, delle quali le utili ai più potenti si autorizano e domano le inutili e quelle che vi sono contrarie. Quindi è che le meridionali nazioni in maggior parte arrivano più presto delle altre alla sagacità delle arti, alla coltura delle lettere e delle scienze. Ma tutte le nazioni arrivare vi possono quantunque per strade diverse.
Vi sono dunque due diverse specie di società perfezionate. Una che le costanti neccessità imposte dallo sterile suolo spinsero a forza in braccio dell’attività e dell’industria: queste trovano nella loro maggior perfezione il sommo grado di libertà. Ma siccome la tranquillità e la pace nate dal lungo e perfetto equilibrio di tutti i poteri fanno perdere alle nazioni il timore salutarissimo ed il conservatore sospetto della loro alterazione, così affinché questa libertà si mantenga bisogna che i progressi di lei sieno in qualche maniera proporzionati alle di lei perdite e stimolati da queste. La perfezione del momento non è la perfezione della durata. I sentimenti dolorosi sono necessari all’uomo, sono neccessari alle nazioni, triste ma evidente neccessità; ma il minimo de’ mali neccessari ad una nazione deve essere, per quanto si può, egualmente diviso, come il massimo di felicità.
L’altra specie di nazioni è quella che si perfeziona per mezzo delle opinioni: l’indole di lei è la stabilità; gettasi con rapido moto nel seno del dispotismo ed ivi dorme le innumerabili generazioni, dando segni di vita soltanto nelle scosse improvise che di quando in quando fa sentire. Sono sempre gli avvenimenti e le relazioni fisiche che cagionano le universali e durevoli impressioni: tutto dunque conspira in favore di chi si impadronì dapprima di quelle felici combinazioni in cui gli uomini convergono, dominati dalle prepotenti fisiche cagioni.
Dunque l’opinione e la necessità sono i due punti da cui le nazioni si slanciano nella carriera della loro perfettibilità. L’uniforme sentimento che ne nasce è il timore, sentimento di tutte le costituzioni, ma che in diverse produce effetti diversi.
***
La sapienza delle nazioni è quasi sempre un frutto dell’infelicità loro passata.
***
La perfezione del momento non è la perfezione della durata; bisogna che vi siano delle uscite ai vantaggi che una nazione va facendo.
***
L’oscurità delle cause fisiche moltiplica agli occhi del popolo le azioni delle cause morali.
***
Nel dispotismo l’uomo è al di sotto de’ suoi sentimenti naturali, nelle repubbliche è al di sopra, nelle monarchie è al livello.
***
Le nazioni allora più pensano a perfezionarsi ne’ loro stabilimenti e mandano uno splendore più luminoso quando son più corrotte.
Pensieri diversi
Il miglior metodo per diventare filosofo è quello di fare un’analisi esatta di tutte le sensazioni che si ricevono, cercarne gli elementi, l’origine e gli effetti. (Il miglior metodo per la lettura dei libri è quello di seguir la legge del piacere; di non strascinarsi dietro le idee dell’autore, altrimenti si sostituisce al nostro spirito quello di lui e si estingue quella naturale divergenza per cui da una infinità di combinazioni nascono le poche felici e vere).
Ho detto di analizare se stesso perché si ha un vivo interesse a farlo adeguatamente: l’interesse è la luce interna dell’animo che rischiara le nostre sensazioni. L’analisi porta l’interesse dalle masse agli elementi, la mente vi si avvezza e gli oggetti le si presentano in quell’aspetto che mostra le uguaglianze e le differenze delle semplici porzioni. I lati simili si presenteranno con maggior facilità che i dissimili, e finché non arrivate a rapporti chiari sentirete una intima inquietudine prodotta dalla stanchezza dell’anima, la quale si riposa su le somiglianze e si agita su le differenze.
Per fissare dentro di noi l’oggetto da analizare bisogna secondare la spinta dell’animo che si avventa al lato piacevole di quello, perché naturalmente trascoriamo troppo velocemente sul dolore e ci riposiamo sopra il piacere.
***
Quanto più regole e quanto più soggette ad eccezioni ha una scienza, tanto è più lontana dalla sua perfezione: le regole primitive sono formate di tutti i dati e perciò contengono in sé tutte le combinazioni e le differenze dei rapporti.
***
Lo spirito d’ordine combina fortemente le idee ricevute. Lo spirito di scoperta cerca un nuovo lato comune fra un’idea ricevuta ed una nuova: dunque versa intorno ai lati delle idee per la parte che non sono legati nell’ordine; dunque lo spirito di scoperta s’oppone allo spirito d’ordine: ma bisogna avere il coraggio di trovarsi spesso in errore.
***
Le idee più durevoli e più efficaci sopra di noi sono quelle delle quali vediamo i limiti.
Non vi sono idee astratte, se per idee astratte altra cosa s’intende che le sensazioni semplici. Non vi sono idee generali, ma parole che inchiudono sotto l’istesso nome una moltitudine d’idee simili. Sarà dunque idea generale quando si paragona successivamente l’istessa parola con una moltitudine d’idee simili; sarà un’idea astratta quando si paragona successivamente più idee simili con una terza dissimile. Il moto non è un’idea semplice né astratta, ma un giudizio in paragone del medesimo corpo successivamente coi punti dello spazio e cogli altri corpi.
Se al sentire che alcune parole o idee hanno delle associate nella nostra mente e queste non si risvegliano, nasce l’inquietitudine che è un dolore. Così pure quando non è la solita né la più strettamente associata che si risveglia. Così pure se le parole senza le sue corrispondenti idee si presentino, o queste senza di quelle.
***
Quell’uomo è di maggior genio che può avere un maggior numero d’idee semplici presenti alla mente e distribuire sopra un maggior numero il suo interesse.
***
L’inclinazione degli uomini ad un tale o ad un tal altro piacere è una grande sorgente della diversità dei caratteri; e questa inclinazione spesso proviene dalla prima sensazione piacevole che uno provò da bambino: egli sarà sempre avido di simili piaceri.
***
Il confessarsi diffettoso in generale è comune, in particolare è rarissimo: perché la prima riflessione è troppo vaga per mortificare il nostro amor proprio ed è sufficiente ad accontentare quello degli altri; produce dunque senza sagrificio la lode di modestia. Nel secondo caso nasce il timore d’aver palesato un lato d’inferiorità. L’uomo ama il preciso e determinato nelle cose che dagli altri finiscono in lui stesso; il vago e l’indeterminato nelle cose che cominciando da lui finiscon negli altri: l’una e l’altra maniera aumenta il numero dei casi in suo favore.
***
Lodate troppo una persona e diventa pedante; negligentate troppo una persona, o l’avvilite, o la diventa intraprendente: rare volte ha la costanza di voler meritarsi semplicemente la vostra stima.
Sulla materia
Tutta la materia componente il nostro globo non è realmente divisibile all’infinito: quanto grandi sieno le forze della natura, prese però ciascheduna in particolare sono finite e per conseguenza non daranno giammai che un numero di divisioni finite. Chiamo elementi questi ultimi atomi insecabili, principio d’ogni combinazione e fonte perenne di tutte le azioni fisiche. Tutta la geometria dimostra che un numero finito di elementi dà un numero finito di combinazioni per quanto esse possano variare. Altro principio si è che gli elementi del nostro globo sono contenuti dentro la propria e limitata sfera di gravità. Dunque per legitima conseguenza di queste due verità sarà verissimo che le combinazioni di elementi formanti Catone, Cesare o Catilina, quantunque ora disperse per l’immensa vastità della terra, debbono una volta ritornare: la materia essendo eterna e sempre variante nelle sue azioni, la materia di questa terra essendo contenuta dentro una limitata sfera né potendo variare che per un numero finito di combinazioni, il ritorno della medesima combinazione è dimostrato; è dimostrato parimente che questa ripetizione di combinazioni è stata infinite volte ed infinite volte sarà. Nell’infinito assoluto ci è tutto e per conseguenza l’infinita ripetizione delle medesime cose, ogni volta che ciascuna azione di questo infinito componente è finita e si fa intorno a sfere finite e limitate.
Aggiungasi che tutta la materia componente Catone, Cesare o Catilina non è essenziale all’essere di Catone, Cesare o Catilina, ma solamente quella parte ch’è in lui sensibile, così che l’uomo pare che solamente si riduca alla tessitura nervosa, benché questa per sussistere, vivere ed agire abbia bisogno di essere circumvestita di altri corpi.
Ritornerà dunque Catone, Cesare o Catilina quando ritorneranno i medesimi atomi a riunirsi nel medesimo sistema nervoso, quantunque le altre parti costituenti l’antico Catone, Cesare o Catilina variassero incessantemente. Dunque, attesa la perpetua variazione della natura e l’infinita ripetizione delle medesime combinazioni, infinite saranno le ripetizioni di Catone, Cesare o Catilina e precisamente come già furono, e nelle medesime circostanze, e di più con tutte le differenti porzioni di corpo non essenziali e con tutta la diversità delle circostanze sì fisiche che morali di re, di schiavo, di savio, di scellerato, ecc. ecc., quante sono le immense ma però finite combinazioni di tutti gli atomi con tutti gli atomi. È dunque a noi destinata dalla inesorabile ed immensa natura la medesima sorte. Dobbiamo ugualmente rallegrarci che affliggerci, ed abituarci a quel poco di paziente tranquillità che può dare uno sforzo di ragionamento.
Di più, quantunque infiniti sieno gli atomi della materia dell’universo, pure in ogni punto l’interminabile attività di essa è soggetta a leggi costanti ed uniformi. Tutto nell’universo ci grida questa verità. Infiniti elementi, agenti sempre con uniformità e costanza e con numero di leggi finite, daranno combinazioni infinite di numero ma non d’infinita varietà. Dunque tutte le combinazioni dell’universo sono interminabili di numero, ma finite nella loro variazione. Dunque tutto ciò ch’è stato, è e sarà, è sempre. Ciocché per noi è successione, per l’universo è circolazione. Catone che in questi atomi si è dato la morte circa 1800 anni fa per la patria e per la libertà, per lo stesso sacro motivo un altro Catone non solo ritornerà qui a darsela, e noi tutti qui avremo la stessa generosità, ma ancora a suo tempo e Catone e noi tutti in ogni punto dell’universo faremo l’istesso. Ecco data alla metempsicosi pitagorica la più grande estensione possibile, spogliata del manto imbecille della superstizione ed appoggiata sulla più solida base della filosofia.
Sulla gioventù
Finché il bollore della gioventù, finché la sua mente non ancora ingombra ed occupata tutta quanta da una folla di inutili idee e di pertinaci abitudini, ha spazio e facilità di ricever nuovi movimenti e nuove direzioni, esercitala, movila e piegala a sentire, a toccare, a rimaneggiar fortemente tutta l’immensa varietà di impressioni di cui sei suscettibile, altrimenti la sopravegnente età irrigidirà la facile e pronta duttilità del tuo ingegno, ti renderà inflessibile l’elastica forza del tuo riscotimento, e i nuvoli della tristezza e le dissipatrici circostanze della imitatrice e confusa vita sociale ingombreranno il libero corso delle tue idee. Allora le più forti impressioni e i colpi impetuosi e profondi del grande e del bello appena potranno lambire la superficie dell’animo tuo ed eccitare una sfuggevole, leggera ed alterata commozione.
Ricerche intorno alla natura dello stile
Cesare Beccaria
RICERCHE INTORNO ALLA NATURA DELLO STILE (1770)
| Testo critico stabilito da Gianmarco Gaspari (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, II, 1984, pp. 65-232) |
Excutienda damus praecordia (Pers., Sat. V)
a sua eccelenza | carlo | conte e signore di firmian, | di cronmetz, meggel | e leopoldscron, | cavaliere dell’insigne ordine | del toson d’oro, | gentiluomo di camera | e consigliere intimo | attuale di stato | delle loro maestà imperiali regie e apostoliche, | generale sovraintendente | delle regie poste d’italia, | luogotenente | e vice-governatore de’ ducati | di mantova, sabbioneta | e principato di bozolo | e ministro plenipotenziario | di sua maestà imperiale regia apostolica | presso il governo generale | della lombardia | austriaca
Eccellenza,
io consacro a Vostra Eccellenza quest’opera mia come un pubblico testimonio della più giusta riconoscenza ad un mio benefattore e mecenate, e di quel vero rispetto che inspirano alle anime sensibili le anime grandi. Bramerei che questa mia fatica potesse meritarsi appresso il pubblico e la posterità quel favore che la propagasse in tutt’i tempi e fra tutte le nazioni, acciocché fossero palesi universalmente quei sentimenti di ammirazione dei quali, indipendentemente dall’altezza del rango e dall’autorità, sono debitori gli uomini onesti a quelli che contribuiscono alla pubblica felicità. Non già perché quegli, che ha saputo unire la dolcezza delle virtù sociali alla severa fermezza delle virtù politiche e farsi una passione del pubblico bene così viva, come altri potrebbero farsela per la propria fortuna e per l’ambizione, non sia anche superiore e per modestia e per disinganno a questa sorte di omaggi. Ma perché, se moltissimi al solo e nudo potere avviliscono la lode, e la cambiano in servile adulazione, altri molti non mancano che abbastanza non considerano quanto grande, luminosa e difficile sia la virtù fra gl’inciampi della grandezza, e gli ostacoli che cospirano contro chi del potere e dell’eminenza del grado non altro vuol ritenere se non ciò che favorisce la giustizia e la beneficenza. E se la mia patria, richiamata alla gloria delle lettere da quell’Augusta Provvidenza, nella quale sta il massimo potere dalla massima sapienza temperato, ciò che forma la più felice combinazione d’ogni dominio, deve contare ne’ fasti suoi questo secolo come l’epoca fortunata di una rinascente felicità, vedranno i posteri il nome di un così illustre ministro risplendere di quella pura luce, che la sola virtù può ottenere dalla giustizia de’ tempi. Di più: io debbo all’Eccellenza Vostra il potere con qualche tranquillità coltivare le scienze, e secondare senza ostacoli quell’impeto che, sebbene infruttuosamente per la mediocrità del mio ingegno, almeno sinceramente mi trasporta verso la ricerca della verità. Ella ha dissipate quelle nubi che la invidia e la malinconica ignoranza avevano potuto addensare sul mio capo, ed ha voluto proteggere chi altro non ha mai cercato se non di esporre colla maggior cautela e rispetto gl’interessi della umanità, sicuro di non dispiacere a chi li preferisce ad ogni altro riguardo. Egli è dunque e come cittadino e come privato che io credo di dovere offerire all’Eccellenza Vostra col più vivo e sincero sentimento di gratitudine questo mio lavoro, il quale forse avrà il solo, ma glorioso pregio di portare in fronte il rispettabile di Lei nome, e di recare all’autore la lusinga che Vostra Eccellenza si degnerà continuargli quell’autorevole patrocinio che implora chi con profondo ossequio si rassegna di Vostra Eccellenza umilissimo, obbligatissimo, divotissimo servidore
Cesare Beccaria Bonesana
A chi legge
Di molte cose io debbo prevenire quelli che mi onoreranno d’interessarsi alla lettura di queste Ricerche. Parrà a molti che, avendo io scritto in materie politiche, e la natura delle infelici procedure criminali in altra mia opera esaminata, ed essendomi ora dall’Augusta Clemenza assegnato l’onorevole incarico d’istruire la gioventù in una scienza parimenti tutta politica ed interessante la felicità degli uomini, io abbia non di leggieri traviato dal mio cammino, trascurando e il debito della mia incumbenza, e l’importanza e gravità dell’oggetto, per divertir l’animo nelle più amene e più floride regioni delle belle lettere. Ma cesserà la sorpresa ed il rimprovero per chi considera che la bellezza, la bontà, l’utilità hanno la più grande affinità tra di loro, e che tutti questi modi o concetti della mente nostra finiscono, in ultima analisi, nell’amore della felicità; onde la morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile e del bello, sono scienze che hanno una più grande prossimità, anzi una più estesa identità di principii, di quello che taluno potrebbe immaginare: queste scienze derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè dalla scienza dell’uomo; né è sperabile che gli uomini giammai facciano in quelle profondi e rapidi progressi, se essi non s’internano a rintracciare i primitivi principii di questa. Una tale verità, feconda di utilissime conseguenze, potrebb’essere più accuratamente sviluppata, e cercherò di farlo a suo luogo; basta ora averla accennata per giustificarmi, che, scrivendo le seguenti Ricerche intorno alla natura dello stile, io non perciò sia sbalzato in materie troppo disparate ed estranie all’ordinaria serie delle mie occupazioni: oltredicché non è possibile che, ricercando le verità politiche ed economiche nella natura dell’uomo, la quale n’è la vera fonte, non si debba incontrare anche in quelle verità che, quantunque aliene dall’oggetto che si ha di mira, sono però vicine, e quasi perfettamente simili a quelle che si vorrebbero ritrovare.
Ch’io poi non abbia voluto negligentare ciò che è il dovere più glorioso e caro ch’io abbia, lo potranno conoscere coloro che si accorgeranno della negligenza e fretta con cui quest’opera è scritta: se per questa mia negligenza e fretta appunto volesse taluno incolparmi, io rispondo facilmente che questo mio ardire di tentare il pubblico è nato dalla importanza del soggetto, e dal punto di vista interessante nel quale mi lusingo di aver osservato il soggetto medesimo; cosicché la novità e la natura delle ricerche mi raccomandassero, invece dell’ultima diligenza che io non ho potuto usare. La maggior parte delle cose che qui stanno scritte erano già state pensate e confusamente registrate sono già alcuni anni. Ne ho dato alcun cenno in un foglio periodico che da una società di amici si pubblicava. Questo cenno, comparso al pubblico come un Frammento sullo stile, ha avuto l’onore di essere tradotto in uno de’ più eccellenti e filosofici giornali della Francia: dopo, incoraggito d’alcuni eccellenti ingegni che approvavano la mia maniera di considerare lo stile, ho spinto più innanzi le mie meditazioni; cosicché, d’una idea nell’altra, la cosa è giunta allo stato in cui trovasi presentemente.
Io mi sono sforzato di assoggettare alla filosofia dell’animo, che con poca proprietà vien detta metafisica, e meglio dovrebbe chiamarsi psycologia, questa parte dell’eloquenza che sotto il nome di stile viene compresa, abbandonata fin ad ora quasi intieramente alla fortuita impulsione del sentimento ed alla sconnessa ed irriflessiva pratica di un lungo esercizio. Non sono mancati in questo secolo alcuni sublimi spiriti che nelle opere loro hanno dato non oscuri cenni di voler connettere lo studio delle belle arti colla nuova maniera di filosofare, e di assoggettarlo all’analisi ed al ragionamento; ma, oltreché molti sono stati trattenuti e soverchiamente intimoriti dalla più ripetuta che provata obbiezione che i precetti e le regole non formano i grandi scrittori e i grandi artisti, nissuno ancora ha preso a trattare intieramente di una parte considerabile delle belle arti con quel metodo di accurata analisi dal qual solo, combinato con l’osservazione, la perfezione dello spirito umano e quella delle scienze tutte, e la scoperta di tutto il vero che non eccede i limiti delle facoltà nostre, può aspettarsi. Giovanni Loke ha incominciato un grande edificio, e i filosofi di questo secolo lo hanno considerabilmente accresciuto e migliorato. In questa parte istessa delle belle arti io potrei citare i più gran nomi che hanno felicemente incominciato a sottomettere al dominio della filosofia anche il buon gusto, che altro non è che l’arte di regolare l’attenzion nostra intorno alle idee, come piacevoli o dispiacevoli, se la vera logica non è altro che l’arte di regolarla intorno alle medesime, ma come simili o dissimili, identiche o diverse. Il signor d’Alembert, il più grande forse, e certamente il più filosofo tra i matematici di questo secolo, quanto grandi e nel medesimo tempo quanto utili ed importanti verità non ci ha egli date intorno alle traduzioni, e su questa istessa materia, di cui io tratto presentemente, nell’articolo Elocuzione dell’Enciclopedia, e nelle sue miscellanee?
Il celebre abate di Condillac ed altri troppo famosi superiori ad ogni mia lode, che non occorre qui nominare, hanno saputo portare la luce dell’analisi in questa parte delle lettere resa sterile ed infeconda dal fosco pedantismo e dalla servile imitazione. Essi hanno incominciato a ricercar nelle facoltà nostre, nella nostra maniera d’intendere e di sentire, l’origine e le leggi del buon gusto, leggi così invariabili come lo possa essere l’umana natura; il ben sapere, cioè il ben sentire le quali, è la più prossima e la più sicura disposizione alla perfetta esecuzione di quelle. Io non voglio qui adottare la troppo facile e troppo comune maniera di tessere un lungo catalogo di autori, e dei loro sentimenti ed opinioni intorno all’oggetto di cui si tratta in quest’opera. Le copiose e comode compilazioni, le quali oggi abbondano in ogni parte, mi avrebbero facilmente messo in istato di aggravare la pazienza de’ miei leggitori con un immenso corredo di citazioni, confrontando i passi paralleli, confutando laboriosamente le opinioni diverse, discutendo con microscopica diligenza tutte le minime differenze di tutte queste opinioni e sentenze; ma io rinuncio volontieri alla gloria di dotto e di erudito, per isforzarmi di ottener quella, più invidiosa e più tarda, di accrescere il numero de’ ragionamenti precisi ed adequati nelle materie che interessano o l’utilità o l’innocente felicità degli uomini; e di far ciò senza noia, rapidamente e con un discreto numero di pagine. Ho voluto dunque soltanto far menzione de’ sullodati filosofi, al coro de’ quali può aggiungersi l’immortale autore dello Spirito delle leggi per il suo Frammento sul gusto, perché tutti questi autori si sono non solamente avvicinati ai principii da me posti intorno alla natura dello stile, ma anche talora hanno detto quasi l’equivalente; ma quelli che sono esercitati in questa sorte di meditazioni e di ricerche sapranno distinguere ciò che io ho fatto da quello che altri fatto hanno in una materia nella quale la novità consiste in una maggior precisione d’idee, ed in una più esatta coerenza di più lunghe e più generali deduzioni.
Queste materie non possono riscuotere quell’interno fremito di una tenera sensibilità, che è il più lusinghiero elogio che si possa fare a chi cerca di eccitarla; non lasciano però di essere un oggetto interessante a chi considera che le bellezze tutte, che dallo stile dipendono, sono quelle sole che più d’ogni altra perpetuano ne’ volubili animi degli uomini, e rendono comuni e palpabili alla distratta e pigra mollezza degli ingegni le più grandi verità; perché, cangiandosi con continue vicissitudini le oscure opinioni sulle cose, ed essendo le ricerche intorno alla natura di quelle disparate e remote dalla solita e più desiderata apparenza degli oggetti, le grazie sole e la forza dell’elocuzione le richiamano e le combinano in un modo che interessi la svogliata attenzione, e vestendole di quei colori che permanenti sono e più immediatamente ci feriscono, si moltiplicano per l’universale ricerca, e si rendono popolari e perpetue.
Ma qui facilmente dovrei essere rimproverato per l’aridità colla quale stanno scritte la maggior parte di queste ricerche, e per la rapida e troppo astratta maniera con cui le mie riflessioni sono esposte: quanto a questo rimprovero, facilmente si risponde che, dove si tratti di esaminare con qualche precisione idee e combinazioni di quelle, non è possibile che l’esame non si riduca ad una specie di calcolo secco e disadorno, che non prende la sua forza che da se medesimo, non dalle cose accessorie, colle quali non si debbe interrompere, e diletta più per la sua evidente precisione e nuda grandezza che per gli ornamenti, che non farebbero altro effetto che di allargare ed allontanar di troppo quelle idee le quali, perché ne dipende tutto il risultato, vogliono essere strette ed unite, e senza interposizioni enunciate. Vero è che io avrei potuto, con esempi opportuni ed opportunamente collocati, correggere e rendere più sensibile la troppo metafisica analisi che qui si contiene. Ma ciò ho fatto in vari luoghi, se non l’ho fatto da per tutto, dov’era acconcio e forse necessario. Io non ho avuto tempo, per le occupazioni che il mio dovere m’ingiungeva, di architettare simmetricamente e nel miglior modo queste mie ricerche; ma sono stato costretto di abbandonarmi a quell’ordine ed a quella non interrotta serie di pensieri che mi forniva la natura della ricerca che io facevo più per rinvenire il vero, che per pretendere che questo medesimo ordine fosse il più opportuno alla maggior parte de’ miei leggitori. Ho dunque posto quegli esempi che naturalmente mi si son presentati, trascurando la troppo lunga fatica di cercar gli altri che potessero mancare. La natura di questo scritto dimostra chiaramente che io non lo destino che a quelli che non sono affatto digiuni di buona filosofia, e che sono avvezzi a seguitar con qualche costanza e con qualche attività una non breve serie d’idee. All’imparziale e ponderato giudizio di questi io sottometto questo scritto, mentre quegli altri che i libri non leggono altrimenti che per distrarsi dal tormento di esaminar se stessi, o per avere occasione di poter aguzzar un epigramma e la relativa e limitata gloria di begli spiriti ottenere, non potranno che rifiutarlo con disprezzo, come una misteriosa sciocchezza: ma i primi, io lo spero, ben lontani da ciò, suppliranno alle mie mancanze e, rettificando le mie idee, finiranno di ridurre in sistema ed in iscienza certa e da certi principii dedotta ciò che prima era per lo più un frutto straordinario di uno spontaneo vigore e di una lunga sperienza sopra regole sconnesse di pura pratica.
Ella è questa appunto la ragione che ha fatto a taluni con giustizia reclamare contro l’inefficacia delle regole che, ben lungi di elevare e spignere gl’ingegni, ne circoscrivevano troppo servilmente i confini, e ne rallentavano il libero impeto e l’originale energia. Queste regole non erano per lo più che il ridurre a canoni generali le bellezze già combinate dai maestri dell’arte, quando piuttosto dovevano essere osservazioni pure generali sulla maniera con cui essi le avevano combinate; e mentre queste si doveano cavare dal fondo del nostro cuore, ricercando a qual combinazione di idee, d’immagini, di sentimenti e di sensazioni egli si scuota e si irriti, ed a quali resti inerte e stupidamente indifferente, si sono piuttosto volute rinvenire nel proporre solamente una parte di queste combinazioni, già da’ gran maestri esaurita, come modello di tutte le altre, senza ricercare ed indicare ciò che tanto varie e disparate maniere di dilettare, che l’esperienza ci additava, potessero avere di comune per produrre su gli animi degli spettatori quel sempre medesimo fremito interno di piacere soavissimo ed insaziabile. Ecco ciò che io ho tentato di fare intorno allo stile. Ben lontano dal credere di avere detto tutto ciò che si poteva dire, e di averlo detto senza temere taccia alcuna di critica, scorgo che pur troppo le mancanze di precisione, così facili in così inviluppata materia, e i vuoti considerabili in un oggetto così vasto, non tanto per se stesso, quanto per l’intima connessione che ha con tutto il restante delle belle arti, saranno frequenti; ma solamente mi lusingo di essere riuscito di poter avviare gl’ingegni degli Italiani, che sono stati i maestri e gli esecutori delle belle arti di Europa, a considerarne la filosofia; onde gl’innocenti ed incolpabili piaceri dell’intelletto divengano un oggetto di scienza e d’istituzione, come formanti una non disprezzabile diramazione dell’utilità comune, ed ancora della virtù umana, che dal sentimento prende l’origine sua, i suoi motivi e i suoi precetti.
In due parti ho divisa quest’opera; per ora non si pubblica che la prima parte, ma incessantemente dopo alcuni mesi seguirà la seconda. Alcune circostanze mi hanno indotto a dare in due riprese ciocché più volontieri avrei voluto unitamente pubblicare. Io profitterò di questo tempo per supplire nella seconda parte a que’ difetti ed a quei vuoti che una più matura considerazione e le onorate critiche degli amatori sinceri della verità potranno suggerirmi.
Introduzione
Fino ad ora comune opinione è stata che le regole e i precetti non formino né un oratore né un poeta; essere necessaria una non intesa ispirazione, ed un non so qual estro primitivo dominatore delle menti. Troppo cecamente si obbediscono i sublimi ingegni e si propongono come inalterabili norme alla nostra imitazione; le loro formole, le espressioni, le frasi, le bellezze tutte sono registrate e messe in catalogo; ma rarissime volte si è cercata la maniera con cui sono arrivati a ritrovarle, ed il perché facciano una così dolce impressione sovra di noi. Testimonio ne siano quasi tutte le istituzioni poetiche e rettoriche fin or pubblicate, le quali non salgono giammai all’origine dei nostri sentimenti; riboccanti di osservazioni eccellenti e finissime su i risultati di una lunga esperienza, non s’internano ad indagarne i principii motori. Un’eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare in se stesso l’indolente ed indeterminata sensibilità, che facesse scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli produssero piacere o dolore. Uomo forse non v’è che, tolto all’uniforme ed abituale serie d’azioni a cui la maggior parte è destinata, e che incallito non sia dall’età e dalla facile consuetudine, il quale non acquisti tutt’i germi, benché non isviluppati, del grande e del bello. Sono le osservazioni sopra le interne operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di esso, che formano le vere istituzioni. Mio scopo non è di dare i precetti tutti dell’eloquenza e della poesia, ma soltanto di fermarmi principalmente intorno alla parte di queste due belle arti emulatrice dell’invenzione e perpetuatrice delle più grandi ed importanti verità, cioè l’espressione, ossia lo stile. Se i miei sforzi non riusciranno, in parlando dello stile, a spandere una luce nuova su tal materia, serviranno almeno a scuotere le menti italiane ed a diriggere la fervida loro inquietudine a tentare di scoprire quel secreto che i gran maestri ci hanno celato. Io parlo solamente a quegli animi pronti e penetranti che sanno ripiegarsi in se medesimi a sentir profondamente, ed a quegl’ingegni arditi e liberi che si formano una scienza de’ loro pensieri e non degli scritti altrui. Amo che le mie ricerche, qualunque esse siano, diventino proprie e sostanziali del lettore; ma, perché ciò egli faccia, deve correre con eguale fatica la mia strada, senza ch’egli sia spinto ad ogni passo da una laboriosa e torpida diligenza.
Così, credo, faccendo, avrò convinto almeno in parte i miei leggitori che, in quanto allo scrivere eccellentemente si appartiene, non sia questo un dono di natura, ma uno studio dell’arte diretta da principii certi e da norme inalterabili: perché, se con un sol principio bene sviluppato si arriva a discernere subito fra la moltitudine delle espressioni le migliori, e se da questo istesso principio caverò il modo di avvezzar l’immaginazione e l’intelletto a trovar prontamente copia di espressioni fra le quali sciegliere le più opportune, confesserà ognuno esservi lo stesso artificio a scriver bene, come vi possa essere a far qualunque altra cosa, ove si ricerchino i necessari materiali e meglio quelli si sappiano disporre.
I. Esposizione del principio generale
Sotto il nome di stile comunemente s’intende la maniera di esprimere con parole i concetti dell’animo nostro: basta in questo momento la volgare definizione, finché non sia arrivato ad una più precisa e filosofica. Ogni discorso è una serie di parole che corrisponde ad una serie d’idee; ogni discorso è una serie di suoni articolati: dunque ogni differenza di stile consiste o nella diversità delle idee o nella diversa successione de’ suoni rappresentatori. La diversità delle idee consiste o nelle idee medesime o nell’ordine con cui esse sono disposte, o nell’uno e nell’altro insieme. La diversità dell’ordine de’ suoni può essere relativa alle idee medesime per quella secreta analogia che passa fra le sensazioni dell’udito e quelle degli altri sensi, come l’essere veloci o lente, aspre o dolci, e simili circostanze comuni. La diversità de’ suoni può essere relativa alla disposizione ricevuta dall’uso comune, che chiamasi grammatica; può essere relativa alla maggiore e minore armonia con cui le parole si succedono scambievolmente. Mio scopo non è di parlare di quella parte di stile che appartiene semplicemente alle parole, ma di quella parte che appartiene alle idee.
Un semplice sguardo su di noi stessi ci manifesta che ogni nostro discorso consiste o nell’enunciare una verità o nell’eccitare un sentimento; ma che diverse possono essere le strade che conducono a questi fini. Chiamo idee, o sentimenti principali per le idee, quelle che sono solamente necessarie, acciocché dal loro paragone ne possa risultar l’identità o la diversità, nel che consiste ogni nostro giudizio; e per i sentimenti, quelli che sono il solo oggetto del nostro discorso, sia per manifestare le nostre, sia per risvegliare in altri sensazioni di piacere o di dolore, nel che consiste ogni nostra passione. Chiamo idee o sentimenti accessori quelle idee e quei sentimenti che si aggiungono ai principali, che sono i soli necessari, e che ne aumentano la forza e ne accrescono l’impressione; il che come avvenga si vedrà in appresso.
La diversità dello stile non può consistere nella diversità delle idee o sentimenti principali, se per diversità di stile intendasi l’arte di esprimere in diverse maniere la stessa cosa. Riflettasi che una serie complicata d’idee o di sentimenti può sottodividersi in molte serie parziali, ciascheduna delle quali contenga dei principali rispetto a se medesima. Vi possono dunque essere differenti stili, rinchiusi, per così dire, l’un dentro l’altro. In generale, ogni semplice affermazione o negazione presa da sé non è stile; ma una serie d’affermazioni o negazioni, tutte subordinate ad una principale affermazione o negazione, potendo essere diverse e diversamente disposte, possono formare lo stile.
Qualche volta l’idea o il sentimento principale non sono espressi nel discorso; ma gli accessori gli esprimono sufficientemente. Qualche volta l’idea o il sentimento principale essendo complicati, e nel discorso espressi con tutti o parte dei loro componenti, potendovi essere scelta in queste circostanze, può esservi diversità di stile. Un’idea o un sentimento principale composti, enunciati colla loro parola corrispondente, non formano stile; enunciati per mezzo delle loro parti possono ammettere stile, quando le circostanze permettono la scelta indifferentemente di queste parti.
Dunque lo stile consiste nelle idee o sentimenti accessori che si aggiungono ai principali in ogni discorso. Riduciamo questa definizione dello stile a qualche cosa di più preciso. Tutte le nostre idee o sentimenti, in ultima analisi, si possono considerare come derivanti dalle sensazioni semplici, siano cinque o più i sensi dell’uomo, siano interni od esterni; perché ancora tutte le più complicate idee e le più astratte e generali sono sempre occasionate o accompagnate da qualche sensazione, o da qualche confusa ed interna affezione di piacere o di dolore associata a tali idee, o spessissimo ancora dalla semplice sensazione auditiva o visibile della parola. Non gioverebbe, in questo ultimo caso, obbiettare che si tesserebbero lunghi ragionamenti sopra idee non ben conosciute, perché tali ragionamenti si fanno spesse volte secondando l’analogia della lingua, senza che la mente sia conscia di tutti gli elementi che formano la catena del raziocinio.
Ma il piacere delle cose sensibili non si fa sentire nell’animo dell’uomo se non per mezzo delle sensazioni: dunque la bellezza dello stile dipenderà immediatamente dallo esprimersi di quelle, dal risentimento che s’eccita nell’animo dalle parole che le rappresentano; dunque lo stile consiste nelle sensazioni accessorie che si aggiungono alle principali; dunque, quanto maggior numero di tali sensazioni e quanto più interessanti potremo addensare intorno all’idea principale, in maniera che sieno compatibili con essa e tra di loro, tanto maggiore sarà il piacere che ci darà lo stile. Due sole ricerche dunque ci restano per la perfetta applicazione del principio: l’una, il sapere quali siano i limiti oltre i quali il cumulo e l’interessamento delle sensazioni nuoce invece di giovare; come si aiutino o si danneggino scambievolmente, e l’ordine migliore con cui possano essere disposte; e questa ricerca sarà l’oggetto della prima parte; l’altra, quali siano i mezzi di esercitare l’animo nostro a quel pronto e vivido risentimento, per il quale facilmente ecciti in se stesso una copia di moltiplici e varie sensazioni, le quali scegliere e combinare si possano nel miglior modo possibile; e questa sarà l’oggetto della seconda parte.
Per formarci un’idea più chiara del poco che noi abbiamo detto finora, e del più che resta a dire, bisogna riflettere che, trattandosi di stile, le parole sono il mezzo, ossia lo stromento eccitatore di tali sensazioni. Ora, fra tutto l’immenso corredo delle parole che formano il corpo di una lingua, alcune eccitano veramente ed immediatamente sensazione nell’animo; altre non l’eccitano immediatamente, ma bensì risvegliano l’immagine di altre parole, e talvolta queste parimenti di altre, le quali poi risvegliano le sensazioni; altre finalmente, quantunque le risveglino immediatamente, pure ne rappresentano e ne eccitano un numero così grande alla volta, che non possono che confusamente e debolmente esser sentite; onde l’attenzione o niente percepisce, o si ferma soltanto su pochissima parte del tutto, significato da tali parole. Per sentire la verità di ciò, non è necessario tessere una lunga e minuta storia dell’origine delle lingue; basti il sapere che si assegnano due naturali principii alla formazione di quelle: l’espressioni organiche del piacere e del dolore e le imitazioni degli oggetti da esprimersi; onde di questi due principii con tutte le loro combinazioni si sono formate, secondo la diversità dei bisogni e secondo la differenza degli aspetti nei quali le cose sono state vedute, tutte le parole primordiali e radicali delle lingue. Ora, esaurite facilmente e l’espressioni naturali e proprie delle nostre affezioni, e la limitata imitazione degli oggetti, tutto il resto delle parole dovette formarsi dalle combinazioni delle radicali; parimenti dalle combinazioni delle combinazioni, e così successivamente: dal che avvenne che, complicandosi gli oggetti da esprimersi nel medesimo tempo che si complicavano le parole, queste per un doppio titolo dovettero perdere la loro efficacia; onde le combinazioni più remote dall’origine venivano prima a risvegliare nell’animo non l’oggetto troppo composto a cui erano state adattate, ma le parole di cui erano state immediatamente formate, le quali sovente non le idee che la cosa medesima eccitava rappresentavano, ma solamente, secondo l’occorrenza, alcuna delle circostanze che quella accompagnavano. Dunque ogni nostra ricerca ed ogni nostro esame dovrà farsi intorno alle sensazioni medesime ed alle combinazioni di quelle; e le parole dovranno essere risguardate principalmente come eccitatrici più o meno immediate di tali sensazioni, o combinazioni di sensazioni.
A misura che le sensazioni elementari si associano e si aggruppano tra di loro, cresce il piacere finché l’attenzione vi resiste, e segue l’energia di tutto l’oggetto; ma al di là del limite vario, ma costante, fissato ad ogni essere sensibile, gli avviluppamenti delle medesime sensazioni diminuiscono il piacere medesimo. La moltiplicità dei lati dell’oggetto fa che languide ed oscure si presentino alla vacillante attenzione. Nella scelta delle idee accessorie sceglieremo dunque non sensazioni elementari non troppo complicate, ma combinazioni primitive e sensibili di sensazioni elementari (così opera la natura: essa ci inonda di fasci di sensazioni alla volta, presentandoci masse e non elementi). Quanto maggior numero di tali sensazioni risplenderanno intorno alle idee principali, tanto maggiore sarà il piacere per chi legge o ascolta, perché sentirà un maggior numero di corde sensibili fremere dentro di sé; ma al di là di un certo numero la copia soverchierà l’attenzione, che sempre si sforza di seguire ogni nuova impressione che le è presentata, e stanca ed incerta si fermerà sopra alcune delle più interessanti: tutte le altre, restando impercepite, faranno interruzione di senso e di piacere, ed una tale interruzione dev’essere spiacevole: per esempio, delle due espressioni sguainar la spada, o snudar il ferro, vede ognuno esser più bella la seconda che la prima: l’idea di spada, quantunque tutta composta di sensazioni, pure il troppo numero di un oggetto così composto rende incerta ed indeterminata l’attenzione, invece che l’espressione di ferro ci richiama ad una sensazione sola e determinata, la quale lascia il luogo necessario all’altre impressioni che dall’animo si debbono contemporaneamente sentire per tutta l’estensione della proposizione. Ben è vero che per alcuni, i quali abbiano un grand’uso, per esempio, della spada, e molto si siano esercitati intorno di quella, potranno più facilmente a questa parola di spada sentirsi risvegliar con chiarezza e precisione tutte le idee che sotto questo nome vengono comprese; onde forse più piacere aver possono ascoltando o leggendo la parola spada, di quello che la parola ferro; ma per il maggior numero non sarà così: basta questa riflessione per farci chiaramente intendere l’origine delle tanto diverse opinioni e discrepanti giudizi degli uomini, anche di gusto raffinato, intorno alle cose di stile. Le circostanze di ciascheduno fa che altri più, altri meno idee sentano interiormente risvegliarsi dalle parole pronunciate o lette; e non è così facile di cangiar questa propensione dell’intelletto loro: onde differentissimi saranno i risultati che da ciascuno per ciascuna maniera di stile ne nasceranno. Di qui è che l’assuefazione, l’uso, la commoda imitazione faranno più convergere i giudizi degli uomini sopra lo stile, che la concorde uniformità de’ sentimenti, la quale solo si troverà in quelle cose, verso delle quali li bisogni e le comuni sensazioni stabilmente gli uomini piegano e diriggono: dunque soffriremo la simultanea combinazione di più sensazioni finché l’attenzione non resiste al netto concepimento di esse; ma quando la combinazione rendesse l’attenzione dubbiosa ed incerta ricorreremo alle sensazioni precise e determinate; e tanto più facilmente vi ricorreremo quanto sapremo che, riducendo un oggetto composto di molte sensazioni a qualcuna delle più precise e determinate che lo compongono, se si perde la simultanea impressione di molte sensazioni, si è ricompensato colla maggior estensione che ha l’espressione precisa e determinata, poiché l’analisi delle nostre idee c’insegna che gli oggetti composti, sciolti nelle sue parti principali, si riducono ad alcuni pochi elementi comuni, dalla varia combinazione dei quali e la differenza delle idee e quella delle cose risulta; così l’espressione composta di spada, ridotta all’espressione precisa e determinata di ferro, non ci presenta immediatamente e vivamente tutte le parti di una spada: ma, invece, rappresentandoci al vivo il principale componente di quella, cioè il ferro, fa scorrere la mente con rapidità a tutti gli usi ed agli estesi rapporti di questo metallo. Suggerisce dunque una maggior quantità d’idee senza esprimerle, del qual fenomeno si parlerà in appresso.
Non solamente il maggior numero delle sensazioni, ma la scelta di quelle che si rinforzano reciprocamente, e molto più l’idea principale, rendono migliore lo stile. Ma in qual maniera un’idea può essere rinforzata nell’animo nostro? In due maniere: l’una, coll’analisi dell’idea medesima nelle sensazioni dalle quali è occasionata, vale a dire nella enumerazione di tutti o di parte de’ componenti i più energici che immediatamente non sono presentati dall’espressione propria ed adequata dell’idea totale: dico di tutti o di parte de’ componenti l’idea totale, perché spessissimo una parola, esprimente soltanto una parte dell’idea totale, ci darà una espressione più forte della parola corrispondente all’idea del tutto: se la parte che si esprime rappresenta un’idea tale che determini necessariamente tutto il resto, che sia la più considerabile per rapporto alla sensazione dell’oggetto in tutte le sue circostanze, farà certamente un maggior effetto della parola rappresentante un’idea totale, cioè un fascio d’idee non ben percepite: chi dice cento vele invece di cento navi esprime idee parziali invece d’idee totali; ma l’idea di vela determina necessariamente l’idea di una nave, dell’uso di quella, del suo movimento, della cagione di questo, e nel medesimo tempo è la parte più considerabile per rapporto alla sensazione che si ha di una nave in quasi tutte le sue circostanze. L’altra maniera di rinforzare un’idea nell’animo nostro consiste nell’esprimere le sensazioni associate naturalmente coll’idea principale, perché, richiamandola tante volte quante sono le diverse idee associate, si fissa e si perpetua nell’animo con maggiore costanza e chiarezza. E qui notisi che qualunque sorta d’idee accessorie formanti lo stile debbono essere necessariamente idee associate o associabili nella immaginazione coll’idea principale; anzi, il legame di associazione dev’essere ben più forte colla principale che fra di loro, a misura dell’importanza di quella; altrimenti, se il legame di associazione è più forte tra le accessorie che colla principale, l’accessorio diventa principale, ed il principale accessorio, il che rende lo stile confuso ed inviluppato, perché la sintassi ed il raziocinio sono legati in un modo, e le rappresentanze, che le parole destano nell’immaginazione, in un altro. Ora, le idee si associano nella mente o per immediata successione di tempo, o per coesistenza di luogo, o per similitudine di qualità. Se dunque la differenza fra le sensazioni combinata col loro maggior numero compossibile abbellisce lo stile, eccellenti saranno le accessorie che hanno coesistenza di luogo, o successione immediata di tempo e differenza di qualità; o, viceversa, similitudine di qualità e differenza di luogo o di tempo.
Oltre il numero delle sensazioni, oltre la scelta di quelle che si ripercuotono tra di loro, e di più l’idea principale, debbesi considerare nella scelta delle idee accessorie la quantità dell’interesse delle sensazioni medesime. Le sensazioni sono più o meno interessanti a misura che sono più precise e determinate, a misura che sono più vivaci, a misura che sono più grandi e più varie; e tutto ciò fino ai limiti posti ad ogni intelletto, oltre i quali nasce il dolore e la confusione.
Sono ancora le sensazioni più o meno interessanti a misura che nascono da oggetti più o meno piacevoli, più o meno dolorosi; anzi egli è conosciuto fenomeno che noi preferiamo nelle belle arti la nera e tenebrosa immagine del dolore alla ridente e serena del piacere, sia per un tacito paragone che noi facciamo della nostra coll’altrui situazione, perché l’eccitarsi in noi simili idee ci faccia avidamente correre all’esame dell’attuale stato nostro, e questo esame attuale non può farsi se non si risvegli la nostra attenzione a considerare quella folla di minutissimi piaceri di cui la nostra vita è quasi continuamente inondata, e che sono cotidianamente per noi perduti a cagione della torbida rammentanza del passato e degl’inquieti nostri slanci nell’avvenire; sia perché nei quadri tristi e patetici, quantunque i punti principali sieno dolorosi, pure nella moltiplicità delle sensazioni componenti ve ne sia un maggior numero di piacevoli, o perché, occupati sempre più di noi stessi che delle altre cose, il piacere non è così forte come il dolore per obbligare l’attenzion nostra, per la quale attenzione noi siamo meno obbligati agli oggetti provanti piacere che a quelli sofferenti dolore, per il che questo secondo più infallibilmente che non il primo ci guarisce dalla noia, che esclusivamente ad ogni altro sentimento ci crucia e c’infastidisce; sia perché l’immagine degli oggetti che, presenti, sarebbero dolorosi, essendo necessariamente più debole, rientri nei limiti del piacere; sia finalmente perché questo misterioso piacere appartenga ad un sesto senso interiore, il quale non corrisponda immediatamente agli oggetti esterni, ma bensì solamente alle sensazioni prodotte da’ suddetti oggetti: fors’egli communica e penetra tutto il dominio de’ sensi esterni. Pare che le associazioni delle idee appartenenti a’ sensi differenti non possano farsi che per un legame comune. Forse questo legame è anch’egli occasione di una terza specie di sensazione, oltre le due associate.
Comunque sia di questa importante materia, a me basta qui il supporre la verità del fenomeno, da tutti quelli che hanno scritto di belle arti egualmente ammesso, e conosciuto e sperimentato da chiunque, toccandosi internamente, si sarà sorpreso contemplante con piacere, non colla presenza dell’oggetto, ma colla sempre debole immaginazione, il quadro delle miserie altrui. Altrove sarà detto ciò che io ne penso su questo sesto senso.
Al numero ed alla varietà delle sensazioni è preferibile la grandezza e la vivacità di esse, perché l’attenzione è meno divisa e la facilità del concepimento più ovvia; ma, quanto sono più grandi e più vive le sensazioni accessorie, tanto minor numero ne soffre intorno a sé l’idea principale; altrimenti l’attenzione resterebbe isolata alle parti, e non distribuita sul tutto.
Quando le sensazioni sieno picciole e di poca importanza, allora bisogna supplire colla moltiplicità e coll’ordine alla mancanza d’interesse di ciascheduna in particolare. Ho detto che bisogna supplire colla moltiplicità delle idee accessorie, le quali non saranno tali se non sieno sensibilmente differenti tra di loro, e tutte ben precise e determinate. Così col numero di varie sensazioni verremo a formare una quantità d’impressione eguale ad ima più grande e più importante. Tutto dunque si riduce a destare in ogni momento una tal determinata quantità di sensazioni, al di là della quale l’immaginazione soverchiata si ottenebra e si stanca, ed al di qua resta languida, inquieta, e più oltre desiderante.
Ma come potrà mai determinarsi questa quantità d’impressioni, attesa la varia natura delle menti umane? Rispondo che questa varietà di menti umane consiste piuttosto nelle diverse qualità d’idee, che nella diversa quantità di esse che possano contemporaneamente esser presenti alla mente. Gli oggetti presenti inondano tutta la nostra attenzione, e col numero e colla vivezza delle loro percosse destano un maggior numero d’idee dentro di noi; pure, anche nell’osservare la moltiplicità degli oggetti presenti, noi con rapida, ma vera successione fissiamo l’attenzione ad un oggetto solo s’egli è sufficientemente grande, e a due o tre se sono piccioli. Ora, lo stile, per quanto fedele rappresentatore egli sia delle sensazioni presenti, non potrà giammai uguagliare la vivacità attuale degli oggetti; dippiù, la presenza delle cose ci entra nella mente, sia che vi c’interessiamo, sia che non vi c’interessiamo; e, nel primo caso, di più masse l’attenzione ne sceglie una sola per volta, le altre trascurando. Ora, lo stile ci deve interessare ad ogni momento: la quantità dunque dell’impressione che si deve procurar di eccitare ad ogni momento sarà eguale alla massa degli oggetti che l’attenzione considera in una volta. Ma l’attenzione veramente non considera che tre o quattro idee in una volta: dunque la quantità delle impressioni momentanee non sarà mai maggiore di tre o quattro sensazioni; quando sieno di più, bisogna dividere in due impressioni o, per dir meglio, in due tempi d’impressioni, le sei o le otto sensazioni che si debbono eccitare: ora, queste sei o otto sensazioni o non saranno punto o non saranno almeno ugualmente associate o associabili tra di loro. Nella disposizione, dunque, e nella divisione di queste sensazioni faremo in modo che quella delle tre o quattro prime che sarà più atta, perché più associata, a destare alcuna delle ultime tre, sia quella che dia il passaggio dalla prima alla seconda serie di sensazioni.
Nella moltitudine degli oggetti presenti ogni oggetto può essere considerato da sé, e può essere considerato in azione, o come avente una tal determinata proprietà, la quale azione o proprietà suppone l’esistenza dell’oggetto medesimo: così le parole rappresentano o le cose medesime, o le azioni e le proprietà delle cose; ma le parole rappresentanti azioni o proprietà delle cose non potranno essere ben percepite né gustate senza che vi sia espressamente o tacitamente la parola esprimente la cosa. Se dunque in una serie d’idee e di parole noi disporremo le parole rappresentanti o azioni o proprietà in maniera che quelle che formerebbero un oggetto solo non vadano riunite, ma bensì da altre separate – per esempio, avendo due oggetti da rappresentare come uniti, intralceremo le idee dell’uno con quelle dell’altro, – noi verremo a sforzare l’attenzione sul tutto, e faremo correre l’immaginazione eccitata dalla curiosità su tutt’i lineamenti del quadro; per esempio, quando Virgilio dice:
extinctum nymphae crudeli funere Daphnim
flebant,
i due oggetti nymphae flebant e il Daphnim extinctum crudeli funere possono essere considerati separatamente da sé, dicendo così: nimphae flebant Daphnim extinctum funere crudeli: allora l’immaginazione considera solamente il pianto delle ninfe, e poi passa a considerare la morte di Dafni; il che non forma un quadro riunito, ma bensì due rappresentazioni differenti. Per lo contrario, nel verso virgiliano la parola di proprietà della morte di Dafni è riunita coll’oggetto nymphae: extinctum nymphae; e la parola di proprietà delle ninfe è riunita coll’oggetto Daphnim: Daphnim flebant.[1] È dunque sforzata l’immaginazione a considerare contemporaneamente i due oggetti. Ecco dunque in che consiste l’ordine nello stile: in due artifici, cioè nel dividere le serie di sensazioni in serie parziali, passando dall’una all’altra pel legame delle associazioni; e l’altro nello sforzare l’attenzione su tutto il fascio delle idee che si debbono rappresentare simultaneamente.
II. Delle idee espresse e delle idee semplicemente suggerite
Un’altra osservazione, non meno importante che generale, sarà intorno al diverso effetto che le idee accessorie possono produrre quando siano espresse co’ termini loro corrispondenti, o quando siano semplicemente suggerite o destate nell’animo di chi legge o di chi ascolta. Espresse nuocerebbero al fascio intero delle sensazioni; destate solamente lo giovano, non solo perché la picciola fatica che facciamo e l’applauso interno del nostro ritrovato ci rinfranca l’attenzione sul restante, ma molto più perché è legge della nostra sensibilità che tutt’altra forza abbiano le idee espresse e le tacciute, e tutt’altra attenzione esigono da noi quelle che queste. Ora, le attenzioni saranno tanto più lunghe o più frequenti, tanto più si nuocono tra di loro e scemano l’attenzione al tutto; mentre per lo contrario quei lampi rapidi e passaggieri di attenzione, che balenano in noi per le idee accessorie semplicemente destate e non espresse, accrescono il numero delle sensazioni senza nuocere all’attenzione ed all’energia del tutto. Abbiamo dimostrato che la quantità d’impressione momentanea non deve eccedere che tre o quattro sensazioni ordinarie, perché per tante e non più la mente umana è capace di una simultanea attenzione: la vivacità degli oggetti presenti non le concedono una maggior ampiezza ed una maggiore comprensibilità. Nelle cose lette o ascoltate, in luogo della vivacità e della realità che è nell’oggetto quando è presente, vi è la vivacità e la realità della parola visibile o auditiva: se noi dunque volessimo tutte le accessorie che si tacciono esprimere, verressimo ad offendere quella legge che determina e limita la quantità d’impressioni simultanee, oltre la quale o lo sforzo della mente si porterà su tutte le idee espresse, e confusa per il tutto e debolissima sarà la percezione delle parti, o solamente ad alcune noi faremo attenzione, cioè solamente di alcune l’immagine corrispondente alla parola si risveglierà nella mente, ed allora le altre parole, rimanendo insignificanti, faranno interruzione al senso, e distruggeranno l’effetto delle altre in vece di aumentarlo.
Se dunque una parola racchiude nel suo concetto molte e varie sensazioni, come spada, esercito, nave ecc., cosicché la mente dalla parola medesima non sia determinata a considerar più l’una che l’altra delle sensazioni componenti, ma sibbene sia piuttosto sforzata a considerarle tutte in una volta, accaderà che condensando due o tre di queste parole intorno ad un’idea principale vi saranno non due o tre accessorie soltanto unite e destinate ad aggiunger forza alla principale, ma invece un molto maggior numero, quante saranno le sensazioni egualmente comprese sotto i nomi di spada, esercito, nave ecc.: e tutte queste varie e numerose sensazioni non essendo più immediatamente le une che le altre suggerite, tutte concorrono contemporaneamente ad associarsi colla principale; onde l’effetto reale che ne succede si è che la fantasia nostra resta distratta e confusa. Per lo contrario, se invece de’ nomi spada, esercito, nave ecc., si dicesse ferro, soldato, vele, e che questi nomi si condensassero attorno ad un’idea principale per formarne un senso, si osservi che le tre sole nozioni e precise sensazioni, comprese nel proprio significato delle tre suddette parole, sono quelle che immediatamente e prima d’ogn’altra si risvegliano nella fantasia; onde saranno quelle che immediatamente si uniranno colla principale. Ma per forza di associazione non tralascierà la parola di ferro di suggerire rapidamente le altre sensazioni comprese sotto la parola spada; quella di soldato, quelle di esercito; quella di vele, quelle di navi. Ma non essendo queste sensazioni suggerite propriamente associate colle parole ferro, soldato e vele, ma con le idee che queste immediatamente risvegliano, non possono nuocere alla principale così facilmente. Ecco chiaramente spiegato ciò che io intendo per idee suggerite e per idee espresse, mentre però tutta questa teoria sarà resa più evidente dopo che nel progresso io avrò parlato de’ nomi speciali ed appellativi, e de’ traslati.
Le idee semplicemente suggerite non entrano nella sintassi della proposizione, la quale regge senza di quelle; non sono durevoli nella mente quanto le idee che eccitate sono dalle parole immediatamente, quantunque come le altre, alla occasione di quelle, si risveglino, onde con minore dispendio di tempo e di forze si ottiene un più grande effetto. Quando Virgilio fa dire a Didone:
dulces exuviae, dum fata deusque sinebant,
accipite hanc animam, meque his exolvite curis,
quanta folla d’idee si risveglia in chi legge quelle sole parole, in quella occasione dette, dulces exuviae; la sintassi regge senza che si risveglino queste idee, onde la mente non trovasi affaccendata a raccapezzare un senso complicato e in molte parti diviso; e coll’accennar soltanto la spada di Enea sotto il nome di una spoglia, cioè di una cosa da lui portata e da lui ricevuta in dono, quanto teneri e contrastanti sentimenti non ci sentiamo fremere interiormente!
Egli è evidente che una medesima serie d’idee per intervalli di tempo più lunghi occupa la mente se siano espresse, di quello che se siano tacciute, perché un maggior tempo si consuma nella percezione della parola, per la durata della quale si continua la presenza dell’idea corrispondente, di quello che sia consunto nella rapida ed affollata successione d’imagini che per forza di associazione si eccitano reciprocamente. Tanto è ciò vero che non sarà inutile il qui osservare che molte espressioni non sono preferibili alle altre, se non appunto perché la sensazione auditiva o visibile della parola è materialmente più breve dell’altra: è più bella e più nobile espressione la parola cocchio della parola carrozza, non per l’azzardo capriccioso dell’esser meno comune ed invilita espressione, giacché tant’altre, che nelle bocche di tutti sieno continuamente, ciononostante né si rigettano, né per meno belle son riputate, ma soltanto perché è parola più breve, e l’idea da un più rapido segno è rappresentata; onde si ottiene lo stesso effetto con minore spesa di forza e di tempo. Ora, se le idee tacciute fossero tutte espresse, noi verressimo a rendere più tarda e più lontana la connessione tra le idee principali, il che renderebbe annoiante e faticoso il netto concepimento del tutto, oppure la mente nostra dividerebbe in più tempi ciò che per l’unità dell’idea principale dovrebbe essere rinchiuso in un solo; il che, rendendo l’accessorio principale, produrrebbe e confusione nella chiarezza, e noia nelle unioni diseguali e sproporzionate d’idee fatte nella mente nostra. Tanto è vero che il tempo (che altro non è per noi che la successione delle idee degli esseri sensibili) è una quantità alla quale non la scienza del moto solamente, ma le scienze tutte e le belle arti e la politica debbono aver considerazione; perché tutte le più fine e le più sottili ed interiori, egualmente che le più complicate e più grossolane ed esteriori operazioni dell’intelletto, sotto l’inesorabile suo dominio si fanno e si manifestano.
Fra la moltitudine delle idee accessorie che si presentano, quali sceglieremo per essere espresse, quali serberemo per essere semplicemente destate? In primo luogo, tra molte accessorie analoghe e moltissimo simili fra di loro, e che si risvegliano reciprocamente ed infallibilmente l’una l’altra, una sola sarà l’espressa, le altre tacciute; perché se tutte fossero espresse, ciascheduna espressione replicando le idee di tutte le altre, vi sarebbe superfluità e ridondanza, che fastidio produrrebbe e stanchezza e dispendio di tempo. La ripetizione delle idee accessorie non produce lo stesso effetto della ripetizione delle idee principali: queste si rinfrancano come tali nella mente, e divengono perciò come un centro di luce che il tutto riscalda e rischiara; quelle, ripetute, annebbiano e dissipano l’attenzione dalle principali; per lo contrario, se una sola sia l’espressa, le altre analoghe semplicemente destate, la quantità d’idea e d’impressione rinchiusa in una sola espressione diviene più grande e per conseguenza più piacevole, restando picciola la insipida sensazione dell’udito e dell’occhio, che abbiamo visto che un tempo considerabile esige a spese delle idee e dell’immaginazione; così veniamo ad ottenere un più grand’effetto in più breve tempo: problema che non è solo l’oggetto de’ meccanici, ma della morale e della politica, anzi di tutta la filosofia.
In secondo luogo, tra la moltitudine delle idee accessorie vi saranno, oltre le analoghe, quelle che sono più distanti, ciascheduna delle quali avrà le sue rispettive simili ed associate: di queste ognuna apre la mente ad una serie d’impressioni, e sono, direi quasi, capi-idee e capi-pensieri; queste saranno l’espresse, perché non si destano reciprocamente, ed è necessaria l’espressione per eccitare, ossia perché la mente possa percorrere tutte queste differenti progressioni d’idee. Sarà dunque eccellente la combinazione di quelle accessorie colla principale in cui tutte le accessorie espresse siano capi-pensieri, e non molto analoghi ed associati tra di loro, e moltissimo colla principale, per una delle tre indicate sorgenti per cui le idee vicendevolmente si legano.
Una riflessione soggiungo intorno all’effetto delle idee espresse e tacciute: cioè che tra una espressione e l’altra, per i limiti e la debolezza de’ sensi esterni, tanto per mezzo dell’occhio, quanto per mezzo dell’udito, corre un picciolo intervallo di tempo e, per così dire, di silenzio e di riposo; se vi sono idee destate e non espresse, queste come lampi di mente riempiono questo vuoto senza stanchezza; ma se tutte sono espresse, si moltiplicano i vuoti e non si riempiono; il che porta diminuzione di piacere e stanchezza per l’aumentata fatica delle espressioni da leggersi o da ascoltarsi. Quanto più grandi e più forti saranno le idee accessorie espresse, tanto più numerose possono essere le idee tacciute, ma necessariamente destate da quelle, perché l’efficacia delle prime tende e rinforza l’attenzione, che con più rapidi voli slanciasi ad abbracciare le idee non espresse senza pregiudicare all’interesse del tutto, e perché espressioni più grandi e più forti fermano l’immaginazione di chi legge od ascolta, essendo manifesta legge della mente nostra di trovarsi obbligata ad impiegar un tempo maggiore nella considerazione delle idee a misura che sono più grandi e più forti: onde per questo tempo necessario, per questa dimora, per così dire, della mente su di un oggetto, quantunque egli medesimo per la forza e grandezza sua esigga tutto questo tempo maggiore di attenzione, ciononostante la mente, dall’impeto concepito a percorrere una serie d’idee quasi trattenuta, più facilmente potrà ricevere altre idee rapidamente risvegliate all’occasione di espressioni forti ed energiche. Chi ben considera, e ritorna sulla esperienza dell’animo suo, potrà facilmente scorgere che, sempre che un grande ed interessante oggetto fermi il pensiero e percuota improvvisamente l’immaginazione, questa, dopo considerato quell’oggetto, nell’atto che si riscuote e si risveglia dall’intensione nella quale trovavasi, per così dire, attuata e raccolta, non si abbandona subito all’ordinaria impressione delle cose che le stanno d’attorno, ma sibbene destasi in lei una moltitudine d’idee tutte relative non solo a quella straordinaria impressione che l’ha percossa, ma ancora a se stessa, ed alle passioni dalle quali è dominata. È da ciò che i boschi, nei cupi e vari ravvolgimenti dei quali erra il pensiero, che le solitudini antiche de’ monti, ove signoreggia illimitata la natura, che la vista del mare che si allarga fra mille nazioni, oggetti immensi e tanto occupanti l’attonita immaginazione, sono ricercati da coloro che più amano di pascolare i loro pensieri, ed esercitar l’animo liberamente e senza distrazioni dalla considerazione di se medesimi; mentre coloro i quali odiano di rientrare in se stessi, e cercano fuggire in certo modo e sottrarsi dal sincerissimo accusatore pensiero, si gettano nel minuto e sempre uniforme vortice della vita comune, gli oggetti della quale sono atti bensì a spinger l’animo fuori di se stesso in un continuo movimento, ma non a fermarlo, e renderlo attonito e pensieroso. Per lo contrario, più picciole e più deboli saranno le accessorie espresse, la scelta si farà su di quelle che ne risvegliano un minor numero, perché la differenza tra le une e le altre essendo minore, e sovente più importanti e più forti potendo essere le destate che l’espresse, si corre rischio che le idee dell’autore siano perdute di vista, e confuso ed interrotto riesca l’effetto del tutto sopra le immaginazioni varie e non legate da sufficientemente forti ed esterne sensibili manifestazioni. Le deboli accessorie espresse, secondo abbiamo dimostrato, debbono essere molte, acciocché il numero compensi la debolezza; ma molte idee espresse occupano un tempo ch’esclude molte idee tacciute o sottintese, altrimenti di troppo allontaneressimo il concepimento della idea principale. Le accessorie forti, per una contraria ragione, debbono essere poche in ciascun momento d’impressione; ma poche forti lascierebbero del vuoto negl’intervalli necessari dell’espressione, che da molte idee non espresse debb’essere supplito.
III. Delle idee di cose fisiche e delle cose morali
In due classi principali si divide tutta la folla delle sensazioni che possono servire alla tessitura dello stile: espressioni d’immagini rappresentanti oggetti fisici; espressioni di affezioni di piacere o di dolore degli esseri pensanti, o siano sentimenti morali. Non si vogliono qui confondere le espressioni significanti i sentimenti morali coll’espressioni rappresentanti i segni delle affezioni e passioni nostre: per esempio il muto gemito della tristezza, il raccoglimento attento ed indagatore del vanaglorioso, lo sguardo sottomesso, obbliquo ed incauto di un amante, sono espressioni di fisiche esterne apparenze di queste passioni; ma quando io dico tristezza, vanagloria, amore, esprimo le interne passioni di qualcuno, e sono parole morali quelle indicanti, come tutte quelle che indicano approvazione o disapprovazione, merito o demerito delle azioni degli uomini; come ancora queste: giustizia, onore, legge e simili: tutte queste parole indicano bensì un complesso di azioni fisiche, e perciò di sensazioni, ma hanno relazione al sentimento ch’io provo in quanto io considero tali azioni. Avanti di ricevere le idee che le cagionano, è necessario che le parole morali risveglino le parole significanti le idee, dalle quali risulta la moralità, cioè il sentimento di approvazione o disapprovazione; indicano dunque una maggior copia d’idee, ma più lentamente e difficilmente le risvegliano; risvegliate che siano, il sentimento e l’impressione è più volubile, ma più profonda del sentimento e della impressione dei puri oggetti fisici, perché, come sentimenti morali, sono sentimenti di affezioni piacevoli o dolorose originate da un complesso di molte idee risvegliate dentro di noi; non sono dunque in un istante comprese dalla mente, come l’appariscenza di un oggetto esteriore, ma si sviluppano per un intervallo di tempo più lungo nell’animo nostro. Gli oggetti fisici possono bensì risvegliare alcune idee, ma, queste essendo idee di reminiscenza, la vivacità loro non è proporzionata alla vivacità dell’attuale impressione di questi fisici oggetti, quando, i sentimenti morali essendo tutti interiori sentimenti non aventi esterna attualità, le idee da essi risvegliate sono proporzionali alla impressione ch’essi fanno: dunque le idee eccitate dai fisici oggetti saranno trascurate, e quasi direi cancellate dalla vivacità delle sensazioni presenti; mentre le idee eccitate da morali sentimenti si conserveranno nell’animo, finché durano gli oggetti morali che le cagionano.
Nella scelta delle idee accessorie sarà bellissima quella combinazione in cui all’oggetto morale si dà un aggiunto fisico, ed all’oggetto fisico si dà un aggiunto morale, se si parli di combinazione di accessorie tra di loro; oppure ad idea principale morale, accessorie fisiche; ad idea principale fisica, accessorie morali, se si parli di combinazione d’idea principale con accessorie. I sentimenti morali sono sovente complicati e composti ed avviluppati in molti fascetti di varie e comunicanti tra loro affezioni, e sempre più intense che estese. Passano ciascuni rapidamente, ma s’imprimono con violenza; ne resta, egli è vero, bene spesso un lungo risentimento nell’animo, ma solamente quando noi medesimi ne siamo l’oggetto; e l’affezione che si eccita non è nuda ed isolata, ma pregna di conseguenze e di circostanze appunto accessorie che la richiamano continuamente. Per lo contrario, le immagini fisiche ricevono dal tempo e dallo spazio un’ampiezza ed una presenza la quale ce ne rende più immutabilmente e più costantemente fissa l’impressione, nel medesimo tempo che sono meno complicate e variantisi tra di loro, mentre costante, perpetuo e distinto ne è il modello in natura: dunque l’aggiunto fisico di un’idea morale servirà, conservando l’intensione di quella, dandogli la propria estensione e costanza, a renderla più durevole nell’animo nostro, ad imprimerla più addentro, a dargli tempo, per così dire, ch’essa, ne’ volubili passaggi delle molte idee, gli oggetti delle quali non sono presenti, ma sono rappresentati soltanto, possa internarsi nell’animo, e risvegliarvi il medesimo risentimento che l’attualità dell’oggetto morale produrrebbe. Se l’affezione, ossia il risentimento morale che si esprime, è complicato, la volubilità e l’inviluppamento necessario di quello che confuso divagherebbe nella mente, col soccorso dell’immagine fisica distinta e costante si svolge e si ordina intorno di quella. Noi prendiamo più interesse alle nostre affezioni che alle immagini fisiche, che consideriamo come mezzi eccitatori di quelle, ma più ne prendiamo alle immagini fisiche che alle affezioni altrui; anzi, quelle sono il legame che lega ed unisce le diverse affezioni e personalità, che rimarrebbero isolate ed incomunicanti senza questi comuni ed esteriori vincoli ed oggetti su cui gli uomini agiscono: dunque l’interesse che noi prendiamo all’aggiunto fisico aumenterà l’interesse in favore della idea morale, nella quale con maggiore compiacenza si fermerà.
Per convincerci quanto per lo contrario l’aggiunto morale accresca di bellezza all’oggetto fisico, bisogna riflettere, in primo luogo, che i sentimenti morali, che non sono affezioni semplici di piacere o di dolore, tanto più sono complicati, tanto meno hanno relazione a sensazioni; perché la complicatezza loro fa svanire la chiarezza e la distinzione degli elementi originanti un tale sentimento, restando solamente percepita chiaramente la somma delle impressioni unita alla fisica e presente sensazione visibile o auditiva; ma però tanto realmente, in ultima analisi, si riducono ad una maggior quantità di affezioni semplici, e ad una molto maggiore d’immagini e sensazioni di cose fisiche; dunque l’aggiunto morale aumenterà la copia delle impressioni, e nel medesimo tempo risveglierà in noi nuove sensazioni e più varie, quali sono le affezioni semplici, che sono come la base intorno alla quale s’avviluppa la complicatezza dei sentimenti morali, quando tali aggiunti morali non sieno troppo complicati; e quando lo siano aumenteranno sempre la sfera degli oggetti, e renderannoci sempre più care e più interessanti le immagini, risvegliando dentro di noi alcuna di quelle affezioni che ci toccano più da vicino. Quella puntura e quel fremito interiore che le affezioni e i sentimenti morali ci cagionano, non sono l’effetto della nuda presenza degli oggetti fisici, ma delle azioni loro: quindi gli aggiunti morali anima e vita danno più grande e più evidente alle immagini fisiche; dippiù, i sentimenti morali, attesa la complicatezza loro, più idee risvegliano di quelle ch’esprimono, e diverse in diverse menti. La vivacità delle immagini fisiche, per lo contrario, ch’estensione e grandezza rinchiudono nella loro espressione, minor numero d’idee sottintese desta nell’animo: dunque gli aggiunti morali agli oggetti fisici saranno utilissimi per risvegliar idee che non si esprimono; gli aggiunti fisici agli oggetti morali serviranno a fissare l’immaginazione sopra le idee moltiplici che si risvegliano, e fermar l’attenzione più intorno alla connessione che hanno con tutto il resto, che tra di loro; nel qual caso nascerebbe distrazione dall’oggetto principale.
Con questa regola noi verremo ad abbracciare ambedue le sorgenti e del piacevole e del bello; e l’animo, più variamente commosso, con maggiore alacrità potrà distribuire l’attenzione sul tutto, servendo le idee morali alle fisiche, le fisiche alle morali di vicendevole aiuto, onde la fantasia percorrer possa la catena delle idee tutte che si vogliono rappresentare. Credo di avere dimostrato abbastanza quanto questa alternativa d’idee accessorie morali e di fisiche sensazioni giovino allo stile: queste scolpiscono nella mente la volubile complicazione de’ fenomeni morali, e quelle, richiamandoci in noi stessi o verso i nostri simili, ci rendono più interessanti le immagini.
Ma tra la moltitudine delle idee morali che si possono aggiugnere agli oggetti fisici, o viceversa, quali norme seguiremo noi nella scelta? Rispondo che, volendo aggiugnere immagini fisiche ad oggetti morali, osserveremo prima qual relazione abbia al tutto l’oggetto medesimo, e quanto sia egli complicato: allora noi sceglieremo quell’immagine fisica che sforzerà l’attenzione a quel lato dell’oggetto morale che più interessa nelle circostanze attuali del discorso, oppure, ad eguaglianza di circostanze, quell’immagine fisica che ci palesa un legame occulto e non apparente dell’oggetto morale con altri oggetti, quando però l’attenzione al tutto siane piuttosto per ciò aiutata che disturbata.
Volendo poi dare aggiunti morali ad immagini fisiche, oltre i riguardi generali che noi dobbiamo aver sempre ed in ogni supposizione all’idea principale ed a tutto il fascio delle accessorie, procureremo di dare all’immagine fisica quell’aggiunto morale che mette, per dir così, in maggior azione ed in un moto più vivo e più rapido l’immagine fisica medesima.
IV. Dei contrasti
Uno dei principali fonti di bellezza per lo stile sono i contrasti delle idee fra di loro. Ma in qual maniera le idee possono contrastare? Qual è il senso preciso che si debbe attaccare a questa espressione? Due oggetti contrastano tra di loro: primo, se vicendevolmente si escludano, cosicché l’esistenza dell’uno tolga quella dell’altro; secondo, se questi oggetti siano moltissimo distanti, e molto più se siano estremi fra di loro; nell’uno e nell’altro di questi due casi, parlando di stile, si suppone una terza idea, alla quale le due idee contrastanti si paragonano; e questa terza idea sarà necessariamente la principale, non già le accessorie; perché se la terza idea di paragone è una delle accessorie, questa diviene per un momento anch’essa principale, il che vizia tutta la serie delle idee, e l’attenzione resta intercetta e fluttuante tra due principali. Per lo contrario, il contrasto sarà tra le accessorie, non tra un’accessoria e la principale; e ciò per la medesima ragione, perché quest’accessoria contrastante colla principale diventa tale anch’essa; il che forma due sensi contemporanei nel discorso, l’uno espresso dallo scrittore, l’altro da lui eccitato col vizioso contrasto delle idee.
Ho detto che si suppone una terza idea, alla quale si paragonano le idee contrastanti, e ciò per necessità intrinseca della cosa stessa. Il tempo, il luogo, un oggetto che produca il contrasto di due altri, la persona istessa che lo considera come realmente esistente, saranno sempre, se non altro, la terza idea di paragone, la quale nella mente deve sempre mai eccitarsi; perché, ogni volta che noi consideriamo oggetti come opposti o come estremi fra di loro, non potremmo concepirli come tali, se nissuna comune relazione avessero. Quindi viziosi saranno sempre quei contrasti ai quali manca totalmente – o non è espressa, o almeno non facilmente sottintesa – questa terza idea di paragone; perché tali contrasti sono impossibili, sia nella fisica natura, sia nella morale, o, per parlar più precisamente, sia negli oggetti, sia nei sentimenti.
Un esempio rischiarerà meglio quanto abbiam detto finora. Quando Virgilio dice:
nos patriam fugimus, et dulcia linquimus arva
et campos, ubi Troia fuit,
il contrasto del secondo verso è eccellente, perché adempie alle condizioni sovraccennate. L’idea principale, la fuga di Enea dalla patria, è nel primo verso; le accessorie contrastanti sono i campi, ch’erano città prima popolata e magnifica. L’idea di paragone è l’identità del luogo natale da dove fugge Enea, e questa è l’idea principale; le due accessorie contrastano poi solamente fra di loro e non colla principale.
Ma quando lo stesso Virgilio fa dire:
num capti (Troiani) potuere capi, num incensa cremari
Troia potest?
manca intieramente questa terza idea di paragone, perché non erano gl’istessi Troiani che furono presi e que’ che fuggirono; e Troia incendiata da’ Greci non è lo stesso della flotta d’Enea.
I primi due versi della Farsalia ci danno un illustre esempio di contrasti, uno vizioso e l’altro ottimo:
Bella per Emathios plusquam civilia campos
iusque datum sceleri canimus.
L’idea principale si è «canto la guerra civile fra Cesare e Pompeo». Bella civilia è dunque idea principale; il plusquam idea accessoria, destinata a rappresentarci gli orrori di quella guerra che superò in atrocità tutte le guerre civili, quantunque crudelissime di lor natura, oppure guerra che, quantunque civile, fu come se fosse stata fra stranieri affatto e non fra concittadini, per il furore con cui fu guerreggiata. Io non so discernere qual fosse tra questi due il senso inteso dal poeta; in tale oscurità la terza idea di paragone svanisce affatto; dippiù vi è contrasto tra idea principale ed accessoria, e questo contrasto forma interruzione all’attenzione della proposizione principale dell’autore, che è: «canto la guerra civile» ecc. Il secondo contrasto, iusque datum sceleri, è ottimo perché tutto fra accessorie, e l’idea di paragone apparisce manifestamente, cioè perché è la stessa guerra civile, la quale suole armare gli scelerati del legislativo potere per il ben pubblico istituito. Piacciono i contrasti all’immaginazione, perché occupano maggiormente la nostra sensibilità e ristorano l’attenzione, la quale, aiutata dall’idea di paragone, che suggerisce il contrasto (la quale idea di paragone è anche idea principale), con somma facilità trascorre fra le accessorie contrastanti, nel medesimo tempo che rapidamente le tralucono quelle intermedie che connettono idee opposte o estremamente diverse tra di loro; quindi si viene ad ottenere il principio fondamentale di ogni stile, cioè il massimo di sensazioni compossibili tra di loro.
Il contrasto tra espressioni che immediatamente rappresentano sensazioni piacerà sempre all’immaginazione, perché l’espressione delle due immagini riesce viva e chiara, e la distanza tra le idee contrastanti suggerisce le idee intermedie associate; ma sovente freddo e disgustoso è il contrasto tra le espressioni immediate di sensazioni e le espressioni d’idee complesse o morali, cioè di quelle espressioni di cui la reale idea non può essere risvegliata alla fantasia nostra se prima altre espressioni non si risveglino nella mente, perché viva essendo e rilucente una delle idee contrastanti, cioè l’espressione fisica, attesa la semplicità e la costanza del suo modello, è debole l’espressione morale, perché è divisa e sparsa l’attenzione su molte idee; il contrasto non apparisce, né la mente può slanciarsi con rapidità dall’una all’altra. Similmente sfuggire si debbono per lo più i contrasti fra idee complesse e complicate, perché troppa parte di attenzione sarà tolta alle idee principali per darla a contrasti così imbarazzanti; e sovente tra la moltitudine delle idee è facile che se ne risvegli alcuna che, togliendo il contrasto, ne renda contraddittorio l’effetto, perché un contrasto, espresso come tale in termini complessi, si aspetta sul tutto e non sulle parti, e come tale non riesce nella mente che lo considera.
Tutte queste riflessioni ci fanno ancora chiaramente vedere che tra le idee contrastanti vi debb’essere proporzione, cioè che tanta parte di sensazione risvegli l’una quanto l’altra. Dice Virgilio: et campos, ubi Troia fuit. Dice Ovidio: et seges est, ubi Troia fuit. Ognuno vede più bello essere il contrasto di Virgilio che quello di Ovidio. Vasta è l’idea di Troia, ed indeterminata a tutto ciò che vi si conteneva; vasta parimenti è l’idea di campo, e indeterminata a tutto ciò che vi si può considerare; ma l’idea di seges è precisa e determinata, e più ristretta di quello che non sia l’altra parte del contrasto, cioè Troia. Nell’uno la fantasia trasceglie ciò che le piace di far contrastare, o ciò che è più analogo all’abituale corso de’ suoi pensieri; perché sceglierà il pittore nella sua immaginazione perché contrastino tra di loro le altissime torri di marmo colle umili capanne di paglia; l’uomo di mondo, la frequenza strepitosa del popolo colla muta solitudine di una boscaglia; e il pensatore, la volubile molteplicità degli affari e dei piaceri colla taciturna ed immobile semplicità della natura. Nell’altro la fantasia è determinata ad un oggetto limitato.
Inutile sarebbe il qui diffondersi sulla volgare, ma verissima osservazione intorno l’essere viziosi i contrasti di parole fra di loro, o di parola con cosa; essere necessario che i contrasti siano fra le idee, anzi fra le idee del medesimo genere o, per dir meglio, appartenenti a’ medesimi sensi; perché, quantunque le idee d’un senso per il legame di associazione risveglino quelle dell’altro, non si escludono però necessariamente l’una l’altra, o non formano tra di loro una serie continua di fenomeni crescenti e decrescenti, per cui divengono termini reciprocamente estremi l’una delle altre; condizioni da me sopra indicate essenziali per formare un contrasto; quindi, oltre la verità del contrasto, vi si richiede ch’egli sia necessario, e che tale apparisca nel discorso, perché, se accidentale sia, la mente nostra da quello piuttosto si allontanerà, di quello che fosse inclinata ad avvicinarsi, correndo noi, deboli e desiderosi di molto, per inerzia d’animo verso le analogie piuttosto che verso le differenze.
Egli è perciò che stili ne’ quali i contrasti siano troppo frequenti e ricercati stancano finalmente ed annoiano: bellissimi per lo contrario sono quelli dove sono inaspettati ed improvvisi, e che dopo una moltitudine di cose non contrastanti ci si presentano. Anzi, se dopo una serie d’idee che vadano per successive differenze e gradazioni di una facile varietà nutrendo la mente, e conducendola ad idee sempre più distanti e lontane tra di loro, il discorso sia chiuso col riunire ed avvicinare i due estremi, allora un tal contrasto, reso facile dalla mente preparata, sarà come un lampo vivissimo, che, illuminando tutta la serie passata delle intermedie, queste saranno in un fascio ed in un momento dall’attenzione rinvigorita raccolte e fermate.
Non sarà, cred’io, inutile il chiudere questa materia de’ contrasti col riflettere a due fenomeni molto diversi nelle due specie di contrasti da noi distinte: contrasti di cose escludentisi, contrasti di cose estremamente distanti. Nelle cose che si escludono reciprocamente, di cui la presenza dell’una toglie quella dell’altra per legge di continuità, l’eccesso della prima va sempre decrescendo fino ad un punto medio, oltre il quale l’altra comincia a prevalere, e cresce fino all’altro eccesso: il passaggio dalla luce alle tenebre, dal più chiaro mezzodì alla notte la più fitta, fassi per mancanza di luce e per successivi accrescimenti di tenebre e per insensibili crepuscoli; ma nelle cose estremamente distanti, e che hanno una comune natura, cominciano dal poco, giungono ad un massimo punto, e di poi ritornano al poco: il giorno comincia da un languido e dubbio chiarore, cresce fino ad una luce manifesta e vivacissima, indi ritorna a’ medesimi principii. Con questa riflessione il contrasto del primo genere sarà bellissimo per se stesso, perché, oltre la massima differenza delle idee contrastanti, suggerisce necessariamente le idee intermedie di passaggio; il contrasto del secondo genere dovrà, per esser bello, attesa l’uniformità dei due estremi, essere espresso in modo che suggerisca ed accenni il termine di mezzo, che è il più vivo ed il più interessante.
Tutto ciò sia detto intorno ai contrasti presi sulle diverse maniere di esistere d’uno stesso oggetto. Contrasti vi sono di cose e di oggetti isolati tra di loro, ma che coesistono, o almeno come coesistenti si considerano in una maniera o opposta, o estremamente distante; queste ultime riflessioni non sono applicabili a questo genere di contrasti intieramente. Gioverà solo per ultimo il qui soggiungere che, di tutti gli oggetti che cadono sotto il dominio dello stile, dominio che si estende alle cose tutte o a tutte le sensazioni, il principio, il mezzo ed il fine saranno le epoche che sceglierà lo scrittore per dipingere o scolpire nella mente gli oggetti tutti: il principio ed il fine, perché questi sono i momenti in cui un fenomeno nasce da un altro, ed un altro ne produce; esprime perciò non solo se medesimo, ma altri oggetti, e la sensazione suggerisce altre sensazioni; il mezzo, perché in esso consiste il massimo punto di attività della cosa medesima, ed è come il centro ed il fuoco in cui le qualità tutte di un oggetto sono nella massima loro combinazione. E queste ragioni, da me assegnate per provare la bellezza di queste tre epoche di ciascuna cosa, indicano i diversi casi ne’ quali dobbiamo scegliere piuttosto l’una che l’altra. Ciò che dunque viene da’ grandi filosofi suggerito per iscoprire gli andamenti occulti e continui della natura, deve imitarsi nelle belle arti, che altro non sono che richiami ed accozzamenti artificiosi delle apparenze esterne della medesima, punto comune d’appoggio da cui le più divergenti cognizioni partono ed a cui ritornano.
V. Di un altro genere di contrasti
Havvi un’altra sorte di contrasti, della quale giova qui accennar qualche cosa. Questa è l’effetto che prova l’animo nostro quando è sorpreso improvvisamente dall’impressione di qualche nuovo oggetto: perché allora o dobbiamo supporre che la nostra mente sia talmente quieta, che abbia poche idee e poco vive, oppure molto equilibrate tra di loro, ma sempre in maniera che nissuna di queste idee contrasti colla nuova impressione che improvvisamente si eccita nell’animo, e in questo caso la sorpresa sarà minore e appena momentanea; ma se l’animo nostro, nel momento della sorpresa medesima, è di molte idee occupato, e che o tutte o le principali fra queste idee siano talmente disparate o opposte a ciò che improvvisamente succede, di maniera che tutt’altro, anzi l’opposto si aspetti e si prevegga, nascerà la meraviglia e la sorpresa, tanto maggiore quanto maggiore sarà il contrasto tra il fatto e l’aspettazione nostra: in tal caso bisogna distinguere se l’avvenimento che ci sorprende è interessante in modo che sia atto a destar in noi affetto o passione di qualunque sorte, perché allora l’animo dalla sorpresa balzerà nell’affetto che si debb’eccitare, e proverà compassione, gioia, collera o checché altro si sia; ma se l’avvenimento non è per noi così interessante che possa risvegliar affetto, allora continuerà la sorpresa, e si manifesterà per segni esteriori il contrasto della nostra mente; la quale, non trovando un affetto o un sentimento vivo sul quale fermare la propria attenzione, oscillerà continuamente dalle idee presenti del fatto allo stato anteriore delle sue idee disparate ed aliene, anzi spesso opposte a quest’ultime idee; onde la di lui sorpresa comincierà e finirà ad ogni momento, perché le idee attuali la fanno finire, e le idee immediatamente anteriori, non ancora svanite dalla mente e tolte dal fatto presente, la fanno ricominciare col ricorrere innanzi alla fantasia; onde, finché non sia cessata la vivacità delle une o delle altre idee, e non sia restituita al primiero stato la mente, durerà questa oscillazione, della quale il segno esteriore sarà il riso, il quale, da chi ben l’esamina, troverà essere composto del medesimo grido che naturalmente esprime negli uomini la meraviglia e la sorpresa; con questa differenza, però, che l’esclamazione della meraviglia semplicemente è momentanea e passaggiera, ma nel riso si ripete con frequenza, finisce e ricomincia di nuovo per un tempo sensibile. Sembra adunque che si rida ogni volta che vi sia contrasto tra idee altrimenti aspettate ed altrimenti avvenute, quando però non sieno talmente interessanti che un altro affetto prevalga nell’animo, e finché la disparità o l’opposizione tra le idee sia vivamente presente nell’animo, cioè finché sono amendue attuali nella fantasia tali idee contrastanti. Ridono di più gl’ignoranti che gli uomini colti, perché questi trovano minori occasioni di sorpresa contrastante colle proprie idee, le quali molte essendo e più pieghevoli e volubili, cessa più presto quella resistenza e quel contrasto che prova la fantasia nel dover contemporaneamente a cose disparate ed opposte por mente. L’uomo colto trova subito idee intermedie onde connettere le idee opposte e disparate: vi riflette e vi s’interessa; onde cessa in lui più presto quell’oscillazione della mente a cui corrisponde il segno esteriore del ridere. Quindi è la differenza che passa tra il leggiero sorriso del saggio e lo sgangherato ridere dello sciocco; quegli non ride per lo più delle cose di cui ride questi; degli scherzi di parole, per esempio, perché l’uomo più colto è più fermamente e per isperienza e riflessione persuaso che le parole sono segni niente connessi per intima natura e corrispondenza colle cose che rappresentano, ma solamente per associazione, onde corre subito dai segni alle cose rappresentate, né, trovando in esse alcun contrasto e alcun motivo di sorpresa, non ride; per lo contrario lo sciocco, confondendo e giudicando della diversità o simiglianza delle cose per quella delle parole, ride immediatamente, non essendo avvezzo né spinto a portar più oltre la riflessione. Per lo contrario, di molte cose ride il saggio di cui non ride lo sciocco, cioè dove il contrasto e la sorpresa non sono immediatamente espressi, ma si nascondono dietro rapporti fini d’idee, e richieggono, per essere sentiti ed eccitati nell’animo, qualche momento di riflessione. Gli uomini faceti e lepidi dicono e sanno trovar cose che fanno rider gli altri senza ch’essi ridano, perché sanno l’arte di nascondere quelle idee che farebbero svanir la sorpresa ed il contrasto; essi non ridono perché veggono la connessione, ma fanno ridere perché hanno l’artificio d’impedir che gli altri la veggano immediatamente. Gli uomini freddi e tranquilli ridono rade volte; gli uomini agitati anche sovente da passioni triste e malinconiche, gli uomini occupati intorno ad idee che mediocremente interessino (dico mediocremente, perché il predominio troppo forte di un’idea interessante impedisce l’attenzione ad ogni altra cosa), ridono più facilmente se queste idee siano di quel genere che possino generar sorpresa colle altre, cioè trovarsi in opposizione cogli avvenimenti che accadono: questi fenomeni possono, cred’io, provare abbastanza la verità della mia proposizione, che io lascio alla matura considerazione di quelli che si occupano dello studio dell’uomo; mentre troppe cose sarebbero da dirsi, per esaurire questo argomento, che mi devierebbero troppo lungamente dal mio soggetto. Dall’altra parte, qualche cosa doveasi da me accennare, acciocché ognuno cavi da quanto ho detto che sia e come si acquisti lo stile faceto: cioè unendo accessorie talmente disparate ed opposte tra loro e le principali, che facciano tutt’altro aspettare e tutt’altro realmente dicano, che si trovino unite per una vera ma non aspettata connessione di fatto, ma non per analogia e probabile relazione, senza che però destino altri affetti ed interessi, o siano talmente incongruenti e deformi tra di loro e colla idea principale, che noia, dolore o confusione si generi invece di riso. Osservabile fenomeno si è che ogni nostro ridere non versa intorno ad idee puramente di cose fisiche, ma morali; cioè ha sempre relazione all’intenzione ed alle idee di un altro uomo, o almeno di un altro essere sensibile; ciò si spiega, cred’io, dall’istessa origine e natura da noi stabilita del ridere; poiché gli oggetti fisici considerandosi come distaccati ed indipendenti gli uni dagli altri, e facendo un’impressione vivace e forte per le qualità di cui sono rivestiti, non fanno nascere una serie d’idee e di analogie, per cui l’animo, senza interessarsi molto, da una cosa tutt’altro si aspetti, e tutt’altro ritrovi improvvisamente avvenuto. Siamo troppo avvezzi a considerare gli effetti opposti e contrari delle cose, da una parte, e dall’altra la compagnia e le relazioni che abbiamo cogli esseri sensibili ci accostumano e ci sforzano ad argomentare continuamente da tali segni tali intenzioni; onde il nostro ridere avrà sempre relazione a qualche sentimento o affezione morale, perché per lo più questi soli possono generare in noi argomentazioni e conghietture che cagionino quella specie di contrasto combinato colla sorpresa da cui il ridere deriva.
Non basta che il contrasto combinato colla sorpresa, da cui abbiamo derivata l’origine del ridicolo e del riso, sia negli oggetti che si presentano, ma è necessario che questo contrasto sussista nella mente di chi lo considera, e vi sussista in modo che dia luogo ad una continua replicazione del sentimento di sorpresa e del segno suo corrispondente. Ora, perché il contrasto duri e richiami continuamente la sorpresa alle occasioni degli oggetti che ci fanno ridere, è necessario che noi rapportiamo gli avvenimenti e le azioni che chiamansi ridicole ad un fine che l’autore dell’azione e dell’avvenimento si sia proposto, o supponiamo abbia voluto proporsi, perché, avendo sempre di mira i mezzi che conducono ad un tal fine, e trovandosi il fatto contrastare con il fine che pur vediamo manifestamente essersi proposto, abbiamo immediatamente un contrasto che riproduce una continua sorpresa: quindi è che gli oggetti insensibili, ai quali nissun fine, nissuna intenzione, nissun proponimento possiamo supporre, quantunque contrastanti sieno tra di loro, quantunque producenti un’immediata sorpresa, questa non dura, e quelli non ci fan ridere; quindi è parimenti che i fanciulli e i selvaggi, che danno alle cose una specie di vita e di senso simile al loro, ridono con oggetti insensibili, ai quali attribuiscono intenzioni e fini nelle azioni ed effetti da quelli prodotti. Da qui si può in un tratto vedere come la deformità sia una delle più ampie sorgenti del ridicolo, perché deforme è quella cosa che trovasi fatta in maniera che per qualche riguardo contradice più o meno a quel fine a cui, per vari altri riguardi, non possiamo a meno di non considerarla come destinata.
VI. Degli aggiunti
Una delle parti più difficili e più delicate dello stile sono gli aggiunti (o siano gli epiteti), i quali tanta bellezza aggiungono al discorso, ne aumentano l’energia, e, stringendone l’espressioni in uno spazio più angusto, in ogni istante occupano maggiormente la nostra sensibilità. Vedrà ognuno ch’essi non debbono essere inutili ed oziosi, e che aggiunti di tal natura fanno vacui noiosi, o languide ripetizioni di cose già dette; ma, di molti aggiunti che si presentano alla fantasia di chi scrive, quali norme seguiremo per la scelta? Il nostro principio generale servirà in ogni caso a farci cogliere il migliore, che sarà appunto quello che, unito col fascio delle idee accessorie, ecciterà in noi il massimo di sensazione.
Una breve analisi della natura degli aggiunti ci rischiarerà sull’applicazione del principio. Gli aggiunti che si danno ad un oggetto indicano o le qualità permanenti dell’oggetto medesimo, o le qualità passaggiere e mutabili, o le passioni de’ medesimi. E questi oggetti o sono nel discorso indicati coi nomi speciali e propri, o coi nomi generali ed appellativi. Agli oggetti che sono composti di qualità permanenti molto diverse e varie tra di loro, potremo dare un aggiunto esprimente la più viva, la più sensibile ed interessante di quelle, avuto sempre riguardo alla combinazione intiera della principale colle accessorie; ma quando tra le permanenti non ve ne siano di sufficientemente vive ed interessanti, noi le sceglieremo tra le passaggiere e mutabili. È necessario qui riflettere due cose: la prima, che l’estensione ed il moto sono tra le qualità permanenti e passaggiere le più interessanti ordinariamente in un oggetto fisico. L’estensione, perché tante sono le sensazioni moltiplici, quantunque uniformi, quanti i punti fisici che la compongono; e queste sensazioni essendo permanenti per quanto tempo l’oggetto è presente, chiara e facile riesce l’immagine: quindi è che la memoria e l’immaginazione delle cose vedute è sempre più viva della memoria e immaginazione delle cose udite, gustate o toccate: anzi le idee della vista quelle sono che facilitano a richiamare tutte le altre. Se il tatto è quello che rettifica tutt’i nostri sensi, s’egli è quello che ci dà l’idea delle cose com’esteriori e realmente esistenti, può dirsi che la vista sia il senso che serve alla riunione ed all’associazione delle idee medesime. Di più, coll’estensione vanno sempre accompagnate le primarie sensazioni di colore e di figura, di cui le une vestendo e variando gli oggetti, e le altre limitandoli e separandoli reciprocamente, formano la più vasta e più dilettevole provincia di tutto il regno delle idee. Il moto poi piace sommamente, perché, oltre l’estensione dell’oggetto in movimento, che suppone necessariamente, egli non è altro, per chi lo considera, che un’applicazione continua e successiva della medesima estensione, ossia del medesimo corpo ad altre estensioni e ad altri corpi: dunque l’espressioni dei movimenti indicano e rappresentano non solamente il corpo mosso, ma suggeriscono ed eccitano necessariamente immagini di altri corpi, e degli spazi che si percorrono; il che, facendo crescere la copia delle sensazioni, ottiene il fine generale dello stile. Dunque estensioni figurate o colorate tra le qualità permanenti, e moti tra le passaggiere e mutabili, saranno le preferite da noi, e, ad eguaglianze di circostanze, più le seconde che le prime, perché le prime sono più facilmente dal nome dell’oggetto suggerite, perché costanti, di quello che le seconde, perché non sempre con esse accoppiate.
In secondo luogo, bisogna aver moltissimo riguardo alle idee che si richiamano dal nome dell’oggetto medesimo. Gli oggetti altro non sono per noi che la somma di tutte le qualità riunite costantemente insieme: qual ne sia il legame o la realità o la sostanza, o checché altro si dica, è ignoto per noi, e lo sarà perpetuamente. Dunque il nome dell’oggetto richiama sempre, e non altro richiamerà mai, se non alcuna delle qualità che lo compongono. Dunque negli aggiunti dovremo guardarci ordinariamente da quelli che ripetessero quella qualità che è più facilmente e comunemente suggerita dal nome dell’oggetto: dico ordinariamente, perché se il discorso e le idee principali vertono appunto intorno a quella tal qualità o intorno a cose analoghe, allora l’insistenza su questa qualità rinforza l’idea principale, e diventa bello ciò che in ogni altro caso sarebbe disgustoso e spiacevole. Fuori di ciò, noi allora ricorreremo alle meno ovvie qualità dell’oggetto medesimo, e tra le meno ovvie sceglieremo la più grande, la più forte e la più sensibile di tutte.
Gli aggiunti dunque di oggetti di qualità molto uniformi e troppo apparenti non saranno scelti su le qualità le più dominanti, quantunque le più sensibili, ma tra quelle che sono meno immediatamente suggerite dal nome. Così, noioso ed intolerabile è il dire bianca neve, perché il nome di quella immediatamente risveglia la bianchezza, e non altro quasi risveglia; sarà però più soffribile e meno ingrato il dire la fredda neve, sì perché l’aggiunto non è immediatamente suggerito dal nome, e non esclude la percezione della qualità dominante, che è la bianchezza, dal nome di neve sufficientemente indicata; ma ancora perché l’aggiunto di fredda indica necessariamente una viva sensazione appartenente a tutt’altro senso che a quello della vista: onde due sensi sono occupati col dire fredda neve, ed un solo col dire bianca neve. Ma perché mai non siamo offesi, anzi piuttosto ci piace il dire il bianco fiocco di neve, spiacendoci nello stesso tempo bianca neve? Il nome di neve, in primo luogo, risveglia l’idea di un volume sufficientemente grande, onde la ripetizione di questa qualità dominante non fa che allungare l’uniformità di una tale sensazione; ma la voce di fiocco indica una minima particella, e però una picciola sensazione. L’aggiunto di bianchezza dunque non fa che ingrandire e fermare nella fantasia una qualità che le sarebbe sfuggita. In secondo luogo, la parola di fiocco suggerisce non così immediatamente la bianchezza, come la figura e la disposizione delle parti. Per lo contrario, chiara è la ragione per cui ci piacerebbe l’aggiunto di bianca alla neve, dicendo, per esempio, donna più bianca della bianca neve. L’idea principale è la bianchezza somma di una donna; dunque la lunga e replicata estensione dell’espressione della bianchezza non fa che rinforzare l’idea principale.
Sonovi aggiunti che indicano le azioni e le passioni delle cose, e sotto ciò io comprendo gli usi di quelle, gli effetti che indi ne nascono, le cagioni da cui procedono: questi aggiunti sono sempre più piacevoli che gli aggiunti di qualità, massime permanenti, perché rinchiudono nel medesimo spazio una maggior quantità d’idee, e spingono la mente in una più densa, per dir così, atmosfera di sensazioni: queste per lo più o non sono del tutto o solo debolmente suggerite dal nome degli oggetti; quindi non sono così facilmente nella classe delle idee destate, ma esigono l’espressione perché la fantasia nostra sia sforzata a considerarle.
Prima di procedere più oltre, bisogna farci a considerare la diversa natura delle impressioni che in noi eccitano i nomi speciali e propri, e i nomi generali ed appellativi. Nomi propri e speciali propriamente sono quelli che significano individui isolati indipendentemente dalla considerazione di altri individui simili, o in tutto o in parte; nomi generali ed appellativi quelli sono che significano una serie d’individui simili, o in tutto o in parte, cosicché rappresentano ciascuno in particolare e tutti in generale; perciò, a chi sottilmente considera, ben lontani di rappresentare un’idea o una nozione, involgono un tacito e rapidissimo paragone che fa la mente nostra schierandosi dinanzi una moltitudine d’individui, di cui ne considera la somiglianza, ossia il rapporto comune. Tutt’i nomi in tutte le lingue sono stati appellativi, il minor numero de’ quali poi ha preso il significato di nome proprio, secondo i diversi bisogni che diversi uomini e diverse società hanno avuto di distinguere le cose simili tra di loro; il maggior numero però ha conservato la natura di appellativo, con questa differenza, che alcuni lo sono meno, ed altri più; cioè alcuni si estendono a meno individui, ed altri ad una maggior quantità di essi. Per esempio, uomo è più speciale e meno appellativo di animale, ed animale è meno di essere, e cittadino ed italiano sono a diversi riguardi meno di uomo appellativi, e più speciali. A misura che questi nomi divengono più generali e più appellativi, cresce la moltitudine degl’individui ai quali convengono: ora, crescendo il numero degl’individui, s’indebolisce la somiglianza che questi molti individui hanno tra di loro; ma il nome appellativo non può rappresentare molti e diversi individui, se non per le somiglianze che hanno tra di loro: dunque quanto più il nome sarà appellativo e generale, tanto più si ristringerà il significato ad idee più poche e più deboli, quantunque abbia un significato numericamente più esteso. Quanto dunque i nomi saranno più appellativi e generali, crescerà per l’attenzione la difficoltà di non pensare soltanto alle deboli somiglianze che restano ancora tra di loro, piuttosto che alle molte differenze per le quali si distinguono; questi nomi allora risveglieranno un giudizio tacito, anzi spessissimo una serie di giudizi che, istituendo altre idee principali, alieneranno la mente e diminuiranno la forza e la vivacità di tutta la combinazione delle idee, o per lo più, come abbiamo accennato nel principio di queste Ricerche, diverranno formole meramente meccaniche, visibili o auditive, restando nella mente affatto insignificanti e tenebrose. Per le medesime ragioni, quanto i nomi sono più speciali e meno appellativi, estendendosi ad un minor numero d’individui, rappresenteranno un maggior numero d’idee con maggiore nettezza e precisione, perché maggiori saranno le idee simili per cui combinano questi più pochi individui dal nome più speciale significati. Dunque i nomi quanto più speciali saranno, ecciteranno sensazioni sempre più intense e profonde; e i nomi quanto più generali ed appellativi saranno, ecciteranno sensazioni tanto più estese e più superficiali. A questi nomi dunque appellativi e generali possono convenire aggiunti che significano qualità permanenti; perché tali aggiunti essendo nomi speciali di sensazioni, sforzeranno la fantasia, che scorrerebbe leggermente per l’esteso significato del nome appellativo, ad internarsi nelle qualità particolari di qualcuno degl’individui simili rappresentati da quello, e daranno alla espressione una realità ed una esistenza meno fuggitiva e meno nebbiosa, come suole avvenire ne’ discorsi tessuti di nude parole di questo genere.
Non è però che tali nomi debbano escludersi; essi sono indispensabili spessissimo, anzi talvolta utili ad ornare lo stile medesimo, perché se una parte di una proposizione principale avrà accessorie significanti sensazioni vive, speciali ed intense, l’altra parte, che completa la medesima, potrà avere accessorie di nomi appellativi, che daranno estensione ed ampiezza alle prime, nello stesso tempo che la mente variamente commossa prenderà alacrità e ristoro.
Fra i nomi appellativi e generali, quelli saranno più da sfuggirsi che non risvegliano idee, se prima non risvegliano nomi subalterni, che le idee poi particolari di tali nomi generalissimi suggeriscono: chiara ne è la ragione a chi considera che noi dobbiamo, acciocché l’espressioni facciano la massima impressione, sfuggire tutte le idee oziose che intralciar si potessero fra le utili e significanti; e tali sarebbero tutte le idee auditive o visibili di parole che dai nomi troppo generali sono sempre suggerite, le quali, intersecando il discorso e ficcandosi tra l’espressione e l’idea, ne impediscono quell’immediato e rapido eccitamento per cui la parola dall’idea debb’essere il meno che sia possibile distante; onde i risentimenti nostri interni siano tutti d’idee reali e significanti, e le idee visibili ed auditive non siano niente di più che meri mezzi eccitatori. Ed è appunto questa ridondanza di parole e questa copia d’idee semplicemente auditive o visibili, che, illanguidendo e distraendo l’unione e la forza delle sensazioni, rendono lo stile prosaico, e lo distinguono dallo stile eloquente e poetico.
A nomi speciali, poi, e propri, converranno ben più aggiunti significanti qualità passaggiere, piuttosto che permanenti, abbastanza connotate nel nome medesimo: aggiunti significanti usi, effetti, cagioni, fenomeni precedenti e conseguenti l’oggetto medesimo, perché in questa maniera ne estendono la significazione; e ciò tanto più sarà necessario, quanto più composto di sensazioni è il nome, e che le circostanze del discorso non ne permettono l’espressione analitica, voglio dire il discioglimento del nome in alcune delle parti che lo compongono. Riesce troppo debole allora l’impressione se un aggiunto di tal natura non ne aumenti la forza collo spingere, direi quasi, il nome medesimo in una sfera più vasta, onde si compensi colla copia la debolezza. Questi nomi composti sono talvolta di altri nomi, o, anche senza di ciò, di parti molto differenti e complicate; principalmente se queste composizioni non siano naturali, di cui perenne, costante ed immutabile ne sia il modello, ma artificiali, dagli uomini solamente in certi tempi ed in certi usi variamente combinati. Tali sono i termini delle arti e i termini tecnici tutti, che per voce universale di tutt’i conoscitori debbono sfuggirsi da chi scrive per dilettare e per persuadere vivamente l’animo; perché troppo lontane, per così dire, sono dalla parola le idee, né queste senza il corteggio di molte altre parole vengono dietro al nome che le deve rappresentare. Le lingue sono state formate gradatamente prima dai bisogni, dalle passioni, dalle impressioni originali che largamente sono sparse nella natura, costanti e comuni a tutt’i tempi ed a tutt’i luoghi; poi dalle circostanze locali, dalle volubili ed artificiali combinazioni dei complicati sentimenti degli uomini colti. Quest’ultima classe di parole dovrà essere usata con sobrietà, perché più tardamente e più inviluppate e confuse risvegliano le idee corrispondenti, non potendolo fare se prima non destano le parole primitive ed originarie, che sole per lo più risvegliano le immediate sensazioni, e sole, fuori di chi è estremamente esercitato in quella classe particolare, formano le unioni e le associazioni delle idee.
Prima di abbandonare queste considerazioni intorno alla natura degli aggiunti, gioverà qui notare alcune generali avvertenze, ch’eccellentemente col principio generale si confanno: e in primo luogo è da avvertire che generalmente i più belli aggiunti sono quelli che tengono luogo di una proposizione incidente, onde, risparmiando le divisioni grammaticali delle idee, e subordinando ad un minor numero d’idee principali un maggior numero di accessorie, noi veniamo nel medesimo tempo a risparmiar la fatica, a chi legge o ascolta, di seguir laboriosamente tutta una lunga serie di logiche deduzioni, e invece quasi in un prospetto solo veniamo a delineare una gran copia di oggetti: il che piace moltissimo a noi che amiamo di esser sempre, ma facilmente, occupati. In secondo luogo, esser noiosa affettazione l’ostinata attenzione che hanno alcuni di accompagnar sempre qualunque nome con un qualche fedele epiteto, onde ne’ vari periodi si possono contare tanti aggettivi quanti sostantivi, né più né meno. Una tale simmetrica formalità di scrivere genera sazietà nell’animo nostro: alle cose sempre aspettate non facciamo attenzione; e le parole a cui non si faccia attenzione riescono per noi insignificanti, e le parole insignificanti niente presentano all’animo se non meri suoni e meri caratteri, onde ci stancano, e medesimamente ci confondono ed annebbiano il restante del discorso. La novità non piace all’uomo per altro motivo, se non perché è costretto a farvi attenzione; e le cose solite e consuete ci ristuccano, perché appunto ci esercitano l’animo, senza che molt’attenzione vi facciamo: onde la fatica ci sembra senza compenso. Gli eccellenti stili, appunto, che son fatti per perpetuarsi nella memoria degli uomini, quelli sono che, variando continuamente i modi di presentare il più gran numero di sensazioni, mantengono perciò più facilmente e lungamente l’aria di novità, o, per dir meglio, sono tali che l’attenzione nostra vi si trova sempre impegnata. Quindi, tornando agli aggiunti, eglino faranno un grandissimo effetto se non aspettati vengano ed improvvisi, non quasi in cadenza, a certi determinati luoghi collocati.
VII. Delle figure, e prima dei traslati
Dalle cose tutte qui sopraccennate chiaramente conosceremo con quali norme dobbiamo noi far uso delle figure: delle quali lunghe enumerazioni troviamo negli antichi precettori, ma nissun principio che ci guidi a scegliere opportunamente in mezzo a tant’abbondanza. Il nostro principio ci guiderà facilmente e brevemente in questo gramaticale labirinto.
Per figure intendono i migliori scrittori non quelle maniere di dire che lontane sono dall’uso comune: perché, come saggiamente riflette uno dei più filosofi in questa materia, più figure si fanno delle femminette in un giorno di mercato che in un anno nelle scuole; ma quella qualunque forma che si può dare alla serie delle idee, o alle parole che le rappresentano. Quindi dividono in due classi, cioè in figure di sentenze e in figure di parole, le figure tutte.
Le figure di parole le quali più interessano lo stile, o sono così detti tropi, che noi diremo traslati, o non lo sono. Tropi o traslati saranno tutte quelle parole che si prendono in un senso diverso da quello che letteralmente esse significano. Tali sono quelle che con greco e misterioso vocabolo chiamansi metafore, metonimie, sinecdoche ecc.
Abbiamo detto che le idee si associano tra di loro o per immediata successione di tempo, o per coesistenza di luogo, o per similitudine di qualità: alla somiglianza di qualità si riducono le metafore, che sono uno de’ maggiori soccorsi per lo stile. Gli oggetti hanno molti lati ed aspetti per cui si assomigliano. Dunque ogni espressione d’un rapporto comune tra due oggetti può servire ad esprimerli ambidue; cioè possono facilmente associarsi nell’intelletto ed eccitarsi scambievolmente.
La metafora sarà buona, cioè associabile, naturale ecc., quando il lato simile dell’oggetto che somministra la metafora sarà tale che superi colla sua impressione, anzi impedisca, il destarsi dei lati per cui l’oggetto differisce dall’altro che si vuol esprimere. La metafora sarà gigantesca, strana ecc., non solamente quando sia falsa o debole la somiglianza, ma ancora quando essa sia talmente associata cogli altri lati differenti, o questi talmente numerosi, che si destino piuttosto essi nell’animo, di quello che lo faccia il rapporto comune. Di qui è che quanto più una nazione è selvaggia, tanto meno vedendo le differenze degli oggetti, tanto più le di lei metafore saranno ardite e forti; e quanto è più colta, cioè essendo più osservatrice, le metafore di quella saranno più naturali, più esatte e più deboli.
L’ordinario destino delle metafore, quando divengono comuni e familiari al popolo, cioè quando la necessità, sola cagione dei progressi che fa il volgo lasciato a se stesso, lo costringe ad usare d’una espressione metaforica, è di perdere la qualità di metafore, e diventare propria espressione dell’oggetto che rappresenta. La cagione di questo fenomeno è l’associazione perpetua dell’espressione metaforica coll’oggetto che non è il suo proprio. Questa è la cagione per cui lo stile cangia di natura colla successione de’ tempi, perché l’impressione che fa negli animi non è più la medesima, e ci par languido e triviale ciò che secoli fa era vivace e sublime: ciò ch’era prima il rapporto di due idee, non è che il segno di una sola.
Alla metonimia e alla sinecdoche si riduce il prendere gli uni per gli altri reciprocamente antecedenti e conseguenti, cause ed effetti, generi e specie, tutto e parte, contenuto e continente, il segno e la cosa segnata.
A questi differenti tropi aggiugnere si possono altri moltissimi; e generalmente tutte le parole rappresentanti idee, e che abbiano altre idee necessariamente e prossimamente associate, possono prendersi l’una per l’altra, e scambiarsi il loro significato. E questo scambio sarà tanto più piacevole quanto sarà fatto fra idee più comunemente e più universalmente associate, cioè fra quelle associazioni che dalla generale e costante natura degli uomini e delle cose sono prodotte, non dalla locale e temporaria, e perciò incerta, particolare e solamente relativa. Quindi prenderemo o l’antecedente per il conseguente, o il conseguente per l’antecedente, o la parte per il tutto o il tutto per la parte, a misura che o l’uno o l’altro saranno più forti e più significanti; che o l’uno o l’altro daranno una maggior estensione d’idee quando faccia d’uopo, o una maggiore intensione quando questa sia richiesta dalle circostanze del discorso e dal canone fondamentale di ogni stile, cioè dal doversi eccitare il massimo d’impressioni sensibili e combinabili nell’animo. Così Virgilio dicendo
fontemque ignemque ferebant,
prende il tutto per la parte, il fonte per l’acqua, rendendo così più interessante e più varia e in qualche maniera circoscritta e precisa un’idea, che languida sarebbe e triviale e troppo uniformemente estesa; per lo contrario, dicesi poeticamente mille vele per mille navi, cioè la parte per il tutto, per rendere più sensibile, perché più precisa, l’idea troppo complicata di nave; questa e simili parole significando vagamente tutte le parti da cui il tutto risulta debole, e l’impressione di ciascuna in particolare appena si desta nell’animo; ma se siano espresse con una delle principali, cioè di quelle che indicano o l’uso o l’azione o l’origine o la conseguenza della cosa medesima, noi veniamo a rendere dominante nella fantasia un’idea sensibile, precisa e particolare, che richiama tutto il resto sufficientemente, rilegandolo, per così dire, nella folla delle idee taciute, lasciando lo spazio ed il tempo ad altre accessorie che si debbono esprimere.
Un altro uso di questi traslati sarà quello di rendere più serrato il discorso, risparmiando la ridondanza e la ripetizione: egli è talvolta necessario per la serie delle idee principali che siano destati nell’animo e presenti alla mente e il tutto e la parte, e il continente ed il contenuto ecc. Allora, per isfuggire la noia delle due espressioni, ciascuna delle quali, oltre il proprio significato, in grazia del legame necessario di associazione, risveglierebbe quello dell’altro, basterà l’esprimere quella dell’espressioni che le altre idee espresse nel discorso non suggerirebbono così ovviamente. Così Virgilio, nella descrizione dell’incendio di Troia, dovendo accennare che la fiamma s’avvicinava al palazzo di Priamo, avrebbe dovuto dire: iam ardet proxima domus Ucalegontis; egli prese il posseditore per la cosa posseduta, e disse:
iam proximus ardet
Ucalegon,
nel che sfuggì la noia della per noi insignificante idea di Ucalegonte, rendendola interessante, perché con una sola espressione due idee si rappresentano, e nello stesso tempo conservò quella dell’espressioni che dalle altre idee non poteva essere suggerita.
Non sarà inopportuno il qui riflettere come i traslati acquistano chiarezza e bellezza dalle altre idee colle quali nel discorso vanno uniti: anzi, sono quest’altre idee che costringono chi legge o sente ad allontanarsi dal senso proprio della parola, ed a riceverla in un altro significato di quel che suona. Sonovi nel discorso sempre alcune parole prese nel proprio lor senso che, unite con altre, le quali se sono intese secondo la propria significazione non combinerebbero colle prime, ma nel medesimo tempo risvegliano quelle che vi si uniscono; allora la mente corre al sotto inteso significato, e vi si ferma e si riposa. Dunque dove vi sono traslati vi debbono essere parimente parole proprie, acciocché queste servano di spinta alla facile e necessaria intelligenza di quelli; e vizioso sarebbe un discorso lungamente tessuto tutto di traslati, senza parole proprie frammiste. Vedrà ognuno che se Virgilio, invece di dire «già arde il vicino Ucalegonte», detto avesse «già cade il vicino Ucalegonte», svanirebbe la figura, perché raddoppiata. Essendo preso cadere per ardere, effetto per la causa, ed Ucalegonte per la casa, può ciononostante unirsi letteralmente il verbo cadere con Ucalegonte, il che risveglia un senso proprio e diverso dal preteso, mentre l’ardere non può unirsi con Ucalegonte, nel discorso, se non vi si sott’intende la di lui casa. Dunque fra le parti principali di ogni discorso non bisogna che tutte le principali idee siano espresse con traslati, potendolo essere le accessorie: ma qualcuna delle proprie espressioni si dovrà esprimere, acciocché l’immaginazione sia fissata ad un solo senso, e possa prendere i traslati come traslati o come idee accessorie, e non come sensi propri e come idee principali; altrimenti il discorso degenera in allegorie ed allusioni, che sono per lo più fredde e noiose, perché, oltre la fatica di dover sostenere il peso di due sensi contemporanei, l’uno sott’inteso e raffigurato, l’altro proprio e letterale, l’animo non s’interessa né per l’uno né per l’altro, perché diviso e dissipato fluttua dall’uno all’altro.
Da quanto abbiamo or ora accennato apparisce un uso maraviglioso de’ traslati, e che da molti non si sarebbe sospettato; ed è che questi, quando siano ben impiegati, contribuiscono alla chiarezza del discorso, benché la moltiplicità di essi produca oscurità ed imbarazzo, in quella maniera appunto che la troppa quantità di luce abbaglia e confonde quella luce medesima, che le cose tutte ci distingue nello stesso tempo che contemporaneamente ce le fa sentire. Gli oggetti quasi tutti apparendoci composti ed avvolti, quasi tutte le parole proprie lasciano incerta l’attenzione sulla moltitudine delle parti, quindi lasciano per lo più indefinito e indeterminato l’oggetto, né la mente può vederne i confini ed i limiti con chiarezza e precisione. La simultanea compresenza di altri corpi fa che si distinguano e limitino reciprocamente gli uni gli altri. Quindi la vivacità e la chiarezza delle immagini presentateci dalla natura istessa, quindi ancora il piacere che risulta dai movimenti di queste immagini medesime, perché l’applicazione di un corpo alle diverse parti di molti altri ci fa badare a tutte, e tutte distinguere, senza del quale forse indistinte e confuse si affollerebbono nella mente. Quindi è che in natura piacciono gli oggetti semplici, uniformi ed indeterminati per se stessi, rotti però e intercetti da oggetti precisi, determinati e composti; questi ci fanno attendere alle molte parti che, per l’uniformità dell’oggetto sempre simile a se stesso, non sarebbero che confusamente e languidamente concepite; e quelli, dandoci un’idea sempre costante e simile a se stessa, fanno risaltare la diversità e i limiti delle parti varie e complicate dell’oggetto composto.
Applichiamo allo stile tali riflessioni, allo stile, scopo del quale è certamente di sforzarsi di eccitar nelle menti umane le medesime impressioni, e nel medesimo grado, per quanto sia possibile, di quello che la presenza degli oggetti in natura produce. Le figure aumentano la copia delle idee, portano l’attenzione a quella parte di oggetto a cui vogliamo che sia portata, rendono simultanea la presenza di molte immagini, perché, le parti inutili allontanando, permettono che nel medesimo istante altri oggetti ed immagini corrano a presentarsi, quando che se con parole proprie si esprimessero, una sola alla volta potrebbe forse esprimersi e concepirsi. Rendono dunque più padrone lo scrittore d’imitare la natura col distinguere, avvicinare e far risaltare gli oggetti in quella maniera che producano il massimo d’impressione, il più vivo, cioè il più chiaro e il più distinto possibile.
Così le parole proprie, esprimenti sensazioni uniformi e indefinite, saranno accoppiate con figure e traslati che aumentino e moltiplichino la copia delle idee; e le parole proprie esprimenti parti varie e complicate lo saranno con figure e traslati che sciolgano gli oggetti in sensazioni semplici, similari ed uniformi.
In parlando di questi traslati non ho voluto magistralmente discendere al noioso e minuto dettaglio di tutte le loro differenti specie, indicandone l’uso ad uno ad uno; basteranno agl’ingegni sagaci quelle poche applicazioni che ho fatto sopra alcuni di essi per cogliere in un baleno la maniera di applicare questi principii a tutti gli altri. Chi vuole istruire con sicurezza, fa sempre meglio, quando non ammette fra i particolari dettagli che quelli soltanto necessari per discendere a dimostrare li principii generali, e lascia l’applicazione di tutto il resto a chi ama di seguire una qualunque serie di cognizioni. La fatica che noi siamo forzati di fare incatena l’attenzione, e nello stesso tempo si fanno simultaneamente le due operazioni elementari di ogni disciplina, l’istruzione e l’esercizio, che, disgiunte, sono lente, ingrate e difficili; riunite riescono pronte, piane e dilettevoli. Per lo contrario, se l’applicazione è fatta tutta dall’istitutore, la mente nostra meramente passiva con eguale facilità riceve e dimentica; e, restando superflua una parte meno occupata dall’attenzione, questa dall’espansiva vivezza degli oggetti presenti viene preoccupata. Noi, che prendiamo maggiore interesse alle cose nostre che alle altrui; che alla facilità ci abbandoniamo; che le picciole resistenze rinvigoriscono, e la reattiva forza dell’animo nostro agli ostacoli opponiamo, noi non daremo mai l’energia tutta dell’animo nostro in balìa di un terzo, lasciando la parte più attiva di noi medesimi tutta intera all’azione ed all’impressione altrui. Quindi la disattenzione degli uomini alle cose troppo facili e troppo ovvie, disattenzione che tanti errori palpabili in ogni combinazione di cose anche le più interessanti produce, e dalla quale gli uomini non guariscono se non appunto quando le cose medesime troppo facili ed ovvie, sia per qualche accidente, sia artificialmente, si rendono più difficili e meno ovvie ad ognuno. Col lasciar dunque una parte all’industria ed alla fatica di ciascheduno si ottiene che, divenendo in parte istitutore di se medesimo, l’attenzione si rende più alacre, e l’effetto è più intrinseco e più costante; questa essendo l’istituzione della natura la meno umiliante, la meno noiosa e la più durevole. Se il bisogno è stato il padre ed il motore di tutte le invenzioni umane, sarà sempre vero che ogn’istituzione dovrà sottrarre una parte delle cose ch’ella potrebbe comunicare, perché si sviluppi in chi s’istruisce l’indispensabile bisogno della curiosità.
VIII. Delle altre figure
Vi sono figure di parole che non sono traslati, ma che lo sono delle parole proprie; queste vertono intorno non al significato delle idee medesime, ma intorno alla corrispondenza che il suono e la collocazione delle parole hanno colle idee che rappresentano. La medesima analisi delle nostre idee ci guiderà facilmente alla teoria di tali figure: se si trovi un’idea dominante in una serie di altre idee che debba successivamente paragonarsi colle altre, egli è chiaro che dovrà ripetersi la parola che la esprime ogni volta che dovrà replicarsi l’idea; perché, importando moltissimo la facilità del concepimento, e l’identica rappresentanza di una tale idea accoppiata successivamente con altre diverse, la parola dovrà essere immutabile ed identica, acciocché non si alteri, col cangiarla nella mente, né la forza né la qualità dell’impressione, ed alterata sarebbe se diverse parole destinassimo a replicare la medesima idea: primo, perché non vi sono parole diverse significanti precisamente lo stesso, come da eccellenti scrittori è stato dimostrato; secondo, perché, quand’anche ve ne fossero, doppia fatica sarebbe nella mente nostra, proclive ad argomentare diversità di cose dalla diversità delle apparenze, il fare il doppio paragone, prima della diversa parola colla medesima idea da tutte egualmente significata, poi di questa idea colle diverse e successive del discorso.
Per lo contrario, dovremo cangiare i suoni della medesima idea quando si tratti ch’ella sia complicata e difficile, ch’ella debba ingrandirsi, che si paragoni non con molte per farne vedere l’identità di essa con la diversità delle altre, ma con un’altra per mostrarne la perfetta somiglianza e la dissomiglianza. Perché in questi casi la diversità de’ suoni non confonde l’attenzione, ma bensì la ristora, ritornando la mente alle cose medesime con varietà di sensazioni; e, stante la moltiplice e diversissima maniera con cui le associazioni si formano nelle diverse menti umane, fra la varietà dell’espressioni troverà ciascuno quella che le è più propria e famigliare.
Né è da temersi che questa varietà produca prolissità e noia, perché lo stile riesce noioso e prolisso quando la massa delle parole, o sia de’ segni rappresentatori, sia maggiore della quantità d’idee rappresentate; e per idee rappresentate intendo quelle a cui l’attenzione si applica, nulla essendo quelle dalle quali si allontana e ritira. Sia dunque la soverchia ripetizione delle medesime, sia la trivialità e la poca importanza di quelle, quando tali sono che la mente disattenta le rifiuti, allora, restando sempre la massa delle parole, siano lette, siano ascoltate, maggiore della quantità d’idee ricevute, e per conseguenza interrotte da indifferenti distrazioni, le impressioni rese disuguali e troppo disparate riescono dolorose e spiacevoli. Ma la varietà dell’espressioni destinate a replicare nella mente la medesima idea importando varietà d’idee accessorie, perché diversità di sinonimi non può altro significare che diversità di accessorie ad una medesima principale, la quantità delle idee sarà sempre o uguale o maggiore della quantità dell’espressioni; e perciò, quando opportuna, né ingrata né spiacevole per questo titolo. Quindi l’ascendere per gradi o il discendere sarà essenziale nello stile, quando tutte le idee che formano la gradazione debbano essere espresse; e debbono esserlo quando la natura delle idee principali richiegga d’insistere su di una moltitudine d’idee analoghe; ma quando questa insistenza d’idee analoghe non sia richiesta dalle idee principali, e che questa gradazione fosse semplicemente accessoria, allora sarà meglio sopprimerla, e lasciare che si risvegli nell’animo coll’esprimere fortemente gli estremi.
Abbiamo già detto essere gli oggetti fisici il legame comune delle differenti affezioni degli uomini, ed ancora delle differenti maniere di sentire di ciascun uomo per se medesimo. Quando dunque un’espressione sarà tale che leghi due serie diverse di sentimenti e di affezioni, ed anche d’immagini, la ripetizione della parola legante – cosicché la medesima finisca e la medesima cominci le due serie, – sarà bellissima, perché, replicandola immediatamente, sarà resa più forte e più ricca la seconda serie d’idee dal ripetersi nella mente le idee della prima.
Le parole poi morali e complicate saranno ripetute quando esse siano dalle altre accessorie talmente abbellite, che possano nello stile essere ammesse; anzi, se molte siano le accessorie fisiche e sensibili che intorno ad un’idea complessa si addensano, perché l’attenzione non sia strascinata dietro oggetti estranei dovremo ripetere l’espressioni complesse, dividendo ciascuna porzione d’immagini, proporzionalmente alla natura loro ed alle altre leggi sovr’indicate, per ciascun membro della ripetizione.
Credo di aver sufficientemente indicate le relazioni che possono avere sì la diversità come l’uniformità delle parole, per esprimere la medesima idea col nostro principio generale. Non minore e non meno evidente l’avranno quelle figure che servono a sopprimere nel discorso molte parole, in vece di aggiungerne e di ripeterne. Tutte le parole che non aggiungono chiarezza al discorso, che non istampano nuove impressioni, e che non guidano l’attenzione a nuove e diverse maniere di sentire, dovranno essere soppresse. Questa è la ragione che fa sopprimere i verbi che affermano la medesima cosa di molti soggetti; che senza di ciò ne sopprime moltissimi, quando i nomi necessariamente li richiamano senza equivoco e senza oscurità; che le particole, le congiunzioni e tutto il corredo delle parole grammaticali ommette spessissimo, serrando in uno spazio più angusto ed in tempi più rapidi le espressioni e le parole significanti idee e sensazioni.
Tutte le idee si associano nella mente per alcuni legami reali, ma finora a noi ignoti ed occulti; e gli oggetti esteriori che somministrano tali idee sono tra loro o coesistenti o successivi, e variamente uniti e disuniti. Le parole grammaticali, quelle, cioè, che immediatamente non rappresentano né sensazioni né affezioni, siano semplici siano complesse, fanno l’ufficio sia di manifestare esteriormente i legami di associazione interna delle idee, sia di esprimere la coesistenza e la successività, la unione e la disunione degli oggetti esteriori. Ora, molte volte accade che molti oggetti sono uniti in natura e non sono così facilmente associati nella mente, e molte volte sonovi oggetti associati nella mente che non sono uniti in natura. In questi casi le parole grammaticali saranno ed utili e necessarie ancora per la chiarezza, ed aggiungeranno forza allo stile, perché segneranno fortemente quella combinazione d’idee accessorie e principali che si vuole esprimere. Ma quando l’associazione delle idee vada di pari passo colla unione o disunione naturale e consueta degli oggetti, le parole grammaticali, potendo essere soppresse, salva la meccanica regolarità della sintassi, renderanno debole e noiosa e ripiena, per così dire, di vuoti e di fessure la tessitura del discorso.
Sono dunque, lo ripeto, utili tali parole quando segnino unione o disunione, coesistenza o successività non solita, non costante, non facilmente preveduta, o non associata o associabile facilmente nella mente nostra. In tutt’altra occasione saranno atte solamente a disgiugnere ed allontanare le idee, disgiugnimento ed allontanamento che aliena l’attenzione, che la stanca, volendosi sostenere che, rendendole troppo rari i piaceri che le son propri, si ributta d’una fatica senza premio, e di uno stento che la distrae dalla più interessante considerazione delle cose presenti. Questo disgiugnimento ed allontanamento delle idee non sarà utile se non allora ch’essendo alquanto complicata ciascuna delle idee, sia necessaria una certa distanza, la quale dia spazio e tempo alla mente di abbracciarle nella loro totalità ed estensione; allora le parole grammaticali nulla significanti possono giovare ad intersecare il discorso, e ad interporsi fra tali idee, dando respiro e comodo all’attenzione.
Un esempio si può qui allegare in proposito di ciò. Virgilio nelle Georgiche dice:
saepe etiam steriles incendere profuit agros,
atque leves stipulas crepitantibus urere flammis.
Sciogliamo questo secondo verso, aggiugnendogli le parole grammaticali ch’ei può ammettere, dicendo così: atque stipulas, quae sunt leves, urere flammis, quae sunt crepitantes. Svanisce ogni bellezza di quel bellissimo verso, perché la doppia inserzione delle parole grammaticali quae sunt allontana e separa troppo le accessorie dalla principale, e fra di loro; ciò che prima era un colpo simultaneo d’impressioni, non è più che una lenta successione di sensazioni nude ed isolate.
Questo verso ci darà campo a riflettere come ogni idea accoppiata ad una qualunque altra idea suppone necessariamente un giudizio, il quale talvolta si esprime e talvolta è soppresso, perché queste idee non potranno chiamarsi accoppiate nella nostra mente, se non sono simultaneamente da quella considerate; il che suona lo stesso che giudizio e paragone, che altro non è se non attenzione a due idee compresenti nella mente: dunque tutte le accessorie che si aggiungono alle principali, le accessorie delle accessorie medesime possono essere sciolte in altrettante proposizioni particolari ed incidenti, ciascuna delle quali, rispetto a se medesima, sia idea principale, ma non lo sia riguardo a tutta la serie delle idee contenute nel discorso. Tali sono le due quae sunt leves e quae sunt crepitantes nel succennato verso di Virgilio; ma questi, siccome sono giudizi rapidissimi ed abituali della mente nostra, così sarebbe stato superfluo, anzi noioso, di allungare quest’operazione dell’intelletto coll’esporre grammaticalmente e logicamente quelle due accessorie di leggerezza e di strepito che caratterizzano quell’abbrucciamento; ma spesse volte accade che le idee principali sono talvolta espresse come accessorie, e, quantunque essenziali alla serie tutta del discorso, pure, soppressi tutt’i legami grammaticali e logici, si uniscono come aggiunti, e si rinchiudono nelle espressioni e fra le accessorie di un’altra più principale idea. Mille esempi potrebbe fornire Tacito di questa maniera di scrivere, maniera che è una delle caratteristiche primarie dello stile di quel grand’uomo. In questa forma lo stile diventa serrato e pregno d’idee; poche parole, ma sostanziali, feriscono e penetrano profondamente l’animo, e le cose scritte di questa foggia non isvolazzano intorno alla superficie della immaginazione, ma s’internano in quella, e diventano a poco a poco parti essenziali della nostra maniera di pensare: pure, siccome le idee e l’espressioni divengono un poco più complicate, scrivendo in questa maniera, di quello che separando ciascuna principale, e circondandola di pure accessorie, così stili di questa sorte richieggono attenzione e perspicacia d’intelletto ad intenderli e gustarli. Non sono dunque stili popolari, ma di uomini colti e pensatori: la percossa interiore che l’animo ne risente è grande e viva, ma non immediata, cioè richiede un picciolo sforzo della nostra mente, un movimento dalla nostra parte, onde, per così dire, noi ci avanziamo verso lo scrittore; il che è per lo più contrario all’ordinaria maniera di sentire degli uomini, i quali, se non sono stimolati dal bisogno, vogliono che la sensibilità loro sia sempre passiva e strascinata dagli oggetti, ed amano piuttosto di lasciarsi trasportare dalla corrente delle impressioni, che diriggere essi medesimi i propri sentimenti, ascoltandosi interiormente, ed obbedendo a quelle segrete e passaggere spinte che in una sfera più ampia e più ordinata di cose li guiderebbe.
Così grandi e semplici immagini fisiche, che interrompono questa sorte di stili stretti e vibrati, serviranno di mirabile soccorso, e di grande aumento di bellezza a tutto il fascio delle idee.
IX. Delle diverse specie di stili
Abbiamo cominciato a vedere una delle caratteristiche essenziali che distinguono uno stile dall’altro; vediamo se i nostri principii ci forniscono precise definizioni dei vari aggiunti con cui ordinariamente si distinguono gli stili de’ diversi scrittori.
Molti di questi stili prendono il loro nome dalla natura delle immagini e delle idee accessorie che dominano in quelli, e questi non hanno quasi bisogno di schiarimento; molti altri prendono il nome dalla maniera con cui lo scrittore combina le idee accessorie, e dalla qualità dell’impressione che, qualunque cosa rappresentino, sono atte a risvegliare negli animi.
Così chiameremo stile fluido (prescindendo dalla scorrevole armonia de’ suoni e dal volubile e non interrotto concento di parole) quello ch’eccita nell’animo un’impressione analoga a quella che il moto de’ fluidi eccita ordinariamente in noi, cioè un moto equabile ed uniforme. Sarà dunque fluido quello stile in cui le accessorie saranno di egual forza e di egual importanza costantemente, cosicché le impressioni non sieno diseguali ed interrotte, ma, l’una non prevalendo sopra dell’altra, abbiano una successione continua e sempre eguale. E se lo stile fluido dovrà discendere a minori impressioni o ascendere a maggiori, lo farà per leggere ed impercettibili diminuzioni o accrescimenti.
Lo stile conciso sarà quello in cui le idee principali, accompagnate da poche accessorie, ma importanti, si succedono rapidamente, e quando si destino più idee di quello che si esprimano con parole. Lo stile è conciso e chiaro quando le espresse destano necessariamente le tacciute, e oscuro quando di più idee tacciute è incerta, senza essere indifferente per chi legge, la scelta.
Lo stile è diffuso quando sono ripetute le medesime idee accessorie, e quando ve ne siano molte che pochissimo differiscano tra di loro. Lo stile è diffuso non tanto per la moltitudine, quanto per la poca importanza delle idee accessorie relativamente alla principale.
La nobiltà, la gravità, la maestà dello stile sono qualità che non differiscono essenzialmente tra di loro. Chiamasi nobiltà di stile quando nello scegliere le accessorie noi sceglieremo quelle che non sapranno suggerirci che idee non comuni né popolari; quelle che hanno, per così dire, un’illustre genealogia, che non sembrano derivare dalla comune ed ampia sorgente dei primari piaceri dei sensi, ma che nascondono questa comune origine col corredo di affezioni e d’immagini più rare, più delicate e meno semplici.
Lo stile è grave poi quand’oltre le succennate qualità, le accessorie sono importanti, e di una importanza piuttosto morale che fisica, di una importanza che riguarda piuttosto le conseguenze e le relazioni delle cose, che non le qualità loro piacevoli e dispiacevoli. Questa sorte di stile risveglia una moltitudine d’idee, ma poche ne esprime, e quelle poche tali non sono che, avvicinando tra di loro le qualità sensibili delle cose, vi dipingano l’oggetto, o risveglino nell’animo affetto e passione, ma sibbene quelle che rispingano la mente da questa più viva maniera di sentire ad una più elevata e più estesa, per cui gli oggetti si veggono meno distinti, e fanno un’impressione meno separata e particolare che generale ed in massa; in questa sorte di stili non si escludono le immagini fisiche, ma appena accennate; un’altra accessoria vi rispinge nella folla delle idee morali e complicate. La verità di ciò si può vedere considerando attentamente i primi tre versi del terzo libro dell’Eneide:
Postquam res Asiae Priamique evertere gentem
immeritam visum superis ceciditque superbum
Ilium et omnis humo fumat Neptunia Troia.
Dove si può vedere quanta folla d’idee, e quanto importanti siano l’espressioni di res Asiae, visum superis, Priami gentem immeritam evertere, e la grande immagine fisica, omnis humo fumat Neptunia Troia, corretta ed allontanata nella fantasia del lettore coll’aggiunto di Neptunia, che nelle origini troiane vi spinge; e la natura dell’immagine medesima, semplice, niente complicata, indicante il fine di un gran fenomeno, ma non risvegliante l’idea di un altro contemporaneo.
Quasi perfettamente simile a questo è lo stile maestoso; colla differenza però che la qualità dominante non è tanto la importanza ed il peso degli oggetti, quanto il punto di vista da cui lo scrittore li contempla e li espone. Nello scegliere i lati seri delle cose, egli non si ferma nelle figure le più vive e le più energiche, ma che dimostrano l’impressione di chi scrive, e però la sua dipendenza dagli oggetti, ma quelle piuttosto che poco avvilite dall’uso, o piuttosto poco associate sono con idee troppo piacevoli o troppo forti, energiche e sensibili. Egli non cerca l’aspetto il più luminoso ed il più interessante degli oggetti, celandone i lati tenebrosi e deboli; ma esprime quelle idee che possono essere comuni, e risvegliare ambedue i lati, onde destino negli animi altrui l’opinione di un certo equilibrio di passioni e di una certa equanime indifferenza di sentimenti che lo mostrano superiore alle cose tutte. A chi vede un altr’uomo superiore a quelle cose, da cui egli si riconosce dipendente, sorge nell’animo un timido sentimento d’inferiorità che chiamasi venerazione, e maestoso e grave chiama colui che sa presentargli immagini di tal natura.
Per lo contrario chiamasi patetico o appassionato quello stile nel quale le accessorie tutte indicano l’affetto e l’impressione che soffre dagli oggetti chi scrive. Non v’è in natura oggetto ridente e consolante che non abbia un lato serio e tormentoso. Il dolore si diffonde largamente per tutta la catena degli esseri sensibili. Rispinto incessantemente, incessantemente ritorna; a tutti serve di stimolo, che li sollecita ad allontanarsi dal presente, ed a spingere l’inquieto sguardo nell’avvenire, mentre il piacere nel seno dell’inoperosa voluttà facilmente addormentando gli uomini, non sarebbero spinti a quella progressiva serie di mutazioni e vicissitudini, da cui dipende lo sviluppamento dell’umana perfettibilità, ed insegnandoci a sostituirci ai nostri simili, stringe sempre più le relazioni morali, dalle quali l’amore non ragionato di noi stessi ci allontanerebbe. Dunque gli oggetti li più ridenti e li più allegri possono, col considerarne le origini, le conseguenze e le circostanze tutte, ricevere le tinte le più forti e le più oscure della mestizia e del dolore. Anzi non è mai più bello lo stile che quando vi sia un tal contrasto, che necessariamente abbraccia una quantità più grande di sensazioni, e nel medesimo tempo più vera e più reale.
X. Dello stile semplice, medio e sublime
Suolsi comunemente dividere lo stile in tre specie: semplice, medio, sublime; delle quali specie vaghe e poco esatte definizioni sogliono darsi, contentandosi molti di allegare per lo più eccellenti esempi corredati di fine e belle osservazioni, ma particolari, non indicando punto ciò che hanno precisamente di distinto gli uni dagli altri, e di comune ciascun di loro in ogni caso.
Per bene intendere che sia stile semplice, bisogna prima conoscere qual idea gli uomini si formano della semplicità, cognizione che non ci sarà inutile. Sembra che semplice e semplicità sia in opposizione a composto e a complicatezza, come uno è opposto a più, e unità a pluralità; con questa differenza, però, che unità e pluralità possono applicarsi ad oggetti che siano indipendenti gli uni dagli altri, e semplicità e complicatezza ad oggetti solamente che dipendano tra di loro. La semplicità richiama dunque necessariamente più oggetti al paragone, e chiamasi semplice quello che è composto di minor numero di parti meno diverse e più uniformi tra di loro. Uno dunque rappresenta la quantità e semplice la qualità delle cose: una cosa può dirsi una, e può essere compostissima nello stesso tempo, perché tale allora si dirà quando non se ne consideri la moltitudine e la diversità delle parti; ma prendendola in massa, senza ulteriore analisi si prende per comune misura di molte altre; per lo contrario, una cosa moltiplice e numerosa può essere semplice, purché le parti di essa siano poco diverse, anzi tanto più semplice apparirà, quanto saranno più grandi ma più uniformi. Dovremo però qui incidentemente riflettere che la rigorosa e matematica unità non è realmente dagli uomini compresa se non nelle sensazioni ultime ed elementari, che non si posson più oltre dividere: un odore, un sapore, per esempio. L’estensioni ed i contatti simili sono sensazioni semplici ma non une, perché composti di simili ma moltiplici punti fisici, luminosi o resistenti. Quando noi diciamo uno l’oggetto composto di molti oggetti, allora realmente nell’animo nostro ci si manifesta pluralità e moltitudine, ma considerandoli come simili li segniamo tutti con un nome collettivo che li rappresenti ciascuno indifferentemente; e formiamo così una specie di unità verbale e grammaticale, senza di cui svanirebbe l’uso delle parole e delle lingue, cioè non indicherebbe una quantità di oggetti con un sol segno, massimamente non presenti; ma ogni nostro discorso si ridurrebbe, come il linguaggio naturale degli animali, ad una semplice manifestazione delle attuali impressioni e volontà nostre.
Quindi le cose più complicate possono acquistare una certa semplicità verbale, la quale in altro non può consistere se non nel nascondere i lati dissimili e diversi, e nel rappresentare le cose per le loro somiglianze; nel che le parole generali e collettive riescono, perché allora la mente nostra, non eccitata da alcuna espressione particolare, non può abbracciare la moltitudine delle cose se non raccogliendone le uniformità, ch’esigono un minor movimento ed una minor azione di quello che in una volta la sensibilità nostra è suscettibile.
Quindi è che i teoremi più grandi e le più classiche verità riescono semplicissime, perché l’analisi da cui nascono ci conduce sempre all’uniformità ed alla somiglianza; e ci soddisfano, e ci riempiono di una certa patetica contentezza non tanto per se medesime, quanto paragonandole colla diversità e disordine da cui siamo partiti; diversità che noi tanto più facilmente consideriamo e concepiamo, quanto più la vediamo appoggiata su di uno strato esteso ed uniforme.
Applicando allo stile queste considerazioni, noi troveremo lo stile semplice essere quello nel quale le accessorie non ammettono che quella diversità la quale sia richiesta dalla serie delle idee principali, non quelle che una scelta particolare di esse potrebbe introdurre; tali accessorie non dovranno risvegliare né una quantità d’idee, né suggerire punti di vista moltiplici e diversi delle cose. Una semplice e nuda pittura degli oggetti; un’esposizione delle qualità loro più apparenti, non delle più occulte e sconosciute, coi nomi loro propri; non le origini e le conseguenze delle cose, ma lo stato attuale di quelle; non i contrasti, le idee complesse morali, gli aggiunti significanti rapporti e somiglianze improvvise di cose diverse, o differenze occulte ed inaspettate di cose simili, ma bensì termini complessi di oggetti fisici, o sia termini appellativi con aggiunti di qualità permanenti; espressioni che sian comuni, ma non avvilite dall’uso, il che vuol dire che non risveglino accessorie disgustose e dispiacevoli; le quali espressioni rendano finito e terminato l’oggetto, ma non col mezzo de’ traslati, che facciano campeggiare alcuna di quelle qualità che ingrandiscono l’idea, e destano nella mente idee simili, che, aumentando di troppo la massa delle sensazioni, facciano un’impressione troppo forte e troppo intensa, si richieggono a formare il carattere dello stile semplice.
La natura delle idee principali deve determinare l’occasione di servirsi di questo stile: siccom’egli ammette un minor numero di bellezze, la sola necessità ci deve consigliare a servirsene; quindi deve chiaramente apparirne il motivo, acciocché gli uomini svogliati e distratti non gettino uno scritto al quale il solo bisogno di piacere o d’istruzione ha consigliato di ricorrere. Quando dunque le principali sieno di tal sorta che non ammettano accessorie associate o associabili, che siano interessanti e vive; quando queste principali debbano per la chiarezza e l’importanza dell’istruzione essere molto vicine tra di loro, e che si debba aspettare più effetto dalla loro combinazione, che da ciascuna in particolare; che si parli a persone, o in circostanze, nelle quali la folla delle idee e delle immagini non possa essere risvegliata, o sarebbe contradditoria allo scopo che si propone: allora lo stile semplice debb’essere impiegato.
In tutt’altri casi anche l’istruzione medesima dimanda ornamenti e bellezza; non basta, perché l’uomo corra per la strada che noi vogliamo, che utile ne sia il fine; bisogna ch’essa medesima sia dilettevole; non basta, in nissuna istituzione né letteraria né politica, desiderare, proporre, persuadere ed esigere i fini; bisogna che i mezzi stessi sian grati e piacevoli, ch’essi sieno sensibili, che il premio della fatica non sia tutto lontano ed ammucchiato al termine di quella, ma distribuito e sparso per la carriera tutta che si deve percorrere, perché trattasi, e ne’ libri e ne’ costumi e nelle combinazioni civili, di vincere la forza incessante degli oggetti presenti, che di sensazioni dilettevoli ci inondano, e di vincere e cangiare quelle direzioni, verso delle quali tende ogni momento la debole nostra natura, cioè il ben essere attuale, o almeno così poco lontano che la mente con poca riflessione vi arrivi.
A questo fine soddisfa lo stile medio, quello stile, cioè, nel quale le accessorie abbondano e producono il massimo d’impressioni compossibili tra di loro e con l’idea principale. Quando le idee principali tali sieno che non abbiano bisogno di essere avvicinate tra di loro; quando le idee principali non siano talmente interessanti immediatamente, che da sé sole possino reggere o lo debbano senza essere dagli ornamenti distratta la loro connessione: allora noi dovremo far uso di questo stile, che è quello che ammette nella maggior loro latitudine ed ampiezza tutte quelle maniere di dilettare che abbiamo annoverato in queste Ricerche.
Noi meglio comprenderemo che sia stile medio quando si sarà chiaramente sviluppato che sia stile sublime, ch’è l’estremo dello stile semplice e perciò talvolta confondesi ed avvicinasi a quello. Per ciò intendere, vediamo che sia realmente sublimità nel concetto degli uomini. Questa parola, nel senso suo proprio, è destinata a rappresentare un luogo estremamente elevato, che superi l’altezza comune e promiscua degli altri corpi, e che da quello contemplandoli in un tratto ne scopra una moltitudine al dissotto. Applicando un tal concetto fisico al sublime dello stile, diremo essere sublime quando l’idea principale sia tale ch’ella campeggi e domini tutte le altre vicine, e che non le accessorie facciano spiccare la principale e la segnino, la rischiarino e la rinforzino nella mente, ma essa invece suggerisca le accessorie, anzi piuttosto le involva nel proprio suo concetto. Essa debb’essere talmente elevata, che non suggerisca e non sia associata immediatamente colle cose che gli sono vicine nel discorso, ma lo sia solamente per mezzo di accessorie da lei suggerite e non espresse; in quella maniera che in un luogo estremamente elevato i circonvicini oggetti sono al dissotto, e sono frammezzati da uno spazio tacito e solitario, per cui gli oggetti circostanti ed inferiori, piccioli diventano e spessi, di grandi e distanti che sono realmente quando discendiamo al loro livello. Similmente gli oggetti estremamente elevati in natura si ristringono nella cima, e si allargano verso la base, attorno della quale è costipata la folla degli oggetti inferiori. La sublimità delle idee deve avere una qualche analogia con questa proprietà de’ corpi elevati: una semplice espressione rappresentante una semplice idea debb’essere quella che formi il concetto sublime; ma questa semplice idea deve risvegliare alcune accessorie, e queste altre più numerose, e così di mano in mano in maniera che la percossa, che l’animo attento riceve da tali concetti, vada a poco a poco allargandosi, e divenendo vasta e grande coll’eccitare, per così dire, un bullicamento di moltiplici e varie idee che sembrino lontanissime dal concetto semplice e ristretto espresso nel discorso.
Se tutte le idee che si racchiudono nella sublimità del concetto si volessero esprimere dallo scrittore, la sublimità sarebbe perduta: primo, perché la moltiplicità delle parole prolunga il tempo dell’impressione, ed un’impressione prolungata è un’impressione necessariamente divisa in molte impressioni; non è dunque più un’impressione grandissima e subitanea, non un colpo di luce che, balenando improvvisamente nella mente, scopre ad una grandissima distanza una moltitudine di oggetti. Secondo, perché l’esprimere con parole le idee tutte, che dipendono dal concetto sublime, rende altrettanto efficace l’impressione nell’animo di queste, quanto l’impressione di quelle parole, dal significato delle quali si esprime il concetto sublime; perdesi dunque la sublimità, perché tutte le immagini riescono, per così dire, ad uno stesso livello. Quando Virgilio dice di Didone:
alto
quaesivit coelo lucem, ingemuitque reperta,
ognuno trova sublime questo concetto, perché sono soppresse tutte le idee che sono relative alla terribile e violenta situazione nella quale trovasi la disperata Didone. Ognuno sente eccitarsi in se medesimo una folla di moltissimi sentimenti, che agitano confusamente l’animo nostro, e lo fanno al solo accennarci che fa il poeta il cupo gemito della sgraziata regina nel cercar la luce del cielo, ch’ella va a perdere per sempre; e noi comprendiamo subito l’abbandono dell’amante, la perduta felicità di un crescente impero, la fede giurata a Sicheo, tutt’i progressi di una passione forsennata, quale ci è dipinta in tutto il quarto libro dell’Eneide: questi oggetti tutti in un momento solo necessariamente si risvegliano dentro di noi; e quantunque ciascuno di per sé, per la compagnia degli altri, non sia che debolmente sentito, pure appunto per ciò fanno in noi l’impressione di una folla di oggetti da un punto elevato e distante considerati. Se Virgilio avesse lentamente sviluppato tutti questi sentimenti, avressimo più chiaramente e più fortemente ciascuna idea separatamente compresa; ma il totale di ciascheduna impressione sarebbe stato più debole di questa unica impressione, che tutte insieme le riunisce e ne forma un concetto sublime, perché l’indagar dal cielo la luce, e il gemito nell’averla trovata, formano la sola espressione immediata che ferisce l’animo, dalla quale si traveggono rapidamente moltissime idee; e il poco distinto sentirsi di questa moltitudine d’idee suggerite, mentre con somma evidenza si distinguono le idee nel verso sublime espresse, aggiungono, anzi formano principalmente la sublimità del concetto, perché la poca distinzione degli oggetti ci fa giudicar della lontananza de’ medesimi.
Da ciò si vedrà, in primo luogo, che non può ammettersi uno stile costantemente sublime, perché eccederebbe i limiti della nostra comprensibilità, ed alla fine dovressimo essere sazi e stanchi. Questi slanci vigorosi ed arditi debbono essere sparsi opportunamente, quando il bisogno e l’opportunità lo richieggano. Si vedrà parimente come dalla maggior parte di chi ha scritto in questa materia sia stata confusa la copia, la magnificenza, la grandezza dello stile e delle idee colla sublimità: una serie di oggetti sublimi troppo vicini tra di loro si offuscherebbero reciprocamente, intercettandosi a vicenda la vista degli oggetti circostanti; così una serie di concetti sublimi o sarebbero simili ed analoghi tra di loro e, ripetendo le medesime idee, tanto più facilmente, quanto più sublimi sono, produrrebbero ripetizioni e noia; o molto differenti tra di loro, ed incrocicchiamenti e confusioni d’idee sarebbero l’effetto di un tal lusso di sublimi concetti. Dunque lo stile medio quello sarà che ingrandisce e ravviva ed anima ed abbellisce gli oggetti, ma senza elevare alcuno particolarmente molto al dissopra del comune livello o, per dir meglio, della loro realità, o senza deprimerli e nasconderli troppo, perché non danneggino un’idea principale che non può, se non con altre unita, interessare o esser utile.
Non sarà inutile il qui notare non esservi stile particolarmente appropriato ad un tal genere di componimenti piuttosto che ad un tal altro, né questi richiedere esclusivamente una sola sorte di stile, se non quando le circostanze delle persone a cui si parla non lo richieggono; né la proposizione contraria può essere intesa se non moderata in questo senso, che alcuni generi di componimenti, non essendo per lo più destinati che ad un tal genere d’idee, perché queste determinano la qualità dello stile, così può dirsi che tali componimenti tali stili richieggono.
XI. Di altri generi di stile
Egli è facile il definire che sia copia, magnificenza, grandezza, energia e forza di stile. L’opulento, il magnifico, il ricco occupa una mezza città intorno ai suoi piaceri, ai suoi addobbi, ai trattamenti ch’egli fa; tutte le arti e tutte le produzioni a gara gli contribuiscono; ed egli tutto mette in mostra con pompa e con isplendore; niente vi lascia desiderare ed indovinare, ma sibbene cerca di prevenirvi ne’ vostri desideri e nelle vostre conghietture. Tale sarà lo stile copioso e magnifico: un’abbondanza d’idee accessorie, tutte sensibili ed interessanti, prese da tutte le sorti di oggetti, una varia profusione d’immagini e di sentimenti inondano l’animo di chi legge, ed una rapida successione di piaceri lo incantano in maniera che poco resta all’immaginazione di forza, onde risvegliare da se stessa idee accessorie ed associate. Tutto è prevenuto dall’espressioni dello scrittore, che vi strascina dietro la corrente delle sue idee. Non è che in questi stili non vi siano idee semplicemente suggerite e non espresse; se non ve ne fossero, non sarebbero riempiuti i necessari vuoti, che la meccanica forma della parola lascia necessariamente: ma queste sono picciolissime ed ovvie, onde non è questa qualità che prevale e domina in questa classe di stili.
La forza poi e l’energia dello stile consistono in una più stretta relazione che hanno le accessorie coll’idea principale sempre richiamata da quelle; onde necessariamente dimanda poche espressioni, e l’attenzione nostra, non estesa e trasportata senza intervalli e dimore dietro idee variamente interessanti, ma concentrata e fermata da un’espressione ch’esprima chiaramente una stretta collezione d’idee, ciascuna delle quali richiama la mente all’idea principale, e dove le idee suggerite, senz’esser espresse, debbano avere un rapporto maggiore e più forte coll’espressione.
La grandezza poi dello stile sarà ancora facilmente intesa se si consideri che noi chiamiamo grande un oggetto molto esteso; non basta che molti sieno gli oggetti, bisogna che formino un tutto di grande estensione. Un oggetto fisico qualunque, vale a dire, riguardo a noi, un fascio di sensazioni, se sia variato e diverso ne’ suoi componenti, non sarà mai chiamato uno, se non vi sia una sensazione sempre simile a se medesima che si ripeta tante volte quante sono le parti varie dell’oggetto, e vi serpeggi per entro a legare ed unire con se medesima tutte queste parti; ora, un oggetto, anche vario e composto, sarà come grande concepito, quando ampia e molto sensibile sia questa sensazione legante e formante l’unità dell’oggetto; dico solamente ampia e sensibile, non mettendo per qualità dominante l’energia e la forza di tali sensazioni; e d’idee ampie e leganti varietà d’idee, e di sensazioni formanti oggetti uni e grandi, debbono essere composte le accessorie espresse, che formano grandezza di stile. Si troveranno grandi questi due versi d’Ovidio:
Regia Solis erat sublimibus alta columnis,
clara micante auro, et flammas imitante pyropo,
essendo le idee simili, e ripetenti se stesse, di colonne e di oro, quelle che legano e si combaciano con tutte le parti varie e moltiplici di una reggia.
Ora, come tempo e spazio non sono sensazioni, ma solo successione e coesistenza di sensazioni diverse e moltiplici; così quelle parole ch’esprimono più oggetti come un solo, senz’altro legame comune che di tempo e di spazio, non contribuiranno alla grandezza dello stile se non vi s’inserisca un’idea reale e comune, e tutti questi oggetti e queste espressioni, quanto maggior numero di oggetti parziali e più diversi racchiudono, tanto più acquistano di bellezza e di grandezza con quest’aggiunta.
Non è così facile il definire la mollezza e la delicatezza dello stile, qualità che hanno un effetto tutto diverso dai precedenti, sempre però dipendente dal nostro principio, che variamente si modifica colle diverse combinazioni d’idee accessorie tra di loro e colle principali.
Le sensazioni eccitate da corpi molli sono sensazioni sorde e poco vivaci, e lentamente succedentesi. Applicando allo stile tali proprietà di corpi molli, diremo essere quello nel quale le idee non sono tessute tra di loro per mezzo di accessorie che le richiamano fortemente, i confini delle quali sieno marcati e precisi per mezzo delle qualità dominanti espresse, e di quelle che concentrino tutta l’attenzione verso un oggetto, ma di quelle che debolmente richiamano le principali e le altre accessorie, che non le richiamano immediatamente, ma per mezzo di altre, e per i lati meno vivi degli oggetti, ma per quelli che sono i più deboli e sfumati; molte debbono essere le idee espresse, e piuttosto analoghe senza essere noiose, acciocché l’attenzione si allarghi e si ammollisca, per così dire, senza irrigidirsi alle percosse di espressioni troppo forti e troppo marcate; onde saranno permessi i vuoti e gl’intervalli di silenzio tra un’idea e l’altra, più che in ogni altra sorte di stili, per mezzo di qualche espressione superflua e sinonima, onde con maggiore lentezza le idee si succedano.
Delicata poi noi chiamiamo una cosa che facilmente si contamina e si logora, se sia fortemente toccata e maneggiata, onde da mani leggiere e delicate vuol essere trattata; perciò delicatezza di stile quella sarà ch’esprime le idee per mezzo di accessorie che appenna accennino la principale, che la circondino, per così dire, e la risveglino, ma non la esprimano, e che mostri una certa diligenza e premura nello scrittore, nell’evitare le qualità dominanti e principali delle cose. Chiaro apparirà in questo luogo che le cose e le idee principali, e le circostanze in cui sono enunciate, determinar debbono la qualità dello stile: perché delicatamente saran tocchi quegli oggetti che, avendo framiste qualità o disgustose od offensive, sia fisicamente sia moralmente, con qualità piacevoli, belle o desiderabili, noi cercheremo di celare e nascondere le prime e di esporre le seconde; oppure, quando la necessità e la serie delle idee ci sforzi a suggerire tali idee disgustose, allora appena appena toccheremo di volo ciò che è necessario, facendo scorrere con immagini anche aliene la fantasia dall’oggetto pericoloso e delicato.
Così la mollezza dello stile sarà impiegata dove una lunga e viva attenzione, prima soverchiamente esercitata, richiede trattenimento, ma non faticoso ed intenso; o dove le idee principali siano talmente voluttuose e piacevoli che abbiano bisogno piuttosto di essere indebolite che rinforzate. Egli è superfluo il qui annoverare tutt’i possibili casi: a me basta di mettere su la strada chi ha forza di percorrerla da se stesso; a me basta di diriggere l’elettrica fiamma degl’ingegni verso questi oggetti, e di lasciare il restante alla collisione ed al fermento delle idee de’ miei lettori.
Havvi un’altra sorte di stile, del quale non so se noi altri Italiani potremo fornir l’esempio, lo stile, cioè, che da’ Francesi chiamasi naif, e che noi chiameressimo stile di naturalezza e di bonarietà, se questi vocaboli non iscandalezzano le purissime orecchie de’ parolai, e non peccano contro l’etichetta della lingua nostra. Noi chiamiamo bonarietà quella qualità dell’animo che lo stimola a manifestare i suoi pensieri, oltre anche l’esigenza della più rigorosa sincerità che nei soli confini del vero si ristringe, non però tutt’i veri palesa e manifesta. I pensieri del buon uomo gli sgorgano dall’animo ispidi e selvaggi quali nacquero, non puliti e leccati dall’arte e dallo studio. Niente in lui si scorge di premeditato e lontano, tutto è presente e vicino; nissun indizio di sforzo e di ritegno segnano in lui lo stento e la difficoltà; ma bensì movimenti tutti spontanei, una cert’anima, un certo vigore in quasi tutte le cose, una profonda indifferenza in quelle poche alle quali egli si sottrae, manifestano ad ogni tratto l’apertura dell’animo e la facilità del suo carattere. Egli tratta seriamente anche le più picciole cose, e perciò appunto le picciole cose gliene suggeriscono delle grandi ed importanti, che senza quasi accorgersi di dirle sorprendono gli astanti. Siccome le cose stesse e la presenza degli oggetti lo strascinano quasi a lor piacimento, così egli è ben lontano di esser sagace e diffidente calcolatore degli effetti e conseguenze delle cose, e invece è un eccellente pesatore delle qualità loro piacevoli o dispiacevoli: non è dunque di quegli uomini pei quali ogni detto o fatto proprio o d’altrui è una linea che tende ad un centro, un mezzo diretto ad un fine, un oggetto di esame e di ponderazione per la loro felicità: la stima e l’approvazione degli altri è per lui un effetto necessario, al quale non tende direttamente, al quale non pensa, della privazione del quale non s’offende, e appena quasi s’accorge, perché dall’affetto ch’egli prende alle cose ed alle qualità loro è spinto all’azione, piuttosto che da questo mobile mutabile ed arbitrario: dunque nelle sue azioni e parole nulla si scorge di preparato e di artificioso, nulla che indichi un amor proprio diffidente, osservatore ed aucupe dei detti e delle dimostrazioni altrui esteriori di stima e di lode. Egli parla volentieri di se medesimo, perché parla come pensa; quindi riesce più grato e più ricercato degli altri, perché tranquilli lascia gli amor propri altrui, e gli affetti e i capricci loro, e tutti quei minimi gusti ed interessi che variano e tessono il fondo uniforme della vita nostra, e non si chiamano affari perché non sono durevoli: sono più al largo con un uomo di tal tempra, che non con altri di un umor più predominante e più difficile. Facile sarà quindi il conoscere che sia lo stile di bonarietà, e quale impressione faccia nell’animo de’ lettori. Le accessorie saranno non disposte coll’ordine e colla scelta che è la migliore per ottenere la massima impressione in chi legge, ma bensì in maniera che indicano tutta l’impressione e la persuasione dello scrittore, accozzando le più picciole alle più grandi idee, le espressioni avvilite dal costume e dalla delicatezza sociale colle più nobili ed energiche, rompendo ad ogni tratto quell’esatto filo che ci guida d’una idea nell’altra, abbandonandosi totalmente alla corrente delle idee, ancorché principali non siano; ma, dipingendo sempre se medesimo o la maniera sua di sentire, egli mette affetto, azione o grandezza nelle cose tutte senz’arte e senza studio, cioè senza prevedere egli medesimo che lo faccia, e senza prevenirne chi legge. Nasce da queste qualità quell’affetto invincibile che ci attacca e ci fa perdere le ore e i giorni del travaglio e della gloria dietro libri scritti in questa foggia, se pur perdita può chiamarsi un così dolce esercizio dell’animo modificato e modellato più dalle impressioni grandi e vigorose di una natura libera e padrona, che smunto ed assottigliato dai noiosi e servili aiuti dell’arte e delle regole.[2] Chi legge stili di questa sorte non si accorge di avere un maestro, ma un amico. Non entra in diffidenza alcuna contro di lui, non sollevasi alcun ambizioso pensiere di esame e di critica che lo vendichi dall’umiliazione che prova al rapido e trionfante succedersi dei ragionamenti di un uomo superiore; ma i difetti con libera franchezza lasciati scappare dall’autore, la buona fede con cui espone se medesimo, gli fanno perdonare la grandezza e la superiorità delle idee; l’istruzione entra secreta e di soppiatto, e ci pare piuttosto di conquistare che di essere conquistati, di tirarci con noi l’autore che di esserne tirati: quindi l’uomo di mondo, potente sulle cose e sulle combinazioni di quelle, perdona alla filosofia, che riguarda come una severa e debole censuratrice della sua condotta; quindi il dotto, che divaga senz’utilità alcuna nell’immenso pelago dell’erudizione, si riconduce a se stesso, alla società degli uomini, all’andamento naturale ed interessante delle cose giornaliere, presenti e continue. Quindi i risultati più speculativi e profondi della morale e della politica, nascosti ed internati ne’ più cupi recessi della filosofia, riprendono la forma originaria nella qual nacquero, e sono esposti con quella istess’aria di spontanea e non affettata facilità con cui si tessono i cicaleggi delle consuete conversazioni, nei quali consiste tutta la scienza e la filosofia degl’inoperosi.
XII. Dei difetti dello stile
Avendo annoverate molte delle buone qualità dello stile, sarà facile il comprendere e il definire quali siano i stili difettosi, per esempio stile gonfio, freddo, noioso, languido, stentato, legato, duro, ed altri. Noi diciamo, per esempio, gonfia una cosa che sotto molto volume contiene poca materia; così, gonfio sarà quello stile che, sotto espressioni sonanti e piene, poche e picciole idee rinchiude, parlando di accessorie proprie, ed in cui le accessorie, che sono traslati, sien traslati in modo che il significato indiretto e figurato sia di nissun valore, e superfluo all’idea principale ed a tutto il fascio delle accessorie, ma il significato diretto sia ampio e forte, ma niente legato con tutto il resto.
Così, freddo sarà quello stile che nissun movimento eccita nell’animo, nissuna immediata sensazione, ma solamente debolissime e lontane, quali appena bastino perché nasca concatenazione d’idee, giudizio e paragone nell’animo: così il freddo intorpidisce le membra, e le ferma nell’inazione; similmente l’animo di chi legge resta torpido ed insensibile, non mosso che dalle immediate sensazioni auditive o visibili delle parole, e per conseguenza in una situazione troppo uniforme ed inferiore a quella che prova quando, senza premura alcuna, riceve l’impressione degli oggetti attuali. Così lo stile sarà stentato quando le idee siano talmente disordinate e poco chiaramente enunciate, cioè con espressioni che danno luogo ad altre idee principali, che la rapidità delle idee dello scrittore sia minore della rapidità delle idee del lettore. Così, languido sarà quello stile nel quale le accessorie saranno meno vive e meno sensibili di quello che lo siano le idee che naturalmente si presentano colle principali alla considerazione di chi legge: questi deve indebolire il movimento della sua fantasia, e ritardare l’alacrità delle proprie idee per mettersi al livello dello stile dello scrittore, e perciò prova quella mancanza successiva di movimento e di forza, che languore e languidezza viene chiamata.
Parimente chiameremo legato quello stile nel quale le idee accessorie sono piuttosto unite sforzatamente, e co’ legami grammaticali, che naturalmente, e coi legami logici con cui le idee si combinano ordinariamente. Ogni volta che si avvicina o si unisce un’idea con un’altra che abbia più stretta connessione con una terza, se questa è inutile o contraria alla serie delle idee vi sarà una distrazione ed un vacillamento nella mente di chi legge, la quale andrà affannandosi intorno a quella terza idea che, malgrado lo scrittore e la connessione grammaticale, affacciasi ostinatamente.
Tutti questi intralciamenti d’idee, poco connesse naturalmente, e solo forzatamente colle parole accozzate insieme, quelle idee inutili e contrarie sovente al fine proposto che si risvegliano in grazia di espressioni malamente scelte e mal combinate, formano la durezza dello stile, così chiamata perché, poco bene adattandosi alle idee principali le accessorie, e queste da espressioni destate che non rispondono esattamente allo scopo prefisso, oppongono all’attenzione di chi legge difficoltà e resistenza a progredire più avanti.
Soverchia fatica per me sarebbe e pei lettori l’annoverare tutt’i difetti dello stile, e lo spiegare tutta la prolissa nomenclatura di tutte le viziose maniere di quello: se il principio da me proposto e sviluppato in tutte le sue modificazioni è la vera norma onde scegliere, fra le varie e molteplici espressioni, in ogni caso la migliore, tutte le diverse combinazioni d’idee che si opporranno a questi principii saranno tante diverse qualità di stili viziosi; e perciò non avrei che a stendere le proposizioni contrarie alle già dimostrate per noiosamente pretendere di avere trattata a fondo questa materia: nel qual caso otterrei forse di accontentare qualche scrupoloso pesatore di volumi, che ama d’intirizzirsi nel rigore della più esatta distribuzione de’ minimi dettagli; ma sarei con annoiato disprezzo rigettato da tutti quelli che i libri prendono come occasioni ed eccitamenti dei loro pensieri, come guide che additano una strada nella quale vogliono stamparvi le proprie traccie e corrervi padroni e liberi, non seguire con umile docilità le orme lente ed imbarazzate di un precettore istancabile.
XIII. Dell’armonia dello stile
Finora io ho parlato dello stile, considerando semplicemente le parole come espressioni d’idee: ma non ho considerata la relazione che passa tra la successione meccanica dei suoni, quantunque non pronunciata talvolta, e la serie delle idee. Eccellenti precetti ed ottime riflessioni sono state da gran maestri suggerite intorno a ciò, ed è forse questa la parte nella quale sono stati meno misteriosi ed occulti, e nella quale hanno più concesso d’influenza all’arte ed all’esercizio di alcuni principii fissi e dominatori, piuttosto che di ricorrere allo spedito rifugio della mistica ispirazione della natura, perché troppo manifeste e chiare sono le esterne relazioni e le influenze di questi suoni negli organi esterni.
Io dunque non mi dilungherò punto a ripetere ed a misurare il valore delle vocali e consonanti, ed a indicarne minutamente le combinazioni le più musicali ed armoniose; solo mi basterà accennare alcune poche riflessioni che non sono le più ovvie. La durezza e l’intralciamento de’ suoni non solamente sono disaggradevoli all’orecchio, ma sono nocive ancora alla successione facile delle idee: siccome le parole sono i mezzi onde quelle si comunicano, e la volubile fluidità de’ suoni che si trasmettono serve come di veicolo per trasportare le idee dall’uno all’altro; e, come abbiamo accennato altrove, questo mezzo dev’essere il più immediato, il più pronto, il più facile ed efficace, ed il meno occupante di se medesimo che sia possibile, acciocché l’attenzione si occupi tutta delle cose ch’egli trasporta con sé, e non resti distratta dall’istromento che serve ad un’operazione in danno dell’operazione stessa: ora, egli è facile il dimostrare che la facile successione de’ suoni, che l’armonia ed il concento delle parole ottengono quest’effetto, di occupar meno di se medesime che delle idee che rappresentano; ma, dirassi, se l’armonia piace all’orecchio, attenta a questo piacere l’anima si sottraerà dall’attenzione delle idee per lasciarsi strascinare dietro la soave melodia delle parole. Rispondo: ma se le parole sono disposte in maniera che i suoni riescano interrotti, aspri, spezzati e imbarazzantisi tra di loro, l’anima soffrirà un vero dolore che annerirà e disturberà tutte le idee, benché piacevoli ed interessanti esse siano, e sarà più occupata a schivare questo disturbo che a prestarsi alle idee dell’autore. I piaceri sono rare volte così vivi, che escludano la compagnia di altre idee; ma il dolore per lo più è imperioso e solo nell’animo, e tutta convelle l’immaginazione, e tutte le impressioni simultanee sono da tal convulsione modificate e travolte: ma il piacere, nel quale l’animo si ferma e si adagia, ammette talmente moltiplicità d’idee, che anzi taluno ha voluto provare che l’essenza del piacere non in altro consiste che in questa moltiplicità d’idee uniformi simultaneamente dall’animo sentite.[3]
Ora, l’animo per necessità dovendo, per mezzo di sensazioni fisiche esteriori auditive e visibili, conoscere le altrui idee o sensazioni, non può a meno di non occuparsi del mezzo trasportatore di tali idee; ora, se le parole sono facili, scorrevoli, fluide, soggette ad un numero costante, nasce l’abitudine e la spontanea proclività dell’animo a ricevere ed a lasciarsi penetrare da un tal mezzo di comunicazione, onde, da quest’abitudine assuefatto, tutta concentra l’energia dell’attenzione verso le idee da quello rappresentate ed eccitate; ma le interrotte ed irregolari ondulazioni rompono il corso dell’attenzione alle idee, e la trasportano al risentimento dell’orecchio offeso e maltrattato; il che è osservabile avvenire, ancorché mutolo perfettamente chi legge scorra coll’occhio solamente, perché le parole vedute si trasportano per tacita e mentale associazione alle parole udite, e la reminiscenza rumina secretamente i suoni tutti, ancorché un atomo d’aria non sia mosso dalla pronunciazione: tanto è vera questa osservazione della facilità o, per dir meglio, della quasi trasparenza e pellucidità che il mezzo comunicatore delle idee deve avere, che la poesia, che si assoggetta ad una misura costante, fa per questo solo motivo una più viva percossa nell’animo, e dà agli oggetti una più vera presenza, che non il discorso sciolto da ogni metro, quantunque armonico e concentoso; e la memoria ne è più franca e sicura, perché tanto più facilmente ognuno ricordasi quanto maggiori sono i lati e i vincoli vicendevoli delle idee, e tanto questi sono maggiori quanto le idee sono più vive e più strettamente unite tra di loro, e lo sono da parole che facilmente si collocano e si diffondono per la immaginazione, perché queste si richiamano più facilmente ancora.
Quindi vediamo ancora che le lingue tutte sono tanto più energiche e poetiche, quanto conservano più fresca la traccia del linguaggio primitivo ed originario, che è il linguaggio rappresentativo e di azione; e perciò quelle che hanno meno parole grammaticali, o che le hanno rilegate al fine delle parole significanti, hanno più d’energia; e più d’energia hanno quelle lingue di cui le parole complesse rappresentanti idee complesse sono visibilmente composte di radicali immediatamente rappresentanti sensazioni; onde nel discorso il più raffinato e composto di società culta ed artificiosa, l’orme sensibili si conoscano ed i primi lineamenti di una selvaggia ed incolta fantasia.
Nel principio di queste Ricerche abbiamo veduto che l’animo nostro ha bisogno di una certa quantità simultanea d’impressioni, siano contemporanee, siano immediatamente e rapidamente succedentisi; al di qua o al di là della quale o il penoso sentimento di mancanza o la stanchezza e confusione fannosi sentire. Parimente diremo che è necessaria una certa quantità di suoni, che entrino in una volta nell’animo, voglio dire senza interruzione e posa, perché se troppi suoni si accavalleranno gli uni su gli altri, il corso della mente sarà soverchiato, e non potremo se non sentirne affanno e stanchezza, e perderemo di mira le idee, ispessendosi ed addensandosi, per così dire, il fluido trasportatore di quelle. Se poi i suoni saranno troppo scarsi e deboli, oltrecché le idee che si vogliono eccitare non potranno esserlo senza che diventino vaghe ed erranti a capriccio nella immaginazione, noi sentiremo mancanza e vuoto; onde la mente, sentendo improvvisamente cessare quel movimento al quale si aspettava, ed eravi proclive ed avvezzata, resterà attonita e cruciata: il che avviene ogni qual volta un movimento da noi concepito è improvvisamente fermato, perché senza saltare a movimenti tutti diversi, e perciò in quel caso molto maggiori e violenti, non può eseguirsi una tal fermata. Quanto la successione de’ suoni è più armonica e risuonante, e scorrono le voci con maggiore varietà e rotondità di periodi, tanta maggior copia di quelli entra nell’animo senza interrompimento e pausa; dunque entravi e deve entrarvi col mezzo trasportatore una maggior quantità d’idee alla volta: ora, una maggior quantità d’idee espresse suppone (come abbiamo visto) una minore e scarsissima quantità d’idee suggerite; dunque la troppa armonia de’ suoni non sarà adattata a quelle combinazioni di accessorie, dove non solo si eccitano le idee dalle parole rappresentate, ma ne suggeriscono altre molte; nel qual caso qualche interrompimento di armonia, e qualche collisione di suoni che fermino ed arrestino il moto concepito, giovano a dar tempo all’immaginazione, durante questo vuoto, che si risveglino queste idee non immediatamente dalle parole suggerite. Dunque gli stili di riflessione pensati e profondi non richieggono la più grande e la più estesa armonia, ma bensì spesse pause, e suoni che da sé sussistano senza che siano combinati in modo che si invitino e si attraggano gli uni gli altri, come gli anelli di una catena: e così debbono essere, e lo sono, quelle sentenze che penetrano e feriscono per lungo tempo l’animo; e se non risuonano nell’orecchio, rimbombano però nel più cupo delle nostre facoltà, dove si annidano per sempre, per farsi sentire replicatamente nella reminiscenza, la quale è sempre più forte quando risvegliasi per idee del medesimo genere reciprocamente legate ed unite, che per parole che sono idee di un genere unite ad idee che lo sono di un altro. L’armonia dello stile sarà dunque ottima dove si tratti non di far pensare e riflettere, ma dove è necessario di rendere attento l’uditore; senza del quale allettamento, abbandonato a se medesimo, potrebbe facilmente distrarsi; così, dove sia moltitudine riunita, il concento delle parole può essere giovevole, perché altrimenti, senza questo mecanico e fisico fascino, che tutti strascina verso il parlatore gli spettatori, questi vicendevolmente si distraerebbero.
Superfluo è il qui parlare de’ suoni imitatori delle cose stesse, de’ quali comuni ed ampli sono gli esempi, e verissime osservazioni si trovano negli scrittori; ma non credo inutile il qui accennare una più delicata sorte d’imitazione, la quale consiste nel far sì che i suoni esprimano la maniera con cui sono combinate le idee e i sentimenti stessi, cosicché l’elevazione, la mollezza, il disordine, la spezzatura delle idee siano rappresentate da suoni elevati, molli, disordinati, spezzati; dove sia perfetta identità d’idee, siavi identità di suoni, e cresca la varietà di questi in proporzione della varietà di quelle; dove siano idee intermedie soppresse, sianvi parimenti suoni non rivolgentisi gli uni negli altri, ma collidentisi; e se la lingua e la grammatica lo soffre, siavi soppressione di vocali ed addensamenti di consonanti: in somma, che siano dallo scrittore espresse, per quanto egli è possibile, e rese evidenti tutte le analogie che passano fra le sensazioni appartenenti a diversi sensi.
XIV. Delle passioni riguardo allo stile
Noi fino ad ora abbiamo considerato lo stile principalmente riguardo alle combinazioni di accessorie principali, cioè d’idee destinate ad enunciare una verità, piuttosto che ai sentimenti principali destinati a manifestare ed eccitare una sensazione interna di piacere o di avversione, secondo la distinzione fatta fino sul principio di queste Ricerche. Da questa sola distinzione chiaramente apparisce che le idee principali in questo senso devono essere anche ridotte in ultima analisi almeno a due; perché ogni cosa, di cui si cerca la somiglianza o dissimiglianza ad un’altra, suppone la presenza e la coesistenza sia mentale sia reale di quella; quando, trattandosi di sentimenti principali, può essere il sentimento principale solo ed isolato, cioè non essere oggetto di paragone con nissun’altra idea o sentimento, quantunque composto egli sia ed abbia origine da altri moltiplici sentimenti, e più effetti egli produca; ora, oltre queste cause ed effetti, sonovi altri sentimenti ed altre passioni analoghe e producentisi scambievolmente, che possono servire di accessorie ad una passione o ad un sentimento principale. Egli è necessario di sviluppar meglio ciò che qui abbiamo solamente indicato. Una passione è un’impressione sempre costante della sensibilità nostra tutta rivolta ad un medesimo oggetto; ella è un desiderio di ottenere o di fuggir qualche cosa che sempre si riproduce, ed è sempre riprodotto nella nostra mente quasi in ogni circostanza; e quella folla d’idee e di oggetti che dissipa gli uomini non appassionati, e divide l’attenzione in varie parti, concentra e rinforza quest’unico e padrone desiderio, perché sono in tal guisa combinati, che lo richiamano continuamente; e può una moltitudine di oggetti richiamarne un solo in un soggetto, e non in un altro, quando quegli e non questi sia stato in circostanze che tali oggetti siano o successivamente o simultaneamente stati coesistenti con quello che è divenuto oggetto di passione. Una passione è dunque un desiderio talmente associato nell’animo con tutto il resto delle idee, che quasi al tocco di ognuna di quelle si risveglia e si riaccende; e potrebbonsi i gradi di passione misurare per la quantità delle associazioni che formano o, per dir meglio, per la quantità delle idee che la risvegliano.
Potrebbe qui alcuno di que’ pochi che non amano di pigramente riposarsi sulle asserzioni altrui, ricercarmi che sia desiderio, e a qual combinazione di sensazioni gli uomini abbiano dato questo nome. Ogni desiderio suppone mancanza della cosa desiderata; pure, non ciò solo suppone, ma ancora sentimento penoso di detta mancanza. Ora, per sentire ed accorgersi di una cosa che manchi, è necessario di aver l’idea di tal cosa mancante; perché chiunque consulti interiormente se stesso, troverà il desiderio essere distinto da ogni altro sentimento penoso; onde sentonsi dolori senza idee nella mente da cui si veggano originati; mentre, per lo contrario, chi desidera e s’inquieta per una cosa che non ha, ha benissimo l’idea di questa cosa. Ora, come l’idea di una cosa piacevole, cioè un’idea per se stessa grata e soave, può, non avendosi la cosa stessa, esser cagione d’inquietudine e di dolore? Il non avere la cosa stessa che si desidera, nient’altro significa realmente che il non avere idee così vive, né così strettamente unite e simultanee, come quando la cosa chiamasi presente e reale; ora, dicono alcuni, il paragone che facciamo tra la vivacità degli oggetti presenti e la debolezza d’impressione della idea della cosa desiderata produce nell’animo uno sforzo doloroso per ridurre all’attualità, cioè al medesimo grado di vivacità, questa debole impressione. È necessario di spiegare a qual sensazione corrisponda la dolorosa percezione dell’anima; perché pare che non dovrebbe corrispondere alle impressioni degli oggetti presenti, che servono di oggetto di paragone, perché questi possono essere o indifferenti o piacevoli ancora; non alla debole sensazione della cosa desiderata, perché se la sensazione attuale della cosa stessa, cioè un maggior grado di vivacità della medesima, non è dolorosa, tanto meno dovrebbe esserlo la sensazione che se ne ha desiderandola, perché più debole e meno viva, almeno secondo le teorie ordinarie del piacere e del dolore, secondo le quali le percezioni dolorose dell’animo suppongono un’impressione più forte nell’organo che occasiona tali percezioni, di quello che lo sia l’impressione occasionante la percezione piacevole. Per ispiegare dunque in qual maniera desiderando noi sentiamo qualche cosa che internamente ci crucia e c’inquieta, credo che si potrebbe facilmente ottenere l’intento supponendo un sesto senso interiore, il quale in una maniera sua propria occasioni nell’anima altre percezioni distinte da quelle che gli altri sensi vi occasionano. Per ammettere questo sesto senso non è necessario di allontanarsi da’ più sicuri principii psicologici. Ognuno che ha lumi su di questa importante materia sa che gli organi de’ sensi, i quali ricevono le impressioni degli oggetti esterni per mezzo de’ nervi che servono ad un tal uso, trasmettono tali impressioni nella sostanza del cervello, ove questi stessi nervi hanno una comune origine; ora, questa comune origine chiamasi sensorio comune, ai movimenti del quale poi corrispondono le idee e le percezioni dell’anima. A tali e tanti movimenti in questo sensorio prodotti corrispondono altrettante e diverse idee dell’anima; cosicché se i movimenti son molti, molte sieno le idee; se i movimenti sieno distinti, distinte sono ancora le idee; se quelli sieno deboli o confusi, parimenti poco vivaci o perturbate siano queste. Ciò supposto, in quella maniera che l’anima distingue le percezioni in lei eccitate all’occasione dell’impressioni della luce, che l’occhio trasmette, dalle percezioni eccitate all’occasione delle impressioni del suono per mezzo dell’orecchio prodotte in questo comune sensorio, nella stessa maniera possono eccitarsi nell’anima percezioni distinte e diverse dalle percezioni della luce e del suono, quando la luce ed il suono, trasmettendo le impressioni loro nel comune sensorio, possano eccitare, oltre i movimenti che occasionano le dette percezioni, altri movimenti ancora.[4] Ora, pare che tali movimenti eccitare si debbano, perché in qual altra maniera arriveressimo noi ad unire e comporre molte percezioni occasionate da’ differenti sensi, per esempio dall’occhio e dall’udito, ed attribuirle ad un solo oggetto, se non vi fosse comunicazione tra le impressioni di un organo e quelle di un altro? Ora, questa comunicazione d’impressioni formerà un terzo movimento nel comune sensorio distinto dalle impressioni lucide e dalle sonore, il quale occasionerà nell’anima una terza idea distinta dalle idee della luce e dalle idee del suono. Ora, le percezioni dello spirito sono o piacevoli o dolorose, secondoché i movimenti che le occasionano sono più o meno forti; e queste così saranno, secondo le differenti maniere con cui questi movimenti sono generati: i nervi occasionatori delle idee dell’anima sono variamente intralciati nel comune sensorio, e quelli di un senso comunicano con quelli di un altro.
Queste comunicazioni sono parimenti ramificazioni di nervi forse più sottili e delicate di quelle che si spandono ai differenti organi de’ sensi: un movimento che non è troppo forte per questi, può esserlo per quelli; dunque le percezioni che questi movimenti occasioneranno nello spirito saranno dolorose per la legge del commercio reciproco, per la qual legge a tali movimenti distinti nel comune sensorio tali determinate e distinte idee corrispondono nell’anima. Se dunque alla vista di una rosa sento in me risvegliarsi il desiderio di fiutarla, io sentomi inquieto, io sento un picciolo dolore finché non abbia adempito a questo mio desiderio. Per mezzo dell’occhio, cioè per mezzo delle impressioni del colore e della figura della rosa, sento risvegliarsi in me reminiscenza del soave di lei odore: vi è trasmissione nel sensorio comune dalle impressioni della luce e della figura alle impressioni che corrisponderebbono all’organo dell’odorato; questa trasmissione farà dunque tre impressioni distinte in questo sensorio: l’una sarà l’anzidetta di luce e figura, l’altra sarà fatta su nervi che trasmettono le impressioni dell’odorato, una terza fatta su nervi più sottili e più deboli, che rendono comunicanti i nervi appartenenti a questi due sensi: questa terza impressione può essere troppo forte, perché riceve un movimento eguale a quello che ricevono i nervi appartenenti alle impressioni esteriori del senso della vista: la impressione poi ricevuta dai nervi dell’odorato non lo sarà, perché questi saranno simili a quelli dell’altro senso; queste tre impressioni occasioneranno tre percezioni distinte dell’anima: la prima sarà idea piacevole di luce e figura, la seconda sarà idea parimenti piacevole di odore, la terza sarà percezione dolorosa, ma necessaria ad unire insieme le altre due idee. Ecco in qual maniera si possa spiegare l’inquietudine cagionata dal desiderio, la quale non cessa se non quando, realizzandosi le due percezioni di vista e di odorato simultaneamente, noi non faremo più attenzione a questa terza percezione; comunicandosi vicendevolmente questi moti, si confondono nel comune sensorio e s’indeboliscono, perciò le idee da quelli occasionate diverranno sempre più deboli, meno dolorose, piacevoli o indifferenti. Di qui si può spiegare quel verissimo fenomeno, da Lucrezio accennatoci, che l’animo, in mezzo a’ piaceri più vivi che i sensi ci cagionano, sente una secreta puntura che ci rende inquieti, e forse ci preserva dal troppo abbandonarci alle presenti impressioni:
medio de fonte leporum
surgit amari aliquid quod in ipsis floribus angat.
Quindi, astrazione fatta dalle più serie considerazioni che ci debbono render guardinghi contro le sensazioni troppo vive, queste percezioni dolorose sono originate dai movimenti che il tessuto più delicato del comune sensorio troppo fortemente commovono, nel mentre che le impressioni esteriori, per diversi sensi trasmesse, si comunicano tra di loro. Io ho voluto con qualche accuratezza sviluppare questa ipotesi perché può condurci a spiegare con chiarezza maggiore molti inviluppati fenomeni dell’animo nostro.
Potrebbesi ancora ricorrere all’altra ipotesi da me accennata, cioè che ogni sensazione elementare ed unica sia dolorosa, ma che un fascio di queste sensazioni elementari dolorose, vicine e, per così dire, confondentisi l’una coll’altra, si contemperino e si rintuzzino in modo che facciano un tutto che sia piacevole e grato; che la natura del piacere sia d’essere composta di molte sensazioni contemporanee, e che quella del dolore sia d’esserlo di sensazioni distaccate ed isolate; e che il moto accresciuto, ossia l’eccessiva vivacità delle sensazioni piacevoli medesime, divenga dolorosa, perché questo accrescimento di moto non si faccia se non si interrompa la continuità delle fibre producenti la sensazione, e le si rendano incomunicanti tra di loro, e perciò si riducano al loro stato proprio, cioè di far sentir dolorosamente. In questa ipotesi potrebbesi dire che ciascuna di queste sensazioni interiori sia elementare e dolorosa; che le sensazioni esteriori siano quasi sempre composte e perciò piacevoli; che i desideri di cose piacevoli sono idee interiori simili alle esteriori, ma che, per conseguenza, quando sieno unicamente eccitate e non contemperate da altre immediate e contemporanee, quelle sian dolorose, ancorché queste sian piacevoli; e che l’uomo avendo per isperienza provato che, come il doloroso sentimento della fame con il cibo si guarisce, così il cruccio del desiderio si toglie e cangiasi in diletto quando rende attuali le idee eccitate interiormente, cioè quando trova il mezzo di far balzare l’impressione dalle fibre de’ sensi interni a quelle de’ sensi esterni, e quando le sensazioni elementari e dolorose, cioè distaccate e solitarie, può unire ed avvicinare in modo che produca piacere, il che per mezzo di altre idee e di altre sensazioni intermedie e continue può farsi; così ne nasce lo sforzo di soddisfare ai propri desideri, cioè di togliere quella pena interiore che non cessa se non coll’attualità dell’idea medesima, o coll’affollamento di altre idee che la temperino e ne moderino il movimento occasionatore, o la distruggano col suggerirne altre diverse e disparate. Con queste riflessioni si potrebbe spiegare ancora come sorga nell’uomo quell’inquieto desiderio di novità, che lo agita nelle cose troppo uniformi e continue, delle quali si sazia, e lo spingono al cangiamento: perché, rendendosi troppo facili e pronti i movimenti anche composti delle cose solite, ne avviene che questo moto va sempre a finire in un moto comunicato ad una fibra non solitamente mossa, e per conseguenza, finché questa non prenda tanta facilità di produrre altri movimenti nelle sue vicine, di modo che nascer ne possa piacere, o si renda attuale colla presenza dell’oggetto che le corrisponde, sarà sempre dolorosa, e perciò farà nascere l’azione che conduce l’uomo a procacciarsi movimenti maggiori, sia nelle fibre de’ sensi interni, sia in quelle de’ sensi esterni. Ma il volere abbandonarsi a tutte le conseguenze ed a tutt’i ragionamenti che esigono queste due conghietture da me proposte sarebbe un eccedere i limiti anche troppo da me trascurati di una digressione in una materia che richiederebbe una dissertazione particolare: basta che io abbia potuto in qualche maniera appagar me stesso, e quelli de’ miei lettori che non si fermano nelle loro ricerche se non quando è impossibile di proceder più oltre; e basta, per averle avanzate, che non sia così facile il dir qualche cosa di più soddisfacente in un soggetto tanto avviluppato e nascosto: sopra tutto la prima di queste conghietture merita tutti gli sforzi e gli esami de’ pensatori, perché può condurre molto addentro nella cognizione di noi medesimi, o de’ fenomeni dello spirito umano. Queste conghietture non sono state avanzate per cavarne delle conseguenze positive, ma soltanto per ispiegare un fatto che, qualunque spiegazione se ne voglia o se ne possa dare, non lascia di essere di eterna esperienza, cioè che noi sentiamo la privazione di molte idee, e che a questo sentimento di mancanza si riducono tre delle principali e più autorevoli disposizioni dell’animo nostro, cioè il desiderio, la noia e la curiosità: abbiamo visto come il desiderio sia manifestamente un sentimento di mancanza di un oggetto determinato; ora, quando si producono interiormente sentimenti di mancanza moltiplici e indeterminati, il che avviene ogni volta che l’animo, assuefatto da lungo tempo ad una tal quantità d’idee, si diminuisce una tal quantità, allora accorgendosi di una tal mancanza (il che come possa essere abbiamo veduto e, comunque sia, non importa, purché il fatto sia vero, cioè che la privazione talvolta sia senza niente di positivo e talvolta lo sia, voglio dire, accompagnata di sentimento), e restando indeterminate le azioni dalla natura e quantità delle sensazioni attuali producenti interno sentimento di privazione, producesi quel fastidio che chiamasi noia; sentimento perfezionatore dello spirito umano, che cresce colla perfezione di lui medesimo, perché ne crescono le cause produttrici, onde quasi inerte e torpido negli uomini di poche idee, sparsi e divisi, cresce coll’addensamento degli uomini più attivi e più bisognosi. Per intendere poi come la curiosità sia anch’essa un sentimento di privazione, rifletter bisogna ad un fenomeno importante del nostro spirito, che ad altre conseguenze ci deve condurre anche più importanti di queste, cioè non essere in nostra scelta il passare da una idea ad un’altra per qualunque strada, ossia per qualunque serie d’idee noi vogliamo, ma che tra due idee associate non immediatamente, ma per mezzo d’altre idee intermedie, quella non risveglierà giammai questa se non si risveglino le idee intermedie; di più ancora, se le idee siano nuove ed insolite, noi ci accorgiamo della mancanza delle intermedie necessarie, e l’accorgimento di questa mancanza è ciò che noi chiamiamo curiosità. Quindi apparisce, primo, che in proporzione non della quantità delle intermedie cresce la curiosità, ma della vivacità delle idee che la movono, perché il moto doloroso eccitato sulle fibre interne, che danno l’accorgimento di mancanza, è maggiore in proporzione del movimento delle fibre del senso esterno. Secondo, che la curiosità nostra si estende ancora ad idee che poi debbono crucciarci, e forse ancora in appresso produrci un maggior dolore, ma che deve terminare, perché impazienti siamo di rimediare al dolor presente, il quale, essendo continuato, ci priva del godimento di altre cose; e questa privazione di godimento, essendo parimente sentita, fa crescere la quantità del dolore; onde preferiamo di rendere attuale anche un dolore più grande, ma che lascia un campo alle successive idee piacevoli; onde dal solo sentimento di mancanza, ammesso per doloroso e positivo nell’animo, può spiegarsi l’avidità colla quale gli uomini i più volgari, e i fanciulli e le donne, ne’ quali questo sentimento debb’essere il più vivo, corrono agli spettacoli o atroci o insoliti e stravaganti, e può spiegarsi ancora l’approvazione che noi diamo alle cose difficili, e la lode sovente ingiusta che queste riscuotono; perché tormentoso ci riesce quest’interno movimento d’idee, e col sentire la mancanza, cioè il non essere l’idea corrispondente alle impressioni delle fibre de’ sensi esterni, cioè dove sarebbero piacevoli, ma a quelle dove sono dolorose, ci sforziamo di fare questo scambio, e siamo grati a chi ce lo procura col rendere le idee attuali e presenti.
Ripigliando, dopo questa lunga digressione, la materia delle passioni per quanto appartiene allo stile, diremo che, se le passioni altro non sono che un desiderio costantemente ripercosso e ridestato dalla maggior parte delle idee che riceve l’uomo appassionato, chiara cosa sarà che le idee accessorie di questa specie di stili saranno le idee che più comunemente e più facilmente risvegliano tal sorta di desideri. Ora, questi desideri essendo stati definiti sentimenti dolorosi di mancanza, fanno sentire e ripetono nella mente il sentimento di mancanza quegli oggetti che tolgono l’oggetto mancante e desiderato; quelli che son capaci di darlo; quelli che sono naturalmente coesistenti ed associati coll’oggetto della passione; e quelli che manifestano ad altri il sentimento di detta mancanza. Da queste sole fonti si debbono scegliere le idee accessorie, ma in maniera che ciascuna di esse contribuisca a far sentire la mancanza dell’oggetto della passione, il quale oggetto uniforme e sempre quello sarà l’idea principale: quanto più varie saranno tali accessorie, che tutte finiscono ad una comune idea principale, tanto più appassionato sarà lo stile; e sarà tanto più bello, perché risveglierà un maggior numero d’immediate sensazioni, legate tra di loro col vincolo comune e strettissimo di un sentimento doloroso.
Prima di procedere più oltre, giova qui accennare alcuni fenomeni principali, e comuni ad ogni passione. Primo, ogni uomo appassionato precipita con violenza i suoi sforzi per soddisfare la sua passione a misura che è più vicino a soddisfarla; egli non può soddisfarla che con successivi mezzi; questi mezzi ch’egli impiega sono naturalmente associati coll’oggetto della passione ch’egli soffre, e il numero di questi diventa maggiore quanto è più vicino a soddisfarla; dunque in proporzione cresce il sentimento di mancanza, e per conseguenza il dolore e l’inquietudine; quindi l’attività a rimoverli, ed a realizzare l’oggetto e l’idea che sente come mancante. Secondo, ogni uomo appassionato, quantunque soffra dolorosamente, ama ciononostante, e si ostina a nutrirsi ed a ruminare sull’oggetto della propria passione, ed odia e rifiuta di volere di proposito deliberato dissipar l’animo da tali, quantunque tormentose, considerazioni. La mente è talmente avvezza a sentirsi presente l’idea favorita, che non crede, malgrado il cruccio ch’ella soffre, possibili per lei altre combinazioni d’idee; chi si considera profondamente trova che ciascuno di noi sceglie, fra tutta la moltitudine delle idee attuali, quelle che sono più piacevoli, o quelle che conducono più immediatamente alle più piacevoli; né questa naturale tendenza può essere circoscritta, se non da quella facoltà che ha l’anima di preferire l’onesto al piacevole, quand’ella il voglia; in quelle dunque si ferma, finché la dipendenza ed il rapporto che passa fra le idee medesime non faccia sparir la maggior parte delle presenti che formavano l’attual combinazione, per sostituirne altre nuove che sforzino l’attenzione ad una nuova scelta: ciò succede nello stato di tranquillità; ma nello stato di passione, ritornando sempre il sentimento doloroso di mancanza e l’idea dell’oggetto desiderato, e campeggiando fra tutte le idee che nella mente si ammucchiano, da quello richiamate, e lui medesimo richiamanti, ritorna sempre per l’uomo appassionato presso a poco la medesima combinazione; gli par dunque di non avere altra via di rendersi felice in ciascun momento, che di scegliere le più piacevoli nella combinazione di tutte le idee che formano la passione, cioè le associate al sentimento doloroso di mancanza: dunque, quantunque da quello crucciato ed afflitto, lo risguarda ciononostante come l’unico per lui che possa fornirgli idee grate e piacevoli; e perciò abborrisce e fugge di dissiparsi. Quindi, qualunque benché menoma cosa appartenga all’oggetto della passione di un uomo, è per lui preziosissima. Osservisi un giuocatore, con qual attenzione ed intrinsichezza maneggia le carte, e come giubila e gli brillano gli occhi, e si sente largo e comodo nel luogo e fra quelle persone dove e con le quali arrischia la fortuna di una deplorata famiglia, e dove si è visto tante volte smanioso e rabuffato, e tinto il volto di disperato pallore; chiedasi ad un amante sfortunato, qual profonda scossa e quanto aspra voluttà egli senta al solo avvicinarsi alle vesti, al solo respirar l’aria ventilata, al solo udire il lontano calpestìo dell’idolo superbo che lo tiranneggia, e con quanto ostinata assiduità e piacere contempla il fumo che ascende da quella casa ove dimora, e quasi ne invidia le insensibili pietre e i freddi marmi; eppure una tormentosa cura gli morde continuamente il cuore e ne domina altamente tutte le facoltà. Quindi si può incidentemente osservare che difficilmente si guariscono gli uomini da una passione urtandola di fronte, ma bensì obbliquamente e per gradi declinandola, né con manifesta ed importuna assiduità cercando di alienar l’animo che sempre ritorna verso il molesto pensiero, ma anzi mostrandovisi interessato, e nutrendolo di pensieri analoghi, ma talmente molti e vari che a poco a poco ed insensibilmente pieghino l’attenzione, ed o tutta la forza di quella dividano, cosicché l’idea dominante non abbia più poter di prevalere, o ne sorgano altre parimente dominanti che quella moderino e, per così dire, contrabilancino con oggetti equivalenti. Chi possedesse a fondo l’arte di raccogliere e concentrare la sparsa e divisa attenzione da molti oggetti su di un solo, quando faccia d’uopo; e parimenti, quando faccia d’uopo, la raccolta e concentrata su di un solo, spargere e dividere su di molti: colui certamente, sciogliendo in ogni caso questi due fondamentali problemi, tutto il secreto saprebbe dell’eloquenza e dell’arte delicatissima di condurre gli uomini; né questi problemi sciogliere si possono altrimenti che conoscendo profondamente tutte le facoltà dell’uomo, e sapendo, date tali idee attuali e tal combinazione d’idee, qual sia per essere l’interesse momentaneo: onde e l’eloquenza ed una massima parte delle belle arti sta in questa definizione, cioè essere queste le arti di render presenti le cose remote, passate e future.
Il terzo fenomeno, da tutti osservabile e da tutti osservato, si è che le passioni tutte, come gli anelli di una catena, sono legate fra di loro, e si chiamano l’una l’altra, cosicché una sia la dominante e principale, e le altre subalterne ed accessorie, in maniera che gli uomini non variano tanto per la varietà delle passioni, quanto per la varietà degli oggetti che le accendono; e quella varietà che è nelle passioni stesse consiste piuttosto nell’essere principale in uno quella che in un altro è subalterna, la dominante di costui l’accessoria di un altro: chiunque ama una cosa e la desidera ardentemente, invidia chi la possiede, si adira con chi ne lo allontana, odia chi costantemente gliela rifiuta; appena ottenuta, teme di perderla, ne diventa geloso custode, si crede felice possedendola, s’immagina che gli altri lo riputeranno felice, e però si crede superiore a chi ne è privo; s’invanisce perciò e diventa ambizioso, e quindi aucupe della lode da una parte, ed avido di comandar dall’altra, per assicurarsi od aumentare il possedimento della cosa prediletta. Così chiaramente si vede che chi avesse una di queste passioni, l’altre parimenti avrebbe, non dominanti però, ma subalterne ed accessorie; anzi, strettamente ragionando, deve dirsi che la passione sia unica, cioè la dominante, e le passioni subalterne siano solamente sentimenti ossia passioni iniziali, perché la nozione di passione involve, secondo le cose da noi sopra rischiarate, costanza e predominio su tutto il restante delle idee: le passioni subalterne sono altrettanti sentimenti dolorosi di mancanza che rinforzano il primario sentimento, e che talvolta per la moltiplicità delle circostanze può successivamente prevalere e guadagnare su quello, onde, di principale e dominante, egli divenga subalterno ed accessorio; perciò s’intende come sia facile il trasformarsi di una passione in un’altra; anzi sia meno difficile il passar da una passione ad un’altra, che dallo stato di tranquillità, ma di tranquillità abbondante di idee ed operosa, allo stato di passione; dico abbondante di idee ed operosa, perché lo stato di tranquillità va distinto dallo stato di inazione, perché il primo significa soltanto equilibrio d’idee, le quali, se siano molte e varie, è difficilissimo che o l’una di queste od una nuova sorga a conquistare la divisa attenzione; quando lo stato di inazione significa poche idee, onde è più facile che una benché debole impressione nasca ad usurpare il dominio dell’intelletto.
Quarto, sonovi due classi generali di passioni: passioni che hanno un oggetto determinato ed unico; passioni che hanno un oggetto vario ed indeterminato; anzi, con maggior precisione diremo che ciascuna passione può essere determinata e indeterminata nel suo oggetto: l’amore, per esempio, e la lascivia, in ultima analisi, finiscono ad un istesso desiderio, ossia al sentimento doloroso di mancanza di oggetti del medesimo genere; ma l’amore sarà determinato ad un solo individuo esclusivamente, e l’altra passione a molti ed indeterminati individui del sesso che può essere oggetto della passione; così l’invidia può tormentarci considerando che noi non godiamo il bene e la felicità di un tale, oppure ogni volta che noi ci consideriamo come privi di tutti quei beni che troviamo esser posseduti da quei molti che l’occasione ci presenta; e l’ambizione può esser diretta ad acquistare una tal determinata sorte di comando, che noi calcoliamo come essenziale alla nostra felicità, o veramente ad acquistare generalmente qualunque sorta di autorità. Le prime sono più attive e violente, perché il legame tra l’idea dominante e l’idee subalterne è molto più forte e molto più stretto che nelle seconde, dove molte sono e varie le idee dominanti, quantunque simili e di un medesimo genere, ma atte non pertanto a dividere l’attenzione, e potendo di più ciascuna di queste idee dominanti variare moltissimo nelle idee subalterne colle quali sono associate. Ma siccome le passioni determinate occupano, per così dire, un campo meno vasto nell’animo, così sono meno durevoli, quantunque a prima vista non paia a chi le considera nel loro massimo grado di forza; resta per queste nella folla di tutte le combinazioni della vita, nelle continue e varie scosse degli oggetti presenti, un più gran numero d’idee atte a far divergere l’animo dalla passione: di più, l’oggetto determinato di essa, come unico e determinato, occupa uno spazio, ed è prefisso a tali tempi e a tali luoghi, onde il passaggio del tempo e la distanza del luogo ammortiscono la forza della passione, mancando le idee primarie risvegliatrici di essa: per lo contrario, le passioni indeterminate ed occupano un maggior numero d’idee nell’animo nostro, e, quantunque più deboli, sono più durevoli, perché quasi in ogni luogo ed in ogni tempo trovano l’alimento che le accende e le perpetua nell’animo; quindi quelle sono che degenerano in vizi e creano le abitudini, onde giudicar non si deve del carattere degli uomini dalle loro passioni determinate, perché passaggiere per lo più, ma dalle indeterminate, perché stabili e periodiche.
Io non debbo qui fare un trattato delle passioni, né svilupparne tutto il giuoco, il che richiederebbe un intiero volume; ma ho voluto semplicemente accennare alcune generali osservazioni che ci serviranno a stabilire le massime e i punti di vista da osservarsi dall’eccellente scrittore; e di più lo consiglieranno a meditar profondamente su questa parte della scienza dell’uomo, giacché il bene saper le cose conduce infallibilmente a bene esporle, non essendo l’esposizione che un ritratto fedele di ciò che passa nell’animo nostro.
Dunque, in vigore della prima osservazione, per cui si osserva che le passioni accelerano per gradi la loro forza e la loro violenza, si vedrà da ognuno che la catena delle accessorie che accompagnano le idee principali, significanti passione ed affetto, dovrà essere crescente e, per così dire, accelerata dalle più remote alle più prossime all’oggetto della passione, onde da alcuni pochi ed oscuri lineamenti, che appena la adombrino, si passi a que’ tratti più chiari e più marcati che la circondano e la dimostrano, indi in quelli fermandosi che la sostengono e la mettono incessantemente in azione ed in movimento: questi primi e confusi lineamenti, ben lungi d’impedire l’effetto che si desidera e di nuocere all’impressione che si pretende di fare, servono a sospender l’animo di chi legge od ascolta, a risvegliare la necessaria curiosità, a rimovere l’animo alienato da oggetti estranei allo scopo, e prepararlo a quella situazione nella quale vuol essere, perché senta profondamente ed esclusivamente i tocchi e i risentimenti di quella passione che si descrive. La chiarezza dello stile deve essere costante ed inalterabile nel fare che ogni idea da per sé sia rappresentata con parole e con frasi che la eccitino senza equivoco e senza inciampo di sorte alcuna, ma non nel mostrare in un momento tutt’i rapporti delle idee medesime con altre non ancora espresse o suggerite.
In vigore della seconda osservazione le accessorie saranno tali che tutte affrettino a risvegliar la principale, cosicché quella risvegli tutte queste, e ciascuna di queste quella; non, come è bello talvolta in istili non di passione e di affetto, che per lo contrario si rende importante la principale col fermare la fantasia sulle accessorie: nello stile di passione queste divengono importanti piuttosto in grazia della principale che di lor medesime; perché niente più caratterizza la passione quanto l’esaggerazione che si dà alle cose che le appartengono. Onde le parole indeterminate, e le espressioni che fanno fare giudizi e paragoni, ed indicano rapporti estesi delle cose, indeboliscono l’effetto, quantunque in altre occasioni lo ingrandiscano, perché diminuiscono l’intensità del sentimento; onde la mente è per un verso preparata, e quasi previene l’affetto che si vuol eccitare, e dall’altra viene slanciata a rapporti più estesi, da lei però non sentiti né gustati, perché angustiata dovrebbe farlo con troppa rapidità, né può nello stesso tempo trovarsi in così contrarie situazioni.
La terza considerazione poi ci consiglierà a far consistere le accessorie di uno stile appassionato nelle passioni subalterne ed iniziali, ossia ne’ sentimenti che accompagnano la passione dominante; onde questa, ingrandita e rinforzata dalla folla di tutte le altre passioni, divenga quasi maggior di se stessa, e paia più intensa, più profonda e più aliena dallo stato di indifferenza e di tranquillità: due avvertenze però dovranno in ogni caso aversi; l’una, che queste passioni secondarie siano da tali lati accennate, che richiamino sempre mai la passion dominante; l’altra, che tutta questa catena di affetti sia interspersa di sensazioni fisiche di oggetti. È superfluo, dopo le cose fin qui dette, il render ragione della prima avvertenza, ed apparirà chiara quella della seconda per chi consideri che per sola cagione degli oggetti medesimi gl’interni affetti e si risvegliano e si sentono dentro di noi, e per mezzo di questi soli e delle esterne e fisiche manifestazioni noi gli scorgiamo in altri, e il risentimento analogo all’occasione dell’altrui sentimento in noi si eccita: dunque uno stile, le accessorie del quale fossero tutte espressioni semplicemente esprimenti l’interna successione degli affetti, e lasciasse all’immaginazione di ciascuno la necessaria briga di appoggiarli sulla base degli oggetti e delle sensazioni fisiche ed esteriori, dove solamente possono sostenersi e crescervi, diverrebbe perciò languido, noioso e metafisico, e, se non oscuro, almeno non bene inteso, perché l’attenzione dovrebbe necessariamente alienarsi dalla serie delle idee espresse per andare in cerca di qualche sensazione fisica, su cui appoggiare e sostenere questi sentimenti interni, che come nudi ed isolati sono dipinti dallo scrittore; ed è questa la cagione di quella sazietà che si prova in leggendo gli imitatori del Petrarca e talvolta lui medesimo; onde pensieri pieni di verità, e profondamente presi da’ più cupi recessi del cuore umano, perché nudi e mancanti del loro vero sostegno, riescono spesse volte insipidi e nauseosi: tanto è vero che il principio da noi accennato nell’incominciar quest’opera è il canone fondamentale ed universale per ogni sorta di stile.
Finalmente la quarta osservazione, nella quale noi abbiamo distinto le passioni determinate dalle indeterminate, ci indicherà che le prime vogliono essere descritte per le circostanze loro particolari ed immediate, che appunto le determinano; mentre le seconde non avendo che circostanze generali e comuni, appunto perché sono indeterminate (altrimenti non lo sarebbono), dovrannosi appoggiare ai rapporti meno sentiti e meno preveduti che tali passioni possono avere cogli oggetti tutti, e rinforzare con una maggior copia di oggetti e di circostanze fisiche, di quello che si farebbe colle prime, nelle quali i rapporti più remoti e più fini alienerebbero per sempre l’animo dalla passione determinata; il che non può accadere nelle indeterminate, perché questi rapporti medesimi aiuterebbero a far percorrere l’immaginazione per tutta quella massa di oggetti analoghi che formano la passione indeterminata. La troppa copia delle circostanze fisiche, non potendo prescindere dai legami che queste hanno con altri oggetti, parimenti divertirebbero sempre l’attenzione dalla passione determinata, che come tale ha un oggetto unico e non moltiplice.
Cade qui in acconcio di spiegare un fenomeno non da tutti osservato, perché principalmente negli stili appassionati si osserva e si verifica; cioè che talvolta le cose descritte fanno una impressione più grande della realità medesima di quelle, e maggior piacere e più vivo ed intimo fremito risvegliano nell’animo: nel che bisogna prima di tutto osservare che lo scrittore trasceglie ed accumula a suo arbitrio tutte quelle circostanze le quali contribuir possono a rinforzare sull’animo la percossa che si vuole imprimere, ed allontana tutte quelle che potrebbono indebolirla, quando nella promiscua e moltiplice combinazione de’ giornalieri avvenimenti ben rade volte le cose si trovano così riunite con tutte quelle circostanze che sarebbero atte a portarne l’effetto al suo massimo grado di forza, e così nude e scevre di quelle che lo indeboliscono e divertono in parte dallo scopo a cui tende; che ciò che manca di vivacità e di forza nella imitazione è supplito abbondantemente dalla scelta; di più, il numero delle idee rapidamente succedentisi è più grande nell’imitazione che nella realità, dove la vivacità e la reale grandezza degli oggetti, occupando l’attenzione ad un maggior oggetto in una volta, rende più lenta la successione e la diversità di tutti questi oggetti che a produrre l’effetto concorrono: per lo contrario, essendo minore e più piccola l’impressione di ciascun’idea, risvegliata dal segno rappresentatore, non occupa talmente l’attenzione che non ammetta, anzi non esiga altre idee che immediatamente e senza intervallo alcuno si aiutino e si rinforzano reciprocamente; onde, se l’effetto è minore in ciascuna idea in particolare, egli diventa maggiore in tutto il complesso, perché ristretto in un tempo minore ed in una minore ampiezza, che danno minor luogo alla distrazione, e minor tempo al movimento interno eccitato dalla curiosità e dall’interesse di rallentarsi. Né osta ciò a quanto abbiamo nel principio di queste Ricerche accennato, cioè che lo stile seguir deve la realità, nella quale l’attenzione non si presta che a tre o a quattro idee alla volta, e non più, perché nella realità degli oggetti queste tre o quattro idee o sono prese su di un oggetto solo, o la celerità dell’azione le fa prendere sopra oggetti molto lontani e disparati; ma nello stile l’attenzione di chi legge è forzata alla scelta dello scrittore, che prende queste tre o quattro idee sopra più di un oggetto, tralasciando l’inutile, o si ferma su quelli che nella realità medesima sarebbero dalla celerità stessa perduti ed annientati per chi non li considera: onde non sarà contraddizione il dire che, quantunque le sensazioni eccitate dallo stile siano più picciole e più deboli delle sensazioni grandi, di cui ne sono, per così dire, la copia in miniatura, pure, il prodotto essendo proporzionale alla limitata facoltà di sentire dell’animo, supera l’effetto delle sensazioni grandi, che non possono tutte simultaneamente dall’attenzione abbracciarsi; anzi queste escludono quelle idee accessorie che aumentano le impressioni di quelle, e ne includono delle inutili e superflue, dalle quali la mente volendosi allontanare, si distrae per ciò appunto, e ne sente pena e disagio.
XV. Dell’entusiasmo
Noi abbiamo definite le passioni un desiderio costante e ripetuto quasi in ogni occasione nella mente di chi è appassionato; sonovi altre passioni, ovvero un altro stato dell’animo nostro molto analogo allo stato di passione: questo è lo stato di entusiasmo e di estro, fino ad ora eccellentemente descritto coi più vivi colori, cogli effetti che ne derivano, e colle circostanze che lo circondano; ma nissuno infino ad ora, per quanto io sappia, ne ha data un’idea precisa e determinata la quale rappresenti lo stato della mente o, per dir meglio, paragoni il modo con cui le idee esistono nell’animo, quando ebbro di entusiasmo si sente fervido e fremente, ed affollato dalla moltitudine e dalla varietà delle idee e delle immagini, con quello col quale esistono e si succedono nella mente, quando, tranquilla e fredda, lentamente ed ordinatamente combina, calcola e paragona poche idee alla volta. Io azzarderò la mia opinione con tanto maggior fiducia, quanto i passi anche più limitati e più deboli meritano d’esser valutati in una materia così difficile e complicata, della quale per conoscere chiaramente tutta la natura bisognerebbe e l’interiore struttura del cervello aver conosciuto, e le leggi profonde ed impercettibili della sensibilità avere discoperto, e più di tutto la intima natura dello spirito nostro avere penetrato.
Accennerò dunque brevemente i miei pensieri in questo capitolo, quantunque il luogo più opportuno di parlarne sarà nella seconda parte (la quale verserà intorno all’esercizio ed allo studio che debbe fare chiunque aspira alla gloria di eccellente scrittore), perché lo stato di entusiasmo è a un di presso simile allo stato di passione; onde ciò che si è detto qui di questo contribuisce moltissimo allo schiarimento di quello. Ognuno che sappia cosa sia associazione d’idea deve sapere altresì non essere in nostra balìa il saltare immediatamente da un’idea nell’altra, ma essere necessario il passare per le idee intermedie, che legano un’idea coll’altra; e finché non segua, sia lentamente, sia rapidamente, questo passaggio inevitabile per queste intermedie, dalla prima idea non si arriverà ma alla seconda. Figuriamoci che molte siano queste intermedie, per le quali passando velocemente l’immaginazione, arrivi finalmente a quella idea che da queste è legata colla prima: chiunque avrà esaminato se medesimo attentamente troverà la maniera sua di sentire e di esistere alquanto cangiata; né più quella freddezza e quello stento di prima proverà, ma in qualche modo un certo calore ed una certa alacrità viva e profonda, che nasce dal maggior movimento in cui è posto l’animo per la presenza delle due idee e delle intermedie che le collegano, onde, aumentata la copia delle idee, sembra accresciuto ed ampliato il sentimento della nostra esistenza. Questo stato dell’animo nostro, benché nella maggior parte degli uomini passaggiero e momentaneo, è appunto lo stato di entusiasmo, ma a cui non è stato consacrato questo nome perché mancante di due condizioni che lo rendono sensibile, manifesto ed utile agli altri: perciò dunque figuriamoci una nozione complessa qualunque, alla quale terminino molte serie d’idee, quali ad un lato, quali ad un altro di questa nozione complessa; se l’animo nostro imbocca, per così dire, alcuna di queste serie, egli potrà arrivare con velocità alla nozione complessa, la quale richiamerà tutte le altre serie che a lei finiscono; ora, quanto più numerose ed ampie e varie saranno queste serie, quanto più veloce sarà il passaggio dall’una nell’altra, e quanto più interessanti saranno queste e lo sarà la nozione tutta, tanto più forte e più durevole sarà l’entusiasmo. Onde, se è lecito di geometricamente esprimersi in quest’occasione, l’entusiasmo sarà in ragione composta dell’interesse di ciascuna di queste idee che lo formano, e delle diramazioni maggiori o minori dell’idea centrale: quindi ne viene che se tali idee sono interessanti solamente per chi le prova e le eccita in se medesimo, l’entusiasmo si fermerà in quell’individuo soltanto che lo risente; e gli spettatori, attoniti e sorpresi, lo derideranno dell’importanza e della serietà ch’egli mette in cose che li lasciano tranquilli ed indifferenti; ma se le idee sono interessanti anche per la moltitudine degli ascoltatori, allora l’entusiasmo si comunica e diventa contagioso; né altrimenti che, tolto l’equilibrio nel quale riposa l’elettrico fluido, per qualche improvviso sfregamento si comunica e si propaga, finché non trova un qualche altro aggregato di uguale materia che gli contenda il passaggio, così l’entusiasmo si diffonde e spazia per gli animi tutti che possono esser dentro la sfera della di lui attività, e cessa soltanto di propagarsi se non quando ritrova una mente di altre idee ripiena ed intorno ad altre idee dominanti e centrali occupata. Quella specie di disordine, quella negligenza e trascuranza medesima che intorno a ciascuna cosa in particolare agli uomini di entusiasmo si rimprovera dalle anime scarse e sterili; quell’abitudine medesima che hanno di correre e di avanzarsi sui minimi rapporti delle cose, ed il menomo barlume di una lontana analogia prendere per il chiaro lume dell’evidenza; tutti questi difetti, che quelli sono degli uomini di tal tempra, quando provano l’accesso dell’entusiasmo e nello stesso tempo l’improvviso scagliarsi nelle più remote e disparate combinazioni d’idee, l’avvicinar le cose lontanissime e, togliendo di mezzo con impeto e con fremito tutti gli ostacoli che si oppongono al libero corso delle loro idee, aprire nuove vie allo spirito umano, e in esse orme solitarie, ma franche e rapide, stamparvi; tutti questi difetti, dico, e queste buone qualità, ridotte ai minimi termini, non altro indicano essere l’entusiasmo negli uomini che tre condizioni contemporanee che in una mente debbono verificarsi, cioè, prima: l’aggregato d’idee moltiplici e varie; seconda: queste interessanti; terza: tutte subordinate, e che collimino, come linee ad un centro, ad un’idea che tutte leghi e tutte richiami, e che serva come punto di appoggio all’attenzione che va e ritorna per una folla d’idee. Ma una generale avvertenza è qui da farsi, che queste idee moltiplici, che si richiamano l’una l’altra, sieno rappresentanti sensazioni di cose o di affetti, ma non le semplici idee auditive o visibili delle parole, ossiano segni delle idee; mentre non sarebbero interessanti, ed invece di entusiasmo ne nascerebbe l’insulsa verbosità: il che accade ordinariamente nell’uso promiscuo della vita fra la maggior parte degli uomini, nella mente de’ quali restano più associate e più si risvegliano reciprocamente i segni delle idee fra di loro, che non le idee che vi sottostanno.
Soverchio sarebbe se io volessi esaurire in questo luogo quanto si potrebbe da questa teoria dell’entusiasmo dedurre, la quale da noi si ripiglierà nella seconda parte; nella quale dovendosi parlare dell’esercizio, ossia dell’educazione che ciascheduno deve dare a se stesso per divenire eccellente scrittore, dovremo necessariamente trattare del modo di rendersi familiare l’entusiasmo, e di eccitare a nostro talento l’immaginazione, i piaceri della quale, l’analisi interiore di noi medesimi, l’imitazione, il metodo di studiare, e le leggi della nostra attenzione saranno, io spero, in qualche nuovo aspetto sviluppate; onde la filosofia dell’animo, quella filosofia, cioè, dalla quale sola i grandi pensieri e le grandi cose dipendono, sia dagl’ingegni italiani, per quanto i miei sforzi e i miei tentativi potranno porger loro occasione, studiata e perfezionata.
Parte seconda
Se la lunga e disadorna analisi, che ha occupata tutta la prima parte di queste Ricerche, ha potuto ributtare una gran parte di coloro che mi han fatto l’onore di leggerle, ciò nasce da quella naturale propensione la quale ci rende contenti e paghi del sentire e distinguere gli effetti delle cose, senza prenderci molto la briga di indagarne le origini e le cagioni: e quantunque queste, ben conosciute e ben dedotte dalla osservazione de’ fenomeni, e dalla esatta analisi delle idee quindi nascenti, potrebbono moltiplicare il nostro potere sugli oggetti conducenti alla nostra felicità, ed accrescere l’autorità e l’efficacia di tutte quelle minime forze che agitano l’intelletto e scemano la prepotente influenza degli oggetti presenti ed immediati; ciononostante, essendo a pochi data la felice combinazione di
interessarsi, e di curiosamente investigare intorno alle dette origini o
cagioni, e più pochi ancora avendo avuto la constanza di molto esercitarsi e dimorar su questa sorte di indagini, pochissimi in conseguenza avranno voluto meco ravvolgersi in questo analitico laberinto.
Ora io spero che questa seconda parte potrà ottenere una più facile condiscendenza ed una più alacre e spontanea attenzione da’ miei leggitori, i quali in essa potranno scorgere una più pronta e più usuale applicazione de’ principii da me posti ed accennati nella prima parte: anzi, tutti questi non essendo che diramazioni e modificazioni d’un sol principio o, per dir meglio, di un sol fenomeno della umana natura, avranno campo, io lo spero, di compiacersi della fecondità ed ampiezza di quello.
XVI. Del principio generale per lo studio dello stile
Vi è dunque un sol principio il quale ci serve a distinguere fra una moltitudine di espressioni la migliore; ma abbiamo veduto che non basta discernere fra molte espressioni la preferibile a tutte le altre, quella cioè che risveglierà un maggior numero di idee combinabili tra di loro e con il tutto; essere ancora necessario di abituare l’intelletto e la fantasia nostra a facilmente suggerire ed eccitare in noi medesimi una moltitudine di queste espressioni, sulle quali fare la scelta. I mezzi dunque di renderci familiare e pronto ad ogni occasione questo suggerimento ed eccitamento di copiose e varie espressione da scegliersi, e quella educazione che noi dobbiamo procacciarci da noi medesimi, che ci renda in certo modo duttile ad ogni forma ed alterabile l’immaginazione e la memoria, saranno l’oggetto principale di questa seconda parte.
Per ottenere più facilmente il nostro intento, gioverà qui premettere alcune osservazioni intorno alla diversità dello stato attuale delle idee che sono nell’animo di chi parla o scrive, e i segni da lui adoperati per manifestare, quando occorra, queste sue idee.
Chiunque non ignora che la materia prima, per cosi dire, della quale le lingue sono tessute, per quanto or lontane ci sembrino da questa selvaggia e primitiva origine, sono li diversi gridi naturali espressi dalle impressioni de’ differenti oggetti, e le più facili imitazioni, sia col gesto, sia col suono articolato, delle qualità di questi oggetti medesimi, conoscerà ancora ad evidenza che l’idea qualunque di un oggetto ha dovuto precedere l’uso del segno, sia naturale, sia artificiale, che lo esprime. Fra le nazioni abbandonate alla naturale loro perfettibilità ed al lento sviluppamento delle loro facoltà, non accelerato da straordinarie circostanze, non si è tostamente posto il segno ad un oggetto, avuta che si ebbe l’idea di quello, ma ad una quantità di oggetti, benché diversi moltissimo tra di loro; solo che si unissero in qualche maniera, ancorché accidentale, a produr un medesimo effetto negli animi, il medesimo grido avran dovuto eccitarvi. Per lo contrario, diversi gridi cogli stessi oggetti avranno corrisposto, solo che molto diverse siano state le impressioni anche accidentali da quelli occasionate. Di più dovette certamente passar gran tempo, e grandi rivolgimenti di bisogni e di vicissitudini fisiche e morali, avanti che questi diversi segni si connettessero tra di loro, cosicché l’uno richiamasse l’altro, ma sibbene richiamavano ciascuno separatamente ciascuna idea a lui corrispondente. Non occorre qui ingolfarci nella oscura ed inviluppata storia delle lingue, che nella notte silenziosa de’ tempi si nasconde, avanti l’epoca delle stabili tradizioni e dei monumenti perpetuatori dei fasti della umanità. Riflettiamo solamente un momento a’ fanciulli, che sono per noi un adombramento sincero di quel primo stato di nazioni che ancora in moltissime regioni del mondo esiste, cioè di robusta fanciullezza, nella quale nacquero e perirono tante successive generazioni d’uomini. Quei pochi suoni che essi balbutiscono, accompagnati da una gesticolazione frequente e risoluta, sono da essi in moltissime occasioni adoperati, e fatti corrispondere a disparatissimi oggetti; e ad ogni segno con cui esprimono le passioni e le sensazioni loro, si scorge uno sforzo di eseguir l’azione che essi vogliono accennare; né, se non tardi, si esprimono con una serie di segni corrispondentisi tra di loro: la loquacità è una proprietà di persone adulte ed educate; lo scarso esprimersi e il molto agire è la proprietà de’ fanciulli e de’ selvaggi; dunque in questa situazione la relazione fra le idee e i segni sarà di molte idee e di pochissimi segni, e questi sconnessi e poco richiamantisi l’un l’altro, ma invece moltissimo connessi colle idee che gli hanno occasionati, e sempre quelle richiamanti.
Ma che è addivenuto nell’accrescersi le lingue, e nel rendersi, per così dire, più ampio e farraginoso il volume de’ segni? Egli è certo che a poco a poco questi si sono moltiplicati a misura che stringevansi le relazioni degli uomini, che crescevano li bisogni di vicendevole aiuto, che le azioni, prima isolate, per ciascun individuo ad un privato fine dirette, divennero communi a molti, e fatte insieme colla riunione di molte forze ad un commun fine ordinate. Durante questo accrescimento, o, per dir meglio, questo accoppiamento de’ primitivi segni vocali ed imitativi degli oggetti, non è possibile che le parole rappresentassero altro che le combinazioni sensibili ed ordinarie degli oggetti, e le affezioni che questi a vicenda destavano ne’ petti degli uomini. Le combinazioni più complicate e più rare, quelle, cioè, che sono meno sensibili perché meno frequentemente rappresentate dinanzi alla imaginazione, non erano ancor formate; per conseguenza le parole corrispondevano fedelmente agli oggetti che le avevano prodotte; mentre, rendendosi più frequente l’uso delle parole medesime, queste dovettero connettersi insieme tra di loro ancora, cioè non solamente risvegliar l’idea corrispondente a ciascuna di loro, ma eziandio richiamarsi l’una l’altra. Se i fanciulli hanno più idee che parole, le quali adattano sforzatamente ad esprimere diversi concetti dell’animo loro, distinguendogli col gesto, coll’azione, coll’imitazione assai più che colla differente combinazione delle articolazioni, si vede, a misura che essi crescono in età ed in forze, ed acquistano una maggior relazione cogli oggetti che stanno loro d’attorno, crescere in essi la copia delle idee; ma crescere nel medesimo tempo il bisogno di manifestare le proprie e di conoscere le altrui, onde farsi proporzionatamente in loro più frequente l’uso de’ segni, o sia l’uso di adattare le parole all’idee ch’essi giornalmente vanno acquistando. Durante questo accrescimento cominciano a connettere le parole tra di loro, ed a richiamarne l’une per mezzo delle altre, sempre però avendo viva e presente e dominante l’imagine delle idee che vi corrispondono; sempre però queste idee sono le combinazioni sensibili, frequenti e reali degli oggetti, onde le parole, le frasi, le espressioni camminano direttamente ad eccitare l’immediata rappresentanza degli oggetti od affetti a cui corrispondono; il che si può conoscere dai cangiamenti improvvisi di passioni che si leggono sulle ingenue loro fisonomie, dalla fretta con cui essi parlano (onde si comprende che le idee incalzano, per così dire, le parole), dalla gesticolazione con cui accompagnano i loro discorsi. Se essi parlano di relazioni complicate di idee, non adoperano parole astratte e generali, ma bensì particolari e rappresentanti gli oggetti sensibili da cui si estraggono le astrazioni e le massime generali; tutto descrivono e raccontano; e invece di riflettere, esprimono i fatti e gli oggetti da cui si compongono le riflessioni: questo è il secondo stato generale delle idee per rapporto alle parole che le rappresentano, quello, cioè, nel quale il numero delle parole è proporzionato al numero delle idee nella imaginazione di chi le proferisce; cioè che ogni parola risveglia, sia nel parlatore, sia nello ascoltatore, idee determinate e sensibili; nel medesimo tempo queste parole facilmente si richiamano l’una l’altra; onde la serie delle idee rende facile la serie delle parole; e quella delle parole, quella delle idee.
Resta il terzo stato da considerarsi, nel quale si troveranno gli uomini allora che, rendendosi sempre più frequente l’uso delle parole, e la necessità di crescerle e moltiplicarle, queste acquisteranno una grandissima facilità di richiamarsi reciprocamente, ed una strettissima connessione tra di loro: la facilità sempre più grande colla quale una parola richiama l’altra, fa che le idee si succedono più rapidamente; e quanto più rapida è questa successione di idee, tanto minore attenzione noi vi facciamo, perché minor tempo gli oggetti, o le imagini che si risvegliano, restano presenti alla imaginazione e reminiscenza nostra. La attenzione è una fatica dello spirito nostro: quando impariamo colla esperienza a fuggire questa fatica, noi volentieri incliniamo a fuggirla. Le parole molte, molto familiari, molto facilmente suggerentisi reciprocamente, ci risparmiano molta attenzione alle idee che le rappresentano; perciò di buona voglia trascuriamo di fissar l’attenzione nostra su di quelle, e scorriamo volentieri per la successiva serie delle parole, senza badare a tutte le idee corrispondenti, ma solamente ad alcune, quante appena bastano per formare un certo tal qual senso, ovvero a misura che la curiosità nostra trovasi interessata per la novità o per la natura della impressione che la parola è atta a risvegliare, o secondo la disposizione attuale nella quale ritrovasi l’animo di chi parla o di chi ascolta: quindi da una parte la necessità di dover far uso di molte idee e molto complicate in una volta, dall’altra la somma facilità e connessione che acquistarono le parole fra di loro, dovettero far nascere combinazioni artificiali di parole primitive, le quali o nessune o pochissime idee risvegliassero; e queste parole, nate e combinate da altre parole, quantunque moltissime idee significassero, non però la attenzione di chi se ne serve portasi verso di queste, ma bensì verso le parole di cui quelle sono formate, o da cui sono derivate.
Ecco dunque le tre epoche principali del rapporto che hanno avuto le idee degli uomini con ciascuna lingua che essi parlano o hanno parlato: più idee che parole, e queste poco connesse tra di loro; secondo, egual numero di idee ed egual numero di parole immediatamente richiamanti le idee, e proporzionatamente connesse tra di loro; terzo, numero di parole maggior del numero delle idee richiamate da quelle, e queste parole più connesse tra di loro, di quello che lo siano le idee tra di loro.
Questi tre rapporti generali tra le idee e i segni corrispondenti si ritrovano verificati in tutte le nazioni in generale, come appresso a poco in tutti gli uomini in particolare nel successivo e graduato sviluppamento delle loro facoltà. Nelle nazioni può fino ad un certo segno essere alterato dalla forma di governo, e dalle sopravegnenti circostanze nelle quali si trovano, l’ordine e la durata di ciascuno di questi rapporti; ma molto più facilmente può esserlo in un particolare individuo dall’educazione e dalla imitazione ed autorità de’ costumi già introdotti. La nazione può trovarsi nel terzo stato: l’uomo che vi nasce passerà dunque rapidamente per li due primi, per avvicinarsi stabilmente al terzo.
Il primo stato è lo stato selvaggio e primitivo delle nazioni: essendovi più idee che segni rappresentatori, e questi difficilmente richiamandosi tra di loro, l’imaginazione ha sempre di bisogno della presenza dell’oggetto, ossia della sensazione reale, per essere fortemente commossa: quindi si veggono le nazioni selvagge indifferenti e stupide alla nostra sociale verbosità, ed inalterabili a tutto ciò che commove ed altera noi, che ci siamo avvezzati a risentirsi ai minimi cenni ed adombramenti delle cose; ma invece le veggiamo sensibili, attive, e da un impeto di passioni predominante animate alla presenza di quelli oggetti dai quali hanno le idee pronte e facili nella mente: quindi le belle arti e tutta la poesia e la pittura di queste nazioni non possono consistere che in una sorte di danza imitativa, ossia in un ballo pantomimico, nel quale si sforzano di eseguir realmente e per trattenimento ciocché per bisogno, per necessità e per passione sogliono fare di più forte e di più interessante. E tanto è vero che le poche parole loro siano segni li quali hanno più connessione colle idee che tra di loro, che quando vogliono ed hanno di bisogno di tesserne una lunga serie, essi procurano di disporle in un ordine costante, e distribuirle in periodi di tempi eguali, e richiamarsele col soccorso di desinenze simili, acciocché la somiglianza e l’identità delle sensazioni renda associate quelle idee che immediatamente non lo sono, onde l’origine del verso, più antica del discorso prosaico e sciolto dal metro, la quale si perde fra le prime e rozze origini delle società. Quindi i costumi loro, le paci, li contratti, la legislazione, la religione sono sempre accompagnate di pantomimiche rappresentazioni, le quali sole servono a stabilmente conservare nella memoria ed a efficacemente communicare quelle idee che formano il soggetto di tutte queste relazioni.
Il secondo stato è lo stato poetico, imaginoso ed eloquente delle nazioni. Cresciuti e perfezionati i segni tra di loro a misura che cresce la copia e la perfezione delle idee, l’uso di quelli diviene più utile e più frequente; cessando la necessità della reale rappresentazione o della immediata imitazione degli oggetti, e bastando sempre più i segni per richiamare un gran numero di idee, se cessa quell’impeto e quel vigore che ispirano all’animo la forza e la vivacità delle sensazioni immediatamente imitative, l’esercizio della imaginazione diviene più frequente e più facile; onde se si perde qualche grado di intensione, si acquista una più estesa e più ampia facoltà di rendersi presenti molti oggetti in una volta, e perciò una sorgente più feconda e più variata di piaceri. La facile connessione de’ segni, ed il pronto e vivace risentimento che essi eccitano nell’animo nel richiamare immediatamente una gran copia di idee sensibili, renderà l’imaginazione oltremodo sensibile alle qualità piacevoli o dispiacevoli delle cose, e gli uomini diverranno pronti e sagaci combinatori delle bellezze tutte, sparse con profusione, ma interrotte e confuse in tutta l’estensione delle cose naturali. Quindi la delicatezza del gusto nel discernere il buono ed il piacevole tra l’insipido ed il disgustoso ne’ più complicati oggetti; quindi l’origine delle belle arti, che altro non sono che la combinazione e la riunione del più bello, ossia del più sensibile, piacevole o interessante, vale a dire conducente al piacere che si trova sparso nella natura, tolto di mezzo il superfluo, il dispiacevole, ciò che confonde, e non interessa l’attenzione degli uomini alle cose: dalla facilità di richiamarsi una gran copia di idee, senza la presenza reale o imitata degli oggetti, e per conseguenza dal pronto e replicato effetto delle diverse qualità delle cose sopra degli animi, nasce la perfezione de’ segni; onde se prima la differenza fra le idee era maggiore della differenza de’ segni, in questo stato la differenza delle idee è proporzionale alla differenza de’ segni. Dopo dunque che gli uomini avranno, per l’incessante stimolo che gli porta continuamente prima a moltiplicare i piaceri, poscia, non potendo sempre, per la limitata forza di ciascuno, e per i confini necessari della propria sensibilità, e per la natura medesima alterabile e passagiera degli oggetti procuranti piacere, averli sempre presenti, realmente ed efficacemente eccitanti sensazioni grate e desiderabili, si sforzano di richiamarli davanti alla reminiscenza, e delinearli nella fantasia propria, e colla imitazione de’ segni adattati dar loro una specie di corpo e di esistenza tutta interna. Dopo dunque, dir voleva, ch’essi avranno esaurita in qualche maniera la combinazione delle piacevoli ed interessanti qualità degli oggetti, onde la perfezione e la corrispondente alle idee diversità de’ segni, due effetti si vedranno nascere nello stato delle idee degli uomini, rispetto a’ segni che servono a rappresentarle. Il primo effetto sarà l’origine delle scienze e la filosofia: queste, se ben si considerano, non consistono in altro fuori che nel separare esattamente le cose simili dalle dissimili, onde la infinita diversità delle proprietà, e la multiforme ed instabile apparenza de’ fenomeni delle cose tutte, si riducono al minor numero possibile di proprietà semplici e di fenomeni distinti; vale a dire al minor numero possibile di idee semplici e distinte, costantemente immutabili nella mente. Ora, così definite essendo generalmente le scienze tutte, egli è chiaro a vedere che le idee tutte che entrano nella mente sono idee particolari delle cose individue, non già idee generali: perciò qualora le idee sono rappresentate da’ segni corrispondenti, dove si trovano idee simili a quelle da cui si è originalmente derivato il segno, questo segno si adopera per la seconda idea simile alla prima; quindi la generalizzazione delle idee, cioè la percezione della somiglianza di molte idee, e della convenienza di tutte queste con un medesimo segno; quindi l’uso di questo segno per separare tutte le simili idee, a cui conviene, da tutte le altre, e la facoltà di considerarle tutte in globo, onde le proposizioni e le teorie generali che formano il corpo di ciascuna scienza. La copia de’ segni non è nata che dalla copia accresciuta delle idee per la necessità ed utilità della communicazione di queste medesime idee; la distinzione, la connessione e la coerenza analoga alla natura delle idee, non è nata se non dalla ripetuta ed usuale considerazione delle idee medesime: la prima distinzione e connessione de’ segni era proporzionale ed analoga alle necessità ed alle occasioni che la introdussero, poscia a poco a poco diviene analoga alla differenza e connessione delle idee; dunque la perfezione delle lingue, l’uso delle imagini, l’eloquenza e le belle arti dovranno precedere, anzi esse medesime avvieranno gli ingegni delli uomini, colla distinzione de’ segni, alla generalizzazione delle idee, e dalla generalizzazione delle idee alle scienze ed alla filosofia.
Ma il secondo effetto che nasce dal grande uso de’ segni, mentre cresce sempre più la copia delle idee, sarà quello che conduce al terzo stato da noi stabilito delle idee rapporto a’ segni rappresentatori. Mentre crescono le idee, e variamente con innumerabili combinazioni si alterano e si modificano scambievolmente, i segni rappresentatori divengono segni generali convenienti a tutte le idee originariamente simili; la moltitudine di queste combinazioni e la varietà di esse rende sempre più difficile ed incommodo all’attenzione il tenersi costante e fida seguace della differenza delle idee; la connessione perpetua e pronta delle idee, divenute sempre meno sensibili, più vaghe e meno lungo tempo presenti, e ripetute nella mente coi segni rappresentatori, va sempre più indebolendosi, frattanto che la differenza e distinzione dell’occhio e dell’udito, per i segni che di nuovo cominciano a diventar inferiori di numero alla accresciuta moltiplicità delle combinazioni ideali, dimorerà ferma e costante: sarà più facile all’attenzione di badare alla reale e distinta sensazione auditiva e visibile delle parole, ed alla reale e mecanica connessione che passa tra queste, di quello che alla interiore, oscura, rapida e volubile distinzione delle idee nella sola reminiscenza risvegliate. Quindi quantunque crescano le idee presso gli uomini presi tutti insieme, e la varietà loro presso ciascuno; pure, nell’uso che essi faranno delle parole non adatteranno sempre un egual numero di idee al numero delle parole da essi impiegate, ma un numero assai minore: e le parole saranno molte di più, perché saranno suggerite dall’attenzione, che, sfuggendo la fatica dell’esame accurato delle idee, si porterà sulla facile connessione e successione de’ segni, contentandosi delle confuse e più sensibili percezioni. Chiunque nell’aritmetica deve maneggiare una quantità di numeri alquanto estesa, prova che, perdendo affatto di mira le cose numerate, si applica soltanto alla semplice connessione de’ segni numerici tra di loro, ossia alle leggi con cui si succedono e si combinano. Lo stesso accade in ogni discorso, nello stato nel quale si trovano le idee e le lingue al giorno d’oggi presso le colte nazioni: le parole sono connesse grammaticalmente tra di loro; gli uomini si avvezzano a lasciarsi condurre da questa grammaticale connessione, ed a trascurare la successione delle corrispondenti idee; e siccome numerando non si richiamano le idee delle cose numerate se non quando la necessità o l’opportunità, e prima dell’incominciarsi e dopo finito il computo, per lo più solamente si risvegliano; così, discorrendo, non si dirigge l’attenzione, se non quando la necessità ci sforza, o l’interesse nostro ce lo consiglia; e nell’atto di principiare una serie di proposizioni, perché solamente le idee possono esser motivo inducente alle parole; e nel terminarla, perché la curiosità e l’attenzione essendo risvegliate, queste restano per qualche tempo messe in azione dopo cessate le parole medesime.
Ma vi è una differenza notabile fra gli effetti della nostra attenzione limitata ai numeri, e gli effetti della medesima attenzione limitata alle sole parole; perché le idee corrispondenti ai numeri sono idee precise, costanti è determinate, e la successione e combinazione de’ segni numerici è perfettamente analoga e corrispondente a queste idee, onde, come si cangiano e si succedono i segni, proporzionatamente si cangiano e si succedono le idee; e come quelli si combinano, così queste; ma lo stesso non si può dire delle altre parole e segni relativamente a tutte le altre idee, perché questi segni non sono sempre stati i medesimi alle medesime, ed a non semplici combinazioni di idee precisamente e costantemente affini, ma variarono secondo le disposizioni e le circostanze diverse di chi combinava il segno, e della cosa a cui era apposto; onde nacque tra la perfezione e la ricchezza delle lingue medesime la imprecisione (se si può introdurre questo termine), la inesattezza e confusione delle idee, e le innumerabili questioni di parole; e la serie delle ricerche utili ed importanti fu inviluppata ed interrotta dalle frivole ed inutili. I segni numerici sono nomi generali, i quali servono a distinguere esattamente una moltitudine di cose, ed a trovarne l’eccesso o il difetto, secondo un commune modello che chiamasi l’unità. Ora appunto, perché questi nomi convengono egualmente a tutte le cose, e non è meraviglia se, in combinandoli, noi perdiamo le idee che vi sottostanno; così è avvenuto delle lingue in generale; essendo sempre stati adattati i segni a dinotare un sempre maggior numero di idee complesse, le quali se hanno, tra gli elementi che le compongono, alcune idee simili ed omogenee, ne hanno molte di più dissimili ed eterogenee, è dovuta sempre più crescere la difficoltà di rapportare il segno alla cosa segnata; onde si è trascurata dagli uomini questa fatica, e nell’accozzamento di molti segni si è preso il partito di accontentarsi della grammaticale e regolare combinazione de’ segni, e di badare solamente alle idee di alcuni de’ principali fra questi.
Io spero che mi sarà perdonata, da chi sa riflettere, la prolissità mia nell’accuratamente esporre queste tre epoche principali delle lingue, in grazia delle molte conseguenze che da questa considerazione si possono dedurre. Ora, per applicare al caso nostro quanto abbiamo fin qui esposto, si vedrà da ognuno che il secondo stato delle lingue, cioè quello nel quale i segni, quantunque connessi tra di loro, richiamano però sempre le idee loro corrispondenti, e le presentano chiaramente davanti alla memoria ed alla imaginazione, ed ogni combinazione di segni dipinge fedelmente una combinazione d’idee, e la connessione mecanica della sintassi non impedisce l’attenzione dal vedere la logica connessione delle idee, è lo stato nel quale le espressioni delle lingue avranno più di forza e di interesse, e commoveranno più profondamente l’animo di chi ascolta o legge tali espressioni. Le parole di una lingua indicano il numero delle idee che communemente si hanno da chi parla la lingua medesima; le di lei frasi, o sia le combinazioni delle parole, indicano le combinazioni di idee già fatte; la differente ricchezza ed abbondanza delle lingue di colte nazioni non è tanto (almeno considerando tutto il corpo di una lingua insieme) nell’avere l’una piuttosto che l’altra un maggior numero di parole, ma nella maggior copia e diversità, e nella più significante e più pronta energia delle frasi e modi di dire di una lingua rispetto all’altra. La ragione di ciò si è perché le idee primarie e componenti la materia prima, per così dire, delle menti, sono appresso a poco le medesime fra le nazioni colte, e perciò le parole di una non supereranno di molto quelle dell’altra; ma le ulteriori combinazioni di idee, che formano le frasi e i modi di dire, dovranno essere moltissimo diverse, e molto più abbondanti in un genere e più scarse in un altro, e generalmente ancora più copiose in una lingua e meno in un’altra, secondo le diverse occupazioni, le varie arti e bisogni, i differenti studi e le passioni dominanti di una nazione riguardo all’altra; onde uno scrittore, o dicitor qualunque, può colle sole parole della propria lingua arrichire la medesima; basta che le medesime o communi idee tessa in una maniera nuova e nel medesimo tempo facile ed interessante, perché egli sia costretto a servirsi di nuove frasi e di non usitati modi di dire. Dunque l’esercizio dell’eccellente scrittore sarà quello di perpetuamente sforzarsi di non lasciar che la mente si carichi di parola alcuna senza che ella non sia stabilmente più associata colla sua precisa e determinata idea corrispondente, che colle altre parole connesse per l’andamento della lingua con lei medesima; e che ad ogni accozzamento di parole che egli faccia, abbia prima fatto il vero accozzamento delle idee corrispondenti: bisogna che egli riduca le parole astratte all’origine delle idee sensibili da cui furono formate, e le parole generali egli faccia discendere alle idee particolari da cui risultano: così facendo, egli non solo sentirà che da pochissimi soltanto questi accozzamenti di parole e le parole astratte e generali sono ridotte agli elementi sensibili e corrispondenti ad idee nella mente, onde si sforzerà di rendere evidenti e sensibili le espressioni sue; ma ancora si servirà con sobrietà di termini astratti e generali; e quando se ne serva (il che non di rado siamo costretti a fare), egli le circonderà di parole richiamanti necessariamente l’idea, acciocché questa renda chiaro e vivace il restante della combinazione; ma ancora renderà facile a se stesso il suggerimento di molte idee, quanto facile è al commune degli uomini il suggerimento fortuito delle parole; e le parole non saranno per lui che meri mezzi ed aiuti onde percorrere con rapidità una lunga carriera di pensieri, di imagini, di sentimenti: la facilità di richiamar le idee primarie e sensibili, elementi ed origini di tutte le altre, renderà facile il combinar in una nuova maniera ed insolita queste sensibili e primarie idee; e perciò il veder nuovi rapporti di queste, e perciò il far nuove combinazioni; l’animo suo diverrà sempre più facilmente irritabile, onde sarà sempre più padrone di rapidamente unire e disgiungere molte idee tra di loro.
Ciò che rende gli intelletti di alcuni uomini, come è creduto naturalmente, fantastici, imaginosi, poetici, i quali ogni discorso animano di un certo vigore di sentimento, o di certa evidenza di sensazioni che ci interessa e ci rende attenti, è l’abitudine, acquistata per una non preveduta combinazione di cagioni, di rapportar nella mente loro le parole tutte, e tutta la gramatica e il dizionario della lingua che parlano, alle idee sensibili, da cui tutto l’edificio dell’umano discorso si è inalzato.
Queste cagioni producenti questa assuefazione possono essere molte e varie. Una specie di educazione libera ed immetodica, la quale abbia lasciato sfogo alla fanciullesca inquietudine, e quell’impeto di curiosità che gli agita per ogni verso a tentar gli oggetti che nuovi sono per essi; le passioni più per tempo sviluppate, le quali accellerando la reazione dell’animo nostro verso gli oggetti, ci solleva dalla nebbia delle parole, e ci porta nella chiara realità delle cose; le afflizioni, i dolori, gli ostacoli e le resistenze istesse fino a quel segno che l’animo non abbattono ed aviliscono, le quali aumentano la necessità ed i motivi di agire, e rendono l’animo alacre, attento, consideratore, fermo in se stesso, non pigro, non inconsiderato né molle, ed ubbidiente alle altrui direzioni: queste ed altre possono essere le cagioni fortuitamente assuefacenti l’uomo a ricevere una educazione di idee varia, e non una educazione di parole uniforme e stentata.
Ora, ciò che la combinazione di accidentali circostanze può produrre, non lo potranno fare l’arte e l’istituzione ben regolata, solo che si conoscano le cagioni producenti, e queste si sappiano disporre e condurre allo scopo prefisso? Io credo che ciò sia possibile: anzi gli effetti dell’arte e dell’instituzione non saranno così pericolosi e frammisti di inconvenienti, come lo possano essere gli effetti dell’accidentale combinazione delle sovrallegate cagioni. Questi talenti, che l’azzardo ha resi fantastici ed irritabili all’eccesso, nella immaginazione de’ quali scorrono continuamente le scene più sensibili ed interessanti della natura e della vita, miste e confuse come sono nella realità, sono soggetti alle pertinaci debolezze della illusione, agli immedicabili dolori delle opinioni; e la felicità loro e la loro virtù bene spesso, e perciò la quiete de’ loro vicini, e l’esempio che dobbiamo agli altri, ne soffrono moltissimo: quindi l’eccesso istesso e l’abuso di questa versatile loro fantasia gli allontana, invece di avvicinargli, da quello stato di cui parliamo, e lo rende inutile ed inefficace, perché troppo variabile ed estranio al solito andamento ed aspetto nel quale le cose sono per gli altri uomini. Tutte le verità come le bellezze diverse di questo mondo sono incatenate e continue; onde, quando le qualità che le producono divengono eccessive ed esuberanti, si oppongono tra di loro, e si impediscono reciprocamente l’azione.
Dunque l’arte potrà sciegliere e combinare in maniera le occasioni o i mezzi di render l’intelletto ricco e franco maneggiatore dell’idee, ma senza confusione, volubilità e pericolo; onde la verità sia adornata e non coperta, aiutata e non oppressa dagli idoli della fantasia e della immaginazione. Avanti di proceder più oltre, conviene addur qui qualche esempio il quale rischiari perfettamente le importanti considerazioni da me adotte, e perché non siano prese per una sovrabbondante ed inutile mania di speculare.
Figuriamoci che si tratti di ricercare l’origine della giustizia, e dell’idea che di quella si formano gli uomini. Finché noi ci fermeremo a combinare le parole astratte e i termini generali che sono relativi alla parola giustizia, alle quali non corrispondono che pochissime e sfuggevolissime idee nella mente nostra, noi arriveremo forse a tessere una lunga dicerìa la quale annoierà gli ascoltanti, e gli renderà disattenti e disgustati del non sentire calmata l’inquietudine della curiosità, e del non trovarsi eccitate dal discorso e dalla lunga serie di suoni idee chiare e determinate nella mente loro: finché noi, per esempio, diremo che la idea della giustizia è nata negli uomini dal bisogno che hanno avuto di conservare la pace e la tranquillità delle famiglie, e, conservando a ciascuno le cose proprie, stimolare l’indolenza ed estinguere il furore che nasce dall’incertezza del proprio sostentamento, e perciò togliere di mezzo la sterilità o la distruzione per cui si scemerebbe a ciascuno più di quello che ciascuno, essendo ingiusto, potrebbe acquistare; finché diremo consistere questa in una esatta proporzione e distribuzione delle cose, a misura de’ diritti acquistati da ognuno, e questi diritti non essere altro per noi che quanto ci detta la ragione essere conforme alla umana natura; finché noi queste e simili cose diremo, noi avremo detto una serie di parole tutte corrispondentisi tra di loro, e tutte derivanti da certe ed inconcusse verità; ma pochissime idee saranno ciò non ostante risvegliate nella mente di chi ci ascolta; l’idea complessa della giustizia non sarà chiaramente determinata, non saremo né convinti né appagati delle cose dette, ed il dubbio e la confusione resteranno nella mente: ma se invece chi ascolta, o chi medita per esporre chiaramente ciò di cui si tratta, avrà cura di fissare la sua attenzione intorno alle poche idee sensibili e particolari che si risvegliano in questa occasione, nella quale si ricerca l’origine della giustizia, come uomini, famiglie, sostentamento, fatica ecc., egli si sforzerà di chiaramente imaginarsi tali idee e farsele sensibili, e, non perdendole giammai di mira, di trovare ciò che hanno di commune con esse le parole generali, pace, tranquillità, incertezza, sicurezza, diritto, umana natura ecc. Per ciò fare, egli si rappresenterà a se medesimo se stesso ed altri individui, come aventi necessariamente fame, sete, bisogno di coprirsi e di difendersi dalla crudeltà delle stagioni e dalle fiere; onde essere una conseguenza necessaria della propria organizzazione il cercar e prendere quelle cose che sono più abili a dissetarlo, sfamarlo, coprirlo e difendere; e ciò più prontamente e più sicuramente; e di tralasciar quelle ricerche che rade volte lo sodisfacciano, ed a costo di molti pericoli e dolori.
Quindi si rappresenterà questi individui dispersi a ricercar i frutti spontanei della terra, o riuniti a distruggere gli animali più deboli per dividersene le spoglie, piutosto che combattere, uccidersi tra di loro, rendendosi così meno sicuro il sodisfacimento de’ propri bisogni; quindi rivolgersi alla terra, ed in essa trasportarvi parte delle cose acquistate, educarvi gli animali pacifici, e, vista la riproduttrice delle cose in essa nascostevi, aiutarla e secondarla colla propria fatica. Vedendo perciò crescere molto di più le cose utili al vitto e mantenimento, senza bisogno alcuno di usurparsi le cose da altri occupate, nacque l’idea della proprietà; cioè l’associazione perpetua dell’idea di una tal persona coll’idea del travaglio, dell’idea del travaglio coll’idea di un determinato suolo riproducente per mezzo del travaglio medesimo. Come non sarebbe nata l’idea esclusiva della proprietà degli uomini, se essi consideravano la terra che ciascuno avea travagliata come inzuppata del sudore de’ propri corpi, e riproducente cose che essi vi avevano deposte, come le sementi, delle quali si erano già impadroniti senza toglierle a nissuno? Come non doveano credersi esclusivi posseditori di un territorio quelle nazioni, a preferenza dei nuovi venuti, se le riproduzioni dell’ultimo anno erano una conseguenza necessaria delle produzioni dell’antecedente, e queste dell’altro, e così successivamente risalendo sino al primo e necessario risultato dei bisogni inerenti alla organizzazione di quelle generazioni che nacquero e perirono, e le ceneri dei quali si confusero colla polvere del campo su quel distretto? Alcuni selvaggi risposero ad alcuni europei, che gli esortavano a lasciare il loro territorio per istabilirsi in un altro: come è possibile che noi possiamo questo terreno abbandonare? Dite alle ceneri ed alle ossa sepolte de’ nostri padri che si levino su, e vengano con noi. Da queste chiare, sensibili e determinate nozioni nacque negli uomini la distinzione precisa di ciò che era proprio di ciascuno; quindi il risentimento di vederselo usurpato da un altro, quindi la cognizione e l’idea di un medesimo risentimento che quest’altro proverebbe a vicenda se egli usurpasse la di lui proprietà; la quale idea, unita con quella di potere, senza produrre in altri questo doloroso sentimento, procacciarci ciò che la nostra organizzazione e i nostri bisogni dimandano, ha fatto nascere l’idea della giustizia negli uomini: idea perpetua ed immortale nell’umana natura, che risorge trionfatrice dalle vicissitudini e dalle rovine di tutti li sistemi politici e religiosi. Ora, riunendo tutte queste varie idee sensibili sotto alcuni nomi o segni generali, cioè che rappresentino egualmente tutte le analoghe, se noi chiameremo facoltà dell’umana natura tutte le tendenze de’ nostri sensi e della nostra organizzazione; se noi chiameremo diritto tutto ciò che è un risultato, un effetto necessario di queste tendenze, il dritto potrà essere definito una conseguenza necessaria dell’uso delle nostre facoltà, e la giustizia sarà il non impedire l’uso eguale delle medesime facoltà in altrui; come il dovere sarà definito ciò che è necessario che dalla parte nostra si faccia acciocché non sia impedito l’uso necessario delle facoltà altrui.
Io spero che mi sarà perdonata questa lunga digressione, non solamente per l’importanza della cosa in se stessa, ma molto più perché ella ci farà chiaramente vedere l’applicazione di quanto abbiamo detto finora. Consideriamo l’effetto che fanno sull’animo nostro le ultime definizioni: esse riducono in uno strettissimo spazio una lunga serie di ragionamenti, ma non sarebbero da alcuno facilmente intese se non avesse o lette o supplite da se stesso le idee sensibili da cui esse derivano. Premesse queste idee sensibili, le ultime definizioni debbono moltissimo piacerci, perché le consideriamo come facili e pronti aiuti a richiamar le idee sensibili che esse rappresentano in epilogo; ma senza di quelle sarebbero parole vaghe e fluttuanti nella mente, che punto non interesserebbero l’attenzion nostra, la quale, per essere interessata, vuole mai sempre esser eccitata per mezzo di idee particolari, cioè di sensazioni. Noi troveremo inoltre che il sentimento di giustizia nacque coll’umana società, che i soli rapporti fisici degli uomini tra di loro potevano produrlo e conservarlo; e la vivacità di questo sentimento doveva risplendere nelle imaginazioni tutte, di idee sensibili nutrite nell’adolescenza di tutte le nazioni: ma quando le parole, prima rappresentanti idee determinate e sensibili, divennero, per lunga osservazione delle cose analoghe, per l’uso connesso e continuo delle parole tra di loro, e per la crescente moltiplicazione delle ideali combinazioni, segni indeterminati e generali di molte cose, allora solo poté nascere la scienza della giustizia, cioè l’enunciazione rapida e generale di tutti i fenomeni simili, a questo sentimento del giusto appartenenti: ma il trascurarli troppo facilmente per le ragioni molto innanzi accennate, di ricorrere alle idee sensibili determinanti, ha reso vago e vario il significato delle parole, e piegato l’animo a poco a poco a contentarsi della vuota ed isolata impressione di quelle.
Dunque il principal artificio di chi vuole riuscire eccellente scrittore sarà quello di ridurre a tutte le idee sensibili componenti tutto il corredo delle parole, delle quali egli, conversando e studiando, carica la memoria; il che finalmente si riduce al principio medesimo esposto nella prima parte di queste Ricerche. Se l’eccellenza dello stile consiste nello esprimere immediatamente il massimo numero di sensazioni unibili colle idee principali, per mettersi in istato appunto di esprimere questo massimo numero, sarà quello di averne ricca l’imaginazione. Ora, come mai ciò potrà aversi, se tre quarti della istituzione nostra si fa per mezzo delle parole, ed è necessario di farlo, attesa la complicata coltura de’ nostri costumi? Non certamente in altra maniera, in fuori che in quella di studiosamente e ad ogni occasione portar l’unione delle generali ed indeterminate espressioni alle sensibili, precise e determinate.
Appendice
Materiali preparatori e stesure rifiutate
1
Con quali idee si associa il tal desiderio e lo produce più costantemente.
Più bello sarà se ciò che in uno desta un desiderio diverso, o anche opposto, in altro ne risveglia il desiderio che si descrive.
Non figure, non paragoni, tutto evitar che produce ragionamento.
Non mai passione senza imagini fisiche né mai queste senza quelle.
Parole particolari e semplici combinazioni di idee, esprimenti non idee complesse; fugir termini appellativi ed indeterminati.
Passioni immediate / Passioni mediate
amor / ambizione
Entusiasmo: segue quando si eccita l’idea che è centro, e tutte le associate in un colpo risveglia, mentre una di queste non tutte le altre risveglia.
Quando le parole risvegliano la situazione attuale e al commune delle idee indifferenti per lo più attacca affezioni non
2
Tutte le belle arti non sono che richiami artificiali verso le care sensazioni, che, tocchi, risuonano delle grandi percosse che la natura ci dà perpetuamente. Poiché tanto più preziose dell’umana sapienza, quanto dal dolore istesso hanno saputo cavar copiosa e consolante materia di diletto, sono le eguali espressioni delle sensazioni, siano imagini, siano sentimenti, che piacciono solamente e che formano la materia dello stile.
3
Fino ad ora commune opinione è stata che le regole e i precetti non formino né un oratore né un poeta; che egli è necessario esser ispirato da un estro innato, che domina sulle menti umane, la parte dell’uomo forse la più schiava di tutte; che i canoni tutti delle scuole non indicano le bellezze, ma solo difetti da evitarsi. Tutto ciò è verissimo se si parli di quasi tutte le instituzioni poetiche e retoriche finor publicate: esse non rimontano giammai all’origine dei nostri sentimenti, esse consistono in osservazioni eccellenti e finissime sui risultati, non mai sui principii motori e sui dettagli. Un’eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare in se stesso la soffocata sensibilità, che facesse scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli produssero piacere e su quelle che gli destarono avversione e dolore. Uomo forse non v’è che tolto all’uniforme e meccanica serie di azioni a cui la maggior parte è destinata, e che incallito non sia dall’età e dalla prepotente abitudine, che non abbia in sé tutti i germi, benché non isviluppati, del grande e del bello. Sono le osservazioni sopra le interne operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di esso, che formano le vere istituzioni. Mi si obietterà non esservi stato uomo meno eloquente di Loche, né più esatto geografo dello spirito umano. Io rispondo non esser egli stato grande scopritore delle regioni del vero, non di quelle del bello, aver egli esaminato lo spirito che osserva e che discorre, non quello che sente e si appassiona. Ciò non ostante a lui si deve il merito immortale di aver fatto epoca nello spirito umano, a lui si deve la linea principale di separazione tra lo spirito antico e il moderno. La precisione, la chiarezza, l’ordine naturale, le viste del giudizio che paragona, la severa ricerca del valore delle parole, il ridurre a semplici fatti le complicate combinazioni, i primi elementi motori dell’animo, sono il precipuo distintivo della moderna filosofia; l’ordine artificioso ed i termini che ne impongono ai raziocini, i grandi risultati e le grandi ed ultime impressioni delle cose sullo spirito, le viste dell’imaginazione che combina, il maestoso e grande disordine della natura, è il carattere impresso nella antica filosofia. Nei primi questa, non meno che nelle matematiche, nella morale, nella politica, nei costumi degli uomini istessi, tutto è sintesi; nei secondi può dirsi che tutto è analisi. Io m’intendo dello spirito più dominante nei diversi tempi; l’esperienza ci fa vedere molti anacronismi.
4
Riduciamo questa definizione dello stile a qualche cosa di più preciso. Tutte le nostre idee o sentimenti in ultima analisi si possono considerare come derivanti dalle sensazioni semplici, siano cinque o più i sensi dell’uomo, siano interni od esterni: perché ancora le idee puramente spirituali, che ha l’anima riflettendo sopra se medesima, tutte le più complicate idee e le più astratte o generali, sono sempre occasionate o accompagnate da qualche sensazione o da qualche confusa ed interna affezione di piacere o di dolore associata a tali idee, o spessissimo ancora dalla semplice sensazione auditiva o visibile della parola.
5
Abbiamo detto che nella diversità delle idee accessorie consiste la diversità dello stile. Sarà dunque migliore quello stile che presenterà una miglior scelta d’idee accessorie sia rispetto alla lor riunione, sia rispetto a ciascuna di per sé, sia a rispetto di ciascuna in particolare verso l’idea principale. Ma quale sarà la norma per fare questa scelta, norma dalle grandi anime solamente sentita ed eseguita, ma non giammai chiaramente presentata alla folla degli ingegni? Una tal ricerca essigge una accurata analisi degli effetti primitivi e communi ad ogni sorta di stile che ci diletti. Tutti i nostri piaceri e dolori sono sensazioni. Questi sono gli elementi animatori di tutto il mondo morale.
Tutte le età e tutti gli angoli del mondo sensibili non rimbombano che d’inni e di aneliti alla sempre fuggente voluttà, e d’imprecazioni e di fremiti contro l’imminente dolore. A misura che le sensazioni elementari si associano e si aggruppano tra di loro, nasce il piacere finché l’attenzione resiste e segue l’energia di tutto l’oggetto, ma, al di là del limite vario ma costante fissato ad ogni essere sensibile, gli avviluppamenti delle medesime sensazioni diminuiscono il piacere medesimo, la moltiplicità delle faccie dell’oggetto fa che languide ed oscure
6
Nella scelta delle idee accessorie scieglieremo dunque quelle non solo che ci rappresentano non tanto sensazioni elementari, ma combinazioni primitive e sensibili di sensazioni elementari.
Quanto maggior numero di tali sensazioni potremo addensare intorno all’idea principale, tanto maggiore sarà il piacere per l’animo di chi leggendo sentirà un maggior numero di corde sensibili rifremere dentro di sé. Ma al di là di un certo numero la copia delle sensazioni soverchierà l’attenzione, che sempre si sforza di seguire ogni nova impressione che le è presentata, se non istanca e vacillante potrà fermarsi sopra alcune delle più interessanti.
Non solamente il maggior numero delle sensazioni rende migliore lo stile, ma la scelta di quelle che si rinforzano tra di loro, e più l’idea principale. Ma in qual maniera una idea può essere rinforzata nell’animo nostro?
In due maniere: coll’analisi della idea medesima nelle sue sensazioni, vale a dire nella enumerazione di tutti o dei componenti energici della combinazione, o nell’esprimere quelle sensazioni associate naturalmente alla idea principale, perché richiamandola tante volte quante sono le diverse idee associate, sono tante ripercosse nell’animo, che calcano più addentro l’idea principale.
Oltre il numero delle sensazioni, oltre la scelta di quelle che si ripercuotono tra di loro e ripercuotono in noi l’idea principale, e l’analizzano ne’ suoi componenti sensibili, devesi considerare l’interesse delle sensazioni medesime, sia riguardo a loro sia riguardo all’idea principale.
Le sensazioni sono più interessanti a misura che sono più precise e determinate, a misura che sono più vivaci, che sono più grandi e più varie, finché la grandezza e la varietà non comincino ad intorbidare la facilità dell’impressione, perché allora cominci la necessità imperiosa dell’ordine e della simmetria, la quale alla fine facilitando la presenza di molte imagini diminuisce la forza di ciascuna per l’attenzione nostra che si divide.
Non solamente la scelta delle idee accessorie sono importanti nello stile, ma l’ordine con cui si succedono, sia rispetto a loro, sia rispetto all’idea principale. A misura che le idee accessorie sono meno interessanti di per sé, tanto più l’ordine con cui sono disposte si rende osservabile dallo ottimo scrittore.
Quell’ordine sarà preferibile che sforza l’attenzione sul tutto: allora quel piacere che manca alle sensazioni solitarie rinasce nella loro combinazione; perché non basta che la combinazione sia fatta da chi scrive, vuolsi violentare la forza d’inerzia dell’animo nostro, vuolsi tendere l’attenzione come tendesi una molla, perché ribalzi con maggior impeto contro l’alto ostacolo. L’attenzione sul tutto si sforza col serbare all’ultimo que’ lineamenti che rendono quadro preciso e determinato e le idee più interessanti, perché l’attenzione cresce colla speranza e perché l’anima correrà con violenza da un minor ad un maggior piacere, e con istento e ribrezzo si sotrae dal maggiore al minore.
L’ordine solo non osservato fa che molte idee accessorie cessino d’esser tali, perché tali non sono che per il legame che fanno concepire con una idea principale: se esse fanno quadro da sé, l’attenzione si ferma e si distrae dal resto. Noi sbalziamo su vari oggetti, l’accessorio diventa principale, principale l’accessorio, e la sconnessione del tutto o la poca importanza ci stanca e ci annoia.
Ecco dunque il principio dell’arte di scrivere. Il maggior numero delle sensazioni più interessanti compossibili fra di loro e colla idea principale, e quell’ordine di esse che sforza l’attenzione sul tutto. Il mezzo si è l’esercizio continuo di analizzare tutte le nostre idee, non solo per la loro identità o diversità, cioè verità o falsità, officio del freddo filosofo: ma per il grado e per la maniera della loro piacevole o dolorosa impressione. I seguenti dettagli renderanno, spero, più chiari i miei principii, e scioglieranno ogni dubbio.
Al numero delle sensazioni non mutate intorno ad una idea principale, è preferibile la grandezza e la vivacità di esse, perché l’attenzione è meno divisa e la facilità del concepimento più ovvia; inoltre la vivacità e la grandezza delle sensazioni tanto è più grande, altrettanto minor numero ne sofre intorno a sé l’idea principale, perché è limite eterno delle operazioni naturali che l’intensione cresce col diminuirsi dell’estensione, e viceversa questa col diminuirsi di quella. Abbiamo detto che lo stile esigge un ordine che porti l’attenzione sul fascio intero della idea principale colle idee accessorie. Ora, crescendo la vivacità e la grandezza delle accessorie, bisogna diminuirne il numero perché l’uno non nuoca all’altre, e l’attenzione non resti isolata alle parti e non al tutto. Questa è la ragione per cui lo stile di que’ fortunati che sanno parlare a tutti i secoli ed a tutte le nazioni, e che fanno rimbombare i lor sentimenti negli animi de’ lettori con incessanti percosse, è sempre rapido, conciso, di corti periodi; si guardano di legare le idee con perpetua e fredda simmetria, perché sentono dentro di sé che molte idee non possono essere ammucchiate tra di loro senza un ordine, e l’ordine di molte idee conserva la memoria di tutte, e però scema l’intensione di ciascheduna. Siccome consacrano i loro scritti all’immortale verità ed alla beata virtù, le loro idee principali sono estremamente importanti e spiccano sempre sulle accessorie, e di queste, le più analoghe alle prime e le più interessanti, se ne servono come di principali per comporre altri fasci ed altre combinazioni.
Lo stile antico italiano avea il diffetto essenziale dello scrupoloso legamento delle parole, sia che questo sia il difetto commune ai secoli ancor nuovi e teneri per le produzioni di spirito, per cui il poco uso ad una lunga successione d’idee ne renda necessaria la facilità di una simmetrica disposizione, che a spese dell’energia facilita l’intelligenza, sia perché, imitatori forzati delle opere latine, ne seguirono anche in questo la maniera, senza considerare la differenza essenziale che passa tra una lingua in cui le parole grammaticali (come gli articoli, le preposizioni, le inflessioni delle declinazioni, le congiunzioni) sono e più lunghe e precedono le parole reali, e quella in cui sono desinenze delle parole reali istesse. In queste la successione delle sensazioni essendo più rapida, il legamento ne è più sofferibile: benché vediamo che Tacito e Seneca, i più profondi ed originali pensatori dei Romani e che più intimamente ci feriscono, seguirono un tutt’altro metodo di Cicerone e di Tito Livio.
Un’altra osservazione non meno importante che generale si è intorno delle idee accessorie: si è che le medesime accessorie che si destano nell’animo del lettore quando non sono espresse per se medesime, ma per mezzo delle altre che si esprimono, fanno spessissime volte un più grande effetto, e spesso un opposto di quello che se fossero espresse esse medesime; espresse nuocerebbono al fascio intiero, destate solamente lo giovano. Non solo perché la picciola fatica che facciamo e l’applauso interno del nostro ritrovato ci rinfranca l’attenzione sul resto, ma molto più perché è legge della nostra sensibilità che tutta altra forza hanno le medesime espresse col loro proprio segno, e tutta altra attenzione prendono sopra di noi che semplicemente destate. Ora, come abbiamo detto, le attenzioni parziali son tanto più grandi, tanto più si nuocono tra di loro e sceman l’attenzione al tutto, mentre per lo contrario quei lampi rapidi e passagieri di attenzione, che fanno in noi balenare le idee accessorie semplicemente suggerite da alcune altre, accrescono il numero delle sensazioni, senza nuocere di molto all’attenzione totale ed all’energia del tutto.
Mi si dimanderà in qual maniera la sola moltiplicità delle sensazioni produce un piacere nell’animo nostro, ancor che le sensazioni per se stesse sieno presso che indifferenti e spessissime anche dolorose. Non basta, a mio parere, rispondere, per la parte delle sensazioni indifferenti, che moltiplicate riescono piacevoli, perché l’animo nostro si compiace nell’esercizio delle nostre facoltà, perché queste ci moltiplicano l’esistenza e ci danno nuove prove di essa. Questo si è un fenomeno verissimo e generale che può condurre la spiegazione di altri più generali, ma esso stesso dimanda una spiegazione che ci conduca a qualche fenomeno semplice e primitivo che passi in noi stessi: da questi soli dipendendo le soluzioni di tutti i problemi morali e forse di ogni scienza. Non basta il rispondere, per la parte delle idee dolorose, che espresse nello stile, moltiplicate, producono piacere, perché sono una felice imitazione del vero, perché riflettendo su di noi ci troviamo esenti dai mali che ci vengono dipinti, perché applaudiamo alla nostra sensibilità e ci figuriamo gli applausi degli altri uomini interessati a lodare gli altri virtuosi. Questo piacere provasi anche da coloro che non hanno mai riflettuto sulle belle arti e sulle idee della lode e del biasimo, e sembra tanto immediato che sembra escludere il tacito e supposto paragone tra la nostra e la situazione di chi è dipinto in tale stato di dolore. Sovente i mali dipinti sono minori dei mali reali che sofferiamo; sovente proviamo un secreto, alla dipintura di sensazioni, dolore, per cui non potiamo applaudirci, e cerchiamo di nascondere agli altri uomini.
In molti casi il piacere che le imagini del dolore ci producono nasce dall’abborrimento e dallo sforzo che facciamo per toglierci dalla noia, la quale, essendo un dolore continuato ed uniforme, incatena tutta la nostra attenzione, ed ad essa preferiamo dolori interrotti, rapidamente succedentisi e variati, pei quali, divisa l’attenzione, rendesi minore in noi il sentimento doloroso.
Ma ciò ancora non basta, perché preferiamo l’imagine tempestosa e torbida delle scelerattezze e delle angoscie umane alle dolci, alle tranquille scene di una solitudine campestre, di un beato e filosofico ritiro, e i tormenti e i rammarichi di solenni virtù punite e calpestate ai taciti premi delle oscure e domestiche.
Questo è un fenomeno primitivo che la nostra esperienza ci prova, e che forse si può conghietturarne la spiegazione se si ardisca supporre che la moltiplicità delle sensazioni dolorose, essendo le più forti, cioè nate da un maggior movimento nel nostro sensorio, che è una parte continua e communicante di noi stessi, possa produrre un terzo movimento che sia piacevole. La somma delle sensazioni differenti in qualità supera certamente il numero degli organi esterni del sentimento. Questi terzi movimenti, queste interne sensazioni che non possono essere destate se non dalla moltiplicità delle impressioni esteriori, sono forse l’organo morale da alcuni preteso dimostrato.
Se si spinga più avanti questa conghiettura, potrà supporsi esservi dentro di noi un senso interno al quale tutti gli esterni sensi communicano, il quale non sia mosso immediatamente dagli oggetti esterni, ma solamente gli sia communicata l’impressione dai sensi esterni mossi dagli oggetti. Forse per la tessitura di quest’organo, non può esser mosso da una sola percezione, ma da più insieme; forse le percezioni piacevoli nell’organo esterno non sono sempre sufficienti a produr piacere nell’organo interno, forse i primi gradi di sensazioni dolorose, o le pitture di sensazioni dolorose, che sono dolori appena incominciati, appena bastano per produrre sensazione piacevole nell’organo interno, quantunque crescendo l’esterna impressione dolorosa, alla fine anche l’interno organo si addolori. Questo organo è forse esparso per la sostanza del cervello a traverso tutte le diverse fibre appartenenti ad ogni altro. Questa forse è la sede delle associazioni delle idee, questa la sede del senso morale, le di cui esterne apparenze, benché complicate e moltiplici, da noi conosciute e sentite, per ultimo risultato ci conducono a semplici affezioni di satisfazione o di aversione, cioè piacevoli o dolorose, e che sembrano non più oltre definibili ed analizabili ed indipendenti dalla riflessione sul nostro proprio interesse. Forse questo senso è meno suscettibile d’intensione nelle sue proprie sensazioni, ma, per lo contrario, ha una maggior estensione ed una influenza più generale e più dilatata, in proporzione che egli è più esercitato, sul resto della nostra machina, e potrebbe in quel caso chiamarsi l’organo del desiderio, della volontà, della libertà, della speranza e del timore ecc. La lentezza degli uomini nella fabrica delle lingue farebbe sospettare che nomi distinti, costantemente usati nelle lingue colte e conosciute, e non analizzabili, indichino percezioni distinte: e se tali esse sono senza che potiamo metterle sotto alcuna classe di sensazioni esterne, come rifiutar loro un organo proprio e particolare?
L’ammettere un senso di più, sforzati dai fenomeni bene esaminati, il quale ha leggi analoghe agli altri sensi, sempre relative alla sua organizazione particolare, non è un rimettere il chimerico platonismo e le inutili ed inesplicabili idee innate. Il saggio e tolerante lettore perdonerammi questa disgressione, valuterà le mie conghietture come un semplice sforzo e non come un’asserzione che richiederebbe un più minuto esame, che forse altrove ingegnerommi di fare. Basta alla mia teoria il conosciutissimo fenomeno che non solo le imagini patetiche piacciono al lettore, ma in ogni bell’arte le preferisce alle piacevoli e ridenti.
Nella scelta delle idee accessorie, se le idee principali sono sentimenti morali, bisogna amministrar imagini accessorie; se le idee principali sono imagini, le accessorie saranno sentimenti morali. Con questa differenza, nel secondo caso, che debbono essere meno composte le accessorie quando sono sentimenti che quando sono imagini, atteso il naturale e più difficile passaggio dalle imagini ai sentimenti, che dai sentimenti alle imagini, di queste costante essendone il modello in natura. Questa alternativa tra le idee accessorie e le principali giova mirabilmente: le imagini scolpiscono nella mente la volubile complicazione de’ fenomeni morali, e questi, richiamandoci in noi stessi e verso i nostri simili, rendono più interessanti le imagini.
Quanto più grandi saranno e più forti le idee accessorie espresse, tanto più numerose possono essere le idee accessorie tacciute e semplicemente destate: perché l’attenzione a queste è più rapida e minore, e cresce il piacere senza pregiudizi dell’attenzione e dell’interesse al tutto. Per lo contrario, più picciole e meno importanti sono necessariamente le accessorie, la scelta si farà su quelle che ne destano un minor numero, perché la differenza tra l’une e le altre essendo minore, e sovente più forti potendo essere le destate che le espresse, noi leggendo perderemo di mira le idee dell’autore e confusa od interotta ne uscirà l’impressione totale. Dai principii sovraposti facilmente troverassi la norma per l’impiego delle figure delle parole, quali si numerano esattamente dai precettori di poetica e di eloquenza, ma non se ne indica con precisione l’uso. È egualmente figura il prendere la parte per il tutto o il tutto per la parte, il continente per il contenuto, e viceversa. Ma quando impiegheremo l’una di queste contrarie figure? Noi si serviremo del nome della parte per esprimere il tutto quando il tutto sia troppo composto e l’espressione della parte ecciti una sensazione più interessante, più grande, più precisa, più determinata, la quale, quantunque nell’espressione del tutto sia sottintesa, pure sfugge all’attenzione per la troppa composizione di esso. Così per esprimere la parte si serviremo dell’espressione del tutto, quando quella sia troppo semplice e troppo debole sensazione, e questo, senza nuocere al fascio intiero delle idee, eccitar possa e contenga sensazioni maggiori e più interessanti. L’istesso ragionamento facciasi per tutte le altre figure di parole; a me basti l’avere indicato una regola sicura per il sagace ed attento scrittore. Chi vuole istruire con sicurezza, è forse meglio d’indicare e dimostrare i principii generali e lasciarne l’applicazione a chi ama di seguire una qualunque serie di cognizioni. La quasi mecanica fatica che noi siamo sforzati di fare incatena l’attenzione; e nello stesso atto facciamo le due operazioni elementari di ogni disciplina, l’istruzione e l’esercizio, che disgiunte sono lente e difficili, riunite riescono pronte, piane e dilettevoli.
Per lo contrario, se l’applicazione è tutta fatta dall’istitutore, la mente nostra meramente passiva con egual facilità riceve e dimentica, e le vive sensazioni degli oggetti presenti sorprendono sulla parte superflua della meno occupata attenzione. Siami qui permesso di osservare per incidenza che, siccome la vera strada per le scoperte è il gran canone di Bacone, è di riascendere dai particolari ai principii generali, che non sono che enunciazioni di idee communi che quelli hanno, ma nel medesimo tempo non essendo necessario per la dimostrazione dei principii generali il novero di tutti i particolari, ed essendo ottima cosa, per la preziosa e grata brevità, il non servirsi che dei necessari, così ottimo esercizio sarebbe l’impiegare i discepoli all’applicazione del principio generale ai particolari ommessi: in questa maniera si stampano nella mente le grandi teorie, e siamo per la strada più breve in parte institutori di noi stessi – principio generale d’ogni futura istruzione, – ché è l’istituzione della natura simile alla infallibile della necessità e del bisogno, la meno umiliante e la meno noiosa e la più durevole.
I contrasti fra le imagini e fra i sentimenti accessori nello stile riescono a meraviglia, quando esse son tali che non contrastino coll’idea principale; ma se, per lo contrario, il contrasto fra di loro produce il contrasto con l’idea principale di alcuni di essi, il che accade quando parte delle accessorie appartengono alla idea principale, l’interesse si divide, per conseguenza l’attenzione e lo stile riesce falso. Quando Virgilio dice et campos ubi Troia fuit, il contrasto è maraviglioso fra di loro, e non coll’idea principale, che è la fuga di Enea:
nos patriam fugimus, et dulcia linquimus arva.
Ma quando Lucano dice:
Bella per Emathios plusquam civilia campos,
il contrasto tra il plusquam e il civilia è tra l’accessorie e la principale.
Il contrasto tra le espressioni delle sensazioni piace sempre all’imaginazione, perché l’espressione delle due imagini riesce viva e chiara, e la distanza tra le idee contrastanti risveglia le idee intermedie associate. Ma molto meno, e sovente è freddo e disgustoso il contrasto tra le espressioni delle sensazioni con quelle delle idee complesse, e di queste fra di loro; l’imagine risultante da l’espressione di una idea complessa riesce debole e confusa, perché, la sensazione auditiva essendo associata costantemente con molte idee, riesce debole il moto communicato a ciascuna di esse.
Il contrasto tra le idee complesse o non sarà fissato dall’attenzione perché troppo difficile o, se sarà fissato, due casi possono facilmente avvenire: l’uno, che le idee accessorie contrastanti prendano sull’attenzione alla principale; l’altro, apparendo, come è facilissimo, tra le idee componenti l’idea complessa una qualche analogia, renda falso il contrasto che esposto in termini complessi si aspetta sul tutto, e non sulle parti.
Le sensazioni troppo analoghe tra di loro rendono lo stile diffuso e noioso, perché l’imaginazione del lettore previene l’espressione dello scrittore, e molto più perché le idee troppo analoghe si risvegliano tra di loro troppo facilmente, e per conseguenza si ripetono fra di loro, il che produce noia e dolore.
Le idee accessorie sono idee associate o associabili nella imaginazione coll’idea principale; il legame di associazione dev’essere ben più forte colla principale che fra di loro, a misura dell’importanza di quella. Ora, le idee si associano nella mente o per coesistenza di tempo o per similitudine di qualità: se dunque la differenza fra le sensazioni e il loro maggior numero abbelliscono lo stile, eccellenti saranno le accessorie associate o associabili (secondo che noi componiamo o imitiamo) alla principale che hanno coesistenza di tempo o differenza di qualità, o, viceversa, similitudine di qualità e differenza di tempo.
Lo stile fluido è quello (prescindendo dalla fluida e scorrevole armonia de’ suoni) in cui le accessorie serbano tra di loro equilibrio di forza e d’importanza, per cui e l’attenzione ed il piacere restano sempre eguali nell’animo di chi legge.
Lo stile maestoso sceglie per accessorie i lati seri di un oggetto. Nell’uso delle metafore non scieglie le più vive o sempre le più energiche, ma che dimostrano l’impressione di chi scrive e la sua dipendenza dagli oggetti, ma quelle piutosto che, poco avvilite dall’uso, conservano abbastanza di vivacità per il lettore e destano nell’animo di lui idee che gli dipingono lo scrittore superiore agli oggetti descritti. Il non mostrarsi al di fuori mosso da alcuna passione, il poco curarsi degli oggetti presenti, il non piegarsi alle allettative della minuta folla de’ piaceri che si presentano, l’affettare una vista profonda e quasi indifferente del futuro, in somma il niente ammirare, rendono agli uomini venerabile la persona, e lo stile per conseguenza, che debb’essere la copia fedele delle impressioni degli oggetti. Se noi tocchiamo internamente noi stessi, noi vedremo che le vive scosse del piacere ci rendono dipendenti dagli oggetti. Tutti gli esseri sensibili adorano e pregano davanti all’imagine della voluttà. Ma l’uomo istesso, spettatore e spettatore interessato degli altri uomini, si abbandona alle illusioni delle esterne dimostrazioni delle impressioni altrui, le quali, se mostranglisi superiori a ciò da cui egli dipende, generanogli un timido sentimento d’inferiorità che chiamasi venerazione, e maestoso e grave chiama il mascherato istrione che sa presentargli imagini di questa natura.
Lo stile patetico è quello che dimostra una certa malinconia nello scrittore, o di chi fa parlare, ed ogni imagine indica che egli sofre; ogni parola è un rimprovero verso le fatali cagioni che lo pascono di mali e di dolori. Non v’è infelicemente in natura oggetto ridente e consolante che non abbia un lato serio e tormentoso. Il piacere non è dato a tutti, è dato quasi sempre all’individuo isolato, e i piaceri sociabili e quelli della natura sono o a spese d’altri esseri sensibili o urtanti nelle complicate combinazioni sociali.
7
Qualunque materia vogliamo scrivendo trattare, cioè che non si riduce a semplici percosse dell’udito, non può esprimere che sensazioni. Non è dunque la mancanza di sensazioni che rende lo stile didattico e noioso, ma l’uniformità di quelle, o per la troppo frequente ripetizione delle medesime sensazioni e la troppa complicatezza, o il passaggio dalle une alle altre, benché varii per gradi insensibili di differenze.
Le figure di sentenze (figurae sententiarum) si riducono al medesimo principio delle figure di parole, colla differenza che lo scopo di queste si è la miglior maniera di esprimere le idee principali, di quelle si è la miglior maniera di risvegliare l’interesse principale. Così ampliaremo un oggetto per ottenerne quelle sensazioni che lo rendono piacevole o spiacevole; così adopereremo l’antitesi quando l’interesse principale sia la differenza tra un oggetto ed un altro; così si serviremo della ripetizione quando ci prema di far dipendere molti differenti oggetti da un solo; così ecc.
8
Ma qui avendo citati questi autori debbo evitare un altro scoglio, ed è che, le opere eccellenti di questi grandi uomini avendo abbracciato con uno spirito di ardita elevatezza la filosofia dell’uomo in tutte le sue relazioni, hanno potuto in qualche parte meritarsi la censura della ecclesiastica autorità; onde alcune di queste opere ed alcune delle opinioni in esse stabilite sono state giudicate o pericolose, o nocevoli od empie: a me, profano uomo, non appartiene che di sottomettermi alla reverenda autorità di quelli a cui spetta il definire in queste materie; ma ho dritto di prevenire, non quegli illuminati e discreti personaggi che moderano le opinioni umane, ma coloro che, non autorizzati, stanno in aguato con diffidente oculatezza a ricercare in ogni scritto l’irreligione e l’empietà, cosicché in ogni frase ed in ogni parola che si scosta dalla pedissequa mediocrità sospettano ed a buon conto conghietturano il veleno, e gridano all’empio, all’epicureo, al materialista. In grazia dunque di questi spontanei ed oziosamente lividi censori son qui costretto di dire che, se in quest’opera parlasi ad ogni momento di sensi, di sensazioni, d’impressioni, non è però secondo che taluni amerebbero che io volessi intenderlo, cioè come materialista, ossia come uomo che dà ai corpi la facoltà di sentire, ma come ordinariamente si vuol significare, cioè di idee che si ricevono dall’anima per mezzo del corpo; e sfortunatamente le belle arti non di altro sono composte che di questa sorte di idee. Certamente non saranno i teologi che mi negheranno che l’anima non sia strettamente unita al corpo, e nemmeno mi sarà negato quello che in tutti i quaderni di filosofia si è sempre insegnato, in tutte le scuole, senza contrasto: ciocché chiamasi legge del commercio, cioè che ad ogni movimento corporeo corrisponde un atto determinato dell’anima, ad ogni determinato atto dell’anima un determinato movimento del corpo; si è disputato del come ciò avvenga, il che ha dato luogo alle diverse ipotesi delle cause occasionali, dell’influsso fisico, dell’armonia prestabilita, ed a simili altre miserie della filosofia; ma nissuno ha mai rivocato in dubbio il fatto. Dunque le idee le più pure e le più, se si può dire, immateriali, non si avranno mai dall’anima, finché sta quaggiù riunita ad un corpo materiale per vincoli a noi impercettibili e sconosciuti, se non vi si ecciti un corporeo corrispondente movimento: onde, in qualunque maniera si ragioni di questa oscurissima materia, quelle idee ch’ella potesse nel suo proprio fondo ripescare indipendentemente dagli oggetti esteriori, non però lascierebbono inerti ed inoperosi i sensi intimi ed interni; onde ho potuto con ogni esattezza nominar sensazioni tutte queste sorti di idee senza traccia di materialismo, per ridurre ad una espressione uniforme, e più confacente a ciò che è la materia ordinaria delle belle lettere, tutte le differenti ed analoghe maniere di esprimersi. Arrossisco per me e per molti de’ miei leggitori di dovere con tanta accuratezza prevenire le sinistre interpretazioni: ma l’esperienza mi ha insegnato che non bastano le più innocenti intenzioni a difenderci, in una materia tanto più pericolosa quanto più venerabile. Basta qui citare l’autore delle Note ed osservazioni sul libro Dei delitti e delle pene. Fortunatamente il soggetto di questo libro non è tanto suscettibile di questa sorte di combattimenti, per la medesima ragione che non potrà tanto interessare la curiosità del pubblico, mentre gli affari suoi non sono così da vicino, e così intimamente toccati.
9
Cadde qui in acconcio il riflettere quando noi dobbiamo aggiungere alle principali accessorie che sieno indeterminate, nel senso però sovraindicato, e quando precise e determinate. Possono essere indeterminate le accessorie quando poche siano, perché, le idee che sono dalle espresse suggerite essendo moltiplici, vi sarà tempo che ognuno possa vibrar l’attenzione su quelle che gli sono più care e più consuete; in secondo luogo, quando le idee principali esprimano immediatamente oggetti o azioni fisiche, non quando esprimano oggetti o azioni morali: perché questi richiedendo una operazione della mente più lunga e più intensa, e versando intorno ad una massa di pensieri più volubile e più sfuggevole, bisogna allontanare l’animo di chi legge o vede o sente da tutte quelle espressioni indeterminate che gli producono oscillazione e movimento alieno dal movimento principale. Per lo contrario, espressioni precise e determinate sono punti fissi ed ostacoli che impediscono la mente da quel divagamento che gli oggetti morali, sotto tanti angoli differenti veduti quanti uomini sono, producono ordinariamente.
Saranno parimenti utili tali indeterminate ma sensibili espressioni a coprire la poca importanza delle principali; della qual sorte la serie delle idee e la catena tutta del discorso siamo talvolta costretti ad amettere nelle nostre produzioni, ed alle quali basta un colpo passagiero di attenzione: colpo che non sarà disturbato dalla scelta di molte idee eccitate da un’espressione indeterminata, perché manca a queste idee la forza che avrebbero se fossero espresse co’ termini loro corrispondenti, nel qual caso, forse, diventando principali disturberebbero l’effetto di quella che, come tale, è necessario trovarsi nel discorso.
10
A misura che questi nomi divengono più generali, cresce la moltitudine degli individui che la mente considera, e la difficoltà ch’essa sofre dal pensare soltanto alle deboli somiglianze che restano ancora tra di loro, piutosto che alle molte differenze per le quali si distinguono. Questi nomi allora o risvegliano un giudizio tacito, anzi spessissimo una serie di giudizi che, istituendo altre idee principali, alienano la mente da quelle che nel discorso tessono la catena tutta del raziocinio; o anche, come abbiamo accennato nel principio di questa dissertazione, divengono formole meramente mecaniche, visibili o auditive, restando nella mente affatto impercepite e tenebrose.
Ma di ciò sarà parlato più in dettaglio nel progresso di queste ricerche; per ora bastici il riflettere che i nomi speciali e propri risvegliano più nettamente, e con precisa vivacità, le idee che qualificano l’individuo: sono perciò espressioni che forniscono sensazioni più intense e profonde. I nomi generali ed appellativi risvegliano una maggior quantità d’idee, ma più debolmente, perché è divisa la momentanea attenzione su tutte le idee simili ed associate, che alla percossa del nome appellativo si destano nella mente, onde forniscono sensazioni più estese e più superficiali.
11
Il dolore stende il despotico suo impero in tutta la sfera d’attività degli esseri sensibili. Antico quanto il tempo, esteso quanto la natura, inesorabile come il destino, tutte le cose gli obbediscono fuggendo, ed al fine della loro carriera lo ritrovano come al principio, solo infallibile esecutore delle leggi di natura. Egli si serve delle minime cose per atterrare le grandi, e delle grandi per sconvolgere le piccole; ed i piaceri verso de’ quali ogni essere che senta gravita incessantemente, da lui ricevono la spinta e l’urto al cangiamento; onde instabili e fugaci ricreano, ma non assopiscono, gli animi, che diversamente nell’indolenza e nel letargo si giacerebbono.
Io qui debbo spiegarmi in grazia di quelli che non vogliono interpretare nel senso più favorevole i passi degli autori. Parlo del dolore solamente in quanto a rapporto allo stato presente e naturale delle cose, non per rapporto all’uomo, quale doveva essere prima del peccato di Adamo, quale è ora per rapporto allo stato di grazia, e quale debb’essere per rapporto allo stato di gloria che noi speriamo; e per destino non intendo che l’ordine stabilito da Dio nelle cose naturali, il quale per se stesso non può deviare se non per un atto positivo della divinità. E intanto io non mi sono spiegato così chiaramente nel testo, in quanto ho voluto con poetica energia esprimere la massima influenza del dolore nelle cose umane.
12
È necessario di spiegare su qual sensazione cade il dolore, perché pare che non dovrebbe cadere né sugli oggetti presenti, che servono di oggetto di paragone – questi essendo o indifferenti o piacevoli ancora, e capaci di eccitare desideri, – né sulla debole sensazione della cosa desiderata, perché se la sensazione attuale della cosa stessa, cioè un maggior grado di vivacità della medesima, non è dolorosa, tanto meno dovrebbe esserlo la sensazione che se ne ha desiderandola, perché più debole e meno viva; almeno secondo le teorie ordinarie del piacere e del dolore, che fissano il principio di questo al crescersi del moto producitore di quello. Si vogliono accuratamente distinguere due sorti di fibre communicatrici delle sensazioni all’anima. Fibre di sensi esterni, fibre di sensi interni, o vogliam dire il sensorio commune. Alle prime corrispondono nell’anima le idee proprie di ciascun senso esteriore, ed alle seconde possono corrispondere idee particolarmente relative a questo senso interiore. In tal supposizione potrebbe dirsi che tali idee deboli, e non rappresentanti cose attuali, quantunque simili a queste possono essere dolorose, quantunque meno vivaci di queste, perché prodotte sono da un minor movimento riguardo alle fibre mosse dagli oggetti attuali; lo sono però da uno abbastanza grande riguardo a se medesime, ché insomma il tutto dipende dal riconoscere per vero quel fenomeno che abbiamo fin dal principio di questo trattato conghietturato, cioè che le idee richiamate ed eccitate da altre idee non corrispondono a fibre del medesimo genere delle fibre dalle quali si eccitano le idee de’ sensi esteriori, e che, per cosi dire, la scala de’ movimenti di quelle sia di un tono più bassa della scala de’ movimenti di queste; potrebbesi ancora dire che quando una di queste più grosse e più robuste fibre move una di quelle più deboli e più delicate, le conferisce un moto che non è abbastanza forte per essere doloroso per se stessa, ma lo è per quella che è mossa; quantunque poi questa istessa, movendone successivamente dell’altre del medesimo genere, indebolendosi il moto, successivamente ritorna ne’ limiti del piacere. Ma potrebbesi rispondere non esser vero che, ad ogni scossa che le fibre de’ sensi esteriori danno a queste altre interne, queste siano mosse dolorosamente da quelle: a ciò risponder si potrebbe che per lo più il dolore resta assorbito dalla celerità con cui le prime fibre interiori movon le altre loro simili; secondo, che gli uomini o non curano, o anzi cercano dolori che terminano prestissimamente e sicuramente in piacere; terzo, che nell’ipotesi di cui ragioniamo bisogna ammettere che una sola fibra di sensi esterni non move sempre una sola degli interni, ma ne può movere contemporaneamente più d’una (se queste fossero, per esempio, trasversalmente disposte lunghesso di quelle). Che se poi più d’una delle fibre, per dir così, esteriori, movesi contemporaneamente, tanto più presto cresce la massa dell’interno movimento, e perciò svanisce ogni dolore, perché il moto primitivo si distribuisce su di una maggior quantità di materia, e perciò diventa minore in ciascuna delle parti.
Riflettiamo qui di passaggio che se le fibre interiori possono essere mosse dall’esteriori, queste parimente possono esser mosse da quelle: quando dunque le fibre interne movono le fibre de’ sensi esterni, esse non possono comunicare che un moto relativamente debole per le fibre de’ sensi esterni; queste dunque risveglieranno l’idea corrispondente, ma dentro i confini del piacere e non mai del dolore. Vi può essere dunque doppia idea simile, l’una corrispondente alla fibra interna e questa dolorosa, l’altra, debolissima, corrispondente alla fibra del senso esterno, e questa o piacevole o indifferente. I passaggi delle idee dall’una all’altra debbono farsi per il tessuto della sostanza del cervello; i movimenti che si diffondono debbono passare necessariamente, o mettere in oscillazione ed in movimento anche le fibre de’ sensi esterni, onde vi possono essere doppie e triple imagini perfettamente simili del medesimo oggetto, altre piacevoli ed altre dolorose, secondo che cadono su diversi generi di fibre diversamente mosse e diversamente movibili; de’ quali raddoppiamenti d’idee simili, più o meno vivaci, più o meno piacevoli, non dubbi esempi appariscono nella reminiscenza: il ricordarci, alla presenza di un oggetto, d’averlo noi visto in altre circostanze disparate dalle presenti fà che oltre l’imagine attuale di quello si risvegli un’altra imaginetta simile, ma più debole, colle altre circostanze associata; il qual raddoppiamento d’imagine nella memoria, non bene osservato da’ psicologi, ha dato luogo ad imbarazzanti ragionamenti intorno alla natura di questa facoltà primaria degli esseri pensanti.
[1] Ho cavato quest’esempio dall’eccellente Saggio sull’origine delle cognizioni umane dell’abate di Condillac, il quale è stato il primo, per quanto io sappia, a fare quest’importante riflessione sull’inversione. Ecco quanto egli dice a proposito: «Nymphae flebant Daphnim extinctum funere crudeli. Voilà une simple narration. J’apprends que les nimphes pleurent, qu’elles pleuroient Daphnis, que Daphnis étoit mort etc., ainsi les circonstances venant l’une après l’autre ne font sur moi qu’une légère impression. Mais qu’on change l’ordre des mots, et qu’on dise:
extinctum nimphae crudeli funere Daphnim
flebant…
l’effet est tout différent, parce qu’ayant lu extinctum nimphae crudeli funere, sans rien apprendre, je vois à Daphnim un premier coup de pinceau, à flebant j’en vois un second, et le tableau est achevé… Tel est le pouvoir des inversions sur l’imagination». V. Essai sur l’orig. des connoiss. hum., tomo II, § 121, 122.
[2] Montaigne e La Fontaine sono i più grandi originali per questa sorte di stile.
[3] Il che, sia qui detto per incidenza, se si combini con un’altra opinione di valentuomini, essere il piacere nient’altro che una cessazione di dolore, potrebbe far nascere una terza ricerca: se il piacere umano consista in una determinata combinazione, o in un tale aggregato di sensazioni dolorose; se ogni sensazione sia originariamente e come tale spiacevole ed ingrata, e solamente una certa somma, più in un modo che in un altro unita, di queste producano il piacere, e di qual natura sia un tale aggregato. Questa ricerca potrebbe forse condurci a spiegare una quantità di fenomeni morali, e ad una più interiore analisi de’ nostri affetti e delle nostre passioni, ancorché arrivassimo a trovar falsa l’ipotesi, ed a risultati tutti contrari; perché, oltre che ci servirebbe di occasione d’internarci più addentro nella considerazione di noi stessi, noi moltiplicheremmo i punti di vista del vero medesimo, questa essendo forse una utilità non picciola dell’errore, cioè di dare una maggior estensione alla verità medesima, e di riconfermarla e ripeterla nella mente nostra per differenti strade e per opposte direzioni. Se il vero è semplice ed uniforme, se l’errore è vario e moltiplice, e se, come alcuno ha detto, ciò che ha di positivo è vero, la falsità essendo una semplice privazione, egli è certo che escludendo tali privazioni e cercando ciò che molti errori hanno di positivo e di comune, noi dovremmo necessariamente cader nel vero; del che non dubbi esempi ci forniscono gli aritmetici e i geometri coi loro metodi di falsa supposizione e di esclusione.
[4] Un valente medico, anatomico e filosofo, in un libro da lui per modestia intitolato Indice de’ discorsi anatomici, è arrivato per altra strada a presso a poco ai medesimi risultati.
Estratto del tomo quinto dei Mélanges di d’Alembert
Cesare Beccaria
ESTRATTO DEL QUINTO TOMO DEI «MÉLANGES» DI D’ALEMBERT
| Testo critico stabilito da Gianmarco Gaspari (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, II, 1984, pp. 313-346) |
MÉLANGES DE LITTÉRATURE etc., cioè Miscellanee di letteratura, di storia e di filosofia. Tomo 5°, in 8°, pagg. 608.
Il signor d’Alembert non è meno conosciuto nella repubblica letteraria come sublime mattematico di quello che lo sia per l’estensione delle cognizioni sue in tutte le parti della letteratura. I quattro tomi di Miscellanee già da esso pubblicati e molti articoli dell’Enciclopedia ne sono una sicura prova. Il quinto tomo delle Miscellanee, di cui ora ne intraprendiamo l’estratto, ne è un nuovo indubitabile argomento.
Le materie delle quali tratta sono tutte interessanti. Si estende a lungo sul calcolo delle probabilità e sull’inoculazione del vaiuolo. Vi sono delle riflessioni sulla poesia, sulla storia, e sulle differenti maniere di scriverla. V’è un’apologia dello studio, un discorso sull’armonia delle lingue e sulla latinità de’ moderni, v’è una giustificazione dell’articolo Genève dell’Enciclopedia. Ma sopra tutti vi sono de’ lunghi schiarimenti sugli Elementi di filosofia. Occupano tali schiarimenti la prima metà del tomo.
Gli Elementi di filosofia del signor d’Alembert, già molti anni sono pubblicati nel 4° tomo delle Miscellanee, aveano eccitato in tutt’i dotti il desiderio di vedere eseguita l’opera, in tutta l’estensione della quale è capace, secondo il piano da esso ideato. La speranza che questo grand’uomo data avea di forse volerne intrapprendere l’esecuzione faceva travvedere un’opera alla quale nissuna delle conosciute in questo genere sarebbesi potuta paragonare. Ma, occupato egli delle parti più sublimi della fisica e del calcolo, che va sempre con nuove scoperte avvanzando, come le molte di lui opere in questo genere pubblicate lo provano, e trattenuto dall’Enciclopedia, non ha avuto luogo a fermarsi ne’ dettagli elementari, né ad ordinare un corso completo di filosofia. In luogo di questo però egli ci presenta degli importanti schiarimenti e delle aggiunte a’ diversi luoghi degli Elementi di filosofia, ch’egli non ha creduti abbastanza esaminati, e ne fa sperare in breve de’ nuovi.
§ I. Schiarimento su ciò ch’è stato detto del difetto di concatenazione tra le verità.
Due inconvenienti arrestano o ritardano il progresso delle cognizioni umane: il poco numero di verità che possiamo scoprire ed il difetto di concatenazione e vicendevole dipendenza tra le verità conosciute. Questi due inconvenienti si fanno più o meno sentire secondo la natura degli oggetti su’ quali le verità s’aggirano. Nella metafisica, per esempio, il numero delle verità che conosciamo è piccolissimo: ma questo poco che noi conosciamo è molto bene concatenato, almeno in quella parte che riguarda lo sviluppo e la generazione delle idee. È la storia de’ nostri pensieri, che conosciuti, come lo sono, non abbisognano che d’un poco d’attenzione per vederne la serie e la concatenazione. Tutto il resto della metafisica poche verità chiaramente conosciute ci presenta. V’è da ogni parte oscurità, e molte volte una contraddizione tra le stesse verità che crediamo di chiaramente conoscere, la quale, quantunque apparente, pure non lascia d’essere forte a’ nostri occhi.
In fisica l’esperienza e l’osservazione ci fanno conoscere tutto dì assai verità, delle quali molte lasciano scorgere l’unione che tra esse v’è. Noi conosciamo per esempio il rapporto tra la gravità de’ corpi e la forza che trattiene i pianeti nelle loro orbite. Ma in altri casi noi non vediamo l’unione delle verità che d’una maniera imperfetta. Tale è l’analogia tra la gravità e l’attrazione de’ tubi capillari. Forse l’una e l’altra da uno stesso principio derivano: ma come chiarirsene? Di molte verità ne vediamo l’unione senza poterne dubitare ma senza scorgerne i principii, come del rapporto tra la voce, la barba e le parti della generazione; e delle diverse proprietà della calamita, in apparenza così poco analoghe, ma pure in uno stesso corpo riunite e capaci d’alterazione. Questi e mille altri esempi bastano per dimostrare il difetto di concatenazione, che pur troppo è frequente nelle verità fisiche.
La morale è forse la più completa di tutte le scienze, quanto alle verità che ne sono i principii e quanto alla concatenazione d’esse. Tutto vi è fondato su una sola verità di fatto, ma incontestabile, sul vicendevole bisogno che gli uomini hanno gli uni degli altri, e su i doveri reciproci che questo bisogno loro impone. Tutte da questa verità se ne derivano con una necessaria concatenazione le regole della morale, ed ogni questione ritrova in noi una sicura risoluzione, malgrado la difficoltà di rinvenirla sovvente dall’intreccio delle diverse passioni tra di loro formata. Il nostro interesse ben inteso è sempre l’unico principio di tutt’i doveri morali. Le verità sono nella morale molto più concatenate che nella fisica, né vi regna l’oscurità che quasi tutta involge la metafisica.
V’ha un genere di verità che il signor d’Alembert chiama isolate e galleggianti, perché d’esse non si vede il rapporto colle altre conosciute, che anzi sovvente formano delle contraddizioni colle verità più generali, contraddizioni che però devono essere apparenti dove tutto si crede fatto secondo leggi le più generali e le più semplici. Tali sono le qualità delle piante dette sensitive, la moltiplicazione di certi animali senza che s’accopino, la riproduzione delle gambe tagliate de’ granchi, la maggiore accortezza ed industria di certi animali ed insetti sugli altri ecc.
Noi di tali verità poco uso possiamo fare per l’avvanzamento delle cognizioni. Ma non devono però trascurarsi quando s’incontrano. Forse da una di loro o dalla combinazione d’esse può venirci qualche lume che ci aiuti a discoprire i più intimi principii e le eterne leggi del sistema universale.
§ II. Su ciò che detto si è sulle idee semplici, e sulle definizioni.
Entra il signor d’Alembert in una dettagliata analisi sull’origine delle idee astratte, ed osserva essere ogni lingua abbondantissima di idee astratte. Osserva che le idee semplici, che definire non si possono, sono quelle che non si possono decomporre in altre, che però possono generalizzarsi. Così idee semplici, attaccate alle parole vedere, intendere, toccare ecc., producono l’idea più generale di sensazione. S’estende egli a lungo sulle definizioni e ne dà de’ precetti molto utili, considerandone sotto un nuovo aspetto la formazione. Con questa occasione egli fa sentire l’imperfezione delle nostre lingue, nelle quali adoperiamo delle espressioni figurate per esprimere e comunicare agli altri le nostre idee. Ma come sbandire dalle lingue una sì fatta maniera di parlare? Egli bisognerebbe rifonderle affatto, bisognerebbe potersi mantenere sempre ad un’uguale distanza dagli oggetti, bisognerebbe trovare in tutti gli uomini un’uguale sensibilità; infine bisognerebbe che gli uomini tutti fossero colle uguali disposizioni, ed affatto simili. Il signor d’Alembert ha per questo ragione di consigliare almeno nelle scienze la più grande attenzione, perché lo stile sia il meno che si può figurato. Ché se questo sia malagevole, s’adoperino prima i termini ricevuti, poi lentamente si prepari e se ne faccia la riforma.
§ III. Su ciò che è stato detto sulle verità chiamate principii.
Forse quelle verità, che noi riguardiamo come basi di altre, non sono esse pure che conseguenze lontanissime d’altri principii più generali, e forse troppo sublimi per esser scorti da’ nostri deboli sguardi. Tutte le proprietà de’ corpi sono ciò che noi scopriamo nella materia. Ma cosa è l’essenza intima della materia? Questo lo ignoriamo. Conosciamo molte cose, nella metafisica, che riguardano la maniera della quale la nostra anima si fa conoscere. Ma ne ignoriamo perfettamente la natura. La stessa oscurità è nella morale. Noi non sappiamo né il perché né il come di niente: pure, fino a qual punto dovrebbero rimontare le nostre cognizioni per elevarsi fino a’ veri principii di tutte le verità, o pratiche o speculative? Forse tutto nell’universo ha un vicendevole rapporto ed un solo principio conosciuto; forse tutta ci aprirebbe la scena dell’universo; forse allora la nostra fatica nell’esame della natura si ridurrebbe ad un solo sviluppo, ed in luogo di conoscere qualche isolata verità, come ora facciamo, tutto chiaramente vedremmo. Noi siamo in una profonda ignoranza, e ci lusinghiamo di poterne sortire. Ci rivolgiamo inutilmente da tutte le parti sulla speranza che qualche passaggera e debole luce ci fa concepire.
§ IV. Su ciò ch’è stato detto su i principii del secondo ordine.
Le verità hanno una vicendevole dipendenza tra loro. La cognizione d’una suppone spesso la precedente cognizione di altre, ed una spesso conduce alla conoscenza di molte. Le verità necessarie alla cognizione d’ogni altra addimandansi verità del primo ordine; quelle che dipendono da altre, ma che ne hanno di quelle che da loro dipendono parimente, sono verità del secondo, terzo ecc., ordine, relativamente alle precedenti con cui si paragonano.
§ V. Vi fa vedere il signor d’Alembert che l’arte del ragionare si riduce al solo paragone delle idee.
Sovvente il grande apparato de’ sillogismi non è che una maniera di coprire la propria debolezza.
§ VI. Schiarimento su ciò ch’è stato detto sull’arte di conghietturare.
Nell’arte di conghietturare se ne possono distinguere tre parti. La prima è l’analisi delle probabilità ne’ giuochi d’azzardo, che è sottoposta alle certe regole del calcolo. La seconda è l’estensione che della analisi detta si fa a diverse questioni relative alla vita comune, come sono quelle delle assicurazioni marittime, della durata della vita d’un uomo, de’ vitalizi, ecc. La differenza sola che passa tra il primo genere di conghiettura ed il secondo si è che le combinazioni matematiche nel primo bastano, e nel secondo si richiedono le osservazioni e delle lunghe sperienze per conoscere il numero de’ casi, e per conseguenza fissarne la probabilità. In questa seconda maniera di conghietturare è applicabile il calcolo, e solo ne’ fatti che servono di principio può cadere difficoltà. La terza parte dell’arte di conghietturare ha per oggetto le scienze, sulle quali è impossibile di giungere alla dimostrazione, e che d’altra parte necessariamente abbisognano dell’arte stessa di conghietturare, quali sono la fisica, l’istoria, la medicina, la giurisprudenza e la scienza del mondo, per la quale il signor d’Alembert intende l’arte di condursi con gli uomini, di modo d’averne nel loro commercio il maggiore avvantaggio possibile senza offendere la morale. Questa terza parte del conghietturare è l’oggetto del presente schiarimento.
«In fisica l’arte di conghietturare può avere per fine o di trovare la cagione de’ fatti che l’esperienze e le osservazioni ci scuoprono, o di condurci alla scoperta di nuovi fatti che aggiungano qualche grado di perfezione alle cognizioni che noi abbiamo su’ fenomeni della natura». Di questa seconda maniera si adopera più utilmente, e se fortunatamente qualche nuova analogia fra i fenomeni si scorga, grandissimo avvantaggio se ne ha per avvanzare nelle cognizioni.
Ma perché mai sono così lenti i progressi nella fisica, dove pare che l’arte di congetturare debba condurre a de’ rapidi progressi’ Questa è una fatalità attaccata quasi a tutte le cose umane, che o le scoperte utili o le verità o i piaceri sono tra di loro separati e divisi, e de’ secoli vi sono di mezzo tra le cose che sembrano avere la più stretta analogia.
La maniera di profittare il più che è possibile delle cognizioni che abbiamo per acquistarne delle nuove si è di paragonare il maggior numero di fatti che si può, esaminarne i rapporti, e da essa, secondo le cognizioni chiare che precedentemente si hanno, partire per ispiegare degli altri fatti, e per scoprirne de’ nuovi, ciò che si chiama ragionare per analogia. Questa maniera è utilissima, ciò non pertanto di difficile applicazione, giacché di leggieri su delle apparenze o delle superficiali differenze è facile il concludere e l’ingannarsi: per esempio, l’esser opachi i pianeti ed analoghi alla terra ci fa credere che siano abitati. Sarà ella legittima questa conseguenza fondata sulla sola opacità? Si disputa ancora se la luna, tanto a noi vicina, abbia atmosfera, se l’abbia simile alla nostra. Questo sol punto di diversità farebbe mancare tutte le conseguenze, che su una supposta universale analogia sono fondate. Se si suppongano i pianeti abitati, perché non saranno abitate le comete? Ma come concepire che la cometa del 1680, per non parlare delle altre, possa esser abitata? Se questa cometa dunque non è abitata, perché lo saranno le altre? E se le comete non sono abitate, perché lo saranno i pianeti? Ma se i pianeti e le comete non sono abitati, perché sono elleno corpi opachi, e non astri luminosi da se stessi? Non cerchiamo dunque d’indovinare ciò che succede negli immensi globi che tanto sono distanti dalla nostra immensa terra. Contentiamoci dunque d’ignorare quasi interamente ciò che succede attorno a noi nel nostro piccolo globo, e proporzioniamo i nostri studi e la nostra applicazione a’ bisogni nostri.
La circospezione nell’usare della fisica per ispiegare de’ fatti e fenomeni conosciuti deve essere ancora più grande. Allora gli argomenti d’analogia sono più pericolosi, perché meno cautamente s’avvanza su delle supposizioni troppo spesso arbitrarie e su d’una apparente analogia di fenomeni. Eccone degli esempi. Allorché deve piovere, l’aria è più caricata di vapori: per conseguenza deve far alzare il barometro. L’inverno è la stagione nella quale deve cadere gragnuola in maggior quantità. Spiegazione. L’atmosfera in inverno: egli è evidente che in questa stagione devono indurarsi di più le gocciole d’acqua attraversandola, e per conseguenza deve essere maggior gragnuola. Queste spiegazioni sono per disgrazia smentite dal fatto, e sono un avviso a’ fisici di quella moderazione che tanto dovrebbe essere necessaria anche nelle scienze e nel desiderio d’avvanzare.
Sono infiniti gli esempi che potrebbero addursi, e molti di fatto ne adduce il signor d’Alembert di questo genere; ma credo che possano gli ora citati bastare a convincere i filosofi ed i fisici ragionatori ch’è importante l’essere sempre attento e l’usare d’una certa modesta diffidenza su’ fatti che credono di spiegare, poiché sovente in luogo d’una dimostrazione si può dare una teoria assurda, come s’è veduto.
Quegli errori che non si fermano nelle sole speculazioni sono di molta maggiore conseguenza, come per esempio nella medicina. È la medicina sistematica un vero flagello del genere umano. Dovrebbe la medicina solo consistere in fatti bene avverati ed in osservazioni ben dettagliate. La medicina, ossia l’arte di guarire gli uomini dalle loro malattie, è molto difficile ed assai limitata. Forse s’ostina la natura a nasconderci i suoi secreti, forse non sappiamo abbastanza interrogarla. L’arte di conghietturare, in medicina tanto necessaria e tanto pericolosa, non deve certamente consistere in una serie di raziocini fondati su d’un vano sistema. È l’arte di paragonare una malattia che si vuol guarire con altre già conosciute. È l’arte di conoscerne i rapporti e le differenze, o vere od apparenti. Più s’avranno de’ fatti, più sicure e felici ne saranno le conghietture. Non è dunque migliore quel medico che ciecamente accumula una grande pratica, ma quello che bene ed attentamente osserva, e che alle proprie osservazioni unisce quelle fatte in tutt’i secoli da uomini animati dallo stesso spirito, ch’esso lo è. Queste osservazioni sono la vera sperienza del medico; esse gli offrono mille volte fatti di più di quello che la propria pratica possa somministrargli, e per conseguenza esigono da lui, per essere studiate, un tempo che la propria pratica non deve interamente assorbire. Egli è bensì vero che alla pratica altrui deve essere unita anche la propria. Ma in ogni caso un medico che non abbia mai praticato, e che abbia impiegato il suo tempo a studiare ed a rendersi proprie le osservazioni de’ suoi predecessori, è preferibile ad uno che non abbia che la sua pratica o poco più. L’esempio di Lucullo, che colla sua lettura e meditazione sulle opere altrui divenne nel tempo del viaggio un gran generale e sconfisse il tanto formidabile Mitridate, ne è una prova. De’ grandi medici sono essi pure di questo parere. Io preferirei, diceva Rhases, un medico dotto che non avesse mai veduti de’ malati a un pratico che ignorasse ciò che gli altri prima di lui insegnarono. Il primo avrebbe senza dubbio più materiali che il secondo per conghietturare felicemente, giacché la disgrazia del genere umano vuole che un medico non possa che conghietturare.
Se l’arte di conghietturare è quasi l’unica risorsa della medicina, è essa anche nella giurisprudenza sovente necessaria, per determinare se un tale caso cada sotto la legge. Il giudice può rincontrare due sorti di difficoltà in questo: 1°, l’insufficienza delle prove; 2°, la differenza, o reale o apparente, del caso proposto da quello espresso dalla legge. Alle volte queste due difficoltà si riuniscono e rendono più difficile ed imbarrazzata la decisione. Quando dunque il giudice è obbligato a ricorrere alle conghietture, ciò che spesso pur troppo accade, deve essere cauto e riservato, e deve tanto più esserlo quanto più le materie sono gravi ed importanti, e sopra tutto quando si tratta dell’onore e della vita degli uomini. Una cosa che fa ribrezzo si è che, per infliggere la pena di morte, la pluralità d’una o di due voci sia bastante. Una pluralità sì poco considerabile non è ella una prova che il delitto non è avverato? E potrà privarsi di vita un uomo, quando il suo delitto non è chiarissimo? Dovrebbero ricordarsi, quelli che sono alla testa delle nazioni, essere meno funesto il perdonare ad un colpevole che punire un innocente.
Passiamo all’arte di conghietturare nella storia. Quest’arte ha per base la soluzione d’una questione, di cui l’uso s’estende al di là della storia stessa; soluzione che può essere sottoposta a delle regole, delicate però nella applicazione: intendo della probabilità de’ testimoni e del grado di fede, più o meno grande, ch’essi meritano.
È regola generale che, quando la probabilità d’un fatto è appoggiata sul semplice testimonio verbale, di generazione a generazione essa diminuisce, a misura che si allontana il tempo nel quale il fatto è accaduto. Ma quando un fatto è trasmesso per iscritto tutto si riduce a sapere se l’opera che lo trasmette non è né apocrifa interamente né alterata, perché allora tale opera deve avere quella stessa fede che meriterebbe l’autore, se egli stesso raccontasse il fatto. Supponendo dunque che l’opera non sia né apocrifa né alterata, tutto si riduce a veder quale stima e qual grado di fede meriti l’autore stesso. Deve però in questo osservarsi che, più un fatto è difficile a credere, maggiore esame v’abbisognerà per accertare che il libro sia stato scritto nel tempo in cui ciò si suppone: ciò che è molto più necessario se lo scopo dello scrittore si scorga essere nel raccontare prodigi, ed i di lui sforzi di cambiare la maniera di pensare degli uomini su’ punti importanti. Affine di prestare fede ad un’opera scritta in tempi passati è indispensabile che una serie di testimoni non interrotta ne attesti la realtà. Poiché se tra l’opera ed il primo testimonio scritto vi sia una lacuna formata da semplice tradizione orale, allora la realtà dell’opera diverrebbe più dubbia, in ragione della durata di tale lacuna. In fine, più i testimoni in iscritto s’allontanano dal nostro secolo, ascendendo, più la realtà di tali testimoni è difficile a provare. Queste regole sono alla verità assai severe, ma sono indispensabili per non ingannarsi. La circospezione è mai bastante a garantire dalla seduzione e dagli inganni sulle cose passate.
L’arte di conghietturare nella condotta della vita, in mezzo a regole incertissime, ne ha una sicura. Si è l’amor proprio, l’interesse ed il desiderio del nostro ben essere a preferenza di quello degli altri. È questo il grande mobile di tutto il genere umano. Il saper avere de’ riguardi per l’amor proprio altrui, l’urtargli il meno che è possibile, il risparmiare le loro passioni favorite, il non incrocicchiargli ne’ loro disegni od interessi, il fare tutto ciò di modo che o non s’avvedano o se ne avvedano il meno che si può, si è lo scopo dell’uomo che sa vivere, ed il fine di tutte le conghietture.
Nella politica è molto più difficile l’uso dell’arte di conghietturare. Come stimare tutti gl’interessi, tutte le passioni, tutt’i desideri d’una società? Come mai appigliarsi ad una determinazione che unisca il massimo interesse del maggiore numero? Nell’arte della guerra, come nella politica e nella medicina, è difficile il cogliere giusto. La complicazione de’ principii nasconde spesso la verità.
§ VII. Schiarimento su ciò ch’è stato detto sull’analisi de’ nostri sensi e di ciò che ciascuno d’essi può farci conoscere.
È da lungo tempo dibattuta questione se il solo senso della vista possa farci conoscere, indipendentemente dal tatto, l’esistenza degli oggetti da noi differenti. Il signor d’Alembert ne è persuaso. Egli è certo, secondo esso, che la vista ci dà una chiara idea della estensione, e molto più prontamente del tatto, poiché la diversità della riflessione de’ raggi più prontamente e più perfettamente del tatto ci fa conoscere la contiguità e nello stesso tempo la distinzione delle parti nelle quali consiste propriamente l’estensione. La diversità d’impressione degli oggetti diversi dal nostro corpo, e del nostro corpo stesso su di noi, sono pel signor d’Alembert un principio per provare largamente il di lui assunto. Entra con questa occasione in dettaglio sul numero de’ sensi e sulla estensione loro. Parla del senso da esso chiamato interno, e sembra fissare la sede del sentimento alla regione dello stomaco, forse al diaframma, dove la fissa il signor Buffon, ed il cervello stabilisce essere la sede de’ pensieri.
§ VIII. Schiarimento su ciò ch’è stato detto della distinzione dell’anima dal corpo.
La questione della distinzione dell’anima dal corpo è difficile e d’oscurissima indagine. Tra un pezzo di marmo e ciò che compone il corpo umano appena si scorgono delle differenze fisiche di fluidità, durezza ecc.: differenze che sempre divengono minori, se una ben intesa macchina si paragoni col corpo umano. Ciò non ostante è certa cosa esservi un essere distinto dalla materia, che costituisce il principio pensante in essa. Niente v’è, tra tale principio pensante e la materia, di comune. Le difficoltà che contro alla distinzione ora fissata si fanno sono puramente speciose.
La insussistenza di que’ raziocini è tanto chiara, che noi ci dispensiamo col signor d’Alembert dal rispondere ad essi. Quand’anche la Scrittura in nissun luogo chiaramente enunziasse la spiritualità dell’anima, sarebbe tuttavia dimostrata perché la dichiara tale la Chiesa, che supplisce alla Scrittura quando o non si spiega punto o non si spiega abbastanza. Quante verità vi sono, sulle quali noi non potremmo mai sicuramente parlare, senza un tale infallibile oracolo!
Altre difficoltà d’una soluzione difficile, e che dipendono dalla distinzione dell’anima dal corpo, sono nello spiegare l’ineguaglianza degli spiriti, la sede ed ubicazione dell’anima stessa, il di lei modo d’agire. Tali questioni, che non sono d’alcuna utilità pratica e che perciò non dovrebbero occupare gli uomini, non ammettono che una risposta: Dio sa cosa ha fatto e cosa ha voluto, la quale, quantunque non dia de’ maggiori lumi, è però la sola che può darsi.
§ IX e X.
I diversi sensi de’ quali una parola è suscettibile, l’inversione e l’indole diversa delle lingue, sono le materie sulle quali s’aggirano questi due paragrafi. La grammatica meritava certamente d’occupare, come da lungo tempo lo fa, i più grandi uomini. Le etimologie, le origini, i rapporti delle diverse parole tengono strettamente alle origini delle idee ed allo sviluppo delle facoltà. Una lingua bene conosciuta serve infinitamente ad indagare la marcia dello spirito umano nelle cognizioni, ed a determinare il grado di fervore e d’immaginazione che si ha in un paese. D’altra parte, una lingua bene analizzata giova a schivare infiniti errori che o l’incostanza delle idee attaccate a tali parole o la poca loro precisione fa nascere. Noi non seguiremo il signor d’Alembert ne’ dettagli ne’ quali entra; ci basta solo d’avvertire ch’è molto interessante la digressione ch’esso fa sul rapporto tra la musica e le lingue, del quale ei parla nel § 9.
§ XI, XII, XIII. Sugli elementi d’algebra e di geometria e sulla applicazione dell’algebra alla geometria.
Gli elementi delle scienze sono i libri i più importanti e, per mala sorte, i più negligentati. Nella geometria stessa, in mezzo alla sterile abbondanza d’opere di tal sorta, si manca d’un libro d’elementi bene eseguito. Il principale difetto di tal genere d’opere, dal quale tutti gli altri ne derivano, si è che le idee vi sono poste fuor di luogo e fuori dell’ordine loro più conveniente. Quindi sovente bisogna supporre per vero ciò che di fatti abbisogna di dimostrazione, e per lo più si fanno delle dimostrazioni poco rigorose, laboriose e complicate di ciò che con grande semplicità potrebbe dimostrarsi. Il signor d’Alembert entra a questo proposito in un esame sulle definizioni delle parallele, della linea retta, dell’angolo, della maniera d’esprimersi nella misura e risoluzione d’un rettangolo, della enunciazione del rapporto tra il quadrato d’un lato del triangolo rettangolo equicrure e la diagonale. Egli fa vedere e l’insufficienza delle definizioni date fin qui e la poca esattezza delle espressioni che s’adoperano, la quale spesso è cagione d’errori.
Non sono diverse le cagioni che fanno desiderare de’ migliori elementi d’algebra. Il signor d’Alembert si stende a lungo nel provare l’avvantaggio della maniera d’esprimere i rapporti delle quantità con i caratteri algebrici, ciò che principalmente ha un comodo nelle quantità sorde, nell’esprimere più chiaramente il risultato delle operazioni analitiche e nel maneggiare le quantità negative, le quali, colla quantità delle soluzioni che somministrano ne’ diversi problemi, sono una prova della ricchezza, della fecondità e della preferenza che merita l’algebra.
L’applicazione di questa alla geometria è una di quelle felici ed utili scoperte che hanno aperto un campo immenso a ritrovare nuove verità. Ne dà anche di questa un saggio il signor d’Alembert nel § XIII, a fine di non lasciar niente senza averne date delle idee chiare e precise.
§ XIV. Schiarimento su i principii del calcolo infinitesimale.
Per avere una giusta idea di ciò che i geometri chiamano calcolo infinitesimale, egli conviene definir bene prima d’ogni altra cosa la parola infinito. Questa non esprime altro che la nozione d’indefinito, o sia d’una quantità di cui non si considerano i limiti, facendone anzi astrazione da essi. «Questa nozione fa abbastanza conoscere che l’infinito, quale l’analisi lo considera, è, a parlare propriamente, il limite del finito, cioè il termine al quale il finito tende sempre senza mai arrivarvi, ma al quale si può supporre che sempre s’accosti, quantunque mai vi giunga. Ora, è sotto questo punto di vista che la geometria e l’analisi bene intese considerano l’infinito: ciò che un esempio farà vedere agevolmente. Suppongasi la seguente serie di frazioni all’infinito: 1/2 1/4 1/8 1/16 ecc., e così di seguito, sempre scemantesi della metà. È provato da’ matematici che la somma di questa serie di numeri, se suppongasi portata all’infinito, è uguale all’unità». Ciò che vuol dire che il numero 1 è il limite della somma di questa serie di numeri. Se una serie crescente dall’unità si supponga come 1, 2, 4, 8, 16 ecc. fino all’infinito, con questa espressione s’intende che più termini saranno presi in questa serie più la somma ne sarà grande, e ch’essa può essere uguale ad un numero qualunque, per grande ch’esso sia.
Con tali nozioni bene determinate fanno schifare infiniti errori, e facilmente si formano tutte le idee tanto combattute nel principio del presente secolo su i diversi ordini degli infiniti e sulla realtà e verità de’ calcoli differenziale ed integrale. Il signor d’Alembert fa su questi oggetti diverse riflessioni che i confini di questo estratto non permettono di qui analizzare, ma che non lasciano d’essere interessanti.
§ XV. Sull’uso ed abuso della metafisica nella geometria ed in generale nelle scienze matematiche.
«La metafisica, secondo i diversi punti di vista sotto i quali può riguardarsi, è la più futile o quella che più soddisfa delle umane cognizioni. Quella che più soddisfa, quando essa non considera che oggetti i quali sono alla di lei portata; quando essa gli analizza con nettezza e precisione, e ch’essa non s’eleva in tale analisi al dissopra di ciò ch’ella conosce chiaramente di questi stessi oggetti. La più futile, quando orgogliosa ed oscura s’immerge in considerazioni superiori alli di lei sguardi, quando ella disserta sugli attributi di Dio, sulla natura dell’anima, sulla libertà e su altri oggetti di questa sorta». Lasciate dunque per sempre da banda per la metafisica queste ultime considerazioni, facciamone col signor d’Alembert l’applicazione della metafisica alla geometria. Per questo bisogna innanzi tutto farsi delle esatte nozioni dell’estensione, della linea, d’un solido, d’una superficie, del punto, della linea retta ecc. Forse questa precisione sola servirebbe a togliere di mezzo le questioni geometriche che hanno divisi i giudizi de’ matematici, come lo è quella dell’angolo del contatto, ed altre, le quali con tanto scandalo si sono elevate in una scienza dove si pretende che la sola evidenza abbia luogo.
L’uso della metafisica può parimente impedire, nella soluzione de’ problemi, diversi degli errori che sovente hanno ingannati e tuttora ingannano molti: tale è la soluzione del problema sulla linea della più breve discesa, che a prima vista pare una retta ma che poi, ben pensate tutte le cose, si trova essere una curva, la cicloide.
La metafisica può giovare ancora a rendere facile la soluzione di problemi difficili, col ridurne la questione agli ultimi termini e con la separazione di quelle condizioni che inutili sono e superflue. Ma è principalmente nel calcolo infinitesimale che l’uso e l’abuso della metafisica si fa sentire. Non v’è opera nella quale si veda un abuso maggiore della metafisica più che negli Elementi della geometria degli infiniti del signor di Fontenelle, opera tanto più pericolosa nella lettura a’ giovani geometri, quanto che i sofismi vi sono presentati colla maggiore eleganza e semplicità. La grande sorgente degli errori del signor Fontenelle è d’aver voluto realizzare l’infinito, e d’averne così fatta la base de’ suoi calcoli, in luogo di riguardarlo come il limite al quale il finito non giunge giammai.
§ XVI. Schiarimento di ciò che s’è detto negli Elementi di filosofia sullo spazio e sul tempo.
«I filosofi addimandano se lo spazio ha una esistenza indipendente dalla materia, e se il tempo ha una esistenza indipendente dagli esseri esistenti. Vi sarebbe egli spazio, se non vi fossero i corpi? Vi sarebbe una durata, se niente esistesse? Queste questioni vengono fatte perché si suppone allo spazio ed al tempo una realtà ch’essi non hanno».
Se si considerano tre corpi vicini, de’ quali successivamente uno si tolga e si rimetta dal luogo dov’esso era, nascerà ora uno spazio penetrabile, ora impenetrabile. Questa successione di creazioni, distruzioni di spazio ora penetrabile ora impenetrabile, sono un assurdo, supponendo lo spazio reale; dunque lo spazio non è che una semplice capacità. In questo raziocinio del signor d’Alembert v’è una supposizione: che la natura dello spazio sia identica a quella de’ corpi, e che ad uno spazio sia impossibile l’essere compenetrato colla estensione d’un corpo e d’esserne successivamente separato. Chi sostiene la esistenza dello spazio assoluto, sostiene che la natura dello spazio è diversa da quella comune maniera di esistere che vediamo nella materia. Forse il principio dal quale parte il signor d’Alembert per sostenere il suo assunto non ha tutta la precisione. Il tempo non è che la misura della successione delle nostre idee, dice il signor d’Alembert: dunque se non esisteranno idee, corpi e moto, de’ quali esso pure misura l’esistenza, non vi sarà tempo. In questo raziocinio si vede parimente la stessa mancanza di precisione che su quello che riguarda la natura dello spazio.
In tutti questi schiarimenti vi sono delle eccellenti cose, e degne del celebre autore. Segue ad essi una memoria che ha per titolo Questioni e dubbi sul calcolo delle probabilità. Ne daremo un’idea. I più grandi geometri si sono applicati a’ calcoli di probabilità. Sono in questa parte assai conosciute le fatiche di Moivre, Montmort e de’ Bernoulli. Il signor d’Alembert ha dubitato della verità de’ principii che servono in questa materia di base al calcolo, ed ha comunicati al pubblico i suoi dubbi nel tomo secondo de’ suoi opuscoli matematici. Tali dubbi non sono stati ricevuti favorevolmente da alcuni geometri. Per questo il signor d’Alembert ha travagliata la presente memoria, a fine di mettere alla portata comune una sì difficile materia ed interessare il pubblico a giudicare della verità de’ dubbi da esso proposti.
Il calcolo delle probabilità è fondato su questa supposizione: che tutte le differenti combinazioni d’uno stesso effetto sono ugualmente possibili. Per esempio, se si getta una moneta in aria si suppone ugualmente possibile che cento volte venga croce di seguito, o che croce e lettera s’abbiano alternativamente, o secondo qualunque successione arbitraria. Questi due casi sono ugualmente possibili, parlando matematicamente; ma la difficoltà non consiste in questo. Si tratta di sapere se questi due casi possibili matematicamente lo siano ancora fisicamente e, nell’ordine delle cose, si tratta di sapere se sia del pari fisicamente possibile che lo stesso effetto s’abbia cento volte di seguito, che questo stesso effetto sia mischiato con altri, secondo quelle combinazioni che si vorranno.
Pietro giuoca con Paolo a croce o lettera, con questa condizione, che se Paolo farà croce al primo colpo, darà uno scudo a Pietro; s’egli farà croce al solo secondo colpo, gliene darà due scudi; se non farà croce che al terzo colpo gliene darà quattro; se al solo quarto gliene darà otto, e così di seguito, finché venga croce. Si domanda: la speranza di Paolo, o, ciò ch’è la stessa cosa, cosa deve dare a Pietro, avanti che il giuoco cominci, per giuocare con esso a giuoco eguale? Le formole conosciute del calcolo delle probabilità fanno vedere che, se Pietro e Paolo non giuocano che in un colpo, Paolo deve dare a Pietro un mezzo scudo; se in due colpi, Paolo deve dare a Pietro due mezzi scudi; se in tre colpi, tre mezzi scudi; se in quattro colpi, quattro mezzi scudi ecc. Egli è chiaro che secondo questa legge, in un numero di colpi indefinito, o sia se il giuoco non deve cessare se non venendo croce, come si suppone – ciò che può, parlando matematicamente, non succedere mai, – Paolo deve dare a Pietro una somma infinita. Nissun matematico mette in dubbio questa conseguenza; ma nissuno v’è che non ne senta il risultato assurdo, e nissun giuocatore certamente farebbe questo giuoco per 50 colpi.
Molti grandi matematici si sono sforzati di risolvere questo caso singolare; ma le loro soluzioni, che non sono uniformi, provano quanto questa questione sia imbarazzata. Basta questo saggio per far vedere la difficoltà del calcolo delle probabilità. Non possiamo seguitare il signor d’Alembert in tutta la estensione di quanto egli dice: contentiamoci d’avere indicata una delle principali difficoltà di fatto contro i principii ricevuti. L’uso della geometria ha giovato all’ingegno umano nella scoperta di molte verità; ma l’abuso d’essa e del calcolo non hanno fatto che produrre errori più difficili a riconoscere, per l’asprezza de’ calcoli stessi poco accessibili alla più parte de’ pensatori stessi.
Viene in seguito una memoria che ha per titolo Riflessioni sulla inoculazione. Essa è la stessa che l’autore ha pubblicata negli opuscoli matematici, accresciuta però del doppio per le aggiunte che vi ha fatto. Esamina egli i principii de’ calcoli su i quali il signor Daniele Bernoulli ha trattata questa materia, e gli confuta. Sono due grandi avversari, ed in verità, malgrado la di lui eloquenza, il signor d’Alembert non pare che si svolga in questa parte del tutto dalle opposizioni che i principii del signor Bernoulli gli formano. Il rimanente di questa memoria tratta sotto tutti gli aspetti l’inoculazione, ed è in tutte le parti degna del di lei autore. Noi ci dispensiamo dall’entrare in dettagli di sorta veruna, perché ne’ nostri estratti abbiamo già tante volte parlato dell’inoculazione, e si hanno dette tante cose, che poco di nuovo vi sarebbe in questa memoria per i lettori, eccettuatane la parte che risguarda il calcolo, di cui non è possibile di bene e con brevità darne un estratto.
Riflessioni sulla poesia.
Perché mai nella sola gioventù si gustano generalmente le dolcezze della poesia? Dipende ciò dalla età ovvero è un difetto della poesia? È ella questa una prova che colla età si diviene più ragionevole, ovvero che si diviene insensibile? Non si può dire che questo venga dall’incallimento degli organi dell’udito, giacché questa insensibilità che s’ha col tempo per la poesia non s’ha ugualmente per la musica, la quale unicamente dipende dalla organizzazione dell’orecchio. Tale discredito però della poesia non ricade che in piccola parte su i grandi uomini che l’hanno illustrata. Il genio, l’estensione delle idee, la grandezza e la sublimità delle cose sono i soli caratteri della poesia che può aspirare a non perdere di pregio col tempo o ad essere dimenticata. La filosofia, tanto coltivata nel presente secolo, si sforza d’inspirare il gusto delle letture utili e di riunire col vantaggio la grazia, per rendere di questo modo i piaceri più reali e più durevoli. Da questi principii il filosofo parte per giudicare delle opere di poesia. Per esso il primo merito d’ogni scrittore è quello de’ pensieri. La poesia aggiunge a questo merito quello della difficoltà vinta nella espressione. Ma questo merito secondario, quantunque molto pregievole quando s’unisse al primo, non è che uno sforzo puerile quando questo versa su degli oggetti futili.
La vera poesia, quella che sola merita questo nome, sdegna non solamente le idee popolari e basse, ma ancora le idee ridenti e graziose, se esse sono triviali e ribattute. Niente v’è di più fino e pieno di verità che le finzioni della vecchia poesia: ma niente v’è oggi di più comune e volgare. Quello che il primo ha dipinto l’amore sotto la figura di fanciullo colle ali e cogli occhi bendati ha mostrato molto spirito; ma non ve ne ha punto a ripetere lo stesso. A ragione Anacreonte ci piace, perché è stato o si crede il creatore di quel genere di poesia che è suo particolare: ma in un genere così semplice, dove quello che inventa l’esaurisce, l’originale è qualche cosa, e le copie non sono niente.
Poiché la poesia è un’arte d’immaginazione, non v’è più poesia quando non si fa che ripetere ciò che gli altri hanno detto. Ella è cosa conosciuta che le frasi poetiche sono insopportabili e noiose nella prosa. Questo è perché la ripetizione di frasi d’un linguaggio inventato da 3000 anni in qua non può non essere noiosa. Nella poesia stessa gli autori che hanno genio non ne fanno più uso.
Questo è parimente vero di molte particolari sorti di poesia. Nel genere pastorale, dopo quello che hanno scritto Teocrito, Virgilio e Fontenelle, appena si può leggere qualche cosa senza noiarsi. Anzi, le egloghe e gli idili, dove puramente si trovano le fredde e tanto conosciute descrizioni campestri, poco v’è che aguzzi il piacere. La più interessante delle egloghe di Virgilio è quella di Corydone ed Alessi. Ciò non pertanto quello sicuramente non è un genere pastorale.
Perché però l’indifferente del secolo sull’egloga è ella comune anche alla poesia lirica, all’ode? Il carattere della poesia lirica è la grandezza e l’elevazione delle idee. Ogni ode che soddisfaccia a queste condizioni è sicura de’ suffragi favorevoli. Ma i pensieri sublimi sono rari, né possono essere suppliti colla magnificenza delle parole, troppo sterili quando le cose non vi corrispondono, né con quel bello disordine che finora non s’è definito bene, né con delle triviali invocazioni che non sono esaudite, né con un comandato entusiasmo, che sembra annunciare una folla d’idee e che non ne produce alcuna.
In una parola, il carattere unico, la legge imposta alla poesia nel presente secolo, si è che i versi non si vogliono riconoscere per buoni se non quando reggono anche essendo tradotti in prosa, e si trovano eccellenti. Non dico per questo che de’ versi prosaici, quantunque felice ne fosse il pensiere, possano essere apprezzati. L’uomo di gusto esige nel verso una espressione nobile e scelta, senza essere troppo ricercata, ed un’armonia dolce, dove non si conosca la difficoltà e lo studio per riuscirne.
Il raffreddamento dunque sulla poesia quando l’età cresce non è una conseguenza del disprezzo ch’ella meriti, ma, al contrario, è una conseguenza di quella idea di perfezione che vi si attacca. È perché colla sperienza e colle riflessioni s’è conosciuta la distanza enorme del mediocre dall’eccellente, che è insoffribile ciò che solo è mediocre. Questo raffreddamento è a solo danno della poesia fredda e senza genio, ciò che non è una grande disgrazia.
Riflessioni sulla storia.
Molti uomini leggono la storia per pura occupazione. Hanno bisogno di non sentire il peso dell’esistenza, di passare il tempo senza avvedersene, e per questo non sono molto difficili ad accontentare, tanto sullo stile quanto sul fondo stesso della storia. Si pascono essi di ciò che prima di loro è accaduto, come il popolo s’accusa del presente… La storia, o vera o falsa, bene o male scritta, è dunque l’alimento naturale della moltitudine incapace di meditare e troppo vana per ridursi a vegetare, ma che per buona sorte non è nemica della lettura. I leggitori che pensano non sono né così avidi né così indulgenti. Alcuni d’essi sdegnano tal sorte di cognizioni come se fossero troppo sterili ed una pura perdita di tempo, o carico alla memoria. Così pensava il padre Malebranche, il quale, sul dubbio d’essere dalla storia distratto dal meditare, non se ne occupava punto.
Perché mai, diceva alcuno di questi rigidi censori, perché mai imbarazzarsi degli errori detti e fatti prima di noi? Quelli che succedono a’ nostri tempi sono più che bastanti per instruirci e per annoiare… Se l’istoria serve alla cognizione della natura umana, poche conversazioni con chi se n’è occupato servono maggiormente e più presto istruiscono. Tali cognizioni acquistate, poco invitano a stenderle colla lettura. Tengo gli uomini di questo secolo per deboli, furbi e cattivi; né ho bisogno di libri per avvedermene. L’esperienza m’ha convinto che questo mondo è una specie di bosco infestato da’ malviventi. La storia m’assicura di più ch’egli lo è sempre stato. Questa è una verità poco instruttiva e sconsolante. D’altra parte, qual fede può egli darsi a tali racconti? L’ignoranza, la stupidità, le passioni, la superstizione, l’adulazione, l’odio sono altrettanti vetri affumicati, attraverso a’ quali gli uomini tutti vedono nella maniera loro particolare ciò che raccontano.
Queste ed altre riflessioni di questo gusto che rapporta il signor d’Alembert sono in verità interessanti. Egli passa a farne sentire la fallacia e la troppa estensione loro data da chi tanto vuol togliere alla storia. Il saggio legge nella storia i delitti degli uomini, e vi scopre la loro malignità; da questo egli apprende a perdonare a’ contemporanei molti difetti che vede radicalmente fondati sulla natura umana, e che sono una necessaria conseguenza delle situazioni nelle quali si trovano gli uomini.
Dalla storia egli trova di che consolarsi delle disgrazie alle quali si vede sottoposto, collo spettacolo di tanti illustri e rispettabili infelici che l’hanno preceduto. Esso trova negli annali del mondo delle tracce preziose, quantunque deboli, degli sforzi dello spirito umano, e delle tracce ben più chiare della premura messa in ogni tempo per spegnerlo. Egli travvede senza esserne commosso, nella sorte di chi l’ha preceduto, quella che lo aspetta esso pure. Di questo modo egli si consola, si istruisce e prende coraggio, perdonando alla storia d’essere incerta in ciò che gli apprende, perché tale è il carattere di tutte le umane cognizioni, e perché dalla oscurità ch’egli conosce nell’universo fisico sa tollerare di non veder chiaro nel mondo morale. Se egli vi trova cose di più di quelle che vorrebbe non se ne inquieta, giacché non è difficile il dimenticarle. V’è però una sorta di persone alle quali la storia è più utile ancora. È la rispettabile e sfortunata classe de’ principi. Io oso impiegare questa espressione senza timore d’offendergli, perché essa è dettata dall’interesse che deve inspirare ad ogni cittadino la disgrazia inevitabile, alla quale soggetti sono, di non vedere gli uomini che mascherati: uomini, per altro, che tanto necessariamente dovrebbono conoscere! La storia almeno gli mostra loro in quadro e sotto la figura umana, ed il ritratto di que’ che furono loro grida di diffidarsi de’ figli. È dunque essere il benefattore de’ principi, e per conseguenza del genere umano ch’essi governano, il non perdere di vista, scrivendo la storia, il rispetto superstizioso che si deve alla verità.
E però difficile ad uno storico il non urtare da qualche bando, o mascherando la verità o alterandola. Per questo la migliore cautela ed il migliore carattere di verità sarebbe che nissuno scrivesse la storia del suo tempo, od almeno non la pubblicasse. Quanti riguardi si devono mai a chi comanda! Quante avvertenze da fare, quanti protettori, quanti compendi da risparmiare!
Passiamo, dopo queste riflessioni generali, a quelle che il signor d’Alembert fa sulle maniere diverse di scriverla. La più semplice, e la più sicura per dire la verità, si è di scrivere de’ compendi cronologici. Vi si riduce la storia a ciò ch’ella contiene d’incontestabile, ai risultati generali dei fatti, e si sopprimono i dettagli, sempre alterati dagli errori o dalle passioni degli uomini. Tali compendi possono essere sparsi di riflessioni fine e giudiziose, essere fatti con un giudizioso criterio e con delle viste profonde, possono in somma essere eccellenti ed instruttivi. Quanto questo genere di scritti merita lode, altrettanto biasimo meritano quelli che più s’abbandonano alla loro immaginazione che alla verità delle cose, e quelli che si perdono in ricerche inutili e che disaminano de’ punti di storia che sono di pura e sterile curiosità, e ne’ quali è impossibile rinvenire quella verità che scoperta è senza conseguenze.
Lo stile della storia non deve essere troppo oratorio, ma deve essere semplice. Bisogna guardarsi dallo scrivere la storia come la più parte degli uomini la leggono, cioè di non pensare e di non riflettere.
Un altro genere di scrivere la storia più libero de’ compendi cronologici si è quello della storia universale compendiata, nella quale l’autore può, senza entrare ne’ dettagli de’ fatti, esporne i risultati e compendiargli collo unirvi delle riflessioni. È questo genere di scrivere una specie di quadro riunito e colorato, pieno di figure dipinte in ristretto ma animate. Felice lo storico se in questo genere di scrivere, seducente ma pericoloso, intanto che l’eloquenza anima la di lui piuma, la filosofia la conduce, se i fatti non ricevono il loro colorito dalla maniera particolare di pensare dello scrittore, se questo colorito non gli rende mentitori e falsamente brillanti, se non rende il suo quadro infedele volendo renderlo brillante, confuso volendo renderlo ricco, che stanca volendolo rendere rapido. Di questa maniera di scrivere non ne abbiamo alcun modello nella antichità.
Un’altra sorte di scrivere la storia che gli antichi non sembrano avere conosciuta si è la storia ragionata, che ha per scopo di sviluppare da’ loro principii le cagioni della grandezza e del decadimento degli imperi… Bisogna però confessare che in queste oscure materie, dove le cagioni e gli effetti sono veduti da tanto in lontananza, l’uso dello spirito filosofico è sempre a canto dell’abuso.
Di tutte le maniere di scrivere la storia, però, quella che merita forse più di fede, per la semplicità che ne è l’anima, sono le memorie particolari e le lettere. Negligenza di stile, disordine, longhezze, piccoli dettagli, tutto vi si perdona, purché l’aria di verità vi si trovi, e quest’aria di verità non vi manca mai se l’autore delle memorie è stato o attore o testimonio, e se non le ha scritte per essere pubblicate durante la sua vita, e sopratutto se le lettere non sono state fatte per essere stampate.
Apologia dello studio.
Se si interroghino que’ che si sono dati allo studio per scelta, per necessità di stato o per desiderio di considerazione e stima, quale frutto abbiano avuto dalle loro veglie, la poco consolante risposta che se ne avrà farà conoscere facilmente gli inconvenienti secreti di questa professione. Per conoscere a fondo tal verità bisogna interrogare non que’ che s’applicano per passatempo alle lettere, ma que’ che le professano. È d’una conosciuta sperienza che gli uomini si trovano felici nelle situazioni degli altri, giammai nella propria. Non bisogna però esagerare i propri mali, come se fosse incompatibile la felicità colla cultura delle lettere. In questo stato come in alcuni altri v’hanno de’ predestinati che sono esenti dalla comune fatal legge, e ciascuno si lusinga d’essere predestinato: senza questo bisognerebbe essere un imbecille, non abbrucciando i libri propri e non cominciando da quelli che si possono aver fatti.
Forse quella parte di uomini che, occupandosi nelle lettere, vi sono mediocri, che né sono esposti all’invidia né sono l’oggetto del disprezzo universale, godendo d’una tranquilla esistenza non sentiranno abbastanza i dispiaceri attaccati allo stato di uomo di studio. Qual male, diranno eglino, v’hanno fatto gli uomini di lettere, perché dobbiate disgustargli del loro stato? Se è mostrarsi nemico degli uomini di lettere parlando loro con sentimento e con interesse sulle pene del loro stato, questo è un rimprovero del quale Socrate, Seneca, Cicerone ed una infinità d’altri grandi uomini sono rei. Invece di concludere di questo modo dovrebbesi piuttosto tirare la conseguenza che la passione dello studio, così come tutte le altre, ha i suoi momenti di disgusto e di dispetto, come ella ha i momenti di piacere e di trasporto delizioso.
Il signor d’Alembert entra in un lungo dettaglio de’ dispiaceri che lo studio stesso, indipendentemente dagli altri oggetti, ha per la difficoltà di scoprire tante verità, e per la trista incertezza nella quale, ad onta di tempo consacrato, si trovano que’ che se ne occupano. Tali dispiaceri però dimostra egli non aver altra cagione che una troppo sfrenata voglia di spingersi troppo addentro nella disamina delle cose. Ma ci è egli libero interamente d’arrestarsi ad un punto qualunque a nostro piacere? La maggior parte de’ rimedi morali è poco efficace.
Segue all’Apologia dello studio un discorso sull’armonia delle lingue e sulla latinità de’ moderni. Ci dispensiamo dal darne un estratto perché sarebbe necessario entrare in minuzie didattiche troppo gravi alla maggior parte de’ leggitori. Il fanatismo di scrivere latino è oggi mai passato, ed il pregiudizio di sacrificare le cose ad uno stile imprestato ed ad una lingua morta, che poco assai si conosce, è ridicolo, tanto che dopo molti secoli ne siamo rinvenuti. Come mai sperare di rendere chiaramente e con energia le nostre idee, se le esponiamo in una lingua che sovente poco conosciamo e meno conoscono gli altri, e della quale non abbiamo idee chiare quasi in niente?
Finisce questo tomo con una apologia del signor d’Alembert su quello che egli avvanzato avea nell’articolo Genève della Enciclopedia per rapporto alla maniera di pensare de’ ministri di Genevra in materia di religione.
I vari pezzi staccati che compongono il tomo presente sono assai ben scritti e veramente degni del secolo e dell’autore.
Del disordine e de’ rimedi delle monete nello Stato di Milano
Cesare Beccaria
DEL DISORDINE E DE’ RIMEDI DELLE MONETE NELLO STATO DI MILANO NEL 1762
| Testo critico stabilito da Gianmarco Gaspari (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, III, 2014, pp. 17-46) |
Heleborum frustra cum iam cutis aegra tumebit
poscentes videas…
Pers.
Il disordine del sistema monetario è sì interessante per le pubbliche e private ragioni, che non è maraviglia che sia uno de’ più triviali soggetti di discorso nelle nazioni che hanno la mala sorte di provarlo. Nella maggior parte degli uomini manca il vigore per rimontare ai principii grandi e universali, e discomporre con analisi le mal combinate idee, unico mezzo per discoprire le vere relazioni delle cose; altri si fanno giuoco dell’umana debolezza, e colla facile superiorità di alcuni termini non volgari constituiscono nella società un commercio di errori, fondato sulla docilità de’ molti e sull’impostura di alcuni; quindi ne viene che declamazioni, tesi e aforismi si ripetono, in materia di monete, non migliori per lo più del silenzio.
La verità non va mai disgiunta dall’interesse della nazione, e, in conseguenza, da quello del sovrano; perciò ho cercato di renderla sensibile col metodo, colla precisione, e collo squarciare quel velo che la ricopre al pubblico: m’intendo i termini dell’arte atti solo a restringere le cognizioni fra un piccolo cerchio di persone. A tre teoremi ho ridotti i principii sparsi in più volumi; ho calcolata la natura del nostro sbilancio; ho proposto quanto credo utile per rimediare al disordine, e così far passare le nozioni di questa parte dell’economia politica dal silenzio de’ gabinetti de’ filosofi alle mani del popolo.
Mio scopo è d’essere utile alla patria, a cui anche gli errori degli scrittori servono a marcare lo scoglio a cui hanno urtato, e a risvegliare dall’indolente riposo gl’ingegni capaci di meditare: non nobis solum nati sumus, ortusque nostri partem patria vindicat (Cicer., De off., lib. I).
Parte prima
Principii universali sulle monete
Prima ch’io parli dell’attuale disordine delle nostre monete, è necessario dare un’occhiata generale alla origine e natura del danaro, ed addattare idee chiare e precise a termini comuni ma poco intesi.1
L’introduzione delle monete non nacque da una espressa convenzione (la quale non ha preceduto mai veruno universale stabilimento), ma bensì da ciò che il volgo chiama azzardo, cioè da una disposizione di circostanze non premeditata dagli uomini. I primi commerci non furono altro che baratti. Pecore, lana, buoi, frumento, ecc., si cambiavano reciprocamente; il bisogno e l’utilità davano loro nascimento.
Un incendio, un tremuoto, l’arena d’un fiume hanno verisimilmente fatti conoscere i metalli al genere umano; la religione, l’amore e l’ambizione fecero risguardare l’oro e l’argento come sostenitori della maestà del culto, come ornamenti adatti a chi amando studiava di piacere, e come un distintivo di que’ pochi ch’erano felici per la miseria dei più.
Dilatatosi poco a poco l’uso de’ metalli, crebbe la voglia di possederli; nacque la brama di cambiare i generi superflui con alcuni pezzi lucenti, che si vendevano a peso. L’uso continuo, la facilità di farne delle suddivisioni perfettamente uniformi, la durevolezza e comodità del trasporto, accostumarono insensibilmente gli uomini a risguardarli come un equivalente d’ogni altra2 mercanzia, sinché, dilatatosi il commercio da nazione a nazione, la pubblica utilità suggerì di non lasciare l’interesse de’ particolari arbitro del credito della intera società, e col pubblico impronto si autenticò in faccia a tutti gli uomini la verità del peso e la bontà del metallo.3
Il valore è una quantità che misura la stima che fanno gli uomini delle cose.4
Le monete sono pezzi di metallo che misurano il valore, nella stessa maniera che le libbre e le oncie misurano il peso, il piede e il braccio l’estensione.5
Di più, sono le monete come un pubblico pegno per chi le riceve di averne da altri l’equivalente di quel che ha dato; né sono puramente misure, come la libbra e il braccio, cioè nude e mere rappresentazioni; ma bensì sono misure inerenti ad una mercanzia divenuta la base del commercio.6
La lega è un metallo vilissimo, frammischiato col metallo fino. Così chiamasi lega la porzione di rame che è impastata colla maggior parte delle monete d’oro e d’argento.
La raffinazione d’un metallo è la depurazione di esso da ogni altro metallo o materia straniera. Questa chimica operazione esige perizia e spesa, quindi è che un’oncia d’oro raffinato vale la spesa della raffinazione di più che non valeva quando era frammischiata con altre materie.
La proporzione de’ metalli non è altro che il numero rappresentante la quantità di metallo necessaria per comperare una data quantità d’un altro. Essa è il risultato della rispettiva quantità d’oro, argento e rame che sono in commercio. Questa proporzione è instabile a misura che dalle miniere si estrae più o meno d’oro, d’argento e di rame,7 ed a misura che il lusso o l’avarizia ne sottraggono più o meno dalla massa circolante. Sono questi gli elementi dai quali nasce la proporzionata stima degli uomini, e, conseguentemente, il valor relativo de’ metalli.
Le nazioni diverse d’Europa, tanto internate reciprocamente per un incessante e vivo commercio, devono considerarsi come una sola nazione: sono elleno come diversi stagni comunicanti; l’allontanarsi dal comune livello gli espone o ad una funesta innondazione, o ad una perdita considerabile.
Il conio fatto al metallo né aggiunge né toglie valore alle monete, non altro essendo che un solenne attestato, di chi rappresenta la nazione, della quantità e finezza del metallo.
Il valore delle monete tanto dipende dalla natura delle cose, quanto i fenomeni del cielo e della terra dipendono dalla gravità universale.
I seguenti teoremi metteranno nella più chiara luce coteste fondamentali verità. Farò studio di allontanarmi dai termini dell’arte per rendere queste interessantissime nozioni meno spinose anche a chi non abbia consacrata parte della vita a meditare su questo ramo della economia politica.
Teorema primo
Una egual quantità di metallo deve corrispondere ad un egual numero di lire in ogni moneta.
Un esempio servirà di spiegazione e di prova. Suppongasi che la tariffa fosse regolata in guisa che cento lire in gigliati contenessero grani d’oro fino 488, e cento lire in zecchini di Savoia grani d’oro fino 448. I banchieri e gli orefici, sì nazionali che stranieri, esaminatori dell’intrinseco, vedendosi aperta la strada ad un utile commercio, toglierebbero dalle mani del popolo quanto più gigliati potessero, rendendo adesso i zecchini di Savoia, e sarebbero essi i mediatori di questo commercio rovinoso per lo stato, in cui uscirebbero dalla nazione 40 grani d’oro fino per ogni cento lire in gigliati, colla perdita di essa nazione dell’8 per cento. Né si speri d’impedirlo colla legge proibiti va. L’esca dell’utile è troppo forte, la facilità di deludere troppo grande: l’esempio universale ce ne convince.
Lo stesso discorso facciasi in ogni altra moneta, sì d’oro che d’argento, e vedrassi apertamente che la trascuranza di eguagliare la quantità del metallo al numero delle lire è quel magico anello che fa subitamente sparire ora l’oro ed ora l’argento.8
Teorema secondo
Come il totale di un metallo circolante è al totale dell’altro, così una data parte di un metallo deve essere
ad una egual parte dell’altro metallo in ogni moneta.
Mi spiego. Tanti grani, tante oncie d’argento devono valere un grano, un’oncia d’oro, quante volte tutta la massa dell’argento circolante contiene la massa dell’oro.9 Siano per esempio in Europa quattordici volte più argento che oro in commercio, allora la proporzione dell’oro all’argento sarebbe come 1 a 14; e regolando le monete si deve far sì che, cambiando l’oro in argento, o l’argento in oro, qualunque sia la forma o l’impronta delle monete, io dia sempre un’oncia d’oro puro per quattordici oncie d’argento puro,10 e viceversa. Lo provo.
Se una nazione valuterà l’oro più del giusto, per esempio un grano d’oro quindici grani d’argento e non quattordici, allora gli altri popoli commercianti manderanno ivi tutto l’oro, ne estrarranno in contracambio l’argento, e la incauta nazione perderà per ogni grano d’oro un grano d’argento, vale a dire la quindicesima parte del valore dell’argento che verrà estratto; ed un editto che regolasse in questa guisa le monete sarebbe lo stesso che un bando delle monete d’argento, e un comando ai sudditi di donare alle nazioni estere 71 grani d’argento fino per ogni gigliato di grani settantuno d’oro fino, cioè più della settima parte d’un filippo, cioè più di venti soldi per ogni gigliato, il che equivale a più del 7 per cento.11
Quando poi l’oro fosse valutato meno del giusto, per esempio un grano d’oro fino grani tredici d’argento fino e non quattordici, allora da quella nazione sortirebbe tutto l’oro e vi entrerebbe d’argento una quattordicesima parte di meno di quello che dovrebbe entrarvi, il che ascenderebbe parimente ad un discapito del 7 per cento.12
A questo medesimo principio si riduce il disordine della moneta di rame chiamata erosa, qualora essa non abbia quell’intrinseco reale valore che corrisponde a quella quantità d’oro ed argento alla quale si vuole nella tariffa farla eguale. Se per esempio in venti de’ nostri soldi in rame non vi sia tanto valore intrinseco, che comprar possa due quindicesimi del filippo, allora il popolo, trovandosi in mano una moneta ricusata nel commercio esterno, non ammessa indistintamente nel pagamento de’ tributi e de’ grossi contratti, s’avvede della fallacia, la vàluta meno, e per gradi insensibili tende a ristabilire la natura le proporzione. Così la lira, che al principio dello scorso secolo era la quinta parte del filippo, ora è diventata meno della settima, e col numero delle lire si contano i tributi. Di più: quanto si moltiplica que sta moneta entro una nazione, altrettanto ne esce della buona, crescendo i prezzi a misura che crescono le rappresentazioni del valore; così la nazione cambia un valor reale con un valor metafisico, e fa tanto cattivo contratto, quanto quei creduli marinari che comprano il vento dalle streghe lappone.
Che se poi le nazioni che le fanno corona, col contraffare nelle loro zecche simil feccia di monete, estraeranno il più prezioso midollo di quello stato, allora la rovina sarà estrema. Ben è vero che può il legislatore prendersi tanto arbitrio sulla bassa moneta, quanto è più difficile e incomodo il trasporto, rappresentando essa, sotto un maggior volume, valor minore dell’altre. Gl’inconvenienti d’un’azione scemano a misura che crescono gli ostacoli ad eseguirla.
Teorema terzo
Nello stabilire il valor delle monete non si dee considerare che la pura quantità di metallo fino, nessun conto facendo né della lega, né delle spese del monetaggio, né della maggiore raffinazione d’alcune monete, ecc.
Quanto alla lega, ella è di così vile estrazione e di sì minimo valore, che può considerarsi eguale a zero13 in grazia della semplicità necessaria nel regolamento sulle monete, cosicché una moneta che abbia lega deve considerarsi come mancante di tanto peso quanto è quello della lega; e l’assegnare alla moneta calante il valore dell’intera è lo stesso che il comandare che la parte sia eguale al tutto, e che spariscano le migliori monete per dar luogo alle peggiori, le quali non suppliscono che mentalmente al reale discapito.
Quanto alle spese del monetaggio, è giusto che restino a carico della nazione, ma non vedo necessità di addossarle alle monete medesime.14 Questo accrescimento di valore, non appoggiato alla quantità intrinseca del metallo, ci farebbe ricadere in que’ disordini di sproporzione che i due primi teoremi insegnano d’evitare: la confusione rientrerebbe poco a poco nell’antico suo dominio, e si verrebbe di nuovo a fare un cambio di sostanza con apparenza, di reale con immaginario.15
Lo stesso ragionamento ci prova che le monete raffinate non devo no valutarsi più dell’altre non raffinate; poiché, sebbene chi le conver te in altri lavori risparmi la spesa della raffinazione, pure il vantaggio di alcuni deve cedere alla prima, e forse unica, legge di natura, l’utilità comune, la quale nella università e semplicità delle leggi consiste.
Questa predilezione delle monete più pure altro non farebbe che obbligarci a pagare una manifattura straniera, e mantenere a spese nostre gli operai delle zecche raffinatrici, le quali, estraendo il nostro oro non raffinato, ce ne renderebbero minore quantità di raffinato, e di tanto impoverirebbero la nazione facendo un traffico avvantaggioso della nostra prevenzione.16
Corollari
Queste regole, che dipendono dal fatto, non dall’arbitrio di verun legislatore, hanno seguito quelle nazioni che si son rese padrone del denaro di Europa, e che non ci lasciano godere delle ricchezze che il soverchio, che, per così dire, ne rigurgita indietro.
A misura che una nazione s’allontana da questi principii, diminuisce in essa il denaro, la scarsezza del denaro produce l’aumento degl’interessi de’ capitali, con esso i debiti, poscia i fallimenti e quindi la perdita della pubblica fede, col destino della quale va inseparabile il commercio; sicché uno stato, benché vasto, rimane come il cadavere d’un gigante, su cui passeggiano i più vili insetti.
Durante l’accrescimento della massa circolante si aumenta l’industria, che è quel fuoco sacro che i sacerdoti della patria e del ben pubblico devono sempre mantenere acceso, e che forma la felicità e la vita delle nazioni; sminuita l’industria, languisce il commercio, e sulle sue rovine s’innalza la povertà: non quell’altera disprezzatrice delle ricchezze che fu il palladio della libertà di Sparta e di Roma, ma bensì quella infingarda che produce la miseria e l’avilimento delle nazioni, che, cominciando dalla infima plebe, si solleva per gradi sino al trono.
Quello stato di guerra in cui Hobbes ha creduto essere le genti, si verifica nel commercio e nelle monete, dove ogni nazione cerca d’arricchirsi coll’impoverimento altrui,17 e combatte più coll’industria che colle armi. Aprendo le storie, si trovano dall’indolenza cambiate in deserti e solitudini le più floride nazioni.18
Lo sproporzionato regolamento delle monete è manifestamente contrario agl’interessi del sovrano; mediatamente, perché impoverisce la nazione; immediatamente, perché per un momentaneo guadagno che può aver fatto battendo cattiva moneta, perde un’annua rendita nel ricevere i tributi in quella stessa moneta cattiva, a cui ha dato il nome e il valore di buona.
Gli editti non possono cambiare i rapporti invariabili delle cose, né si possono togliere gli effetti se si lasciano sussistere le cagioni. Quella nazione che pubblicasse editti contrari al vero valore delle monete, farebbe lo stesso male che colui che tosasse o facesse moneta falsa; e, contraddittoria a se medesima, punirebbe negli altri il male che essa ha fatto.
Gli errori in questo genere, simili a quelli di calcolo, per la loro piccolezza fuggono a chi non è ben cauto e illuminato; indi, per una invisibile catena trovandosi moltiplicati all’immenso nel progresso, sono come un punto divergente, onde le nazioni si allontanano dalla loro felicità.
Il consultarsi, in fatto di monete, co’ banchieri e negozianti, i quali non al pubblico bene della patria levano gli sguardi, ma li restringono nella sfera del loro interesse, ben sovente opposto a quello della nazione, sarebbe lo stesso che se un generale consultasse col nemico il piano delle operazioni da farsi. Lo sbilancio delle monete è un fondo de’ più fertili per un banchiere.
In somma, niente è più fatale, sì nelle monete come in ogni altra classe di cose, quanto la confusione e il disordine in ciò che è la regola e la misura comune.
Parte seconda
Applicazione de’ principii universali al caso nostro
L’epoca fatale, in cui cominciò fra di noi la malattia politica delle monete, fu la medesima in cui si dette un crollo al nostro commercio, tanto florido in prima e sempre decaduto dappoi, cioè al principio del passato secolo. Fu in quel tempo che quasi l’Italia tutta non solo alterò le proporzioni fra oro e argento, ma adulterò e circoncise la moneta bassa, e diede essere a un valore immaginario e ad un prezzo metafisico, potendosi perciò dire che la tirannia del Peripato dalle università si insinuò ne’ gabinetti e diede leggi alle monete ed al commercio.
Il raddoppiamento di Capo di Buona Speranza costò all’Italia la perdita del commercio e per conseguenza del denaro. Cambiatasi la direzione de’ viaggi, fu ella lasciata in un angolo, quando prima era il centro d’ogni commercio e la patria delle nazioni tutte. L’aumento della massa circolante, che ravvivò l’industria e fece fermentare gli animi delle altre nazioni, non servì all’Italia che ad alterare il sistema monetario; né ebbero gli italiani, avvezzi a dare la legge, l’avvedimento di seguire l’altrui, poiché la necessità delle circostanze lo esiggeva; né fecero regolamenti appoggiati a sodi principii, onde rimettersi a livello colle altre nazioni. Lungo sarebbe il tessere la storia di tutti que gli editti, che non furono altro che ferite al sistema delle monete, e decreti d’impoverimento: altri vi è che ha già compilata la storia del nostro commercio, ed ha posto in chiaro il disordine con cui l’economia politica è stata trattata fra di noi per cento settanta e più anni, quanti ne durò la dominazione spagnola; se questa storia vedrà la pubblica luce, sentirà sempre più ogni buon cittadino quanto sia degno di benedizione il governo della augusta Casa d’Austria di Germania, la quale, da che felicemente regna nella Lombardia, ha distrutti in gran parte gli ostacoli che s’erano opposti al pubblico bene; ed è da sperarsi che anche nelle monete sentirà questa provincia i benefici effetti de’ veri principii, che le tengono regolate negli altri Stati suoi ereditari. Ma veniamo al caso nostro.
Per esporre alla più chiara luce il disordine attuale delle nostre monete, conviene esaminare la legge regolatrice di esse monete, sotto la quale viviamo; perciò la prima tavola ch’io presento contiene l’ultima tariffa di Milano, a cui di contro ad ogni moneta ho opposta la quantità di metallo fino che vi si contiene. Di più vi ho aggiunte alcune altre monete inutilmente escluse, le quali attualmente circolano fra di noi.
Mi sono appoggiato su i saggi fatti a Torino e altrove, quali ce li dà il conte Carli. L’autorità di questo illustre scrittore, la sua scrupolosa diligenza sono maggiori d’ogni eccezione. Il fino di alcune monete, poi, che mancano nella grand’opera del conte Carli, l’ho cavato dalle tavole pubblicate nella relazione del presidente Neri.
I nomi di carato, di marco, di peggio ecc., credo utile al mio fine di lasciarli; perciò le mie tavole sono affatto diverse da quelle degli altri autori; non per i soli professori di questa scienza, ma per tutti gli altri uomini di retto giudizio mi sono prefisso di scrivere, e sarò ben contento del tempo che vi ho impiegato, se essi vi troveranno la verità e la chiarezza che mi sono studiato di ricercare. I secondi rotti nella tavola seconda e terza gli ho omessi, bastando i primi a dare l’idea che credo opportuna (ved. Tavola n. I).
Questa prima tavola non è tanto necessaria ad esaminarsi per se medesima, quanto lo è considerandola come base e fonte dalla quale ne nascono le altre. In essa contengonsi i fatti, il valore intrinseco, che risulta dagli sperimenti, e il valor numerario, che risulta dalla tariffa.
Come nel primo teorema abbiamo stabilito che una eguale quantità di metallo deve corrispondere ad un egual numero di lire in ogni moneta, così mi son portato ad esaminare ogni moneta per osservare se nella tariffa si fosse obbedito a questa legge. Ho calcolato quanto di fino contengano cento lire in diverse monete, e il risultato de’ calcoli è che questa relazione è differente in ogni moneta, cosicché, prendendo, fralle monete d’argento, la lira di Savoia e la genovina, possono nel cambio le nazioni estere guadagnare a nostro danno lire 10 sol. 8 den. 4 per cento; e fralle monete d’oro, cambiando la dobla di Genova collo zecchino di Savoia, lire 16 sol. 9 den. 8 per cento di profitto possono gli Stati commercianti con noi ritrarre dagli errori della nostra tariffa (ved. Tavola n. II).
Dopo aver dimostrato nella seconda tavola le sproporzioni che sono nella tariffa fra oro e oro, e fra argento e argento, ho paragonata ogni moneta d’oro con ogni moneta d’argento, e da questo paragone ne risulta che la legge fissata nel secondo teorema non vi è osservata, cioè che l’oro coll’argento non ha una eguale e costante proporzione, ma essa è talmente arbitraria che, lasciando i rotti, ora è come uno a dodici ed ora come uno a sedici. Se due cose eguali a una terza lo sono fra di loro, ne viene che abbiamo aperta la strada alle nazioni commercianti con noi di estraere 16 oncie di fino argento per 12 oncie di egual metallo che ci mandano, e così continuare il rovinoso commercio a nostro danno coll’insigne discapito del 25 per cento (veggasi la Tavola n. III).
A questi disordini se ne aggiungono due altri. Il primo è l’enorme sproporzione che passa fra il filippo e i cinque soldi di Milano, poiché contengono essi circa quindici grani d’argento fino, che per ogni lire cento danno grani 6000, quando il filippo dà grani 6926 circa. La differenza è dunque di grani 926, i quali a denari 3 al grano fanno lire 11, soldi 11, den. 6 per ogni cento lire.
Il secondo è la grandissima differenza che passa fra i venti soldi in rame e la lira d’argento: poiché i venti soldi non hanno che 14/20 di valore intrinseco e sei ventesimi di valore chimerico, secondo il calcolo evidente del conte Carli, tomo II, pag. 468, al quale mi attengo, cosicché di cento mila lire in moneta di rame non se ne ha che settanta mila di vero valore reale, e trenta mila d’immaginario.
Poiché abbiamo sottoposti alla dimostrazione del calcolo gli sbagli della tariffa, credo opportuno, prima ch’io proponga i rimedi a questo male, di fare qualche cenno delle opinioni che più volgarmente si odono ripetere. E primieramente taluni credono che il nodo misterioso in questa materia sia il decidere se all’oro o all’argento si debba dare la preferenza. Questa dubitazione suppone una perfetta oscurità ne’ principii, i quali anzi insegnano di non dare preferenza veruna: quanto sin qui si è detto lo prova abbastanza.
Altri, informati che il principale commercio d’Oriente, e particolarmente della China, si fa dagli europei col solo argento ad esclusione dell’oro, vorrebbero dar preferenza all’argento. Lo sbaglio nasce dal voler calcolare due volte la medesima quantità, la quale è già stata considerata nel valor medio europeo. Noi, abitatori d’un piccolo stato, sconnessi dal commercio delle Indie Orientali, non dobbiamo aspettare dalle estremità dell’Asia veruna immediata influenza.
Vorrebbero altri che dai limitrofi soltanto prendessimo la legge. O i limitrofi sono in equilibrio col resto d’Europa ed hanno le loro tariffe regolate secondo la verità e natura delle cose, e allora sarà bene regolarci con essi, non perché sieno limitrofi, ma perché, andando essi per la strada vera, dobbiamo esser loro del pari; o i limitrofi si allontanano da questa strada, e allora, in vece di unirci con essi, il che sarebbe un volere discapitare in società, regolandoci anzi secondo la verità, verremmo a cavar profitto dagli errori da essi fatti.
V’è chi dice: essendo piccolo paese il nostro, non è possibile fissarvi regolamento né dar legge alle monete. Se questa proposizione si intendesse nel suo buon senso sarebbe una vera massima, cioè che non abbiamo noi bastante influenza sull’Europa per mutare la relazione de’ metalli, onde ci conviene ricevere la legge, non darla. Ma chi così parla forse non ha di mira questo principio. In ogni caso un paese anche piccolo può regolare la legge monetaria in guisa che il valor numerario corrisponda costantemente alla quantità dell’intrinseco, e che costantemente pure conservisi la proporzione da metallo a metallo, il che vuol dire aver ben regolate le monete.
Taluni pensano d’aver rinchiuso in un solo aforisma la scienza monetaria col dire che bisogna che una moneta non compri l’altra. La proposizione contraria è appunto la vera, se la parola comperare significa avere un valore proporzionato; se poi s’intende che comperare significhi aver un valore eccedente intrinseco con eguale numerario, o sia eguale intriseco con eccedente numerario, allora sarà una proposizione esposta con termini inadequati.
Altri non mancano, i quali, vedendo ineseguite le passate gride monetarie, vanno incolpandone il popolo, anzi che la cattiva natura della legge, e disperano di regolar bene le monete, perché il popolo non vuole ubbidire. Sin che vi saranno saggiatori e acqua forte non si potrà ingannare il popolo in materia di monete. Quel niso che porta il popolo ad accrescere il valor numerario delle monete, è appunto una correzione che per istinto la natura stessa cerca di fare allo sbaglio della legge monetaria. Gli esteri, gli argentieri e i cambisti ricevono le sole monete dove il valor numerario sia accompagnato da più intrinseco, e il popolo preferisce più le monete che più universalmente si ricevono. Facciasi una legge conforme alla verità, e cesserà la disubbidienza del popolo, o, per dir meglio, l’errore della legge.19
Né sarei io del parere di quelli i quali temono gli argentieri come capitali nemici del regolamento monetario; profitteranno essi bensì de’ nostri errori, ma, fatta che sia la legge veridica, o fonderanno essi le monete per trasmettere l’oro e l’argento lavorato fuori, ed è sicuro che non solo rientrerà eguale quantità di metallo, ma di molto maggiore per il prezzo della manifattura; o colle monete fuse eserciteranno la loro arte per gl’interni nostri bisogni, e certamente non si toglieranno dalla massa circolante le monete che a misura che la massa totale medesima s’accresce; dal quale accrescimento prende norma il lusso. I mobili d’argento e d’oro sono come un tesoro al quale ricorrere nelle estremità, senza che frattanto la massa circolante sia grande a segno di pregiudicare le nostre manifatture nella concorrenza.20
Alcuni finalmente per rimediare a’ nostri disordini ricercano le paste delle nazioni che possedono miniere, onde battere moneta. Io stimo assurdo e contraddittorio questo progetto. Le nazioni padrone delle miniere non danno le paste a chi le vuole, ma a chi porta a loro un equivalente; o le paste ci verranno in iscambio del denaro che invieremo, e allora al più daremmo colla mano destra quello che ricevessimo colla sinistra: dico al più, poiché la spesa della trattazione, del trasporto e del conio sarebbero in perdita nostra, e così non si farebbe che dare accrescimento ai mali che il progetto dovrebbe alleggerire. Che se si pretende che le paste ci venghino in vece delle nostre mercanzie, allora il ricercare le paste vorrà dire che conviene stabilire e proteggere un buon commercio d’industria, che ponga un tributo su i bisogni e i piaceri delle altre nazioni; ma per far questo non si comincia dal domandare le paste.
Quanto poi al desiderio di mettere in lavoro la zecca, io osservo che per un paese come il nostro, che non ha miniere né commercio maritimo, due soli sono i casi ne’ quali può battere moneta con profitto. L’uno è riformare la moneta bassa ed aggiungere in sostanza quello che non ha che in apparenza; l’altro è quando egli sia circondato da altre nazioni nelle quali regnino ancora le tenebre e il caos fra le monete. Allora, estraendo dalla mal regolata nazione le migliori monete in iscambio delle peggiori che vi si introducono, e riducendo le prime alla forma delle seconde, si arricchirà la nazione avveduta a spese dell’altra, e sarà questo un costante tributo pagato dall’indolenza alla industria. Fuori di questi due casi, il battere moneta non è altro che una commedia di trasformazioni, una perdita inevitabile di metallo nelle operazioni della zecca, ed un pubblico discapito, il quale si converte talvolta in bene d’un progettista, che con pagliati sofismi maschera il proprio guadagno col manto del vantaggio del sovrano, inseparabile da quello della nazione.21
Dopo aver fatti vedere i disordini del presente sistema monetario e la insufficienza de’ mezzi volgarmente proposti, ora è tempo che, venendo alla conclusione, proponga i rimedi per questa malattia che va ogni giorno più inferocendo, e che è il soggetto delle conferenze de’ ministri e de’ discorsi del popolo.
Primo rimedio è construire una tariffa in cui la stessa quantità d’oro fino vaglia sempre lo stesso numero di lire in ogni moneta, e così dell’argento; o sia che vi sia una costante equazione fra il valor fisico ed il valore numerario. Di più: deve in essa tariffa aver l’oro la costante proporzione coll’argento di 1 a 14 ½, poiché questa è la vera proporzione media europea al dì d’oggi, come lo ha dimostrato evidentemente il conte Carli in quasi tutto il suo secondo tomo.
Secondo rimedio. Siccome la proporzione fra i metalli varia per le diverse vicende del commercio e delle miniere, così non può sperarsi di fissare una legge perpetua alle monete; ma bisogna, tenendo perpetui i principii stabiliti, secondare l’instabile livello d’Europa. Sarebbe per ciò indispensabile, per ovviare a i disordini a venire, la scelta d’un ministro particolarmente consacrato a questa materia, il quale, colle tariffe di tutte le nazioni alla mano, vegliasse al cambiamento della proporzione, e con questo termometro riformasse al bisogno il prezzo delle monete e fissasse col mezzo de’ saggi il valore delle nuove monete che s’introducono; giacché le nobili monete estere è per lo meno inutile il proscriverle22 da un paese così limitato come lo è il nostro.23
Io ho costrutta una tavola in cui il valore di tutte le monete che sono registrate nell’ultima tariffa di Milano, come pure di alcune altre bandite,24 viene esattamente regolato secondo i canoni da me stabiliti.25
Ho voluto scrupolosamente porvi i primi rotti per sino de’ danari, acciò in essa la sola verità avesse luogo, non il mio privato arbitrio; sebbene, qualora si trattasse di pubblicarla come legge, converrebbe forse in alcune monete discostarsi qualche poco dall’estrema esattezza in grazia del comodo conteggio (ved. Tavola n. IV).
Conservo presso di me tutti i calcoli fatti per la costruzione di queste mie quattro tavole, e mi farò piacere di persuadere colla dimostrazione chiunque dubitasse della verità dei risultati, né sapesse da se medesimo dalla prima tavola, contenente i fatti, esaminare le conseguenze che formano le altre tre.
Confesso che sarebbe ottimo provvedimento il rifondere la moneta di rame, ed aggiungere ai soldi quei sei ventesimi che mancano per ogni lira; allora corrisponderebbe la lira a due quindicesimi appunto di filippo; ma se mancasse il fondo per questa pubblica beneficenza, egli è sicuro però che frattanto, ristabilendo la vera proporzione fralle monete d’oro e d’argento, chiuderemmo l’adito al funesto commercio che si va facendo col cambio delle monete, e ci metteremmo in caso di profittare della sproporzione altrui. Allora la moneta bassa dovrebbe considerarsi non come vera moneta, ma come in parte una rappresentazione di essa, appunto in quella guisa che si considerano le cedole di banco.26
L’amore della verità, il zelo per gl’interessi dell’augustissima Sovrana e della patria, oggetti entrambi ai quali per tanti dolci vincoli l’onesto suddito e cittadino si sente legato, mi hanno guidato in queste brevi riflessioni. Sarò troppo ricompensato, se potrò accorgermi di essere stato in qualche modo utile in una materia sì interessante; ma in ogni caso sarò contento del mio destino, se gli uomini che hanno la intenzione eguale alla mia lo saranno del mio desiderio.
NOTE
1 «L’affare della moneta e del conio … vien riputato per un mistero grande, e difficile molto a comprendersi, non già perché sia veramente tale in se stesso, ma perché quei, che per interesse loro lo trattano, ne ravvolgono il segreto (ed in ciò consiste il vantaggio loro) in misteriose, oscure ed inintelligibili maniere di dire, le quali poi, accettatesi dagli uomini per qualche cosa di significante, in virtù di una preventiva opinione della difficoltà del soggetto in una materia non sì di facile penetrabile da altri, che da quelli della professione, sono lasciate passare senza esame»: Locke, Nuove considerazioni ecc., Part. 2, art. 2, sez. 1.
2 «Les Athéniens n’ayant point l’usage des métaux, se servirent des beufs, et les Romains des brébis; mais un beuf n’est pas la même chose qu’un autre beuf, comme une pièce de metal peut être la même qu’une autre»: Montesq., Esprit des Loix, Liv. XXII, chap. II.
3 «Origo emendi vendendique a permutationibus cœpit; olim enim non ita erat nummus, neque aliud merx, aliud pretium vocabatur, sed unusquisque secudum necessitatem temporum ac rerum utilibus inutilia permutabat, quando plerumque evenit ut quod alteri superest alteri desit: sed quia nec semper, nec facile concurrebat, ut cum tu haberes quod ego desiderarem invicem haberem quod tu accipere velles, electa materia est, cuius publica ac perpetua æstimatio difficultatibus, permutationum æqualitate quantitatis subveniret, quæ materia forma publica percussa usum dominiumque non tam ex substantia præbet quam ex quantitate, nec ultra merx utrumque, sed alterum pretium vocatur»: Paullus, leg. I, ff. de Contra. empt. Se questa filosofica analisi di Paolo non fosse caduta sotto gli occhi de’ peripatetici glosatori, i quali nella parola electa materia e forma publica credettero di vedere le loro misteriose forme sostanziali, e interpretarono colle formole del Gius civile le parole publica ac perpetua æstimatio, trascurando il Gius pubblico, non avremmo veduto l’errore dettar tanti regolamenti di monete. Chiaramente spiegossi il gran giureconsulto Paolo nella leg. 63 in princip. ff. ad L. Falcid., che pretia rerum non ex effectu neque ex utilitate singulorum, sed communiter funguntur. Ma tale è la condizione di tutte le società degli uomini, che la scienze, le arti, la legislazione, il commercio e la prosperità si dieno la mano, e che gli errori partiti dalla bocca de’ pedanti dilatinsi a segno d’infestare la legislazione e la gloria d’una nazione.
4 Un matematico direbbe che il valore d’una merce è in ragione composta dell’inversa della somma delle merci medesime, del numero de’ possessori, della diretta de’ concorrenti, del tributo corrispondente, della man di opera, e dell’importanza del trasporto, cosicché, adoperando le lettere iniziali di questi elementi, sarà: v · V :: mtci / sp · MTCI / SP, e dividendo la massa dell’oro e dell’argento in parti proporzionali a mtic / sp, ed essendo la proporzione dell’oro all’argento come d. e, sarà mtic / sp o. mtic / sp A :: d. e.
5 Un filosofo le chiamerebbe segni reali di valore, come i caratteri e le paro le sono segni dell’idee delle cose e dei loro rapporti.
6 «De même que l’argent est un signe d’une chose, et la représente, chaque chose est un signe de l’argent, et l’État est dans la prosperité selon que d’un côté l’argent représente bien toutes choses, et toutes choses représentent bien l’argent»: Montesqu., Esprit des Loix, liv. XXII, chap. II.
7 Se si lasciasse di scavare argento, continuando tuttavia ad estrarre oro dalle miniere, questi scemerebbe poco a poco di pregio fino a cedere all’argento la dignità di primo metallo.
8 «Un État suspend pour long tems la circulation, et diminue la masse de ses métaux, lorsque il donne à la fois deux valeurs intrinseques à une même valeur numéraire, ou deux valeurs numéraires à une même valeur intrinseque»: Forbonnai, Élém. du commerce, Tom. II, chap. 9, pag. 85.
9 Per fare questo calcolo non è necessario il cercare la precisa quantità d’oro e d’argento circolante fralle nazioni che commerciano, il che sarebbe impossibile; ma colle loro tariffe osservando qual prezzo diano all’oro sopra l’argento ciascheduna di esse, prenderne il valor medio, in questa guisa. Ridotte le proporzioni dell’oro all’argento ai minimi termini di 1.a, 1.b, 1.c, 1.d ecc., il valor medio sarà a + b + c + d ecc. / 1 + 1+ 1 + 1 ecc.
10 «Nel determinare il pregio dell’oro e dell’argento … ciascheduna delle genti è per legge dell’interesse proprio tenuta a comprendervi e contarvi non quella porzione sola che ne possiede, ma tutta quella intera massa che sa trovarsene dentro l’universale circolo del commercio»: Locke, Saggio sopra il giusto pregio delle cose, Part. 1, sez. 2, § 5.
11 «Comme toute société a des besoins extérieurs, dont les métaux sont les signes ou les équivalens, il est clair que celle dont nous parlons payera ses besoins extérieurs relativement plus cher que les autres sociétés, enfin qu’elle ne pourra acheter autant de choses au-dehors. Si elle vend, il est également évident qu’elle recevra de la chose vendue, une valeur moindre qu’elle n’en avoit dans l’opinion des autres hommes »: Forbonnai, Élém. du commerce, Chap. 9, pag. 73, Tom. 2.
12 Sia l’oro = o, e l’argento = a, e sia o. a. :: c. d., sarà od = ac; ma se una nazione faccia o. a. :: c.d. ± e, sarà od + eo = ac quando realmente ac = od; vi è dunque una differenza ± eo. Dico che questa differenza sarà in discapito di quella nazione; poiché se la proporzione sarà c.d. + e, le nazioni vicine cambieranno a con o col profitto eo per ogni ac, e se la proporzione è c.d. – e, le nazioni vicine cambieranno o con a, ed ella verrà a riceverne per ogni ac solamente od – eo in vece di od, cosicché, se alle altre nazioni od frutta eo, od + eo frutterà edoo + e2 o2 / do = eo + e2 o2 / d, e di nuovo do + 2eo + e2 o / d frutterà edoo + 2e2 o2 / do + e3 o2 / d2 = ed3 o3 + 2d2 e2 o3 + de3 o3 / d3 o2 = eo + 2e2 o / d + e3 o / d2 ecc.
13 Benché in una gran somma di metallo fino la lega possa ascendere a qualche valor sensibile, pur nondimeno il non considerarsi la lega nelle monete impure è un compenso al non valutarsi nelle monete più pure la maggiore raffinazione dell’oro; così la trascuranza di questi due dati, che si compensano l’un l’altro, rende più semplice e più pieghevole il regolamento delle monete.
14 «Car il ne seroit pas convenable qu’une égale quantité d’argent valût beaucoup plus ou beaucoup moins dans un seul et même endroit, étant considérée comme marchandise, que quand elle tient lieu de monnoye, c’est à dire qu’une seule et même chose, employée pour se mesurer elle-même, fût plus ou moins grande n’étant que mesurée que n’étant que mesurante»: Puffendorf, Droit de la Nat. et des Gens, liv. 5, ch. 1, § 16.
15 La comune opinione degli uomini e, quello che è più, l’autorità d’alcuni rispettabili scrittori, non è in mio favore. Fra questi ultimi pare da annoverarsi il conte Carli, al quale, come italiano, devo tutta la gratitudine per l’onore che co’ suoi scritti ha fatto alla comune nostra patria, e, come scrittore di monete, devo la venerazione che l’amore del merito inspira verso i maestri dell’arte. Sembra dunque esso appigliarsi alla opinione contraria nel tom. II, pag. 409, Delle monete ecc. In questo unico punto oso io discostarmi da questo grand’uomo. Le ragioni addotte mi paiono convincenti; addattando poi le teorie universali al caso presente, delle monete provinciali ormai non se ne vede più alcuna fra di noi: se dessimo loro un valore superiore all’intrinseco, rientrerebbero con tanto profitto de’ rivali e discapito nostro, quanto sarebbe il valore arbitra rio accresciuto. Quanto il sistema monetario è più semplice, tanto è più atto a far movere la gran macchina del commercio, nella quale, come in tutte le altre, la moltiplicità degli ingegni e delle ruote rendono men comodo l’uso e più breve la durata.
16 Come per le semplici e universali leggi del Creatore la natura si anima e si mette in moto, la confusione si disperde e cede, così con semplici e universali leggi la società si ravviva e si mantiene, cedono il disordine e l’anarchia. Quanti saranno impiegati a raffinare i metalli nella nostra nazione, saranno altrettanti cittadini, i quali il pane riceveranno dal regolamento ch’io propongo. In oltre l’assegnar maggior valore alle monete più raffinate non impedirà a chi le possiede di volerne riscuoter qualche agio da chi ne ha bisogno per qualche uso, e così si verrebbe a pagare due volte l’istessa cosa, l’una in grazia della legge, e l’altra di quella fatta da chi si prevale dell’altrui bisogno; se questi è straniero, sarà un raddoppiamento di perdita.
17 Le perdite in questo genere sono come le corrosioni d’un fiume, che, quanto ne perde una riva, altrettanto ne guadagna l’opposta, ed un abile politico potrebbe forse, esaminando i libri de’ negozianti inglesi ed olandesi, calcolare la felicità e miseria delle altre nazioni d’Europa.
18 «À voir aujourd’hui la Colchide, qui n’est plus qu’une vaste forêt où le peuple qui diminue tous les jours ne defend sa liberté que pour se vendre en détail aux Turcs et aux Persans, on ne diroit jamais que cette contrée eut été du tems des Romains pleine de villes, où le commerce apelloit toutes les nations du monde. On n’en trouve aucun monument dans le pays; il n’y en a de traces que dans Pline et Strabon»: Montesq., Esprit des Loix.
19 Gli uomini sono troppo amanti del loro ben essere per discostarsene un momento. Una legge contraria a questo non è mai in vigore. A questa resisto no le leggi fondamentali di natura, che sono scritte nel cuore dell’uomo con caratteri più indelebili che non in bronzi o in marmi, che cedono al tempo distruggitore. Le leggi arbitrarie, per la loro insussistenza altro non fanno che avvezzare il popolo a non considerare la trasgressione delle leggi come fatale al proprio vantaggio. L’indocilità degli uomini è quasi sempre effetto d’un vizio nella legislazione.
20 Veggasi Davide Hume, Disc. Polit. sur l’argent.
21 «Que dans un besoin de l’État un ministre imprudent permette pour une somme à des traitans de faire des quarts d’écu d’un argent moins fin de la moi tié de celui des écus, et cependant de la valeur numéraire d’un quart d’écu … l’habile négociant et l’étranger feront leur payement en quarts d’écus et tâcheront de recevoir en écus que feront refondre en quarts, avec profit de moitié. Le Roy ne sera plus payé qu’en quarts d’écus, et ce qu’il aura tiré de cette fabrication tournera à sa perte et à celle de l’État, en faveur de l’étranger»: Melon, Essai politiq. sur le commerce, chap. XII.
22 Fra gli altri paesi che così costumano, vi sono in Germania Hambourg e Francfurt sul Meno, che ricevono indistintamente qualunque moneta al vero intrinseco: Bielfeld, Instit. Polit., T. I, ch. XIV, § 29.
23 «E per levare ogni tentazione di guadagni e tutti i segni nettare, e la cosa far tutta orrevole e chiara e sicura, vorrebbe della moneta tant’essere il corso, cioè spendersi per quell’oro o argento che v’è, e tanto valere il metallo rotto o in verga, quanto in moneta di pari lega, e potersi a sua posta senza spesa il metallo in moneta e la moneta in metallo, quasi animale anfibio, trapassare. In somma vorrebbe la zecca rendere il medesimo metallo monetato ch’ella riceve per monetare»: Davanzati, Lezione delle monete, pag. 157.
24 Se lo zecchino di Genova non è stato falsificato, ma è quale ce lo danno i saggi di Torino estratti dal conte Carli, Tom. II, pag. 342 e 346, lungi dal meritare di essere escluso, merita un maggior valore del gigliato.
25 Io ho preso per campione dell’oro il gigliato a lire quindici, valore a cui le orecchie del popolo sono accostumate, indi ho dato egual valore numerario, cioè lire quindici, alla porzione d’argento fino, che contenesse quattordici volte e mezzo il peso del fino del campione dell’oro. In questi dati il grano d’oro viene a valere soldi quattro, denari due 1254/1633, e il grano d’argento denari tre 13/29 crescenti. Se a taluni non piacesse la scelta del gigliato, si può co’ principii stabiliti formare un’altra tariffa, prendendo il filippo o la doppia di Milano per campione. Oltre l’abituazione del popolo, altre ragioni mi hanno determinato alla scelta del gigliato a lire quindici. Li dieci soldi che si aggiungono alle quattordici e mezzo (prezzo presente del gigliato secondo la tariffa) scemano di più del tre per cento la sproporzione fra la moneta di rame e la stabile. La lira, che è la misura comune delle pubbliche e private ragioni, non soffre in questa maniera quelle sensibili alterazioni che producono l’incertezza e i litigi ne’ contratti. È inutile l’avertire che i prezzi di questa tariffa suppongono le monete né tosate, né calanti. Quando un gran numero di queste s’introduce in uno stato, si dovrebbe, a proporzione del calo, scemare il prezzo.
26 Le cedole di banco sono fatali all’aumento della massa circolante. Esse non fanno che raddoppiare il valore numerario senza aumentarsi l’intrinseco, circolando il denaro che rappresentano e la sua rappresentazione, cioè le cedole. Se la moneta di rame è da proscriversi perché contiene il trenta per cento di meno, molto più sono da proscriversi le cedole, che contengono di meno il cento per cento. Una nazione, se non ha tanto di intrinseco che basti per pagare i suoi debiti, non gli pagherà giammai collo scrivere su una carta devo tanto d’intrinseco. Le cedole di banco sono una confessione di un debito, non un pagamento, e chi le cede ad altri non dà danaro, ma cede un credito.
Consulte
Carteggio
ciao
Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano
Pietro Verri
CONSIDERAZIONI
SUL COMMERCIO DELLO STATO DI MILANO [1763]
| Testo critico stabilito da Giovanna Tonelli (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, II/1, 2006, pp. 107-345) |
Tardiora sunt remedia quam mala et ut corpora lente augescunt cito extinguuntur, sic ingenia studiaque oppresseris facilius quam revocaveris: subit quippe etiam ipsius inertiæ dulcedo et invisa primo desidia postremo amatur. Tacit.
Prefazione
La scienza dell’economia politica, quella cioè che misura la forza e il vigore d’uno Stato, la proporzione e la natura dei tributi, l’indole dell’industria e del commercio delle nazioni, scienza certamente la più utile e ferace di tutte per la prosperità degli uomini sia ne’ tempi pacifici sia per disporsi a sostenere con robustezza i tempi turbolenti, è stata lungamente negletta, cosicchè può dirsi che in questo secolo appena sia comparsa in Europa a spargere una luce affatto nuova e a far sentire la connessione che hanno fra loro mille legami della Società invisibili al volgo, dalla riunione de’ quali si forma il nodo che decide della miseria o della pubblica felicità. La perfezione della nautica, l’arte della stampa e le poste stabilite ormai per tutta Europa, somministrandoci una congerie vastissima di fatti, di costumanze e di leggi di altri Popoli, ci hanno spinti a meditare sulla natura degl’interessi delle diverse Società e tutti gl’ingegni europei, comunicando per questi mezzi sconosciuti agli antichi, conspirano a riscaldare e schiudere le verità come tanti specchj che ad un sol punto riflettono i raggi. Volano le nuove scoperte da Roma a Londra e da Pietroburgo a Madrid e l’intensione di pochi mesi presentemente corrisponde alla durata di molti anni addietro.
Sotto il glorioso regno d’Elisabetta produsse l’Inghilterra Gersham il quale propose i primi suggerimenti per incoraggire il commercio e da quella illuminata nazione se gli eresse una statua che anche al dì d’oggi nella Borsa di Londra mantiene viva la benemerita rimembranza d’un benefico cittadino; molte rispettabili opere di economia pubblica sono uscite da quella nazione fralle quali con particolar distinzione meritano d’esser ricordati i nomi di Giovanni Locke e di David Hume. Valenti scrittori di queste materie ha prodotto la Francia: il Maresciallo di Vauban, Savary, Melon, du Tot e ultimamente Forbonnais, dal quale abbiamo la più compita opera che sin ora siasi veduta. D. Gerolamo Ustariz e D. Bernardo d’Ulloa hanno illustrata la Spagna e dalla Germania sono uscite le opere utili e industriose del Barone di Bielfeld. Per ciò che spetta all’Italia universali opere non ne abbiamo, trattone quanto il S. Genovesi ha egreggiamente voluto stampare in Napoli; i due toscani Pagnini e Tavanti con molto criterio hanno scritto su alcuni rami di questa scienza e su quello delle monete non ci resta da invidiar nulla alle estere nazioni per le opere del Davanzati, Montanari, Conte Carli, del Presidente Neri e ultimamente del Marchese Beccaria. All’uni versale però della scienza economica manca ancora un genio che riduca i veri principj grandi a quella nuda semplicità che il volgo suole pregiar poco, ma che gli uomini superiori al volgo chiamano vero sublime; s’accorcierebbe allora di molto la strada per cui si giunge all’acquisto di questa scienza e più universalmente spargendosi la luce delle materie economiche diminuirebbe il numero dei funesti e universali pregiudicj.
Alcuno sin ora non v’è stato che del sistema politico economico di questa Provincia abbia scritto, giacchè in questa classe non riporremo nè il Piazzoli, nè l’Oppizzone, nè il Tridi, nè il Somaglia, i quali altro non hanno che la storia dei tributi nostri e due di questi, il secondo e l’ultimo, impastata in voluminosi e infelici tomi che mettono a prova la più forte contenzione d’instruirsi; il Tridi, forse più ragionevole, non so per quale sventura è appunto il meno conosciuto. Il Sig. Negri in quest’ultimi anni ha scritto su i tributi del Cremonese ed è andato tanto avanti quanto potevasi coll’ajuto della giurisprudenza e degli archivj e merita la considerazione che avremmo per un pittore che senza il compasso descrivesse una figura che s’accosta al circolo.
L’impostura di alcuni, l’interesse di altri hanno fatto involgere sotto la nebbia del mistero i fatti della pubblica economia in questa Provincia e gli uomini, naturalmente nemici delle imprese nelle quali s’affaccia grande difficoltà, si sono appigliati al partito di riporre forse al di là del possibile quello che non hanno osato intraprendere, calunniando la natura anzi che convenire della propria debolezza. Così verrebbe condannata la intera società a vivere in tenebre eterne e per una delle contraddizioni famigliari alla umanità, mentre tutti gridano perchè vorrebbero che le cose andassero meglio che non vanno; si predica e si declama perchè nessuno pensi delle cose diversamente da quello che comunemente si pensa.
Ella è una verità già detta che ogni mutazione lascia lo addentellato per la edificazione dell’altra; il nuovo Censimento e la bell’opera del Presidente Neri hanno messo in chiaro finalmente la forza fisica di questa Provincia; la ordinazione di qualche archivio e qualch’altra fortunata combinazione m’hanno somministrati i lumi onde con mezzi privati svelare quel malaugurato spirito di mistero, padre dell’impune arbitrio e della sicura ignoranza, e sostituire in sua vece l’amore della gloria del Sovrano e della felicità dello Stato i quali inspirano una benefica libertà e sollevano l’anima e la disciolgono dai legami dei piccioli riguardi.
Lo stato di sensibilissima decadenza a cui siamo ormai ridotti è un male che quanto più tarderassi a portarvi rimedio, tanto diverrà più funesto e mortale; se per l’ottava volta tornerassi a pensare al commercio di questa Provincia, ragion vuole che non si proponghino i rimedj già sette volte ripetuti e provati costantemente inefficaci, poichè le cognizioni del commercio hanno una nuova politica introdotta in Europa, e se per l’adietro l’universale ignoranza ci lasciava ad armi eguali, oggidì che gli altri Stati hanno rianimata l’industria e stanno pronti a profittare dell’altrui sonnolenza, ci renderanno la vittima della ostinazione nostra se indistintamente conservare ci piaccia le massime colle quali ci siamo sin ora diretti; nè ci avvedremo de’ nostri fallaci principj sin tanto che non appaja chi s’armi d’onorato coraggio e scriva e pubblichi le verità anche a costo d’offendere il privato interesse d’alcuni pochi e si esponga ad un glorioso ostracismo, giacchè il silenzio degli uomini comuni lascia miseramente perire la pubblica causa.
Queste riflessioni m’hanno determinato ad esaminare di proposito il sistema di questo Stato per ciò che concerne il commercio; questa impresa, che richiede ozio e tranquillità, addattata è appunto a chi vive lontano dallo strepito de’ pubblici affari ne’ quali chi per instituzione di vita s’avvolge deve bensì scegliere ed eseguire cose grandi, ma non già può meditarle e produrle, proprietà attaccate alla vita domestica e privata. Ho io dunque cominciato col trascorrere ed esaminare i documenti onde formare la storia politica di questa Provincia rimontando a più di tre secoli adietro, cioè al tempo della nostra vera prosperità e dal principio del 1400 sono disceso sino ai dì nostri, dilucidando i gradi diversi per i quali dallo stato più florido siamo abbassati alla inopia ed alla innazione; e questo è il soggetto della prima parte. Indi nella seconda parte ho messo in luce lo stato attuale della nostra industria, ho calcolata la dipendenza in cui siamo dalle estere Nazioni e gli ostacoli che trova il commercio e nelle leggi e nelle massime e nei metodi adottati presentemente da noi. Finalmente nella terza parte propongo i rimedj più semplici e meno turbolenti per isciogliere queste vergognose catene e rendere la Nazione più ricca e il Sovrano più forte.
Prevedo un tempo e non è forse molto lontano, quello cioè in cui la ragione universale avrà dilatato a un dato punto l’impero che ogni giorno più va acquistandosi, malgrado gl’inutili sforzi dei tenaci adoratori delle ereditarie costumanze: se avvenga che sin là giunger possa il mio libro, farà maraviglia come vi sia stato bisogno un tempo di provare la verità ch’io annuncio, e come per secoli abbino potuto sussistere in una parte d’Europa non isvelati, non contraddetti, non combattuti da alcuno gli errori più elementari e funesti della legislazione e della politica. Prima però che questa luce risplenda molti nemici avrà quest’opera, mossi da coloro che trovano utile nel mistero ch’io oso squarciare agli occhi di tutti; e deboli sostenitori troverà ella in questa Provincia per quella timidità che gli uomini hanno trovandosi aversarj armati di leggi e d’inveterati costumi, e per quella mancanza di contenzione per cui, anzichè reggere all’intimo esame delle cagioni, aspettano gli uomini dal tempo gli effetti per giudicare più comodamente. Qualunque siano gli sforzi di chi cerca vantaggio dall’adulazione del presente sistema e rendita dalla pubblica calamità, egli è costante che la verità svelata finalmente non potrà di nuovo ascondersi sotterra, ed al primo spuntare dell’epoca fortunata in cui le circostanze permettino di pensare seriamente a saldar le piaghe di questo Stato, verrà il mio libro tolto dalla polve di qualche biblioteca e servirà lo spero per facilitare la benefica impresa.
Che se poi frattanto qualche abile e illuminato ingegno vorrà occuparsi a perfezionare quest’opera di cui altra certamente più utile, anzi necessaria, non può immaginarsi, e rettificar voglia le mie sviste, le quali malgrado le diligenze e la più scrupolosa cautela sfuggir sogliono a chi ardisce il primo farsi strada fralle tenebre; se in questa onorata carriera vi sarà in somma chi illumini di più i nostri veri interessi ed assicuri sempre più il fondamento su cui innalzare l’edificio sacro alla pubblica felicità, lungi ch’ei tema in me una bassa gelosia, sappia ch’io rallegrerommi vedendo accresciuto il numero de’ rischiarati cittadini e donerò all’amore del merito e del ben pubblico la perdita del primato.
Compositum jus, fasque animi, sanctosque recessus
Mentis et incoctum generoso pectus honesto.
Hæc cedo ut admoveam Templis et farre litabo.
PARTE I.
DELLA GRANDEZZA E DECADENZA DEL COMMERCIO DI MILANO DAL PRINCIPIO DEL 1400 SINO AL 1750
Introduzione
La strada medesima per la quale ho voluto incamminarmi per trovare le idee chiare dello stato politico della mia Patria è appunto quella ch’io mi sono proposto di riandare in quest’opera. Ho voluto consultare primieramente la storia municipale e colla penosa lettura de’ pochi che hanno scritto di quest’ultimi tempi e collo svolgere una vasta serie di documenti inediti ho accompagnato il destino di questa Provincia dal punto dell’antica opulenza sino alla depressione presente. Questo era indispensabile per conoscere lo spirito di questo disgraziato cambiamento, per vedere la corruzione degli antichi buoni principj, per esaminare i progetti altre volte proposti, l’indole in somma della Società, a’ di cui mali si tratta di portare rimedio. Gli errori passati con minor gelosia si nascondono e mi hanno servito di guida per esaminare le massime ereditate: ecco il fine che mi sono proposto in questa prima parte.
Se la materia di cui mi sono prefisso di trattare fosse per sè medesima meno contenziosa di quello ch’io la prevedo, non avrei posta la moltitudine delle note che trovansi per giustificare ogni avenimento storico co’ documenti dai quali l’ho tratto e per persuadere quei che non cedono al ragionamento colla autorità de’ più accreditati scrittori di commercio.
Poche sono le storie che leggonsi con diletto: la mia certamente non può pretendere d’essere di questo piccol numero; l’immaginazione ristretta fra elementi troppo uniformi di gabelle, aggravj, oppressioni e pregiudicj deve stancare l’animo del lettore con una discara monotonia. La cura della brevità mi ha fatto serrare gli avvenimenti troppo vicini, onde non resta in questa prima parte quello spazio occupato d’idee straniere che concilia l’attenzione, lasciando tempo al riposo ed alla distrazione di chi legge. Ma il rimedio era peggiore del male, la importanza e la uniformità del soggetto non hanno consigliato di prendere altro partito.
Quelli dunque che cercano soltanto di formarsi una idea di quest’opera scorrino la seconda parte e la terza lasciando la prima, ma quei pochi che hanno disegno d’informarsi fondatamente del sistema economico di questa Provincia legghino seguentemente, e sieno persuasi che il tedio che potranno provare leggendo sarà minore di molto di quello che ho dovuto superare per compilarla.
Contentus paucis lectoribus.
Horat., Sat., X, l. 1.
Capo I. Quale e quanto fosse il commercio di Milano ne’ suoi tempi doviziosi; quali le circostanze interne e esterne che lo favorivano.
Nel secolo XV la sovranità dell’Italia sull’Europa per il commercio era forse più vasta e tranquilla di quanto in prima lo fosse quella dell’armi. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi avevano stesa la loro navigazione non solamente sul Mediterraneo, ma per l’oceano rimontavano al Baltico e portavano ai Popoli del Nord e le nostre e le merci d’Oriente. Non fa al caso nostro la esatta ed erudita disamina del Conte Carli,[1] cioè se gl’Italiani andassero a fare personalmente il commercio per l’istmo di Suez al Mar Rosso e colà avessero stabilimenti, ovvero se d’Alessandria per le mani degli Arabi ricevessero soltanto le merci d’Oriente e di Mezzodì, come da alcuni pretendesi. Noi ci terremo ne’ limiti della Lombardia, nè usciremo da questi angusti confini se non se quanto richiederà l’interesse della Provincia per cui prendo a scrivere, come fa appunto l’anotomista che per ispiegare l’organizzazione e il moto d’una parte ricorre alle leggi universali della circolazione e nutrizione di tutto il corpo.
In questo commercio gl’Italiani portavano essi soli all’Europa cotoni, canella, sete, zuccheri, gioje, tutte in somma le droghe e le merci dell’Indie Orientali e del Levante, e ne riportavano in contraccambio panni, saje, rovesci, fustagni e simili lavori di cotone e di lana i quali somministravano travaglio e guadagno a una sterminata quantità d’operaj massimamente nella parte settentrionale d’Italia. La mercatura e le forze marittime de’ Veneziani erano assai considerabili.[2] Manteneva quella possente Repubblica undici mila marinaj[3] e a Venezia siccome a scala di tutto l’Oriente mandavasi dalle Città dello Stato Milanese solamente in panni e fustagni il valore di 695.000 (seicento novanta cinque mila) zecchini[4] ogni anno.
Nè il commercio dell’Europa coll’Asia, aperto e stabilito da’ Veneziani, li distoglieva da quello dell’una coll’altra parte dell’Europa medesima, commercio detto da’ Francesi cabotage. Anzi nel ritornar dall’oceano, facendo essi scala alle coste di Spagna e di Francia, di là tra le altre cose portavan le lane, che insieme poi colle droghe dette disopra, cogl’indachi, coi saponi e filati e drappi d’oro e di seta, colle grane, coi sali e con altre merci, ci davano in pagamento dei panni.[5] Il commercio adunque in Milano nel secolo XV era un commercio accessorio e secondario di quello de’ Veneziani; nè potea essere in altra maniera in una Città distante e dal mare e da gran.[6]
Il commercio della seta però era allora per noi svantaggioso, ricevendone da Venezia ogni anno in drappi lavorati il valore di (250. 000) dugento cinquanta mila zecchini.[7] Solo nel 1460 potè la protezione e l’industria metter qui in opera[8] 80 telari di seta, numero che in que’ tempi parve assai grande, ma senza paragone minor di quello al quale ascese poi nel secolo XVII, come vedrassi a suo luogo. L’industria adunque de’ nostri Lombardi[9] travagliava allora specialmente intorno ai lavori di lana: e nella sola Città di Milano settanta erano le fabbriche del lanifizio, sessanta mila i lanajuoli che ci campavano onestamente colle loro famiglie, e il numero de’ cittadini montava a (300. 000) treccento o più mila. Era perciò nel colmo della sua grandezza la Città nostra e degno è da credersi che allora avesse origine il detto: «che per rinvigorire l’Italia conveniva sterminare il commercio di Milano».[10] Allora fu che scavossi il canale navigabile che dalla Città mette capo nell’Adda,[11] monumento perenne della dovizia di que’ tempi felici e oggetto di perpetua riconoscenza verso i saggi e benefici nostri antenati.
Sogno, più che altro, parer potrebbe la mentovata ricchezza a chi sol riguardasse lo Stato del commercio presente, ma l’antica grandezza era effetto non solo delle circostanze universali, ma ancora dell’interna costituzione della Provincia. E poichè si è data a corsa un’occhiata alle prime, sia bene toccar qualche cosa ancora della seconda che servirà per chiuder la via all’ammirazione, giacchè non ci fanno maraviglia gli effetti se non a misura che ne restano ignote le cagioni.
Era primieramente nel secolo XV in onore il commercio, nè di que’ tempi si vedevano esclusi da verun ordine o grado i cittadini che ne facevano l’onorata professione, e questa massima cotanto sana e giovevole si mantenne in vigore sino al 1593, epoca in cui il nostro commercio fu escluso dal Collegio de’ Giureconsulti per loro decreto[12] come ripugnante alla chiarezza del sangue. La ragion poi, per la quale si riserbassero gli onori alla infingardaggine degli sfacendati e si giudicassero vili e indegni d’aspirarvi i cittadini operosi i quali travagliano ad ingrandimento e lustro della Patria, non sarà certamente facile il rinvenirla, come in fatti non l’hanno mai finora a loro grande ventura scoperta nè gl’Inglesi, nè i Fiaminghi, nè i Toscani, nè i Genovesi, nè varj altri Popoli chiari al mondo per opere di mano e d’ingegno.
Erano in secondo luogo assai tenui le pubbliche imposte dalle quali ancora tenevansi sollevati i maestri e ministri dell’opere[13] e a loro onore e comodo, a favore de’ loro edificj, si ampliò lo statuto de laute ædificando.[14]
Le tariffe erano regolate a dovere; nè quelle delle monete discordavano dalla quantità circolante de’ metalli, nè quelle de’ dazj e delle gabelle facevan guerra al commercio; e se pure nel 1409 si contravvenne a questi principj, non tardò molto il rimedio, e la pronta correzione che vi si pose fu prova manifesta della felicità di que’ tempi ne’ quali gli errori o non avevan luogo di nascere, o non avevan vita a durare che pochi giorni.[15] È pure da osservarsi che pubbliche e chiare erano le tariffe ed inserite nel codice delle leggi municipali.
Le leggi poi del commercio erano chiare, e pronta e sommaria era la ragione che si faceva a coloro che lo seguivano, non sofferendo le lor controversie le formalità de’ Giurisperiti,[16] i quali nè possono essere al fatto della natura del commercio[17] nè soglion per altra parte deviare da’ lunghi e metodici rigiri del Foro. Abbiamo però negli statuti antichi che gli affari del commercio siano giudicati da’ proprj Consoli ed Abati, «senza dipendenza o consiglio d’alcun Giurista» e che «le questioni mosse innanzi a’ Consoli non passino ad altro Giudice»[18] anzi che «niuno possa nè appellare, nè sottrarsi dalla sentenza che avran data o daranno gli Abati de’ Mercanti quando non fosse per chiedere la revisione della causa a’ medesimi Abati e Consoli che la rivedano con ducale autorità»,[19] e si stabilì persino «che gli Officiali e i Consoli, deputati sopra il commercio nelle cause spettanti al loro Tribunale, non diano in verun conto orecchio nè agli Avvocati nè ai Procuratori»; tanto temevasi di dare a’ giureperiti il minimo accesso negli affari di commercio.[20]
Con tali domestiche leggi e colla vicinanza del gran commercio co’ Veneziani doveva prosperare la Lombardia, se non che per essa e per tutta parim.te l’Italia s’andavano formando que’ ceppi che trattengono il nostro commercio in una total dipendenza da quello dell’altre Nazioni. La presa di Costantinopoli fatta dai Mussulmani aveva da una parte sbigottiti gl’Italiani e reso men libero il loro commercio; d’altra parte quel genio di novità, animatore ugualm.te degli uomini grandi e de’ fanatici cui vanno in seguito le grandi cose e l’odio volgare, aveva già mosso il Principe Enrico di Portogallo sino nel 1419 ad avanzarsi per la costa occidentale dell’Affrica a nuove scoperte,[21] con diversi tentativi era nel 1461 scoperto il Capo Verde. Viaggio fu questo, quanto glorioso per la nazione che l’eseguì e per il Principe che lo diresse, altrettanto per l’Italia fatale.[22] Nel 1497 poi Vasco de Gama, regnando Emmanuele IV in Portogallo, raddoppiò il Capo Diab detto poi Buona Speranza ed in cotal modo si aprì la strada all’Indie Orientali. Questa nuova strada, benchè assai più lunga essendo tutta marittima, recò le droghe a minor prezzo in Europa e gl’Italiani, che dal Mar Rosso al Cairo eran prima costretti a trasportarle per terra, in concorrenza de’ Portoghesi dovettero cedere e cessare il trasporto.[23] Scorsero quegli arditi e felici Argonauti la costa orientale dell’Affrica e quella dell’Asia e le isole adjacenti, tantochè nel 1514 divennero signori del commercio di Ceylan,[24] Bengala,[25] Siam,[26] Macao,[27] in seguito delle Molucche,[28] sin tanto che nel 1550 tutto fu nelle mani loro il commercio delle droghe e delle altre merci d’Oriente.
Non fa al caso nostro la storia che facilmente può vedersi negli Autori che trattano del commercio, dei diversi giri, ch’esso ha fatto dappoi dai Portoghesi agl’Inglesi, Città anseatiche dell’Impero, ai Fiaminghi, ai Francesi ed agli Olandesi; basta per noi soltanto osservare che, gradatamente indebolito il commercio delle Città d’Italia, essa pure si ridusse a quella dipendenza nella quale teneva in prima il restante d’Europa. Ciò avvenne gradatamente, poichè sebbene alla metà del secolo XVI si debba fissare la perdita del commercio d’Oriente, restò però quello del Levante[29] per molto tempo ancora, e con esso lo spaccio delle nostre manifatture di lana, delle quali quando se ne scemava per lo diverso sistema delle cose, altrettanto cercavamo a risarcircene colla introduzione delle manifatture di seta, come vedremo.[30] Avevano elleno spaccio al principio del XVI secolo in Francia e s’erano da’ Francesi sostituite all’uso delle pellicce.[31] Le fabbriche poi di Lione, nate sotto Francesco primo e poco protette sì da lui che da Enrico II.do, non s’innalzarono che nel secolo XVII a scapito delle nostre, come costantemente aviene anche a’ dì nostri.[32]
Capo II. Del commercio di Milano nel secolo XVI.
Frattanto che i Portoghesi s’avanzavano a grandi passi per togliere agli Italiani la signoria del commercio d’Europa, interni mali si preparavano alla Lombardia, destinata colla perdita de’ suoi naturali Principi a diventare Provincia d’una vasta Monarchia. Ciò avvenne colla prigionia dell’ultimo nostro Duca Lodovico il Moro dal Re di Francia confinato in Loches dove morì. Dico ultimo poichè Massimiliano e Francesco II.do Sforza quasi non regnarono che con altrui autorità e per sì poco, che piuttosto apparizioni che altro si possono chiamare le loro venute in Patria.
Diciott’anni durò il regno de’ Francesi, interrotto però per tre anni, ne’ quali tornò a ripigliare il comando Massimiliano Sforza. Non fu il governo francese nè duro nè pernicioso a questa Provincia e il maggior danno che ce ne tornò fu la partenza d’alcuni Maestri di drappi di seta, i quali passarono in Francia a stabilire le arti e le leggi del nostro commercio.[33] So che fu trasportata a Blesse la biblioteca de’ nostri Duchi ch’era in Pavia per ordine del Re francese; i Sovrani capaci di tai rapine promettono un buon governo. In fatti non consta a me che durante la dominazione francese siasi fatta veruna imposizione di gabella, consta bensì che varj provedimenti pubblicaronsi favorevoli al commercio;[34] e se allo Stato s’imposero sussidj straordinarj[35] conviene donarli alle circostanze di guerra quasi incessante. Quello che contiene di rimarcabile per lo commercio la storia d’allora si è la lega di Cambray, da cui la potenza de’ Veneziani e il commercio ricevettero un crollo considerabile.
Finì la dominazione de’ Francesi colla conquista di Carlo V Imperadore. Francesco Maria Sforza fu riposto in Milano col nome di Duca, ma non coll’autorità; indi dichiarato esso reo di fellonia e decaduto dal Ducato fu deputato al governo di Milano D. Antonio de Leva, sotto del quale gravissimi danni avvennero a questa Provincia per le estorsioni enormi ch’egli vi fece.[36]
La pace di Bologna ci rese il Duca investito da Carlo V e colla sua venuta le turbolenze ebbero qualche posa; la ferace e vigorosa Insubria si ristorò presto da questi primi danni, quindi si vedono nella storia splendide e sontuose accoglienze fatte alla Principessa Cristierna di Danimarca venuta troppo tardi per mantenere la famiglia degli Sforzeschi.
Ritornò Carlo V al dominio della Lombardia dopo la morte dell’ultimo Duca successore anche per testamento. Sappiamo che interottamente la Francia disputò questa Provincia ancora per vent’anni. La storia di queste poco vigorose ma tanto più fatali rivoluzioni non appartiene al mio instituto al quale appartengono bensì i lor conseguenti, cioè i sussidj considerabili pagati dallo Stato,[37] l’accrescimento delle gabelle[38] e la imposizion delle nuove,[39] cose tutte le quali, e per loro peso naturale e per la trascuranza in cui si viveva da’ Regj Ministri sulla loro amministrazione e riparto, opprimevano il commercio.[40] E circa a questi tempi cambiossi l’antica constituzione dello Stato: nuovo codice di leggi, nuovo Senato formaronsi, le antiche buone leggi in parte furono derogate.
Era la Camera in continue premure d’aver denaro: le accresciute gabelle non erano ancora bastanti a fornirlo. Venne per conseguenza ordine da Carlo V[41] per mantenere l’armata d’imporre la contribuzione di 300.000 (trecento mila) scudi da sborsarsi in un anno, come appunto Francesco primo appena giunto alla Signoria di Milano aveva fatto,[42] e questi trecento mila annui scudi dividendosi in venticinque mila ogni mese, diedero nome al carico di mensuale. Ma sotto Francesco I questo sussidio si pagò una sol volta, ora s’impose come carico permanente.
S’è già poco fa accennato come la sproporzionata e ingiusta maniera di ripartire i carichi fosse uno de’ gravi danni che affliggevano questa Provincia: basti dire che si ripartivano tuttora a norma della popolazione del 1462, anno nel quale Francesco primo Sforza impose la regalia del sale forzoso.[43] Con questo metodo si fece adunque al bel principio il ripartimento del Mensuale,[44] poscia si divise su tutti i fondi stabili dello Stato de’ quali fu ordinata la stima ossia Censimento. Questa universale stima degli stabili immediatamente si fece 51 sulle semplici notificazioni e sopra la fallace ricognizione de’ contratti e ciò con tale precipitazione che nemmeno lasciò luogo ad esaminarli.[45] Quanto fosse lontano dal vero un tal metodo bene lo dimostra il Presidente Pompeo Neri;[46] ma non è intento dell’opera l’entrare per ora in simili discussioni, bastando l’avvertire che questo pesante tributo, imposto tutto in un colpo, oltre le accennate nuove gabelle che ferivano immediatamente il vitto dell’operajo, dovette essere un’offesa memorabile per il nostro commercio.[47]
Il Mensuale adunque fu la prima ferita profonda fatta al commercio milanese. I possessori de’ fondi stabili trovandosi aggravati per la nuova ripartizione credettero di sollevarsi addossando parte del peso ai capitali impiegati nel commercio e così ricercarono al Monarca;[48] v’accondiscese l’Imperador Carlo V; ne ordinò la stima la quale ebbe il nome d’estimo del mercimonio, nè si terminò che alla fine di questo secolo, come vedremo. Memorabile fu quest’anno in Germania per il famoso interim, e in Lombardia per quest’epoca del suo decadimento.
Quando i tributi eccedono la forza della nazione son come i gravi che dalla lor prima caduta acquistano nuovo impeto che li preme e gli spinge al basso con maggior celerità e violenza.[49] Dietro il carico Mensuale in pochi anni si accrebbero ancor le gabelle della Mercanzia,[50] nè bastando pur quest’aumento se ne introdusse un secondo tre anni appresso[51] e dietro altri due anni s’impose un nuovo carico stabile che fu chiamato tasso della cavalleria.[52]
Questo nuovo carico poteva chiamarsi un accrescimento al Mensuale, poichè s’impose col titolo di mantenere l’armata[53] e si distribuì colla medesima norma. Con questo nuovo sopraccarico si formò il bilancio camerale che eguagliava l’entrata all’uscita,[54] il che per poco tempo si mantenne, cioè per tre anni appena,[55] vedendo il nuovo carico imposto col nome di pressidio straordinario altro accrescimento al Mensuale,[56] così sempre a dismisura andavano crescendo le gravezze su questi popoli e diminuendosi le rendite del Sovrano.[57]
Questa malavveduta politica de’ Principi d’allora di rovinare i loro Popoli, quasichè la forza del Sovrano fosse qualch’essere imaginario, non il risultato delle forze de’ Sudditi,[58] mosse il Papa Pio V ad aggiungere alla bolla in coena Domini la proibizione a’ Principi d’accrescere aggravj ai Sudditi, dichiarando contro essi, senza eccezione d’alcun Monarca, tutti gli anatemi più forti. L’amore della umanità aveva dettata questa bolla del Santo Pontefice, ma ritrovò in que’ tempi ostacoli più forti di lei. Così avvenne sei anni dopo, quando si distribuì il nuovo carico de’ quattordici reali sullo Stato,[59] poi quando nuova gabella s’impose sul vitto della plebe.[60] A tante disavventure s’aggiunse una malattia epidemica per cui sino 40.000 (quaranta mila) ammalati si contarono ad un tratto in Milano,[61] nuova conferma dell’antica popolazione.
Se con tanti e naturali e artefatti nemici potesse conservarsi il commercio della Lombardia non fa bisogno di molta disamima per deciderlo. L’avveduto Pontefice Sisto V profittava frattanto del nostro cattivo governo e invitava, con fabbriche erette a spese della Camera Apostolica, con protezione e premj, gli oppressi nostri Fabbricatori a ricoverarsi in Roma,[62] e sul suo esempio i Francesi pure s’applicavano a raccogliere quel bene che lasciavamo noi sì miseramente uscire dal nostro Paese.[63]
Il commercio è appunto come i fluidi che scendono quando si fa loro il cavo. La gravità del commercio (mi sia permessa questa frase) fa che si porti dove ritrova minori ostacoli e maggior protezione: l’utile d’una Nazione è il danno d’un’altra,[64] questa guerra è più umana bensì, ma non vi si disputa meno della potenza de’ Principati, nè la cieca fortuna, ma la condotta di chi vi presiede ha l’influenza principale nell’avvenimento.[65]
S’è già accennato come nel 1548 i possessori de’ fondi stabili cercassero dal regnante Carlo V che il commercio concorresse immediatamente a sollevarli nel carico del Mensuale e come quel Sovrano ordinasse la stima del valor capitale delle merci;[66] ora conviene osservare che questa stima non si pubblicò prima del 1595, cosicchè circa mezzo secolo vi s’impiegò per formarla,[67] nè ottenne forza di legge che dopo quattr’anni ancora oltre i cinquanta di nuove controversie.[68] Difficile era a farsi questa ripartizione[69] e i prefetti dell’estimo dovettero immaginare una nuova misura per sottoporre a stima il fondo dell’industria, non capace di peso o d’estensione alcuna.[70]
Il metodo poi, onde fu ripartito questo Estimo della Mercanzia, fu de’ più malsani e perniciosi che immaginar si potesse. Perciocchè non si distribuì in sollievo universal degli stabili dello Stato come richiedeva la vera e sana politica, ma sibbene a vantaggio di questa e di quella Terra. Di qui venne che alcune Terre restarono sollevate, ma non già l’altre che avean poco o niuno commercio. Ciò fece poi che i Coloni, affin di sottrarsi ai pesi delle gravezze, passando a gara da’ luoghi più aggravati ad altri più scarchi, restò la popolazione senza venuna proporzione distribuita, perchè ripartita non a ragione della capacità e della fertilità del terreno, ma unicamente dell’interesse e del carico mal adattato.
Un altro non minore sconcerto certamente fu quello di fissare in perpetuo l’estimo fatto del Mercimonio. I Padroni e Maestri aggravati nelle Città si rifugiavan ne’ Borghi e nelle Terre dello Stato, dove l’Estimo era tenue per la tenuità del commercio nel tempo che quello s’impose: dal che ne venne e una nuova sproporzione del carico, restando esso distribuito sopra il minor numero di coloro che rimanevano nelle città, e un pregiudizio irreparabile per i Mercatanti cittadini, i quali in concorrenza coi Borghesi e i Terrieri più non potevano vendere le loro manifatture.
Verso la fine di questo secolo si tolsero gli onori al commercio, come si è accennato nel primo capo, e nel tempo medesimo s’eresse il Banco di S. Ambrogio.[71] La proposizione di questo Banco fu fatta, come è noto, da Gio. Antonio Zerbi.[72] La Città s’esebì a ricevere in deposito qualunque somma sott’obbligo de’ suoi fondi ed a rilasciarla. Si voleva con ciò proccurare ai particolari la comodità del trasporto e la sicurezza della custodia del loro contante, si voleva trovare alla Città un capitale senza interesse[73] di cui potesse prevalersi e cavarne una rendita col giro del cambio. In questa guisa la Città si constituiva custoditrice della cassa de’ particolari.[74]
Con ragione si prevedeva che una Città suddita[75] d’un governo, il quale era allora in frequenti urgenze di denaro, non dovesse far nascere quella confidenza che i Veneziani e i Genovesi avevano per la patria loro. Questo solo pensiero avrebbe potuto distogliere dal prosseguire l’idea, ma si credette di far nascere questa confidenza col comandare sotto pena pecunaria che nascesse.[76] L’effetto corrispose alla efficacia del mezzo, giacchè per invitare i particolari a portare denari a questa cassa si dovette accordar loro in seguito la partecipazione degli utili: cosicchè cambiò natura e constituzione il Banco sin tanto che 65 anni dopo si vide fallito.
In una nazione che non ha nè porto, nè spiaggia, nè trasportazione di molte merci di prima mano, non essendovi la necessità di girare ad ogni ora grandiose somme, queste pubbliche casse non compensano il male che fanno di moltiplicare la rappresentazione del valor delle cose. Di più non devo aggiungere. Dirò bensì che la buona regola del commercio avrebbe insinuato allora d’opporsi a questa instituzione ed ora persuade d’usare della religione più esatta verso de’ creditori affidati al sacramento della pubblica fede.
Capo III. Del commercio di Milano dal principio del secolo XVII sino verso la metà di esso.
La Spagna, che si vedeva sott’occhj la propria decadenza senza porvi rimedio, e che padrona de’ tesori del Potosì trovava la via di porsi ogni giorno più nella dipendenza delle altre nazioni d’Europa, non era sperabile che riparasse i colpi che aveva ricevuto il commercio d’una sua Provincia tanto da sè lontana[77] quanto la Lombardia. Il sistema nostro era già reso di molto complicato sì quanto alla distribuzione de’ carichi, quanto per i peculiari debiti de’ Corpi pubblici e per i diritti venduti a varj Particolari sopra essi Pubblici. Per provvedere a urgenze di denaro non si pensava all’avvenire. Si studiavano e si aggiungevano tutto dì novità ripugnanti al sistema. Gl’ingegni mediocri nè sanno, nè osano porvi mano e le menti chiare e legislatrici non potevano svilupparsi in que’ tempi[78] nè essere utili sotto un sì fatto Governo.[79] I Governatori venivano per tre anni e partivano de’ nostri affari così digiuni come eran venuti; anzi nelle turbolenze quasi incessanti di questo secolo conveniva ad essi per lo più ritrovarsi alla testa dell’armata e lasciare in balìa de’ subordinati Ministri[80] il destino politico di questa Provincia.
Tra gli altri mali si deve annoverare al principio di questo secolo l’introduzione delle monete erose,[81] cioè di pezzi di metallo ai quali il Principe ordina che si accordi un valore sensibilmente maggiore di quello che avrebbero senza l’impronto.
De’ mali che produsse sì fatta invenzione sconosciuta ne’ precedenti secoli abbastanza ne parla il Conte Carli, nè io saprei far meglio che ripetere quanto ha già detto quest’illustre Autore il quale ora le chiama «sicuro indizio di povertà e mal governo, ora una peste resa comune fra di noi».[82] Questo disordine nella misura universal delle cose doveva comunicare dell’incertezza al valore di esse e nel ragguaglio di questo valore consiste il commercio.[83]
Nel tempo medesimo che il Re Filippo III ordinò per sollevare il nostro commercio che si diminuisse il quinto di quanto pagava per il nuovo Estimo,[84] il Conte di Fuentes Governatore ordinò nuova gabella sulla estrazione delle interne manifatture[85] e il Magistrato altra ne pubblicò sulla introduzione delle prime materie;[86] nuove gabelle s’imposero sul vitto[87] cosicchè fra queste contraddizioni di beneficj e d’insulti andava sensibilmente mancando l’afflitto commercio.
Fra i disordini di que’ tempi aveva gran luogo ancor la licenza degli Appaltatori e Gabellieri, da’ quali alle porte si esercitavano arbitrarie estorsioni sul passaggio di tutte le mercanzie.[88] Le tariffe che da noi si chiamano Dato della Mercanzia in luogo d’essere un codice pubblico destinato a determinare i diritti[89] fra l’Appaltatore e la Nazione, non si sapeva che vi fossero, benchè sia fralle patrie leggi quella di riconoscerle e pubblicarle ogni anno.[90]
Voleva la Spagna dar la legge agli Stati vicini, perciò manteneva un’armata di 30. 000 combattenti sino dal principio del secolo[91] e questa ci stava per rendersi formidabile a’ Veneziani sottoposti all’interdetto da Paolo V; nè poteva la Spagna inviare soccorso per l’impegno in cui si trovava e colle Provincie Unite e co’ Mori, l’espulsione de’ quali era in fermento: perciò varj pesantissimi sussidi s’imposero allo Stato oltre le accennate gravezze,[92] e questi sussidj s’imposero nella maniera più ostile e rovinosa che dare si potesse. Gli Esattori erano i Soldati medesimi i quali non ricevendo dalla Camera le loro paghe[93] prendevano quello che lor tornava più in concio con propria autorità sulle terre dove alloggiavano.[94] Basta accennare questo continuo saccheggio per sentirne le conseguenze; e questo enorme disordine, malgrado i lamenti continui de’ Sudditi e i diversi ordini della Corte, sebbene non mi sia noto quando cessasse, so però che nel 1662 tuttora durava.[95]
A questa perniciosissima licenza d’esigere i tributi s’aggiungeva che gli Ecclesiastici, possessori d’un buon terzo de’ fondi dello Stato,[96] si pretendevano esenti e difendevano le loro pretensioni cogli ultimi sforzi.[97] Inutili furono le doglianze de’ Popoli[98] i quali dovettero portare il peso della metà di più de’ loro naturali aggravj. Erano pure gli Ecclesiastici esenti dal concorrere ai dazj della Mercanzia, cagione anche questa di nuovi accrescimenti.[99]
Altra non indiferente conferma della spensieratezza e indolenza del governo di quei tempi è la facilità d’accordare a’ Pubblici tutte le dispense per incaricarsi di debiti. Pareva che i Tribunali, anzi che essere posti dal Principe per conservare le leggi, lo fossero per dispensarle.[100] S’accrebbero questi debiti a enorme somma e le usure montarono al 7, 8 e sino al 10 per %.[101] Chiunque abbia riflettuto sulla natura del commercio sentirà quanto queste grosse usure gli sieno di danno, invitando elleno a deporre i capitali sotto l’ombra della pubblica fede e senza l’occupazione della propria persona.
Di più: i sovventori delle Comunità stipulavano ne’ contratti dettati dalla necessità la crudele obbligazione in solido per cui ogni particolare poteva essere convenuto in giudizio e carcerato per i debiti del suo pubblico benchè avesse sborsata la propria porzione.[102] Se Popoli così oppressi potessero pensare a manifatture e in quale scadimento e precipizio andar dovesse il commercio ognuno può vederlo per sè. Col decadimento delle nostre finanze cominciavano a uscire dalla barbarie quelle della Francia sotto il benemerito Duca di Sully. Soldato, calcolatore e ristorator della Patria, la protezione del Re lo difese, la voce di quei che dal disordine traevan le rendite si tacque, senza deviar dal diritto giunse a segno da poter fare impunemente segnalati beneficj alla sua Nazione e lasciare nella posterità una eterna memoria della sua abilità, rettitudine, del suo zelo per gl’interessi del Principe e del suo verace amore per la pubblica felicità.
Sappiamo che il timore della invasione meditata da Enrico IV Re di Francia e impedita dal paricidio avvenuto di questo Sovrano obbligò il Conte di Fuentes a mantenersi armato.[103] Al Conte di Fuentes succedette nel governo il Marchese dell’Inojosa, il quale con esercito considerabile cominciò la guerra contro de’ Piemontesi. Tutto pareva congiurasse contro il nostro commercio: una inaudita tempesta affondò quasi tutte le navi che si trovavano ne’ porti del Mediterraneo da Marsiglia sino a Napoli,[104] colpo fatale alla navigazione degl’Italiani. A quella de’ Veneziani poi fecero gravi danni le piraterie degli Uscocchi e la flotta spedita nell’Adriatico dal Duca d’Ossona grand’inimico, come sappiamo, del nome veneziano.[105]
Siam giunti a un’epoca non meno funesta di quella del Mensuale, della quale s’è parlato nel capo precedente. Siamo all’imposizione del terzo de’ dazi fatta tutta ad un colpo, cosicchè la Mercanzia, che pagava 9 sia all’entrata sia all’uscita si aggravò del peso di 12.[106] Quelli che hanno scritto dappoi delle gravezze e del commercio di questa Provincia hanno citato con ragione quest’aumento come cagione dell’ultima sua rovina.[107]
La Città dovette accrescere le sue gabelle per supplire alle straordinarie prestazioni che la facevano sbilanciare ogni anno £ 441.500.[108] Dall’altro canto la Camera aumentò il prezzo del sale,[109] indi tre anni dopo altre gravezze impose la Città, le quali immediatamente ferivano le manifatture.[110] Queste imposizioni furono fatte interinalmente, indi si propagarono sino all’estinzione dei debiti contratti, poscia col nome d’arbitrj vennero assegnate al Banco di S. Ambrogio[111] dal quale tuttora si riscuotono.[112] Frattanto il Sovrano non cessava di promettere con replicati dispacci la reintegrazione di tutt’i carichi straordinarj anticipati da’ Pubblici[113] per Reale Servigio, ma questa giusta e pia intenzione non ebbe effetto per allora.
La Lombardia dal 1620 al 1631 appena ebbe due anni di pace: ora co’ Grigioni, ora co’ Mantovani ed ora co’ Piemontesi fu, com’è noto, involta in asprissima guerra e quel poco che le lasciò per respirare la pace fu sotto gli auspicj di Filippo IV Re delle Spagne, principe erede di tutte le debolezze del Padre e dominato per sua mala ventura dal Conte d’Olivares suo principal favorito. Fra tante disavventure s’accrescevano sempre più i debiti de’ Pubblici e gli esorbitanti interessi,[114] s’imponevano nuove contribuzioni, fralle quali l’annata regia,[115] indi i tre perticati,[116] indi nuove gabelle sulle cose più comuni[117] e sul vitto della povera plebe.[118]
A tante e sì ostinate disgrazie doveva necessariamente succedere la spopolazione di questa afflitta Provincia e così avvenne. Ventiquattro mila Operaj erano già mancati dalla sola Città di Milano[119] dove tutto spirava lutto e decadimento. Gli aggravj straordinarj dello Stato, cioè tutti quelli che si ripartivano a norma del Mensuale, ascendevano a lire annue 6.000.000 (sei milioni). Nè devo io qui lasciare nell’oscurità quanto in que’ tempi si asseriva, che i Coloni in alcune parti del Ducato pagassero d’aggravj sino all’enorme somma di 20 scudi per testa, fatto che io non ardirei d’avvanzare se nol leggessi scritto nelle Instruzioni date appunto in quel tempo dalla città nostra al Marchese Cesare Visconti, destinato a rappresentare inutilmente alla Corte di Madrid l’estrema imminente rovina di questo Stato.[120]
Dopo le tante e replicate ferite fatte al commercio di questa Provincia potrebbe aspettarsi che qui la storia di esso commercio avesse fine per la totale distruzion del soggetto, se l’abituazione, gran protettrice delle buone egualmente che delle cattive cose, non lo avesse in gran parte difeso dalle violente ostilità interne ed esterne che esso commercio incontrava. Tanto è difficile che gli operosi divengan tosto infingardi, quanto che gl’infingardi si rendan attivi.[121] Gl’industriosi nostri Cittadini, mancando di mezzi per procurarsi l’antico commercio delle lane, si rivolsero alla seta che andava moltiplicando in Paese. La compensa non era adequata, ma la necessità l’aveva prescritta: nè certamente per loro scelta avrebbero lasciato i nostri Manifatturieri di servire a’ veri naturali bisogni degli uomini per somministrar loro i bisogni studiati dal lusso, legame molto meno sicuro e costante del primo. Si contavano adunque nel 1628 telari 5.000, che lavoravan di seta nella Città di Milano.[122] Se questo numero ci prova l’ulterior decadenza del nostro commercio paragonato con quello del giorno d’oggi, ci conferma altresì l’ampiezza dell’antico commercio di cui erano considerabili tanto le stesse rovine.
Poco durò in questo Stato il nuovo commercio di seta, perciocchè alla crudel carestia venuta quasi foriera tenne dietro la peste, flagello luttuoso ugualmente che noto, la quale menò tanta e sì fatta strage in Milano, che sino a 1.300 morti contaronsi in una sola giornata;[123] si calcolò che vi perissero (180.000) cento ottanta mila abitanti.[124]
Il popolo, che in ogni età e clima fu sempre grande amatore de’ prodigj e delle cagioni straordinarie, attribuì la peste ad alcuni veleni in Milano, come aveva fatto in Roma l’anno della città 423 sotto il consolato di Claudio Marcello e Caio Valerio;[125] eppure questo malore era passato dalla Valtellina a noi. Fu meno assurda l’opinione in Roma che da noi, poichè ivi almeno si sospettò di veleni i quali inghiottiti cagionavano la morte laddove da noi opinione fu che alcuni con unti malefici accrescessero per lo meno questa sciagura. Se fosse anche possibile che un uomo senza apparente interesse giungesse a questo orribil grado di scelleraggine, sarebbe ancora da esaminarsi se sì fatte unzioni si dieno. So che il valente Brogiani nel suo Trattato de Veneno non attribuisce a verun licore artefatto la facoltà di cagionare la morte col solo tatto; nè par verisimile che la chimica fosse allora più perfezionata che non lo è al dì d’oggi. So altresì che crudeli tormenti si adoprarono affine di strappar di bocca la confessione a quegl’infelici che furono denunziati per rei di tale misfatto; e so pure, che i sogni stampati di Cardano, e di Martino del Rio servirono di codici per far perire ignominiosamente vari Cittadini[126] fra i più atroci tormenti: appiccati per i piedi, arruotati vivi, tenagliati ecc. per l’unzione, sortilegio e magia.[127] Se la colonna infame eretta al luogo della demolita casa del Mora sia un monumento del suo delitto ovvero della infelicità di que’ tempi a me non spetta il porlo a disamina nè il portarne la decisione.
Finalmente dopo undici anni di discordie quasi continue si fece la pace e buon numero delle milizie, che vivevano come si è detto sulle Comunità dello Stato, evacuarono la Lombardia. Questo lampo di pace non durò più di cinque anni, ma è credibile che se tardato avesse a comparire si sarebbe spopolata affatto questa Provincia e resa un peso inutile del Principato. Non si perdette tempo a pensare al riparo dell’imminente sterminio: venne dalla Corte ordine acciocchè si consultassero i mezzi di rimediare a’ danni sofferti,[128] grande era lo sfratto de’ nostri Cittadini[129] e i Principi confinanti invitavano gli oppressi a rifugiarsi negli Stati loro.[130] La prima volta fu questa in cui si riscosse finalmente il governo dopo un secolo di cattiva amministrazione.
Tutte le Città e i Contadi dello Stato furono separatamente citati a riferire i loro debiti e a consultare i mezzi per il loro risorgimento. Dalle relazioni di essi Pubblici si calcolano i debiti loro totali circa £ 30.000.000 (trenta milioni).[131] Espongono di più che tutti i fondi pubblici si erano dovuti alienare, che si pagavano esorbitanti interessi per i pubblici debiti; che i particolari erano esposti all’inumano trattamento che dava l’azione in solido a’ creditori; che infine erano condotti alla rovina dagli eccessivi tributi dall’antecedente guerra, dalla licenza de’ Soldati lasciati senza stipendio, dalla peste appena cessata e per fine dalle imunità degli Ecclesiastici le quali, cadendo sopra un buon terzo de’ fondi, aggravavano i tributi per tal modo che in alcune terre sorpassavano la rendita totale del fondo medesimo.
Fra le molte providenze che ricercarono allora i Corpi pubblici credo io opportuno di lasciar a parte le piccole cose e quelle che vennero dettate da’ privati interessi; e per attenermi soltanto alle domande suggerite dal pubblico bene, dirò che si richiese: I.o che i Soldati venissero pagati dalla R. Camera; II.do che si riducessero a usura discreta i pubblici debiti; III.zo che si togliesse a’ creditori la barbara azione in solido; IV.to che gli Ecclesiastici si obbligassero a concorrere ai carichi, che finalmente di questi carichi se ne facesse una giusta proporzionata ripartizione.[132]
Le prefate richieste in tempi sì critici non ebbero effetto e si arrestarono non so dove, per modo che dopo due anni si dovettero rinnovare sebbene senza frutto,[133] cosicchè sino al 1644 nemmeno erano state trasmesse alla Corte.[134] Così si trattavano allora i più pressanti interessi di questo Stato, ma l’occasione non è sempre costante al paro della lentezza dei direttori de’ pubblici affari; sopravenne la guerra per la invasione de’ Gallo-Alobrogi e il Marchese di Leganes, ch’era nostro Governadore, obbligato a trovarsi alla testa di più di 20.000 uomini,[135] abbandonar dovette i pensieri politici amanti della tranquillità e della pace[136] e ritornare ben presto all’andamento di prima.
E così appunto si fece imponendo e nuove gabelle sul vitto[137] e sulle materie destinate alle manifatture[138] e straordinarj sussidj,[139] e si caricò in fine sì fattamente la mano e si studiarono tanti spedienti a smunger il Popolo che mai per l’addietro non s’era veduta tal fertilità di rovinose invenzioni.[140]
Non è da stupirsi se in questi torbidi tempi nessun provvedimento si sia dato tendente a ristorare gli antecedenti mali: tutti erano occupati i pensieri nell’attual guerra, la quale in ventitrè anni che durò portò seco tutti i mali che accompagnano il disordine senza produrre nulla di grande nè per noi nè per i nemici. I grandi cambiamenti pare che scemino l’orrore del sangue umano sparso per produrli; ma questa guerra fu un continuo e lento macello che non cambiò quasi i confini e che altro effetto di sè non lasciò che quello di aver resi infelici e i nemici e noi: e di ciò fu cagione la malavveduta politica del Leganes e l’indolente connivenza del Gabinetto di Spagna. Fu preso e ripreso Vigevano e Trino nel Monferrato. Si ruppe la guerra ai Modenesi e ai Mantovani; si disputò coi nemici l’Alessandrino, il Novarese, il Regiano, il Cremonese insinattantochè colla pace conchiusa ai Pirenei si ridonò il riposo anche all’Italia.[141]
In questo mezzo le fabbriche de’ panni lani in Milano che già erano state 70 si ridussero a 15 e assai minore per conseguente dovette rendersi il numero delle pezze che annualmente si fabbricavano,[142] e in questo stato, non potendo la Spagna spedirci soccorso per le intestine guerre de’ Portoghesi e de’ Catalani ond’era occupata, prosseguiva essa coll’accrescer gli aggravj alle sue Provincie d’Italia per modo che divennero insoportabili prima ai Siciliani, che si rivoltarono, poscia al popolo Napolitano, che concorse nella sollevazione renduta celebre dalla breve sovranità di Tommaso Agnello detto Masaniello che fe’ la sperienza de’ popolari favori.
Non posso io qui risparmiare all’autore del voluminoso libro in fol. cui sta per titolo Alleggiamento dello Stato di Milano quel trattamento che si dovrebbe a qualunque osa avvanzare falsità scrivendo de’ pubblici affari; pone egli il colmo alle esaggerazioni, onde ha imbrattato il suo libro coll’avvanzare a pag. 13 che dal 1610 al 1650 fosse lo Stato di Milano in credito colla R. Camera di scudi 248.972.789 (dugento quarant’otto milioni, novecento settanta due mila e settecento ottanta nove). Appena l’Africa e l’America unite mandano in quattro anni egual somma in Europa;[143] di più pretende che ogni cittadino per gravezze pagasse l’anno in que’ tempi lire 70.[144]
Ma lasciamo queste vergognose esaggerazioni, non ad altro atte che a screditare le querele anche giuste della nazione; fatto sta, che gravissime imposte e sul vitto del giornaliere e sul Mercimonio dovevano rendere posponibili le manifatture nostre in concorrenza con quelle fabbricate in paesi meno aggravati di gabelle; e questo disavantaggio dovevano soffrirlo anche dentro del nostro Stato medesimo, sin tanto che le spese del trasporto e le gabelle alla entrata delle forestiere non giungessero alla somma de’ nostri aggravj, operazione difficile a farsi, accrescendosi l’incentivo al contrabbando a misura che la gabella s’accresce.[145] A questo fine il Magistrato forse accrebbe il dazio su panni e stoffe forestiere,[146] ma due anni dopo una providenza opposta si diede incarendo le manifatture nostre colla invenzione di nuove gabelle.[147]
Capo IV. Continuazione del commercio di Milano sino alla fine della dominazione spagnuola.
La sperienza è sempre stata l’unica e inutile maestra degl’inesperti Direttori delle pubbliche cose i quali nello scorso secolo, unendo gl’interessi della loro imperizia co’ supposti interessi dello Stato sotto la magica ombra del mistero,[148] coprivano al resto degli uomini la propria imbecillità. Facevano essi de’ saggi sulle finanze e sul commercio, come appunto gli antichi medici l’anatomia sugli uomini vivi, sinchè la tarda sperienza con qualche male irrimediabile veniva ad avvertirgli al fine della cattiva operazione che avevan fatta. Così appunto avvenne col Banco di S. Ambrogio, di cui s’è accennata la erezione alla fine del capo secondo, che come vedemmo si creò per pubblico e privato vantaggio verso la fine del secolo precedente; ora dovette comporsi co’ suoi creditori, ridurre gl’interessi al 2 per cento e i capitali al 40 per %[149] Allora si dovette conoscere quanto sconsigliata era stata la sua instituzione e si dovette conoscere a costo del commercio.[150] Quanto più sono tarde le infermità tanto più sono pericolose e mortali.
La pace de’ Pirenei die’ fine una volta alla guerra che in questa Provincia per ventitrè anni quasi continui girò intorno a desolarla. Per un anno di pace due ve ne erano stati di guerra sino a quest’ora in questo secolo e il commercio de’ Veneziani tanto importante pel nostro era in molta decadenza non tanto per le cagioni accennate nel capo antecedente quanto per l’aspra e infelice guerra sostenuta dalla Repubblica per la difesa di Candia. Ridonata dunque la pace il Re Filippo IV rivolse i pensieri a ristabilire il vigore alla Lombardia e ordinò che non si mantenessero da indi innanzi più di 6.000 uomini per sua difesa.[151] Il Magistrato nuovi regolamenti fece per togliere gli antichi e sin allora mantenuti disordini de’ Gabellieri.[152] Tutto si risvegliò: furono citati i Pubblici a esporre lo stato loro, i Tribunali a consultar le maniere da medicar le mortali ferite fatte al commercio,[153] e questa fu la second’epoca in cui sotto il governo della Spagna gli estremi mali costrinsero a pensare a’ rimedj.
I debiti de’ Pubblici si videro allora ascendere ad una strabocchevol somma.[154] Si continuava tuttora a pagare l’esercito non già col denaro delle Regie imposte a tal fine accresciute, ma delle Comunità dello Stato oltre modo gravate.[155] Gli Ecclesiastici più che mai ostinati non volevano concorrere ai carichi.[156] Gl’interessi dei debiti pubblici non erano per anche universalmente ridotti.[157] I creditori dei Pubblici conservavano ancora l’azione in solido;[158] duravano in fine tutti gli stessi disordini che già sino dal 1631 avevan i popoli svelati alla Corte e oltre ciò soffrivansi per tutto lo Stato moltissime vessazioni e dai Giudici delle monete e dai Bargelli per le osterie e le case e dai Soldati alle porte delle Città, che decimavano a loro arbitro quanto entrava ed usciva.[159]
Non cessava intanto la misera Lombardia di gridare per destare la Sovrana Clemenza, affinchè questa o con effettivo contante o colla diminuzione dei carichi a tempo volesse risarcirla almeno degli straordinarj soccorsi prestati per Reale servigio. Fu ancora in que’ tempi proposto che i creditori dei Pubblici presentassero al Senato da esaminare i lor documenti, sì perchè si sapea che a molti dei loro ricapiti mancavano le solennità; sì ancora perchè era noto che parte del lor denaro prestato fosse stato convertito in beneficio d’alcuni privati.[160] E finalmente si chiese che, liquidati i debiti pubblici, gl’interessi spettanti a’ creditori tassati fossero anch’essi come un fondo censibile affinchè concorressero agli altri pubblici pesi.
In questa occasione le adunanze dell’Arti di questa Città scoprirono anch’esse le loro piaghe,[161] essendo oltre ogni credenza sminuito il loro commercio e il numero degli Artisti e per conseguente renduto insoportabile l’Estimo del Mercimonio. La facilità poi di litigare e la libidine forense, fomentata dalla frequenza e dalla funesta attività di coloro che vivono sulla interpretazion della legge, avevano sì fattamente invasi quei Corpi che noi chiamiamo Università, Camere, Scuole e Badie, che per gli ostinati litigj si avevan già accollato gravissime somme di debiti, l’interesse de’ quali veniva a ricaddere su i membri ond’eran composti,[162] per le quali cose più care rendevansi le loro merci e fatture.
In vista di queste pubbliche rimostranze fece il Senato una consulta assai bene imaginata[163] nella quale propose i seguenti mezzi: I.mo: togliere gli aumenti de’ dazj sulle lane, ogli, sapone e altre materie prime. II.do: lasciar immuni alla entrata le lane di Spagna sull’esempio del Gran Duca di Toscana. III.zo: sollevare la gabella alla estrazione de’ panni e cappelli. IV.to: accrescere la gabella de’ panni lavorati sulle terre dello Stato. V.to: sollevare l’Estimo del Mercimonio. VI.to: bandire i panni forestieri della qualità de’ fabbricati in Milano, così i cappelli. VII.mo: proibire che ne’ Borghi si fabbrichino panni della bontà e marca di Milano. VIII: rinnovare gli ordini per ristabilire l’antica perfezione e venustà de’ panni. IX: incoraggiare i Nobili con privilegi e prerogative a darsi al commercio come i Fiorentini, Lucchesi, Veneziani e Genovesi anche allora facevano e come era in Milano altre volte. X: accordare esenzione dai carichi per alcuni anni a’ Fabbricatori che verranno a trasportarsi in Milano. In questo rispettabile monumento, degno d’un consesso che rappresenta la Sovrana Maestà, si dimostrano ad evidenza gli avantaggi che non solamente alla Nazione ma al Principe risulteranno dai consultati provedimenti per lo accrescimento della popolazione e consumo de’ generi ne’ quali sta la forza principale della R. Camera.
L’unico provedimento dato per allora fu l’appalto generale che lo Stato fece dell’alloggiamento militare, il quale appalto ebbe nome il Rimplazzo.[164] Fu pubblicata dappoi la grida del bando generale de’ panni forestieri della qualità de’ nostri e gli altri forestieri di differente qualità si sottoposero ad accrescimento di gabella[165] come appunto era stato consultato dal Senato. Per decreto del Senato furono pure citati i creditori de’ Pubblici a produrre le loro ragioni per la consulta che quel Tribunale voleva fare sulla riduzione degl’interessi.[166] Così, frattanto che in Lombardia si proponevano ottimi mezzi per risarcire il commercio, in Francia si eseguivano.[167]
Per allora non furono dati altri provedimenti, o almeno a me non son noti, e trovo conforme alla lentezza del governo d’allora ed alle circostanze de’ tempi l’averli sospesi. Era tuttora in vigore nell’interno della Spagna la guerra co’ Portoghesi, da’ quali furono i Spagnuoli memorabilmente sconfitti a Villa viziosa, e la morte del Re Filippo IV accaduta nello stesso anno lasciò il regno nelle mani d’un Re di soli quattr’anni Carlo II, sotto la regenza dell’Arciduchessa d’Austria e Regina Marianna. Di più in Lombardia v’era imminente pericolo di rompere la pace fra Modonesi e Mantovani e nel Brabante spagnuolo era entrato Luigi XIV con poderosa armata, circostanze tutte efficacissime per far diferire ogni ulterior risoluzione.
Segnossi poi in Aquisgrana la pace fralle due Corone di Spagna e Francia e ripigliaronsi i pensieri pure del nostro commercio. Fece il Senato nuova consulta[168] simile di molto a quella che or ora abbiamo ricordata e da questa si vede l’inosservanza del bando pubblicato de’ panni forestieri. Quello che si propose di più questa volta fu di formare una stabile Deputazione di persone che potessero meditare, attendere e proteggere il commercio; così pure si accennò la sproporzione del ripartimento de’ carichi e l’indole de’ debiti pubblici.
Le providenze che da Madrid vennero in conseguenza di questi suggerimenti furono ordini per la reintegrazione de’ carichi straordinariamente pagati dallo Stato per regio servigio;[169] la riduzione degl’interessi de’ pubblici creditori[170] e la destinazione di una Giunta che particolarmente invigilasse proteggesse e desse direzione al commercio.[171]
Il Sommo Pontefice Clemente X aveva dato un bell’esempio ai Sovrani d’Italia di scuotere i nuovi pregiudizj nati colla decadenza[172] e ciò fece con pubblico editto, dichiarando che il commercio in grande non facesse offesa alla nobiltà; ma la opinione più forte della verità difendeva il suo capriccioso regno da questi attacchi ed era altronde distratto il nostro Governo dal pensare ad imitare sì bei esempi dalla ribellione di Messina che attualmente si sosteneva e per cui molte milizie della Lombardia si spedirono nella Sicilia. I Commercianti frattanto avevan preso un moto assai più rapido di quello col quale si preparavano i provvedimenti al commercio. Trenta edificj di seta erano disertati da Milano.[173]
Non era bastato che il Senato avesse detto il suo parere prima nel 1662 poi nel 1668, si volle che lo dicesse una terza volta nel 1679.[174] Allora fu che si vide comunicata la debolezza della Nazione anche ai primi incaricati del suo governo; propose la Città[175] una prammatica, ossia legge somptuaria degna degli antichi Lacedemoni, il Senato approvolla con alcune aggiunte molto minute[176] e si videro proposti i più violenti mezzi per opprimere l’industria nel tempo che si trattava di rianimarla. Il lusso è sempre stata la base del commercio de’ Stati 114 soggetti a un Monarca;[177] non v’è mai stata Nazione o secolo illuminato senza di esso; e quand’anche quest’unico rimedio contro l’ozio e l’indolenza fosse un vizio politico,[178] sarebbe sempre vero che due vizj opposti sono meno perniciosi ad uno Stato che un vizio solo.[179]
Venne da Madrid l’ordine di moderare il lusso[180] ma non vedo che sia stato eseguito nulla di quanto era stato proposto. Si fecero bensì pubblicare alcune gride di bando di stoffe forestiere[181] e di proibizione d’estrazione delle materie prime,[182] le quali negli anni seguenti replicaronsi dappoi e divennero come una solennità periodica d’effemeridi. Il Magistrato abolì qualche monopolio dannoso alle manifatture[183] e ordinò la Corte la soppressione importantissima d’alcuni dazj[184] pregiudiciali al commercio, il che poi cinquant’anni dopo fu eseguito.[185]
Varj rimborsi si fecero dalla Camera ai Pubblici de’ sussidj straordinarj, come nove anni prima era stato ordinato.[186] Si diedero alcune providenze per togliere gli abusi da’ Gabellieri introdotti sino dal principio di questo secolo,[187] ma tutti questi lunghi e poco vigorosi provedimenti non potevano ridare la vita a un commercio abbattuto in prima da sì fieri colpi.
Rivolgendo una occhiata sola a quanto abbiamo scorso sin ora, vedo che la Spagna lasciò in balìa de’ suoi ministri la remota Lombardia e che i Ministri nel primo secolo della dominazione spagnuola altra operazione non fecero che una perenne creazione di nuovi tributi e gabelle;[188] e queste gravezze e tributi per tante mani passavano e per giri sì tortuosi giungevano al Sovrano, sicchè nè il Principe sapeva d’onde partissero nè il Popolo dove terminassero. Così colla ruina della povera plebe, che non può parlare se non per bocca degli Amministratori, molti di essi facevano fortune considerabili. Finalmente le cose giunsero all’estremo, cioè a quel punto nel quale era riposta tutta la speranza.[189] Si rallentò la mano sulla instituzione di nuovi aggravj, ma non si tolsero i già instituiti, si scemò il vigore col quale s’erano fatti i danni quando si sarebbe dovuto impiegarlo per recare il rimedio, così in ventinove anni di pace continua si confermò l’assioma ch’è più facile il far danno che il recar giovamento.[190]
Sopravvennero i nuovi torbidi della guerra in Lombardia verso Guastalla, i quali s’accrebbero l’anno seguente colla invasione de’ Francesi nel Piemonte. Durò ott’anni questa guerra, che fu la sesta e l’ultima in questo secolo; ogni proposizione di commercio si lasciò da parte, nè più si ripigliò sotto il governo della Spagna. Molte dispute insorsero contro la Città di Milano, che ricusava di pagare il Mensuale, e queste durarono alcuni mesi dopo i quali dovette soccombere e continuare il pagamento.
Fatta poi la pace di Riswick si spedirono altri Reali Dispacci, che ordinavano la reintegrazione de’ sussidj straordinarj simili a quello del 1671.[191] Ogni anno si pubblicava bando di drapperie estere, nè servivano queste replicate leggi che a provare la debolezza de’ Legislatori. La morte poi di Carlo II pose in tal rivoluzione e la Spagna e le Provincie d’Italia, che non è maraviglia se più non siasi pensato al commercio. Filippo V nuovo Re di Spagna conservò a sè il disputato Milanese per sei anni di guerra, indi dovette cederlo all’Augusta Casa d’Austria di Germania e così si pose fine alla dominazione spagnuola.
In quale stato ricevesse la Spagna questa Provincia, in quale la lasciasse, noto è abastanza da quanto abbiamo veduto. Di 300.000 abitanti che aveva trovati in Milano 100.000 ne lasciò. Le 70 fabbriche di lana a sole 5 erano ridotte[192] e soli 25 mulini da seta lavoravano[193] alla fine di questa dominazione, la quale in 172 anni che durò non istabilì in questo Stato verun pubblico monumento che obbligasse la posterità a ricordarsene; si abolirono le antiche patrie leggi, si mutò la constituzione, si deformò il sistema. L’illimitata autorità che la Corte lontana lasciava al Governatore assoggettava questa misera Provincia ad un Sovrano variabile ogni tre anni, cui altro pensiero non doveva premere che quello d’impinguarsi e trasportare quanto più poteva le spoglie della Nazione. Frattanto alcuni Magistrati e primarj Cittadini impunemente col favore dell’oscurità laceravano la pubblica causa per tal modo che vedevansi riuniti tutti i mali della Repubblica e della Monarchia in un mostruoso sistema che aveva per base la licenza ed offendeva molti premiando pochi. Allora si videro alcune poche fami glie radunare scandalose ricchezze[194] per la carriera del Foro, mentre la Nazione dallo stato più florido correva all’estrema decadenza.[195] Allo 123 spirito del commercio si sostituì lo spirito del litigio; l’impero de’ Curiali s’estese sulle scienze, sulle arti, sulle finanze, sulle monete, sul commercio e su tutte le Regie e Civiche Amministrazioni,[196] Provincie che in nessuna parte dell’Europa colta gli sono soggette.
Capo V. Del commercio di Milano sotto l’Aug.ma Casa d’Austria di Germania sino al 1750.
Poichè per la fortunata industria dell’altre Nazioni perdè l’Italia l’antico lustro del suo vasto commercio, a tale stato si ridusse (come anche lo nota il Conte Carli, che la guerra guerreggiata divenne per essa quasi un oggetto di compiacenza qual ramo maggiore del suo attivo commercio. La Francia sola, collegata colla Spagna nella difesa della Lombardia, vi fece colare una prodigiosa somma di luigi d’oro,[197] i quali però non furono bastanti ad impedire che le gloriose armi austriache non s’impadronissero di Milano, dove fu dichiarato Governatore il Principe Eugenio di Savoja. S’è veduto come da un secolo inutili suppliche e querele avessero fatte i Pubblici per redimersi una volta dalle estorsioni e ingiusti riparti che si facevano per gli alloggiamenti militari: appena il Milanese fu sotto il governo austriaco che questi cessarono col nuovo regolamento della Diaria.[198] Sia effetto della buona fede ereditaria negli Austriaci Monarchi, sia anche della esatta disciplina delle truppe, fatto sta che questa fu l’epoca che finì del tutto il libertinaggio militare sulle Terre dello Stato: male certamente de’ maggiori che si sieno sofferti nel secolo passato.
Altro male restava, nè certamente meno fatale: cioè l’ingiusta ripartizione de’ carichi. Basti il dire che facevasi essa parte a norma dell’antica popolazione del 1462, cioè sulle stara di sale; parte a norma dell’antico Censimento fatto sotto Carlo V. I Tribunali e i pubblici avevano da gran tempo esclamato sull’aperta ingiustizia di questo ripartimento[199] veramente mostruoso.[200] Erano le Comunità abbandonate alla forza de’ Potenti interessati,[201] i Pubblici nella tutela degli Amministratori, arcana la scienza della distribuzione e in conseguenza assai arbitrario il metodo di formarla. Fra questo disordine il Conte Prass presentò alla Maestà di Carlo VI un progetto per ridurre il carico alla maggiore semplicità, accrescere le Regie Entrate e sollevare i Popoli. Il Sovrano l’accompagnò con Reale Dispaccio d’intera sua approvazione:[202] così anche in mezzo alle turbolenze della guerra pensava a beneficare lo Stato.
Troppo dovrei discostarmi dal mio proposito se volessi entrare nel merito del progetto; basta dare un’occhiata alle risposte de’ Pubblici per deciderne. Suole l’amore della verità riscaldare talvolta lo stile e l’imaginazione, ma non mai d’un riscaldamento scolastico. Fatto sta che tante difficoltà e dilazioni si frapposero a questo sistema che per nove anni si disputò per non ammetterlo,[203] sinchè nel 1718 si rifiutò, cercando unitamente i sudditi dal Sovrano un nuovo Censimento, come vedremo. La gloria di formare questa difficile uguaglianza era riservata al regno dell’Augusta Figlia di Carlo VI.
Duravano le vicende della guerra nella Spagna, nè queste impedivano che l’Imperatore Carlo VI, allora III Re di Spagna, desse i maggiori contrassegni della sua Real benevolenza a questo Stato,[204] ordinando providamente che si procurasse il bene e il sollievo de’ Sudditi a costo eziandio del suo Real Patrimonio;[205] nè vedendo posti in esecuzione i suoi ordini più volte con nuove lettere li replicò.[206] Condonò in oltre quel Pio e generoso Sovrano alcune rilevanti partite delle quali erano i Pubblici debitori alla Camera.[207] Ordinò di sopprimere il dazio alla introduzione della seta greggia,[208] benchè nemmeno questa volta si facesse. Tanti e sì efficaci e sì salutari ordini non bastavano a scuotere questo sistema della indolenza ch’è l’ultimo periodo della miseria.[209]
Il commercio di Milano era allora in uno stato ben peggiore di quello in cui si trova al giorno d’oggi. La Camera de’ Mercanti era composta appena di 130 individui,[210] laddove nel 1750 se ne contarono poi sino a 464.[211] Contendevano i Mercanti la perpetuità da’ loro Abati tirannicamente introdotta nel loro offizio ch’era elettivo e mutabile[212] e dalla Città pretendevano per altra parte che si mantenesse in vigore il divieto dell’estrazione dei bozzoli detti volgarmente galette,[213] e per conto del preteso divieto ottennero dal Senato la consulta in loro favore.[214]
Nell’anno medesimo la Città deputò una Conferenza ossia Giunta di Patrizj incaricati particolarmente di prendere cura de gli affari del commercio.[215] Fu essa composta di quattro Giureperiti[216] e quattro di spada. S’interessarono essi con molto zelo e pubblicarono colle stampe molti regolamenti intorno il filare, torcere e tingere le sete e sulla partizione de’ metalli. Fece essa Deputazione l’anno dopo la sua fondazione una consulta al Governo[217] da cui si vede la vera premura di soddisfare alla incombenza assunta; e se non era allora facile in Italia l’alzarsi sino alle massime universali del commercio, per la minore notizia che si aveva degli Autori oltramontani i quali avendo il commercio possono meditarvi,[218] si vede però che non perdonossi a impegno e fatica per impossessarsi del dettaglio, senza del quale non v’è sistema che possa ridursi ad efetto. La Città pure fece consulta sul commercio[219] e il Senato l’anno seguente sulla stessa materia di nuovo scrisse.
Varj accidenti in questi anni intorbidarono gl’interessi della nostra Provincia. La guerra colla Porta Ottomana, l’invasione della Sicilia fatta dagli Spagnuoli e il timor che recava il Duca Vittorio Amedeo di Savoja armato ai nostri confini erano circostanze poco a noi favorevoli, che unite alla lentezza del nostro sistema politico, ritardavano le beneficenze di Cesare su questo Stato. Venivano non134 dimeno dispacci dalla Corte per proteggere il commercio,[220] per il quale il Senato fece nuova consulta,[221] indi si pubblicò grida proibitiva de’ panni[222] e drappi forestieri.[223] Ma queste lettere, consulte e gride non furono quanto al sortire effetto più fortunate di tant’altre consimili, ch’io mi fo lecito di non ricordare per risparmiare delle nojose ripetizioni inutili a dar lume alla storia.
Per questi nuovi infausti accidenti la caduta del nostro commercio passò tant’oltre che (per dir solo di queste) di 40 officine di Battiloro che ne’ passati tempi contavansi in questa Città si ridussero ad una sola meschina sopra la quale cadeva l’aggravio dell’Estimo di lire 1.200 annue;[224] nuova conferma che allora fosse assai più oppresso il commercio che ora non è, perciocchè nel 1750 se ne trovò cresciuta una intera decina.
S’eresse poi nuova Deputazione sul Commercio: fu questa fatta a nome del Principe e composta di Regj Ministri. La Civica già instituita poteva rappresentare bensì la parte di protettrice de’ Commercianti col Principe; ma non così quella del Principe co’ Commercianti, come era bisogno per il più pronto corso necessario negli affari di commercio. Sotto questa Deputazione[225] cominciò il commercio a rialzarsi considerabilmente come da qui a poco vedremo.
I pubblici clamori contro il progetto del Conte Prass terminarono in questo tempo colla supplica che lo Stato unitamente presentò al Reale Soglio di Carlo VI implorando la Deputazione d’un Tribunale imparziale che facesse nuova esatta stima de’ beni e a proporzione di essi con equità distribuisse il tributo che tanto enormemente era mal diviso. Accondiscese il Monarca a questa supplica e si stabilì la Giunta del Censimento, la quale per 15 anni s’occupò a quest’oggetto, sinchè l’ultimazione di questa importante providenza venne interrotta dall’invasione de’ Gallo-Sardi nel 1733.[226] Pare che appunto in que’ tempi ricadesse il periodo di pensare al commercio e ciò vedesi nella scrittura allora pubblicata alle stampe dal Ronzio,[227] ma vedesi in essa pure signoreggiare lo spirito curiale del monopolio anzi che la luce de’ veri principj economici e gli efetti vi corrisposero.
Ma per tornare alla Regia Giunta del Commercio,[228] vide essa, dopo la grida pubblicata nel 1720, prosperare mirabilmente le manifatture nostre di seta, cosicchè in due anni osservò i telari di seta ascendere al numero di 744 nella Città di Milano[229] da soli 130 ch’erano. Fa maraviglia questo considerabile effetto prodotto da una grida di bando, cioè da quel medesimo mezzo tante volte adoperato inutilmente e prima e dopo,[230] ma cesserà lo stupore se si consideri che appunto nel 1720 tutta era in precipizio la circolazione della Francia per il sistema del Law e di più l’anno medesimo si manifestò la peste in Marsiglia, la quale anche l’anno seguente fece strage; per lo che interrotto fu ogni commercio dell’Italia colla Francia. Pare di questo bene ne fossimo debitori più alla peste che a qualunque altra direzione politica; nè que’ che dappoi hanno citato tal fatto si sono risovvenuti di questa circostanza. Quest’esempio prova bensì che qualora non vengano a noi i drappi di Francia, le nostre interne manifatture vanno prosperando, ma nè prova che questo sia l’unico mezzo, nè che le gride le abbino mai fatte prosperare.
In fatti: cessò la peste e con essa la proibizione.[231] Innondarono di bel nuovo questa Provincia le manifatture francesi, si diminuirono i telari nostri e in pochi anni si ridussero a soli 500[232] e ritornarono gl’Italiani nello Stato di meritare il rimprovero che dà loro il Muratori[233] con queste parole: «provveduti dalla natura di quanto può bisognare al loro nobil trattamento, invasi delle novità delle mode e più che d’altro vaghi delle manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a’ Principi non suoi».
L’Augusto Carlo VI, gran Protettor del commercio in tutti i suoi Stati, ordinò al Cancelliere di Corte Conte Sizzendorff di formare un progetto per far rifiorire una volta il commercio della Lombar dia, per il quale aveva sin allora fatto già tanto dal canto suo. Progettò quel Ministro di allontanare da tutti gli Stati di S. M. i drappi di Francia e di accordare libero accesso a’ nostri negli Stati Ereditarj di Germania, proponendone il compenso in rame, cera, tele, ferro e panni comuni. Così si ammetteva una interna circolazione fra Sud diti d’un istesso Monarca, membri tutti d’un Corpo politico e si apriva adito a provedere colle nostre manifatture gran parte della Germania. Venne questo rispettabile progetto segnato nel 1723 10 marzo e corredato dalla approvazione Sovrana in questi termini: «Io approvo questo progetto e voglio che sia messo in esecuzione senza dilazione alcuna. Firmat. Carlo».
Qualunque non appassionato uomo credere dovrebbe con questo nuovo sistema ristabilito finalmente l’abbatuto commercio della Lombardia; nè cadrà in mente che un voglio sovrano, il quale non ammetteva dilazione alcuna tanto salutare alla Nazione, dovesse rimanere inefficace: eppure così rimase. Lo fu per l’eterne[234] procedure che per sistema si danno agli affari più semplici, lo fu per la poca cognizione (convien pur dirlo) che v’era del commercio nelle Giunte destinate a invigilarvi. Erano esse nella necessità di mendicare i lumi e i pareri da’ Negozianti, l’interesse de’ quali non è sempre quello della Nazione,[235] ed essendo state da’ Negozianti ingannate, esposero con buona volontà il loro poco provido parere. I Tribunali che per instituto loro non sono consacrati alle meditazioni del commercio, le quali per la loro estensione e importanza richiederebbero tutto l’uomo, adottarono il parere delle Giunte e così gli errori dopo un lungo giro di procedure da’ Negozianti passarono al Governo.
Si trattava nel progetto di compensare le nostre manifatture di seta con rame, cera ec. Si trattava per i Negozianti di perdere i loro Corrispondenti, che da altre parti mandano loro le merci che esebiva il progetto. Si trattava dunque per i Negozianti di perdere, mutando strada, tutte le loro pratiche e le raffinate cognizioni acquistate colla sperienza di molti anni. Si trattava in fine per essi di cambiare un utile sicuro e calcolato coll’incertezza del risarcimento. Non è quindi maraviglia se i Negozianti con ogni sforzo persuadessero alla Giunta che sarebbesi fatto cattivo negozio lasciando di ricevere dall’Impero, da’ Veneziani e da Genova le merci proposte nel progetto, sulla apparente ragione che da queste parti le abbiamo a miglior mercato e con minore dispendio di condotta che non avessimo avuto dagli Stati Ereditarj.
La Giunta Regia del Mercimonio, non penetrando lo spirito privato de’ Commercianti,[236] addottò queste ragioni e le espose nella consulta.[237] Approvossi in essa consulta il progetto per la parte che risguardava l’estrazzione delle nostre manifatture, ma non per l’altra che spettava il corrispondente: come se discreta cosa fosse che gli Stati di Germania in favor nostro aprissero un ramo di commercio totalmente passivo.
Non pensarono dunque allora i Deputati sul commercio all’interesse della Nazione presa nel suo tutto; nè fecero osservazione alla differenza che passa fra il ricompensare le esterne manifatture co’ frutti dell’interna industria e il pagarle con effettivo contante. Nello stato attuale il commercio di panni, tele fine, rame e cera è un puro commercio per noi rovinoso che fa uscire ogni anno una non tenue somma di denaro. Il progetto ci esibiva la strada di bilanciarci con altrettante merci lavorate da noi e se ora manteniamo 50.000 sudditi d’altri Principi per provederci di questi generi, il progetto ci suggeriva di mantenerli negli Stati soggetti al nostro medesimo Sovrano, i quali a loro spese avrebbero altresì mantenuti altrettanti Operaj nella nostra Provincia; il che non fanno le piazze che ora ce le somministrano.[238]
Tutto ciò vale supponendo anche la diversità del primo prezzo e delle spese del trasporto allegata da’ Negozianti d’allora, del che pure ne dubito in vista della strada di Trieste. Non mi fermerò io di più nell’esame di quest’affare, dirò solamente che a questi capi proposti nel progetto potevansi aggiungere gli specchj, oggetto di qualche importanza, i quali compriamo da’ Veneziani assai impuri ed a più caro prezzo che non ci costano quelli dell’Austria condotti in Milano. S’è toccato quanto basti a provare che nè gli ordini più efficaci del Sovrano, nè le instituzioni più salutari per la Nazione avranno mai effetto sintanto che dovranno passare per l’interminata trafila dell’antico sistema lasciato dagli Spagnuoli e sin a tanto che si prenderanno per maestri del commercio i Negozianti, come delle monete i Cambisti.[239]
Fralle migliori scritture che mi sono cadute sott’occhi nella presente materia è certamente da riporsi la consulta fatta dal Senato in questi tempi.[240] Proponesi in essa l’esenzione alle materie prime: olio, sapone ec. e quanto serve alle interne fabbriche; alleggerimento dell’Estimo del Mercimonio; permissione a’ Nobili di commerciare; diminuzione delle gabelle all’estrazione delle interne manifatture e colla protezione continuata al commercio l’invito agli Operaj passati altrove a ritornarsene: «ut ab alienæ fortunæ exemplo, quod omni ædicto potentius est, capiant absentes consilium remigrandi ad patrios lares», nelle quali parole piene di verità e di senno stanno a parer mio rinchiuse le principali leggi del commercio. Ed è da dolersi che quelli i quali erano particolarmente delegati per consacrarsi allo studio del commercio non si sollevassero a questi universali principj sull’esempio del Supremo Tribunale di Giustizia che incidentemente soltanto scriveva su questa materia. È da dolersi pure che avvisi tanto provvidi e giusti rimanessero dimenticati nella polve di qualche disordinato archivio, onde si vide in necessità il Senato medesimo di rinnovarli cinque anni dopo per risvegliare s’era possibile dalla lunga e mortifera sonnolenza gl’interessi del commercio.
In questa nuova consulta[241] parla il Senato quella libertà e schiettezza, che sono i veri caratteri del zelo e della ragione e degni di chi dalla beneficenza del Sovrano è prescelto a provedere alla prosperità dello Stato.
Aveva frattanto ridotte a buon termine le sue operazioni la Real Giunta del Censimento, eretta come vedemmo nel 1718. Fra gli altri punti dibattevasi principalmente in essa Giunta quello che concerne il censimento del commercio, ossia l’Estimo del Mercimonio. La Città di Milano fece le più valide istanze in favore della libertà del commercio acciocchè si preservasse immune[242] e così pure sollecitò la Città di Como. Le altre Città dello Stato per lo contrario lo volevano soggetto al carico. La Giunta del Censimento presentò a S. M. le sue occorrenze su questo in una ampia e distinta consulta,[243] in cui molto si può vedere intorno il nostro commercio (sebbene non convenga adottare senza disamina tutti i fatti ivi rapportati e presi indistintamente dagli antecedenti scrittori). Tutte le rimostranze fatte e da’ Milanesi e da’ Comaschi furono inutili e l’Estimo del Mercimonio restò sul piede antico, come lo è pure al presente,[244] di qual danno egli sia al commercio è noto bastevolmente.[245]
Mentre i benefici e sin allora poco fruttuosi sforzi dell’Augusto Carlo VI stavano combattendo tuttora contro la tenace cattiva instituzione del nostro sistema, invasero improvvisamente questo Stato le armi gallo-sarde, si dissipò la Giunta del Censimento sul compiere dell’opera e furono abbandonati fralla confusione del cambiato dominio i progetti di commercio. Si fece da lì a due anni la pace comperata collo smembramento del Novarese e Tortonese ceduti al Re di Sardegna.
Quello che sino dal principio del suo regno aveva il Glorioso Monarca comandato replicatamente che si facesse, finalmente lo volle fatto a favore di questo Stato colla soppressione totale delle gabelle sulle lane, olio, sapone, droghe per tingere, sete greggie[246] tutte in somma le materie prime purchè sieno destinate alle fabbriche del Paese. Di più: ridusse alla sola quarta parte le gabelle sulla estrazione delle manifatture fabbricate nello Stato.[247] Questa provvidenza ricercata inutilmente da più d’un secolo, se anche fosse la sola, basterebbe a lasciare il nome di Carlo VI in perpetua benedizione presso ogni buon Cittadino.[248]
Cessò, come è noto, questo Grande e benemerito Monarca di vivere. L’amica e la nemica fortuna gli furono accanto a vicenda, ma la beneficenza non discostossene mai. Molto si operò sotto il suo regno per proteggere il commercio e in Ostenda e in Trieste e in tutti i suoi Dominj. L’Augusta Maria Teresa Imperatrice Regina per felicità de’ suoi Popoli fu destinata a regnare dopo di lui, ma dovette difendere l’eredità de’ suoi Maggiori garantita da’ Principi d’Europa contro la metà dell’Europa medesima. La protezione del Cielo, la giustizia della causa, il valore de’ Sudditi e i voti dei buoni furono per lei e, dopo ott’anni di ostilità, colla pace d’Aquisgrana si assicurò tranquilla sul trono.
Questa incomparabile Sovrana, delle virtù di cui avrà molto da parlare la storia, potè appena volgersi a’ pacifici stabilimenti che pensò al commercio. Pubblicò essa salutari regolamenti negli Stati Ereditarj di Germania per favorire le interne manifatture e per suo Real Dispaccio[249] ne mandò copia, coll’ordine di conformarci ai medesimi regolamenti quanto lo permettevano le nostre circostanze. Aggiunse a questo altro benigno dispaccio[250] in cui dichiarò libera l’introduzione delle nostre manifatture negli Stati di Germania, da’ quali venivano escluse le francesi. In questa guisa si rinnovò il progetto del Conte Sizzendorff, cogli avvantaggi che allora desiderava la Regia Giunta del Mercimonio.
Questa sovrana benefica providenza restò pure inutile come le altre; nè questa inutilità degna è di perdono a chi ne fu la cagione, massimamente nelle circostanze di allora, per le quali avevamo abondanti mezzi per aprire un ramo di commercio lucroso colla Germania[251] e con esso dar l’anima e la vita a questo Stato. Diverse consulte furono fatte su questo dispaccio d’evidente utilità,[252] il quale dispaccio co’ tanti giri perdè la sua forza e finì dimenticato presso gli altri negli archivj.[253]
I fatti posteriori e gloriosi al regno della Benignissima nostra Sovrana sono recenti alla memoria di tutti. Ognuno sa lo ristabilimento fatto da Essa della Giunta del Censimento, onde sotto il suo felice regno s’è dato finalmente termine all’arbitrario e ingiusto scompartimento de’ tributi, oggetto di tante e sì lunghe querele de’ miseri Popoli; è pubblica la soppressione d’una quantità di Ministri ed Officiali, che ad altro più non servivano, salvo a distrarre le rendite della Camera ed obbligarla alla minima necessità ad aggravar la mano sul Popolo;[254] è nota l’erezion della Giunta che attualmente pressiede; ed è pur noto che s’è trovato e destinato un fondo a proteggere ed ajutare il commercio: il perniciosissimo monopolio dell’indico tolto, le fabbriche nuove di panni, drappi, mussoline, cristalli, nastri e tele dipinte sono sotto gli occhi di ognuno, ne parleremo nella seconda parte.
Quanto si è sin ora colla maggior precisione e imparzialità esposto giova cred’io a darci un’idea dell’indole e spirito particolari al dì d’oggi del nostro sistema politico; con questa premessa ardirò io entrare a far l’analisi dello stato attuale del nostro commercio e de’ suoi vantaggi e disavantaggi sì fisici che d’opinione. L’amore del vero e della Patria mi spronano a farlo, benchè abbi presenti agli occhi gli esempi di quasi tutti i scrittori di scienze economiche e il detto del Sig. di Forbonnais che «les désordres accumulés pendant des siècles ne laissent au zèle des vrais citoyens et des hommes d’État qu’un sentier glissant environné de précipices», Considerat. sur les Finances d’Espagne, pag. 132.
PARTE II.
STATO ATTUALE DEL COMMERCIO DI MILANO
Introduzione
Gli Stati d’Europa hanno reciprocamente le medesime relazioni che sogliono avere le private famiglie una coll’altra. A misura che l’antica barbarie fece luogo alla luce della ragione crebbero i bisogni degli uomini e divennero sì forti che la feroce nemicizia e la stupida gelosia delle diverse Società dovette piegare. Poco a poco trovò ogni Nazione i mezzi col commercio d’avere in sua mano le produzioni de’ climi anche più rimoti; di dar valore all’eccedente le proprie consumazioni e di accrescere l’industria, la popolazione e i comodi della vita. Il lusso e l’amor del piacere hanno contribuito ad incivilire gli uomini, a stabilire la fraternità e la buona fede, a mettere in orrore la crudeltà e la tirannia, a promovere le scienze e le arti più efficacemente di quello che non avessero fatto i severi insegnamenti de’ passati filosofi.
Le pellicce, i lini, i panni, i pesci del Nord, gli zuccheri e i minerali d’America, le droghe ed i profumi dell’Asia, gli avorj ed i metalli dell’Africa, quanto in somma l’arte degli uomini ha saputo ritrovare sul globo utile e dilettevole alla vita, tutto ritrovasi al dì d’oggi in ogni punto della terra di Europa, cosicchè noi Europei anzi che formare diversi Popoli sembriamo radunati in una Nazion sola composta di diverse famiglie, tanto è incessante la vicendevole communicazione.
Come le private famiglie devono conoscere le proprie forze e in fine dell’anno esaminare le partite d’entrata e uscita, così deve fare una Nazione. Come un buon Padre di famiglia cerca di accrescere il frutto delle proprie terre e del suo traffico e di diminuire le inutili spese quanto è possibile, così deve fare chi presiede ad ogni Nazione.[255] Il commercio è il più importante oggetto del ben pubblico e della forza del Sovrano, e la bilancia del commercio è conosciuta ormai per la sola misura del potere, della considerazione e della felicità d’uno Stato.
Questa bilancia appunto esamineremo primieramente in questa seconda parte e, come nella prima abbiamo ricercato nella storia politica i fili per condurci a conoscere lo spirito del nostro sistema, così ora con libera imparzialità passeremo ad esaminare l’indole dell’attuale nostro commercio, gli avantaggi e disavantaggi che gli sono particolari, gli ostacoli che l’incatenano, i pregiudicj che eternizzar vorrebbero i nostri danni e così porre in chiara luce la natura del male che ci affligge, dalla quale ben conosciuta spontaneamente poscia si presentino i rimedj e spero in vista di quest’esame potrassi a noi dire con Bacone:[256] «Cum rerum vestrarum status non a vi ipsa rerum sed ab erroribus vestris male se habeat, sperandum est illis erroribus missis aut correctis magnam rerum in melius mutationem fieri posse».
Capo I. Dell’indole e del bilancio del commercio nostro.
V’è stato chi ha intrappreso di formare il bilancio del commercio nostro, il quale si vede in una dissertazione ms. che nel 1754 cominciò a correre per mano d’alcuni; merita lode l’autore perchè abbia mostrato il primo un lampo delle scienze economiche, le quali non per anco erano penetrate sino a noi; nè maraviglia esser deve se per non essere stato da veruno preceduto e per la misteriosa timidezza colla quale si tengono fra di noi occulti i fatti della pubblica amministrazione e dispersi e segregati in varie parti egli siasi allontanato da quella scoperta, della quale andava in traccia con ingegno bensì, ma con intera mancanza di notizie.
Molto in questi ultimi anni ha messo in chiaro il nuovo Censimento, molto la riordinazione di qualche archivio e in ajuto mio computar devo molta fortuna e costanza, onde con mezzi privati ho potuto da diverse parti raccogliere e mirare il primo sotto un sol punto di vista le notizie preliminari alla interna direzione di questo Stato, la mancanza delle quali è stata forse la catena più forte che sin ora ci ha tenuti nella funesta e vergognosa dipendenza dalle estere Nazioni, malgrado i generosi soccorsi e i provvidi ajuti de’ Clementissimi Sovrani d’Austria.
L’Autore anonimo ha preso per fondamento del commercio attivo la semplice opinione d’alcuni; io ho preso per fondamento i registri giustificati del Magistrato Camerale e della Regia Ferma; l’Autore ha calcolato il commercio passivo colla sola notizia del numero de’ Mercanti, io prendo di mira i registri della dogana, dalla quale sola potiamo verisimilmente stabilire la quantità delle merci che realmente entrano ogn’anno nello Stato. Questi principj sono di peso talmente diverso ch’io mi credo dispensato dal confutare i risultati de’ suoi.
Ne’ conti d’una Nazione l’esattezza geometrica non è possibile trovarla, nè è possibile ad un privato, il quale non può radunare le notizie di fatto che con ufficj, lo schivare in una moltitudine di cose ogni errore; oso bensì affermare che questi saranno della natura di quelli che con un zelo imparziale e con una costante diligenza non era nelle mie circostanze possibile distinguerli. Scrivo quello che penso e credo il vero; le obiezioni alle quali quest’opera avrà dato soggetto, poichè sia consegnata al pubblico, porranno sempre più in luce questa materia e contribuiranno forse a rendere più chiara e semplice l’amministrazione delle nostre finanze.
§ 1. Quali sieno i capi del nostro utile commercio.
Si è veduto nella prima parte come e per quali ragioni siasi annichilata l’antica industria de’ Milanesi, i quali sì gran nervo d’utile commercio traevano dalle loro manifatture. Ora la principale e direi quasi l’unica sorgente del commercio lucrativo sono i frutti che immediatamente ci somministra la terra.
1.mo La miniera più abondante del nostro commercio è la seta. Di questa parte greggia, parte filata, ne manda il Milanese agli Svizzeri, all’Impero, a Genova ed a Lione qualche porzione se ne estrae di tessuta in fazzoletti, calze e stoffe lisce, manifatture le quali vanno principalmente nella Germania.
2.do Devono considerarsi per la loro importanza i grani de’ quali la fecondità del terreno ne somministra in quantità maggiore del bisogno di circa un milione d’abitanti, quanti appunto ne comprende lo Stato.[257] Vicini Popoli ci attorniano i quali ne mancano e tali sono gli Svizzeri, i Grigioni, parte del Novarese, il Parmigiano e i Genovesi. De’ nostri risi poi se ne trasportano anche al Levante per la superiorità della perfezion loro.
3.zo Il lino deve registrarsi dopo i grani: la principale raccolta di esso fassi sul Cremonese e qualche parte del Lodigiano e molto di esso se ne spedisce particolarmente alla volta della Romagna.
4.to I caci, conosciuti da tutta l’Europa sotto il nome di parmigiani, devono valutarsi in nostro vantaggio. Un frutto si è questo particolarmente proprio del Lodigiano, sebbene ancora sul Pavese e in qualche parte della Provincia del Ducato se ne fabbrichi. La bontà di essi dipende forse talmente dalla natura de’ pascoli, che non credo possibile il contraffarli altrove; in fatti i Francesi inutilmente lo hanno tentato in Normandia.[258]
5.to Del burro altresì ne esce dallo Stato e va sul Piacentino, sul Parmigiano, sulla Romagna, sul Cremasco e Bergamasco e Bresciano.
6.to I terreni, che da molte delle nostre famiglie possedonsi negli Stati ceduti al Re di Sardegna, sono un importante articolo da registrarsi alla partita dell’utile commercio per il denaro che per essi ne entra nello Stato.
Sono questi gli articoli sensibili del nostro attivo commercio, al quale poco e quasi nulla aggiungono alcuni resti di manifatture di carrozze, cioccolatte, ricami d’oro e d’argento e simili. Tutti questi rami esamineremo in seguito uno ad uno, ma prima diasi una vista generale ai capi del nostro commercio rovinoso.
§ 2. Quali sieno i capi del nostro commercio rovinoso.
I.mo Quasi tutto il commercio de’ panni e lavori di lana altre volte così utile a questa Provincia ora fassi a sua rovina; dallo Stato Veneto, dagli Svizzeri, dalla Germania, Francia e Inghilterra ci vengono le manifatture di lana più necessarie per il vestito sì de’ Nobili che dell’infima plebe: due sole fabbriche sono in Milano di panni ed una in Como, miserabili avanzi della passata industria,[259] mentre nelle sole valli di Bergamo vediamo attualmente sessantacinque fabbriche di lanificio, le quali girano ogni anno venticinque milioni (25.000.000) di lire venete, come appare da’ loro notificati.[260] Una colonnia sì è questa di altrettanti nostri originarj Cittadini, i quali sotto il dominio veneto ritrovarono sicurezza, asilo e protezione, mentre si opprimeva il commercio fra di noi; e luttuosa vista è l’osservarli al di là de’ confini imponendoci colla loro industria un grave annuo tributo tanto più stabile e fermo, quanto che ha per garanti l’indispensabili nostri bisogni della vita.
2.do I commestibili molto importano nella partita del nostro debito e sotto questo nome comprendo l’oglio, il vino, l’acquavite, i caci forestieri, i pesci salati e simili. La terra non produce vino bastante in questa Provincia e ne riceviamo dall’Oltrepò, dal Parmigiano. Così l’oglio particolarmente d’ulivo ci viene per la maggior parte dal Genovesato e il rimanente dalla parte di Ferrara e i più scelti dalla Provenza e dalla Toscana.
3.zo Dopo i commestibili dobbiam registrare tutte le tele sia di lino fino, sia di cottone[261] o di canapa, le quali ogni anno fanno uscire una rimarchevole somma di contante. Le tele di lino fine vengono dall’Impero, dalla Francia e talune dall’Olanda; pochissime sono quelle che dalla Boemia e dall’Austria venghino a noi.
4.to Gli animali poi d’ogni sorte sia per gli usi della campagna, sia per quelli della città sono un capo del nostro debito particolarmente cogli Svizzeri da’ quali ci vengono quasi tutti i cavalli e la maggior parte de’ buoi.
5.to Le droghe vengono in seguito da rimarcarsi e comprendono il zucchero, caccao, cera, cannella, caffè, vainiglia, garofani e simili, le quali per la maggior parte ci vengono per la strada di Genova.
6.to Dopo le droghe devono annoverarsi i metalli. Il ferro, che ci viene somministrato dalle miniere della Valsasina e che lavorasi a Lecco, basta a piccola parte de’ bisogni del nostro Stato; la massima parte del ferro ci viene dal Bresciano e dal Bergamasco. Il rame per lo passato venivaci dal Tirolo e da altre parti della Germania, ora le abondanti miniere scoperte nel Piemonte e nella Savoia ce ne somministrano la maggior parte.[262] Il piombo ci viene per la parte di Genova, dalla Romagna, da Inghilterra e dagli Olandesi. I metalli nobili d’oro e d’argento non ci vengono che monetati o manufatti.
7.mo In seguito a’ metalli registreremo le pellicce e i cuoj d’ogni sorte: i cuoi in massima parte ci vengono dalla volta di Genova, le pellicce dagli Svizzeri e dal Nord.
8.vo La volgare opinione ripone le stoffe di seta forestiere fra i primi capi del nostro commercio passivo; il lusso d’alcuni pochi opulenti Cittadini ferisce gli occhi e la mente di chi non vede che i popolareschi bisogni col ripetuto lor numero devono superare di gran lunga nella bilancia economica gli oggetti brillanti del lusso. Le stoffe di seta dunque meno importano de’ succennati capi, come vedremo; basti saper per ora che di esse stoffe quelle chiamate solie, cioè i damaschi, i velluti, i veli, taffetà, amoerre, rasi e simili ci vengono da Genova, da Firenze e da Torino. Le altre stoffe poi chiamate a opera, cioè a varj colori con oro o argento, ci vengono per lo più da Lione.
9.no I beneficj concistoriali posseduti per lo più da chi abita a Roma; i sali e il tabacco che ci vengono dalla Dalmazia, dalla Grecia e talvolta dalle coste d’Affrica; i legni sì d’opera che da fuoco e il carbone, che da’ Stati Sardi vengono a noi; i saponi, che riceviamo da Genova e da Venezia, gli specchi di Venezia, la carta di Bergamo, i libri forestieri, i pesci salati di Olanda e di Ferrara, i vini preziosi di Francia, Spagna ec. e infiniti altri oggetti del lusso, orologi, scattole, ventagli, vezzi e simili, tutte sono perenni sorgenti che smungono il denaro fuori dalla nostra Provincia.
10.mo Finalmente s’aggiunga agli articoli accennati il denaro che deve ogni anno colare in Germania per la paga delle milizie mancanti a questo Stato e per il vestito e l’armatura di quelle che vi soggiornano. Questi sono i capi sensibili del nostro passivo commercio.
Dopo questa occhiata generale passiamo ora a esaminare la questione importantissima e con tanto inutili discorsi dibattuta sempre e non mai rischiarata, cioè se il commercio nostro sia veramente attivo ovvero passivo.
§ 3. Se gli argomenti tratti dalla natura del cambio sieno valevoli a definire presso di noi l’indole del nostro commercio.
Molti per definire l’indole del nostro commercio si appigliano alla natura del cambio. Egli è evidente che una Nazione, qualora abbia il commercio passivo preponderante, deve trasmettere ogni anno al saldar de’ conti il contante proporzionato al debito e così al contrario deve riceverlo la Nazione che abbia preponderante il commercio attivo, giacchè le lettere di cambio altro non sono che o la cessione d’un credito o la confessione d’un debito il quale devesi realizzare al saldo de’ conti.
Questo trasporto efettivo del contante, che è una indispensabile conseguenza del commercio,[263] costa spesa e pericolo, e qualora i Negozianti possino evitarlo, vuole il loro interesse che lo evitino. Da qui ne siegue che se la nostra piazza è in credito colle altre, le lettere di cambio che essa spedisce sono una cessione di credito la quale risparmia al Negoziante il pericolo e la spesa dell’efettivo trasporto; quindi è che chi ricerca la lettera ottiene qualche agio e riceve nel paese dove è pagata o eguale o maggiore somma di quella che ha sborsato; ma se la piazza nostra è debitrice, le lettere di cambio da essa spedite sono una confessione d’un nuovo debito, per saldare il quale deve farsi l’effettivo trasporto, quindi chi ricerca la lettera deve ricevere tanto meno nel paese dov’è pagata quanto importerà il pericolo e la spesa del trasporto futuro.
Su questi principj generalmente veri credono taluni di potere definire dall’esame de’ cambj fatto per molti anni se la nazione sia attiva ovvero passiva a misura che il cambio guadagna o perde; ma questo metodo di ragionare, ottimo ne’ paesi che hanno le monete bilanciate secondo la naturale quantità del fine metallo, è di nessun peso fra di noi che viviamo da più d’un secolo e mezzo in un perenne disordine di monete; cosicchè il cambiare una moneta coll’altra, per l’arbitraria valutazione data dalla nostra legge monetaria, porta un utile che serve di stimolo incessante a farne un commercio malgrado gli epiteti di «scandaloso» e «vergognoso», che nelle gride ad esso vien dato. Di ciò parleremo più di proposito al cap. 3 § 3.
Poichè dunque la moneta presso di noi disgraziatamente è divenuta mercanzia, ne viene che l’utile d’estraerne una specie o d’introdurne un’altra sia tale da ricompensare le spese del trasporto ed il pericolo di esso; ora sul trasporto e sul pericolo, essendo fondato l’argomento del cambio, esso è di nessuna forza al caso nostro.
Ad altri fili convien dunque appigliarsi per cercare la verità in questo labirinto di cose e sieno questi l’esaminare ad uno ad uno i capi dell’attivo e del passivo commercio, conosciuti i quali stabiliremo con sicurezza e con intima cognizione la vera natura e il bilancio del nostro commercio.
Capi del commercio attivo.
§ 4. Della esportazione della seta.
Qualunque sia la forma sotto cui esce la seta da questa Provincia, sia in bozzoli, sia filata, sia greggia, ella è soggetta al pagamento della gabella della Mercanzia. La seta greggia ha di più altra nuova gabella, di cui parlerassi al cap. 3 § 5; e l’esportazione de’ bozzoli è generalmente proibita se non v’è espressa licenza della Cancelleria Segreta.
Chi volesse calcolare l’annua quantità di seta che si raccoglie nello Stato sul testimonio del notificato de’ bozzoli stabilirebbe un prodotto minore del vero. Una universale pusillanime timidezza, frutto delle lunghe e antiche vessazioni, è radicata negli animi particolarmente degli abitanti delle nostre campagne, cosicchè diffidano e temon male d’ogni notizia che da essi per pubblica autorità venghi ricercata.
Di questa verità mi son io convinto scegliendo il notificato dell’anno 1751, il quale passa per essere il più esatto che siasi mai fatto sin ora, e paragonandolo colla annua esportazione della seta tratta per adequato di varj anni dai registri della dogana, ed ho trovato il notificato minore dell’uscita di libre di seta undicimila cento seddici (11.116), ossia la parte si vorrebbe far credere maggiore del tutto, non essendo l’uscita che una parte del raccolto.

Per confermarci la fallacità del notificato ha servito la tavola, che qui si annette [Tabella n° 1], contenente l’attuale stato de’ filatoj di seta i quali tutto l’anno lavorano, nè altra seta lavorano che quella che è nata fra di noi. Cinquecento otto (508) sono i vallichi di torto, ossia tramma e ducentoquaranta (240) i vallichi di filato, ossia organzino. Un vallico di tramma lavora verisimilmente all’anno libre di seta ottocento (800) e un vallico d’organzino libre di seta cinquecento (500). Saranno dunque lavorate ogni anno libre di seta in tramma quattrocento sei mila e quattrocento (406.400) e in organzino cento venti mila (120.000) cioè in tutto libre di seta cinquecento ventisei mila e quattrocento (526.400).[265]
Ma di seta non lavorata ai filatoj ossia greggia ne esce dallo Stato; e dalle annotazioni della Cancelleria Secreta consta che da dieci anni a questa parte è la esportazione di essa:

cioè per adequato libre cento venticinque mila quattro cento una (125.401) le quali, aggiunte alla partita di libre cinquecento ventisei mila e quattrocento (526.400) che si lavorano, formeranno l’annuo prodotto della totale raccolta della seta in libre seicento cinquantuna mila ottocento una (651.800). Dunque il prodotto vero della seta del Milanese è ducento quarantuna mila e dieciasette libre (241.017) più di quello che appare dal notificato, il che convince il notificato erroneo del terzo circa.
Ma le libre di seta che escono dallo Stato sono, come si è veduto, 421.934, dunque se ne lavorano in manifatture interne libre ducento ventinove mila e ottocento sessanta sette (229.867).
Valutando poi la seta che esce ogni anno a lire seddici per verosimile, confondendo organzino, tramma e greggia ad un promiscuo prezzo, sarà l’annua rendita per l’esportazione delle suddette libre di seta 421.934 il valore di lire di nostra moneta sei milioni settecento cinquanta mila e novecento quaranta quattro (£ 6.750.944).
§ 5. Della esportazione de’ grani.
Delle leggi e del sistema del nostro commercio de’ grani qui non prendo a ragionare; sarà questo l’oggetto che tratterassi nel capo 4.to di questa seconda parte; per ora della sola quantità di questo commercio vuole il metodo che si parli.
Non v’è chi dubiti che lo Stato di Milano non raccolga grani al di più del bisogno degli abitanti; ora questi abitanti eccedono il numero d’un milione, come abbiamo veduto, e valutando il consumo di ciascheduno a sole due moggia e mezzo[266] dovrà essere la raccolta de’ grani maggiore di moggia due milioni e cinquecento mila (2.500.000). Ma i notificati de’ grani estratti dai registri del Magistrato Camerale, e formatone l’adequato di sette anni cioè dal 1750 al 1758, suppongono il raccolto di sole moggia un milione e seicento quaranta quattro mila (1.644.000), dunque anche il notificato de’ grani è fallace di circa la terza parte almeno.
Ma oltre il consumo degli abitanti, di grano se ne trasporta agli altri Stati[267] e primieramente agli Svizzeri, ad alcune terre del Re di Sardegna ed ai Grigioni è stata fissata per trattato una determinata quantità di grani alla quale si dà il nome di limitazione, cosicchè sino alla quantità convenuta resta a questi Stati permesso d’estrarre i grani del Milanese, pagando però i patuiti diritti. Lo stato delle accennate limitazioni è il seguente:

cosicchè lo stato dell’esportazione di grano per le limitazioni sarebbe di some cinquanta due mila (52.000) se gli Svizzeri levassero tutta la quantità convenuta, ma essi soltanto ne estraggono some ventitrè mila e settecento sessanta[268] (23.760), dunque le limitazioni importeranno solamente some quaranta cinque mila e settecento sessanta (45.760) ossia moggia sessantotto mila e seicento quaranta (68.640).
Oltre le limitazioni vi sono le tratte d’arbitrio e così chiamansi le esportazioni de’ grani che si concedono dal Magistrato indipendentemente da veruna convenzione con altri Stati; variano elleno ogni anno, ma per fissarne un adequato osserviamone il triennio passato, non essendo possibile avere più lunga serie; e questo medesimo più d’un anno di cure e sollecitudini e industrie m’è costato, tanta è la gelosia con cui dagli ufficiali del Magistrato Camerale si custodiscono come arcani della Monarchia questi fatti dell’economia pubblica.

Da ciò consta per adequato che l’annua esportazione de’ grani per tratte d’arbitrio è di some sessanta cinque mila e quattrocento cinquanta (65.450).
Fissando dunque il promiscuo prezzo di lire dodici al moggio a tutti i grani e valutando i contrabbandi[269] colla stabilita misura dei dieci per cento, sarà l’esportazione di essi ogni anno:

cioè un capo di vendita di lire 2.201.956.
§ 6. Della esportazione de’ lini, cacio e burro.
Consta da’ registri dell’Impresa della Mercanzia che cento trenta mila (130.000) pesi di lino eschino per adequato all’anno dallo Stato. I più fini di essi vanno a Genova, ma la maggior parte si manda alla volta di Sinigaglia d’onde passa al Levante. Questo commercio è principalmente del Cremonese e ne riceve gran parte del pagamento in cottoni, onde alimenta le reliquie dell’antico lavoro de’ fustagni tanto florido un tempo, come si vide al principio di quest’opera ed ora ristretto a circa ottomila (8.000) pezze d’esportazione, le quali s’incamminano quasi tutte verso il Parmigiano.
Valutando dunque questo lino a un prezzo medio di lire dieci il peso, ne verrà l’annua entrata di lire un milione e treccento mila (1.300.000), alle quali aggiungendo i contrabbandi col fissato principio sarà l’importanza del lino lire un milione e quattrocento trenta mila (1.430.000).
L’articolo del cacio per il solo Ducato è un commercio passivo e quello che parrà strano, benchè sia di fatto, si è che vivendo noi fralle officine di caci, stimati e conosciuti per tutta l’Europa, pure in Milano facciasi più uso de’ caci svizzeri e dell’Ossola che de’ nostrali. Per adequato de’ registri della Mercanzia di cacio parmigiano ne entrano in Milano all’anno ottantacinque mila libre (85.000) e di cacio svizzero e dell’Ossola libre quattrocento cinquanta mila (450.000).
Ma quello che ha di mira la natura del nostro lavoro è la quantità della esportazione de’ caci nostri e questa, per adequato de’ citati registri della Mercanzia, è annualmente:

alla qual somma aggiungendo i contrabbandi e valutando la libra di cacio soldi dodici (12), l’importanza de’ caci sarà annue lire un milione ducentosettanta tre mila quattrocento settanta sei (1.273.476).
La principale sorgente de’ burri è il Lodigiano d’onde ne esce per lo Stato Veneto, Parma, Piacenza e persino per la Romagna. Dai registri della Mercanzia consta che l’annua uscita dallo Stato è per adequato di libre trentasette mila quattrocento venticinque (37.425), le quali, aggiunti i contrabbandi[270] e valutate a soldi venti (20) la libra, formano lire d’entrata quarantuna mille e cento sessanta sette (41.167).
§ 7. D’alcuni capi che restano del commercio attivo.
Poche e in mal ordine sono le manifatture di questo Stato; pure qualche sorte di utile danno i fustagni e le bombasine, le calze e fazzoletti di seta, i riccami d’oro, i transiti e qualche carrozza, chioderia di Valsasina e cioccolatte; nè usciremo dalla verosimiglianza fissando il prodotto di tutti questi capi ad un milione e mezzo; io di ciò non ho potuto produrne esatta contezza come del resto, ma quanto ho veduto e inteso tutto mi determina a stabilire tal somma ben persuaso che la rendita non possi essere maggiore di lire 1.500.000.-.-.
E qui sarebbero finiti i capi del nostro attivo commercio, se non avessimo a considerare un importante bensì ma impenetrabile articolo ed è questo: i beni posseduti da’ Milanesi sulle terre del Re di Sardegna, le rendite delle quali colano fra di noi. Mancano a me i mezzi non solo, ma anche le idee onde imaginar come calcolarne il prodotto e il rispetto dovuto alla verità m’obbliga a ricordare bensì questa vista, ma a dichiararla una quantità incognita. [Cfr. Tabella n. 2]
Capi del commercio passivo
§ 8. Importanza delle mercanzie introdotte ogni anno.
Un’occhiata alla tavola che qui si annette darà una idea della uscita annua del denaro da questo Stato per le merci forestiere che vi si consumano. [Cfr. Tabella n. 3] I fondamenti d’onde l’ho tratta sono que’ registri medesimi della Mercanzia, i quali non mai in prima furono esaminati, ma al finire d’ogni locazione passano alle mani de’ pescivendoli, sebbene sieno il codice più sicuro d’ogni altro per distinguere se la Nazione si mova verso il bene o verso il male e quale sia e dove il suo male medesimo.
Maraviglia però non è se tal trattamento siasi fatto a questi registri i quali sono tanti, sì voluminosi e scritti con tal confusione, che fa disperare di poterne trarre verun lume. Le merci vi sono scritte non divise in classi, non separatamente le estratte o le introdotte, ma confusamente e col solo ordine dell’azardo con cui si presentano ai passaggi, ossia alle gabelle, ciascuna delle quali ha il suo libro, quindi, dopo una stoffa di seta entrata, trovasi il cacio uscito e così costantemente.
Devo por freno alla mia candidezza e tacer il nome dell’onorato e industrioso Cittadino da cui ho ricevuti i massimi ajuti per compilar questa tavola, la quale mi costa sei mesi di fatica spero non inutile a questo Stato. Molte osservazioni fatte su i libri originali della Mercanzia e molte diligenze ripetute, tutte mi confermano l’esattezza e verità di questi risultati.
Infinite piccole cure vi abbisognarono per ridure a una sola misura o peso la medesima merce, che per un complicato sistema spesse volte mentre a Cremona si valuta a peso, a Milano si valuta a braccio e talvolta in altra provincia a numero e in altra a valor capitale; molte e ripetute sperienze per fissare un vero valor primitivo adequato alle merci medesime, cioè dedotto l’utile del Mercante e la gabella. Per decidere questo prezzo universale a’ generi, che sono suscettibili di più e meno, o secondo la perfezion loro ovvero secondo l’abondanza, ho preso un punto di mezzo fra il massimo e il minimo per adequato di dieci anni.
Le mercanzie ivi notate hanno tutte pagata la gabella nel 1752, onde non v’è da temere che il risultato sia maggior del vero. Dai soli registri della Mercanzia è dunque dimostrato che il debito dello Stato è di lire annue diciotto milioni, novecento cinque mila e ottocento settanta (18.905.870) alle quali aggiungendo i contrabbandi al 10 per % fanno l’uscita di annue lire venti milioni settecento novanta sei mila quattrocento cinquanta sette (20.796.457).
§ 9. Altri capi del commercio passivo non registrati nella Mercanzia.
Il numero delle staja di sale che s’introduce nello Stato realmente dagl’Impresarj è un mistero che inutilmente cercherei di sapere; sarebbe per altro questa la pietra di paragone con cui deciderebbesi la questione che durante la locazione presente dell’Impresa s’è sempre dibattuta fra i Sudditi e l’Impresaro, cioè se sia o no d’inferiore qualità di quello che è stato stipulato nel contratto il sale che tuttora si distribuisce. Io non ho presa veruna contezza di questa disputa, pare però inverisimile che lamentele tanto costanti e universali di questi Popoli, appoggiate su un fatto di particolare sperienza d’ogni individuo, possino essere destitute di fondamento; e strana cosa pare che ciò essendo, siasi lasciata la libertà agl’Impresarj di aggravare oltre il patuito contratto il tributo di questi Sudditi senza che almeno si migliorasse la condizione della Regia Camera. Qualunque siasi il fatto, la quantità vera del sale che dall’Impresaro si distribuisce è talmente custodita che non è possibile saperla; atteniamoci però a un verosimile: si calcola che ogni abitante consumi sei libre grosse di sale l’anno, sono gli abitanti un milione dicianove mila e settecento settanta (1.019.770) saranno dunque libre di sale (6.118.620), ossia staja[271] dugento cinquanta quattro mila novecento quaranta due (254.942); aggiungasi la terza parte di questa somma per gli usi de’ commestibili salati, particolarmente de’ caci, cioè staja ottanta quattro mila novecento ottanta (84.980) faranno in tutto staja di sale treccento trenta nove mila novecento ventidue (339.922).
Lo stajo di sale, che vendesi a lire 14 sol. 5 dan. 6, costa di prezzo primitivo circa lir. 1 sol. 10; il danaro dunque che verisimilmente s’estrae ogni anno per la compera de’ sali sarà di lire cinquecento nove mila e ottocento ottanta tre (509.883).
L’affitto dell’Impresa del Tabacco è di lire dugento cinquanta sei mila settecento cinquanta due (256.752). Il prezzo naturale del tabacco è un terzo di quello che si vende; l’annua uscita per comperare il tabacco deve essere dunque maggiore di lire ottantacinque mila e cinquecento ottanta quattro[272] (85.584).
I Benefici Concistoriali, de’ quali qui annetto la tabella, sono in massima parte posseduti da chi abita fuori dello Stato o in Roma, o in Legazioni o in Nunciature, può dunque considerarsi il prodotto di essi un ramo del commercio passivo, tanto più che se qualche piccola parte resta in Provincia, l’omessione che faccio delle dispense e delle bolle di gran lunga la supera; escono dunque per quest’articolo ogni anno ottocento ventiquattromila lire (824.000). [Cfr. Tabella n. 4]
Sono assegnati alla Cassa Militare sei milioni annue di lire per il pagamento delle milizie, le quali non mai essendo complete e ricevendo le monture tutte e le armi dagli Stati Ereditarj, ne viene un capo di commercio passivo per la Lombardia verisimilmente un milione annuo di lire (1.000.000).
Veggasi ora in un’occhiata lo stato del nostro bilancio nella tabella che annetto. [Cfr. Tabella n. 5]
§ 10. Conclusione.
In vista di quanto si è detto, giudichi ognuno quale sia veramente la natura del nostro commercio e disputisi ancora se è possibile in favor dell’attivo. Se le molte e lunghe guerre del passato secolo e le tre memorabili del presente non avessero fatto colare nella Lombardia i metalli preziosi della Spagna, della Francia e della Germania, a quest’ora sarebbe verificato nello Stato nostro quello che l’Autor dello Spirito delle Leggi dice, cioè: «un Paese che trasmette meno derrate o merci di quello che ne riceve si pone da se medesimo in equilibrio coll’impoverirsi, cosicchè ne riceverà ogni dì meno sin tanto che giunto alla povertà estrema non si riceva più in conto alcuno».[273]
In fatti credono alcuni che sia prova d’un commercio attivo il vedere tuttora del contante fra di noi dopo massimamente le rimesse fatte in Germania colla or ora finita guerra, ma converrebbe paragonare il denaro che ora circola colla prodigiosa quantità che circolava nell’ultima guerra d’Italia per dedurne qualche prova. Il decadimento del prezzo de’ grani e del vino, ridotto alla metà di quello che era sono solamente 14 anni, avrebbe anzi dovuto far conoscere palesemente che abbiamo il commercio passivo preponderante, poichè la raccolta di essi non è duplicata, nè la popolazione diminuita della metà, nè v’è che la diminuzione del denaro da cui possa derivare questo cambiamento.[274]
Capo II. Della natura delle leggi e della forma delle giuridiche procedure attinenti al nostro commercio.
Da che fu scompagginato l’originario sistema della Lombardia, e con ciò decretato il decadimento dall’antica sua prosperità, sette epoche ritrovammo nella prima parte nelle quali risvegliaronsi i Regi e pubblici Amministratori per ristorarlo e furono queste nel 1631, 1662, 1668, 1713, 1721, 1723, 1749. Si ascoltarono in quelle occasioni diversi Corpi pubblici, le Università, alcuni Negozianti e Cambisti creduti i migliori; i Ministri s’adunarono in conferenze, scrissero molte consulte e tutto inutilmente; si protessero alcune particolari fabbriche, si accordarono privilegi ad alcuni nuovi Fabbricatori e rinnunciò persino il Sovrano con provvida beneficenza a’ suoi diritti in favor loro sulle gabelle, e tutto questo non fu mai bastante a rimediare al male, nè a stabilire manifattura alcuna che abbia potuto innalzarsi a costante prosperità. In vista di questi pubblici fatti conviene accordare che i mezzi impiegati sin ora non sono bastanti a rimettere il commercio e il voler cercare ostinatamente la salvezza pubblica coi mezzi medesimi sarebbe un volere che date le medesime cagioni succedino efetti diversi.
Io credo buoni alcuni degli accennati rimedi parziali de’ quali abbiamo costume di prevalerci e il non vederne buon efetto mi fa ragionevolmente sospettare che dalla natura del sistema medesimo venga la infezione che contamina e spegne per un vizio intrinseco e universale tutti i particolari provvedimenti.
La felicità o decadenza d’uno Stato è il termometro più sicuro per decidere della bontà o incoerenza delle leggi che lo governano: non s’è veduta giammai Nazione florida con leggi cattive, o Nazione abbattuta con buone leggi.[275] Giusto è dunque esaminare ingenuamente lo spirito e la natura delle nostre leggi non già ripetendo gli encomj che ad esse ciecamente si fanno da chi o non le ha lette, ovvero per una superstiziosa servitù altro non ne ha ritratto che una stupida venerazione, ma penetrarle conviene con quella tranquillità ed imparzial contenzione, colla quale è giusto che un uomo esamini i lavori di altri uomini.
§ 1. Sotto quali leggi viva il nostro commercio.
La legge scritta sotto cui ora viviamo è quella delle Nuove Constituzioni pubblicate l’anno 1541. Questo nuovo codice abolì in gran parte le patrie leggi degli Statuti sotto la tutela de’ quali era salita questa Provincia al colmo della felicità. Il primo dono si è questo fattoci dalla dominazione spagnuola: nè certamente è facile imaginare qual beneficio si mostrasse allora di fare a questo Stato sì florido, popolato ed opulento col mutarvi le sue originarie leggi. So che, mutate che furono e stabilita con questa mutazione la curiale cavillazione in luogo della scienza preside ai pubblici affari, tutto andò sensibilmente in rovina nè altro male perdette il Milanese dappoi che l’invidia delle emule Nazioni. Se quegli uomini che allora osarono ergersi in Legislatori avessero avuta la riverenza che pur si meritavano le sante patrie leggi ereditate dai giudiciosi loro antenati e autenticate colla costante pubblica felicità, se avessero sentito in somma che è più grande conoscere e custodire il buono che il sostituirvi nuove invenzioni men belle di propria creazione, non avrebbero stesa una mano o interessata o imbecille a deturpare l’antico sistema e a cancellare le antiche leggi; nè ragion vuole che ora si abbia per il loro lavoro quel riguardo che essi non ebbero per le ereditate costumanze che avevano la ragione e la speranza in propria difesa.
Aggiunger conviene al codice delle Nuove Constituzioni una smisurata mole di editti, chiamati gride,[276] pubblicati dappoi, non da al tro spirito dettati spesse volte che da quello di formare nuove rendite al Legislatore, proibendo le azioni le più innocenti e comuni de’ Cittadini per obbligarli a comperar la licenza di farle. Non prenderò io qui a trattare di proposito dello spirito di tutta questa moltitudine di leggi, se non quanto ha immediata influenza sul commercio. Utile per altro e gloriosa fatica sarebbe quella di un buon Cittadino che a trattare quest’argomento si prendesse in tutta la sua ampiezza, giacchè siamo ridotti a tale stato che pochissimi sono gli abitatori di questa Provincia i quali non sieno rei e non portino seco il corpo di delitto per essere messi pubblicamente alla tortura,[277] tanto abuso si è fatto per l’adietro della facoltà legislatrice fra di noi.
La speranza d’ogni privato d’arricchirsi è quella che anima l’industria, la quale ben diretta forma l’utile commercio, ma la speranza d’arricchire suppone la sicurezza a ciascuno di quello che è suo. Questa sicurezza non può aversi se non quando le possessioni private venghino regolate nel codice delle leggi colla maggiore possibile chiarezza e precisione, di modo che al Giudice o al Tribunale qualunque di giustizia altro non spetti che il decidere se il caso controverso sia quello della legge. L’esempio de’ più colti Regni d’Europa ce lo conferma e tale era lo spirito dell’antico sistema nostro, come vedesi ne’ Statuti stampati nel 1502, fol. 54: «Verba statutorum Communis Mediolani serventur ut jacet littera». La vera e sana legislazione è quella che lascia il minore arbitrio possibile al Giudice, come osserva Bacone: «Optimam esse legem quæ minimum relinquit arbitrio judicis».[278]
Quando le leggi scritte decidono la proprietà de’ beni, i forti egualmente che i deboli vivono difesi dalla loro tutela, ma quando esse leggi si piegano all’arbitrio del Giudice «allora le leggi[279] in mano del potente e dell’astuto sono sempre arme pronte e forti ad offendere ed ingannare, ma non già arme da difesa in mano del debole e dell’ignorante». Quindi è che i due offici del Legislatore e del Giudice devono per intrinseca incompatibilità essere divisi, il primo rissiede costantemente presso la persona Sacra del Sovrano, il quale non lo comunica che per tempo limitato, il secondo non mai presso il Sovrano si trova, ma bensì presso Magistrati eletti dal Sovrano per esercitarlo costantemente. Dalla confusione di questi due offici nascer deve la dissoluzione della Monarchia o per una universale licenza o per una universale schiavitù: chiunque abbia meditato su i principj de’ Governi non può essere di diferente opinione e l’Autore dello Spirito delle Leggi chiaramente prova che «qualora nella medesima persona o nel medesimo corpo di magistratura la possanza legislativa è unita alla facoltà esecutrice non v’è più libertà, poichè si può temere che il medesimo Monarca o il Senato non faccia delle leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente».[280]
Posti questi evidenti principj vedasi la Nuova Constituzione, libro primo, titul. de Senatoribus. Il Senato, instituito giudice supremo e inapellabile, unisce alla giudicatura l’autorità «constitutiones Princi pis confirmandi et infirmandi» ed oltre ciò «tollendi et concedendi quascumque dispensationes etiam contra Statuta et Constitutiones». Così tutte le leggi cessano d’essere tali e prendono la natura di semplici consigli che il Senato può trascurare a sua voglia; così altra legge non veglia ad assicurare la proprietà di ciascuno che la libera opinione di questo supremo Corpo; dal che ne nasce una universale incertezza, mortale allo spirito d’industria e del commercio. Maraviglia esser dunque non debbe se, da che fu stabilita colle Nuove Constituzioni questa dispotica unione di legislazione e di giudicatura, l’attività e l’industria de’ Cittadini sia andata totalmente in rovina, mancandole il vero sostegno della sicurezza fondata su leggi universali, scritte e inviolabili; le liti crescono colla pubblica incertezza e dove «sia divenuta arte il movere ed alimentare ingiusti litigi, dietro alla quale come ad onorata professione si corra da tutte le parti, che le liti anche giuste non si veggano giammai finire; in quella Nazione dico convenendo a’ Proprietarj stare in continua e crudele guerra per difendere ciò che è suo, qual industria e quale spirito d’industria si può mai allignare?» [281]
«In tutte le città commercianti vi sono pochi giudici e molte leggi» dice il Pres.te Montesquieu;[282] nello Stato nostro avviene all’opposto, che molti sono i giudici e i legislatori e nessune leggi, preso il vocabolo nel vero significato; e questa è una inevitabile conseguenza d’aver sottoposte le leggi ai Giudici, non i Giudici alle leggi, come la natura d’ogni buon governo insegna e come anche sentì Bacone con queste parole: «Decernendi contra statutum expressum sub ullo æquitatis prætextu Curiis Pretoriis jus ne esto hoc enim si fieret judex prorsus transiret in legislatorem et omnia ex arbitrio penderent».[283]
§ 2. Della legge di costume ossia pratica.
Nè l’incertezza della proprietà ha sola origine nell’indebolimento della autorità delle leggi scritte, altre leggi non scritte si citano fra di noi sul fondamento delle quali è lecito decidere della libertà e delle fortune d’ogni Cittadino e queste leggi si chiamano pratica. Non v’è voce più ripetuta o rispettata nel Foro di quella, ed è questa pratica una legge introdotta dalla consuetudine, comunicata per tradizione, la quale ha più peso nel giudicare di quello che ne abbia la legge scritta; non v’è codice su cui sia compillata, non v’è modo di apprenderla che con lunga sperienza de’ casi particolari, non mai si giunge a possederla interamente, cosicchè chi fra di noi si determina allo studio della legge vive ne’ primi anni in una continua incertezza sebbene abbia le decisioni ne’ testi letterali delle leggi. Con questa pratica abbiamo rinunciato ad uno de’ massimi vantaggi che il genere umano ha ritratti dalla invenzione della scrittura, e ci siamo trasportati a quello Stato nel quale trovavansi le Società degli uomini prima che s’inventasse l’arte dello scrivere, cioè in quello de’ selvaggi d’Affrica e d’America, tanto più di essi infelici quanto maggiore è il numero delle relazioni d’un uomo incivilito cogli altri.
Questa miserabile pratica è un manto rispettato dal Popolo sotto cui taluni coprono la propria incapacità ed hanno potuto innalzarsi a godere ne’ pubblici offici di ricche pensioni senza rendere la loro vita in alcun modo utile al Sovrano o alla Patria e spargono e confermano così nella Nazione quello spirito di venerazione al mistero dal quale nasce l’impunità dell’arbitrio[284] e l’ostacolo più forte alla perfezione di tutte le scienze ed arti fra di noi, discreditando così la teorica in ogni genere, ossia la cognizione delle cose per i principj: così le finanze, il commercio, le vera giurisprudenza, la medicina, l’agricoltura, l’architettura e simili cognizioni, che danno vita e moto alla Società, le vediamo pur troppo torbide fra di noi mentre i vicini Italiani che d’intorno ci stanno conservano ancora presso l’Europa l’antica gloria degli ingegni.
Ma risguardando la pratica, per quel solo aspetto che rende incerta la proprietà e arbitrarj i giudicj, non saprei dire di più di quello che il giudicioso Autore delle Instituzioni politiche ha detto nel tom. I, cap. VI, § 22:[285] «non parlo della legge di pratica, l’uso della quale dovrebbe esser dovunque abolito poichè apre la porta a mille cavillazioni, a mille interpretazioni, a mille false prove pro e contro ogni caso. Ridicol cosa si è il voler governare i Popoli con leggi che non sono scritte e delle quali non possono sapere il tenore». Questa crudele pratica s’è radicata presso di noi dopo il codice delle Nuove Constituzioni; diverso assai era lo spirito delle originarie leggi che regnavano fra di noi ne’ tempi migliori quando una sola era la legge che regolava i privati diritti e questa inviolabile e scritta, non soggetta a interpretazione come abbiamo osservato; anzi la pratica era espressamente proscritta nelle chiare parole dello statuto: «Consuetudines non allegentur contra jura scripta nec ad eas probandas recipiatur probatio nisi quatenus hoc reperiatur in scriptis jure municipali cautum».[286]
In questa guisa, corrotto che fu col nuovo codice l’antico sistema, tutto diventò incerto poichè soggetto all’arbitrio ed agli affetti privati dei Giudici; quindi gli Avvocati, i Procuratori e i Notaj divennero le persone più impiegate e arricchite di tutte, perciò tutti a quella professione intorno s’affollano i giovani che abbino qualche tintura di lettere o ambizione di pubblici impieghi e quindi ne nasce lo sproporzionato numero de’ Curiali, che ammucchiati trovansi in questa piccola Provincia, quanti soli basterebbero divisi che fossero a tutti i vasti Regni dell’Augustissima Sovrana Nostra.[287] Un male sì è questo del quale le sensate persone spesse volte si lagnano anche fra di noi, poichè i Curiali in molto numero anzi che essere utili alla Patria sono positivamente perniciosi, cosicchè ella sarebbe meglio con tanto minor numero di Cittadini per le liti che spargono e fomentano, occupando così gli uomini in officj inutili alla Nazione; invece che varie altre professioni per la curiale neglette possono accrescere i lumi, la gloria e la ricchezza dello Stato, e ciò perchè il curiale tanto s’arricchisce quanto impoverisce un altro Cittadino laddove l’Artigiano e il Negoziante ben diretto che sia il commercio o impedisce l’uscita del denaro dallo Stato ovvero ve ne introduce di nuovo colla propria industria. Di questa libidine forense stabilita dall’antico Governo spagnuolo anche in Napoli così ne parla il Genovesi:[288] «Un lungo litigio, oltre ad impoverire due famiglie, le occupa in altro che nella fatica… accresce l’esca degli Avvocati e de’ Proccuratori e conseguentemente fa che molti del ceto che travaglia vi accorrano, essendo questa la natura degli uomini tutti, di affollarsi intorno a quei mestieri che maggior lucro e onore promettono e dove essi credono che si stenti meno».
§ 3. Del metodo de’ nostri Giudicj nelle cause di commercio.
Altro colpo anche più immediato si diede al commercio nel codice medesimo delle Constituzioni col sottomettere le cause di commercio alla decisione curiale contro le più espresse proibizioni de’ nostri originarj Statuti. Ogni lite per causa di commercio di qualunque somma ella fosse era secondo le antiche nostre leggi giudicata da un consesso di Negozianti e Mercanti, ai quali presedevano i Consoli e Abati loro, del che s’è parlato già (part. I, cap. I); anzi l’apellazione non davasi, come ivi si vide, che scegliendo in parte nuovi giudici dal Corpo stesso de’ Mercanti, i quali pronunziavano la seconda sentenza Ducali authoritate e inapellabile. S’escludevano persino negli antichi Statuti i Curiali dal dare consiglio ai Consoli nel giudicare, e proscritti restavano Avvocati e Procuratori dai giudicj mercantili con formole espresse: «Consules et Abates judicent absque consilio alicujus sapientis»[289] ed altrove «non debeant audire Advocatos nec Procuratores in quæstionibus coram eis vertentibus».[290] Tali erano le leggi sotto le quali la sola Città di Milano aveva treccento mila abitanti e settanta fabbriche di solo lanificio, del quale faceva co’ Veneziani l’utile commercio di cento venti mila annui zecchini.[291]
La Nuova Constituzione derogò alla esclusione data ai Giurisperiti nelle cause di commercio e stabilì che qualora agli Abati e Consoli «causa eis videatur ardua et dubia … de Collegio Iurisperitorum Mediolani» si scelghino otto Dottori e da quegli «Abbates secreto consilium assumant»;[292] si tolsero così quegli argini salutari che i saggi antichi Legislatori nostri avevano interposti fra lo spirito commerciante e lo spirito forense e, tolti appena che furono, quel torrente dapprincipio impercettibile innondò con rapidissimi progressi, cioè un anno dopo, allorchè quel Senato dichiarato legislatore dal codice portò la legge che «ad instantiam alicujus mercatoris possunt etiam judices ordinarii cognoscere de causis reservatis jurisdictioni Mercatorum»,[293] e così abolita la suprema giurisdizion consolare nel commercio, si lasciò l’arbitrio a qualunque Mercante più opulento o malvagio di stancare colle procedure del Foro il suo avversario e tiranneggiare così il buon diritto e la sollecita esecuzione della giustizia.
Chi dice commercio dice un essere che prende anima dal moto: più la circolazione è pronta, più liberi sono i canali e tanto più prospero e florido è il commercio. Il Fabbricante o l’Operajo non possono abbandonnare senza grave discapito le officine che esiggono la loro presenza, nè lasciar depositato in mano di chi lo contrasta un capitale sulla sollecita circolazione di cui cavano la sussistenza. Mi servirò io qui delle parole dell’immortale Presidente Montesquieu a tale proposito: «Senofonte, nel libro delle rendite, vorrebbe che si stabilissero premj per quei Prefetti del commercio che sbrigano le controversie con maggiore sollecitudine … gli affari del commercio non sono pieghevoli alle formalità, sono essi bisogni giornalieri ai quali il dì seguente succedono altri simili; conviene adunque deciderli alla giornata; non così avviene delle altre azioni umane le quali interessano il tempo a venire nè accadono sì di sovente; non prendiamo molte volte la moglie, non facciamo ogni giorno donazioni o testamenti, non usciamo di minor età che una volta in vita».[294] Queste verità sono evidenti a segno che qualunque persona che sinceramente vi rifletta sarà costretta a dire col Sig.e di Melon che: «il commercio non può senza grave detrimento sottoporsi alle formalità delle giurisdizioni ordinarie e che quanto più una nazione diventa commerciante tanto la giurisdizione consolare diviene più indispensabile».[295]
§ 4. Come si trattino le cause di commercio presso altre Nazioni.
Cosa strana in vero è nella nostra Provincia il vedere le dispute delle lettere di cambio e d’altri contratti mercantili portate a un Tribunale di Giureconsulti ai quali convien definire i primi termini elementari del negozio e dopo un lungo corso d’informazioni e procedure vedere i Giudicj obbligati a mendicare il voto da’ Commercianti medesimi. Non così fanno le Nazioni d’Europa che hanno il commercio protetto da una saggia legislazione, non così facevano i giudiciosi nostri maggiori i quali ben sapevano che gli uomini sono quali gli fanno essere le leggi e che quest’essere è così pieghevole per natura, che non solamente obbedisce all’impressione del clima al quale l’Autore dello Spirito delle Leggi attribuisce forse una troppo irresistibile possanza, ma cede e prende la figura che piace al Legislatore di dargli; così il valore, l’industria, la corruzione e l’avvilimento, dando un’occhiata universale ai tempi trascorsi, le vediamo succedersi l’una l’altra strisciando su quasi tutti i punti della terra con un continuo moto.
Nell’Inghilterra adunque quando si tratta di decidere cause di commercio il Giudice s’adrizza ai giurati con queste parole: «Questa è materia di commercio che io non intendo e che voi possedete, me ne rimetto al vostro parere».[296] Nel Regno di Francia ogni apellazione o ingerenza de’ Giudici ordinarj nelle cause di commercio è vietata colle più espresse formole. Nel celebre editto di Luigi XIV[297] così sta scritto: «Dichiariamo nulle tutte le ordinazioni o sentenze fatte da’ nostri Giudici o da’ Giudici feudali quando sieno di rivocazione a quelle emanate dai Giudici e Consoli. Proibiamo sotto pena di nullità di cessare o sospendere le procedure e gli atti esecutivi delle sentenze di essi Consoli, così d’impedire che si proceda avanti di essi. Vogliamo in virtù della presente ordinazione che le sentenze suddette de’ Consoli sieno eseguite e che la parte che avrà presentata supplica ad altro Tribunale per farle cessare, rivocare, sospendere, o in qualunque modo impedirne l’esecuzione, così come i Procuratori che avranno segnate le suppliche, gli Uscieri o Sergenti che le avranno presentate sieno condannati ciascheduno alla pena di lire cinquanta». Così nella più colta parte d’Italia le cause di commercio vengono giudicate da’ Mercanti o nel Tribunale di Livorno o in quello de’ Consoli di mare in Pisa.
Ma senza ricercar più oltre gli esempj estranei bastar dovrebbe a un Milanese il luminoso esempio dell’Augusta Sovrana nostra la quale in tutti gli Stati e regni Ereditarj non permette che le cause di commercio sieno soggette agli ordinarj Giudicj, ma con leggi, procedure e giudici particolari ha provveduto a tutte le diferenze che accadere potessero, così in Vienna, in Trieste e in fiume trovansi le Camere di Commercio le quali diriggono e lo difendono da ogni strepito forense; ed è da sperarsi che il benefico genio della Sovrana, che ha sparsa questa luce ne’ Stati Ereditarj a togliere dai ceppi il primo mobile dell’industria de’ suoi Popoli e a rischiarare i veri principj del ben pubblico, penetri sino a questa rimota e languente Provincia a ravvivarla, a scuoterla e ad eccitare sempre più le benedizioni di questi fedeli e abbattuti suoi Sudditi fissando con leggi positive il fluttuante dritto di proprietà e sottraendo il commercio dall’incompatibile giogo della curiale vessazione.
§ 5. De’ fallimenti.
Esso è principio evidente che non può sperarsi un florido commercio se non colà dove vigorosa protezione accordi la legge al buon diritto e pena irremissibile alla mala fede ed all’inganno, e severa per modo da distogliere col terrore gli uomini dalla comoda strada di vivere coll’altrui. Quando le leggi e i Magistrati con principj conosciuti e stabili proteggono i beni de’ Cittadini cresce la fiducia dei Popoli e con essi la scambievole comunicazione de’ contratti; ma laddove incerta e precaria è la proprietà e impunita la frode tutto spira difidenza, l’usura entra in luogo dell’utile industria, nè vi può essere quella comunicazione che chiamasi commercio; la Nazione perde il suo credito presso le altre e presso sè medesima. Da qui ne viene che il voler lasciare senza pronto ed esemplare castigo i fallitori colpevoli e volere far risorgere il commercio egli è volere appunto una contraddizione.
Il delitto del fallito doloso merita d’essere nella classe de’ delitti pubblici come quello che immediatamente s’avventa al credito nazionale, come fa appunto il falsificatore di monete; entrambi questi delitti ragion vuole che sieno nella classe medesima, poichè entrambi s’oppongono allo stesso bene ch’è la sicurezza de’ contratti, base del commercio e della felicità d’uno Stato. Questa verità s’era intesa da’ nostri Maggiori poichè nell’antico statuto troviamo l’ordinazione ducale sul fallito doloso in questi termini: «ipso facto post fidem fraudatam … noster et status nostri rebellis factus sit et censeatur et rebellium quorumcumque aliorum penam incurrat perinde ac si ob quancumque majorem altioremque causam rebellis noster existimari et esse mereretur».[298] Più esaminiamo le originarie leggi di Milano e più s’accresce motivo di rispettare e invidiare la sapienza degli Avi nostri, i quali sì bene intendevano gl’interessi del commercio, che basta vedere le leggi da essi fatte per conoscere che dovevano ascendere a quella gloria di ricchezze della quale s’è di già altrove parlato. Ma tutto questo felice sistema è stato dalla Nuova Constituzione miseramente corrotto; non più si considera nel nuovo codice il fallito doloso come ribelle di stato, ma come reo semplicemente d’un delitto non capitale, nè la pena giunge sino alla morte che nel caso di fuga, e quand’anche ciò avvenga la legge offre un rimedio ancora: «hæc tamen pœna ita demum locum habebit nisi fedifragi intra tres menses a die publicationis facte de eorum fuga concordes erunt cum creditoribus suis».[299] Inutile era fissare la pena di morte in tal guisa, poichè l’interesse de’ creditori è di richiamare il fallito per avere da esso i lumi onde venir in chiaro del poco che rimane; l’interesse de’ creditori è di ottenere colla dolcezza che i parenti del fallito, se è possibile, concorrino a una porzione del debito. Con questa inutil legge la Nuova Costituzione abandonò il credito della Nazione in mano de’ privati interessi e un delitto, che per natura e per legge originaria era saggiamente risguardato come pubblico, si convertì in una semplice azione privata; così sottrasse il nuovo codice il delinquente ai colpi della azion fiscale per la pubblica vendetta e lo consegnò in mano di chi ha il massimo interesse di salvarlo e di chi per sentimento d’umanità e per principio fondamentale di religione non può usare altrimenti. Ragion vorrebbe che il Principe fosse sordo anche alle istanze favorevoli de’ creditori medesimi, poichè non del loro solo risarcimento si tratta, ma di quello della Nazione che essi soli non possono rappresentare.
Nè qui si ferma la Nuova Constituzione nel proteggere i falliti dolosi; prodigiosa cosa è il vedere come suggerisca ella stessa i mezzi onde il reo si sottragga alle ordinarie procedure degli ordini mercan tili, cioè ottenendo o dal Governo o dal Senato lettere di salvocondotto nelle quali espressamente si deroghi alla giurisdizione degli Abati e Consoli: «Si concedantur per Principem literæ salvi conductus per eas derogatum esse non intelligatur jurisdictioni et ordinibus Abbatum», indi s’aggiunge: «nisi in ipsis literis prædictis omnibus fuerit derogatum. Non tamen ad executionem personalem devenire possunt contra earum literarum formam».[300] Ben diverso è lo spirito di questa nostra legge da quello del codice mercantile di Luigi XIV dove così sta scritto: «qualora il fallimento trovisi doloso ogni lettera o salvocondotto ottenuto sarà nullo, benchè sia stato accordato o interinato contradditoriamente».[301]
L’impero curiale, stabilito col nuovo codice, mette in potere de’ Legali tutti i concorsi de’ creditori, allora è che infinite distinzioni e riserve pongonsi in campo di dote, fedecommessi, chirografarii, istromentarj, ad formam legis scripturas, poziorità e simili; così per anni e lustri si protrae disputando la divisione del patrimonio del fallito mentre un Dottore amministra la disputata sostanza, la quale talvolta corre la disgrazia di scemarsi considerabilmente, cosicchè, computate le spese de’ patrocinatori, la perdita del tempo e gl’incomodi, alla fine trovano per lo più i creditori ch’era meglio per il loro interesse abbandonare al bel principio ogni loro credito.
Scandalosa vista in vero fanno nella Città nostra tanti falliti anche colpevoli che ad ogni tratto s’incontrano, molti de’ quali col fallire pare che altro non abbiano perduto che i debiti; scandalosa cosa pure è a udirsi la proposizione che ormai è divenuta un proverbio fra di noi cioè «che per esser bene convien fallire». A memoria di uomini non s’è mai dato un esempio contro i fallitori dolosi e in quest’anno medesimo (1762) in due soli mesi cinque fallimenti sono accaduti tutti di considerazione ed uno di quasi due millioni. Lasciare intatti questi vizj radicali e politici e voler rianimare il commercio è volere una cosa impossibile.
§ 6. Come si trattino da altre Nazioni i fallimenti.
Ciò ben intese Luigi XIV nel suo codice mercantile dove dapprincipio così s’esprime: «Ci siamo creduti in obbligo di provvedere alla stabilità del commercio con leggi capaci di assicurare fra i Negozianti la buona fede contro l’inganno e prevenendo gli ostacoli che gli frastornano dal loro travaglio colla diuturnità delle liti, onde consumano la parte più liquida delle loro sostanze».[302] Le leggi di Francia sino dal principio dello scorso secolo condannavano a morte il fallito doloso,[303] indi nel citato codice mercantile la stessa pena si confermò in questi termini: «I falliti dolosi saranno inquisiti straordinariamente e puniti colla morte»,[304] ed a proposito di questa legge mi servirò qui delle parole del Savary: «non è possibile peccare di troppa esattezza o di troppo rigore in questa materia, poichè v’è sempre da temere che l’indulgenza per i falliti di questa natura non tenti i Negozianti a cadere in questo delitto colla fiducia della impunità e che in conseguenza non rovini il commercio colla rovina della buona fede e della sicurezza».[305]
Bella è la legge di Genevra, che tende al pagamento dei falliti anche innocenti escludendo dalla Magistratura e dal gran Consiglio chiunque non abbia soddisfatto ai debiti di suo Padre: non era giusto obbligare il figlio ad adire l’eredità del Padre oberrata da’ debiti, ma è saggio consiglio che il Legislatore faccia servire l’ambizione de’ Cittadini alla pubblica sicurezza e, come dice l’immortale Presidente Montesquieu,[306] che la fede privata acquisti la forza della pubblica fede.
§ 7. Dello spirito col quale la legge risguarda i nostri Mercanti e Operaj.
Finalmente ella è una verità conosciuta che lo scopo d’ogni legislazione dev’essere la sicurezza e felicità pubblica, onde a misura che un Cittadino fa ingiuria al dritto altrui deve ritrovar la legge terribile, ed a misura che un Cittadino rende se medesimo utile alla Società deve ritrovarla benefica madre e protettrice. Abbiamo veduto sin ora la Nuova Constituzione mancante di questo salutare rigore contro i violatori della pubblica sicurezza; ora conviene esaminare se verso gli utili Cittadini conservi quel dolce carattere di madre che invita alla industria.
La legge di natura e delle genti lascia la libertà ad ogni uomo di rinunciare alla Società di cui è nato membro e di trasportarsi a vivere dove vuole:[307] l’unico vincolo che può obbligare un uomo a trattenersi nella Patria è la difesa che da essa riceve de’ proprj fondi, ai quali rinnunciando ogni vincolo è sciolto; quindi è che se la legge delle Nuove Constituzioni contentata si fosse di dire soltanto: «Omnibus mercatoribus, artificibus, magistris apothecæ et eorum operariis cujuscumque exercitii interdictum est recedere a civitate Mediolani ut in aliis locis extra dominium habitent ad finem ut ibi artem exerceant sine licentia speciali Principis vel Senatus. Quod si contrafactum fuerit … pœna confiscationis bonorum erit»,[308] allora dico: la legge sarebbe stata crudele bensì e imprudente, ma non ingiusta, laddove soggiungendovi: «Operarii autem si solvendo non erint tribus ictibus equulei plectantur» la legge è divenuta ingiusta; e l’enormità dell’ingiustizia cresce col proclama inserito nel codice medesimo,[309] ove si legge: «recedentes ab hoc Dominio sine expressa facultate suæ Excellentiæ ut alibi artem suam exerceant incurrunt etiam pœnam mortis»; poichè quell’azione che non può essere che Reale l’ha il Legislatore trasmutata in personale.
Ho chiamata questa legge crudele quand’anche non fosse, come la credo, ingiusta; e questa crudeltà consiste nell’avvilire la condizione de’ Cittadini utili e industriosi ad una indegna schiavitù, degradandoli e privandoli di quel prezioso e naturale diritto che lascia godere alla più infingarda e vil plebe anche fra di noi. Ho dato il nome a questa legge di imprudente, poichè altro efetto ella non può produrre che attestare alle estere Nazioni che i Commercianti sono mal trattati fra di noi, giacchè non si proibirebbe l’uscita de’ Commercianti se non cercassero d’evadere, e ognuno sa che chi è ben trattato nella Patria non cerca d’abbandonarla e andare peregrinando: così si distoglie qualunque avesse mai pensiero di venire a stabilirsi fra di noi. Di più questa legge è inutile al fine medesimo che si propone. Il delitto non può essere commesso che allorquando il delinquente è fuori della giurisdizione e per conseguenza non più soggetto alle sue pene. Come difendere i confini d’uno Stato mediterraneo e di pianura quale è il Milanese? Sogni d’ammalato son questi, in fatti, dac chè fu pubblicata cotesta legge, suo malgrado si sono portati i nostri Commercianti ed Operaj ne’ Stati vicini, come altra volta si è veduto, ed il commercio è andato sempre più in rovina. Chi per ritenere i Commercianti ha preso il partito di degradarli all’essere di schiavi ha imitato i selvaggi della Lovisiana, i quali per avere un frutto tagliano l’albero al tronco;[310] nè seppe che tutti i violenti mezzi non ottengono alcun placido fine e che il commercio col rigore e colla forza non s’è veduto giammai crescere ma bensì all’ombra della dolcezza, della giustizia e della protezion delle leggi. Così la intese il Sig.e Vattel:[311] «Conviene – dic’egli – applicarsi a far che vi sia un sufficiente numero d’abili Operaj in ogni professione. Le attente cure del Governo, i saggi regolamenti, gli ajuti prestati a tempo produranno quest’effetto senza far uso della forza coattiva, funesta mai sempre all’industria»; così la intese il Presidente Montesquieu quando disse che: «le pene s’aggravano perchè si rende difficile l’obbedienza»[312] e che: «un Legislatore prudente sa prevenire la disgrazia di diventare un Legislatore terribile»[313] e altrove: «qualunque pena che non derivi dalla necessità è tirannica poichè la legge non è un semplice esercizio del potere».[314]
Non pretendo io già d’asserire ingiusta ogni particolare ordinazione per cui si vieti ai Lavoratori d’una determinata manifattura l’uscire dalla Nazione. La salvezza del Popolo è la suprema legge, lo so, e il ben pubblico esigge talvolta che per l’universale utilità si devii dalle regole ordinarie verso alcuni pochi; così avviene ne’ Stati Ereditarj della Augusta Sovrana nostra nelle manifatture degli specchj, nelle miniere e simili lavori, gli artefici de’ quali potrebbero portare in altri Stati i metodi e raffinamenti che non vi sono e diminuire così l’utile che al dì d’oggi ne ritrae la loro Patria; ma la legge universale sta per la libertà e quella servil legge che ha avviliti i Commercianti fra di noi merita correzione dall’umano e benigno genio dell’Augusta Casa d’Austria, la quale fa consistere la sua grandezza nel regnare su Popoli felici e nell’accoppiare «res olim dissociabiles principatum et libertatem», come Tacito scrisse di Trajano.
Tutte le altre colte Nazioni d’Europa lasciano la libertà naturale ai Commercianti, trattine alcune municipali manifatture d’importanza e ristrette a un piccol numero. E a tal proposito giovi il riferire la legge d’Inghilterra, la quale a me sembra piena d’equità e di sana politica. Trovasi nello Statuto di Giorgio primo decretata la pena di tre mesi di carcere e cento lire sterline contro chi corrompe qualun que Artigiano e cerca farlo uscire dal Regno, ma l’Artigiano che esce a stabilirsi altrove non è punito d’altra pena che della perdita della naturalità inglese.[315] Giusto è che il sollecitante, il quale procura al Re gno la perdita d’un Cittadino utile, abbia positivo castigo, ma l’Artigiano, il quale ha usato del naturale arbitrio per farsi membro di al tra Società, non ha castigo. Egli ha rinunciato alla Nazione, libero è alla Nazione il rinunciare a lui e a non più risguardarlo come Cittadino, ma bensì come semplice uomo.
§ 8. Conclusione del secondo capo.
Lo spirito adunque delle nostre odierne leggi e il metodo delle giuridiche procedure attaccano il nervo e la vita dell’industria e sono invincibili ostacoli che incontra il commercio. Questo sistema, venutoci coll’antico Governo degli Spagnuoli, questo codice, da essi pubblicato nel 1541, sono opposti ai principj degli originarj Statuti di Milano. La ragione, l’esempio degli altri Stati floridi d’Europa, l’esperienza domestica ci provano ad evidenza qual delle due legislazioni nostre sia da preferirsi se l’antica o la moderna. Ogni pensiero di rianimare il commercio è immaturo sin che sussistono le accennate corruzioni di leggi, ogni particolar operazione favorevole al commercio sarà inutile e perduta nè si vedrà risorgere questa Provincia che allora quando i privati diritti saranno protetti e garantiti da leggi scritte, le procedure brevi e semplici, la mala fede vigorosamente punita e i commercianti non avviliti.[316]
Capo III. Della direzione del nostro commercio.
Chiunque abbia in sua vita esaminata l’intima natura dell’uomo sa che il principio impellente d’ogni azione mondana è l’amore di se stesso e che la prima e universal legge colla quale si determina è la propria felicità. Tutte le imprese degli antichi Lacedemoni, o de’ prischi, virtuosi Romani, quelle che sembrano più spogliate d’amor proprio sono emanazioni di questo primo principio, talmente raffinato dalla educazione politica che i gradi intermedj sfuggono alla vista degli uomini volgari. Ne viene quindi in conseguenza che il pretendere che gli uomini preferischino il ben pubblico al loro privato, come con molte declamazioni soglion ripetere i poco sensati Legislatori, egli è un volere imputare a delitto che gli uomini sieno uomini, laddove i Legislatori saggi e illuminati pongono ogni cura a far sì che i privati trovino il loro massimo bene nel contribuire al ben pubblico; e come la gravità è quella che fa rovinare una mal fondata fabbrica e l’abile architetto la fa servire a rendere sodo ed eterno il suo edificio, così gl’interessi privati de’ Cittadini, i quali sotto una cattiva legislazione lacerano la pubblica causa in mano d’un abile politico, diventano conspiranti e collimano unitamente alla prosperità dello Stato.
Non v’è negoziante al mondo il quale non preferisca la propria ricchezza alla ricchezza della Nazione e là dove il commercio viva sotto un cattivo sistema il negoziante può aricchire se stesso impoverendo lo Stato;[317] ma qualora il sistema del commercio sia ben diretto e tutto collimi e dipenda da un principio, [e] questa circolazione vivificante viene guidata con leggi uniformi, si determina per dir così il livello ai fluvidi, nè v’è più chi trovi guadagno privato laddove v’è perdita per lo Stato.
§ 1. Delle tariffe ossia Dato della Mercanzia.
Le tariffe (che noi chiamiamo Dato della Mercanzia) sono il primo mobile per la direzione del commercio; sono elleno agli occhi di chi rifletta sulle pubbliche materie la parte più preziosa della economia politica e il capo d’opera della legislazione, poichè dalle tariffe dipende in gran parte il rendere il commercio d’una Nazione utile o rovinoso.
Per convincerci di questa verità basti riflettere che il prezzo delle merci ha una grande influenza a determinare quale più debba essere preferita. Sia il prezzo de’ panni di Bristoll eguale al prezzo de’ panni di Padova, compresa la condotta[318] sino a Milano, sia la loro bontà e altezza eguale: se la tariffa sarà eguale nella imposizione della gabella a tutti questi panni, ne entreranno presso poco metà di Padova, metà da Bristoll; ma chi dirigge il commercio colla tariffa può dare la preferenza a quella delle due fabbriche che gli piace, aggravando il tributo sull’altre; poichè allora i panni più aggravati dalla tariffa costeranno di più e nessuno vorrà spendere di più, avendo mezzo di provvedersi egual mercanzia spendendo meno.
Chiari sono cotesti principj, i quali io non isvilupperò con quella esattezza che si richiederebbe se il lavoro che ho per le mani fosse destinato ad instruire ne’ principj della scienza economica e non anzi ad adattarli ai bisogni particolari del Milanese. I primi elementi d’ogni scienza sono semplici e chiari, così la legislazione delle tariffe su pochi e limpidi fondamenti s’appoggia,[319] non però credasi così facile il combinarli e il conformarli alle circostanze particolari d’ogni paese. Molti lumi delle Nazioni estere, molti usi, molte leggi di esse bisogna non ignorare e molto combinar conviene per compillare una provida tariffa e con molte spinose e delicate operazioni deve l’esperta mano legislatrice condurre la linea fra la dipendenza de’ forestieri, la concorrenza della Nazione e il pericolo del contrabbando il quale cresce colla gabella.
Un esempio servirà a darne idea. Suppongasi che il Milanese manchi di tele fine e di panni, e sovrabbondi di lavori di seta, cioè calze, taffetà, amoerre ec. Può avere le tele e panni dall’Austria e dall’Impero e, computata la condotta, d’eguale bontà e prezzo giunti a Milano. Ma i Mercanti dell’Impero vogliono il rimborso in contanti e quelli dell’Austria si contentano di riceverne il pagamento colle nostre manifatture di seta. Se la tariffa aggraverà indistintamente le tele e i panni d’Austria e dell’Impero eguale quantità ne manderà l’Austria e l’Impero a un di presso. Ma siavi un abile direttore della tariffa, egli aggraverà le tele e panni dell’Impero più di quelle dell’Austria e così con un solo tratto di penna impedirà l’uscita del denaro dalla Nazione ed avrà accresciuto lo spaccio delle nostre manifatture di seta, poichè le tele e panni ci verranno dall’Austria e i Mercanti d’Austria che hanno bisogno delle manifatture di seta, trovandosi un credito con noi, le commetteranno anzi a noi che ad altri paesi. Questi luminosi principj sono di tale evidenza ch’io non dubito che possa veruna persona ragionevole pensare altrimenti e non sentire la massima importanza d’una ragionata costruzione delle tariffe della quale scrive così bene a proposito l’Autore delle Instituzioni politiche (tom. I, capo XII, § 21 e seguenti) ch’io ad esso consiglio di riccorrere qualunque ricerchi quella più minuta informazione che non è compatibile colla natura del mio lavoro.
Ne’ tempi della ricchezza nostra le tariffe erano inserite nel codice de’ Statuti, e così rese pubbliche a ciascheduno come vuole la natura d’ogni legge, ma come i nostri illuminati Maggiori conoscevano l’impossibilità di fissar leggi immobili al commercio, che per sua natura ad ogni tratto cambia relazioni e circostanze, così per legge patria era stabilito che ogni anno le tariffe si esaminassero da otto Delegati e ogni anno si pubblicassero colle mutazioni che le circostanze de’ tempi ricchiedevano.[320] Due condizioni dunque esiggono le tariffe: molti lumi e molta applicazione in chi le forma, e pubblica notorietà, formate che sono, acciocchè questo timon della nave ben la dirigga a misura che il vento cangia ed acciocchè i dritti fra il Negoziante e il Sovrano sieno palesi, nè soggetti ad odioso arbitrio.
Stabilite queste verità fondamentali, e veduto l’esempio de’ nostri antichi, non si può senza maraviglia dare un’occhiata allo stato in cui sono fra di noi le tariffe. Abbiamo veduto nella prima parte (cap. 3) come sino dal principio dello scorso secolo il visitatore D. Luigi di Castiglia trovasse stabilita una arbitraria vessazione alle gabelle senza che nemmeno vi fossero tariffe di sorte alcuna. Queste tariffe dippoi sono state inutilmente un soggetto inesausto delle pubbliche rimostranze e nello scorso secolo e nel presente,[321] senza che mai sieno state ben pubblicate o decise, ed incredibile parrà alle estere Nazioni quello che pur troppo è un fatto per noi, cioè che all’arbitrio degl’Impresarj siasi talvolta abbandonata questa importante parte della legislazione senza che alcun Regio Delegato o Tribunale vi abbia nemmeno aggiunta l’approvazione,[322] sebbene per sistema la construzione delle tariffe sia dipendente dal Magistrato Camerale.
§ 2. Delle monete.
Un altro capo d’importanza per ben dirigere il commercio è la giusta proporzione della tariffa delle monete, le quali, essendo misure universali del valore delle cose commerciali e di più pegni dei dritti che gli uomini hanno sulle cose medesime, se esse non sono legalmente bilanciate ne viene una pubblica incertezza nell’interno della Nazione ed una perenne perdita colle Nazioni commercianti con noi. Qual influenza abbia il disordine delle monete sulla pubblica economia e sul commercio lo fa vedere bastantemente l’Autore delle Riflessioni politiche sulle finanze e sul commercio in quasi tutto il tomo secondo, a cui ricorra chiunque voglia vedere la materia trattata da’ suoi principj.
Ne’ tempi ne’ quali fioriva il commercio fra di noi doveva necessariamente essere ben regolata la moneta, in fatti per attestato del Conte Carli[323] celebre ed esemplare era l’ordine ed il regolamento delle nostre monete e per servirmi delle frasi di quest’illustre italiano: «Le monete che ne sortirono si resero non solo celebri e ricercate, ma eziandio lo specchio e la norma di tutte le altre».
La dominazione spagnuola rovesciò ogni armonia di monete verso il principio dello scorso secolo e risguardò i proclammi delle monete non più come una dichiarazione del giusto valore de’ metalli coniati, ma come un atto arbitrario di legislazione, s’inviluppò in un caos di astrusi termini la semplice legge monetaria e tanti editti e tanti dal principio dello scorso secolo a questa parte si accumularono, che ormai potrebbe compilarsi un codice di sole leggi monetarie pubblicate da quell’epoca sino al dì d’oggi, leggi dettate tutte dal medesimo spirito e in conseguenza tutte ineficaci a guarire il male che ci opprime.[324]
Il primo ch’io sappia che in questo secolo abbia a noi scoperti i veri principj e proposti i rimedj è il Presidente Pompeo Neri, delegato a ciò dal Governo; le cure di questo illuminato e ingenuo ministro altro non produssero che un eccellente libro stampato nel 1751.[325] Il Conte Carli poscia pubblicò l’erudita opera Delle monete e dell’instituzione delle zecche d’Italia, in cui viene trattata la materia in tutta la sua estensione in quattro tomi. Finalmente nel 1762 comparve una luminosa e breve scrittura del Marchese Cesare Beccaria Bonesana col titolo Del disordine e de’ rimedj delle monete nello Stato di Milano, stampata in Lucca, la quale per la brevità e chiarezza, come per la grandezza e forza delle ragioni, pareva dovesse riscuotere e portar nuova luce a questa importante materia,[326] ma questi benefici avvisi, per grande sventura della nostra nazione, sono tuttavia dimenticati sotto la polve di qualche biblioteca per servire presso la posterità alla storia dello spirito umano; frattanto inutilmente parlano la voce della pubblica miseria gli avvisi di alcuni illuminati e negletti cittadini e l’esempio delle tante gride costantemente innosservate.
Cagione di sì fatto disordine presso di noi si è non esservi alcun Ministro o Conferenza che abbia particolare ispezione sulla materia delle monete. La zecca e i campioni sacri de’ pesi pubblici sono abbandonati alla privata convenienza d’alcuni Artefici, nè v’è chi pensi fra di noi alle monete, se non che nel caso del più pressante disordine. Il Governo sceglie allora a suo piacere alcuni Giureconsulti i quali radunati in una Giunta trattano di quest’affare e, col parere de’ Cambisti (di quelli cioè che traggono il massimo profitto dallo sbilancio istesso delle monete), si esclude ovvero si diminuisce il valor numerario della moneta che più innonda, si pubblica una grida per lo più interinale, indi si scioglie la conferenza ritornando ogni Consigliere della Giunta al suo Tribunale sin tanto che, innondando di bel nuovo o la moneta proscritta o altra in sua vece, obblighi a pensare ben presto a un nuovo Consiglio.
Così i cambj ed i contratti tutti sono in una perpetua fluttuazione e la Nazione tiene aperto un ramo d’incessante passivo commercio colle piazze corrispondenti e a questa rovinosa corrosione cercasi tuttora riparo col proibire ne’ proclammi l’esportazione del denaro, quasi che la piazza creditrice volesse regalare il denaro ovvero la piazza debitrice avesse un terzo spediente per non esportare il contante nè dichiararsi fallita. La lunga e ripetuta sperienza di ottantotto gride inutili non ha potuto per anco farci sospettare l’errore de’ principj su i quali le fabbrichiamo nè indurci a leggere gli autori che ci hanno additata la vera ed unica strada di rimediarvi.[327] [Cfr. Tabella n. 6]
§ 3. A chi sia confidata la direzione del commercio.
Le tariffe dunque delle gabelle sono confidate al Magistrato, quelle delle monete a diversi consigli volanti, il resto del commercio a due altri capi indipendenti e sono la Giunta del Mercimonio e il Tribunale di Provvisione. Alcune manifatture e fabbriche sono immediatamente sotto la direzione del Governo e tale è per esempio quella di velluti e stoffe d’oro piantata da Eugenio Brunetta, alla direzione di cui nè la Giunta del Mercimonio nè il Tribunale di Provvisione ebbero alcuna parte.
La Giunta del Mercimonio fu eretta nel 1751 e fu composta da quattro Senatori, un Questore ed un Avvocato fiscale. Le occupazioni del loro instituto ne’ Tribunali di giustizia de’ quali son mem bri occupa il loro tempo, per modo che appena due o tre volte l’anno possono unirsi per parlare degli affari di alcune fabbriche confidate alla loro direzione e tali sono quelle de’ nastri, delle tele indiane, delle mussoline e de’ camellotti.
Il Tribunale di Provvisione è un Tribunale civico, che ogni anno si muta ed ha sotto la sua tutela tutte le Arti e Mestieri della Città registrati in Corpi col nome di Camere, Università, Scuole e Badie e da questo Tribunale vengono giudicate le cause sulla distribuzione del tributo e su varie controversie le quali in grado d’apellazione si portano poi al Senato.
Tale è il sistema sotto cui vive il nostro commercio cioè diretto da cinque dipartimenti distinti e di nome e di massime e di mire, gelosi vicendevolmente dell’autorità, cosicchè in vece che siavi quella mente reggitrice che ad un solo principio riduca e ad un solo scopo indirizzi il moto di tutte le parti la causa pubblica sottoposta ad una mostruosa oligarchia è distratta da mille movimenti parziali, onde siamo come in una nave dove tre indipendenti pressedessero, uno al timone, l’altro alla bussola ed un terzo alla direzione del viaggio.
§ 4. Quale sia il regolamento d’alcune nuove manifatture.
Veggasi ora in quale stato trovisi il commercio sotto un sì fatto sistema, seppure di sistema il vocabolo è lecito adoperare per significare una mancanza d’ordine. Nuove fabbriche sono:
Prima: la fabbrica de’ nastri con telaj che d’una sol mano molti ne lavora ad un tratto e fu questa introdotta da Marc’Antonio Gallone nel 1753, venendo ad esso accordato il privilegio esclusivo e perquirendi per anni venti oltre le lire 40.000 (quaranta mila) somministrategli dal fondo della seta greggia di cui parleremo frappoco. Questa fabbrica ora è languente a segno che in breve sarà estinta con pericolo che il capitale affidato si perda.
Seconda: la fabbrica delle tele di cotone dipinte introdotta nel 1757 dai fratelli Rhò, avendo essi ottenuto il privilegio esclusivo per anni venti di più la somministrazione di lire 80.000 (ottanta mila) dal suddetto fondo della seta greggia.[328] Si obbligarono i fabbricatori a piantare nel secondo anno dieci telaj, nel terzo venticinque, nel quarto cento, nel quinto dugento per tessere le tele da dipingersi e in quest’anno 1762 che è appunto il quinto anno nemmeno quattro telaj hanno in esercizio.[329]
Terza: la fabbrica de’ panni in Como eretta nel 1756 sotto il nome di Natale Stoppa. Se dovessimo giudicare de’ progressi di questa fabbrica dal consumo che fa della lana, esente giusta il Reale dispaccio del 1739 eseguito poi nel 1754,[330] dovressimo crederla in prosperità poichè consumò il primo anno balle di lana 35 poscia nel 1760 ne accrebbe il consumo sino a balle 148. Ma nella mancanza in cui siamo di delegati sul commercio, alcuno non v’è che possa assicurare che cotesta lana siasi convertita in manifattura, nè il nome della fabbrica abbia servito ad eludere la Regia Gabella per convertirla poi in altri usi. La medesima mancanza pure ci fa temere che, non essendovi chi prescriva leggi alla fabbrica o riconosca la manifattura, essa non si falsifichi o nelle tinture ovvero nella tessitura, dal che ne verrebbe un utile attuale al fabbricatore bensì, ma una nuova perdita di credito della Nazione presso i forestieri. Fatto sta che ora è ridotta a mali passi, nè trova quell’esito che s’era promesso, per modo che pur troppo in breve si prevede che dovrà essere spenta.
Quarta: la fabbrica di velluti e stoffe di seta all’uso di Lione piantata in Milano da Eugenio Brunetta nel 1760, cui furono somministrate lir. 75.000 dal fondo della seta greggia. Da’ primi saggi che ne uscirono veduti e approvati dalla Imperial Corte se ne poteva sperare buon esito sì per la eleganza de’ lavori, che per la discretezza del prezzo. Molte fatalità vi si sono attraversate, a queste è venuta in seguito la morte del fabbricatore con cui è perita l’arte di leggere i nuovi disegni e di piantare telaj de’ lavori più squisiti. Tuttora si spera da alcuni di sostenerla, ella attualmente è molto languida; forse gettandosi al partito di tessere le stoffe più comuni di seta e colla vigilanza di Regi deputati potrebbe produrre qualche utile sensibile alla nazione, ma l’esempio delle altre fabbriche che hanno preceduto codesta non ci dà luogo a sperare che sussistendo l’universale sistema si sostenga immune dalla universale sventura.
Altre tre fabbriche vi sono: di cristalli sul Lago Maggiore eretta nel 1760, di mussoline e camellotti in Milano stabilite posteriormente; piccoli oggetti sin ora e di tenue speranza.
Questo è il solo frutto che il commercio ha risentito dalla gabella imposta sulla seta greggia nel 1750, tutta destinata per Reali Dispacci[331] a impiegarsi per ajutare il commercio, la qual gabella sino a mezzo il 1761 aveva già fruttato lire 711.182 sol. 15 (settecento undici mila cento ottanta due e soldi quindici).

§ 5. Quale sia il regolamento de’ Corpi delle Arti e Mestieri.
Dallo stato delle nuove fabbriche passiamo ora ad esaminare quello delle altre manifatture originarie sottoposte al Tribunale di Provvisione e tributarie del Banco di S. Ambrogio. Quasi ogni arte o mestiere forma fra di noi una piccola Società che ha il nome ora di Università, ora di Camera, ora di Badia ed ora di Scuola. Di questi corpi ho potuto registrarne sino 78 in mezzo all’oscurità in cui vengono tenuti da noi questi pubblici fatti, non posso assicurare che qualche piccola Scuola o Badia manchi alla tabella ch’io qui aggiungo. Questa tabella presenta in un solo aspetto lo stato del nostro commercio del 1595 paragonato con quello del 1750. Veggonsi in essa le nuove arti introdotte, le antiche smarrite, l’antico e l’odierno tributo, il numero de’ componenti, le spese straordinarie che fanno e perfine i debiti e crediti di coteste comunità. Un’occhiata sulla tabella darà una chiara idea dello stato attuale di queste Arti. [Cfr. Tabella n. 7]
Questi Corpi mercantili e artigiani sono stati per la massima parte eretti durante la Dominazione Spagnuola. Vediamo negli originarj antichi Statuti la legge favorevole alla libertà in questi termini: «Quilibet Civitatis et Ducatus Mediolani et terrarum subjectarum statutis Communis Mediolani, vel aliunde, tam masculus quam femina, tute et impune et ubique et in quolibet loco in Civitate et Ducatu Mediolani et in locis suppositis statutis ut supra, possit facere et exercere ac operari quamlibet artem seu artificium ministerium et laborerium cujuscumque generis et materiei sit nisi in contrarium jure municipali reperiatur cautum»[332] e questo gius municipale, come consta dal codice medesimo, non esiggeva cautele che per alcuni pochi mestieri o esercizj che interessavano la pubblica fede o la sanità dei Cittadini.
Ben diverso è presentemente lo spirito che regna fra di noi. Un industrioso e povero giovine che voglia cercare un onesto sostentamento nelle Arti o ne’ mestieri è costretto a farsi registrare nel Corpo della sua professione il che s’esprime col vocabolo passar Badia o farsi matricolato. Mancano a molti i mezzi per farlo, molto arbitraria è la tassa che i vecchi del Corpo talvolta impongono, particolarmente ai forastieri i quali quanto sono più abili tanto maggior invidia e ostilità trovano in questi matricolati, per tal modo che impunemente li sottopongono a innumerabili vessazioni, mancando un Regio Delegato che vi invigili e protegga la gioventù bene inclinata e gli artigiani forestieri di abilità, e quindi poi la gioventù cade nell’ozio e nella mendicità e ben sovente finisce col vivere di rapina, male che da un secolo e mezzo a questa parte si cerca inutilmente di guarire colla mano del carnefice.
Queste Università, Scuole, Badie ec. tutte unite pagano più di 81.000 (ottantuna mille) lire annue al Banco di S. Ambrogio; di più: varie spese fanno in comune per messe e solennità periodiche, per liti e contenzioni forensi, il che ascende alla somma di più di 46.000 (quarantasei mila) lire annue, le quali unite al tributo formano la totale annua spesa della somma di lire 127.000 (cento ventisette mila) come può vedersi nella tabella. L’interno riparto della suddetta somma in ogni Università ec. è abbandonato alla legge che i componenti vogliono prescrivere cosicchè, essendo loro interesse di sgravarsi quanto possono sul nuovo che cerca d’essere matricolato, esso rimane come una vittima abbandonata a quei giudici che sono nel tempo medesimo la parte aversa. Una sorta di tributo alcuna università impone col nome di Dazio d’Oltramonte, il titolo, la percezione e la conversione di cui meriterebbero molto esame; in somma tali ostacoli trova l’industria de’ buoni Cittadini che maraviglia non è se anche per questo capo il numero degli Artisti e degli Operai vada scemando.
Un altro male e grande trovasi in queste Università ec. ed è che a ciascheduna pressiede un Curiale col titolo di Cancelliere o di Sindaco, il quale fomenta in esse lo spirito di scambievole gelosia, di lucro o di precedenza, poichè la ricompensa di esso Curiale è modica ne’ tempi pacifici, ma, attizzate che sieno alle liti e invase dal contenzioso genio del Foro, l’autorità è lucro del Curiale e cresce a dismisura. I componenti le Università facilmente danno il loro voto per una lite che si rappresenta loro come poco dispendiosa e di esito sicuro, lo spirito di partito gli spinge, facil cosa è il contrarre debiti a questi corpi immortali; quindi ne vengono poi un accrescimento enorme di peso, una perdita di tempo importantissima, uno scisma fra que’ Cittadini che dovrebbonsi dare vicendevol soccorso e perfine troppo frequenti fermentazioni utili bensì ai forensi, ma luttuose per la nazione, per tal modo che possono queste università paragonarsi alle antiche Repubbliche della Grecia se se ne eccettui la virtù.[333]
§ 6. Delle leggi particolari de’ Corpi, delle Arti e Mestieri.
Ogni Università, Scuola, o Badia ha i suoi statuti, i quali, se in un solo codice si compilassero, formerebbero un volume certamente non minore di quello delle Nuove Constituzioni. Questi statuti che ogni Università si è da sè medesima formati, presentati ai Tribunali, da essi ricevettero forza di leggi: facil cosa è quindi dedurne se sieno dettati da quelle viste universali dirette al bene dello Stato, ovvero anzi da quello privato spirito di utile o di precedenza particolare ad ogni corpo. Lungo troppo sarebbe e argomento ei solo di un intero volume s’io volessi immergermi ad esaminare questa indigesta mole di statuti, fra molte di queste leggi una sola ne trascelgo per darne una idea.
Sta negli odierni Statuti de’ Mercanti di seta che chiunque abbia bottega non possi far tessere in casa propria. Questa legge sembra fatta in favore de’ Mercanti di stoffe meno ricchi, i quali non avendo capitale per essere fabbricatori, ma vivendo col commercio di rivendere le stoffe comperate alla fabbrica, non potrebbero darle al prezzo medesimo al quale le darebbero i Fabbricatori se avessero bottega aperta. Vediamone le conseguenze. In virtù di questo statuto il Mercante bottegajo è costretto a confidare la propria seta, l’oro e l’argento in mano del Tessitore, il Tessitore è povero e la stoffa si tesse per lo più nella stanza medesima che serve di unico asilo alla povera famiglia del Tessitore; con ciò nascono mille accidenti che pregiudicano alla eleganza e pulizia del lavoro, cosicchè spesse volte accade che il Mercante riceve la stoffa sì male in ordine che preferirebbe ad essa il valor primitivo della materia. Spesse volte il Mercante trova mancante il peso, spesse volte gli viene mancata la promessa per il tempo; la eternità e dispendio de’ giudicj distolgono il Mercante dal cercarne riparazione e rendono confidente il Tessitore a profittare dell’altrui. I Mercanti quindi imparano a proprie spese, i Tessitori restano senza commissioni nella mendicità e i Mercanti, anzi che promovere le interne manifatture di sete, si constituiscono agenti delle fabbriche di Lione, Genova e Torino; e di essi cento cinquanta e più matricolati si vedono in Milano i quali sono altrettante sanguisughe che smungono il denaro dello Stato.[334]
Opposta a questa usata da noi è la legge di Parigi su tal proposito, dove si ordina che: «i Mercanti e Maestri non potranno tenere più d’una bottega aperta … dove potranno vendere le stoffe che fanno fabbricare».[335] Il Sig.e Melon parlando appunto de’ Corpi de’ Maestri così s’esprime: «Gli statuti che stabiliscono i confini del lavoro fra il Calzolajo e lo Scarpinello, fra il Terrajo e l’Archibugiere ec. sono stati cagione di lunghe liti le quali tutte non sono forse ancora finite. La maggior parte delle Comunità de’ Mestieri … le loro prove, i ridicoli loro statuti, le loro cariche più ridicole ancora altro non producono che una perdita di uomini e di tempo».[336] Questa massima è seguita dall’Inghilterra, dove al dì d’oggi è libero a ciascheduno esercitare il proprio talento ed industria in quel mestiere che vuole, siccome appunto abbiamo detto essere stato altre volte fra di noi, l’imperizia o la mala fede sono castigate colla mancanza de’ compratori senza che la legge vi ponga la mano.[337] In Parigi molte volte si tentò d’abolire le Comunità delle Arti e Mestieri e nel 1382 sotto il Re Carlo VI furono abolite in fatti[338] e se ora ivi sussistono, le leggi però colle quali vengono dirette, l’impossibilità in cui si tengono d’esercitare vessazioni su’ nuovi alunni, le cautele colle quali vien loro impedito l’incaricarsi di debiti, l’occhio de’ Regj Ministri che vi assistono sono efficaci rimedj i quali, se non tolgono affatto, diminuiscono però di molto il male che per loro natura devon fare al commercio.
§ 7. De’ privilegi esclusivi detti privative.
Abbiamo sin qui veduti i difetti organici (se m’è permesso d’usar questa frase) i quali s’oppongono alla buona direzione del commercio; ora d’un altro difetto d’opinione ossia di massima convien ch’io faccia l’esame, il quale a me sembra tanto opposto alla saggia direzione del commercio quanto universalmente radicato negli animi di chi lo dirigge; e questo è il pregiudicio di credere i privilegi esclusivi ossia le privative mezzi buoni per condurre a prosperità le nuove manifatture. Fra gli Autori economici ch’io ho consultati alcuno non ne trovo che approvi generalmente le privative, ma nemmeno alcuno ne ho letto che tratti la materia da’ suoi principj e in tutta la estensione.[339]
Il privilegio esclusivo è un diritto che si accorda a un nuovo Fabbricatore di fare ei solo la proposta manifattura per tanti anni ad esclusione d’ogni altro. Questo privilegio sottrae la nuova fabbrica dalla concorrenza e tolta la concorrenza non è possibile il veder fiorire o perfezionarsi veruna manifattura.
Qualora diverse fabbriche concorrono a vicenda per avere più numero di compratori, l’ingegno s’affina, l’industria si scuote, s’inventano metodi più spediti e meno dispendiosi; ogni fabbrica cerca la preferenza colla diminuzione del prezzo e colla maggior raffinazione del lavoro. Ma se una fabbrica sola acquista il privilegio esclusivo, cessata la concorrenza cessa lo sprone dell’industria e per una mal pensata rivoluzione di principj in vece di far servire la manifattura alla nazione si rende la nazione serva e dipendente della manifattura. Ciò è tanto più funesto allorchè si esclude la concorrenza colla manifattura straniera: nel qual caso il monopolista ha veramente imposto un tributo allo Stato.
Quando s’accetta la proposizione che il nuovo Fabbricante presenta del privilegio esclusivo, il Sovrano si priva per tanti anni della libertà di accogliere qualunque altro Fabbricante per industrioso, abile e utile al Paese che sia, oggetto molto importante per sè medesimo.
Di più interdice sotto pene l’esercizio della propria industria su un dato genere di manifattura a tutti i Cittadini, legge per se stessa alquanto dura e ch’io sulla scorta del Vattel ardirò chiamare contraria ai dritti naturali de’ Cittadini medesimi poichè: «il commercio è un bene comune alla Nazione, tutti i membri di essa vi hanno egual diritto; il monopolio è dunque generalmente parlando contrario ai dritti dei Cittadini»;[340] e per pienamente convincerci della malsana politica che protegge cotesti privilegi esclusivi basti riflettere che un fabbricatore non cerca mai privilegio esclusivo che allor quando teme la concorrenza, e che questo medesimo timore è una confessione tacita che altri potrebbe fare miglior partito alla Nazione di quello ch’egli esibisce; dal che ne viene che per la natura medesima della domanda il Fabbricatore che cerca la privativa prova evidentemente ch’egli al più è mediocre nel suo mestiero, ch’egli non merita privilegio di sorte alcuna e che per esso non è giusto restringere ai nazionali i confini dell’industria con cui proccurarsi un onesto sostentamento.
Ma come dunque, taluni diranno, inviteremo noi le nuove manifatture a stabilirsi fra di noi se ad esse non accordiamo il privilegio esclusivo? Rispondo: fra di noi è una formalità che da molti anni s’è introdotta d’accordare privilegio esclusivo e di accordarlo per il lungo spazio di vent’anni a qualunque nuova manifattura che si presenti; qual manifattura sin ora s’è mai innalzata ad una costante prosperità? Nessuna. Dunque il privilegio esclusivo non produce l’effetto per cui si accorda. Vogliamo noi invitare le nuove fabbriche a piantarsi fra di noi? Prepariamo loro delle leggi conformi alla natura del commercio, prepariamo loro un metodo pronto e sincero di giudicare, assicuriamole sotto l’incorrotta protezione de’ Magistrati, difendiamoli dalla mala fede e oppressione, liberiamoli dalle vessazioni di qualunque persona o Corpo e vedremo le nuove fabbriche correre a naturalizzarsi da noi. Rettifichinsi le tariffe, regolinsi le monete, ne dirigga i diversi fili una sola mente capace di farlo e vedremo il commercio rialzarsi immediatamente; prendasi in somma la norma dello spirito delle patrie nostre leggi e ripigliato questo vedrassi invigorir la nazione come scrisse il Presidente Montesquieu: «Gli uomini ritornano al bene quando ritornano alle massime antiche … le antiche instituzioni son d’ordinario come correzioni, le nuove sono abusi. Nel tratto d’un lungo governo si scende al male per una insensibile discesa, ma vi va uno sforzo per riascendere al bene»[341] il che fu detto in prima dal Cancellier Bacone (Sermones fideles num. XXIV): «Malum in natura humana naturali motu fertur qui processu invalescit: at bonum ut fieri amat in violentis motibus in primo impetus fortissimum».
§ 8. Uso delle altre Nazioni e opinione de’ migliori Autori economici intorno le privative.
I nostri avveduti maggiori accordavano esenzioni di tributo, ducale stipendio e onori agli introduttori di nuove arti, non mai privilegi esclusivi di sorte alcuna,[342] e questo spirito è appunto il medesimo che regna in Inghilterra dove rarissime volte s’accordano privilegi esclusivi e soltanto agl’inventori di qualche utile manifattura e tutt’al più esteso per anni quattordici come dallo statuto XXI di Giacomo primo;[343] anzi celebre è la risposta della regina Elisabetta ai deputati del Parlamento appunto a proposito di simile privilegio che le era stato surretto: «Perisca il mio cuore – rispose quella Principessa – o la mia mano anzi che il mio cuore o la mia mano accordino ai monopolisti dei privilegj di pregiudizio al mio Popolo».[344]
Così se diasi un’occhiata al regno di Francia vi troveremo odioso il nome di monopolio. Veggasi il Dizionario del commercio all’articolo monopole: «Si dà questo nome a una sorte di commercio, il quale non è meno rovinoso per ciò che porta il manto d’una rispettabile autorità; m’intendo qualora alcuni privati sorprendono la religione del Principe ed abusandone ottengono privilegi esclusivi di vendere soli una data sorte di mercanzia; egli è questo un monopolio tanto più funesto, quanto che colui che lo fa sfugge la severità della legge sotto la sorpresa protezione di colui che è l’autore della legge».[345] Una volta si sono dati privilegi esclusivi in Francia sotto il ministero di Colbert cioè nell’anno 1665 alla introduzione della fabbrica della latta, la quale era allora un importante secreto,[346] ma la massima universale è sempre stata in contrario e favorevole alla libertà.
Nel Regno pure della Spagna con grandissima circonspezione si accordano i privilegi esclusivi per testimonianza di D. Geronimo Ustariz il quale un solo in sua vita ne ha veduto accordare, e fu nel 1720 a’ 13 genn.ro a D. Giovanni di Goyenes introdutore di nuova fabbrica di specchi nella Provincia di Cuenca. Ma ascoltisi il medesimo Autore: «S’accordano talvolta – dic’egli – de’ privilegi esclusivi, ma ciò dev’essere con molta circospezione. Quand’anche sembrano necessarj ben fatto è limitarli e stare in guardia acciò non si convertino in un monopolio utile ai particolari, ma di danno ancora maggiore al pubblico. Per accordare sì fatti privilegi con tutte le possibili restrizioni conviene per lo meno che sia una manifattura nuova, dispendiosa, utile al commercio e al Regno».[347]
Che se alle ragioni, alla interna sperienza nostra ed all’esempio delle altre Nazioni devonsi aggiungere le autorità de’ Scrittori più accreditati, veggansi le Instituzioni politiche ove dice: «Per monopolio s’intende un privilegio esclusivo accordato dal Sovrano ad una o più persone di fabbricare o vendere una sorte di mercanzia in tutto lo Stato, ovvero in una Provincia. I più colti Popoli in ogni secolo hanno avuta sì grande avversione per questa sorte di tirannia, cosicchè il nome solo ne è odioso. L’Imperator Tiberio volendosene servire dovette chiedere al Senato la libertà di farlo … ogni monopolio in generale è dannoso al ben comune della Società e nocivo alla manifattura medesima in grazia di cui viene accordato».[348] Veggasi Melon ove scrive: «I privilegi esclusivi di commercio non devonsi giammai accordare col pretesto della concorrenza svantaggiosa ai Negozianti; tocca ad essi il fare il loro conto».[349] Veggasi Forbonnai il quale chiama il monopolio «una falsa idea di governo speculativo»;[350] veggasi l’Autore del Saggio sul regolamento universale de’ grani il quale si esprime con questi termini: «Ciascuno accorda che la libertà è l’anima ed il sostegno del commercio e che la concorrenza è l’unico mezzo di fissare il prezzo d’ogni merce al grado più avantaggioso al pubblico».[351] Veggansi perfine gli Elementi del commercio dove la concorrenza viene definita: «il più attivo principio del commercio utile».[352] In somma veggansi gli scrittori tutti di qualche nome che de’ privilegi esclusivi trattino e tutti uniformemente si troveranno decisi contro di essi, nè vengono concessi che in poche e singolari circostanze e con condizioni ristrettissime, d’onde ne segue che, se a taluno tuttora sembra lodevole la nostra massima di accordare ad ogni fabbrica cotesto privilegio, ciò non può avenire altrimenti che per la ragione accennata dal Presidente Montesquieu cioè «che l’uomo rinuncia agli errori più tardi che sia possibile».[353]
§ 9. Conclusione.
Nessun sistema si trova presso di noi per la direzione del commer cio. I rottami dell’antico sistema sparsi e divisi in più mani non formano più quel tutto e quell’unità che sotto una mente direttrice determini le parti diverse a un solo fine; i moti opposti e indipendenti di cotesta machina si elidono e si logorano vicendevolmente. Questa è la cagione per cui gli ordini sovrani i più benigni e premurosi prima d’essere eseguiti perdono la loro eficacia passando fra la lentezza e inerzia universale come c’insegna la storia. I pregiudizj addottati hanno reso un tempo perduto quello in cui sin ora s’è parlato di commercio; nè potrà dirsi ben impiegato che allorquando si pensi a far dipendere le tariffe, le monete, le costumanze delle Università, le loro leggi, le nuove fabbriche, i commercianti tutti in somma da un solo principio motore e animatore di questo corpo politico.
Capo IV. Dello spirito del nostro sistema d’agricoltura relativo al commercio.
La terra è la madre e nodrice universale degli uomini d’onde riceviamo il vitto, il vestito e le materie tutte de’ nostri lavori, quindi ella è la prima sorgente dell’utile commercio. Noto è abastanza che quella contrada che abitiamo noi Lombardi è una delle più fertili d’Italia e che i Coloni nostri, massimamente in quella parte della Provincia che risguarda settentrione, sono da annoverarsi fra i Popoli più industriosi e robusti. Mio scopo non è il trattare con quai tentativi potrebbesi migliorare l’agricoltura fra di noi ed accrescere con ciò la forza fisica nostra rendendo il benaugurato genio del Sig.e Duhamel utile anche a questa Provincia; io ne scriverò soltanto quanto immediatamente influisce sul sistema del commercio e cominciaremo dai grani de’ quali, come s’è veduto nel cap. 1, fra noi se ne produce di più del nostro natural bisogno.
§ 1. Del commercio de’ grani.
Per favorire ed accrescere il commercio d’esportazione convien favorire l’esportazione medesima; non v’è commercio che possa fiorire quando s’interponghino forti ostacoli al trasporto, nè v’è commercio che possa fiorire se non vi sono mediatori fra il primo possessore della merce e l’ultimo che la consuma e questi sono i Mercanti. La fecondità della terra cresce colla fatica del coltivatore e la di lui fatica cresce colla fiducia di trovare buon prezzo della derrata e la derrata finalmente acquista valore colla facilità dell’estrazione.
Da questi semplici e universali principj deriva che il porre ostacoli al trasporto de’ grani e il limitarne il numero e la libertà de’ Mercanti tendono immediatamente a diminuire il prodotto delle terre e ad accostarci precisamente a quello stato di carestia che i piccoli Legislatori sembrano appunto voler evitare con sì fatte leggi.
Quando è a molti libero il fare mercanzia de’ grani e che chiunque può a sua voglia farne ammasso, non mai si avvilisce il prezzo di essi grani malgrado l’abondante raccolta, perchè allora appunto a gara concorrono i Mercanti medesimi a riempierne i proprj magazzeni.
In essi magazzeni frattanto si custodisce il grano con maggior cura che non fassi dalla maggior parte de’ possessori di terra, sì perchè il frutto di essi è il capitale del Mercante, sì anche per la maggiore sperienza e attenzione del Mercante medesimo, d’onde minor perdita di grano per lo Stato; che se poi la penuria succede allora s’aprono i magazzeni e a gara i Mercanti cercano di rivenderlo alla nazione a preferenza de’ forestieri, avendo sempre i nazionali in loro vantag gio la gabella che i forestieri pagano alla uscita e la maggiore spesa di essi pel trasporto. A me basta accennare questi luminosi principj i quali sono stati sì bene sviluppati dall’Autore della eccellente opera Essai sur la police generale des grains stampata in Berlino 1755, a cui ricorra chi veder brami ridotta a dimostrazione l’importanza di lasciare una intera libertà al commercio de’ grani, sia per l’uscita, sia per gli ammassi, sia per la circolazione interna.
§ 2. Delle leggi e sistema nostro de’ grani.
Posti questi fondamenti veggasi ora come la legge nostra favorisca il commercio de’ grani: «Nemini liceat subdito vel non subdito cujuscumque sexus et conditionis sit ex locis et territoriis mediate vel immediate dominio Mediolani suppositis nec per loca et territoria dicto dominio supposita extra dominium conducere, portare, nec conduci portarique facere frumentum, risium, legumina, nec aliquod aliud genus bladorum aut farinam sine licentia, nec conducentibus portantibusque auxilium, consilium vel favorem dare, sub pœna amissionis earum rerum ac animalium, plaustrorum et navium ac instrumentorum quibus dictæ res veherentur et ultra præmissa sub pœna confiscationis bonorum et alia pœna usque ad ultimum supplicium inclusive arbitrio Principis vel Senatus».[354]
La esportazione de’ grani è dunque punita di morte se una dispensa non vi deroghi, ma la circolazione interna de’ grani non è pure permessa: «non licet etiam sine licentia de uno districtu ad alterum districtum memorati dominii prædicta conduci facere, nec portari facere vel conducentibus, portantibusque auxiliurn dare et ut supra, sub pœna amissionis bladorum, risii, farinæ et leguminum»,[355] anzi tale è il rigore di questa legge, che arma persino il braccio di qualunque privato colla spada della forza coattiva contro qualunque esportatore di grani: «Sit etiam authoritas facultasque omnibus, tam communitatibus quam etiam singularibus personis, non solum accusandi ut supra sed etiam detinendi quoscumque in fragranti crimine repertos, bladaque, instrumenta, animalia, vehicula super quibus et in quibus conducerentur per vim auferrendi».[356]
La esecuzione di queste leggi dipende dal Magistrato Camerale dove sta l’Officio delle Tratte. I Capitani del divieto sono gl’Ufficiali mantenuti da questo Tribunale in diverse parti dello Stato per l’osservanza di queste leggi. Infinite sono le strade per le quali questi Capitani portano la vessazione e il disordine nella campagna. Qualunque miserabile venditore di riso o legumi non può introdurre nella sua bottega questi generi se non ottiene la licenza del Capitano, la quale si paga soldi 30. I mulini di grano sono soggetti a questa medesima legge. I poveri abitatori della campagna restano così in preda a questo Giudice, che è parte a cui spetta il fare le visite ed obbliga a continue redenzioni pecuniarie chi vuole colla minaccia d’un processo, che ridurrebbe il supposto reo all’ultima mendicità qualunque volta il Capitano voglia asserire che il grano che si trova sia oltre le licenze spedite. Così desolando le campagne vengono questi Capitani un anno coll’altro ad avere l’entrata di sei in sette mila lire cavate goccia a goccia dalle vene de’ più poveri, più utili e più industriosi Sudditi.
Questi Capitani del divieto parte della rendita ottengono con arbitrarie punizioni date ai contravventori senza farne relazione al Tribunale, parte vestendo il carattere di delatore secreto a cui spetta il terzo della pena e ciò accade qualora non sia ad essi possibile l’occultare il fatto al Tribunale; la forma del sindacato che fassi a costoro e mille rigiri pur troppo frequenti sono crudelissime invenzioni che affittano la povera mendica plebe della campagna alla rapacità di questi insaziabili Ufficiali, i quali altro non fanno che scoraggire il misero contaddino che meriterebbe la più vigilante e sicura protezione delle leggi.
Gl’inventori di questo regolamento pare che abbino voluto porre argini al Nilo per impedire che le di lui acque non fecondino le campagne: in fatti mezzi più efficaci non vi sono per opprimere l’industria, avvilire il prezzo de’ generi, incarire i nostri grani trasportati ai vicini e diminuire conseguentemente questo ramo d’agricoltura e di commercio sì importante. Ne siegue quindi che molte delle nostre terre che in prima erano coltivate a grani, ora vadino convertendosi in prati e ciò particolarmente nel Pavese; nè a questo v’è chi pensi o rifletta alle conseguenze. Il proprietario del fondo, trovando avviliti i prezzi de’ grani per le ragioni che abbiamo vedute, trova il suo conto a coltivarle a prato, essendo libera l’esportazione de’ caci e conseguentemente sicuro il suo prezzo; ma frattanto quelle trenta pertiche le quali coltivate a grano mantenevano tre Sudditi, ridotte a prato hanno bisogno della coltura d’un solo; e così deve scemarsi la popolazione ch’è la vera e unica misura della forza d’una Nazione e d’un Sovrano.
Abbiamo, è vero, vicini Popoli mancanti di grano, ma abbiamo altresì vicini emuli i quali o ne forniscon loro o possono fornirne, soltanto che scuotinsi a facilitarne il trasporto e cosa funesta sarebbe per noi se fossimo prevenuti. Grandi sono i nostri mali e tanto più grandi quanto che essi non tanto dall’inosservanza delle leggi dipendono quanto dall’intrinseca mala constituzione della legge medesima. [357]
§ 3. D’onde sia venuta l’opinione contraria al libero commercio de’ grani.
I nostri Legislatori al solo nome di libero commercio de’ grani videro avanti gli occhi la squallida idea della carestia, la fame e il deperimento della Nazione; l’origine di tal pregiudicio sta nella servile venerazione per le leggi romane, cosicchè senza sottoporre a verun esame quanto trovasi ff., l. 47, tit. 11, § 6 de extraordinariis criminibus, e l. 48, tit. 12, de annona e nel codice l. 11, tit. 22, 23, 24 e 27 lo hanno creduto buono in sè e utile alla nostra Provincia per questo solo che sta scritto nel corpo delle leggi romane.
I Romani, figlj di Marte, credevansi nati per soggiogare colla forza le emule Nazioni ed arricchirsi colle loro spoglie, nè mai discesero a gareggiare industriosamente nel commercio di cui appena intesero il nome,[358] nè è maraviglia che Roma abbia fatto leggi sì poco conformi alla prosperità del commercio; deve bensì far maraviglia che delle nazioni di Europa tanto diverse dalla romana e per la religione e per i costumi e per lo spirito del sistema e del secolo e per la naturale posizione addottino ciecamente le leggi di quei vincitori del mondo e facciano appunto come quell’africana scimia la quale volendosi ricoprire coll’elmo d’Ercole vi rimase sepolta.[359]
Tanto più forte ritrovasi l’incoerenza d’addattare a noi le leggi di Roma su i grani, quanto che siamo in una situazione opposta appunto a quella di Roma: le vicine campagne d’Italia non bastavano a nodrire l’immensa popolazione di quella dominatrice delle genti, quindi dall’Egitto[360] e dalla Sicilia dovevano i Romani aspettar il pane; essendo dunque noi nel caso degli Egizi e non de’ Romani, cioè di poter dare il pane e non di riceverlo, le leggi egizie anzi che le romane avressimo dovuto imitare.
Di più: servivano i grani in Roma agli opulenti Cittadini di mezzi per sedur la plebe colle gratuite distribuzioni e con ciò indurla a plebisciti talvolta funesti alla causa pubblica; dal che ne venne l’indispensabile dovere ne’ Magistrati di proibirne gli ammassi come mezzi sediziosi di guadagnar quella plebe che altro non cercava ne’ tempi della maggior grandezza che panem et circenses; ed ecco quanto a torto l’esempio delle leggi romane siasi voluto far valere per mettere presso noi i ceppi al commercio de’ grani.
§ 4. Opinioni ed esempj sul commercio de’ grani.
Di ragioni ben diverse dalle nostre hanno fatto uso i più accreditati scrittori di scienze economiche, perciò leggo presso il Sig.e Mirabeau: «Quei che non vedono che il pane nell’agricoltura farebbero nascere nello Stato una carestia universale se in loro mano fosse la direzione dell’agricoltura e il commercio delle produzioni della terra. La terra è la vera sorgente di tutte le ricchezze d’una Nazione coltivatrice, ma le sue ricchezze non si ottengono che colle spese della coltura e colla libertà del commercio delle produzioni»,[361] indi tra i principj universali d’una buona legislazione lo stesso autore stabilisce: «Che il commercio interno e esterno delle produzioni della terra sotto ogni forma possibile sia interamente libero».[362] Il Sig.e Melon attribuisce egli pure le carestie al citato principio: «Si osserva – così egli – che la maggior parte delle carestie vennero dal panico timore che ha fatto chiudere i granaj, de’ quali una legislazione debole o interessata non osava rompere le porte»,[363] ed altrove: «tanto nella penuria, quanto nell’abondanza la libertà del trasporto d’una all’altra Provincia è il fondamento d’ogni buona amministrazione».[364] Il nostro valoroso italiano Signor Antonio Genovesi è dello stesso sentimento, cioè: «Non poter essere che utilissimo per lo Regno avere le tratte aperte del grano in ogni tempo e per qualsivoglia quantità, non altramente di quello che le abbiamo de’ vini senza che giammai ci siamo risentiti della loro mancanza»,[365] e veggansi su tal proposito le opere del Maresciallo di Vauban e il citato Autore del Saggio sul regolamento generale de’ grani stampato in Berlino.
Questi salutari principj s’intesero nella Spagna sotto il regno di Filippo V di cui abbiamo l’instruzione agl’intendenti delle Provincie del 1718 4 luglio ed all’articolo 58 così vi si legge: «Molti sono in errore stimando che il più sicuro mezzo di mantenere l’abondanza sia il proibire l’estrazione, che anzi ciò è appunto che produce la carestia. Un’abondanza mal regolata ha sempre delle conseguenze più perniciose che la carestia medesima; il lavoratore è animato a travagliare dalla speranza del futuro guadagno, ma nell’abondanza egli si disgusta e si addormenta perciocchè i frutti venduti a vil prezzo non gli permettono di fare le spese d’una nuova cultura onde nasce l’abbandonamento delle terre e la carestia».[366] In fatti nella Spagna non è cosa strana che si accordino aperte le tratte de’ grani, come vediamo in D. Geronimo Ustariz: «non è molto che si permise l’estrazione de’ grani dell’Andaluzia, dell’Estremadura, della Castiglia vecchia sul parere del Consiglio di Castiglia»,[367] anzi per attestato dello stesso Autore alcune Provincie della Spagna hanno addottato per sistema la libera esportazione de’ grani qualora non eccedino il prezzo fissato dalla legge: «Questa regola si osserva in Navarra – dice egli – con gran profitto di quel Paese; ciascuno può farne uscire i grani purchè non eccedino il prezzo fissato dalla legge».[368]
Che se dalla parte meridionale d’Europa partendo rivolgiamo il pensiero alle contrade del Nord, ivi troveremo regnare l’intera libertà de’ grani accumulati in magazzeni, d’onde le estere Nazioni se ne provedono. Veggonsi questi magazzeni in Hambourg, Bremen, Riga, Revel, Narva, Pernau, Libaw, Königsberg, Stettin e Danzica, emporj di grano sono questi che fanno fiorire l’agricoltura della Polonia, Pomerania, Russia, Curlandia, Livonia, in somma in tutte le Nazioni confinanti col mare germanico e col Baltico.
Ma giovi ricordar perfine il famoso esempio dell’Inghilterra. Mancava quell’isola di grani nello scorso secolo per tal modo che ogni anno un raguardevole capo di spesa importava la compera de’ grani, la quale facevasi in gran parte sulle coste del Baltico. In questo stato di cose avrebbero pubblicati i più rigorosi editti i nostri Legislatori per impedire l’uscita di que’ pochi grani che si raccoglievano, ma que’ rischiarati politici conobbero i veri interessi della Patria meglio che non fa il volgare degli uomini. Un editto pubblicarono il quale rese celebre l’anno 1689; ebbe esso il nome di Atto di gratificazione con cui non solamente si dichiarò libero il trasporto de’ grani fuori del Regno, ma dal pubblico Erario si assegnarono cinque scilini per quarter di rimunerazione a chiunque lo fa uscire dal Regno. Questo era il più efficace mezzo per animare l’agricoltura, la sperienza ha corrisposto all’ardita ragionevolezza della legge, cosicchè al dì d’oggi sotto l’ombra di essa l’Inghilterra non solo raccoglie grani proporzionati ai bisogni, ma ne fa un utile commercio del di più coi Portoghesi e colle Indie Occidentali.[369] Di quest’Atto di Gratificazione così ne parla il Cav. Nickolls: «Gli avantaggi che la coltura delle terre nostre ha da ciò tratti sono senza contrasto grandissimi; può dirsi che tutto l’aspetto fisico dell’Inghilterra ne sia stato cambiato. Molte terre che erano incolte e deserte son divenute dei campi fecondi e ricchi».[370]
Libera esportazione di grani hanno pure gli Olandesi, sebbene appena ne raccolghino per vivere tre mesi dell’anno, ma senza riccorrere a lontani esempj, uno sotto gli occhi ne abbiamo negli Stati del Re di Sardegna dove è reso aperto ogni trasporto di grani e dove, nelle Provincie cedute dal Milanese, la saggia politica di quel Sovrano ha interamente abolito il crudele officio de’ Capitani del Divieto che tuttora infestano le nostre terre.
Lungo tempo è dacchè nel Supremo Consiglio d’Italia propose il fisco votando nel 1724 29 dicembre di togliere le vessazioni che fra di noi si fanno al commercio de’ grani; così disse egli: «A questo danno si potrebbe rimediare non solamente coll’agevolare in tutte le possibili maniere le concessioni di tratte, ma anche col togliere gli abusi ed angarie che si trovano introdotte in tante moltiplicate officine per dove debbono passare e far le spedizioni i trafficanti, sentendo troppo a soggezione il patir tante replicate revisioni per tanti Officj che non lasciano di portargli interesse, volendo l’ingordigia di quegli Officiali qualche agevolezza conseguire».
Ma quello che allora era un semplice suggerimento d’un illumiminato Consigliere ora in questi anni più felici è divenuto un principio e s’è elevato sino al trono dell’Augustissima Sovrana Nostra come vedemmo nel salutare e luminoso suo Real rescritto de’ 21 agosto 1762 in questi termini degni delle benedizioni di tutti i buoni: «Essendo clementissima nostra intenzione di proteggere e favorire per quanto sia compatibile coll’esiggenza dello Stato e del nostro Reale Servigio la contrattazione ed estrazione de’ naturali prodotti che desideriamo anzi siano dall’applicazione e dalla industria migliorati ed accresciuti per sempre più dilatare il commercio, siamo venuta subito in disapprovare le mire private, le quali prevalendo a quelle del ben pubblico che deve esser l’unico oggetto di [detto Tribunale] furono cagione d’un sì grave disordine» ec. Quindi fondate speranze devono concepire questi Sudditi che fra le molte epoche gloriose al regno della Clementissima Sovrana e gloriose al nome degli illumi nati e incorrotti suoi Ministri si riporrà la liberazione dell’Insubria da queste antiche catene, che la ignoranza le ha poste al piede e che la tenace costanza dei pregiudicj ricevuti e il privato interesse di po chi si sforzano tuttora di stringere e rassodare.
§ 5. Della coltura delle pecore.
Il primo bisogno fisico dell’uomo dopo il cibarsi è quello del vestito; la maggior parte del Popolo della campagna non beve vino fra di noi, pure si veste: seguendo dunque le semplici tracce della natura vediamo che dopo la coltivazione de’ grani quella delle lane è la più importante a preferenza della vite e de’ gelsi. In fatti le pecore sono il vero vello d’oro per ogni Nazione ed uno de’ massimi beni che produce agli uomini l’agricoltura. Tre entrate ci danno: la lana, il cacio e la carne. Di più: la loro pelle serve a molti usi ed il loro ingrasso, giusta le osservazioni di quanti hanno trattato dell’economia rustica, è il più confacente ad infertilire le terre essendo più attivo e più pieno di sali d’ogni altro;[371] quindi si calcola che un anno per l’altro la pecora frutti al padrone circa uno scudo.
Tutte le Nazioni del mondo dal tempo de’ Patriarchi sino a noi hanno sempre coltivate le pecore e risguardato come una sorgente di vera ricchezza il possedimento di esse ed al dì d’oggi pure nessuna parte ch’io sappia v’è in Europa che non promova e protegga la coltura di questi benefici animali.
Nella Spagna le leggi e il Governo s’adoperano per dilatare sempre più le raccolte delle lane, delle quali tanta parte va in Olanda, Inghilterra e per tutta Europa, cosicchè non è maraviglia se nella sola Estremadura quattro milioni di pecore e venti mila pastori si contino i quali vengono a svernare ogni anno alla pianura.[372]
Sotto il ministero del grande Colbert molto si fece in Francia per promovere la coltura delle pecore[373] ed introdurne di inglesi[374] ed anche in questi ultimi anni l’Accademia di Amiens propose il premio nel 1753 a chi avesse suggerito i migliori mezzi «di dare alle lane di Francia le qualità che loro mancano e di aumentarne la quantità»;[375] nella Provenza la pianura di Crau è ricoperta ogni verno di queste mandre.[376]
Nell’Inghilterra poi dove l’agricoltura e la raccolta de’ grani sono portate all’ultima perfezione,[377] prodigiosa è la quantità delle pecore che vi si nodriscono, basta vedere la sterminata copia di fabbriche di panni lani che fassi nell’isola, per la massima parte tessuti con lane inglesi le quali da essi si trovano sensibilmente migliori delle spagnuole medesime.[378]
Nella Puglia e nell’Abruzzo molta è la cura che si adopera nella conservazione delle pecore e importante il prodotto delle lane le quali sopravvanzano al consumo di que’ Popoli e servano in gran parte alle manifatture dell’Italia.[379] Nella Toscana, che pure si merita il nome di giardino d’Italia per l’industria de’ Coltivatori, le pecore si coltivano.
Libero è in tutta la Germania il coltivar le pecore e particolarmente ne’ Stati Ereditarj della Sovrana nostra Augustissima altronde molto coltivati a grano come è noto. Pochi anni sono dacchè nella Svezia traspiantate si sono delle pecore d’Inghilterra, questa fertile colonnia riesce così prosperamente che vi si raccolgono al dì d’oggi le lane di finezza eguale a quelle degl’Inglesi.[380] In somma, sì ne’ passati che ne’ presenti tempi vedo a gara le Nazioni d’Europa occupate a coltivare nell’interno il raccolto delle pecore, le quali e ne’ climi bollenti e ne’ gelati e negli umidi e ne’ secchi d’ogni intorno vediamo stabilite.
§ 6. Delle nostre leggi intorno le pecore.
Le pecore sono bandite da noi e i pastori condannati alla galera;[381] nè è permesso ai possessori de’ fondi di nutrirle nemmeno sul suo, essendo data a chissivoglia la facoltà di uccidere e confiscare pecore d’ogni sorte e la cagione di sì fatte leggi è un errore di fisica cioè l’opinione che il morso della pecora abbia una qualità venefica che isterilisce il terreno; tanto influisce il metodo de’ studi sul destino delle Nazioni!
Non si creda però che tal fosse l’opinione de’ nostri maggiori, di quelli cioè che vissero in una città piena d’industria e di ricchezza. Le loro leggi così dicevano: «Quilibet ab aliena jurisdictione possit inducere in districtu Mediolani bestias ad pascholandum scilicet pecudes» ec.[382] ed altrove: «Licitum sit cuilibet tenere quascumque bestias super suo dum non vadant super alieno ad pascuandum: et si ipse bestie iverint super alieno ad pascuandum componat tenens ipsas bestias damnum passo ut in infrascripto proxime sequenti statuto continetur. Et quilibet tenens porcos, capras, moltonos, oves, vel castronos possit et debeat cogi ad requisitionem Consulis loci ubi tenentur dicte bestie vel prope territorium dicti loci per miliaria duo ad satis dandum de libris quinquaginta imperialium: quod ipsi porci, capre, moltoni, castroni et oves eius non dabunt illi damnum. Et sufficiat etiam unica satisdatio etiam si plures requisiverint».[383] Fra questa barbara latinità resta involto un retto giudizio che fa rispettare il buon Legislatore anche nella persona del cattivo grammatico.
Ora qual frutto ha prodotto a questo stato questa singolarissima proscrizione delle pecore di cui non so se in altro paese troverassi esempio? L’unico efetto è l’annua uscita di circa quattro milioni e mezzo di lire milanesi il che constituisce il capo più insigne del debito di questo Stato ed una vergognosa dipendenza dagli Stati vicini dai quali siamo costretti a comperare le manifatture tutte di lana più indispensabili per i fisici bisogni del letto e del vestito della più minuta plebe.[384]
§ 7. Se veramente le pecore sieno di danno alla coltura delle terre.
Se avvenga che questo mio lavoro da qua a qualche anno sia letto dai Milanesi farà maraviglia ad essi come io abbia dovuto provare ai loro antenati alcune verità le quali al solo annunciarle dovrebbero convincere;[385] e tale è anche questa cioè che le pecore non sieno d’insterilimento al terreno, ma anzi di molto ajuto all’agricoltura. In fatti il dubitare d’una cosa che l’esempio di tutta l’antichità e il costume universale delle Provincie e Regni più colti e fertili d’Europa prova ad evidenza è una di quelle straordinarie disgrazie che eccedono i confini del verosimile.
Ella è dunque cosa certa primieramente che una mandra di pecore che vada pascolando su un campo seminato a grani o coltivato a viti vi reca danno, come appunto farebbe una mandra di cavalli o di buoi, ma come non si proscrivono per ciò i buoi o i cavalli, nè si credono nocivi all’agricoltura, così ragion vuole che si facci alle pecore.
Una gran parte dello Stato è coltivata a prati, su i quali molta quantità di pecore potrebbe nudrirsi senza pregiudicare ai grani, e notisi che questa coltivazione deve essere più utile allo Stato che quella de’ caci, giacchè vidimo al capo i l’utile de’ nostri caci non giungere ad un milione e mezzo, laddove il danno per la mancanza delle lane e loro manifatture ascende a ben quattro milioni e mezzo; ora di sommo incoraggimento alle manifatture della lana sarebbe se la materia crescesse sul nostro, poichè essendo allora la lana a miglior prezzo potrebbero gl’interni lavori di essa sostenere la concorrenza ad essere preferiti ai forestieri.
Il giudizioso Barone di Bielfeld è ben lontano dal temere il veleno nel pascolo delle pecore: «Considerazione degna da farsi – dice egli – è che ogni manifattura pregiudica alla coltivazione de’ grani, perchè le materie che la compongono crescono ne’ campi ed occupano quello spazio che potrebbe occuparsi dal grano; di più esiggono spesa e lavoro, le quali potrebbero impiegarsi nella coltivazione de’ grani massimo oggetto delle finanze e del commercio. Le fabbriche di lana in vece favoriscono infinitamente l’agricoltura, poichè la lana cresce sulla pecora, la quale essendo cinta di siepe in un campo infertilisce il fondo, o restando nella stalla somministra al Contadino il miglior ingrasso d’ogni altro pel suo terreno».[386]
Nè dicasi che il clima nostro non sia fatto per la coltura delle lane; il clima è l’universale opposizione che citasi mancando le altre. Il clima nostro è meno fervido dello spagnuolo e meno rigido dell’inglese; nè v’è sperienza o ragione che provi che di tutta l’Europa questa sola Provincia sia incapace di nutrire gli armenti, i quali relegati tutto l’anno alla montagna nè trovano bastevole nutrimento nè formano le lane della bontà che contribuisca a renderne migliori le manifatture.[387]
§ 8. Della opinione dell’influenza lunare.
Prima ch’io chiuda questo capo d’un altro errore mi resta a ragionare, comune a quasi tutti i rustici d’Italia, cioè della opinione che la luna abbia sensibile influenza sull’agricoltura. Le lunghe e esatte osservazioni per più di quarant’anni del Sig.e La Quintinie fatte ai giar dini reali del Louvre e quanto è stato dimostrativamente scritto su questo proposito ha potuto bensì disingannare le persone colte, ma la volgare credulità sussiste. Agli occhi di chi pensa ai vantaggi della Nazione quest’errore non è sì frivolo quale egli sembra. Cagione si è questa che nella nascita de’ vermi da seta, nel piantare le viti, nel seminare i grani e in tutte le altre operazioni dell’agricoltura si trascuri di consultare i venti, la temperie, l’umidità o secchezza della stagione e i villani, sotto l’autorità del loro rispettato errore, esaminino in vece le fasi della luna e faccino spesse volte i lavori fuori di tempo. Assai minore ne viene quindi la raccolta di quello che esser potrebbe se meno si trascurassero i veri principj.
So che non può sperarsi con un proclama di sanare quest’errore del Popolo; simili ravvedimenti si fanno per gradi insensibili. Minor pericolo e stento costò allo Czar Pietro l’abolire il terribile corpo della milizia dei Sterlitz nel suo Impero di quello che gli sia costato il far radere ai Moscoviti la barba. Pur giova a chi medita sulle cose pubbliche aver delle mire per il tempo ancora lontano e spargere i semi per la raccolta da farsi dopo più lustri; e questa è la ragione per cui mi son creduto in dovere di farne parola. Se si potesse ottenere che i villani facessero sperienze su quest’influssi lunarj la guarigione sarebbe fatta, ma la opinione è così possente che vi vorrà del tempo ad indurli; sono in ciò paragonabili ai Chinesi, presso i quali è quasi affatto sconosciuta l’anatomia per la ridicola venerazione che professano ai cadaveri.
§ 9. Conclusione del capo quarto.
S’oppone dunque agl’interessi del commercio lo spirito del sistema nostro d’agricoltura; i pregiudizj e le opinioni contrarie alle leggi della fisica, la cieca venerazione per la legislazione romana, il principio rispettato di non far uso della ragion propria in ossequio dell’altrui inchiodano questa Provincia nello stato di depressione in cui si trova. La paterna mano del Monarca può molto rimediare a questa scomposta macchina, ma essa andrà da sè e costantemente al bene quando le scienze verranno a rischiararci; dalle Università cominciano le salutari e durevoli riforme: «Les connaissences rendent les hommes doux, la raison porte à l’humanité, il n’y a que les préjugés qui y fassent renoncer» Espr. des Loix, liv. XV, ch. 3.
Capo V. Dell’affitto delle gabelle e influenza di esso sul commercio.
Non ha forse vocabolo la lingua italiana che al Popolo sia più odioso di quello d’Impresaro. Naturale avversione si è questa e figlia di quell’istinto che ci fa odiare il tributo a meno che non si risguardi con que’ grandi principj riservati a pochi e così in breve spiegati da Tacito: «neque quies gentium sine armis, neque arma ine stipendiis, neque stipendia sine tributis».[388] Dall’altra parte alcuni posti in carica credono un bene l’affitto delle Regie gabelle, appoggiati sull’uso inveterato di così fare, sulla facilità di trovare soccorso nelle occorrenze del Regio Erario e soprattutto fondati sulla sperienza della diminuzione di rendita avenuta quando un anno si vollero amministrare le gabelle per Regia economia. Giovi fra queste opposte opinioni cercare la verità, ben persuasi che gl’interessi del Sovrano non possono mai essere disgiunti da quei della Nazione se non se agli occhi di chi mal li distingue, poichè la forza del Sovrano è una conseguenza della forza della Nazione e la sicurezza della Nazione è una conseguenza della forza del Sovrano.
§ 1. Esame delle ragioni per l’affitto delle gabelle.
Posto questo principio esaminiamo intimamente la questione. Impresaro vuol dire un uomo o Cambista o Mercante il quale prende in affitto dal Sovrano le regalie a un dato prezzo e per un dato tempo. Il fine che l’Impresaro si propone non è nè l’utile del Sovrano, nè il bene de’ Popoli, ma bensì il proprio arrichimento; dunque ei non può avere eguale zelo per la salvezza pubblica e per l’utile Regio di quello che ne avrebbe un Ministro soldato dal Principe per diriggere in sua vece.
L’Impresaro, come si è detto, o Cambista o Mercante o in qualunque altra guisa, non d’altro occupato che della propria immediata fortuna, non ha per lo più meditato sulla economia politica, nè pensato al miglior metodo per distribuire e riscuotere il tributo; nè può sospettarsi che il nome che acquista d’impresaro lo rischiari in questa materia a segno che non lo possa essere assai più un Ministro delegato dal Sovrano che siasi meritato l’onore di questa confidenza con conosciuta probità e conosciuti studj.
L’Impresaro non sta esso in persona alle porte ed alle avenute per dove passano le merci soggette al tributo, ma bensì dirigge e sceglie i subordinati suoi per quest’officio; tutto ciò prova bensì che vi vuole chi dirigga i Gabellieri e pressieda alla percezzione del tributo, ma non prova che il direttore debba chiamarsi Impresaro.
La facilità di trovare soccorsi nelle urgenze della Regia Camera per mezzo degl’Impresarj pare una ragione in loro favore; ma questo altro non prova se non che l’ipoteca de’ Regi fondi da essi amministrati dà loro credito e questo credito, appoggiato al fondo, non alla persona, l’avrebbe la Camera se conservasse i fondi in propria mano. Ognuno sa a quanto cari interessi, di più del venti per cento, abbino dovuto cercare i capitali anche gli attuali Impresarj al bel principio per somministrarlo alla Camera; e sa ognuno come in pochi anni stabilischino gl’Impresarj le loro fortune, testimonio ne sono le principali nuove famiglie di Milano. Cattiva politica sarebbe quella d’un privato il quale lasciasse i suoi fondi in balìa d’un Agente colla speranza di ritrovare del contante a interesse dal suo Agente medesimo.
La sperienza fatta[389] di far andare per economia Regia le gabelle, riuscita con perdita del Regio Erario, prova che lasciandole abbandonate a un consesso di Giureperiti, occupati giornalmente a decidere secondo il dritto le pubbliche e private dispute che insorgono sui feudi, sulle acque, sull’annona, sul tributo e simili come appunto è il Magistrato, le gabelle non possono ben dirigersi.
L’autorità de’ più accreditati Autori sul punto dell’affitto delle gabelle è ben diversa dall’opinione di chi pretende che sieno un bene poichè apertamente dice D. Girolamo Ustariz: «allorchè ho detto che conveniva amministrar le gabelle per Regia economia quand’anche dovessero elleno fruttar meno, l’ho fatto unicamente per dimostrare l’importanza di questa massima: giammai non ho temuto che la loro rendita realmente fosse per diminuire, confidate che fossero a Ministri zelanti ed abili. Dieci anni di sperienza ci provano nella Spagna che colla Regia amministrazione fruttano molto di più».[390] Il Barone di Bielfeld nelle Instituzioni politiche, tom. I, cap. XII, § 28, si dichiara pure del sentimento contrario all’affitto delle gabelle, ma giovi per tutti il testimonio dell’immortale Presidente Montesquieu, di cui eccone le parole: «La Regia amministrazione delle gabelle è l’amministrazione d’un buon Padre di famiglia che regola da se medesimo con sistema e con ordine le proprie entrate; colla Regia amministrazione può il Sovrano accellerare o ritardare il pagamento de’ tributi a misura de’ bisogni suoi e de’ Popoli; così egli solleva lo Stato da’ profitti immensi degl’Impresarj i quali sanno impoverirlo con infinite maniere; così risparmia al Popolo lo spettacolo delle fortune violente che lo affliggono; così il denaro passa per poche mani e dal Suddito va immediatamente al Sovrano, d’onde più prontamente ritorna al Suddito; così risparmiansi infinite cattive leggi che l’avarizia o l’importunità degl’Impresarj sa far promulgare, mostrando un utile attuale e nascondendo gli effetti funesti che ne verranno. In somma come chi ha il denaro in mano si fa padrone di chi lo ricerca, così l’Impresaro diventa dispotico del Sovrano medesimo e benchè non sia Legislatore obbliga il Sovrano a promulgare le leggi che vuole».[391]
§ 2. Quai effetti risenta il Regio Erario affittando le gabelle.
L’interesse del Sovrano è di conservare il proprio fondo, l’interesse dell’Impresaro è di ricavarne quanto più può nel tempo limitato per cui lo tiene in affitto: questi due interessi per loro natura sono in una continua opposizione e l’Impresaro ha in mano i più potenti mezzi per dar peso alle sue ragioni; dal che ne vengono le vessazioni de’ Popoli, lo scoraggimento della mercatura e del lavoro delle terre, l’evasione de’ Sudditi, la rovina del commercio e della Nazione e con essa il deperimento delle Regie Entrate. Mali son questi i quali non s’avvanzano con progressione tanto veloce da interessar l’Impresaro, ma gli effetti si provano dal Sovrano colla diminuzione che poi deve farsi dell’affitto.
In fatti se diasi un’occhiata agli affitti della Mercanzia del principio dello scorso secolo, quali ce li danno pubblicati il Tridi ed il Somaglia, troviamo che negli anni 1619, 1620 e 1621 la rendita di questa gabella era di annue lire due milioni e cento due mila seicento venti (2.102.620), il che, considerando la lira come era allora per due undecime parti del filippo, importa filippi trecento ottanta due mila e ducento novanta quattro crescenti (382.294); la medesima gabella è affittata al dì d’oggi in annue lire un milione quattrocento quaranta quattro mila e ducento sessanta sette (1.444.267) e le lire odierne rappresentano due quindecesime parti del filippo, il che importa filippi cento novanta due mila cinquecento sessanta nove (192.569). Dunque la Gabella della Mercanzia è affittata presentemente filippi cento ottanta nove mila e settecento venticinque (189.725) meno di quello lo fosse nel secolo passato. Dunque il Regio fondo è deteriorato di lire annue un milione e quattrocento ventidue mila novecento trenta sette (1.422.937), il che significa circa della metà.
Avrei attribuito totalmente questa diminuzione della Regia entrata agli smembramenti fatti a questo Stato, se le consulte de’ Corpi pubblici non mi convincessero del contrario; così vedo nella consulta della Congregazione dello Stato del 1713 21 gennaro diretta al Senato, quando cioè il Novarese, il Tortonese, il Vigevanasco e l’oltrepò Pavese non erano per anco smembrati: «experimento res con stat ex libris Regiæ Cameræ, quod hodie post multa incrementa tantum non afferant datia quantum olim cum essent in primæva eorum moderata institutione. Quo enim magis excrevit datiorum moles eo decrevit mercimonii usus et populi frequentia», così pure nella consulta al Governatore della Giunta Urbana del Mercimonio del 1715 1 aprile leggesi: «In oggi poi prendendosi la prova dell’Impresa corrente … viene questa ad essere affittata sessanta mila annue lire meno di quello importava l’affitto dell’antecedente Impresa», il che conforme è ancora a quanto stampò il Somaglia verso la metà dello scorso secolo:[392] «pertanto se la Regia Camera farà bene il conto troverà che con questi repplicati accrescimenti non raccoglie l’utile che per l’adietro raccoglieva come chiaramente dimostrasi nel Trattato de’ Regi Dazj e la lunga sperienza ha insegnato».
Chiaro egli è adunque che, indipendentemente dallo smembramento, le rendite della gabella della Mercanzia dacchè si affittano sono diminuite; nè è facile il calcolarne la vera diminuzione a chi ricerchi una precisione geometrica,[393] pure qualunque ella siasi ella è molto sensibile pel Regio fondo medesimo. Che se ai tempi nostri ci piaccia di volgere il pensiero troveremo una lunga serie di artigiani anche a’ dì nostri oppressi e fuggiti da questo Stato per le vessazioni degl’Impresarj, e particolarmente quelli che campavano sulla costruzione delle carrozze, ora ricoverati sul Veronese e Parmigiano e quei che vivevano per la manifattura del cioccolatte, stabiliti sugli Stati del Re di Sardegna e nel Genovese.
Un fatto di pubblica notorietà giovi per tutti. Le merci degli Svizzeri e di buona parte dell’Impero attraversavano da tempo immemorabile il Milanese per portarsi a Genova, indi distribuirsi pel Mediterraneo. Panni, tele, mussoline, nastri, quincaglierie e simili mercanzie in gran copia facevano la strada di Chiavenna, Como, Milano, Pavia, Voghera, indi Tortona e Genova e per tutta questa strada lasciavano una raguardevole somma di contante per l’alloggio, vitto ec. Basti dire che per le sole gabelle di transito seimila (6.000) annui zecchini ne riscuoteva l’Impresaro. La compagnia presente dell’Impresa sei o sette anni sono prese il mal partito di pretendere dai Condottieri maggior rigore di gabelle; questa minaccia disgustò i Condottieri, cercarono di sottrarsene e il Re di Sardegna non risparmiò spesa e prontezza per adattargli una nuova strada, la quale è riuscita più comoda e breve dell’antica; così al dì d’oggi le merci vanno da Belinzona ad Arona, attraversando il Novarese e la Lumellina, indi per Tortona e Novi passano a Genova. Così il Milanese ha perduto un capo d’annua introduzione di varie migliaja di zecchini e il fondo della regalia è deteriorato per sempre di sei mila annui zecchini, oltre il sale, tabacco ed altri generi che in questo passaggio si consumavano. Tali effetti funesti devono nascere quando gl’interessi delle Regie Entrate si confidino in proprietà di chi non deve goderli che per pochi anni.
§ 3. Quai effetti risenta lo Stato per l’affitto delle gabelle.
Da conti fatti consta che la Compagnia che ora ha in affitto la Regia Ferma in nove anni ha diviso di utile tre milioni e cinquecento mila (3.500.000) lire, il che importa quasi quattrocento mila (400.000) annue lire di guadagno, ossia in questa locazione tre milioni e mezzo hanno pagato questi Popoli di tributo più di quello ne abbia ricevuto il Regio Erario; e qui notar si deve che somme non piccole hanno di più speso gl’Impresarj e in pagamento degli enormi interessi de’ debiti contratti al principio e per sostenere in diverse occasioni le pretensioni loro, il che accresce di molto la somma del di più pagato da questi Sudditi.
Ma quest’annua somma di lire per lo meno quattrocento mila (400.000) esce dallo Stato essendo gl’Impresarj forestieri; e con ciò viene l’Impresa per se medesima nello Stato presente delle cose nostre ad essere un perenne capo di commercio passivo per noi.
S’è veduto al capo terzo § 2 di questa seconda parte di quale importanza sia il fissare con sodi principj e mantenere in rigoroso vigore le tariffe ossia il Dato della Mercanzia; ora sin che s’affitti l’Impresa della Mercanzia non è possibile il mantenerlo in osservanza. Gl’Impresari ribassano spesse volte il dritto delle tariffe e fanno speciali convenzioni co’ mercanti sotto nome di accordi; l’interesse dell’Impresaro lo suggerisce perchè così, facilitando l’introduzione d’una data merce sulla maggior quantità di essa, guadagna più che non avrebbe fatto stando al rigore; di più, al fine dell’affitto con maggiore facilità allarga la mano per raccogliere quanto più può, onde alla nuova locazione si ritrovano pieni i fondachi e diminuita la rendita delle gabelle. Questo è propriamente un universale saccheggio del Regio fondo e la connivenza degli accordi è un costante rovesciamento del buon ordine delle tariffe, che rende inefficace ogni direzione che voglia porsi in favore d’una manifattura. Un vizio si è questo inerente all’affitto delle gabelle, poichè duro sarebbe il condannare l’Impresaro perchè in cosa di suo interesse usi indulgenza, e difficile la prova per i patti secreti e le cento strade che sono all’Impresaro aperte per deludere la proibizione quand’anche si facesse.
§ 4. Quai sieno gli usi delle altre Nazioni nella amministrazione delle gabelle.
Il regno de’ Fermieri è riposto nella Francia. Noto è abbastanza nella storia di questo secolo a quale enorme stato di debiti fossero ridotte le finanze di quel Regno quando il Duca Reggente ne ricevette il governo,[394] nota è pure l’attuale strettezza delle finanze di quella Nazione la quale e per le colonnie e per la natura del suo commercio e per la posizione e per il numero e industria degli abitanti e per il clima potrebbe essere la più doviziosa d’Europa. Altro non declamano gli scrittori francesi che contro le Ferme a segno che per rimediare ai sommi mali ne’ quali la Francia è involta si crede che basti togliere dalla lingua francese la voce Fermier.[395]
La Spagna e quasi tutti gli Stati del Nord sono o rinvenuti o preservati dal sistema d’affittar la gabelle. Nel Regno d’Inghilterra sconosciuto è il nome d’Impresaro,[396] e il Re di Sardegna ne’ suoi Stati per Regia amministrazione governa tutte le regalie e molti Milanesi ora suoi Sudditi per i beni che possedono nelle Provincie a lui cedute sanno quanto siensi sollevati perdendo il giogo degl’Impresarj senza che il Regio Erario Sardo ne abbia punto discapitato. Ma inutili sono sì fatti esempj per noi che potiamo citare quello dell’Augustissima Sovrana nostra, la quale ne’ Stati suoi Ereditarj percepisce tutte le regalie con propria economia.
Fausto augurio si è questo per la Lombardia, la quale, sebbene distaccata trovisi dal continente de’ vasti Dominj ereditarj, ha pur ragione di sperare d’essere posta nel sistema medesimo in cui lo sono gli altri numerosi Popoli che con essa hanno la felicità d’ubbidire all’immortale Sovrana. Sotto il felice suo Regno s’è dissipata la nebbia sulla distribuzione del tributo per cui tanti inutili ricorsi s’erano dati da più d’un secolo; sotto il felice suo Regno s’è stabilito un ordine nelle finanze della Lombardia; epoche sono queste degne delle benedizioni nostre e de’ posteri; altro non resta a ridar la vita a questo Stato che il mettere ordine al commercio e redimere la Provincia dalle mani degl’Impresari e stabilirvi quel sistema che è il sangue e l’anima del Corpo politico.
So che se tra noi vi fossero ministri occupati dalla ingordigia propria, non dal zelo per il Sovrano che gli ha eletti e dall’amore della Nazione che gli è confidata, se tai Ministri dico vi fossero declamerebbero in favor dell’Impresa, potendo sperare dall’Impresaro delle ricompense in pagamento della connivenza in lasciargli usurpare i dritti del Sovrano e della Nazione: ma tali indegni uomini non si può credere che vi sieno e promettere ci potiamo che qualora, tolto il giogo della Impresa, non vi sarà più questo insuperabile ostacolo fra il Sovrano e i Popoli, tutte le voci s’uniranno a celebrare il più utile e sospirato dono della Sovrana Augusta beneficenza.
§ 5. Conclusione della seconda parte.
Ed ecco alla fine scoperto quel veleno nascosto che infetta ogni buona parziale riforma nel commercio. Si tolgono con Sovrana Providenza le gabelle perniciose al commercio e il commercio non risorge; s’invitano forestieri e nazionali a piantare manifatture, si danno ad essi capitali dalla mano benefica del Principe, nè si vedono prosperare tutte costantemente, in breve languiscono e finalmente s’estinguono. Il male sta nelle leggi, nella forma d’amministrarle, nelle massime ereditate, in una parola il male è intrinseco al nostro sistema. Sin che al Sovrano sarà ignota la vera forza fisica del nostro commercio, sin che i commercianti non troveranno pronta e sommaria ragione nelle loro liti, sin che per legge saranno avviliti, sin che potrassi impunemente fallire, sin che la direzione del commercio sarà divisa e confidata a dipartimenti gelosi reciprocamente, sin che le tariffe non saranno ben costrutte, pubblicate e poste in osservanza e le monete regolate secondo la verità, sin che si metteranno ostacoli al commercio delle derrate ed alla coltura delle materie prime più importanti, sin che la Nazione sarà in affitto all’interesse degl’Impresarj non risorgerà mai dallo stato di decadenza in cui si trova. Ecco svelato quel tarlo che nascostamente sin ora ha corrosi tutti i lavori nostri, tarlo venutoci collo scompagginamento arbitrario fatto a poco a poco alle antiche patrie nostre leggi, sotto la tutela delle quali fu questa Provincia delle più opulente e felici d’Europa. Maraviglia dunque non è se nelle sette volte nelle quali s’è pensato a ristabilire il commercio del Milanese, non essendosi mai esaminata nè la storia politica nazionale, nè il sistema attuale per i suoi principj, non si sia mai nè conosciuta la natura del male nè in conseguenza applicato rimedio che abbia prodotto costante giovamento.
§ 6. Vista generale.
S’io dovessi con una allegoria rappresentare lo Stato in cui si trova la Lombardia relativamente al commercio così direi.
Possedevano i miei Antenati in mezzo ad una deliziosa campagna un fecondo ed ameno lago non so se fatto dall’arte degli uomini ovvero per il natural pendio dell’acque che ivi le portasse a radunarsi. Abondante era in esso la pescagione, amena la vista, l’aria salubre; di più serviva ad irrigare le campagne vicine e a raddoppiare la loro fecondità.
Si mantenne questa opulente delizia sintanto che i Padroni, soggiornando in questo Paese, poterono di tempo in tempo visitarlo e riparare immediatamente i danni co’ quali il moto universale della natura distrugge le opere sue medesime.
Le circostanze de’ tempi cambiarono. Restò la campagna abbandonata alla direzione degli Agenti mentre i Padroni vivevano in lon tan Paese. Il vento sradicò alcune piante e le gettò nel lago, non si pensò a ritirarle, cominciarono ad infrancidirsi ed a corrompere la limpidezza dell’acqua. Varie case fabbricate alle sponde diroccaronvi dentro, ne alzarono il fondo, sbordò l’acqua, se ne diminuì la quantità e gl’indolenti Custodi non vi posero mano. Così l’acqua che prima entrava nel lago perdette il suo livello e sviandosi poco a poco andò a innaffiare altri campi vicini.
I vicini più accorti de’ miei Antenati resero più libero e facile il passaggio a quest’acqua fecondatrice, l’accolsero ed accrebbero la fertilità de’ loro fondi. In due secoli d’indolenza nella mia famiglia e d’industria ne’ vicini sono giunte le cose a stato che quasi si dubita se anticamente vi fosse il lago quale ci viene descritto, non rimanendoci al luogo di esso che varie irregolari paludi sparse di rottami, piene d’alga e d’insetti non buone ad altro che a rendere l’aria contagiosa e sterile il contorno.
Sette volte si è ripreso il discorso di ristabilire quest’antica delizia: si sono levati alcuni fracidi legni che si trovarono nel fondo, ma questa operazione non bastò a dare maggior pendenza all’acqua cosic chè venisse anzi a noi che a’ vicini. Si comperò a denaro contante una piccola quantità d’acqua e si ripose in una vasca vicina alla palude; speravasi di conservarla limpida e pura, ma l’aria corrotta dalla vicina pozzanghera la guastò ben presto. Molto si scrisse, molto si propose, ma siccome è costume fra di noi che i Medici regolino le acque, così non s’è mai proposto il rimedio adattato al bisogno.
Altri pretendono che si cominci a cercar l’acqua dai vicini e siccome i vicini non vogliono darcela, danno per disperato il caso; altri son di parere di custodire alcune piccole vaschette isolate, le quali si vedono ben presto imputridire per la cattiva influenza dell’acque vicine. Varj discorsi si fanno e sin ora non v’è stato chi abbia proposto di ripulire il fondo, di livellarlo e dar pendenza all’acqua togliendo gli ostacoli che hanno cagionato il fatale cambiamento.
Questo ripulimento e questa livellazione passiamo ad esaminarla nella terza parte concludendo questa seconda col detto del Sig.e Mirabeau: «Sommes nous bien? En ce cas il est dangereux de changer de forme; mais si tandis que la misere ronge le peuple de toutes parts, le fisc se trouve chaque jour plus oberé, le changement d’état bien loin d’être à craindre est la chose la plus desirable et la plus indispensable», Théorie de l’impôt, pag. 358.
PARTE III.
CON QUAI MEZZI POTREBBE RISTORARSI L’ABBATTUTO COMMERCIO DI MILANO
Introduzione
Sembra che il più degli uomini col solo uso della parola abbino ottenuto il diritto di ben ragionare del commercio, dei tributi e della moneta, sebbene poche materie vi sieno sulle quali intendino meno e gli altri e se medesimi quanto coteste. Quindi stabiliti trovansi nella comune opinione de’ canoni poco conformi a quello spirito di luce sparso ormai generalmente in Europa, e tale è certamente questo: che le meditazioni e ragionamenti sul commercio a nulla giovano, ma l’effettivo contante solo può farlo risorgere. I privati suggerimenti d’un Cittadino non hanno per sè soli immediata influenza sul destino d’una Provincia, ma sono pure essi altrettanti semi gettati sul suolo, i quali, a misura che i giorni sono più o meno chiari, con maggiore o minore dificoltà, si schiudono e quand’anche abbino una intrinseca sterilità danno occasione a formarne de’ buoni, onde per gradi si giunge alla scoperta delle verità; così la Francia s’è liberata dalle vessazioni della taglia arbitraria: ne è debitrice alle benefiche opere dell’Abate di San Pietro, le quali, lui vivente, altro più onorato titolo non ottennero che quello di «Sogni d’un buon Cittadino». Il commercio poi produce le ricchezze, non già le ricchezze producono il commercio; nessuna Nazione delle più commercianti ha mai cominciato con grandiosi capitali, che anzi la copia del denaro incarendo il vitto e le manifatture è un ostacolo all’utile commercio non che esservi di giovamento.[397] Quei che non sanno chiedere altri soccorsi che l’oro diverrebbero ben incerti di lor medesimi, se potesse il Sovrano confidare ad essi per prova il suo Erario a condizione che migliorassero il commercio della Nazione, e vedrebbonsi rinnovati in uno colla innetta domanda anche gli effetti che gli antichi adombrarono sotto la favola del Re Mida.
Da questo fonte deriva l’universale noncuranza e disistima in cui sono fra di noi le scienze economiche; e, come è assai più facile disprezzare un genere di cognizioni che l’acquistarle, molti vi sono che non dubitano di registrare fralle inutili coteste, che pur determinano il destino della miseria o della felicità d’uno Stato. Ne è avenuto quindi che alcuno non sia sin ora comparso in questa Provincia che alle pubbliche materie consacrandosi abbia dato in luce qualche ragionevole suggerimento in vantaggio di essa, opponendosi a ciò l’universale caligine del mistero e mancando non solo i stimoli della speranza de’ pubblichi impieghi, ma persino la stima degli uomini, la quale è pure un premio de’ più efficaci e de’ meno onerosi ad uno Stato;[398] quindi i giovani dottati di chiarezza di mente, di candor d’animo e di contenzione d’ingegno, qualità che d’un buon cittadino possono formarne un buon politico, o hanno dovuto, seguendo la corrente, gettarsi alla giurisprudenza forense, unica strada per ottenere impieghi e considerazione, ovvero hanno scelta la innocente e inoperosa vita de’ semplici cittadini, giacchè l’opinione e il costume pubblico fanno piegare e vincono quasi sempre l’animo d’un solo.[399] Et patrum invalidi referent jejunia nati.
Ovunque sieno uomini ivi può fiorire il commercio, soltanto che venga eccitata a dovere e diretta l’industria loro. Ma per conoscere come ciò si ottenga molte meditazioni vi si richiedono sull’indole del commercio, su i primi mobili del cuore umano, su i sistemi e le leggi sì del proprio paese che dell’estere Nazioni, molte cognizioni della storia naturale e delle manifatture e sopra tutto una costante e fredda disposizione della mente di rinunciare a qualunque opinione per radicata ch’ella sia, tosto che ad evidenza se ne dimostri la falsità: disposizione che ognuno degli uomini vanta di possedere e che pur pochi possedono, la quale sola basterebbe a formar l’uomo veramente onesto, giacchè è una verità dimostrabile che l’interesse privato d’ognuno è d’esser tale.
Se con tali ajuti venga riscosso l’intorpidito germe dell’industria in questi Popoli, sebbene non sia sperabile il riascendere al colmo dell’antica prosperità che abbiam veduta al principio di quest’opera, e ciò per lo cambiamento avenuto nelle universali circostanze delle Nazioni, sarà però non solamente possibile, ma un necessario immancabile avenimento la più animata coltivazion delle terre, lo stabilimento delle manifatture, l’accrescimento delle ricchezze e quello che più di esse importa: l’accrescimento della popolazione. Vedremo accresciute le nozze de’ Sudditi accrescendosi i mezzi per guadagnarsi il vitto; vedremo gli Artisti e gli Operaj d’altri Stati correre a naturalizzarsi fra di noi a misura che sarà più sicuro e dolce il nido per essi, e così acquisterà la Sovrana Augustissima nuovi sudditi e nuova forza alla Corona[400] ed alla Provincia essendo, come altra volta accennammo, il numero de’ sudditi la vera misura della potenza de’ Principati.[401]
Ma prima ch’io venga a proporre i rimedj, unico scopo per il quale un buon Cittadino scopre i mali della Patria, devo ancora premettere che sin ora sono stato diretto nel mio lavoro dai fatti ed ora quest’ajuto mi manca, nè lascerò io di dire che temo che la mia ragion sola, destituta d’esempj e di mezzi, sia per corrispondere all’importanza del soggetto ed al mio desiderio. Se avessi potuto aver fralle mani le instituzioni e le leggi che l’Augustissima Sovrana ha fissate per il commercio ne’ Stati di Germania andrei con passo più sicuro; tuttavia, poichè questo non m’è riuscito, io prenderò per guida i disordini sin ora osservati e le leggi antiche di questo Stato, cercando di trarre dalla natura de’ disordini medesimi la meno tumultuosa riforma, la più semplice e la più addattata alle antiche leggi che sia possibile.
Come possa regolarsi il nostro commercio.
Il numeroso e ricco corpo de’ Commercianti rinchiudeva ne’ tempi dell’antico splendore fra di noi i più rigguardevoli e nobili Cittadini, i quali vivevano esenti da molta parte di carichi, erano giudicati con leggi proprie, sottratti nelle cause di commercio dalle giurisdizioni ordinarie e sottoposti quanto ad esse ai soli Abati e Consoli che fra di loro si eleggevano, cioè a dire formavano essi un Corpo separato talmente dal restante de’ Cittadini che, mentre gli uni erano Sudditi d’un Monarca, gli altri di fatto potevano risguardarsi come membri d’una piccola repubblica tributaria e protetta dai Duchi; ne aveniva quindi che, sì per la naturale sua robustezza quanto ancora per una sorte di spirito repubblicano, questo vasto Corpo da se medesimo potea reggersi ed avvanzare nel bene senza che i ministri del Sovrano pensassero a diriggerlo.
Devastato che fu per le fatalità che si sono vedute il buon sistema, nacque il bisogno che il Sovrano deputasse persone particolarmente destinate a porvi ordine; infatti e nello scorso secolo[402] e nel secolo presente[403] i Corpi pubblici e i Tribunali richiesero più volte una stabile deputazione sul commercio e, come abbiam veduto, varie Giunte si instituirono per autorità della Città, altre di Regi Ministri, ma poco o nessun utile portarono esse al commercio, poichè le Giunte Regie si composero di Giurisperiti stranieri affatto in questo regno e continuamente distratti dai principali doveri de’ loro Tribunali, cosicchè il commercio fu confidato ad essi come un’occupazione secondaria; e le Giunte civiche erano per lor natura destituite d’autorità bastante, nè è facile trovare una devozione al ben pubblico sì perfetta che senza risarcimento vi si sacrifichino tutti gl’interessi e i piaceri della vita per lasciarsi assorbire da una spinosissima incombenza che dapprincipio massimamente richiede tutto l’uomo. Questo è il terzo anno dacchè io, sciolto da ogni domestica e pubblica occupazione, con assiduità quasi non interrotta sto occupato per raccogliere i fatti e superare le lunghe e nojose difficoltà che m’impedivano di veder chiaro gl’interessi di questa Provincia, nè la costanza che mi vi ha condotto è una passione delle più comuni agli uomini.
La Deputazione stabile sul commercio non è dunque mai stata eseguita a dovere; e perchè lo sia conviene formarla di Ministri autorizzati dal Sovrano, provveduti de’ lumi che corrispondino all’instituto, consacrati principalmente al commercio e ricompensati delle loro fatiche.
Pare a primo aspetto difficile il trovar mezzi per supplire a questa fondazione nelle attuali circostanze del Regio Erario, ma se si ponga mente a quanto si è veduto nel capo ultimo della seconda parte v’è il fondo per pagare questa instituzione, accrescendo il Regio Erario e beneficando tutta la Nazione. Egli è di pubblica notorietà che più di treccento mila annue lire dividono fra di loro di puro utile i presentanei Fermieri generali. Una Camera di Commercio, composta di zelanti ministri proveduti di cognizioni delle scienze economiche più che non lo sono gl’Impresarj, deve regolare queste gabelle in guisa che rendano proporzionatamente di più; ciò è tanto più evidente quanto che non farà bisogno al nuovo consesso de’ Regi Ministri lo spendere in offici clandestini le somme che gl’Impresarj hanno spese.
Pure, dove si tratti d’assicurar la base su cui fondare un utile e stabile edificio, non v’è precauzione che possa dirsi superflua; perciò mio parere è che prendansi da più parti le notizie meno sospette e interessate che sia possibile de’ veri guadagni che annualmente fanno gli attuali Fermieri sulle Ferme, e da ciò prendasi norma per fissare con una sicura operazione i soldi a’ nuovi Ministri.
Questa Camera di Commercio può e deve portare rimedio a tutti i mali che abbiamo osservati, ma tutti i beneficj nostri possono portarsi ad un tratto ed è un beneficio quest’istesso il ritrovare il metodo col quale devono farsi. Passiamo ad esaminarlo.
La principale incombenza della Camera di Commercio sarà nel primo anno l’amministrazione delle Ferme per Regia economia; quest’incarico per la novità e vastità al bel principio richiede tutta l’occupazione de’ nuovi Ministri come è accaduto sempre ne’ nuovi Fermieri, sebbene coll’uso poscia restino di molto diminuite le sollecitudini. Con questa prima operazione oltre l’utile che Sua Maestà farà al Regio Erario ed alla Provincia, di che s’è parlato a suo luogo, la Clementissima Sovrana ecciterà le acclamazioni di tutti questi suoi fedelissimi Popoli i quali gemono sotto il giogo degl’Impresarj e si farà luogo a beneficare tanti Sudditi ed attaccarli al Reale suo servigio quanti ora sono i numerosi subalterni salariati dagl’Impresarj. L’Impresa del sale e quella del tabacco passeranno in amministrazione unitamente a quella della Mercanzia nelle mani della Camera di Commercio giacchè questo sarà il solo Corpo che fra di noi per instituto attendendo al commercio ed alle finanze, scienze tanto strettamente unite, sia anche in caso di meglio amministrarle. Sarà dunque la Camera di Commercio per rapporto all’entrata camerale in luogo e stato degli aboliti Fermieri.
Passato il primo anno, essendosi la Camera di Commercio resa famigliare coll’uso, l’amministrazione delle Ferme deve stabilire un metodo di registrare le merci e compillare e pubblicare una ragionevole tariffa ossia Dato della Mercanzia. Quanto al metodo di registrare, ella è cosa facilissima il riformarlo e di nessun aggravio, bastando l’obbligare gli Scrittori che stanno ai passaggi di registrare su un libro le merci che escono e su un altro quelle che entrano e, invece di scriverne una sotto l’altra come il solo azardo fa che si presentino, scriverle divise in classi e sotto quelle classi medesime nelle quali le ho io divise nel bilancio: cioè l’uscita delle merci in sei classi e l’entrata in dodici. In questa guisa potrassi con una breve e sicura operazione fare in fine d’ogni anno una tabella del bilancio del nostro commercio, con che da qui innanzi potrà sapere e il Sovrano e i suoi Ministri quai progressi vadano facendo gl’interessi di questo Stato e qual sia la parte dove faccia bisogno rivolgere le più sollecite attenzioni. Quanto poi al Dato della Mercanzia dovrà aversi di mira d’aggravare la gabella delle merci forestiere di lusso, e a proporzione sollevare quelle che sono d’uso della Plebe; aggraveransi pure le merci che sono in concorrenza colle fabbriche nostre interne, e solleveransi a preferenza le manifatture de’ Stati soggetti all’Augusta Sovrana secondo i principj spiegati al capo secondo della seconda parte; e sarebbe pure da desiderarsi che quella fraternità che è stata benignamente proposta anzi ordinata prima sotto il Regno dell’Augusto Carlo VI, poscia sotto il felicissimo Regno presente, potesse in questa occasione stabilirsi, cosicchè gli Stati Ereditarj e la Lombardia proteggessero reciprocamente le loro manifatture alleggerendo nelle tariffe in favore vicendevole le gabelle. Compillato che sia il Dato della Mercanzia dovrà rendersi immediatamente pubblico, cosicchè sappia ognuno sotto qual legge vive e quali sieno i debiti e diritti che i sudditi hanno verso le gabelle. E quando in avenire gl’interessi del commercio esiggeranno di aggravare o sollevare qualche genere di merci a misura de’ cambiamenti che succederanno o nell’interno dello Stato, o ne’ paesi commercianti con noi, queste medesime mutazioni si pubblichino immediatamente, nè possi esiggersene l’osservanza prima che sieno pubblicate.
Nel terzo anno, restando coi metodi già stabiliti di molto più facile l’amministrazione delle Ferme, dovrà la Camera di Commercio consacrarsi di proposito alla costruzione d’un Codice Mercantile breve, preciso e chiaro e scritto in lingua volgare. Lo scopo di esso sarà ristabilire interamente l’antica giurisdizion consolare negli affari di commercio e il prevenire ogni cavillazione, lunghezza e tirannia nel commercio, come pure di spegnere lo spirito litigioso delle diverse Università e togliere in ogni modo ad esse la funesta libertà di rovinarsi co’ debiti. Darò in seguito un saggio di questa legislazione; per ora stabilisco soltanto che devonsi avere di mira gli antichi statuti nostri e rinnovarli quanto le circostanze de’ tempi lo permettono, devonsi avere di mira i saggi regolamenti che l’Augustissima Sovrana ha pubblicati ne’ suoi Stati Ereditarj e conformarvisi quanto è possibile nelle nostre circostanze.
Sarebbe una operazione troppo turbolenta l’abolire i Corpi delle Università, tanto più quanto che esse sono tributarie del Banco di S. Ambrogio, al quale non conviene al Sovrano stendere la mano nemmeno indirettamente se non ha in pronto un grandioso capitale; quindi nel codice mercantile dovransi registrare quelle leggi delle Università che si troveranno conformi alla retta ragione ed al ben pubblico, restando abolite tutte le non registrate, e fissando con equità il metodo dell’interna economia di esse Università, onde resti impedita in avenire la dilapidazione delle loro sostanze e la tirannica oppressione ai giovani ed ai forestieri che ricercano d’essere ammessi in queste società mercantili. Il cardine di questo cambiamento sarà il proscrivere i Curiali sotto qualunque pretesto dall’immischiarvisi. Prima però di stabilire alcuna legge sarà bene il fare spesse adunanze de’ Commercianti e proporle ad essi, ascoltando le loro occorrenze e i suggerimenti loro, sempre però sottoponendoli al criterio dell’esame con una giusta e costante diffidenza.
La Camera di Commercio avrà dunque la facoltà legislatrice per rapporto al commercio, ma il codice e le tariffe sono di tale importanza che non dovranno aver forza di leggi nè promulgarsi che riconosciuti e confermati che sieno da Sua Maestà. Non potrà la Camera in avenire derogare in nulla al codice, ma dovrà consultare il Sovrano; bensì resterà la facoltà in avenire alla Camera di pubblicare i parziali cambiamenti alle tariffe che ogni anno le circostanze potranno richiedere.
La Camera di Commercio avrà la facoltà direttrice di tutti i Commercianti, sieno uniti in Corpi, sieno di fabbriche esistenti da sè; nè potrassi accettare verun progetto o sulle monete o sul commercio senza consultare la Camera del Commercio e trasmettere alla Imperial Corte unitamente al progetto la di lei consulta. Quanto poi all’attuale bisogno delle monete, sarà sua cura di construire una tariffa in cui venga tolto ogni arbitrio nelle monete d’oro e d’argento, ma considerandosi come semplici metalli venghino esse bilanciate coll’attuale proporzione che si dà alle paste nel nostro commercio, e, qualora i saggi pubblicati non sembrino bastantemente sicuri, se ne formino de’ nuovi con ogni attenzione, indi si formi la legge monetaria la quale autorizzata coll’autorità del governo porrà una volta fine al disordine delle monete che da più d’un secolo e mezzo sconvolge questa Provincia.
La facoltà direttrice della Camera di Commercio consisterà principalmente nel vegliare acciò le buone leggi stabilite non si trasgredischino, acciò i lavori si faccino giusta le ordinazioni inserite nel codice e per la tessitura e per la tintura de’ panni e stoffe, essendo di somma importanza che venghino fabbricate con certe leggi, onde ognuno sappia come sieno tessute e tinte, ed essendo pure importantissimo l’impronto della Camera ad ogni manifattura nazionale, per accreditarla come quello della moneta fa della bontà del metallo: senza di ciò non sarebbe mai sperabile che prendessero credito le nostre manifatture nemmeno nell’interno della Nazione.[404]
Dovrà invigilare la Camera di Commercio perchè le materie prime, sieno lane, sieno cotoni, sieno tinture destinate alle nuove fabbriche dello Stato, sieno veramente convertite in uso di esse, nè servano d’un pretesto ai contrabbandi.
Sarà cura della Camera di Commercio di proteggere e mantenere i diritti de’ Commercianti e di consultare il Governo quando convenga soccorrere col fondo della seta greggia qualche operajo o fabbricatore. In somma: qualunque cosa che abbia influenza col commercio o coll’amministrazione delle gabelle dovrà essere diretta col Consiglio della Camera di Commercio.
Per corrispondere a questi importanti doveri conviene fare scelta di abili ed onorati soggetti, versati nelle scienze economiche e dottati di zelo e di fermezza quale si richiede a sostenere ogni nuova introduzione, poichè, per benefica ch’ella pur sia in se medesima, non potrà mai andar esente dalle molte e forti contraddizioni che le moveranno gl’interessati ne’ disordini chi si voglion togliere.[405] Nè credo che sia possibile bastare a tante viste quando non sieno almeno quattro Consiglieri ed un Capo ossia Presidente con proporzionato numero di subalterni, nel che potrassi prendere norma dalle Camere di Commercio instituite da Sua Maestà ne’ Stati Ereditarj.
Da tutte le notizie che da diverse parti ho potuto radunare vengo assicurato come già si è detto che più di treccento mila annue lire guadagnino gli odierni Impresarj; e quando ciò si veda in effetto, ducento mila annue lire s’accreschino immediatamente al Regio Erario, settanta mila lire si assegnino all’anno per i soldi della Camera di Commercio e passi il rimanente alla cassa della seta greggia, acciocchè accresca quel fondo destinato da sua Maestà a soccorrere le manifatture. Potrebbe parere forse troppo larga la misura ch’io determino per la Camera di Commercio, ma si consideri l’ampiezza della incombenza, l’intero sacrificio del tempo, l’importanza de’ servigi che deve rendere, e sopratutto la necessità assoluta di proibire ad essa ogni altra sorte di lucro, e credo che troverassi proporzionata.
Saggio di leggi da proporsi.
I. I Ministri e gli Ufficiali della Camera di Commercio giurino su i Santi Evangeli e sul proprio onore che non accetteranno nè a titolo d’onorario, nè di regalo, nè in qualunque altra forma direttamente o indirettamente verun emolumento o servigio gratuito dai Commercianti. La pena di chi manca a questo giuramento sarà l’immediata cessazione, la quale sarà da Sua Maestà decretata senza verun riguardo anche al primo caso.
II. Sia ristabilita la giurisdizion consolare nel suo pieno e antico rigore, cosicchè gli Abati e Consoli rendino pronta e somaria giustizia in tutte le controversie che nasceranno fra Commercianti qualunque sia la somma, restando perciò rimessi in pieno vigore gli antichi statuti e proibito a qualunque Dottore o Curiale o Giudice ordinario dall’immischiarsene. L’apellazione sia presso altri delegati dalla Camera de’ Mercanti i quali rivedano la sentenza e dopo ciò sia onninamente terminata la controversia. E tutte le decisioni sieno gratis.
III. Che nel tempo, nel modo e metodo de’ giudici mercantili s’intendino perfettamente revivere gli Statuti di Milano stampati nel 1480. Si dichiara nulla ed irrita qualunque ordinazione o sentenza di Giudice o Tribunale qualunque, quando sia contraria a questa legge o s’opponga in avenire alle sentenze e giudizj degli Abati e Consoli; e i Commercianti che avranno cercato di sottraersi in cause di commercio alla giurisdizion consolare saranno puniti in pena pecuniaria di cento zecchini ogni volta da applicarsi alla Camera de’ Mercanti, ovvero in sei mesi di carcere.
IV. Ogni Università, Camera, Scuola o Badia come ha i suoi Consoli e Abati scelti dal suo Corpo medesimo, così dal medesimo suo Corpo scelga il Cancelliere o Sindaco restando proibito a verun altro, che non sia di esso Corpo e non eserciti attualmente l’arte, d’immischiarvisi.
V. Al fine d’ogni anno gli Abati, o Consoli, o sotto qualunque nome si sieno i capi delle dette Università, Scuole, Camere o Badie saranno tenuti rendere i conti della loro amministrazione a tutto il loro Corpo e la Camera di Commercio dovrà riconoscerli e approvarli ogni anno e procedere per il risarcimento contro i mali amministratori.
VI. Non sarà lecito a veruno de’ sopraddetti Corpi mercantili di fare verun debito o imprestito o spesa straordinaria se non si radunino tutti i membri di esso Corpo avvisati della cagione e non sieno a voti secreti tre parti delle quattro d’accordo di contraere questo debito o di dare il denaro della loro Comunità al tale uso; di più, acciò la determinazione sia valida, dovrà farsi alla presenza d’un Consigliere della Camera di Commercio il quale potrà consigliare, ma non potrà dare suffragio nella ballottazione.
VII. Si darà piena e intera fede ai libri de’ Commercianti in giudizio come se fossero pubblici atti rogati da Notaro, se però i libri saranno tenuti nella forma che siegue altrimenti non potranno ottenere veruna fede.
VIII. Quando un Commerciante comincia un nuovo libro deve presentarlo all’Abate, o Console, o qualunque sia il nome al capo della sua Comunità il quale scriverà il proprio nome, il giorno, il mese e l’anno in lettere e non in numeri alla sommità della pagina dove devesi cominciare a scrivere. La scrittura deve essere continuata cosicchè non resti spazio fra una partita e l’altra di inserirvene una terza. Non deve essere scritto nel margine e quando voglia terminarsi il libro deve chiudersi con la firma del capo della Università col giorno e l’anno come sopra; e ciò si faccia gratis sotto pena d’essere rimosso ed inabilitato per l’avenire all’officio.
IX. All’occasione d’un fallimento gli Abati della Camera de’ mercanti ex officio prenderanno i libri del Commerciante fallito e li sigilleranno e terranno in deposito per produrli in giudizio.
X. Il giudizio de’ fallimenti farassi nella forma seguente. Si porranno i nomi de’ componenti la Camera de’ Mercanti in un bussolo, ed ogni volta si estraeranno otto di essi, i nomi de’ quali estratti si pubblicheranno nella Camera de’ Mercanti dando 24 ore di tempo al fallito o ai creditori per ricusarne ciascuno due quando lo voglino. Allora in luogo de’ ricusati altri se ne estraeranno dal bussolo nè potransi fare ulteriori dificoltà. Radunati gli estratti in Consiglio sotto la presidenza d’un Console o Abate, si esamineranno i libri del fallito e ritrovandoli legalmente costrutti sopra di essi si porterà la sentenza se il fallito sia innocente o doloso.
XI. Prima di dare la sentenza in caso di fallimento dovranno gli estratti ad alta voce proferire un solenne giuramento di dare la loro sentenza senza parzialità e con pura inspezione della verità del fatto. I voti si raccoglieranno per ballottazione secreta e ad ogni sentenza di fallimento dovrà intervenire un Consigliere della Camera di Commercio, il quale però non potrà mai avere suffraggio, nè dare voto consultivo in cause simili, ma bensì invigilare alla esatta osservazione degli ordini come assistente Regio.
XII. Quando il fallito sia dichiarato innocente, s’egli avrà industria, si consultino dalla Camera di Commercio i mezzi per soccorrerlo e rimetterlo se si può anche con sovvenzioni del fondo della seta greggia destinato al commercio.
XIII. Quando il fallito sia dichiarato doloso si rimetta in vigore l’editto del Duca Galeazzo Maria Sforza del 1473 12 febbraro che trovasi nel codice de’ Statuti stampati nel 1480, fol. 238, tergo, e questo delitto sia riposto fra i pubblici e decretato pena capitale senza speranza di grazia. Il reo resti abbandonato all’azione fiscale per essere secondo questa legge giudicato da tribunali di giustizia.
XIV. S’intenda irrito e surretto qualunque salvocondotto dato a un fallito doloso, sebben anche fosse segnato dalla mano del Principe e s’intenda inutile la desistenza, pace o supplica in favore di esso fatta da’ Creditori in qualsivoglia modo, dovendosi considerare il reo come violatore della fede pubblica di cui non sono vindici i suoi creditori.
XV. In caso d’assenza del fallito doloso se ne faccia per via ordinaria il processo in giustizia e sia condannato alla pena di morte in contumacia e il suo nome e la condanna affissa ai luoghi pubblici della Città.
XVI. I beni del fallito Commerciante sia mobili sieno immobili cadano immediatamente in dominio de’ creditori, i quali nominino due di essi a farne un pronto ed esatto inventario e stima, indi se li dividino egualmente pro rata del loro credito non avendo riguardo nè al tempo del credito, nè alla forma della scrittura istromentata o no, nè a verun altro privilegio e ciò in conformità dell’antico nostro statuto.[406]
XVII. Se alcuno de’ creditori con frode avrà cercato di accrescere la somma del suo credito, ovvero se un non creditore con frode avrà cercato di farsi creder tale, sieno puniti in tanta pena pecuniaria quanto è il torto che volevano fare e ciò cada in profitto de’ veri creditori e si divida su tutti essi in ragione del loro credito, come prescrivano pure gli antichi statuti.[407]
XVIII. Non sia lecito a verun Commerciante il vendere veruna merce che oltrepassi il valore di lire imperiali cinquanta se non ne riceve l’immediato pagamento, ovvero una carta d’obbligazione in cui si obblighi il debitore al pagamento nel termine di mesi sei, specificando il prezzo convenuto, la cosa comprata e il giorno, mese ed anno in lettere e non per numeri. Il Commerciante venditore che non osserverà questa legge sia punito con multa pecuniaria corrispondente all’intero valore della merce data a credenza e questa irremisibilmente s’unisca al fondo della seta greggia.
XIX. Passati sei mesi il Commerciante dovrà presentare alla Camera di Commercio la carta suddetta qualora non sia stato pagato interamente del suo credito e ciò sotto pena della multa pecuniaria d’uno scudo per ogni settimana che avrà diferito a presentarla, da applicarsi irremisibilmente metà al delatore che sarà tenuto secreto e metà al fondo della seta greggia.[408]
XX. La Camera di Commercio dovrà coi più solleciti mezzi delle leggi costringere chi ha sottoscritta la carta d’obbligo al pronto pagamento senza riguardo a grado o privilegio di persona e i Tribunali e giusdicenti dovranno prestarle ogni più efficace ajuto per l’osservanza di questa legge.[409]
Tali abbozzi di leggi ho creduto di non dover preterire poichè risguardano essi particolarmente uno de’ primarj ostacoli al commercio, cioè la frequenza de’ fallimenti cagionata e dall’impunità del delitto e dalla tirannia pur troppo frequente di diferire il pagamento ai Mercanti, alcuni de’ quali e non pochi vanno in precipizio col nome di molti debitori su i libri. Per altro sono questi come il primo getto d’un uomo che isolato e da sè solo medita e questo discutendosi e proponendosi da esaminare dovrebbe poi ricevere una più esatta e sicura forma.
Quai riforme possano immediatamente farsi con Dispacci Sovrani.
I. Per formare un ragionato sistema di giurisprudenza fra di noi converrebbe con un nuovo codice abolirne ogni altro: pure soltanto che la Maestà sua ordinasse frattanto a tutti i Tribunali e Giudici, nessuno eccettuato, di pubblicare in uno colla sentenza la legge su cui la fondano e se proibisse di potere allegare l’autorità de’ Dottori privati avanti di essi avrebbe tolto in un sol colpo l’arbitrio de’ giudicj, l’incertezza della proprietà e la cavillazione forense; e ciò senza urtare contro veruna legge scritta, poichè non trovasi nè nelle Nuove Costituzioni, molto meno poi ne’ statuti, il privilegio o per dir meglio la licenza di giudicare senza dar ragione; nè questa impunità d’arbitrio fa verun bene o al Sovrano o ai Sudditi, nè v’è altro Tribunale di giustizia al mondo, ch’io sappia, che usi di così giudicare.
II. Credo indispensabile che Sua Maestà per un Reale Rescritto sottragga immediatamente ogni causa di commercio dal giogo della cavillazione forense, e rimetta in pieno vigore le antiche leggi degli statuti, dichiarando che ogni causa di negoziazione, nessuna eccettuata debba giudicarsi sommariamente dai Giudici della Camera de’ Mercanti, nè possa uscire nemmeno in grado d’apellazione dalla medesima Camera, la quale la riveda secondo gli statuti de’ quali s’è parlato, parte prima, capo primo.[410]
III. La legge inserita nelle Nuove Constituzioni (pag. 189), che proibisce ai Commercianti d’uscire da questo Stato, merita d’essere espressamente abolita dall’Augustissima Sovrana, ma devesi sostituire a questa legge una vera e soda proibizione, col trattarli in guisa che non possa in essi nascere la volontà d’uscirne.
IV. Pare indispensabile che la Maestà Sua faccia a questi Sudditi il segnalato beneficio di derogare a qualunque legge contraria al commercio de’ grani, lasciandone libera la circolazione e l’esportazione ed abolendo i Capitani del Divieto. Quel tenue profitto che la Camera riceve dall’Officio de’ Grani lo ricompensi dividendolo sull’imposta generale dello Stato, il che sarà insensibile ai Popoli, giacchè anche al dì d’oggi cotesto è un tributo che cade sulle terre, se non che la percezzione come è stabilita presentemente è rovinosa per il commercio de’ grani, laddove ripartita su i fondi sarà un insensibile accrescimento. Il Magistrato con ciò perderà de’ suoi utili, ma le querele di pochi, altronde ben proveduti, non bilancieranno il bene fatto a un milione di sudditi.
V. Quanto alle pecore saranno tolti gli ostacoli alla coltura di questo importante capo di commercio soltanto che la Maestà Sua rimetta in pieno vigore la legge dello statuto (stampato nel 1502 a fol. 119) della quale s’è parlato parte seconda, capo 4, § 6.
VI. Finalmente, poichè Sua Maestà con replicati Sovrani Dispacci si è degnata di ordinare che il commercio in grande non pregiudichi alla Nobiltà, stimolando così i Nobili con provida legge a contribuire al commercio di questa Provincia, credo opportuno l’ottenere dall’Ordine di Malta per la Lombardia Austriaca questo privilegio che ha accordato ad altri Stati in Italia, il che toglierà tutte le difficoltà e dispute cogli altri Corpi di Nobili, attesa la stima che giustamente da noi fassi di quell’Ordine sacro militare.
Conclusione dell’opera.
Colla erezione dunque della Camera di Commercio e con poche e non turbolente providenze la Sovrana Augustissima avrà posto rimedio ai mali enormi che infettano questa Provincia da due secoli a questa parte e ciò senza discapito del Regio Erario e senza aver dato una scossa violenta allo Stato, giacchè i sistemi corrotti che sono dalla loro instituzione s’assomigliano agli edificj logorati dai secoli intorno i quali pericolosa cosa è il volervi rimediare con molto impeto.
Con questa dolce e facile operazione i Sovrani Dispacci, destinati a beneficare e proteggere l’industria di questi Sudditi, non dovranno più, mendicando in giro il parere di tanti Dicasterj, perdere ogni forza e rimanere infruttuosi come sin ora lo sono pur troppo stati. Verranno posti i giusti argini a quel torrente dello spirito curiale che sin ora ha insterilito e oppresso questa Provincia. Verrà aperta la carriera ai sudditi per avere onori e lucro col mezzo di cognizioni veramente utili alla Patria. Si rianimerà l’industria, ritorneranno le leggi a poter più che gli uomini, si accresceranno il lustro, la ricchezza e la popolazione, in somma sarà questa una nuova epoca in cui questa remota Provincia, sotto il Regno Immortale dell’Augustissima Sovrana, dovrà conoscere quanto bene possa ricevere l’umanità da un provido Monarca assistito da illuminati Ministri.
NOTE
[1] Carli, Delle monete, to. 3, dissert. 1, § 2.
[2] Annali d’Italia, tom. X, pag. 41.
[3] Rerum italicarum scriptores, t. XXII, pag. 959.

così ci attesta la disputa di Tommaso Mocenigo doge di Venezia riferita dal Sanudo, Rer. italic. script., tom. XXII, pag. 954.
[5] Sanudo, loco citato.
[6] Galvaneo della Fiamma scrittore del XIV secolo ci dà una idea della ricchezza di Milano sino da’ que’ tempi; così dic’egli: «Expensæ antiquorum erant fere nullæ, sive nullius ponderis quia homines etiam in æstate vix vino utebantur … usus incisorum in mensis non erat, immo vir et uxor in una paropside comedebant, et in tota amila unus erat in mensa scyphus, vel duo ad plus. Non erant candelæ de sepo vel cera, sed nocte coenabant cum una face accensa. In prandio comedebant rapas, vel olera cocta cum carnibus, sed in coena carnes reservabantur, et tribus vicibus in septimana carnibus utebantur … Nunc vero in præsenti ætate priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta; nam vestis pretiosa et artificio exquisito et ornatu superfluo circumtecta per totum. In ipsis vestibus tam virorum, quam mulierum aurum, argentum, perlæ inseruntur; frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina et de partibus ultramarinis bibuntur. Cibaria omnia sunt sumptuosa. Magistri coquinæ in magno pretio habentur ec.». Vid. Rerum italic. script., tom. XII, pag. 1034. Veggasi pure la cronica di frate Francesco Pippino scritta circa l’anno 1314 e Muratori, Dissertazioni sopra le antichità italiane, dissertazione XXIII, tom. I.
[7] Disputa citata di Tommaso Mocenigo, Rerum italic. script., to. XXII.
[8] Decreto di Francesco Sforza stampato negli Statuti de’ Mercanti di seta, oro e argento, pag. 33.
[9] Tridi, Informazione del danno proceduto a S. M. ed alle città dello Stato dall’imposizione dell’estimo della Mercanzia e dall’accrescimento del terzo del dazio, e dall’introdduzione delli panni di lana, ed altre merci forestiere, ed all’incontro dell’utile, che ne risulterebbe a levarli. Rappresentata da Gio. Maria Tridi, cittadino Comasco, stampata circa 1640; Somaglia, Alleggiamento dello Stato, pag. 695. Libro de’ Dati e tasse, stamp. nel 1686, pag. 157. Relazione de’ Fabbricatori di panno al Senato 1662. Consulte del Senato 1668 15 marzo, della Città 1715 11 ap.le e dello Stato 1724 11 feb.
[10] «Quid dicam de Mediolano potentissima Italiæ civitate Galliæque Cisalpine Metropoli, in qua tam multa tamque diversa artificum genera tantaque frequentia ut inde vulgo sit natum proverbium: “qui Italiam reficere velit, eum destruere Mediol. debere”» Klock, De ærario, lib. 2, cap. 36, n. 32, p. 598, ædit. Norimberg, 1671.
[11] Somaglia, Alleggiamento ec., pag. 557.
[12] Consulta del Senato 1668 15 marzo.
[13] Abbiamo nel 1442 1 gennaro il privilegio accordato dal Duca Filippo Maria ad un Fiorentino maestro di lavori di seta, che venne a stabilirsi in Milano. Il privilegio contiene un annuo stipendio, o assegnamento che vogliam dire, e l’esenzione d’ogni carico per dieci anni a lui e a’ suoi Operaj. Abbiamo un simile privilegio accordato nel 1443 1 febb.° ad alcuni Genovesi per somigliante cagione: e d’altri sì fatti n’è rimasta memoria, da i quali può ognuno inferire, che le privative ossia monopolj all’introduzione delle nuove manifatture non si contavan allora fra i mezzi per far fiorir il commercio. Abbiamo nel 1514 23 dicembre l’immunità totale dai carichi concessa ai Tessitori dal Duca Massimiliano Sforza. Di tutto ciò ne abbiamo prova nel documento segnato n° 3 e aggiunto alla consulta della Real Giunta del Censimento a S. M. del 1732 7 giugno. E fuor d’ogni dubbio poi ce ne assicura il documento glorioso alla memoria dell’Imperador Carlo V, stampato cogli Statuti de’ Lavoratori di seta nel 1591, pag. 43, nel quale si legge così: «Carolus Divina Favente Clementia R.norum Imp. S. A. In universis et singulis etc. Salutem. Habbiamo visto li privilegii, et esenzioni concessi alli Tessitori dell’arte dell’oro argento e seta di questa inclita Città di Milano, et perchè non meno desideriamo che questa inclita Città di Milano sia de honorevoli artificii adornata, che abbiano fatto li retroatti Principi d’essa, però conoscendo che detti Tessitori sono privilegiati da molte esenzioni et massime alloggiamento de’ Soldati … per tenor delle presenti ordiniamo, e comandiamo non dobbiate molestare nè aggravare in niun modo li detti Tessitori nè gli lor beni mobili seu immobili in qualunque luogo del dominio nostro situati, nec etiam li Massari di detti Tessitori sì per li carichi imposti quanto che s’imponeranno per l’avenire perchè intendemo siano preservati esenti … e questo alla pena di ducati 500, applicandi alla Camera nostra in caso d’inobedienza et altra sotto pena della indignazione nostra. M.lani die 6 martii 1526».
[14] Accordato dal Duca Giangaleazzo Maria Sforza 1493 17 luglio. Documento annesso alla consulta del Censimento 1732 7 giugno num.° 3.
[15] Nel 1409 27 aprile fu fatta una imposizione sull’estrazione de’ panni, delle tele e de’ fustagni e d’altre simili interne manifatture, ma nel mese seguente ai 5 di maggio per pubblico bando fu rivocata da Giammaria Visconte, come si vede nel citato documento (n° 3). Un avvenimento consimile racconta la storia del commercio inglese sotto la Regina Elisabetta. Aveva questa gran Principessa nell’anno 43 del suo regno accordato a certi particolari Mercanti alcuni privilegj esclusivi. Il Parlamento le rappresentò il danno che ne sarebbe avvenuto e quella generosa Regina se ne disdisse tosto revocando immediatam.te il privilegio surrettizio e rispose ai Deputati: «Vous m’avez fait revenir d’une erreur qui procédoit de mon ignorance et non de ma volonté! J’aurois vu ces nouveaux réglemens tourner à mon deshonneur, moi à qui rien n’est si cher que le salut et l’amour de mon Peuple, si vous ne m’aviez détrompée et fait connaître les harpies et les sangsues qui m’avoient séduite. Que mon coeur ou ma main périssent plutôt que mon coeur ou ma main accordent à des monopoleurs des privilèges préjudiciables à mon Peuple» Disc. politiqu., tom. 2, à Amsterdam, 1756, pag. 286.
[16] Esprit des Loix, liv. XX, chap. XVI.
[17] «Il ne seroit pas plus raisonnable que des gens de loi demandassent à des Marchands une decision sur les points de droit, qu’il ne l’est que ceux-ci soient obligés de recourir à la decision de ceux-là sur des points de commerce. L’ignorance des Personnes conultées sur les points en question étant égale des deux parts» Essai sur les causes du déclin du commerce étranger de la Grande Bretagne, tom. 1, pag. 251.
[18] Statuti di Milano stampati nel 1480 e pubblicati in prima l’anno 1390 come in essi statuti si legge fol. 219 tergo. Ivi a fol. 220 così sta scritto: «Consules et Abates judicent absque consilio alicuius sapientis … quod quæstio mota coram dictis consulibus non possit ad alium judicem referri».
[19] «Nulla persona … possit apellare, seu apellationem interponere ab aliqua sententia definitiva, vel interlocutoria cujuscumque quantitatis sit lata vel ferenda per Dominos Abates Mercatorum – i quali la rivederanno – ducali auctoritate» Statuti citati, fol. 220.
[20] «Quod Officiales et Consules non debeant audire Advocatos, nec Procuratores in quæstionibus coram eis vertentibus» Statuti suddetti, fol. penultimo.
[21] Savary, Parfait Négociant, tom. 1, par 2, lib. 2, chap. 9 pretende che Giovanni di Bethencourt sia stato il primo a scoprire le Canarie nel 1402 e che Massiot suo nipote, al quale il zio partendo le aveva lasciate in deposito, le vendesse al Pr. Enrico. Ma ci vuole una passione ben forte per la Nazione Francese per combinare il disinteresse del zio, la delicatezza d’un Real Principe che alla testa d’una flotta compera da un privato un Regno e la debolezza del nipote che s’indusse a venderlo.
[22] «Par la découverte du Cap de Bonne-Esperance et celles qu’on fit quelque tems après l’Italie ne fut plus au centre du monde commerçant, elle fut pour ainsi dire dans un coin de l’univers» Esprit des Loix, liv. XXI, chap. VII.
[23] «Talibus iactatæ incomodis Civitati (Venezia) malum etiam inopinatum ab longinquis gentibus et regionibus extitit. Petri enim Pascalici apud Emanuelem Lusitaniæ Regem Legati literis patres certiores facti sunt regem illum per Mauritaniæ Getuliæque oceanum convehendis ex Arabia, Indiaque mercibus itinera suis tentata sæpe navibus, demum explorata compertaque habuisse: navesque aliquot eo missas pipere et Cinnamis ejusmodique rebus onustas Olissiponem revertisse: itaque futurum ut … nostri imposterum cives parcius angustiusque mercarentur, magnique illi proventus qui urbem opulentam reddidissent toti pene terrarum orbi rebus Indicis tradendis Civitatem deficerent … Ita Ægiptios Venetosque instuta antiquitus mercaturæ ratio quæ intercipi nullo posse tempore videbatur alio conversa prope deseruit» Petri Bembi Reru. venet. historiæ lib. VI, Degl’Istorici delle cose veneziane i quali hanno scritto per pub.co decreto, tom. 2, pag. 189 e 197.
[24] L’isola di Ceylan, che i paesani chiamano Ceylon, è la sola terra dove la natura produce la cannella detta dagli antichi cassia e cinnamomo.
[25] Bengala è un Regno dell’Indie intorno al golfo di cotal nome; è attraversato dal Gange ed è una delle 23 Provincie ond’è composto l’Impero del Mogol. Quivi si trova la lacca, che serve a colorire le tele dette appunto indiane, alla cera di Spagna e a molte vernici e oltracciò abbonda il paese di seta, cotone, zucchero, pepe, indaco, gengioio, etc.
[26] Siam, uno dei più possenti Regni dell’Indie, ricchissimo per le miniere d’oro, argento e altri metalli, abondante d’avorio, muschio, e d’altri moltissimi frutti.
[27] Macao, città situata in una penisola dell’oceano orientale nella Provincia di Canton, dove nei tempi de’ quali parliamo facevasi tutto il commercio della China di porcellane, drappi di seta, the, vernici ec.
[28] Le isole Molucche erano in que’ tempi tutte fertili di droghe particolarm.te di garofani. Gli Olandesi per conservare a sè soli questa droga preziosa ve li hanno sradicati dappoi totalmente ed ora non ne nascono che nella isola di Amboina, anch’essa una delle Molucche. Chi bramasse più distinte descrizioni della naturale storia delle Indie Orientali e de’ stabilimenti e commercio degli Europei in quelle parti può soddisfarsi nel Dizionario di Savary.
[29] Siami lecito adottare il linguaggio degli scrittori francesi di commercio, presso de’ quali Levante chiamasi la costa del Mediterraneo della Grecia, Asia Minore, dell’Egitto etc., Alep, Smirne, Alessandria ecc., Oriente, comprende la costa meridionale dell’Asia e orientale dell’Affrica e le isole intermedie, Ceylan, Sumatra, Borneo, Iava ecc. Il commercio del Levante prima della guerra presente era per la maggior parte in mano de’ Francesi coi panni de’quali detti londrins si vestono i Levantini. Gl’Inglesi e gli Olandesi ancora qualche sorte di commercio vi fanno, nè i Veneziani pure al dì d’oggi l’hanno interamente perduto: il loro commercio de’ damaschetti in Levante frutterà alla città di Venezia circa 250.000 (dugento cinquanta mila) ducati annui d’argento. Sin ora questa manifattura di molto uso in Levante è privativa de’ soli Veneziani.
[30] I Persiani popoli molli e magnifici furono de’ primi ad usare la seta, poco in uso presso ai Romani, sino al tempo di Giustiniano e allora se ne introdusse nella Grecia e Asia minore. L’anno 1130 Ruggero Re di Sicilia ne trasportò in quell’isola nel ritorno dalla Terra Santa. Bottino fu questo portato da Atene, Corinto, e Tebe sue conquiste. Di là passò l’arte di coltivarla nella Calabria, e non prima di Lodovico il Moro, cioè dopo la metà del secolo XV si videro piantati i gelsi in Lombardia. Chi desidera più ampie notizie veda Savary, Dizion., artic. soye, e Antiquitates Italicæ medii ævi, tom. 2, dissert. XXXV, pag. 400, e Procopio, lib. 4, cap. 17; De bello gothico.
[31] Voltaire, Hist. gener., tom. III, pag. 43.
[32] «Les riches manufactures de soye, qui eurent leur commencement sous François Premier, ne firent de rapides progrès que sous le Règne de Henri IV. Ce Père tendre de ses Peuples se proposoit d’encourager de plus en plus la culture des terres et les manufactures» Remarques sur le commerce et la navigation, pag. 4.
[33] «Nous n’avions dans ce tems-là qu’une seule fabrique de draps en Languedoc établie dès le comencement du XVI siècle par des Gentilshommes du nom de Varennes dans un lieu apellé Saptes auprès de Carcassonne» Remarques sur plusieurs branches de commerce, et de navigation, pag. 139.
[34] Fra i quali le constituzioni de’ Maestri di seta, come si vede nelle medesime stampate.
[35] Sussidio straordinario di 300.000 scudi (trecento mila) imposto nel 1515. Muratori, Annali d’Italia, tom. X, pag. 117.
[36] Annali d’Italia, tom. X, pag. 222.
[37] Come da’ Reali Dispacci del 1573 e 1574 ne’ quali se ne ordina la reintegrazione non seguita poi come può vedersi nella Risposta della Congregaz.e dello Stato al progetto del Conte Prass.
[38] Accrescimento del sale di soldi venti lo stajo nel 1545. Altro antecedentemente ne era già stato fatto nel 1534 di altri venti soldi. Somaglia, pag. 699.
[39] Si sono inventate le gabelle della Macina straordinaria che era una imposizione di soldi 46 per ogni moggio di farina alla introdduzione in Città ed il dazio del vino. Somaglia, pag. 699.
[40] Di questi tempi e dell’indole del Governo d’allora ne parla assai chiaramente il Muratori, Annali d’Italia, tom. X, pag. 220, 222, 291 e 316.
[41] L’ordine venne nel 1547 ai 10 di settembre come si vede nel Piazzoli, Discorso sopra l’origine delle gravezze dello Stato di Milano, stampato nel 1614, pag. 8, e in Somaglia, pag. 157.
[42] Se crediamo al Somaglia l’imposizione fu di 400.000 scudi da pagarsi in 16 mesi per una volta, ma Piazzoli, che ha stampato quasi 40 anni prima, e che era Sindico del Contado di Como e conseguentem.te al caso d’esserne meglio informato, dice che la imposizione fu di 300.000 scudi, pag. 8. Così pure il Tridi nella Informazione ec. stampata nel 1640 cioè 13 anni prima del Somaglia.
[43] Somaglia, pag. 87 ed un antico m.s. presso i Ragionati Generali dello Stato.
[44] Somaglia, pag. 162, e Relazione del Censimento del 1750, pag. 14.
[45] Piazzoli, pag. 9.
[46] Relazione, stampata, del Censimento, pag. 14.
[47] «Les salaires des ouvries dépendant du prix haut, ou bas au quel se vendent le blé, etc.» Essai sur le causes du déclin du commerce étranger de la Grande Bretagne, tom. 1, pag. 230. Il lavoro delle manifatture tanto è più caro quanto lo è la giornata dell’Artigiano, e questa dovette incarire incarendo il vitto. I possessori di terra costretti a pagare 300.000 annui scudi di più al Regio Erario dovettero accrescere il prezzo de’ generi quanto poterono per risarcirsene. Così, scaricandosi sempre i tributi sul più debole, giunsero all’operajo. Le nostre manifatture rese più care cominciarono ad essere posposte a quelle fabbricate in paesi meno aggravati.
[48] Tridi, Informazione ec., citato.
[49] L’accrescimento del tributo accresce il prezzo de’ generi e delle manifatture, il loro prezzo accresciuto ne diminuisce lo spaccio; da ciò minor coltivazione e travaglio, indi minor popolazione, e in conseguenza minor rendita al Sovrano, e necessità con essa di nuovo accrescimento. «Plus on se ruine, plus il devient indispensable de se mieux ruiner» Mirabeau, Théorie de l’impôt, pag. 119. «Il n’y a point d’état où l’on ait plus besoin de tributs que dans ceux qui s’affoiblissent de sorte que l’on est obligé d’augmenter les charges à mesure que l’on est moins en état de les porter» Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur decadence, chap. XVIII.
[50] Dati e tasse diverse, stampate nel 1686, pag. 157, e Relazione de’ Fabbricatori di panno al Senato 1662.
[51] Libro suddetto de’ Dati e tasse, pag. 157.
[52] Piazzoli, pag. 14.
[53] Somaglia, pag. 211.
[54] Instruzione della Città di Milano al Marchese Cesare Visconti suo ambasciadore a Madrid segnata l’ultimo d’ottobre 1627.
[55] Il Tasso della Cavalleria fu di due scudi il mese per ogni Cavalleggero e scudi 4 e soldi 91 per ogni uomo d’armi. Piazzoli, pag. 14, Somaglia, pag. 211.
[56] Piazzoli, pag. 15.
[57] David Hume nel discorso sull’imposizione dice che un accrescimento di carico non è sempre un accrescimento di rendita: può parere questo un paradosso a chi non vi rifletta, ma i carichi cresciuti a un certo segno costringono gli oppressi abitanti a fuggire e cercare altro cielo più clemente e benigno. Quindi è che, diminuendosi il numero de’ sudditi, minori si rendono ancora tutte le regie entrate, e specialmente quelle del sale e della Mercanzia, che tra noi sono le più considerabili. Questa partenza poi è tanto più facile in una piccola Provincia come la Milanese d’onde i Cittadini escono con poca spesa, corto viaggio e senza accorgersi nè per la lingua, nè per i costumi d’aver mutato Patria.
[58] «La richesse du Gouvernement est fondée sur la richesse nationale» Réflexions sur la nécessité de comprendre l’étude du commerce et des finances dans celle de la politique, pag. 27. «La richesse d’un État, soit démocratique, aristocratique, soit monarchique, ne consiste que dans le nombre des habitans, la culture des terres, le travail industrieux et le commerce. Les peuples font donc toute la richesse du Roi; c’est là qu’est son véritable trésor» Dutot.
[59] Piazzoli, pag. 11.
[60] Gabella della carne imposta nel 1576. Somaglia, pag. 700.
[61] Murat., Annal. d’Italia, tom. X, pag. 484.
[62] «A comune beneficio fece fabbricare una magnifica gualchiera per l’arte della lana presso la fontana dell’acqua vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio di quella Città» Annali d’Italia, tom. X, pag. 507.
[63] Savary, Le parfait Négociant, tom. 1, part. 2, chap. IX, pag. 575, edit. di Genevra, 1752.
[64] «Nullus nisi ex alterius damno quæstus est» Senec., De Ira, lib. 2.
[65] «La richesse, le nombre d’un Peuple sont la mesure de l’empressement, et de la confiance de ses alliés, du respect et du ménagement de ses rivaux» Ustariz, Preface.
[66] Tridi nella Informazione ec. così s’esprime: «Essendosi poi supplicata S. M. per sollevamento di detto stabile s’addossasse parte del suddetto Estimo alla Mercanzia, si compiacque sebbene con qualche renitenza condiscendere alla petizione con riserva però ben degna della sua Real prudenza che l’Estimo della Mercanzia non fosse perpetuo, ma ammovibile a suo beneplacito, come per la citata lettera de’ 8 apr. 1565».
[67] Ciò si vede dalla scrittura stampata e pubblicata allora col titolo: Relazione del riparto dell’Estimo della Mercanzia della Città di Milano fralle Camere, Università ec. 1595. Ivi il valor capitale ascende a lire 21.316.145 e soldi 79. Dal confronto che ho fatto della somma totale e delle parziali trovo che (valutando lo scudo d’allora come si deve a sol. 110) l’imposizione fu in ragione di sol. 14 per ogni lire 100 ossia lir. 7 sol. 4 den. 2 per ogni lir. 1.000. Da ciò restano convinti di falsità gli Orefici e Ricamatori i quali nella lor relazione m.s. al Senato del 1662 osano asserire che l’imposizione fosse fatta d’uno per mille, e così esaggerano il loro antico capitale, gli Orefici lo fanno ascendere a zecchini 450.000 e i Ricamatori a zecch. 60.000. Dalla citata relazione autentica gli Orefici e Giojellieri avevano di capitale 134.271 lire e scudi 176 di tassa e sol. 12 ed i Riccamatori nemmeno si vedono nominati tanto poco era allora in uso la loro arte. Con questo sicuro documento alla mano convinco pure il Tridi che in vece di 27.958 asserisce 25.000 scudi imposti al Mercimonio di Milano. Errò pure esso Tridi scrivendo che tutta la mercanzia dello Stato fosse tassata scudi 38.708, dovette essa concorrere per la sesta parte del Mensuale, e conseguentemente in scudi 50.000, come da antico m.s. delle merci dello Stato di Milano conforme risulta dal conto di Barnaba Pigliasco ragionato dell’estimo 1594: «Avrei a fare di troppe annotazioni se mi fossi fatta legge di rimarcare le contraddizioni che ad ogni passo s’incontrano ne’ nostri autori e nelle antiche nostre carte. I fini privati hanno offuscato molto, ma l’indolenza e la facilità di ricopiare indistintamente chi ha scritto prima hanno accresciuta la confusione. Cum indagare vera pigeat, ignorantiæ pudori mentiri non piget».
[68] Piazzoli, pag. 10. Relaz.e del Censimento, pag. 13.
[69] «Questo estimo era cosa difficilissima per natura e per difetto del soggetto, poi per essere quest’estimo cosa nuova non più fattone una simile a questa per il passato che si sappia, dalla quale se ne potesse pigliar esempio alcuno e come cosa nuova aveva parimenti bisogno di nuova invenzione» Relazione de’ Prefetti dell’Estimo al Duca di Terra Nuova 1590.
[70] Riconoscere i libri de’ Negozianti era lo stesso che togliere alla maggior parte il credito e inspirare a tutti la voglia di evadere e salvarsi dalla vessazione; la stessa difficoltà era nel giuramento. Si calcolò questo fondo da’ registri delle dogane, le quali valutano a peso quello che si vende a braccio.
[71] Nel 1593 14 settembre per decreto del Governadore.
[72] «Quidam ut aliquid sui viderentur afferre etiam recta mutarunt» Quintil., lib. 3.
[73] Così è anche nella Banca di Giro di Venezia, in quella di Amsterdam e in quella di Hambourg.
[74] Non credo di far uso della lingua del Banco di S. Ambrogio per rendermi intelligibile. I vocaboli di locatario, cartulario, moltiplico, quadernerio, limitazione, rimedio, avantagi, addizione, dato, adeala, abboccazione e simili mi obbligherebbero alla traduzione.
[75] «Les mettre dans des païs gouvernés par un seul c’est supposer l’argent d’un côté et de l’autre la puissance, c’est a dire d’un côté la faculté de tout avoir sans aucun pouvoir, et de l’autre le pouvoir avec la faculté de rien du tout. Dans un gouvernement pareil il n’y a jamais eu que le Prince qui aît eu, ou qui aît pu avoir un trésor, et partout où il y en a un, dès qu’il est excessif il devient le trésor du Prince» Esprit des Loix, liv. 20, ch. 9.
[76] Nelle Leggi e governo del Banco di S.t Ambrog.o, stamp. nel 1698, vedo a pag. 4 dichiarata la pena di scudi cento a chi ricusi di ricevere in pagam.to le cedole del Banco. Questa legge, che si contiene nel progetto dell’erezione del Banco stampato in fine del citato libro delle leggi etc. Capitol. de’ privilegi del Cartulario, prova che sino nel progetto prevedevasi la poca fede che si doveva avere a questa instituzione. Pure sta ne’ nostri statuti la legge che «non possit dari creditoribus in solutum nisi pecunia numerata».
[77] «Ex distantibus terrarum spatiis consilia post res afferebantur» Tacit., Historiar. lib. III.
[78] «Neque enim cuiquam tam clarum statim ingenium est, ut possit emergere nisi illi materia, occasio, fautor, comendatorque contingat» Plin., Epist., 23, lib. VI.
[79] «L’ancienne finance aussi dure dans ses principes que dans sa régie affectoit soigneusement une marche ténébreuse dans toutes ses opérations … C’est ainsi que fut substituée la crainte à la confiance, que les Ministres se trouvèrent dans une dépendance forcée des gens d’affaires et furent trompés, que la difficulté de prouver les exactions leur assura l’impunité, qu’on éloigna toute idée de réforme, que les bons esprits furent découragés et éloignés de toute étude d’une partie si essentielle et enfin qu’il a paru si peu d’hommes capables de l’administration des finances» Recherches sur les finances de France, tom. I, pag. 11.
[80] «Mediolanensis Ducatus quoque reditus amplissimi sunt, nam superiori seculo (scriveva nel secolo passato) Duces quotannis ad septingenta millia Ducatorum perceperunt, nunc autem Rex Hispaniarum octingenta percipere dicitur præter exactiones multas, quæ extra ordinem miseræ plebi imponuntur tantaque est Regiorum Ministrorum crudelitas, et avaritia, ut proverbio in Italia locum dederit: in Sicilia quidem Ministros Regis arrodere, in Neapolitano autem Regno comedere in Mediolanensi vero Ducatu penitus devorare» Klock, De Ærario, lib. I, cap. 6, num. 17, pag. 159, æd. Norimb.
[81] Carli, Delle monete ecc., tom. 2, pag. 299.
[82] Carli, Delle Mon., tom. 2, pag. 421.
[83] «Le plus funeste de tous ce fut l’altération de monnoyes. On ne fit pas réflexion qu’elles doivent être maintenues pures comme la religion … Philippe III sourd à la voix de la raison doubla la valeur du billon qui jusque-là avoit été proportionnée à celle des autres matières. Les étrangers s’en aperçurent, et nous apporterent du cuivre en échange de l’or et de l’argent: le désordre et la confusion s’emparèrent de la Monarchie, le commerce s’embarassa, les prix des marchandises haussèrent» Ustariz, Théorie et pratique du commerce et de la marine, edit. de Hambourg, pag. 500.
[84] Relazione sopra la causa del Mercimonio. Consulta del Censimento 1732 7 giugno.
[85] Su’ nostri panni gabella imposta nel 1600 24 lug. come da Capit.i stampati della Mercanzia 1607, 8 e 9 capit. 99.
[86] Dazio sulla introduz.e delle sete imposte nel 1600 17 lug.o come da’ Dati e tasse, stampati nel 1686, pag. 152.
[87] Dazio detto della Pollaria imposto nel 1604 14 genn.o come da’ Capitoli stampati dell’affitto di esso dazio.
[88] Capitoli stampati citati, capit. 55, e 86.
[89] «L’obscurité des loix fournit aux Fermiers une infinité de moyens de vexer le peuple et leur avidité toujours déguisée sous prétexte de l’intérêt du Roi les fit multiplier à un tel point qu’eux seuls en furent les interprètres comme ils en étoient les exécuteurs» Considérations sur les finances d’Espagne, pag. 134.
[90] Che le tariffe fossero un arcano si vede dalla rappresentazione di D. Luigi di Castiglia, stampata al principio del libro Dati e tasse del 1686; che nelle nostre antiche leggi vi sia ordine di pubblicarle e riconoscerle ogni anno da otto Delegati: «ad evitandum jurgia quæ sepe insurgunt» V. Statuti di Milano, stamp. nel 1480, fol. 190 tergo e fol. 191.
[91] Annali d’Italia, tom. XI.
[92] La sola città di Cremona dal 1600 al 1612 di straordinarj sussidi sborsò scudi 162.818, come si vede dallo Stato stampato della città di Cremona, 1613.
[93] Annali d’Italia, tom. XI.
[94] Supplica de’ Cremonesi a S. M., stampata nel 1631. Instruzione al Mar. Cesare Visconti destinato Ambasciadore della Città di Milano alla Maestà del Re N. S. de’ 31 ottobre 1627. Relazione del Sindico del Principato di Pavia Francesco Beccaria de’ 20 ottobre 1631. Consulta della Città di Milano del 1633 4 febb.o. Somaglia, pag. 2.
[95] Raccordi della Città di Lodi al suo Oratore per darsi al Senato 1662 2 agosto.
[96] Relazione del presentaneo Stato del Ducato del Fossati al Senatore Picenardi 1631 11 agosto e Somaglia, pag. 186.
[97] Il Capredoni nella scrittura che ha per titolo Cause e rimedj del mal stato del Contado di Cremona del 1631 dice che pretendevano di mantenersi immuni «proibendo i Santi Sacramenti e scommunicando gli Agenti delle Comunità che li volevano far pagare».
[98] Capredoni nella citata scrittura del 1631 Cause e rimedi del mal stato del Cont.o di Cremona.
[99] Capitoli fra la R. Camera e gli Daziari della Mercanzia per gli anni 1607, 8, e 9, cap.o 22.
[100] «Des règles établies pour l’utilité publique sembloient ne devoir point admettre de dispense … mais dans la suitte les dispenses furent données sans ménagement et la règle ne fut plus qu’une exception» Espr. des Loix, liv. XXIII, ch. XXI.
[101] Nota de’ debiti del Contado di Lodi 1662 e Relazione del Contado di Como stamp. 1662. Gl’interessi in Inghilterra erano in quel tempo sino al 12 per % (vid. Tom. Culpepper) ed in Francia all’8, e 10 per %, ed appunto in questi tempi si abbassarono per ordine del Re, come può vedersi in Forbonnai, Recherches et considérat. sur les finances de France, tom. 1, p. 96.
[102] Supplica de’ Cremonesi a S. M. stamp. nel 1631. Questa obbligazione in solido opposta era all’antica legge nostra come vedesi ne’ Statuti del 1502 fol. 50 t.o: «Nullus … compelli possit ad solutionem alicujus pecunie vel oneris pro altero».
[103] Accrebbe il Conte di Fuentes la ordinaria soldatesca dello Stato di 24.000 Soldati, come Somaglia pag. 2.
[104] Annali d’Italia, tom. XI.
[105] Per un millione di ducati rappresagliò loro in merci la flotta dell’Ossona, prova che il commercio de’ Veneziani in Levante si manteneva tuttora in qualche splendore. Annali d’Italia, tom. XI.
[106] Piazzoli, che ha stampato nel 1614, dice che in quell’anno si fece l’aumento del terzo de’ dazj. Autore è dunque questo contemporaneo. Vid. Piazzoli, pag. 32. Ma Somaglia lo vuole fatto del 1613, vid. Som., pag. 7 e pag. 684. Di più il Tridi lo pretende fatto nel 1616 e porta gli affitti dell’Impresa della Mercanzia dal 1604 sino al 1637. Il libro Dati e tasse, stampato nel 1686, pag. 73, vuole che quest’aumento sia stato fatto in Cremona nel 1613 e a pag. 157 lo vuole nello stess’anno posto in Melegnano. Che in Cremona siasi imposto per decreto del Magistrato del 6 ottobre 1613 è evidente dal decreto medesimo pubblicato dal Negri nella sua dissertazione storico legale che ha per titolo Della vera instituzione … de’ dazj etc. stamp. Cremona 1750. Ivi ved. pag. 16. Io propendo a credere il Tridi in errore e per conciliare gli altri non sarà un assurdo il supporre che nel 1613 sia generalmente stata pubblicata questa fatal legge e l’anno seguente soltanto messa in esecuzione. So che non preme allo spirito della Storia fissare precisamente questo punto, ma preme a me, dopo i molti nojosi scritti che m’è convenuto esaminare per tessere questa serie storica, il prevenire acciò non si presti facilmente credenza a qualunque anche antico scrittore o documento nel caso che non coincida con quanto credo di dovere stabilire anche nel rimanente. Pochi sono i fatti ne’ quali ho io trovati tutti i documenti d’accordo, nè ho voluto far parte della tediosa mia fatica al lettore ad ogni tratto. Il Tridi poi, colla tavola che ha stampata degli affitti (come dissi) della Mercanzia, prova che l’aumento del terzo abbia accresciuta la Regia Regalia per la prima locazione, bensì sebbene non a proporzione del terzo, ma che pochi anni dopo abbia reso di meno, anzi che 20 anni dopo, più di 400.000 lire la Camera vi perdesse. A me non è stato possibile l’avere i veri affitti come desiderava per smentirne il Tridi, il quale se lo merita e per lo sbaglio dell’epoca e per la falsità di pubblicare l’affitto del 1606, 7 e 8 di lire 1.481.213, quando ho io i Capitoli stampati di quel triennio in cui fu data l’Impresa a Hieronimo Mazenta in lire 1.500.000, cioè lire 18.787 più che non scrive il Tridi. I fatti supposti discreditavano la verità della massima che le regalie accresciute oltre li confini fanno scemare l’entrate camerali.
[107] Fra questi la consulta della Real Giunta del Censim.to a S. M. 1732 7 giugno.
[108] S’accrebbero i dazj sul vino e sulla carne e s’imposero nuovi dazj sulla legna e sul riso bianco e di più un perticato sulle terre civili del Ducato, come dal Bilancio g.le della Città di Milano, stamp. 1631.
[109] Di soldi 20 lo stajo. Piazzoli, pag. 6.
[110] S’impose un soldo per lira d’affitto sulle case e si sopraccaricò l’estimo del Mercimonio di £ 75.000; ciò fece la Città per abilitarsi a fornire al Sovrano £ 834.000. Bilancio sud.o del 1631.
[111] Come dal citato Bilancio.
[112] «Quæ gravia atque intoleranda, sed necessitate armorum excusata etiam in pace mansere» Tacit., Hist., lib. 2.
[113] Dispacci Reali del 1611 10 marzo, 1612 20 ottobre, 1616 12 giugno, 1618 18 febb.o, 1620 11 giugno si trovano citati nelle citate instruzioni al Marchese Carlo Visconti ambasciadore a Madrid del 1627, come pure nella Risposta della Congreg.ne dello Stato al progetto del Conte Prass.
[114] Nota de’ debiti del Contado di Lodi 1662 e Informazione per il Contado di Como, stamp. 1662.
[115] Di lire 900.000. Somaglia, pag. 13.
[116] Cominciati a imporsi nel 1622 non essendovi per l’adietro che un perticato solo. Somaglia, pag. 364 e 366.
[117] Gabella sulle carte. Somaglia, pag. 8.
[118] Gabella detta del Bollino sulla vendita del vino a minuto imposta nel 1626 come attestano le instruzioni del 1627 al Marchese Visconti più volte citate.
[119] Tridi scrive che dal 1616 al 1624 fossero scemati 24.000 lavoratori. Le Instruzioni citate al Marchese Visconti dicono mancato un terzo dei Trafficanti. La giunta del Censimento nella Consulta del 1732 7 giugno ha anche in questo seguito il Tridi e così s’esprime la Consulta: «fu avvertito, che nella sola Città di Milano mancavano 24.000 persone che lavoravano».
[120] Oltre alle citate instruzioni, v. Somaglia, pag. 13.
[121] «Etenim et ingenia et mores mutare populi novisque ex legibus moderari extemplo velle non modo non facile, verum ne tutum quidem omnino est» Plutarcus, Polit.; «Difficile est mutare animum et si quid est penitus insitum moribus id subito evellere» Cicero, ad Quintum fratrem.
[122] Relazione de’ Tessitori di seta, oro e argento al Senato 1662.
[123] Somaglia, pag. 453. In Casal Maggiore più di 10mila persone vi perirono. Relazione di Casal M.re al Sen.o 1663 3 aprile.
[124] Somaglia, pag. 500.
[125] «Proditum falso esse venenis absumptos quorum mors infamem annum pestilentia fecerit» Liv., lib. VIII, cap. XVIII, decad. I, ædit. Paris, 1735, tom. I, pag. 488.
[126] «Superstitio fusa per gentes oppressit omnium fere animos, atque hominum imbecillitatem occupavit» Cicer., De Divinitat., lib. 2.
[127] Somaglia, che ha stampato di cose del suo tempo e che dice d’essere stato ammalato di peste, parla di magia e sortilegio; e tale certamente era la comune opinione benchè nella iscrizione alla Colonna Infame si dica soltanto: «lætiferis unguentis huc et illuc aspersis». Qual bisogno v’era mai di sospettare altri autori della morte de’ Cittadini «dum pestis atrox sæviret?» Vid. Ios Ripamontii De peste, pag. 84 et seq. «On croiroit alors tout bonnement aux Sorciers. Il faut avouer néanmoins que les Iuges de la Marechalle d’Ancre devoient être au-dessus des préjugés du peuple, leur ignorance ou leur cruauté envoya cependant la Femme d’un Maréchal de France au bucher où elle fut brûlée vive. Ses Iuges n’étoient pas assurément de grands Sorciers … que nous sommes heureux de n’être pas nés dans ces siècles trop fameux par des exemples de férocité et d’ignorance crasse, risibles en eux-mêmes si l’humanité pouvoit se prêter à rire des attentats faits contre les droits de ses enfans». Vide Mémoires pour servir à l’histoire des finances, pag. 88.
[128] Dispaccio di Filippo IV 1631 20 marzo.
[129] Eccitatoria del Duca di Feria Gov.re al Senato, acciò consulti i mezzi per ovviare a questa deserzione 1631 10 ap.le.
[130] Grida del Duca di Mantova Carlo I, che promette esenzione da’ carichi per quindici anni per chi verrà a stabilirsi ne’ suoi Stati, in data del 1632 9 dicembre. Grida consimile di Aloise Zorzi Proveditor generale di Terra ferma in data di Verona 1632 30 ottobre.
[132] Tale è il risultato delle rappresentazioni di essi pubblici sotto i titoli seguenti: 1. Relazione del presentaneo stato del Ducato del Fossati al Senatore Picenardi 1631 11 agosto. 2. Raguaglio del bilancio g.le della Città di Milano dei debiti, ch’ella tiene di presente, e delle Cause onde sono proceduti, stamp. 1631. 3. Stato della città di Cremona. 4. Relazione dello Stato di Pavia trasmessa al Senato dall’Oratore Luigi Belcredi 1631 20 giugno 5. Supplica de’ Cremonesi a S. M., stamp. 1631. 6. Relazione del Sindaco del Principato di Pavia Francesco Beccaria 1631 20 ottobre. 7. Nota de’ denari spesi dalla Città di Lodi di Basilio Mancini Ragionato 1631. 8. Nota de’ denari spesi dal Contado di Lodi di Bassano Vago Ragionato 1631 27 giugno. 9. Lettere di Tiberio Azzato Oratore di Lodi al Senato 1631 23 giugno. 10. Relazione della Città di Como del Ragionato Maggio 1631 19 settembre.
[133] Consulta della Città 1633 4 febb.ro.
[134] 1634 22 luglio Dispaccio Reale al Cardinale Infante acciò sollecitasse il Senato a rispondere e suggerire i mezzi opportuni per sollevare lo Stato.
[135] Muratori, Annali d’Italia, tom. XI.
[136] Che nessuna providenza si desse a’ riccorsi de’ Pubblici del 1631 è fuori di dubbio, poichè nelle relazioni repplicate dappoi di essi Pubblici sì nel 1662 che nel 1688 non se ne fa menzione; anzi da due consulte del Senato de’ detti anni si vedono le medesime querele prova della sussistenza de’ medesimi disordini. Tutt’al più si può credere che per la ridduzione delle usure qualche ordine venisse, come accenna la consulta del Senato 1668 15 marzo. Secondo essa consulta venne, non si sa quando, ordine Reale di abbassare le pubbliche usure al 2 per %. Vedo io altronde che nel Pavese nel 1636 si ridussero al 5 per %. Vedo che nella Comunità di S. Colombano nel 1662 si pagava tuttora il 7 per %. Lo scisma era già introdotto: ogni provincia si considerava isolata dallo Stato e la Corte mandava separati dispaci e diverse provvidenze per ciascuna. In questo caso non è possibile dare una idea generale che d’una perfetta confusione.
[137] Il dazio dell’oglio. Capitoli stamp. dell’Impresa de’ denari 6 dell’oglio. Consulte del Senato 1725 24 febb.ro e del Censimento 1732 7 giugno. S’accrebbero i dazi della farina, carbone, fieno, Somaglia, pag. 699 e 700 e Capitoli per l’impresa della Macina. S’eressero nuovi dazi dell’acquavite, tabacco e archivio. Consulta del Censimento 1732 7 giugno § 73, Somaglia, pag. 11 e pag. 689. Rappresentanza de’ Mercanti della Università Maggiore di Cremona alla Giunta del Censimento.
[138] Dazio del sapone, come dalla suddetta Rappresentanza de’ Mercanti di Cremona al Censimento. Dazio delle pelli verdi. Rappres. de’ Mercanti; sud.ta. Consulta del Censim. 1732 7 giugno. Somaglia, pag. 689 e pag 11.
[139] Di lire 800.000. Somaglia, pag. 715.
[140] «Lorsque l’impôt est une fois établi dans une proportion raisonnable avec le travail ce sont les bornes précises auxquelles il convient de s’arrêter: tout excès allors détruit immédiatement ce travail et la faute est punie par le déclin général de toutes les branches des revenus publics» Considérat. sur les finances d’Espagne, pag. 79.
[141] Nel 1659.
[142] Come l’osserva Tridi, autore appunto contemporaneo poichè stampò nel 1640.
[143] «Hoc serio quemquam dixisse maxima hominum contemptio est, et intoleranda mendaciorum impunitas» David Hume, Disc. politiqu. sur l’argent, calcola tutto il commercio lucrativo dell’Europa coll’Africa e America in 7.000.000 (sette milioni) annui di sterline. Ustariz valuta che entrino nella Spagna ogni anno dall’America al più 20.000.000 (venti milioni) di piastre. Ustariz, Théorie et pratique du commerce, pag. 26, edit. d’Hambourg. Veggasi parte 2.da cap. 2 § 2.
[144] Somaglia, pag. 186 et 187.
[145] «On prie ici les personnes qui ont fait un étude de l’art du Gouvernement de faire attention combien ces sortes de loix tiennent du caractère que les Ministres de la religion donnent au Démon. Des hauts droits naissent les tentations; en mêmetems que des peines pécuniaires doivent ruiner ceux qui y succomberont» Essai sur les causes du déclin du commerce étranger de la Grande Bretagne, tom. 1, pag. 245.
[146] 1652 8 aprile e 22 maggio. Dati e tasse diverse del 1686, pag. 34 e 35.
[147] Nuovo dazio dell’indico, droga di cui si fa uso grandissimo nella tintura, e dazio della vallonia, che serve alla preparazione de’ cuoj. Ciò si vede nella Consulta del Censimento 1732 7 giugno § 73; e nella Rappresentanza alla Giunta del Censimento dell’Univers.à Maggiore de’ Mercanti di Cremona. A questo tempo pure devesi l’instituzione della gabella sulla neve e ghiaccio. Negri, Della vera instituzione ec., pag. 66.
[148] È certamente per lo meno un errore quello di pretendere che l’amministrazione delle finanze del Sovrano debba essere un mistero per il pubblico. Sono le finanze per necessità note a più persone, nè v’è Principe o vicino o confinante che non le sappia o non possa subornare uno de’ molti che le sanno. In questo paese il nuovo Censimento ha annientata la nebbia sulla distribuzione de’ carichi; la popolazione, la fertilità del terreno, la natura del tributo da pochi anni a questa parte sono finalmente disterrate e rese pubbliche e sarebbe da sperarsi che ora non s’imprigionerebbe più chi pensasse a pubblicare una carta topografica della Lombardia come è stato fatto pochi anni sono. Io credo di potere con verità avvanzare queste due proposizioni: 1. che minori lamentele farebbero del Governo i Sudditi se fosssero più illuminati; 2. che maggior riguardo avrebbesi dagli Amministratori a fare delle leggi o dare delle provvidenze, le quali non fossero passate per la traffila del buon criterio, se avessero a temere il giudizio del pubblico più inevitabile ancora di quello del Sovrano. Ne’ più colti Paesi d’Europa sono stampate le Regie entrate e lo stato delle finanze. Dove più sono quelli che pensano, più facile è lo scoprimento della verità e più vicina la perfezione d’ogni arte o scienza. «Il faut avouer que rien n’est plus propre à former des sujets à l’État et n’abrège plus les difficultés du travail que l’usage de traiter en public les matières économiques» Réflexions sur la nécessité de comprendre l’étude du commerce et des finances dans celle de la politique, pag. 76. «On ne peut pas dire non plus qu’il soit dangereux d’éclairer les étrangers sur des objets dont ils ne peuvent troubler l’ordre: l’attention qu’ils peuvent faire à ces sortes d’écrits sera moins à craindre à mesure que l’administration y apportera davantage» lo stesso autore, pag. 78. V. la terza citazione del cap. 3.
[149] Regole del Banco, stamp. 1698, pag. 50 e seguen. Ivi pure si vede che nel 1670 si fissò l’annua rendita di lire 47.300 per l’estinzione di £ 100.000 di debito capitale ogni anno: e questa fissazione con ordine il più preciso del Governo, a segno di volere una cassa separata di questo fondo inalienabile per qualunque altra urgenza. Al giorno d’oggi devono essere stati pagati £ 9.100.000, l’interesse delle quali è da diminuirsi dalle rendite che rimangono al Banco.
[150] Il progetto del Zerbi costa ogni anno ad ogni più miserabile Cittadino milanese per lo meno dieci lire. Diversi progetti furono pubblicati per finire questo Banco. Il Somaglia fu forse il primo che pubblicò il suo piano nel 1648. Altri in seguito ne comparvero di Luigi Cavallero, Giovanni Francesco Malatesta, Bartolammeo Polastri, Ambrogio Paravicino ed altri colla stessa fortuna.
[151] Dispaccio del 1660 30 novembre, come dalle Riflessioni stamp. sopra un nuovo sistema di taglia ecc.
[152] Consulta della Giunta del Censim.° a S. M. del 1732 7 giugno, § 77.
[153] Dispaccio de’ 19 maggio 1662.
[154] Conviene che fosse tale sebbene io non creda la esaggerazione che leggo nella scrittura fatta allora per il Ducato al Senato col titolo Facti series pro Ducatu Mediolani pro petito sublevamine ab oneribus quibus præmitur obtinendo, dove trovo stampato che 100.000.000 (cento milioni) di lire avesse di debito.
[155] Nella scrittura de’ Sindici del Contado di Lodi, che ha per titolo Humilis responsio Sindacorum Comitatus ec., così leggo: «cogitur Provincia per impositionem collectæ solvere in pecunia numerata Milites et Officiales in præssidiis commorantes et hæc omnia non obstantibus ordinibus emanatis a Gloriosissimo et Clementissimo M. V. Genitore mandantibus pagas … esse omnino solvendas a R. Camera».
[156] Si vede questa ostinazione degli ecclesiastici dalla consulta del Senato 1662 8 giugno. Questo soggetto di pubbliche querele ha dato luogo dappoi al medesimo Senato nella consulta del 1713 17 giugno di dire che: «ingemiscit Mediolanensis districtus, quod magna pars bonorum ut plurimum de fertilioribus possedatur per ecclesiasticos minus juste renuentes solutionem onerum saltem pro parte colonica» e in altra consulta lo stesso Senato nel 1712 7 giugno ha pure detto che: «injustæ, et indebitæ dici merentur ecclesiasticorum oppositiones convolantium statim ad arma spiritualia et fulmina censurarum ad captandam sibi lucrum cum aliena factura contra præceptum divinarum, et humanarum legum». Le Riflessioni stampate sopra un nuovo sistema di taglia in tal guisa s’esprimono: «Quella quota che si usurpa il bene d’essere difesa col sangue e sostanza de’ sudditi colla crudele ritrosia di non concorrere al pagam.to di quell’esercito che la difende». In somma questi confini fra il sacerdozio e l’impero non si sono stabiliti prima di pochi anni fa; e lo Stato ha preferito il piacere di chiamare straordinarj que’ carichi, che quasi da due secoli pagava ordinariamente all’altro di far concorrere gli ecclesiastici a sollevarlo.
[157] Lettera del Senat. Luca Pertusati Pretore di Cremona 1674 15 maggio al Senato.
[158] Relazione dello Stato di Tortona al Senato 1666 28 dicembre.
[159] Raccordi della città di Lodi al suo Oratore 1662 2 agosto.
[160] Che questa costumanza sia conservata anche dappoi di convertire cioè delle pubbliche contribuzioni in causa non pubblica si scorge dalla Consulta del Magistrato Ord.o 1706 14 ottobre; ivi così leggo: «Quelle finezze, quali in tutti i tempi hanno manifestate questi fedel.mi Sudditi con tutte le loro forze ed amore al suo adorato Monarca, saranno sempre per continuarle di buon cuore sin all’ultimi respiri, quando però si convertano le loro contribuzioni nella causa pubblica et non alcuna nel privato interesse, che ha reso in tutti i tempi più dolenti le loro piaghe».
[161] Dalle separate relazioni raccolgo che Tessitori di seta da 5.000 telari che avevano 22 anni prima a 200 soli erano ridotti; Cimatori da 40 ch’erano ridotti a 8; Carminarj da 15 a 3; Centurarj da 24 a 4; Tintori di seta tingevano libre di seta 200.000 ed erano ridotti a tingerne sole libre 8.000; Riccamatori da 40 botteghe a 10; Fabbricatori di panno da 70 a 8.
[162] Gli Orefici, Merciaj, Pellicciaj erano allora de’ più aggravati per le spese delle liti. È bastantemente noto qual messe abbiano dappoi raccolta i forensi da questi Corpi, l’anima de’ quali è sovente il Console o l’Abate o un Cancelliere o un Procuratore o simil altro Curiale, i quali spesse volte gli hanno resi vittima del lor fanatismo o interesse. La gelosia d’una di queste Comunità coll’altra, l’ambizione di sostenere alcuni disputati diritti, le hanno impegnate in eterne e dispendiose liti ora con altra Università, ora con privati ora co’ Fermieri e talvolta cogli alabardieri per le loro pretese imunità. I Parrucchieri, Calzolaj, Filatori di seta, Giupponari calzanti, Lottonaj, Calderaj, Mercanti di vino, Fondegari d’aceto, Pizzicheruoli, Conciatori di corame e Speziali si sono in questi nostri tempi segnalati per le loro liti, come si può vedere dalla Informazione del Casati alla Giunta del Censimento 1754 30 settembre dove al § 39 e 49 ne parla. Dalla tabella, che io ho construtta su sicuri documenti, i debiti di questi Corpi delle Arti erano nel 1750 lire 167.394 e s. 2. Di più le spese loro straordinarie annue montano a lir. 46.118 sol. 15 den. 6 e ciò oltre all’annuo tributo dell’Estimo che si paga da essi al Banco di S. Ambrogio di £ 81.650, sol. 2, den. 6 cosicchè valutando gl’interessi de’ debiti al 4 per % vengono a spendere le Università lire annue 134.474 circa, senza utile nè del Sovrano nè della Nazione e a danno del commercio. Veggasi la seconda parte capo terzo § 5.
[163] Consulta del Senato 1662 8 luglio.
[164] Le truppe distribuivansi nelle Terre secondo l’opportunità e convenienza militare, non secondo le forze de’ Territorj, alcuni de’ quali più discosti, o meno addattati per loro natura ad acquartierare le truppe, restavano esenti, ed altri per l’opposta cagione troppo aggravati a questo fine; dunque s’inventò quest’affitto l’importanza di cui si volle distribuire a norma del Mensuale. In esso affitto si comprendevano legna, lume, fieno, biada, letto e altri mobili proporzionati al rango e tassati. Più ampia idea può aversene dalla scrittura stampata col titolo Breve informazione di fatto in ordine al Rimplazzo e dal decreto del Governo al Magistrato Ordinario del 1662 21 luglio firmat. Pedro de Orazio.
[165] Grida del 1664 7 agosto, citata nel libro Dati e tasse diverse del 1686.
[166] Decreto circolare del Senato 1664 18 marzo.
[167] «En 1664 une partie des droits qui se payoient dans l’intérieur du Royaume (di Francia) et à la sortie des manufactures fut supprimée, ceux de l’entrée sur les marchandises étrangères furent augmentés», traduct. du The Britisch Merchant, disc. prelimin., pag. 8.
[168] 1668 15 marzo.
[169] Dispaccio citato nella Risposta della Congreg.e dello Stato al progetto del Conte Prass.
[170] Dispaccio del 1671 11 luglio. Si riducono gl’interessi tutti al 5 per % e si sottopongono gl’interessi medesimi a pagare il 7 e 1⁄2 per % di tributo a beneficio della Comunità debitrice per iscontare il capitale. Queste complicate operazioni erano allora di moda nelle finanze, e si onorarono poi col nome d’algebra da chi non sa che l’algebra serve a rischiarare le cose oscure. Molti dispacci vennero simili a questo per diverse Provincie sul punto degli interessi, origini di liti e di controversie attrocissime fralle Comunità e creditori del Cremonese, Comasco, Novarese, Alessandrino, Casal Maggiore e Lumellina e tre anni vi vollero per far eseguire questi ordini sovrani, come da sentenza del Senato del 1674 12 luglio contro i redittuarj di Como. Relazione al Senato del Podestà di Como D. Giuseppe Galviz de Valenzuela 1674 15 maggio. Altra al Senato del Senat.re Luca Pertusati Pretore di Cremona 1674 15 marzo e molti simili documenti.
[171] Consulta del Senato del 1713 8 giugno.
[172] Decreto riferito dal Muratori, Ann. d’It., anno 1670.
[173] Consulta del Senato 1713 17 giugno.
[174] Dispaccio reale del 1679 4 genn.o.
[175] 1679 15 aprile. Si propone proibizione universale su’ cocchj d’oro, ricami, frange, ec. Proibizione a’ Lacchè di portare la canna. Nell’occasione d’inviti, veglie o feste non si diano acque rinfrescative più di due sorti, restando proibiti tutti i canditi, zuccheri e cioccolatte ec.
[176] Consulta del Senato 1679 … luglio, la quale approva tutt’i suggerimenti della Città e vi aggiunge del suo che: «Nobiles nisi iter acturi sint … teneri vestibus Hispano, vel italico more compactis prout et collari uti … Famulos Cursores quos Lacchè apellamus non esse permittendos … interdicto etiam syrmate vestium muliebrium vulgo la coda» ec.
[177] Montesquieu, Esprit des Loix, liv. XX, ch. IV.
[178] Nè tutti i vizj politici sono vizj morali, nè tutti i vizj morali sono vizj politici. L’opera di M.r di Mandeville lo prova abbastanza.
[179] «On étoit persuadé que le Royaume s’épuiseroit par les denrées du luxe que lui fournissoient ses voisins. On crut y remédier par des loix somptuaires qui achevèrent d’écraser nos manufactures» Recherches et considérations sur les finances de France, tom. I, pag. 101. «On a quelquefois voulu taxer le luxe sous le prétexte du rétablissement du bon ordre et de la modestie. Les loix somptuaires ne valent rien» Mirabeau, Théorie de l’impôt, pag. 191, edit. du 1760. «Le luxe, l’objet de tant de vagues déclamations qui partent moins d’une saine connoissance ou d’une sage sévérité de meurs, que d’un esprit chagrin et envieux» Essai politique sur le commerce, chap. IX, pag. 105.
[180] Consulta del Senato 1681 14 gennajo.
[181] 1679 24 genn. e 1679 25 settembre.
[182] Proibizione dell’estraz. della seta greggia 1679 15 mar.o.
[183] L’Impresa della vallonia abolita. Dati e tasse diverse, 1686, pag. 40.
[184] Ordinò la Corte la soppressione del dazio alla introduzione della seta greggia per dispaccio del 1681 21 aprile come si vede dalle consulte del Sen.to 1715 17 giugno, 1725 24 feb.o, ma il dazio si mantenne.
[185] Cioè sino al 1739.
[186] Risposta della Congregaz.e dello Stato al progetto del Conte Prass.
[187] Dati e tasse diverse del 1686.
[188] «Il n’est pas inoui de voir des États … employer pour se ruiner de moyens qu’ils appellent extraordinaires et qui le sont si fort que le fils de famille le plus dérangé les imagine à peine» Espr. des Loix, liv. XIII, ch. XVII; «par tout les princes ont été plus nécessiteux en raison de ce qu’ils imposoient davantage, et qu’ils s’abandonoient à des mauvaises formes d’imposition» Théorie de l’impôt, pag. 151.
[189] Il Muratori negli Annali d’Italia, tom. XI, pag. 324, così parla: «Uso fu degli Spagnuoli allorchè li pungeva la necessità delle guerre di provvedere al bisogno presente senza mettersi pensiero dell’avvenire col vendere i fondi del Dominio e delle rendite regali, tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d’inventar nuove gabelle ed aggravj, del che forte si dolevano i Popoli».
[190] «Nocere facile est prodesse vero difficile» Quintil. lib. 8.
[191] 1697 3 ap.le, 1698 5 agosto, dispacci citati nella Risposta della Cong. di Stato al Prog. del Co.e Prass.
[192] Dispaccio del 1682 21 maggio, citato nella consulta del Censimento 1732 7 giugno.
[193] Convocato de’ Filatori di seta, stamp. nel 1698 7 aprile, e consulta della Città al Senato 1699 31 gen.o.
[194] «L’intérêt de quelques hommes puissans est de vivre sous une administration relachée parce qu’alors les revenus publics, les loix, et toutes les parties du gouvernement se ressentent de cette foiblesse. La grandeur de ces particuliers consiste à tromper leur Prince, et c’est alors que les loix se vendent à plus haut prix que les injustices, les préférences odieuses rapportent de plus grandes somme» Davenant, rapporté dans les Consid. sur les finances d’Espagne, pag. 72. Vid. Ordini e lettere reali, tom. 2, pag. 216.
[195] «Plebis opes imminutæ, paucorum potentia crevit» Salust., de Bell. Catilin.
[196] «Une expérience fâcheuse nous apprend que l’activité des hommes se rebute facilement sur les objets qui leur reprochent leur ignorance et souvent la vanité les conduit à penser qu’on peut les regarder avec indifférence» Réflex. sur la nécessité de comprendre l’étude du commerce et des finances dans celle de la politique, pag. 52.
[197] Annali d’Italia, tom. XII, pag. 48.
[198] Della Diaria se ne vede una idea nello stampato Regolamento fatto nello Stato di Mil.o da S. A. S. il Principe Eugenio di Savoja ec. per l’anno 1707 a 28 gennaro. È bastantemente noto che il progetto fu fatto dal Conte Carlo Borromeo, uno de’ più zelanti Patrizj per poter dubitare se fosse la Diaria un bene per questo Stato. Dalla stampata scrittura, che s’intitola Breve informazione di fatto intorno al Rimplazzo, vedo che le consulte dello Stato e del Magistrato hanno preceduto questo nuovo sistema e col nome di Diaria si unirono in un sol carico gli altri molti, che s’erano imposti per il mantenimento dell’armata.
[199] Nella Consulta del Senato 1668 15 marzo così sta espresso: «Erat jamdiu nobis perspecta inæqualis ea imponendi ratio; plurium opidorum et villarum notæ quærelæ, nec occulta quæ olim peculiari Magistratus zelo excitata fuerant in remedium. Injustitia hujusmodi distributionibus patet ad sensum cum stariorum salis portio unicuique pago olim constituta pro necessario incolarum alimento mox in metodum exigendi oneris ad prædia pertinentis versa sit. Invaluit abusus tam in reali quam in personali contributione» ecc.
[200] Il Presidente Pompeo Neri nella Relazione stampata del Censimento mostra ad evidenza a qual segno fossero diseguali i carichi. La diferenza sul reale giungeva dal 2 al 13 (pag. 59) e sul personale dal 2 al 29 (pag. 65). Chi condanna l’odierno Censimento, perchè vi sieno degli errori, pretende che non debba essere opera umana, nè avrà mai vinta la causa al Tribunale della ragione sin tanto che non giunga a dimostrare che la presente diseguaglianza sia grande al paro dell’antica: «la perfection des choses humaines consiste à s’éloigner davantage des abus» Considerat. sur les fin. d’Esp., p. 176.
[201] «Le Clergé, la Noblesse, et les riches accoûtumés à faire retomber sur le Peuple les charges publiques s’indignerent de voir la proportion un peu rétablie. Ce qui est remarquable, les pauvres mêmes en faveur desquels on travailloit, séduits par les déclamations ordinaires en pareil cas, reclamoient des privilèges dont l’usage n’avoit jamais été connu d’eux» Economies politiques.
[202] Proggetto d’un nuovo sistema di taglia da praticarsi nello Stato di Milano ec., stamp.
[203] Informazione del Censimento stampata dal Pres.te Neri pag. 90.
[204] Risposta degli Abati e Consiglieri della Camera de’ Mercanti al Vicario di Provvisione stamp. 1710 21 febb.o. Si pubblicò grida contro l’estrazione delle gallette e sete greggie 1710 6 maggio.
[205] Nel reale dispaccio del 1711 29 ottobre così si esprime: «Aunque para ello sea necessario disminuir algunos dacios (cioè per rianimare il commercio) de los que se pagan por los materiales de que se componen estas fabricas, pues en mi Real animo preponderar mas el bien, y consuelo de mis fideles Vassallos que el presentaneo augmento de mi Real Patrimonio».
[206] Altro simile dispaccio del 1712 7 giugno in favore del commercio in cui si ordina la diminuzione delle gabelle nocive al commercio e questo dispaccio è citato nelle consulte del Senato 1712 14 novembre, 1713 7 giugno e 1713 8 giugno. Lo cita pure la consulta della Congregazione dello Stato al Magistrato Ord.o 1714 11 febbraro.
[207] Dispaccio reale del 1713 28 giugno citato nella Informazione del Censimento, pag. 275, e dalla Consulta del Censimento 1732 7 giugno § 83.
[208] Per Reale Dispaccio del 1713 28 giugno, come dalla consulta del Senato 1725 24 febbraro.
[209] «La pesanteur des charges produit d’abord le travail, le travail l’accablement, l’accablement l’esprit de paresse» Esprit des Loix, liv. V, chap. X.
[210] Consulta della Giunta del Mercimonio al Gov.e 1749 31 ottobre, a cui sta anche annesso il Memoriale de’ Mercanti del 1714 a S. M.
[211] Dalla tabella da me costrutta, nel 1750 erano i componenti della Camera de’ mercanti di seta come siegue:

[212] Obblazione de’ Mercanti di seta, oro e arg.o al Senato. Consulta del Senato 1715 11 aprile e sentenza del Senato del 1714 1 febb.ro.
[213] Supplica della Camera de’ Mercanti al Senato del 1714 e Consulta del Tribunale di Provisione al Gov.re 1714 22 giugno. Certamente la concorrenza co’ forestieri non avrebbe mai potuto portare le sete a un prezzo che pregiudicasse le interne manifatture. La libertà è l’anima del commercio e il Mercante che cerca d’evitare la concorrenza cerca d’imporre una gabella sulla Nazione a proprio vantaggio. Lo spirito del Negoziante è quello d’arricchire la propria famiglia, quello del Ministro è di combinare l’interesse della Nazione con quello de’ Negozianti. Se è bene ascoltare il parere de’ Negozianti per avere i fatti, è male certamente il non tenersi in guardia contro i suggerimenti che l’interesse privato deve sempre rendere sospetti. Il Signor di Forbonnai nelle Considerazioni sulle finanze di Francia, tom. 1, pag. 162, così dice: «Il fut établi en 1607 un Conseil de Commerce composé de différens Officiers du Parlement et de la Cour des Aides: mais cet établissement fut bientôt abandonné; et l’État n’en retira point de fruit parceque pour conduire le commerce il faut en même tems savoir comment se fait et se munir des principes contre les pièges de l’intérêt particulier de ceux qui le font. C’est un aveu fâcheux qu’arrache une expérience journalière; les Négocians voyent trop peu l’intérêt de la Société. Le Législateur au contraire ne doit calculer que le gain national et pour s’élever à cette combinaison il ne peut se dispenser de descendre au détail, non pas des profits particuliers mais des opérations diverses du Commerçant. Les personnes qui négligent ces connoissances sont toujours dans l’inquiétude et entourées de soupçons; ce qui les porte à établir des gênes contraires à leur objets, et à favoriser les monopoles qui présentent toûjours une fausse idée de police spéculative».
[214] 1714 17 settembre consulta del Senato.
[215] Eretta nel 1714 8 giugno, composta di otto Patrizj: Conte Teodoro Terzago, Marchese Giacinto Orrigone, Conte Lodovico Melzi, Conte Gerolamo Barbò, Conte Carlo Borromeo, Conte Francesco Sormani, Conte Carlo Anguissola e Conte Nicolò Maria Visconti.
[216] Vid. Essai sur les causes du déclin du commerce étrang. de la Grande Bretagne, tom. 1, pag. 250.
[217] 1715 1 aprile consulta della Giunta civica del mercimonio.
[218] Abbiamo un buon libro in nostra lingua sul commercio de’ due fratelli Pietro e Antonio Genovesi, pubblicato in Napoli, 1757. Ha per titolo Storia del commercio della Gran Brettagna scritta da John Cary con annotazioni e ragionamento del Genovesi professore di commercio. Così abbiamo pure una bella versione de’ Ragionamenti di Giovanni Locke fatta da Francesco Pagnini e da Angelo Tavanti e pubblicate in Firenze in due tomi nel 1751.
[219] Consulta della città 1715 11 aprile. Consulta del Senato 1716 22 aprile.
[220] Dispaccio Reale del 1716 19 febb.o.
[221] Consulta del Senato 1716 22 aprile.
[222] Grida di bando de’ panni forestieri 1716 19 maggio.
[223] Grida di bando de’ drappi forestieri 1716 20 maggio.
[224] Consulta del Vicario di Provvisione e Delegati del Mercimonio.
[225] Io veramente non ho potuto trovare il decreto della creazione di questa Giunta Regia, nè ho documento col quale assicurare che precisamente nel 1717 sia stata eretta. Al più potrebbe questa essere stata fondata l’anno antecedente. La Consulta di essa Giunta del 1717 18 giugno è la più antica che di essa ho trovata.
[226] Informazione ec. stamp. del Presidente Pompeo Neri, part. 1, cap 1.
[227] Progetto fatto per rimettere in quest’inclita città di Milano il decaduto mercimonio e commercio ed esposto sino in genaro 1720. All’Eccell.ma Congregazione del Patrimonio da Giuseppe Ronzio perchè la medema passasse a dare la providenza in sollievo tanto desiderato dal commun bene.
[228] Era questa Regia Giunta del mercimonio composta da D. Giuseppe Araciel, D. Benedetto d’Adda e dal Marchese Gio. Carlo Arbona.
[229] Ciò si vede dalla consulta della R. Giunta del Mercimonio 1723 14 giugno; consulta del Vic.o di Provis.e e Conservatori del Patrimonio alla Giunta di Governo 1726 14 maggio e consulta del Senato 1730 2 giugno.
[230] Di gride di bando di drappi forestieri antecedenti a quella del 1720 11 giugno ne ho raccolte io XXII nè mi lusingo di averle tutte.
[231] La Giunta civica del Mercimonio nella consulta del 1749 31 dicembre ne attribuisce la cagione al tacito consenso dato dal Gov.e per l’introduzione de’ drappi di Francia e ciò a fine di non deteriorare l’Impresa, che in quell’anno era in regia.
[232] Consulta del Patrimonio 1726 14 maggio. Attestato de’ Consoli, Abati e Tessitori di seta del 1729 20 dicembre.
[233] Muratori, Annali d’Italia, tom. XI, pag. 417.
[234] Nel 1723 10 marzo era firmato il progetto; 1723 16 settembre il Gov. lo propose al Senato; 1724 27 genn.ro il Senato eccitò la Città; 1724 14 maggio rispose la Città al Senato che aveva eccitato il Collegio de’ Mercanti; 1724 20 ottobre il Gover.re fece istanza al Senato per avere risposta. Il Senato eccitò il Fisco; 1724 10 novembre rispose il Fisco, che aspettava la consulta del Magistrato Ordinario; 1724 16 novembre il Senato riferì la risposta del Fisco al Governatore; 1724 2 dicembre il Gov.re sollecitò il Senato ed il Magistrato; 1724 15 dicembre il Magistrato fece la consulta; 1725 1 genn.ro il Gov.re passò la consulta del Magistrato al Senato; 1725 9 febbrajo il Fisco votò; 1725 24 febbrajo il Senato fece la consulta la quale non si sa nemmeno dove venisse riposta, vedendosi nel 1731 10 luglio fatta dal Gov.re nuova istanza al Senato perchè rispondesse sul progetto del Conte Sizzendorff. Così otto anni dopo era ineseguito. Non solo, ma dimenticato un ordine de’ più benigni d’un provvido Monarca.
[235] «Un commerce peut etre utile aux particuliers et en même tems ruineux pour l’État … l’intérêt du Marchand est tout à fait séparé de l’État qu’il peut ruiner par des importations étrangères qui lui seront personellement très lucratives; dans ce cas ce n’est que sur la Nation qu’il gagne. Ainsi son intérêt particulier ne la touche qu’autant qu’il se conforme aux vues générales» Le Négociant anglois, tom. 1, pag. 1 et tom. 2, pag. 114.
[236] «Non quid quisque dicat, sed quid cuique dicendum sit» Cicero, Tusculan., lib. V.
[237] Consulta della R. Giunta del Mercim. 1723 14 giugno. Ulm, Meminga, Augusta, Sangallo, Norimberga, Lipsia sono le città di Germania dalle quali prendiamo i generi proposti nel progetto.
[238] «Le commerce qui contribue le plus à occuper, et à nourrir nos habitans à faire valoir nos Terres est le plus précieux» Le Négociant anglois, tom. 1, pag. 27.
[239] Il Negoziante tende al monopolio: l’anima del commercio è la libertà, e la concorrenza. Il Cambista s’arricchisce colla sproporzione delle monete, e il bene della nazione richiede che si trovino nella proporzione de’ metalli circolanti.
[240] Consulta del Senato 1725 24 febb.o.
[241] 1730 2 giugno. Consulta del Senato al Governatore.
[242] Compendiosa relazione sul mercimonio del Questore Forti.
[243] 1732 7 giugno. Consulta della Real Giunta del Censimento a S. M., ivi si è trascritto molto di quanto sta in Tridi e in siti diversi vi sono le medesime contraddizioni unite, che passano tra esso ed il Piazzoli.
[244] «En tous pays dont le plus grand fonds sera en Terres on prétendera en vain faire supporter le fardeau des charges publiques du Gouvernement à toute autre chose, et ce sera enfin là qu’il devra necessairement aboutir en entier. Iamais en effet on ne viendra à bout de faire payer les charges aux Marchands, les laboureurs n’en seront pas en état; il faudra donc qu’en dernier ressort elles retombent uniquement sur les propriétaires des Terres» Locke, Considerat. ec., pag. 95.
[245] Dalla citata relazione del Questore Forti del 1750 17 ottobre trovo che l’estimo delmercimonio nel triennio del 1728, 1729, 1730 ascendeva alla somma di lire 252.011.-.6, cioè avevano le Università pagato al Banco di S. Ambrogio le somme seguenti:

Ciò serva soltanto per darne un’idea, alla quale è importante d’aggiungere che i notificati dati dal Banco di S. Ambrogio alla Giunta del Censimento si sono altre volte ritrovati mancanti, in confronto delle notizie che la Giunta medesima ha ricercate separatamente dalle Università soggette all’estimo; e questa non indifferente diversità è poi stata marcata in una tabella presso il Censimento ch’è intitolata: Confronto dell’estimo del cassiere del Banco di S. Ambrogio con quello notificato da ciascuna Università per pagato allo stesso cassiere nel triennio 1747 1748 1749 toccante il mercimonio della città di Milano.
[246] Qual danno facesse il solo dazio della seta alla introduzione si può vedere dalla Consulta del Censimento a S. M. del 1732 7 giugno, § 81.
[247] Ciò si vede ne’ Capitoli stampati della impresa della Mercanzia affittata al Conte Biancano appunto nel 1739; ma anche questa reale beneficenza non ebbe perfetto compim.to che nel 1754.
[248] Se in materia di commercio valesse il trito e falso assioma che tolta la cagione l’effetto pure si toglie, sarebbesi con questa sola operazione restituito in buona parte il fiorito commercio, perduto da questa Provincia in gran parte per le eccessive e mal regolate gabelle. Lo sregolamento era giunto a segno nel passato secolo che le famiglie potenti non pagavano i carichi, e tutto riccadeva sulla oppressa plebe; lo vedo nella consulta del Magistrato Ord.o 1660 8 gennajo, ivi si propone: «che non si admetta a carico nè amministrazione pubblica, Decurione, Patrimoniale, o qualsivoglia altro ministro, che prima non mostri d’aver compito alli suoi carichi per l’estimo che tiene». Il commercio rovinato è come un infermo, al quale per ristabilirsi non basta il cessare dal commettere i disordini cagioni della malattia, ma vi vuole positivo rimedio. Quella naturale affezione che l’uomo prende al luogo dove per lungo tempo soggiorna, alla quale si dà prodigamente il nome d’amor della patria, è cagione che l’uomo difficilmente si traspianti, se non quando stia male dov’è, o veda adito a vivere molto meglio altrove. Basta rimontare una macchina ben composta per vederla in moto, ma vi vuole la mano superiore dell’artefice per ridonarglielo quando è una volta disordinata.
[249] 1749 20 settembre dispaccio reale.
[250] 1749 11 ottobre altro reale dispaccio.
[251] Dalla consulta della Giunta civica del mercimonio del 1749 31 dicembre vedo i tessitori di seta erano come siegue:

Ciascuno de’ tessitori di solio, secondo dice la consulta, può avere 15 telari, in tutto tel.i 675. Ciascuno de’ tessitori a opera può avere secondo la consulta 10 telari, in tutto telari 200. Supponendo che i telari di solio lavorino ciascheduno ogni anno verisimilmente libre di seta 200 e che i telari a opera ne lavorino libre di seta 120 farebbero:

Ora, supponendo che il valor della seta filata sia la metà del valore della manifattura, supposizione delle più moderate, e supponendo la seta filata al promiscuo prezzo di £ 16, se trasportandola filata entrano nella provincia lir. 2.544.000, accettando l’offerta fattaci venivamo di più a guadagnare ogni anno il valore di lire 2.544.000. Chi bramasse di chiarirsi su questo calcolo veda Ustariz, Théorie et pratique du commerce, pag. 44, ediz. di Hambourg.
[252] Consulta della Giunta civica del mercimonio 1749 31 dicembre. Consulta della Congregazione dello Stato 1750 6 aprile.
[253] «Hi ritus quoquo modo inducti, antiquitate defenduntur» Tacit., Histor., lib. V.
[254] «Leur multiplicité effrénée dit. M. de Sully est la marque assurée de la décadence prochaine d’un État» Recherches et Consid. sur les Finan. de France, tom. 1, pag. 107.
[255] Vattel, Droit des Gens, liv. I, ch. VIII, § 98.
[256] Nov. organ., lib. I, aph. XCIV.
[257] Popolazione dello Stato di Milano nel 1755.

[258] Savary, Diction. du comm., art. frommage.
[259] Due sole fabbriche di pannina e saglie tessono lana in Milano e sono: Gaetano Acquanio, che nel 1756 fu successore al Rusnati, ed Angelo Maria Rusnati, successore di Carlo Viscontino nel 1758. Queste due fabbriche per adequato d’un decennio non lavorano per più di ottanta balle di lana ogn’anno tra tutte due. Felice Clerici nell’anno scorso 1761 ha eretta una nuova fabbrica di camellotti ed altri lavori di lana per la quale ha introdotte balle trenta di lana. Il piccolo lavoro delle calze di lana e stame si riduce a cinque fabbricatori cioè: Francesco Tavola, Emanuele Faustino, fratelli Maggi, Giuseppe Rossi, Fratelli Guggiò, i quali l’anno scorso 1761 hanno tutti insieme introdotte a loro conto balle di lana 14 1⁄2. Tutto il lanificio della città di Milano si riduce dunque a consumare balle 124 1⁄2 l’anno. V’è in Como una fabbrica di panni eretta nel 1756 sotto il nome di Natale Stoppa; sembra essa andare a prosperità più delle altre, poichè di balle 35 di lana che introdusse nel primo anno, nel 1760 sino a balle 148 estese la sua introduzione. Fabbriche di capelli sono: Monza n° 11; Codogno n° 1; Como n° 1; Pavia n° 3. Nelle Terre del Ducato, Canzo e Missaglia, Monza e Sormano alcune fabbriche vi sono di saglie, mezzelane e pannine. Per vedere il lanificio di tutto lo Stato di Milano trascriverò l’estratto dai libri delle dogane della lana introdotta in questi ultimi anni, cioè di quella lana che entra esente da ogni gabella, come destinata alle manifatture secondo il decreto di Carlo VI del 1739 messo poi in esecuzione nel 1754. È bensì vero che, non essendo fra di noi chi invigili in nome del Principe alle manifatture, certa cosa non è che la lana introdotta a titolo di manufatturarsi si converta tutta in lavori, nè si defraudi la Regia Gabella. In ogni caso l’importazione della lana a titolo di manifatturarsi è come siegue:

[260] Le fabbriche delle valli di Bergamo sono le seguenti: Giambattista Barca, Bonfanti e Machi, Alessandro Donati per Berini, Giacomo Tiraboschi, Giambattista Rota q.m Carlo, Gilardo e Carlo Guarinoni, Giuseppe Pasinelli, Agosti e Maggi, Gerolamo Rosciati, Bernardo e Diego Giovanelli di Gandino, Diadoni di Gandino, Gerolamo Sottocasa, Casari, Borella e Greppi, Gerolamo Bonesi ed altri cinquanta di minor capitale.
[261] Riceviamo i cottoni in natura dalla parte di Sinigaglia e questi per lo più in compenso de’ nostri lini ivi portati.
[262] La Provincia più abondante di rame è la Valdosta; una nuova miniera molto copiosa di questo metallo s’è scoperta in Savoja nel Marchesato di S. Maurizio a Pezey.
[263] Quei Legislatori che proibiscono anche con pene il trasporto del denaro contante, o suppongono che la Nazione voglia donarlo alle altre, ovvero comandano che si dichiari fallita.
[264] Due giustificazioni qui devo fare. Prima il notificato si fa de’ bozzoli ed io l’ho ridotto in libre di seta valutando cinque libre grosse di bozzoli per ogni libra piccola di seta. Secondo, ho valutati i contrabbandi il dieci per cento e li valuterò in avvenire agli altri capi del commercio; questa mi pare la supposizione più discreta ed è conforme alle informazioni che ho prese.
[265] In questo calcolo, come negli altri tutti, ho fatto studio di attenermi alle supposizioni più moderate. S’egli si discosta dalla verità sarà certamente per difetto non per eccesso, poichè le notizie d’alcuni pochi filatoj del Cremonese, Pavese, Lodigiano e Comasco non m’è riuscito d’averle.
[266] Gli Scrittori economici più illuminati stabiliscono il consumo de’ grani a moggia tre per ogni abitante; io anche in questa supposizione ho voluto attenermi a un conto più ristretto.
[267] La volgare opinione è che il Milanese faccia di grani in un raccolto il doppio del bisogno, ma dove sia un milione d’uomini che mangi il nostro pane non saprei; il solo nostro superfluo allora basterebbe a nutrire tutte le truppe delle Potenze d’Europa.
[268] Relazione del Commissario d’Intra e Pallanza Giuseppe Beretta, il che è un fatto di pubblica notorietà.
[269] Laveno, terra del Lago Maggiore, è il principale punto d’appoggio del nostro commercio de’ grani. Molti grani, passando da Somma a Sesto travviano di contrabbando, molti da Sesto a Laveno travviano alla sponda di Belgirate. Altro grano va di contrabbando col pretesto del mercato d’Angera e sbarca in Arona del Re di Sardegna, altri grani col pretesto di passare da Sarono a Como vanno a Stabio e Mendrisio e Lugano, terre svizzere; in somma sì poco misterioso è il perenne contrabbando de’ grani che ne’ mercati d’Arona, Intra e Pallanza, Stato sardo, e in quello di Locarno, Stato svizzero, una gran parte de’ magazzeni è de’ Mercanti milanesi.
[270] Molti contrabbandi si fanno di burro, non essendo in osservanza lo scrivere il giorno, l’ora e la quantità, che si trasporta. Così una licenza serve a più viaggi. In Pavia e in Codogno molte licenze si spediscono da chi lo fa per arbitrio. Sono questi un disordine se si riguardi l’innosservanza della legge e sono un bene se si esamini la natura della legge medesima.
[271] Lo stajo di sale è di libre grosse 24, cosicchè il moggio veneziano contiene stara 42 milanesi crescenti.
[272] Vengo assicurato che l’annua compera del tabacco ascenda al prezzo di lire treccento cinquanta mila (350.000), il che ascende sempre più la partita del commercio passivo. Ora che sono impiegato nella Ferma dico che il prezzo primitivo de’ tabacchi è circa 400mila annue lire.
[273] «Un Païs qui envoye toujours moins de marchandises qu’il n’en reçoit se met lui même en équilibre en s’appauvrissant: il recevra toujours moins jusqu’à ce que dans une pauvreté extrême il ne reçoive plus rien» Esprit des Loix, liv. XX, ch. XXI.
[274] Nota de’ prezzi massimi del frumento notificati alla Camera del Broletto di Milano

[275] «Parce que les loix étoient mauvaises on a trouvé les hommes paresseux» Esprit des Loix, liv. XV, ch. VIII e il Genovesi, Storia del commercio ec., tom. III, pag. 84 chiama la legge «Madre e tutrice degli uomini»; io di più vorrei chiamarla nudrice giacchè dallo squallido o vigoroso aspetto della società puossi argomentare la purità e condizione della legge medesima.
[276] Vero è che coteste gride, benchè pubblicate col nome del Sovrano, non hanno forza di legge che per il tempo del governo di chi le ha sottoscritte, ma essendo una pratica costante che al principio di ogni mutazione il nuovo Governatore le confermi, elleno diventano così una vera e reale addizione al codice nazionale.
[277] La grida del 1664 23 aprile condanna a dieci anni di galera e persino alla morte chi dopo le due ore di notte sia ritrovato con coltello di qualsivoglia sorte. La grida del 1659 16 gennaro condanna a tre tratti di corda qualunque Suonatore che suoni per ballare dopo mezza notte. La grida del 1658 10 marzo condanna a due tratti di corda chiunque appoggi alle mura di fuori delle chiese ove sieno dipinte imagini sacre un archibuggio. La grida del 1737 8 ottobre condanna a tre tratti di corda chiunque ritenga moneta erosa forestiera o la spenda o la riceva. Per grida del 1747 23 marzo si condanna a tre squassi di corda chi ardirà fermarsi presso le porte dell’ospedale o appoggiarsi presso le sbarre durante un’indulgenza. Per grida del 1739 16 novembre qualunque che giuochi al faraone, biribisso, lanzchinetto e simili è condannato in galera. Per grida del 1746 7 ottobre chi porta forbici con punta è condannato a tre tratti di corda e così molte altre.
[278] De augm. scient., lib. VIII, De fontibus iuris, aphor. 8.
[279] Genovesi, Storia del comm., tom. I; Ragionam. sul comm., pag. LXIV.
[280] «Lorsque dans la même personne ou dans le même Corps de Magistrature la puissance législative est réunie à la puissance exécutrice il n’y a point de liberté: parce qu’on peut craindre que le même Monarque ou le même Sénat ne fasse des loix tiranniques pour les exécuter tiranniquement» Esp. des Loix, liv. XI, ch. VI.
[281] Genovesi, Storia del commercio, tom. 2, pag. 16.
[282] «Dans une Ville commerçante il y a moins de juges et plus de loix» Esprit des Loix, liv. XX, ch. XVI.
[283] Francisci Baconis De augm. scient., lib. VIII, aph. 44.
[284] L’illustre Cancellier Bacone nel libro De augm. scientiar., lib. VIII, aphor. 38 così stabilisce: «Iudices sententiæ suæ rationes adducant idique palam atque ad stante corona ut quod ipsa potestate sit liberum fama tamen et existimatione sit circumscriptum».
[285] «Je ne parle point du droit coutumier dont l’usage devroit être aboli partout, parce qu’il ouvre la porte à mille chicanes, à mille interpretations, à mille fausses preuves pour et contre dans chaque cas. Il est ridicule de vouloir gouverner les Peuples par d’autres loix que par celles qui sont écrites et dont ils peuvent sçavoir précisément la teneur» Bielfeld, to. I, pag. 89.
[286] Statuti di Milano stampati da Alessandro Minuziano nel 1502, fol. 54 t.o.
[287] Non ci è possibile registrare il numero degli Avvocati e Sollicitatori e Notaj; i soli Procuratori, parte collegiati e parte approvati che ritrovansi nel diario del Foro del 1761, ascendono al numero di dugensettantotto (278) e i Notari, i quali col nuovo Censimento hanno ottenuto lire 6.000 annue da distribuirsi fra il loro Corpo in isconto di altri privilegj, hanno per testa lire 9 sol. 10, il che ascende il loro numero a 631.
[288] Storia del commercio della Gran Bretagna, tom. I, Ragionamento sul commercio, pag. LXIV.
[289] Statuti di Milano, stamp. nel 1480, fol. 219 t.o.
[290] I detti Statuti, fol. penultimo.
[291] Vedi parte prima, capo primo.
[292] Nov. Constitut., tit. De officio Abatum et Consulis Mercatorum, pag. 187, ediz. 1747.
[293] Nov. Constitut., pag. 191.
[294] «Xenophon, au livre des revenus, voudroit qu’on donât des récompenses à ceux des Préfets du commerce qui expédient le plus vite le procès … les affaires du commerce sont très peu suceptibles de formalités. Ce sont des actions de chaque jour que d’autres de même nature doivent suivre chaque jour. Il faut donc qu’elles puissent être décidées chaque jour. Il en est autrement des actions de la vie qui influent beaucoup sur l’avenir mais qui arrivent rarement. On ne se marie guère qu’une fois, on ne fait pas tous les jours des donations ou des testaments on n’est majeur qu’une fois» Esprit de Loix, liv. XX, ch. XVI.
[295] «Le commerce ne peut sans un grand dommage essayer les formalités des iurisdictions ordinaires; plus la Nation devient commerçante et plus la iurisdiction consulaire devient nécessaire» Essai politique sur le commerce, chap. XXII, pag. 283.
[296] «Le Iuge conclut par dire aux Iurés: c’est ici une matière de commerce que je ne comprends point et que vous entendez: je m’en remets donc là-dessus à votre avis» Essai sur les causes du déclin du commerce étranger de la Gr. Brettagne, to. I, pag. 250.
[297] «Declarons nulles toutes ordonnances, commissions, mandemens pour faire assigner et les assignations données en consequence par devant nos Iuges et ceux des Seigneurs en révocation de celles qui auront été données par devant les Iuges et Consuls. Défendons, à peine de nullité, de casser ou surseoir les procedures et les poursuites en exécution de leurs sentences, ni faire défenses de proceder pardevant eux. Voulons qu’en vertu de notre présente ordonnance elles soient exécutées et que les parties qui auront présenté leur requêtes pour faire casser, révoquer, surseoir ou défendre l’exécution de leurs iugement, les Procureurs qui les auront signées et les Hussiers ou Sergens qui les auront signifiées soient condamnéz chacun en cinquante livres d’amende moitié au profit de la Partie et moitié au profit des Pauvres, qui ne pourront être remises ni moderées: au payement des quelles la Partie, les Procureurs et les Sergens seront contraints solidairement» Ordonnance de Louis XIV, tit. XII, art. XV.
[298] Statuti di Milano, stamp. nel 1480, ne’ quali fol. 238 t.o sta inserita l’accennata ordinazione del 1473 12 feb.ro del Duca Galeazzo Maria Sforza.
[299] Nov. Constitut., pag. 189.
[300] Nov. Constitut., pag. 189.
[301] «Au cas que l’État se trouve frauduleux ceux qui auront obtenu des lettre ou des défenses en seront décheus, encore qu’elle ayent ésté entérinées ou accordées contradictoirement; et le demandeur ne pourra plus en obtenir d’autres, ni étre reçeu au benefice de cession» Ordonnance de Louis XIV, 1673, tit. IX, ar. 2 et Déclaration du 23 decembre 1699.
[302] «Nous avons crû être obligés de pourvoir à leur durée par des règlemens capables d’assurer parmi les Négocians la bonne foi contre la fraude et de prévenir les obstacles qui les détournent de leur emploi par la longueur des procès et consomment en frais le plus liquide de ce qu’ils ont acquis» Code marchand, à Paris, 1762, pag. 3.
[303] Editto di Enrico IV del 1609.
[304] Les banqueroutiers frauduleux seront poursuivis extraordinairement et punis de mort» tit. XI, art. 12. Veggasi Le parfait Négociant, tom. I, dalla pag. 699 sino alla pag. 745, ediz. di Genevra, in 4.to.
[305] Savary, Dictionn. du commerce, all’articolo Banqueroutier.
[306] Esprit des Loix, liv. XX, ch. XV.
[307] Vattel, Droit des Gens, liv. I, ch. XIX, § 223. Vid. Pufendorff, Le droit de la nature et des Gens, liv. VIII, ch. XI, § 2. «O jura præclara atque divinitus jam inde a principio Romani nominis a majoribus nostris comparata … ne quis invitus civitate mutetur, neve in civitate maneat invitus. Hæc sunt enim fundamenta firmissima nostræ libertatis sui quemque juris et retinendi et dimittendi esse dominum» Cicero, pro L. Corn. Balbo.
[308] Nov. Constit., pag. 189.
[309] Grida del 1663 15 febb.ro inseritone il tenore nella Nova Constituzione a pag. 191. Vero è che sì fatte leggi non si osservano con tutto il rigore, il che importa che due sono i mali: primo che v’è una cattiva legge, secondo che non si osservano le leggi. Fatto sta che all’occasione si fanno revivere simili leggi e possono servire a opprimere metodicamente un cittadino.
[310] Lettres Édifiantes, 11 recueil, pag. 315.
[311] «Il faut s’appliquer à faire en sorte qu’il y ait un nombre suffisant d’ouvriers habiles dans chaque profession utile ou nécessaire. Les soins attentifs du Gouvernement des réglemens sages des sécours placés à-propos produiront cet effet sans user d’une contrainte toûjours funeste à l’industrie» Droit des Gens, liv. I, ch. VI, § 73.
[312] «C’est parce qu’on a rendu l’obéissance difficile que l’on est obligé d’aggraver la peine de la désobéissance. Un Législateur prudent prévient le malheur de devenir un Législateur terrible» Esprit des Loix, liv. XV, ch. XV.
[313] Veggasi tutto il capo XII del lib. VI dell’Esprit des Loix.
[314] «Toute peine qui ne dérive pas de la nécessité est tirannique. La loi n’est pas un pur acte de puissance» Espr. des Loix, liv. XIX, ch. XIV.
[315] John Cary, Storia del comm. della Gr. Brettagna, cap. VII.
[316] «Lorsque les formes sont vicieuses il appartient au Législateur de les réformer. Cette opération faite ou procurée suivant les loix fondamentales sera l’un des plus salutaires bienfaits que le Souverain puisse répandre sur son peuple. Garantir les Citoyens du danger de se ruïner pour la défense de leurs droits, réprimer, étouffer le monstre de la Chicane c’est une action plus glorieuse aux yeux du sage que tous les exploits d’un Conquérant» Vattel, Droit des Gens, liv. I, chap. XIII, § 166.
[317] Può il Negoziante arricchire impoverendo lo Stato o collo spaccio di manifatture straniere o colla esportazione delle nostre materie prime o col cambio delle monete ec.
[318] Per nome di condotta intendo per ora non la sola spesa del trasporto, ma unitamente il pericolo della perdita, cioè l’assicurazione.
[319] I fondamenti principali per la costruzione delle tariffe sono questi quattro: I. sollevare la introduzione delle materie prime destinate alle manifatture; II. aggravare l’esportazione di esse materie prime; III. alleggerire l’esportazione delle manifatture nazionali; IV. aggravare l’importaz.ne delle manifat.e estere.
[320] Statuti di Milano, stamp. nel 1480, fol. 190 tergo.
[321] Veggasi la consulta del Senato 1662 8 giugno e l’altra del Senato del 1726 16 settembre dove leggesi: «omnia sensim labi et languescere ceperunt postquam vernaculis mercibus ceterisque speciebus ad earumdem fabricationem requisitis addita sunt nova datia». Nella consulta della Congregazione dello Stato al Magistrato del 1724 11 febb.o si cerca la costruzione di chiare tariffe de’ dazj e così nella consulta della Congregazione del Patrimonio del 1726 12 aprile si cerca che si «stabilisca il Dato e si faccia palese a tutti, acciò non sia in balia degl’Impresarj o loro Officiali il fare estorsioni». Nella consulta della Giunta del Censimento a S. M. del 1732 7 giugno così si legge al § 75: «È scaduto il mercimonio per non sapersi mai il preciso pagamento che sia dovuto, a cagione della moltiplicità de’ dazj e della renitenza de’ Regolatori di dare a’ Mercanti le tariffe di quello che devono pagare, onde in molte merci di nuova fabbrica, non espresse ne’ Dati vecchj, si constituisce a quelle il dazio a capriccio de’ Regolatori, senza che i Mercanti possino riccorrere per giustizia, attesa la premura di spedire e d’estrarre le merci e per non involgersi in gravi litigj».
[322] Così avenne nel 1708 indi nel 1719 quando da Pietro Ricchini stampossi in Cremona il Modo di scodere il dazio della gabella grossa di Cremona, come ce ne assicura il Negri, Della vera instituzione de’ dazi ec., stamp. in Cremona, 1750, pag. 70 e 71. Cosa mirabile in vero si è il vedere come senza distinzione veruna paghinsi un tanto la libra i lavori di reffe, sieno merletti sopraffini di Fiandra, ovvero calze comuni; e così del rimanente senza distinzione de’ luoghi d’onde ci vengono le merci o della concorrenza che possino avere colle interne nostre manifatture.
[323] Delle monete, tom. 1, pag. 351.
[324] Veggasi l’opera citata Delle monete, tom. 2, pag. 371.
[325] Il titolo dell’opera in folio è Osservazioni sopra il prezzo legale delle monete.
[326] Il Marchese Beccaria ha supposto che grano sia la stessa cosa a Genova come a Venezia. Gli accreditati Scrittori d’Italia non hanno svelato questo mistero, cioè che quando si dice grano in una città si dice un peso e in un’altra un altro. Quindi le tavole da esso pubblicate per questo capo sono mancanti; hanno però il merito d’essere costrutte con un metodo nuovo affatto e più semplice di ogni altro, nè questo errore di fatto pregiudica al merito intrinseco dell’opera in cui sta ristretta e dimostrata tutta la teorica delle monete senza discapito della chiarezza e con molta energia di stile. L’operazione d’alcuni giorni d’un computista potrebbe in una ristampa far comparire quest’opera superiore a qualunque obiezione.
[327] Da questa regola universale la ragion vuole che eccettuiamo la Congregazione dello Stato, la quale nel 1763 8 febbraro ha fatte due consulte sulle monete appoggiate finalmente ai principj cioè che il buon regolamento delle monete essenzialmente dipende dalla giusta proporzione tra i metalli che le compongono, che si deve stare alla proporzione fra l’oro e l’argento che più si adatti alle proporzioni per adequato de’ Stati finitimi; che l’arbitraria valutazione delle monete porta seco per inevitabile conseguenza la depauperazione del Paese stesso che le fa; che le monete erose eccedendo di troppo il valor numerario in esse all’intrinseco cagionano il corso abusivo e si contraffanno in altre zecche con discapito del nostro commercio; che rifondendo le monete il callo naturale e la spesa nel coniare non devono compensarsi colla minore intrinseca bontà della nuova moneta. In somma questa è la prima volta in cui un Corpo pubblico osa fra di noi ragionare di monete abbandonando i pregiudicj curiali che ci hanno infestati sin ora.
[328] Mi viene supposto che nuova somma sia stata somministrata a cotesta fabbrica nel 1762.
[329] Veggasi a tal proposito la scrittura dell’avvocato Longo stamp. in forma di supplica al Magistrato Camerale del 19 luglio 1762. Egli ha trattata la materia secondo i veri principj del commercio ed ha dimostrato che non solamente questi pretesi fabbricatori (che meglio chiamerebbonsi tintori di tele) hanno mancato al contratto non mantenendo i telaj come si erano offerti ed obbligati, ma che la tintura di coteste tele è dannosa allo Stato facendo uscire denaro per compera delle tele che si fanno venire dagli Svizzeri; ed avendo sostituito ai mobili che prima si facevano col filugello, frutto delle nostre terre, la moda di farli di coteste tele di cotone, onde per mettere in voga questa straniera manifattura e impiegarvi sessanta cittadini s’è avvilito il prezzo d’una natural produzione delle nostre terre e tolto il pane a molto maggior numero di cittadini che vivevano colla manifattura del filugello.
[330] Veggasi parte I, cap. I.
[331] La gabella nuova imposta alla seta greggia è stata al principio di soldi 20 per libra di seta all’estrazione. Per sovrano dispaccio del 1750 28 settembre fu stabilita e in esso dispaccio ordina S. M. che il prodotto di questa gabella si converta tutto in una manifattura di seta nè sia distratto in verun altra causa. Per nuovo dispaccio del 1751 25 agosto si ridusse la gabella a soli sol. 10 la libra di seta e si replicarono gli ordini acciò onninamente il prodotto di essa si convertisse nella accennata Regia manifattura di seta.
[332] Vid. Statut. Mediolan., impress. 1480, in Rubrica generali de Paraticis et marosseriis et ligatoribus ballarum et barbitonsoribus ed i Statuti, stamp. nel 1502, fol. 155.
[333] Sino nel 1662, quando eccitate furono le Università delle Arti e Mestieri dal Senato a manifestare le loro occorrenze, trovavansi varie di esse rovinate dai debiti e dai pesi arbitrarj. Così i Miropolari erano oppressi dai debiti per la lite co’ Pellizzarj; così i Pellatari erano in rovina per le liti e messa quotidiana in S. Lorenzo; così i Merzari per liti cogli Allabardieri, così gli Orefici ec. ed a ciò erano costretti attribuire in parte la decadenza del commercio. Ma nella Informazione del Cesati alla Giunta del Censimento del 1754 30 settembre § 39 trovansi le prove di questo disordine sussistente anche al dì d’oggi, ivi: «i tessitori di lana, ai quali è mancato il lavorerio per essersi a due soli ridotti i Mercanti che loro somministrano le lane per la fabbrica de’ panni, saglie e bajette, allegando per motivo d’una tal decadenza l’oppressione fatta ai medesimi fabbricatori dalla Camera de’ Banchieri con essere stati obbligati per non poter sostenere una lite a pagare gli estimi ancorchè sieno stati con Cesareo Reale Dispaccio dichiarati esenti da ogni aggravio e persino dai dazj ad effetto si accrescesse e fiorisse un tal commercio». Indi al § 49: «eccitandosi fra le medesime Università frequenti dispendiosissime liti e contraendosi grandiosi debiti per sostenerle vengono per fine inabilitate alla contribuzione de’ loro carichi e ridotte ad un’estrema miseria». La forza di questi fatti si intese dalla Congregazione dello Stato la quale nella consulta che indirizzò al Magistrato nel 1724 11 feb.ro dichiarò perniciosi al ben pubblico cotesti Corpi di Università ec. e propose di rimettere l’antica libertà intera dell’esercizio delle arti e de’ mestieri ad ogni Cittadino.
[334] Ne’ vecchi Statuti, stamp. nel 1480, trovo a fol. 248 t.o una legge sulla lana lo spirito della quale è precisamente l’opposto di quella accennata de’ Mercanti di seta: «Nullus det lanam ad laborandum nec ad virgandum extra domum suam».
[335] «Les Marchands et maîtres ne peuvent avoir qu’une boutique ouverte sur rue ou échaupe … où il leur est loisible de mettre des tapis et sur ceux telles étoffes que bon leur semble de celles qu’ils font fabriquer». Règlemens de Paris 1667, Diction. du commerce, art. règlemens, tom. III, pag. 512.
[336] «Les statuts qui assignent les bornes du travail entre le Cordonnier et le Savetier, entre le Serrurier, et l’Arquebusier ecc., ont donné matière à de longs procès qui ne sont peut-être pas encore terminés. La plupart des Maîtrises … leur apprentissages, leur statuts ridicules et leur charges plus ridicules encore, tout cela n’est que perte d’hommes et de tems» Essai politique sur le commerce, chap. VIII, pag. 102.
[337] Alcune arti esiggono per loro natura d’essere unite in Corpo. Tali sono: gli Argentieri, i Giojellieri, i Fabbricatori di panni e stoffe senza disegno, e gli Speziali, poichè da essi dipende il credito della Nazione e la vita e le fortune de’ Cittadini. Nelle stoffe a disegno e di lusso, siccome non si cerca la durata principalmente, ma bensì la magnificenza e il gusto del lavoro, così ogni compratore può giudicarne al solo vederle, ma ne’ panni e ne’ lavori di seta lisci la sola ispezione non basta. Se elleno non sono tessute e tinte secondo certe leggi dopo alcun tempo cangia il colore o si lacera la mal tessuta stoffa, nè questo difetto è distinguibile che agli occhi de’ professori. Perciò a sostenere il concetto delle manifatture d’un Paese conviene col pubblico impronto bollarle, come fassi in Francia e a Genova. Serve questo attestato ad assicurare che la manifattura è fabbricata secondo le leggi delle altre che si sono sperimentate.
[338] Recherches sur les finances de France, tom. I, pag. 129.
[339] Veggasi la bell’opera del Cav. Nickolls, Remarques sur les avantages et les desavantages de la France et de la Grande Bretagne, pag. 116, troisième édition, Dresde 1754.
[340] «Le commerce est un bien commun à la Nation; tous ses membres y ont un droit égal. Le monopole est donc en général contraire aux droits des Citoyens» Droit des Gens, liv. I, ch. VIII, § 97.
[341] «Rapeller les hommes aux maximes anciennes c’est ordinairement les ramener à la vertu … Les institutions anciennes sont donc ordinairement des corrections et les nouvelles des abus. Dans le cours d’un long gouvernement on va au mal par une pente insensible et on ne remonte au bien que par un effort» Esprit des Loix, liv. V, ch. VII.
[342] Ce lo provano i decreti del Duca Filippo Maria degli anni 1442 e 1443 de’ quali abbiam parlato part. i cap. i, e allora si trattava di nuovi Fabbricatori che venivano da Firenze e da Genova ad insegnarci a lavorare le sete.
[343] John Cary, Storia del commercio della Gran Brettagna, cap. VII.
[344] «I had rather my heart or hand schould perish than that either my heart, or hand schould allow such privileges to monopolist as schould be prejudicial to my people».
[345] «On peut aussi apeller de la sorte un commerce qui n’est pas moins dangereux pour ne se faire que sous une autorité respectable. C’est lorsque des particuliers surprenant la religion du Souverain et abusant du crédit qu’ils ont obtiennent des privilèges exclusifs de vendre seul d’une certaine sorte de marchandise; monopole d’autant plus funeste pour le commerce que celui qui le fait échappe à la sévérité de la loi sous la protection surprise de celui qui est l’auteur de la loi».
[346] Ustariz, Théor. et pratiqu. du comm., chap. XCVIII.
[347] «On accorde quelquefois des privilèges exclusifs mais ce doit être avec beaucoup de circonspection. Lors même qu’on les estime nécessaires, il est sage de les limiter et de prendre garde qu’ils ne se convertissent en un monopole très utile aux particuliers, mais encore plus préjudiciable au public. Pour accorder ces privilèges même avec toutes les restrictions possibles, il faut au moins que ce soit une manufacture nouvelle, dispendieuse, utile au commerce et au Royaume» Ustariz, Théor. et pratiqu. du comm., pag. 448, édit. de Hambourg.
[348] «On entend par le nom de monopole un privilège exclusif accordé par le Souverain à une ou à plusieurs personnes de fabriquer et de vendre seule une sorte de marchandise dans toute l’étendue de l’État ou dans quelqu’une de ses Provinces. Les Peuples, les plus policés dans tous les âges, ont eu une si grande aversion pour cette espèce de tirannie que le seul nom en est devenu odieux au point que l’Empereur Tibère voulant s’en servir demanda au Sénat la permission de le faire … tout monopole en général est préjudiciable au bien commun de la Société et nuisible au succès de la manufacture même en faveur de la quelle il est accordé» Bielfeld, Inst. politiqu., to. II, ch. XIII.
[349] «Les Privilèges exclusifs de commerce ne doivent jamais être accordés sous prétexte de concurrence désavantageuse aux négocians, c’est à eux s’aviser là-dessus» Essai politique sur le commerce, chap. X, pag. 148.
[350] «Une fausse idée de police spéculative» Considérations sur les finances de France tom. 1 pag. 162.
[351] «Tout le monde convient que la liberté est l’âme et le soutien du commerce et que la concurrence est le seul moyen d’établir le prix de toute marchandise au taux le plus avantageux au Public» Essai sur la police génér. des grains, pag. 44.
[352] «Il convient de faire connaître le principe le plus actif du commerce utile c’est a dire la concurrence» Elem. du comm., to. I, ch. 2, pag. 88.
[353] «On revient de ses erreurs le plus tard qu’on peut» Esprit des Loix, liv. XXI, ch. VII.
[354] Nov. Constit., pag. 26.
[355] Nov. Constit., pag. 26.
[356] Nov. Constit., pag. 30.
[357] «Il y a deux genres de corruption: l’un lorsque le peuple n’observe point les loix, l’autre lorsqu’il est corrompu par les loix» Esprit des Loix, liv. VI, ch. XII.
[358] Dion. Halicar., lib. 2; Tit. Liv., lib. 8, cap. 20 et 28; Seneca, epist. 88; Cicero, in Verr., 7. Romolo non permise che due professioni agli uomini liberi: l’agricoltura, e la guerra. I mercanti e gli operaj non erano nel numero de’ Cittadini. Dion. Halicar., libr. IX; Cicer., De Off. lib. I, cap. 42. Quindi presso i latini scrittori commerciante, operajo e barbaro suonavan lo stesso: «An quidquam stultius quam quos singulos sicut operarios barbarosque contemnas eos aliquid putare esse universos?» Cicer. Tuscul. quæst. lib. V. «Nolo eumdem populum Imperatorem et portitorem esse terrarum» diceva pure Cicerone e nel Codice, l. 5, Cod. De natural. libertis si confondono indistintamente la donna «quæ mercimoniis publice præfuit» e la schiava, l’istriona e la meretrice; quindi dice l’autore delle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur decadence «que les Citoyens romains regardoient le commerce et les arts comme des occupations d’esclaves ils ne les exerçoient point», ch. X, e nello Spirito delle Leggi: «Leur génie, leur gloire, leur éducation militaire, la forme de leur gouvernement les éloignoit du commerce» liv. XXI, ch. X.
[359] «Les loix doivent être tellement propres au peuple pour lequel elles sont faites que c’est un très grand hazard si celles d’une Nation peuvent convenir à une autre» Esprit des Loix, liv. I, ch. III.
[360] Aurel. Victor, De excid. Hyeros, lib. 2, cap. 9; S. Hyeronim., ad cap. 9 Daniel; Finances des Romains, chap. 3.
[361] «Ceux qui ne voyent que le pain dans l’agriculture jetteroient l’État dans une disette universelle si on leur confioit la direction de l’agriculture et du commerce des productions de la terre. La terre est la source de toutes les richesses d’une nation agricole, mais on n’obtient ses richesses que par les dépenses de la culture et par la liberté des productions qu’elle fait naître» Théorie de l’impôt, pag. 30.
[362] «Que le commerce intérieur et extérieur des productions de la terre brutes ou façonnées en manière quelconque soit entièrement libre» Théorie de impôt, pag. 240.
[363] «Il y a encore à remarquer que la plupart des disettes n’ont été que des terreurs paniques qui ont fait fermer les greniers dont une police faible ou intéressée n’osait briser les portes» Essai politique sur le comm., ch. 2, pag. 16.
[364] «Soit dans la disette soit dans l’abondance la liberté des transports d’une Province à l’autre est le fondement d’une bonne régie» Essai politique sur le com., chap. XXIV, pag. 324.
[365] Ragionamento sul commercio in universale stampato unitamente alla Storia del commercio ec., Napoli, 1757, tom. I, pag. XCIV.
[366] Genovesi, Storia del commercio ec., tom. 1, pag. 62.
[367] «Il n’y a pas bien longtems que l’on permit l’extraction des grains de l’Andulasie, de l’Estramadoure, de la Castille Vieille de l’avis du Conseil de Castille» Théor. et pratiq. du comm., chap. XCII, pag. 474.
[368] «Cette même règle s’observe en Navarre au grand avantage de ce pays; chacun peut en faire sortir les grains tant qu’ils n’excédent pas le prix porté par la loi du royaume» Théor. et pratiqu. du comm., chap. XXVIII, pag. 109.
[369] Storia del commercio della Gran Brettagna di John Cary, cap. 3, ove si vede che l’esportazione fatta de’ grani dall’Inghilterra nel 1735 per distinta enumerazione d’ogni porto ascende alla somma di quarter 441.483. Il quarter è una misura contenente circa libre 512. Troy weight: peso di Troja.
[370] «Les avantages que la culture des nos terres a reçus de cette gratification ne se peuvent rien. La face de l’Angleterre en a été changée: des communes ou incultes ou mal cultivées, des pâturages arides ou déserts sont devenus … des champs fertiles et des prés très riches» Nickolls, Remarqu. sur les avantages et les desavant. de la France et de la Gr. Bretagne, pag. 95.
[371] Nouvelle maison rustique par Louis Liger d’Auxerre, part. I, pag. 224 e Remarques sur les avantages et les desavantages de la France et de la Grande Bretagne, à Dresde, pag. 110.
[372] Contando un pastore ogni ducento pecore. Vid. Ustariz, Théor. et prat. du comm., pag. 56. In una lettera diretta al Sig.r Collinson Membro della Società Reale di Londra si fanno ascendere i Pastori della Spagna a venticinque mila, ciascuno de’ quali ha appunto 200 pecore in guardia. Vid. «Gentlemans magazine» e «Journal Encylopedique» du prem.r aout 1764 a pag. 100.
[373] Diction. du commerce, art. laine d’Angleterre.
[374] Fra gli Storici inglesi e spagnuoli si contende sulla origine delle loro pecore, pretendono gl’inglesi d’averle mandate nella Spagna cioè il Re Britanno Eduardo IV al Re Spagnuolo Alfonso, gli spagnuoli sostengono che Alfonso le mandò ad Eduardo; in ciò però si conviene, cioè che la origine loro sia comune.
[375] Genovesi, Stor. del comm. ec., tom. I, pag. 69.
[376] Ustariz, pag. 56.
[377] L’Abbé Blanche, tom. 1, let. 26, tom. 2, let. 38 e 57. Nickolls, pag. 82 e l’autore dell’Essai sur la police génerale des grains.
[378] Le principali fabbriche de’ panni d’Inghilterra sono: Wilt-Shire, Sommerset-Shire, Worcester-Shire, Kent, Surrey, Devon-Shire, Salisbury, Shrousbury, Worcester, Cyrencester, Gloucester-Shire, Leedes, Wake-Fields, Bradfort, Husterfields, Wilts, Berk-Shire, Norwich, Norfolck, Spitalfields, Bristol, Darlington, Cumberland, Lanca-Shire, Westmorland, Oxfor-Shire, Shrewisburg, Nottingham-Shire, Leicester-Shire, Derby-Shire, Warwick-Shire, il Principato di Galles ed altre.
[379] Genovesi, tom. I, pag. 57.
[380] Genovesi, Storia del commercio ec., tom. 1, pag. 42.
[381] Veggasi la grida del 1663 26 aprile promulgata dal Governatore Ponze de Leon; essa non è la prima che abbia fatta questa proibizione, anzi ricordansi in essa le gride antecedenti, io non ho creduto cotesta un’epoca di tale importanza da dovermi dar briga per chiarirla; varie altre gride dello stesso tenore vi sono repplicate dappoi fulminando tutte le minacce possibili contro le pecore e i pastori.
[382] Statuti di Milano, stampati nel 1480, alla rubrica de’ dazj.
[383] Statuti di Milano, stampati nel 1502, al fol. 119.
[384] I bisogni della minuta plebe, massimamente della campagna, fanno il capo più importante in ogni Nazione. Il Sig.e Melon, Essai politique sur le commerce, pag. 289, divide la Nazione in venti parti: seddici d’Agricoltori, due d’Artigiani, una di Chiesa, spada e toga, ed una di Negozianti, Finanzieri e Cittadini.
[385] «Veniet tempus quo posteri nostri nos tam aperta ignorasse mirabuntur», Senec.
[386] «C’est une considération bien digne de remarque que toutes les autres manu- factures nuisent à la culture des grains parce que leurs matières premières croissent sur les champs ou occupent un terrein que les bleds pourroient occuper, qu’ils exi- gent de l’engrais et de la main d’oeuvre qui pourroient être emploiés pour cette même culture des grains le premier objet des finances et du commerce. Les fabriques de laine au contraire favorisent infiniment l’agriculture parce que la laine croit sur la brebis qui étant emparquée fertilise le terroir, ou se trouvant dans l’étable rend au laboureur le meilleur engrais du monde pour ses champs» Instit. politiques, tom. I, ch. XIII, § 16.
[387] Ustariz, Théor. et pratiqu. du commerce, pag. 56.
[388] Tacit. Historiar. lib. IV.
[389] Ciò fu nel 1724.
[390] «Lorsque j’ai avancé qu’il convenoit de mettre des douanes en régie deussent elles produire moins, ce n’a été que pour démontrer l’importance de ce principe. Je n’ai jamais craint que leur valeur diminuat réellement, lorsqu’elles seroient confiées à des officiers d’un zèle reconnu et d’une capacité suffisante. Dix années d’expérience nous prouvent qu’elles rendent infiniment plus dans cette forme d’administration» Théorie et pratiqu. du commer., ch. LXXX.
[391] «La régie est l’administration d’un bon père de famille qui lève lui même avec économie et avec ordre ses revenus. Par la régie le Prince est le maître de presser ou de retarder la levée des tribus ou suivant ses besoins ou suivant ceux de ses peuples. Par la régie il épargne à l’État les profits immenses des Fermiers qui l’appauvrissent d’une infinité de manières. Par la régie il épargne au peuple le spectacle des fortunes subites qui l’affligent. Par la régie l’argent levé passe par peu de mains il va directement au Prince et par conséquent revient plus promptement au peuple. Par la régie le Prince épargne au peuple une infinité de mauvaises loix qu’exige toujours de lui l’avarice importune des fermiers qui montrent un avantage présent pour des règlemens funestes pour l’avenir. Comme celui qui a l’argent est toujours le maître de l’autre; le traîtant se rend despotique sur le Prince même, il n’est pas législateur mais il le force à donner des loix» Esprit des Loix, liv. XIII, chap. XIX.
[392] Alleggiamento dello Stato, pag. 121 e pag. 695.
[393] Potiamo bensì paragonare le once di fine metallo corrispondenti ai diversi valori numerarj in tempi diversi, ma non già c’è dato il paragonare il valore ossia la stima che gli uomini hanno fatto in tempi diversi del medesimo metallo. Il Sig.e David Hume nel Discorso politico sul denaro calcola che sette milioni di sterline entrino ogn’anno in Europa per il commercio de’ Spagnuoli e Portoghesi in America e degl’Inglesi, Francesi, e Olandesi in Africa, il che importerebbe circa ducento dieci milioni di lire milanesi all’anno (210.000.000). Lo stesso Autore asserisce che appena la decima parte di questa somma passa all’Indie Orientali e che l’annuo accrescimento che si fa in Europa di prezioso metallo ogni cinque anni constituisca una somma eguale a tutto il nobile metallo ch’era in Europa prima dello scoprimento dell’America. Su questo principio, essendosi scoperta l’America nel 1492, il metallo esistente in Europa prima di quest’epoca sarà paragonato a quello che v’è oggigiorno come 1 a 54. Il Pressidente Montesquieu nello Spirito delle Leggi, lib. XXI, cap. XVIII, calcola questo accrescimento di metallo come 1 a 32. D. Gerolamo Ustariz, pag. 26 e seguenti, stabilisce che nella sola Spagna entrano ogn’anno circa venti milioni di piastre (20.000.000) il che farebbe solo l’enorme introduzione in Europa dalla scoperta d’America a questa parte di piastre cinquemila e quattro cento venti milioni (5.420.000) ossia lire di Milano trentasette mila e novecento quaranta milioni (37.940.000). So che a molte ragionevoli eccezioni sono esposti sì fatti calcoli, sono essi troppo vasti per piegarsi ad una scrupolosa esattezza, ma a noi basta fissare che una sensibile aumentazione di metallo si va facendo ogn’anno in Europa da due secoli e mezzo a questa parte e che per conseguenza l’oro e l’argento diventando più comuni scemano d’intrinseco valore. Da questi principj cavasi per corollario che non si può con veruno de’ metodi sin ora assegnati stabilire rigorosamente il paragone de’ valori in tempi diversi, mancandoci una quantità terza immobile colla quale misurarli. Da questi principj pure scorgesi come sia possibile che, quand’anche possedessimo noi più oro e argento de’ nostri antenati, potressimo con tutto ciò essere meno ricchi di essi.
[394] I debiti della Corona di Francia ascendevano alla somma di duemila e ducento milioni di franchi (2.200.000.000). Lettres et memoires du Baron de Pöllnitz, edit. 5.me, Francfort, tom. 3, pag. 53.
[395] Così conchiude il bel libro che ha per titolo la Théorie de l’impôt il Sig.e Mirabeau.
[396] Esprit des Loix, liv. XX, ch. XII.
[397] Gl’Inglesi per mantenere il loro commercio ed impedire i cattivi effetti delle abondanti ricchezze nazionali sono costretti sborsare delle gratificazioni all’uscita delle manifatture dal Regno, cosicchè molte di esse riescono a miglior mercato fuori che dentro dell’isola che li ha dato nascimento.
[398] «Nihil enim præter laudem bonis atque innocentibus neque ex hostibus neque a sociis reportandum» Cicer., De legib., lib. III. «Huiusmodi progressus non solum præmiis et beneficentia hominum, verum etiam ipsa populari laude destituti sunt; sunt enim illi supra captum maximæ partis hominum et ab opinionum vulgarium ventis facile obruuntur et extinguuntur. Itaque nil mirum si res illa non faciliter successerit quæ in honore non fuit» Bacon., Nov. org., XCI.
[399] «Multorum obtrectatio devincit unius virtutem» Corn. Nep., In vit. Hannib.
[400] «Le seul moyen utile et certain d’accroître les revenus publics c’est d’augmenter les manières d’occuper le Peuple» Considérat. sur les financ. d’Espagne, pag. 51.
[401] «In multitudine populi dignitas regis et in paucitate plebis iniominia principis» Proverbior., c. 14.
[402] Consulta del Senato del 1668 15 marzo al Governatore.
[403] Consulta del Senato del 1713 8 giugno al Governatore ivi: «Ceterum cum recognoverimus usque de anno 1676 ab hoc Gubernio deputatam fuisse Congregationem Urbanam nec non et peculiarem consessum regiorum Administratorum et utrique commissam provinciam invigilandi perfectioni pannorum et sericorum … visa est nobis apprime utilis quin immo et necessaria hujusmodi providentia … ex hisce Patriciis seligere eos quos majoris industriæ existimaverit, ipsorumque sit cura» etc. e in altra consulta del 1713 17 giugno pure così scrisse il Senato al Governatore: «non incongruum foret, quod talis provincia committeretur peculiari consessui Administratorum et Nobilium … et reasumptis precedentibus statutis valeat modus restaurandi hujusce artem et mercimonium ex cujus veteri flore pergrandis anteactis temporibus accessit utilitas publica universæ huic Provinciæ … videtur eamdem diligentiam præstandam ad instaurationem ceterarum omnium artium et opificiorum … ipsamque demandandam prædicto consessui deputando».
[404] L’aver permesso che ognuno tessesse panni e gli tingesse a suo piacere, così dicasi delle sete, ha rovinato le nostre manifatture ed è tuttora cagione che le nuove fabbriche non abbino credito, come non si avrebbe agli Argentieri se ciascuno a sua voglia potesse lavorare i preziosi metalli della bontà che vuole, nè vi fossero leggi e bontà conosciute, il che si attesta dall’impronto della loro Università. Questa verità è stata esposta dalla Camera medesima de’ Mercanti in una scrittura stampata e diretta al Vicario di Provisione nel 1610 21 febb.ro ivi: «da diversi difetti che sono stati tollerati ne’ tempi passati nelle fabbriche de’ drappi e d’altro è provenuto in parte il detrimento del mercimonio» e nel 1713 21 gen.o la Congregazione dello Stato consultò al Senato in questi termini: «curandum etiam est ut opera diligenter et perfecte fiant, sic enim bonum nomen Regioni acquiritur et uberior paratur exitus et sicuti degenerante antiqua perfectione collapsum est creditum, ita veteri perfectione reassumpta antiqua fidem reducere opertet. Ideo saluberrima res esset peculiares personas seligere quarum cura et sollicitudo id præstaret».
[405] «On ne doit attendre d’aprobation que des véritables gens de bien et d’honneur désintéresséz et un peu éclairez; parce que la cupidité de tous les autres se trouvera lésée dans cet établissement» Projet d’une Dixme Royale du Marechal de Vauban, pag. 203.
[406] «Compartiantur equaliter inter omnes creditores … et inter tales creditores non habeatur ratio carte temporis vel privilegii», Statuti di Milano, stamp. 1480, fol. 226.
[407] «Et si quis ex ipsis creditoribus petierit ultra quam in veritate recipere debebit privetur et ipso jure privatus sit totius crediti et nihil de prædictis habeat» Statuti, stamp. nel 1480, fol. 226.
[408] «Aliquis mercator Civitatis Mediolani non possit nec debeat dare nec vendere aliquem drappum alicui persone qui ascendat a libris centum tertiolorum supra quin recipiat cartam de precio drapi et non detur terminus dicto debitori ultra menses quatuor et qui contra predicta fecerit incurrat penam librar. XXV tertiolor. qualibet vice, cujus pene medietas sit Communis Mediolani et alia dicte societatis et accusatoris» Statut., del 1480, fol. 199 tergo.
[409] «Il est bon quelquesfois que les loix ne paroissent pas aller directement au but qu’elles se proposent» Espr. des Loix, liv. V, chap. V.
[410] La incongruità di sottoporre i commercianti alle ordinarie giurisdizioni l’ha dovuta sentire persino il Senato medesimo, il quale nella consulta del 1716 22 aprile così scrisse al Governatore: «Congruit etiam ut dignetur Serenissima Celsitudo Vestra deputare judicem preeminentis jurisdictionis cujus munus sit preesse omnibus in hac materia quæ emergere, aut accidere contingerit, et iuxta ipsas contingentias impertiri valeat oportunum bracchium et providentiam cum suficienti auctoritate etiam non servato juris ordine, ita exigente natura rei et distincta executione Regiarum sanctionum omnino obtinenda».
TABELLE







Idee politiche da non pubblicarsi
Pietro Verri
IDEE POLITICHE DA NON PUBBLICARSI [1790]
| Testo critico stabilito da Carlo Capra (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, VI, 2010, pp. 389-520) |
Prefazione
Malgrado il Dispotismo sotto del quale sono nato e cresciuto, le mie idee non sono quelle d’uno schiavo, e i miei sentimenti sono quelli d’un uomo che sente la dignità propria. Paragonandomi co’ miei concittadini conosco che agli occhi loro debbo comparire stravagante, pericoloso e imprudente. Se fossi nato nell’Inghilterra, o nella Francia, io sarei un uomo come gli altri; nato nell’Italia, e singolarmente nel Milanese, io non posso sfogare i miei pensieri se non collo scriverli, e per non turbare la placidezza della mia vita rinunziare alla idea di pubblicare un libro che non conciterebbe che paura e odio contro del suo Autore. Ombre sacre dei Bruti a qual depressione son giunti i vostri eredi! L’unica medicina che potrebbe tentarsi sulla massa avvilita d’una nazione ingegnosa, e un tempo sede della virtù, sarebbe la vergogna della propria abiezione. Forse la rivoluzione francese s’estenderà negli Svizzeri, e avremo vicino un paragone che apra gli occhi ai figli nostri. Lo voglia il buon destino; amo la mia Patria, compiango i suoi mali, e morirò prima che ne disperi il risorgimento.
PENSIERI SULLO STATO POLITICO DEL MILANESE NEL 1790
vel duo, vel nemo
Non ho parte alcuna ne’ pubblici avvenimenti, nè alcuno mi ha invitato a occuparmene. Vedo molti che se ne sono assunto l’impegno, e sono persuasi di saperne quanto basta. Bramo che vengano ricompensati colle benedizioni a venire. Frattanto io forestiere alla mia Patria, avendo una maniera di ragionare Europea e non Milanese, per genio scrivo in questo libriccino quello che avrei detto e scritto a nome pubblico, se vi avessi avuta parte. Cardano abbandonò la patria; Corio, Calchi, Giulini vennero a morire senza alcun pubblico onore. Cavalieri ignoto a noi fu ammirato dagli esteri. Frisi fu trascurato e contraddetto; Donna Maria Agnesi passa la sua vecchiaja in un Ospedale. Beccaria non ha ricevuto applauso che dai forestieri; è glorioso per me di trovarmi in così buona compagnia. Faccia il buon destino che i Signori Delegati pensino e scrivano meglio di quello che ho fatto io unicamente per dare sfogo alle mie idee sulla felicità pubblica, argomento prediletto delle mie azioni e de’ miei pensieri.
Governo Spagnuolo.
Dappoiché colla morte di Francesco Secondo Sforza il Ducato di Milano passò allo stato di Provincia della Monarchia di Spagna, e venne a presedervi un Governatore in nome del Sovrano, il governo di questo paese fu un vero mostro politico. Un governatore scelto fra i più illustri soggetti della Corona veniva a risedervi per tre anni, e talvolta era prolungata la sua commissione. Egli aveva il sommo comando dell’Armata ed era Luogotenente del Monarca. Ma un forestiere, per lo più militare; ignorando la lingua, le leggi, i sistemi; alla testa d’un governo che era un vero intricatissimo labirinto, nel quale i nazionali medesimi più volte trovavansi nella incertezza; avendo da un lato il corpo rispettabilissimo del Clero che faceva valere i privilegi, le imunità, la giurisdizione propria; dall’altro, il corpo potente del Senato e de’ Togati padroni della vita, delle fortune private e pubbliche, e degli affari; con a fronte il corpo non meno poderoso de’ nobili che possedeva il secreto del catastro de’ carichi delle terre, reggeva la vittovaglia della Città, aveva ligie tutte le arti, i mestieri, la mercatura, e i cittadini tutti; un Governatore in tal sistema politico ritornava nella Spagna tanto ignorante delle cose Milanesi quanto allor che vi era venuto.
Il Clero era immune dalle gravezze sulle terre, pretendeva qualunque ecclesiastico di non dover contribuire punto al tributo; e questa pretensione si estendeva persino ai coloni de’ loro fondi ed ai generi di loro consumazione. Le loro persone erano sacre e inviolabili, nè mai avrebbe osato la forza del Sovrano di arrestare un ecclesiastico per qualunque più atroce misfatto. Le loro case erano d’asilo a chiunque vi si ricoverasse, per modo che vivevano nella loro patria indipendenti affatto dal loro Sovrano. Le carceri dell’Arcivescovo e della Inquisizione, gli sbirri da essi dipendenti servivano alla forza e giurisdizione ecclesiastica adoperata anche su i cittadini laici; si videro scommunicati il Governatore, il Presidente del Senato, il Gran Cancelliere ecc. allorchè vollero fare ostacolo all’esercizio di tale giurisdizione. L’Arcivescovo teneva affezionati i primarj della Toga e del corpo nobile collocando ne’ beneficj migliori i loro fratelli, figli, o bene affetti.
Il Senato, corredato nella sua instituzione di somma autorità e operando immediatamente in nome della Maestà del Monarca, si reputava maggiore del Governatore istesso; la vita, la libertà, le fortune d’ogni cittadino erano abbandonate al potere illimitato di questo corpo terribile, che si credeva sciolto dai rigidi principj di ragione e osava dire che giudicava tamquam Deus. Oltre gli affari di Giustizia molto s’ingeriva anche nelle cose politiche, registrandosi presso del Senato tutti i rescritti Sovrani. Questa somma dignità collocata in un corpo di Giurisperiti venne talvolta umiliata dalla potenza militare dei Governatori; i togati però d’ordinario andavano concordi col ceto ecclesiastico, e reciprocamente giovavansi e avevan comune interesse di allontanare il Governatore dall’immischiarsi ne’ loro affari. L’azienda della Camera era abbandonata ai Togati, e difficilmente giugneva il Governatore a penetrare i misteri del bilancio Camerale. Frattanto in pochi anni alcuni Togati ammassavano un patrimonio cospicuo, e bastino i due soli Presidenti Arese e Clerici per giustificazione. Il corpo de’ Patrizj diriggeva il Banco S.t Ambrogio, regolava la vettovaglia e le strade, diriggeva tutte le maestranze delle Arti, gli Ospedali, Orfanotrofii e tutte le pie fondazioni, distribuiva le doti e le lemosine. Qualunque Cittadino cercasse d’essere Sindaco, Cancelliere, Cassiere, Agente, Medico, Chirurgo, Ingegnere ecc. di queste pie fondazioni doveva procurarsi la protezione d’un Patrizio, e con questi mezzi i nobili favorendo i protetti o dall’Arcivescovo o dai Togati si appoggiavano a questi due corpi. Così era formato realmente un governo, in cui tre corpi si dividevano il dispotismo, lasciando la rappresentanza del Sovrano al Governatore, e al vero Monarca non rimanendo se non la nomina alle cariche, l’imagine sulle monete, e il nome alla testa degli editti.[1]
Carlo VI.
Terminata la dominazione della Spagna è subentrato l’Imperatore Carlo VI; innamorato del sistema spagnuolo, lasciò sin che visse la forma di Governo che era nel Milanese, e forse ebbe anche in ciò l’avvedutezza di tenersi ben affetti i nuovi sudditi; giacchè l’abitudine può nella massa degli uomini assai più che la ragione, e in un paese illanguidito e oppresso da più secoli di cattivo governo ogni novità fatta dal Principe trova la ripugnanza del pubblico. Anche la luce è penosa agli occhi infermi e conviene per gradi rinforzar prima l’occhio, al che non si è poi voluto por mente. Sotto di questo Principe i Corpi pubblici vennero onorati; la Città ebbe il trattamento de’ Grandi di Spagna. Alcune famiglie distinte per la nascita e le ricchezze le ascrisse al Grandado di Spagna; decorò del Toson d’oro alcuni Milanesi. Due Milanesi vennero collocati Vice Re nel Regno di Napoli, altri vennero adoperati nel ministero delle Corti. Nelle sue armate alcuni Milanesi giunsero alle prime dignità. La carica luminosa di Castellano di Milano venne affidata al Maresciallo Marchese Visconti, cosa che non so essere mai per l’addietro accaduta di collocarvi un nazionale. I Governatori sotto di Carlo VI furono moderatissimi, e lasciarono il regolar corso agli affari il Principe Eugenio di Savoja, il Principe di Lewenstein, il Conte Colloredo, il Conte di Daun, e il Conte Traun. I Tributi arbitrarj e rovinosi sulle terre si radunarono nella sola massa chiamata Diaria, e quindi si respirò sotto il governo di Carlo VI quanto lo comportava la condizione de’ tempi e le invasioni, alle quali il paese venne esposto. I peggiori tempi per un governo dispotico sono quando il Sovrano vuol far tutto, o quando indolentemente s’annoja degli affari. Nel primo caso tutto si sconvolge dalla smania di crear nuove cose: nel secondo tutto si calpesta e divora dai potenti Ministri. Carlo VI si tenne a un punto di mezzo conservando le antiche pratiche municipali e vegliando perchè non venisse oltraggiata la provincia. Ma tale felicità è sempre precaria quando a un popolo manchi una costituzione.
Maria Teresa.
Maria Teresa Imperatrice Regina, che credeva un male tutto ciò che era spagnolismo, e che se n’era annojata vivendo e regnando suo Padre, appena rimase tranquilla sul Trono ascoltò i progetti del Conte Pallavicini, genovese ambizioso e attivo che aveva in mente di comandare in questa Provincia. Ottenne prima il carattere di Plenipotenziario, indi fu Governatore. Costui nato cittadino libero d’una libera Patria non ebbe animo elevato a segno di conoscere la dignità propria, e per vanità di comandare si fece servo; e avrebbe pur voluto degradare gli uomini allo stato di schiavitù per far egli la parte d’un Despota. Nel suo soggiorno alla Corte di Vienna egli fomentò la nazionale prevenzione degli Austriaci contro degl’Italiani, e travagliò a imprimere nell’animo di Maria Teresa una pessima opinione contro de’ Lombardi, acciocché qualunque lamenta nostra fosse screditata e di nessun effetto contro il volere di lui. Una Principessa amabile e sensibile si irritò facilmente contro d’un popolo che le si fece credere sleale e avverso d’animo. Ella formossi una idea esagerata della scostumatezza de’ Milanesi, presso de’ quali ella credette che la Religione si riducesse a feste e processioni e scioccherie di streghe, senza alcun principio di virtù; credeva che le donne fossero prostituite a una dissolutezza generale, e una Principessa gelosa ne fremeva; credeva querula, insidiosa, infida, falsa in corpo tutta la nostra generazione; e con tali funeste prevenzioni radicate in una Sovrana amabile, pia, costumatissima si alzò quel muro inespugnabile che ci separò per sempre da lei e lasciò libero il campo ai Ministri di deprimere e vilipendere il nostro Paese. Pallavicini, è vero, conobbe le Finanze e vi pose ordine; conobbe il bilancio Camerale e assicurò il pagamento ai creditori della Camera, abolì gli abusi, rettificò i metodi, portò ordine e luce. Promosse la perfezione del Censo sulle terre, pose argine all’autorità de’ Senatori, ciascuno de’ quali da sua casa osava spedire ordini in nome del Sovrano; ma in vece di sgombrare il dispotismo, in vece di creare una norma stabile e fissa di governo, ossia una costituzione, egli lasciò la Provincia nella abjezione, s’appropriò il dispotismo e colla riunione rese sempre più funesta la prepotenza Ministeriale. Dapprima molti potevano far del male, ma molti ancora potevano preservare dal male un cittadino; poi, radunata la forza in un solo, non rimase più riparo contro l’ira, l’odio e la vendetta di lui. Pallavicini odiava il conte Biancani, lo minacciò di volerlo far impiccare, Biancani fuggissene verso degli Spagnuoli, i quali allora avevano invasa parte del Milanese. Venne poi arrestato. Pallavicini deviò dalla forma regolare e si formò una Commissione per giudicarlo. Maria Teresa l’autorizò. Questa Commissione lo condannò a perdere la testa come desertore e fellone. Vi fu un uomo dabbene nella Commissione che rimase solo del parere che non fosse provato sufficientemente il delitto, e merita d’essere nominato, il Vicario di Giustizia Bazzetta, che poi non fece più fortuna. Sulle tracce del Pallavicini camminarono i successori, quindi al Senato si tolse ogni ingerenza nell’Università di Pavia, si levò ogni autorità per le cose dell’economato ecclesiastico, si levò dalla dipendenza del Senato il Protofisico, si spogliò il Presidente del Senato del dritto di supplire alle assenze del Gran Cancelliere. Si ridusse il Senato allo stato di mero Tribunale di Giustizia, e il Governo si rese padrone dell’Università di Pavia, delle cose ecclesiastiche e della facoltà Medica e sue dipendenze.[2] Il Ceto ecclesiastico sotto Maria Teresa venne sottomesso a pagare il tributo come ogni altro cittadino, gli asili furono aboliti, abolita l’Inquisizione e tutte le carceri de’ Frati, assoggettati i sacerdoti per i delitti al Tribunale come ogni altro, tolta la censura de’ libri agli ecclesiastici, e il Governo s’impadronì della censura. Il corpo de’ Nobili vide comparire un Regio Ministro a presedere al Banco S.t Ambrogio, un Regio Delegato a tutte le Civiche adunanze; colla pubblicazione del Censo perdette l’antico dritto di ripartire il carico; colla abolizione delle Università perdette la giurisdizione su i corpi delle Arti e mestieri, e tutta questa massa di autorità tolta a questi tre corpi sotto Maria Teresa venne collocata nel suo Ministro Plenipotenziario, che non intendendo gli affari, geloso della autorità, s’era abbandonato ad alcuni Secretarj, dai quali ostilmente era villaneggiata la nazione. Così il Governo dal 1760 al 1770 potè a ragione paragonarsi a quello della Vallacchia, mentre un Ospodaro rivestito del Sovrano potere, colla sua unica volontà anzi coll’unica volontà de’ suoi scrivani dispoticamente dispone. Povero popolo! Nel tempo in cui la Sovrana delusa ci credeva avversi alla dominazione di Lei, avess’ella almen vedute le chiese ripiene de’ Milanesi palpitanti, allorch’ella venne attaccata dal vajuolo, impetrando dal cielo la sua guarigione colle lagrime! Frattanto ci teneva depressi un Ministro invisibile e rintanato fra una galleria di cattivi quadri, fra una libreria di volumi conosciuti pel solo frontispizio, segnando comodamente senza leggere i decreti che gli presentavano i suoi scrivani favoriti. Una sola parola incautamente proferita dal Nobile Vitali fu cagione per cui di notte venisse circondata la sua casa, la sbirraglia portasse la desolazione alla Dama sua cognata e agli altri parenti, ed egli venisse come un malfattore incarcerato e per più mesi privato della libertà. Una sola vivacità senza conseguenza del Marchese Gorini cagionò una simile violenza, e un uomo di settant’anni di probità conosciuta e colto venne posto in Castello. Durante la notte giravano per la Città de’ Commissarj e leggevano le carte che si trovavano nelle tasche de’ Cittadini. Di giorno gli sbirri sparsi per le strade gettavano le stanghe ne’ raggi delle ruote di quelle carrozze che a loro giudizio correvano, e la Contessa Brebbia nata Lonati fu la prima a trovarsi così sorpresa. I Fermieri Generali collegati cogli scrivani erano frattanto gli arbitri del Paese, e non venivano promossi alle cariche se non i loro fautori e dipendenti, nè dal Trono emanavano onorifici diplomi che su tal genia; tanto arditamente era delusa da’ suoi Ministri l’Imperatrice Regina.[3] Se taluno avesse ardito di recarsi alla Corte e rappresentare a pie’ del Trono i danni, correva gran rischio.[4] Se si presentava al Ministro doveva tentare talvolta per più settimane prima di poterlo vedere, indi mediante uno zecchino al Cameriere Sig.r Diletti veniva introdotto, e si trovava un corpulento e timido uomo che sospettava che si avesse un pugnale nascosto, ascoltava con impazienza, nulla comprendeva, si conosceva prevenuto che tutto fosse cabala o raggiro, e questo fu il governo veramente tirannico che soffrimmo durante il ministero del Conte di Firmian; il quale, morendo nella state del 1782, lasciò una schiera di poveri creditori che non saranno pagati. Così un Ministro scelto per impedire ogni prepotenza esercitava il suo ufficio, e riduceva gli uomini benestanti alla scelta o di aver nemico un uomo armato del sommo potere, ovvero di cedergli la somma del denaro ch’ei chiedeva colla sicurezza di non mai più riaverla. Così Maria Teresa fu servita nel Milanese!
Venne finalmente il Reale Arciduca Ferdinando, pieno di attività, di facile penetrazione, levò immediatamente dalle mani de’ subalterni la verga di ferro colla quale eravamo percossi. Da quel punto sino al 1786 non v’è stato uomo al quale sia stata fatta sorpresa o soverchieria, la libertà individuale fu rispettata, ognuno potè accostarsi al Governatore e presentargli la sua ragione. Accadde quello che sempre succede ne’ paesi soggetti al dispotismo, cioè che avendo il potere un principe illuminato e buono, cessarono i mali pubblici e privati. Ma la condizione d’un popolo è sempre miserabile e precaria quand’ella non è appoggiata ad alcuna costituzione, ma semplicemente dipende dalla casuale volontà di chi è posto a governarlo.
Giuseppe II.
Giuseppe Secondo conobbe che il sistema era viziato; ma non conobbe che una contemporanea e universale distruzione delle leggi e delle pratiche d’un Paese è un rimedio peggiore del male. Non fece alcun caso della opinione, che pure è la Regina del mondo, e fece sentire agli uomini tutta la illimitata potenza d’un Monarca, che non conosce altra norma fuori che il suo volere. Senato, Toga, Magistrato Camerale, Tribunale di Provvisione, Vicario di Provvisione, Podestà, Giudici al Gallo, Cavallo, Vicario Pretorio, Congregazione dello Stato, Seminarj Vescovili, altari sulle strade, Confraternite, monache, frati, Collegiate, tumulazione de’ cadaveri, amministrazione di pie fondazioni, tutto venne in un sol colpo distrutto. Si videro i Senatori senza alcuna distinzione e mutato titolo andare avviliti al nuovo Tribunale. Scacciati i seminaristi elvetici dal loro Palazzo ed ivi innalberata l’Acquila, e collocatovi un nuovo Consiglio di Governo. Tolta al Governatore Arciduca ogni ingerenza, e condensata la somma potenza nel solo capo di quel Consiglio, dal quale dipendeva il destino d’ogni Ministro inferiore, incerto sempre d’essere congedato da un giorno all’altro. Chi volle farsi sacerdote o ottenere carica ecclesiastica non ebbe più che il solo Ministro; chi bramava impiego civico dovette impetrarlo dal solo Ministro; chi bramò nelle pie fondazioni impiego dovette prostrarsi al solo Ministro; il quale come arbitro della nuova Police ebbe la facoltà di carcerare e condannare persino a un determinato genere di pene afflittive e disonoranti senza trafila giudiziaria qualunque Cittadino. Ciascuno rimase sbigottito a tale spettacolo d’uno smascherato dispotismo. Nuova forma, metodo, vocaboli ebbero i Tribunali di Giustizia. Comparvero nuovi Magistrati col titolo d’Intendenti Politici signoreggiando i Consigli Municipali delle Città, alle quali non fu più lecito di opinare o impetrare se non per bocca di rappresentanti scelti dal Governo e coll’approvazione di questi commessi dal Governo. Le Monache scacciate dai loro ritiri divennero un oggetto di derisione per alcuni, e di compassione per molti. Un giardino pubblico formato dove risedeva il silenzio e il ritiro delle Celestine; le case della Città numerizate, le lampadi della illuminazione poste nelle strade; le guardie della Police venute a Milano dalla Germania col pretesto di tenere in ordine la Città marciando armate dapprincipio di bastone, che a loro talento esercitavano sulla pazienza degli avviliti cittadini,[5] nè di ciò solo contente di tempo in tempo per tenere la Città in ordine costoro lasciarono correre de’ colpi di fucile sulle strade, e uccisero qualche cittadino.[6] Degli uomini benemeriti si videro scartati e dimessi; de’ favoriti che non avevano reso alcun servigio al Principe si videro innalzati; nuovi supplizi inventati, si bollarono sulla faccia i rei, si pensò a dare una lenta morte opprimento la respirazione con pesanti masse di ferro e impedendo il moto delle membra, e limitando persino l’acqua ai condannati, senza che tali crudeltà servissero nemmeno d’esempio, perché esercitavansi nelle secrete carceri. Si creò una capricciosa divisione ne’ delitti formando una classe di delitti politici, e con questo vocabolo si stabilì che il Capo del Consiglio Governativo senza formalità di giudizio, di solo suo ordine, potesse condannare anche a pene afflittive e disonoranti senza altra difesa o processo.[7] Il Corpo ecclesiastico venne contenuto non solo, ma in faccia del popolo degradato. I Commissari entrarono in molti monasteri e scacciaronvi le monache, molti conventi di frati vennero distrutti; tutte le Confraternite in un punto vennero abolite, molte chiese distrutte, vendute e profanate; annientate molte festività, proibite le processioni, tolte ai parrochi le loro parrocchie, e istituito nuovo riparto. Tolta a Roma ogni nomina ai beneficj, appropriatesi al Governo le nomine, obbligati i Regolari a staccarsi dai loro Generali, proibite le solennità ai Santi Patroni delle Chiese, piantata una Teologia sola nell’università di Pavia, la quale riduce a mera parola la primazia del Pontefice Romano, e insegna una crudele e ingiusta dottrina su i bambini morti prima del Battesimo, sulla predestinazione e sulla grazia. Queste rapide operazioni eseguite senza preparare la pubblica opinione, e con violenza avvilirono il corpo de’ Ministri della Religione, e annebbiarono nel volgo istesso le opinioni religiose, e con esse la moralità. Il Corpo de’ Nobili perdette tutto, poiché il Ministro Regio nominò alcuni che rappresentassero le nuove Congregazioni Municipali, avvocò a se medesimo tutte le pie fondazioni, incorporò nel Monte Regio il Banco S.t Ambrogio, e quindi il Presidente del Consiglio di Governo riunì nella sua persona tutta la podestà legislativa, esecutrice giudiziaria e dittatoria; nessuno potè più sperare alcun impiego o nella cariera ecclesiastica, o nella municipale, senza il favore del Ministro. Si videro persino tutti i mendicanti della Città improvvisamente e con universale sbigottimento posti in carcere; indi poichè troppo costava il pane che consumavano vennero rilasciati con giuramento di non più mendicare, giuramento che venne deluso al momento stesso dalla necessità. Venne distrutta la Congregazione delle Stato acciocchè non vi fosse più alcuno che avesse diritto di rappresentare al Monarca i mali che affliggessero la Provincia. I Ministri nazionali arbitrariamente e senza nemmeno che apparisse un Dispaccio Sovrano vennero esposti ad essere dimessi, ciascuno dovette tremare e una onorata fermezza d’animo invisa al Despota venne condannata alla inazione e allo scarto senza riguardo alcuno ai servigi prestati. Due Toscani furono posti a presedere ai primi Tribunali di Giustizia, un suddito Veneto fu posto Capitano di Giustizia e Capo della Police, e i Milanesi che per lo passato avevano coperto sempre tai cariche vennero anche in ciò avviliti. L’asprezza delle maniere e l’insulto resero ancora più amara una tale rivoluzione, la quale realmente ha ulcerati gli animi di tutti.
Di tante mutazioni seguite alcune poche sono in bene, ma le più sono in male. Dalla serie delle cose accennate ne risulta una verità con evidenza, e questa verità è che il Milanese da più secoli geme sotto del dispotismo, non essendovi alcuna costituzione che valga a porre alcun limite a qualunque volere del Monarca o del Ministro rivestito del potere di Lui. Ciascuno de’ primarj fra i corpi dispotici sotto dello Spagnuolismo era padrone di togliere la libertà a qualunque cittadino per innocente ch’ei fosse, e per mancanza d’ogni altro titolo si faceva per soddisfazione. Fu tolto questo ingiusto potere ai Corpi, ma in vece di eliminarlo se lo appropriò il Ministro; il qual cambiamento rese bensì più facile il rimedio col tempo successivo, avendo a un punto solo condensato il male, ma non liberò gli uomini da quello stato di abbiezione, che è l’obbrobrio della specie umana. Anzi ridotto l’assoluto potere a un sol punto, più versatile e attivo si mostrò con cambiamenti di sistemi innalzati, diroccati successivamente con inquietudine continua del popolo e con nessuna gloria del Principe, il quale colle frequenti novità fa conoscere al popolo di avere avventurate le leggi senza prima averle esaminate;[8] e tanta è la voglia che ciascun Ministro o subalterno ha di fabbricare sulle sue idee un sistema che persino ai vocaboli si volle far subire un poco giudizioso cambiamento[9] e senza riguardo alcuno ai rispettivi diritti e alle reciproche azioni de’ corpi morali si pensò a tagliare in nuova forma le provincie dello Stato, il che si eseguì in parte, e non si potè compassare in tutto come sarebbesi voluto, poiché i sistemi automatici e regolari al primo aspetto talvolta riescono ineseguibili.[10]
Epoca del 1790.
Ora la Maestà di Leopoldo Secondo ultroneamente invita i sudditi a pensare a’ loro bisogni, a rappresentargli i mali loro, a recarsi alla Corte per potere a viva voce suggerire quanto giovi a schiarire gli oggetti. Non si poteva desiderare un’epoca più fausta di questa. Da più secoli non è accaduto a questa provincia un sì felice avvenimento. Appena erano tollerate le rimostranze pubbliche, conveniva che sopportasse la macchia d’intrigante, d’importuno, di fanatico chi le promoveva. Ora s’invitano, si animano i figli a presentarsi al Padre, gli uomini all’uomo Sovrano, gli esseri che soffrono al Monarca sensibile e virtuoso. Se non esporremo tutto, la colpa sarà nostra. Se colle domande indiscrete e inopportune screditeremo la causa pubblica, nostra sarà la colpa. Se meschinamente ignorando i principj cercheremo un sistema precario e la reviviscenza de’ pregiudizj antichi, anzi che il regno stabile della ragione, la colpa sarà tutta nostra.
No, non è vero che la lunga oppressione delle generazioni passate, e la presente generazione sbigottita da una serie di arbitrarj atti del poter ministeriale abbiano ridotti gli animi alla nullità e degradati al punto di considerare una chimera la virtù, e un delirio l’amore della Patria. Eccoci al momento o di coprire i nostri nomi d’infamia presso della Storia, o di onorare per sempre noi stessi e i figli nostri in faccia de’ secoli venturi. Siamo al punto d’un’epoca che sarà memorabile sempre o perchè principio d’una stabile costituzione, sotto cui finalmente la proprietà sia salva; o perchè colla scioperatezza si sarà perduta la più bella occasione, sull’esempio di quanto fecero i nostri maggiori costretti a impetrare alla metà del secolo decimo quinto un Padrone che li governasse, dopo d’avere sofferti i disordini del comando d’alcuni imbecilli, che allontanarono ogni uomo di senno dal reggimento della Città; di che ci fa testimonio la storia, e il detto famoso di Messer Nicolò Macchiavello al proposito nostro ne ha assicurato la ricordanza. Le passate vicende altro sentimento non lasciarono negli animi comuni fuori che il timore, nè altri precetti ricevemmo da’ nostri Padri che la sommissione e l’avvilimento coonestato coll’onorevole nome di Prudenza. La veracità ingenua, la carità verso della Patria, l’amore del Giusto, l’entusiasmo nobile del vero, ogni slancio d’un cuore buono ed energico scomparvero; il fuoco sacro in somma della virtù appena si conservò presso di alcune anime privilegiate, la di cui vista offende gli occhi deboli e infermi che dolorosamente soffrono la luce. Ognuno si riconcentrò a pensare alla sua famiglia e col nome di Patria si promossero obliquamente i vantaggi di alcuni piccoli ceti esclusivi, e si considerò nemico della Patria chi suggerì di sollevare i Cittadini dall’oppressione di alcuni ceti. Gli uomini volgari allevati in tai principj, sproveduti di ogni idea pubblica, altro non cercano che la repristinazione del sistema che abolì Giuseppe Secondo. Ma chiunque esamina la salute della Patria colla attenzione che merita un oggetto sì prezioso non pensa così. Egli dice così: se una volta è caduta al primo impeto che venne dato, dunque non rifabbrichiamola più col medesimo centine. Un foglio di carta, nemmeno firmato dal Monarca, ha in un momento annichilata la Congregazione dello Stato, tutti i Ceti Municipali, tutte le amministrazioni che la pietà de’ nostri Maggiori aveva instituite per soccorso della indigenza. Dunque tutto il sistema antico era precario, non aveva per base una Costituzione, nè potevasi allegare ostacolo di legge contro la volontà del Ministro. Il peggio che possa accadere adunque è di ritornare a tal precaria condizione. Il Milanese fu soggetto al Dispotismo dal momento in cui cessarono i suoi naturali Principi. Questo Dispotismo si esercitava da alcuni corpi potenti sotto del governo spagnuolo; poi ne furono gradatamente spogliati, e venne tutto collocato nell’arbitrio d’un uomo solo. Sarebbe un problema accademico il disputare qual dei due sia il più funesto; quello che fa al proposito per ora si è che conviene uscire dallo stato d’abiezione sotto cui si geme, e da schiavi malcontenti diventare sudditi ragionevoli e fedeli al nuovo Monarca, che ci vuole uomini e che è degno di comandare agli uomini. Una costituzione finalmente convien cercare, cioè una legge inviolabile anche ne’ tempi a venire, la quale assicuri ai successori la fedeltà nostra da buoni e leali sudditi e assicuri ai nostri cittadini una inviolabile proprietà, essendo questo il fine unico di ogni governo. Conviene che tal costituzione venga garantita e difesa da un corpo permanente interessato a custodirla, e di cui le voci possano liberamente e in ogni tempo avvisare il Monarca degli attentati che il Ministero coll’andare del tempo potesse mai promovere per invaderla. La facilità del riclamo farà che rare volte si dovrà riclamare, come la libertà del divorzio produce maggiori riguardi nella famiglia, e rarissimi seguono i divorzi laddove le leggi lasciano aperto lo scioglimento del contratto nuziale. Guai se i Delegati avessero la vista miope a segno di non avere avanti degli occhi se non la repristinazione dell’antico sistema!
Principio della riforma.
Non ascoltisi una pusillanime prudenza; il Monarca c’invita ad esporgli i mali nostri; che timore vi può mai essere nel presentarglieli tutti con ingenuità e candore? Qual maggior male può mai avere un paese di quello di vivere sotto di un despotismo che a suo arbitrio opera sulla massa degli uomini? Perchè non lo esporremo noi adunque, perchè non impetreremo da un Monarca giusto e illuminato la estinzione di tal mostro e un governo moderato e monarchico? Questo dispotismo in una piccola provincia rimota dalla Corte, centro di più Regni e Stati Ereditarj, questo provinciale dispotismo non può essere mai di utilità al Monarca, nè mai esercitabile da lui immediatamente, e ogni principio d’un avveduto Sovrano lo induce a stabilire un governo composto in modo che l’autorità de’ Ministri libera e pronta possa agire sin tanto che non offende o danneggia la Provincia, ma venga rafrenata e contenuta al momento in cui ne voglia abusare. Non è dell’interesse del Monarca di lasciare esposta a un potere arbitrario una Provincia rimota, confinante con paesi liberi, con Repubbliche e altri Stati, provincia di facile emigrazione, e che depauperata e oppressa per la ingiustizia del Ministero ricaderebbe a danno del Monarca. Quindi chiedendo noi una costituzione civile cercheremo l’interesse del Sovrano medesimo, non che il nostro, cercheremo quello che saremmo vilmente colpevoli se nol chiedessimo, e cercheremo in fine un rimedio che, quand’anche non ci venisse per sciagura de’ tempi accordato, sempre onorerà la virtù di chi incaricato ad esporre i pubblici bisogni lo ha chiesto. Come mai giustificherebbero altrimenti la loro condotta coloro che accettarono di parlare per tutti, e che a tutti sono responsali d’avere eseguita onoratamente la importantissima commissione, se lasciassero marcire sotto un potere arbitrario la Patria signoreggiata anche in avenire non dalle leggi, ma dal volere degli uomini potenti? No, Cittadini, salvate il nome vostro da tale infamia, o rinunziate alla commissione se mancate di lumi e d’animo.
Cardine di tutto.
Sicurezza della proprietà. Ecco lo scopo unico che debbesi avere di vista, a cui tutto deve diriggersi, e da cui emaneranno come corollari tutte le riforme che sono da proporsi. L’uomo deve vivere sicuro sotto la protezione della legge e senza bisogno di abbassarsi a impetrare la protezione d’alcun altro uomo; rinforziamo la riverenza e il poter delle Leggi, annientiamo il capriccioso potere de’ Ministri, e non avrà più luogo il rimprovero che si fa agli Italiani d’essere insidiosamente officiosi, ipocriti, e simulati. Uomini inconseguenti e ingiusti! Voi ci opprimete sotto un governo arbitrario, non ci permettete di conoscere altra virtù che l’obbedienza, non ricompensate se non i più indifferenti e docili a qualunque opinione, e ci rimproverate d’avere i vizi della schiavitù, voi che ci tenete schiavi! Si facciano gli uomini tutti soggetti alla legge e liberati dal pericolo de’ mali d’un arbitrario potere, e si vedrà comparire qualche nobile energia negli animi, la ingenuità modesta ma non tremante, il candore prudente bensì ma non deriso, la probità dilatata nelle azioni civili non solo ma collocata negl’impieghi e non perseguitata, la virtù in somma oserà comparire e ritornare dal lungo esiglio e la nazione s’alzerà dalla pozzanghera in cui infracidisce da secoli. Sicurezza della proprietà, cioè ogni uomo sia in avenire sicuro sotto la protezion della legge e nella persona e ne’ beni. Nessuno tema più che gli sia tolta la libertà altrimenti che per una legale ordinazione del potere giudiziario, nessuno sia o bandito o posto in arresto o in carcere se non per ordine legale del potere giudiziario. Sia fissato un termine per detenere un uomo sospetto di un delitto, ogni sentenza sia proferita da un Collegio di uomini di probità e lumi conosciuti, prima d’ogni sentenza sia il reo abilitato a dire tutte le sue ragioni. In una parola sia fissato anche da noi un sistema criminale degno di Leopoldo Secondo, degno della luce di questo secolo. Non vi sarà da insistere minutamente su tal proposito avendo noi da supplicare un Monarca, che ha già fatto ammirare la sublimità della sua politica in tal proposito. Ma sia eliminata per sempre la chimerica divisione di delitti politici, ogni delitto è crimen ed è criminale; e al potere politico non può mai essere permesso il togliere nè la libertà, nè l’onore ad alcuno. La libertà, l’onore, la vita d’ogni cittadino anche l’ultimo e il più vile debbon essere all’ombra sacra delle leggi, sicuri da ogni attentato. Non sotto pretesto di correzione, di ragione di famiglia, o di ragione di Stato, o di spediente economico, o sotto qualsivoglia pretesto la facoltà politica deve attentare alla personale sicurezza del cittadino; e se talvolta la circostanza esiggesse che la forza politica arrestasse, la ragione comanda che immediatamente venga ciò denunziato al Tribunal giudiziario competente, acciocchè abbia suo corso la giustizia senza che il governo politico v’abbia ulteriore ingerenza. Sotto di una Monarchia giusta ogni uomo può dire d’essere sicuro di conservare la libertà personale sin tanto che ei non abbia offesa una legge scritta e proclamata.
Carico censuario.
Sicurezza della proprietà oltre la persona e l’onore riguarda anche il tributo. Se il carico delle terre possa accrescersi col solo volere del Sovrano la proprietà del terriere sarà incerta nella quantità perchè cadente su quanto rimane di netto prodotto; quindi il terriere vedrà scemarsi il valore delle terre nella vendita, quindi l’agricoltura verrà disanimata, quindi la proprietà dei fondi non sarà sicura. Questa verità è stata sentita e da Carlo VI e da Maria Teresa nella serie de’ Dispacci relativi al Censo, ne’ quali venne solennemente assicurata la Provincia che il carico sarebbe inalterabile. In fatti il Carico Regio lo è: ma sotto titolo di spese del Censo, spese degli Uffici, spese de’ Cancellieri ecc. si sono sovrimposte somme sempre crescenti allo Stato, per modo che un quarto di più si paga per tale titolo nell’anno corrente 1790. È abbandonata quindi alla volontà del Consiglio di Governo, anzi del solo Ministro Presidente, la proprietà d’ogni terriere.
Convien dare una rapida occhiata al sistema tenuto sin’ora nella direzione delle cose censuarie. Per rimediare agli abusi e alla possibile prepotenza d’un terriere che obbligasse i compadroni d’una Comunità a spese inutili al bene della Comunità si è formato un sistema che urta nel vizio opposto, assoggettando all’approvazione del Tribunale Censuario ogni spesa prima che si faccia. Il Tribunale fece cambiar natura ai Cancellieri Comunitativi, i quali da servitori che erano delle Comunità si resero indipendenti non solo, ma rivestiti di autorità Regia, e gradatamente giunsero a non essere più eletti dalla Comunità, e nemmeno ad essere da quella stipendiati. Così tutto si volle governare nel maggiore dettaglio. Se rompevasi un forno in una terra posta all’estremità del Cremonese, prima d’intrapprendere la riparazione del valore anche d’uno Scudo conveniva stendere una supplica al Tribunal Censuario, farla sottoscrivere dai Deputati dell’estimo talvolta rimoti d’abitazione; poi legalizarla dal Cancelliere locale. Affidare alla posta la supplica indirizzata al Tribunale, il Presidente del quale la diriggeva a un Consigliere col suo decreto. Il Consigliere aveva la casa piena di carte simili, talvolta rimaneva sepolta per anni la domanda e dovevasi replicare nuovo ricorso. Se per ventura la decretava, egli suoleva eccitare il Deputato de’ riparti comunali, il quale, oppresso dalla faragine delle carte di simili ricorsi di mille Comunità, quando poteva faceva il suo voto opinando perchè si esaudisse la supplica. Questo parere del Deputato de’ riparti poteva nuovamente rimanere dimenticato frall’ammasso del Consigliere relatore; ma s’egli emergeva se gli faceva il decreto che concedeva la richiesta riparazione del forno, acciocchè avessero i terrieri il comodo di far cuocere il loro pane. Nè per ciò era pure terminato il pericolo; perchè tal decreto passava alla affollatissima Secreteria, dove dovevasi stendere la lettera del Tribunale diretta al Cancelliere della Comunità contenente la permissione di riparare il forno pubblico, e poteva tardare qualche mese. Finalmente la lettera era portata alla firma del Presidente e del Relatore, e veniva spedita. A tale dipendenza si vollero umiliati i possessori delle terre prima di spendere il denaro non Regio, ma loro. Essi vedevano inespediti e dimenticati i loro ricorsi, trovavansi inabilitati a provedere alle istanti premure delle Comunità, e generalmente gridavano, sebbene dai Ministri (che avevano la smania e l’interesse di governar tutto e farsi obbedire in tutto, non già di veder le cose in ordine stabile e ragionevole) tai grida venivano incolpate di sediziose per sovvertire la grand’opera del Censo.
Questa organizazione, opera più d’un pedante di scuola o di un guardiano di convento che d’un Legislatore, questa organizazione produsse costantemente l’effetto di vedere una somma lentezza nel corso dell’azienda del Censo, e quindi dal 1760 a questa parte la direzione del Censo soffrì continue mutazioni sempre inutilmente perchè non si pensò a rimediare alla cagione del disordine. Dalla Giunta del Censo si trasferì prima a una Regia Deputazione. Si sciolse la Deputazione e si trasferì al Magistrato Togato, si levò al Magistrato e si collocò nel Supremo Consiglio di Economia, si levò dal Consiglio e si appoggiò al Magistrato Camerale non Togato; ivi sofferse varj cambiamenti, finalmente si levò dal Magistrato Camerale e si trasportò al Consiglio Governativo; nè le modificazioni che si fecero giunsero mai a rendere pronto e celere il corso degli affari. Conviene governare quello che non può camminar bene se non si governa; conviene lasciare un moto spontaneo a tutto ciò che per la naturale combinazione degli interessi cammina a buon fine. Esaminiamo rapidamente alcuni principj, giacchè nello scritto presente io intendo di dare appena i cenni, essendo troppo grande il numero degli oggetti, su i quali non si potrebbe esaurire la materia se non compilando non uno scritto, ma un volume.
Due oggetti soli interessano particolarmente il Sovrano per la materia del nostro Censo: conservazione del Catastro de’ fondi censibili, acciocchè sotto nessun pretesto non venga mai abusivamente sottratto alcuno dal contribuire ai pesi dello Stato, e quindi rendersi troppo gravoso il carico ripartito su minori contribuenti. Ecco il primo oggetto, conservare l’economia delle Comunità e delle Provincie per modo che non s’aggravino inopportunamente di debiti, e non si rendano per tal modo incapaci ne’ tempi venturi a contribuire quanto debbono all’Erario. Ecco il secondo oggetto. Ogni formalità, ogni soggezione che non sia necessaria per questi due fini è una mera angustia, una oppressione, e non val la pena di sopracaricare lo Stato colle spese di tanti Intendenti, Vice Intendenti, Concepisti, Cancellisti, destinati a rendere lenta, difficile e pedantesca l’amministrazione. Ecco la legge colla quale sarebbero fissati i due oggetti. Non sarà mai sottratta all’estimo censibile o per corrosione di fiumi, o per qualunque altro motivo parte alcuna, se non previo l’assenso della Provincia cui appartiene, previa l’adesione dello Stato e con successiva annuenza e ordine del Tribunale del Censo; nè si potrà mai validamente contrarre un debito da Comunità, Provincia o Stato se non colla annuenza e ordine del Tribunale del Censo. Chiunque poi intrapprenderà una lite a nome d’una Comunità soccomberà del proprio, a meno che non siavi preceduto il decreto permittente del Tribunal Censuario. Con questa legge resta cautelato e l’uno e l’altro de’ due oggetti, e ogni spesa Comunitativa venendo a pagarsi nell’anno in cui s’intrapprende da quei medesimi che la determinano l’economia è raccomandata abbastanza dall’interesse di ciascuno. I modi co’ quali si fanno le elezioni, la durata degli uffici, il modo per fare legalmente le determinazioni sono determinati dalla Riforma Censuaria, e qualora nascesse querela perchè da essa irregolarmente si fosse allontanato alcun prepotente disponendo di cosa comune, il giudice locale provvederebbe al ricorso sulla legge della Riforma, non essendovi ragione alcuna per tenere un giudice separato per tali materie. Su questi semplici principj sarebbe da organizarsi il Censo, e il Tribunal Censuario allora potrebbe badare meglio che non ha fatto sinora alla stabile economia d’ogni pubblico piantando registro de’ fondi e crediti e debiti di ciascuno, e facilitando così i vicendevoli soccorsi. Il Tribunale del Censo occupato e oppresso da un minuto mecanismo non potè giammai sin’ora dare alcuna occhiata generale, onde con delegazioni staccate si dovette intrapprendere la operazione su i debiti comunitativi, e su quanto v’è d’interessante. Allorchè s’accrebbe l’estimo censibile abolendo i privilegi del Clero, pochissima parte v’ebbe il Tribunale del Censo nella novità che doveva recare un tal cambiamento. Questi sono i veri oggetti che meritano d’occupare un ceto di Ministri Regj. Riassumendo adunque si dichiari nullo qualunque debito contrattto dai Corpi pubblici e dalle Comunità se non venga legittimato con uno speciale permesso del Principe, come è già per legge e per pratica. Posto ciò non vi può essere più attento amministratore di quello che sopporta l’incomodo della spesa. L’economia delle Comunità si regoli dai deputati dell’Estimo e dal Convocato giusta la riforma Censuaria. L’economia delle Provincie si regoli dagli Estimati deputati e scelti dalla Provincia. L’economia generale delle spese dello Stato si regoli dai Deputati che formano la Congregazione dello Stato. Le strade, i ponti, le spese tutte generali Provinciali e Comunitative si amministrino con questa legalità, e sia riservata al Governo la facoltà di reprimere bensì, e censurare gli abusi, non mai quella di ordinare una spesa. Proibito il contrarre debiti, proibito il far liti, tengansi fermi questi due cardini, e nel rimanente si sciolgano i ceppi della schiavitù. I Cancellieri delle Comunità si scelgano dalle Comunità, e servino a quelle come porta la Riforma Censuaria. Cessino d’essere i Commessi del Governo, e d’inquietare la società comunitativa, che è la vera padrona delle spese, ch’ella fa col proprio. Gli esattori si scelgano dalle Comunità, come è giusto, dovendo esse soccombere del proprio al caso della loro impotenza. Tutte le spese si appaltino solennemente. Si osservino i regolamenti sulle strade. Se nasce controversia sulla regolarità d’un Convocato si ricorra al giudice, il quale sulla legge della Riforma Censuaria decida. Non siavi un Tribunale distinto per giudicare le dispute sul Censo. Si restituisca il loro patrimonio alle Città. L’Ufficio del Censo si occupi degli oggetti che interessano il pagamento de’ debiti Comunitativi e Provinciali e dello Stato, vegli sull’impiego de’ Capitali, conosca della convenienza d’intrapprendere liti, consulti il Governo sul permesso ai Corpi pubblici di contrarre debiti, vegli alla conservazione del fondo censito, alla regolarità del riparto de’ pesi pubblici, e lascisi alla cura dei pubblici tutto il rimanente. Sia presso la Congregazione di Stato la composizione dell’Imposta generale e sia per costituzione stabilito che mai non possa accrescersi il carico se non previo l’assenso dello Stato.
Tariffe de’ dazj.
La sicurezza della proprietà viene tolta colle arbitrarie addizioni di aggravio alla tariffa de’ dazj, il che anche ultimamente si è fatto a segno così enorme da opprimere i mercanti singolarmente delle Città vicine al confine, come Cremona, Pavia, e Como, dove l’eccessivo carico de’ dazj porta i cittadini a provvedersi al Bosco parmigiano, al Gravellone, a Chiasso, luoghi mercantili distanti un breve passaggio.
Certamente le tariffe daziarie colla mutazione delle circostanze esiggono de’ cambiamenti secondo la variabilità del commercio; ma tai circostanze lentamente e una per volta si presentano. Quindi per la sicurezza de’ mercanti è necessario che si fissi una tariffa con carico discreto e durevole, e che siavi prima l’adesione dello Stato avanti che facciasi successiva novità.
Sicurezza della proprietà importa adunque: primo un sistema criminale stabile, constituzionale, all’ombra del quale ogni uomo viva sicuro della sua proprietà personale. Secondo una stabile e costituzionale misura di tributo, che non possa variarsi o eccedere senza l’adesione dello Stato. Le prove singolarissime di obbedienza e di docilità che questa Provincia ha date sempre dimostrano che con tal metodo il Re non perderà verun sussidio straordinario opportuno alle urgenze della Monarchia, e che unicamente si assicurerà che il Ministero non abuserà mai più del potere confidatogli a scapito e rovina della Provincia. Nel vizioso sistema spagnuolo almeno ciò v’era di buona politica, che il potere de’ Corpi bilanciando il poter governativo veniva contenuta una autorità dall’altra; lo stesso è da farsi ora, collocando due poteri che reciprocamente veglino sugli abusi l’uno dell’altro, il Governo perchè i Rappresentanti non si arroghino parte di Sovranità sul Popolo, i Rappresentanti perchè la Sovranità non se l’arroghi il Governo, e così la Provincia rimanga ordinata sotto una felice costituzione e la Sovranità resti tutta illesa presso d’un benefico Monarca. Quando dovevasi distruggere il dispotismo spagnuolo radicato in tre corpi poderosissimi doveva affrontarsi gl’interessi di ciascun individuo di essi, e scontentare pericolosamente una massa di prepotenti cittadini che sostenevano dritto loro la loro ereditata autorità. Ora si tratta di distruggere il potere riunito al momento nelle mani d’un solo Ministro, che tutto tiene temporariamente dalla eventuale nomina del Monarca, quindi la riforma altro non può produrre che bene. Si solleverà anche l’Erario del Principe da una viziosa schiera d’inutilissimi salariati, essendo il Ruolo Camerale oggidì maggiore del triplo di quello che venne fissato sotto del Governatore Pallavicini, onde in quattro mesi oggi paga il Sovrano tanti stipendj quanti dovrebbe pagarne ogni anno; il che è accaduto per vizio di voler tutto governare anche quanto va da sè assai meglio che non per moto forzato dal Governo.
Privative.
Merita però la materia della Finanza che qualche altro cenno si dica su alcune novità fattesi sotto Giuseppe Secondo, le quali meritano immediata attenzione. Per esempio il tributo nuovamente imposto, la tassa degli assenti, punisce ogni possessor terriero che si rechi in paese estero. La natura di questo nuovo carico è odiosa; la percezione, difficile; il provento assai tenue; l’effetto tende a diminuire i compratori delle terre, e così a scemarne il valore. Questo tributo non ha altra base che l’arbitraria volontà del defunto Sovrano. Dovrebbe abolirsi. Il contributo ecclesiastico dovrebbe rimanere stabile a soglievo universale; il Corpo ecclesiastico nella luce de’ tempi presenti non vorrà obbligare i laici a sostenere soli tutt’i pesi, poichè al paro de’ laici il Corpo ecclesiastico ne gode i frutti; parte anch’esso dalla società, è giusto che contribuisca alla di lei conservazione. La tariffa della mercanzia nella sua forma e per la semplicità della costruzione merita d’essere conservata. La sovrimposta eccessiva fatta nel 1788 alle manifatture di seta e di lana non può durare senza rovina de’ mercanti. Sarebbe da abolire immediatamente, e frattanto tornare al limite della nuova tariffa. Merita però esame anche la tariffa sì per l’esuberanza del tributo su di alcuni capi, quant’anche perchè non sembrasi avuto di vista che la Finanza, dimenticando la costanza della riproduzione annua, la quale sola può dare alimento durevole alla Finanza istessa. Sulle privative è stata notabilmente aggravata la mano sul popolo, e lo è stato con tale disinvoltura, che si può apparentemente contraddire questa asserzione da chi è interessato nella Regia Finanza. I prezzi singolarmente al minuto de’ tabacchi di minor consumo si sono abbassati; ma la foglia Carrada che è del maggior consumo nel Paese è stata portata dai soldi 45 ai soldi 55. L’accortezza consiste nell’avere immaginato il nuovo vocabolo Tabacco di lusso al quale è posto il prezzo di soldi 55, ed è lo stesso che pochi anni fa si chiamava Carrada a Pila, e si vendeva soldi 45. Si vende poi un tabacco di scarto di foglia d’Ungheria a soldi 45, e se gli dà il nome di Carrada a Pila. La privativa anni sono introitava più di cento mila zecchini nel solo Stato di Milano, ed è bastantemente gravato il pubblico ponendola in tutto al prezzo e qualità che durarono sino al 1780. Non sarebbe inverosimile l’asserire che tutte le mutazioni fatte nel decennio di tal Regalia con disgusto e sopracarico del pubblico non sono punto ridondate in utilità della Regia Camera attese le spese accresciute nella fabbrica, e la perdita fatta del provento de’ postari nelle terre.
L’uniformità introdotta nel peso e prezzo del sale è una operazione opportunamente fatta. La qualità però di questo genere di prima necessità, e dal quale dipende la riuscita della fabbrica de’ Caci converrebbe che ritornasse quale era nel 1780; e che non si ascoltassero più querele; seguendo in avenire un metodo costituzionale e costante col distribuire sempre la stessa qualità e proporzionata mischia de’ sali Tripoli e Trapani per l’interno dello Stato.
A tutela quindi della proprietà Reale è necessario che non solamente si rimedino i moltiplicati colpi fatti nel Tributo; ma che la bontà e sapienza del Monarca fissi per costituzione il limite d’ogni tributo, e per fare ne’ tempi venturi addizione o cambiamento vi si richieda la adesione del Corpo rappresentativo dello Stato, unico mezzo che può assicurare al popolo tutta la proprietà del suo, e per assicurare il Monarca medesimo dalle insidie colle quali potesse mai il ministero continuare a pagliare nuovi aggravj, giacché per massima quanto più è depressa una Provincia, tanto più l’orgoglio ministeriale liberamente vi campeggia, e il Popolo non trova fra chi gli comanda altro amico che il Sovrano, e questi fra chi lo ama ed ha zelo per lui non trova altri che il suo Popolo.
Giudiziaria.
Il Regolamento Giudiziario pubblicato sotto Giuseppe Secondo ha stabilito certi principj e metodi certi in guisa che l’arbitrio de’ Giudici in buona parte è tolto. Molto vi è di buono e che in pratica riesce felicemente, onde nel suo tutto convien conservarlo. Due soli ritocchi basterebbero per rendere compita in questa parte una buona legislazione, e questi sono primieramente una addizione ancora più vincolante ed espressa per contenere l’immoralità de’ Curiali e la impudenza colla quale per mestiere impugnano la manifesta verità e moltiplicano i litigi a rovina de’ clienti, e a carico sommo de’ Giudici oppressi dalla congerie delle liti, e quindi nasce non potersi dare sempre la conveniente attenzione a tutte, e non potersi rapidamente tenere in corso il Tribunale. Secondariamente dare una più breve e semplice forma ai processi de’ debitori di fitti, ed altri chiari titoli. Fatto ciò nulla vi sarebbe da ritoccare al Regolamento. Ma non confondiamo il Regolamento Giudiziario colle Istruzioni e organizazione data ai Tribunali. Quanto pensato e ragionevole riesce il primo, tanto assurde e barbare sono le seconde. Il dispotismo del Presidente, la podestà di scindere in aule il Tribunale, di scegliere il relatore, il contradditorio principio di tenere occulto il Relatore in Città, mentre ne’ Borghi lo stesso è Preside e Relatore notissimo, questi sono inconvenienti che meritano la mano emendatrice del Legislatore. La libertà civile, il corso regolare e imparziale della giustizia suggeriscono doversi dare al Presidente tutta l’autorità per l’ordine, regolarità, e disbrigo del Tribunale, e nessuna diretta o indiretta autorità sulla libertà delle opinioni o sul risultato delle Sentenze. Il Relatore è bene che sia noto, anzi nominato di consenso delle parti, come facevasi per lo passato. La giurisdizione de’ Podestà de’ Borghi è conveniente che sia limitata al grado in cui lo era prima del nuovo sistema. Siccome poi i Curiali sono realmente una massa corrotta e che fa professione infame d’intrico senza moralità, e che trattasi di rigenerare e correggere una generale putredine; così sarà opportuno che l’occhio Paterno del Monarca vegli sulla esecuzione de’ Regolamenti, spedendo anche di tempo in tempo visitatori accorti, fermi e zelanti, che abbiano facoltà di conoscere il modo col quale viene amministrata la giustizia, l’opinione pubblica degli impiegati, e con qualche opportuna dimissione giustificata contenere poi coll’esempio ciascuno in officio.
L’istesso Tribunale di giustizia che giudica nelle cause civili, sembra che potrebbe essere incaricato anche de’ giudizj criminali, siccome fu prima dell’interinale Regolamento; ma in ciò null’altro rimane da proporre dai Pubblici se non la proprietà personale d’ogni individuo, un collegio di giudici probi che proceda con leggi fisse, e dal quale unicamente dipenda ogni azione criminale e fuori del quale nessuna ingerenza governativa possa mai attentare alla libertà, sicurezza e onore d’un Cittadino.
Sicurezza della proprietà esigge adunque: prima di tutto che col ministero unicamente della legge possa un uomo venire arrestato, e che soltanto dopo un regolare processo e regolare difesa e regolare sentenza d’un collegio di uomini di conosciuta probità possa dichiararsi colpevole un uomo, e soggetto alla pena prescritta dalla Legge. Sicurezza della proprietà richiede che il tributo sia proporzionato, fisso e invariabile, e che ogni addizione o cambiamento venga esaminato preventivamente dal Corpo rappresentativo dello Stato. Sicurezza della proprietà per conseguenza vuole uno stabile metodo giudiziario, che togliendo l’arbitrio al Giusdicente assicuri un imparziale e fisso regolamento per chiunque veda disputata la sua proprietà. Di ciò sinora ho rapidamente trattato. Due oggetti rimangono ancora da toccare, i tronchi maestri dell’albero, e sono la legislazione e la pubblica rappresentanza. Non sarebbe mai più sicura la proprietà, malgrado i suggeriti regolamenti, se il poter ministeriale da solo potesse proclamare leggi nuove, come sin ora ha fatto; giacchè una legge può essere o crudele, o attentatoria della civile libertà, o ineseguibile, o inopportuna, e quindi chi ha facoltà di proclamare tai leggi può creare nuovi delitti e immaginar nuovi supplizj, e conseguentemente il più onesto cittadino può trovarsi tirannicamente in preda agli sgherri. La pubblica rappresentanza è pure inerente alla sicurezza della proprietà, poichè vana e illusoria sarebbe ogni constituzione scritta, libro di mera curiosità ed erudizione riuscirebbe qualora non esistesse un corpo destinato e interessato a mantenerla. Di questi due oggetti mi resta a trattare prima ch’io chiuda il discorso.
Legislazione.
Abbiamo vedute pubblicarsi sotto il governo del Conte Firmian alcune leggi che sole bastavano a turbare la sicurezza della proprietà. Alcune prescrivevano che i padri dovessero essere tenuti per i figli, e i padroni per i servitori per i contrabbandi di tabacco. Questa legge fece tal senso che il popolo per più settimane abbandonò l’uso del tabacco, onde si dovette moderare poi la legge con poca dignità del Legislatore. Sotto lo stesso Governo per altra legge s’imposero cautele e obblighi tali ai filatori di seta, che resa difficile e quasi impossibile l’osservanza di tanti vincoli venne scoraggiato questo ramo di nazionale industria. Gli sgherri e gl’inquisitori ebbero facoltà di visitare entro le case, nelle officine, e in qualunque ora a perquirere sale, tabacco, e quindi ostilmente si trattarono i popoli. Tai sorprese non si farebbero alla religione del rimoto Monarca, se prima d’essere pubblicate nuove leggi venissero proposte al Corpo rappresentante lo Stato, al quale fosse permesso di esporre al Trono i mali, che per ventura possono da quella derivare; sicurezza della proprietà esigge adunque che il Monarca venga preventivamente schiarito dal Corpo rappresentante lo Stato, avanti che una legge sia proclamata.
Corpo dello Stato.
La politica del Despotismo e della capricciosa cecità ebbe in orrore ogni Corpo rappresentante la Nazione, poiché questo Corpo è il solo che fa argine all’abuso del potere ministeriale, ed è l’organo solo per mezzo del quale la verità dalla capanna passa al Trono e il Monarca è istrutto del male e del bene che fanno le persone impiegate ne’ governi. Quindi si cercano tutt’i pretesti o per estinguerli, ovvero per formarli, in modo che riescano una mera illusione da scena per appagare i semplici. Ma la vera e stabile politica d’un Monarca illuminato, buono, previdente, considera sotto un aspetto opposto una tale istituzione come il solo e imprescindibile mezzo per regnare con gloria, per evitare le insidie de’ Cortigiani, per accostare se stesso al Popolo e rendersi forte colla adesione degl’interessi comuni. Cerca di formare un Corpo che sia al sicuro da ogni oppressione Ministeriale, composto di tanti, quanti bastano per rendere difficile la subornazione e dibattere gl’interessi pubblici, e scelto dal popolo che rappresenta e dal quale unicamente può ricevere il mandato per avere una rappresentanza legittima. La Maestà di Leopoldo Secondo non ci vuole schiavi, ci vuole sudditi. Le massime del suo Governo sono già pubblicate coll’invito che ha fatto ai Belgi, de’ quali la Costituzione ben lungi d’essergli invisa, la propose anzi per modello degli altri Regni e Provincie dell’Augusta sua Casa. Nelle tenebre de’ secoli passati, mentre i pochi uomini che coltivavano la loro ragione, tutti s’occupavano o nell’erudizione, o nella matematica, o nelle cose naturali trascurando la scienza della società, e i diritti che la fanno sussistere, nella ignoranza di quell’oscura notte una insidiosa politica bastava per tenere atterrita e sommessa la massa degli uomini, sì che non si accorgesse nè della lesione de’ suoi diritti, nè de’ mezzi per rianimarli. Ma la notte ha fatto luogo a nuovo giorno; le opinioni rapidamente si cambiano, e l’opinione è la Regina del mondo a cui si piega la forza istessa. Se il potere intermedio ministeriale perseverasse negli antichi principj verrebbero col tempo esposti anche i migliori Principi, anche i popoli della indole più placida, a tutti i mali che accompagnano un rapido cambiamento d’ordine. Nella chiara luce de’ tempi presenti è necessario un Corpo rappresentante lo Stato, che liberamente possa informare il Monarca de’ mali e de’ disordini, e che sia organizzato per modo da ottener questo fine, e ottenerlo stabilmente. Abbiamo il Catastro Censuario. Dividansi i possessori in tante masse prossimamente uguali; ogni Comunità compresa in quella massa scelga i suoi Deputati, e gli eletti raduninsi nel borgo che sia centro di essa, e nominino il pubblico rappresentante.
I nominati formino il Corpo dello Stato. Conviene che il loro numero sia tale da impedire la seduzione ministeriale e rendere utile al suo fine la rappresentanza. Convien pure che il loro ufficio sia per sei anni e che ogni tre se ne cambi la metà. Questa assemblea, come tutte le altre Municipalità, potrà radunarsi quando voglia, e trattare senza angustia o predominio di alcun Ministro gli affari. Ella potrà direttamente umiliare al Trono le sue occorrenze, e sarà il vero tubo optico per cui il Monarca saprà la verità, annebbiata in prima dagl’interessi de’ Ministri, i quali sono la cattaratta all’occhio del Monarca. Ella sceglierà il suo Presidente che durerà sei mesi. Conoscerà delle nuove leggi. Veglierà alla conservazione della Costituzione. Tutte le spese generali incumbenti allo Stato dovranno essere decretate da questo Corpo di Rappresentanti e dipendenti dalla loro determinazione, trattone il tributo fisso sulle terre, il quale sarà perpetuo e determinato nella quantità. Non si potrà intrapprendere fabbrica alcuna, strada, canale, edificio o impegno qualunque che porti carico allo Stato, o a una Città, Provincia o Comunità senza il previo decreto del Corpo rappresentativo. Tutti i conti saranno subordinati alla ispezione del Governo, al quale rimane la facoltà di impedire ogni abuso del denaro pubblico. Nell’imposta annuale preventiva si porrà sempre una partita d’approssimazione delle spese eventuali, e dentro i limiti di questa sarà facoltativo a tutt’i Corpi pubblici, giusta la loro assegnazione, di fare le spese. Il riparto de’ pesi pubblici si farà sempre sul Catastro Censuario. Ogni individuo all’atto che prende possesso della sua carica giurerà fedeltà inviolabile al Monarca, e di non acconsentire giammai a partire dal suo posto, e ritirarsi se non quando sia rimpiazzato dal suo successore legittimamente eletto. Ogni controversia che nascesse fra Città e Città verrà decisa dal Corpo rappresentante lo Stato, dal quale dipenderanno le strade che non sono Comunitative nè Provinciali; ma guidando da una città all’altra e servendo all’uso generale incumbono sin d’ora alla generalità dello Stato per la manutenzione. Avrà in somma tutta l’economia appartenente all’azienda generale dello Stato. Sulle massime istesse si organizzi ogni Consiglio Municipale, e in tal modo saranno formati i Corpi pubblici permanenti, e con individui successivi e temporanei, e inerendo alla Riforma Censuaria riceverà una forma legale e stabile la Provincia suddita d’un Monarca illuminato e umano, che l’avrà per sempre assicurata contro il funesto dispotismo Provinciale, che l’ha degradata e oppressa.
Conclusione.
Riasumendo le cose sin qui dette tutto si riduce a pochi principj e chiari. Siamo noi radunati per esporre al nuovo Monarca, che ce lo ordina, i gravami e i mali della Provincia? Sì. Siamo noi sottoposti per sistema a un governo arbitraro e dispotico? Sì. Un tal governo è egli un male per chi vi è soggetto? Egli è il sommo, il primo de’ mali che possa soffrire uno Stato, egli è la origine di tutti i mali. Possiamo noi occultare adunque la sincera esposizione di tal sommo male nella rimostranza che stiamo per fare? No, se non vogliamo meritarci il titolo di traditori della Patria, e se non vogliamo essere reputati i più inetti degli uomini. Possiamo noi temere alcun rimprovero esponendo questo gravame? No, sotto d’un Monarca che ha dichiarato in faccia dell’Europa di amare la Costituzione Belgica, e di bramare che servisse di modello agli altri suoi Stati, non è possibile che sia discara la supplica di darci una simile Costituzione. Sotto un Monarca che è giusto, e vuole il ben essere e la contentezza de’ suoi popoli, non è possibile che sia mal ricevuta la proposizione, che ha per base la giustizia e per fine il ben essere e la contentezza de’ suoi popoli. Il Sovrano comanda al Ministero di non immischiarsi nelle nostre deliberazioni, comanda a noi di fargli conoscere i bisogni del suo popolo, e dubiteremo noi se ci sia permesso di fargli conoscere il bisogno massimo, cioè il bisogno d’ottenere una volta la sicurezza della proprietà! Chi è pusillanime, chi è imbecille non stenda la mano al timone degli affari. E che? Avete voi dunque accettata la sublime carica di parlare per tutti i vostri Concittadini, vi siete voi indossato l’augusto ministero di reggere la causa pubblica in questa importantissima occasione senza consultare i lumi nostri, senza consultare il vostro animo! Se aveste impallidito, se aveste diffidato in quel momento, se aveste richiesto soccorso, assistenza ne’ lumi d’altri istrutti Concittadini, la timidezza vostra sarebbe stata virtuosa. Ma ora posti in ufficio a vegliare sulla salvezza della Patria, mostrerete voi un’anima da schiavi, palpitante per il pericolo dello sdegno ministeriale, che forza è pur d’affrontare per essere fedeli al vostro Re e alla vostra Patria! Così non operarono i nostri Maggiori quando nel 1185 il 25 Giugno stabilirono in Costanza la Costituzione che sta nel Corpo delle leggi,[11] o quando nel 1450 il giorno 3 Marzo altra Costituzione stipularono con Francesco Sforza.[12]
Non v’è sicurezza della proprietà se non dove vi sia una Costituzione. Non v’è Costituzione se non dove siavi un Corpo interessato a difenderla e capace di farlo. Io non ho esposto quanto richiedesi per questa grand’opera, unicamente ho dato i tocchi principali. Nobili aprite gli occhi: maturate i vostri consigli, nulla precipitate. Mirate intorno l’Europa, leggete almeno i fogli pubblici, esaminate la pubblica opinione, svegliatevi. Non è più tempo di arrogarvi soli la rappresentanza delle Città. Ogni Cittadino possidente al paro di voi ha dritto di eleggere ed essere eletto in servigio della Patria. Nell’oscurità de’ passati secoli potevate concentrare la municipalità nel vostro Ceto, e sostenere una Oligarchia; ma la ragione ha fatto progresso, ora fa ribrezzo e sdegno ciò che è gotico e deforme, vi vuol giustizia nella pienezza della luce odierna che rischiara l’Europa.
Avete voluto, o Nobili, degradare i vostri Concittadini, e il Ministero Provinciale ha degradati voi stessi, e tornerà a degradarvi ben tosto che le circostanze favorevoli glielo permetteranno se persistete. La rappresentanza che esercitate, o Decurioni, è illegale ed abusiva; voi siete eletti dai Ministri Regi e non dalla Città: voi, Decurioni, siete parte della Città, e non la Città! Milano nemmeno vi conosce per i suoi rappresentanti; e se non vi dichiara impetuosamente il disenso pubblico, esaminate se gli applausi vi mostrino alcuna pubblica confidenza. Se voi insisteste sulla pratica, la pratica medesima autorizzerebbe il Governo a operare dispoticamente su di voi. Se vi accontentate d’essere schiavi, purché abbiate de’ schiavi sottoposti a voi, sarete voi i nemici della Patria. Se scegliete questo partito, vi annunzio in breve la rovina. I principj sociali sono sviluppati nel centro dell’Europa, la luce si dilata rapidamente, il popolo milanese sarà fra pochi anni illuminato, vi chiamerà vilissimi traditori del pubblico, vi chiamerà… La mia penna non anticiperà d’annunziarvi le qualificazioni che infallibilmente otterrete se insistete per una Oligarchia odiosa e ingiusta. Siate uomini, e se volete comparire nobili, siate nobili ne’ pensieri e generosi nelle azioni, siate nobili seguendo disinteressatamente la ragione e la giustizia. Date al Monarca l’esempio di sacrificare i pregiudizj e le pratiche all’interesse pubblico della Provincia. Spogliatevi d’ogni idea di Ceto, il ceto d’un uomo dabbene è il genere umano. La felicità pubblica sia la vostra mira, la ragione e la virtù vi guidino. Mostrate di conoscere i principj dell’immortale Autore dello Spirito delle Leggi e d’essere degni Cittadini contemporanei dell’autore de’ Delitti e delle Pene. Cittadini scelti per parlare a nome di tutti, parlate colla verità e colla dignità conveniente al Popolo che rappresentate, e per bene del quale è instituito il Governo. L’esito non è in vostra mano, lo so, le circostanze potrebbero rendere vane per ora le vostre cure. Ma starà sempre il vestigio di quanto ora farete. I semi delle verità annunziate dalla autorevole vostra voce germoglieranno, e i nomi vostri saranno ricordati con gloria insino che duri la memoria degli uomini, e la storia ne passerà il racconto a’ più tardi nipoti. Che se per imperizia, per dappocaggine, per obliquità travviaste tradendo la Patria, e perdendo una sì bella occasione… se lasciaste fuggire infruttuoso un momento sì fausto che da secoli non s’è veduto. se trascuraste di procurare una Costituzione custodita da un corpo indistruttibile, per cui sia assicurata la proprietà, costituzione modellata sull’esempio di quella de’ Paesi Bassi già lodata e conosciuta degna di servir di modello ad altri Stati dal Re Leopoldo Secondo medesimo, che c’invita a proporgli le nostre brame. Voi stessi sarete gli autori di tutt’i mali che continuerà a fare in avenire il poter ministeriale. Voi stessi sarete autori d’una rivoluzione funesta e della carnificina de’ vostri Cittadini; giacché il dispotismo così va sempre a terminare, e chiunque ha occhi ne scorge l’epoca non rimota. Voi stessi avreste tradito e la Patria e un Re che si fida di voi, e vi cerca consiglio.
Appendice: Dispaccio di Sua Maestà Apostolica per la convocazione de’ rappresentanti pubblici a fine di esporre i bisogni del Milanese.
Leopoldus &.
Dacchè abbiamo prese le redini del governo dei Regni e Stati a noi devoluti per ereditaria successione, la prima nostra cura è stata di pensare ai mezzi di procurare possibilmente il ben essere e la contentezza de’ Popoli ora a noi soggetti, fra i quali chiamano a sè un’eguale sollecitudine anche quelli della nostra Lombardia. A questo fine essendo necessario di conoscere i loro bisogni non meno che il bene generale dello Stato, per poter provvedervi in quanto da noi dipenda, e nella fiducia di veder corrisposto questo nostro desiderio dai Pubblici della Lombardia coll’impegno di vero zelo per il comune vantaggio, abbiamo stimato bene di sentire direttamente dai medesimi ciò che dopo matura e riunita deliberazione crederanno dover farci presente all’effetto di ottenere da noi quella providenza, che conduca alla prosperità generale dello Stato non che particolare delle singole Provincie.
Quindi colla presente Reale Carta ordiniamo e comettiamo al nostro Governo generale della Lombardia Austriaca, perchè vengano da esso autorizzati quanto prima i Consigli Generali delle Città dello Stato di Milano, cioè di Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, e Casalmaggiore, i quali devono considerarsi come i Rappresentanti le Provincie relative ad esse sei Città per rapporto agli effetti della presente nostra determinazione, a scegliere e nominare ciascuno dei suddetti Consigli due individui, siano poi del Corpo di essi medesimi o altri delle rispettive Città, i quali si rendano quanto prima in qualità di Deputati Provinciali alla Città di Milano, e riuniti sotto la direzione e presidenza del Conte Luigi Trotti, delegato Regio e Prefetto della Congregazione Municipale di detta Città, si facciano a deliberare in comune sopra tutti gli oggetti che crederanno poter esigere e meritare un Sovrano provvedimento, e specialmente sul bisogno a noi già stato esposto dal Consiglio Generale della Città di Milano di una Rappresentanza Permanente della Società Generale dello Stato, sul modo di costituirla e sulla forma da darsi alla medesima. Le proposizioni di essi Deputati, ridotte che saranno in un protocollo comune, dovrà questo presentarsi al Governo, e da lui innoltrarsi a noi col proprio suo parere per sentirne la Sovrana determinazione.
Affinchè noi possiamo avere dai Pubblici stessi gli schiarimenti della loro esposizione e di quanto ragionevolmente desidereranno, è nostra mente e volontà che i sud.ti Deputati Provinciali scelgano fra loro due o tre soggetti, i quali si trasferiscano in questa nostra Città di Vienna non solo per esporre anche direttamente a noi le petizioni de’ loro Pubblici compilate come sopra, ed i gravami se ne avranno, ma anche per poter rischiarire a voce ed in iscritto tutto ciò che sarà loro chiesto per il maggior accerto delle Sovrane nostre risoluzioni.
Per ciò che riguarda la Città ed il Ducato di Mantova, avendo noi veduto da diversi ricorsi a noi pervenuti che lo stato attuale di quella Provincia può abbisognare di una particolare e separata considerazione e providenza, è perciò nostra intenzione che vengano pure scelti dalla Congregazione Municipale di Mantova due Deputati, i quali bene instruiti delle occorrenze di detto Ducato si rendano qui per il sopraccennato fine. Desideriamo però che per il primo di essi Deputati sia destinato il Presidente Marchese Zanetti, le di cui ottime qualità di mente e di cuore abbiamo avuto occasione di conoscere particolarmente.
Del resto siccome ci teniamo certi che gli amati nostri sudditi ed abitanti della Lombardia si dimostreranno animati non solo dall’amore della loro Patria, ma egualmente da un sincero zelo per il servigio del loro Sovrano, tanto più che non desidera che il loro bene comune, così confidiamo pure che il Serenissimo Arciduca si farà premura di secondare colla pronta intimazione a chi spetta, e in ogni altra maniera, il più sollecito adempimento delle sovra esposte nostre intenzioni ecc.
Vienna 6 Maggio 1790.
ORAZIONE FUNEBRE PER GIUSEPPE SECONDO IMPERATORE E RE
Si disputava sulla possibilità di fare un encomio a Giuseppe Secondo senza offendere la verità e colla dignità che conviene a un Sacerdote che parla in una Chiesa. Per prova ne ho fatto questo breve saggio. Un pittore che sappia bene la sua arte coglie il bello anche dalle fisonomie deformi, fa cadere destramente le ombre sulle parti più sconcie, e forma una bella faccia che è il ritratto d’un viso odioso.
Ministro d’una Religione di verità, nel tempio dell’Ottimo Massimo Iddio scrutatore de’ cuori e Monarca onnipossente dell’universo, in mezzo alla pompa ferale che ci annunzia il nulla delle umane grandezze, mentre la pietosa cura degli Augusti Congiunti associa la riconoscenza de’ Ministri, la fedeltà de’ Nobili e la generale ossequiosa cura de’ sudditi per impetrare riposo e pace all’anima di Giuseppe Secondo Pio Felice Augusto, da immatura morte rapito, ardua e difficile impresa mi si commette di pronunziare il funebre elogio fra il sacrifizio d’espiazione e le solenni preghiere della Chiesa. Un Principe che nel breve regno di nove anni prese a svellere tutt’ad un tratto i disordini radicati per secoli ne’ varj Stati della vasta Monarchia Austriaca; che da un canto tentò di annientare ogni superstizione nel popolo e ogni orgoglio ne’ Sacerdoti; che restrinse ne’ limiti di una mera esecuzione tutta la autorità de’ suoi Ministri e de’ Tribunali spogliandoli d’ogni corredo di fasto o d’arbitrio; che ai Nobili tolse di mano lo scettro feudale per sollevare la suddita umanità travagliatrice; che a fine di consolidare la potenza, e con essa la sicurezza pubblica, venne a impegnare una guerra disastrosa pel sangue versato e pesante ad ogni ceto di sudditi; un Principe che annientò le patrie Leggi e i Patrii Magistrati e i Patrii costumi, per assimilare ad una sola norma il reggimento delle Provincie, tutte varie di costume, di clima, di linguaggio; un Principe in somma che prevenuto dalla morte prima che avesse condotto a termine le sue idee lascia la Monarchia appoggiata a interinali e non ancora consolidati nuovi sistemi invisi alla moltitudine, è un argomento delicatissimo a trattarsi coll’elogio da questa Catedra di verità. Comunemente gli uomini potenti furono i fautori de’ disordini pubblici, e chiunque volle procurar il bene della massa del genere umano offese i Magnati, i quali per essere fedeli e affezionati al Monarca amano di possedere una frazione di Sovranità, colla quale piombano sul popolo infelice ignaro della vera cagione della infelicità che soffre. Quindi i riformatori ebbero sempre a soffrire l’odio dei pochi potenti, e non furono mai ricompensati dai molti popolari che beneficarono, o che avevan in cuore di beneficare. I pochi uomini privilegiati, quei che esaminano prima di stabilire i loro giudizj; quei che in mezzo al faticoso sovvertimento del terreno sanno antivedere la futura messe; quei che insensibili ai clamori della moltitudine, che inconsideratamente eccheggia o le lodi o i biasimi intuonati dai grandi, pesano il merito morale dalla intenzione, come il merito civile dalla sagacità de’ mezzi e non dal solo esito, talvolta indipendente dalla umana limitata prudenza; que’ pochi, dico io, sono i soli che degnamente e con imparzialità possono anticipatamente giudicare del destino che avrà la memoria di Giuseppe Secondo ne’ fasti del cadente secolo. Frattanto brevemente accennerò i principali oggetti che a parer mio debbono determinare l’opinione de’ Saggi, e rispettando la Maestà del Trono, ma più ancora rispettando la augusta immortale verità, senza fiele e senza adulazione, senza timore e senza speranza presenterò un epilogo dell’operosissimo suo regno.
Il fasto, la mollezza, la voluttà, le insidiatrici lusinghiere arti che s’affollano intorno ai Troni, che vi attraggono tutto il sugo vitale smunto dalle vene de’ sudditi; che spargono una impenetrabile nebbia intorno al Regnante nascondendogli la pubblica miseria de’ popoli, e dalla opulenza de’ Cortigiani ingannevolmente gli fanno argomentare la felicità del suo regno; che allontana dal Monarca l’uomo virtuoso e l’uomo illuminato, rendendogli sospetta d’insubordinazione la virtù, e ridicola e vana la scienza de’ libri; che formando della Corte un centro massimo di riunione della avidità, dell’orgoglio, della frode, della simulazione e di tutta la disastrosa schiera de’ vizj mascherati con ipocrita e ingentilita forma, corrompe ogni genere di bontà, e sparge la corruzione gradatamente sulla massa medesima della nazione; tutte queste larve scacciò lontane da sè Giuseppe Imperatore. Semplicissimo nel vestito, senza corredo di Cortigiani, senza formalità veruna, col solo necessario mezzo del quale ogni privato fa uso, ei scorre tutte le Provincie, visita e riconosce i Tribunali, gli uomini e persino gl’Ospedali e le Carceri; esamina lo stato della più infelice parte della umanità; entra nella povera capanna del Contadino, e come uomo parla all’uomo suo simile; di tutto s’informa, tutto conosce cogli occhi proprj nella Lombardia, nella Boemia, nelle Fiandre, nell’Ungheria, nel Bannato; in ogni più rimota parte il Sovrano si presenta qual padre, accessibile a ciascuno, paziente, attivo, instancabile. Abolisce le prosternazioni e le asiatiche adorazioni de’ popoli verso del Monarca. Non è possibile il rinunziare al fasto più di quanto fece il defunto Sovrano. Non le mense d’Apicio, ma la sobria e non di raro trascurata mensa di Pittagora servivangli di norma. Parchissimo nelle spese di Sua Augusta Persona, si considerava sempre come amministratore dell’Erario pubblico, non come padrone, ed aveva sempre fissa nel pensiero la grande verità che ogni spesa superflua del Sovrano è una sottrazione al bisogno di qualche suddito. Tale fu costantemente il tenore della sua vita e prima che ascendesse al Trono, e poi che vi sedette. Non amori, non geniali predilezioni, non affetto alcuno privato di benevolenza o d’odio, nulla in somma di quanto seduce la umana gracilità, nulla potè accostarsi all’anima di Giuseppe, che tutta elevata e consacratasi all’augusto destino prescrittole dalla Divinità, tutta staccata da ogni debolezza, si mostrò sempre indipendente e imparziale Monarca, di cui la vita pubblica annientò quasi quella del suo individuo.
Trovò il genere umano tormentato dagli errori, dalla ingiustizia e dalla prepotenza. Mali grandi, molti e dilatati; conobbe non essere possibile il tentare la loro guarigione se non con impeto, con arditissimo sforzo, con perseveranza e affrontando gli urli della stessa moltitudine e i pericoli d’una rivoluzione. L’esempio di Pietro Czar di Moscovia, al quale (non so se la ragione lo approvi) si dà il nome di Grande, lampeggiò alla mente di Giuseppe Secondo; non mancogli vicino chi continuamente sin dalla gioventù gl’ispirasse nel cuore le massime del Governo della Russia; sedotto dall’amore della gloria, lusingato di far bene alla generazione vivente e a molta serie di venture, persuaso che basta al Monarca il volere costantemente perché gli uomini a tutto si pieghino; nessuno vi fu che ricordasse al buon Principe ch’egli non era più padrone degli uomini di quello che lo fosse dell’Erario; e ch’egli era amministratore come dell’Erario così delle Leggi, de’ riti e delle opinioni de’ Sudditi; nessuno vi fu che gli ricordasse che è bensì vero che degli uomini se ne può far molto quando il Legislatore sapientemente combini i mezzi e disponga le opinioni; ma falso che se ne faccia quanto se ne vuole col semplice comando e colla forza, la quale non die’ mai la coltura, o la felicità a verun popolo, ma o fece deserti i Regni, o fece i sudditi ribelli o schiavi quai mandre di bruti; e quindi non mai produsse a verun Principe una durevole gloria. Le circostanze non furono bastantemente favorevoli perchè alcuno potesse indurre tai pensieri nell’animo di quel Principe, e così gli venisse dubbio sulla opportunità della politica del Czar Pietro singolarmente esercitata su contrade meno agresti. Quindi amando fervidamente il bene, impaziente di superare gli ostacoli, animato dalla nobile passione d’essere il liberatore de’ mali che affliggono gli uomini, avendo la seducente prospettiva di collocare il suo nome nel tempio della immortalità accanto ai gloriosi Principi che intieramente si consacrarono a utilità pubblica, nulla lo trattenne dall’affrontare tutti gli stenti, le cure, le difficoltà, i pericoli d’una generale immensa riforma. Sin tanto che gli uomini appoggiavano i loro errori alle antiche loro costumanze, inutilmente si sarebbero staccati i rami sempre ripullulanti dalla vasta e poderosa radice; tutto conviene distruggere dove regni un morbo contagioso, conviene ridurre l’uomo alla nudità, e coprirlo poi con abbigliamenti nuovi e illibati. Conviene ridurre gli uomini al pironismo di ogni opinione per liberarli dai vecchi pregiudizi, e sulle rovine gottiche distrutte innalzare un regolare edifizio della Società. Questi pare che fossero i principi che diressero le operazioni del suo regno; principi che non credo doversi adottare perchè estremi, ma non deformi in vista della nobiltà del fine che si proponeva; felice dispotismo quello che scuotendo la umanità giacente nel letargo la desta a conoscere la dignità propria, a fuggire dalla miseria per abbracciare la ragione e la virtù! Nazioni corrotte, forza è pure che giugniate all’ultimo grado d’annientamento per rinvenire l’unico mezzo che vi rimane per risorgere! Quella spinta che non è più possibile che diate a voi medesime, il solo padrone ve la può dare. La Potenza ecclesiastica contenuta; innocenti vittime gementi per incaute promesse fatte per seduzione nella inesperta età richiamate alla vita; sostanze de’poveri distribuite con sapienza e imparzialità sulla classe più indigente; Alberghi destinati a soglievo della infelice umanità, riordinati; le pene ai delitti proporzionate; abolita la tortura; resa quasi obsoleta la pena di morte; prescritto un metodo invariabile al corso della giustizia; aperto l’adito all’appellazione; obbligati i Tribunali a dare i motivi delle Sentenze; reso libero l’esercizio di ogni utile industria; atterrati gli ostacoli per la circolazione delle merci; aperto un facile adito pel ricorso al Trono: ecco in breve i punti principali del maestoso edificio che disegnò Giuseppe Secondo. Ma come eseguirlo contemporaneamente nelle vaste e rimote Provincie? Forza era pure adoperar l’opera di chi vi presideva. Gli uni non osando d’affrontare i clamori, da tanta sovversione inseparabili, rimostravano ostacoli moltiplicati ed esagerati non di rado, e talvolta sognati; sia che preferissero un placido e regolare ad un faticoso e incerto comando; sia che, come sogliono le anime volgari, nulla credessero buono, anzi nemmeno possibile, trattone quanto erano soliti veder accadere; e queste difficoltà sempre più irritavano l’Imperatore a superarle, colla solita energia delle anime grandi, che più credon degne di loro le imprese quanto son elle più difficili. Altri Presidj delle Provincie ciecamente adottando l’impetuoso spirito del Monarca, aggiugnendovi l’asprezza dell’orgoglio, devastarono, insultarono quanto di municipale rimaneva o ne’ Magistrati o nelle Leggi o ne’ riti de’ popoli, e così gli afflissero nella più cara e veneranda cosa aggiugnendo il disprezzo all’offesa: tanto poco conobbero gli uomini e la politica! Tanto poco s’occuparono di servir bene il Monarca e lo Stato! Ma se in vece le mani esecutrici dirette da un vero zelo e da migliore sapienza, celeri a spianar la strada del bene voluto da Giuseppe, arrestate si fossero a consultarlo e contraddire pe’ soli ostacoli che la ragione opponeva per l’indole particolare di ogni Provincia! Se nella esecuzione avessero mostrato ai popoli il fine retto e benefico delle operazioni! Se con dolcezza e umanità avessero temperati i parziali danni che recar deve ogni rivoluzione di sistema sebbene la più felice! Ah se tali fossero stati tutti quali essere dovevano, no, che non si sarebbero ridotte le novità al punto… Ma volgasi il pensiero a men disgustoso oggetto: e bastino questi cenni perchè non s’incolpino al Monarca que’ danni che furono dipendenti non dalla sua, ma dall’altrui volontà; giacché per eseguire con celerità i nuovi sistemi era pure indispensabile il lasciare il più illimitato potere ai Capi, e in una estesa Monarchia non era fattibile l’accertar sempre alla scelta.
La guerra, nella quale le circostanze impiegarono l’Augusto Re fu un male, egli non può disimularsi; ma l’Ungheria senza un libero sfogo alle sue derrate gode d’una viziosa abbondanza, e rimane oppressa dalla superfluità de’ suoi prodotti, mancandole i mezzi per procurarsi le produzioni di altri climi. La navigazione del Danubio sgombra da ogni ostacolo può sola rianimare quel vasto e poderoso regno, al quale doveva Giuseppe la sua corona conservata in fronte dall’Augusta Sua Madre. Gli avvenimenti delle armi, le combinazioni de’ Gabinetti possono antivedersi prossimamente bensì, ma non giammai con dati sicuri. L’esito non sempre prova il merito del progetto; e la Campagna ultima, in cui i nemici furono da ogni parte fugati e sconfitti, dimostra che la superiorità delle armate europee a fronte delle asiatiche fu una opinione ragionevolmente stabilita. Ah perchè mai un lento e irreparabile malore, frutto delle eccessive fatiche e del totale sacrificio che aveva fatto della propria esistenza per consacrarsi allo Stato, perchè mai nel pieno vigore degli anni venne a depravare gli umori vitali dell’Imperatore, e gradatamente strascinarlo alla tomba prima che fossero condotte a fine le sue viste! Resistè egli bensì al languore del corpo, e vigoroso e attivo nell’animo parve che quest’ultimo fosse independente da quello; ma convenne cedere al comune destino. Cristiano illuminato e fermo, con rassegnazione e senza debolezza onorò la Religione sino all’ultimo respiro; tutti i sacri riti riverentemente bramò ed ottenne; morì da figlio fedele della Chiesa, quale lo riconobbe il Sommo Pontefice comunicandolo colle sue mani in Vienna e preconizandolo con encomio della sua Religione. Basta ciò a sgombrare ogni sospetto sulla di lui credenza e amore per la Religione, la quale appunto perchè gli era carissima cercò di mondare dalla superstizione e da quelle pratiche aggiuntele poi dalla cupidigia de’ suoi Ministri e dall’ignoranza de’ secoli passati; superstizione che opportunamente proscritta ridurrebbe la santa religione Cattolica inacessibile ai tratti che i Protestanti slanciano contro di Lei. Poco rimane di compito ed eretto sotto il regno di Giuseppe, poichè la morte prevenne l’esecuzione; rimane però abbastanza per aspettarcene il bene, giacchè il Successore al Trono non incontrerà più antichi pregiudizj da affrontare, e le parti sconnesse della amministrazione non occorrerà più di svellere per collocarle sopra un regolare disegno. La ipocrisia non serve più di maschera al vizio, perchè è derisa; e la sapienza del nuovo Re potrà ricondurre la calma e la felicità su i popoli affaticati dalla sofferta rivoluzione e bramosi di pace e di riposo.
DIALOGUE DES MORTS. LE ROI FREDERIC, ET VOLTAIRE
Fr. Oh, oh Patriarche!… Voltaire! Tudieu, je vous trouve une bonne fois… Que diable faites vous ici bas, on vous cherche partout, on ne vous rencontre jamais.
Vol. Ah Sire!… C’est bien vous!… l’indefinissable Frederic que je vois! Je vous ai cherché de même: mais la-haut nous etions uniques en notre espèce, ici nous ne sommes que du peuple.
Fr. Rien n’est plus vrai. Ici nous sommes contemporains de tous les grands hommes qui ont successivement honoré la terre. Toutefois il me paroit qu’après avoir un peu satisfait ma curiositè par la connaissance de nos ancetres, on trouve plus de simpatie de s’aprocher de ceux qui vivoient de notre tems, ce sont pour ainsi dire nos compatriotes.
Vol. Ne seroit-ce pas l’esperance d’obtenir encore les homages de ceux qui etoient acoutumés à vous en rendre; car les Ombres, tout Ombres que nous sommes, conservent toujours quelque reste de leurs habitudes. Toutefois vous n’avez plus de quoi flatter leur amour propre, ni nous aucun moyen de relever votre gloire; ainsi ce qui cimentoit notre union n’est plus.
Fr. Pas cela, cher Patriarche; c’est que les evenemens qui nous interessent sont tres indiferens pour les autres. Par exemple Cesar, avec qui j’ai eu une longue conversation, d’où j’en viens, m’a baillé vint fois en face au recit que je lui fis de la revolution qui vient d’arriver en France; il regarde toujours les Gaules comme un petit objet.
Vol. Il n’a pas tort, tout est relatif. Eh bien, Sire, avouez que vous vous êtes mocqué un peu mal à propos des geometres, et vous étiez prophete malgré vous, lorsque vous croyez de dire une absurdité, scavoir que les Geometres devoient changer la constitution Française et la rendre Republicaine. L’esprit géometrique a reussi.
Fr. Avoüez aussi, Patriarche, que vous vous etes moqué un peu mal à propos de M.r le Franc de Pompignan, sa vertu, son patriotisme viennent de l’éléver President de l’assemblée nationale.
Vol. Eh bien, c’est ce qui arrive dans le monde; on se trompe. Vous avez cru que les Geometres ne vous estimoient pas beaucoup; vous ne leur pardonniez pas de debiter que les Conquerans étoient de monstres qui à la tète de bourreaux mercenaires exercoient impunement tous les crimes. Je ne pardonnois non plus à l’Evecque le Franc de Pompignan d’avoir osé rélever mes travers. Nous avons été égarés dans nos jugemens par notre amour propre, nous n’avons rien à nous reprocher la dessus.
Fr. Mais en concience, cher Patriarche, croyez vous que les infinis du premier ordre, les abscisses, les ordonées, la raison directe ou inverse ayent causée la revolution! Sottises que tout cela.
Volt. En concience, Sire, je crois que l’esprit géometrique repandu sur la masse de la nation lui a donné l’habitude de raisonner, et que appliquant la raison aux objets du gouvernement la nation s’est éclairée. Elle a connu d’abord que c’etoit par pure illusion que le Gouvernement la fouloit aux pieds; qu’elle est plus forte que lui; que la force de tout gouvernement n’est qu’une portion de la force nationale. Elle a vu que tout gouvernement doit etre fait pour le bien-être de la Nation, et que c’est une prevarication absurde de rendre la nation le jouet du caprice du gouvernement: cette Majesté magique et imposante que la figure, le ton, l’air de grandeur de Louis XIV repandoient autour du Trone; l’éclat des exploits de ses armes; la Holande humiliée, le Palatinat anneanti, l’Espagne reduite en Province, le Teatre Français enrichi de chefs d’oeuvre sous sa protection; l’eloquence animée; tous les beaux arts embelissant son trone; la langue francaise devenue la langue de l’Europe, toute cette pompe, cette magnificence reunies avoient inspiré aux François un entousiasme d’adoration, ils ne sentoient plus leurs chaines, glorieux de la gloire de leur Monarque. Mais, Sire, peu à peu la fortune a changé, le successeur n’avoit pas cet ascendent personel, la gloire des armées françaises s’est eclipsée. Vous savez, Sire, quel traitement vous leur fites à Rosbac. Une dette immense toujours plus pesante par la dissipation d’une cour où la prodigalité étoit au rang des qualités Royales, des maitresses tirées de la lie du peuple qui pilloyent le tresor de la Nation, et qui faisoyent sauter les Ministres au gré de leur caprices; tout cela enfin a fait disparoitre le prestige.
Fred. Ecoutez, mon cher Philosophe, si j’avois été à la place de Louis XVI on ne se seroit pas ainsi mocqué de moi, et surement je n’aurois pas l’honneur d’etre le Restaurateur de la liberté Françoise.
Volt. Je le crois; mais vous auriez laissé ce titre à votre successeur. Toute puissance civile ou militaire n’est fondée que sur l’opinion, Sire, et dès que l’opinion nationale est changée, la révolution est inevitable. Un grand homme peut prolonger ce terme, il est vrai, mais il ne changera pas pour cela l’ordre des choses.
Fr. L’opinion, dites vous, l’opinion! Je m’en mocque, et je m’en suis toujours mocqué, mon cher Patriarche. Lorsqu’on est à la tête d’un centaine de milliers de soldats bien agueris, qu’on a de quoi les nourrir, et qu’on sait mouvoir la machine, on se fiche de l’opinion.
Volt. À vous entendre, on s’apercoit que vous avez été Roi, car malgré votre esprit, vous en avez conservé les travers. Mais ces Soldats sur les quels vous comtez, Sire, sont-ils autre chose que des hommes! Tant que leur abrutissement leur rend supportale leur esclavage vous faites tout ce que vous voulez avec ces automates; mais dans un païs ou la raison ait fait de progrès, vos soldats mal nourris, mal payés, mal traités, au lieu de combattre l’insurection du peuple, s’accordent avec lui pour briser leurs chaines, comme il est arrivé à point nommé; ainsi l’opinion se mocque des Rois s’ils osent l’affronter lorsqu’elle est assez repandue.
Fred. Eh mon cher Monsieur, c’est que la discipline militaire étoit negligée en France, voila le vrai de la defection de la troupe.
Volt. C’est que, à mesure qu’un peuple sort de la barbarie et que la masse des connaissances s’aggrandit, il faut que la discipline militaire se relache. À mesure que votre discipline est plus rigide on a plus de dificulté à faire des recrues; à mesure que cela devient plus difficile il faut multiplier les avanies, les injustices et la violence pour recruter. Ainsi on rend toujours plus apparente la Tirannie et plus haïssable le gouvernement. C’est de la crasse de la nature humaine qu’il faut tirer vos heros, un citoyen bien né ne voit que la honte de devenir le support de la Tirannie s’il endosse l’uniforme, ainsi vous n’avez pour des Officiers que le rebut de la societé. L’honneur est un mot vuide de sens chez une telle milice; la seule organisation mecanique la soutient; chaque individu ne cherche qu’à s’echapper s’il peut; les peuples detestent la forme militaire du gouvernement: un moment de relache, une faute seule fait sauter en l’air le Despote, et renverse le Trone.
Fred. Eh bien, Monsieur le Docteur, qu’auriez vous donc fait de mieux, si vous étiez né sur le trone?
Volt. Si j’etois né Roi, j’aurois été bercé dans mon enfance tout comme un autre, les flatteurs m’auroient gatté, il est si doux de se persuader que nous valons mieu que tous les hommes, que toute une generation est faite pour obeir à nos volontés; il est si seduisant d’être un Dieu adoré, que la fatuité se seroit emparé de mon être, et j’aurois cru de bonne fois que le despotisme est l’état naturel de l’homme; jusqu’à ce que mon peuple levant enfin sa tête me fit sentir ses forces et me réveillat de mon reve.
Fred. De la fatuité! Cela est un peu fort, mon cher Voltaire. Eh pour la vulgaire des Rois passe encore; mais Frédéric, celui que vous apelliez le Salomon du Nord, celui qui attira à sa cour Voltaire, qui étoit l’ami du Marquis D’Argens, celui qui fonda une Accademie des Sciences et y placa Maupertuis et Euler, Frederic qui entretenoit une correspondance amicale avec d’Alambert, l’ami de Algarotti, le protecteur de Denina, du moins Frederic sera une exception de la regle. J’ai honoré toujour le merite.
Vol. Sire, le tems de l’illusion est passé; nous sommes des ombres. Vous étiez ambitieux, vous sentiez le besoin de vous attacher les gens de lettres pour embellir vos ouvrages et vous rendre celebre, les bons ecrivains sont les seuls conducteurs qui unissent un grand homme avec la posteritè. Mais dans le fond vous étiez tout comme les autres, vous n’aimiez les gens d’esprit qu’autant qu’ils en avoient assez pour priser la votre; dès que vous supçoniez qu’ils en avoient assez pour vous connaître et vous juger, vous les auriez ecrasés. Jordain étoit votre fait. Pour moi vous estimiez mes connaissances en me detestant, car vous aviez deviné que je vous avois defini. D’Alambert étoit assez peu philosophe pour adorer votre faveur, malgré les coups de patte un peu rudes que lui donnoit votre correspondance; cela a duré de loin; mais dès qu’il vous a aproché, il a pretexté sa santé pour faire retraite au plus vitte. Vous le regardiez comme le chef de la cabale philosophique de Paris, et le flattiez par intervalle sans l’aimer. Les autres hommes de lettres ont tous decampés, et à la fin vous aviez fait banqueroute tout de bon; à la place des Philosophes vous aviez un Lucchesini! Accoutumés à distr buer les rangs les Monarques s’indignent qu’un homme de genie se fasse un nom par lui meme indépendamment d’eux; et cela non pas seulement dans la Philosophie mais même à la guerre.
Fred. Mais vous monsieur de Voltaire, vous l’ennemi acharné de Jean Baptiste Rousseau à cause qu’il etoit meilleur Poete Lirique que vous; vous l’ennemi implacable de Maupertuis à cause qu’il etoit plus matematicien que vous. Vous qui aviez tant d’aversion contre Jean Jacques Rousseau à cause qu’il etoit plus éloquent et plus profond philosophe que vous. Etiez vous tout de bon l’ami du merite? Au diable l’Hipocrisie, vous vous accointez des Rois, vous leur prodiguez l’encens par pure ambition sans les aimer; tromperie de deux parts; pur commerce de vanité reciproque: nous n’avons point de reproche à nous faire non plus sur cet article. Rancune à part. Et que dit il votre grand Choiseuil de cette révolution? L’avez vous vu?
Vol. Que voulez vous qu’il dise? Que peut il dire de bon? Vous vous êtes mocqué de lui, Sire, et vous aviez raison. C’etoit un petit homme sans principes, glorieux, vain, hardi, remuant, qui à force de repeter je suis un grand Ministre est parvenu à le faire croire aux autres, et à la croire lui meme tout de bon. Il sera persuadé que tout cela n’est que la punition du renvoy qu’on lui a donné, et que si on lui laissoit le tems d’achever ses projets le Trone seroit affermi. Choiseuil etoit un homme d’État fanfaron, aussi c’etoit assez la mode des notre tems. Il n’y avoit que vous, Sire, qui n’etiez pas regenté; les autres pais etoient gouvernés par des charlatans qui en imposoient aux Monarques par le ton, par l’encoulure, par le maintien misterieux, par le don de la parole; ils se croyoient perdus sans leur secour. Les vrais hommes d’État ne peuvent avoir part à l’administration que dans un gouvernement ou la vertu preside. Les princes faibles sont gouvernés par de courtisans ou des empiriques; les despotes sont servis par des esclaves sans meurs; les bons princes, qui respectent la dignité de l’homme, sont aidés par des hommes vertueux, amis de la liberté.
Fred. Mais enfin je suis curieux d’apprendre ce que la France va devenir. Jusqu’à present je n’y vois qu’une révolution. Pour le Roi mon confrere il sera dans l’heureuse impuissance de ne pouvoir nuire à personne non plus que celui d’Angleterre. Mais vos beaux esprits, votre Bailli, votre Neker, votre Mirabeau reussiront-ils à former une constitution, à la faire agréer à l’Assemblée Nationale? L’amour propre d’auteur y entrera-t-il à contrarier, à produire des débats? Le Français reussira-t-il à fixer une assemblée nationale, à établir la forme de son élection…
Vol. Et pourquoi non, Sire, dès que des hommes de genie s’en melent, dès qu’on est sensible à la gloire d’être le bienfaiteur de sa Patrie!
Fred. Mais que deviendra l’Europe, cher Voltaire, et l’equilibre tant vanté, et toutes les menées sourdes des cabinets que deviendront-ils ?
Vol. Ils deviendront ce qu’ils pourront; mais quand même la Politique changeroit de face, le gendre humain auroit-il de quoi se pleindre? La France jusqu’-à-present a donné des pompons, des danseurs, des friseurs et des cuisiniers au reste de l’Europe: son tour est venu pour lui donner le sentiment de la liberté. Tant que les principes du droit du citoyen ont été naturels à la Grande Brettagne, ils etoient détachez du continent, la vulgaire regardoit les Anglais comme de bizares heretiques qui avoyent une morale feroce: maintenant, Sire, c’est dans le ventre du continent que les verités lumineuses ont paru au grand jour; elles sont repetées, et le seront, dans de livres qui passent par les mains de tout le monde, on sera temoin de la gloire et du bonheur enfantés par la nouvelle Legislation, on sera à même de comparer le dispotisme qu’on souffre avec la liberté qu’on voit regner à deux pas; l’abus du pouvoir deviendra insupportable, le peuple sentira ses forces, et suivra tôt ou tard l’exemple de la France.
Fred. Ecoutéz, Patriarche, entre nous, je n’en serois pas faché: que mes successeurs y pensent; c’est leur affaire. Pour le Roi mon neveux, illuminé, il joue le role de Louis XV; celui qui lui succedera pourra à son tour être le restaurateur de la liberté du Brandebourg; car Guillhaume Frederic est à l’abri de la gloire de mon regne, qui n’est pas si tot oublié. Si les rois mes voisins n’avoient pas été de despotes, s’ils ne m’avoient pas insulté, croyez-vous que j’aurois quitté mon cabinet, ma musique, la societé aimable de gens de gout et d’esprit, pour les horreurs et le carnage de la vie militaire? À Vienne on se mocquoit de moi; on me ravalloit comme un parvenu à la royauté, la hauteur autrichienne me forca, malgré moi, de devenir un conquerant. Les cabales des Cours, les intrigues, les menées des cabinets me forçerent à cabaler, à intriguer, à surprendre à mon tour, et à faire voir que meme dans ce metier j’etois aussi habile qu’un autre. L’acharnement de mes ennemis, qui dans le fond haissoient l’usage que je faisois de ma raison, et ne me pardonnoient pas d’avoir foulé aux pieds les prejugés dont ils étoient les esclaves, leur acharnement dis-je me forca à devenir soldat. Si l’Europe de mon tems eut été gouvernée par de Monarques limités dans leur pouvoir, si les autres nations de l’Europe auroient vecu sous une constitution libre, je me serois contenté de vivre en paix, de jouir des plaisirs des beaux arts, de les voir éclore et fleurir autour de moi; de rendre heureux mes Patriotes. Ainsi loin de m’opposer à votre presage, cher Voltaire, je regrette qu’il n’ait pas été averé un siecle plus-tôt.
Volt. Je ne sais pas si vous etes sincere dans ce moment; je sais bien que vous prenez votre parti, même ici bas, en homme d’esprit comme vous avez toujours fait. Toutefois ne craignez pas pour vos successeurs. L’Allemagne ne se hattera pas d’imiter. Il faut que les Espagnols et les Italiens aient auparavant leur tour. Malgré leur superstition, malgré la corruption des meurs, ils ont plus d’étoffe que vos Allemans.
Fred. Addieu, Voltaire, je vais chercher Marie Therese, je suis curieux de voir la sensation qu’elle aura reçue par les nouvelles du jour, car elle ne l’ignorera pas surement; ce gros Foullon en arrivant ici a fait tant de tapage! Addieu Patriarche.
Vol. Addieu, Sire; et moi je m’en vais chercher ma bonne Marquise de Chatellet; il y a toute apparence que ma conversation sera plus amicale.
DIALOGO FRA L’IMPERATORE GIUSEPPE SECONDO E UN FILOSOFO
Quantunque sia contro la verità della Storia questo dialogo fra due esseri che non si accostarono mai, ho creduto che tal finzione fosse opportuna per illuminare alcuni principj di Politica.
Giuseppe Secondo, e un filosofo.
Gius. Ho viaggiato più volte per le mie provincie; ho attentamente esaminato lo stato loro, e il risultato concorde di tutte le mie osservazioni mi ha fatto vedere che il Clero, i Ministri, e i Nobili sono i tre corpi che opprimono l’umanità e legano le mani ai Monarchi, e che non era sperabile una felice rivoluzione se non rimediando a questi abusi. Ho veduto che il Clero è un vero Status in Statu, che l’orgoglio e l’interesse sono i soli principj che animano gli ecclesiastici, e la religione è un mezzo, non già un fine; essi cercano sempre l’indipendenza, vorrebbero essere liberi da ogni giurisdizione; le loro abitazioni, i beni loro, le loro persone, tutto vorrebbero sottrarre dall’autorità del Principe, e in qualità di maestri degli altri uomini, anzi di mediatori fra gli uomini e la Divinità tentano di erigersi in arbitri fra il Monarca e il suo popolo: per poco che si lascino fare, terrebbero il Sovrano come uno scolare nella loro tutela. Pronti a commovere l’incauta moltitudine contro la legittima autorità, tosto ch’ella mostri vigore, sappiamo a che siano giunti sotto un principe debole e col favore della ignoranza. Il ceto de’ Ministri scelti uno ad uno dal Sovrano è pure per abuso diventato un corpo resistente al Sovrano medesimo, non colla aperta opposizione di cui è capace il Clero, ma sempre sotto l’apparenza di servigio. L’usanza di rendere perpetue le cariche e di non rimovere gl’individui nominati senza un delitto e un processo ha fatto sì che i Ministri sedenti ne’ Collegi e Tribunali poco dopo della loro elezione dimenticandosi del beneficio s’accostumino alla carica, quasi fosse ereditaria di famiglia e quasi la autorità loro fosse una parte della Sovranità inerente al loro ufficio. Quindi gli ordini i più benefici emanati dal Trono indirettamente si eludevano o temporeggiando colle formalità, ovvero rimostrando gl’inconvenienti della esecuzione o immaginati o esaggerati. Da ciò ne nasceva che i Ministri, in vece di essere esecutori degli ordini Sovrani e servitori dello Stato, erano degenerati in una classe di uomini che limitava la Sovranità e s’arrogava in utilità personale una parte degli omaggi del popolo, forse la migliore. La classe de’ Nobili poi, allevata nel pregiudizio e nell’ignorante orgoglio del gius feudale, avviliva impunemente la più utile e laboriosa porzione de’ miei sudditi sino alla schiavitù; e co’ pretesi privilegi suoi emanati dai secoli più tenebrosi presentava un obice ostinato a qualunque utile riforma. Tanto più terribili erano questi abusi quanto che il Clero, i Ministri e i Nobili si riunivano nel comune interesse di attraversare la potenza del Monarca e reciprocamente si sostenevano contro del nemico comune. Questo fu il risultato che ricavai da’ miei viaggi e dalle mie osservazioni.
Prima di ascendere al trono ebbi tutto il tempo per prepararmi a rappresentare sul teatro d’Europa la mia parte. Dovetti scegliere o d’essere un Sovrano dozzinale destinato alla serie cronologica, ovvero di sbrigarmi da questi nemici. La mia anima attiva e sensibile alla gloria prese la seconda determinazione. Pensai al modo per riuscirne, e non ancora l’aveva io ben fissato quando ricevetti il sommo potere. Quindi dapprincipio camminai con qualche incertezza. Se fossi stato sicuro di vivere un pajo di secoli e conservare per sì lungo spazio di tempo le forze della mente, forse per giugnere al mio fine avrei preso gli uomini dalla parte della opinione, e colla pubblica educazione, preservando la generazione crescente dai pregiudizj e illuminandola su i veri suoi interessi, avrei ridotti al discredito e alla detestazione i corpi ecclesiastici, ministeriali e nobili a meno che non avessero cangiato lo spirito; ma la vita d’un Sovrano non è più lunga di quella d’ogni altro uomo, e tentando un tal mezzo placido e naturale, o avrei lasciata tutta la gloria del fatto a’ miei successori senza parteciparne, ovvero avrebbero questi incautamente rotti i fili d’ogni mia operazione.
Conveniva venire a una scossa, a un generale terremoto, esporsi all’odio, alla maldicenza, incutere spavento e timore, e innalberare avanti gli occhi attoniti de’ sudditi una volontà sovrana irresistibile, che rovesciando le leggi, i sistemi, le opinioni sin a quel punto rispettate riducesse gli uomini in uno stato di stordimento e d’indifferenza. Questo fu il mio vero progetto, e credo che fosse il solo mezzo per ottenere il fine.
Fil. Ma quando avete così ridotto il Clero senza autorità, i Ministri senza condecorazione, i Nobili senza potere e il popolo senza leggi e sbalordito, avete voi pensato se la morale pubblica potesse reggere col Clero ridotto in tale stato, se potevate aspettare zelo e affetto da’ Ministri degradati, se nelle vostre armate avreste conservata la buona volontà senza l’ajuto de’ Nobili?
Gius. La morale l’insegnerà il Clero quando disperando dei fini mondani predicherà coll’esempio e col cuore la semplicità della Religione. Sono bastantemente disingannato del preteso zelo de’ Ministri, con questa parola gabbando il Principe non cercavano che l’interesse loro. Ho sostituito a ciò una organizazione di registri che gli obbliga a camminar dritto. Per le Armate tanto mi serve un generale nobile quanto di fortuna. Sono opinioni ridicole.
Fil. Dubito assai di ciò. Il Clero è un ceto d’uomini soggetti alle stesse passioni che agitano ogni altro uomo o ceto d’uomini. Colla violenza, col disprezzo, col sovvertimento d’un sistema non si produrrà mai l’effetto di rendere quegli uomini vestiti di nero più illibatamente affezionati al loro sacro ministero. Ciascun ecclesiastico considererà l’epoca in cui vive come quella d’un disastro; si distaccherà coll’affetto da quello spirito di corpo che forma l’uniformità, perchè s’ama quella classe a cui si è ascritto sin tanto ch’ella è onorata, e quando cessi d’esserlo quasi si sdegna l’uomo di trovarvisi. Quindi l’ecclesiastico perde ogni cura della Religione, volge in tal frangente tutt’i pensieri a sè medesimo, alla fortuna propria disgiunta affatto dalla disperata fortuna del suo corpo politico, diventa, se occorre, dissoluto, scostumato, imbroglione, senza ritegno si abbandona al proprio genio, perchè gli avviliti suoi superiori mancano di mezzi per contenere la disciplina. Da tutto ciò necessariamente deve nascere che la morale pubblica affatto svapori, colla degradazione di quei che ne sono gli unici maestri; e per conseguenza il popolo dovrà corrompersi sempre più sino al segno di non avere altro limite della improbità fuori che i giudici criminali, i quali saranno essi pure corrotti colla massa di tutta la nazione.
Gius. Veramente il Clero ne’ miei Stati promoveva una gran bella morale! Appena aveva l’insegna d’una sfacciata ipocrisia, e questo era l’unico omaggio che rendeva alla virtù; moltiplicate le superstizioni, fomentate, promosse; ridotto a fasto e pompa de’ preti lo stesso culto della Divinità; ammassate ricchezze a spese della credulità pubblica… questi sono gli oggetti che occupavano il Clero, al quale realmente era indifferentissima cosa che il costume pubblico fosse buono o cattivo, purchè si portasse denaro al convento e alimento all’orgoglio sacerdotale.
Fil. Chi vede l’oggetto dal solo canto diffettoso non lo vede con esattezza. Niente v’è di perfetto nel mondo, e un Monarca non deve mai immaginarsi di togliere i mali dal mondo, ma soltanto di ridursi al manco male. La questione è se il Clero sia diventato più utile, ossia meno nocivo allo Stato colla seguita degradazione e rivoluzione di cose. Altra questione può farsi, cioè se vi fosse altro mezzo per migliorare lo stato del Clero, come a me sembra.
Gius. Vediamo di grazia cosa avreste fatto voi.
Fil. Eccolo: avrei promosso ai Vescovadi uomini di vita illibata non solo, ma disinteressati, limosinieri, nemici del fasto, apostolici e capaci di parlare al popolo il linguaggio paterno e amorevole della religione. Avrei badato perchè nelle cariche distinte della Chiesa fossero promossi soggetti di indole corrispondente e colti e innamorati del culto divino. Sopra tutto avrei avuto attenzione di escludere i caratteri austeri o violenti, e dare l’autorità ai prudenti, miti e toleranti che rendessero amabili i doveri di religione. A questi superiori ecclesiastici avrei lasciata pienissima facoltà di punire con pene canoniche i loro subalterni, non carcere, non multe pecuniarie; ammonizioni, minacce, sospensione, interdetto, espulsione dal ceto, ecco i cinque gradi di castigo che avrei lasciati in libero potere de’ superiori. Avrei però organizate le cose per modo che il capriccio o l’opinione d’un uomo solo non potesse mai infliggere nemmeno tai pene, ma che sempre fosse una congregazione ecclesiastica che conoscesse le cause di tal natura. I Parrochi gli avrei resi tutti ammovibili e non mai fissi a perpetuità, conoscendosi che la loro innamovibilità li rende inerti, orgogliosi, e non di rado scostumati. I Seminarj sopra tutto poi sarebbero stati oggetto di mia cura, essendo impossibile la correzione degli uomini e facile la docilità della gioventù; avrei posta ogni attenzione nella scelta de’ giovani da collocarsi nel Seminario, dovendo l’indole placida, l’ingegno pronto, l’inclinazione allo studio e certa nobile disposizione di natura intervenire per primordiale disposizione, acciocché un giovine venga giudicato abile alla educazione del Seminario, da cui devono uscire i maestri, i direttori, gli esemplari degli altri Cittadini. Ne’ studj del Seminario avrei disposto che nulla v’entrasse la controversia, che la storia ecclesiastica insegnata con imparzialità, e con essa le diverse opinioni nate nella Chiesa fossero la principale occupazione de’ studj, e che la teoria e la pratica della vera morale fosse l’atto principale della Religione dopo il culto della Divinità. Decenza, toleranza, prudenza, fraterna benevolenza, probità dovrebbero essere le doti da coltivarsi, disinteresse, alienazione dal fanatismo dovrebbero incessantemente ricordarsi ai giovani leviti. Questo è quello che avrebbe potuto cambiare l’aspetto del Clero e renderlo più rispettabile e più utile. Io non avrei rotto con Roma per altro che per ottenere la libertà di far questo, e di porre moderatamente limite a tante vittime, monache e frati, che meritavano riforma, ma con minore violenza.
Gius. Io era sdegnato dalla prepotenza ecclesiastica, che voleva non solamente l’indipendenza, ma il comando ne’ miei Stati, e che da pari a pari intendeva di contenderla e garrir meco. Con un colpo ardito ho fatto in polvere quel colosso.
Fil. E avete fatto in polvere il costume de’ vostri popoli rendendoli incerti come lo vanno diventando sulla religione. Un Monarca non deve operare mai perchè sdegnato. Ogni atto di sua volontà porta influenza su molti milioni d’uomini. Dopo maturo consiglio devesi operare, antivedendo colla fredda ragione le conseguenze d’ogni novità. Le grandi intrapprese vogliono bensì impeto nella esecuzione: ma debbon essere precedute dal dubbio e dall’esame tranquillo. I popoli perderanno il costume; diventeranno indifferenti per la religione; non avranno altra connessione col Sovrano che la forza, e se i Ministri e il Militare acquistino questi gradi sarà in pericolo la Sovranità de’ vostri successori.
Gius. Per questo poi toccherà ad essi il pensarvi; quanto a me non ne ho punto inquietudine, e sono certo che come il Clero non osa più credersi indipendente, così nemmeno i Ministri ardiscono più di considerarsi correggenti meco, ma si conoscono meri esecutori de’ miei comandi.
Fil. È vero che i Ministri sono avviliti, che il loro ufficio è diventato precario e incerto, che tutti tremano quando ricevono lo stipendio che ciò non sia per l’ultima volta, e che prima di esporre la loro opinione badan bene per minuto alla fisonomia de’ loro Presidenti per non dispiacer loro, poichè da essi dipende il destino di ciascuno. Ma nessuno ha impegno perchè riescano felicemente i nuovi regolamenti; a nessuno preme nel secreto del suo cuore la gloria e la felicità del vostro regno; ciascuno opera unicamente quanto basta per continuare nello stipendio.
Gius. Aggiugnete opera dritto, opera senza arbitrio, dà corso agli affari, serve in somma e non comanda.
Fil. Cioè tutte le carte sono segnate con numeri progressivi, e non se ne fa dispersione; tutte le proposizioni sono scritte e si mandano alla Censura. Ma non sono sincere le proposizioni, nè sincere le spedizioni, tutto è servilmente larvato, e la ingenua opinione nessuno osa più di palesarla dipendendo il tutto dal dispotismo illimitato de’ vostri Presidenti, i quali tanto più a man salva operano a capriccio quanto meglio s’ammantano col forzato parere de’ loro Consigli. L’organizazione d’un Dicastero è un bene sicuramente; ma è un bene secondario, essendo il primario bene la buona volontà, la rettitudine, e i lumi de’ Ministri, le quali proprietà vogliono necessariamente una non pericolosa indipendenza nelle opinioni. Se il Presidente voglia una ingiustizia, il Consigliere o deve sacrificare la sua morale ovvero la sua carica; e non è buon sistema il costituire gli uomini in questa alternativa, nella quale la morale sarà sempre sacrificata.
Gius. Ho conosciuto gli uomini abbastanza, non v’è altro commercio fra il Sovrano e i sudditi che falsità. Ne’ dispacci sempre il Monarca parla de’ suoi amatissimi popoli, sempre del suo paterno amore; nelle loro rimostranze i sudditi impiegati sempre parlano del loro zelo, pronti a sacrificar tutto pel loro padrone. Più ridicola commedia di questa non v’è. Uno comanda, gli altri obbediscono; uno pensa, eseguiscono gli altri. Ecco i veri e genuini rapporti che unicamente si debbon trovare fra il Sovrano e i Ministri; se questi ultimi s’ingeriscono nel comando, se vien loro voglia di pensare è sempre a spese del Sovrano, e il loro zelo è veramente di fare il privato loro interesse.
Fil. La virtù dicesi sta riposta fra due estremi, e fra due estremi parimenti stanno le verità morali. Errore è il credere facilmente ai sentimenti che ci vanta chi ha bisogno di noi. Errore è il credere che nessuno da noi dipendente possa avere sentimenti per noi. Nessuna organizazione automatica produrrà mai un effetto paragonabile al servigio reso col cuore e con sincero e ingenuo interessamento; ed è men male l’essere qualche volta delusi da un mentito e ipocrito zelo di quello che sia lo spegnere ogni sentimento d’affetto ne’ nostri servitori. Non è possibile che un Monarca pensi solo a tutto nella vasta sua Monarchia, conviene che i suoi ministri pensino pure sì per suggerirgli quanto presenta l’aspetto locale, quanto per modificare o sospendere anco gli ordini emanati dal trono sulle non prevedute circostanze.
Gius. Certamente così debbon fare, e peggio per essi se non lo fanno, me ne sbrigo da un momento all’altro, levo ad essi la carica, il soldo, e servon d’esempio.
Fil. Esempio che incute timore bensì, ma zelo e affetto non mai.
Gius. E il timore è appunto il solo canto per cui si trova la strada di andare al cuore d’ogni uomo. Tutti sono sensibili al timore, pochissimi all’eroismo che omai è confinato ne’ libri de’ romanzi e ne’ poemi. I Don Chisciotte sono rari.
Fil. Il timore fa che un Ministro operi il meno che può e ponga in veduta quanto opera il più che può; e serva senza alcun interessamento, per avarizia o per bisogno. Certamente da una mandra di schiavi non v’è pericolo che il Monarca trovi contraddizione a’ suoi voleri. Comandi egli pure di mettere il fuoco alla Città che s’armano di fiaccole e la inceneriscono. Ma questa cieca obbedienza è rovinosa per la gloria del Monarca e per i suoi interessi. L’abuso del potere ne’ Ministri meritava riforma, i Tribunali giudiziarj che ad arbitrio disponevano della vita e delle sostanze dovevano essere contenuti e limitati ad amministrare giustizia regolarmente coll’appoggio delle leggi; dovevano essere ridotti a servire allo Stato, non a signoreggiarlo. I medici sono fatti per gli ammalati, e non gli ammalati per i medici. Ma degradandoli, spogliandoli d’ogni esteriore condecorazione, riducendoli al semplice mecanismo, rendendo precaria la loro situazione e dipendente da un mero capriccio, le cose sono state portate all’estremo opposto vizioso. Non si farà nè il bene del Principe, nè il bene dello Stato, poiché alla lunga tutte due queste cose sono una sola cosa.
Gius. Un buon piede formidabile militare renderà sempre rispettata la potenza, e sarà garante della esecuzione de’ piani.
Fil. Resterà a vedere qual caso col tempo si potrà fare di questa milizia. Il popolo nascente non è più contenuto nè dall’imponente corredo della religione, nè dalla maestà de’ Ministri e Tribunali, nè dalla dignità de’ Nobili, nè dalla pompa stessa del Monarca, che non ha voluto nemmeno essere debitore ai popoli di quella ereditaria illusione. Uomini plebei allevati così senza principj e senza contegno s’arruoleranno soldati o per forza o per volontà. Naturalmente formeranno la opinione che un uomo vale un altro uomo e che il fantacino e il Monarca sono due uomini. Con questa idea chiara in mente dovranno essi esporsi alla miseria, ai disagi, alla mutilazione, alla morte per obbedire a un altro uomo che gli dà un nero pezzo di pane e un pezzo di bue al giorno per mercede, e li bastona e incatena senza risparmio. Avranno per loro condottieri uomini plebei innalzati per gradi nella milizia, i quali commettendo una viltà, qualora vengano anche scacciati nulla perdono ritornando alla primiera loro condizione. In verità che una tal milizia non sarà tanto sicura quanto quella che unita col giuramento; cimentata dai doveri di fedeltà imposti dalla Religione; animata dagli ufficiali nobili, che soffrendo insieme co’ soldati gl’incomodi e i pericoli col loro esempio autorevole loro rendono i mali più leggeri; gloriosa di servire a un Monarca, la grandezza di cui si comprende coll’apparato e colle insegne inseparabili dalla Sacra persona di esso, non ardisce nemmeno di paragonare se stessa colla potenza quasi divina a cui obbedisce.
Gius. Andate a viaggiare la Moscovia, esaminate quegli eserciti che hanno posto in pericolo imminente il Re Federico Secondo e l’Impero Turco, e vedrete se le vostre idee sieno verità, ovvero speculazioni d’un filosofo che non conosce gli uomini.
Fil. Conosco la Moscovia. So che ivi più d’una rivoluzione anche in questo secolo ha sparso il sangue del legittimo Monarca per collocare sul trono nuovo padrone. So che quell’impero presenta sterminati deserti, somma miseria e schiavi abrutiti. So che quell’impero è una vera decorazione da teatro, che da lontano fa comparsa e veduta da vicino è un meschino mobile. Chi prende per modello quella Autocrazia deve temerne gli effetti. L’imitazione è sempre dannosa, Montesquieu ha dimostrato che i regolamenti debbon essere diversi sotto climi diversi. Pietro, che chiamavasi a torto il Grande, e tale non è che per i vizj grandi e imponenti, si propose capricciosamente per modello l’Olanda, paese mancante di terra e repubblicano. Chi si proponga Pietro e la Moscovia per modello rischierà di andare in rovina, spopolare lo Stato, e lasciare un nome infausto dopo di sè.
Gius. Basta. Ho fatto un colpo ardito. Ho rovesciato tutti gli antichi sistemi. Erano fabbriche vecchie, senza buon disegno. Se i nuovi edifici cadranno, avrò sempre fatto il bene di aver tolta dagli uomini l’adorazione succhiata col latte per le ereditate chimere, avrò sempre spianata la strada per le utili riforme, una crisi violenta era il solo mezzo per liberare i corpi politici dalle antiche malattie.
Fil. Forse da questo disordine ne potrà venir un bene. Londra è debitrice al funesto incendio del 1766 d’essere una Città ben fabbricata. Lisbona è abbellita dopo il terremoto del 1755. Ma non per questo un incendio e un terremoto sono un beneficio. Forse le generazioni venture ne staranno meglio; ma con questo forse la generazione attuale tutta, senza alcun forse, ne soffre il danno.
DIALOGO FRA PIO VI E GIUSEPPE SECONDO IN VIENNA
L’immaginazione d’uno Scrittore rappresenta gli uomini quali potrebbero essere, e purchè non offenda la verosimiglianza abbandona la realtà. Il Papa l’ho rappresentato ragionevole, umano e capace di grandi pensieri quanto essere lo può un uomo di spirito che non è uscito mai dalla Romagna. L’Imperatore illuminato, attivo e fermo si prepara a creare un’epoca gloriosa.
Dialogo fra il Papa, e l’Imperatore.
Pap. Vorrei potere esattamente esprimere colle parole la riconoscenza che provo per tanti atti di bontà, co’ quali Vostra Maestà mi ha onorato e mi onora.
Imp. Il successore di San Pietro, il Capo visibile della Chiesa esiggevano da me tutte le dimostrazioni di ossequio, e da che ho l’onore di conoscere la degna Persona della Santità Vostra questo debito lo soddisfo volentieri. Vorrei ch’Ella trovasse ne’ miei Stati di che rimaner contenta del viaggio intrappreso.
Pap. Questo interamente dipende dalla Maestà Vostra, eccomi nelle sue mani, s’ella vuole mi rimanda glorioso in Roma, e s’ella pure lo vuole imprime al nome di Pio Sesto la macchia indelebile d’avere prostituita la dignità del Sommo Pontefice.
Imp. Padre Santo, il primo fra i miei doveri è quello di far il bene del mio popolo; sarò cortese, umano, compassionevole quanto è compatibile. La mia lettera che deve esserle stata presentata dal Cardinale Hertzan lo aveva prevenuto su di ciò, nè mai potrà la Santità Vostra imputare a me se la negoziazione che ha voluto con tanta solennità intrapprendere comparirà all’Europa terminata con esito poco felice per lei. Ma non parliamo di affari.
Pap. Anzi parliamone a questa condizione soltanto, che se in questa prima conversazione ci riesce di andare d’accordo ne’ principj, proseguiremo; se mai non ci riescisse, non ne parleremo mai più. Io ne do la mia parola alla Maestà Vostra Cesarea, le domando un solo quarto d’ora di pazienza, e a così buon patto ella acquista la sicurezza di non essere ulteriormente importunata.
Imp. È discreta la proposizione e l’accetto. Ma Vostra Santità tenga per fermo che quanto mi è cara la Religione, che tende a rendere gli uomini fedeli ai loro doveri, discreti, umani, altrettanto detesto la superstizione e il fanatismo, che con scimiotterie esterne covano il vizio, fomentano le più funeste passioni e deturpano la nostra specie. Non più oziosi a salmeggiare e a promulgare le superstizioni. Non più gemiti ne’ monasterj di tante vittime sepellite vive. Non più impertinenza de’ preti indipendenti dal legittimo Sovrano. Ordine, attività, ragione, industria, queste siano le disposizioni che mi pongano in grado di alleggerire il peso de’ tributi sul mio popolo. Ma gl’interessi di Roma non sono i medesimi.
Pap. Crede dunque la Maestà Vostra che io sia venuto a Vienna per impetrare la rivocazione di alcuna delle leggi che ha sin’ora promulgate? Non è così. L’Editto della Toleranza è conforme al vero spirito del Cristianesimo. Se Gesù Cristo visse pacificamente co’ Giudei, co’ Samaritani; se gli Apostoli vissero pacificamente co’ Gentili; se in Roma vivono pacificamente gli Ebrei che credono Cristo un impostore; non può mai essere riprovabile altro che la persecuzione. Vostra Maestà mi ascolta non senza sorpresa a ragionare diverso da quello che feci ne’ miei brevi scritti nel Palazzo Vaticano, ove mi conveniva tenere il linguaggio della Curia; ma ora espongo i miei genuini sentimenti. Questa animosità di partito fra i Cristiani; questo fanatico zelo opposto allo spirito consolatore e conciliatore di Cristo, questa atroce pazzia della persecuzione si è sistemata col nascere de’ Domenicani. Sono talmente persuaso che la toleranza è conforme alla Religione e al bene dello Stato, che il mio progetto è d’impetrare dalla Maestà Vostra i mezzi per introdurla nello Stato Pontificio, dove il Papa è troppo debole per affrontare gli errori volgari.
Imp. Se avessi mai dubitato della infallibilità della Santità Vostra sarei sul punto di rinvenirne. Mi fa sorpresa e ammirazione quanto ella mi dice. Se la nobile Verità fosse personizata parlerebbe questo linguaggio.
Pap. I frati (diciamola liberamente) erano le milizie pontificie acquartierate negli altrui Stati, indipendenti da ogni giurisdizione locale e col di loro mezzo sin tanto che si lusingarono i Sommi Pontefici di conservare e accrescere la Sovranità parziale in tutta l’Europa, tennero sommessi i Vescovi, vennero informati di ogni avvenimento, diressero le coscienze de’ sudditi, promulgarono le favorevoli dottrine, conservarono la giurisdizione sulle persone e beni di chiunque col mezzo della Inquisizione, e infine operarono quanto pareva impossibile di fare colla mera opinione per soggiogare la forza. Ulisse accecò Polifemo. I tempi sono cambiati. Ora il giuoco è scoperto e la macchina screditata diventa inutile. I frati sono oggidì una collezione di uomini sottratti alla civile società e viventi a puro di lei carico, e sotto la corteccia della pietà sono infelici forzati a vivere sotto un domestico dispotismo, maledicendo il momento in cui nella tenera età incautamente pronunziarono i voti per insidiosa seduzione d’un frate che per darsi credito nel convento procurava le reclute. La vita de’ frati nemmeno è utile per l’esemplarità. Se la Maestà Vostra, come non ne dubito, converte i loro beni in soccorso degli ospedali, degli orfanotrofj e di simili benefiche instituzioni, e se colla sua paterna umanità provede ai frati individui sottraendoli dalla inquietudine della loro sussistenza, l’abolizione de’ conventi è un’opera durevole e cristiana.
Imp. E per la dispensa de’ voti monastici i rispettivi vescovi…
Pap. Nè Vescovi, nè Papa nè alcuno vi occorre per dispensare da una obbligazione estinta. I voti non debbonsi dilatare, ma si limitano alla intenzione e alle parole pronunziate da chi li fece. Questi sono obbligatorj relativamente all’instituto. Si promette obbedienza al Superiore dell’instituto; cessa d’esservi l’instituto, e cessa l’obbligo di obbedire. La povertà s’appoggiava all’instituto che nodriva gl’individui addetti, cessato questo ogni individuo possede la pensione assegnatagli e può acquistare. La Castità era promessa vivendo colle tali austerità, colla tale disciplina, nella tale solitudine, queste cose vengono distrutte e non è più obbligato l’individuo a fare sforzi non superabili dalle sue facoltà per soggiacere a peso non preveduto.
I voti sono sciolti colla distruzione della Casa religiosa, come colla morte d’un conjugato resta libero il superstite.
Imp. Comincio a ritrattarmi, Santo Padre, non ecciterò più i Vescovi a dispensare dai voti monastici; quando la buona fede e la ragione s’annunziano in questo modo, Giuseppe si crede più glorioso seguendole anzi che insistere sulle prime orme. Il mio regno sia quello della Verità e della Virtù. Virtute et exemplo, questa è la mia divisa, e questi saranno i mezzi che adoprerò per migliorare la condizione degli uomini de’ miei Stati.
Pap. Quelle infelici poi che condannate a perpetuo carcere gemono nel chiostro straziate dal bisogno della natura che le invita ad essere feconde, e più straziate ancora dalle disensioni nelle quali si esercita l’attività femminile mancante d’altro sfogo, quelle null’altro servigio rendendo alla Chiesa Romana se non quello di affezionare a’ di lei riti le famiglie opulenti e insensibili, che scaricano nel di lei seno le sorelle e le figlie conservando pel fasto domestico la dote che doveva essere in proprietà di esse. Il porre un termine a questi sacrifici di vittime umane, il disciogliere queste catene e liberare le vittime è legge degna d’un ottimo Principe, ed è interamente conforme allo spirito libero e soave della vera Religione di Cristo. Su questi punti, tanto sono lontano dal perorare contro l’umanità e la ragione che il fine che mi sono prefisso nel mio viaggio è d’implorare l’assistenza della Maestà Vostra per togliere da tutta la Chiesa di Dio questi abusi, e cominciare a darne io stesso l’esempio nella Romagna.
Imp. Padre Santo, tanta è la mia gioja, tanta è la venerazione mia verso della Santa Persona di lei che non posso esprimerlo. Vero Padre de’ fedeli, vero Capo della Religione di Cristo! Se i di Lei antecessori avessero pensato così bene; se il vero amore disinteressato della religione avesse dettate le loro massime, la Chiesa sarebbe ancora una sola vivente in concordia, il Papa sarebbe il Padre comune, e tanto sangue sparso, tante miserie sofferte non deturperebbero la storia di questi ultimi secoli!
Pap. Ebbene, Augusto Monarca. Termini a questo punto la storia delle nostre pazzie. Sia quest’anno 1782 l’epoca gloriosa in cui, abolito l’odioso nome di eretico, ogni Cristiano riguardi ogni Cristiano come suo fratello, e il Sommo Pontefice risguardi come suoi veri figli i Cristiani tutti adoratori di Cristo, professanti il Vangelo qualunque sia il loro rito, qualunque sia la loro opinione Teologica. Io non posso considerare i Protestanti come Cristiani nella via della salute; la mia credenza è che sieno nella strada della perdizione. Essi sono Cristiani peccatori; ma sebbene io non approvi il loro peccato, son disposto a considerarli come Cristiani componenti una sola religione, di cui è capo Gesù Cristo. Posso accordar loro il matrimonio de’ Preti. Posso accordar loro la comunione sotto le due specie, la sepoltura in luogo sacro, benedire le loro nozze, battezzare i loro figli. Tutto questo posso fare e son pronto a farlo. Tocca all’Augusto Cesare, al Trajano redivivo, tocca a lui a concertare questa riunione. Ecco il fine unico per cui sono venuto a Vienna.
Imp. Il progetto è grande e bello, può lusingare la mia gloria non meno che quella della Santità Vostra. Ella ritornando in Roma se vi riconduce l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, la Sassonia, il Brandemburghese, l’Olanda e gl’immensi Stati della Russia dipendenti in certo qual modo, la perdita che le cagiono io diventa bene ricompensata se non per parte della Finanza per quella dello splendore che più ne impone. Ma vi sarebbero grandi difficoltà da superare, e tali che sgomentano.
Pap. Da notizie veridiche e moltiplicate a me consta che le comunioni staccate dalla Chiesa nel secolo decimosesto ora non conservano più nè quell’odio che allora avevano per le recenti persecuzioni sofferte; nè quell’entusiasmo che le animava per i dogmi della riforma; stanchi e malcontenti di essere individui d’una piccola società incerta ne’ suoi principj, bramerebbero la riunione per poco che si volesse loro accondiscendere. Co’ Russi poi la differenza è di semplici parole.
Imp. Va bene tutto ciò; ma perchè Vostra Santità pacificamente possa riconoscere per suoi figli gli Acatolici, bisogna che tutti gli Stati Catolici sieno disposti a riguardarli come fratelli. La Francia che sostiene la rivocazione dell’Editto di Nantes sarà forse la prima a ricusarlo, e se mai la Francia aprisse gli occhi e consentisse a riavere nel di lei seno le famiglie rifugiate, la Spagna sicuramente non vi aderirebbe. Non saprei se nel Piemonte Vostra Santità troverebbe maggiore facilità. Il Regno di Napoli e la Romagna Ella vede cosa penserebbero, e Vostra Santità correrebbe rischio di perdere la sublime sua dignità per una deposizione prima che il progetto fosse interamente spiegato.
Pap. Non mi aspettava nè sì forti, nè sì numerose difficoltà.
Imp. Ella mi ha parlato con buona fede; e con altrettanta le corrispondo; la cosa a me pare di riuscita difficilissima e pericolosa per Vostra Santità a tentarsi.
Pap. Ma qual partito posso prendere io? Vostra Maestà è Patrocinatore della Santa Chiesa, vostra Maestà è figlio illustre della medesima, Vostra Maestà colla sua grazia e virtù m’incoragisce a confidare in Lei, ad abbandonarmi nelle sue braccia implorando soccorso e consiglio.
Imp. Il caso, Santissimo Padre, è a mio credere senza rimedio. Ogni cosa in questo mondo ha principio, mezzo e fine. Questo periodo viene prescritto dal moto universale morale e politico. Cosa sono gli antichi Imperi de’ Medi e de’ Persi? Cosa è la Grecia? Che è diventata la Potenza de’ Quiriti e l’Impero de’ Cesari? Se io non avessi i miei Stati ereditati, che cosa sarei se non un uomo col titolo d’Imperatore senza un palmo di paese a’ miei comandi? Tutti gli Stati dapprincipio rozzi e feroci passano a divenir colti e dalla coltura passano alla corruzione. Roma è a quest’ultimo periodo da molto tempo, ivi non vi si trovano bene che gli occhi soli, pitture, statue, magnifiche architetture, pompe frequenti, cerimoniale sommo, lusso di parata, gli occhi sono nel loro paradiso; ma la mente e il cuore d’un forestiere vi si trovano male, ogni idea di ordine è smarrita, la società è all’ultima corrutela, e un paese tale, quand’anche avesse un Solone per Sovrano, deve perdere. I lumi del secolo hanno fatti rapidissimi progressi prima che nemmeno se ne accorgessero in Roma, e si persiste a sostenere massime screditatissime senza avvedersene. I corrazzieri erano cavalieri mirabili quando le battaglie si vincevano a colpi di fucile, ora che l’artiglieria vi ha tanto giuoco i corrazzieri sono i più inutili e i più costosi cavalieri. Mi perdoni, Santo Padre, se al Sommo Sacerdote parlo con similitudini militari, lor signori Romani hanno voluto ostinatamente mettere in campo corrazzieri per la ragione che così vennero difesi ne’ tempi passati. Ora non rimane che a tolerare pacatamente l’inevitabile destino.
Pap. Vostra Maestà mi stringe il cuore. Queste parole mi condannano a un vergognoso ritorno in Roma senza verun profitto del mio viaggio senza esempio.
Imp. Padre Santissimo, ella mi renderà giustizia d’aver io fatto quanto era da me per sconsigliarlo da questa inopportuna dimostrazione. Per gli affari de’ miei Stati io ho il mio sistema già maturato, e la esecuzione gradatamente si farà. Supplico la Santità Vostra di aggradire che adorni colla Collana del Toson d’Oro il Sig.r Braschi Onesti di lei Nipote, e faccia annoverare fra i Principi dell’Impero il suo Casato. Santo Padre, il nostro quarto d’ora è passato, oggi pranzeremo a Chonbrunn, ed avrò l’ardimento di far vedere a chi è Sovrano di Roma la raccolta delle mie pitture.
DIALOGO FRA SIMPLICIO E FRONIMO SULL’ABOLIZIONE DEL BOLLINO E SOSTITUZIONE D’UN ACCRESCIMENTO DI TRIBUTO ALL’INGRESSO DEL VINO
Quest’operazione l’ho consigliata io, e sono glorioso e contento del mio consiglio. Siccome poi la malignità di alcuni pochi ha fatto ciarlare l’imbecillità dei più; così per mio divertimento ho scritto questo Dialogo, che nessuno ha veduto.
Simplicio, e Fronimo.
Simp. Avete udita la novità sul bollino? Si vuole fare in Pavia, Lodi e Cremona la stessa novità che si è fatta in Milano di aggravare di dodici soldi di più il dazio all’ingresso del vino nelle città. In verità io venero tutto quello che ordinano i superiori; ma non posso capacitarmi sulla giustizia di una tale operazione, e sono certo che se fossero state esposte le ragioni in contrario sotto il vero punto di vista si sarebbe rifiutato un tal progetto.
Fron. Io ascolterei volentieri le vostre ragioni, perchè amo d’instruirmi, e gli oggetti che risguardano la felicità pubblica singolarmente mi pare che meritino l’attenzione di ogni uomo.
Simp. La cosa è chiara. Sollevare gli osti, i forastieri e i viziosi per aggravare gli altri cittadini mi pare una idea che non è plausibile. Porre un aggravio nuovo sul vino, caricarne i possessori, moltiplicare le bettole e i bagordi per la città, tutte queste sono cose poco buone.
Fron. Vi prego, illuminatemi, cosa è questo bollino?
Simp. Il Bollino è una gabella, per cui si fa pagare un soldo per ogni boccale di vino che si venda al minuto.
Fron. E quando questa gabella è stata imposta?
Simp. L’anno 1626 mentre la Camera per la infelicità de’ tempi trovavasi in angustia si pensò alla creazione di questo nuovo tributo.
Fron. Ma perchè volendo imporre allora un nuovo tributo non pensarono a dividerlo egualmente su tutto il popolo? Pare che un tributo sia come un peso, che da quanto maggior numero di persone è sopportato, tanto meno aggrava ciascheduno, pare che anche sia più giusto che i membri tutti d’una società concorrano a sopportarne i pesi.
Simp. La massima è vera, ma è anche vero che un tributo spontaneo e che si paghi dagli esteri è preferibile.
Fron. Come trovate voi che sia spontaneo il bollino?
Simp. Perchè basta comprare una data misura di vino, conservarselo a proprio uso, e non si paga il tributo.
Fron. Ma ciascuno del popolo ha egli il denaro per comprare la misura che dite, i recipienti per riporvela e il sotterraneo per conservarla?
Simp. I più poveri forse non ne avranno, ma nemmeno vi è necessità che essi bevano vino.
Fron. I più poveri mancano di carni, e per essi è necessario anzi qualche uso di vino per non perdere la forza, che è il loro capitale. Temo adunque che questo tributo non fosse spontaneo, e che piombasse sulla più meschina plebe, che lo sopportava a preferenza. Se questo fosse, l’operazione fatta cento cinquantatre anni sono sarebbe stata ingiusta.
Simp. Credo che alcune cose che in origine anche possono essere state mal fatte, col passare dei secoli s’incassano, per dir così, nel sistema d’un paese, e non si possono smovere senza una scossa dannosa al tutto. La nostra plebe era avvezza a questo tributo e non ne soffriva inconveniente.
Fron. Ditemi come si facesse a costringere il popolo, acciocchè nessuno potesse vendere un bicchiero di vino se non pagava per questo contratto il tributo. Pare assai difficile la riscossione di un tal carico, ammeno che di avere spie in ogni angolo, in ogni camera, e di castigare con pene chiunque vendesse una misura di vino, per quanto onesto e probo cittadino egli si fosse.
Simp. In fatti così bisognava di fare, v’era una pena pecuniaria, e il carcere in supplemento, e si vegliava acciocchè non si vendesse vino se non da chi era soggetto alla bollinazione.
Fron. Questa generale inquisizione non può a meno che non portasse una serie d’insidie: degli esploratori partecipi delle multe, una inquietudine rovinosa nelle abitazioni de’ più deboli e poveri cittadini, sedotti dal facile lucro di questo piccolo negozio fatto sopra di un genere tanto comune. La scena sarà stata funesta a vedersi, ed io ho udito alcuno a sostenere che più vessazione soffriva la plebe per questo bollino che per tutti gli altri tributi del sale, tabacco, mercanzia, ecc.
Simp. Voi considerate che il peso lo portasse la sola plebe; e gli osti, e i viziosi del bagordo non lo pagavano essi, e i forestieri non ne erano i principali contribuenti? Ora essi si sollevano, e se ne carica il possessore.
Fron. Gli osti credo che non pagassero mai il Bollino. Nel 1772 quando si pose in Milano il metodo di esiggere questo tributo col rigore della instituzione, il fatto è pubblico che in quel giorno medesimo gli osti accrebbero di un soldo il prezzo d’ogni boccale. Dunque i consumatori hanno pagato il bollino, e non gli osti. Forestieri poi in Milano non sono mai un oggetto, ed è una minima parte del vino delle osterie quella che da essi si consuma. Il popolo mendico, che non ha in sua casa i mezzi da custodire il vino, è quello che lo va a comprare al minuto. Credete voi che il tabacco si compri al minuto dai viziosi? Al minuto si vende il 50 per 100 più caro, il povero ha cinque soldi per comprarne un’oncia, e non quaranta per provvedersene una libbra, e così paga in fin d’anno più libbre a sessanta soldi, e credo che quasi la metà della vendita in Milano si faccia al minuto. Ciò dimostra che il povero artigiano avrà dieci soldi per comprare una volta o due la settimana un boccale di vino, e non avrà mai due scudi per comprarne una misura più grande, nè luogo ove riporla. Parmi adunque vero che il Bollino nella sua instituzione sia stato un tributo male imaginato e ingiustamente collocato. Se ciò è vero, perchè disapproveremo noi l’operazione che rimedia, che abolisce le insidiose perquisizioni e ripartisce uniformemente sopra tutti i cittadini il peso senza eccezione o parzialità?
Simp. Questo è il punto. Ora questo tributo lo paga il solo possessore che fa entrare il vino in città. Ogni brenta deve portare il nuovo tributo di dodici soldi.
Fron. Mi pare che la vostra proposizione sia vera per quei possessori che introducono il solo vino che consumano nelle loro case; ma quei che lo rivendono naturalmente si risarciranno nel prezzo. Supponete che un uomo consumi ogni anno cinque brente di vino. Per questo tributo avrà dunque sborsate tre lire ogni anno. Si tratta di cinque soldi al mese; ditemi chi è quell’individuo di una famiglia che non farebbe volentieri questo sborso per liberare i suoi concittadini più infelici dalle perquisizioni domestiche e dalla rovina nella quale alcuni sono precipitati? A me pare che sia men male questo tributo che il bollino.
Simp. Sempre però si tratta d’avere imposto un nuovo carico.
Fron. A me pare di no, non è un nuovo carico, è una forma più placida e giusta che si è sostituita a un vecchio carico rovinosamente collocato. I possessori lo anticipano, i consumatori lo pagano come in ogni altra esazione, e così viene a ripartirsi imparzialmente e a percepirsi senza ostilità. Il valore poi di dodici soldi per brenta non giugne al quattro per cento del valore del vino, laddove un soldo per boccale era più del dodici per cento sul valore della cosa.
Simp. Già il vino aveva un altro ben sensibile tributo alle porte, e questi dodici soldi sono una addizione.
Fron. Sempre è vera la sproporzione, e il povero pagava maggior tributo. Ma credete voi che veramente il ricco non dovesse portare il peso di quanto pagava il povero! Dal niente non si cava niente; o col maggior prezzo delle sue opere, o col minor consumo di altri generi, o colla rapina, il povero carpisce sempre dal ricco i mezzi per vivere e pagare; i tributi si pagano col denaro, il povero l’acquista dal ricco colla fatica e colla industria, la guerra è sulla quantità della fatica e della industria; ma il denaro parte sempre dalle mani del ricco.
Simp. Pretendete voi di provarmi che sia un bene pagare dodici soldi di più di tributo sul vino che entra in città?
Fron. No, non dico tanto, dico che è un male pagare il tributo, che se la società potesse sussistere senza contributo sarebbe meglio; ma questo era il progetto di Nerone, d’un principe senza lumi. La questione mi pare che sia il vedere se sia men male pagare dodici soldi di più per ogni brenta, e fare poi quell’uso che piace nella contrattazione del vino, ovvero ritornare all’antico sistema di vessazione e spionaggio.
Simp. Ma il possessore qual compenso ne trae da questo tributo?
Fron. Non vedo che abbia ragione di ricercarlo, gli basterebbe di esserne stato ingiustamente preservato per un secolo e mezzo mentre il povero gemeva sotto questo aggravio. Però il possessore ha acquistata la libertà di vendere anche al minuto, e così risarcirsi del tributo anche per la propria consumazione.
Simp. Appunto si sono aperte le bettole per ogni angolo, e questo mi pare un disordine.
Fron. Se entrate a parlare per la pulizia civica, io non vi farò riflettere altro se non che sono molti anni che non ho veduto il paese tanto libero dai delitti come adesso, rari i furti, rari gli omicidj e le risse.
Simp. Però il prezzo del vino anche al minuto non è scemato.
Fron. In parte sì, lo è, l’annata è stata scarsa di vino, ed è evidente che colla generale libertà della vendita i prezzi debbonsi ribassare al possibile.
Simp. Voi mi fate vedere questa cosa sotto aspetti nuovi.
Fron. Esaminatela, datevi la pena di pensarvi, e vedrete che la giustizia, la beneficenza e l’amore dell’ordine hanno suggerita questa operazione, posto che non permettevano le circostanze di abolire questo ramo delle entrate camerali.
Simpl. Avete bel dire, ma questo povero paese oggi paga più del doppio sul bollino di quello che non pagava per lo passato.
Fron. Come provate voi questa asserzione?
Simpl. Io! L’ho intesa dire, è cosa sicurissima.
Fron. Quante Brente di vino entrano ogni anno in Milano? Lo sapete voi?
Simpl. E voi lo sapete?
Fron. Signor sì. Ho veduti gli stralci fatti di più anni, e posso asserire e dimostrare che entrano in Milano un anno per l’altro Brente ducentotrentaseimilletreccentonovantadue, preso il medio dal 1771 al 1776 ambo inclusi, e brente ducentodicinovemila e ducentotrentaquattro, preso il medio dal 1765 al 1769 ambo inclusi; quindi fissando ducentotrentamila brente all’anno avremo un verosimile. Ora a soldi dodici ogni brenta questo ascende a £ 138mila.
Simpl. Benissimo. E centotrentotto mila lire le prendete voi per un zero?
Fron. Io no; ma sebbene 138mila lire sieno un oggetto per ogni riguardo, la questione è se sieno il doppio di quello che si pagava prima, come voi avete asserito. Sapete voi quanto in prima si ricavasse da Milano per il bollino?
Simpl. Ditemelo.
Fron. Ebbene. Sappiate adunque che il ricavo del bollino fu come segue.
Anno 1772 £ 191.733.16. 7
1973 ” 164.327.14.10
1774 ” 177.514.19. 6
1775 ” 147.593.12.11
1776 ” 158.926. 8. 2
Quindi sotto l’antica forma dalla Città di Milano si ricavarono annue lire 168mila. A meno dunque che non mi proviate che 138mila sieno il doppio di 168mila…
Simp. Bisogna poi vedere se questi conti che voi dite sieno veri.
Fron. Quando un balordo o un invidioso vi spaccia delle visioni senza prova, le quali tendono a rendere odioso un cittadino, che in tutta la sua vita ha travagliato per rendersi benemerito della patria, non v’è ripugnanza alcuna in voi per darvi fede. Quando un uomo dabbene, che ha veduti i fatti, cerca di farvi conoscere la verità, allora temete d’essere ingannato! Povero Paese, sintanto che il numero dei più adorerà i suoi veri nemici e calunnierà i suoi veri benefattori!
Simp. E voi chiamate benefattore del paese colui che ha suggerito di farci pagare dodici soldi di più di quello che non pagavamo per ogni brenta di vino!
Fron. Chiamo benefattore del paese colui che coll’esempio e con tutt’i mezzi ch’erano in sua mano ha procurato sempre di promovere i lumi e la coltura del paese. Chiamo benefattore del paese colui che impiegato dal Principe nelle Finanze ha formato il progetto di liberare la Patria dal giogo de’ Fermieri, ha generosamente affrontato i pericoli immensi che gli si affacciavano, s’è concitato l’odio de’ Ministri che profittavano sulle Ferme, ha preferito il pericolo di perdere la sua fortuna al comodo e guadagno che avrebbe potuto ottenere unendosi co’ Fermieri. Chiamo benefattore della Patria colui che seppe ricusare una carica luminosa e un soldo maggiore, al quale era unita la degradazione del Vicario di Provisione che volevasi assoggettare a lui. Chiamo benefattore della Patria colui ch’ebbe la nobile fermezza di restar solo in voto, e contrastare la comune determinazione presa nel 1771 di spogliare tutt’in un colpo i possessori delle Regalie, riducendoli a provare in seguito il loro credito verso della R.a Camera, e contrastò contro Firmian, Pecci, Cristiani, Sperges, Lottinger e Castelli tutti concordi, e tal nobile franchezza fu cagione per cui il colpo non cadesse. Chiamo benefattore della Patria quell’uomo disinteressato, attivo, umano che opinò sempre in favore della equità e della giustizia, e che non fece mai torto a nessuno nella borrascosa carriera che fece. Chiamo finalmente benefattore della Patria colui che suggerì di liberare una volta dalla persecuzione crudele la più povera parte del popolo, da lasciar vivere in pace i miserabili cittadini; da non considerar più un delitto il vendere o comprare un boccale di vino, di non autorizar più il tradimento de’ seduttori che inducevano a vendere per avere il premio dello spionaggio, di non rovinar più delle famiglie, nè confinare più in carcere o nell’ergastolo degli innocenti cittadini, com’era accaduto per la vendita del vino al minuto, e in vece risarcirsi con una sovraimposta all’ingresso in città placidamente. Questa operazione merita encomio e non maldicenza.
Simp. Voi mi dite cento cose che mi sorprendono. Se fossero vere, certamente avrei torto; ma come volete voi che la voce pubblica sia tale senza un fondamento.
Fron. Il fondamento vi è, ed è una inesausta sorgente. La maggior parte de’ Milanesi ricevono le prime impressioni senza esaminarle. Alcuni pochi invidiosi e imbroglioni spargono le dicerie contro l’uomo che li umilia o attraversa i loro guadagni; ed essi fan ciarlare tutta la città e la fanno urlare a loro talento. I Milanesi hanno sempre parlato con timore e rispetto de’ loro nemici; ed hanno sempre tormentati colle ingiustizie i buoni e gli amici del Paese. Per essere virtuoso da noi un uomo posto in carica, non basta che abbia la forza della virtù, conviene che abbia l’energia dell’Eroismo, poiché niente invita in Milano colle nobili azioni. Il male è senza rimedio, e se siamo maltrattati e disprezzati non dobbiamo incolpare che noi stessi.
Simp. Voi parlate da nemico de’ Milanesi, e già siete conosciuto per tale.
Fron. Nemico è colui che protegge la stupidità e l’accecamento pubblico, non già chi cerca di riscuotere dal letargo, e far conoscere ai cittadini i loro interessi, foss’anco a costo di invettive.
Simp. E ci riuscirete voi a riscuoterli e cambiarli?
Fron. Omai ne dispero.
Simp. Dunque state zitto, e lasciate che il mondo vada come può.
Fron. Il precetto non è generoso, ma è comodo. Addio.
ALCUNI PENSIERI SULLA RIVOLUZIONE ACCADUTA IN FRANCIA
L’opinione de’ Milanesi nello spazio di un mese è cambiata, ed un avvenimento che dapprincipio fu accolto con ammirazione e con giubilo, poco dopo si risguardò quasi con dilegio come una pubblica sciagura. Una nazione che arditamente rompe le sue catene, e costringe alla fuga i suoi tiranni, comparve come la protetrice delle altre preservate col suo esempio dai temuti progressi del dispotismo; quindi nacque l’applauso e la gioja. Poi le deboli pupille non reggendo alla piena luce, gli animi presero avversione per alcuni inconvenienti accaduti, sebbene inevitabili qualora un popolo colla forza propria dalla servitù passi alla libertà. Alcune vittime sacrificate al furor popolare, l’interrompimento del commercio, la temporaria anarchia, quella ubbriachezza che ha sempre il popolo nel momento in cui sente la propria forza dopo di un lungo letargo, momento in cui non si sente dominato dalle leggi: questi disordini abbagliarono gli uomini volgari e gli disposero a giudicar male d’un avvenimento del quale prima erano contenti. La diversità delle opinioni, che divise mai sempre tutte le grandi adunanze, agli occhi comuni sembra un ostacolo insuperabile acciocchè l’assemblea nazionale non giunga mai a un fine felice. I Nobili, gli Ecclesiastici, vedendo il popolo di Francia intento a togliere tutte le distinzioni a quei ceti, giudicano meglio la servitù condecorata della libertà che non ammette altra distinzione che il merito, e quindi fomentano l’opinione contraria ai Francesi e si fanno profeti della total distruzione di quel vasto regno. I principj più essenziali e palpabili sul governo, sopra i diritti dell’uomo, sulla natura del principato; principj tanto grossolani, che sono la norma dei popoli selvaggi, si chiamano da noi principj metafisici. Tanto una lunga corruzione ha depressi e incalliti gli animi!
Un popolo non passerà mai dal despotismo alla libertà se non per una delle due maniere seguenti. Qualora il Despota medesimo giunga a tal grado di virtù da voler render libero il suo paese, formi una costituzione, indi rinunzi al despotismo; questo è il primo modo che io non so se sia accaduto giammai, sebbene raccontisi che Marc’Aurelio ne avesse il progetto. Il secondo modo è quando la moltitudine del popolo stanca di soffrire riunisce le sue forze, richiama a sè medesima la naturale sovranità, forma una costituzione e fabbrica le leggi custodi della libertà; e questo è il modo col quale i Romani si liberarono dal giogo dei Re, gli Svizzeri dall’oppressione della Casa d’Austria, gli Olandesi dalla tirannia della Spagna, e gl’inglesi dalla schiavitù della Casa Stuard. Non potrebbe una nazione passare placidamente dalla servitù alla libertà se non per opera del Despota medesimo; ma ogni qualvolta la moltitudine coll’uso della sua forza intrapprende a scacciare la servitù, necessariamente non essendovi una mente sola che ne dirigga il moto, ma sfrenatamente cozzando gl’interessi e le opinioni d’una gran massa d’uomini posta in fermento, sono inevitabili i disordini; e la Francia è fortunatissima d’averne così pochi in paragone di quei ch’ebber a soffrire per simile cagione i Romani, gli Svizzeri, i Belgi e gl’inglesi. Ma senza entrare nell’erudizione della Storia, i fatti presenti potrebbero bastare per ottenere dagli uomini un giudizio più ragionevole di quello che pronunziano. Si sa da ognuno quante miliaja di vittime umane sieno sacrificate attualmente nel Sirmio (1789) e nel Banato. Si pongano al paragone imparzialmente i mali attuali della Francia, si calcoli poi qual profitto ne possa sperar l’uman genere da tali sacrificj. Il prezzo de’ primi dev’essere la sicurezza di non fare i secondi.
Dalla libertà alla tirannia si può camminare senza tumulto, perchè una mente sola ne dirigge il moto; e giunta ch’ella sia ad improntar nell’animo dei popoli il terrore, tutto diventa stupido, un silenzio generale impone l’obbedienza, le querele persino sono interdette e la nazione prende un aspetto d’ordine e di pace. Quando per lo contrario dalla tirannia si passa alla libertà, il solo tumulto popolare può cagionar questo moto. Forza è passar a traverso dell’anarchia e del disordine, acciocchè il popolo stesso acconsenta di rinunziare alla indipendenza per la libertà.
Io vedo le cose di Francia ridotte a un segno che non può mancargli il premio della libertà. La Francia ha fatti i due passi più difficili: primo, ha potuto formar un’assemblea nazionale che legittimamente rappresenti la nazione; secondo, quest’assemblea nazionale ha rivendicato di già il poter legislativo. Quel che gli rimane a fare dopo ciò è facile e piano. I dispareri dell’assemblea potranno prolungare i suoi lavori, ma la pluralità de’ suffragi deciderà tutto. L’invasione d’una potenza straniera non potrà rendere certamente soggetta al dispotismo la nazione valorosa e animata dalla libertà. La sola rovina che potrebbe aver la Francia accaderebbe se la nazione protestasse contro de’ suoi rappresentanti; ma questo caso non mi par possibile.
Se il mio vaticinio si verifica, se la Francia acquista una costituzione, la vedremo in pochi anni diventar la nazione più ricca, forte e felice d’Europa. Le idee francesi servono di modello agli altri popoli. Sin tanto che i diritti dell’uomo s’erano stabiliti fra le montagne delle Alpi, fralle paludi dei Paesi Bassi e nell’Isola della Gran Brettagna, questi sistemi poca influenza avevano nelle opinioni della moltitudine di altri regni. Ora la luce sta riposta nel cuor dell’Europa; non può a meno ch’ella non influisca sugli altri governi.
Il Re di Francia Luigi XVI sembra che non abbia altra colpa che la debolezza, la quale però è quella che più facilmente viene punita nei depositari del poter assoluto.
Cosa accaderà dell’Italia? Siamo immaturi, e non ancor degni di vivere sotto il regno della virtù. A forza di voler essere furbi siamo al paro de’ Greci il rifiuto d’Europa dopo d’essere stati i maestri. Se non s’illumina prima la plebe, s’ella non costringe poi i nobili a piegarsi, una rivoluzione da noi non può cagionare che rapine e saccheggi, rinnovando le sciagure de’ Guelfi e Gibellini.
PENSIERI POLITICI SULLA CORTE DI ROMA E SUL GOVERNO VENETO
La decadenza rovinosa del Papato sarà un’epoca nella storia del nostro secolo. Il destino di ogni cosa è d’avere il suo periodo, e conseguentemente doveva questa potenza pure annientarsi come il Califfato e come lo stesso Impero Romano. Ma la rovina del Papato accadde con moto più violento di quello che suole condurre alla estinzione per vecchiezza le instituzioni umane. Credo per ciò che oltre la legge universale vi sia intervenuta della colpa in chi reggeva questa Monarchia potentissima, che aveva per fondamento la ignoranza de’ sudditi e per anima la furberia degli ecclesiastici. La potenza papale nacque coll’avere distaccato dalla società universale i Ministri dell’altare, averne formato un corpo distinto, averlo reso potente e dato a questo corpo la costituzione monarchica la più attiva e la più intrapprendente di ogni altra. La storia de’ secoli bassi ci fa vedere come siasi operata questa progressione. In Roma pagana e libera non v’erano se non che due classi di uomini, Nobili e Plebei, le quali nemmeno impedivano la promiscuità. Un Romano vestiva il sago e andava a combattere; vestiva la toga e sedeva in Senato, o perorava pe’ clienti, o intercedeva ne’ comizj presso del popolo; prendeva il lituo e offeriva le vittime ne’ tempj. Cicerone, Cesare, Pompeo ecc. erano sacerdoti, comandanti, consoli, tribuni della plebe ecc. senza essere privativamente incorporati a verun ceto.
Da noi in vece gli ecclesiastici fanno un corpo separato affatto dalla società; i Militari parimenti, i Giureperiti pure lo fanno quanto è loro possibile mancando de’ due potentissimi mezzi, timore delle pene eterne e timore delle armi, co’ quali i due altri ceti acquistarono consistenza. Così discendendo per grado questo spirito di corpo invase tutte le professioni a segno che persino i maestri di ballo in qualche città ottennero di radunarsi e formare un corpo colla facoltà di proibire ad ogni uomo che non vi fosse d’insegnar a ballare. Tutti i mestieri così si formarono in tanti corpi isolati, aventi i loro statuti, la loro giurisdizione, i loro privilegi esclusivi ecc. Un cittadino è una minima frazione della città, un artigiano ecc. è una maggior frazione del suo ceto. Conseguentemente ogni uomo s’avvide che era più importante la sua influenza nel ceto che non nella città. Conseguentemente si affezionò al ceto più che alla città, e gl’interessi del corpo a cui si trovava ascritto immediatamente appartenendogli più da vicino, si rese indifferente al cittadino l’interesse universale della città. Quindi le città divennero una associazione non più di uomini, ma di corpi, i quali in masse più o meno grandi urtandosi per varie direzioni e ora apertamente, ora con industria covando i loro progetti, mantennero una sorda guerra civile a danno del tutto. Quindi gli ecclesiastici si considerarono come altrettanti forestieri indifferenti pel ben essere della città e occupati della propria indipendenza e autorità. I Militari pronti a opprimere e scannare i loro concittadini e a porre il fuoco alla patria non furono meno indifferenti. I Curiali impadronendosi delle pubbliche amministrazioni e delle cariche civili, poco curanti del ben essere della città vegliarono per ammucchiare prerogative e onori e ricchezze a quel ceto, a cui si conoscevano debitori della imponente persona che rappresentavano come arbitri della vita e delle fortune. L’Ecclesiastico ricusò d’obbedire ai tribunali, ricusò di concorrere ai tributi. Il Militare ebbe la sua distinta giurisdizione e i suoi privilegi. La città divenne un ammasso di piccole altre città indipendenti e rivali. Tale fu lo spirito creato e cresciuto ne’ secoli tenebrosi, e continuato sino al secolo presente. Roma grande e felice non conobbe, come dissi, sì fatta organizzazione: ogni cittadino serviva indistintamente la Patria alle armate, nel Senato, ne’ sacrifizj, e perciò gl’imperatori volendo consegnare la somma potenza nelle loro mani s’intitolarono Pontefici Massimi, Consoli, Tribuni della Plebe e Comandanti Generali, ossia Imperatori. In Roma allora ogni cittadino amava sopra tutto i vantaggi immediati della sua famiglia, e in secondo luogo i vantaggi della Patria. Oggidì tutto l’entusiasmo che era collocato per la Patria lo sfogano verso del corpo a cui sono immediatamente ascritti; ed io credo che per ritornare alla felicità e alla gloria convenga ritornare agli antichi principj, e distruggere affatto queste associazioni di mestiere. Il Ceto Ecclesiastico crolla, e a quanto ha già perduto prevedo che finirà coll’essere o annientato, o reso di nessuna importanza. Resta il Ceto Militare, contro di cui sinora nessuno ha osato di combattere. Veramente a esaminarlo bene questo è il più vile corpo che stia nella società, poiché se consideriamo il soldato comune, conosceremo che un’armata è composta dalla feccia della nazione, o da canaglia cavata dalle carceri, o da’ schiavi a forza ascritti, o da oziosi e spensierati, che nella crapula ubriacati furono condotti avanti ad un commissario per ascriversi alla milizia. Gli ufficiali poi comunemente sono cadetti poveri, mancanti di educazione e di talento, i quali per vivere indossano l’abito militare. La parola magica dell’onore è quella che indora questa putredine: ma niente è meno sensato che l’uso di questa parola colla milizia de’ tempi nostri. Ognuno comprende essere generosa, nobile, e onorata azione l’esporsi coraggiosamente ai pericoli per salvezza della Patria, per difesa del proprio Principe, per servigio dello Stato. Ma il vendersi sgherro prezzolato pronto a uccidere chiunque senza discernimento alcuno; il sottomettere se stesso alle catene, alle bastonate; il fare in una parola il mestiere del mercenario, assassino e carnefice non ha connessione veruna colla idea di onore. I soldati sono veri schiavi forzati, il rifiuto della società, sostegno della tirannia e obbrobrio dell’uman genere per il loro mestiere e costume. I Filosofi hanno fatta sgombrare la nebbia che attorniava il Santuario, e non hanno sinora intrappreso ad aprire gli occhi del pubblico sul preteso onore dell’attuale Milizia. Se lo faranno, anche questo ceto s’annienterà; perchè la forza condensata nelle armate ha per cemento la magica parola di onore, tolta la quale e diventati i soldati un oggetto di ribrezzo agli altri uomini, non vi sarà più alcun uomo che sia sedotto ad abbracciare un tal mestiere, dovranno i Principi abbandonare l’idea di mantenere in tempo di pace tanti sicarj al loro stipendio, e spargendosi generalmente su tutta la nazione una educazione più generosa e libera, ogniqualvolta per la difesa dello Stato occorra di dare di piglio alle armi ogni cittadino si presenterà con vero sentimento di gloria, e così si risparmieranno alla umanità gli orrori di tante guerre di mero capriccio, che formano la miseranda storia d’Europa da varj secoli, e non essendo la forza machinalmente e automaticamente collocata in una classe d’uomini ciechi esecutori del comando d’un tiranno, la ragione e la virtù diverranno il cemento che unirà il Sovrano col suo Popolo. Ma appena giova d’aver accennate queste idee, unicamente rifletterò che la distruzione de’ corpi sembra inerente allo spirito che la filosofia ha sparso generalmente, il che si vede e nelle operazioni che i Principi intrapprendono sopra del Ceto ecclesiastico, e in quelle che in alcuni paesi si sono fatte coll’abolizione de’ corpi mercantili, unicamente sin’ora rimanendo intatto il ceto militare, forse per mancanza di coraggio di palesare su di esso pure la verità.
Il corpo de’ Ministri dell’altare ne’ primi tempi del Cristianesimo non aveva nè leggi, nè vestiti, nè privilegi separati. Gli uomini ammogliati erano ammessi a celebrare i Misteri della religione, e per tal guisa il sacerdote che aveva moglie e figli era sempre un cittadino interessato nel bene e nel male della sua Patria. Il passo principale per formare un corpo indipendente dalla società universale fu la legge del celibato ecclesiastico, per cui non si ordinarono se non se uomini isolati e colle ricchezze ammassate dal corpo ecclesiastico si propose una fortuna agli ascritti, indipendente affatto dal destino degli altri cittadini. Formatosi così un tal ceto in ogni città, il Papa profittando della debolezza de’ Principi e della cecità de’ popoli s’eresse in Monarca di tutti gli ecclesiastici, distributore de’ Beneficj, fonte di ogni facoltà, e proteggendo i suoi nuovi sudditi collocati sotto Principi diversi, sostenendo le loro persone sacre e libere dalla ordinaria giurisdizione, difendendo le immunità loro da ogni pubblico aggravio si formò co’ reciproci interessi una Monarchia papale sparsa bensì in diversi Regni, ma indipendente dai Re, anzi terribile allo stesso trono pel potere che esercitava sull’animo de’ popoli e colla confessione, e colle prediche, e più d’ogni altro mezzo poi colle scomuniche. Nacque allora il Gius Canonico; nacque una giurisdizione ecclesiastica collocata ne’ Stati de’ Sovrani; finalmente si piantò la Inquisizione, le carceri, i sgherri, le torture, s’imprigionarono i cittadini senza saputa del loro Sovrano, si torturarono, si confiscarono i loro beni, vennero condannati al supplicio, si eseguirono le condanne da un ceto di cittadini che, senza mutare città cambiando vestito, si credettero non solamente indipendenti dal Sovrano naturale, ma armati di forza coattiva indipendentemente pure dal Sovrano medesimo. Per conservare lungamente un sistema che aveva una assurdità intrinseca tanto evidente, era necessario che i popoli rimanessero nelle tenebre, col favor delle quali aveva potuto nascere. Per nome di popolo io intendo anche i Signori, i Ministri, i Sovrani, tutti coloro che non hanno per norma della loro vita che la opinione, e unicamente escludo dalla classe popolare i pochi uomini che trassero nascendo il bisogno d’istruirsi, e lo ebbero costante e forte a segno di superare ogni noja, ogni seduzione, ogni difficoltà. Questi uomini privilegiati, che hanno l’abitudine di pensare e il discernimento della verità, sono perseguitati per lo più mentre vivono; ma co’ scritti loro comandano al mondo assai più che non lo può un Sovrano. I Papi convien dire che conoscessero queste verità, poiché tutti gli uomini di qualche merito nelle scienze, nella erudizione, o nelle lettere furono invitati alla loro Corte, beneficati, accarezzati, come fra gli altri lo fu Nicolò Macchiavello, il libro del quale sul Principe venne dedicato al Papa, e stampato in Roma. O fossero Cristiani o increduli, o costumati ovvero libertini, gli uomini che sapevano scrivere se li tenevano amici i Papi, come quelli i quali aprendo gli occhi al pubblico, avrebbero potuto affrettare la rovina del gran colosso appoggiato alla opinione. Un errore però commisero i Papi, e fu quello di permettere che il corpo stesso Ecclesiastico venisse diviso in corpi: Frati Minori, Frati Domenicani, Frati Agostinaini ecc. In fatti costoro formarono un corpo di opinioni delle private loro scuole, e pretendendo a forza che venissero adottate, costrinsero i Papi a incorporarle nel simbolo, e quindi nacque una sanguinaria odiosissima persecuzione nel secolo XIII, che senza compenso di veruna utilità alienò gli animi di molti dalla Corte Romana. Ma questa alienazione non poteva avere effetto sintanto che i popoli continuavano nella credenza che il Papa fosse un Vicedio in terra. L’urto de’ due corpi Dominicano e Agostiniano aprì la breccia fatale alla potenza Pontificia, che aveva già sofferto dalle opinioni di Gerolamo da Praga e Giovanni Huso incautamente perseguitati. Martino Luther Agostiniano, sostenuto dal suo corpo pel quale combatteva sul noto articolo delle indulgenze, fu cagione per cui gradatamente una sensibile parte d’Europa si sottrasse al dominio papale. Rimanevano però tuttavia fedeli alle antiche opinioni il Portogallo, la Spagna, la Francia, l’Austria e tutta Italia. Il Papa le circondò con un muro di separazione. Venne proibito il parlare di Religione, l’Inquisizione divenne attiva più che mai, si proibì la lettura de’ libri che in qualunque modo combattessero le opinioni romane, e con tal mezzo si conservò l’opinione de’ secoli precedenti ne’ paesi che rimasero obbedienti al Papato. Conveniva che la Corte di Roma sulle tracce antiche si tenesse amici gli uomini sovrani della pubblica opinione, cioè i pensatori e gli autori di merito; ma abbandonatasi Roma ciecamente a un nuovo corpo ecclesiastico che prometteva d’essere la guardia Pretoriana del Papato, cambiò di sistema, e colla persecuzione oppresse chi avrebbe dovuto accarezzare. I Gesuiti, que’ maravigliosi Giannizeri della Sede romana, ceto d’uomini entusiasti per la potenza e gloria della loro Compagnia, arrogatisi per cieco invanimento di prospera fortuna la sovranità delle lettere, spinsero Roma ad opprimere ogni Letterato che alzasse la testa alla gloria, a meno che non fosse ligio e alunno del loro ceto. Gallileo, Sarpi, Giannone, Muratori, i più illustri Italiani che sostennero l’onore della Patria furono animosamente e crudelmente perseguitati da Roma. Muratori dovette la sua pace all’amicizia personale del buon Pontefice Lambertini. Lo stesso fecero i Gesuiti anche nella Francia prima col signor Fontenelle, poi più malignamente ancora col Presidente di Montesquieu, col signor di Voltaire ecc. L’Italia mancando d’un centro di riunione lascia gli uomini di lettere rari e isolati; Gallileo tremava solo nella Toscana; Giannone diffamato dai Pergami in Napoli fuggivasene solo dalla sua Patria. Sarpi stilletato in Venezia solo passeggiava col giacco sotto la tonaca. Muratori solo nella Lombardia11 invocava Benedetto XIV. I Francesi in Parigi si radunano e conoscono vicendevolmente. La persecuzione che a man salva esercitarono i Gesuiti sopra de’ poveri Italiani non fu loro possibile impunemente di esercitarla nella Francia. Gli uomini di lettere ivi si collegarono e formarono una società animata per la difesa comune. Si posero a combattere con forze riunite quella superstizione istessa della quale si prevalevano i Gesuiti per difamare come atei, cattivi cittadini e sudditi ribelli gli uomini che pel loro ingegno e sapere formavano la gloria della lor Patria. Da ogni parte si videro verso la metà di questo secolo uscire libri, scritti, poesie, storie, commedie, tragedie, romanzi esposti con uno stile chiaro, interessante, ameno, e lo scopo di questo nembo di amabili libretti fu lo smascherare in ogni modo possibile l’impostura. I fatti della storia che s’ignoravano, perchè affogati nel fondo d’immensi e nojosi volumi, vennero presentati con grazia e leggiadria; le persone di mondo colla piacevole lettura di tai scritti videro oggetti nuovi, interessanti, curiosi; l’amor proprio rese gloriosi i giovani d’avere meno errori de’ loro antenati. Nelle piacevoli società si andò spargendo il nuovo lume; il frizzante ridicolo si unì alla evidenza per dissipare il prestigio, la rivoluzione delle opinioni si estese sino ai servi, che resi curiosi per qualche motto del padrone, nelle anticamere trovarono piacere di leggere e istruirsi; i Tribunali, i Ministri, i Re finalmente vennero circondati dal nuovo vortice. I Gesuiti vennero scacciati prima e poi distrutti, e Roma, il terrore un tempo d’Europa, smascherata, avvilita, è ormai l’oggetto della compassione d’Europa stessa. Se i Papi non avessero permesso che vi fosse verun corpo ecclesiastico separato, a mio credere sarebbe tuttora presso poco quella che fu, soltanto che avesse continuato ad essere la protettrice degli uomini d’ingegno. I libri sono quei che regolano il mondo cominciando dalla Biblia al Corano, venendo alle Pandette al Codice, e discendendo sino alla Pucelle d’Orleans. Io credo che il ceto degli Ecclesiastici di ciascun Paese sarebbe sempre stato dipendente piuttosto dal Papa che dal suo Sovrano naturale senza bisogno di alcun ceto di frati; perchè meglio è obbedire a un Principe lontano, dal quale non si può temere oppressione, che ad uno nelle mani di cui viviamo e che ci può opprimere; meglio è vivere sotto l’obbedienza di colui che ci preserva da ogni tributo e che ci rende immuni e sacri, anzi che al Sovrano che ci uguaglia al restante del popolo. L’interesse dell’ecclesiastico Francese, Spagnuolo, Tedesco ecc. era di mantenersi suddito della Monarchia Pontificia. I Sovrani, i Ministri, i Magistrati non vanno a scavare certamente negli archivj e nelle biblioteche le origini delle opinioni; nè hanno ozio o voglia per diventare filosofi; se Roma si teneva benevoli i filosofi; e i Re, e i Ministri, e i Magistrati e tutto il mondo avrebbe perseverato a portare la soggezione Pontificia e considerare la propria Sovranità dipendente da Roma, la quale poi era un asilo aperto a tutti gli uomini di qualunque nazione, i quali coll’ingegno potevano farvi una fortuna assai maggiore di quella che loro poteva dare il proprio Sovrano. La rovina di Roma è un danno per l’Italia, giacchè perdiamo con lei ogni influenza nell’Europa, e ciascuno di noi perde la patria comune, in cui ci era lecito il fare la nostra fortuna. Il fratismo è stata la cagione di questa rovina; e il fratismo è una unione di infelici che menano una vita meschina e schiava, radunati per seduzione, privi di ogni sentimento di Patria e di famiglia, che troverebbero la felicità se venissero liberati, e in ciò sono esattamente nel caso de’ soldati.
La massima che ho accennata rispetto ai corpi politici pare che i Sovrani la travvedano, almeno rispetto ai corpi militari. Per quanto sia vantaggioso il sistema delle legioni proposte da vari scrittori, osservo che perseverano i Principi a tenere le loro milizie divise in Reggimenti tutto al più di tremmila uomini ciascuno. Osservo in oltre che nemmeno sogliono tenere unito questo corpo, ma la terza parte, ossia un battaglione viene collocato distante dagli altri due per centinaja di miglia. Osservo che nelle promozioni si cerca di balzare da un reggimento all’altro l’ufficiale, in guisa che ciascuno come accidentalmente si trova in quel corpo. A me pare assai avveduto un tal metodo, e se mai si lasceranno sedurre i Sovrani a formare masse grandi di milizia e costantemente unite, sì che acquistino uno spirito di corpo, lo Stato dipenderà dalle legioni e non dal Monarca, il quale ha bensì mezzo per deprimere uno ad uno i piccoli corpi, qualora volessero usare mai della forza collocata nelle loro mani, ma non così l’avrebbe contro il determinato volere delle Legioni, le quali innalzerebbero o deprimerebbero il Sovrano a loro talento.
In mezzo alle rivoluzioni degli Stati Venezia è una costituzione che merita l’esame di un Politico, poichè è il solo Stato che, poco più poco meno, si conserva da tredici secoli senza di aver sofferta veruna interna rivoluzione, e senza che alcuna nazione forestiera sia mai venuta a sottometterla. Moltissimo deve attribuirsi alla situazione fisica. La costanza però del suo interiore governo io la attribuisco a ciò: che la vera Sovranità vi è ristretta in una cinquantina di famiglie, nelle quali vi è illegalmente ristretta. Ciò non lo scrivo per amore d’un paradosso, ma perchè mi sembra una verità, per modo che se a Venezia la Sovranità si esercitasse da chiunque vi ha dritto legittimo, Venezia rimarrebbe un ammasso disabitato di scogli; se tutti quei che hanno dritto legittimo alla Sovranità rinunziassero, e legalmente ne rivestissero quelle cinquanta famiglie che si passano il comando, Venezia pure a mio credere sarebbe distrutta. Ecco come io ho cavata questa idea. La Sovranità di quella Aristocrazia è collocata nel ceto di tutti i Patrizj scritti nel Libro d’Oro. Suppongansi ottocento famiglie, seicento delle quali composte di nobili tormentati dalla inopia, e allevati senza sentimenti, senza principj, in guisa tale che se qualche porzione della forza pubblica venisse mai depositata nelle mani loro, le sostanze, l’onore, la vita stessa de’ cittadini verrebbero esposte al saccheggio, alla rapina, al vitupero; e converrebbe o che la Città rimanesse abbandonata, ovvero che i Cittadini opponendo forza a forza, sconvolgessero la costituzione e rovinasse la Repubblica. Ma come impedir mai che un sì gran numero di membra sovrane non eserciti mai alcuna delle Magistrature in cui sia collocata porzione della forza pubblica? Non v’è che una aperta violenza che possa rendere per tal modo soccombente, e sempre soccombente il numero maggiore di un corpo aristocratico, e questa violenza aperta è quella appunto che si esercita dal terribile trionvirato degl’Inquisitori di Stato. Al momento in cui qualcuno de’ Nobili minori ardisca alzar la voce per rivendicare a sè o al ceto suo i dritti della Costituzione, a un cenno solo degl’Inquisitori di Stato scompare e passa a gemere la libertà perduta in un carcere separato per sempre dal commercio degli uomini. Quest’odiosissimo Tribunale dispotico, che non ammette difesa, che non palesa l’accusatore, che inappellabilmente dispone della vita di ciascuno è l’unico mezzo per contenere col terrore la folla scostumatissima de’ poveri Nobili. Un partito solo potrebbe risparmiare una tale tirannia, e sarebbe quello con un sol colpo escludere per sempre dal corpo della Sovranità le membra indegne di rimanervi, e collocarle nella classe suddita; ma allora alle famiglie che veramente esercitano il potere mancherebbe il freno che ora le tiene obbedienti al comun bene. Se i Nobili potenti abusassero del poter loro, oggidì il ceto de’ Nobili minori alzerebbe le grida e queste verrebbero accompagnate da quelle di tutta la Città; allora la Costituzione verrebbe innalberata come lo stendardo della pubblica sicurezza e il ceto eletto sarebbe forzato a norma della originaria forma repubblicana di accomunare la condizione propria a quella di ciascun altro Nobile… Questo è il bene che fanno i Barnabotti: sono essi lo spauracchio de’ Nobili eletti, come gl’Inquisitori di Stato lo sono a’ Barnabotti singolarmente. Tale a mio parere è il modello di quel sistema che pare assurdo agli occhi di ciascuno per la tirannia della Inquisizione, ma che però produce un governo caro ai cittadini e d’una costante uniformità che non ha esempio. Credo adunque che a questo vizio debba Venezia la sua longevità e la sua quiete e felicità interna, e che qualora si pensasse a limitare l’attività degli Inquisitori, la sfrenata libidine de’ Nobili poveri introdurrebbe immediatamente un disordine tanto generale e insopportabile, che gli abitatori abbandonerebbero le isolette e cercherebbero altrove un asilo migliore; e se la costituzione escludesse i Nobili poveri, il minor numero de’ Nobili ricchi munito della sicurezza d’un comando perpetuo aggraverebbe il peso della Sovranità sopra del popolo, e finirebbe lo Stato condensandosi ben tosto il potere nelle mani d’un solo.
D’onde vien mai che i costumi di noi Italiani sieno corrotti a segno che per tutta l’Europa omai sia una vergogna il dire sono Italiano? Veramente siamo screditati in guisa che non è possibile esserlo più di quello che siamo. Gl’Italiani nella Germania, Francia, Inghilterra ecc. hanno tante volte tradito, mancato di fede, ucciso, fatti debiti senza pagarli, in somma tante cattive azioni hanno fatte, che un onesto Italiano che passi le Alpi arrosisce e freme per la macchia della Nazione. A Vienna io ho osservato che appunto era il paese fatto pe’ malvaggi Italiani, i quali sorridendo ascoltavano i rimproveri rozzamente e stoltamente dati alla nazione, e frattanto colla superiorità del loro pervertito ingegno gabbavano il Tedesco; laddove l’Italiano d’onore appunto impegnandosi a mostrare candore e illibata onestà finiva d’essere gabbato dal Tedesco per sua naturale avidità e per rappresaglia, credendosi esso di poterlo, non che impunemente, lodevolmente fare. I forestieri poi che vengono a girare l’Italia osservano che fra noi stessi siamo malissimo d’accordo. Ci raduniamo nelle conversazioni e ciascuno v’interviene sommamente cauto, come frammezzo a’ nemici, temendo la interpretazione, la diceria, il ridicolo. Una compagnia di amici è una cosa non conosciuta. Le conversazioni sono una riunione di gente dove ciascuno interviene perchè vi si deve, ciascuno vi si trattiene con fastidio, ciascuno vi parte con noja e stanchezza, e questo è il frutto del costume cattivo, della invidia, del disonore, della indiscreta smania di primeggiare, in somma de’ vizj dell’animo. Le lettere giacciono nella Italia, e non tanto per l’immediata oppressione della Inquisizione, la quale si limita a parte soltanto d’Italia, quanto per la invidia letteraria, per cui alcuni giovani che danno un vivace contrasegno d’ingegno dalla fredda e maligna accoglienza de’ vecchi letterati vengono avviliti e distolti dalle lettere e dal buon sentiero; e finiscono poi coll’essere sfaccendati o stentati imitatori. I Francesi fanno l’opposto, e un giovine si trova ne’ vecchi illustri gli amici, i consiglieri, i fautori. Il letterato italiano teme che s’alzi alcuno più di lui; i letterati oltramontani amano sinceramente i progressi delle scienze, amano la gloria Nazionale e fanno agli altri quello che amerebbero che loro venisse fatto. Nelle nostre famiglie Italiane poi quanta miseria, quante gangrene celate per certa convenienza, lodevole almeno perchè sta in vece della virtù. Padri tiranni che per orgoglio e per avarizia opprimono i figli, sforzano le figlie indirettamente al carcere perpetuo del Monastero, lasciano languire i figli nella inopia, temono che acquistino cognizioni onde poter valutare il valore paterno. Mogli indifferenti per la famiglia, occupate nell’addescare adoratori e nel coprire colla ipocrisia allo sguardo de’ mariti la loro prostituzione. Fratelli che al momento in cui si sciolga colla bramata morte del padre il governo domestico si scostano per sempre. Figli oziosi, giuocatori, libertini, indebitati, disposti a diventare padri tiranni. Ecco il miserabile prospetto vero e genuino della maggior parte delle nostre famiglie, dove invano cerchi un sentimento amoroso e consolante. Tali sono i corrotti nostri costumi, che un uomo d’onore, fermo, nobile, franco, deve sottrarsi alla società e vivere con pochissimi. La corruzione nasce dai primi principj. Un preticciuolo s’accosta a un fanciullo, e comincia a impadronirsi dell’animo di lui. Cerca di prevenire la ragione quanto è possibile, e innestarli nella memoria delle parole prima che il fanciullo possa avere delle idee. Queste parole sono da credersi, da non intendersi mai, da non esaminarsi, e guai se il fanciullo ne dubita; s’impallidisce il prete, i parenti rimangono attoniti, il fanciullo si vede diventato un oggetto d’orrore. Fede, fede, fede fanaticamente gli si grida all’orecchio, e il fanciullo nelle cose più essenziali della vita a venire, della morale, della cognizione de’ proprj doveri, in vece d’essere invitato a ragionare, a formarsi de’ principj, a dedurne conseguenze pratiche, in vece di ciò sgommentato, stordito, impara a fuggire ogni esame con ribrezzo e a obbedire ciecamente al prete. Crescendo nell’età sempre più si va rinforzando questa schiavitù dell’intelletto. Il prete sopra di ogni cosa va ripetendo fede, e fede cieca, indi impone varj esterni esercizi di religione, ascoltar messe, recitar rosarj, visitar chiese, mangiar magro ecc. Se il fanciullo sia poi nelle sue azioni nobile o vile, generoso o interessato, sincero o simulato, sensibile o crudele, questo niente si cura, purché si pieghi alle pratiche esterne. Così va vegetando lo schiavo. Giugne la pubertà, quel momento in cui per una rivoluzione maravigliosa cominciamo a ricevere la spinta a produrre i nostri simili; la natura da ogni lato inquietamente ci porta alla voluttà, l’idea d’una donna basta a darci un moto febbrile nel sangue, la ragione non basta a frenare il potente invito della fisica, e l’anima del giovane strascinata nella ricerca del piacere venereo rimane assorta da un delirio che la trasporta. Il prete insegna che una sola compiacenza in questi pensieri, un semplice desiderio rendono rei di eterna interminabile dannazione. Il giovine nel momento di calma s’inorridisce nel trovarsi colpevole dell’ira celeste, piange, si pente; ma la calma tosto cede all’impeto del sangue, nuovamente è sedotto dalla voluttà, un pensiero, un toccamento lo fanno ricadere, e di nuovo vedesi la spada divina pendente sul capo. Dopo varie alternative convinto alfine di non potere altrimenti vivere che come inimico di Dio, omai persuaso che dalle eterne pene niente altro lo può liberare che la vecchiaja, si dispera, e conoscendo che non può camminare nel sentiere della legge, si volge al partito di cercare almeno tutti i vantaggi che può senza alcun ritegno sinché dura la vita. Rubare, tradire, assassinare, aver un desiderio venereo, sono tutti peccati classificati nello medesimo ordine di mortali nella mente di quel giovine, onde poiché si trova nella necessità di essere peccatore niente v’è di assurdo nella scelta fra un peccato e l’altro. Ecco in qual modo l’Italiano viene allevato ai delitti. L’abuso della confessione poi, la fallace speranza nelle pratiche di culto esterno si uniscono a sempre più incamminare alla scelleratezza. È vero che nella Spagna, nella Francia, e in parte della Germania la religione è la medesima; ma nell’educazione anche popolare vi è unito qualche principio di virtù. Lo Spagnuolo e coll’esempio e colla voce impara a non macchiarsi con azioni codarde, a mantenere religiosamente la fede, a non violare l’amicizia, a esser grato e riconoscente ai beneficj; il Francese impara la parola onore, e la legge a caratteri d’oro; un uomo senza onore è un vilissimo rifiuto della natura; chi si fida d’un uomo d’onore non deve mai pentirsene, impara a diventare cortese, gentile, amabile; il Tedesco dalla prima infanzia impara la fedeltà verso il Principe, il coraggio ne’ pericoli, acquista una inclinazione alla guerra. I preti spagnuoli, francesi, tedeschi sono educati con queste massime, onde imprimono nella mente de’ giovani contemporaneamente colle idee religiose le idee sociali. Quindi se l’impeto della gioventù conduce l’uomo alla libidine e rompe il freno della religione, gli rimane però il sentimento della virtù, sente d’essere un peccatore bensì, ma un uomo onesto, un uomo d’onore, un uomo che non ha violato i doveri sociali, e custodisce con tanto più cura la innocenza morale, poichè è la sola che rimane dopo di avere perduta l’innocenza religiosa. Il mal costume adunque da noi si propaga nella ventura generazione, perchè non abbiamo altro principio delle nostre azioni che la religione, e i ministri della religione non hanno veramente nè virtù nè scienza. La riforma d’Italia potrebbe nascere dalle operazioni che va facendo l’Imperatore Giuseppe; conviene sottomettere alla podestà Sovrana i preti, abbassare l’orgoglio loro e aprire gli occhi al Popolo. Fatto ciò, tutta la cura dovrà rivolgersi a’ Seminarj, non ammettere alla educazione ecclesiastica se non giovani d’animo sensibile, delicato, riflessivo, di contenzione nello studio e di placidezza nel carattere; dar loro una colta educazione, di cui la base sia la morale pratica e la cognizione della storia ecclesiastica. La generazione attuale non si muta, tutta la speranza sta nelle venture. Ma per cambiare l’indole d’un popolo un Principe solo è poco, ve ne vuole un seguito di Principi che camminino tutti sulle tracce medesime, perchè la generazione vivente opponendosi alle riforme della crescente, sempre le imprime buona parte de’ vizj suoi, e così vi vuole una gradata diminuzione di vizio per quattro o cinque generazioni.
L’Imperatrice Maria Teresa aveva una pessima opinione degl’Italiani, e credeva che noi Milanesi fossimo avversi alla dominazione di lei, sempre disposti alle opposizioni a’ di lei ordini, ingrati, scostumati, tergiversatori, e in conseguenza alla aveva per principio di tenerci bassi. I Ministri fomentavano questa opinione, poiché tanto meno si dava retta alle pubbliche querele, e tanto maggiore autorità conveniva che il Monarca affidasse al Ministro Pretore di una tale Provincia. Un Sovrano accorto deve allontanare da sè quel Ministro che gl’insinua difidenza verso del suo Popolo. Il popolo naturalmente ama il proprio Sovrano, e gl’interessi sono scambievoli fra l’uno e l’altro. Il malvaggio Ministro semina la difidenza, rende odioso il Sovrano alla città e la città a lui, come il malvaggio domestico fa nascere e coltiva la discordia affine di pescare nell’acqua torbida. Quello che v’era di più curioso è che il Ministro che era alla testa del nostro paese, dopo dieci anni non lo conosceva, e credeva di buona fede uno spirito avverso nel popolo, che singhiozzando correva nelle Chiese per impetrar la vita di Maria Teresa minacciata dal vajuolo. Ciò accadeva perchè alcuni secretarj s’erano impadroniti degli affari, e impaurivano il Conte di Firmian supponendogli d’essere in mezzo ai serpenti; egli si appiattava nella sua biblioteca inaccessibile a tutti i ricorsi, e se talora v’era l’uomo fortunato al segno di parlargli col mezzo d’una moneta al Cameriere, il parlare era superfluo, perchè rare volte intendeva un affare pel suo verso, e quand’anche l’intendesse, credeva illusione e cabala la evidenza medesima. La venuta a Milano del Reale Arciduca Ferdinando è stato il momento in cui ebbe fine un tal governo; ma l’opinione della Imperatrice non si cambiò mai più sin ch’ella visse. Concludendo, io dico che se v’è in politica una massima senza eccezione ella è questa, che chiunque aliena l’animo del Sovrano dal popolo, o quello del Popolo dal Sovrano è uomo da allontanarsi da ogni pubblico impiego, poichè ha certamente un fine perverso, se non è uno sciocco. Questa massima la vorrei stampata in un quadretto nel Gabinetto d’ogni Sovrano e d’ogni Ministro, acciocchè egli pure possa distinguere i suoi subalterni ufficiali.
PENSIERI POLITICI SULLE OPERAZIONI FATTE IN MILANO NEL 1786
Un popolo robusto e stupido facilmente si assoggetta alla schiavitù militare; soffre e obbedisce, e chi comanda a un tal popolo facilmente si renderà padrone di nazioni colte.
Un popolo colto, che sente il pregio della libertà, difficilmente si arruola alla milizia, e, se pur vi si arruola, cerca di sottrarre quanto può alla disciplina, ragiona, esamina, giudica e o si ribella, o fugge abbandonando la bandiera; non vi è che l’entusiasmo della religione o della patria che possa farne de’ valorosi soldati.
Se una nazione naturalmente stupida si renderà padrona d’una nazione colta non sarà mai fra esse una vera concordia, perchè la dominante odierà la vinta vedendosi derisa, e la vinta odierà la dominante vedendosi odiata e disprezzata.
Facilmente un signore nato fralla nazione stupida per evitare la taccia di mancante d’ingegno ricorrerà alla furberia e simulazione, perchè fralle nazioni stupide non si valuta la pubblica opinione, nè si distinguono l’accortezza dal tradimento, la sagacità dalla mala fede; quindi avrà a soffrirsi per lo più un reggimento duro, umiliante e corrotto.
Se il Monarca di tal nazione dominante sarà pigro e abbandonerà il governo a’ suoi Ministri, il popolo soffrirà il loro orgoglio e l’avarizia loro; ma costretti a prevalersi de’ cittadini illuminati loro malgrado, per rendere buon conto di loro amministrazione ne averrà che gli uomini di merito saranno adoperati, e si farà qualche bene. Laddove se il Monarca ivi è attivo non saranno adoperati se non degli automi esecutori indifferenti ed esatti di qualunque comando; perchè la voglia di comandare è più comune che l’ambizione di ben comandare, e la vanità di operar tutto è più comune dell’amor della gloria e della fama presso la posterità, la quale s’ottiene conducendo la nazione alla felicità, cioè alla libertà civile, alla coltura e alla virtù.
Per guidare un popolo al bene e fargli abbandonare gli antichi pregiudizi non sarà mai buon ripiego l’adoperare il comando. Ogni violenza che si adoperi sarà sempre odiosa e renderà più affezionato il popolo all’oggetto che si voglia screditare. L’abuso del clero non si toglierà mai utilmente se non co’ libri e colla predicazione, e col collocare negli impieghi anche ecclesiastici uomini illuminati e buoni. Altrimenti volendo sradicare la superstizione si annienterà nel popolo anche la credenza della vita a venire, unica base della morale, e senza di cui l’uomo non ha più una intrinseca norma della giustizia e del dovere.
Un buon Principe vuole energicamente liberare dai mali il suo popolo, esamina cautamente i mezzi per ottenerlo, indi gli adopera dopo matura scelta. Si può talvolta rovesciare tutto il sistema politico d’un popolo unicamente per liberarsi da qualunque ostacolo che limiti la volontà d’un dispotico, e allora non si opera per liberare dai mali il popolo.
Se un principe sospetta sempre, e mostra di credere tutti gli uomini cattivi, sicuramente egli non è amico degli uomini. Sarà ei stesso infelice e renderà infelici gli altri uomini. Inutilmente cercherà colla organizazione di non aver bisogno de’ sentimenti. La tattica fa vincere anche senza il coraggio personale de’ combattenti; ma ne’ consigli e nell’amministrazione della giustizia la tattica politica non fa suggerire le cose utili nè vegliare alla sicurezza e felicità del popolo. È un errore funesto lo spegnere i sentimenti colla diffidenza e col mecanismo della organizazione de’ Consigli. Gli automi possono stare in linea e sparare il fucile, sin qui la mecanica giugne, ma gli automi non governano un popolo con onore e buon successo. La incertezza delle idee forma l’imbecille; la dubitazione e l’esame formano l’uomo pubblico. La presunzione e la sicurezza ne’ soli nostri lumi forma un mediocre ingegno. Chi più vede più è cauto; ama a svolgere le proprie idee e rettificarle col contrasto e coll’esame; allora poi che così le ha scelte fermamente le promove.
A chi scrivo? A nessuno. Chi ne avrebbe bisogno non si cura di leggere, e chi legge non ne ha bisogno. Perciò finisco.
RICORDI DISINTERESSATI E SINCERI D’UN UOMO DABBENE
at fas non dicere … sed fas
Un libretto che svela i vizj di coloro che abusando della credulità e debolezza altrui trovano in quella la rendita e la considerazione, deve portare odio contro del suo Autore. Lo so che faccio un cattivo contratto, difendo chi non se accorgerà e offendo chi cercherà di nuocermi: ma pure, se posso scemare il numero delle innocenti vittime e obbligare almeno i malvaggi a qualche ritegno, sarò ricompensato. Potessi almeno col mio scritto accrescere qualche poco d’avvedutezza nel popolo, e dare qualche guida a quegli onesti cittadini che si trovano nella infelicità di dover affidare o la loro vita o le loro sostanze nelle mani altrui! Io presento agli onesti uomini miei colleghi il risultato non già delle mie speculazioni, ma d’una lunga e ripetuta sperienza. I fatti che racconterò potrei provarli co’ nomi degli autori e colle circostanze; pure benché i danni che ho veduti accadere e in parte sofferti possano darmi titolo bastante per farlo, credo più virtuoso partito il dimenticare ogni personalità e non avere in vista che il solo bene che posso fare alla Patria.
Dei medici.
Poco, pochissimo ajuto possiamo sperare dai medici, e assaissimo v’è da temere; eppure l’umana debolezza, allorchè siamo infermi, si accresce, e si vedono anche degli uomini ragionevoli abbandonarsi ai medici, ai ciarlatani, ai fatuchieri. Quel filosofo ammalato che aveva sul letto talismani, amuleti, idoletti de’ numi, ebbe ragione di rispondere al suo collega che gli chiedeva di sua salute: voi lo vedete, sto male assai, e mostrogli i testimonj della propria debolezza. Vi sono però alcuni più illuminati, i quali avendo da vicino conosciuta la vanità della medicina, nemmeno colla febbre perdono la evidenza che ne acquistarono; e di tal natura sono la maggior parte de’ medici, i quali allorchè s’ammalano o non ammettono alcun collega, ovvero se per onore dell’arte l’ammettono, non mai abbandonano se medesimi ai metodi usati. Trenta anni fa si raccomandavano bibite calde dai medici per dilatare i meati, per rilasciare le ostruzioni, per purgare blandamente. Ora i medici condannano le bibite calde, che inflosciscono i visceri, levano il tuono ai muscoli, e in vece prescrivono acque fredde, gelate, bagni freddi ecc. Trent’anni fa un ammalato di vajuolo si teneva chiuso, riparatissimo dall’aria; si teneva ben coperto per lasciare adito a presentarsi alla cute la materia morbosa. Ora si vuole aria, aria fresca, ventilata, nessun riparo sul corpo infermo, acciocché non si moltiplichi l’infradiciamento e la corruzione. Alla fine del secolo passato si facevano morire di arsura i febbricitanti, volendo che il calor febbrile consumasse gli umori peccanti; ora si voglion bibite e copiose per ammorzare il calore febbrile. Da qui a trent’anni probabilmente si faranno altre mutazioni. Poco buon senso basta per illuminarci sulla ciarlataneria medica, la quale è stata l’oggetto della derisione e del disprezzo degli uomini di maggior ingegno, e persino abbandonata al ridicolo della scena comica. Io non prendo a scrivere un trattato sulla vanità della medicina; mi basta dare rapidamente alcuni cenni e invitare il mio lettore di buona fede a risolvere tre soli quesiti, e sono questi. Avete voi veduto in vita vostra un solo ammalato il quale sicuramente dovesse soccombere, e che per opera del medico sia guarito? Quando avete soltanto un legger mal di capo, credete voi che tutt’i medici uniti abbiano podestà di liberarvene? Quando vi duole un dente, trovate voi una sola droga fra gl’innumerabili vasi dello speziale che vi liberi e vi sottragga alla violenta operazione di svellerlo? La medicina è una vera meretrice con finti colori, con chiome finte, che ha finte lusinghe e finta sensibilità; abbandonati a quella, perdi tempo, denaro, e corrompi la massa del tuo sangue. Nella plebe la maggior parte delle malattie nascono dall’eccesso della fatica, e dalla troppo misera qualità del nutrimento; in noi la maggior parte delle malattie nascono dalla intemperanza e dalla irragionevolezza. I contadini, gli artigiani poveri quasi sempre risaneranno col riposo e con alimento sano e nutriente. I facoltosi risaneranno colla sobrietà, colla illarità e col moto. Queste sono le più sicure e benefiche preparazioni chimiche da presentarsi all’egra umanità. Ho conosciuti più onesti uomini che esercitavano la medicina, i quali pensavano così e ingenuamente me lo accordavano; ne ho conosciuti alcuni i quali, adattandosi alle volgari idee irriformabili e considerando la fiducia dell’ammalato come un buonissimo rimedio, sostenevano il loro magico personaggio e misteriosamente ordinavano medicamenti insignificanti per tutt’altro oggetto se non quello della opinione. A Sorisole sul Bergamasco si sono veduti immensi prodigi operati per opinione. Mesmer e Cagliostro sono due taumaturghi che hanno saputo porre in attività somma la fantasia degli ammalati, e si contano guarigioni maravigliose da essi operate. Io adunque non condanno punto chi fa il medico, avviso però il mio lettore a non abbandonar la sua vita in mano d’alcuno, a rassegnarsi alla condizione d’uomo che seco porta d’avere ora sanità ed ora malattia, a persuadersi che tutto ciò che ha un principio deve avere un fine inevitabile; e a conoscere che per far grazia somma all’arte, almeno tanti accelerano quanti prolungano il loro termine coll’abbandonarsi ai medici.
Premessa questa idea giusta di questa lusinghiera arte, ora conviene riflettere che l’arte medesima in questi ultimi secoli ha deviato dal sentiero della retta ragione e s’è infelicemente ingolfata nel mare delle chimere e de’ sogni. I principj dell’arte medica sono e saranno sempre ignoti agli uomini, e non v’è che la ciarlataneria che possa vantarsi di conoscerli. Il mistero della generazione, il mistero della nutrizione, il primo mobile della nostra macchina, tutto si sottrae alle nostre ricerche e s’asconde in una nebbia impenetrabile. Cosa è febbre? Nessuno lo sa. Come si digerisce? Non lo sa alcuno. Come operano i purganti, gli astringenti, i diaforetici, i narcotici ecc? Un impostore spiegherà tutto, ma nè s’intenderà egli sè medesimo nè un uomo ragionevole potrà intenderlo. Un’arte adunque di cui s’ignorano e s’ignoreranno sempre i principj, non si può trattarla per principj se non fondando delle ipotesi, e quindi fabbricando su basi incertissime che non reggono al peso e lasciano cadere tutto il lavoro colla sola sperienza de’ fatti. Si è creduto di conoscere per mezzo dell’anatomia il mecanismo della nostra macchina e rimediare poscia ai disordini come a quei d’un orologio. Ma l’anatomia grossolanamente ci mostra i pezzi del corpo, e sfuggono i sensi quelle parti che costituiscono la vita e dal disordine delle quali nascono i sconcerti. L’anatomia mostra i visceri nello stato di morte, e dopo d’esserci ammorbati su i cadaveri ed aver caricata la memoria di tanti nomi greci che è piaciuto di dare alle budella, non siamo avanzati un apice nella scienza di procurar la guarigione a un ammalato; anzi queste cognizioni, utili per dirigere con minor pericolo il coltello d’un chirurgo, sono una miniera di sistemi aerei, ne’ quali vanno delirando colla loro immaginazione i medici sulla azione de’ solidi, reazione de’ fluidi, sulla ragione semplice, inversa o composta delle forze operanti in noi ecc. La chimica, le di lei affinità, fermentazioni ecc. hanno somministrato un altro campo di delirj e sogni medici che militarmente schierando acidi da una parte, alcali dall’altra, ideando combattimenti, regioni prese, minacciate, hanno moltiplicata la incertezza. Ora quando non si conoscono i principj delle cose non rimane altra scorta alla ragione se non se quella de’ fatti, la quale scorta fu appunto quella che andò seguendo Ipocrate epilogando e riducendo a afforismi i fatti osservati da diecinove generazioni precedenti e depositati ne’ registri d’Esculapio, e quindi si comprende perchè la medicina dal tempo d’Ipocrate a noi o non abbia fatto verun progresso, o forse anco sia retrograda, laddove tutte le altre scienze, o quasi tutte, mirabilmente si sono innalzate. Il nostro italiano Sentorico prese il metodo ipocratico, tentò la natura colla sperienza, e dai fatti di quarant’anni ben confermati ha potuto trarne alcuna utile teoria; onde francamente asserisco che i medici correranno sempre nel vortice de’ sogni e delle opinioni, seducendo gl’incauti e rovinandoli, sin tanto che animati da un sincero amore dell’umanità, illuminati abbastanza per conoscere la vanità dell’arte, cautissimamente si limitino a imparar l’arte difficile di saper osservare e opereranno in que’ soli casi, ne’ quali colla guida ipocratica la sperienza dà un probabile risultato di poter giovare.
So ben io che un medico perfettamente sincero non otterrebbe alcun lucro o alcuna riputazione presso il popolo. Egli dovrebbe alla maggior parte de’ malati confessare di non intendere il loro male e di non saper che fare in loro vantaggio; e un medico simile verrebbe trascurato come un ignorante; ma se io accordo al medico la simulazione di mostrare di conoscere quello che non intende, di aver mezzi di sollevare quando gli ignora; se accordo al medico d’usare della debolezza e ignoranza altrui in vantaggio del debole e ignorante, a consolare, rinvigorire e risanare il quale tal specie di ciarlataneria può moltissimo giovare; non posso però risguardare se non come un ignorante pericoloso quello che non rendendosi conto esatto a se stesso delle cose che veramente sa, opera arditamente sulla vita altrui a caso. Il solo uomo ragionevole è colui che sa di sapere quello che sa, e sa d’ignorare quello che ignora.
Stabilita così la base della giusta opinione che debbesi avere della medicina e del molto da temere, e poco da sperare che v’è nell’assistenza del medico, è bene che siamo altresì avvisati delle male arti colle quali taluni abusano della nostra semplicità. Il poco che ho veduto io stesso mi autorizza a prevenire gl’incauti. Io ho conosciuta una donna stravagante, la quale per comparire in qualche modo donna maravigliosa, e per dominare meglio nella sua casa e rendere adorati i suoi capricci, si voleva far credere ammalata con febbre, e durò più di trenta anni a starsene a letto.11 Fors’anco ella giunse a persuaderlo a sè medesima. Il medico prima d’entrare a visitarla si tratteneva colla cameriera e l’interrogava sugli accidenti della notte, sullo stato del giorno ecc.; indi entrava gravemente, toccavale il polso, e fatto silenzio l’interrogava: avrebbe ella mai sofferto doglia di capo? … Gran polsista! come indovina tutto! Signor sì l’ho sofferta … E sete? Arsura alle fauci? … Che demonio! Anche questo indovina! Ma dica, Sig. Dottore, giacchè vedo che sa tutto, dica d’onde mai proviene questo dolor di capo che sì di frequente mi tormenta? … Il medico china la testa in atto di profondo raccoglimento di pensieri; nuovamente prende a toccarle il polso; l’ammalata avidamente aspetta l’oracolo. Questa testa, dice il Dottore con molta pausa. Questa testa è restata distesa … come in una forma dolente; perciò sente il dolore nella parte che le duole … Grand’uomo! esclama l’ammalata, grand’uomo! Parla come un angiolo! Vi dice le cose con una chiarezza, con una precisione, con una verità, che sorprendono sempre. Il medico passa a farle il racconto delle novelle di città, delle avventure, di quanto di ridicolo e di singolare ha potuto osservare nelle case nelle quali è stato a far le visite: la discrezione e la carità del prossimo non brillavano certamente in que’ dialoghi. Suoleva il medico tenere quell’ammalata come un fondo stabile di buonissimo frutto, ed era l’ultima visita ch’ei faceva in fine della giornata. Non partiva però mai senza scrivergli tutte le sere la ricetta, e quello che è degno d’osservazione [è] che era sempre esattamente la stessa ricetta aqua cerasarum nigrarum, succinum, laudanum liquidum, confectio Alkermes, e tutto in dose che nulla significava; ma ogni sera si scriveva, acciocchè si credesse che il rimedio variava sapientemente secondo lo stato dell’ammalata. Questo medico era uno de’ più accreditati del nostro paese.
Ho veduto altro fatto, cioè un medico che fu richiesto per visitare un’ammalata che tendeva a morire di consunzione, e siccome si temeva che il metodo de’ purganti, sul quale insisteva il medico della cura, non fosse opportuno e che il male non nascesse altrimenti da supposte ostruzioni; così si procurò dai congiunti di farla visitare nascostamente da un altro medico familiare della casa paterna della inferma; e si tentò ciò sul dubbio che facendo un consulto non si adulassero vicendevolmente i medici, come il solito; ma il medico straordinario richiesto, con intelligenza che non si sapesse, volle prima di tutto secretamente confidarlo al medico della cura, e nella sua visita adulò finissimamente il medico omicida suggerendo, come da sè, i rimedj medesimi che adoperava il medico della cura, colla quale condotta vennero ad accecarsi i parenti togliendo ogni dubbio sulla qualità del male conosciuto lo stesso da due creduti indipendenti professori. L’ammalata ne morì, ma i due medici vivono buoni amici.
Il medico comunemente è incallito d’animo. Soffra o moja l’infermo, ei mangia con buon appetito e dorme saporitamente i sonni. Sin qui non v’è da rimproverarlo, la natura umana è fatta così, che s’abitua e si rende col tempo insensibile, e per vivere lui, così deve essere l’uomo che fa il medico. Alcuni con troppa sincerità lasciano travvedere su questo articolo la loro indifferenza, e in ciò fanno un male perchè privano l’ammalato di quella consolazione che reca l’apparente amicizia del medico. Quello che è un mal maggiore si è quello di que’ non pochi Esculapj che ridicono le miserie, le debolezze, le piaghe delle famiglie nelle quali sono ammessi e se ne servono per conversazione e trastullo. Il sommo abuso poi è quello di volersi arrogare la padronanza di casa e del corpo del povero infermo, operando e tormentando le ultime ore angosciose della vita. Dalla sanità all’agonia è un terribile viaggio per la audace ignoranza degli uomini d’ogni classe, che col pretesto di farci bene ci opprimono. Dall’agonia alla morte il passaggio è più consolante, perchè nulla v’è di mezzo fra l’uomo e l’Essere ottimo e eterno. Io tremo nella incertezza del mio avenire, se mai dovrò terminare i giorni con una malattia regolare, pensando che mi troverò debole e abbattuto, esposto alla maligna curiosità, alla indiscrezione, al fanatismo, alla ardita e potente ignoranza di molte classi di uomini, senza mezzi di difendermi. Credo che a misura che i lumi e i sentimenti d’umanità faranno progressi, questo male andrà scemando; ma io non posso sperare ancora tanti anni di vita per goderne il vantaggio. Sapessi almeno quando sia la mia ora, che mi ricovrerei prima in un villaggio e leggerei in volto del parroco di campagna il dolore del mio male, sulla faccia degl’innocenti contadini vedrei qualche lacrima in ricompensa della umanità mia; la religione non mi presenterebbe che ajuti e conforto. Medici, chirurghi, speziali, parenti sarebbero in città, ed io attorniato da’ domestici placidamente pagherei il tributo alla natura… Ma l’avenire sta coperto da un velo impenetrabile. Cittadini, uomini che amate di vivere, non vi fidate ai medici; e se dovete chiedere consiglio ad alcuno, scegliete un uomo che si fidi pochissimo della sua arte, che abbia studiato il mestiere e che sia d’indole moderatissima e placidissima.
De’ chirurghi.
Se un osso mi va fuori di luogo o mi si rompe, certamente io non posso far a meno di ricorrere o a un valente scultore o a un chirurgo, a meno ch’io non m’accontenti di rimanere deforme e storpio dopo molti pericoli e spasimi. Quindi è che della chirurgia abbiamo un reale bisogno, laddove della medicina ne possiamo ragionevolmente fare senza. La chirurgia però dividiamola in due parti, giacchè sono due mestieri realmente diversissimi che fa il chirurgo. Un mestiero è dipendente dalla facoltà medica ed è falacissimo; l’altro mestiero è quello d’operatore, ed ha norma e principj sicuri. Il chirurgo per ciò che concerne i tumori, i mali cutanei, gli empiastri, i pronostici, i giudizj sull’origine e qualità e rimedj, per questa parte, dico, è ciurmatore al paro del medico. Ho osservato venire a supurazione quel tumore che il chirurgo aveva predetto doversi sciogliere da sè, e sciogliersi l’altro di cui aveva predetto dover venire a infallibile supurazione. Ho osservato incallirsi, e inveterare quelle piaghe co’ ceroti e altri empiastri, le quali coll’acqua tepida si risanavano. Ho veduto uccidere l’ammalato colla cura d’una cutanea eruzione. Questa è parte medica. Miglior consiglio è di lasciar fare il suo corso fisico e naturale a simili infermità, che d’ordinario s’innaspriscono e si prolungano co’ pretesi ajuti dell’arte. Il tumore comunemente supura da sè e si apre lo sfogo, ovvero da sè si scompone; l’acqua, i bagni, il vitto sobrio, l’ambiente opportuno e la pazienza sono i migliori rimedj da adoperare, e se la malattia è sanabile più prestamente si parte, e se non è sanabile si more con minori tormenti; e l’arte in simili malattie non credo già che possa guarir mai quel male che sarebbe conducente alla morte abbandonato alla natura. L’altro mestiero che fa il chirurgo, cioè quello d’operatore colla mano, ha principj sicuri. Chi sa l’organizazione delle ossa e il mecanismo col quale sono congiunte, può colla mano ajutata da opportuni mezzi ricondurre l’osso al suo luogo, e per la via più breve; può accomodare al suo posto un osso spezzato, sì che coll’ajuto della nutrizione venga a nuovamente congiungersi: un valente statuario potrebbe farlo quanto un chirurgo, ma quest’ultimo ha l’uso degli stromenti e uno studio particolare onde più cautamente si ricorre a lui. Chi sa l’anatomia, come saper la deve un chirurgo, può salvar la vita legando un’arteria squarciata da una ferita, può estrarre innocuamente un corpo estraneo intruso nel corpo umano; può restituire la vista liberando l’asse dell’occhio da un corpo opaco: qui non v’è dubbio alcuno che l’arte del chirurgo non abbia principj sicuri e non sia di giovamento. Ma qual abuso non fanno gli uomini di tal mestiere! Abuso per ignoranza, abuso per la smania di farsi un nome, abuso persino per cavar lucro collo spasimo altrui! L’ignoranza del chirurgo porta con sè la precipitazione de’ suoi giudizj e la ostinazione irremovibile nelle cose giudicate. Chi è avvezzo a contemplar la natura, a esercitare la sua mente nell’indagine della verità, è addestrato dalla sperienza a saper dubitare, a non determinarsi sulle prime apparenze degli oggetti, a esaminare le cose per tutti i lati possibili prima di scegliere una opinione, e scelta poi che l’abbia, sempre la tiene come una probabilità, non mai come una cosa sicura. Ma un ignorante chirurgo vede superficialmente un infermo, rapidamente lo esamina, decide che ha la pietra, lo induce a lasciarsi spaccare, e poichè gli ha fatta una enorme ferita, si trova che non vi è pietra alcuna; il fatto è accaduto, ed io conosco l’infelice che ha sofferto, vittima della ignoranza del chirurgo. Un chirurgo ignorante al primo colpo d’occhio decide che una donna non può partorire; decide che il feto si presenta male, gli fa una evoluzione dolorosissima e lunga sin tanto che trova i piedi del bambino, e per essi lo estrae, ma lo estrae morto colla sommità del capo forata dal dito dell’ignorante chirurgo che la giudicò il dorso. So d’un chirurgo che s’ostinava a prendere un cordone spermatico gonfiato per una discesa, e tormentò barbaramente un infelice per farla entrare dove non poteva. So d’un osso slocato a una spalla, che malgrado l’atrocità degli sforzi d’un chirurgo non giunse mai a riporre a luogo. So d’un chirurgo che amputò spietatamente alle radici un pene che forse poteva guarire, o essere sanato con minore perdita, e so che l’ignoranza di colui giunse a segno di dimenticare il successivo bisogno di scaricar la vescica, perlocchè convenne fare un taglio al perineo, e con una candeletta intrusavi ritrovare l’uretra da forare al sito ove eravi la piaga del primo taglio. Ecco i rischj della sempre risolutissima ignoranza di costoro, alla quale si sacrificano vittime umane. Abuso si fa dell’arte per farsi un nome, una operazione difficile un giovine chirurgo la desidera, la cerca, la fa volentieri anche su chi non ne abbia vero bisogno. Conosco un povero uomo che il chirurgo assolutamente voleva castrare, e che guarì senza perdere la sua virilità. So di una giovine alla quale voleva il chirurgo quasi a forza cavare le glandole alla gola, e atterrita seppe resistere, e guarì senza questo. So di una partoriente dalla quale volevasi estrarre a brani il feto, e il cielo lo salvò essendo naturalmente uscito nel momento crudele in cui gli era imminente la morte. So d’un uomo di sommo merito al quale un ardito chirurgo persuase di lasciarsi tagliare una fistola al perineo, la quale appena gli dava incomodo, e dalla ferita vasta e profonda l’uomo di sommo merito ne morì pochi giorni dopo per gangrena. Al collo de’ chirurghi io vorrei che vi fosse appesa una medaglia con queste parole: Posso squarciare e non posso rimarginare; la cicatrice d’un taglio si fa non da’ ceroti, ma dal sangue, e se il sangue manchi di quella qualità, il taglio non si riparerà mai più, degenera in gangrena, e si muore. Ma al chirurgo poco ciò preme, bastandogli l’applauso d’avere fatta l’operazione con franchezza, con brevità, e disinvoltura, quasi un ballerino di corda. La insensibilità di costoro giugne a segno che essendo nata disputa fra due chirurghi se un certo frate vecchio avesse delle piaghe alla gamba perchè l’osso fosse cariato, e sostenendosi all’opposto che l’osso era sano e il male fosse unicamente negli umori, i due professori si riscaldarono nella disputa e determinarono di tagliare la gamba per chiarirsene. Io so questo fatto dal giovine di chirurgia che operò sotto la loro direzione e che rimase solo nella stanza assai imbarazzato per frenare il sangue, poichè al momento che ebbero la gamba tutti gli altri con essa se ne partirono a fine di visitarla. Tutti i fatti che asserisco mi sono noti, e potrei citar le prove della verità. Se dopo ciò io diffido e de’ medici e de’ chirurghi, sebbene non l’abbia provato sopra di me, credo d’aver buona ragione. Uomini dabbene non siate facili a fidarvi, risparmiate più che potete di mettere la vostra vita nelle altrui mani, sopportate i mali della umanità anzi che esporvi a soffrire di più i mali della ciarlataneria ancora più funesti, e se dovete pure ricorrere a un chirurgo, scegliete un uomo modesto, umano, studioso, indi lasciatelo operare il meno che potete.
In una nazione illuminata la morale è il principale vincolo che unisce uomo a uomo, e l’impostura è conosciuta e screditata. A proporzione che si rischiara la mente degli uomini si vedono i medici prima abbandonare la grossolana ciarlataneria e assumerne una più colta, al che siamo giunti anche noi; poi sono costretti ad abbandonare anche questa, e conservare la sola inerente al mestiere, che è confortar con parole l’ammalato, non mai palesare i secreti delle famiglie, rispettare la buona reputazione di chiunque siasi affidato alla loro cura, diffidare dell’arte, operar poche volte quando nol facendo siavi imminente pericolo, ed osservare fedelmente quel giuramento che Ipocrate esiggeva da chiunque volesse imparare l’arte. Frattanto che la nazione non giunga a questa coltura, onesto uomo, se vuoi vivere e soffrir minori mali, tienti lontani medici e chirurghi.
Degli Avvocati e Causidici.
Per dipingere al vivo, e con sinceri colori questa classe di uomini, o per dir meglio, questa mandra che è la feccia la più corrotta della società
Chi mi darà la voce e le parole!
sì che io possa prevenire gli uomini onesti a stare in guardia! Quello che ho io stesso veduto, quello che ho scoperto di questa genìa è tale che se volessi riferire tutto, si crederebbe il mio scritto una satira passionata; tanto la verità è poco verisimile! Pure indagando i gradi per i quali passa l’uomo per giugnere a questa professione, chiaramente si scorge che non può riuscire diversamente da quello che riesce; e che la insensibilità alla ragione e alla virtù debbono essere il risultato della carriera legale quale ella è presso di noi. Un giovine dopo d’aver bene o male imparato il latino si determina al Foro. Passa in uno studio d’avvocato o di causidico, ove comincia a impratichirsi d’alcuni nomi di autori; per comodo del suo maestro va a caccia delle autorità le quali corredano le allegazioni. Lo studio è facchinesco e di pazienza. Non v’è principio veruno. In ogni caso conviene ricercare l’opinione degli autori e non già il senso della ragione umana. Autori per il sì, autori per il no, ecco quello che si presenta in ogni caso; e se talvolta qualche autore vi stabilisce un principio chiaro, non termina il trattato che non ve lo imbrogli a segno che limitando, ampliando, distinguendo, sottodistinguendo, il risultato è sempre che tutto dipende dalle varie circostanze de’ singoli casi. Primo principio adunque che si stampa nella testa dell’alunno curiale è che non si danno principj certi, che tutto è controvertibile, che l’autorità deve seguirsi e non la ragione, e che in ogni caso si può scrivere hinc inde. Questo principio comincia a eliminare l’uso della ragione e del sillogismo, dal che ne deriva nessun senso di giusto o ingiusto: per lo che osservate che la faccia d’un curiale anche giovine non si muta mai, nè mai vi leggete ribrezzo alcuno al racconto di una manifesta ingiustizia, nè vi vedete balenare giammai quel fausto gaudio che al racconto d’una nobile e generosa azione si manifesta su la faccia d’un uomo sensibile. Estinti e oppressi dal peso della autorità i germi della ragione, resi problematici tutti gli oggetti, resi i nomi di giustizia e di virtù vani e ottenebrati, eccoti l’uomo che si presenta a far l’avvocato o il procuratore. Quest’uomo così modificato sarebbe un apopletico, un imbecille stupido, se nella sua anima non rimanesse un principio di moto, il quale tutto per necessità deve rivolgersi al maneggio, alla cabala, all’intrigo per moltiplicare il profitto proprio. Nè dal correre questa tristissima carriera lo allontaneranno i principj della Religione, poichè quantunque sommo spavento abbiano i curiali del demonio e dell’inferno, pensano nondimeno che non esaminando mai i dommi e dicendo di crederli fermamente, abbiano fatto il più, onde dal cielo aver la grazia di salvarsi, al qual fine aggiungono qualche stabile pratica di culto esteriore per proccacciarsi un Santo protettore nel quale confidare. Tale ordinariamente è la loro religione che lascia loro libero il campo quasi con tranquillità di coscienza d’offuscare ogni buon diritto, d’impedire che alcuno ottenga mai quello che gli è dovuto, vadane poi in rovina qualunque famiglia, nascane poi che sa nascere. Ma la Santa Messa ogni giorno, confessarsi con qualche frequenza, mai pronunziare uno scherzo amoroso, e tutto, secondo essi, il rimanente va bene. Alcuni più giovani alunni si sono alquanto dipartiti nell’apparenza da questo originario sistema, e la coltura introdotta e sparsa più generalmente gli ha obbligati a indossare un più elegante vestito, a usare di maniere meno rozze, a scrivere con minore barbarie di quella che adoperavano i padri nostri; ma nel fondo essenziale sono i medesimi, poichè la medicina, per esempio, ha cambiato forma di studio, e dove prima era una mecanica pratica di ricettare, ora è un ingegnoso ammasso di opinioni e di sistemi; i medici erano Aristotelici, ora sono Cartesiani, ignoranti e in un caso e nell’altro, ma coltamente ignoranti oggidì: ma i curiali studiano la stessa dottrina, e il cambiamento è soltanto nella vernice.
L’avvocato e il causidico adunque non hanno comunemente idea o sentimento alcuno di vero e falso, di giusto o ingiusto; e credono che il vincere o il perdere una lite dipenda dal favore e dall’industria. Posta questa base, essi non rifiutano mai un cliente, tosto che sia in istato di pagarli; ed al cliente sempre si mostrano incerti sulla riuscita del suo affare per quanto possa essere evidente. Lo studio legale è nojosissimo e la natura vi ripugna; per ciò il curiale ordinariamente poco e superficialmente esamina le vostre carte. Il curiale è per lo più istupidito e affaticato, quindi ricorrete al vostro patrocinatore se siete appassionato, vi sbadiglia in faccia senza riguardo; parlategli ragione, parlategli sentimento, eccovi tante volte spalancata allo sbadiglio la bocca dottorale quante volte intuonate quelle corde. Il curiale uscirà con una scempiagine per troncare il filo del passionato vostro discorso. Almeno il medico finge di aver premura per voi, l’implacabile curiale con una faccia stupida vi lascia chiaramente vedere che se siete rovinato è l’ultimo de’ suoi fastidj. Regalatelo, vi ringrazia e non si muta; adulatelo, non fate nulla; rimproveratelo, si sdegna e vi abbandona.
Sin qui ho esposto i vizj di que’ curiali che non tradiscono il cliente. Ma qual fondamento faremo noi della morale d’un uomo che ha incerte idee della giustizia e che crede con alcune esterne pratiche religiose d’aver soddisfatto a’ suoi doveri? I curiali sono colleghi, amici, parenti fra di loro, sono finalmente d’accordo, perchè reciprocamente s’ajutano a spese de’ spensierati che si abbandonano nelle loro mani. Non è raro il caso che concertino fra di loro i due avversarj causidici la scena che debbono rappresentare nel giudizio. Non è raro il caso che un causidico riceva doppia mercede avvisando l’avversario de’ disegni del suo cliente. Ho veduta una famiglia ricca e onorata involta in un rabbioso litigio per l’arte d’un curiale che animò la donna di casa al puntiglio. La lite era di nessuna utilità, ma di puro impegno. In questa famiglia ricca ed onorata si facevano i congressi con varj avvocati. Il causidico instigatore s’era fatto un merito presso ciascuno di questi avvocati facendogli avere un ricco e generoso cliente. Appena terminato il congresso, l’avversario era pontualmente avvisato di quanto si stava per fare. Lunghi affanni soffrirono gli onorati padroni, che con buona fede e lealtà s’erano lasciati sedurre. Spesero qualche miliajo di zecchini. Perdettero la lite, e il procuratore ben pagato acquistò la benevolenza degli avvocati. In altra lite in cui si trattava d’un patrimonio, gli avvocati d’una pupilla ricusarono il giorno precedente alla sentenza d’accettare la metà del patrimonio offerto alla sua cliente. La sentenza gli tolse tutto. Il giorno medesimo gli avvocati avversarj, e gli avversarj causidici fecero insieme una partita a una villa; pranzarono allegramente; vuotarono del buon Borgogna; ed essendo portato un brindisi all’avvocato della pupilla, dicendogli alla vostra salute giacché avete perduta la causa… io perduta la causa? È la tale pupilla che l’ha perduta… Così rispose; e fra gli evviva passarono il convitto e la giornata vaticinando e augurandosi l’un l’altro una larga ricompensa da’ clienti che avevano litigato. Se il giudice inclini a favore d’una parte, l’avvocato e il causidico che se ne accorgono (e ai quali preme assai più la benevolenza del giudice col quale hanno sempre a fare che non quella del cliente, che eventualmente cade loro nelle mani) in vece di promovere il buon dritto del povero cliente, che si è abbandonato nelle braccia loro, anzi lo atterriscono, lo avviliscono, cercano a dissuaderlo dal promovere il suo diritto, e lo inducono a transiggere e sacrificare il suo interesse. Se con tali arti giungano ad acquistar favore presso de’ giudici, a proccacciarsi la benevolenza de’ domestici del giudice, del suo cancelliere, della sua amica, o del direttore spirituale, il curiale ha fatta la sua fortuna. I libri e le scritture poco più le guarda un curiale giunto alla celebrità. Franchezza e parole suppliscono alle cognizioni. Un tal curiale andava ad informare un giudice d’una causa ch’egli stesso non sapeva, e il timido cliente doveva interrompere e contraddire al suo stesso patrocinatore che sfigurava il fatto; pure la informazione si doveva pagare bene o mal fatta. Guai a cader nelle mani di uno di questi celebri curiali: ei, dal momento in cui v’affidate a lui, si considera padrone assoluto e dispotico delle cose vostre, e senza consultare la vostra volontà promette, sottoscrive, impegna voi. Povera gente innocente e sconsigliata che cadete nelle mani di questa corrottissima feccia di uomini, de’ quali un paese starebbe pur bene se non ne avesse, e contasse tanto meno popolazione! L’Imperatore Giuseppe Secondo ha creduto di rimediarvi con un buon libro che è il Regolamento Giudiziario. Vi vuol altro che un libro per rimediare alla immoralità di costoro!
Uomo onesto, se la disgrazia ti riduce ad aver bisogno d’un chirurgo, ovvero d’un legale; se sei infermo, ovvero se sei costretto a litigare, guardati bene di non cercare mai il soccorso dei professori più celebri. Coloro hanno già formato il loro concetto; nulla preme ad essi l’esito: prendono l’uomo come un automa, lo maneggiano come loro torna conto; in essi non troverai se non un orgoglio e pigra insensibilità. Chiama in tuo soccorso un giovine che abbia ingegno, che abbia impegno di farsi un nome, ma che non se lo sia fatto, e sopra tutto che pratichi poco e il meno che può cogli altri di sua professione. Se v’è speranza d’essere assistito bene, questo è l’unico filo per ottenerlo; ma bada bene di allontanarlo tosto che questo giovine cominci ad avere credito.
Degl’Ingegneri.
Io non tratto di quegl’ingegneri, che co’ studj felicemente seguiti hanno imparata la geometria e il calcolo; che istrutti della solidità e dell’eleganza dell’Architettura, delle leggi della Idraulica, dell’arte in somma sono una parte colta della città. Quando un uomo è passato per la traffila di una buona educazione, o riesce un cittadino dabbene o almeno non è uno sfrontato e indiscreto impostore, poichè prova il rossore di comparirlo. Tratto di quegl’ingegneri ignoranti, i quali senza teoria alcuna essendo passati a far pratica sotto d’un ingegnere ignorante, maneggiando lo squadro, la tavola pretoriana, e un livello a liquori, s’arrogano il titolo d’ingegneri e sono quelli appunto i più affacendati, i più ricercati per far le stime de’ fondi, per decidere sul prezzo de’ contratti di essi, per far le divisioni nelle famiglie. Guardati uomo onesto da costoro, sono essi impostori facendieri che non la cedono nè ai medici, nè ai chirurghi, nè ai dottori; e non solamente esercitano una falacissima facoltà, ma non di rado la esercitano con mala fede e propendendo da un partito. Per convincerci della fallacia loro sulle stime esaminiamo rapidamente le stime delle terre e le stime delle case, e vedremo quanto siano arbitrarj e ideali i loro principj.
La stima d’un fondo di terra nasce come una conseguenza dalla attuale fecondità di essa, ovvero dalla ventura possibile fecondità sottraendovi le spese per ottenerla. Se vogliasi sapere la fecondità attuale d’un campo, questa è la notizia d’un fatto; sconsigliato è colui che domanda a un ingegnere quanto effettivamente produca un campo che l’ingegnere vede per la prima volta. Il colore della terra, l’aspetto delle piante e della vegetazione annua possono indicare bensì sterilità o fecondità, ma non mai il grado preciso da cui si raccolga il vero e reale annuo prodotto. Il contadino che coltiva il campo, il castaldo che sopraintende ai poderi, essi lo sanno; i libri d’una regolata amministrazione lo indicano. Perchè dunque ricorrere a un ciarlatano per apprendere da esso quello ch’ei medesimo non può sapere se non interrogando il contadino? Perchè non l’interroghiamo noi medesimi? In fatti l’ingegnere per esercitare questa grossolana arte magica si pone a rimirare il campo, col contadino da una parte, col castaido dall’altra, e interrogandogli scrive quello che da essi intende; indi come dal tripode pronunzia l’oracolo sul valore del fondo. L’arte umana non può a priori calcolare la fecondità d’una terra. Che se l’unica guida per avere il vero attuale prodotto d’un fondo è il fatto, cioè quanto grano, seta, vino ecc. se ne ricavi in una annata comune, evidentemente se ne deduce che tutta l’arte arcana dell’ingegnere si restringe a mendicare dal contadino quelle notizie che ciascuno può dal medesimo ottenere. Un solo istante di riflessione basta a far conoscere che molto ancora più astrologica e ciarlatanesca sarà la stima dell’ingegnere se pretenda calcolare il prodotto possibile d’una terra, poichè sarà sempre incerto il dato della spesa da farsi per una nuova coltivazione, e incertissima l’eventuale fecondità nella ipotesi della nuova coltivazione. Quindi la scienza di stimare i fondi di terra è una solenne impostura, e per convincere ognuno provisi a far seguire la stima del fondo medesimo da due ingegneri, senza che l’uno sappia dell’altro, e col fatto si vedrà che pronunzieranno assai diversi risultati. Che se falacissima è la stima de’ fondi, ancora più ridicola è la stima che fanno gl’ingegneri delle case. Consideri ognuno che più case della stessa ampiezza [e] del disegno medesimo, poste in siti diversi, hanno valore diverso più del doppio e più del triplo. Suppongasi una casa in un villaggio, l’altra nel centro d’una città popolosa, l’altra in un sobborgo della città; sieno esattissimamente simili; posto ciò ognuno vede che quelle tre case ugualissime debbono avere una stima disegualissima. E quale sarà la norma? L’opinione, il capriccio, il favore, e non di rado la subornazione in favore d’uno de’ contraenti. Io ho conosciuto un ingegnere scelto di comune accordo fra chi doveva comprare e chi doveva vendere una casa, il quale vestitosi della importante persona di padrone, accettando gli omaggi delle due parti, pesando il valore e l’ossequio si determinò a beneficare insignemente il venditore e stimò la casa al di più di quanto poco prima erasi venduto il più magnifico palazzo della città. Il modo poi di fare questa stima fu di passeggiare per tutte le stanze e dettare a uno scrivano a ogni stanza per esempio così: Sala di venti braccia di lunghezza e dieci di larghezza con soffitta a chiodi dorati ecc., di fitto annue £ 700; altra stanza ecc., £ 300; altra £ 250 e così assegnando un supposto capriccioso fitto ad ogni stanza ascese a circa dodici mila lire di pigione; e quindi calcolando al moderato prezzo del 4 per cento, e dedotte le riparazioni e i tributi, emerse il valor della casa al doppio di quello che pochi anni prima era stata pagata. La stupidità di questo metodo è evidente, perchè tutti i dati, e tutti gli elementi sono aerei quando realmente la casa non trovisi appigionata. Questo stesso ingegnere che per fatalità fu scelto a formar la stima e la divisione in una famiglia aveva assunto un tuono dispotico e da padrone, e s’era dimenticato d’essere un estraneo che vive col suo mestiere mercenariamente. Stimò i fondi esageratamente da una parte, li stimò con più giusta misura dall’altra parte. Così intendeva che a gara si dovesse dai contendenti impetrare la protezione sua per avere nella propria porzione delle terre che avessero un prodotto vero e non ideale. Una delle parti finalmente lo colse approposito mentre s’era arbitrato di sostituire a un piano già accordato un altro e giugneva a sostenere che non vi fosse mutazione, e resa così manifesta la sua prevaricazione e mala fede potè con giustizia ricusarlo. Il fatto è tale quale lo espongo. L’ingegnere ebbe 450 zecchini in pagamento di sì bell’opera. So che vi sono degli uomini in questa professione che non operano così; ma so che più si opera col maneggio e colla briga che colla scienza, e che la massa vive a spese della ignoranza e della pigrizia altrui con una impostura solenne. Nella consegna e riconsegna de’ fondi per lo più i fittajuoli guadagnano l’ingegnere, e dal tripode si pronunzia la sentenza di quanto gli si debba pagare dal proprietario; dico dal tripode, poichè gl’ingegneri si vantano di non dover mai render ragione di quanto asseriscono, e quindi è che costoro si considerano e sono dispotici padroni del paese, come diceva il mio illustre amico Frisi.
Da questi brevi cenni che ho dati, i quali potrebbero servir di abozzo d’un vasto libro, ogni onesto uomo deve cavarne il suo profitto. Io ho raccontato fatti a me noti. Difidiamo de’ medici, de’ chirurghi, de’ legali e degli ingegneri, e in somma di tutti questi negozianti che non hanno per capitale che ciarle, e che vivono della debolezza e imbecillità del popolo. Se la ragione andrà facendo progressi nella nazione dovranno costoro contenersi e accostarsi almeno in apparenza alla probità; ma sin’ora hanno bel giuoco. Io non nego già che anche in queste classi vi sia sparso qualche uomo dabbene; dico che la massa è corrottissima; dico che è cosa di sommo pericolo l’affidare la vita, la roba, la convenienza a costoro; dico che bisogna singolarmente star lontani da quelli che in queste classi parasite hanno maggiore celebrità, perchè sicuri sul concetto pubblico a man salva sacrificano chiunque. Dico che sono classi parasite, perchè vivono e campano senza contribuire alla ricchezza o riproduzione, unicamente sottraendo e smungendo l’alimento dai creduli o disgraziati che cadono nelle loro mani. Questo ho scritto per bene de’ galantuomini; ma prevedo che pochi apriranno gli occhi e saranno per profittare della mia sperienza; alcuni che avranno provati i mali che riferisco accorderanno che ho detto la pura verità senza esagerazione.
ALCUNE OSSERVAZIONI ECONOMICHE ATTINENTI AL MILANESE
Nel nostro Stato poco si coltiva il canape. Prendiamo dal Bolognese, dal Piemonte e in qualche parte del Mantovano le cose di canape. La tela di canape per pagliacci, scene da teatro, platfonds e sacchi è un oggetto che costa l’annua uscita di ducento mila lire. La corda la paghiamo all’estero cinquantamila lire annue. Il canape materia prima lo riceviamo dal forestiere per centocinquanta mila lire all’anno. L’oggetto importa da circa quattrocento mila lire di annua uscita. Resterà da esaminare se la coltivazione del canape fosse mai meno lucrativa delle altre. Forse il lino, di cui trasmettiamo all’estero una raguardevole partita, è più conveniente. Il problema si riduce a conoscere quale dei due generi di coltura produca a eguali condizioni maggior somma di annuo valore.
Si dice che prima del rigidissimo inverno del 1709 la Riviera del Lago di Como fosse piena di ulivi, i quali allora perirono. Dubito che la fisica ci ponga nella dipendenza dalla Riviera di Genova per l’olio d’ulivo. L’articolo dell’olio cagiona allo Stato l’uscita di un milione. Abbiamo il seme di lino, abbiamo il noce e altri semi che ne danno. Si è tentato il colsat ma con poco effetto. Non so per qual motivo siasi abbandonata la coltivazione del Sesamo, che anni sono si era proposta. So che le cose utili non sono derelitte quando interessano la ricchezza, e gli uomini non s’ingannano nel loro giudizio su tale argomento. Fu abbracciata da noi nel secolo passato la coltivazione insolita del grano Turco, sebbene si avesse in orrore il moto della terra; perciò su questi due primi articoli ne faccio un cenno, sebbene poco io speri che si possa fare di reale per diminuire la nostra dipendenza.
Molto si è detto sulla coltura delle api. Qualche cosa mi sembra che si possa fare. Credo che i calcoli fatti sulla carta da chi, trovando che un alveare produce il valore d’uno scudo, ne giganteggia l’entrata moltiplicandoli, siano erronei perchè quelle mosche non vivono senza pascolo, e i fiori convenienti al loro cibo non sono infiniti. Per nodrire cento alveari converrebbe disporre un pezzo non piccolo di terreno ad una piantagione destinata per essi. Se però non spero molto, nemmeno dispero che possa promoversene la coltura, e infine si tratta niente meno che di diminuire la uscita annua di treccento mila lire in cera e di otto mila in mele.
Le viti del Milanese non bastano al nostro bisogno. Ne’ contorni di Varese se ne raccoglie abbastanza per farne un trasporto agli Svizzeri ed a Casal Maggiore se ne trasmette agli esteri; in tutto ne diamo ai forestieri da sessanta mila brente, ma queste vengono largamente sbilanciate da centoquaranta mila brente che riceviamo dal Piacentino, Oltrepo e Novarese. Siamo per ciò perdenti più di un milione all’anno. Sarebbe da esaminare se vi sia mezzo da moltiplicare le viti senza che le altre colture d’altrettanto si impoveriscano. Parimenti sarebbe da osservarsi se nella scelta delle viti non vi sia da migliorare, se il tempo da raccogliere l’uva, il modo da premerla, la usanza della fermentazione, il metodo da custodire il vino e simili oggetti possano essere migliorati con istruzioni, catechismi, e premj, giacché i nostri vini non sono paragonabili ad altri che si fanno in climi e più caldi e più freddi del nostro.
È vergogna nostra il non saper fare la colla da falegname e il vedere le botteghe di quasi tutti gli artigiani con questa materia che compriamo dalla Germania. Costerebbe poco il fabbricarla da noi, e daremmo valore a de’ rifiuti di macello.
La carta da scrivere, malgrado le belle promesse de’ Frati Cisterciensi, non vale quella che si fa sul Bergamasco, ove si trasmettono i nostri stracci. Una città di lusso come Milano non manca di materia prima per fare carta eccellente. Ma la smania di correre dietro alle cose maravigliose e difficili ci fa perdere tutto.
Noi compriamo dagli esteri per più di 50 mila lire biacca, cinabro, minio e verderame. Perchè non impieghiamo noi i nostri a cavar questi colori dai metalli?
Ci perdiamo in voler fabbricare stofe e panni fini e compriamo le coperte di lana tutte dal Bergamasco spendendo più di cento annue mila lire. Perchè non promovere almeno questa grossolana facile e necessaria manifattura!
I lavori di lana a maglia servono per le calze e berette de’ contadini. Si tratta d’un oggetto che oltrepassa dieci mila doppie d’annua uscita dallo Stato. In vece di mantenere con questo denaro tanti sudditi Veneti e tanti Svizzeri, perchè non adopreremo i rinchiusi nelle case di correzione, perchè non renderemo operose le mani delle orfanelle? Questa manifattura è preferibile all’altra de’ merletti.
Si vuole incautamente il lusso, e la Fabbrica Guaita di Como, che è la sola, non ha mai potuto reggere da sè. Pensiamo al vestito del popolo. Per un signore coperto di panno fino vi sono cento poveri uomini vestiti di mezzelane e di grograni. Venti mila annui zecchini noi spediamo ogni anno nella Svizzera e nello Stato Veneto per averli. Quanto è più facile il piantar tali manifatture!
Lo stesso dico della saglia di lana che ci viene da Bergamo, dalla Germania, dalla Francia, e dall’Inghilterra. Questa è manifattura che non esigge che d’essere filata e tessuta. Si tratta di treccento cinquanta mila lire che perdiamo ogni anno.
I panni grossolani di Bergamo, Bassano e del Nord sono assai più facili a lavorare che non i fini, e si tratta niente meno che di mezzo milione all’anno che esce dallo Stato di Milano per provedersene.
Anni sono si è tentato di fabbricar sapone.11 Ora languiscono o sono spenti i tentativi. Si tratta di ben quattrocento mila lire annue che paghiamo ai Genovesi per quest’oggetto. Perchè trascurarlo!
Quanti altri lavori d’uso popolare ignoriamo noi! Eccone un breve cattalogo.
Lapis nero e lapis rosso. Quest’oggetto è d’uso comune. Non se ne fa punto da noi.
Corde di cembalo, salterio ecc. d’uso comune non se ne fa.
Carta dorata, carta innargentata d’uso pure comune non se ne fa.
Oro e argento falso in libretti, tutto viene dall’estero.
Oro macinato serve per bronzare alcuni mobili, non se ne fa.
Non v’è da noi un orefice capace di fare una cassa d’oriuolo da tasca, tutto viene dall’estero.
Non v’è orefice capace di lavorare una tabacchiera d’oro a ciarniera, e abbiamo una strada di orefici!
I lavori di smalto anche i più grossolani nessuno sa farli, onde persino le croci degli ordini di cavalleria vengono dall’estero.
Gli aghi da cucire nessuno sa farli.
Le spille nemmeno vi è chi le fabbrichi da noi.
I bicchieri e lavori di vetro da noi sono grossolani in modo che a nessuna persona civile servono.
Le luci da specchio nemmeno le più piccole per uso popolare non si sanno fabbricare da noi.
Dopo questi cenni non dirà poi ogni uomo dabbene che non sanno quello che si peschino coloro che diriggono gli affari pubblici del nostro Paese, e si vantano de’ progressi della nostra industria! Essi nemmeno sanno i fatti scritti in questa carta; per saperli ho dovuto impiegarvi alcuni mesi ed anni; e gli avrei detti alla Società Patriotica se avessi veduto un filo di speranza almeno ch’ella diventasse utile. Ma l’ho veduta sino dapprincipio abbandonata a personalità, a intrico, a partiti, e me ne sono sottratto. Il governo cattivo rovina ogni germe d’industria, e riduce un popolo alla indifferenza del ben pubblico, e la indifferenza pel ben pubblico difusa nel popolo perpetua un governo cattivo. Il male non ha rimedio.
MEMORIA SU NICOLA PECI
La sera del 6 maggio 1788 morì Nicola Peci commendatore dell’Ordine Militare di S.to Stefano. Quest’uomo significò molto nel Governo di Milano per lo spazio di ventidue anni. Egli era nativo di Siena, poverissimo gentiluomo; andossene a Roma e vi si trattenne nello studio d’un avvocato colla speranza di trovare collocamento. Non potendo continuare accettò d’essere canonico a Siena, dove avendo fatta conoscenza con Miladi Walpol, pel di lei mezzo acquistò il favore di Richecourt e un piccolo impiego in Firenze.
L’abate Giusti, che a Vienna era alla testa del Dipartimento d’Italia, dopo di aver conosciuto da vicino per molti anni in Milano la tenacità e la prepotenza dell’aristocrazia lasciata dai Spagnuoli, il dispotismo del Senato e l’ostinata opposizione che s’incontrava per ogni utile stabilimento, pensò di sostituire alle cariche vacanti uomini educati diversamente, dai quali non aspettarsi renitenza per le riforme ch’ei divisava di recare. Chiese due Toscani per collocarli in Senato, e dal conte di Richecourt venne nominato il Sig. Nicola Peci per uno de’ due, e così venne fatto Senatore circa l’anno 1763.
Il Sig.r Nicola Peci era uomo d’una dolce e amabile società, di carattere molle e voluttuoso, di suo fondo alieno dall’ambizione e da ogni impeto, paziente ma non contenzioso nel lavoro, avente idee chiare ma non sublimi, uomo colto ma non dotto, di carattere soverchiamente timido, la quale ultima qualità contribuì principalmente alla sua fortuna rendendolo circospettissimo nel discorso e sommamente defferente a sostener quella opinione che fosse più piacevole a chi era armato del potere.
Egli in Senato nella causa fra i fratelli Conti Archetti era Relatore e restò solo in voto, sostenendo il partito che era stato favorito dalla Corte; e seppe simular tanto bene nelle informazioni che malgrado la scaltrezza de’ Curiali tutti lo credevano d’un parere opposto a quello ch’ei palesò. Questa era una proprietà sua veramente singolare ch’ei rappresentasse e riferisse le ragioni contrarie con tutta la lor propria evidenza, senza artificio veruno per diminuirne la forza; indi concludesse con opposto sentimento senza allegare motivi valevoli a distruggere le contrarie ragioni.
Era insolita la casualità nel Senato che un Relatore rimanesse solo, e che l’unanime parer contrario prevalesse, poiché cautamente i Relatori divisavano le opinioni prima di avventurarsi, e tacitamente eravi la convenzione di valutar sommamente l’opinione del Relatore, dalla qual reciproca defferenza nasceva il potere terribile di ciascuno individuo del Senato. Questa mortificazione la diede il Senato al Senator Peci, non saprei se mosso più dalla giustizia che dalla brama di umiliare questo nuovo Senatore che non aveva adottato quelle esteriorità di contegno Spagnuolo che gli altri riguardavano come sacre e inviolabili, e che lasciava conoscere d’aver collocata la sua speranza nell’aderire alla Corte e al Governo anzi che uniformandosi allo spirito di corpo, come aveva fatto un altro Toscano di lui collega. Dopo tal fatto il Signor Peci non poteva più vedersi in Senato, e la vita di Senatore che gli era dapprima gravosa per la lunga e nojosa sessione, per le lunghe udienze e per le ore che gl’impedivano la vita sociale, gli divenne insopportabile colla società di persone animate contro di lui. Si pose quindi con ogni assiduità a coltivar la benevolenza del Conte di Firmian e non dimenticò di guadagnarsi il suo cameriere Giuseppe Diletti Toscano, facendo la corte alla di lui moglie. Il secretario Castelli pure Toscano, che aveva sommo potere sull’animo del Conte di Firmian, era stretto seco lui d’amicizia. In quel tempo si pensava a impinguar l’Erario Regio togliendo dalle mani dei privati le regalie e restituendole alla Camera, che le aveva alienate o per donazione o per vendita ne’ secoli precedenti. Il Conte di Firmian secretamente incaricò il Signor Peci di stabilir le massime per dar rimborso ai possessori; e le massime ch’ei stabilì furono le più favorevoli alla Camera, e talmente ingiuste a danno de’ privati che in buona parte la Corte medesima se ne dipartì. Quest’oggetto delle regalie stava molto a cuore ai Fermieri Generali e con essi a quanti avevan parte col governo di questo Stato, giacché speravasi di poter fare a spese de’ possessori delle regalie un fondo bastante alla Camera di Milano per mantenervi il Reale Arciduca Ferdinando senza abolir la Ferma. Quindi le opinioni del Signor Peci colimavano cogl’ interessi di quei che avevano maggior parte nel destino del Milanese: alla utilità delle sue opinioni si accoppiava la placidezza delle sue maniere, decorosamente officioso, e quindi ottenne d’esser liberato dalla vita Senatoria eriggendo una nuova commissione e facendolo capo del Collegio Fiscale. E questo fu il primo passo ch’ei fece probabilmente senz’altro disegno fuori che quello di sottrarsi a una vita dura e incomoda.
L’idea di questo Collegio Fiscale era aderente a quella della redenzione delle regalie. Pareva cosa ragionevole che il Fisco, ossia la Regia Camera dovessero esser diretti con principj stabili e uniformi, e non variabili secondo le opinioni di ciascun Avvocato Fiscale, i quali essendo più e cambiandosi, e operando ciascuno da sè e dipendendo dall’arbitrio de’ Presidenti il chiedere il suo voto più all’uno che all’altro di essi, ora opinavano in un modo, ora in un altro con una variabile giurisprudenza.
Si pensò quindi a formare un corpo di questi Fiscali e a dargli un Capo, da cui solo dipendesse commettere un affare e che avesse facoltà di correggere e cambiar le opinioni degli Avvocati Fiscali prima ch’esse fossero presentate ai Tribunali. Questa odiosa commissione che limitava l’arbitrio dei Presidenti e che degradava gli Avvocati Fiscali sottoponendoli nel loro ufficio alla censura, cercò il Signor Peci in qualche modo di compensarla facendo eleggere dalla Corte col titolo d’aggiunti al Collegio Fiscale varj giovani i quali lo assistessero, e del successivo collocamento de’ quali egli ebbe cura. Peci amò di collocar varj e riuscì a beneficare molti cittadini, il che formogli un partito di persone a lui affezionate ch’ei seppe conservarsi colla pacatezza del suo naturale. Ma questa nuova istituzione non potè reggere, e quindi nel 1771 all’occasione che il Conte di Firmian lo condusse a Vienna qual uomo di sua confidenza per sistemar le cose per l’imminente residenza del Reale Arciduca in Milano, volendosi abolire il nuovo Collegio Fiscale, convenne far una promozione di Peci, che fu fatto Consultore di Governo per gli affari di Giustizia. Era concertato che due consultori assistessero al Governo, quantunque i riguardi che l’Augusta Maria Teresa aveva per il vecchio consultore Silva avessero posto nel piano tre consultori, Silva, Peci e Cristiani, da ridursi in due soli alla prima vacanza: Peci e Cristiani credevan certamente di rimaner soli, e il destino in vece gli ha gettati i primi nella tomba, vivendo attualmente il Consultor Silva colla sua mente vegeta all’età di 96 anni.
Dacché fu Consultore il Cavaliere Peci si guadagnò l’animo della Real Arciduchessa, non meno che del Reale Arciduca. Non ebbe più commissioni odiose, e colla sua placidezza e colle sue maniere gentilmente dignitose ei si acquistò la benevolenza di molti. Cambiò il nome della carica, e in uno di quei sistemi di corto periodo che si succedevano l’un all’altro fu chiamato Secretario di Stato. Quindi abolita tal carica fu Vice Presidente del Consiglio Governativo, nella qual carica morì.
Egli mancò d’ogni energia sì di mente che di animo. I nemici del Conte Verri avevano ordita la trama di perderlo sotto il piissimo Regno di Maria Teresa col farlo comparire autore d’un Lunario ch’ei non aveva fatto, e nel quale si volevan trovare delle empietà che non vi erano. Il Signor Peci secondò questa traccia, nella quale si voleva anche involgere Paolo Frisi e qualch’altro giovine di merito del paese. Non ebbe ripugnanza alcuna il Signor Peci di dar l’opera sua a tal raggiro, che terminò poi colla disapprovazion della Corte sulle procedure fatte dal Governo e colla derisione delle poche persone sensate, le quali facilmente colla semplice lettura del Lunario conobbero che non partiva dalla penna alla qual si voleva attribuire. Volevasi dal partito Gesuitico collocare il Padre Boscovich a Milano, dove insegnava la matematica nelle Scuole Palatine il Padre Frisi, che il Signor Peci aveva trattato e conosciuto in Toscana, e pure si prestò non senza simulazione ad eseguire un tal progetto, che dalla Corte fu poi rifiutato. Peci doveva la sua fortuna al Conte di Firmian, pure cedendo alle insinuazioni del Conte Cristiani egli sottoscrisse un progetto alla Corte per levare tutta l’autorità dalle mani del suo benefattore e dividersela con Cristiani. Queste sono macchie del suo carattere, il quale aveva, come dissi, la debolezza e timidità per base; quindi non aveva nè violenta ambizione, nè violenta cupidità di guadagno, nè violenta invidia o odio violento, nè opinione alcuna ch’ei fosse disposto a sostenere con energia: ma occupato timidamente di viste private e personali, ei beneficò alcuni perchè sentiva di aver bisogno di appoggi, ma non si avventurò mai per far bene. Non si lasciò corrompere o comprare da alcuno, ma prendendo la Croce di S. Stefano si rese capace di aver pensioni ecclesiastiche, e ne ebbe; cosicché alla fine tutto compreso soldo e pensioni, aveva da due mila zecchini annui da disporre. Egli però da uomo savio fu sempre misurato nelle spese e nel vestito e nell’equipaggio e nell’alloggio giunse appena ai limiti della decenza, e si crede ch’egli continuamente soccorresse i suoi parenti in Toscana, il che ridonda in elogio del suo cuore.
Considerando quest’uomo come un Ministro, egli merita d’essere riposto nel numero dei volgari senza grandi vizj e senza grandi virtù. Egli non aveva amore pel ben pubblico e per la giustizia e non conosceva la vera gloria; ma nemmeno era persecutore nè prepotente. Ei cercò di promovere i buoni studj nell’Università di Pavia e vi contribuì; non so poi s’egli sia stato colpevole di dare alle dispute Teologiche quella importanza che le fa primeggiare, e che prepara al secolo venturo una schiera di fanatici; inclinerei a discolparlo, poichè egli era sciolto dai vincoli della superstizione e superiore agli errori volgari in questa materia. Un anno prima di morire ei si guadagnò la benevolenza pubblica con pochissima fatica, e questo fatto prova piuttosto l’abiezione dei Milanesi che l’eroismo del Signor Peci. Era partito per Vienna il Signor Conte di Wilzech Ministro Plenipotenziario, rimaneva Peci alla testa del Governo del Milanese. Una squadra di soldati invalidi con un nuovo uniforme erasi collocata in Milano col titolo di Police per mantenere in pace e in ordine la città. Per primo esordio costoro avevano bastonato varj cittadini, volevano impedire che nessuno per le strade di notte potesse cantare. La città fremeva; i fogli pubblici raccontavano i tumulti che allora si sviluppavano nelle Fiandre Austriache contro le novità. Peci comandò che la Police cessasse di fare insulti, e questo natural sentimento d’un uomo timido fu accolto come un tratto singolare di benevolenza. Non terminò però d’essere alla testa di questo paese che non commettesse una azione che non si saprebbe a qual principio attribuire. Una meretrice che stava nella contrada di S. Raffaello fu presa dalla Police, anzi prescelta essa sola fra sei altre domiciliate nella stessa via. Il Direttore della Police fu di parere di farla trasportar per un anno nel carcere di correzione. Peci approvò questa condanna, anzi la rese più ignominiosa, aggiugnendovi di sua privata autorità che fosse tradotta con appeso un cartello al collo, e radendogli il capo, e questa sentenza fu eseguita il giorno dopo della di lei carcerazione, senza che fosse stata difesa, e senza la cognizione d’alcun Tribunale. Fors’anco Peci s’imaginò d’indovinare il piacere del Sovrano. Tale è la memoria che ha lasciato dopo di sè il Signor Peci, ed è stata esposta su questo foglio senza amore e senz’odio, null’altro avendo in vista che la semplice verità.
IDÉES SUR LA SOCIETÉ
Si la nature avoit doué tous les hommes d’un même degré de force et d’adresse peut-etre n’y auroit-il point de societé; plus j’examine la nature de la societé, plus je suis persuadé que c’est le parti des faibles qui par la reunion de leurs forces ont voulu se garantir de la violence d’un seul. Il y a toute apparence de croire que le dispotisme ait donné naissance aux societés.
Pour peu qu’on raisonne sur les loix de la nature on trouvera qu’il n’y en a d’autre que la force. Le plus fort comande au plus faible; or comme le tout est plus fort que la partie, toute la nation comande à chaqu’un de ses membres.
C’est une chimere que la liberté primitive de l’homme, l’etendue des desirs est toujours plus vaste que celle du pouvoir, et pour être pleinement libre il faudroit pouvoir faire tout ce qu’on veut. La gravité nous empeche de voler, la construction de nos membres nous empeche de courrir comme des chevreuils, et des hommes ou d’autres animeaux plus forts que nous nous limiteront à leur gré notre liberté. La societé n’est donc qu’une union de volontés pour conspirer de concert à se garantir des plus forts, elle est une correction de la distribution inegale des forces faite par la nature.
Pour que cette union de volontés subsiste, il faut qu’il y ait une regle generale et universelle qui empeche que chaque membre en suivant ses penchans ne detruise cette union; on a donné le nom de Loi à cette regle, quicomque en sort leze plus ou moins la societé qui rentre dans l’état de nature et traite le coupable avec la loi de la nature savoir la force.
On dit que la loi impose un devoir. Qu’est-ce que devoir? Si on entend par ce mot la necessité ou l’on est de choisir entre une telle action ou la vengeance publique scavoir la force, ce seroit comme si on disoit que l’on est puni en violant les loix.
Si on entend par le mot de devoir le remord ou l’infamie qui nous en resulte par l’infraction des loix, c’est encore une punition qui nous vient ou du juge eternel, ou de l’opinion des hommes, c’est comme si on disoit que la violation des loix est punie par un tel chatiment.
Si en entend par ce meme mot devoir un rapport qui est etabli par Dieu même entre nous et les loix, on revient toujours au meme, et on dira quicomque ose enfraindre la loi est puni par un Juge inevitable.
Le principe qui a formé toute societé c’est donc la crainte, le principe qui anime les diferens gouvernemens c’est la crainte.
Dans la republique la crainte qu’un ne s’eleve et qu’il n’ôte la liberté est le principe qui fait cherir les loix, et qui met tout citoyen en vedette sur les affaires de l’état.
Dans la Monarchie les sujets craignent le dispotisme, cherchent la Democratie et sont attachés par la aux Corps depositaires des loix qui doivent veiller à la conservation de l’état.
Dans le Dispotisme le peuple craint la mort, et le Souverain craint la revolte.
Les hommes ne sont donc liés que par une mefiance reciproque; mais cette mefiance plus ou moins grande est une sensation desagreable dont ils voudroient bien se défaire.
C’est une espece de servitude que de craindre continuellement qu’un autre ne puisse nous faire tort impunement. Le sentiment qui nous porte à la liberté s’il ne trouve point d’obstacle nous porte jusqu’à la Tirannie. Car notre defiance diminue à mesure que les autres sont dans notre dependance.
L’homme le plus entreprennant et le plus ambitieux est celui qui sent plus vivement la crainte du mal que les hommes peuvent faire; qu’on me dise qu’un tel est ambitieux; plus il l’est, plus je concluerai qu’il a souffert de la fierté et du mépris de quelqu’autre.
S’il y a quelque chose de bon dans l’ambition c’est qu’elle fait ressouvenir de tems en tems aux hommes qu’on ne doit point mépriser ses egaux: mais les hommes qui jugent par le succès s’obstinent à regarder l’ambitieux qui a reussi comme un homme extraordinaire qui ne tire pas à consequence pour les autres.
L’amour de la libertè dans le coeur de l’homme est un levain qui fermente sans cesse; il semble etouffé dans les païs Despotiques; c’est un feu pressé qui de tems en tems cause de tremblemens horribles.
Ainsi la crainte est le principe universel de toutte association. L’amour de la liberté, l’ambition méme, l’eroisme peut etre sont de production de la crainte. On apelle pusillanimité, lorsque la crainte n’a qu’un motif moindre que nos forces. On l’apelle terreur lorsque le motif est plus fort de nous. L’homme qui est mu par un seul objet est un lache, la crainte combinée des objets à venir donne la prevojance, l’amour de la liberté, la valeur et l’heroisme. On n’a pas osé analizer la crainte, du moins aucun que je sache ne s’en est occupè jusqu’à present. Cependant je la crois la mere de tout ce qu’il y a de perfection dans l’homme.
NOTE
[1] Sotto il dispotismo non si ardisce pensare, meno poi scrivere: quindi poche memorie abbiamo sul governo della Spagna nel secolo passato. Da un M.S. però che trovasi presso il Sig.r Principe Belgiojoso, opera del Senatore Gio. Batta Visconti, intitolato Stato della Repubblica Milanese l’anno 1610, vedesi in qual forma il Conte di Fuentes allora governasse lo Stato. Il Senatore era testimonio vivente, e ci lasciò memoria come il Fuentes da sè e senza saputa d’alcun Tribunale spediva chiunque in galera (così si visse in Milano dal 1600 al 1610). Il Senato fece alla Corte le rimostranze; la Corte riprovò il dispotismo del Governatore e comandò che la giustizia punitiva si reggesse dal Senato, di che se ne rise il Fuentes che perseverò a far incarcerare e legare al remo a suo arbitrio. Fuentes senza darne nemmeno notizia alla Corte impose a suo capriccio de’ nuovi carichi, e siccome il Vicario e XII di Provvisione ricusarono di concorrervi, Fuentes se ne sbrigò col farli tutti metter prigione. La manifattura delle armi era da noi un ricchissimo articolo d’industria, Fuentes per una ridicola politica di non dare armi ai vicini proibì l’esportazione, e rovinò così una cospicua manifattura nazionale (veggasi il M.S. fogl. 279 e 284 tergo). Nè qui col solo Fuentes termina la serie. Altro M.S. dello stesso Senatore Visconti conservasi dal Sig.r Principe che ha per titolo Governatori in cui a’ fogl. 350 tergo leggesi che Don Pietro de Toledo (Governatore dal 1616 al 1618) di sua dispotica autorità fece impiccare un uomo che serviva il Marchese del Maino senza partecipazione del Tribunale di Giustizia. E così poco riguardo il Toledo mostrò verso del Monarca che arbitrariamente levò la carica di Gran Cancelliere a D. Diego Salazar nominato dal Re, e conferì tale cospicua dignità a Don Giovanni Salamanca; il che saputosi dal Re, altamente disapprovò il fatto e comandò che il Salazar venisse repristinato; e se ne rise il Toledo, e Salazar non ebbe più carica, di che veggasi il M. S. suddetto fogl. 349. Nel libriccino stampato che ha per titolo Vita del Presidente Aresi a pag. 270 leggesi che D. Luigi de Guzman Ponze de Leon (che fu Governatore dal 1662 al 1668) di sua dispotica autorità fece impiccare un miserabile orbo che cantava canzoni per le strade:11 si piantò secretamente la forca alla piazza de’ mercanti a porte chiuse e di notte venne strozzato e sepellito senza partecipazione di alcun Tribunale. I saccheggi che i Governatori poi facevano erano enormi: veggasi il libretto stampato intitolato Il Governo del Duca d’Ossuna nello Stato di Milano a pag. 38. Quel signore ammassò ben cinquecento mila once d’argento di regali. Non può negarsi che il governo fu assolutamente dispotico a rovina del Sovrano e del popolo, e la Città fiorentissima di Milano fu annichilata.
[2] Per conoscere l’abuso che il Senato faceva della sua autorità basti ricordare che alcuni cittadini, anche bennati, in uno stravizzo avendo mancato di rispettare un nano che era portinajo del Senatore Goldoni, vennero accusati di sedizione, processati, e impiccati, il che accadde sotto Carlo VI, e la memoria se ne conserva tuttora.
[3] Gli Avvocati de’ Fermieri Generali che gli protessero contro la Camera vennero uno dopo l’altro premiati e innalzati alla Cattedre Senatorie: così Lambertenghi, Muttoni e Fenaroli. I Fermieri dal paese trassero abbastanza per formare tre ricchissime famiglie, e attribuendo a tutte e tre 24 milioni è una proposizione moderata. Aggiungasi la verosimile somma da essi distribuita per ricompensare le protezioni, e vedrassi che per un verosimile calcolo trentasei milioni avranno costoro smunto dal popolo più di quello che entrò nell’Erario, al quale pagavano cinque annui milioni, onde ne’ venti anni che continuarono nell’appalto per pagare tre al Sovrano essi saccheggiarono quattro sulla Provincia. Maria Teresa ne’ suoi dispacci li qualificava sempre Benemeriti; essi furono poi onorati di titoli, di ordini, di feudi, e furono i padroni di questo Paese.
[4] L’Avvocato Rosea per avere osato di rappresentare a Vienna alcuni abusi, al suo ritorno fu posto in arresto. Certo Redaelli per aver esposto a Vienna le perdite che faceva l’Erario ricusando annue £ 2jomila offerte per l’appalto dalle Ferme della Compagnia Pini, venne circondotto e posto in carcere, e si trovò un antiquato delitto di venditore di fumo, e infamato colla berlina passò poscia condannato all’Ergastolo.
[5] Un gentiluomo per essersi incautamente posto a gettar acqua vicino ad un nuovo quartiere di costoro venne bastonato sul fatto e non si parlò di riparazione.
[6] Al Laghetto fu ucciso un carbonajo, si fece il processo, vennero le guardie di Police condannate all’Ergastolo, ma si trovò modo di liberarle dalla pena.
[7] Una donna che abitava a S. Raffaello, forse prostituta, da un giorno all’altro presa senza formalità o difesa, coll’ordine del Capo del Consiglio Governativo venne rasata, con un cartello infamante al collo condotta attraverso la Città e condannata a un anno di carcere.
[8] Verso l’anno 1750 di più appalti se ne formò il solo della Ferma Generale. Di due antichi Magistrati Ordinario e Straordinario se ne formò un solo; una sola Cancelleria secreta si formò di due. S’eresse un monte di Creditori Camerali, si fece nuovo Ruolo di Salariati, si pose mano al regolamento delle Vettovaglie. Verso l’anno 1755 in vece d’un Governatore si pose l’Amministratore del Governo Generale, si levò al Presidente del Senato la facoltà di Vice Gran Cancelliere; si creò un Ministro Plenipotenziario, si abolì il Consiglio d’Italia in Vienna, e dappoi diventò sempre più lesto qualunque cambiamento. Verso l’anno 1760 si creò un Consultore di Governo, si pubblicò una nuova forma per il carico sulle terre; e venne spogliato lo Stato dal possesso di pubblicare l’imposta. Verso il 1765 s’eresse nuovo ordine di cose, un Consiglio d’Economia che spogliò il Senato e il Magistrato e la Città; una Ferma mista; una Giunta Economale, una Giunta de’ Studj, una Regia delegazione sul Monte S.t Ambrogio, la destruzione del Monte Civico, una nuova forma al Monte S.ta Teresa. Verso del 1770 abolizione dell’Antico Magistrato Camerale, e formazione d’un nuovo, divisione del Senato in due parti; creazione di tre Consultori di Governo. Verso del 1780 si cambiò forma al Magistrato, si creò un Secretario di Stato, si abolirono i Consultori; indi nel 1786 si fece tutta la rivoluzione del Paese.
[9] La smania di cambiare ogni cosa giunse a imbastardire persino la lingua sostituendo espressioni barbare alle chiare e regolari. Per esempio prima dicevasi vuo’ dare un Ricorso al Tribunale, ora dicesi vuo’ dare un Exibito al Tribunale; prima dicevasi il Consigliere ha fatta la relazione ora si dice il Consigliere ha fatto il referato; dicevasi prima il processo è chiuso, ora dicesi il processo è inrotulato. Noi avevamo ne’ Tribunali de’ Cancellieri e de’ Scrivani, ora si chiamano Concepisti e Cancellisti. Si volle far vedere il disprezzo d’ogni cosa nostra, ed esiggere la sommissione persino nella scelta de’ nomi.
[10] Per dividere in minori masse la Provincia del Ducato e formare il Milanese con maggiore regolarità si pensò prima se tutta l’estensione della Lombardia Austriaca potesse dividersi in uguali porzioni, ossia in sei parti uguali, Milano, Como, Lodi, Pavia, Cremona, e Mantova. La stima censuaria doveva servire di norma, e così dapprincipio venne ordinato. S’accinsero alla esecuzione, e si trovò fra i molti inconvenienti questo, che per completare la sua sesta parte a Pavia conveniva incorporare a quella Città tutta Porta Ticinese di Milano sino al Ponte, e forse più. Onde siccome volevasi che ciascuna provincia concorresse alle spese locali della sua città, e dipendesse dalla giurisdizione in essa stabilita, avrebbero dovuto i proprietarj delle case di Cittadella pagare doppiamente e per le strade di Milano e per quelle di Pavia, e viaggiare a Pavia per far decidere le loro questioni in prima istanza. L’assurdo era talmente ridicolo che nemmeno si ardì di pubblicare questo ritrovato, che rimase escluso prima di pubblicarlo. Poi non saprei come si stabilì di scindere il Ducato e creare a Gallarate il centro d’una distinta Provincia, come un altro centro se ne formò in Bozzolo, e vi si posero i loro Intendenti Politici. Poi s’avvidero della impossibilità di sostenere questa divisione, atteso che la Provincia del Ducato ha i suoi debiti e i suoi crediti, e staccandone porzione per annetterla a Pavia non poteva mai quella essere pareggiata al rimanente del Pavese, perchè partecipava delle anteriori obbligazioni e dritti inerenti al Ducato. Quindi queste separazioni vennero abolite, e il Ducato si repristinò.
[11] Murat. Med. Aev. Dissert. xlviii.
[12] Veggasi nell’Archivio Pubblico agli Atti del Notajo Damiano Marliano.
Discorsi sull’indole del piacere e del dolore, sulla felicità e sulla economia politica
Pietro Verri
DISCORSI SULL’INDOLE DEL PIACERE E DEL DOLORE, SULLA FELICITÀ E SULLA ECONOMIA POLITICA [1781]
| Testo critico stabilito da Giorgio Panizza, Sara Rosini, Gianni Francioni (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, III, 2004, pp. 15-21, 293-423; 63-152; 195-277) |
Prefazione
Questi discorsi trovarono una fortunata accoglienza quando comparvero staccati l’uno dall’altro. Ora gli ho nuovamente esaminati affine di pubblicare un lavoro meno imperfetto.
Il Discorso sull’indole del piacere e del dolore sviluppa un sistema di cui se ne trovano i semi in Platone. Quest’autore ci ha tramandato il ragionamento che tenne Socrate poich’ebbe inghiottita la cicuta. Vennero tolti i ceppi a Socrate, e quel filosofo strofinando la gamba al luogo sul quale i ceppi avevano compresso e trovandone voluttà riflettè sul piacere cagionato dalla cessazione del dolore. Eccone le parole: «Socrates autem sedens in Lectica contraxit ad se crus, manuque perfricuit atque inter fricandum sic inquit: quam mira videtur, o viri, hec res esse quam nominant homines voluptatem, quamque miro naturaliter se habet modo ad dolorem ipsum, qui ejus contrarius esse videtur, quippe cum simul homini adesse nolint, attamen si quis prosequitur capitque alterum, semper ferme alterum quoque accipere cogitur, quasi ex eodem vertice sint ambo connexa. Arbitror quidem Aesopum si hec animadvertisset fabulam fuisse facturum: videlicet Deum ipsum cum ipsa inter se pugnantia vellet conciliare, neque id facere posset, in unum saltem eorum apices conjunxisse, proptereaque cuicumque adest alterum, eidem mox alterum quoque adesse: quod quidem mihi accidit in presentia. Siquidem modo crus propter vincula afficiebatur dolore, sed huic succedere voluptas jam videtur». Così Marsilio Figino ci ha tradotto quel passo di Platone nel Phaedo vel de anima.
Anche più da vicino ne diede un cenno il mio compatriota Gerolamo Cardano, uomo strano, uomo visionario, ma di somma perspicacia d’ingegno. Egli nel libro de vita propria al capo vi scrisse: «Fuit mihi mos (de quo plures admirabantur) ut causas doloris si non haberem quererem, ut dixi de podagra: unde plerumque causis morbificis obviam ibam (ut solum devitarem quantum possem vigilias) quod arbitrarer voluptatem consistere in dolore precedenti sedato». Egli è vero che Cardano non si fa punto carico della celerità, con cui cessi il dolore (il che a mio sentimento è una condizione essenziale al piacere), ma pure convien confessare che un chiaro indizio ci ha dato quello scrittore di non credere egli essere il piacere cosa positiva.
Questa opinione era parimenti di Montagne, il quale nel secondo tomo de’ Saggi al libro secondo, capo XII, dice: «Notre bien etre n’est que la privation d’etre mal… car ce meme chatouillemnt et aiguesement qui se rencontre en certains plaisirs, et semble nous enlever au dessus de la Santé simple et de l’indolence, cette volupté active, mouvante et je ne scay comment cuisante et mordante, celle là mesme ne vise qu’à l’indolence comme à son but. L’appetit qui nous ravit à l’accointance des femmes, il ne cherche qu’à chasser la peine que nous apporte le desir ardent et furieux, et ne demande qu’à l’assouvir, et se loger en repos et en l’exemption de cette fievre. Ainsi des autres». Da che si conosce come quell’amabile e profondo pensatore travide pure che il solo principio delle azioni era il dolore, e che il piacere consiste nella cessazione d’un male.
L’esatto analizzatore dell’animo, il luminoso genealogista delle nostre idee Giovanni Locke ha chiaramente annunziato che il solo dolore è il principio delle azioni umane, e dopo maturo esame si è ritrattato sulla affermazione che la volontà sia determinata dal bene; eccone lo squarcio tolto dalla traduzione del Sig. Coste, Essai Philosophique concernant l’entendement humain, libro secondo, De la Puissance, ivi al paragrafo 31 leggesi: «Voyons presentement ce que c’est qui determine la volonté par rapport à nos actions. Pour moi après avoir examiné la chose une seconde fois, je suis porté à croire que ce qui determine la volonté à agir n’est pas le plus grand bien comme on le suppose ordinairement, mais plutot quelque inquietude actuelle, et pour l’ordinaire celle qui est la plus pressante. C’est là dis-je ce qui determine successivement la volonté, et nous porte à faire des actions que nous faisons. Nous pouvons donner à cette inquietude le nom de desir, qui est effectivement une inquietude d’esprit causée par la privation de quelque bien absent. Toute douleur du corps quelle qu’elle soit et tout mecontentement de l’esprit est une inquietude [à laquelle est toujours joint un désir proportionné à la douleur ou à la inquietude] qu’on ressent, et dont il peut à peine etre distingué. Car le desir n’etant que l’inquietude que cause le manque d’un bien absent, par rapport à quelque douleur qu’on ressent actuellement, le soulagement de cette inquietude est ce bien absent, et jusqu’à ce qu’on obtienne ce soulagement ou cette quietude on peut donner à cette inquietude le nom de desir, parce que personne ne sent de la douleur qui ne souhaite d’en etre delivré avec un desir proportionné à l’impression de cette douleur, et qui en est inseparable. Mais outre le desir d’etre delivré de la douleur, il y a un autre desir d’un bien positif qui est absent, et encore à cet egard le desir et l’inquietude sont dans une egale proportion, car autant que nous desirons un bien absent, autant est grande l’inquietude que nous cause ce desir… Quiconque reflechit sur soi meme trouvera bientot que le desir est un etat d’inquietude». Ed al paragrafo 34 nuovamente conferma essere il solo dolore la cagione d’ogni nostro movimento: «Lorsque l’homme est parfaitement satisfait de l’etat ou il est, ce qui arrive lorsqu’il est absolument libre de toute inquietude; quel soin, quelle volonté lui peut-il rester que de continuer dans cet etat? Il n’a visiblement autre chose à faire, comme chaqu’un peut s’en convaincre par sa propre experience. Ainsi nous voyons que le sage Auteur de notre Etre, ayant egard à notre constitution, et sachant ce qui determine notre volonté, a mis dans les hommes l’incommodité de la faim et de la soif et des autres desirs naturels qui reviennent dans leur tems afin d’exciter et de determiner les volontés à leur propre conservation et à la continuation de leur espece». Così pensava il saggio Locke, il quale al paragrafo 35 si discolpò per avere diversamente opinato nella prima edizione e si ritrattò colle seguenti parole: «C’est une maxime si fort etablie par le consentement general de tous les hommes que c’est le bien et le plus grand bien qui determine la volonté, que je ne suis nullement surpris d’avoir supposé cela comme indubitable la premiere fois que je publiai mes penseés sur cette matiere, et je pense que bien de gens m’excuseront plutot d’avoir d’abord adopté cette maxime, que de ce que je me hazarde presentement à m’eloigner d’une opinion si generalment reçue: cependant après une plus exacte recherche je me sens forcé de conclure que le bien, et le plus grand bien, quoique jugé et connu tel, ne determine point la volonté, à moins que venant à le desirer d’une maniere proportionnée à son excellence, ce desir ne nous rende inquiets de ce que nous en sommes privés».
Anche un delicato ed elegante italiano, il conte Lorenzo Magalotti, conobbe che il piacere non era una cosa affatto positiva e nella prima parte delle sue Lettere familiari alla lettera 19 così si esprime: «Io osservo che insino a un sapor buono, questo si trova (lasciatemi dire una parola che non credo d’aver detta da venticinque anni in qua) a parte rei; ma quel che si chiama delizia, regalo, questo a mio credere è un Ente di ragione, che ha tutta la sua fede nello spirito, che non è uscito da quel che si mangia o si bee, e quel che più è mirabile non è neanche passato per l’organo corporale; io ho detto che quell’Ente di ragione non è uscito da quel che si mangia o si bee; ora aggiungo ch’ei non ha più che fare coll’uno, o coll’altro di essi di quel che abbiano che fare i misteri degli egizj co’ simboli sotto i quali gli espresse la loro sacra Scrittura. E fate vostro conto che zampe di tordo abbrustolite alla fiamma della candela di cera, teste di beccacce spaccate e bruciate sulla gratella, ostriche crude, corna novelle di Daino, peducci d’orso, nidi di rondine della Cocincina, Thè, Caffè, Ketchup, Cacciunde, e tant’altre strane adozioni della svogliata moderna scalcheria sono appresso di me un alfabeto di jeroglifici adattati dai ghiotti mistici a rappresentare alle loro menti alcuni gradi di squisitezza spirituale che nè può trovarsi ne’ cibi materiali, nè può trasfondersi per la via de’ sensi esterni. Del resto tanto hanno che fare tutte queste cose con quelle varie spezie di beatitudini che si eccitano nello spirito di chi le mangia quanto ha che fare Iside coll’anno, lo sparviere coll’anima, il cielo colla donna che fa figliuoli, il Cinocefalo co’ Caratteri o colla Luna. Che poi non sieno passati pe’ sensi vedetelo da questa riprova che non può fallire, che la prima volta che tai cose s’assaggiano, o che se ne sente discorrere come non si sia prevenuto ch’elle abbiano a esser delizie così pellegrine non piacciono a nessuno. Ma gli spiriti un po’ delicati sono suscettibilissimi della curiosità e della prevenzione, le quali fanno che non si attende più il sapor della cosa, ma l’anima innamoratane a credenza le si fa incontro, e prima che la specie del sapore nel suo essere naturale arrivi a toccarla, ella di lontano asperge lei di quella dolcezza immaginaria di cui ha in sè la vena, e poi accostandosele la sente qual elle l’ha fatta non qual ell’era, e fruendo di se medesima sotto la sua immagine pensa fruir di lei… Questo non succede solamente ne’ sapori, segue negli oggetti di tutti gli altri sensi ec.».
Tutti questi cenni dimostrano che Platone, Cardano, Montagne, Locke e Magalotti hanno conosciuto che il piacere non è un essere positivo, anzi i primi dippiù scoprirono che il piacere altro non è che una cessazione d’un male, e che il solo principio motore dell’uomo è il dolore. Io mi lusingo d’avere data qualche luce a questa teoria, pubblicata colle stampe dell’Enciclopedia di Livorno l’anno 1773, almeno le spontanee posteriori edizioni mi persuadono che non saranno per dispiacere a’ miei lettori le cure che nuovamente ho impiegate per dare un maggior finimento a questo discorso nella presente edizione. Il prodigioso avvenimento de’ quattro illustri secoli d’Alessandro, d’Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati que’ secoli dai dolori e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire.
Il secondo discorso sulla felicità ha per oggetto un argomento comunissimo sul quale tanti e tanti hanno scritto. Ei comparve stampato in Livorno l’anno 1763 sotto una mole più piccola, e la fortuna che ritrovò mi ha fatto animo a rifonderlo e dargli una forma più estesa. Forse il solo merito che hanno i miei scritti è quello che rappresentano le vere opinioni del loro autore e i veri suoi sentimenti. Io penso che la sola virtù può farci godere quel poco di felicità di cui siamo capaci, e che la sola coltura della mente può farci conoscere in ogni caso la strada della virtù. Queste verità utilissime non gioveranno che poco a richiamare sulla strada della felicità gli uomini incalliti dalla abitudine, o preservare il loro animo dalla illusione che per lo più ci conduce all’affannosa miseria. Un uomo solo, che meditando su queste tracce giunga a sottrarsi dalle insidie dell’errore ed evitare la infelicità, mi ricompensa caramente del mio lavoro.
L’Economia Politica è il soggetto del terzo discorso il qual comparve stampato in Livorno l’anno 1771. Debbo mostrarmi grato al Sig. Giovanni Gravier che immediatamente lo ristampò in Napoli con espressioni che mi onorano; in Genova dalla stamperia dello Scionico ne comparve la terza edizione pure nel 1771. Il Galeazzi in Milano volle ristamparlo la quarta volta. Vorrei potere annoverare fralle edizioni anche quella fatta in Venezia da Giambattista Pasquali all’insegna della Felicità delle lettere, ma il pubblico giudizio non ha applaudito a quelle note che con inusitato metodo volle innestare al testo d’un autore vivente. In fatti nella bellissima versione francese che comparve a Losanna l’anno 1773 dalla officina del Sig. Giulio Enrico Pott l’elegante e dotto traduttore, che mi ha fatto moltissimo onore anche nel suo discorso preliminare, non ha creduto d’affaticarsi nella versione delle note. Lo stesso è accaduto nella versione tedesca pubblicata in Dresda nella stamperia Walter l’anno 1774. Quindi ho creduto che nella edizione che ora faccio convenisse l’omettere quanto nella sesta edizione fatta in Livorno dalla stamperia dell’Enciclopedia credetti di aggiugnere a schiarimento maggiore delle poco giudiziose note colle quali venni corredato alla Felicità delle lettere. Ho ripassate le mie idee a nuovo esame e in parte dati alcuni tocchi onde mi lusingo che possano essere soddisfatti i miei lettori.
L’Economia politica è la materia più vasta de’ delirj di chiunque, è una specie di medicina empirica che serve d’argomento ai discor-si ed agli scritti anche più inetti e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi dall’ozio tranquillo del loro gabinetto formandosi idee astratte sopra del commercio, della Finanza e d’ogni genere d’industria, mancando di ajuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi anzi che sopra fatti conosciuti hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varj anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del sovrano mi ha onorato me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll’essere idee semplici e particolari, poi coll’occasione di esaminare oggetti reali accozzate, disputate, contraddette si sono andate componendo, e le generali idee sono emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d’idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l’essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute familiari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello Stato!
DISCORSO SULL’INDOLE DEL PIACERE E DEL DOLORE
§ I. Introduzione
§ II. Dei piaceri e dei dolori fisici e morali
§ III. Il piacer morale è sempre preceduto da un dolore
§ IV. Il piacer morale non è altro che una rapida cessazione di dolore
§ V. La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore
§ VI. Sviluppamento della teoria dei piaceri e dei dolori morali
§ VII. Dei piaceri e dei dolori fisici
§ VIII. I piaceri delle belle arti nascono dai dolori innominati
§ IX. Applicazione del principio alle belle arti
§ X. Come l’uomo giudichi nella scelta fra i dolori e fra i piaceri
§ XI. Il dolore precede ogni piacere, ed è il principio motore dell’uomo
§ XII. Di alcuni dolori e piaceri di opinione
§ XIII. Schiarimento sull’indole dei dolori e dei piaceri
§ XIV. Se nella vita siano più i dolori ovvero i piaceri
Introduzione.
La sensibilità dell’uomo, il grande arcano al quale è stata ridotta come a generale principio ogni azione della fisica sopra di noi, si divide e scompone in due elementi, e sono amor del piacere e fuga del dolore: tale almeno è la comune opinione degli uomini pensatori e maestri. Ognuno conosce e sente quanta influenza abbiano il piacere e il dolore nel determinare le azioni umane; la speranza, il desiderio, il bisogno del primo; il timore, lo spavento, l’orrore del secondo, danno il moto a tutte le nostre passioni. Tutti gli amatori delle belle arti sanno che il loro scopo parimente è il piacere, col quale allettano altrui a ben accogliere e l’utile e il vero. I tentativi adunque destinati a conoscerne l’indole, a illuminare questi primordiali oggetti, sono meritevoli di qualche attenzione. Se fra le tenebre, ove sta riposta la parte preziosa dell’uomo, che si cela all’uomo medesimo, ci fosse possibile carpire una nozione esatta del piacere e del dolore, una precisa definizione, che ce ne palesasse la vera essenza, si sarebbe fatto un passo importantissimo, e sarebbesi acquistata una generalissima e utilissima teoria applicabile alla liberale eloquenza, alla seduttrice poesia, alle bell’arti tutte, e all’uso comune della vita medesima, perchè ci darebbe la norma, e ci additerebbe i mezzi onde potere, colle attrattive di lui, rendere le azioni degli uomini cospiranti alla nostra felicità.
Fra i molti filosofi, che della natura del piacere hanno scritto dopo l’epoca della ristorazione delle lettere, si distinguono singolarmente le opinioni di Des Cartes, del Wolf, e del sig. Sulzer. Il primo fa consistere il piacere nella coscienza di qualche nostra perfezione; il secondo nel sentimento della perfezione; il terzo nell’avidità dell’anima per la produzione delle sue idee. Sia però detto colla venerazione dovuta al merito di questi autori, queste definizioni mancano e di chiarezza e di precisione. Il piacere di spegnere la sete, il piacere di riposarsi dopo la stanchezza e una infinita schiera di piaceri singolarmente fisici, nè ci fanno sentire una perfezione qualunque, meno poi hanno relazione veruna coll’avidità dell’anima per produrre le sue idee. Da ciò chiaramente si vede non essersi in tal modo definito il piacere. Ma ne’ tempi a noi più vicini sopra di ogni altro ha acquistata fama il sig. di Maupertuis. Ci propose egli una definizione del piacere. L’organizzazione geometrica, ch’egli die’ alla sua tesi, sommamente preparò gli animi alla persuasione; e sebbene alcuni gli abbiano fatto contrasto, nondimeno prevalse la fama di lui su quella degli oppositori. Egli così definì il piacere: il piacere è una sensazione, che l’uomo vuol piuttosto avere che non avere. Questa però non è altrimenti una definizione, se ben vi si rifletta; sarebbe la stessa cosa il dire che il piacere è quel che piace: asserzione egualmente evidente quanto superflua, essendo che da essa non ci viene veruna idea generale di proprietà stabilmente inerente a ogni sensazione del piacere. La simmetria artificiosa delle parole ha sedotti molti lettori, che di essa contenti accettarono una parafrasi per una definizione.
Ogni uomo ha un’idea esatta del dolore e del piacere, ed ogni uomo è giudice competente di quello che eccita in lui la sensazione che gli è aggradevole o disgustosa; ma non così ogni uomo ha la ostinata curiosità di scomporre gli elementi che formano le proprie sensazioni, e rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sì variate sensazioni che sono piacevoli, e a tante e sì variate che sono dolorose. Questo è quello che penso io di fare; e se per ventura potrò ritrovare questa proprietà, che sempre ha seco il piacere, e senza di cui non si può questo sentire, dirò d’aver mostrata la definizione di esso, e di averne spolpata l’idea, e ridotta alla nuda precisione.
Questa ricerca per sè medesima spinosa forse mi può condurre all’errore. Forse la immaginazione mi farà traviare, lo temo io stesso; pure tentiamo. I varj tasti, su i quali debbo porre le dita, forse desteranno qualche idea nuova ne’ miei lettori; lampeggierà forse fra questo bujo qualche utile vista, sebbene ancor io non riesca al mio fine. Sono benaugurati sempre gli scritti che fanno ripiegar l’uomo in sè medesimo, e l’obbligano a rendersi un esatto conto di ciò che sente. L’esame attento dei fenomeni interni è lo specchio della filosofia e della morale umana. Quanto più l’uomo s’abitua a scorrere nei labirinti della propria sensibilità, quanto più si rende amico di sè medesimo, tanto migliora, perchè tanto più teme le inconseguenze e i rimorsi. Quindi le ricerche che si fanno fra queste tenebre, quand’anche non giungano alla verità, possono paragonarsi ai lavori degli alchimisti, i quali, traviando dallo scopo, hanno però, strada facendo, ritrovati non solo gli utili rimedj, ma altresì le preparazioni chimiche più fortunate.
§ II. Dei piaceri e dei dolori fisici e morali.
Tutte le nostre sensazioni si dividono in due classi, e le chiamerò sensazioni fisiche e sensazioni morali. Chiamo sensazione fisica quella l’origine di cui si vede cagionata da una immediata azione sulla nostra macchina. Chiamo sensazione morale ogni altra in cui questa immediata azione non si conosca.
Il dolore che nasce da una lacerazione o irritazione violenta del corpo nostro si chiama un dolor fisico; una forte percossa, un taglio, un abbruciamento cagionano un dolore fisico. Quando per lo contrario si calma la irritazione, nascono i piaceri fisici; così dopo un disastroso viaggio d’inverno un letto tepido e molle, dopo una sobria ed affannosa caccia una mensa delicata, sono piaceri fisici: dolori e piaceri cagionati da una immediata azione sulla nostra macchina.
L’annunzio della morte d’una persona che ci è cara, l’annunzio della rovina della fortuna nostra e de’ beni nostri, ci tormentano dolorosissimamente. Qual è la cagione di questo dolore? Noi non ne vediamo l’azione immediata sugli organi nostri, perciò si ripongono nella classe dei dolori morali. Medesimamente la notizia d’una inaspettata eredità, d’una carica luminosa, d’una amicizia acquistata e desiderata da noi, ci risveglia un piacere vivissimo, senza che compaja alcun oggetto applicato agli organi della nostra sensibilità; quindi vengon chiamati piaceri morali.
Ai piaceri e dolori fisici ogni uomo anche rozzo e selvaggio è sensibile; ai piaceri e dolori morali tanto più l’uomo è sensibile, quanto è più dirozzato dalla educazione, cioè quanto è maggiore la folla delle idee che ha aggiunte alla propria esistenza. Noi osserviamo anche nelle intere nazioni della diversità su tal proposito: i popoli più inciviliti sono più sensibili alla gloria e al disprezzo; i popoli ancora più rozzi lo sono alle percosse e alla mercede. I piaceri e i dolori morali sono tanto maggiori, quanto maggiore è il numero dei bisogni e delle relazioni che un uomo sente d’avere cogli altri.
Per conoscere questa verità esamino attentamente me stesso. Se nel momento in cui mi si annunzia la morte d’un mio dolcissimo amico, io potessi essere certo che dopo brevi istanti la di lui memoria non esisterà più nel mio animo, nè più mi risovverrò di averlo conosciuto; se avessi, dico, questa certezza, il mio dolore sarebbe semplicemente la compassione del male altrui; sentimento il quale, preso isolato, fors’anco non consiste che nel fremito di alcune parti unisone della nostra sensibilità. Quel che cagiona la desolazione e lo squallore ov’io piombo, si è che in quel momento prevedo quante volte avrò d’avanti agli occhi l’immagine della perdita fatta; sento in quel momento la trista solitudine che mi si apre davanti, e il paragone che ne farò col bene avuto; nelle mie afflizioni non avrò più un fedele compagno, a cui senza timore manifestarmi, e riceverne consiglio e assistenza; negli avvenimenti felici non vedrò più quella gioja dell’amicizia, che moltiplica la felicità comunicandola; dove trovare chi s’interessi meco ne’ delirj della mia immaginazione, e che per uniformità di genio, avendo meco comune la curiosità di scoprire il vero, mi accompagni; dove troverò più un essere tanto grato, tanto sensibile, che mi consolava ad ogni atto di amicizia che io usassi seco, dolce di carattere, robustissimo nella onestà, attivo, discreto, nobile! Così mi vado col pensiero spignendo sulla serie delle dolorose sensazioni che mi aspettano, e su quel primo momento contemporaneamente pesando tutt’i momenti del dolor preveduto, resto immerso nella più crudele amarezza. Questo dolor morale nasce dalla riunione de’ fantasmi che occupano la mia mente, onde la parte più nobile di me stesso, appoggiando sul passato e sull’avvenire, più che sul momento attuale, e paragonando i due modi di esistere, tutta inviluppata nel timore dei mali preveduti s’immerge in un dolore morale.
Mi ripongo in una opposta situazione. Mi figuro che mi venga l’annunzio d’una luminosa carica ottenuta. Se io potessi dimenticarmi del passato, se io non mi slanciassi nell’avvenire, la novella recatami riuscirebbe insipida e il mio animo non sentirebbe niuna sensazione piacevole. Ma si affacciano alla mia mente le ingiustizie, l’orgoglio, la fredda indifferenza, che hanno mostrato per me alcuni uomini insolenti per la loro carica sin tanto che restai disarmato e senza potere; mi spingo nell’avvenire, e li prevedo cambiati; mi trovava nell’impossibilità d’acquistarmi l’opinione pubblica, eccomi il campo aperto per guadagnarmela; ho in faccia degli amici, che potrò coi beneficj rendere agiati, e sempre più ben affetti; gli emoli o riconciliati, o ridotti all’impotenza di nuocere; tutto questo ridente spettacolo mi si spalanca allo sguardo: tutte le sensazioni, alle quali vado incontro, già in parte mormorano nel mio interno; il giubilo, la consolazione invadono tutta la mia sensibilità; sono immerso in un voluttuosissimo piacer morale, perchè, poco o nulla pesando sul momento presente, tutto mi appoggio sul passato e sull’avvenire.
Questi due esempj generalmente convengono a tutt’i dolori morali, a tutt’i piaceri morali. Essi non si risentono se non in quel momento in cui l’animo, dimentico quasi del presente, si risovviene e prevede; e a misura che o teme o spera, sente o dolore o piacere. Se questo è vero, ne scaturisce un teorema generalissimo. Tutte le sensazioni nostre piacevoli o dolorose dipendono da tre soli principj: azione immediata sugli organi, speranza, e timore. Il primo principio cagiona tutte le sensazioni fisiche; gli altri due le sensazioni morali.
Scelgasi un piacere morale ancora più nobile e puro: figuriamoci un geometra nel momento in cui, per un fortunato accozzamento d’idee, ha carpito lo scioglimento d’un problema arduissimo e importantissimo. Qual sarebbe la gioja di quel geometra se egli vivesse in un’isola disabitata, sicuro che nessun uomo potrà mai sapere la scoperta da lui fatta? A me pare che poca o nessuna consolazione ne proverebbe; o se qualche ombra ne risentisse, ciò verrebbe perchè da quella verità ne sperasse di cavarne o un uso pratico per vivere più agiatamente, ovvero maggiore attuazione a svilupparne in seguito una catena di altre curiose verità, e guadagnare così una occupazione che lo sottragga alla inazione insipida della sua vita solitaria. Il piacere adunque del matematico, quello che lo fa nudo balzare dal bagno, e scorrere pieno d’entusiasmo per la città, si è la speranza de’ piaceri che in avvenire aspetta, e dalla stima degli uomini e dai beneficj che dovrà riceverne. Per ciò dico che tutt’i piaceri morali, come tutt’i dolori morali, altro non sono che uno impulso del nostro animo nell’avvenire: cioè timore e speranza.
Un dolor morale de’ più sublimi nella sfera degli umani sarà quello che sente un cuor nobile e generoso, qualora per disgrazia o acciecato da una violenta passione, ovvero per inavvertenza, abbia mancato di gratitudine a un virtuoso suo benefattore. Analizziamo i sentimenti dolorosi che lo affliggono. Egli teme il disprezzo, o almeno la diminuzione di stima degli uomini, e, confusamente nell’avvenire scorrendo, se ne anticipa i mali; egli diffida di sè medesimo, e sente la probabilità accresciuta di poter di nuovo in avvenire coprirsi di simili macchie, e sempre più veder diminuita la opinione dei buoni; ei prevede che, per quanto sia generoso il suo benefattore, non potrà in avvenire stare in sua presenza così tranquillo e sereno come vi stava in prima. Tutta questa nebbia gli offusca la serie delle sensazioni che si vede avanti, e quand’anche sul momento non le analizzi a sè medesimo, ma confusamente col solo vocabolo di rimorso annunzi il dolor che soffre, quest’è pure un semplice timore delle sensazioni a venire.
Tutte le applicazioni che ho fatte di questo principio, le quali, se avessi a riferirle, darebbero troppa uniformità e tedio, ricadono costantemente al medesimo risultato, che tutt’i piaceri e dolori morali nascono dalla speranza e dal timore.
Tutt’i piaceri morali, che nascono dalla stessa umana virtù, altro non sono che uno spignimento dell’animo nostro nell’avvenire, antivedendo le sensazioni piacevoli che aspettiamo. Abbiamo un illustre cittadino in Italia il quale, essendo sovrano tranquillo della sua patria, preferì la raffinata ambizione di vivere immortale nella gratitudine e memoria de’ suoi, alla volgare di comandare agli uomini nel corso della sua vita: rinunziò la sovranità, ristabilì la repubblica, si fece suddito delle leggi, subordinato ai giudici. Quale azione più grande, più virtuosa, più disinteressata! Siila l’avea già fatta in prima; ma Siila, grondante di sangue romano, usurpatore violento d’un potere arbitrario, Silla, di cui la tirannia fra gli sgherri e le stragi aveva immolate tante vittime, non poteva sperare che venisse mai guardato come un atto di virtù il momento in cui, per lassitudine, terminava la orribile serie de’ suoi delitti. L’immortale autore che lo fa parlare con Eucrate innalza quel feroce al livello della sua grand’anima; ma la storia di quegli orrori non lascia luogo a immaginarselo somigliante al ritratto. Andrea Doria, per grandezza d’animo, per vera elevazione di genio virtuoso, pieno di gloria, nel punto in cui abdicando la sovranità diventò cittadino, e molto più ne’ momenti in cui prevedendo quest’atto vi si andava disponendo, ha provato certamente i piaceri morali più sereni ed energici. Si slanciava egli nell’avvenire, e diceva a sè stesso: sulla faccia de’ miei concittadini leggerò scritta la riverenza e la gratitudine unita alla maraviglia; attraverso del timido rispetto, che i sudditi presentano al sovrano, rare volte traspirano i veri sentimenti del cuore: toglierò quest’ostacolo, e goderò di sentimenti spontanei. Non sarà certamente minore la mia influenza negli affari pubblici dopo una sì generosa abdicazione, ed ogni adesione sarà per me così dolce, come se ogni volta mi proclamassero sovrano; regnando anche felicemente, potrebbe essere ecclissata la mia gloria da altri più felici successori; ma osando render forti al par di me i cittadini, e stabilendo una repubblica, rimarrà isolata la mia gloria, e s’innalzerà alla veduta ne’ secoli più remoti. L’affetto, la spontanea sommessione, l’ammirazione, la fama: tutt’i beni che queste seco portano, gli sperava e li vedeva di fronte, quando si apparecchiava all’atto generoso, e così la speranza era la sorgente di tutti quei piaceri morali.
L’uomo fedele alle sue promesse, grato ai beneficj, attivo nel consolare e ajutare gli uomini, disinteressato, nobile, guardingo a non nuocere sia coi fatti, sia colle parole più trascorrevoli, e talvolta più fatali, ogni volta che con un nuovo atto rinfianca i suoi principj, prevede di rendere sè stesso sempre più forte coll’abitudine al bene, e di confermare e cimentare sempre più la opinione pubblica, e singolarmente la stima degli uomini buoni; quindi, in ogni atto virtuoso che fa, sente diminuito un grado alla possibilità di perdere questi beni, e accresciuto un grado alla speranza delle sensazioni piacevoli che se gli affacciano. Il piacer morale di lui sarà sempre più forte, quanto più diffiderà della perseveranza, e quanto sarà più incerto e timoroso sulla opinione altrui.
O io m’inganno, oppure questa teoria è costante, siccome ho detto, che tutt’i piaceri egualmente come tutt’i dolori morali nascono dal timore e dalla speranza, in guisa tale che, se potesse darsi un uomo incapace di temere o di sperare, questi non potrebbe avere che soli piaceri e dolori fisici; come vediamo appunto accader ne’ bambini, i quali, sprovveduti d’idee, e altro non avendo che gli organi disposti a ricevere le impressioni, tanto meno corredati di memoria, quanto più è vicino il momento in cui cominciarono ad essere; incapaci di grandi paragoni o numerose combinazioni, non sentendo nè speranza nè timore, unicamente in preda ai dolori e piaceri fisici, non cominciano a gustare i morali se non a misura che gli anni e l’esperienza insegnano loro l’arte di sentire per antivedenza. Il senso morale non si acquista se non allor quando, col seguito d’una lunga serie di sensazioni accumulatasi una folla d’idee, giugne l’uomo a conoscere la successione di diversi modi di esistere, onde si sviluppano nell’animo i due risultati: speranza e timore. Sinchè ciò non si è fatto coll’opera del tempo, l’uomo altre sensazioni non potrà avere, come dissi, se non che le fisiche, le quali sono modi di esistere isolati, prodotti dalla momentanea passività degli organi, bastante ad eccitare il movimento dell’animo.
In fatti, se attentamente esamineremo lo sviluppamento che per gradi fa l’animo d’un fanciullo, vedremo che la vergogna, la compassione, il pentimento, come l’ambizione, l’invidia, l’avidità, l’entusiasmo, i germi in somma delle virtù e dei vizj, col lungo tratto di tempo soltanto, e dopo aver fatto un grande ammasso d’idee, si vedono schiudere e sviluppare. Di che il profondo Giovanni Locke trovò già una felice dimostrazione.
§ III. Il piacer morale è sempre preceduto da un dolore.
Dunque il piacer morale nasce dalla speranza. Cos’è speranza? Ella è la probabilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita d’un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto alla nostra felicità. Dunque non posso avere un piacer morale se non supponendomi previamente un male, che tale debb’essere un difetto, una mancanza sentita alla mia felicità.
Analizziamo tranquillamente le sensazioni d’un sovrano: esso pare agli occhi d’ognuno il centro de’ piaceri, e conseguentemente a chi ricerca di scoprir l’indole de’ piaceri è un oggetto particolarmente degno di osservazione. Figuriamoci un monarca assoluto padrone d’un vastissimo regno, temuto e rispettato dai vicini, glorioso presso le nazioni, amato, venerato da’ suoi sudditi; sarebbe nella infelicità tristissima di non poter gustare verun piacer morale, se potesse esser persuaso che l’amore, il rispetto, l’entusiasmo del suo popolo non sono suscettibili d’un grado di più, e se non temesse di perdere il godimento di questi beni. Un monarca, che fosse immortale, impassibile, e sicuro possessore di questi beni, sarebbe il solo uomo sulla terra, al quale nessun altr’uomo potrebbe mai portare verun fausto annunzio. La sola sorgente per lui dei piaceri morali, benchè languidi e scoloriti, sarebbe la sua noja medesima. Gli oggetti che gli facessero sperare di sottrarsi da quella letargica uniformità, gli darebbero un momento di languidissimo piacere. Così il romore d’una caccia, l’armonia, la pompa, le passioni, il ridicolo d’un teatro, facendogli sperare una preda, e interessandolo nei sentimenti degli attori, e appropriandosi le loro speranze, possono trarlo ad una esistenza meno nojosa. Egli otterrà che per qualche ora in sèguito la sua mente sia occupata d’idee meno uniformi; quindi ne nascerà un qualche piacer morale. Ma a questo stato non può giunger mai un monarca. Egli non può mai esser sicuro dai mali fisici, dolori, malattie, morte; nemmeno può aver egli l’evidenza degl’intimi sentimenti di ciascun del suo popolo; quindi ha sempre nel suo animo de’ principj dolorosi di timore, i quali possono dar luogo al nascimento della consolatrice speranza. Altra sorgente di piacere ha un buon monarca, ed è quel benaugurato principio di umana benevolenza, deliziosa occupazione d’un ottimo principe, che esercitando la più invidiabile parte del suo potere, cioè adoperando i mezzi onde si diminuisce la miseria d’un gran numero d’uomini, con questa sublime facoltà moltiplica le benedizioni e i voti del suo popolo, dilatando la pubblica felicità, facendo regnare la giustizia, la fede, la virtù, l’abbondanza nel suo popolo. Il bisogno che sente d’avere dei voti pubblici, bisogno inquieto e doloroso per sè stesso, ma sorgente delle più nobili azioni sconosciuta ai tiranni, il bisogno, dico, di questi voti gli rende deliziose tutte le prove di fiducia, di benevolenza, di entusiasmo, che va ricevendo dai pubblici applausi. Ogni giorno più vede egli assicurarsi in favor suo quella pubblica opinione che dirige la forza. Ei vede gradatamente rendersi sempre più cospiranti a lui le azioni di ciascun cittadino; vede che, s’ei dovrà adoperar l’impeto di fuori, concorreranno a gara i suoi popoli a rinforzarne gli eserciti; si mira già alla testa di un’armata invincibile di entusiasti. Pensa egli a un grandioso monumento, a un’opera di pubblica utilità? Quanto egli è più amato e più possede la opinione, tanto si spianano davanti a lui le difficoltà tutte. Egli sicuro passeggerà in mezzo al suo popolo, qualora voglia spogliarsi della importuna, ma forse a tempo necessaria, pomposa maestà. Tutti questi sublimi e consolanti oggetti scuotono la fantasia d’un saggio monarca a misura che egli vi si occupa nel procurare la felicità pubblica; e la speranza di conseguire e di rassodare il possesso di questi beni è un vivissimo piacere, che lo rende beato; piacere non invidiato perchè poco conosciuto, mentre la turba, paga della corteccia degli oggetti, incautamente invidia quel pesantissimo corredo della maestà, e quelle insipide prosternazioni, e quei titoli, ai quali per lunga età avvezzo un sovrano non può essere sensibile; e quand’anche talvolta se ne avveda, non sarà per ciò che ne ritragga verun piacere morale, perchè ciò non gli fa cessare alcun dolore, nè gli seda un timore, o gli desta alcuna speranza.
Un sovrano al primo ascendere che fa sul trono, e singolarmente un elettivo, il quale colla sua educazione non si poteva aspettare il regno, può essere lusingato dagli atti esterni di omaggio, perchè ciascuno di essi gli annunzia e gli ricorda ch’egli è veramente sovrano, nel tempo in cui, non ancora abituato per una lunga serie di sensazioni a persuadersi pienamente d’esser tale, ha sempre nei ripostigli del cuore un resto di dubbio sulla sua nuova condizione, ed ogni atto, che annienti questo dubbio, è sempre un grado che si aggiugne alla speranza dei beni ch’ei vede uniti alla sovranità; ma tanto è lontano che questi invidiati omaggi possano piacere, acquistata che se ne sia l’abitudine, che anzi io credo che ogni sovrano, quando potesse esser certo che il popolo fosse per venerarlo e ubbidirlo senza l’esterno apparato che percuota i sensi, volentieri se ne spoglierebbe. Ogni illuminato sovrano, quando conosca che l’uomo al quale parla veramente lo onora e rispetta, ed è pronto a ubbidire, sommamente si compiace, se altronde lo vede libero e ingenuo manifestargli i suoi sentimenti; e talora si rallegra e gode, se essendo egli mal conosciuto, taluno lo tratti con popolare dimestichezza, e con uguaglianza da uomo a uomo.
Per lo contrario gli uomini ambiziosi posti in dignità meno sicure, e delle quali il potere sia più soggetto alle instabili vicende di fortuna, sono assai più animati nel difendere i contrassegni esterni di onore convenienti alla lor carica, perchè la lor condizione è precaria e dipendente dal beneplacito sovrano. Le cariche più luminose hanno sempre degli emoli, e ben di raro si può tranquillamente riposare sulla costanza di tal destino. Questa inquietudine, che sta più o meno sempre riposta nel loro cuore, si diminuisce ogni volta che scorgono atti di stima, di subordinazione, e di attaccamento; poichè o sono essi sinceri, e provano il voto pubblico in favore, o sono esterne apparenze soltanto, e queste almeno provano che siam temuti, conseguentemente che è forte il nostro partito. Questi atti aggiungono un momento di speranza sulla durata del potere, anzi sull’accrescimento. Per lo contrario quegli atti di famigliarità, e di cittadinesca ingenuità, che rallegrano un monarca, con maggior difficoltà rallegreranno un ministro, perchè il primo non teme di perdere la dignità, nè di diventare uomo comune; l’altro lo teme, nè può trovarsi bene in un dialogo che anche per breve spazio lo trasporta in uno stato temuto.
Questi pensieri in generale si verificano; nel fatto però vi sono delle eccezioni. Se un sovrano temerà di perdere il trono, non sarà più in questo caso. Se un ministro, bastantemente filosofo per saper viver bene anche senza impieghi pubblici, si presta per principio di virtù al bene del sovrano e dello Stato; s’egli, consapevole de’ proprj servigj e della illuminata rettitudine del sovrano, placidamente eseguirà gli ufficj del suo ministero, potrà diventare insensibile ai fasci ed ai littori che lo precedono, e conservando quell’esterior decoro, che esige la scena ch’ei rappresenta su questo teatro, essere esente nel fondo del cuore da quella inquietudine che comunemente ne risente l’umanità posta in simili circostanze.
O si esamini adunque l’uomo in privata condizione, ovvero si esamini ne’ pubblici impieghi, sempre si verifica che il piacer morale non va mai disgiunto dalla cessazione d’un dolor morale; giacchè, come si è detto, piacer morale è sempre accompagnato dalla speranza di esistere meglio di quello che ora esistiamo. Dunque prima che nasca il piacer morale dobbiam sentire un difetto; una cosa che manca al nostro ben essere è sentire un difetto alla nostra felicità, è una sensazione spiacevole e dolorosa; dunque il piacer morale è sempre accompagnato dalla cessazione di un male, giacchè, quand’anche sia tenue la speranza, ed ella non diminuisca se non di pochi gradi la sensazione disgustosa che portiam con noi, quella quantità diminuita è altrettanto male che cessa, alla quale quantità è paragonabile il piacer morale.
§ IV. Il piacer morale non è altro che una rapida cessazione di dolore.
Nè perciò abbiamo ancora trovata la vera definizione del piacer morale, perchè, sebbene il piacer morale sia sempre accompagnato dalla cessazion del dolore che presuppone, non però ogni cessazion di dolore produce un piacer morale. Sia per esempio: un cuore sensibile ama teneramente la virtuosa sua sposa; la dolce abitudine di convivere, la uniformità di sentimenti, la bontà del suo carattere, tutto fa che in lei ritrovi la felicità de’ suoi giorni: una feroce malattia sopravviene alla sposa e la precipita ai confini della morte. Facile è lo immaginarsi quale strazio crudelissimo soffre il cuore dello sposo; ognuno accorderà che questo sia uno de’ più violenti dolori morali. Giunto al colmo il malore con gradi tardi ed insensibili, passa dall’imminente pericolo ad acquistare alcuna speranza di ore, poi di giorni, poi non è affatto disperatissimo il caso; indi appare un piccol raggio di speranza, che gradatamente e lentamente si va rinforzando, sin tanto che si passa a una lunga convalescenza, indi alla sanità. Supponiamo che senza salto veruno, ma attraversando tutti gli stadi intermedj che non si possono esprimere gradatamente colle voci, le quali in ogni lingua caratterizzano unicamente i modi principali e decisi, il dolor morale dello sposo sia cessato. In questo caso il sommo dolore s’andò insensibilmente mitigando, si rese poi sopportabile, indi leggiero, sin tanto che placidamente passò alla calma, senza che in un solo istante l’animo dello sposo abbia provato un piacer morale. Figuriamoci ora lo sposo medesimo nel punto in cui per una falsa voce piange la perduta sua sposa, e nel momento della maggior desolazione si spalancano le porte, entra la sposa inaspettatamente ilare e sana, che si scaglia fralle sue braccia; forse non avrà robustezza bastante nella fibra per resistere alla violenza del piacere; pochi piaceri morali possono essere paragonabili alla delizia di questo. L’istesso uomo nelle due supposizioni passa dal sommo timore al non temere; l’istessa persona nei due casi da un dolore cocentissimo passa alla cessazion del dolore. Perchè mai nel primo caso non provò egli nessun piacere, e vivissimo lo provò nel secondo? Ne’ due casi dall’istesso dolore passò il di lui animo alla cessazione del dolore; come dunque nasce il piacere? Nel primo non ebbe piacere, perchè la cessazione del dolore fu lenta: nel secondo caso ebbe un piacer sommo, perchè la cessazione del dolore fu rapida. Se ciò è, abbiamo la definizione dei piaceri morali, e sono una rapida cessazione di dolore.
Dei dolori morali, che insensibilmente si annientano senza sentimento di piacere, ne abbiamo una schiera assai grande, e sono tutti quelli che il tempo solo fa cessare. Lo stesso sposo detto poc’anzi rimane vedovo. Uno squallido universo gli si apre davanti, non ha pace, non la spera, non è più sensibile che al dolore e a quel dolore solo, non prevede più alcun bene nella sua vita. Dopo alcuni anni il dolore è diventato una memoria tenera, ma non tormentosa. Si è annientato il tormento senza che nell’annientarsi sia nato verun piacer morale, perchè appunto lentamente, e per gradi, si è estinto.
Il piacere nasce adunque dal dolore e consiste nella rapida cessazione del dolore, ed è tanto maggiore quanto lo fu il dolore, e più rapido l’annientamento di esso. Quanto più si diminuisce la rapidità, di tanto viene a scemarsi la sensazione piacevole nella energia. Sin tanto che la cessazione si farà a salti sensibili, l’uomo proverà tanti piaceri quante sono esse cessazioni; e interamente sarà svanito ogni piacere allor quando cesseranno i salti e, lentamente calmandosi il dolore, toccherà l’uomo tutti gli stati intermedj con pausa di tempo.
Pare che tutta la serie delle sensazioni morali adunque corrisponda ai modi possibili di esistere concepiti da noi. Nella nostra fantasia, dopo che la sperienza ci ha ammaestrati dei modi diversi ne’ quali possiamo esistere, e delle diverse affezioni delle quali possiamo essere occupati, si dipinge come una scala di questi diversi modi, e considerando sempre la nostra attuai situazione lontana dalle due estremità del sommo bene e del mal sommo, ci resta che temere e che sperare; quindi prevedendo una prossima discesa a un genere peggiore di vita, ci addoloriamo, e antivedendo la probabilità di ascendere a una vita migliore, speriamo, e ne abbiamo piacere. Che se la nostra attuale situazione potesse da noi considerarsi giunta o all’estremità del sommo bene, ovvero a quella della somma miseria, allora non vi sarebbe alcuna sensazion morale possibile per noi, perchè la somma infelicità esclude ogni speranza, il sommo bene esclude ogni timore, e così gli uomini sono appunto sensibili alle affezioni morali, perchè si conoscono lontani dalle due estremità. Le sensazioni nostre morali sono adunque relative allo stato in cui ci troviamo, a quello a cui prevediamo di dover passare. Un determinato modo di esistere non è per sè stesso nè un bene, nè un male; sarà un bene per chi da una vita peggiore vi ascenderà, e all’incontro sarà un male per chi vi decada da una vita migliore. Quanto maggiori sono i salti, e quanto sono più rapidi, tanto è più energica la sensazione. Il voluttuoso, il molle Orazio sarebbe stato consolatissimo, se avesse potuto diventar collega di Mecenate; ma l’ambizioso, l’accorto Ottavio se avesse dovuto discendere al grado di Mecenate, avrebbe trovato quella situazione la più tormentosa a soffrirsi.
Se i piaceri morali nascono da una rapida cessazione di dolore, ne viene in conseguenza che, quanto meno un uomo è suscettibile dei dolori morali, tanto meno lo sia dei piaceri; ed all’opposto quanto più l’uomo è in preda ai dolori morali, tanto più lo troviamo sensibile ai piaceri. Una nazione colta e vivace, in cui i sentimenti dell’onore, della gloria e della virtù sieno diffusi sopra un buon numero d’uomini, sarà molto sensibile alla cortesia, alla officiosa urbanità, alla lode; ivi l’uomo ragionevole e bene educato potrà vincere l’amor proprio altrui, e cederanno l’ire e le ostilità al dolce solletico della lode e ai contrassegni esterni di onore e di stima. Per lo contrario presso un popolo che sia meno colto, dove i bisogni fisici e l’immediata azione de’ sensi tengano tuttavia più occupata la parte principale della sensibilità, dove, mancando la folla delle idee combinate e astratte, rimanga l’anima più oziosa ad accorrere alle immediate sensazioni, ivi troveremo che o nessuno o tenuissimo sentimento faranno nascere i più raffinati ufficj, e nessuna o scarsissima voluttà produrranno le lodi e i contrassegni del sentimento di stima. Il selvaggio non ha il dolor morale d’essere trascurato e confuso nella folla degli uomini, perciò non ha piacere d’essere distinto; l’uomo incivilito soffre gli stimoli dell’ambizione, ha dolore pensando di valer poco, di dover essere nascosto tutto entro la tomba, perciò sente il piacer morale della lode, ed ogni volta che può lusingarsi di valere, d’essere distinto, considerato, onorato, prova voluttuosissime sensazioni. Lo stesso principio distingue la sensibilità dell’uomo virtuoso da quella del malvagio. Due sono le sorgenti della umana virtù, e sono il bisogno della stima generale e la compassione. L’uomo virtuoso soffre continuamente per questi due principj, teme la volubilità delle opinioni, teme che o l’artificio o il caso possano involargli la buona fama, non è mai bastantemente contento del grado a cui ella si trova, teme la umana dimenticanza; mosso da tutti questi dolori morali è spinto a continue azioni di virtù umana, cioè di quella che ha per oggetto la gloria, la lode, il sentimento del valor proprio e della propria eccellenza. La compassione, altro principio meno imperioso, ma più benefico, fa patire all’animo buono parte de’ mali altrui; e il dolor morale che nasce da questa disposizione porta l’uomo a liberare gli altri dai malori e dalle sventure che soffrono. Per lo contrario l’uomo incallito nel mal costume, insensibile ai mali morali, indifferente alla buona o cattiva riputazione, freddo e immobile spettatore delle altrui smanie, perchè minori dolori morali soffre, anche minori piaceri morali può provare.
Se poi sgraziatamente troverassi impegnato nella strada del vizio un cuore originariamente buono e sensibile, lo stato di lui sarà degno di somma compassione; e perciò, tormentato da cocentissimi dolori morali, sarà capace di voluttuosissimi piaceri morali. Egli soffre il crudelissimo peso d’una coscienza che ad ogni momento lo avvilisce; quai beni può mai godere in pace quel miserabile, che legge scritto in fronte agli uomini illuminati e buoni il disprezzo e la diffidenza; che in ogni sguardo teme un rimprovero, in ogni arcano la scoperta di qualche sua bassezza; che gode precariamente la buona opinione di alcuni sedotti, e la conserva con una laboriosissima sagacità di finzioni e con una intricata tessitura di artificj, e sa che al primo momento in cui gli cadesse la maschera farebbe orrore? Se quest’uomo, che di sua indole è straniero alla iniquità, con uno slancio felice carpirà il momento per fare una generosa azione, o se mutando clima, e trasportato ove la memoria de’ suoi mali non giunga, si disporrà a cominciare una serie di azioni nobili e virtuose, egli tanto maggiori piaceri morali proverà, quanto più furono austeri i tormenti che il vizio gli pose intorno al cuore; gli sembrerà di respirare un’aria più dolce e leggiera, il sole avrà per lui una più ridente faccia, gli oggetti che gli si presenteranno gli daranno nuove e grate sensazioni, tutta la natura sarà abbellita per lui singolarmente al principio della sua onorata vita.
Non però i piaceri morali, che produce la virtù, sono o possono costantemente essere tali che disobblighino gli uomini dal ricompensare l’uomo che la pratica. Sono lusinghiere le apparenze sotto le quali alcuni filosofi rappresentarono l’uomo virtuoso, quasi che nella coscienza propria ei debba ritrovare la voluttà sempre pronta, qualunque sia lo stato di vita, o di fortuna, sano o infermo, propizia o avversa; e ravvisarono la virtù sotto l’idea platonica di premio a sè stessa. Felice immaginazione, se fosse atta a riscuotere gli uomini, e guidarli sulle tracce di lei! Ma l’abitudine a ben operare diminuisce nel cuor dell’uomo il dolor morale del timore della fama, e a proporzione vanno illanguidendo i piaceri morali che vi corrispondono. Alcuni semiviziosi, vedendo l’uomo virtuoso assediato dalla gelosia e dall’invidia degli emoli, amareggiato e contraddetto, s’immaginano ch’ei trovi perfettamente ogni consolazione nel suo cuore, e soffocano in tal guisa il desiderio spontaneo di recargli ajuto. L’uomo virtuoso sente l’ingiustizia di cui è la vittima, sente la debolezza propria contro il numero che l’opprime. Quindi il virtuoso, il forte Bruto, inzuppato della idea della virtù di Platone, dopo averla esattamente seguita nelle azioni, ritrovandosi il cuore oppresso da affanni, proruppe chiamandola un sogno, non già pentendosi di averla seguita, non già negando l’esistenza di lei, ma unicamente confessando la chimera di chi s’immaginò che la tranquilla serenità d’un’anima virtuosa, che la beatitudine di occupare sè medesima della coscienza propria, potessero preservare la mente e il cuore dai dolori, dalle amarezze e da quel cumulo di mali, che l’avversa fortuna precipita indistintamente sugli uomini. La giustizia perciò del grand’Essere ha riservato a sè medesima la distribuzione del premio alla virtù, che non può essere bastantemente ricompensata nè dal sentimento proprio, nè dalla mercede degli uomini.
§ V. La maggior parte de’ dolori morali nasce da un nostro errore.
Quantunque però io creda che la virtù stessa non basti a rendere perfettamente felice l’uomo in terra, dico che l’uomo virtuoso a circostanze eguali sarà più felice dell’uomo malvagio. Dico di più: che se l’uomo potesse avere i sentimenti sempre subordinati alla ragione, sarebbe certamente meno soggetto ai dolori morali di quello ch’egli è. Ogni dolor morale è semplice timore. Questo dolore è una mera aspettazione d’un dolore contingibile. Quando siam tormentati da un dolor morale, altro male non soffriamo in quel momento fuorchè il timore di soffrirne; questo timore spesse volte è chimerico, e sempre ha un grado di probabilità contro la sua ventura realizzazione; può dunque colla ragione o togliersi, o almeno scemarsi, o almeno, vistane l’inutilità di soffrirlo, procurarsene la distrazione. Quanto maggiori progressi facciamo nella vera filosofia, tanto più ci liberiamo da questi mali. Sia per esempio: prendo un ambizioso, nel momento in cui gli viene l’annunzio che una carica da lui ansiosamente desiderata, e quasi certamente aspettata, dal principe vien conferita a un suo rivale. Ecco l’ambizioso nello squallore, nell’abbattimento, immerso in un profondo dolor morale. Un freddo ragionatore s’accosta a lui: che fai, uomo desolato e oppresso (gli dice), perchè ti abbandoni così a un vago, e forse chimerico timore? Che temi? Quasi nol sai, confusamente tu prevedi di dover viver male. Ma quai mali prevedi? Gli uomini non avranno per te quei riguardi che tu vorresti, ti stimeranno meno, sarai men ricco? Calmati, e per poco almeno esamina questo timore a parte a parte, non prenderlo tutto in massa. Gli uomini ti mancheran di riguardi? Qualche inchino meno profondo, qualche adulazione di meno non è una perdita da farti disperare; se ambisci i riguardi degli uomini illuminati, essi non saran cambiati per te. Gli uomini ti stimeranno meno? Non già gl’illuminati; per il restante hai perduta qualche curvità negli inchini e qualche bassezza di chi mendicava il tuo favore? Non è poi grande lo scapito. Sarai men ricco? Tutt’i mali, che vagamente temi, forse si riducono a salariare due o tre sfaccendati di meno, a nutrire due o tre parassiti di meno alla tua tavola. La tua sanità, la robustezza de’ tuoi anni, il concetto della tua probità, delle tue cognizioni, tutto ciò rimane intatto presso gli uomini ragionevoli, i quali sanno quanta parte abbia il caso nella distribuzion degli ufficj su di questo teatro del mondo; ti resta con che nutrirti, alloggiare, vestirti decentemente. Se un chirurgo dovesse farti soffrire una dolorosa operazione, compatirei il tuo affanno prevedendola; ma se non puoi esser pretore, o tribuno della plebe, o console, sii cittadino, sii ragionevole, non ti turbare per una chimera. Il freddo ragionatore ha una ragione così evidente, che quasi non resta più luogo a compatire l’ambizioso, se continua a delirare fralle tenebre d’un avvenire chimerico. Pure lo compatirà quell’umano filosofo, che sa quanta distanza vi sia dalla convinzione al vero sentimento.
Obblighiamo il ricco avaro ad analizzare egualmente il suo dolor morale per una porzione del suo denaro che gli venga tolto. Obblighiamo l’amante che scopre infedele e sconoscente la sua amica, e così andiam dicendo della maggior parte degli uomini appassionati, e conseguentemente più capaci di dolori morali, e troveremo che la maggior parte delle volte si addolorano per chimere sognate, e s’ingrandiscono le larve d’un avvenire, al quale giugnendo poi, non si trovan sì male come previdero. Se dunque i sentimenti nostri potessero essere sempre posti al prisma della ragione, e analizzarsi, una gran folla di dolori morali verrebbe ad annientarsi per noi, e faremmo come quel Cinico, il quale, scoprendo che comodamente potea ber l’acqua nella cavità della sua mano, gittò il bicchiere come un peso inutile nel suo fardello. Ma la previsione dei mali è talmente nebbiosa e tumultuaria nell’uomo appassionato, che non dà luogo sittosto a sminuzzarli uno ad uno; anzi, quantunque talvolta ci avvediamo che il dolor nostro è una mera apprensione di dolori possibili, o probabili, sendo questi tanto vagamente e scontornatamente dipinti alla fantasia, non possiamo nè conoscerli nè apprezzarli con distinzione; ma ci rattristano per le tenebre medesime, che in parte li involgono, e questo sconoscimento accresce in noi la diffidenza di superarli.
Un’altra difficoltà incontra l’uomo per uniformare ai dettami della tranquilla ragione tutt’i suoi sentimenti, ed è questa, che difficilmente possiamo noi stessi ritrovar l’origine e la genesi di molti de’ sentimenti nostri: è come un fiume, di cui propriamente non sai indicare qual sia la prima sorgente, poichè lo formano mille piccoli, divisi, e lontani ruscelletti, i quali si frammischiano col discendere; così i sentimenti sono conseguenze di tante, e sì varie, e sì mischiate idee in tempi diversi, e successivamente avute, sì che la mente umana si smarrisce, e si perde rintracciando i capi di tanti piccolissimi e intralciatissimi fili che ordiscono la massa d’una passione; e come d’un fiume non puoi toccare con sicurezza il punto onde comincia, così nemmeno esattamente puoi toccare il più delle volte l’idea primordiale da cui nasce un sentimento.
Se però nè tutti i dolori morali, nè la maggior parte di essi è sperabile di prevenirli coll’uso della sola umana ragione, ella è però cosa certa che varj possono da quella essere scemati, come dissi. L’uomo selvaggio ha pochissimi dolori morali; l’uomo incivilito ne acquista in gran copia; l’uomo che perfeziona l’incivilimento addestrando la sua ragione, e applicandola alle azioni della vita, costantemente quanto si può, torna, riguardo ai dolori morali, ad accostarsi al selvaggio. Così, quale nelle scienze dall’ignoranza si comincia e all’ignoranza si ritorna, passata che siasi la mediocrità; tale nella coltura si parte dalla tranquillità, si va al tumulto, e da quello progredendo si avvicina di nuovo alla tranquillità.
§ VI. Sviluppamento della teoria dei piaceri e dei dolori morali.
Sinchè un uomo però è capace dei due sentimenti motori, timore e speranza, è soggetto ai dolori e ai piaceri morali. Questo modo di sentire, assente l’oggetto esterno, è un fenomeno che dipende interamente da quell’ignota parte di noi che chiamasi memoria: parte di me, che agisce sopra di me, che tien luogo di oggetto esterno, che da sè eccita moti e passioni, che, essendo io paziente, opera in me, mio mal grado talvolta, e forma essa sola quel me, quell’io, che consiste nella coscienza delle mie idee; quest’enigma della mia propria essenza tanto umiliante, questa memoria è la produttrice di ogni mio piacere, o dolor morale, poichè non si danno questi se non per la speranza, o pel timore; nè speranza, o timore senza idee dei beni, e dei mali; nè queste senza averli provati, e risovvenirsene.
Come mai, quando la fantasia ci rende presente l’aspetto de’ mali futuri, e ci agita il timore, nasce in noi la sensazion del dolore? Questo è un mistero, che l’Autore dell’universo non ha conceduto all’uomo di penetrare. La cagione delle sensazioni nostre è talmente oscura, che l’ingegno dispera di rintracciarla giammai. Quando un ferro rovente a caso si accosti alle mie membra, risento un dolor fisico: so che allora ivi si lacera, e si scompone la mia macchina, so che risento dolore; ma qual relazione abbiano questa lacerazione e questo scompaginamento colla mia sensazione del dolore, non lo so. Se non intendo questa relazione, se non distinguo gli anelli di quella catena che unisce la fisica lacerazione colla sensazione dolorosa, quantunque una delle due estremità sia da me conosciuta, come mai spererò di conoscere e distinguere gli anelli di quell’altra catena, che comincia dall’immagine presentata dalla memoria e termina alla sensazione? In questo secondo caso non conosco nè l’una, nè l’altra delle due estremità. Forse la memoria quando è vivacissima, e chiamasi fantasia, cagiona una irritazione nelle parti più interne della mia macchina. Il pallore, l’ansietà del respiro, il precipitoso battere delle arterie, il tremore delle membra, la torbidezza dello sguardo, che accompagnano la sola viva apprensione del male senza alcuna fisica azione esterna attuale, possono far credere probabilmente uno scompaginamento interno prodotto da quella stessa facoltà di ricordarci, che è la sorgente della maggior parte de’ beni, come de’ mali della vita. Ma in questa materia non si può cautamente ragionare se non col forse.
Dirà taluno: è vero che ogni piacer morale consiste nella rapida cessazion del dolore; ma egualmente potrà dirsi che ogni dolor morale consiste nella rapida cessazion di un piacere. Ma a ciò rispondo che una simile generazione reciproca non si può dare, e, per conoscere che ciò non si può, basti il riflettere che, se ciò fosse, non potrebbe l’uomo cominciar mai a sentire nè piacere, nè dolor morale; altrimenti la prima delle due sensazioni di questo genere sarebbe e non sarebbe la prima in questa ipotesi, il che è un assurdo. Eccone la prova. Dopo il momento in cui l’uomo ha ricevuto la vita, vi deve essere un primo piacer morale e un primo dolor morale. Supponiamo noi che la prima di queste due sensazioni sia un piacere? Se questo consiste nella rapida cessazione di un dolore, è stato preceduto dunque da un dolore; dunque la sensazion del piacere non è stata la prima. Supponiamo noi in vece che la prima sensazione sia stata un dolore? Se fosse vero che questo consistesse nella rapida cessazion d’un piacere, il dolor pure non sarebbe stato la prima sensazione. Dunque evidentemente si conclude non esser possibile quest’alternativa essenziale generazione; e se il piacer morale consiste nella rapida cessazione d’un dolore, ne viene per conseguenza sicura che il dolor morale non può consistere nella rapida cessazione del piacere, perchè il primo piacer morale, che ha sentito l’uomo, sarà nato dalla distruzione rapida di un dolore, che non è stato preceduto da verun piacere. Dunque o nè l’una nè l’altra di queste generazioni è vera, oppure se una di esse è vera, l’altra è impossibile. Se dunque concludentemente si prova che il piacer morale sia una cessazione rapida d’un dolore, ne verrà per conseguenza che il dolor morale non può consistere in una cessazione rapida di un piacere.
Il sig. di Maupertuis ha voluto calcolare i piaceri e i dolori, e il risultato che ne scaturisce al paragone si è che la somma totale dei secondi eccede; onde, valutata l’intensione e la durata delle affezioni dell’animo nostro, più pesano le disgustose che le amabili, e più soffriamo di quel che godiamo, qualunque sia la condizione e fortuna nostra nel corso della vita. Questa conseguenza, che ogni uomo trova pur troppo vera nella serie delle umane vicende, scaturisce, almeno per le sensazioni morali, dalla stessa definizione che abbiam ritrovata del piacere. Questo è una rapida cessazion di dolore; questo non può mai essere una quantità maggiore di quella che ha fatta cessare; può essere assai più energico, perchè concentrato in pochi istanti; ma la somma totale, distesa per lo spazio di tempo in cui si è sofferto il dolore che rapidamente è ceduto, non può esser minore dell’effetto. Ogni piacer morale che si gode suppone una quantità uguale per lo meno di dolore che si è sofferto; sin qui, potrebbero essere bilanciate le due quantità. Ma tutt’i dolori che non terminano rapidamente sono una quantità di male che nella sensibilità umana non trova compenso, ed in ogni uomo si danno delle sensazioni dolorose che cedono lentamente. Dunque se è vera la definizione già data al piacer morale, di necessità deve l’uomo più soffrire che godere nella serie delle sensazioni morali.
Un’altra conseguenza scaturisce da questo principio, ed è che non può l’uomo sentire due piaceri morali contigui, se il primo almeno non è frammisto a qualche porzion di dolore; poichè, il secondo piacere consistendo nella cessazion rapida di un dolore, forz’è che questo dolore coesistesse col piacer primo. Quindi due piaceri perfetti di seguito nella serie delle sensazioni morali saranno impossibili a darsi, ma necessariamente dovrà interporvisi un dolore, la di cui rapida cessazione cagioni il secondo; ed ecco perchè la felicità vera e depurata da ogni male non possa fisicamente essere uno stato durevole nell’uomo, nemmen per poco, ma appena per brevissimi intervalli ne vegga dei lampi, per ripiombare ben tosto nel desiderio animatore di riaccostarsi a quella seducente immagine, di cui sollecito e ansante va in cerca durante lo spazio della sua vita. È una verità malinconica, ma egualmente costante, che l’uomo può essere occupato da un seguito non interrotto di dolori, e discendere per lungo tratto di tempo verso la infelicità senz’altro limite che la stupidità, o la morte; perchè uno scompaginamento, una lacerazione, una distensione ne’ nostri organi non esclude una successiva nuova lacerazione, scompaginamento, e distensione: laddove, sebbene possa succedere a un piacere frammisto con molto dolore una nuova cessazione rapida di altra parte di dolore, e così un piacere meno amareggiato, sin tanto che si giunga a un momento di felicità, questa scala però nell’ascendere non può essere tanto lunga, quanto lo è quella della discesa. In fatti il dolore o morale o fisico può occupare miseramente un uomo per più giorni, senza lasciargli intervallo o pace bastante per chiudere gli occhi al sonno; ma nessuna serie di piaceri vi sarà che basti a tenere occupato piacevolmente un uomo più giorni senza che il sonno, la lassitudine, la sazietà l’abbiano interrotta. Non v’è piacere o morale, o fisico, il quale non s’annienti nell’animo nostro alla sensazione d’un forte mal di capo, o di denti. Ecco perchè l’immaginazione d’ogni uomo facilmente può figurarsi un cumulo di mali, e uno stato durevole di pene, e di assoluta miseria; e per lo contrario non può, nemmeno nel liberissimo regno della nostra immaginazione, dipingersi uno stato di vita sempre giocondo e felice, libero da ogni noja e da ogni sazietà. Ecco perchè le descrizioni del Tartaro riescano sempre più colorite e verosimili di quelle dell’Eliso, le quali dopo inutili sforzi compajono stentate e fredde, quand’anche sien fatte da uomini dotati di somma immaginazione. La religione può sola consolarci a vista di queste triste verità; essa ci assicura di un tempo in cui, modificatasi altrimenti la sensibilità nostra, saremo capaci d’una serie non interrotta di purissimi piaceri, della quale frattanto portiamo inerente a noi stessi il desiderio.
§ VII. Dei piaceri e dei dolori fisici.
Ho ragionato sin ora dei piaceri e dolori morali, e di questi credo d’aver ritrovata l’indole e la definizione, dicendo essere i primi una rapida cessazion di dolore, e i secondi un timore; resta ora che entriamo nella medesima analisi su i piaceri e dolori fisici, affine di conoscere se essi sieno d’uguale, o d’indole diversa dei morali.
Ogni lacerazione che si faccia sopra di un corpo vivente o col ferro, o col fuoco, ovvero colla compressione, cagiona quel sentimento che esprimiamo colla parola dolore. I gradi poi di intensione differente hanno fatte inventare le parole irritazione, incomodo, pena, smania, spasimo, e desolazione, colle quali s’indica il dolore a misura che dalla più debole azione passa ai modi più forti e violenti, giunto ai quali distrugge la sensibilità medesima, e l’annienta colla vita. Tale è la cagione di ogni dolore fisico, che sempre nasce da una lacerazione o sulle esterne, ovvero sulle parti interne del nostro corpo; giacchè anche la semplice compressione o stiramento delle parti sensibili, sebbene non sempre lasci dopo di sè la cicatrice visibile della lacerazione, non può comprendersi se non immaginando una separazione violenta di alcune parti della organizzazione. Sin qui mi pare di appoggiarmi al vero, e di poter affermare il dolor fisico esser sempre cagionato da una lacerazione e distacco delle parti sensibili; ma come questa lacerazione produca in me il dolore, come questo porti e noi e gli animali tutti alla fuga, al moto, alle grida, questo è l’arcano, che io dispero di giammai conoscere. Il sig. di Maupertuis mi ha detto che il dolore è una sensazione che dispiace di avere, e lo saprei da me stesso, come ognuno lo sa; ma non per questo siamo noi avanzati punto nel labirinto della sensibilità. Giunto che io sia a conoscere che la lacerazione e separazione di una parte sensibile produce il dolor fisico, e che questo non si dà senza di quella, io non ho più guida per fare un passo sicuro avanti: allora rimango abbandonato alla immaginazione; essa mi fa parere che la sensibilità nostra si raggruppi, per così dire, e si condensi tutta intorno la parte del corpo nostro che soffre lacerazione; sembra che il dolore sia un rannicchiamento forzato del nostro animo, e che la gioja che gli succede, qualora cessi rapidamente, sia una espansione dell’animo istesso, che ripiglia il suo elatere, e si dilata sugli oggetti più rimoti. Sembra ancora che una tale condensazione della nostra sensibilità non si faccia al momento, ma con prevenzione, e apparecchio: soffriamo assai più dolore per un piccol taglio fattoci da un chirurgo, di quello che ne proviamo se una spada improvvisamente ci trapassi il corpo; nel primo caso la lacerazione sarà minima e per lo spazio, e per la finezza dell’acciajo, e ci dogliamo, mentre appena ci accorgiamo nel secondo d’essere feriti. Ciò mi induce a credere che per ammassare me stesso in una data parte del mio corpo, e trasportarvi la sede della mia sensibilità, e attentamente esaminare quanto ivi accaderà, conviene che in prima io ne sia avvisato; altrimenti diramando l’animo nostro una sensibilità eguale su tutto il nostro corpo, quella sola porzione di sensibilità è colpita nelle lacerazioni impensate, che trovavasi al luogo in cui seguì la distrazione; e questa, se però basta a renderci quasi indifferenti i colpi non antiveduti, basta altresì ad avvisarci del danno accaduto, e condensarci poi d’intorno ad esso per una disgraziata attrazione, che ci rende più cocente il dolore. Ma queste immagini non sono appoggiate a fatti o a sperienze tali da renderne contento un pensatore. Tale è la condizione nostra, che, dei movimenti che succedono in noi medesimi quando ci troviamo ridotti all’ultima analisi, mancano i mezzi e gli stromenti per separare gli elementi e le fila originarie. Abbandoniamo perciò il pensiero di conoscerne l’essenza, e accontentiamoci di sapere che il dolor fisico è un sentimento cagionato dalla lacerazione delle parti sensibili.
L’istessa impenetrabile nebbia sta intorno al sentimento del piacere; non ne cerchiamo l’intima essenza, ma, per accostarci al mistero che lo racchiude, io considero che una gran parte de’ piaceri fisici consiste in una rapida cessazione di dolore. Arso dalla sete, dopo lungo cammino fatto ai cocenti raggi del sole nella calda stagione, dopo averla sofferta per lungo tempo e cercato inutilmente ristoro, trovo finalmente una fresca soavissima bevanda; in quel momento provo un piacer fisico assai sensibile, e questo facilmente si vede cagionato dalla rapida cessazion del dolore. Affamato trovo una lauta cena: tanto ne è maggiore la delizia, quanto più forte la fame sofferta, e questo piacer fisico è pure una rapida cessazion di dolore. Oppresso dalla stanchezza trovo un letto agiato; intirizzato dal freddo vengo trasportato a un tepido ambiente. Questi sono piaceri vivissimi, piaceri fisici, cioè cagionati da una visibile azione sugli organi, e sono piaceri consistenti nella rapida cessazion del dolore. Se ben si rifletta, si troverà che la maggior parte dei piaceri fisici è di questo genere, e che evidentemente si conosce consister essi in una rapida cessazion di dolore.
Molti oggetti si osservano con tranquillità da un anatomico; molte idee si analizzano senza tumulto di passione da un curioso investigatore de’ principj; ma talvolta il risultato pericolosamente si presenterebbe nell’estrema sua semplicità all’esame del pubblico. L’uomo curioso di meditare, che leggerà queste mie ricerche, non mi vorrà rimproverare ogni omissione, e qualche applicazione negligentata non farà presso di lui pregiudizio alla teoria.
Talvolta l’uomo anche senza avvedersene risveglia in sè medesimo delle sensazioni inquietissime e penosissime unicamente per sentirle rapidamente cessare. Forse l’uso di quella polve caustica che sogliamo fiutare; forse l’uso che alcuni fanno masticando un’erba disgustosa e sozzamente preparata; forse l’abituazione a riempirsi la bocca col fumo d’un vegetabile stimolante, l’uso della senape nelle vivande, e simili, sono stati introdotti per questo principio. Molti uomini protraggono il passeggio o il ballo sino alla stanchezza per sentirla rapidamente cessare adagiandosi. Questa classe di piaceri procuratisi da noi colla volontaria creazione d’un previo dolore non sono tanto circoscritti quanto sembrerebbe al primo aspetto.
Se dunque tutt’i piaceri morali, e una gran parte dei piaceri fisici consistono nella rapida cessazion di dolore, la probabilità, l’analogia, ci portano a credere che generalmente tutte le sensazioni piacevoli consistano in una rapida cessazion di dolore. Quello che più d’ogni altra cosa mi persuade, si è il riflettere che molte volte l’uomo ha dei dolori, ma avendo essi la lor sede in qualche parte dell’organizzazione meno esattamente sensibile, soffre bensì, ma non sempre sa render conto a sè stesso del principio che lo fa soffrire, e dalla cessazione rapida di quel dolore innominato ne nascon dei piaceri, dei quali la sorgente esattamente non si conosce. In prova di ciò si rifletta ai diversi nostri modi di sentire. Le parti del nostro corpo più abituate al tatto, quando sieno offese da qualche corpo estrinseco, danno una sensazione decisa, per cui ci accorgiamo precisamente della azione che si fa sopra di noi. Le parti per lo contrario meno abituate al tatto, quando vengono esposte all’azione d’un corpo estraneo, ci producono una sensazione più muta e incerta; e sebben distinguiamo se sia dolorosa o piacevole, non però finitamente conosciamo qual precisa azione si faccia sopra di noi. Per esempio: se alla parte interna delle dita un corpo mi cagionerà dolore, io distinguerò esattamente se sia per troppo freddo, o troppo caldo, se tagliente, se pungente; distinguerò se il dolore che soffro venga da pressione, da division di parti, da lacerazione, ec. Ma se la medesima azione si farà sopra un piede, ovvero sopra un braccio, parti meno esercitate al tatto, l’uomo sentirà un dolore, ma esattamente non saprà se vengagli fatta pressione, o lacerazione ec. Progredendo in questo esame io trovo che le parti interne della nostra organizzazione sono sensibili alle azioni dei corpi, che possono ferirle, lacerarle, o irritarle; ma essendo esse più di rado toccate, ancora più muta e indecisa ne risulta la sensazione. Un dolor di capo suppone certamente qualche irritazione interna sugli organi; ma qual è il punto preciso che duole? Il dolore è egli una puntura? È egli una distensione? È egli una pressione? Nol so. Duole il capo, l’uomo sta male, ma precisamente non può nominare il luogo, il punto, in cui succede lo sconcerto. I dolori alle viscere sono dell’istessa natura; vagamente si può dire presso a poco in questo spazio sento il dolore; ma non se ne può con precisione indicare il luogo, o la qualità dell’azione che ci fa soffrire. Il dolor de’ denti medesimo, per quanto sia crudele e violento, talvolta è incerto a segno che indichiamo un dente sano come sede del dolore, il quale realmente risedeva nel dente vicino cariato, e fattovi più attento esame chi lo soffre se ne avvede. Ciò accade perchè, come dissi, le parti di noi meno avvezze al tatto ci cagionano sempre delle sensazioni annebbiate ed equivoche. In fatti che altro significano queste parole tedio, noja, inquietudine, malinconia se non un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di qual natura sia, o in qual parte di noi la sede del dolore? Ciò posto io rifletto che ogni uomo ha quasi sempre seco qualche dolore di questa natura, perchè ogni uomo ha qualche fisico difetto nella sua macchina; per esempio qualche viscere sproporzionatamente grande, o angusto; qualche corpo estraneo o nel fiele, o ne’ reni, ec. Un anatomico avrebbe di che troppo contristare un lettore colla serie de’ mali che può aver l’uomo entro di sè senza avvedersene; mali, i quali ci cagionano dei vaghi e innominati dolori, cioè dolori che più o meno ogni uomo soffre senza esattamente distinguerne la cagione, e sono questi dolori innominati, dolori non forti, non decisi, ma che ci rendono addolorati senza darci una idea locale di dolore, e formano vagamente sì, ma realmente il nostro mal essere, l’uneasiness conosciuta dal pensatore Giovanni Locke. Questi dolori innominati sono a parer mio la vera cagione di que’ piaceri fisici, i quali a primo aspetto sembrano i più indipendenti dalla cessazion del dolore.
§ VIII. I piaceri delle belle arti nascono dai dolori innominati.
La musica, la pittura, la poesia, tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati in guisa tale che, se io non erro, se gli uomini fossero perfettamente sani e allegri, non sarebbero nate mai le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Esaminiamo in fatti l’uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento, e vivace, e lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e ad ogni bell’arte, ammeno che la precedente abituazione meccanicamente non lo porti a riflettervi, ovvero la vanità di mostrarsi sensibile non lo renda ipocrita in quel momento. L’uomo vigoroso, che ha la contentezza nel cuore, è nel punto il più rimoto dalla sensibilità: questa s’accresce col sentimento della nostra debolezza, dei nostri bisogni, dei nostri timori. Un uomo che abbia della tristezza, s’egli avrà l’orecchio sensibile all’armonia, gusterà con delizia la melodia d’un bel concerto, s’intenerirà, si sentirà un dolce tumulto di affetti, godrà un piacer fisico reale, cioè sarà rapidamente cessato in lui quel dolore innominato da cui nasceva la tristezza, coll’esser l’animo assorto nella musica, e sottratto dalle tristi e confuse sensazioni di dolori vagamente sentiti e non conosciuti. Anzi per uscire dalla tristezza che lo perseguita, l’uomo da sè medesimo si ajuta, e cerca d’abbellire e d’animare coll’opra della fantasia l’effetto delle belle arti, e, per poco che abbia l’anima capace d’entusiasmo, come nella casual posizione delle nubi ei ravviserà le espressioni di figure in vario atteggiamento, così nelle variazioni musicali s’immaginerà molti affetti, molti oggetti, e molte posizioni, alle quali il compositor medesimo non avrà pensato giammai. La musica singolarmente è un’arte nella quale il compositore dà occasione a chi l’ascolta di associarsi al suo travaglio per ottenere l’effetto della illusione. Una bella pittura, una sublime poesia, faranno qualche senso anche in chi non ne abbia gusto, o passione; ma una bella musica resterà sempre un romore insignificante per chi non abbia orecchio a ciò fatto, e positivo entusiasmo, per la ragione già detta che la musica lascia fare la più gran parte alla immaginazione di chi l’ascolta. Perciò la medesima musica piacerà a diverse persone nel tempo medesimo in cui le sensazioni di esse saranno diversissime; uno la troverà sommamente semplice e innocente, l’altro tenera e appassionata; il terzo la troverà armoniosa e ripiena, e così dicendo; le quali diversità non accaderanno sì facilmente nel giudicare della pittura, nè della poesia; perchè, come dissi, in queste l’artista è attivo e l’ascoltatore, purchè abbia una squisita sensibilità, è quasi puramente passivo; laddove nella musica l’ascoltatore deve coagire sopra sè stesso, e dalle diverse disposizioni del di lui animo accade che ora in un modo, ora nell’altro agisca, e sieno così diverse le sensazioni prodotte dal medesimo oggetto occasionale.
La pittura parimente non occuperà l’animo ilare e giocondo di un uomo in un momento felice; ma per poco ch’egli sia rattristato da qualche passione, o dolore innominato, l’uomo si presterà alla di lei azione, e da quella l’animo di lui resterà più o meno occupato. Le anime appassionate saranno più sensibili ai quadri i quali sveglino sentimenti. Gli altri meccanicamente conoscitori potranno essere assorbiti dalla maraviglia per le difficoltà superate dall’artista, per la destrezza e giudizio col quale son disposte le figure, le ombre, e i colori. Nell’animo assorbito da quest’oggetto cessa rapidamente il dolore innominato, e ne nasce il piacere; ma per gustare un più gran numero di piaceri nella pittura conviene ch’ella desti nel cuore de’ sentimenti; la cessazione dei dolori innominati allora è più frequente, perchè più l’anima viene con ciò distratta dallo stato di prima, e interamente occupata di oggetti, che creano dolori, e gli estinguono, e li riproducono, e rapidamente gli annientano a vicenda. Io ho provato un piacere assai vivo nel mirare la prima volta un quadro rappresentante la partenza d’Attilio Regolo da Roma. L’eroe campeggia nel mezzo, vestito della toga, e del lato clavo: la fisonomia presa dall’antico esprime una placida e ferma virtù; pareami però nel riflettervi ch’ei premesse a forza un profondo dolore. Egli è nell’atto di incamminarsi alle navi cartaginesi che sono sul Tevere, alle sponde del quale si passa l’azione. Conobbi alla somiglianza il figlio dell’eroe; fanciullo ancora, sembra opporsi passionatamente al passo di suo padre, mentre una figlia si copre il volto colla mano del padre in atto di baciarla, e stringendola fralle due tenere sue mani, cela le proprie lagrime, e la sua disperazione. Poco discosto da Attilio sta il console romano; la tranquilla maestà che gli signoreggia nel volto non gli toglie punto i tratti d’una sensibile e dolente amicizia. Una folla di romani stassene dalla parte del console, e i più rimoti s’arrampicano sulle piante per veder l’eroe al grand’atto. Una romana, che si vede per il dorso stendente il braccio verso l’eroe e additandolo a un suo pargoletto, sembra ammaestrarlo con quest’esempio, e dirgli: mira, quegli è un romano. Frattanto due cartaginesi abbronziti sul mare, e che si distinguono al barbaro vestito, non meno che per i tratti odiosi della lor fisonomia, compajono attoniti e confusi. Tutto il quadro esattamente è conforme al costume, e spira maestà, grandezza, e sentimento. La voluttà che ne provai non fu breve; mi sentii commovere come da una tragedia; mi feci illusione, come se esistessero gli oggetti; m’immaginai i loro sentimenti, le loro parole in quell’atto; tristezza, compassione, rispetto, ammirazione, stupore, furono i diversi affetti che successivamente mi agitaron l’animo. L’idea di questo quadro pieno di calore e di grandezza è nata da un gran ministro per cui fu fatto, il di cui genio ha operato una felice rivoluzione negl’ingegni dei popoli alla sua cura confidati.
Parimente al teatro uno spettatore veramente lieto e vegeto si troverà poco sensibile, e sarà continuamente distratto; laddove per lo contrario l’uomo che trovisi un po’ infelice s’intenerirà, singhiozzerà, proverà una voluttà squisitissima alla rappresentazione d’una buona tragedia. L’uomo, le poche volte nelle quali veramente sta bene entro di sè stesso, non si piega mai, nè si lascia assorbire da un solo oggetto; i nostri affetti, le nostre idee sarebbero di lor natura repubblicane, e non consentono in fatti a soffrire un dittatore se non quando i torbidi interni ci costringono. Ogni uomo entusiasta, ogni uomo, che appassionatamente ama o una scienza, o una bell’arte, o un mestiero, o cosa qualunque, non l’ama per altro se non perchè egli è originariamente infelice con sè medesimo, e tanto più avidamente ama i mezzi per sottrarsi, quanto è maggiore la somma dei dolori innominati ch’ei soffre abbandonato a sè medesimo. L’uomo che esiste male, isolato, cerca di darsi in preda ad un oggetto prepotente per essere da quello occupato; ma l’uomo robusto, lieto, e felice sfiora sorridendo gli oggetti, e signore della natura domina le sensazioni proprie tranquillamente; quindi poca o nessuna compassione troverai presso di lui non già per durezza o malignità, ma per la volubilità naturale del suo felice animo, che leggermente si occupa, tutto vede, nulla esamina, e sente un solletico bensì nelle idee, ma non urto, nè impeto giammai. Molti hanno detto che gli sciocchi sono felici; io anzi dico che i felici sono sciocchi, perchè l’uomo che non soffra il pungolo del dolore, e che tranquillamente viva vegetando, non ha una ragion sufficiente per superare la inerzia, e attuarsi presso di verun oggetto; quindi nessuna parte dell’ingegno se gli può sviluppare, e nessuna idea viene da lui esaminata attentamente. Non v’è principio che lo obblighi a balzar fuori dall’indolenza, ed affrontare la fatica. Non è dunque la sciocchezza cagione della felicità, ma al rovescio l’uomo è sciocco perchè è felice. In fatti troveremo che tutti gli uomini che coltivano le scienze e le arti con qualche buon successo furono spinti dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che hanno battuta. Leggiamo le memorie degli uomini più illustri in qualsivoglia parte dell’umano sapere, e troveremo costantemente che o la domestica inopia, o la persecuzione, o il disprezzo altrui, ovvero i mali di una cagionevole organizzazione gli spinsero all’azione, al moto, alla fatica; la qual fatica per sè stessa è dolorosa, e non si abbraccia dall’uomo naturalmente se non quando, inseguito da un dolore ancora più grande, spera in essa di ritrovare un salvamento; ella è un dolore meno grande dell’altro che si soffrirebbe senza di lei; e l’uomo, fuggendo sempre il dolore, lo abbraccia non per acquistare una quantità di esso, ma per rifiuto e fuga della porzione eccedente: ed ecco come, non solamente ogni piacere che risvegliano le scienze e le belle arti nasca dai dolori principalmente innominati, ma dai dolori nasca ogni spinta a conoscerle, a coltivarle, a ridurle a perfezione. Così l’idea terribile del dolore è l’archetipo di quella serie di purissimi piaceri che fanno la delizia delle anime più delicate e sensibili.
Sebbene parlando dei dolori innominati io principalmente gli abbia attribuiti all’azione fisica immediata dei corpi sugli organi nostri, non intendo dire perciò che una parte di questi non venga anche da sensazioni morali mal conosciute. Nella società di persone le quali mostrino indifferenza per noi, o poca stima, proviamo un dolore innominato, e lo chiamiamo noja; quando quel sentimento è più deciso e conosciuto, lo chiamiamo umiliazione, dispetto ec. L’amor proprio riempie l’animo nostro di sentimenti innominati qualunque volta sia offeso mediocremente, e senza grand’impeto. I dolori innominati adunque possono essere o fisici o morali; sono soltanto alcune affezioni dolorose sordamente, le quali fanno un mal essere in noi, senza che la riflessione nostra ne abbia analizzata e riconosciuta esattamente la cagione.
§ IX. Applicazione del principio alle belle arti.
Se il fine delle belle arti si è quello di cagionar piacere, e allettarci con esso a ben accoglier l’utile, dalla teoria esatta del piacere ben conosciuta dovrebbero dedursi come corollarie conseguenze i principj primordiali delle belle arti istesse. Non è tanto difficile all’artista di colpire e sorprendere al bel principio, quanto assai più è difficile il conservarsi attento lo spettatore, e con una serie di piaceri sempre gradatamente crescenti, sebbene interrotti, impegnarne l’attenzione per qualche tempo costante. Le prime arcate clamorose d’una grande orchestra; il primo periodo d’un oratore, che con enfasi declami; il primo affacciarsi d’un quadro grande e colorito vivacemente; la prima scena d’una rappresentazion teatrale ottengono facilmente il fine di aver lo spettatore attento e occupato d’un primo piacere, quale si è la sorpresa, da cui nasce l’istantanea cessazione dei dolori innominati, e la distrazione da sè medesimo. La grand’arte consiste a sapere con tanta destrezza distribuire allo spettatore delle piccole sensazioni dolorose a fargliele rapidamente cessare, e tenerlo sempre animato con una speranza di aggradevoli sensazioni, in guisa tale ch’egli prosegua ad essere occupato degli oggetti proposti, e terminatane l’azione, richiamandosi poi la serie delle sensazioni avute, ne veda una schiera di piacevoli, e sia contento di averle provate. A tal proposito io osservo che sarebbe intollerabile una musica, se non vi fossero opportunamente collocate e sparse delle dissonanze, le quali cagionano una sensazione disgradevole, e in qualche modo dolorosa; così nella poesia dei versi aspri distribuiti sapientemente a tratto a tratto cagionano una sensazione disgustosa, e rapidamente la fanno cessare armoniosi e sonori versi. Così nella pittura alcune ombre più crude, alcuni tratti di pennello studiatamente strapazzati sono un oggetto spiacevole a vedersi, ma ci fanno gustare la delicatezza, la luce, il colorito, e il finimento del restante. Le belle donne amano più di comparire di notte, anzi che colla luce del giorno; di giorno il gran corpo della luce parte da un canto solo, tutte le prominenze del volto, tutte le cavità ricevono un’ombra, la quale rende marcati i tratti. Una sala di ballo signorilmente illuminata, in vece, riceve la luce da tutte le parti in un colpo stesso, tutta la figura è uniformemente rischiarata, e quasi sempre in ciò: che reciprocamente non tanto i suoni delle voci, ma le immagini ancora si alternino disgustose, poi aggradevoli e gentili.
Un seguito d’idee tutte geometricamente ordinate, e con simmetria disposte, forma un libro eccellente per insegnare una scienza; ma un’opera piacevole, elegantemente scritta, fa ritrovare le grazie e i vezzi frammezzo a un leggiadro disordine. L’abile artista in ogni genere debb’essere come il voluttuoso giardiniero d’Aristippo. Un lunghissimo viale piano, uniforme, fra due siepi paralelle, t’invita a un nojosissimo passeggio, che sempre ti presenta l’oggetto medesimo, e ti guida alla stanchezza prima che ti sia avveduto d’aver cambiato di luogo. A quel viale s’assomiglia ogni opera laboriosa, esatta, regolare, ove non siavi verun lato negligentemente tocco. Quel viale è un placido poema di versi tutti sonori, è una musica tutta di consonanze, è una pittura cinese tutta monda e di vivaci colori. Non v’erano viali nel giardino di quel filosofo. Il passeggio era preparato con una varietà deliziosa. Un sentiero t’invitava al bosco, l’attraversavi calpestando l’erbe e i fiori che i raggi del sole non avean veduti mai: una fresca umidità, un sacro silenzio regnavano d’intorno, e quasi provavi spiacere e timidezza, come se ivi ti ritrovassi separato dal soccorso degli uomini; appena questo sentimento cominciava a molestarti, improvvisamente eccolo cessato; termina il bosco, e ti si affacciava da un lato la vista d’una spaziosa campagna popolata di case; spigni l’occhio quanto puoi, non troverai altri confini che l’orizzonte. Esaminavi deliziosamente quest’oggetto; ma t’inquietava la curiosità di godere d’altre sorprese, che ben conoscevi esserti preparate ancora dopo un sì giudizioso principio, e questa curiosità, molestamente scuotendoti, ti obbligava ad inoltrarti. Dopo pochi passi inutilmente ti rivolgevi per rimirar nuovamente la bella vista, perchè una collinetta vicina rimaneva frappo-sta all’oggetto, e come un bel sipario chiudeva la passata scena. Qui diventava più angusto il teatro che avevi davanti gli occhi; varj ruscelli parte cadenti, parte lambenti lo strato della collina occupavano piacevolmente il tuo sguardo. Restava da ascendere. Il sentiero diventava rapido, e di qualche incomodità. Appena cominciavi a provarne dolore e stanchezza, eccoti una grotta non prima veduta, dove l’acqua zampilla da ogni parte, e dove agiatamente ti sedi a rimirarla. L’acqua sapientemente diretta ivi dava moto a concerti musicali, che ti sorprendevano perchè inaspettati. La dolce melodia pastorale ti lasciava in preda a soavissime immagini; l’ardita sinfonia della guerra e della caccia ti urtava in seguito, e ti rinvigoriva sin che, destandoti nuovamente l’importuna curiosità, ti alzavi e proseguivi il passeggio, frattanto già punto da due dolori, stanchezza e curiosità. Il cammino giudiziosamente ti riconduce d’onde partisti senza la noja di replicarti le stesse sensazioni. Ora ti ricreano i soavissimi odori de’ fiori e delle piante più rare, in seguito un prospetto impensato di antica architettura rovinata dal tempo; qui un tempietto, là un parco di fiere, poi un piccolo canale navigabile ti sorprendono aggradevolmente, e fanno rapidamente cessare i sentimenti dolorosi che naturalmente s’intrudono fra l’uno e l’altro oggetto, e ritornavi all’albergo dopo un’ora beatamente impiegata, pago del modo col quale eri frattanto vissuto.
Parmi con questa immagine che resti toccato l’essenziale principio delle belle arti. Una galleria, un museo veduti di volo difficilmente fanno passar bene una giornata. Bisogna che le cose belle sieno a una certa distanza le une dalle altre, distanza o di luogo o di tempo, in guisa tale che abbia luogo fra una sensazione e l’altra d’intromettersi il dolore. Un libro, in cui di seguito vi fosse una serie contigua di idee tutte sublimi e fitte, non potrebbe essere mai un libro piacevole, se non l’ajutasse l’oscurità. Questa oscurità obbliga il lettore a interporre uno spazio per meditare attentamente, onde poter intendere il pensiero dell’autore; frattanto il lettore soffre e per la fatica che è costretto di fare, e per l’impazienza d’intendere. Se questo dolore non è indiscreto, viene rapidamente a cessare coll’intelligenza della proposizione; così le cose troppo fitte, se non ha lo spettatore il tempo di diradarle, riescono sempre di poco pregio.
È un’arte sagacissima quella di lasciar fare qualche cosa allo spettatore, e di servire di occasione puramente alle sensazioni, ch’egli eccita sopra sè medesimo. Alcune reticenze d’un oratore fanno il medesimo effetto, come la figlia di Attilio Regolo, di cui ho parlato di sopra, coprendosi il volto colla mano del padre in atto di baciarla. Quel volto celato lascia in libertà la fantasia d’ogni uomo di figurarsi la fisonomia la più bella, la più addolorata che ciascuno può immaginare; quindi ognuno risvegliando le idee più analoghe a sè medesimo, agisce sulla propria sensibilità in un modo assai più energico di quel che farebbe, se l’oratore, il pittore, il poeta, ec. volessero agire in dettaglio essi medesimi, e determinare l’impressione. La reticenza di alcune idee intermedie consola altresì l’amor proprio del lettore, e gli fa cessare quel sentimento di paragone che ordinariamente è doloroso, quando leggendo un buon libro, si diffida di poterne fare altrettanto.
Ma troppo mi svierei dall’argomento che mi sono proposto, se volessi entrare più addentro colla immaginazione fra questi ridenti oggetti; e, ritornando al soggetto del quale ora io tratto, parmi che lo scopo d’ogni buon artista sia quello di spargere le bellezze consolatrici dell’arte in modo che vi sia intervallo bastante fra l’una e l’altra per ritornare alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni dolorose espressamente, e immediatamente soggiugnervi una idea ridente, che dolcemente sorprenda, e rapidamente faccia cessare il dolore. Quest’arte riesce anche nella civile società. L’uomo più amabile è quegli il quale sa in noi calmare i dolori morali che portiamo con noi, e per dimenticare i quali ricerchiamo la società. Se quest’uomo fosse sempre dolce e compiacente riuscirebbe nojoso per la stessa uniformità; ogni dialogo con lui diverrebbe insipido e breve perchè senza contraddizione; la stessa lode ci lascerebbe insensibili, e non sarebbe più l’uomo amabile. Esso stuzzica in noi e risveglia qualche leggiero dolore, move qualche contraddizione delicata, c’inquieta industriosamente, e interpone a questi piccoli mali degl’inaspettati contrassegni di stima, di amicizia, che dolcemente ci colpiscono. Un giovane ufficial francese giugne all’armata, va al quartier generale per presentarsi al maresciallo di Villars, francamente attraversa la folla e ad alta voce chiama: «dov’è Villars?» Il maresciallo, offeso da questa famigliarità indecente, «dite almeno il signore di Villars» gli soggiugne: al che l’ufficiale: «non ho mai inteso dire “il signor Alessandro”, “il signor Cesare”». Il maresciallo, a una lode così impensata, al paragone tanto consolante per la sua gloria fra i più gran capitani dell’antichità e lui, dovette sentire un piacere tanto più grande quanto più rapida fu la cessazion del dolore. In mezzo al senato di Roma convocato davanti a Tiberio s’alza liberamente un romano, e, apostrofando l’imperatore, così comincia a parlare: «Cesare, tu sei l’uomo più ingiusto che viva sulla terra»; figuriamoci quai sentimenti si svegliarono ne’ cuori a quest’esordio: que’ senatori tanto bassamente avviliti, che Tiberio stesso li chiamava un gregge di schiavi, quegli uomini già al colmo della corruzione avranno paventato un supplizio in pena d’aver ascoltato; Tiberio doveva fremere… ma proseguì il romano: «sì, il più ingiusto, perchè dipendendo la salute pubblica dalla tua, dimentichi affatto la propria conservazione, e tutto consacrato alla felicità, alla gloria di Roma, impieghi per lei quelle cure, che pur dovresti riserbare in parte a te stesso per rendere più diuturna la beatitudine del tuo impero, ed esauditi i nostri voti». Il modo più insinuante per lusingar l’amor proprio degli uomini si è appunto soggiugnendo la lode a qualche puntura, perchè la prima cagiona dolore, e ci fa credere d’essere poco curati in quel momento da chi ci parla; sopravviene impensatamente l’encomio, e rapidamente cessa la sensazion dolorosa, e la sorpresa fa che più intensamente ci occupiamo della dolce idea non preveduta. Un negoziante è impaziente perchè tarda a giugnere la nave, che ha il carico delle sue merci; la dilazione lo ha reso inquieto, e già dubita di qualche sciagura. Mentre egli sta in casa tristamente occupato delle conseguenze che teme, un suo amico vede entrare salva la nave in porto. Corre a casa del negoziante, simula d’aver la tristezza in volto, entra a discorrergli della sua nave, finge una relazione avutasi d’una burrasca e d’un naufragio, indica alcune circostanze sul luogo, sulla bandiera, sulla qualità della nave. Il negoziante si agita, teme, gli pesa addosso in quel momento tutta la serie dei mali che prevede in conseguenza. L’amico lo riduce a quel punto, e gli dà la novella che la nave è felicemente giunta; così cagiona nell’animo del suo amico una gioja assai più vivace quanto è stata maggiore la quantità del dolore che ha fatto rapidamente cessare.
§ X. Come l’uomo giudichi nella scelta fra i dolori e fra i piaceri.
Nel calcolo dei piaceri e dei dolori l’uomo valuta più l’intensione che non la durata. Esattamente calcolando, un dolore che si esprimesse della forza d’un grado durando dieci minuti dovrebbe considerarsi uguale a un dolore che avesse dieci gradi di forza, ma durasse un sol minuto. Eppure nella scelta l’uomo si determinerà piuttosto per la minor intensione di quello che per la minore durata, e crederà men male il dolor d’un grado benchè duri dieci minuti. Osserviamo ciò che accade sul Monsenis allorchè è coperto di neve, e che vi si discende rapidissimamente sopra di un traino mosso dalla sola gravità per il gran pendio della montagna. Moltissimi viaggiatori, finita la discesa e passato il monte, vogliono nuovamente affrontare il tedio, il pericolo, lo stento di rampicarvisi nuovamente a piedi sino alla sommità, per provare un’altra volta il piacer di discendervi con quella rapidità che non la cede al volo degli uccelli. Questa è l’immagine fedele della maniera colla quale calcola l’uomo sul punto della propria sensibilità. Egli affronterà un dolore spontaneamente, purchè la di lui intensione non sia grande, quand’anche ei debba nella total quantità riuscir grande per la sua durata, e l’affronterà ogni qual volta ei debba rapidamente cessare, dal che ne ottiene un piacere.
La maggior parte delle debolezze e delle apparenti inconseguenze dell’uomo nasce appunto da questo principio: che più resta colpito dall’intensione dei piaceri e dei dolori, di quel ch’ei non lo sia dalla durata; sebbene la quantità assoluta, per essere ben calcolata, dovrebbe desumersi dal prodotto dell’una per l’altra. Ma quando di due sensazioni dolorose una è da soffrirsi tutta in un colpo, e l’uomo nel momento immediato prevede tutto il grado d’infelicità in cui piomba, preferisce l’altra sensazione, di cui la parte che se gli presenta è men dolorosa per il momento consecutivo, e, senza esattamente trascorrerla sino al fine col di lui sguardo, la sceglie con ribrezzo minore. La vita è una serie di momenti; la parte che è nostra è il momento attuale; tutto il restante a venire è una mera probabilità, tanto più forte quanto il tempo a venire è più vicino al momento attuale. Un dolore intenso e breve piomba su i momenti più vicini alla nostra esistenza, e ci promette la pace per que’ momenti che sono più discosti. Un dolore più durevole e meno intenso ci presenta i momenti più contigui, più nostri, sotto un’apparenza meno ripugnante; e, sebbene per que’ momenti più rimoti non ci lasci vedere la pace, la lusinga che nasca in questo intervallo qualche soccorso che abbrevii i mali sempre più o meno sta nel cuore; e quindi nasce che comunemente gli uomini si determinino più per l’intensione che per la durata, siccome dissi.
Quantunque io creda generalmente condotto l’uomo a scegliere più per l’intensione che per la durata, non ne viene però che con eguale misura uniformemente ci determiniamo: anzi quanto più l’uomo è illuminato e placido nel suo giudizio, tanto si va egli accostando alla precisione nel calcolo, e sempre più va considerando la durata, perchè quanto più l’animo umano si trova vicino allo stato ch’io dissi, tanto più sa prevedere e scostarsi dalla maniera di operare de’ bruti, i quali quasi unicamente si determinano sugli oggetti esistenti, e feritori de’ loro organi. In tre classi, quindi, io divido la maniera di sentire degli uomini, e sono le seguenti.
La parte più comune degli uomini rimira più d’un oggetto a un tempo stesso, ma li vede con un colorito pallido, e contorni sfumati e incerti. Sono per lo più quindi dubbiosi ne’ loro giudizj, timidi di equivocare nella scelta, ed essendo pure costretti a dare un corso alle loro azioni, son forzati a prender di norma l’imitazione anzi che il raziocinio. Incapaci di passioni grandi, incapaci di vigor d’animo, languiscono nella imbecillità; si sottraggono al mordace sentimento del poco valor proprio col sonno, co’ liquori assopitivi, col giuoco, colla lettura, o colla compagnia, che avidamente e senza scelta ricercano, e a ciò vengono spinti da quel tedio abituale, in cui restano immersi, abbandonati a loro stessi. Questi vedon gli oggetti come a traverso la nebbia, e, non potendo spignere lo sguardo molto addentro, valutano nella loro scelta piuttosto la superficie di quel lato che lor si presenta, anzi che la massa; quindi, omettendo quasi del tutto la durata, giudicano delle sensazioni quasi interamente sulla pura intensione momentanea.
Un minor numero d’uomini in vece ha l’immaginazione fatta per modo che un fantasma vincitore s’impadronisce della loro sensibilità, e il restante delle loro idee resta inconsiderato, e in disordine, mentre quel fantasma è rappresentato con vivissimo colorito, e con esatti contorni. Questi hanno per loro carattere l’immaginazione, l’entusiasmo, l’elevazione; i voli più arditi non si vedono che in questi uomini. Essi però si sottodividono in due specie. Gli uni sono costantemente occupati da una idea prepotente, la quale ostinatamente tengon sempre di mira: uomini capaci di grandi cose, perchè esercitano un’azione energica assiduamente prolungata per lungo spazio. Se il fantasma che gli occupa è conforme al bene del genere umano, sono eroi; se contrario, sono illustri scellerati; se è incoerente, sono pazzi. Gli altri sono della seconda specie, occupati da un dispotico fantasma, ma dove un fantasma detronizza l’altro, e si succedono vicendevolmente. Sono questi i migliori poeti, i migliori pittori, gli oratori i più eloquenti, uomini di grandi passioni al momento. Non ti farà maraviglia, se dopo aver essi declamato in favore della civile libertà, li vedi diventati all’occasione cortigiani; combatteranno essi talvolta contro quella libertà medesima che avevan sostenuta. Questi uomini d’immaginazione, i quali a foggia degl’istrioni risvegliano in lor medesimi le passioni del momento, e con calda energia le sanno comunicare, mal si giudicherebbero se si credesse costante in essi quell’entusiasmo, che non parte dal cuore, ma da un’artificiosa e cercata fermentazione di sentimenti. I primi, giudicando delle sensazioni che hanno rapporto all’idea signoreggiante, s’accostano alla esattezza del calcolo, e ne valutano non solamente l’intensione, quant’anche in parte la durata; ma nel restante delle loro idee pochissima attenzione vi prestano, e si determinano per la sola intensione; i secondi in vece, quanto ai loro giudizi, interamente si conformano al metodo volgare, e nella loro pratica restano perpetuamente plebei.
Finalmente una parte ben piccola del genere umano è quella di coloro che sogliono ad un tempo stesso avere davanti al loro sguardo più oggetti illuminati, coloriti, e distinti; sagacemente li paragonano, gli accozzano, li separano. Conosciuta che hanno la schiera de’ mali, che seco strascina il vizio, scelgono la virtù e tranquillamente e con costanza ne batton l’orme. Essi non hanno quelle clamorose estasi, colle quali cercano di accreditarsi gli empirici della virtù; il loro animo più in calma pacatamente, e per una felice abitudine, li porta a bene e virtuosamente vivere. Costoro, sebbene per costruzione loro abbiano il cuore meno appassionato di quello degli entusiasti, con tutto ciò non sono esenti dalla febbre delle passioni. Non sempre la placida ragione lascia viva alla mente loro questa verità, che gli uomini cattivi meritano più compassione che odio; la bassezza, la ingiustizia fanno nascere nel loro cuore lo sdegno talvolta, come le belle azioni amore e benevolenza. Questi ultimi sono gli uomini più simili a loro stessi nelle loro azioni. I loro discorsi sono della tempra de’ loro fatti; i loro scritti hanno la tinta istessa della lor vita, e de’ loro sentimenti; essi non cercano di ridurre gli uomini attoniti e sbigottiti con gigantesche idee, ma illuminati e resi migliori da un raggio puro e sereno di verità. Essi nella scelta delle sensazioni generalmente s’accostano più di tutti all’esattezza del calcolo, portano i loro sguardi sulle maggiori relazioni possibili, e lo inoltrano al tempo più rimoto.
Queste tre classi sono come i tre tuoni principali del diverso modo di sentire degli uomini; ma ogni uomo, comunemente parlando, è un misto, e partecipa di più d’una classe. I primi sono meno di tutti capaci di piaceri e di dolori morali, perchè, come si disse, dipendendo questi interamente dall’appoggiarsi che fa la mente sul passato e sull’avvenire, e dal paragone che facciamo fra il modo col quale esistiamo e quello al quale prevediamo di dover giugnere, un tal modo di sentire suppone memoria e previdenza; e dove gli oggetti si vedano abitualmente larvati e mal definiti, non v’è luogo a questo scagliamento dell’animo. I secondi, che hanno un fantasma costante, in tutte le sensazioni, che a quello si accostano, debbon essere sommamente capaci di piaceri e di dolori morali. Se Colombo ci avesse lasciata la storia de’ suoi sentimenti per il lungo tratto di tempo in cui sollecitò i mezzi onde scoprire un nuovo mondo; se ogni giorno avesse scritta la storia delle proprie sensazioni, e nel tempo in cui viaggiava alle corti per offrire il progetto, e nel lungo spazio in cui languì nelle anticamere fra un piccol filo di speranza e molti sorrisi de’ cortigiani, che lo rimiravano come un uomo da romanzi; se ci avesse fedelmente tramandate le sensazioni che provò quando le speranze crebbero, poi quando ottenne le poche navi, poi di quanto nel cuore sentì durante la lunga navigazione per un mare immenso e sconosciuto; finalmente se ci avesse descritti i sentimenti che provò allo scoprire la terra, all’approdarvi, al conoscerne i tesori, avremmo una idea allora de’ sommi dolori e sommi piaceri che occupano un entusiasta costante. Forse questa grande scena terminò nel momento in cui ebbe scoperta l’America. La terza classe, come la più capace su tutti gli oggetti di timore e di speranza, così da ogni lato è accessibile ai dolori ed ai piaceri morali; minori forse nella intensione di quei che sentono gli entusiasti, ma nella quantità e frequenza considerabilissimi.
§ XI. Il dolore precede ogni piacere, ed è il principio motore dell’uomo.
Osserviamo i bambini: essi meritano la compassione e l’assistenza nostra, e sono i migliori maestri che possiamo scegliere per conoscere l’uomo, e lo sviluppo della sensibilità. Al momento in cui il bambino nasce, ci dà tutti i contrassegni del dolore, e d’un violento dolore: i persiani per renderci maravigliosa l’origine del loro legislatore, asserirono che appena nato ridesse, ma la natura dovunque ci fa vedere il bambino gemente e smanioso al suo nascere; e per due o tre mesi dopo nato, ancora o ce lo mostra stupido ovvero addolorato. Le prime sensazioni adunque dell’uomo sono di dolore: in fatti l’aria ferisce le loro membra molli e sensibilissime; la luce percuote violentemente i loro occhi delicati; il latte aggrava il loro stomaco, e cagiona le irritazioni ne’ loro visceri; le loro lagrime, le grida, la inquietudine, tutto ci manifesta lo stato dolorosissimo del loro essere. Trascorrono, non che i giorni e le settimane, anche i mesi dopo che gli occhi sono troppo avvezzi al pianto, che la loro bocca comincia ad apprendere il sorriso. Questo fatto ci prova che il dolore lo può sentire l’essere organizzato al primo momento di sua esistenza, e che il piacere non si sente se non dopo di aver sofferto il dolore. In fatti una sensazione suppone un cambiamento di stato nell’organo che la riceve, cioè o una tensione accresciuta ovvero diminuita; se l’organo era nello stato di perfezione, la prima sensazione lo toglie da quello, conseguentemente è un disordine, e un dolore; se poi l’organo era viziato, o per soverchia tensione o per ammollimento soverchio, la prima azione de’ corpi esterni può bensì rimediarvi, ma sarà preceduta dal dolore che produceva il vizio della costruzione organica, e così ne deriva che la prima sensazione deve necessariamente essere dolorosa.
I dolori che soffrono i bambini ne’ primi mesi della loro vita potrebbero forse da taluno attribuirsi alla gracilità e imperfezione de’ loro organi ancora informi, anzi che alla primitiva legge della sensibilità; e perciò figuriamoci che dal sommo Essere venga creato un uomo, il quale nel primo istante della sua esistenza sia organizzato come lo sono comunemente i giovani a venti anni, e immaginiamo se è possibile il presentargli una sensazione piacevole, la quale sia la prima, e non preceduta da alcuna dolorosa. L’appetito del cibo o della bevanda non lo potrebbe movere, perchè conviengli prima aver provato i dolori della fame e della sete; indifferente riuscirà ogni sapore a chi non ha potuto prima sentirne mai il bisogno. L’odore parimenti d’una rosa o d’un gelsomino farà la più indifferente sensazione in quest’uomo, se pure farà sensazione, di che ne dubito, perchè i sensi nostri si vanno educando colla società, modificando coll’uso, e artificiosamente snaturando per modo che moltissime volte l’uomo colto crede di provare o piacere o dolore, e s’inganna sedotto dalla abituazione di vedere associate ad un oggetto le espressioni del piacere, ad altro quelle del dolore; di che fra poco tornerò a trattare. Lo stesso dirò di ogni suono musicale, il quale, se non giugne alla scossa dolorosa, non darà sensazione all’uomo immaginato; e lo dico pure dell’amore anche fisico, ch’ei non può sentire, se non provò prima le dolorose inquietudini che lo fanno nascere in noi; e così ogni oggetto si presenterà alla di lui vista indifferentemente, ammeno che non lo addolori, ed ogni giacitura o tatto del suo corpo sarà di nessun effetto, ammeno che non lo addolori, ovvero non si trovi già lasso e addolorato dalla situazione in cui giaceva. L’essenza adunque della sensibilità importa di cominciare col dolore, perchè o l’azione sopra i nostri organi è dolorosa, ovvero è un rimedio alla dolorosa organizzazione, ovvero è azione inefficace, indifferente, e nulla; il dolore è una azione, il piacere è una rapida cessazione di essa. Con ciò l’uomo è riposto a vivere in mezzo ai dolori.
Io non dirò che il dolore per sè sia un bene, dirò bensì che il bene nasce dal male, la sterilità produce l’abbondanza, la povertà fa nascere la ricchezza, i bisogni cocenti affinano l’ingegno, la somma ingiustizia fa nascere il coraggio, in una parola il dolore è il principio motore di tutto l’uman genere; egli è cagione di tutti i movimenti dell’uomo, che senza di lui sarebbe un animale inerte e stupido, e perirebbe poco dopo di esser nato; egli ci spinge alla fatica del lavoro de’ campi, ci guida a creare e perfezionare i mestieri, c’insegna a pensare, crea le scienze, fa immaginare le arti, e le raffina; a lui siamo, in una parola, debitori di tutto, perchè dalla eterna sapienza ci è stato collocato intorno, acciocchè fosse il principio che desse vita, anima, e azione all’uomo. Appena nati trascorrono poche ore, e il dolore della sete sveglia l’assopito bambino, gli insegna a tranguggiare il latte, poi dà moto alla sua lingua, alle sue mascelle, e gl’insegna a succhiarlo; senza il dolore non si ciberebbe, e la morte sarebbe assai vicina al nascimento. Poi cade nella passiva indifferenza, e dorme; non più sarebbe richiamato alla vita, se il dolore non lo scuotesse; noi stessi, adulti che siamo, non ci svegliamo mai spontaneamente dal sonno; comunemente il dolore, cagionato dalla lunga pressione sulle parti sulle quali stiamo giacendo, è quello che ci desta; in fatti, la prima azione che facciamo allo svegliarci si è un moto che cambi la nostra giacitura, e distendiamo i muscoli, che per quello spazio di tempo rimasero raggruppati; talvolta un affannoso sogno, dolorosamente agitando la nostra immaginazione, ci desta; il sonno condurrebbe naturalmente alla morte, se non vi si intrapponesse il dolore. Se uno sconcerto accade nella nostra macchina, il dolore è quello che ci avvisa, e ci scuote a ripararlo; senza del dolore il ferro, il fuoco, gli altri esseri consumerebbero le nostre membra prima che ce ne avvedessimo. L’uomo, se non soffrisse dolore, apparirebbe alla luce per una brevissima vegetazione, che lasciandolo svenire privo d’alimento, lo piegherebbe poco dopo alla morte. Se l’uomo non avesse sofferto il dolore del caldo, del freddo, della umidità, e delle malattie, non avrebbe mai cominciato a formarsi delle capanne, poi delle case, nè a tessere per riparare il suo corpo. Se il dolore della fame non l’avesse spinto, non mai si sarebbe dato alla caccia, alla vita pastorale, indi alla coltivazione della terra. Fatti questi primi passi sarebbesi l’uomo limitato a queste arti ed alle adjutrici; ma la naturale fecondità della specie moltiplicò i dolori e la ricerca de’ mezzi per sedarli, e nacque l’industria, che dopo essersi esercitata in rapine, dovette passare a stabilire le proprietà; e poscia i pochi, che poterono profittare del moto altrui, risparmiarono il dolore della fatica, e si rifugiarono in quello stato di quiete e di torpore, che è lo stato naturale dell’uomo mancante di dolori. I ricchi poi e viventi col moto della classe dei coltivatori e degli artigiani, liberati dai dolori primigenj della fame, della sete, e delle stagioni, nell’ozio divennero sensibili più delicatamente; e quindi incominciando a provar dolore nella ruvidezza del vestito, nell’ambiente dell’albergo, nella durezza del letto; cominciarono ad esigere dagli artigiani esattezza maggiore, e così gradatamente i dolori, che nuovamente si andarono creando colla mollezza della vita, portarono l’uman genere ai primi passi verso della coltura. Col passare dei secoli ai dolori fisici si aggiunsero i dolori morali, si sviluppò nell’uomo la gelosia di primeggiare; il fasto, l’orgoglio di alcuni insultò molti; taluno si riscosse, e per liberarsi dalla dolorosa umiliazione affrontò costantemente la fatica dell’ingegno e dell’eroismo; e per sottrarsi a quei dolori pungentissimi altri divennero guerrieri, altri legislatori, altri scopritori di verità; così nacquero le scienze e le arti dalle più facili sino alle più astratte e raffinate, così ogni bene del mondo ha la sua radice nel male, così il dolore è il principio dell’azione, e così l’uomo per sottrarsene lo affronta e abbraccia, sempre fuggendo dal maggior dolore, e sopportando la fatica, che pure è dolorosa perchè lo libera da dolori più forti.
In fatti le nazioni che abitano un clima dolce, ove la terra facilmente somministra l’alimento, sono la sede della indolenza; e ne’ climi più aspri e ne’ terreni più avari veggiamo gli uomini spinti ad una attività abituale, che forma nell’uomo quasi un bisogno di agire. Il regno della immaginazione sta nelle prime: questa s’alimenta co’ vaghi delirj d’una vacua esistenza; ma il licèo delle scienze lo troverai presso le seconde; esse sono il risultato di sforzi continuati e combinati da una energica industria. Se nelle prime, per la generale mancanza di azione, la società degli uomini dorme costantemente sotto il governo d’un despota, detronizzato talvolta in un momento di furiosa impazienza, e ben tosto seguito da un altro despota; nelle seconde la società sempre è in moto, e difficilmente persevera i secoli nel medesimo stato. I persiani oggigiorno s’assomigliano più ai loro antenati del tempo d’Ezechiello, di quello che noi abbiamo di somiglianza co’ nostri avi dello scorso secolo, sì nelle usanze e fogge di vestire, alloggiare, e cibarci, quanto nella serie istessa delle nostre idee. La poesia, l’eloquenza, le favole, i romanzi, i racconti esageratamente prodigiosi nascono per lo più ne’ climi caldi e molli, e ne’ paesi spontaneamente fecondi, perchè sono questi i prodotti di una vita priva di cure e sedentaria; le matematiche sublimi, la erudizione laboriosa, la esatta critica, la giudiziosa e paziente osservazione delle cose fisiche e intellettuali sono effetti d’un moto contenzioso del nostro ingegno, il quale non affronta le difficoltà, nè regge a superarle, se non viene incessantemente punto dal dolore, e perciò la loro sede trovasi ne’ climi più ingrati; e se talvolta ne spunta un raggio in più felice clima, ciò sarà come una banana, o un annanas colto in Europa per artificiali e separate cagioni domestiche, non mai dipendenti dalla influenza generale e comune.
Due pensatori del primo ordine hanno stabiliti opposti sistemi sull’indole delle nazioni: l’uno deriva tutto dal clima, l’altro deriva tutto dalla legislazione; il primo fa emanare tutto immediatamente dalla fisica, il secondo tutto dalle istituzioni morali. Bramo che gli uomini, che hanno parte al destino dei popoli, tengano la seconda opinione, poichè l’altra mi sembra tanto perniciosa nella politica, quanto nella privata morale la fatalità. Io però credo che il dolore è il principio motore dell’uomo; questo nasce e dal clima in cui l’uomo respira, e dalla forma con cui è governato; bensì è vero che più ferma e durevole e uniforme di ogni altra è l’azione meccanica del clima, e i dolori da esso cagionati l’uomo li tollera e li ripara senza sdegno e ribellione, perchè inevitabili e senza insulto; ma non per ciò una parte sensibile può ricusarsi agl’istituti sociali, i quali se nel cavallo e nel cane possono formarne due esseri per la guerra, la caccia, e i tornei, quantunque non giungano a formarli tutti di eguale coraggio e docilità (il che dovrebbesi fare se l’educazione facesse il tutto), così degli uomini possono formarne o buoni, o malvagi, o industriosi, o scioperati, a misura della sapiente o inconsiderata e capricciosa creazione delle leggi.
§ XII. Di alcuni dolori e piaceri di opinione.
Ho accennato poco fa che i sensi nostri vengono modificati dalle usanze, e che dall’esempio e dalla educazione impariamo a dimostrar dolore o piacere talvolta per convenzione; nè parlo io di que’ sociali ufficj che, per condiscendenza urbana, ci portano a mostrarci sensibili ad oggetti che non agiscono sopra del nostro animo, il che facciamo conoscendolo, e volendolo; ma parlo di quelle illusioni che ingannano noi medesimi, e ci fanno esclamare quasi che fossimo addolorati, o piacevolmente mossi, allorchè veramente non lo siamo, e buonamente crediamo di esserlo, non già perchè sentiamo, ma perchè siamo avvezzi a mostrarci sensibili in quella guisa. Una distonazione clamorosa fa contorcere l’appassionato per la musica, e lo fa dolorosamente sentire, lo crede egli stesso; un bel trillo granito e mordente lo tocca deliziosamente, così dice, e lo crede; io non ho trascurato questa bell’arte, l’amo, ed ho un orecchio sensibile, mostro le stesse apparenze: ma dubito assai, analizzando me stesso lontano dall’armonia, se veramente io provi allora il dolore e il piacere che m’immagino. Questi due modi, se potessero cagionare un dolore, ed un piacere, ne vedremmo qualche traccia anche negli uomini incolti, o educati ad una coltura diversa dalla nostra. Un inglese, un olandese deliziosamente sorbiscono il thè, giudicano delle minime differenze, gustano il giusto grado di forza, di volatile, di odoroso di quella bevanda, che noi italiani beviamo soltanto per consiglio del medico con somma svogliatezza: siamo noi insensibili, ovvero s’ingannano essi credendo di sentire ciò che non sentono? L’avere sino dalla più tenera età osservato che le persone da noi credute più intelligenti mostravano dispiacere per una corda che distoni, l’averne più volte sentito il rimprovero noi stessi, colla lunga serie degli atti ripetuti, non può forse associare con una coesione durevole queste due idee, distonazione e dolore? Associate che siano, perchè non ne mostreremmo noi gl’indizj anche ad animo pacato? Chi potrà mai decidere se allora provi l’uomo il dolore che mostra? Lo decideranno i pochi che preferiscono la verità alla opinione, che si occupano de’ movimenti del loro animo, e cercano di scacciare l’illusione che penetra sino entro i più profondi ripostiglj del cuore.
Quanto mai sono alcuni piaceri indigeni d’un regno, e affatto diverrebbero insulsi col trasporto! Il cinese ti dipinge la sua Venere con una immensa fronte, con due occhietti schiacciati, un naso maccato e largo, un ventre enorme: eccoti la più voluttuosa donna per lui; s’inganna egli, ovvero s’ingannò quel greco incomparabile che scolpì la Venere medicea? Io non parlo sulla idea del bello, ma su quella del piacere, che gli uomini in nazioni diverse collocano sopra diversi oggetti. Gli antichi provavano della delizia nell’odore della rosa; ora le persone più raffinate dicono di trovare disgustose quelle emanazioni. Un triclinio servito colla delicatezza di Attico ora moverebbe lo stomaco a nausea; il falerno si raccoglie anche in questo secolo, lo troviamo insipida e grossa bevanda, e le vivande impastate di mele sarebbero posposte al mero pane. Un voluttuoso musulmano s’annoja alla nostra musica, ai nostri spettacoli, e prova ribrezzo de’ nostri cibi; noi partiamo colla fame dalla mensa degli ottomani, che mischiano zucchero, ambra, e muschio nelle vivande, e fuggiamo la melanconia de’ loro concenti musicali, ai quali essi svengono per delizia. Fra i soli francesi e noi che disparità di opinione non v’è per la musica vocale! L’uno trova una sensazione grata dove l’altro la trova dolorosa. Alcuni turchi di maggiore distinzione, fatti prigionieri dai russi nell’ultima guerra, furono onorevolmente scortati a Pietroburgo, ove quella sovrana voleva che, mirando da vicino la sua umanità e lo splendore di sua corte, tornassero poi a darne una idea nella loro patria. Portò la sua cura la imperatrice, oltre lo alloggio ricco e agiato, sino a destinar loro una loggia al teatro; ivi nè la musica, nè il ballo, nè il prestigio delle decorazioni e dell’inusitato spettacolo poterono mai ottenere dal loro volto un cenno di piacere; tristi, svogliati, godevano nel momento solo in cui finiva. L’ufficiale destinato a servir loro d’interprete fece loro sentire quanto ospitale fosse l’accoglienza che si faceva ai nemici, pensando a rendere ameno e profittevole il tempo stesso della loro prigionia. Convien bene piegarci e obbedire quando siam presi, così rispose il primo di essi, che credeva una pena e uno scorno l’essere così condotti in pubblico; e il sorriso apparve su i loro volti quando udirono che era ad essi libero il non venire, e di questa libertà profittarono, nè mai più vennero al teatro.
I veri dolori e piaceri fisici non sono tanto variati, e sono quelli che sempre e in ogni paese cagionano dolore, o piacere all’uomo sanamente organizzato: non si dà dolor fisico senza lacerazione; e qual lacerazione cagionerà mai nell’orecchio uno stromento discorde, un errore di lingua, un endecasillabo sgraziato? Il compositore di musica, il gramatico, il poeta credono di soffrirne dolore, ed io credo che non lo soffrano, e che per imitazione altrui dapprima, poi per abitudine, ne mostrino i segni credendosi essi medesimi addolorati; e per convincermene ho osservato che nè il canto gregoriano, nè alcuni inni composti ne’ secoli meno colti cagionano dolore alcuno al musico, al poeta, al gramatico che gli ascolta. De’ piaceri fisici di opinione per lo contrario io credo che siano sentiti veramente, perchè veramente producano delle rapide cessazioni di dolore: non è poca consolazione il poter dire a noi medesimi: sono un buono e delicato conoscitore: il continuo timore di valer poco, che sta nel fondo del cuore dell’uomo incivilito, è una sorgente perenne di questi piaceri; un lampo che ce lo scuota, e che rapidamente ce ne storni la dolorosa vista, è un piacere. L’educazione ci forma per dire così nuovi sensi: un fanciullo non sa che gli odori possano cagionar dolore, nè piacere: indifferente prova i grati e i disgustosi senza dar segno di alcun sentimento, ammeno che non diano una scossa capace di formare una lacerazione negli organi dell’olfatto o della respirazione: il selvaggio egualmente; e il sibarita, al primo fiuto distingue l’ambra, la tuberosa, il muschio, l’essenza di rose di Persia, rifiuta una essenza oleosa, sviene accostandosi a una traspirazione volgare. L’occhio d’un fanciullo e quello d’un uomo rozzo rimirano colla tranquillità e disattenzione medesima una facciata del Palladio e un edificio di struttura capricciosa, che impropriamente chiamiamo gotica: il conoscitore delle belle arti crede di provare ad una vista il dolore, e nell’altra sente un piacere, perchè cessa rapidamente qualche dolore innominato in lui, e singolarmente il timore di non valer molto, perchè scopre qualche nuova combinazione, che confusamente sentiva di non poter trovare, o per altri moltissimi e sottilissimi dolori preparati sempre nello stato di società, ai quali quella vista ha dato un rapido ammorzamento. L’uomo incivilito, per l’istesso principio, anche nella società trova il tuono della voce di uno dolce e piacevole, e duro e ingrato quello d’un altro; la voce d’una donna talvolta seduce, e desta la sensibilità del cuore per un non so che di velato e di sensibile che ella annunzia; il caraibo non se n’è avveduto mai. Alla cena un elegante europeo di questi tempi preferirà i vini del Reno e della Borgogna agli altri; il meno raffinato cercherà una bevanda meno acida, e che conservi di più il sapore del frutto; dico un elegante europeo di questi tempi, perchè è verosimile assai che i nostri posteri trattino con noi come facciamo noi co’ nostri antenati, e che ci compiangano per le nostre delizie nella musica, nella mensa, e in tutti i piaceri nostri di opinione, come facciamo noi della verdea, della malvasia, del Corelli, del Bernini, e di quanto formò il raffinamento degli avi nostri.
Una dimostrazione cospicua di questa verità, che nell’uomo artificiale si creano moltissimi dolori e piaceri di opinione, ce la somministra l’antica Roma tanto avida dello spettacolo de’ gladiatori. Le vergini, le matrone, i fanciulli romani si affollavano all’anfiteatro, e avidamente godevano nel mirare più uomini che col pugnale in mano si battevano a morte; li volevano veder nudi, per meglio osservare il ferro acuto che doveva forarli; li volevano ben pasciuti, perchè l’adipe istesso, rendendo più lento lo sgorgo del sangue, riusciva lo spettacolo della morte più prolungato; si assaporava la grazia della positura in cui sapeva rendersi pittoresco il morire, e il gladiatore si applaudiva dagli astanti perchè agonizzasse con leggiadria. Nelle mense medesime più festose, mentre coricati i romani epicurei ponevano pausa al cibo, venivano i gladiatori a ricolmare la voluttà de’ convitati; e le mense grondanti umano sangue, e coperte di murene e greci vini, e i singhiozzi de’ moribondi frammischiati alle festevoli sinfonie, cagionavano le delizie e il dilicato raffinamento de’ piaceri. Troppo è noto il fatto, ed è pur noto che somma rusticità allora si reputava dai romani se mai, per annunziare che taluno era morto, si fosse detto obiit o simile espressione, dovendosi usare la più mite, e dire vixit, quasi che il ricordare a voce la morte naturale d’un uomo potesse essere dolorosa cosa ad un popolo che con giubilo la mirava eseguita con violenza e atrocità. Egli è certo che, se ai tempi nostri nel colosseo si rappresentassero queste carnificine, non che le tenere vergini e le donne, e i giovani, ma gli uomini ancora meno sensibili ne proverebbero un dolore, e il dolore e la lacerazione interna cagionata dalla compassione giugnerebbero al grado di portare molti degli spettatori allo stato della malattia. Io credo che a misura che l’uomo è più rozzo ha bisogno di oggetti più violenti per godere di uno spettacolo, e all’altra estremità pure dell’artificioso raffinamento torna ad avere lo stesso bisogno, perchè conviene adoperare un colpo più energico per conciliarci l’attenzione d’un essere difficilmente sensibile, quanto d’un essere molto occupato delle proprie idee.
§ XIII. Schiarimento sull’indole dei dolori e dei piaceri.
Il tempo che passiamo con piacere ci sembra breve, e quello in cui soffriamo dolore lunghissimo. Il tempo, relativamente a noi, altro non è che la successione delle nostre sensazioni. Se un uomo potesse per degli anni di seguito restare assorbito nell’estasi di una sola idea, egli non si accorgerebbe che sia trascorso tempo. Ciò posto, se le ore del dolore ci sembrano lunghe, convien dire che molte e replicate e fitte sensazioni siansi provate durante quello spazio di tempo; onde, riflettendo noi alla serie per la quale passammo, giudichiamo essere trascorso più tempo che il pendolo non ci indica; e se le ore del piacere ci sembran brevi, convien pur dire che il tempo trascorso non fosse variato da replicate scosse e sensazioni; quindi apparisce esser il tempo del piacere una cessazione d’azione, uno stato uniforme dell’animo, e perciò giudicarsi breve perchè egli è una quantità negativa, ed un accostamento al non essere; laddove il dolore è una quantità di azione positiva, e nella rapida cessazione di lei consiste il piacere. Ecco perchè altresì il piacere per sua indole debb’esser breve, nè può protraersi oltre un corto spazio; laddove il dolore può essere tanto lungo e durevole, quanto la vita che ci può togliere; perchè una azione positiva sopra di noi non ha altri confini di tempo che la nostra sensibilità; in vece una mera cessazione rapida di dolore non può allungarsi senza continuo discapito della rapidità sua, e annientata questa s’annienta il piacere, come si è detto di sopra.
Quando è mai che l’uomo corra più avidamente in traccia dei piaceri? Ciò è nel punto in cui egli è più infelice, e soffre i mali maggiori. Dopo di un tremuoto, di un grande incendio, nel tempo della pestilenza, l’uomo naturalmente punto da mille oggetti di miseria propria e altrui, si getta alla più libertina sfrenatezza; quei riguardi, che tenevano nella moderazione il cittadino in tempi migliori, nel disastro, nella folla de’ mali sono troppo deboli fili; non è sopportabile lo stato continuato e atroce dei dolori morali; si rompono i ritegni, e si corre clamorosamente dietro un piacere qualunque, purchè s’ottenga una tregua ai mali con una rapida cessazion di dolore. Quanto è più violento il dolore, e quanto ne è più rapida la cessazione, tanto più intenso ne sarà sempre il piacere. I vecchj generali, induriti nella militare disciplina, e insensibili quasi alla gioja, si vedono, dopo d’una battaglia vinta, inondati di lagrime di allegrezza; sono in quel momento i più sensibili, i più cordiali uomini del mondo. I dolorosissimi sentimenti che assalgono il cuore d’ognuno al combattere, la natura che internamente grida, l’onore che forzatamente compone il nostro aspetto, la fortuna dello stato nostro, sentimenti violentissimi che ci stringono, scompajono al momento che il nemico fugge, e quella rapida cessazione fa palpitare anco le fibre più incallite. Da una pericolosa burrasca un soffio celere di vento: se ti salvi in un porto sicuro, vedrai i più insensibili uomini marinareschi abbracciarsi l’un l’altro con trasporto di gioja, gridare, cantare, abbandonarsi alla delizia cagionata dalla cessazione rapida dei mali. Non mi si troverà un solo dolor fisico o morale, la di cui rapida cessazione non sia un piacere. Non mi si troverà un solo piacer fisico ovvero morale, del quale sicuramente si possa dire non essere questo cagionato da una rapida cessazion di dolore o fisico, o morale, o innominato. Ecco ridotti con ciò i fenomeni della sensibilità a un solo principio, cioè alla fuga del dolore, giacchè l’amor del piacere si risolve in una fuga rapida del dolore, e così i due elementi della sensibilità nostra, accennati all’introduzione di questo discorso, si risolvono in un principio solo, la fuga, come si è detto, del dolore; e dipendendo il dolor fisico dalla lacerazione, e il dolor morale dal timore, eccoci ai due ultimi termini, che immediatamente toccano la nebbia sacra del nostro essere, e che ci additano però i due mezzi che producono il nostro movimento.
Fra i misterj della fisica deve riporsi la elasticità. Una molla di fino acciajo stassene immobile sin tanto che non venga compressa: il mistero della sensibilità vi ha molta rassomiglianza; l’uomo privo di sensazioni rimane parimenti immobile: comprimilo, addoloralo, ei si rannicchia in sè stesso, e si move. Se la compressione è passaggera e tenue, la molla ribalzando se ne libera, e nel primo slancio si dilata anche oltre il limite in cui prima trovavasi; così la sensibilità, se il dolore sia moderato e passaggero, al cessare di esso la gioja sembra che la dilati e la estenda anche quasi fuor di sè: il dolore è quasi un raggruppamento, una condensazione; ed è espansiva, e sembra grandeggiare la gioja. Comprimi la molla con eccessivo peso, ella perderà l’elasticità, o sarà infranta: opprimi l’uomo con eccessivo dolore, o lo renderai stupido, o lo ucciderai. Togli alla molla la compressione per gradi insensibili, e ritorna allo stato primiero senza ribalzo: toglimi insensibilmente il dolore, e giungo alla tranquillità senza piacere. Assoggetta la molla a un peso uniforme, e lasciala per molto tempo compressa immobilmente, la elasticità sarà diminuita, e non sarà mai più quella di prima: aggrava l’uomo di un dolore diuturno e uniforme, non riacquista più la squisita sensibilità di prima; col lungo tratto l’uomo s’indurisce ai mali, la sensibilità s’incallisce, e cade nella indolenza o nella disperazione.
§ XIV. Se nella vita siano più i dolori ovvero i piaceri.
Sono adunque più i mali o i beni in questa vita? La somma totale de’ dolori è ella eguale, maggiore, ovvero minore della somma totale de’ piaceri? Ogni uomo prova egli una porzione uguale di bene e male? Su di tali questioni, trattate ingegnosamente da varj illustri italiani all’occasione del libro del sig. di Maupertuis, io ardirò dire quello che ne sento, e quanto parmi scaturire dai principj già indicati. V’è chi osservò non essere due quantità paragonabili, dolore e piacere, e non potersi mai esattamente trovare una di queste due serie di sensazioni, che sia eguale, o doppia, o tripla dell’altra. In fatti: dammi un piacere, che esattamente valga un determinato dolore! La mente umana non ha mezzi onde graduarli, nè abbiamo veruna macchina che serva di misura, come i termometri, i pendoli, i palmi, le once ci fanno paragonare i gradi di calore, il tempo, l’estensione, i pesi ec. Ciò non ostante, nella pratica delle nostre azioni noi facciamo tacitamente paragoni continui fra il male e il bene, fra il dolore e il piacere. L’ambizioso, l’innamorato, l’avaro, il vendicativo quanti mali non affrontano, quante sensazioni dolorose spontaneamente non iscelgono, perchè giudicano praticamente che il piacere, che se ne promettono, sarà maggiore del male, che son disposti a soffrire per ottenerlo! Anche gli uomini più pacati e non mossi da forte passione scelgono sempre fra il dolore e il piacere, e ne fanno continuo calcolo di paragone. L’uscir di casa con un tempo cattivo, l’attraversare un lungo cammino a piedi, l’uscir di buon’ora da letto, ove mollemente ti giaceresti, il differire a cibarti ec.: sono piccoli dolori, ma però lo sono, e ogni uomo li giudica una quantità minore del piacere che avrà d’aver visitato un amico, d’avere esattamente adempiuto agli obblighi dello stato, d’aver usata urbanità e compiacenza ec. Se adunque nella pratica l’uomo paragona continuamente i dolori e i piaceri, convien dire che sieno due quantità prossimamente paragonabili. Ogni azione nostra si assomiglia a una compra: si dà il denaro per avere una cosa; il privarsi del denaro per sè è un male; ma, quando compriamo, giudichiamo che è un bene maggiore di questo male la cosa che ricerchiamo. In ogni condizione in cui sia l’uomo, anche sotto al trono, è costretto a fare una quantità di azioni penose, incomode, dolorose per acquistarsi i piaceri. Questo calcolo l’uomo lo fa abitualmente.
Ciò posto, siccome di sopra ho detto, il piacere, non essendo che una rapida cessazione di dolore, non può in conseguenza essere maggiore giammai della quantità del dolore, la di cui cessazione non può essere maggior quantità che lui medesimo. Di più l’uomo soffre dei dolori, i quali cessano lentamente, onde non hanno un piacere che ad essi corrisponda. Dunque la somma totale delle sensazioni dolorose debb’essere in ogni uomo maggiore della somma totale delle sensazioni piacevoli. Tal è la condizione dell’uomo; ma la seducente e consolatrice speranza ci sta sempre al fianco sino all’ultimo respiro, sparge di rose la scoscesa e laboriosissima via; per lei prendiamo vigore e fiato; e s’ella ci spigne al di là del breve viver nostro, ci fa ridenti attraversare fralle difficoltà più scabrose, e placidi soffrire anche i dolori più forti.
Se fosse vero che ogni uomo egualmente avesse che soffrire e che godere, se fosse vero che il sano, ricco, libero, rispettato, avesse tanti mali e beni quanti ne ha l’infermo, povero, carcerato e abbietto, questa odiosissima verità, distruggitrice di ogni germe benefico di compassione, sarebbe da proscriversi da chiunque onora l’umanità. Ma la immortale verità non nuoce ai più cari e preziosi sentimenti dell’uomo, e l’opinione di questa sognata uguaglianza è un patentissimo errore. Se ogni piacere consiste nella rapida cessazione d’un dolore, e se ogni dolore può cessare anche lentamente, ne viene per conseguenza che può essere diversissima la proporzione fra l’uomo e l’uomo; e mentre uno nella serie della sua vita avrà un terzo delle sue sensazioni piacevoli, un altro appena ne avrà un decimo, un centesimo.
E qui do fine al mio discorso, lontano egualmente dal gregge degli epicurei, come dall’insensibilità della Stoa: se avrò fatte cessare rapidamente e con frequenza le sensazioni dolorose di chi mi ha letto; se l’avrò invitato a pensare, ad analizzare l’inesauribile fondo della propria sensibilità, avrò ottenuto il fine che mi era proposto.
DISCORSO SULLA FELICITÀ
Indice de’ paragrafi
§ I. Introduzione
§ II. Della ricchezza
§ III. Della ambizione
§ IV. Dell’accrescimento del nostro potere
§ V. Di alcuni contrasti fralle leggi
§ VI. Della conoscenza di noi e degli uomini
§ VII. Dei movimenti del cuore
§ VIII. Se i mezzi per vivere felici crescano ovvero sceminsi in questo secolo
§ IX. Conclusione
§ I. Introduzione.
Se la condizione dell’uomo è tale che qualunque sia lo stato suo, o di propizia o di avversa fortuna, sempre la somma delle sensazioni dolorose che avrà sofferte sarà maggiore della somma delle sensazioni piacevoli (siccome nel discorso precedente credo di avere provato), per necessità converrà dire che non può darsi nell’uomo la felicità pura e costante, ed all’incontro può darsi la miseria e la infelicità. Questa verità sconsolante sarebbe da dissimularsi, se col palesarla e svilupparla non ne venisse del bene; e credo io che ne venga e tale e tanto, che in esso si racchiude quel di meglio che il retto uso della ragione può farci conseguire; e che la più sublime e la più utile verità a cui ci conduce la filosofia sia il conoscere che la felicità considerata come una quantità positiva e segregata dal male è un sogno, e che tutto il saper nostro non può rivolgersi a un nostro utile reale se non quando abbia di mira la diminuzione soltanto de’ nostri mali. In fatti, se fissataci una volta in mente la idea d’una asso luta felicità paragoneremo a quella lo stato nostro, tanto lo troveremo distante da quella sognata beatitudine che renderemo sempre più amaro e misero a sopportare lo stato della nostra condizione; che se, più illuminati, conosceremo essere i mali il nostro retaggio ed una inseparabile conseguenza del composto di cui siamo formati; se conosceremo che gli uomini che in apparenza ci sembrano i più invidiabili e felici sono il più delle volte meschini, costretti a portare sul viso una maschera ridente, ma realmente rosi da mille angustiose passioni, e forse più miseri di quello che non lo siamo noi; se toccheremo con mano che quand’anche da noi soli dispoticamente dipendesse l’organizzare tutto il genere umano a nostra foggia e collocarci all’apice della dominazione, ciò non ostante saremmo infelici per sazietà, per la noja, pel vuoto di non aver più desiderj; allora, ritornando in noi medesimi, troveremo conforto ai nostri mali, ripiglieremo vigore per rintuzzarli o indurirci a quelli, e non disperando di nostra condizione, cercheremo di rendere più piccola la nostra infelicità coll’industrioso maneggio della ragione, ripiegandoci in noi medesimi e contrapponendo cosa a cosa, e bilanciandoci cogli avvenimenti, come appunto un abile architetto la stessa gravità distruggitrice fa servire alla solidità dell’edificio.
L’eccesso de’ nostri desiderj sopra il potere è la misura della infelicità. Chi niente desidera è in uno stato di letargo, chi sommamente desidera s’accosta al delirio. Il primo non è infelice, il secondo lo è di tanto quanto non può conseguire. Ma l’assenza de’ desiderj è piuttosto vegetazione che vita, e non si dà che per intervalli; laddove la violenza de’ desiderj la prova ogni anima che sente con energia, e talvolta può essere uno stato durevole. Le operazioni adunque da farsi per allontanarci dalla infelicità sono o diminuire i desiderj, o accrescere il potere, o l’uno e l’altro insieme.
Ma siamo noi padroni di diminuire i desiderj nostri, siamo noi arbitri di accrescere il nostro potere? In tutto no certamente: perchè ogni volta che soffriamo un dolor fisico è una conseguenza fisica in noi il desiderarne la cessazione; perchè il preservarci totalmente anche dai soli errori di opinione non è compatibile colla imperfezione del nostro essere; perchè il dilatare il poter nostro oltre certi confini viene interdetto dalla fisica istessa e dal potere degli enti che lottano con noi. Ma il premunirci coll’uso della ragione e col placido esame contro l’insidioso assalto delle passioni prima che esse ci abbiano scossi e trasportati nel chimerico mondo della immaginazione; ma lo scemare e molto più l’impedire il nascimento dei desiderj nostri di tanto almeno quanto v’è di sognato ne’ beni che immaginiamo, è sicuramente entro i confini della nostra volontà, come è in mano nostra l’accrescere il poter nostro con varj mezzi che andremo esaminando; e vedremo che certamente gli uomini assai meno sarebbero infelici se facessero, singolarmente nella loro prima età, un uso continuato e intenso della loro ragione per esaminare i loro interni movimenti, e ridurre a sistema e a principj le proprie azioni.
L’immaginazione di ogni uomo è sempre disposta ad ingrandire i mali che temiamo e i beni egualmente che desideriamo, e ognuno, riflettendo sopra di sè medesimo e ricordandosi delle sensazioni provate, sarà meco d’accordo nell’asserire che, realizzatisi i desiderj, gli oggetti agiscono sopra di noi con assai minore energia di quanto ci aspettavamo. Se adunque si toglierà ai desiderj nostri tutta la porzione che in essi si racchiude di chimerico, di molto se ne diminuirà la somma. Esaminiamo questi principj, e cominciamo dai desiderj.
§ II. Della ricchezza.
Le ricchezze sono lo scopo d’uno de’ più comuni desiderj, e certamente, essendo elleno come un pegno del diritto che gli uomini hanno sulle cose, chi le possede sembra dilatare la propria essenza ed interessare una più gran parte della natura ne’ suoi piaceri. Il desiderio di esse non può essere dalla ragione diminuito sin tanto che si circoscrive ai bisogni fisici e civili; ma pochi sono coloro i quali sapendo far uso di loro ragione trovinsi in questo caso. Il destino, o per dir meglio la spensieratezza dell’uomo fa che avidamente desideri la ricchezza, e poi quei pochi che l’ottengono diventano realmente più infelici di prima; perchè l’arte di saper godere delle ricchezze è molto più rara dell’arte di acquistarle, anzi l’avidità di ammassarle per lo più esclude quella generosa e nobile distribuzione dalla quale sola dipende il godimento. Chiunque conosca un uomo che dalla povertà sia giunto ad ammassare una ricchezza importante dovrà dire che quello sarebbe stato più felice se avesse posto più angusti limiti ai suoi acquisti. La cura incessante di placare la non mai sopita invidia, la inquietudine di preservare i beni dall’invasione, la sollecitudine, il sospetto sugli attentati altrui, la sete sempre rinascente di accrescere gli acquisti, la non mai saziata avidità, la pena d’essere sempre come sul teatro rappresentando un personaggio in faccia del pubblico, censore attento e difficile delle azioni d’un uomo che da povera condizione sia giunto alla ricchezza, la vista di eredi che hanno scritta in fronte la impazienza del nostro fine, i mali fisici che accompagnano la vita molle e affannata da un fascio di sventuratissime sensazioni: tale è lo stato a cui cerca di giugnere chi sconsigliatamente desidera una grande ricchezza. Chiunque sei che possedi un moderato patrimonio, se ti è odiosa la infelicità, se brami di passare la tua vita il meglio che si può, stabilisci i confini ai tuoi desiderj, e sia questo il dio Termine sacro e inviolabile posto dalla sapienza. Un accrescimento che tu faccia ai beni tuoi oltre la tua moderata condizione è il seme da cui ripulluleranno innumerevoli nuovi desiderj che giammai non giugneresti a pareggiare col potere. Misura le tue spese, limita gli eccessi capricciosi, soddisfa i tuoi bisogni in prima, poi la decenza, se te ne rimane di più donalo alla beneficenza, non mai al lusso, e sia certo che l’avaro egualmente che il prodigo sacrificano i bisogni reali ai bisogni chimerici, perchè il primo pospone i bisogni presenti ai venturi capricci, e il secondo preferisce i capricci presenti ai venturi bisogni; il primo sempre s’apparecchia per viver bene, e mai non vive realmente bene, l’altro divora tutto nel momento attuale, e si dimentica di viver bene nel tempo a venire.
Io non dirò il paradosso che un patrimonio cospicuo sia un male, nè che l’uomo saggio debba spogliarsene, o gettar nel mare le ricchezze, come si raccontò d’un antico filosofo; dico anzi che questi potranno essere mezzi per acquistare assai beni e contribuire alla propria felicità; ma dico che ciò accaderà allorquando questi mezzi ci sieno venuti indipendentemente da’ nostri sforzi continuati per ottenerli, perchè allora chi se ne trova al possedimento può aver l’animo superiore alle ricchezze medesime, e considerandole come mezzo d’aver i beni, e non beni per loro medesime, maneggiarle, ripartirle e servirsene con accorta e saggia distribuzione senza affanno; laddove l’uomo che divorato dal desiderio di ricchezza l’ha ammassata gradatamente, colle proprie azioni deve aver già abituato il suo cuore all’affannoso desiderio che non mai si limita, anzi si moltiplica colla nuova esca, e signoreggiato dal proprio denaro ne porta servilmente il peso e palpita e s’angustia per accrescerlo, conservarlo e ripartirlo. Lorenzo de’ Medici trovò da’ suoi maggiori ammassati i tesori, nella sua prima età non si occupò col pensiero d’arricchirsi, ma portato da un felicissimo genio verso il bello e il grande, dotato di fino sentimento per discernerlo, si abbandonò in braccio alla nobilissima passione di onorare e proteggere il merito; conosce in un fanciullo la nascente passione per essere uno scultore, lo abbraccia, lo assiste, lo ricovera, lo anima, e presenta alle età venture un Michelangelo. Ma nessuno di questi privilegiatissimi piaceri può gustare l’uomo diuturnamente abituato ad ambire ed ammassare le ricchezze, perchè, siccome dissi, il desiderio non è mai sazio, e l’ammasso non è compiuto giammai; quindi non può l’uomo che per uno sconsigliatissimo partito abbandonarsi al desiderio delio le ricchezze. Tutti adunque gl’infelici i quali soffrono l’angustia di bramare i tesori e di accumularli, e ne sopportano le lunghissime cure, le umilianti mortificazioni, il sacrificio frequente della loro probità, sono infelici appunto perchè non ragionano abbastanza, perchè non vedono esattamente bene gli oggetti ai quai corrono dietro, e se la ragione venisse esercitata nell’esame importantissimo di noi medesimi, sarebbero tolti dalla lunga lista degl’infelici tutti i molti che vi sono per avidità di ricchezze. Che cerchi tu mai di ottenere col tuo ammasso? Forse i piaceri fisici? Questi sono destinati per l’uomo amabile; l’amore comprato è la cosa la più insipida e umiliante di tutte. Forse la stima degli uomini comprandoti delle condecorazioni? Gli uomini irritati per questo appunto faranno noti i tuoi piccoli principj, e il ridicolo si intreccerà co’ fasci de’ tuoi littori. L’uomo condecorato per nascita e per merito ti spreggerà se sarai cinto colla stessa fascia d’onore da lui acquistata co’ servigi renduti allo Stato, e da te a contante. Il vero interesse nostro ben conosciuto ci reca il disinganno sulla chimerica felicità delle grandi ricchezze, ed ecco svelto un gran ramo de’ nostri desiderj i più difficili a giammai pareggiare col potere, perchè grandeggiano sempre più progredendo.
Ma per allontanarci dal pericolo di desiderare la ricchezza è ugualmente necessario il fare un uso moderato e un prudente riparto de’ beni nostri. La spensieratezza nella privata economia porta con sè la ingiustizia verso i nostri creditori, il cambiamento sempre in peggio della condizione nostra, la diminuzione annua de’ comodi ai quali siamo abituati, e alla fine ci conduce a un cocentissimo desiderio di que’ vantaggi che godevamo ed abbiamo scioperatamente perduti; la memoria del passato fasto, la vista della inopia attuale e durevole fanno un contrasto desolante a segno che piombiamo talvolta nell’avvilimento, e da quello quasi lusingandoci d’un ritorno allo stato primiero siamo disgraziatamente spinti talora sino al delitto. Se il prodigo avrà famiglia, facilmente ognuno comprenderà con qual piacere possa egli contemplare la sposa alla quale non può somministrare il decente corredo, i teneri figli abbandonati nella educazione e degradati dalla condizione a cui avevano dritto di aspirare. Sia anche solo e libero il dissipatore, a misura che va egli invecchiando, cioè a misura che crescono i bisogni de’ comodi, i mezzi vanno diminuendosi, scompajono colle ricchezze i falsi amici, trovasi isolato e in preda all’amarezza ed all’abbandono. I pochi piaceri divorati frettolosamente nella gioventù non pesano nè bilanciano i lunghi rammarichi che rimangono a soffrire negli ultimi anni. Se l’uomo vi riflettesse non accetterebbe certamente mai di fare un tal cambio. Ma nei più la mente è priva delle nozioni più interessanti per la felicità: le passioni nacquero, il momento presente, il capriccio attuale occupano soli la mente, e nemmeno di volo si getta uno sguardo sull’avvenire. L’uomo che seppe essere uomo dapprincipio, e che nella prima età si abituò a dubitare prima di decidere ed esaminare prima di scegliere, non farà mai tale abuso de’ suoi beni da prepararsi col tempo gli smaniosi desiderj di riaverli. Ami tu il denaro? Custodiscilo con sapienza. Cerchi tu forse colla profusione, colla pompa e col fasto di rendere attoniti gli uomini, e farti credere più che non sei possente e magnanimo? L’illusione accecherà te solo, alcuni pochi saggi e buoni ti compassioneranno, i più ti dileggeranno; le tue facoltà sono note, non sperare che i creditori sieno pittagoricamente taciturni, la città conosce che il tuo fasto non è durevole, la tua grandezza ti guida ad usurpare l’altrui, a mancare di fede se ti abbandoni alla profusione. Avrai alcuni scaltri parasiti, come edera tenace ti avviticchieranno, ficcheranno le radici nel tronco e alimentandosi coll’umore di quello ti crederai fiancheggiato. Sgombreranno al primo bisogno; gli amici non si comprano, le anime capaci di profittare della rovina altrui non lo sono d’amicizia: questo sacro e nobile sentimento del cuore è disinteressato, nasce dalla virtù, dalla uniformità del genio e dai benefici fatti per iscelta e non per fasto, e nati da una espansione di cuore anzi che dalla spensieratezza. Tale è il linguaggio della ragione, la quale evidentemente ci dice: se tu spendi quest’oggi più che non ti fruttano i tuoi beni ogni giorno, o devi avere fatto risparmio ne’ giorni passati, ovvero risparmierai nell’avvenire. Se in quest’anno la tua ricchezza di mille non ti basta, e ne vuoi spendere mille e dugento, dunque nell’anno venturo tu spenderai solo ottocento, e come questi basterebbero se in quest’anno i mille non bastano? Questo facilissimo, popolarissimo ragionamento solo basta a tenere lontano ogni uomo dalla dissipazione, e così dalla miseria d’essere in preda a inutili desiderj di ricchezza. L’uomo adunque, facendo buon uso della ragione, datagli dall’Essere eterno appunto per farne buon uso, può liberarsi e prevenire una folla di desiderj tormentosi di ricchezza, e così guardarsi da una moltitudine di lacci che lo strascinano, se è spensierato, alla infelicità.
§ III. Della ambizione.
L’ambizione è forse la passione la più funesta insieme e la più benemerita; a lei dobbiamo la massima parte de’ politici disastri e delle più grandi e utili imprese; i desiderj che la costituiscono hanno per oggetti la gloria, la stima, gli onori.
Gli uomini energicamente organizzati e dotati d’una robusta maniera di pensare sentonsi angustiati dai due limiti tanto vicini fra il nascere e il morire: la loro esistenza è come compressa in un piccolo spazio, e quindi con un nobilissimo entusiasmo sentono il bisogno di estenderla a più lontani limiti di tempo e di luogo. Questi sono ambiziosi di gloria, e cercano di lasciare ai secoli venturi e alle rimote nazioni vivo il loro nome o per conquiste o per regolamenti civili, ovvero coll’accrescere il deposito de’ lavori dell’ingegno. Sono questi o soldati, o ministri, o uomini di scienze, di lettere e di belle arti. Un Monarca ambizioso di gloria trova già preparate le due prime strade; ma per l’ultima gli conviene partire dal punto medesimo d’ogni altro uomo, cioè dalla ignoranza; perciò nell’indice delle biblioteche gli autori coronati vi sono in assai minore numero che non trovansi nella serie cronologica i Sovrani conquistatori e legislatori; ma per un uomo privato le due prime strade della gloria sono difficilissime, e per un capitano di condizione privata veramente illustre, per un ministro degno di memoria l’antichità ci ha trasmessi venti privati scrittori, architetti, pittori che hanno reso celebre il loro nome. Chi cerca fra i privati di passare alla posterità scegliendo il partito delle armi rifletta che più di due milioni d’uomini avran dato il nome alla milizia in questo secolo sino alla metà di esso, e che appena sei generali fra gli uomini privati si conteranno i quali veramente abbiano avuta occasione e sapere per vedere scritto il loro nome al tempio brillante della gloria; e quand’anche il tempo non cancellasse alcuno di questi nomi, sarebbe sempre la probabilità di acquistarsi la gloria per questa via come l’unità a trecento e più mila, sorta di lotteria di cui la disuguaglianza balza agli occhi troppo facilmente: quindi è che realmente siano mossi piuttosto dall’ambizione degli onori che dall’ambizione della gloria coloro che intraprendono questa carriera per ambizione. Se cercasi la gloria dai privati che ambiscono le cariche del ministero, sono anch’essi abbagliati da un seducente oggetto che è difficilissimo a conseguirsi. Gli affari umani si movono quasi sempre per una diagonale composta da più forze motrici: l’energia medesima dell’animo ambizioso di gloria, per quanto sieno retti i di lui fini e limpida la sua morale, gli scosta gli elementi motori; gli uomini si collegano meno contro una nascente ricchezza che contro una gloria nascente, e siccome in questa carriera non si possono occultare i primi progressi, come si fa nelle lettere volendo, così si deve combattere mentre che ti stai armando, e pochissima resta la probabilità della riuscita; quindi pochissimi ambiziosi di gloria fra i privati s’ingolfano a cercarla negli affari pubblici, e quei che ne intraprendono la carriera per ambizione lo fanno per l’àmbito degli onori. Se hai dunque desiderio di gloria e di passare ai posteri, ragionando tu sceglierai la strada la più indipendente, la più tranquilla e non meno lusinghiera, cioè quella delle scienze, delle lettere o delle belle arti; giacchè se il tuo animo ha tanto vigore di non accontentarsi dell’ambizione degli onori, non ti mancherà l’ingegno e il calore per innalzarti negli studj della mente al punto di meritarti e ottenere la gloria. Gli onori può darli un uomo, ma la gloria la danno gli uomini, le età, le nazioni; chi s’innalza sopra di essi è in gran pericolo al primo slanciarsi che fa a volo, quello è il tempo della oscurità e del silenzio pel saggio; ma spiegato che sia il volo e decisa la superiorità, gli uomini cessano d’invidiare uno che ha cessato d’essere oggetto di confronto, si rivolgono ad ammirare chi gli ammaestra, e in ricompensa dell’utile e del piacere che ne ritraggono e delle fatiche sostenute a tal fine, lo onorano e insegnano ai figli loro di onorarlo, nel che consiste la gloria. Io non dirò che il desiderio della gloria per gli altri oggetti sia da spegnersi: dirò bensì che per un Alessandro, un Cesare, un Maometto vi sono migliaja d’uomini infelicissimi, e che questi tre conquistatori, da quanto possiamo saperne, furono essi medesimi divorati da amarissime passioni. Dirò che per un Sejano, per un Triboniano e per un Richelieu, si può dire lo stesso dei disgraziati che hanno ambito la gloria negl’impieghi pubblici, e questi fortunati nemmeno lo furono per la loro felicità. Dirò finalmente che i desiderj della gloria, portando un privato alla contemplazione della verità e alla perfezione delle arti liberali, lo ripongono nello stato il più invidiabile per un uomo ambizioso di gloria. Quindi in vece di combatterne il desiderio, saggiamente pensando alla propria felicità, convien coltivarlo. Ma questa gloria conviene invitarla, meritarsela ed aspettarla senza una indiscreta impazienza. Gli uomini di lettere nella prima loro gioventù talvolta si slanciano nell’arena ancora mal esperti; questa giovanile impazienza è da calmarsi, e conviene aspettare di aver cose da presentare al pubblico giudizio le quali s’innalzino sulla mediocrità. La gloria, cioè una generale, estesa e durevole opinione, non si può ottenere dagli uomini in un momento; al primo comparire d’una opera interessante le opinioni sono divise; non conviene maravigliarsi d’un avvenimento che è inevitabile, nè promettersi un accordo istantaneo delle tante discordi menti umane in favor nostro, peggio poi discendere a confutare le censure che la piccola invidia o la ignoranza fanno sempre nascere appunto a corredare un bel lavoro per morire un momento dopo, come i vapori esalati da paludoso terreno schiudono un baleno che abbaglia e sviene, lasciando gli astri adorni della immortal luce placidi e eterni nella loro rivoluzione. Se desiderando la gloria delle belle arti conoscerai intimamente queste verità, non avrai desiderio che non sia compiuto, a meno che tu non offenda incautamente coll’annunziare le tue idee quegli uomini e quei ceti che possono far soffrire bensì un uomo, ma non già togliergli la gloria, esposto ch’egli abbia alla pubblica luce il suo lavoro.
L’ambizione della stima è un sentimento più circoscritto alle persone meno rimote da noi, e ad un tempo limitato poco più del vivere nostro. Questa ambizione è compagna della virtù, e se la prima ambizione tende a sottometterci gli uomini, questa sembra accostarceli e aver per oggetto di rendergli amici. Se il desiderio della stima pubblica cade nell’animo di un uomo superiore al comune livello per dignità e potere, potrà egli vederlo adempiuto facilmente: la rettitudine, la popolarità, la beneficenza, l’amorevolezza delle maniere bastano; ma se ti abbandoni al desiderio di ottenere la stima de’ tuoi eguali, ti prepari l’amarezza, perchè nel tempo istesso in cui si sentiranno costretti a stimarti, il dolore di contribuire a darti col loro suffragio una temuta superiorità farà che non te la mostrino. I nostri pari sono rivali nostri nati; mostreranno essi più distinzione ad un uomo mediocre che li diverte e non gli imbarazza che ad un cittadino virtuoso che con una nobile fermezza vuol sempre essere buono, e tacitamente loro rimprovera col paragone che non sian tali. Gli uomini saggi quando hanno ambito la stima generale hanno sempre incominciato dal popolo, più facile ad acquistarsi, perchè non trovasi in concorrenza con noi, nè sente rivalità della superiorità nostra, già stabilita dalla fortuna; anzi ci fa buon grado che valutiamo la sua opinione, e che ci spogliamo dell’orgoglio che circonda chi è superiore al popolo ed è disposto ad esaltare la nostra virtù per poco che ne lasciamo travedere. Allora fiancheggiati dalla stima dei popolari costringiamo gli stessi ottimati a celare la loro rivalità e soccombere al numero. Che se immediatamente cerchi il suffragio de’ tuoi pari, tu desideri una opinione instabilissima per natura, la quale quand’anche si ottenga porta sempre seco la maggiore probabilità pel cambiamento. Chiunque non avendo un animo comune si propone di acquistare i suffragi de’ suoi pari, deve per lo più disporsi ad un intero e lungo sacrifizio col modellare ogni parola ed ogni atto esterno sulle opinioni e su i pregiudizj di essi, per modo che rinunziando quasi alla esistenza propria deve addossarsene una fattizia, e ciò per tentare l’acquisto di una chimera pronta a scomparirgli davanti al minimo soffio contrario. L’assurdità di questo contratto è tanto evidente che io non so che alcun uomo non volgare lo abbia mai fatto. Convien dunque cercare la stima generale non mai al nostro livello, ma o più alto o più basso; perchè coloro che son posti a sedere più alto di noi, egualmente che i molti che corrono nel piano più basso, non sono in rivalità di virtù e di merito, e ci giudicano senza passione almeno, se non senza errore. Quindi l’ambizioso della stima pubblica diminuirà o cancellerà dal suo cuore il desiderio di quella de’ suoi pari, ed ascoltando la ragione, non mai bastantemente adoperata sull’importantissimo affare della felicità nostra, coltiverà quella sola porzione di desiderj che sia pareggiabile col potere. Io ho detto che l’ambizione della stima è compagna della virtù, non già perchè sempre l’uomo virtuoso sia mosso da desiderio di acquistarsi la stima, ma perchè questo desiderio sarebbe una contraddizione se si supponesse in un animo capace di commettere azioni ingiuste, dure o crudeli, azioni distruggitrici della stima pubblica, ed ho appoggiato anzi alla virtù che alla superiorità dei lumi l’acquisto della stima, perchè questi ci sforzano ad ammirare ed a confessarci inferiori, ma non ad avere quella rispettosa benevolenza e fiducia che porta con sè il sentimento di stima.
Finalmente l’ambizione degli onori è la terza classe la quale nè esclude, nè suppone le virtù del cuore e l’energia dell’animo. Questa classe di ambiziosi è più numerosa incomparabilmente delle altre due. Alcune volte l’uomo di merito, e che vive lontano dalla ricerca degli onori, si trova amareggiato dalla insolenza e dal fasto d’uno che è distinto nella società per una carica o per un titolo; questi amari frizzi si moltiplicano, vede che il merito disarmato è oppresso dal vanaglorioso, si determina e si scaglia impetuosamente sulla carriera per acquistarne e pareggiarsi agli altri e sottrarsi alla ingiustizia, e prova allo stolido che la distanza posta dalla fortuna fra un uomo e l’altro non è sempre uno spazio insuperabile. Questi ambisce gli onori per sottrarsi all’insultante fasto altrui, non perchè in sè stesso gli abbia in pregio. Altri cercano gli onori come un testimonio del merito proprio: leggieri, fluttuanti, incerti fra il bene e il male, la maggior parte degli uomini vorrebbero persuadersi di valere, provano frequenti occasioni di conoscere che valgon poco, questa fatale incertezza li rattrista, sembra loro di uscirne acquistando degli onori. Costoro sono uomini vani e non uomini ambiziosi: ambizioso è colui che li cerca come un mezzo per difendersi, vano colui che li cerca come un testimonio del proprio merito che non trova nella propria coscienza. La vanità più facilmente conduce agli onori che l’ambizione, perchè l’animo dell’uomo vano, appunto perchè più incerto di sè medesimo, è più versatile e pieghevole alle diverse circostanze de’ tempi e de’ luoghi, laddove l’animo vigoroso di chi ha ambizione è più violento, più rigido e meno docile per conseguenza a prendere l’aspetto piacevole in faccia a chi è l’arbitro nella distribuzione degli onori. Quando la distribuzione degli onori dipende o da uno o da pochi, la incertezza dell’esito diminuisce a misura del merito dei distributori: sotto di un capriccioso despota, sotto un Caligola chi può mai prevedere se sarà fatto Console l’uomo di virtù o un cavallo? Sotto un saggio Monarca è meno difficile il prevedere se sarà esaudita o no una supplica, perchè le vie della sapienza sono semplici e chiare, quelle della arbitraria opinione sono un labirinto. Le cariche poi e gl’impieghi non sempre si danno a chi sappia meglio esercitarle, ma talvolta a chi sa meglio esser gradito al distributore: la fiducia di dilatare il proprio potere riponendo in carica de’ meri stromenti de’ loro fini può molto presso i ministri primarj generalmente. Vi sono fortunatamente delle eccezioni, ne conosco, ma tanto più sono pregevoli perchè sono rare. Pochissimi poi sono che non temano la superiorità de’ lumi e della forza d’animo. Queste qualità vedute producono maraviglia, sentite producono timore, esercitate producono o l’esterminio di chi le possede o l’obbedienza degli uomini.
Conosciute che siansi queste verità, l’uomo esaminerà sè medesimo, esaminerà gli uomini co’ quali dovrebbe porsi ad agire per ottener il loro concorso, e scemerà coll’abbandonare una vana lusinga la classe dei desiderj che erano nati prima che la ragione lo illuminasse e ne facesse conoscere la ineseguibilità, e per gli altri desiderj che rimarranno, molto si scemerà della loro inquietudine qualora rifletta che la maggior parte de’ beni che si sono avidamente desiderati, ottenuti che siansi, s’impiccoliscono e quasi svengono; ognuno che abbia molto desiderato un onore, indi abbial’ottenuto, mi farà sicuro testimonio quanto sia questo bene diminuito di pregio; l’occhio vede più piccoli gli oggetti a misura che sono più rimoti, l’ambizione per lo contrario quanto più sono da noi lontani gl’ingrandisce, e quanto più s’accostano gli smagra, gli spolpa, e moltissimi s’annientano al contatto. La ragione ci ha abituati a correggere la illusione ottica e giudicare della estensione anche degli oggetti lontani senza sottrarvi dalla vera grandezza; la stessa ragione ci può abituare a correggere la illusione della ambizione e preservarci dall’ingannevole giganteggiare di minimi oggetti quasi insensibili per loro stessi. È legge inviolabile che sempre i beni che si possedono si pregiano meno de’ beni che si ambiscono, ma la differenza in chi non ragiona è la massima, e sempre va diminuendo a misura che sappiamo far uso della nostra mente per esaminare questi oggetti importantissimi della nostra felicità.
La parte d’Europa ove siavi il maggior fomento per l’ambizione degli onori è sicuramente Roma, perchè ivi trovasi la possibilità dei più grandi acquisti con minimo tempo e limitatissime condizioni. Che un nobile sia fatto Doge della sua patria, che sia creato Re elettivo con una moderata autorità, non è questo uno spazio corso pareggiabile a quello d’un poverissimo fraticello senza nome, senza appoggi, che in sette anni si trova Sovrano d’uno Stato, padre dei Monarchi e capo della religione. La importanza di quella che noi chiamiamo fortuna si deve conoscere non tanto dal grado a cui uno è giunto, quanto dalla condizione da cui è partito, dal tempo che ha impiegato per giugnere e dal luogo in cui si è collocato. Un Elettore che sia fatto capo dell’imperio, un Principe del sangue a cui passi una corona hanno fatto un passo; un uomo di fortuna che giunga ad essere il primo ministro d’una vasta monarchia come il Cardinale Alberoni ne ha fatti più; ma il Padre Ganganelli, fatto Cardinale e Sommo Pontefice in meno di sei anni, ha camminato con una rapidità somma un lunghissimo spazio, e tale che in nessuna altra parte d’Europa può un privato fare altrettanto. Chi ha potuto accostarsi a Clemente XIV assicura che acquistare quel sommo grado e perdere la sua pace fu un punto solo.
Francesca d’Aubigné, nata da un matrimonio contratto per fuggire dalle carceri colla figlia del bargello, collocatasi a servire il poeta Scaron, considerava come un onore il diventare la moglie di quell’uomo stimato pel suo sapere. Lo divenne, e rimase vedova. Fu posta, come sappiamo, a servire i figlj che Luigi XIV aveva avuti dalla Marchesa di Montespan; da quella condizione passò a far dimenticare gli amori al Re e guadagnarselo al punto di essere sposata da lui e dichiarata Marchesa di Maintenon, la confidente del Re, l’arbitra della Francia, e la più desolata, triste e annojata donna che vivesse forse nel regno. Chi avesse data speranza al Padre Ganganelli solamente di un buon vescovado, si sarebbe creduto di adularlo, ed esso avrebbe nel vescovado ravvisato il colmo della felicità. A chi alla d’Aubigné, serva del poeta, avesse fatto sperare un nobile agiato marito, sarebbe accaduto lo stesso. Se si fosse pronosticata la somma altezza a cui erano destinati, essi avrebbero creduto di morire di gioja al giugnervi, e in effetto dovettero morire di tedio e di amarezza. Un grosso volume si potrebbe fare di simili racconti; ma ogni uomo, per poco di sperienza che abbia, troverà degli esempj nelle persone da lui conosciute alle quali alcuni onori ambiti hanno diminuita la pace e la felicità coll’ottenerli. Gli onori e i titoli sono come i deliziosi profumi, che gli abituati a inzupparsene più non li sentono o li sentono con indifferenza, mentre l’uomo volgare, che prova una voluttuosa sensazione, accostandosi ad essi li crede circondati da una perenne deliziosa atmosfera. Così i ministri, i cortigiani, i titolati, gl’insigniti di onori, ornati di gemme, d’oro, di nastri, ossequiati, distinti, per lo più meritano la compassione anzi che l’invidia. La mancanza d’ambizione e l’eccesso allontanano ugualmente dal ricercare gli onori: nel primo caso non si cercano per indolenza, nel secondo non si cercano perchè quello che gli uomini credono grande è un piccolo oggetto per noi.
Chi era mai il primo favorito del Re di Spagna che viveva contemporaneo a Cervantes? Non lo so. Mentre questo favorito, grande di Spagna, cavaliere del Toson d’oro, generale degli eserciti ec. ec. ec., circondato da una brillante caterva di schiavi riceveva nel fasto e nel seno dell’opulenza le adorazioni de’ grandi e del popolo, mentre credeva egli che tutto l’universo lo ammirasse e le più remote età dovessero venerarlo, lo sconosciuto Cervantes, mal vestito, male alloggiato, al lume d’una lucerna scriveva il suo romanzo, il Don Chisciotte; probabilmente si sarebbe trovato ardito Cervantes, se avesse pensato di far conoscere al reale favorito la sua piccola esistenza. La morte troncò la illusione: si ignora il nome del grande coperto di onori, e per tutta l’Europa è tanto famoso il romanzo del Cervantes che pochi uomini viventi sono al dì d’oggi tanto conosciuti quanto lo è egli. Le avventure che Cervantes immaginava nella sua povera oscurità sono il soggetto di quadri, di arazzi, di stampe che adornano le sale dei Re e i gabinetti degli uomini di gusto, il bel romanzo gira in più lingue nelle mani di ognuno, da quello si cavano i soggetti per gli spettacoli teatrali. Uomo che sconsigliatamente sei abbandonato ai cruciosi e difficili desiderj di onore, conosci il loro vacuo, e anticipa a vederne l’annientamento, e se hai un nobile sentimento di non cessare d’aver sì tosto vita, volgiti alle belle arti e alle scienze; un Galileo, un Cavalieri, un Tasso, un Ariosto, un Palladio, un Tiziano, un Raffaello, persino un Pergolese e un Corelli vivono e vivranno nomi cari e venerati all’Italia, mentre l’obblivione ha per sempre cancellati i nomi de’ contemporanei loro, i quali, oppressi dalla copia delle condecorazioni e delle ricchezze, altro non ebbero che gl’innalzasse dal volgo fuor che onorificenze. Volgiti, se cerchi la felicità, alla vera gloria, a rendere te stesso maggiore del comune degli uomini col numero, colla importanza e col buon ordine delle tue idee; dilata il tuo cuore alla virtù pura, ferma, incorrotta, che sta sulla base propria adamantina, e non cambia per cambiamento di opinioni, fedele ai doveri di uomo, di cittadino, di figlio, di sposo, di amico; sia la tua promessa infallibile, la tua asserzione la verità, cauto custode del tuo secreto e dell’altrui; tollera con fermezza l’avversità e con moderazione il destino secondo; sensibile al merito altrui, l’onora sempre in chiunque, anche in un inimico, se sventuratamente ne hai senza essertelo meritato; sia giusto, discreto, benefico, e ti riderai di chi corre ansioso agli onori, possederai tu stesso un tesoro d’onore che nessun uomo può dare, che i malvagi istessi venerano e che a misura che crescerai negli anni sempre più ti renderà generalmente l’oggetto della riverenza degli uomini. Con questo esame adunque l’uomo, usando della ragione, può diminuire la schiera d’innumerevoli desiderj e strappar di mano al reo destino tanti fili, co’ quali viene incautamente strascinato alla infelicità.
§ IV. Dell’accrescimento del nostro potere.
Le due principali sorgenti de’ nostri desiderj sono le già indicate, cioè ricchezza ed ambizione. Una terza ve n’è, ed è quella dei piaceri fisici, propriamente così detta perchè gli ha immediatamente per iscopo. Anche di questa terza avrei potuto parlarne, ed avrei potuto provare che anche le sensazioni voluttuose, passando dalla immaginazione alla realità, perdono costantemente, che la maggior parte delle inquietudini nostre non derivano tanto dalla esigenza della organizzazione o dalla vera forza dell’oggetto, quanto dalla esagerazione che ne fa la nostra fantasia; per lo che un attento esame può diminuire realmente questa magia produttrice d’inadempiuti desiderj figlj dell’errore, e farci preferire la vigorosa alacrità de’ moderati alla svogliata indolenza di chi, logorando gli organi animatori della vita, si priva del più esquisito stato de’ spontanei fisici bisogni. Io però non mi trattengo su di questo soggetto, perchè lo stato degli avidi di denaro o d’ambizione permette a chi ne sente i desiderj l’esame di essi, anzi suppone un esercizio continuato della ragione bene o male adoperata per il conseguimento di que’ fini; ma l’amore, la gola e simili desiderj hanno più adesione alla organica struttura nostra, e sono un ingordo appetito, un delirio, piuttosto che uno stato capace di ragione; quindi poco gioverebbe lo scriverne. Altronde, l’uomo può per anni e lustri soffrire i tormentosi e vani desiderj de’ quali ho trattato, ma assai più breve è il periodo de’ desiderj fisici, i quali o si saziano o svengono naturalmente col tempo, e per ciò meno interessano la felicità della vita intera. Finalmente l’argomento è troppo difficile a trattarsi colla severità della sola ragione, ed è più confacente alla penna d’Ovidio, che lo espose in facili e leggiadri versi, anzi che alla placidezza di un ragionamento; perciò, trascorse le due fonti de’ più dannosi desiderj nostri, conosciuto di quanto la ragione possa liberarcene, passo a divisare i mezzi onde accrescere il nostro potere.
Prima base del poter nostro è lo stato fisico della nostra organizzazione. A condizioni uguali dammi due uomini, uno sia vegeto, l’altro soltanto abbia qualche difficoltà allo stomaco caricato di troppo cibo; annunzia a ciascuno di questi due uomini una piccola disavventura, vedrai il primo rimanere quasi tranquillo e l’altro sensibilmente affliggersene. Noi medesimi possiamo farci testimonio, se dopo esserci addolorati e irritati talvolta con molta pena, liberati poi da taluno dei dolori innominati, de’ quali nell’altro discorso trattai, ci troviamo noi medesimi stupiti che per così piccola cosa abbiamo perdute delle ore di pace e di calma. Ciò posto, molto dipende da noi stessi e dal buon uso che facciamo della ragione nostra il mantenere più vigorosa la condizione dello stato nostro fisico. L’abuso de’ piaceri fisici ci snerva e indebolisce, seco guida dappoi malattie; l’intemperanza nel cibo, l’eccesso nelle bevande, la vita neghittosa e sedentaria, l’abituazione a troppi comodi tendono tutti a indebolire il nostro poter fisico. Il potere, ossia la robustezza del corpo nostro può accrescersi con una ragionata cura di noi medesimi lontana ugualmente e dalla superstiziosa cautela e dal cieco abbandono agli attuali capricci. Le cognizioni delle cose naturali possono molto contribuirvi, almeno per non affidare la nostra vita all’arbitrio d’un ignorante medico; ma l’arte di conservare la sanità più sicura e più utile degl’incerti tentativi che fannosi per lo più per ricuperare la perduta è in mano nostra, se sappiamo essere moderati consultando la ragione e la propria sperienza. Così l’uso attento della ragione può conservare ed accrescere la robustezza de’ nostri muscoli e con essa la forza dell’animo, e quindi renderci più disposti ad agire e respingere i mali non solo, ma resistere e pareggiare un numero di desiderj, giacchè anche alla gloria e ad altri beni non vi si cammina se non con passo fermo e giocondo.
Oltre il sentimento delle proprie forze fisiche, coraggio macchinale che accresce il poter nostro, un altro sentimento è necessario all’uomo per avere una esistenza ferma ed un coraggio perfetto, e questo sentimento necessarissimo è la coscienza tranquilla. L’uomo reo che sa di aver commesse azioni vili e indegne, sebbene nella oscurità abbia tessute le insidie, sempre è angustiato dal timore che sieno svelate; un’occhiata, un gesto fortuitamente equivoci lo sgomentano; ei porta nel cuore una malattia più disgraziata di qualunque fisica imperfezione. Il disprezzo degli uomini che sa di meritare, il loro allontanamento che può aspettarsi e mille tristi pensieri abituali nel cuore d’un uomo che cammini per la strada del vizio, imprimono nel suo volto a solchi marcati la tristezza; lo sguardo inquieto e torbido, il passo circospetto e sospettoso sono tanta diminuzione del di lui potere a fronte dell’aspetto sereno, libero e fermo dell’uomo che obbedisce alla virtù. Vero è che alcuni cattivi uomini hanno talvolta l’arte mimica di contraffare l’uomo giusto; ma qual peso il rappresentare ogni giorno tutt’altro che noi stessi! Questo sforzo non toglie l’interno avvilimento. Si può disputare qual dei due renda più omaggio alla virtù, se quello che essendo vizioso lascia vedere in fronte la tristezza del rimorso, ovvero chi si sforza a rappresentare l’uomo virtuoso: entrambi la pregiano, perchè l’uno è avvilito per non averla, l’altro fa sforzi per contraffarla; sono due debitori: il primo si dichiara fallito, il secondo paga con moneta falsa; entrambi hanno l’avvilimento nel cuore.
Per accrescere adunque e conservare il poter nostro conviene che l’interno sentimento di noi stessi, che è il più giusto e inesorabile de’ nostri giudici, ci sia favorevole. Lo spirito umano ha i suoi confini, l’errore ben sovente ci si presenta sotto il sembiante della verità. Non pretendo io già che un essere debole e imperfetto non possa mai, rivolgendosi al passato, trovare qualche fatto proprio che meriti pentimento: ognuno ne ha; ma facendo noi molto uso della riflessione in tutti gli atti importanti della vita, non ci accaderà di commettere di quelle azioni che degradano ed avviliscono l’uomo. La buona coscienza è il sentimento della conformità delle azioni nostre colla giustizia, e la giustizia comprende la fedele obbedienza alle leggi. Le leggi fissate dall’Autore dell’universo sono semplici e invariabili; ma dove gli uomini ne hanno stabilite, le debolezze, gli errori, le mire private vi hanno sì fattamente contribuito che talvolta s’incontrano dubbj, e fa mestieri d’avere la ragione ben addestrata per districarsene. Il ministro del santuario insegna all’uomo la strada della giustizia religiosa, il mero ragionatore, che ricerca i mezzi della felicità costanti in ogni luogo e tempo, e comuni anche agli uomini viventi sotto false religioni, può guidare gli uomini assai vicini al santuario istesso, partendo ancora dai più meccanici principj, perchè una verità non può smentire un’altra verità e da più principj fisici o morali, purchè sien veri, concatenando una verità all’altra si può giugnere alla stessa dimostrazione.
Mi si conceda che la fuga del dolore e l’amore del piacere sia una legge universale e sempre obbedita dagli esseri sensibili: ne verrà da questo principio che l’uomo sceglier deve per essenza la somma minore dei dolori e la maggiore somma dei piaceri. Una beatitudine eterna e infinita è maggiore di qualunque bene finito; una infelicità eterna e infinita è maggiore di qualunque dolore finito. Da ciò ne deriva che l’uomo non deve mai cercare i piaceri che sono vietati dalla legge divina, nè ricusare i dolori che la legge divina ci obbliga di sopportare. Come avviene dunque che gli uomini facciano l’errore di calcolo di preferire il meno al più? Perchè le sensazioni degli oggetti presenti agiscono quasi sole sull’animo, e la riflessione, alla quale pochi uomini si addestrano, non pone di contro se non pallidi e scoloriti contrasti: quindi si compra sovente un piacer attuale a prezzo d’un dispiacere molto maggiore a venire. Quanto adunque l’uomo sarà più illuminato, tanto più saprà antivedere e contrapporre agli oggetti presenti i lontani, ed accostandosi alla esattezza del calcolo, preferire la maggior somma de’ piaceri e la minore de’ dolori; quindi quanto più si accosta l’uomo alla perfezione del ragionamento, tanto più sarà nella strada della giustizia religiosa e si terrà lontano dai rimorsi.
Quelle religioni che autorizzano azioni contrarie alla onestà sono false, la vera religione è sempre offesa quando sia violata la onestà. Chi vivesse sotto un falso rito, nondimeno, ascoltando anche la sola ragione, dovrebbe esattamente ubbidire alle leggi della onestà, siccome tanti illustri greci e romani hanno fatto; perchè qualunque piacere è minore della somma dei dispiaceri che si ricevono dagli uomini qualora si ha il concetto di essere malonesto. Il disprezzo, l’allontanamento, gl’insulti, l’insensibilità ai nostri mali sono i sentimenti che legge scritti in faccia degli uomini colui che si allontana dalla onestà, ed è più facile l’essere onesto che il portarne continuamente la maschera. In oltre, offendendo le leggi della onestà, col tradire un secreto, coll’insidiare il merito, col calunniare, rapire, essere ingrati, mentitori ec., nasce in noi un sentimento di disprezzo di noi medesimi che è il più crudele di tutti, ed una vile timidezza compagna del rimorso che scema il poter nostro togliendoci la buona coscienza. Quindi freddamente concludo che la mera ragione può contenere l’uomo nella strada della giustizia morale, s’egli la eserciterà abitualmente. Felici quelle anime nobili e sublimi, che per amare la virtù non hanno bisogno di ragionamento, che sentonsi ingrandire e innalzarsi colle virtuose azioni, e rapite dalla vittoriosa potenza di questa fiamma celeste, sono benefiche e generose per la vivissima voluttà che provano in quello stato!
Se lo stato disordinato della nostra organizzazione o dell’animo nostro ci rende timidi e avviliti in diminuzione del nostro potere, e se per conservarcene tutta la porzione possibile dobbiamo colla saggia moderazione non meno che colla frequente riflessione mantenerci lo stato fisico e morale libero dal mal essere, per accrescere questo potere e così poter pareggiare una più vasta porzione de’ nostri desiderj ci fa bisogno d’avere in favor nostro i suffragi degli uomini, o almeno non averli contrarj. Questi o si comprano, o si conquistano, ovvero si rendono indifferenti con una vita oscura ma conforme alle leggi. I Romani, dacchè la virtù repubblicana era svanita, si vendevano, e a preferenza davano i loro suffragi a chi più lautamente sapeva comprarli con cene pubbliche, largizioni, spettacoli, combattimenti di fiere, gladiatori e simili piaceri gratuitamente accordati. Così seppero coprire la loro tirannia anche i primi Cesari, e fiancheggiati dalla plebe sazia e lieta, impunemente annientavano gli ottimati e li depredavano, obbedendo così al timore, alla vendetta ed alla avidità propria col concedere alla fame popolare le spoglie in parte della preda. Non vi sono oggi nell’Europa di sì grandiose compre e vendite, perchè non vi è nazione che possa paragonarsi a Roma ne’ tempi di sua grandezza; non è però abolito l’uso di comprare più in piccolo i suffragi del popolo anche a denaro, e ciò non potendo accadere nelle monarchie, ove il popolo nulla può dare se non la buona fama, forza è il cercarne le memorie negli Stati ove a’ suffragi pubblici si facciano le elezioni alle magistrature. Le ricchezze servono a comprarci un suffragio di breve periodo, ammeno che non sianvi i mezzi per rinnovare questi periodi istessi, siccome l’avevano i primi Imperadori; e saranno impiegate opportunamente qualora con esse acquistiamo dei beni superiori alla perdita che facciamo. Comunemente però i suffragi degli uomini si sogliono comprare facendo che essi generalmente acquistino una ferma opinione favorevole di noi, della virtù, bontà e ragionevolezza nostra. I caratteri più opportuni per acquistare questa generale opinione sono gli uomini che non operano a scosse e ad impeto, ma con movimenti placidi ed uniformi; nemmeno in conseguenza possono essere gli uomini d’ingegno caldo o d’immaginazione violenta; la figura nostra, che non ci siamo fatta noi, molta parte vi può avere: una maniera di agire e di mostrarci nobile, dolce e sensibile, popolare con dignità è la migliore di tutte. Tutti questi mezzi poco dipendono da noi e dall’uso della nostra ragione; quindi la compra de’ suffragi pubblici o per denari o per maniere è da considerarsi come un bene riservato a pochi. Chi è disposto dalla sua condizione e stato a poterselo proccurare, opera sapientemente nel farlo, e chi non ha i mezzi per comprare i suffragi positivi, opera sapientemente almeno coll’evitare i suffragi contrarj, come poi dirò.
Si conquistano i suffragi degli uomini prevalendoci accortamente della loro imbecillità, e facendo in essi nascere un timido sentimento della debolezza loro in paragone nostro: così si legano a noi gli uomini col vincolo il più forte di tutti, che è il timore. Ciò si fa o interessando le intelligenze sovrane nella nostra azione, ovvero manifestando una decisa superiorità di coraggio, virtù che sola in ogni secolo e presso ogni nazione ha saputo costantemente ottenere gli omaggi degli uomini. Il pericolo di questa conquista cresce a misura della violenza con cui si tenta; ma insieme col pericolo cresce la forza della impressione. Ma per conservarci i suffragi così conquistati e per goderne, forza è persuadere almeno quella porzione d’uomini che ci fiancheggia e ci rende preponderanti essere loro interesse di stare uniti con noi. Più in piccolo si conquistano anche i suffragi della moltitudine ottenendo una carica per cui gli uomini aspettino bene o male dalle nostre azioni. Questi mezzi pure per accrescere il poter nostro sono riserbati a pochi, e il primo a pochissimi; e sebbene accrescano il potere, anche assai dippiù moltiplicano i desiderj, onde non sono i trascelti dai veri saggi che ricercano la propria felicità.
Si rendono indifferenti i suffragi degli uomini e si toglie loro l’occasione di restringere il nostro potere sottraendoci ai loro sguardi con una vita oscura e rigorosamente conforme alle leggi. Questa rigorosa conformità è indispensabile per contrapporre al sentimento di superiorità, che gli uomini rumoreggianti nel vortice sociale hanno pei solitarj, quello dell’aperta ingiustizia se ne fanno uso. Questo è il partito meno pericoloso di ogni altro e meno soggetto ai capricci altrui, ed è quello appunto che è stato ordinariamente prescelto dai saggi.
§ V. Di alcuni contrasti fralle leggi.
La virtù è la base della felicità, siccome si è osservato, e nelle varie leggi alle quali siamo soggetti talvolta trovansi degl’inviluppi così intralciati che fa d’uopo di molto uso della ragione per ritrovare il filo delle azioni nostre e preservarci dai rimorsi. Abbiamo le immmortali leggi prescritteci dalla Divinità, abbiamo le leggi civili, abbiamo quelle dell’onore. Gli uomini in alcuni casi sì fattamente le hanno combinate che sembrano cozzare e distruggersi a vicenda. Ho ricevuto una offesa; la religione mi ordina di perdonarla, la legge civile mi prescrive come debba far punire l’avversario dal giudice, l’onore mi eccita a vendicarla col mio braccio. Sono fra ’l peccato, il supplizio e l’infamia. La vita del Principe Stuardo, pretendente alla corona della Gran Brettagna, era posta a taglia, dichiarato reo di Stato chiunque gli desse asilo, il pretendente sconfitto, dispersi interamente i suoi partigiani; senza soccorso, solo, languente di fame, freddo e lassitudine, dopo aver passato un giorno appiattato in un cespuglio intorno cui giravano i nemici per prenderlo, venuta la notte si presenta alla casa d’un gentiluomo del contorno: «vi porto» dice egli «un felice annunzio: dieci mila lire sterline sono vostre, solo che il vogliate potete aver la taglia promessa a chi consegnerà il Principe Stuardo. Eccolo nelle vostre mani: sono io, senza difesa; disponete dell’ultimo infelice rampollo dei vostri Re, ovvero, se le mie disgrazie v’inteneriscono, soccorrete la mia fame, ricoveratemi ed assistetemi per uscire dall’isola». Che partito doveva prendere il gentiluomo? Egli ristorò l’infelice Principe, lo celò, lo imbarcò alla più sicura occasione; fu processato; la legge era chiara come chiara la contravvenzione; per tutta difesa, chiese a ciascuno de’ suoi giudici che avrebbon’essi fatto nel suo caso, e fu liberato. Ma fece egli un’azione giusta e virtuosa, ovvero debole e viziosa? Era egli permesso a un generoso e nobile uomo di soggiogare e impadronirsi d’un nimico reso impotente, e che volontario gli si affidava? Che ne avrebbero giudicato gli uomini che ubbidiscono ad un valoroso onore? Era egli permesso il conservare e dare libertà a un inimico del proprio Re, di cui la vita poteva cagionare nuovi torbidi e guerre civili? Potevasi contravvenire a un legittimo proclamma? Hai data la tua parola d’onore di conservare un secreto: si pubblica una legge che obbliga a manifestare gli autori dell’azione che tu sai sotto il sacro vincolo; altra pubblica legge ti offre una ricompensa e con pubblico editto t’invita ad uccidere un uomo; ma la religione e la onestà gridano non tradire, non uccidere: come condurommi in questo orribile labirinto?
In queste spinosissime situazioni trovandosi l’uomo anche buono e virtuoso, talvolta è in pericolo di fare una scelta di cui poi s’abbia a pentire ed averne rimorso. La riflessione però mi può dare il filo per rettamente condurmi. La prima di tutte le leggi è la divina: è mio dovere di sacrificar tutto all’ubbidienza di un Essere maggiore di tutti. Il mio dovere è pure di non mancare mai alla virtù. Se un ragionatore esatto mi ricercherà cosa significhi questa voce dovere, io mi accontenterò quand’anche si voglia renderla una emanazione d’interesse. Interesse sia quella general voce che comprende le azioni che ci sono utili e dovere sia quella porzione delle utili azioni che sono conformi alle leggi: il primo sia il genere, l’altro la specie. Non ogni interesse sarà un dovere, perchè vi sono delle azioni che la legge ha lasciate in libertà. Interesse poi contrario alla legge non è possibile che si dia, poichè sarebbe una contraddizione il dire che sia nostro interesse comprare un piacere che porta in conseguenza un male più grande di lui. Si dà un apparente interesse momentaneo contrario alla legge, perchè il bollore delle passioni per alcuni periodi distrae l’uomo dal ragionare, e allora sta il pericolo di abbandonare il cammino della giustizia; ma ogni uomo che a mente calma e ragionando travia dal proprio dovere, dà, a mio credere, la più evidente di tutte le dimostrazioni di avere un vizio nella facoltà ragionatrice. Mi si cercherà pure cosa io intenda di significare colla parola virtù. Io non intendo di comprendere sotto questo vocabolo gli atti del culto religioso, ma unicamente di significare quella classe di azioni che per consenso generale degli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, costantemente furono considerate virtuose: perdonare generosamente all’inimico, essere fedeli, grati, liberali, umani, valorosi, giusti, e, per comprendere il tutto più brevemente, l’esercitare gli atti utili in generale agli uomini.
Perciò l’animo virtuoso sarà quello che ha un costante desiderio di fare cose utili in generale agli uomini. Ora, siccome l’onestà ci porta a guardarci dalle azioni dannose ai nostri simili, ed è nostro interesse, siccome dissopra ho detto, d’ubbidire alle leggi della onestà, così evidentemente se ne deduce essere nostro dovere di non mancare alla virtù.
Ciò posto, per conoscere fralle contraddizioni angustiose delle leggi cosa esiga da noi la virtù, conviene esaminare nella scelta quale dei partiti che ci si affacciano produca un effetto più utile in generale agli uomini. Convien calcolare se sia più il bene che si fa agli uomini svelando un secreto, e liberandoli da uno che è giudicato pernicioso alla quiete pubblica, ovvero se sia maggiore il male di autorizzare col proprio esempio un freddo tradimento ed un legale assassinio. Per fare esattamente questo calcolo, conviene esaminare altresì lo stato attuale della società in cui ci troviamo.
Formiamoci una idea d’una società d’uomini tanto perfettamente organizzata quanto ce la può somministrare la nostra immaginazione. Suppongasi un’isola nell’Oceano, ove gettati due fanciulli da una tempesta sieno divenuti col tempo i patriarchi d’un nuovo popolo, cresciuto co’ secoli al segno di poter formare una nazione. Questa moltitudine di uomini mossa dai bisogni, mancante di idee complesse (frutto di una lunghissima tradizione, e che non si accumulano se non dopo lo stato di civilizzamento), avrà ubbidito principalmente alle impressioni degli oggetti che attualmente ferivano i suoi sensi. Quegli uomini erano allora indipendenti, nè vi sarà stato fra di loro che la robustezza diversa o la diversa scaltrezza che potesse mettere limite alle azioni altrui, e l’impero era tutto nella forza. Ma come la minor forza e la minore astuzia è propria del maggior numero, così in quello stato la parte massima della nazione avrà dovuto soffrire la prepotenza; quindi la sicurezza nelle proprie capanne, la tranquillità nella custodia de’ frutti raccolti per proprio cibo, la pacifica convivenza colla propria donna essendo sempre in pericolo, gli abitanti furono indotti a collegarsi per formare colla riunione di più forze un contrasto. Dopo varie parziali associazioni ancora disuguali, e forse rivali e guerreggianti, la durevolezza de’ mali indusse un uomo più accorto a proporre una associazione stabile, pacifica, universale. Così venne abolito il feroce muscolare dispotismo, e così si venne a circoscrivere il numero delle azioni di ciascun uomo, vietandogli quelle che si opponessero alla sicurezza e pace d’un altro uomo, reso con certe leggi fattizie sicuro di conservare sè stesso, i frutti della sua industria, la donna sua e i suoi figli. Così ciaschedun uomo si spropriò di parte della sua indipendenza per acquistare la libertà, e passò la nazione allo stato sociale. Così venne a stabilirsi un dritto di proprietà.
Ma le società degli uomini, gli Stati, le repubbliche e i regni d’Europa hanno essi mai ne’ loro annali i documenti di simile associazione primitiva? Questa isola immaginata altro non è che una finzione la quale niente ha di comune colla realità de’ nostri dritti. Così può chiedermisi ragione della genealogia degli Stati, immaginata non meno a piacere da alcuni filosofi di quello che alcuni antiquarj lo facciano delle famiglie. Io accordo che della remota infanzia delle società non ci restano memorie, nè potevano lasciarcele gli uomini prima dello stato d’incivilimento e della invenzione della scrittura; arte che sarà stata delle più tarde a trovarsi, e conseguentemente inventata in que’ tempi ne’ quali la memoria della associazione primiera non poteva essere più presso degli uomini. Accordo di più che forse indipendentemente da ogni convenzione un uomo solo più ardito, più illuminato o più scaltro può aver cominciato a dominare sopra i suoi figli, e con essi forzare altre famiglie ad unirsi a lui, e così, creatasi una potenza, soggiogare un popolo colla sola forza e col fatto. Ma se la sola forza desse un diritto, ne verrebbe l’assurdo che la sola resistenza lo potesse togliere; perciò quella origine dello stato sociale non sarebbe fondata sulla giustizia, ma sulla mera usurpazione e violenza, nè potrebbe nascere un dritto che posteriormente, quando cioè l’esercizio del potere venisse così saggiamente adoperato che equivalesse alla immaginata spontanea primitiva associazione.
Il fine adunque dell’immaginato patto sociale è il ben essere di ciascuno che concorre a formare la società, il che si risolve nella felicità pubblica, ossia nella maggiore felicità possibile ripartita colla maggiore uguaglianza possibile. Tale è lo scopo a cui deve tendere ogni legge umana. Ovunque le leggi positive abbiano questo scopo, ivi la società è fedele al patto sociale, ivi i doveri e i dritti d’ogni uomo sono chiari e sicuri, ivi è interesse di ogni socio che si osservino le leggi per le quali sussiste; giacchè violandole ecciterebbe gli altri a rimettere in vigore la forza, si annienterebbe la libertà, risorgerebbe la selvaggia indipendenza; ivi le leggi non possono mai essere in contraddizione colla virtù, perchè le leggi tendono alla felicità pubblica, e la virtù, siccome ho detto, avendo per oggetto gli atti utili in generale agli uomini, non si può mai cercare la felicità pubblica con atti dannosi generalmente al genere umano. Questa età dell’oro però è una immagine deliziosa, ma tanto vana quanto la perfetta felicità nell’uomo. Non s’è data nè si darà nel mondo una società così esattamente organizzata, dove ogni atto della podestà pubblica sia una spinta verso la pubblica felicità, e dove quella classe d’uomini presso i quali ne viene depositato l’esercizio non travii mai, non declini e non ne abusi; poichè, qualunque sia la forma del governo, sempre un numero di uomini ha influenza nel maneggiare la forza pubblica, e questi uomini sono soggetti all’errore, alle passioni e alle debolezze e imperfezioni della nostra specie.
Una società traviata dai principj costituenti la giustizia sociale e condotta alla corruzione lascia per l’opposto incerti i doveri e i dritti di ogni socio, e confuse sono le azioni d’ogni uomo: la felicità condensata in pochi, il fasto, l’orgoglio di questi sempre più amareggiano lo stato di miseria e di annientamento dei molti. Le leggi sono un atto di potere arbitrario, la diffidenza, la dissimulazione, la viltà serpeggiano in ogni ceto, si teme la verità, si fugge la vista d’una virtù luminosa il di cui baleno è troppo forte scossa alle deboli pupille della moltitudine. In questa società gli uomini restano tranquilli come l’acqua nelle pozzanghere, e di questa società perciò non ne vedi lo scioglimento, perchè le membra, isolate dal timore e concentrate, non osano accostarsi fra loro e riunirsi a distruggerla. Ivi la maggior parte di chi la compone non ha interesse a mantenerla, ma soltanto a non essere autore della dissoluzione.
Fra questi due estremi trovansi comunemente le società; onde per risolvere ne’ casi di conflitto fra le leggi civili e quelle dell’onore, sarà da calcolare se facciamo più male agli uomini indebolendo col fatto nostro le leggi dell’onore, ovvero indebolendo le leggi civili. Le prime tanto più diventano utili agli uomini in generale quanto meno lo diventano le seconde; anzi le prime s’annienterebbero e diverrebbero superflue quanto più le seconde si accostassero allo scopo della instituzione sociale, perchè l’onore essendo la legge della opinione universale degli uomini, ed opinando in questa parte con liberi suffragi tutt’i membri della società per accordare stima o disprezzo alle azioni, a misura che sono o generose e nobili, ovvero abiette e codarde, non potrebbe mai la opinione universale libera degli uomini disapprovare l’obbedienza alle leggi che tendono anche alla maggior felicità di ciascun uomo, per quanto è possibile il combinare gl’interessi di tutti. Quindi in una società traviata e condotta alla sua corruttela sembra che sia una azione più utile in generale agli uomini il rinforzare le leggi dell’onore, acciocchè almeno non tutte le azioni vengano depravate dalla cattiva legislazione; e in una nazione più bene condotta, a proporzione che s’andrà accostando alla originaria giustizia, sarà più utile azione il rinfiancare l’obbedienza a quelle leggi civili che sono garanti della civile libertà e della felicità pubblica. Con tali principj sembra che possano sciogliersi i difficili problemi delle legislazioni che si contraddicono; e così il saggio uso della riflessione anche in queste inviluppate indagini può indicarci la strada della virtù onde ci preserviamo da quell’avvilimento in cui ci precipita il rimorso, e conserviamo il vigore dell’animo, la buona coscienza e il potere maggiore onde pareggiare un più gran numero di desiderj.
§ VI. Della conoscenza di noi e degli uomini.
Affine di sviluppare e porre nella massima attività il poter nostro è necessario che ci occupiamo profondamente per conoscerci e conoscere gli uomini. Conosci te stesso è un antico e verissimo precetto della sapienza, il quale in poco indica la perfezione della grand’opera a cui debbon tendere le ben dirette nostre meditazioni. Poche sono le anime privilegiate che resistano ad un tranquillo e continuato esame di loro medesime, e la maggior parte degli uomini sono come deboli ammalati, che temono la vista delle proprie ulceri. Cerca la moltitudine di slanciarsi lontana da sè medesima; quindi l’abborrimento della solitudine e il bisogno perenne o d’una conversazione qualunque ella siasi, o di un lavoro, o anche d’un libro che occupando le nostre idee ci faccia uscire da noi medesimi e ci trasporti ne’ palazzi incantati del regno della immaginazione. Così la vita dei più si risolve in una costante obbedienza agli urti degli oggetti presenti, ai quali rarissime volte la riflessione contrappone l’immagine degli oggetti lontani; onde mutandosi pel moto universale o la distanza o l’apparenza degli oggetti, galleggiano le menti umane sopra di uno instabilissimo fondo, sempre fluttuanti dall’amore all’odio, dal disprezzo alla stima, con una apparente contraddizione, ma che meglio esaminata si risolve in una costante adesione al medesimo principio. Il saggio che cerca la propria felicità conosce che questa non può essere collocata altrove se non nel mezzo del suo cuore; si ripiega in sè stesso e attentamente considera quali sieno i movimenti, le cure, i desiderj che lo agitano, d’onde traggono questi l’origine; ascende a questi primi germi delle inquietudini e pone sulla esatta bilancia la realità o la chimera della opinione produttrice; l’attento esame accompagnato dalla dubitazione, madre della sapienza, gli stanno al fianco; separa le verità dalle opinioni, pone nella prima classe quelle solamente che hanno subito il cimento; e ritornando spesse volte a rimirare sè stesso nella tranquillità, ed ivi richiamandosi le vestigia de’ passati tumulti, divisa i mezzi onde scemare le turbolenze cagionate da’ desiderj di beni chimerici, ovvero di beni non conseguibili, col passare dalla dimostrazione alla persuasione, il che si fa con atti ripetuti. Rivolgendosi poscia all’esame de’ mezzi onde conseguire i beni che gli convengono, accresce il potere per rendere minore, quanto è fattibile, l’eccesso de’ desiderj sopra di quello. Da questa interna analisi di noi medesimi nasce il gran bene che possiamo sentire, con una sorta d’amicizia di noi stessi, la contentezza di esistere, di renderci conto de’ principj che ci movono, il che ci dà una ragionata compiacenza di noi medesimi, poichè sentiamo la distanza vera e reale che passa fra noi ed i volgari, e la non fattizia superiorità nostra in ciò, che noi possiamo essere con noi medesimi, laddove quelli portano sempre il loro nemico nel cuore, se non altro il tedio della propria esistenza; e questo sentimento accresce il vigore del nostro animo e il nostro potere.
Per conoscere me medesimo, io non cercherò che gli altri uomini mi dicano cosa io mi sia nè quanto io valga; il giudizio più esatto l’ho da fare io stesso, e lo potrò fare se mi esamino. La imbecillità degli uomini m’innalza al dissopra del mio vero orizzonte, per poco che mi sorrida la fortuna; l’orgoglio e la invidia degli uomini vorrebbero persuadermi ch’io valgo meno di quello che è in fatti. Se mi abbandono a giudicare di me stesso dalla apparente stima degli altri, sarò un uomo passivo e comune, gli onori mi ubbriacheranno e mi faranno cambiare portamento e morale, una traversia mi annienterà e mi farà strascinare nel fango l’avvilita esistenza, passerò la vita ora schiavo, ora tiranno, e non mai uomo, nè felice. Io esaminerò me stesso, e vedrò se una azione generosa mi lascia l’animo in calma; se conservo la pace interna all’udire una azione infame, dirò: il mio cuore è disgraziatamente insensibile, il mio animo è sin ora incapace di elevazione, sono pur troppo un uomo comune e gregario. Ma se la voce della virtù rimbomba sul mio cuore, se le azioni nobili, eroiche, benefiche fanno stillare dalle mie palpebre un dolce pianto, se l’abbominazione e la viltà mi eccitano un vivo sdegno e ribrezzo, dirò allora: sono capace di virtù, sono un uomo, e posso innalzarmi alle belle azioni; l’amor proprio non può sedurmi, perchè si tratta di un fatto. Per giudicare poi delle forze del mio ingegno, io vedrò se le opere di que’ primi maestri che onorano la nostra specie mi siano intelligibili, esaminerò se nel mio cuore vi sia una calda stima per gli uomini di merito, e con ciò avrò la misura della elevazione della mia mente. Il contrassegno più sicuro di ogni altro per conoscere se valghiamo è la sensibilità e l’entusiasmo per il merito altrui; nessun grande uomo ha mai avuta gelosia o invidia del sapere altrui, questo pusillanime rannicchiamento del cuore è figlio della incertezza del nostro merito e suppone un’anima volgare.
Nelle opere di eleganza e di gusto è necessario il ricorrere alla opinione altrui, perchè le leggi e le regole sono poco precise, e il riuscire dipende dalle opinioni, dai tempi e dai luoghi. Io non cercherò ad un altro uomo se quello che io scrivo sia vero o falso, se sia dettato dalla virtù, ovvero dal mal animo; cercherò bensì dalla opinione di uomini colti e onesti se la verità e la virtù nel mio scritto sieno annunziate con chiarezza, con facilità, con ordine, con varietà, con ornamento, perchè questo risguarda l’impressione che devefare uno scritto sugli animi altrui, di cui non posso avere certezza anticipatamente entro di me medesimo. Così il poeta, il pittore, l’architetto, lo scrittore di musica, lo scrittore qualunque non può nella solitudine giudicare esattamente del proprio lavoro, ma forza è che ricerchi l’opinione di alcuni per decidere sul merito del suo talento, e consigliarsi affine di perfezionarlo. Ma il merito del tronco maestro, dirò così, cioè della elevazione del cuore e della forza del nostro ingegno, noi soli possiamo giudicarlo. Se la certezza non comincia in noi, su i fatti che accadono nel nostro interno, non è possibile che siamo mai fermi e sicuri di veruna dimostrazione.
Conosciuto ch’io sia a me medesimo, definita ch’io abbia la vera e nuda altezza in cui mi trovo riposto, spogliato ch’io mi sia dei titoli e di quant’altro di posticcio mi dia la sorte, abituato a entrare ne’ penetrali del mio essere, a conoscerli, ad esaminare le vicende del mio animo, io mi trovo collocato sopra di una base profonda e immobile, d’onde più fermamente rimiro il giuoco delle umane vicende; e sebbene debole ed isolato io possa ricevere e mali e beni dal concorso delle cose che si movono intorno di me, nè il favore d’una fortuna capricciosa farà ch’io mi pregi più di quello che valgo, nè gl’insulti di lei faranno che io mi creda meno di quello che sono. Sarò ora lieto ed ora tristo, ma non mai insano; e questa fermezza d’un animo che s’innalza sopra il destino e sta immobile nelle vicende è il più gran bene che ci possa dare la ragione, e allora l’uomo acquista il massimo potere per resistere alla infelicità, il che sta rinchiuso nel precetto conosci te stesso.
L’uomo poi che sia destinato a convivere, un altro esame deve intraprendere sopra di sè medesimo per fare il miglior uso del proprio potere, e non adoperare sforzi inutili e stentati fuori della propria carriera, e quest’esame è il riconoscere il proprio lato forte e il proprio lato debole. La figura e l’indole di un uomo lo invitano alla piacevole giocondità; sarebbe un uomo di spirito amabile, disgraziatamente si è trascelte maniere gravi e sentenzioso discorso, è un Catone forzato, nojoso, che nessuno può stimare. Per l’opposto niente è più sconcio di quella stentata occupazione che s’è imposta un altro di voler rallegrare con frizzi e sali che la natura non gli ha concessi; se rappresentasse il carattere d’un uomo sensato e placido, godrebbe di migliore reputazione. Questi sarebbe un elegante scrittore, se non si ostinasse a comporre per il teatro per cui manca di genio. Quegli è un esattissimo ragionatore, e non vuole scrivere che freddissimi e bassissimi versi. Sarebbe immensa la schiera, se dovessi accennare i varj casi ne’ quali l’uomo si presenta svantaggiosamente per non avere esaminato meglio sè medesimo e trascelta la occupazione conveniente al proprio talento. Il saggio se ne occuperà, esaminerà sè stesso, farà diversi tentativi, starà in attenzione qual sentimento risveglino negli astanti, e senza avventurarsi incautamente, colla riflessione e colla sperienza troverà la strada per lui più naturale, sicuro che quello che costa sforzo ha sempre cattivo contorno e riesce disgustoso, e che la imitazione è sempre stentata e spiacevole. In tal guisa coll’esame di sè medesimo il saggio acquista il massimo potere e la massima industria per farne buon uso per la propria felicità.
Se alla nostra felicità molto possono contribuire gli uomini, conviene esaminarli, conoscere con accurata osservazione i principj che li movono, talvolta sconosciuti a loro stessi, e dedurne quindi una notizia esatta di quanto possiamo da essi sperare o temere. Il luogo che occupa un uomo, poco o molto inganna comunemente; uno sciocco titolato e un uomo di sommo merito inerme e povero sono rimirati con un vetro di mezzo: fra l’occhio e il primo il vetro è convesso, fra l’occhio e il secondo è concavo il vetro, e così si pregia il primo più, e il secondo meno del vero. Se l’ordine della società e la nostra pace richiedono da noi dei riguardi e degli ossequj, facciasi, ma non passi il cerimoniale all’anima, la quale libera e sciolta deve esaminare e pesare esattamente il merito dell’uomo. Il saggio sta attento contro di questa seduzione, tanto più forte quanto sempre attiva, e si fida de’ giudizj proprj solamente allora che mutandosi la fortuna altrui, non sente cambiarsi internamente la opinione.
Se da un canto esamini di quanto sia stato capace l’uomo, ti si presenta un pomposo ammasso di gloria che ti sforza a venerarne l’ingegno e la sublimità. Vedi questo vivente sprovveduto di armi, vinto dalla maggior parte degli animali nella vista, nell’udito, nell’odorato e nel corso, vedilo viaggiare sicuramente sulla instabile superficie dell’immenso Oceano, attraversare gli antipodi e cingere col suo viaggio il globo. Osserva con quanta sagacità ha inventate le voci sì varie col mezzo delle quali comunica ai suoi simili i suoi pensieri. Poco era questo ancora: cerca di parlare ai lontani, cerca di conversare co’ suoi posteri e inventa la scrittura, e la perfeziona al punto non solo di palesare esattamente i movimenti del suo animo, ma di palesarli piacevolmente con grazia e con venustà. Vedi quest’industriosissimo essere creare a sè stesso nuovi organi per supplire alla debole sua vista, e con essi è giunto a contemplare distintamente molti oggetti che la piccolezza o distanza rendevano insensibili. Conosce allora i corpi celesti, ne calcola la posizione, la grandezza, il moto, e anticipatamente ne annunzia l’ecclisse e l’apparenza. Cava dal mezzo ai monti i metalli e ne forma stromenti per la difesa, e mezzi per formarsi nuove mani ai più sottili e difficili mestieri. Un piccolo orologio solo da tasca basta a provare quanto possa la mano grossolana dell’uomo diretta dall’ingegno. Gira per le botteghe, passa dallo stampatore, dal fabbricatore di calze a telajo, dal tintore ec.; esamina le biblioteche, que’ vastissimi emporj de’ molti sogni e di alcune verità, e ammirerai l’altezza a cui l’uomo può giugnere. Ma dall’altra parte qual contrasto non fa a sì nobile prospettiva il riflettere come gli Stati d’Europa miseramente sacrifichino ogni anno molte miliaja di vittime umane per possedere e coltivare nell’America, mentre nel centro dell’Europa vi sono vasti deserti, e ciò per rendere nell’Europa più abbondante l’oro e l’argento, conseguentemente meno pregevole, e conseguentemente più voluminoso il trasporto di quella merce che è l’universale permuta delle altre! La milizia d’Europa, quel terribile sgomento della potenza e della sicurezza, ancora non è vestita in modo d’aver libero e facile il moto, ed essere difesa dal nemico o dalla stagione. I pubblicisti disputano se un uomo appartenga alla nazione, ovvero la nazione ad un uomo. I giurisperiti hanno posta l’incertezza nelle proprietà. I medici, poco conoscendo e molto affermando, più ammazzano che non risanino. Il mondo è quasi tutto diviso in due classi: la piccola è di quelli che ne impone, la grande è di quelli che ciecamente si sottomettono; stanno confusamente amalgamati nella mente dei più il bene e il male, e il commercio di uomo a uomo comunemente si riduce alla creazione di qualche infelicità che si divide in eguali porzioni. Nel conoscere queste tristi verità l’uomo che abbia nel cuore una feroce virtù diventa misantropo, disprezza e abbomina la propria specie; ma il vero saggio al penoso sentimento dell’odio ne sostituisce un più giusto e più umano, cioè la compassione degli errori della moltitudine.
Come mai l’uomo, che ha trovate le leggi della gravità, quelle della luce, quelle de’ movimenti celesti, ancora non ha trovato un codice che limiti e decida pacificamente la proprietà d’un cittadino? Io credo che la ragione stia nella natura istessa dell’uomo. Nella nostra specie vi sono alcuni pochissimi, i quali sono dotati di una forza d’ingegno e d’una costante passione per cercare la verità e la gloria, talchè essenzialmente trovansi in una classe moltissimo innalzata sul livello degli altri. Bastano cinque o sei di tali uomini che nascano uno dopo l’altro per condurre alla somma perfezione una scienza, e questo edificio lo innalza ciascuno nel silenzio della solitudine non attraversato dalle opinioni o dalle rivalità di alcun uomo; fatto che sia poi, il risultato si mostra a più uomini, e molti anche di coloro i quali non avrebbero avuto forza e ardire per portare nuovi materiali ad innalzare l’edificio, ne hanno per esaminarlo e salirvi. Ma negli oggetti che risguardano gl’interessi pubblici, l’uomo che sarebbe capace d’innalzarsi viene o escluso o contrastato, ammeno che quest’uomo non sia nato sul trono; perciò i regolamenti politici, essendo l’opera di più uomini, sono come le strade delle grandi città, fatte in origine più a caso che a disegno, e i sistemi sono tanto capricciosi e irregolari quanto la pianta d’una città, perchè sì questi che quelle nascono dal risultato dei comodi che ciascun privato ha cercato di ottenere, e non dal disegno d’un architetto che avesse in mira un tutt’insieme, il comodo, la facilità e l’eleganza. Le opere d’un uomo che agisca da sè possono essere un tutt’insieme, e talvolta prodigiose e sublimi; le opere concertate da molti uomini insieme, che a forze eguali si uniscono, sempre saranno difettose e incongruenti. Di tante accademie di scienze che ha l’Europa nessuna ha formato col suo concorso un Galileo o un Newton. Nessuna Accademia di pittura ha formato un Raffaello, un Coreggio, un Tiziano. Nessuna accademia di poesia ha formato un Tasso o un Ariosto. Un ceto d’uomini non farà mai cosa che oltrepassi la mediocrità.
L’uomo comunemente è debole, anche sotto di un aspetto libero e sereno sta covandosi nel cuore il timore. Questo timore è il padre della gelosia, della invidia e del sospetto. La debolezza permette a pochi il ragionare, pochi resistono alla fatica d’un lungo esame. La moltitudine ha ribrezzo per ogni azione vibrata, sia nel bene, sia nel male; loda le virtù facili e sociali, ammira le virtù un po’ elevate, ma le azioni veramente sublimi o non le sente, ovvero le sente con ribrezzo, perchè danno troppo forte scossa alla debole sua esistenza. Cessa adunque, o saggio che cerchi la tua felicità, di esigere dagli uomini quella generale ragionevolezza che ripugna alla loro costituzione, e in vece di affliggertene allorchè non la trovi, rimira ciò come un regolare fenomeno della nostra specie; se ami d’essere superiore colle forze della tua mente e del tuo cuore, non isdegnarti adunque se negli altri ritrovi mente e cuore più deboli; hai con ciò la dimostrazione della superiorità tua sopra dei volgari: essi camminano ad occhi bendati brancolando, e tu li vedi. Svanisce con ciò una classe d’impossibili desiderj e si accresce il sentimento del tuo potere.
§ VII. Dei movimenti del cuore.
Le verità sin ora sviluppate ci staccherebbero affatto dagli uomini e ci concentrerebbero a vivere con noi medesimi, se non avesse provvidamente riposti l’Autore eterno della natura due principj nel nostro cuore, la compassione e il bisogno d’amicizia. La vista d’un animale morto eccita una emozione violenta nell’animale vivo della specie istessa, e soffrendone con dolore la vista se ne allontana con ribrezzo. Le grida del dolore d’un animale svegliano la sensibilità di altri animali della specie medesima, e si vedono penosi accorrere e inquieti attrupparsegli d’intorno. Questa legge non è comune a tutti i viventi, ma soltanto a molte specie, e quella dell’uomo vi si comprende. Indipendentemente dalla ragione, sembra quasi per istinto che l’uomo alla vista d’un altro uomo che sia addolorato patisca, e da questo patire come per simpatia ne deriva la voce compassione. I bambini fanno ridendo delle azioni crudeli e sono insensibili talvolta ai mali altrui, perchè non hanno idea di quello che soffre l’oggetto che hanno presente; ma l’uomo comune ancora soffre nel vedere soffrire un suo simile, e a meno che non si sia con replicati atti costantemente incallito alla vista dei mali, le fibbre con un intimo fremito lo portano anche macchinalmente a desiderare il fine del male altrui. Pochi uomini reggeranno a starsene la prima volta col giudice criminale che fa dai sgherri slogare le ossa a un infelice colla tortura, ovvero col litotomo che taglia l’uomo vivo per estrarre la pietra; e ascoltando l’agitazione interna l’uomo non incallito farà cessare lo spasimo altrui se lo può, o almeno si allontanerà colla fuga dall’atroce spettacolo. Se questa macchinale irritabilità si risguarda dalla ragione, potrà un austero e duro stoico consiliarci di indebolirne la forza coll’uso di assistere agli spasimi altrui; ma se un più umano e più illuminato filosofo considera questa sensibilità del nostro animo come la benefica sorgente delle umane virtù, se a questa conosce appartenere la bontà del cuore, la fratellanza, la dolcezza, la sociabilità nostra, consiglierà in vece di ben custodirla, e di tenercela ben cara e preservata da qualunque azione che ne diminuisca la più squisita palpitazione. Questa è l’organo morale, questa è quel sesto immaginato senso che ci porta a soccorrere gli afflitti, i bisognosi, gli addolorati anche prima che la ragione ce lo suggerisca; e le nostre azioni verso il bene sono sempre più energiche quando partono da una spinta di sentimento, di quello che riescono quando ne ha anticipatamente compassato il cammino la tranquilla ragione. Se la strada della felicità fosse quella del vizio, io suggerirei di soffocare questo senso di compassione nel nostro animo, e ridurci a potere indifferentemente essere spettatori de’ mali altrui; ma siccome il potere del nostro animo e l’energia del coraggio nostro non reggono, se non abbiamo un nobile sentimento dalla coscienza nostra che ci risponda della elevazione di noi medesimi, il che non può aversi se non a misura che siamo virtuosi; così questa disposizione macchinale alla virtù è nostro interesse il conservarla, il raffinarla, l’accrescerla affinchè siamo felici. La virtù nata dalla sola ragione ci fa essere giusti, fedeli, discreti e circospetti; ma quella che parte dal sentimento ci fa essere generosi, affettuosi, benefici. La prima tende più a sottrarre dalle nostre azioni il male, la seconda ci spinge con azioni positive al bene.
Un limite però sarà da porsi a questa benefica sensibilità del nostro animo, e questo la virtù istessa ve lo pone, cioè quando per essere utili e benefici convenga reprimere il ribrezzo per il patimento altrui. Molti sono i casi della vita ne’ quali, per soccorrere e liberare altri dal male, conviene reprimere quella macchinale sensibilità che ci renderebbe attoniti e inoperosi o ci farebbe volgere alla fuga; e allora la buona direzione di noi stessi ci farà rivolgere ai mezzi del soccorso per i modi meno turbolenti e più sicuri e brevi; ed occupato in questa ricerca industriosamente il saggio, distraendosi da una troppo viva compassione, moltiplicherà le azioni virtuose e si renderà sempre più robusto per allontanare sè medesimo dalla infelicità.
Questa compassione de’ mali altrui non si trova che languidissima, sì in coloro che hanno avuto poche occasioni di soffrire, come in quelli che fortissime e frequentissime ne ebbero. Le fibbre perdono la loro sensibilità egualmente o nel letargo o nell’abuso delle ripetute sensazioni. Se un uomo giovane, ricco, amabile, educato fra gli agi, vivente fralle ridenti dissipazioni vedrà un pallido padre di numerosa famiglia, lacero, abbattuto dal dolore, mancante di mezzi per dar pane agli affamati e languenti figli, leggermente lo scaccerà come importuno, non già per orgoglio nè per avarizia, ma perchè non ha idea del dolore che soffre quel misero. Lo stesso compassionevole oggetto presentato a uno schiavo che da più anni vive a un remo, nessuna emozione cagionerà, perchè la sensibilità dello schiavo è stata incallita dai mali proprj. La squisita sensibilità che rende le anime delicate e raffinate nel sentimento sarà massima in coloro che avendo idea dei mali e provatili per qualche tempo, innamorati delle attrattive della virtù, avvezzi a rendersi conto de’ sentimenti, non abbiano l’animo intorpidito da assoluta mancanza di passioni, nè assorbito da una passione violenta che annienti ogni altro movimento.
Le infermità, la tristezza, le passioni, le debolezze inerenti alla nostra costituzione diversificano per modo i varj momenti della vita, che se non abbiamo chi ci consoli, chi ci consigli e chi persino talvolta pensi in vece nostra, siamo abbandonati alla desolazione, e come isolati e smarriti in uno squallido deserto, esposti non di rado a farci dei mali talvolta irreparabili: ecco la fonte dell’amicizia, nome sacro e venerabile, troppo profanamente adoperato da ogni classe di persone. Il bisogno d’avere un amico è piccolo negli uomini d’un carattere duro e poco sensibile, è grande negli animi delicati e afflitti o dalla fortuna ovvero dai mali fisici, è quasi nullo negli uomini posti in superiore fortuna, sani e lieti, negli ambiziosi degli onori, negli avari, ne’ maligni, e in tutti coloro i quali debbon temere di lasciarsi conoscere quali internamente sono. Se tranquillamente esamineremo i beni e i mali che in noi produce il bisogno dell’amicizia, dubito che ne sarà per comparire una verità poco consolante; sono tanto rari i caratteri meritevoli d’essere amici, sono tante e tanto volubili le passioni dell’uomo, che cercandoti un amico, il rischio è fortissimo d’essere finalmente deluso. In conseguenza di ciò gli antichi lasciaronci quel ferreo precetto di trattar sempre coll’amico come se un giorno dovesse diventare inimico; precetto il quale consiglia realmente a non avere amicizia per alcuno. Conosco che questa sarebbe la strada per vivere più sicuri e indipendenti: ma qual vita sarebbe mai la mia se mi considerassi, vivendo fra gli uomini, d’essere attorniato da velenosi serpenti, e se dovessi, sempre in aguato, sempre in guardia, avere la diffidenza in ogni lato! Comprerò io la felicità sacrificando il più nobile sentimento che mi rende sopportabile la vita? Io stimo che sia men male l’avventurarsi talvolta anzi che l’esistere così solitario. Tristo colui che non può mai essere ingannato; egli ha un cuore di ghiaccio, ed è incapace del sublime entusiasmo della beneficenza! Il non diffidar mai degli uomini è imbecillità; il diffidarne sempre è un error feroce e tristo. Chi conosce gli uomini vede che essi non sono nè buoni, nè malvagi totalmente per lo più; che essi non fanno il male se non per errore, credendo di far del bene a loro medesimi; perciò l’uomo che cerca la felicità non soffocherà nel suo animo il dolce bisogno dell’amicizia, ma nella scelta ascolterà lungamente la sola ragione; fatta poi che l’abbia, si abbandonerà al suo cuore.
Prima di sceglierti un amico, esaminalo attentamente ed osservalo in varie circostanze, felici e meste, pacate e turbolente. Sia egli uomo illuminato e docile alla ragione; la maggior parte dei mali si fanno per ignoranza. La probità d’un uomo che ragioni è fondata su de’ principj; la probità d’un uomo che non ragioni è appoggiata ad una parola. Sia egli libero dalla avidità delle ricchezze, dalla briga e dalla affannosa fame degli onori. Le anime ulcerate da tai passioni sacrificano tutto a quelle. Sia d’un carattere aperto, dolce, discreto. Osserva se il racconto d’una azione generosa faccia comparire nel suo volto il senso della virtù, se il racconto d’una infamia dipinga sulla di lui fisonomia il ribrezzo. Guai alle fronti di bronzo che conservano inalterabilmente i loro tratti! Esamina se in fatti sia compassionevole a soccorrere l’infelice e a consolarlo; se non mai si avvilisca a incensare il vizio armato di potere; se sia fedele alle promesse, se abbia il sublime coraggio di dare il torto a sè medesimo quando la verità lo esiga; se sia buon vicino, buon padrone, buon marito, buon padre, buon figlio; e se regge a questo esame l’uomo che cerca la tua amicizia, donagliela, amalo, travaglia per la di lui felicità, che probabilmente egli farà per te altrettanto.
L’amicizia poi non può nascere, nè durare senza una scambievole uniformità di genio; due onesti uomini saranno talvolta non solamente incapaci di amarsi, ma difficili persino a tollerarsi, come due stromenti musicali accordati sopra diversi tuoni. Suppone l’amicizia una capacità di sentire vivamente le passioni istesse che prova il nostro amico. Tanti uomini illustri, e fra gli antichi e fra i nostri contemporanei, hanno scritto sull’amicizia, che io non oserei di trattarne, nè questo discorso mi porterebbe a dilatarmi più a lungo su questo delizioso argomento. Osserverò solamente che vi vuole moderazione per conservarci gli amici anche ne’ beneficj medesimi. Un cumulo di beneficenze umilia chi lo riceve, e fa risguardare l’uomo che le ha versate come un creditore che non potremo soddisfare giammai. Bisogna temere che nasca un tal sentimento in uno che sia nostro pari: l’uomo di cuore vuol sempre che siavi la spontaneità ne’ proprj sentimenti, e che la riconoscenza istessa non sia tanto un dovere quanto un affetto. Quanto è più perfetta la legislazione d’uno Stato, tanto meno vi è bisogno dell’amicizia; questa è più costante e intensa ne’ paesi dispotici, che non lo sia laddove le leggi conservino al cittadino la sicurezza d’ogni proprietà: perchè sotto un governo violento e capriccioso ogni uomo si sente vacillante e in pericolo, e s’avvicina al suo simile per rinforzo e ajuto; e per lo contrario sotto un governo giusto e costante l’uomo ha una esistenza propria all’ombra delle leggi, e nulla temendo la forza altrui, per la strada della virtù franco cammina senza bisogno di soccorso. Sotto la sferza alla scuola d’un pedagogo, fra i pericoli delle armi, fra le inquietudini d’una lunga navigazione si contraggono amicizie forti e durevoli; ma nelle società che chiamansi di bel mondo gli uomini passano la vita senza accostarsi alla amicizia. I caratteri che ne sono capaci non sono ordinariamente facili a trovar piacere nelle comuni società: quel cicalio che basta a parecchi, li lascia annojati e scontenti, perchè poca parte vi ha l’ingegno e meno il sentimento.
Se poi, dopo avere trascelto un amico colla prudente disposizione che la ragione c’insegna, troverà il saggio d’essersi ingannato, soffrirà un male, ne sentirà il dolore nel mezzo del suo cuore; ma sarà questa una sventura come una febbre, da risguardarsi come un appanaggio della nostra sensibilità. Gl’incauti per lo contrario che senza esame attento si gettano fralle braccia di chi si chiama amico, quando si lagnano della ingratitudine degli uomini soffrono il castigo del loro errore. L’uomo opera in conseguenza dei principj che ha, e non in conseguenza dei principj che gli attribuiamo noi a capriccio. Esamina l’uomo, osservalo, adopera intensamente la tua ragione, e quella ti porrà sulla strada onde la compassione istessa e il bisogno della amicizia, in vece di indebolire il tuo potere, lo accrescano, cosicchè per questi due sentimenti tu diverrai ancora più lontano dalla infelicità col pareggiare un più gran numero di desiderj.
§ VIII. Se i mezzi per vivere felici crescano ovvero sceminsi in questo secolo.
Io non entrerò a divisare i principj e i mezzi co’ quali si promove e dilata la felicità di uno Stato; sarebbe questo un argomento che da sè meriterebbe un volume, nè ardirei cimentare le mie forze con un sì vasto oggetto. Unicamente cerco di conoscere se gli uomini che attualmente vivono abbiano maggiori mezzi per accostarsi alla felicità di quelli che le circostanze passate offrirono ai nostri maggiori. Questo paragone può essere consolante. Se dapprincipio si è osservato dovere ogni uomo nel corso della vita più soffrire che godere, e la miseria essere più vicina all’uomo che non la felicità, almeno contro di questa dura verità riporremo l’altra più ridente, ed è che i mezzi per sottrarci alla infelicità si vanno moltiplicando, e che gli antenati nostri vissero a peggiori condizioni che non viviamo noi. Se la prima verità ci disinganna d’uno stato chimerico, e ci fa volgere a conoscere la reale condizione nostra, e porre ordine e sistema al nostro ben essere; la seconda ci rincora a meglio sopportare una vita coll’esempio di nostri simili che seppero sopportarne una più penosa. Gli uomini occupati della erudizione storica sanno questa verità; il Muratori in cento luoghi si consolava della felicità de’ costumi e de’ governi in paragone de’ trasandati; io ne presenterò un compendiosissimo prospetto.
Tutto è in moto nell’universo. Volgo il pensiero ai tempi più rimoti ai quali giunge la storia, e vedo in prima i Greci, animati da un violento amore della gloria nazionale, uscire dagli stretti confini del loro paese e rotolarsi come un torrente devastatore sull’Asia e sull’Africa, soggiogando le genti attonite che stupidamente presentavano il collo al giogo del vincitore. S’invecchia la Grecia, sorge Roma, e il vigoroso genio conquistatore innalbera le aquile latine, e si strascinano al Campidoglio i Re incatenati dell’ammollita Grecia, dell’Asia e di molta parte di Europa. Passa la robusta virilità dall’Italia al Settentrione, ed escono dalle nere foreste dell’Orsa le generazioni di uomini, che dall’Eusino e dalla Germania invadendo il romano impero, tutto distruggono, niente sostituiscono; lottano con altri barbari, poi, indeboliti a poco a poco per la sicurezza i loro imperj, vengono anch’essi dagli Arabi e dai Franchi soggiogati e distrutti. L’urto possente e ripetuto delle nazioni finalmente le infranse, e si spaccarono in molte piccole suddivisioni bilanciate dal reciproco potere, e gli Europei, ne’ quali il cambiamento non aveva del tutto cancellato il bisogno di occuparsi di oggetti grandi e turbolenti, corsero a migliaja a cercarli persino nell’Asia Minore. Questa furiosa tempesta andò per gradi calmandosi, e meno spumanti ed elevati ne divennero i flutti; quindi per molte generazioni indebolendosi e la memoria delle cose passate e la educazione, comparve agli occhi degli Europei inciviliti barbaro lo stato de’ loro padri. Le forti passioni della gloria e della sicurezza della nazione si ecclissarono; il lusso e la mollezza riposero sul trono i tiranni e sulla faccia della terra gli schiavi. Le nazioni cessarono allora d’esistere per loro stesse e divennero un mero patrimonio de’ Principi, i quali col gius feudale ne regalavano porzione agli amici. Le guerre allora si mossero per motivi personali de’ Principi, i quali condussero al campo una mandra di pecore coperte di ferro e macchinalmente guidate; spettacolo ben diverso da quello che formavano in prima gli uomini a guisa di generosi leoni usciti dai loro covili, sebbene entrambi avessero il nome di guerra. Le ricchezze dovettero decidere della vittoria fra armate di schiavi mercenarj limitati a non mancare ai doveri imposti, privi dell’emulazione di sorpassarli; piccole perciò erano in que’ tempi le armate, e mantenute colle rapine che il tiranno faceva ai sudditi. Si venne al punto di trovare esausti i mezzi per radunar denari, e in conseguenza per difendersi. La Spagna li ritrovò nelle miniere del Potosi; tutte le potenze si riscossero, si pensò a participare di questi nuovi mezzi, si rianimò l’agricoltura, si rianimarono le arti, si pensò alla popolazione, alla marina, al commercio, si conobbe che la pubblica sicurezza è l’unica madre dell’industria, e il potere capriccioso e arbitrario ne è l’esterminatore; quindi alcune nazioni, per non deperire nella forza relativa, adottarono una forma di governo stabile e legittima, sotto cui la libertà civile fomentasse l’industria; altre vi si avvicinarono, e da quel momento o fu abolito ovvero diminuissi il dispotismo e la tirannia. Da quel punto sino al dì d’oggi i vantaggi delle nazioni più giustamente governate sono andati sempre più crescendo in Europa, e i Sovrani trovansi nella fortunata alternativa o di rendersi come tributarj delle nazioni ben governate, o di ben governare e promovere la sicurezza, la libertà civile e la felicità del popolo.
La repubblica delle lettere sparsa per tutta Europa, se per lo passato era considerata come una società di curiosi che si occupavano di oggetti indifferenti per il ben essere della società, ora ha cambiato aspetto. L’astronomo t’insegna ad attraversare con sicurezza il vasto mare. L’ottico ti prepara uno stromento con cui tu vedi oggetti lontani perfettamente. Il fisico ti perfeziona il magnetismo e ti addita anche fralle tenebre la strada. Il macchinista ti suggerisce la miglior forma delle navi e gli stromenti i più maneggevoli e sicuri. Il chimico ti ammaestra a cavar profitto dalle miniere, a preparare le manifatture co’ più raffinati colori. L’agricoltura, le finanze, il commercio, l’arte di governare i popoli, questi sono gli oggetti che occupano gli uomini di studio. La stampa e le poste, comunicando da una all’altra estremità dell’Europa le scoperte, danno una vera esistenza a questo corpo di pensatori dispersi. Questi oggetti non furono giammai, dacchè la storia ci ha trasmesso i racconti, conosciuti a tal segno; nè le cognizioni e gli studj così in alto portati, nè mai tanta connessione vi fu tra gli studj e la felicità delle nazioni quanta al dì d’oggi; e se al ceto dei pensatori fa torto la ciarlataneria di alcuni che abusano d’un misterioso linguaggio per arrogarsi una considerazione non meritata, i Principi attenti ai veri loro interessi e i popoli illuminati non perciò lasciano di promovere e incoraggire la luce universale, al lampeggiare di cui sarà forza che anche i paesi più torpidi di Europa si scuotano, ammeno che la estrema loro decadenza non tolga in prima loro la vita. Tale è il moto adunque che in questo secolo ha l’Europa, onde con fondamento prevede il saggio che la libertà civile delle nazioni dovrà dilatarsi. Quando ciò sia fatto, rinascerà l’antico vigore degli animi, l’antica guerra di nazioni e non di Principi; e per questo circolo passeranno in giro le nazioni europee, come le stagioni dell’anno sulla terra. Vediamo in fatti i Sovrani che sedono sul trono occupati a sciogliere la schiavitù del popolo, accessibili, umani, cittadini; li vediamo rappresentare la maestà della nazione e vegliare sulla felicità di essa, in guardia contro l’abuso del potere de’ grandi, accostarsi con bontà ai poveri e deboli, e sostenerli colla giustizia e la beneficenza; i tributi, ripartiti con proporzione, riscuotersi con umanità, imporsi per bisogno dello Stato e servire allo stipendio di quella parte di sudditi i quali, per consacrarsi alla difesa della nazione, forza è che sieno alimentati dal possessore, di cui conservano la proprietà, o combattendo, o dirigendo le cose pubbliche, o rischiarando i dritti di ciascuno e frenando i malvagi. Se ascendesse sopra un trono in Europa un malvagio simile a quelli che servirono di modello al Secretarlo fiorentino; se i fogli pubblici raccontassero le tirannie che nel secolo XV accadevano, quando nella Lombardia il Duca Giammaria Visconti passeggiava per le città scortato da feroci mastini, ai quali ordinava di sbranare quei cittadini che sospettava sensibili al pessimo suo governo; se ci informassero i fogli pubblici dei veneficj, assassinj, torture, rapine commesse abitualmente per comando d’un Sovrano, affine di alimentare i suoi vizj, di corrompere colla violenza le donne altrui, di assoldare sgherri per rinforzare l’oppressione; un tal mostro sarebbe tanto abbominevole, vile e stravagante che non si presterebbe credenza a un tal racconto, e gli Stati suoi si spopolerebbero, correndo gl’infelici abitanti a ricoverarsi sotto il governo degli Stati vicini. Ma tre secoli sono un tal governo non era mostruoso, perchè tale era quella che allora chiamavasi ragione di Stato. Io non dirò che tutti gli Stati di Europa abbiano interamente deposta la barbarie antica; ognuno però conosce che si è di molto scemata, e con essa la infelicità; giacchè si può bensì disputare se l’uomo fra gli Uroni e gli Iroquesi sia più felice che a Roma, a Londra o a Parigi, ossia se lo stato selvaggio sia più fortunato dello stato d’incivilimento; ma nessuno disputerà se lo stato di barbara e corrotta società sia più misero dello stato di società colta e legittima. Nella vita selvaggia può dirsi che l’eccesso dei desiderj oltre il potere sia poco, perchè quelli sono limitati quasi ai soli bisogni fisici, e questo è grande colla agilità e robustezza del corpo non ammollito dalla educazione; nello stato di società i desideri sono infiniti, perchè nascono dalla fecondissima opinione, sovrana degli uomini sociali, e il potere si accresce dal canto dell’industria e si scema da quello delle forze fisiche; ma se in questa società spira la barbara diffidenza, se l’esistenza e la proprietà diventano precarie, se dalla fonte della equità e della giustizia sgorga il terrore e la devastazione, il potere di ogni uomo è vacillante e l’eccesso de’ desiderj diventa sommo. Si è forse trovata un ingegnoso paradosso, piuttosto che una verità, la proposizione che siano più felici i selvaggi che gli uomini sociali, perchè si è creduto che con ciò si facesse il progetto di richiamare gli uomini alle selve, e perchè l’uomo incivilito ha supposto che il selvaggio abbia tutt’i bisogni ch’ei sente, e mancando di mezzi per soddisfarli, conseguentemente rimanga disperato come ei lo sarebbe; ma la questione è un oggetto di semplice speculazione, nè mai da questa potrà dedursene che dopo una comoda e molle educazione possa l’uomo passare allo stato selvaggio senza rendersi infelicissimo. Anzi, nessun altro partito resta da prendersi per le società già formate se non se quello di portarsi alla perfezione ed al massimo incivilimento con ottime leggi, ottimi costumi, e con ogni genere di coltura, addestrando la ragione e l’industria, ed affrettando i progressi della verità fugando le opinioni a lei contrarie, e rendendo comune l’uso di essa ai cittadini in quante azioni della vita si può.
Ho accennato che tutte le società sono in moto e lo furono; ho dato una rapida corsa sul fato delle società europee; non per ciò ho inteso di fissare il limite delle vicende generalmente delle umane società; al mio intento basta soltanto d’indicare quello che interessa noi medesimi. Se poi nell’Asia, che forse in origine fu la patria antica anche di noi, l’indole del clima rende gli uomini più spossati, e capaci soltanto di conservare uno stato forzoso e violento per periodi più brevi; se ivi i governi dispotici, antichissimamente instituiti e sino al dì d’oggi mantenuti, altre vicende non soffersero se non il cambiamento del despota; se i costumi, le opinioni, i vestiti che da noi cambiano, ivi immobilmente durano per lunga serie di generazioni, ciò non contraddice alla storia d’Europa, e unicamente confermerà la opinione della influenza massima del clima sul genere umano. Ma da noi, sia effetto della maggiore robustezza, sia quello della irritabilità e inquietudine maggiore, credo che non sarebbe possibile il contenere lungamente una nazione in uno stato somigliante a quelli della Persia, della Cina o del Giappone.
Dal sin qui detto raccogliesi che l’uomo ha più mezzi oggigiorno per essere felice che non ve ne furono giammai; che questi dipendono dai lumi e dalle cognizioni che ci hanno somministrate le scienze; esse dominano la opinione, e questa il mondo; il saggio le onora, e sopra di ogni altra coltiva la scienza di sè medesimo, e perfeziona la ragione per migliorare sè stesso, per formarsi idee chiare e precise degli oggetti, e accostumarsi a un metodo di giudicare più lontano dall’errore che sia possibile, e incamminarsi alla felicità, rischiarando il sentiero che vi conduce.
Conclusione.
La felicità non è fatta che per l’uomo illuminato e virtuoso. Se gli uomini, che pure tutti avidamente si uniformano nel correre dove credono di trovare la felicità, adoperassero le loro forze della mente per esaminare se la strada per cui smaniano di correre vi conduca, non cadrebbero così miseramente in braccio al tardo pentimento, come la maggior parte fanno. Gli Stoici c’insegnarono a spogliarci di ogni desiderio per togliere ogni presa al destino sopra di noi; chimera rispettabile, ma pure chimera, perchè l’uomo senza alcun desiderio sarebbe immerso in un profondo sonno. Zenone voleva che il saggio fosse come una robusta quercia, che all’accostarsi dei venti dell’inverno lascia cadere le foglie e dà meno presa, e immobilmente ne soffre il soffio; ma la ragione c’insegna a liberarci dai desideri contrarj a lei e proccurarci il potere massimo per uguagliare quanto si può i nostri desiderj. La ragione ci fa conoscere che è nostro interesse l’essere virtuosi; che la virtù sola può condurci a vivere men male i nostri giorni. Molti, anche uomini colti e naturalmente disposti al bene, si sono gettati in braccio alla bassezza, al rimorso, alle contraddizioni per non aver creduto abbastanza alla virtù. Il saggio non si sgomenta, nè cambia di parere, sebbene veda preferiti agli onori i caratteri talvolta meno virtuosi, dimenticate le azioni nobili e ricompensate le servili; non cambierebbe perciò lo stato proprio coll’apparente fortunato, nè la sicurezza interna che gode colla turbulenta condizione ch’ei penetra a conoscere nell’interno altrui. La felicità del saggio comincia da lui e si stende poi agli oggetti, il volgare incautamente ne cerca il germe fuori di sè medesimo; mentre la prima si estende al di fuori di sè lentamente, e per gradi si accresce come i cedri superbi che insensibilmente vegetano, ma reggono alle stagioni, l’altra come gli arbusti acquosi e gracili rapidamente cresce e muore al primo gelo. Un antico poeta desiderava che l’uomo malvagio vedesse per un momento la virtù, e si annienterebbe di confusione; io vorrei che gli uomini la vedessero, la conoscessero, e ne sentirebbero il bisogno, anche per loro immediato interesse, di conformarvi le loro azioni. Dammi un uomo virtuoso e illuminato, ed io ti proverò che se fosse stato maligno e stordito, sarebbe in peggiore condizione di quella che gode. Dammi un uomo senza virtù e senza principj, posto dalla fortuna per oggetto d’invidia, e ti proverò che se fosse stato illuminato e virtuoso, sarebbe più felice che non è. Chiunque sei che aspiri ad allontanarti dalla miseria, esamina questi principj, combina questi elementi, e con un intimo e costante esame de’ movimenti del tuo animo gli applicherai a migliorare la tua condizione, diminuendo l’eccesso dei desiderj sul potere. A misura che avrai più lumi, a misura che ti avvezzerai a combinare le idee con migliore metodo, sarai più sicuro di te medesimo, de’ tuoi principj, della tua virtù.
Gli uomini più eruditi sono quelli che hanno letto di più, e corredata di più la memoria di cose e pensieri altrui; gli uomini più saggi sono coloro che hanno riflettuto e pensato di più essi medesimi, e che hanno prima di ogni altra cognizione esaminata la loro interna costituzione e posto in ordine il sistema di loro stessi. La lettura continuata ed estesa ci porta nelle scienze tanto lontani da noi medesimi quanto gli spettacoli e le rumoreggianti società. Molti hanno bisogno di un libro per allontanare la noja di essere con loro medesimi, e il pregio maestro dell’uomo è appunto la capacità di ripiegarsi in sè stesso, conoscersi e farsi spettacolo interessante delle proprie osservazioni. Il saggio coltiva le scienze, le lettere e le arti per gloria, o per diletto, o per vivere; ma coltiva le interessantissime cognizioni del suo animo, l’esame de’ suoi desiderj, lo sviluppamento del proprio potere per allontanarsi quanto è possibile nelle sue circostanze dalla infelicità.
Qual è il carattere d’un uomo più disposto di ogni altro a godere della felicità? Non v’è uomo, per insensato che sia, che in qualche ceto non possa ottenere la stima, come non vi è all’opposto merito, per luminoso che sia, che in qualche ceto non possa essere disprezzato: è però vero che quell’uomo che avrà nel tempo stesso forza e dolcezza d’animo, cosicchè nè l’una degeneri in asprezza, nè l’altra renda lo spirito debole e molle, sarà comunemente stimato presso ogni nazione ed in ogni secolo. L’uomo saggio resta ugualmente distante e dalla inurbanità e da quella servile passività che lo dispone ad essere mero stromento di chi ardisce di adoperarlo. Un uomo debole non è mai sicuro della propria virtù. La virtù suppone una esistenza ferma e fondata sopra principj costantemente seguiti e difesi. Fralle nazioni selvagge tutto è robusto e forte. Fralle nazioni corrotte tu vedi il sorriso sulla faccia dei cittadini. Fralle nazioni illuminate leggerai in fronte agli uomini la onorata sicurezza e l’amore dell’ordine. In ogni nazione il saggio esamina prima di determinarsi; si determina prima di agire; ha un carattere suo; conforma talvolta alla comune opinione le sue maniere esterne, non però mai i suoi sentimenti; ricerca in tutto di sviluppare i primi elementi delle proprie idee, affine di preservarsi dall’errore; e fralle verità possibili sente che la più importante e dimostrata di tutte è che deve cercare la propria FELICITÀ.
DELLA ECONOMIA POLITICA
Indice de’ paragrafi
§ I. Quale sia il commercio delle nazioni che non conoscono il denaro
§ II. Del denaro e come accresca il commercio
§ III. Accrescimento e diminuzione della ricchezza d’uno Stato
§ IV. Principj motori del commercio e analisi del prezzo
§ V. Principj generali dell’Economia
§ VI. Viziosa distribuzione delle ricchezze
§ VII. De’ corpi de’ mercanti e artigiani
§ VIII. Delle leggi che vincolano l’uscita dallo Stato delle merci
§ IX. Della libertà del commercio de’ grani
§ X. De’ privilegi esclusivi
§ XI. Alcune sorgenti di errori nell’Economia politica
§ XII. Se convenga tassar per legge i prezzi di alcuna merce
§ XIII. Del valore del denaro e influenza che ha sull’industria
§ XIV. Degl’interessi del denaro
§ XV. Mezzi per fare che gl’interessi del denaro si ribassino
§ XVI. Dei banchi pubblici
§ XVII. Della circolazione
§ XVIII. Dei metalli monetati
§ XIX. Del bilancio del commercio
§ XX. Del cambio
§ XXI. Della popolazione
§ XXII. Della locale distribuzione degli uomini
§ XXIII. Errori che possono commettersi nel calcolo della popolazione
§ XXIV. Divisione del popolo in classi
§ XXV. Delle colonie e delle conquiste
§ XXVI. Come si animi l’industria avvicinando l’uomo all’uomo
§ XXVII. Dell’agricoltura
§ XXVIII. Errori che possono commettersi nel calcolare i progressi dell’agricoltura
§ XXIX. Origine del tributo
§ XXX. Principj per regolare il tributo
§ XXXI. Aspetti diversi del tributo
§ XXXII. Su quale classe d’uomini convenga distribuire il tributo
§ XXXIII. Se convenga addossare tutti i carichi ai fondi di terra
§ XXXIV. Del tributo sulle merci
§ XXXV. Metodo per fare utili riforme del tributo
§ XXXVI. Se il tributo per sè medesimo sia utile o dannoso
§ XXXVII. Dello spirito di Finanza e di Economia pubblica
§ XXXVIII. Quale sia la prima spinta che porti rimedio ai disordini
§ XXXIX. Carattere d’un ministro di Finanza
§ XL. Carattere d’un ministro d’Economia
§ I. Quale sia il commercio delle nazioni che non conoscono il denaro.
Quelle società di uomini che non conoscono altri bisogni che i fisici hanno e debbono avere poco o nessuno commercio reciprocamente. Contento l’uomo, allevato in quella società, di avere assicurata la vita dalle insidie degli animali, dalla fame, dalla sete e dalle stagioni, non può nemmeno sospettare che lontano dal proprio suolo nativo vegeti qualche cosa, da cui possa trarne utilità. Perciò le nazioni che noi chiamiamo selvagge non hanno commercio fra di esse, se non nella necessità di qualche carestia o disastro qualunque che le obblighi a ricorrere ai vicini, dai quali o con qualche difficile concambio o per mera umanità o colla aperta forza trasportano il necessario mancante. Non si dà nell’uomo moto alcuno senza un bisogno (di che nel primo discorso si è trattato) nè un bisogno senza una idea, e queste sono ne’ popoli isolati e selvaggi limitatissime.
Quanto più le nazioni diventano colte, ossia quanto più s’accresce il numero delle idee e dei bisogni presso gli uomini, tanto maggiormente si vede introdurre il commercio fra nazione e nazione. Il bisogno, cioè la sensazione del dolore, è il pungolo col quale la natura scuote l’uomo, e lo desta da quell’indolente stato di vegetazione, in cui senza questo giacerebbe. Paradosso poco consolante si è questo, che sempre il dolore preceda il piacere, e che per necessità ogni nazione debba essere prima infelice per diventare colta dappoi: per noi europei è già stato bastantemente pagato questo fatal tributo dai nostri antenati, e possiam consolarci coi progressi che andiam facendo nella coltura, e goderne i beni, e moltiplicarli quanto lo possono essere; il che sarà sempre l’opera d’un illuminato legislatore. L’eccesso dei bisogni sopra il potere è la misura della infelicità dell’uomo (come esposi nel secondo discorso) e lo è non meno della infelicità d’uno Stato. I selvaggi sono poco infelici perchè hanno pochissimi bisogni; ma le nazioni che ne hanno acquistati in gran numero coll’incivilirsi debbono di necessità cercare l’accrescimento della potenza per accostarsi alla felicità. Non è ora mio scopo l’indicare i mezzi de’ quali può un legislatore utilmente far uso per rendere i desiderj degli uomini più conspiranti ad un solo fine, nel che consiste la massima azione d’un popolo verso la felicità; dirò soltanto per quali mezzi l’Economia politica ben diretta accrescerà la potenza d’uno Stato.
Il bisogno spinge l’uomo talvolta alla rapina, talvolta al commercio. Perchè vi sia commercio vi debbon’essere bisogno e abbondanza: bisogno della merce che si cerca, abbondanza della merce che si cede in contraccambio. A misura che i bisogni crescono, cresce lo stimolo di aumentare le merci atte a cedersi in contraccambio. Siccome nelle nazioni selvagge i bisogni sono minimi, così anche l’abbondanza, ossia il superfluo sarà il minimo: essendo che la nazione selvaggia si procurerà dal proprio fondo le derrate necessarie alla vita, e sia essa pastorale o cacciatrice o agricola, non estenderà la sua industria al di là dell’annua consumazione.
Quando una nazione dallo stato della vita selvaggia comincerà a scostarsi, conoscendo nuovi bisogni e nuovi comodi, allora sarà forzata ad accrescere proporzionatamente la sua industria e moltiplicare l’annua massa de’ suoi prodotti; cosicchè oltre il consumo ella ne abbia tanto di superfluo, quanto corrisponde alla straniera derrata che dovrà ricercare dai vicini. Ed ecco come, a misura che si moltiplicano i bisogni d’una nazione, naturalmente tendano a crescersi l’annuo prodotto del suolo e l’industria nazionale.
Ma come fra queste società che cominciano a conoscere i bisogni artefatti potrà farsi il conguaglio fra il valore della merce che ricevono con quella che cedono in cambio? Il valore è una parola che indica la stima che fanno gli uomini d’una cosa; ma ogni uomo avendo le sue opinioni e i suoi bisogni isolati in una società ancor rozza, sarà variabilissima la idea del valore, la quale non si rende universale se non introdotta che sia la corrispondenza fra società e società, ed incessantemente mantenuta. Questa fluttuante misura debb’essere stata il primo ostacolo che naturalmente si frappose alla dilatazione del commercio.
Come sperare che una nazione finitima voglia cedere parte de’ suoi prodotti, se ventura non porta che ivi reciprocamente vi sia bisogno del nostro superfluo? Si priverà ella di porzione del suo, per ricevere l’eccedente nostro, col pericolo di vederlo perire e corrompersi prima che sia venuta l’occasione di usarne? Questo è il secondo ostacolo che naturalmente pur deve aver impedito che si dilatasse la reciproca corrispondenza fra nazione e nazione al primo uscire dallo stato selvaggio.
§ II. Del denaro e come accresca il commercio.
Acciocché s’introducesse una stabile e reciproca comunicazione di commercio fra uomo e uomo, e molto più fra Stato e Stato, era necessario adunque che primieramente si ritrovasse il mezzo per avere una idea universale del valore, e si ritrovasse una merce incorruttibile, divisibile, accettata sempre da ognuno, facile a custodirsi e a trasportarsi, atta in somma a potersi cedere in contraccambio di ogni altra merce. Prima dell’invenzione del denaro non era perciò fisicamente fattibile che s’introducesse una reciproca e stabile comunicazione fra uomo e uomo, fra popolo e popolo. Fralle molte definizioni che mi è accaduto di leggere date al denaro, non ne ho trovata alcuna la quale mi sembri corrispondere esattamente all’indole di esso. Alcuni ravvisano nel denaro la rappresentazione del valor delle cose: ma il denaro è cosa, è un metallo, di cui il valore è ugualmente rappresentato da quanto si dà in contraccambio di esso, e questa proprietà di rappresentare il valore è comune a tutte le altre merci generalmente contrattate. Altri ravvisano il denaro come un pegno e mezzo per ottenere le merci: ma sotto di questo aspetto egualmente pure le merci sono un pegno e mezzo per ottenere il denaro, e ogni merce è pegno e mezzo per ottenere un’altra merce. Altri definiscono il denaro come la comune misura delle cose, e con ciò dimenticano che il denaro ha un valore, ed è materia prima di molte manifatture, e qualunque cosa che abbia valore misura parimente ed è misurata da ogni altra cosa di valore.
Queste definizioni dunque non competono privativamente al denaro, o non ne comprendono tutte le qualità. L’errore si è comunemente adottato perchè si è voluto considerare il denaro per qualche cosa di più che semplice metallo. Il denaro ha un impronto, ma non riceve valore dall’impronto.
Il denaro è la merce universale: cioè a dire è quella merce la quale per la universale sua accettazione, per il poco volume che ne rende facile il trasporto, per la comoda divisibilità e per la incorruttibilità sua è universalmente ricevuta in iscambio di ogni merce particolare. Mi pare che riguardando il denaro sotto di questo aspetto venga definito in modo che se ne ha una idea propria a lui solo, che esattamente ce ne dimostra tutti gli officj.
I contratti di compra e vendita ritornano al semplice stato di permutazione ed a più facile intelligenza. La teoria del denaro diventa semplicissima, poichè per essere merce universale forza è che sia accettata e dentro e fuori allo stesso valore; e quindi è viziosa ogni arbitraria tassazione oltre il metallo; e quindi la spesa del conio emana dal fondo istesso da cui i pubblici pesi della Sovranità; quindi finalmente ne deriva la preferenza che merita l’argento sul rame, e l’oro sull’argento, essendo più universale e più facile a trasportare e custodirsi quel denaro che sotto minor volume comprende valore uguale.
Introdotta che sia l’idea del denaro in una nazione, l’idea del valore comincia a diventare più uniforme, perchè ciascuno la misura colla merce universale. I trasporti da nazione a nazione diventano assai più facili: poiché la nazione dalla quale si riceve la merce particolare non ricusa in compensa altrettante merci universali, e così in vece di due condotte difficili e incomode, una diventa di somma facilità; basta che vi sia abbondanza in una nazione, perchè la nazione bisognosa possa soddisfarsi, quand’anche la nazione abbondante non abbia attualmente un bisogno reciproco da soddisfare. Colla introduzione della merce universale si accostano le società, si conoscono, si comunicano vicendevolmente, dal che chiaramente si vede essere il genere umano debitore all’invenzione del denaro, più assai che forse non si è creduto, della cultura e di quella artificiosa organizzazione di bisogni e d’industria, per cui tanto distano le società incivilite dalle rozze ed isolate dei selvaggi. Tutte le invenzioni le più benemerite del genere umano e che hanno sviluppato l’ingegno e la facoltà dell’animo nostro sono quelle che accostano l’uomo all’uomo, e facilitano la comunicazione delle idee, dei bisogni, dei sentimenti; e riducono il genere umano a massa. Tali sono la perfezione della nautica, le poste, la stampa e prima di queste il denaro.
Quanto più si va rendendo facile il trasporto, tanto più si estende la comunicazione, tanto più si moltiplicano le idee, tanto più si accrescono i bisogni, tanto cresce il commercio, e parallela cresce l’agricoltura in un Paese agricolo; essendo che l’effetto è sempre proporzionato alla cagione; l’uomo coltiva quanto domandano i suoi bisogni, e più coltiva quanto più sono estesi i bisogni, ai quali deve corrispondere coi prodotti della sua terra. Da ciò si conosce quanto a torto da taluni siasi creduto che l’accrescimento del commercio fosse nocivo ai progressi dell’agricoltura, la quale anzi riceve nuova vita quanto più l’industria e i bisogni vanno crescendo in una nazione.
§ III. Accrescimento e diminuzione della ricchezza d’uno Stato.
Due oggetti principalmente bisogna osservare, e sono annua riproduzione e consumazione annua. In ogni Stato si riproduce per mezzo della vegetazione e delle manifatture, e in ogni Stato si consuma. Quando il valor totale della riproduzione equivale al valore dell’annua consumazione, quella nazione persevera nello stato in cui si ritrova, qualora tutte le circostanze sieno uguali. Deperisce quella nazione in cui l’annua consumazione eccede la riproduzione annua. Migliora quello Stato in cui l’annua riproduzione sopravanza il consumo.
Alcuni benemeriti scrittori, rattristati dai gravi disordini che soffrono i popoli per le gabelle, sono passati all’estremo di considerare ingiusto e mal collocato il tributo, se non ripartito su i fondi di terra, e colla creazione d’un linguaggio ascetico hanno eretta la setta degli economisti, presso la quale ogni uomo che non adoperi l’aratro è un essere sterile, e i manofattori si chiamano una classe sterile. Rispettando il molto di vero e di utile che da essi è stato scritto, io non saprei associarmi alla loro opinione nè sul tributo, di che in seguito tratterò, nè su di questa pretesa classe sterile. La riproduzione è attribuibile alla manofattura ugualmente quanto al lavoro de’ campi. Tutti i fenomeni dell’universo sieno essi prodotti dalla mano dell’uomo, ovvero dalle universali leggi della fisica, non ci danno idea di un’attuale creazione, ma unicamente di una modificazione della materia. Accostare e separare sono gli unici elementi che l’ingegno umano ritrova analizzando l’idea della riproduzione; e tanto è riproduzione di valore e di ricchezza, se la terra, l’aria e l’acqua ne’ campi si trasmutino in grano, come se colla mano dell’uomo il glutine di un insetto si trasmuti in velluto, ovvero alcuni pezzetti di metallo si organizzino a formare una ripetizione. Delle intere città e degli Stati interi campano non d’altro che sul prodotto di questa fecondissima classe sterile, la di cui riproduzione comprende il valore della materia prima, la consumazione proporzionata delle mani impiegatevi, e di più quella porzione che fa arricchire chi ha intrappresa la fabbrica e chi vi si impiega con felice talento.
Ho detto che la nazione in cui l’annua riproduzione pareggia l’annuo consumo è in uno stato di perseveranza, e vi ho aggiunto quando tutte le circostanze sieno eguali; poiché mutate le circostanze essa potrebbe deperire ciò non ostante; e ciò accaderebbe qualora qualche nazione vicina diventasse più ricca e potente di lei; essendo che la forza e la potenza, come tutte le altre qualità sì dell’uomo, che degli stati, altro non sono che mere relazioni e paragoni d’un oggetto coll’altro. Potrebbe un simile fenomeno accadere altresì qualora diminuendosi la popolazione, scemassero in egual porzione gli uomini riproduttori ed i consumatori, sottraendosi due quantità eguali nel valore d’ambe le parti.
Quando l’annua consumazione ecceda la riproduzione annua, necessariamente la nazione deve deperire, poiché ogni anno diminuisce e consuma del suo capitale oltre i frutti. Ma questo stato, come ognun vede, non può essere permanente al di là d’un certo limite, nè può una nazione continuare per una lunghissima serie d’anni a scapitare colle altre, essendo che o saran forzati a partirsene tanti consumatori, quanti corrispondono al debito nazionale, ovvero saran costretti a diventar riproduttori, e così pareggiare le partite. La nazione dunque in questo caso dal male medesimo riceve la spinta al rimedio, e non secondandola dovrà diminuire il popolo e indebolirsi lo Stato, finché si restituisca l’equilibrio. Se partono i consumatori si metterà la nazione in equilibrio scemandosi la popolazione e accostandosi alla distruzione propria; se in vece si accrescono i riproduttori si stabilirà l’equilibrio col rendersi lo Stato più florido e robusto. Come nella macchina del corpo umano allorché il moto prepotente del sangue minaccia di sfiancare le vene e le arterie, si può rimediare al disordine imminente, o diminuendo la massa del fluido o accrescendo la elasticità de’ condotti solidi; così nel corpo politico, allorché si consuma più che non si riproduce si metterà un sistema in equilibrio o consumando meno o riproducendo di più. L’uomo vive, ma indebolito quando risanò per sottrazione, così lo Stato. Il disordine medesimo di consumare più che non si riproduce è uno sprone a maggiormente riprodurre; perchè l’industria del riproduttore acquista uno stimolo sempre più forte quanto è più sicuro lo smercio, e questo tanto lo è più, quanto più s’accrescono i consumatori. La nazione adunque in questo caso dal male medesimo riceve la spinta al bene, siccome dissi; e quando gli ostacoli della legislazione o della fisica elidano questa direzione naturale al bene, si dovrà diminuire il popolo e indebolirsi lo Stato, sinchè si restituisca l’equilibrio.
Nella nazione poi, ove l’annua riproduzione ecceda la consumazione, ivi dovrà accrescersi la merce universale, la quale, resa più famigliare e comune ivi che nei finitimi, andrebbe gradatamente incarendo i prezzi delle riproduzioni, per modo che non avrebbero più esito presso gli esteri, i quali altrove si rivolgerebbero per ottenerle, ciò che sarebbe se la merce universale giacesse ivi con poco moto, di che si parlerà in seguito. Ma la merce universale acquistata coll’industria accrescerà ivi i bisogni, perchè tanto ogni uomo ha più bisogni quanto ha più desiderj, e tanto più desiderj quanto maggiore probabilità di soddisfarli, e questa s’accresce a misura che se ne accrescono i mezzi; quindi ogni uomo acquistando maggior quantità di denaro accrescerà la propria consumazione; quindi proporzionatamente se ne accrescerà la riproduzione, perchè vedesi accresciuto lo smercio; quindi le merci particolari si moltiplicheranno a proporzione che universalmente si spanderà l’accrescimento della merce universale, e si aumenterà il numero de’ contratti a misura che se ne aumenteranno i mezzi per farli, il che in seguito si vedrà, onde la merce universale acquistata coll’industria e diradata sopra un gran numero di uomini colla celerità maggiore rimedierà e compenserà i cattivi effetti che la sola massa dovrebbe fare; ed ecco come la natura medesima quando da sè sola operasse prenderebbe a trattare gli uomini tutti da madre benefica, correggendo gli eccessi e i difetti in ogni parte, distribuendo i beni e i mali a misura della attività e sapienza de’ popoli, e lasciando fra di essi quella sola disuguaglianza di livello che basti a tenere in moto i desiderj e l’industria, siccome nell’oceano, per l’azione dei corpi celesti variandosi l’orizzonte, le acque alternativamente trascorrono, sicchè ne resta impedito l’infradiciamento. Ma gli ostacoli politici cagionati da quel funesto amore, benchè rispettabile, dell’ottimo e del perfetto, che fece talvolta traviare i legislatori, possono, ove più, ove meno, abbastanza però dovunque, per attraversare e ritardare quell’equilibrio, a cui incessantemente tendono le cose morali, non che le fisiche.
§ IV. Principi motori del commercio e analisi del prezzo.
Come ogni contratto consiste nella traslazione della proprietà, così il commercio fisicamente considerato ha inerente il trasporto delle mercanzie da un luogo all’altro. Questo trasporto si fa a misura dell’utile che v’è nel farlo. Quest’utile si misura dalla diversità del prezzo che ha la merce, per modo che non si trasporterà mai a una nazione finitima la nostra merce, se da essa non venga pagata più di quello che si paga dov’ella è, poichè le spese del trasporto, la cura di regolarlo, il ritardo di riceverne il prezzo e il pericolo che si corre con questo ritardo non si soffrono senza compenso. Conosciuti che sian bene gli elementi che formano il prezzo delle cose, si sarà conosciuto il principio motore del commercio e si sarà preso il tronco di questo grand’albero, del quale per avventura si sono fissati gli occhi troppo su i rami.
Il prezzo, esattamente parlando, significa la quantità d’una cosa che si dà per averne un’altra. Se in una nazione, a cui sia ignoto il denaro, un moggio di grano si cambierà in estate con tre pecore, e in autunno vi vorranno quattro pecore per l’istesso moggio di grano, in quella nazione, dico, sarà contrattato il grano a maggior prezzo in autunno, e le pecore saranno contrattate a maggior prezzo nell’estate. Prima dell’invenzione del denaro non potevano aversi le idee di compratore e di venditore, ma soltanto di proponente e di aderente al cambio. Dopo l’introduzione del denaro ebbe il nome di compratore colui che cerca di cambiare la merce universale con un’altra merce, e colui che cerca di cambiare una cosa qualunque colla merce universale si chiamò venditore.
Presso di noi che abbiam l’uso della merce universale, la parola prezzo significa la quantità della merce universale che si dà per un’altra merce. Ciò accade perchè gli uomini generalmente non s’accorgono che il prezzo della merce universale medesima è variabile, e le universali esclamazioni de’ popoli si restringono a lagnarsi del prezzo generalmente incarito di tutt’i generi, senza travedere che querele sì fatte, rese universali come sono, provano appunto la diminuzione del prezzo della merce universale.
Il prezzo comune è quello in cui il compratore può diventar venditore e il venditore compratore, senza discapito o guadagno sensibile. Sia per esempio il prezzo comune della seta un gigliato per libbra, dico essere egualmente ricco colui che possede cento libbre di seta, quanto colui che possede cento gigliati, poiché il primo facilmente può, cedendo la seta, avere 100 gigliati, e parimente il secondo cedendo 100 gigliati aver 100 libbre di seta: che se maggior difficoltà vi fosse in uno di questi due a fare il cambio, allora direi che il prezzo comune non sarebbe più d’un gigliato per libbra. Il prezzo comune è quello in cui nessuna delle parti contraenti s’impoverisce.
Merita riflessione come il prezzo comune dipendendo dalla comune opinione degli uomini non può trovarsi se non in quelle merci le quali siano comunemente in contrattazione. Le altre merci rare e di minor uso necessariamente debbono avere un prezzo più arbitrario e variabile, dipendente dall’opinione di pochi, senza il contrasto d’un libero mercato, in cui cozzino in gran numero i reciprochi interessi degli uomini per livellarsi.
Quali sono dunque gli elementi che formano il prezzo? Non è certamente la sola utilità che lo costituisca. Per convincerci di questo, basta il riflettere che l’acqua, l’aria e la luce del sole non hanno prezzo alcuno, eppure niun’altra cosa ci è più utile, anzi necessaria quanto lo sono queste. Le cose tutte le quali comunemente si possono avere non hanno prezzo alcuno, onde la sola utilità d’una cosa non basta a darle prezzo.
Nemmeno la sola rarità d’una merce basta a darle prezzo. Una medaglia, un cammeo antico, una curiosità d’istoria naturale e simili oggetti, benchè fossero rarissimi e di sommo valore presso alcuni, o curiosi o amatori, pure nel mercato troverebbero comunemente poco o nessun prezzo.
L’abbondanza d’una merce influisce sul di lei prezzo; ma per nome d’abbondanza non intendo la assoluta quantità di essa esistente, ma bensì la quantità delle offerte che se ne fanno nella vendita. Ogni quantità di merce occultata alla contrattazione non entra a influire nel prezzo, ed è come non esistente. Le offerte possibili non produrranno che una abbondanza possibile. Dirò adunque che l’abbondanza assoluta non è un elemento del prezzo, ma lo è l’abbondanza apparente. Il prezzo precisamente cresce (tutto il resto uguale) colla rarità della cosa che si ricerca.
Il prezzo delle cose vien formato da due principj riuniti, bisogno e rarità; ossia, quanto più sono forti questi due principj riuniti, tanto più s’innalza il prezzo delle cose; e vicendevolmente quanto più s’accresce l’abbondanza d’una merce o se ne scema il bisogno, sempre anderà diminuendosi il di lei prezzo, e riuscendo a miglior mercato.
Riflettasi che quando si parla di mercato, ossia di permutazione di una cosa coll’altra, col nome di bisogno non s’intende già un sinonimo del desiderio, ma s’intende unicamente la preferenza che si dà alla merce che si ricerca, in paragone della merce che si vuol cedere. Dunque bisogno significherà l’eccesso della stima che si fa della merce che si desidera, in paragone di quella che si vuol cedere. Mi spiegherò. Qual idea ci dà questa parola bisogno esaminata come un elemento del prezzo? Io possedo del denaro e ho desiderio d’acquistare una merce: se io ho poco desiderio di conservare il denaro che possedo, allora dico che ho molto bisogno di quella merce che desidero acquistare; per lo contrario se avrò tanto desiderio di possedere quella merce quanto di conservare il denaro, allora dico che i due opposti desiderj si elidono e il bisogno influente nel prezzo sarà nullo, perchè realmente io non farò offerta alcuna. Saranno mille i desiderj d’un avaro per mille oggetti di lusso, ma egli ha un preponderante desiderio per conservare il denaro e non offrirà mai alcun prezzo per quegli oggetti. Non influisce adunque nel prezzo se non l’eccesso della stima della merce desiderata in paragone di quella merce che si vuol cedere, e quest’eccesso, questa quantità, chiamasi bisogno. Da ciò ne deriva che in quel paese, in cui la merce universale si accresca in grande abbondanza, se il bisogno delle merci particolari non si accresca proporzionatamente, essa verrà a riuscire per conseguenza di minor pregio nella estimazione comune, e converrà cederne quantità maggiore per ogni merce particolare. Suppongansi due paesi isolati e che non abbiano alcuna relazione esterna; sieno questi abitati da pari numero d’uomini in pari circostanze di estensione, clima, leggi, governo e costumi; in uno di questi la somma totale della merce universale circolante sia il doppio dell’altro; dico che i prezzi delle cose vendibili saranno il doppio presso il paese che ha doppia quantità di denaro circolante. Acciocché i prezzi diventino eguali in que’ due Stati conviene che i bisogni e le consumazioni si raddoppino nel paese che ha doppia merce universale, poiché accrescendosi le compre in uno Stato tendono proporzionatamente ad accrescersi i venditori e i riproduttori come ora dirò, onde sarebbero allora nella medesima proporzione le ricerche e le offerte ne’ due immaginati paesi. L’effetto appunto della merce universale, che entri in uno Stato per effetto d’industria, gradatamente e ripartita su molti, si è di accrescere sempre più le voglie per le merci particolari; ne verrà quindi, che quanto la merce universale sarà meno ammassata e più suddivisa in molti, tanto più conserverà il valore e meno alzerà il prezzo delle merci particolari. In fatti siccome già accennai al paragrafo terzo, a misura che presso una nazione si accresce generalmente la quantità del denaro, ogni cittadino dilata la sfera dei suoi bisogni: comincia egli a pensare a nuovi comodi a misura che si accresce la possibilità di soddisfarli. Quanto più cresce nelle mani di ognuno la quantità della merce universale, tanto più naturalmente crescono le compre che ha voglia di fare, onde per ogni compra conviene che si divida la merce universale e a tutte basti. Ecco per qual modo accade che accrescendosi la total quantità del denaro, qualora ciò si faccia gradatamente e ripartitamente su molti, ciò non ostante i prezzi delle cose non s’accrescano, o proporzionatamente non s’accrescano, nè il pregio del denaro diminuisca, poichè crescendo lo stimolo di far uso di più merci particolari a proporzione che la merce universale s’accresce, proporzionatamente si accresceranno le offerte di ciascuna merce particolare.
Ho detto che accrescendosi le compre tendono proporzionatamente ad accrescersi i venditori e i riproduttori in uno Stato, perchè quanto più compratori vi sono, tanto cresce l’utile d’essere venditore, e tanto più si moltiplicano i riproduttori quanto s’accrescono i venditori. Ma non potrebbe questa teoria prendersi al rovescio, e chi dicesse quando in uno Stato s’accrescono i venditori debbonsi in quello accrescere i compratori direbbe delle parole che non contengono una idea esaminata. Accrescendosi i compratori s’accresce l’interesse di fare il venditore; ma accrescendosi i venditori non s’accresce del pari l’interesse di fare il compratore. Si coltiva e si traffica una merce perchè è ricercata da molti, e tanto più si coltiva e si traffica quanto più vien ricercata; ma non viene ricercata di più una merce, perchè s’accresca il numero di chi l’offre e la produce; in un paese ove s’accresca la coltura dell’ingegno e si dilati il piacere di leggere, ivi si moltiplicano i libraj; ma non basta che in un paese incolto si moltiplichino i libraj perchè ivi si accrescano i compratori di libri. Cosa poi io intenda di significare col nome di compratori, venditori e riproduttori si vedrà al paragrafo quinto, cioè non essere, nè poter essere le classi divise per modo che l’uomo in diversi momenti della giornata non sia ora dell’una ed ora dell’altra, siccome vedrassi.
L’abbondanza apparente, cioè quella che contribuisce alla formazione del prezzo, cresce col numero delle offerte e scema col numero delle medesime; e il numero delle offerte prossimamente si misura col numero de’ venditori. Per conoscere questa verità si consideri che se in una città vi fosse alimento bastante per nutrire il popolo per un anno, ma questo alimento fosse in potere di un uomo solo, quel solo venditore condurrebbe al mercato giornaliero la sola quantità proporzionata alla vendita di quel giorno, e così le offerte sarebbero ridotte al minimo grado, l’abbondanza apparente sarebbe la minima possibile, conseguentemente il prezzo sarebbe il massimo possibile, dipendendo dalla mera discrezione di quel solo dispotico venditore.
Questa medesima vittovaglia suppongasi divisa in due venditori; s’essi faranno un accordo fra di lor due, siamo nel caso di prima; ma se non lo fanno, qualche principio di emulazione nascerà fra di loro, perchè quantunque siavi un profitto assai grande nel vendere l’alimento a mezza la città, pure l’uomo sempre desidera di più, e da ciò comincerà a nascere una speculazione fra di essi per calcolare qual utile vi sarebbe nel ribassare il prezzo, se la porzione che si togliesse al concorrente fosse per sorpassare di utilità la diminuzione generale del prezzo. Se un terzo, un quarto, un quinto venditore, e così dicendo, si presentino al mercato offrendo la stessa merce particolare, sempre più diventerà piccola la porzione che ripartitamente ciascuno potrebbe vendere e sempre più diventerà minore la perdita del ribassato prezzo e riparata più facilmente con una dilatazione di maggior vendita, e così nascendo la gara di accumulare più sollecitamente la merce universale si andranno moltiplicando le offerte, l’abbondanza apparente sarà accresciuta e il prezzo s’andrà diminuendo.
Accrescasi con questa norma il numero de’ venditori, ella è cosa naturale che quanto più questo numero cresce, tanto più l’accordo fra di essi si rende difficile, tanto più il numero delle maggiori vendite compenserà la diminuzione del prezzo e quindi si animerà l’emulazione e la concorrenza; tanto più dunque crescerà l’abbondanza apparente e tanto più si diminuirà il prezzo della merce. Io perciò prossimamente dico che l’abbondanza apparente si misura col numero de’ venditori.
Si è detto che il bisogno si misura sull’eccesso della stima che si fa della merce che si desidera, in paragone di quella che si vuol cedere. Questo è vero; ma considerando la massa totale della società, con qual norma misureremo noi la quantità del bisogno? Dico che il numero de’ compratori sarà una norma, se non esattissima per un geometra, certamente in pratica la sola e sufficiente per servire di misura del bisogno. Per conoscerlo ritorniamo a un consimile esempio. Siavi un solo monipolista d’una merce; si è veduto che allora l’abbondanza apparente sarà minima; ma se di essa merce vi sarà un solo compratore, anche il bisogno sarà minimo, poichè il prezzo dipenderà dal conflitto eguale di due sole opinioni. Che se in vece d’un solo compratore il monipolista abbia due compratori, allora potrà accrescere le sue domande, e così a misura che, tutto il resto uguale, il numero de’ compratori crescerà, crescerà pure il bisogno constitutivo del prezzo. Il numero dunque de’ compratori è quello dal quale deve desumersi la quantità del bisogno che influisce nel prezzo.
Crescasi il numero de’ venditori, tutto il resto eguale, l’abbondanza crescerà e il prezzo anderà ribassando; crescasi il numero de’ compratori, tutto il resto pure eguale, e il bisogno crescerà e il prezzo anderà accrescendo. Il prezzo adunque delle cose si desume dal numero de’ venditori paragonato col numero de’ compratori; quanto più crescono i primi o si diminuiscono i secondi, tanto il prezzo si anderà ribassando, e quanto più si vanno diminuendo i primi e moltiplicando i secondi, tanto più si alzerà il prezzo. Un geometra direbbe: essendo uguale il numero de’ venditori i prezzi saranno proporzionali al numero de’ compratori; essendo uguale il numero de’ compratori crescono i prezzi in proporzione che scema il numero de’ venditori; componendo le due ragioni e supponendo diseguale il numero de’ venditori e de’ compratori, sarà il numero de’ venditori in ragion diretta del numero de’ compratori e inversa del prezzo; sarà il numero de’ compratori in ragion composta del numero de’ venditori e del prezzo; sarà il prezzo delle cose in ragione diretta del numero de’ compratori, e inversa del numero de’ venditori.
Ma queste proporzioni sono prossimamente vere: poiché rigorosamente dovrebbero i compratori esserlo di quantità eguale affine che l’esattezza geometrica se ne accontentasse. La quantità che si esibisce e si cerca da ciascun venditore e compratore non è sempre la stessa, nè ha l’istesso momento di forza a mutare il prezzo un compratore che cerca uno, che un compratore che cerca dieci. Ciò nondimeno dieci compratori contemporanei accresceranno più il prezzo che un compratore solo che si affacci ad acquistare tutta la merce che cercherebbero i dieci; e ciò per le ragioni già dette. Sono adunque così prossimamente vere queste proporzioni che praticamente si troveranno sempre conformi al fatto.
Se il commercio adunque da nazione a nazione ha in sè inerente il trasporto delle merci; se questo trasporto è cagionato dall’utile; se questo dipende dalla sola diversità del prezzo; se questo prezzo è constituito dal paragone fra il numero de’ compratori e il numero de’ venditori, ne verrà per conseguenza che una nazione tanto più troverà sfogo all’eccedente delle sue merci presso gli esteri, quanto più sarà grande il numero de’ venditori di essa merce presso di lei, e piccolo il numero de’ venditori presso la nazione a cui deve trasmetterla, e vicendevolmente piccolo il numero de’ compratori interni, e grande il numero de’ compratori esteri. Così una nazione tanto meno riceverà di merci dagli esteri quanto più venditori ne avrà e meno compratori internamente, e quanto meno venditori e più compratori ve ne saranno ne’ paesi stranieri.
La concatenazione di queste conseguenze è semplice e facile, per quanto mi pare. Non si trasporterebbe alcuna merce costantemente da luogo a luogo, se dove ella si vende il prezzo non fosse tanto più caro che ricompensasse le spese del trasporto, i tributi delle dogane, i rischi del deperimento, l’interesse del capitale e di più un guadagno al mercante. La diversità adunque fra il prezzo interno e l’estero è lo stimolo al trasporto, e quanto maggiore sarà la diversità del prezzo, ossia quanto il prezzo d’ogni nostra merce sarà più alto presso gli esteri, tanto maggiore sarà il trasporto che ne potremo fare. Dunque per ottenere lo sfogo dell’eccedente nostro, per accrescere la partita del nostro commercio utile, bisogna che siano i prezzi delle merci che dobbiam vendere agli esteri più alti che si può presso gli esteri, e più bassi che si può presso di noi. Sono bassi i prezzi presso di noi quando di quella merce ne abbiamo internamente molti venditori e pochi compratori; sono alti i prezzi presso il forestiere quando ivi siano pochi venditori e molti compratori. Collo stesso principio si diminuirà la partita del debito nazionale quanto meno consumeremo di merci estere, e ciò accaderà quando il prezzo di esse non sarà più alto da noi o di poco più alto di quello che lo sia presso la nazione che ce le trasmette, e ciò accaderà quando di quella merce ne avremo molti venditori e pochi compratori nel nostro Stato, e all’incontro saranno presso la nazione che ce la vende pochi venditori e molti compratori. Tutto ciò non è altro se non l’applicazione dello stesso principio. Sento quanta sia la naturale aridità di sì fatte ricerche; ma spolpate che sieno queste idee e conosciute nella loro semplicità spero che il lettore non si pentirà della fatica a cui l’ho invitato; conosciuti che siansi questi elementi agilmente si accozzano e si combinano, e servono di norma in moltissimi casi, ne’ quali la mente senza di ciò rimarrebbe annebbiata e incerta.
§ V. Principi generali dell’Economia.
Questi principj che sono i primordiali, e che a me sembrano provati, servono di base a molte operazioni che si vogliano tentare per promuovere l’industria d’un popolo e accrescere la popolazione, le facoltà, la forza e la riproduzione d’uno Stato. Accrescere quanto più si può il numero de’ venditori di ogni merce, diminuire quanto più si può il numero de’ compratori, questi sono i cardini, su i quali si raggirano tutte le operazioni di Economia politica; e sebbene talvolta non si distinguessero esattamente i contorni di queste due idee nel proporre e dirigere le operazioni pubbliche, il fatto è però che tutte si vedono spinte verso l’uno di questi due principj.
L’accrescimento dell’annua riproduzione debb’essere lo scopo della Economia politica: questo non può ottenersi se non col facile e pronto sfogo di tutta la porzione eccedente i bisogni interni dello Stato: ciò non può aversi che a misura che il prezzo interno è minore del prezzo estero: a conseguire ciò bisogna, per le cose già dette, che i venditori ai compratori abbiano la maggior proporzione possibile. Alcune volte le operazioni tendono a scemare il numero de’ compratori, altre volte ad accrescere il numero de’ venditori. Pare che e l’uno e l’altro di questi due mezzi conducano allo stesso fine; ma dirò in seguito quali effetti diversi cagionino questi due mezzi, e come ogni equilibrio fatto per addizione accresca la vita dello Stato, fatto per sottrazione in vece accosti al non essere.
Quando io dico che conviene che i venditori ai compratori abbiano la maggiore proporzione possibile, non distinguo la classe degli uomini, per modo che un uomo medesimo non possa agire e nell’uno e nell’altra. Ogni nazione è naturalmente composta di venditori e compratori. Ogni venditore d’una merce è, e debb’essere compratore delle merci che consuma; anzi perciò ogni uomo è venditore perchè debb’essere compratore, essendo che senza un bisogno l’uomo non si scuote dall’indolenza, nè si pone al lavoro o al traffico se non per cercare i mezzi di procurarsi le consumazioni proprie. Una riproduzione che si consuma nello Stato impedisce le perdite; una consumazione che ivi non si riproduce fa perdere; una riproduzione che non si consuma e si trasmette fa guadagnare.
Ho detto poc’anzi che tutte le operazioni di Economia politica cadono sopra uno di questi due principj: accrescere i venditori, ovvero diminuire i compratori. Con quali mezzi tenteremo noi di ridurre i venditori ai compratori alla maggior possibile ragione? Forse con leggi vincolanti e coercitive? Saranno forse le leggi indirette? Questi oggetti meritano di essere esaminati.
§ VI. Viziosa distribuzione delle ricchezze.
Il numero de’ venditori sarà sempre maggiore in una nazione a misura che le fortune saranno distribuite con maggiore uguaglianza, e sopra un maggior numero. Vediamo in fatti che ne’ paesi ove la sproporzione delle ricchezze ci presenta il compassionevole contrasto della nuda affamata plebe, che dalle strade rimira l’orgoglioso fasto di alcuni pochi rigurgitanti di comodi e ricchezze, ivi scarsissimi sono i venditori di ogni merce tanto indigena che straniera, molti sono al paragone i compratori e i prezzi talmente alti che pochissima esportazione posson fare agli esteri; l’annua riproduzione è ridotta stentatamente al necessario, la terra, su cui passeggiano uomini o avviliti o oppressori, mostra la sua faccia sterile e infeconda, tutto languisce e dorme aspettando o un legislatore che voglia e possa e sappia (combinazione fortunatissima!) o l’estremità dei mali, i quali sono i più funesti, ma forse gli unici precettori che persuadono con intima convinzione quale sia la strada della verità.
Quando le ricchezze della nazione sono costipate nelle mani di pochi, da quei pochi debbe il popolo ricevere l’alimento, e que’ pochi venditori dispotici del prezzo obbligheranno la plebe a una stentata dipendenza. I pochi magnati, arbitri d’ingojare colle loro ricchezze ogni classe di merce, cagioneranno in quello Stato frequenti monipolj e frequenti carestie artificiali. Nessuna abbondanza, nessuna libertà civile troverassi presso di quella nazione; il com mercio vi sarà sconosciuto e l’agricoltura vi sarà negletta. Che se la sproporzione delle ricchezze sarà nella divisione delle terre, dico che l’agricoltura non potrà prosperarvi generalmente giammai; poiché se il gran terriere farà coltivare a conto proprio tutta l’estensione de’ suoi fondi v’è gran pericolo che, anzi che tollerare l’affanno di assistere da vicino ad ogni punto della vasta sua proprietà con una inquietudine incessante, abbandonerà la direzione alla cura de’ mercenarj, e nel seno della opulenza dormendo egli, tutto si farà languidamente. Che se il gran terriere confiderà a un fittuario il suo fondo, il fittuario procurerà di ritrarre dal fondo quanto più siagli fattibile per lo spazio in cui dura l’affitto, nulla curandosi poi quand’anche diventi sterile e deserto il fondo pel tempo a venire. Laddove il mediocre possessore punto dal proprio bisogno, capace di vegliare sopra di una estensione limitata, cauto nella conservazione non meno che per la fecondità della sua terra, vi procura la riproduzione massima, e i prodotti del suolo originalmente ripartiti in più proprietarj vengono al mercato offerti da un maggior numero di venditori e così al prezzo più mite; nè v’è opera grande destinata a preservare o arricchire un distretto, la quale se da un ricco terriere può intraprendersi, non si possa del pari eseguire dalla associazione di molti possessori. Quindi è, che laddove la proprietà delle terre sia ammassata in grandi porzioni, ivi l’agricoltura sicuramente sarà negletta; e per lo contrario in ogni paese che trovisi suddiviso in molti possessori, ivi l’agricoltura sarà attiva e industriosa, quand’anche fosse il terreno difficile e di poca fecondità.
La legge agraria de’ Romani, l’anno giubilaico degli Isdraeliti, varie leggi di Licurgo e d’altri antichi legislatori avevano lo scopo d’impedire i grandi amassi e conservare la suddivisione de’ fondi. Erano leggi dirette, utili al fine di preservare la repubblica dalla tirannia di un solo, ma funeste al fine d’industria. La perpetua uniformità esattamente osservata toglierebbe l’emulazione e farebbe in guisa che, nessuno avendo lo stimolo del bisogno, tutto languirebbe, e si accosterebbe la società allo stato isolato e selvaggio; la consumazione avrebbe per oggetto le sole produzioni interne e quest’annua riproduzione non eccederebbe il minimo limite degl’interni bisogni. Le leggi dirette possono allontanare i delitti, ma non mai animare l’industria.
Nella troppa disuguaglianza delle fortune, egualmente che nella perfetta eguaglianza, l’annua riproduzione si restringe al puro necessario e l’industria s’annienta, poiché il popolo cade nel letargo; sia ch’ei disperi una vita migliore, sia che non tema una vita peggiore.
Una nazione che sia di mezzo a questi due estremi, cioè dove nè la plebe sia fra gli stenti d’una squallida povertà, nè sia tolta la speranza d’ingrandire e migliorar di fortuna, quella è in istato di ricevere le più felici impressioni che la spingano al bene, e se a questo stato non è una nazione, converrà preliminarmente ridurvela.
I mezzi per isminuzzare e dividere i patrimonj troppo ammassati, e far circolare i beni di fortuna sopra un maggior numero di uomini, non possono mai essere mezzi diretti, poichè sarebbe questo un attentato contro la proprietà, che è la base della giustizia in ogni società incivilita. Indirettamente ciò si potrà ottenere quando nell’ordine delle successioni alle eredità vengano dal legislatore uniformati tutt’i figli senza riguardo al sesso e al tempo della loro nascita; quando nessuna porzione di terra e nessun bene resti immutabilmente segregato dalla circolazione de’ contratti; quando alcune privative pompe che si arrogano i magnati vengano, o ad essi tolte, se hanno un principio di usurpazione, o rese comuni a un più gran numero; quando alcuni articoli di lusso puramente di ostentazione e che si esercitano su merci straniere vengano più dall’esempio del legislatore, che da’ suoi editti proscritti; quando in somma s’interpongano questi mezzi indiretti, i quali benchè da principio riescano lenti, mantenuti però in vigore, non mancano di ottenere l’effetto e di spandere sopra un più gran numero i beni ammucchiati su pochi.
Queste operazioni però sono da scegliersi e combinarsi con maggiore o minore energia a misura della civile costituzione di un popolo; essendo, come ognun vede, più conforme allo Stato popolare e dispotico la possibile uguaglianza, ed allo Stato monarchico e aristocratico la distinzione dei ceti e la perpetuità di essi.
§ VII. De’ corpi de’ mercanti e artigiani.
In una nazione adunque, in cui restino salutarmente distribuite le fortune per modo che il popolo largamente trovi il necessario fisico, e speri coll’industria ciascuno di poter godere anche dei comodi; in quella nazione dico, basterebbe che le leggi non vi avessero posto ostacolo, perchè il numero de’ venditori di ogni merce sarebbe il massimo possibile nelle sue circostanze. Poiché dove la industria sia svincolata ed abbia tutta la naturale sua attività, concorre ad ogni professione tanto numero per esercitarla, quanti è capace di mantenerne l’utile che se ne cava.
Ma in ogni paese, dove più, dove meno, i legislatori sono stati sedotti da uno spirito mal pensato di ordine e simmetria, ed han cercato di compassare e modellare quel moto spontaneo della società, di cui le leggi possono bensì conoscersi con un attento esame su i fenomeni politici, non mai anticipatamente prescriversi, siccome nelle lingue è accaduto, che non mai i grammatici hanno potuto organizzarle a loro talento, ma sibbene esaminarle, formate che furono da una massa d’uomini con una libera scelta, ed i filosofi posteriormente le analizzarono e ne confrontarono le analogie.
L’idea di radunare ogni arte ed ogni mercatura in un corpo, e di dare a questo corpo i suoi statuti, prescrivere il tirocinio, l’esame e la qualità requisita per esservi annoverato, prevalse in ogni nazione e tuttavia sussiste nella maggior parte. Essa porta con sè un’apparenza di saviezza e di prudente circospezione. Sembra che si assicuri in tal guisa il buon servizio del pubblico, la perfezione de’ mestieri, la fedeltà nella contrattazione, e che s’impedisca che gli uomini senza costume e senza pratica possano defraudare i cittadini e screditare le produzioni interne presso gli stranieri.
Chiunque però si volgerà a esaminar da vicino queste instituzioni, troverà che gli effetti ordinarj di esse sono di rendere difficile l’industria de’ cittadini; di costipare nelle mani di pochi le arti e i diversi rami del commercio; di soggettare i manofattori e i mercanti ai pesi di diverse tasse, e di tenere sempre al livello della mediocrità e talora anche al di sotto ogni manifattura. Liti incessanti fra corpo e corpo, e fra corpo e membri; spese voluttuarie e vane fatte dalla cassa comune, le quali ricadono a peso di ciascun individuo; perdite di tempo per inutili formalità e capricciosi officj, espilazione talvolta dei piccoli magistrati di quelle ridicole repubbliche, rivalità, odj, guerre contro chiunque ardisca di essere più esperto o più industrioso: tale è la scena che rappresentano ordinariamente questi corpi, esaminati che siano da vicino. Uno spirito di lega e monipolio gli anima, per cui tendono a stringere nel minor ceto che possono l’utile del loro commercio, ed ecco come anche dagli effetti si trovi quanto vane fossero le speranze che si ebbero nella loro instituzione.
L’esame ch’essi fanno degli alunni si riduce a un tributo ordinariamente, dal che un abile e povero cittadino viene ridotto o ad abbandonare la patria o a rivolgersi ad altro partito; nè quest’esame garantisce il pubblico dall’aver pessimi operaj approvati da queste maestranze, di che l’esperienza può conoscersi in ogni paese; e quello che dico dell’abilità, si può estendere anche alla buona fede che è dagli uomini trattata nella stessa guisa, siano essi arruolati in corpi, siano essi scapoli, tosto che l’invito al guadagno sia in essi più forte de’ lor principj morali.
L’effetto solo adunque che questi corpi producono si è quello di diminuire il numero de’ venditori interni, conseguentemente accrescere il prezzo delle merci, diminuire il numero de’ contratti, frenare l’attività dell’industria, e scemare l’annua riproduzione.
Un’arte vi è la quale per necessità non debbesi lasciare interamente libera, ed è quella degli speziali; troppo si avventurerebbe altrimenti la sanità del popolo. Il porre limiti al lor numero non spetta all’Economia politica, ma ai progressi della saggia medicina dubitatrice. Gli argentieri, i drappieri, i cuojaj prospereranno meglio sotto un’intera libertà colla condizione soltanto che il bollo autentico della nazione non sia apposto se non all’oro e argento del vero titolo, ai panni, ai cuoj preparati con determinate leggi e costituzioni.
I privilegj antichi dei corpi delle arti, i debiti che molte volte trovansi ad essi addossati sono oggetti piccoli e facilmente rimediabili con una saggia politica. Se questi corpi portano il peso d’un parziale tributo sarà sempre facile il trovare un fondo su di cui più innocuamente collocarlo. Aprasi la strada ampia e libera a chiunque di esercitar la sua industria dove più vuole; lasci il legislatore che si moltiplichino i venditori di ogni classe, e vedrà in breve l’emulazione e il desiderio di una vita migliore risvegliar gl’ingegni, rendere più agili le mani del suo popolo, perfezionarsi le arti tutte, ribassarsi il livello de’ prezzi; l’abbondanza scorrere dovunque guidata dalla concorrenza, inseparabile compagna di lei; e siccome l’albero annodato artificiosamente e forzato nelle sterili piazze che noi chiamiamo giardini, languisce e malamente vegeta sin che da quei vincoli resti frenato l’umore che gli dà vita, e sciolto da essi l’anima gli scorre ne’ tronchi, rinverdiscon le foglie, il succo nutritivo spandesi liberamente e s’alza vegeto al cielo per ricompensare co’ suoi frutti la saggia mano che scatenò la natura; così nelle società accader deve che tutto prenda lena e vigore e si riscaldi, quando il desiderio di migliorare la sorte non incontri ostacolo, e possa per ogni dove spignersi, e largamente e sicuramente signoreggiare.
Il giudizio del compratore è sempre il più disappassionato e il più equo; e l’inesperto come l’indiscreto venditore resteranno sempre solitarj, e per mancanza di profitto verranno costretti o a diventar buoni o a uscire dalla professione. I corpi dunque delle arti e de’ mestieri non producono il bene per cui furono instituiti; tendono a diminuire l’annua riproduzione, e ad accostar la nazione alla sterilità: abolendoli adunque si farà un’ottima operazione e si moltiplicheranno salutarmente i venditori. Dovrà adunque il legislatore dimenticare interamente l’oggetto delle arti e de’ mestieri? No. Egli le proteggerà con buone e sante leggi. Egli stabilirà un metodo facile e breve e non dispendioso, col quale ciascuno possa avere la forza pubblica in soccorso, qualora gli venga mancato di fede. Egli organizzerà le leggi per modo che un fallito doloso sia esemplarmente punito; un fallito innocente, soccorso; un creditore oppresso dai dilungamenti, assistito. Farà osservare religiosamente la fede de’ contratti. Stabilirà le condizioni colle quali i libri de’ negozianti debbono avere autenticità. Veglierà acciocché le manifatture nazionali non sieno decorate del pubblico impronto se non travagliate secondo le opportune leggi. Proteggerà le manifatture interne approvate, liberandole dal tributo e respingendo le estere in emulazione con un tributo saggiamente collocato. Preserverà il fabbricatore, il mercante, e l’artigiano da ogni indebita inquietudine de’ finanzieri. Darà pronto castigo a chi ingannerà o nel peso o nella qualità o nella misura. Tali sono le mire, tai sono gli ufficj, co’ quali il legislatore proteggerà il corpo de’ commercianti.
§ VIII. Delle leggi che vincolano l’uscita dallo Stato delle merci.
Un altro ostacolo frappongono le leggi all’accrescimento del numero de’ venditori, ed è la proibizione all’uscita di qualche natural prodotto del paese. Si è creduto che potesse uscire da una nazione col moto naturale del commercio anche parte del necessario al di lei consumo; nei viveri singolarmente questo timore prevalse, e con paterno e rispettabile principio in quasi tutti i paesi si pubblicarono delle leggi proibitive del trasporto delle interne produzioni più preziose. Si proibì pure di trasportare agli esteri le materie prime delle manifatture colla plausibile idea di spingere a prosperità le fabbriche interne, e impedire agli esteri l’entrare in concorrenza.
O queste leggi vincolanti sono universalmente da ogni cittadino osservate, ovvero non lo sono. Se la legge è osservata generalmente e che sia fisicamente impedita ogni esportazione, dico che la coltivazione di quel genere infallibilmente dovrà limitarsi alla sola consumazione interna, poichè ogni porzione eccedente questa consumazione sarebbe di nessun valore. Anzi tutt’i minuti possessori e venditori di questa merce temendo questo non valore cederanno all’astuzia di alcuni pochi ricchi e attivi che ne faranno ammasso, e così ristrettosi a pochi il numero de’ venditori l’abbondanza interna diminuirà.
Se poi la legge potrà per taluni essere derogata, ovvero fraudata, egli è evidente che presso questi tali si ammasserà la merce vincolata, e questi potranno trovare utile lo svotarne lo Stato in grosse partite, e condurvi quella carestia, che appunto si cercava di prevenire coi vincoli. La politica è piena di paradossi, perchè sono sottilissimi i fili che tengono unite le cagioni agli effetti, e perchè l’attenzione degli uomini rimira gli oggetti riuniti in masse grandi confusamente e non distinti ne’ loro elementi.
La terra che abitiamo riproduce ogni anno una quantità corrispondente alla universale consumazione; il commercio supplisce col superfluo d’una terra al bisogno d’un’altra, e colla legge di continuità si equilibrano dopo alcune oscillazioni periodicamente bisogno e abbondanza. Egli è un malinconico errore lo riguardare gli uomini ridotti a gettare il dado a chi debba morire di fame; riguardiamoli con occhio tranquillo, e riceveremo idee più vere e consolanti. Fratelli d’una vasta famiglia sparsa sul globo, spinti a darci vicendevolmente soccorso, vedremo il gran Motore della vegetazione averci largamente provveduti di quanto fa d’uopo per sostenere i bisogni della vita. I soli vincoli artificiali hanno potuto ridurre gli stati ai timori della fame, i quali cresciuti a un dato segno sicuramente la producono, quand’anche si trovi provvisione bastante a saziarla. La maggior parte delle carestie non sono fisiche, ma di opinione; di quella opinione regina del mondo, che distribuisce la felicità e la miseria e sugli uomini e su i regni, con maggior impero e sicurezza di quello che non lo facciano tutti gli altri esseri fisici collegati.
Dico che le leggi proibitive sono o insterilitrici o inutili. Ho provato che sono insterilitrici, perchè diminuiscono il numero de’ venditori; resta a provare quando sieno inutili. Tali sono quando uno Stato non produca del superfluo nel genere che si proibisce. Dico adunque che il necessario alla interna consumazione non può mai uscire da uno Stato dove la natura sola diriga il commercio, poichè nessun venditore ricuserà di cedere la sua merce al compratore nazionale, che senza ritardo o pericolo gliela paga, per fare la spesa di trasportarla all’estero, correre il rischio del deperimento nella condotta, e differire in oltre a riceverne il prezzo. Il comprator nazionale avrà poi sempre la preferenza anche nel prezzo, poichè l’estero dovrà pagare tanto di più quanto costano le spese e il pericolo del trasporto, le gabelle imposte sull’uscita e il ritardo al pagamento, ed ecco l’argine che conterrà sempre nello Stato la quantità proporzionata all’interno bisogno, e ve la conterrà a un prezzo sempre minore di quello a cui dovranno pagarla i forestieri.
Le proibizioni all’uscita sono adunque ostacoli alla libera espansione dell’industria; sono di più una facile sorgente di corruzione, che tale si è sempre una legge arbitraria, per cui sia interesse di molti cittadini il vederla o derogata parzialmente o delusa.
§ IX. Della libertà del commercio de’ grani.
Siami permesso il trattenermi sopra una parte di quest’oggetto, cioè sulla libertà del commercio de’ grani, sulla quale la comune opinione degli autori non ha per anco potuto superare la timidezza di molti. L’argomento è interessante, e le ragioni che son per dire, credo che abbiano della forza. Due mali si temono dalla libertà del commercio de’ grani. Il primo male si è ch’ei venga a mancare nello Stato. Il secondo male si è che ascenda a un prezzo così alto che opprima il popolo. Esaminiamo questi due pericoli.
Perchè un commercio si faccia, non basta che sia libero; bisogna che sia utile. L’utilità d’un trasporto nasce dalla differenza del prezzo. Non si perda mai di vista questo principio, posto il quale, dico così. Dovunque sia libera la contrattazione d’una merce tosto che appaja differenza sensibile fra il prezzo che si fa nell’interno e il prezzo esterno, differenza che ecceda le spese del trasporto e del tributo, vi sarà guadagno a trasportar la merce dove il prezzo è maggiore; e tosto che vi è guadagno i possessori della merce vi concorrono a gara per partecipare di quel guadagno, e con tanto maggior impeto quanto il guadagno è maggiore; e sintanto che cessi il guadagno. Questo fa vedere che dove la contrattazione è libera non vi può essere differenza sensibile e durevole di prezzo, ma questo debbesi livellare naturalmente fra le diverse provincie confinanti. Da qui ne viene che quando una merce di uso comune si vede a salti improvvisi calare, e crescere il prezzo, ed essere sensibilmente e costantemente diverso il di lei prezzo da un distretto all’altro, si deve dire che questo è un moto artificiale, effetto di vincoli e degli ostacoli impeditivi del commercio. Ne’ paesi ne’ quali è libero questo commercio, il prezzo de’ grani si sostiene a un livello uniforme. Quelle impensate e saltuarie variazioni nel prezzo de’ grani che si vedono negli Stati vincolati, fanno tremare alcuni al solo nome di libertà, perchè si figurano che data questa fluttuazione di prezzo si potrebbe con somma rapidità rendere esausto lo Stato. Pecca quest’argomento perchè suppone l’effetto, tolta che ne fosse la cagione.
Se il trasporto d’una merce si fa a misura dell’utile che v’è nel farlo; se questo utile è proporzionato all’eccesso del prezzo estero sopra l’interno; se quest’eccesso, posta la libertà, è il minimo possibile, ne viene in conseguenza che data la libertà del commercio uscirà del grano la minima quantità possibile; nè si potrà mai averne nello Stato in maggiore abbondanza, ammeno che non ne venga assolutamente proibita non solo, ma impedita espressamente ogni esportazione, nel qual caso di tanto se ne diminuirà l’annua riproduzione quanto è il grano superfluo eccedente l’interna consumazione, siccome si è detto, e la nazione si accosterà al pericolo venturo della carestia.
Ma questa fisica custodia troppo difficilmente si otterrà. Gl’interessi privati conspirano colla loro pluralità a deluder la legge. I custodi moltiplici son sempre soggetti a inganno o a corruzione. Difendere i confini esattamente colla forza non si può in un sistema stabile. Perciò ne’ paesi vincolati ordinariamente accade, che se il raccolto eccede l’interna consumazione, al tempo della messe il prezzo de’ grani è avvilito, essendo che più sono i venditori che i compratori. Alcuni monipolisti profittando del vincolo comune, e con una fatale industria, avendo mezzi di sottrarsi al rigor della legge, se ne renderanno padroni, il che fatto, il prezzo s’alzerà, perchè sono ridotti a pochi i venditori; dalle loro mani passerà in grosse partite ad un monipolista estero, e così costantemente sussisterà l’utile a trasmetterne, perchè i venditori esteri non sono accresciuti; quindi quella stessa quantità che mercanteggiata liberamente avrebbe livellati i prezzi, uscirà senza livellarli, e il prezzo interno, minore dapprincipio del vero prezzo comune, allungherà il raggio di quella sfera di relazioni che ha il commercio coll’estero, onde ridotta a dar alimento a popoli più rimoti sarà la nazione vincolata in pericolo di penuria. Tale è la serie delle cose che sono prodotte dalle leggi dirette e vincolanti.
Se poi vi fossero persone incaricate a conceder le tratte de’ grani, acciocchè assicurato il necessario allo Stato abbia sfogo il superfluo, questa idea prudentissima al primo aspetto riuscirà ineseguibile nella pratica. Non è possibile il fare ogni anno un calcolo nemmeno di approssimazione sulla quantità de’ grani raccolti; in conseguenza, posto che anche si sappia la vera annua consumazione, non si potrà definire a quale quantità ascenda ogni anno il superfluo. Di più questo calcolo inesattissimo non sarà fatto se non più mesi dopo il raccolto. Dovrà dunque sospendersi ogni tratta di grano per tutto il tempo anteriore a questo calcolo; cioè per tutto il tempo nel quale i possessori delle terre saranno stati costretti dall’inesorabile bisogno a venderlo, e sarà questa derrata già tutta ammassata presso i monipolisti prima che se ne possa fare commercio. Ecco la ragione, per cui i paesi che non permettono esportazione de’ grani se non per tratte, si espongono bene spesso a pericoli o di vuotare il paese o di fare che manchi il compratore e si diminuisca questo importantissimo ramo di agricoltura.
Di tutte le merci anche le più necessarie alla vita comune, olio, vino, panni, tele ec. non ne manca mai il necessario allo Stato quantunque ne sia libera la contrattazione e il trasporto. Perchè temesi adunque che la merce grano esca dallo Stato e ne manchi il necessario, se la legge non accorre ad impedirne l’uscita? Si dirà forse che il grano è una merce più preziosa di ogni altra. Si osservi però ch’ella lo è tanto per noi quanto per gli esteri, onde aggiugnendo eguali quantità da una parte e dall’altra, le relazioni fra noi e gli esteri rimarranno precisamente quali sono in ogni altra merce meno preziosa.
Il necessario fisico non può uscir mai da uno Stato, che abbia la libertà del commercio, perchè dovunque vi è concorrenza non vi possono essere monipolisti. L’interesse di ogni cittadino veglia sopra le usurpazioni di ogni cittadino, e tanti a gara si affollano a partecipare dell’utile, che resta sempre diviso questo sul numero maggiore possibile; da che ne viene, che quei grandiosi ammassi, i quali si vedono nei paesi vincolati, sono fisicamente impossibili a farsi ne’ paesi liberi. Se dunque uscirà la merce dal paese libero, uscirà in molte e replicate partite, uscirà per gradi; e a misura che le ricerche si accresceranno, gradatamente si alzerà il prezzo, perchè niente di clandestino può ivi succedere dove l’attività di ogni uomo abbia lo stimolo dell’utile a invigilare sulle usurpazioni altrui. Ne’ mercati apertamente si faranno i contratti, e così s’alzerà di tanto il prezzo interno della merce, che all’estero non converrà più di comprarla, e la natura delle cose da sè medesima avrà interdetta l’uscita al primo accostarsi del pericolo che uscisse più del superfluo. In fatti l’estero dovrà sempre pagare la nostra merce quello che la paghiam noi, più il trasporto e il tributo all’uscita, più il pericolo e il ritardo del pagamento. La sfera delle relazioni d’ogni Stato co’ finitimi è circoscritta, e ciascuno Stato adjacente a noi diventa centro d’un’altra sfera, e così da vicino a vicino, per la qual connessione ne accade che cresciuto il prezzo da noi a un dato segno, il finitimo si volgerà a cercare il restante del suo bisogno da qualche altra parte.
Taluni sostengono un’opinione, la quale può destar meraviglia, ma non persuasione; cioè che la libertà convenga ai paesi sterili e sia pericolosa ai fecondi. Si rifletta che i paesi sterili in grano, pure ne possedono, poiché ne ricevono dal forestiere; e la porzione necessaria alla loro consumazione che hanno ricevuta dagli esteri non potrebbe uscire da quello Stato senza pericolo della fame. O dunque il necessario non può uscire o veramente lo può: se no, perchè lodare i vincoli ne’ paesi fecondi? Se poi si sostiene che il necessario possa uscire colla libertà, dove mai sarà più da proscriversi questa libertà se non ne’ paesi, ne’ quali il primo moggio che ne uscisse potrebbe essere un decreto di morte d’un cittadino!
Fa meraviglia come in mezzo a tutta la rete dei vincoli tessuta ne’ secoli passati non sia mai caduto in mente di vincolare anche la custodia del grano destinato per sementare. In fatti seguendo i principj coattivi, che non suppongono inerente alla natura delle cose medesime il moto al bene, ma vogliono imprimervi questo moto, che non poteva dirsi per intimorire gli animi volgari e far risguardare salutarissimo e providissimo il vincolo sul grano da seminare! Questi è una parte sensibilissima del raccolto, e sarà almeno la quarta parte: «E che diverrà lo Stato» (potevasi dire) «se la spensieratezza o l’ingordigia caverà da’ granaj questo germe della ventura raccolta, e lo macinerà? L’incentivo dell’utile è sempre urgente; l’uomo sacrifica i bisogni dell’anno venturo agli attuali. Dunque si obblighi ogni possessore a depositare una proporzionata quantità di grano sotto la tutela pubblica per seminare il suo campo». Eppure questo non si è fatto mai; è mancato mai per questo il grano bastante a seminare? Non mai. Perchè l’interesse privato di ognuno quando coincide col pubblico interesse è sempre il più sicuro garante della felicità pubblica.
Che se si teme non la mancanza del grano, ma l’esorbitanza del prezzo in seguito alla libertà, nemmeno questo timore è fondato. In uno Stato vincolato, al tempo della messe ne è vile il prezzo, poichè come già si è detto, il possessore non trova che pochi compratori del suo superfluo. Ammassato poi il grano in poche mani di monipolisti il prezzo s’accresce anche nell’interno, poichè gli artigiani e la maggior parte degli abitanti nelle città formano una giornaliera squadra di compratori. Così la maggior parte dell’anno non resta il grano al livello del prezzo che sarebbe utile, anzi necessario per sostenere la man d’opera nell’interno dello Stato. L’effetto dei vincoli si è di alzare il livello del prezzo interno, e assai più l’esterno delle nazioni che prendono la merce da noi; perchè l’effetto dei vincoli si è di radunare la merce in poche mani, cercando ognuno di sbrigarsi d’un frutto del quale non può liberamente disporre, e profittando alcuni pochi privilegiati della comune servitù per fare essi soli un privativo commercio tanto più seducente, quanto maggiore e più rapida si è la fortuna che promette. Inutilmente la legge fulminerà i monipolisti; potrà rovinarne alcuni, ma saranno immediatamente succeduti da altri; troppo grande è l’utile in questa frode, e troppi mezzi vi saranno sempre, perchè il ricco addormenti i subalterni custodi della legge. Sempre che vi saranno vincoli, vi saranno monipolisti, e fin ch’essi vi sono, piccolo sarà il numero de’ venditori nel corso ordinario dell’anno a fronte de’ compratori; perciò dovrà sempre il prezzo esserne alto.
Suppongasi quello che non è, e concedasi che il prezzo del grano sarebbe più alto colla libertà, di quello che sia coi vincoli; prima di decidere se convenga avere i grani a prezzo alto, ovvero a prezzo vile, converrà esaminare da qual de’ due partiti sia l’interesse della maggior parte de’ nazionali, giacchè l’interesse pubblico altro non è se non l’aggregato degl’interessi de’ particolari. Per decidere adunque se l’interesse pubblico esiga d’avere il prezzo alto ovvero basso bisogna osservare se sia nello Stato maggiore il numero de’ venditori di grano, ovvero quello de’ compratori. Le nazioni mancanti di grano non hanno leggi proibitive di questo commercio. Si parla adunque d’una nazione coltivatrice, e che abbia del superfluo di grani. In questa nazione, dico, sarà assai maggiore il numero dei venditori di grano di quel che non lo siano i compratori. Tutt’i contadini saranno venditori, e il numero di essi eccederà di assai il numero degli abitanti nella città, e da questi ultimi si detraggano tutt’i facoltosi, e si vedrà che per sollevare un povero cittadino si porterebbe la desolazione a sei o otto poveri agricoltori. Che i contadini sieno venditori di grano e non compratori in un paese fertile di grani è facil cosa a capire. Basta riflettere che essi non comprano il grano nè il pane, ma consumano il pane fatto dal grano che essi medesimi coltivano; essi poi pagano il proprietario della terra o immediatamente col grano, ovvero col denaro che hanno ricavato vendendolo; essi per comprarsi il vestito e le consumazioni necessariamente adoprano il prezzo del grano venduto; tanto è ciò vero che in uno Stato abbondante di grano il contadino sarà più miserabile quando i prezzi de’ grani saranno più vili. Ciò posto qual è l’aspetto in cui ci si presenta dappertutta quasi l’Italia, l’uomo il più necessario e il più benemerito della società? Vediamo il miserabile contadino, nudo le gambe e scalzo; egli ha sul suo corpo il valore di tre o quattro lire e non più; egli mangia un pane di segale e di miglio; non mai beve vino; rarissime volte si pasce di carni; la paglia è il suo letto, prima d’avere una moglie; un meschino tugurio è la sua casa; stentatissima è la sua vita, e faticosissimi i suoi lavori. Egli si consuma e si logora sino all’ultima vecchiaja senza speranza d’arricchire, e contrastando colla miseria per tutto il corso de’ suoi giorni; null’altro bene raccoglie se non quello che accompagna una vita semplice, e che producono l’innocenza e la virtù. Egli non trasmette a’ suoi figli altra eredità che l’abituazione al travaglio. Generazione d’uomini frugalissimi, laboriosissimi, che danno un valore alle terre, ed alimentano la spensieratezza, l’ozio e i capricci delle città! Questi sono gli oggetti rimoti dallo sguardo del cittadino; oggetti degni di eccitare tanta commiserazione per lo meno, quanta ne muove la mendicità per lo più meritata dalla plebe civica.
La libertà adunque nel commercio de’ grani non può giammai in nessun stato, in nessuna circostanza portar nocumento nè alla sussistenza, nè all’abbondanza della nazione. Nè possono mai esssere di giovamento gli ordini costringenti delle leggi. Se si dubiti della verità di questi principj se ne appelli la decisione alla sperienza, e si ritroverà che gli Stati che non hanno nè corpi d’arti e mestieri, nè leggi vincolanti all’uscita de’ loro prodotti sono più floridi e opulenti degli altri, ne’ quali tai organizzazioni coercitive sussistono, e tanto più s’accostano gli Stati all’ubertà e all’abbondanza, quanto meno sì fatte leggi si tengono in vigore.
§ X. De’ privilegi esclusivi.
Un’altra conseguenza emana da questi principi, ed è che tutte le privative e tutt’i privilegj esclusivi sono diametralmente contrarj al bene d’uno Stato. Pare veramente a primo aspetto, che un introduttore d’una nuova arte possa meritare questo favore di vedere interdetto ad ogni altro l’entrare in concorrenza con lui e dividerne l’utilità. Questo principio d’equità prevalse e tuttavia prevale in molti Stati senza eccettuarne alcuni de’ più avveduti e sapienti; ma difficilmente mi si troverà una coltura, una fabbrica, un artifizio che siasi costantemente sostenuto ed abbia ridotto il suo oggetto a perfezione ottenuto ch’ebbe il privilegio esclusivo. Tolta all’artefice l’emulazione, assicurato ch’egli sia d’essere il solo venditore, gli manca lo stimolo per far bene; e come alcune famiglie per essere state troppo facoltose spensieratamente vanno in rovina; così il monipolista facilmente si conduce a deperire. O l’introduttore della nuova arte la possiede a un grado da non temere che alcun cittadino lo sorpassi, ovvero non è giunto a questo segno; nel primo caso il privilegio esclusivo gli è quasi inutile, poichè l’artefice porta già seco il migliore di tutt’i privilegj, l’eccellenza; nel secondo caso poi sarebbe ingiustizia l’interdire l’esercizio dell’industria in quella parte ad ogni cittadino in favore d’un mediocre manofattore, il quale altronde può essere con eguale attrattiva, e col mezzo più innocuo d’una gratificazione invitato a piantare la nuova introduzione. Così lasciasi aperta sempre la strada, sicchè in ogni genere possa apparire il maggior numero de’ venditori che si può.
Da ciò ne viene pure in conseguenza che certe manifatture e fabbriche prepotenti, e che più signorilmente colpiscono e stimolano l’attenzione del forestiere, sono per lo più o di pochissima utilità ad uno Stato o di danno talora. Una fabbrica che ci presenti gran pompa, porta seco il monipolio naturalmente, perchè non vi sarà chi ardisca entrare in concorrenza con lei. Cento telaj distribuiti sopra dieci fabbricatori saranno più utili di quello che forse non lo sieno dugento dipendenti da un fabbricatore solo, perchè i venditori si moltiplicano, la gara fa che si perfezionino e riducasi il prezzo al grado più utile per la nazione, e il guadagno distribuito su più fabbricatori stimola sempre l’industria di ciascuno.
Dico dunque che il numero de’ venditori in ogni classe possibile bisogna lasciarlo moltiplicare naturalmente senza porvi alcun limite, acciocchè s’ottenga in ogni classe il minor prezzo possibile, il quale solo può accrescere l’annua riproduzione procurando lo sfogo della porzione eccedente, e questa teoria deve estendersi, come dissi, ad ogni classe possibile di venditori anche di quelle derrate che servono al puro interno consumo giornaliero; perchè il prezzo d’ogni mercanzia e d’ogni derrata deve necessariamente comprendere il prezzo di quanto ha consumato l’agricoltore o il manofattore; conseguentemente l’abbondanza di ogni più minuto genere contribuisce come elemento nell’abbondanza d’ogni merce, a misura che ne è più popolare la consumazione.
§ XI. Alcune sorgenti di errori nell’Economia politica.
Acciocché i compratori ai venditori abbiano la maggiore proporzione possibile nell’interno della nazione, oggetto unico e primitivo a cui tendono tutte le operazioni dell’Economia politica, e dal quale solo possono emanare la ricchezza e la prosperità dello Stato coll’accrescimento dell’annua riproduzione, due mezzi naturalmente si presentano alla mente di ogni uomo, e sono accrescere il numero de’ venditori, ovvero diminuire il numero de’ compratori. Se nella prima idea si può francamente progredire togliendo gli inciampi e lasciando vegetare spontaneamente l’attività degli uomini, nella seconda per lo contrario conviene adoperare somma cautela e timidamente stendervi la mano più con tentativi per osservarne l’effetto, che con colpi maestri e arditi.
In alcuni Stati si volle accrescere la proporzione fra i venditori e i compratori diminuendo questi ultimi, e si promulgarono leggi sontuarie. La sperienza ha provato com’elle sieno per lo meno pericolose e il più delle volte funeste. Esse diminuiscono il numero de’ compratori; ma fanno scemare anche in maggior ragione il numero de’ venditori. Esse possono convenire ai paesi che ricavano la loro sussistenza da un precario commercio di economia, e a quei popoli, presso de’ quali la riproduzione annua essendo tenuissima, sono costretti ad essere gli agenti e i commissionieri degli Stati riproduttori. Possono a quei convenire, perchè la maggior parte de’ loro venditori trae il suo utile dai compratori esteri, e poco perde togliendole i consumatori nazionali; ma dove nella nazione si crei ogni anno un nuovo valore che corrisponda alla total consumazione, quanto diminuirassi la consumazione interna, tanto si vedrà diminuire l’annua riproduzione, ammeno che non si sostituisca una maggior consumazione d’un prodotto interno, il che sarà sempre l’opera del costume a cui debbono rivolgersi le leggi e della opinione che convien cercare di far nascere, senza che l’oracolo del legislatore l’intimi direttamente.
In quello Stato di cui il principio conservatore sia l’uguaglianza; dove il cittadino che si distingua per pompa o ricchezza fa temere un tiranno; dove l’universale diffidenza della usurpazione impedisce che s’alzi l’usurpatore; in quello Stato, dico, saggiamente potrà sacrificarsi una porzione di vita della società alla di lei sicurezza, e providamente verrà il lusso proscritto. L’ottimo governo, quello cioè in cui si ritrovino ad un tempo stesso somma sicurezza e stabilità interna per le leggi e per la civile libertà de’ cittadini; somma rapidità e impeto per rispingere ogni esterna aggressione; somma riproduzione, industria e ricchezza, sarà sempre difficilissimo a immaginarsi, ammeno che colla locale posizione la natura non abbia già fatto il più. Si tratta adunque di scegliere i mali minori reggendo un popolo. Ma io scrivendo della Economia politica debbo indicare l’ultimo confine a cui debb’essa spingersi per sè medesima.
Ogni operazione, che tenda direttamente a diminuire il numero de’ compratori, produce una diminuzione di prezzo efimera, di cui gli effetti ricadono per lo più in danno della società; essendo che la diminuzione de’ compratori porta seco ben presto la diminuzione de’ venditori, e così in vece di accrescere il moto interno della società si ripone una parte di esse segregata, ed in quiete, e altrettanto si diminuisce dell’annua riproduzione. Io non citerò esempj; il lettore gli troverà da sè; e tanto mi fido della costanza di questi principj che mi lusingo ch’ei difficilmente troverà un caso, in cui una legge diretta a scemare il numero de’ compratori interni abbia stabilmente portata l’abbondanza in un paese.
Si è veduto al paragrafo terzo per qual modo gli Stati proporzionino la loro consumazione alla riproduzione annua, e come de’ due modi co’ quali ciò può farsi, l’uno sia malaugurato, e fausto l’altro: lo stesso dico in questo luogo del modo di accrescere la proporzione fra i venditori e i compratori. Quando ciò facciasi per addizione si spinge lo Stato alla prosperità, e da quella in vece si allontana qualora si tenti farlo per sottrazione. Non si debbe estinguere il principio vitale della società, nè si può utilmente diminuire la quantità totale del moto giammai. Quella sola porzione di moto utilmente si spegnerà che sia un ostacolo allo sviluppamento d’una quantità di moto maggiore. Le provide leggi limitano le azioni degli uomini quando esse si oppongono alla espansione e stabilità delle azioni prese nella loro totalità. Se il legislatore lasciasse libera e impunita la frode ne’ contratti, sicuri e tranquilli i falliti dolosi, placida e serena la mala fede, queste azioni rese libere diminuirebbero una quantità assai maggiore di azioni; poichè tutti i commercj, tutti i contratti che si fanno sull’appoggio della buona fede verrebbero annientati. Non consente la natura di questo libro ch’io dirami questo principio, il quale potrebbe stendersi su tutta la teoria delle leggi, e servire di esatto confine alla civile libertà; un cenno basta perchè i pensatori ne ravvisino l’ampiezza e la trascorrano; dico adunque soltanto che ogni diminuzione che vorrà farsi sulla quantità totale del moto, e nelle stabili azioni della società, sarà un passo verso la distruzione della medesima.
Dall’accrescimento di proporzione fra i compratori e i venditori dipende adunque l’abbondanza interna d’uno Stato, da cui il trasporto dell’eccedente riproduzione agli esteri, da cui l’accrescimento dell’annua riproduzione, da cui la ricchezza e la popolazione, la coltura e la forza nazionale derivano. Accrescere i venditori, diminuire i compratori sono i due mezzi che si offrono alla mente; il primo di questi è sempre innocuo ed è facilissimo ad usarsi, l’altro è sommamente pericoloso e porta effetti di breve durata, in seguito ai quali si ricade in uno stato peggiore. Donde è avvenuto adunque che nella maggior parte de’ paesi gli uomini d’affari propendessero sempre a trascegliere il secondo mezzo a preferenza del primo? Perchè gettarsi per la strada più spinosa e difficile, quando vi è la spaziosa e sicura in faccia? Entriamo ne’ secreti penetrali del cuore umano e ne ritroveremo la cagione; fors’ella vi sta riposta in un canto così oscuro che talvolta gli uomini stessi che la ubbidiscono non se ne avvedono. Le leggi vincolanti e prescrittive sono un grado di autorità, e il comune amor proprio è sempre più lusingato quando s’immagina d’imprimere un moto e di creare una azione entro una massa d’uomini, che non lo è quando si limita unicamente a spianarvi le strade ed a rimovere gli ostacoli. Sembra più breve e lusinghiero il partito di proibire immediatamente l’effetto, e più laborioso è certamente quello di conoscere le rimote cagioni. Così cominciareno gli uomini che sedevano al governo delle città ad agire per sottrazioni. Col passare de’ secoli questo mezzo si consacrò come ogni antica pratica, e gli usi venerati dalla pubblica opinione e assistiti dalle leggi non si affrontano senza energia d’animo non volgare, e vi si richiede una contenzione superiore di mente per assicurar sè medesimo di non errare, solo contro il torrente delle autorità opposte. Tali sono le difficoltà che si frapposero a scegliere il primo mezzo; laddove seguendo il secondo partito ognuno si assicurò di non vedersi rimproverare giammai dell’esito cattivo, anzi acquistò il titolo per avere gli encomj che si danno alla prudenza, la quale per lo più in politica è un sinonimo d’imitazione. La naturale inerzia fa piegar l’uomo agli esempj, e lo allontana dallo sforzo dell’esame. Queste cagioni o separatamente o riunite hanno fatto sì che generalmente le leggi, le costituzioni, e le pratiche della società siansi rivolte piuttosto a frenare il numero de’ compratori anzi che sciogliere e illimitare quello de’ venditori.
§ XII. Se convenga tassar per legge i prezzi di alcuna merce.
Si è creduto di poter per legge livellare i prezzi interni, massimamente di alcune derrate che servono all’uso più comune del popolo. Questo espediente forse è nato dappoichè videro i magistrati che dalle loro leggi vincolanti non ne nasceva la pubblica abbondanza, che anzi i prezzi si rialzavano diminuendosi il numero de’ venditori. Per rimediare al male di una legge vincolante si ricorse ad altra legge vincolante ancor più, e si stabilì per autorità pubblica il prezzo a cui dovevano vendersi alcune merci. Questi usi sussistono in varj Stati. La maggior parte degli uomini viene sedotta coll’aspetto d’una politica speculativa, la quale come la scuola sofistica sa abbellire questi ordigni constringenti e rappresentarli come salutari allo Stato, e con una virtuosa ma sorpresa decisione e anticipato giudizio li fa abbracciare.
Esaminiamo gli effetti di simili prescrizioni. Supponiamo che il prezzo comune della merce realmente sia 12 lire, cosicchè se la contrattazione fosse libera, nel mercato comunemente si venderebbe la merce a lire 12. La legge comanda che il prezzo sia . Ecco sconvolto tutto l’ordine delle cose; il prezzo non è più in ragione diretta de’ compratori e inversa de’ venditori. Il prezzo non è più il grado d’opinione che danno gli uomini alla merce. Il prezzo è divenuto un atto arbitrario della legge, il quale fa torto al venditore, e conseguentemente tende a diminuire il numero di essi. Quali effetti ne accaderanno? I venditori scemeranno; i venditori si conformeranno il meno che si può alla legge, quindi di quella merce se ne trasmetterà agli esteri anche di più del superfluo; si cercherà di falsificare la merce e frammischiarvi materie di minor valore; si cercherà di frodare il peso e la misura; e gli esecutori della legge potranno bensì ansanti, in moto e guerra continua sacrificare alcune vittime ree di un delitto arbitrariamente creato, senza che cessi perciò il disordine o l’abbondanza pubblica regni mai; poichè una legge che abbia contro di sè la natura e l’interesse di molti non può mai essere costantemente e placidamente osservata, nè portare fauste conseguenze alla città.
Le leggi tassative del prezzo sono ingiuste col compratore se fissano un limite al di sopra del prezzo comune; sono ingiuste col venditore, se lo fissano al di sotto, e sono inutili se si attengono al vero livello del prezzo comune.
Molti popoli hanno dovuto sentire i mali della tassazione del prezzo nel modo il più funesto, cioè colla carestia. Anche nell’anno 1771 una provincia di Germania ha sofferti i mali della fame, e ne sono periti degli abitanti nel tempo in cui colle ricerche fattesi dipoi si trovò grano bastante, e abbondantemente bastante per la consumazione; ma quel grano i proprietarj l’avevano segregato, perchè era stato tassato un prezzo di cui non si contentavano. La teoria mi pare evidente, e tosto che vi è un confronto, tosto che vi è un compratore e un venditore ella si verificherà.
In fronte della maggior parte delle leggi, che le nazioni ereditarono dai loro padri, si trovano scritte quelle ferree parole forzare e prescrivere. I progressi che la ragione ha fatto in questo secolo cominciano a farne vedere di quelle che hanno la benefica divisa invitare e guidare. Qualunque sia la forma di governo sotto la quale vive una società di uomini, a me pare che sia interesse del sovrano di lasciare ai cittadini la maggior possibile libertà, e toglier loro quella sola porzione di naturale indipendenza che è necessaria a conservare o migliorare l’attual forma di governo. A me pare che ogni porzione di libertà che ultroneamente si tolga agli uomini sia un errore in politica, essendochè quest’ultronea azione del legislatore sente in faccia del popolo il solo potere: l’imitazione gradatamente si diffonde; s’indeboliscono l’idee morali nel popolo; e a misura che si diffida della sicurezza, si ricorre all’astuzia; laonde, moltiplicati che siano questi errori in politica, fatalmente la nazione diverrà timida, poi simulata, finalmente inerte e spopolata, se il potere troppo familiarmente esercitato giunga all’oppressione. Ma nella felicità dei tempi presenti dopo i progressi che la filosofia ha fatto in ogni parte del sapere, colla dolcezza e umanità degli attuali governi, questi oggetti fortunatamente non trovansi, fuori che nella speculazione. È però cosa degna da osservarsi che ogni passo superfluo che dal legislatore si faccia in limitazione delle azioni degli uomini è una reale diminuzione di attività nel corpo politico tendente direttamente a scemare l’annua riproduzione.
§ XIII. Del valore del denaro e influenza che ha sull’industria.
Abbiamo osservato come il prezzo delle merci è in ragione diretta de’ compratori e inversa de’ venditori. Osserviamo presentemente come debba misurarsi il prezzo del denaro. Se il commercio altro non è che la permutazione d’una cosa coll’altra, e se l’abbondanza delle ricerche e la scarsezza delle offerte formano il prezzo, ne verrà in conseguenza che il prezzo della merce universale sarà in ragione inversa de’ compratori e diretta de’ venditori, conseguenza che scaturisce immediatamente da’ principj e dalle definizioni che si son date, poiché i venditori sono al denaro quello che i compratori sono alle merci, onde quanto più compratori vi saranno di ogni merce particolare, tutto il resto uguale, tanto meno avrà prezzo il denaro; e quanto più venditori si troveranno di merci particolari, in parità pure di circostanze, tanto più il denaro sarà apprezzato. L’abbondanza adunque della merce universale esclude direttamente l’abbondanza di tutte le merci particolari, e quanto è da temersi la penuria delle merci particolari in uno Stato, altrettanto lo è la troppa abbondanza della merce universale.
La troppa abbondanza della merce universale non si misurerà dalla quantità nè assoluta, nè circolante di essa; ma bensì allora soltanto che il numero de’ compratori avrà a fare con uno scarso numero di venditori, cioè quanto saranno in minor ragione i compratori ai venditori potrà dirsi che siavi questa nociva abbondanza. La natura fa che i venditori si moltiplicano a misura che i compratori crescono in numero; se il numero de’ compratori crescerà gradatamente, naturalmente i venditori si moltiplicheranno parimente dentro lo Stato: che se non gradatamente ma per scosse crescano i compratori interni, ovvero se la fisica o la politica vi pongano ostacoli, allora crescendosi i compratori interni potranno accrescersi altrettanti venditori esteri. Da ciò ne segue che questa esuberanza di merce universale diverrà sensibile allora quando entri tutta in grossi sfoghi nello Stato, e non dia tempo gradatamente all’industria di accorrere e moltiplicare i venditori. Il denaro che insensibilmente si va accrescendo in uno Stato è come la rugiada che rinvigorisce e rianima tutta la vegetazione; egli è un torrente impetuoso che schianta, intorbida, insterilisce se entra nello Stato ammassato in tesori.
Si è osservato sin dal principio che non potrebbe darsi un commercio vivo e esteso se non si fosse inventata la merce universale, e che il commercio avesse dovuto consistere in permutazione di cose consumabili. Uno Stato adunque in cui scarseggi talmente la moneta, che ne manchi per l’interna circolazione, dovrà accostarsi alla vita selvaggia, e restringendo i contatti al puro bisogno a misura che la merce universale è poco diffusa, ne accaderà che fra uomo e uomo la contrattazione si riduca e limiti al minor grado, e proporzionatamente si diminuirà la riproduzione annua, e la nazione povera, isolata e languente ripiegherà verso gli antichi suoi principj, allontanandosi dallo stato della coltura.
Per la ragione medesima quella nazione in cui l’instancabile industria e un florido commercio gradatamente fanno accrescere la quantità della merce universale, questa sarà un nuovo sprone all’industria, accrescerà il numero de’ contratti, diventerà sempre più rapida la interna circolazione, farà conoscer nuovi comodi e nuovi agi, raffinerà le arti e le manifatture, inventerà i metodi per renderle più perfette e fabbricarle con celerità maggiore, tutto spirerà coltura, vita e prosperità.
Perciò conviene distinguere due casi assai diversi. L’accrescimento della massa del denaro farà questi benefici effetti, se una nazione lo acquisterà per il moto della industria; che se l’acquisterà tranquillamente, o per miniere abbondanti o per opinione che sforzi le altre nazioni a tributarle la merce universale, questa, in vece di animare l’industria, addormenterà gli uomini in un profondo letargo. La ricchezza entrando nello stato per questa strada, caderà nelle mani di pochi, e questi pochi, rigurgitanti di denaro, si abbandoneranno a un eccessivo lusso, e disdegnando le produzioni nazionali imperfette e grossolane, attesa l’universale povertà, si getteranno a consumare e dissipare in manifatture e prodotti esteri la loro ricchezza. Questa fatale ricchezza sarà per quel popolo un lampo che dall’alto balenerà sul capo della moltitudine, e la renderà sempre più rannicchiata ed avvilita; la merce universale passerà alle nazioni estere attive, senza che le mani del popolo la tocchino, e l’unica picciolissima parte che potrà averne la nazione sarà ne’ salarj, che riceveranno alcuni cittadini inerti. La pompa d’alcuni pochi contrastando colla universale miseria sarà lo spettacolo che offrirà dovunque il denaro accresciuto senza una nazionale industria.
Considerando le due quantità merce universale circolante e merci particolari offerte è vero che tutta l’una vale tutta l’altra; onde se una di queste due quantità s’accresca, e l’altra resti quale era prima, la quantità accresciuta varrà meno. Se la merce universale circolante s’accresca, e le merci particolari offerte non s’accrescano del pari, dovrà cedersi maggior quantità di merce universale per ogni merce particolare. Pare adunque che il prezzo d’ogni cosa debba essere più alto a misura che circola più denaro nello Stato, e taluno scrittore, altronde pensatore esatto, asserì essere indistintamente un male l’accrescimente del denaro circolante, ed essere questo un principio distruttivo della esportazione. Ma in questo ragionamento si è omesso un dato, ed è questo, che l’accrescimento del denaro circolante quando s’acquisti per industria e gradatamente e universalmente si diradi sul popolo, produce un proporzionato accrescimento di consumazione, e come si è già accennato ogni uomo più compra quanto più gli è dato di spendere, più acquista bisogni quanto ha più mezzi per soddisfarli, e quanto più spaccio trova ogni merce tanto più se ne accrescono i venditori, tanto più se ne anima la riproduzione. Se adunque in uno Stato si accrescerà il denaro e le merci vendibili proporzionatamente non si moltiplicheranno, i prezzi cresceranno; se si accresceranno del pari e il denaro e le merci vendibili, i prezzi resteranno come erano; se accrescendosi il denaro si moltiplicheranno in maggior proporzione le merci vendibili si vedrà che i prezzi diminuiranno. Da ciò ne deriva adunque che il denaro stesso acquistato per l’industria animata dall’annua riproduzione, se le cagioni politiche o fisiche non lo impediscano, di tanto accrescerà e aggiungerà moto all’industria, che moltiplicando al di più le merci particolari ne ribasserà il prezzo. Quanto più vendite fa il venditore, tanto può accontentarsi di guadagnar meno per ogni vendita. Regola generale: dovunque è in fiore il commercio, ivi son minimi i vantaggi del commerciante, presa ogni merce separatamente; e dovunque torpisce l’industria, grandiosi sono i guadagni del commerciante.
La perfezione delle macchine e degli istrumenti è ridotta presso una nazione arricchita coll’industria a un segno tale, che l’operajo travaglierà in un giorno quella manifattura, che in uno Stato meno industrioso si farebbe in più giorni; e queste sono le risorse che ha un paese arricchito coll’industria; risorse delle quali manca uno Stato spontaneamente arricchito dalla terra, non coll’accrescimento dell’annua riproduzione, frutto dell’industria, ma col fatal dono della merce universale; perchè il primo avrà cresciuto il numero de’ venditori col crescere la ricchezza; il secondo avrà cresciuto il numero de’ compratori, i quali avranno avuto ricorso ai venditori esteri, come si è detto, incautamente trascurando i nazionali le ricchezze fisiche a fronte di quelle che sono ricchezze di convenzione.
Il conoscimento di queste verità ci porta a dedurne per conseguenza che il valore del denaro non dipende dalla assolutà quantità che ne possede uno Stato, ma bensì dalla proporzione, che vi è fra i venditori ai compratori interni nello Stato. Altra conseguenza sarà che quanto sarà maggior il moto della circolazione entro uno Stato, ossia quanto sarà maggiore il numero e la quantità delle merci vendibili e maggiore il numero de’ contratti, tanto, tutto il resto uguale, i prezzi si ridurranno al minimo grado possibile. Finalmente sarà una conseguenza di ciò il dire che in quello Stato in cui i prezzi sono minori, la proporzione fra i venditori e i compratori è maggiore di quello ch’ella sia, tutto il resto uguale, nello Stato che abbia più cari i prezzi.
Si osservi che la ricchezza d’una nazione non si misura tanto per l’assoluta quantità de’ beni che possede, quanto per la proporzione che passa fra di essa e le nazioni che l’attorniano e commerciano con lei. La ricchezza acquistata adunque colle miniere farà la metà meno effetto nella ricchezza nazionale di quello che farebbe una egual somma venuta per il commercio, essendo che quest’ultima sarebbe una quantità accresciuta alla nazione e diminuita ad un altro Stato, lo che importa doppia quantità nella proporzione fra li due Stati.
§ XIV. Degl’interessi del denaro.
Il denaro dunque essendo abbondante e universalmente diffuso in uno Stato arricchito per il fermento dell’industria, ne accaderà che molti cercheranno o di accomodarlo, ovvero di convertirlo in un fondo stabilmente fruttifero; poiché la custodia del denaro è sempre un peso che pochissimi soffrono tranquillamente per il timore di perderlo; e in un paese industrioso sentendosi tutto il pregio del denaro e tutta la utilità di renderlo fruttifero, non si soffrirà di lasciare per dappocaggine ozioso quel fondo come si fa ne’ paesi più torpidi e che hanno troppa sproporzione nella divisione delle fortune. Si bonificherà adunque l’agricoltura, si accresceranno le manifatture, le offerte del denaro si moltiplicheranno e le ricerche diminuiranno a misura che un paese più ne avrà in circolazione. L’interesse dunque del denaro ivi si ribasserà; poiché l’interesse è sempre in ragion diretta delle ricerche e inversa delle offerte, essendo le ricerche al denaro quello che i compratori alle altre merci come le offerte quello che i venditori, e l’interesse essendo quello che nelle merci è il prezzo. L’abbondanza adunque universale del denaro porta con sè per necessaria conseguenza il ribasso degl’interessi, e i molti possessori del denaro non trovando più la stessa rendita col darlo a mutuo si rivolgeranno a fare acquisto di fondi stabili, ovvero lo impiegheranno nelle manifatture. Prima conseguenza adunque che nasce dal ribassarsi gl’interessi del denaro si è di veder accresciuto il prezzo de’ fondi di terra, e di veder data una nuova spinta alle manifatture. Dico cresciuto il prezzo dei fondi di terra, perchè saranno accresciuti i compratori e non sarà accresciuto il numero de’ venditori. La spinta data alle manifatture tenderà ad accrescere il numero de’ venditori e a favorire così l’abbondanza pubblica.
Sembra che il maggior prezzo a cui si comperano le terre dovrebbe far accrescere il prezzo de’ prodotti delle terre medesime, perchè il prodotto di esse è il frutto del capitale impiegato nell’acquisto. Ma comunemente si vedrà accadere all’opposto, cioè che diminuendosi gl’interessi del denaro s’accrescerà bensì il prezzo delle terre, ma non s’accrescerà il prezzo delle derrate, perchè il prezzo delle terre accresciuto non fa diminuire i venditori, nè accrescere i compratori delle derrate medesime, anzi accrescendosi il numero de’ compratori delle terre, esse verranno divise sopra un maggior numero di proprietarj, ed ecco accresciuto il numero de’ venditori delle derrate. Il frutto del denaro sono gl interessi, il frutto delle terre sono le derrate, ribassandosi un frutto, l’altro debbe livellarvisi, poiché tanti concorreranno all’impiego dei due più utile, finchè sieno di utilità uguale. Possono adunque valere di più le terre, e non accrescersi perciò il prezzo delle derrate.
Seconda conseguenza di aver abbassati gl’interessi del denaro si è la bonificazione che fassi alle terre della nazione, stendendosi la coltura sopra delle pianure che prima erano trascurate, accrescendosi le piantazioni utili, ricevendone nuova vita tutte le arti, colle quali s’ottiene dal suolo la maggiore annua riproduzione, al che conduce il non trovare nei mutui l’interesse più alto; ed ecco come l’abbondanza medesima della merce universale, posta che sia in circolazione e scarsamente ricompensata negli oziosi depositi dei banchi, produca un effetto opposto a quello che a primo aspetto sembra dover produrre, cioè, in vece di alzare i prezzi delle cose, tende a ribassarli e a condurre all’abbondanza pubblica e alla massima riproduzione annua. Tali sono gli effetti ch’ella produce quando sia entrata in una nazione in conseguenza dell’industria universale.
La terza conseguenza che nasce dai piccoli interessi del denaro si è la facilità di fare delle più grandi intraprese sia nel commercio, sia nella agricoltura, essendo che con maggiore facilità ritroverassi o dal terriere o dal manofattore il denaro ad imprestito per azioni più ardite, per modo che dall’utile di esse comodamente potrà scontare l’annuo frutto corrispondente al debito, donde ne deriva sempre maggiore aumento e sfogo all’eccedente annua riproduzione. Paludi asciugate e ridotte ad essere campagne ridenti; fiumi contenuti negli alvei; torrenti inviati per mezzi innocui all’agricoltura; canali navigabili scavati per accrescere la facilità de’ trasporti; audaci navigazioni e tentativi d’ogni sorta si vedranno in quelle nazioni, fralle quali è abbondante il denaro circolante e ne sono piccoli gl’interessi.
In quello Stato, in cui cresce la merce universale per industria e attività generalmente sparsa, debbe proporzionatamente crescervi l’interna circolazione, ossia moltiplicarsi il numero degl’interni contratti. Ivi crescono, come già dissi, i bisogni; la sfera di essi proporzionatamente si estende dal necessario fisico ai comodi, indi ai piaceri; il pregio della merce universale ivi non si diminuisce quantunque ne sia accresciuta la quantità, poiché del pari sono cresciuti i bisogni ai quali debbe supplire. Giovi ripeterlo: il prezzo delle merci particolari cresce quando i venditori ai compratori acquistino una maggior proporzione: il prezzo della merce universale cresce per lo contrario quando i compratori acquistino una maggior proporzione ai venditori.
Si è veduto disopra come per procurare l’abbondanza pubblica e la maggiore annua riproduzione conviene, dei due partiti che vi sono, accrescere i venditori e scemare i compratori, scegliere il primo e dimenticare il secondo; e tale esser la teoria per bene e costantemente dar norma alle merci particolari. Ma nella merce universale bisogna fare precisamente il contrario, e le leggi vi porteranno un ordine salutare, piombando su chi deve ricevere il denaro, piuttosto che su chi deve darlo in prestito. Non pretendo io con ciò di dire che convenga giammai di fare alcuna legge vincolante o tassativa, per cui l’interesse del denaro venga fissato ad un livello. Quest’interesse, come si è detto, è in ragione diretta de’ ricercanti e inversa degli offerenti, siccome il prezzo lo è del numero de’ compratori diviso per quello de’ venditori. Sì l’uno che l’altro sono un effetto fisico, il quale non può mai esser discorde, nè sproporzionato alle cagioni che lo producono. Per le ragioni adunque dette disopra, per le quali non possono innocuamente i magistrati comandare il prezzo delle merci particolari, nemmeno potrebbero comandare il limite dell’interesse del denaro senza esporre la legge ad essere delusa, come sempre lo sarà qualunque legge che abbia luttanti contro di sè gl’interessi di molta parte di cittadini, l’azione de’ quali benchè minima, presa ne’ suoi elementi, produce però sempre sicuramente l’effetto quando molti e molti piccoli elementi conspirano a un dato fine. Essendo che, per poco che c’interniamo nell’esame, si scuopre questa verità, che la costanza e solidità d’ogni civile instituto presso di ogni nazione sempre in fatti si decide dalla pluralità dei suffragj, qualunque sia la costituzione sotto di cui vive; con questa sola diversità che nella democrazia sono palesi e negli altri governi sono più lenti, taciti e occulti, ma non perciò sono meno attivi in effetto per decidere di ogni stabile sistema.
§ XV. Mezzi per fare che gl’interessi del denaro si ribassino.
Come adunque potrà un governo ribassare gl’interessi del denaro operando su chi deve riceverlo? In ogni nazione vi sono dei debiti pubblici, vi sono dei banchi, dai quali coloro che presteranno il denaro allo Stato ricevono l’annuo frutto. L’esperienza ha fatto vedere quanto provida sia l’operazione di ribassare gl’interessi di questi banchi, non solo per alleggerire i pesi del pubblico erario, ma altresì per livellare a un più basso prezzo indirettamente tutti gl’imprestiti della nazione.
È inutile ch’io qui soggiunga quello che la giustizia la più evidente suggerisce alla mente di ciascuno, cioè dovere lo Stato avere in pronto una somma per offerire contemporaneamente ai creditori il rimborso del loro capitale, quando non si contentino del più basso interesse, il quale giustamente devesi ottenere da una spontanea adesione del creditore. Guai se una momentanea utilità prevalga sopra i veri interessi dello Stato! Guai se la fede pubblica s’oscuri! L’interesse dello Stato diventerà divergente dall’interesse di ogni privato. La sola simulazione coprirà l’indifferenza con cui ogni uomo rimirerà l’unione, di cui è parte; i principj morali si annienteranno, la nazione cadrà nella corruzione, stato peggiore assai dell’originaria vita selvaggia, tutto andrà deperendo, e alla prima urgenza, in cui la pubblica sicurezza esigerà il soccorso, si cercherà inutilmente. Ne’ secoli passati se ne videro gli esempj in molti luoghi d’Europa, ed alle miserie d’allora siam debitori d’essersi illuminata generalmente la politica degli Stati, ed essersi universalmente riconosciuto che la fiducia e la sicurezza nel pubblico erario sono il patrimonio più ricco ed inesausto di ogni sovrano.
Ridotto che siasi dai banchi pubblici l’interesse del denaro a un più basso livello, se i creditori di questi banchi formano una parte sensibile degl’imprestanti che ritrovansi nella nazione, ne accaderà che quei che ricercano a mutuo la merce universale, coll’esempio de’ banchi pubblici non offriranno più l’interesse di prima, e quei che cercano di accomodarla non avendo più da sperare dai banchi il passato interesse, si contenteranno di ribassare. Se poi i creditori dei banchi pubblici avranno ricevuto il lor capitale, piuttosto che assoggettarsi al ribasso degl’interessi sarà cresciuto il numero degli offerenti, e in conseguenza tanto più ne sarà ribassato l’interesse.
Un altro mezzo hanno i governi per diminuire gl’interessi del denaro. Per conoscerlo basta il riflettere che due sono i principj per i quali l’offerente esige l’interesse. Il primo è per essere risarcito dell’utile, che ne ricaverebbe impiegandolo nell’agricoltura o nel commercio; il secondo per ricompensarsi di quel grado di rischio, che può correre di perdere il suo capitale. Si è già veduto al paragrafo XIII come i frutti del commercio e dell’agricoltura debbon esser ridotti a un basso livello in una nazione ove l’industria liberamente si muova in ogni sua parte; conseguenza di ciò ne viene, che quanto più si promoverà e si lascerà agire nel cuore degli uomini la speranza di migliorare la sorte; quanto più s’interporranno quei mezzi che scatenano il principio vitale e attivo dell’industria ad accrescer l’annua riproduzione, tanto diverrà minore naturalmente quella porzione d’interesse che viene dai trattatisti chiamata lucro cessante. Sta poi in mano del legislatore il diminuire il rischio che i forensi chiamano danno emergente; s’otterrà questo fine con ottime leggi, con brevi e semplici forme giudiziarie, colla giudiziosa scelta d’incorrotti magistrati, cosicchè ognun possa facilmente e sollecitamente far valere il proprio diritto; e la forza pubblica, sempre pronta ad avventarsi contro l’usurpatore e il mancator di fede, renda stabile e soda la sicurezza de’ contratti.
Tanto è ciò vero che io ardisco dire che nessun paese, dove l’industria sia animata e dove la buona fede sia rispettata, avrà interessi alti del denaro; ed all’incontro dovunque sia alto interesse del denaro sarà languida l’annua riproduzione e assai dubbia la fede dei contratti. Dall’interesse del denaro si può calcolare la reciproca felicità degli Stati.
Gl’interessi del denaro si possono paragonare fra nazione e nazione, e fra secolo e secolo, per calcolare la felicità d’una società che pretenda allo stato di coltura; ma il valore di nessuna merce nè universale nè particolare potrà mai paragonarsi fra nazione e nazione, se fra di esse non abbiano una comunicazione immediata, ovvero con una terza nazione; essendo che il valore può esser basso tanto per mancanza di compratori, quanto per abbondanza di venditori, tanto per scarsezza del denaro, quanto per la rapidità colla quale i contratti si succedono, nè vi può essere misura fra due quantità distanti e isolate. Lo stesso dico di chi voglia paragonare i valori d’un secolo all’altro: calcolo nel quale si potrà bensì rinvenire quante once di metallo si cedessero in cambio d’una data merce, non mai il vero valore di essa, se per nome di valore s’intenda il grado di stima ch’ella aveva nella comune opinione, essendosi variata coll’andar dei tempi la stima dei metalli preziosi a misura che lo divennero meno colle inesauste miniere, che vanno moltiplicando in Europa la merce universale. Per fare esattamente il calcolo del valore fra due società incomunicanti per distanza di luogo o di tempo, converrebbe avere una terza quantità inalterabile a cui paragonarli, come la inalterabile estensione del braccio e la gravità costante dell’oncia trasportate e paragonate daranno il mezzo per calcolare i veri rapporti fra due altezze o due pesi distanti; ma questa quantità inalterabile per paragonare i valori non vi è, nè è possibile che vi sia; perchè il denaro istesso sebbene sia merce universale è ora di maggiore ed ora di valor minore, e perciò è incapace di servir di misura. I pramatici stabilirono il principio che il valore del denaro dipendesse dall’impronto sovrano ch’ei porta, e che il Principe fosse arbitro nell’assegnare il valore; e dato un tal principio chi debba restituire un capitale ricevuto ne’ secoli passati non è tenuto se non a sborsare un numero di lire eguale a quello che fu allora pagato; la conseguenza è ben derivata, ma da un falso principio. Si dimostrò che il valore del denaro dipende dal valore del metallo e che l’impronto è un semplice attestato del peso e della purità di esso, e da questo principio vero se ne derivò la conseguenza che per restituire un capitale ricevuto ne’ secoli trasandati si debbano pagare tante once d’argento quante ne furono allora consegnate; conseguenza che suppone una costanza nel valore del metallo che non si trova realmente. Finalmente vi fu chi tentò d’accostarsi a un calcolo più esatto e ciò paragonando il prezzo delle merci più comuni al vitto degli uomini ne’ due tempi distanti, e fissando una somma media in ciascuna epoca; indi calcolossi quante once d’argento debbansi oggi portare al mercato per acquistare le derrate che nell’epoca dell’imprestito si compravano colla somma ricevuta; e questo è il metodo che più s’approssima alla esattezza. Nelle restituzioni però i tribunali si attengono al primo metodo del numerario che ha per sè la lunga pratica, la semplicità, e forse ha cessato d’essere ingiusto dappoichè la costumanza essendo generalmente stabilita da’ secoli, quando si fece il prestito si assoggettò il capitalista alla eventuale diminuzione compensandosi sugl’interessi che correvano in que’ tempi e in meno di dieci anni facevano rimborsare il capitale.
§ XVI. Dei banchi pubblici.
Si è veduto quai buoni effetti possono produrre i banchi pubblici per abbassare gl’interessi del denaro. L’invenzione dei banchi come quella delle lettere di cambio appartengono a questi ultimi secoli. Colle cedole si è introdotta una rappresentazione della merce universale sommamente comoda al trasporto, la quale per tutta la sfera a cui si estende il credito deve accrescere sommamente la circolazione e il rapido giro dei contratti. Sintanto che gli uomini si credono egualmente ricchi con una cedola di banco o con una lettera di cambio di quel che si credono ricchi possedendo la merce universale, nella contrattazione si riceveranno più volentieri questi pezzi di carta e queste promesse del denaro, anzi che il denaro medesimo; perchè sommamente ne sono facili la custodia e il trasporto. Simili invenzioni saranno di utilità a quegli Stati, ne’ quali la custodia della fede pubblica è confidata a un gran numero di uomini che hanno interesse a sostenerla, e che muniti della opinione pubblica si trovano talmente forti da non aver mai di che temere: poichè quanto più sono gli uomini che hanno interesse a sostenere la fede, quanto più interesse vi hanno, e quanto più è sicura l’azione di essi, tanto è minore, come ognun vede, la probabilità che la fede pubblica sia tradita. Ma dovunque si possa col mutare di qualche circostanza cambiare il grado della fiducia pubblica verso di queste rappresentazioni della merce universale, ivi saranno in pericolo di rivoluzione le opinioni e le fortune private, nè mai queste instituzioni potranno ampliarsi al di là di un certo limite senza pericolo.
I banchi fanno l’effetto di raddoppiare quella massa di merce universale che ricevono, poichè resta nello Stato e la merce universale e la di lei rappresentazione. Pare adunque che dovrebbero far accrescere i prezzi delle merci particolari; ma la rapida circolazione che introducono distribuendo il guadagno sopra un maggior numero di contratti può non solamente impedire l’innalzamento del prezzo, ma anche ribassarlo colla moltiplicazione sempre maggiore de’ venditori, e così accrescendosi le compre e le vendite e le consumazioni interne, si può accrescere in maggior proporzione l’annua riproduzione.
Se gl’interessi de’ banchi pubblici fossero alti, questi farebbero il sommo male d’invitare i cittadini a depositare su i banchi il loro capitale e abbandonare ogni industria. Il pericolo della mala fede produrrebbe un buon effetto in quel caso, e a questo timor solo sarebbero debitrici l’agricoltura e le arti di non essere affatto derelitte. Gli Stati talvolta, allorché sono giunti alla corruzione, ricevono un bene da quei principj medesimi che gli hanno condotti, e la moltiplicità dei cattivi principj produce per avventura l’effetto che due principjdistruttori e opposti si elidono scambievolmente. Tale sarebbe appunto questo, quando la dilapidazione usatasi del pubblico erario avesse alienata la fiducia del popolo; si dovrebbero offrire interessi altissimi per avere gli imprestiti, il che rovinerebbe l’industria se avesse effetto; ma la mala fede medesima dell’amministrazione, altro vizio pubblico, vi si opporrebbe, e l’effetto sarebbe o nullo o debolissimo.
Gli Stati più vasti, che hanno un esteso commercio colle più rimote nazioni, ricevono più bene che male dai debiti pubblici fintanto che l’opinione del popolo non giunga a diffidare; ma gli Stati più ristretti e subalterni poco bene risentono dai banchi pubblici, e quel poco comodo viene largamente contrappesato dall’annua perdita che fa l’erario per il peso degl’interessi; laonde nel primo caso conviene rivolger le mire a perpetuare il debito nazionale, e nel secondo a saldarlo coi mezzi più innocui che si può.
§ XVII. Della circolazione.
Le riflessioni che abbiamo fatto finora c’inducono a questa conseguenza, che l’accrescimento della merce universale e della rappresentazione di lei è sempre un bene per lo Stato, quando proporzionatamente s’accresca la circolazione; poichè s’accrescono i venditori a misura che si accrescono i compratori, il che ricade a moltiplicare l’annua riproduzione. Per avere un’idea ancora più precisa di questa verità convien riflettere che ogni venditore dovendo ritrarre una determinata somma dalle sue vendite giornaliere, quanto maggior numero di vendite farà, tanto sopra ciascuna vendita particolare potrà limitarsi a una minor porzione di guadagno, perlochè accrescendosi generalmente la circolazione anche sulle merci che ogni venditore deve consumare, si potrà compensare minor utile a chi le vende, e così di mano in mano i salarj degli artigiani, il prezzo delle manifatture, gli utili del commercio anderanno sempre abbassandosi, si moltiplicheranno sempre i venditori, quanto più la circolazione crescerà, ed ecco come l’accrescimento del denaro che per sè medesimo dovrebbe far incarire tutte le merci, quando entri in una nazione in conseguenza della universale attività, produca un effetto contrario, cioè di ribassare i prezzi e la rappresentazione del denaro istessamente; e ciò per le già dette ragioni, perchè tanto si moltiplicano le voglie quanto più vanno crescendo i mezzi per soddisfarle, e di tanto cresce il moto interno e il numero de’ contratti incessanti, che si dirada e scorre la merce universale, senza che il livello si rialzi; in quella guisa che un fiume incidendo in un altro fiume, di tanto accelera il moto delle acque inferiori col premere e coll’impeto concepito, che si vede ribassarsi il livello delle acque in quel momento appunto, in cui sembrava più dovessero rigurgitare.
Quando il contratto si fa da un nazionale a un estero, si chiama commercio esterno, se il nazionale è venditore è commercio utile, se è compratore è commercio dannoso. Quando il contratto si fa da due nazionali questo chiamasi commercio interno ossia circolazione. La circolazione è la somma totale de’ contratti interni. Conosciuta che siasi chiaramente l’indole della circolazione, come ella s’accresca per l’accresciuta massa del denaro acquistato per l’industria, come ella tenda a ribassare i prezzi delle cose; conosciuta che sia intimamente la natura della circolazione, effetto dell’accresciuta massa del denaro acquistato per l’industria, si conoscerà che il vedersi accresciuti i prezzi de’ viveri in una nazione non è prova che ivi s’aumenti la ricchezza; anzi può questo accadere, o perchè scemandosi il denaro, in maggior proporzione siasi rallentata la circolazione, e dividendosi l’utile del venditore sopra un minor numero di contratti ciascuno di essi debba aver prezzo maggiore, ovvero perchè diminuiscasi il numero de’ venditori, o perchè si vada scemando l’industria e l’annua riproduzione si restringa. In fatti noi vediamo ai nostri tempi che non solamente per tutta l’Italia si ascoltano le querele sul prezzo eccessivo del vitto, ma per la Francia, per l’Inghilterra e generalmente per tutta l’Europa; dal che si vede che se una provincia d’Europa prova questo eccessivo prezzo non può da ciò desumersi ch’ella vinca sulle altre, nel che consiste la ricchezza considerata come un elemento della prosperità e forza dello Stato. Può adunque crescere il prezzo per una abbondanza universale del denaro accresciuto in Europa, senza che in pari proporzione siasi accresciuta la abbondanza delle merci particolari, e questo accrescimento di prezzo non proverà che alcuna parte d’Europa siasi effettivamente arricchita, poiché la ricchezza dipende dal paragone cogli altri Stati.
Tutte le merci che si vendono in un giorno vagliono tutto il denaro che s’è speso in quel giorno per acquistarle; ma il denaro non si consuma, e le merci si comprano per consumarle. Questa sola riflessione basta a far conoscere due verità; una che il denaro non finisce mai a rappresentare una consumazione se non quando sia fuso per farne manifattura, ma anzi sin che è denaro giornalmente rappresenta nuove consumazioni senza soffrire alcun cambiamento; l’altra che tutto il denaro circolante in uno stato è eguale bensì alla giornaliera consumazione, ma non è eguale nè all’annua consumazione, nè all’annua riproduzione: poichè la stessa moneta passando successivamente per le mani di molti cittadini in un anno, tante volte rappresenta il proprio valore quanti sono i contratti e i passaggi che fece da una mano all’altra. Quanto dunque più rapidi e frequenti sono i passaggi della moneta in più mani, di tanto deve dirsi, che le merci contrattabili eccedono la merce universale circolante; e siccome dove scarseggia la merce universale, ivi gli uomini sono necessariamente più parchi, prudenti e cauti generalmente per non privarsene, rinunziando a molti comodi e piaceri, così per avere una rapida circolazione è necessario che vi sia abbondanza del denaro, il che, torno a ripeterlo, dimostra che crescendo la quantità del denaro quando essa venga in una nazione per industria, l’annua riproduzione delle merci particolari dovrà crescere sempre in maggior ragione, ammeno che una forza estrinseca, o fisica o morale non vi s’opponga.
Per convincersi di questa verità, cioè che la quantità del denaro circolante nello Stato è di gran lunga minore del prezzo totale a cui si vendono le consumazioni annue, basta riflettere quanti saranno gli uomini che al primo giorno dell’anno possedano il denaro effettivo bastante alle spese che dovranno fare nel corso di 12 mesi. Pochissimi certamente; forse uno appena ogni mille abitanti, e quest’uno sarebbe un cattivo economo. Quanti nella nazione al primo dì dell’anno possederanno il denaro appena bastante per il lor vitto d’una settimana? Tutti i coltivatori della Terra, tutti i salariati, tutt’i piccoli artigiani, quasi tutto il popolo minuto e delle città e della campagna. Non vi è adunque che il moto e il giro che fa il denaro per cui possa supplire alla contrattazione annua. Accrescendosi la massa del denaro distribuita su molti, cresceranno, come si è detto, le voglie, i bisogni, i contratti, e sempre più s’andrà moltiplicando l’annua riproduzione e la quantità delle merci particolari, quanto maggiore moto prenderà la circolazione della merce universale. Se si potrà conoscere la quantità della riproduzione annua e la quantità della merce universale in circolo, si saprà la quantità del moto della circolazione, e a vicenda se due di questi elementi saranno conosciuti, se ne conoscerà il terzo.
L’uso delle manifatture d’argento e d’oro; il denaro ammassato ne’ scrigni e sottratto alla circolazione son dunque un bene o un male per lo Stato? Rispondo che sotto a un provido governo questo debb’esser sempre un male, essendo che nelle urgenze pressanti dello Stato non è permesso costringere un cittadino più che l’altro a concorrervi se non sull’estimo censibile apparente di ciascuno generalmente, e così svanisce tutta l’utilità che potea sperarsi da questi tesori, i quali se invece circolassero nella nazione, spingerebbero la riproduzione annua a maggior ampiezza e dilaterebbero il vero e real fondo della ricchezza e della forza nazionale. Quanto poi alle manifatture d’oro e d’argento, si provvedere, anzi che con pericolose leggi sontuarie e vincolanti, meglio coll’esempio, e l’effetto sarà indubitato, che nessun nobile spenderà in questo lusso quando saranno più semplici i magnati, e questi lo saranno sicuramente quanto più il legislatore preferirà praticamente il lusso di comodo a quello di ostentazione.
Mi si perdoni se troppo spesso ritorno ai principj. Quanto più denaro è sparso generalmente per le mani del popolo tanto più crescono le voglie e i bisogni del popolo, perchè si desidera il comodo a misura che v’è probabilità di procurarselo; quanto più crescono i bisogni nel popolo, tanto più compre e consumazioni egli fa; quanto più crescono le compre e le consumazioni, tanto più s’accresce l’utile d’essere venditore, e tanto più i venditori s’accrescono, e quanto più si accrescono i venditori, sempre del pari tende ad accrescersi la riproduzione annua. L’accrescimento del denaro solo e isolato tende a rendere i prezzi più cari. La circolazione quanto è più rapida tende a diminuire i prezzi. Queste due quantità possono secondo che si combinano o accrescere o diminuire o lasciare immobili i prezzi delle cose.
§ XVIII. Dei metalli monetati.
Conviene adunque procurare, non mai però con leggi dirette, ma di riverbero, di fare in modo che il denaro ristagni meno che si può, e sia nel più rapido moto per accrescere il numero de’ contratti; ma per nome di denaro, ossia di merce universale, ognuno intenderà ch’io parlo dei soli metalli nobili, oro e argento, essendo che la moneta di rame o l’argento reso voluminoso con molta lega non possono meritar il nome di merce universale. Sarà questa una merce indigena e particolare di uno Stato, la quale non si trasmetterà mai al di fuori, per le spese del trasporto che porterebbe. Perciò se un paese facesse le sue contrattazioni a moneta di rame si accosterebbe allo stato anteriore all’invenzione della merce universale; pochissimi sarebbero i contratti, limitati quasi al puro necessario, e sarebbero più cambi di cosa con cosa, che di cosa con denaro per l’incomodo della custodia e del voluminoso e pesante trasporto. La riproduzione annua sarebbe limitatissima, languidissima la circolazione, la popolazione sarebbe poca e l’industria sconosciuta. Potrebbero uscire delle armate conquistatrici da quegli uomini disprezzatori della vita, perchè poco ne conoscono i piaceri, ma non potrebbe esser una nazione florida sinché durasse in quello stato, e le converrebbe o ritornare alla vita selvaggia, isolandosi e perdendo l’idea dei bisogni delle nazioni colte, ovvero converrebbe togliere industriosamente gl’inciampi, e lasciare schiudere negli uomini quel fermento di speranza e di bisogno, da cui nasce l’industria animatrice della società.
Per questo principio appunto l’oro sarà una moneta che accrescerà la circolazione più che l’argento, e le cedole di banco accompagnate dalla opinione l’accresceranno ancora più che l’oro. Fra i metalli adunque è da desiderarsi per uno Stato più la moneta d’oro che quella d’argento, e quella d’argento più che quella di rame, preferendo sempre il minor volume e il valor maggiore.
Non credo che dal principio dell’era volgare sino al secolo XVI siasi mai considerato l’argento come moneta destinata ai grandi pagamenti, almeno i musei non ci mostrano se non se piccole monete d’argento che rare volte eccedono il peso di due paoli le quali sembrano destinate a supplire ai rotti dell’oro e a fare i pagamenti minori della moneta d’oro. Non si vedono talvolta se non delle medaglie grandi d’argento e lo più posteriori alla scoperta d’America. Al tempo dell’Imperatore Carlo V e più ancora dopo di lui si introdusse l’uso delle grandi monete d’argento.
Molte nazioni europee usano di avere qualche parte di moneta in rame, la quale serve per il più minuto commercio de’ cittadini. Se la legge monetaria dichiarerà il valor delle monete con giusto calcolo in quella proporzione medesima con cui ogni pezzo indipendentemente dall’impronto verrebbe stimato nella pubblica contrattazione, non avrà da temere nè il trasporto del denaro fuori dello Stato, nè l’introduzione del denaro estero, perchè nessun negoziante si addosserà mai le spese del trasporto senza necessità e senza utile. Se per necessità di saldo di un debito, la legge che lo proibisce comanderebbe una mancanza di fede in discredito della nazione; se per utilità, ciò non potrebbe essere che un accrescimento di denaro nello Stato a spese d’una nazione meno accorta che avesse arbitrariamente voluto tassare i metalli.
Per ischiarire sempre più questi principj bisogna riflettere che, siccome più volte si è detto, in ogni Stato si deve considerare l’annua consumazione e la riproduzione annua. Se l’eccedente delle annue nostre produzioni non sia eguale al valore delle merci e generi che riceviamo dal di fuori, converrà necessariamente che esca della merce universale per saldar le partite colle altre nazioni, e la proibizione all’uscita del denaro sarebbe un voler togliere l’effetto lasciando sussistere la cagione.
In uno Stato poi dove un’oncia d’argento puro abbia sempre il medesimo valore che un’altr’oncia d’argento puro qualunque sia l’impronto e la denominazione dei pezzi che la compongono, e qualunque sia il volume di essi cagionato dalla vile materia a cui sta frammischiata; dove lo stesso possa dirsi e nell’argento e nell’oro e nel rame monetati; dove la proporzione fra un metallo e l’altro sia la medesima dei prezzi comuni de’ metalli; dove indirettamente in somma il legislatore siasi limitato a dichiarare il prezzo pubblico de’ metalli, non mai direttamente a regolarli; in quella nazione, dico, non uscirà mai un’oncia d’oro o d’argento, se non per rientrarvi un valore eguale o in merce universale o in particolare; e potrà entrarvi anche valor maggiore trasmettendo agli esteri quella moneta ch’essi han voluto arbitrariamente valutare più del giusto, e ritraendone altre monete, che gli esteri arbitrariamente pure abbiano valutato meno del giusto; essendo che non è più fattibile che il legislatore fissi a suo arbitrio il prezzo della merce universale di quel che sia il prezzo di qualunque altra merce particolare, dipendendo, come si è di già veduto, questa quantità dal numero de’ compratori paragonato a quello de’ venditori. Dovunque gli editti di monete diventino una mera dichiarazione del prezzo comune de’ metalli, ivi non sarà possibile che siavi disordine di monete, nè che il commercio della moneta sia mai di danno. Conviene però ricordarsi della definizione data al prezzo comune. La variabilità del prezzo della merce universale porta di sua natura che una tariffa di monete non possa mai esser buona legge per lungo tempo, perch’essa diventa col variare delle circostanze una falsa dichiarazione, sebbene in origine sia stata vera.
È molto indifferente per il comodo e ricchezza di uno Stato che la moneta porti un impronto, più che un altro; anzi gli Stati piccoli pagano la vanità di aver le loro armi su i metalli monetati a troppo caro prezzo, essendo che le spese e il calo della monetazione o cadono sul pubblico erario, ovvero cadono in altrettanta diminuzione dell’intrinseco, la qual diminuzione non sarà mai valutata dai forastieri, e in conseguenza vedranno la lor moneta rifiutata dagli esteri nella contrattazione, ammeno che non la cedano a un minor prezzo. Quindi io credo che negli Stati minori altra operazione da farsi non sia nelle monete, fuori che un esatto calcolo di tariffa, ammettendo nella contrattazione qualunque moneta, purché sia valutata come un mero metallo. Ma ne’ vasti regni è indispensabile l’avere una zecca in attività e soccombere al peso di essa per mantenere in circolazione la maggior quantità possibile di metallo, e così moltiplicare al possibile i contratti, dal che ne nasce, come giova ripetere, la moltiplicazione del numero de’ venditori, e da questa l’abbondanza interna, da cui la facile esportazione che sola può spingere al massimo confine la riproduzione annua: base ch’è unica, vera e stabile della forza e ricchezza d’uno Stato.
In fatti un vasto regno o avrà miniere, ovvero avrà un vasto commercio, il quale porterà l’introduzione de’ metalli nobili non monetati; così ha la materia prima della zecca; e la necessità di risarcire la diminuzione che fassi coll’uso, logorandosi la moneta, non potrà lasciare oziosa quell’officina la quale, come dissi, accrescerà la somma del denaro circolante; ma uno Stato minore che non abbia miniere dovrà per battere moneta o fondere i metalli comprati o fondere l’estera moneta; se compra, altrettanta moneta esce; se fonde, altrettanta moneta scompare; se il conio e la spesa della monetazione si risarciscono sulla stessa moneta, tanto ella avrà d’immaginario che gli esteri non valuteranno; se vorrassene risarcire con altrettanta diminuzione sulla moneta erosa destinata ai rotti ed ai piccoli contratti, questa rifiutata dagli esteri in uno Stato piccolo porterà un accrescimento del numerario nella moneta nobile. Dico perciò che i piccoli Stati poichè abbiano valutato nella tariffa ogni moneta circolante al prezzo comune del metallo avranno l’ottimo sistema. Se il gigliato sarà dieci lire, la lira sarà la decima parte del gigliato. Il gigliato sia 70 grani d’oro puro, la lira sarà sette grani d’oro puro, ovvero cento cinque grani d’argento puro posta la proporzione di 1 a 15 e ognuno intenderà cosa sia lira senza bisogno d’una moneta che abbia questo nome.
La officina di una zecca è la sola di cui non si vuol pagare la manofattura, eppure questa manofattura è di somma necessità, poichè senza di essa converrebbe pesare non solo, ma saggiare i pezzi di metallo che si volessero dare in pagamento e non vi sarebbe la merce universale. Se gli Stati d’Europa si accordassero a valutare reciprocamente un tanto per cento di manofattura nelle monete, allora le nazioni ricche di miniere vendendo l’oro e l’argento non monetato come merce particolare potrebbero somministrare la materia prima a queste officine; ma sintanto che questo non si faccia non potranno le zecche risarcirsi delle spese de’ loro lavori, se non quando da altre nazioni venga pregiata qualche loro moneta oltre l’intrinseco.
§ XIX. Del bilancio del commercio.
Varj sono gli autori che hanno scritto sul bilancio del commercio e sul modo di calcolare se la ricchezza nazionale s’accresca ovvero diminuisca. Comunemente chiamasi bilancio del commercio l’eccesso della esportazione paragonato colla importazione e viceversa; modo d’esprimersi il quale, siccome alcuno ha giudiziosamente osservato, realmente non è nè preciso nè esatto. Le importazioni e le esportazioni debbono sempre pareggiarsi presso di ogni nazione, e il valore di tutte le merci entrate necessariamente debbe uguagliare il valore di tutte le merci uscite dopo un certo periodo. L’intelligenza di questa verità sarà facile ricordandosi che il denaro è una merce e che i debiti si pagano. Adunque fra queste merci importate o estratte si annovera anche la merce universale; e siccome abbiam veduto che l’accrescimento della massa circolante del denaro moltiplica i contratti ed in conseguenza l’annua riproduzione, così la diminuzione del denaro medesimo debbe portare un deperimento alla riproduzione annua. In seguito a ciò ne viene che quella nazione, la quale pareggia le importazioni delle merci particolari colla merce universale anderà scapitando, ed in vece se pareggerà l’esportazione delle merci particolari coll’importazione della merce universale, anderà acquistando. Col nome di bilancio s’intende il paragone fra due quantità, cioè fra il total valore delle importazioni e il total valore delle esportazioni, operazione che sarebbe sempre incerta e arbitraria qualora si scostasse dai semplici principj aritmetici. Nè può sperarsi giammai di bilanciare uno Stato colla esattezza medesima e col metodo che convengono ad una privata famiglia. Il bilancio d’una famiglia si fa paragonando quello ch’ella possedeva, scomputati i debiti, con quello che possede, scomputati pure i debiti; ma in uno Stato tutte le merci universali e particolari esistenti e i debiti da pagarsi agli esteri ognun vede che non sono una quantità che l’arte umana possa calcolare. Precisamente parlando il bilancio del commercio in questo senso non può farsi; ma col nome improprio di bilancio del commercio si cerca di scoprire questo fatto: se la nazione s’incammini al bene, ovvero al male; e si è creduto industriosamente di ritrovare la risposta a un tal quesito, confrontando le merci particolari introdotte colle merce particolari trasmesse, sicchè ridotta sì una partita che l’altra al suo verisimile valore, la differenza che in fine risulta fra queste due quantità si considera come la quantità del denaro che debbe essersi accresciuto e diminuito nello Stato.
Dal paragone fralle merci particolari uscite in confronto delle merci particolari entrate può uno Stato sapere se il valore delle merci che ha vendute agli esteri sia maggiore, minore o eguale al valore delle merci che da essi ha comprate. Questa notizia palesa se uno Stato cammini alla prosperità, ovvero alla decadenza. Quello Stato in cui l’annua consumazione è stata maggiore della riproduzione annua è nel caso d’aver diminuito realmente la propria ricchezza, e può dirsi di lui quello che dicesi di una famiglia quando oltre l’annua rendita spende parte del capitale.
Se ai registri delle dogane si scrivessero esattamente tutte le merci d’importazione ed esportazione, dallo spoglio di questi si potrebbe conoscere qual relazione abbia il valore dell’annua importazione in confronto dell’annua esportazione; ma in molti Stati ciò non accade, e varj capi di commercio, o di frutti immediati delle terre o di manifatture non si scrivono in questi registri, perchè esenti dal tributo. Quantunque poi tutte le merci particolari venissero descritte, la merce universale non può esservi registrata, ed essa può uscire o entrare in uno Stato, o per impiegarsi dalla nazione su i banchi esteri o dagli esteri su i banchi nazionali, e così vicendevolmente per comprare fondi, il che quantunque non sia nè una porzione dell’annua riproduzione, nè dell’annuo consumo, può influire ad accelerare o render più lenta la interna circolazione per i principj che si sono veduti; conseguentemente sarebbe una nozione necessaria ad aversi per calcolare con giustezza l’incremento o la diminuzione della riproduzione annua nazionale. Lo spoglio dei libri delle dogane adunque non basta per certificare questa importante cognizione.
Se però questo spoglio non ci somministra tanto, è non ostante sempre utilissimo il farlo. Vi vuole della chiarezza d’idee per immaginare un metodo per cui procedere giustificatamente in un conteggio formato da sì gran numero di elementi, e dividere ogni merce in classi, e tassarne ciascuna al suo verisimile prezzo. Ho detto che vi vuole chiarezza d’idee per immaginare un metodo giustificato con cui procedere, e abbracciare coll’aritmetica tanti oggetti; poiché ogni conteggio che mancasse di giustificazione, ed in cui le somme asserite non fossero l’apice emanato per anelli collegati che partono dai primi elementi; un conteggio che esiga credenza sulla mera asserzione, e mancante di prove, sarebbe una operazione sulla quale non vi sarebbe da appoggiare verun ragionamento, come ognun vede. Sarebbe questo spoglio certamente più interessante, se potesse da ciò conoscersi non solo le somme delle merci particolari trasmesse e ricevute, ma altresì gli Stati ai quali e dai quali si sono inviate e introdotte; ma per fare questa operazione aritmetica in modo provante, vi vuole troppo tempo e dispendio, e il fine e l’utile che se ne può ottenere da questa divisione è assai minore e più incerto di quello che appare. Tutte le merci non si ricevono immediatamente dalla loro originaria patria, e si annunziano ai libri delle dogane come provenienti dalla città donde si sono staccate, dal che ne viene un infallibile errore nel registro. Tutte le merci che si trasportano nate e cresciute entro dello Stato non s’indrizzano sempre immediatamente al termine a cui debbon giungere e dove si consumeranno; altra sorgente d’errore, perchè dai registri delle dogane si troveranno poste a debito d’un paese per dove non fanno che transitare. La terza sorgente d’errori nasce dalla imperizia de’ vetturali e condottieri, dai quali poca esattezza si può sperare, e la loro sola notificazione è quella che si scrive ai libri delle dogane. Queste tre inevitabili e vaste sorgenti d’errori debbono scorrere sopra una simile operazione; e poichè si avrà il prospetto imperfettissimo dei rapporti che una nazione ha con ciascuna delle nazioni comunicanti con lei, di quale utilità sarà una simile divisione? Di nessuna precisamente; perchè laddove ci crediamo d’essere creditori, una tratta d’un banchiere ci può aver fatti debitori, e viceversa. Che se per ottenere una apparente organica distinzione si sia omesso l’essenziale, cioè la vera organizzazione aritmetica che assicuri la verità delle somme col richiamare agli elementi, si sarà fatto un cattivo cambio, perchè si sarà abbandonata la realità per l’apparenza. Uno Stato è una vasta famiglia; preme il sapere esattamente in fin d’anno s’ella migliori o scapiti; quai sieno gli articoli su i quali s’impoverisce; quali sieno quelli su i quali si rinforza; il nome de’ creditori e de’ debitori suoi è assai indifferente, e la patria originaria delle merci presso a poco si sa. Io credo adunque che lo spoglio de’ libri delle dogane debba farsi colla distinzione di ogni merce, col prezzo di ciascuna, e coll’unica divisione mercantile dare ed avere, ma che si faccia, lo ripeto, con un conteggio non arbitrario, ma giustificabile in ogni asserzione. Una carta fatta su questi principj rende avvertito un abile politico dello stato verisimile in cui trovasi l’industria della nazione, e questo solo prospetto può indicargli qual sia il ramo che meriti più pronto soccorso, quale prenda incremento e vigore, a qual classe di uomini debba preferibilmente portare ajuto o nella agricoltura o nella man d’opera, acciocchè si mantengano nella nazione vigorosi più che si può tutt’i rami dell’annua riproduzione. Mancando di un simile prospetto non si saprebbe dove più rivolgersi se a una o all’altra classe del popolo, e potrebbe essere diminuita sensibilmente una parte d’industria nazionale prima che se ne avvedessero i magistrati.
Senza di questo annuo prospetto non si potrebbe nemmeno prevedere con qualche fondamento di quanta importanza sia per l’erario pubblico la diminuzione del tributo su qualche merce particolare, e in conseguenza o si dovrebbe azzardar sempre, tutte le volte che si ponesse mano a questo tributo, o non si dovrebbero mai secondare gl’interessi dell’annua riproduzione, i quali col mutarsi delle circostanze possono esigere delle parziali variazioni nel tributo sulle merci. Sebbene dunque lo spoglio de’ libri delle dogane sia un’operazione che convien fare, da questa operazione però non si può esattamente dedurre se aumenti o scemi l’annua riproduzione di quell’anno; poiché quand’anche le merci particolari trasmesse sieno d’un valor minore delle merci particolari ricevute, potrebbe essersi introdotta nella nazione maggior merce universale di quella che uscì, e così riceverebbe un nuovo stimolo ad accrescere la circolazione e la riproduzione annua l’industria nazionale.
§ XX. Del cambio.
II corso de’ cambi è un altro mezzo a cui da taluni si ricorre per conoscere lo stato dell’annua riproduzione. A formare una idea in una materia resa oscura e dal linguaggio particolare dell’arte e dal minuto dettaglio col quale taluni ne han trattato, basti riflettere che i debiti che i negozianti nazionali hanno co’ negozianti esteri facilmente si bilanciano fino a tanto che il debito di altrettanti negozianti esteri verso dei nazionali giunga a pareggiarne il valore; poiché il negoziante nazionale cede il suo debitore al suo creditore senz’alcun trasporto di denaro fra la nazione e gli esteri. Ma se computati i crediti e debiti verso i forastieri la nazione resterà tuttora debitrice, sarà pur forza che si pareggino le due partite d’importazione ed esportazione, e la nazione dovrà trasmettere il denaro al di fuori, e questo trasporto porta pericolo e spesa. In questo caso adunque un nazionale che voglia far pagare una somma agli esteri dovrà portare il peso della spesa del trasporto; e se vorrà darsi commissione ad un negoziante perchè faccia questo pagamento, converrà pagare al negoziante medesimo la spesa del trasporto che dovrà successivamente fare; così chi vorrà una lettera di cambio per un paese estero, allora dovrà pagare più della somma che sarà sborsata nel paese estero. In questo caso il cambio perde.
Facciasi una supposizione, all’opposto, che scontati tutt’i debiti resti tuttavia creditrice la nazione cogli esteri: allora essendo a carico degli esteri le spese per il trasporto del denaro, ne avverrà che per risparmiare questa spesa e pericolo, che sono sempre a peso del debitore, l’estero si contenterà di pagare sul luogo qualche cosa al più di quello che deve; e così per avere una lettera di cambio da pagarsi dagli esteri si spenderà qualche cosa meno di quello che dagli esteri sarà effettivamente pagato, e allora si dice che il cambio guadagna.
Se in una nazione potesse uniformemente trovarsi il cambio o in guadagno o in perdita, cioè, per servirmi del linguaggio dell’arte, se il cambio fosse costantemente e universalmente in un anno sotto della pari, ovvero sopra la pari, allora se ne potrebbe cavare argomento fondato sull’annua riproduzione. Ma questo è un caso immaginario, e in realtà i cambj con una nazione guadagnano, e perdono coll’altra, ed ogni giorno sono mutabili; dal che ne siegue che incertissimo sia l’argomento che si potrebbe cavare da esso. Si rifletta che qualora i negozianti cercano di trasmettere in un paese estero de’ capitali, o per fare a tempo le provvisioni o per altre loro speculazioni, il cambio della nazione con quella piazza guadagnerà, e l’annua riproduzione perciò non sarà accresciuta, anzi potrebbe essere diminuita. Sempre dunque è equivoco l’argomento tratto dal corso dei cambj.
§ XXI. Della popolazione.
Il mezzo più sicuro per conoscere l’aumento dell’annua riproduzione in uno Stato si è l’accrescimento della popolazione. La specie umana come tutte le altre per organizzazione medesima tende a perpetuarsi ed a moltiplicare. Talvolta i distruttori fenomeni della fisica, le inondazioni, i terremoti, i vulcani annientano le popolazioni. La corrispondenza dello stato sociale tra nazione e nazione comunica le malattie contagiose e le guerre; l’attività medesima dell’industria cagiona la perdita dei naufragati o periti per malattie, nelle lunghe navigazioni, e nelle viscere della terra, respirando l’aria nociva delle miniere. Ma nel corso ordinario delle cose, la natura umana tende a moltiplicare prodigiosamente; il che è stato posto in chiara luce da chi ha trattata profondamente questa materia. In ogni Stato adunque dove la popolazione o non s’aumenti o lentamente s’aumenti, e non colla proporzione della naturale fecondità, convien dire che siavi tanto difetto di politica, quanta è la distanza da quello che è, a quello che dovrebb’essere: ammeno che, come dissi, non siavi qualche manifesta cagione straordinaria a cui attribuire quella porzione di sterilità. L’abitudine tiene talmente attaccato l’uomo e affezionato al suolo su cui nacque, che vi vogliono dei mali pesanti prima ch’ei sia spinto ad abbandonarlo, e la condizione delle nozze è tanto seducente, che ammeno che non siavi l’impossibilità di supplirne ai bisogni, ogni cittadino vi viene guidato dalla medesima natura.
Ognuno facilmente comprende che la forza d’uno Stato deve misurarsi dal numero degli uomini che vi campano ben nodriti, e che quanto più uno Stato è popolato, tanto maggiori debbono essere le interne consumazioni; quanto maggiori son queste, tanto debb’essere animata l’annua riproduzione; conseguentemente dall’accrescimento o diminuzione del popolo si conoscerà l’accrescimento o la diminuzione della riproduzione annua; anzi essendo questa moltiplicazione una prova degli agi e della sicurezza che trovano gli uomini nello Stato, essendo gli uni e l’altra sempre inseparabili nelle società incivilite dall’industria animata e dalla rapida circolazione, ne verrà, dico, in conseguenza che dall’accrescimento del popolo si conosca l’accrescimento dell’annua riproduzione, la quale più che la semplice esportazione annua è la misura della forza e prosperità dello Stato.
La misura della forza d’uno Stato o della prosperità di esso non è sempre l’accrescimento del travaglio, come è sembrato ad alcuni, poichè la riproduzione non è sempre proporzionata al travaglio; anzi in una nazione dove gli stromenti dell’agricoltura e delle arti fossero meno perfetti e più grossolani, ivi il travaglio sarebbe maggiore, ma non perciò sarebbe accresciuta la riproduzione o la ricchezza. Il problema dell’Economia politica si è accrescere al possibile l’annua riproduzione col minor possibile travaglio, ossia data la quantità di riproduzione ottenerla col minimo travaglio; data la quantità del travaglio ottenere la massima riproduzione; accrescere quanto più si può il travaglio e cavarne il massimo effetto di riproduzione. Dico poi che l’esportazione annua è una misura equivoca della forza e felicità d’uno Stato; perchè si potrebbe acquistare nuovo popolo che dapprincipio colle sue consumazioni diminuisse l’esportazione annua; per lo che sarebbe possibile che si accrescesse il numero di nazionali, e si scemasse per qualche anno appunto perciò l’esportazione. È bensì vero che non sarebbe questo un acquisto di soda ricchezza nello Stato, se i nuovi consumatori non contribuissero ben presto alla riproduzione annua ed in seguito cooperassero ad accrescere l’esportazione. Potrebb’anco accadere l’opposto, cioè che per qualche accidente scematosi il popolo, per alcun tempo si accrescesse l’annua esportazione. La sola esportazione adunque non è una norma sempre sicura dello stato dell’annua riproduzione.
§ XXII. Della locale distribuzione degli uomini.
Ma questa popolazione è egli meglio che sia diradata sopra un vasto paese, ovvero fitta e ristretta a uno spazio più angusto? Rispondo che se una popolazione sarà troppo diffusa e diradata sopra una gran superficie, il commercio interno sarà il minimo possibile, perchè quanto maggiore sarà la distanza da villaggio a villaggio e da città a città, tanto più sarà difficile la comunicazione dei contratti; conseguentemente non vi sarà circolazione e non si farà commercio se non ne’ casi passaggieri, ne’ quali vi sia differenza di prezzo da luogo a luogo assai sensibile; e ridotti così gli uomini distanti e isolati, l’industria non potrà animarsi e l’annua riproduzione si limiterà poco più che a soddisfare ai bisogni di prima necessità. Se per lo contrario la popolazione sarà ristretta sopra uno spazio di terra troppo angusto, la circolazione sarà rapidissima e la riproduzione annua sarà somma; ma non bastando la terra a somministrare una riproduzione annua di derrate corrispondente all’annuo consumo, dovrà questo popolo rivolgere la sua industria principalmente sulle manifatture, il valor delle quali dipendendo dalla opinione degli uomini, arbitraria e variabile colle circostanze, sarà sempre più incerto e precario del valore delle derrate del suolo, che servono d’alimento alla vita. Questa popolazione adunque condensata avrà una somma riproduzione annua, ma di ricchezze meno sicure a fronte di bisogni fisici e naturali. Spinta da sommi bisogni a somma attività una popolazione, posta in tali circostanze, può abbracciare e condurre a fine le intraprese le più ardite; ma se un momento si rallenta la sua industria e la rapida circolazione; se le leggi e i costumi cessano di governarla, muterà aspetto velocemente ogni cosa e resteranno quei soli abitanti, la consumazione de’ quali corrisponda alla produzione annua del suolo.
Tra questi due estremi deve trovarsi uno Stato per essere in prosperità, cioè non occupare tanta terra che allontani gli uomini dal comunicarsi facilmente e non restringersi in guisa di dover cercare l’alimento al di fuori.
Le città sono in una provincia quel che le piazze di mercato sono in una città. Sono il punto di riunione, ove i venditori e i compratori s’incontrano. La capitale poi è alle città quello che esse sono alla provincia.
Si può domandare se l’utile della nazione esiga che nelle città e singolarmente nella capitale si ammucchi in gran massa la popolazione, ovvero se convenga anzi procurare che ciò non succeda, e cresca a preferenza la popolazione della campagna.
La mortalità è maggiore nelle città che nelle campagne, perchè nelle città più popolate v’è più intemperanza e l’aria è meno salubre. A ciò si aggiunge la riflessione assai naturale ed è che il contadino evidentemente contribuisce all’annua riproduzione assai più di quel che non faccia una parte degli abitanti della città. Pare adunque che sia più utile l’accrescimento de’ coltivatori a preferenza dei cittadini.
Ma riflettasi al principio detto poc’anzi, cioè che quanto più gli uomini son condensati, tanto maggior fermento riceve l’industria da una rapidissima circolazione. Le città, e singolarmente le grandi e molto popolate, sono il centro di riunione da cui escono le spinte all’industria della campagna, la quale nelle terre non può riscuotersi da sè medesima, perchè pochi sono i bisogni e poca la circolazione fra gli uomini. Una gran massa di uomini ammucchiata deve diffondere nella sfera delle terre che l’attorniano l’attività per ritraerne le proprie consumazioni. I comodi della vita nelle popolose città impiegano un gran numero d’artefici; si raffinano le arti, si riducono a perfezione le più difficili manifatture. Che se la popolazione medesima si distribuisse per la campagna e nessuna città molto popolata vi fosse, non v’ha dubbio che la circolazione e l’industria sarebbero minori, e conseguentemente minore l’annua riproduzione. Ognuno sa che maggiori spese si fanno nelle città, di quelle che si facciano vivendo nella campagna, e sa ognuno, e lo prova, che vivendo nelle città più grandi maggior numero di compre dovrà fare che non nelle città piccole. Dunque la popolazione medesima diradata avrà minore circolazione assai, condensata ne avrà assai maggiore, e la riproduzione annua crescendo col numero delle compre, cioè coll’accrescersi della circolazione, la riproduzione annua, dico, sarà maggiore quanto più vi saranno in uno Stato città popolatissime.
Certamente esser vi debbe una propozione in ogni Stato fra i cittadini e il popolo della campagna. In uno Stato militare, e che abbia da temere o invasione dei nemici o che mediti conquiste, si dovrà render più difficile la vita nella città, che nella campagna, per moltiplicare a preferenza i coltivatori, essendo essi gli uomini meglio educati per le armate, ed essendo più difficile all’invasore l’impadronirsi e conservare la dominazione sopra di un popolo quanto egli è più diradato. Un milione d’uomini ammassato in una città è assoggettato tosto che l’inimico posseda alcune batterie che la dominino, lo stesso numero diradato nè si conquista, nè si custodisce sì agevolmente. I Parti, gli Sciti, gli Arabi, i Tartari, la storia tutta ne fanno fede. Ma in una nazione che abbia poco a temere d’essere invasa e che non aspiri a conquiste non sarà di nocumento l’aver molto popolo nelle città, essendo che queste portano in conseguenza una coltivazione delle terre sempre proporzionata alla consumazione, tosto che lo Stato le abbia naturalmente fecondabili.
Un filo d’erba la più comune, mietuto sul prato è un pezzo di materia inerte sinchè resta isolato, ovvero raccolto in piccole masse; ma se si ammucchi un voluminoso acervo di quest’erbe recise vedrassi nascere la fermentazione, schiudersi un calore, propagarsi un moto in tutta la massa, la quale giungerà ad accendersi, ad avvampare illuminando l’orizzonte. Ogni grappolo di vite, qualora sia da sè o con pochi altri simili, si scioglie in una materia fecciosa, ma compressi in gran copia in un recipiente, l’urto vicendevole delle infinite volatili particelle agita la massa tutta, e in lei ovunque propaga l’effervescenza, e ne stilla un liquore che spande nell’atmosfera fragranti atomi riscuotenti, e nelle vene di chi ne gusta vita e gioventù. Tale è la pittura dell’uman genere, l’uomo isolato è timido, selvaggio e inetto; diradato ch’ei sia o unito a pochi, poco o nulla sa fare; ma una unione di moltissimi uomini ammucchiati, condensati e ristretti in piccolo spazio si anima, e fermenta, e perfeziona, e spande tutto all’intorno l’attività, la riproduzione e la vita.
§ XXIII. Errori che possono commettersi nel calcolo della popolazione.
Ritornando al soggetto principale, l’accrescimento della popolazione si è dunque il solo sicuro indice dell’accrescimento dell’annua riproduzione, come si è veduto al paragrafo XXI. Ma per verificare bene questo fatto conviene usare di alcuni riguardi. Talvolta può parere accresciuta la popolazione o scemata in uno Stato unicamente perchè sia accresciuta o scemata l’attenzione, colla quale si son fatte le ricerche. I registri degli ecclesiastici sogliono essere i più fedeli; ma se questi si paragoneranno con altri registri meno esatti, la differenza dei due termini non proverà lo stato della popolazione. Conviene ne’ casi pratici non dimenticare questi riguardi sebben minuti, poichè per cavare una conseguenza sulla popolazione bisogna che la fedeltà e l’esattezza dei diversi anni che si paragonano sia verisimilmente eguale.
Di ogni nazione sarebbe facile il provare qualunque delle due tesi, o che la popolazione sia scemata o che sia accresciuta, quando si scelga un anno indistintamente fra i precedenti. Dopo una pestilenza, dopo i disastri d’una guerra facilmente uno Stato era più spopolato di quello che oggi non lo sia, quantunque la popolazione attualmente deperisca. In simili calcoli due soli estremi non bastano, ma conviene avere una serie di più anni immediatamente precedenti. In una serie di 6 o 8 anni consecutivi si conosce qual moto prenda la popolazione, e formando una media proporzione di più anni si conosce realmente se l’ultimo Stato sia maggiore o minore di quella, dal che può cavarsene una conseguenza la più giusta e provata di qualunque altra per conoscere se l’annua riproduzione e la prosperità pubblica accrescano o diminuiscano.
Si sono fatte delle ricerche curiose e talvolta utili in questo secolo sulla popolazione degli Stati. Egli è vero però che tanto la fisica posizione, quanto le leggi di ciascun popolo talmente variano le proporzioni fralle classi degli uomini, che non può cavarsene molta probabilità coll’analogia. La quantità degli ecclesiastici varia assai da nazione a nazione, le nozze o il celibato prevalgono secondo le leggi diverse e i diversi costumi de’ popoli, così la proporzione de’ sessi è variabile come hanno provato illustri scrittori. Questi oggetti dobbiamo aver presenti per innalzarci alla somma arte di dubitare, e per cercare la verità amandola e rispettandola. Chi stabilisce una proporzione fra i celibi e gli ammogliati, fra gli ecclesiastici e i laici, fra gli uomini e le donne si troverebbe in errore o a Roma o a Londra.
Paragonando la popolazione d’uno Stato coll’altro conviene dividere il numero degli abitanti sullo spazio intero della nazione, e si vedrà quanti abitanti contenga ogni miglio quadrato: questo è il metodo per conoscere quale de’ due Stati a proporzione contenga maggior popolazione. Ma per non cadere in errore bisogna aver quattro dati ben conosciuti e sicuri. Supposto che vogliasi paragonare la popolazione della Francia colla popolazione della Gran Bretagna, debbono sapersi con esattezza i quattro seguenti fatti. Primo la popolazione esatta della Francia. Secondo l’esatta estensione di quel regno. Terzo l’esatta popolazione d’Inghilterra. Quarto l’esatta superficie di quell’isola. Uno solo di questi fatti che sia equivoco, sarà erroneo il calcolo.
Troppo sarei per dilungarmi se volessi prevenire gli errori possibili a commettersi in sì fatti calcoli politici. In ogni Stato vi sono i verdi e i cerulei, vi sono gli uomini che traggono utilità dal pubblico disordine, l’interesse de’ quali è di abellire il tempo presente, screditare le querele de’ popoli e distogliere il sovrano dal rimediarvi; vi sono parimenti gli uomini negletti e ambiziosi che cercano d’ingrandire i mali pubblici per invidia verso chi ha i pubblici impieghi. Questi calcoli conviene che sieno diretti da chi ami imparzialmente la verità e non ami più un’opinione di un’altra.
§ XXIV. Divisione del popolo in classi.
Gli uomini che compongono una nazione io li considero divisi in tre classi, riproduttori, mediatori, consumatori. Lascio di parlare della classe separata de’ direttori, tali sono quei che rappresentano la maestà del sovrano, i tribunali, i giudici, i soldati, i ministri della religione ec., classe d’uomini destinati a dirigere le azioni altrui e a proteggerle, perchè gli ufficj loro non cadono immediatamente nella sfera degli oggetti che esamina la Economia politica. Riproduttori adunque sono quegli uomini, i quali o cooperando colla vegetazione della terra o nell’arti e mestieri, modificando le produzioni della natura creano, per dir così, un valor nuovo, la somma totale di cui chiamasi annua riproduzione. Mediatori sono quella classi di uomini, i quali s’interpongono fra il riproduttore e il consumatore, procurano al primo un facile sfogo della merce particolare riprodotta dalla sua industria, e presentano un pronto acquisto di altrettanta porzione corrispondente di merce universale; offrono al secondo la merce particolare procurandogli il comodo di fare rapidamente la scelta fra molte qualità radunate della medesima specie. Questi mediatori sono tutti i mercanti, tutti quegli uomini che comprano per rivendere, tutti gli uomini impiegati ne’ trasporti, persone tutte le quali sono il veicolo che accosta il consumatore al riproduttore, e conseguentemente colla loro opera facilitano la circolazione. La terza classe de’ consumatori s’intende facilmente comprendere coloro i quali nessuna industria ripongono del proprio nella massa comune della società, e in ciò consiste il carattere distintivo di essi.
Queste tre classi che sono le primigenie, non sono però di lor natura incompatibili; che anzi ogni venditore debb’essere compratore, siccome abbiam veduto al paragrafo V, così ogni riproduttore debb’essere consumatore per necessità di tutta la porzione destinata alla sua sussistenza; lo stesso dico del mediatore. Il consumatore sembra a primo aspetto un peso inutile dello Stato, essendo che se dalla nazione uscisse tutta la massa dei meri consumatori altro effetto pare che non potrebbe accadere se non di vedersi accresciuta l’annua esportazione di tanto quanto corrisponde alla consumazione interna diminuita, dal che ne verrebbe l’utile allo Stato di aver accresciuta la massa circolante.
Ma in politica bisogna diffidarsi delle conseguenze che si deducono al primo aspetto degli oggetti. I consumatori sono in gran parte proprietarj dei fondi; la loro vita svogliata e passiva è in continuo bisogno d’essere sollecitata colla soddisfazione di variati piaceri. Sono in un bisogno perenne di aver denaro, debbono adunque indirettamente cooperare all’annua riproduzione delle terre; debbono raffinare e immaginare i metodi per accrescere l’annua riproduzione dei fondi; debbono servire d’uno sprone continuo al coltivatore, mancando il quale languirebbe di molto l’agricoltura. La spensieratezza, la profusione del proprietario delle terre, sebbene in alcuni casi particolari siano di danno, comunemente però sono un ajuto all’annua riproduzione.
Sarebbe un’idea di perfezione platonica il pretendere che nello Stato non vi fossero meri consumatori. Le ricchezze legittimamente acquistate hanno da essere salve al possessore; se questo debb’essere, è anche necessario che vi sieno uomini ai quali non si possa interdire il far nulla. Questo ceto non obbligato a pensare al vitto ed ai comodi che di già possede sarà il seminario da cui si avranno i giovani meglio educati per essere magistrati, uomini di lettere, capitani: giovani ai quali non mancarono i mezzi per essere educati, ed ai quali non è necessario di contribuire per il servigio pubblico quel prezzo che si dovrebbe a chi non avesse che il solo stipendio per campare.
Sono gravosi allo Stato i consumatori che non possedono o vivono accattando o con importunità o con altri artifizj il vitto. Essi sono un vero sopraccarico di tributo sugli altri cittadini operosi, nè altro effetto producono se non appunto quello di sminuire l’annua esportazione. Il legislatore procurerà sempre di scemarne il numero. Io non entrerò in una odiosa enumerazione di quelle classi di uomini che si trovano in questo caso. Contento di accennare le viste generali degli oggetti che tratto, lascerò ad altri la cura di adattarle ai casi pratici. Basti ricordare quello che giudiziosamente osservò un illuminato scrittore; cioè che non tutti i vizj politici sono vizj morali, nè tutti i vizj morali sono vizj politici.
Le tre classi degli uomini delle quali si è parlato si proporzionerebbero nello Stato, se le leggi e le opinioni introdotte non impedissero il libero corso alla natura delle cose; poiché i mediatori debbono per forza circoscriversi col numero dei contratti: cioè colla quantità della riproduzione e della consumazione. I riproduttori accrescerebbero naturalmente sin tanto che giungessero ad equilibrare la consumazione, e così tutto sarebbe livellato con sicurezza dal risultato universale dei bisogni; ma laddove o si limiti il numero de’ mediatori con ridurli a ceto e a corpo separato, di che si è detto di sopra, ovvero si accresca un ceto di consumatori che non possedono, questa benefica livellazione e corrispondenza viene alterata; e un abile ministro indirettamente tenderà sempre a infievolire queste instituzioni dell’arte, rimettendo le cose più che si può nelle mani della sagace e benefica natura.
La classe de’ consumatori possessori delle terre è bene che si moltiplichi quanto è possibile, essendo che, come si disse al paragrafo VI, una vasta estensione di terra che sia in proprietà d’un uomo solo, sarà sempre meno feconda di quello che lo sarebbe divisa in più: poichè maggior cura e studio vi porrà ad accrescere la riproduzione della terra un proprietario che ne debba far valere una mediocre porzione, di quello che vi porrà un ricco proprietario di vasti fondi, il quale oltre all’avere minore stimolo, nemmeno potrebbe mirar tutto egualmente con attenzione, di che si è già detto. Aggiungasi che quanto più sono i proprietarj delle terre, in tanto maggiori mani saran le derrate, e così sarà accresciuto il numero de’ venditori a profitto della pubblica abbondanza. I mezzi che a tal fine adoprerà un accorto legislatore saranno i medesimi, dei quali ho ragionato parlando di quegli Stati che soffrono il male di aver le fortune troppo disugualmente distribuite. Un’altra osservazione si può fare a tal proposito, ed è che a misura che s’accresceranno i terrieri, maggiore sarà il numero degli uomini interessati nella conservazione dello Stato; essendo che i possessori dei fondi stabili sono i veri indigeni e i cittadini più attaccati al suolo, essendo essi e per l’abitudine che hanno comune con tutti gli altri, e più per la conservazione delle loro ricchezze e del loro Stato, beni che il mediatore facilmente ritrova anche mutando paese.
Uomo benefico, uomo illuminato che hai esaminati e conosciuti i sacri diritti dell’uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza e ricchezza. No, non degrado l’uomo alla servil condizione d’un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunziare con frutto gli augusti primitivi diritti d’un Essere intelligente e sensibile che associandosi non può averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi deboli, sparsi e avvezzi alla meditazione onorano! Sappi che a stento raffreno scrivendo gl’impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di promovere il bene degli uomini non col linguaggio del sentimento, ma coll’analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il bene, mostrare la coincidenza degl’interessi comuni. Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di chi posto in privata condizione s’erge a tuonare sull’abuso della forza e vorrebbe far arrossire gli uomini in carica de’ loro vizj e de’ loro errori. Se per ciò l’umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe quel sentiero: ma la misera condizione degli uomini è tale che più si ottiene generalmente solleticando l’interesse personale, che non si fa interessando la gloria, a cui rare sono le anime che si innalzino.
§ XXV. Delle colonie e delle conquiste.
Se è vero che la forza d’uno Stato e che l’annua riproduzione si misurino e vadano del pari colla popolazione, che dovrem mai pensare delle colonie che si trasmettono a popolar regioni lontane per assicurare la conquista? Per una nazione la di cui forza principale debba consistere sul mare, le colonie remote possono supplire al danno che cagionano della spopolazione, servendo a mantenere un’incessante navigazione anche in mezzo alla pace, e la metropoli rivendendo le produzioni delle sue colonie potrà dare tanta spinta all’industria e accrescere di tanto la circolazione, che in breve si ricuperi egual numero di popolo al perduto. Ma nelle nazioni, nelle quali le forze naturali debbono essere terrestri, perchè posson essere terrestri le forze di chi tentasse sopra di esse un’invasione, nelle nazioni nelle quali la terra non sia per anco popolata a quel segno, a cui può naturalmente giungere, a me sembra che le colonie cagionino un male colla loro originaria spopolazione, e un secondo male perenne coll’obbligo di mantenere troppe forze marittime. Mi pare che non dovrebbe mai uno Stato cercare di rendersi formidabile in regioni rimote, sintanto che non sia formidabilissimo su quella porzione di globo ove giace. Poiché quanto più stendesi la dominazione al di fuori, tanto di forza sottraesi alla difesa interna. Dopo due o tre generazioni le colonie perdono l’affezione all’antica loro patria, e se non si rinnovellano con sacrificj continui di popolazione v’è pericolo che degenerino in fredde alleate di poca utilità, e che impazienti della dipendenza talora diventino nemiche ai loro antichi cittadini.
Le conquiste rimote portano i mali medesimi delle colonie; e se nelle conquiste anche contigue agli Stati non si acquistano più uomini che terra, nasceranno i mali di dover di più diradare la popolazione e render gli uomini più isolati, il che si è già veduto quanto rallenti la circolazione e diminuisca in conseguenza l’annua riproduzione.
§ XXVI. Come si animi l’industria avvicinando l’uomo all’uomo.
Per animare gli Stati soverchiamente vasti e mancanti di popolo bisognerebbe poterli concentrare unicamente quanto basta per lasciar tra gli uomini lo spazio di terra capace di nutrirgli, e riponendo un deserto tra essi e i confinanti, comunicare cogli altri popoli per le sole vie dei mari e dei fiumi. In tal guisa nella nazione s’introdurrebbe il fermento e l’attività, si accelererebbe la moltiplicazione della riproduzione annua e del popolo, s’accrescerebbe l’esportazione, si acquisterebbe nuova copia di merce universale in premio dell’industria, e a proporzione sempre accelerandosi la circolazione e la riproduzione annua si vedrebbe la nazione grada-
tamente stendersi sulla pianura che aveva da principio lasciata deserta, sintanto che gli uomini giugnessero al contatto coi finitimi, e vi giugnessero nello stato di forza, d’industria somma e di somma coltura.
Non è male il ripeterlo: quanto l’uomo è più isolato e distante dagli altri suoi simili, tanto più s’accosta allo stato selvaggio; all’opposto tanto più s’accosta allo stato dell’industria e della coltura quanto è più vicino a un più gran numero d’uomini; e deve farsi ogni studio possibile per accostare l’uomo all’uomo, il villaggio al villaggio, la città alla città. Su questo proposito accade di osservare che più mezzi ha un governo per eseguire questo accostamento, e può farlo in effetto senza che gli uomini trasportino abitazione. Dovunque sieno tributi frapposti sul trasporto interno dello Stato, se il legislatore gli tolga, avrà effettivamente accostate le città, frammezzo alle quali cadeva il tributo; ma di questa materia parleremo più oltre. Dovunque sieno strade difficili al trasporto o pericolose per la sicurezza, se un buon governo le spiani e le renda agevoli e sicure, avrà accostate fra di loro tutte le terre e città che comunicano per quelle strade; essendo che le spese e il tempo del trasporto da luogo a luogo sono tanto maggiori quanto è maggiore la distanza, ovvero quanto è più scoscesa, difficile e pericolosa la strada che debbesi fare, e così viceversa. Tanto minor differenza di prezzo basta a cagionar il trasporto da luogo a luogo, quanto minore è la spesa e il tempo della condotta. Le strade adunque ben fatte debbono moltiplicare la circolazione interna dei contratti, e per le ragioni già dette accrescere l’annua riproduzione.
Conviene però in questa classe di opere pubbliche guardarsi dal lusso e limitarsi alla sola utilità; poichè le strade soverchiamente larghe e fatte più a pompa che per uso sono tante strisce di sterilità d’una nazione; ed è da osservarsi che il lusso sicuramente più dannoso d’ogni altro si è quello che impedisce una utile vegetazione sulle terre, e così i vasti giardini, le selve destinate unicamente alla pompa della caccia, gli sterminati viali e simili abusi della proprietà sono un genere di lusso che non ammette compenso; perchè il lusso di consumazione eccita una proporzionata annua riproduzione, ma questo lusso infecondo è una diretta esclusione alla riproduzione annua.
Per questo principio istesso la costruzione de’ canali navigabili gioverà sommamente ad accostare le rimote popolazioni; la sicurezza pubblica delle strade, la distribuzione comoda degli alberghi e simili altri mezzi in mano d’un provido governo rianimeranno la circolazione, l’industria e la riproduzione d’un popolo quantunque collocato con diradata ripartizione. Una potenza marittima di cui la bandiera sia rispettata può dirsi per questa ragione confinante con ciascun porto dell’universo.
§ XXVII. Dell’agricoltura.
Ogni spazio di terra è la materia prima dell’agricoltura, la qual produce ai popoli la ricchezza la più vera e la più indipendente d’ogni altra col variar delle opinioni. Ogni genere di agricoltura è utile allo Stato, perchè accresce l’annua riproduzione: ma quel genere di agricoltura sarà preferibile, che più accresce l’annua riproduzione. Pare che l’interesse del proprietario delle terre sia quello di ricavare dal suo fondo la maggiore annua riproduzione, per lo che al legislatore sembra che non convenga averne il pensiero riposandosi sulla vigilanza dell’interesse del proprietario. Con tutto ciò può darsi che gl’interessi dello Stato non coincidano talvolta cogl’interessi del proprietario. Questa verità si conosce riflettendo che l’interesse del proprietario si è non già d’accrescere l’annua riproduzione totale de’ suoi fondi, ma bensì di accrescere quella porzione di rendita che a lui spetta. Ciò posto facilmente vedrassi che la rendita del proprietario per due maniere si può accrescere, o coll’aumentazione della riproduzione annua o colla diminuzione del numero de’ giornalieri.
L’interesse del proprietario coincide con quello del legislatore sin tanto che si scelga il primo mezzo per accrescere la rendita; ma qualora si scelga il secondo, possono gl’interessi dello Stato e quelli del possessore essere in opposizione. Sempre le equazioni in Economia politica si fanno felicemente per addizione, e per sottrazione sempre con danno; sempre debbesi cercare la massima azione col massimo effetto. Suppongasi che un genere di coltura richieda l’opera di dieci agricoltori che vivono sul lavoro di un campo. Il proprietario potrebbe guadagnar più, sostituendovi un’altra coltura, la quale impiegasse due uomini soli, perchè potrebbe il risparmio di otto uomini di meno da mantenere essere una somma maggiore della differenza che passa tra la total produzione del primo, paragonata al secondo genere di coltura. È dunque un oggetto l’agricoltura, che anche nelle sue specie diverse debbesi aver sott’occhio dagli uomini destinati a vegliare sulla felicità pubblica. Prima regola adunque generale sarà: preferire quel genere d’agricoltura che più accresce l’annua totale riproduzione, e che impiega maggior numero di braccia.
Alcuni generi d’agricoltura possono accrescere l’annua riproduzione su quel terreno su cui si esercitano, e diminuire in proporzio ne assai maggiore l’annua riproduzione delle altre terre. Tale può essere la coltura che si fa per mezzo della irrigazione. Se i terreni paludosi vengano ridotti a coltura dando uno scolo alle acque, può accrescersi l’annua riproduzione nazionale; ma quando un fiume si dirami, e si suddivida sopra un vasto spazio di terra, vi sarà pericolo che le frequenti nebbie e le grandini frequenti non portino la devastazione alle altre campagne, e non rendasi l’aria insalubre a diminuzione del popolo. L’evaporazione dell’acqua non si fa in ragione della di lei quantità assoluta, ma della di lei superficie. La ragione e la sperienza c’insegnano che le piogge, le nebbie e le grandini sono assai più frequenti ne’ paesi che hanno molta irrigazione di quello che non lo sieno ne’ paesi più asciutti. Tutte le cose eguali, nelle pianure simili e similmente poste per rispetto alle vicine montagne, la quantità della pioggia che cade in ciascun anno, il numero e la furia de’ temporali è maggiore dove i fiumi sono sparsi e divisi per le moltiplicate irrigazioni. Nella Toscana vi sono come nella Lombardia i monti che circondano, eppure assai più grandini e piogge cadono nella Lombardia dove anco nel Milanese vi sono sicure osservazioni d’essersi anticipato in autunno il principio delle nebbie, ed essersi queste innalzate e distese in maggiore vicinanza delle colline col dilatarsi la irrigazione. Seconda regola generale: sarà sempre posponibile quel genere di coltura che deteriori le condizioni del clima.
Si può dare un genere di coltura, il quale accresca l’annua riproduzione senza scapito alcuno, ma che essendo uno sforzo della terra, dopo alcuni anni la renda sterile o di troppo difficile riproduzione. In questo caso pure gl’interessi della nazione sarebbero opposti a quelli del proprietario. Molti paesi, che la storia c’insegna essere stati fertilissimi, ora sono acervi d’infeconde sabbie. Forse la irrigazione per un lungo tratto di anni lambendo lo strato vegetabile della terra, con una insensibile azione scioglie i sali e le parti oleose che costituiscono la fecondità, e lascia coll’andare de’ secoli un fondo esaurito e morto, e mentre il suolo s’accosta a quest’estremo rendesi poi necessaria la irrigazione sopra di quel fondo che in origine avrebbe contribuito alla riproduzione anche da sè. L’interesse del proprietario non prevede o calcola questo deperimento perchè troppo remoto, e di cui egli non ne proverà le conseguenze; ma l’immortale politica spinge i suoi sguardi nell’avvenire, e insegna non esser utile allo Stato quella riproduzione, la quale deteriori la fecondità del suolo. Terza regola generale adunque sarà: preferire quel genere d’agricoltura per cui si conservi alla terra la sua attività.
Ognuno vede facilmente quanto sia preferibile per lo Stato il ricavar dalle terre prima d’ogni altra cosa l’immediato alimento, e quanto sia preferibile l’alimento di prima necessità a quello di piacere. Se una popolazione d’America metterà tutte le sue terre a coltivare lo zucchero, perchè nel total valore ne ritrae più di quello che sarebbe coltivando i grani, dico che quella nazione menerebbe una vita sempre dipendente e precaria dalle nazioni estere, e dovrebbe prima d’ogni cosa procurarsi nel proprio suolo l’alimento fisico immediatamente. Quarta regola generale adunque: preferire quel genere di coltura che soddisfaccia ai bisogni fisici, sintanto almeno che sieno largamente assicurati.
Altre osservazioni si possono fare sull’agricoltura, dalle quali dedurre altri precetti. Io credo che sia più utile allo Stato che la parte dominicale sia pagata dal fittuario al padrone del fondo, piuttosto in derrate che in moneta, perchè affine che il fittuario possa unire la somma da pagare debbe affrettarsi a vendere i prodotti della terra; e siccome presso ogni nazione vi sono i tempi legali per pagare i terreni allogati, così tutti ad un tempo s’accrescono i venditori, e facilmente nascono gl’incettatori, e si può far monipolio. Oltre di ciò, ristagna una parte sensibile di denaro frattanto, perchè il fittuario appoco appoco ammassa la somma da pagare, e così si sottrae una porzione della merce universale alla circolazione. Che se il padrone del fondo sarà pagato con tanti sacchi di grano, botti di vino, ec., non vi saranno questi inconvenienti. Riflettasi pure che l’eccesso dell’annuale riproduzione sulla consumazione interna sarà sempre più facilmente trasportato agli esteri, quanto meno voluminosa sarà la derrata e meno corruttibile; dal che si vede quali altre regole di agricoltura si possono aggiungere.
Ma quando io dico che questi oggetti son degni dell’attenzione del legislatore, e che un genere merita d’essere più promosso e un altro più ristretto, non intendo dire perciò, che io creda mai bene l’obbligare i proprietarj con leggi dirette o penali ad abbandonare o scegliere una coltura più che un’altra; nè qualora io accenno i mali che produce una irrigazione troppo estesa suggerisco perciò di obbligare ad altro genere di coltura quei terreni che più non ne sono suscettibili, o proscrivo perciò ogni uso di prati, o escludo questo genere dalla economia rurale. Dico che questo genere di coltura non è mai preferibile alla coltura de’ grani; ma dico nel tempo stesso che le leggi coercitive non possono mai produrre verun buon effetto, perchè limitando esse il dritto di proprietà per entro a troppo angusti confini tendono a intimidire gli uomini, a scoraggire l’industria, e diminuire la ricerca dei campi, e a portare la freddezza in ogni parte, dove anzi conviene lasciare vegetare la vita e schiudersi l’attività. Si otterrà stabilmente e con placidi mezzi che nello Stato si stenda più la coltura che più accresce la riproduzione, qualora indirettamente il legislatore inviti la coltura più utile, o aggravando meno di tributo quelle terre sulla quali si esercita, ovvero lasciando più svincolata la contrattazione delle derrate provenienti dalla coltura più utile, ovvero sollevando nelle gabelle all’uscita e circolazione quelle derrate, e in vece aggravandone le prodotte dalla meno utile coltura. Se i vincoli imposti alla contrattazione de’ grani spingessero una nazione a moltiplicare la irrigazione e la coltura dei caci, si potrebbe placidamente togliere questa spinta restituendo al commercio de’ grani la originaria libertà; poiché la ritrosa volontà dell’uomo vuol essere invitata senza scossa e guidata senza violenza, affinchè s’ottenga un bene costante e non compensato da un maggior male. Nelle nazioni illuminate gli uomini vanno direttamente, e obbliquamente vanno le leggi, ma quanto sono minori i lumi d’un popolo, tanto vanno più direttamente le leggi, e obbliquamente gli uomini.
I premj possono essere mezzi che talvolta ajutino l’industria anche nella agricoltura, e se ne contano esempj di qualche nazione; ma d’ordinario danno poca utilità reale. Primieramente v’è pericolo che questi vengano distribuiti più per ufficj che per attento esame, e non vi è cosa che avvilisca più il merito, quanto un’arbitraria distribuzione de’ premj. Secondariamente se il valore di questi sta nella ricchezza fisica, saranno un aggravio certo universale per un’incerta utilità parziale; se il valore non sarà ricchezza fisica diventerà un giuoco la distribuzione; e in una nazione vivace correrà gran rischio la cerimonia d’essere mancante di quella serietà che ecciti l’emulazione. Finalmente ogni coltura che non trovi il premio intrinseco del guadagno nella vendita, farà sempre una riproduzione efimera e di pochissima utilità. Io non dico che in alcun caso il premio proposto non possa essere di bene; dico soltanto che questi sono il vero lusso della legislazione, a cui non è permesso il pensare, sino a tanto ch’ella in ogni sua parte non sia esattamente modellata e conforme alla società per cui è fatta.
Si è detto che il legislatore cercherà adunque di promovere più una coltura che l’altra; e riducendo a una teoria sola qual coltura debbasi preferire, dirò: quella che più costantemente accresce il total valore dell’annua riproduzione. Un ministro politico non sarà mai di altro sollecito; e ottenuto che siasi il necessario fisico non si curerà se sia variata o no la coltura; se molte materie prime delle arti si producono; se cresca sul suolo quanto serve ai comodi della vita; poichè ciò si livella da sè; ogni cosa ricercata ha prezzo, e tanto maggiore quanto è il numero delle ricerche, e tosto che il proprietario del fondo non coltiva un dato genere, è segno che ne ritrae valor maggiore altrimenti, col quale potrà procurarsi dall’estero la materia prima che si cerca. L’idea di formare un compendio dell’universo entro i proprj confini non è mai ben augurata: accrescere l’annua riproduzione, spingerla quanto oltre si può, snodando, animando l’attività umana, questo è il fine solo a cui tende l’Economia politica.
§ XXVIII. Errori che possono commettersi nel calcolare i progressi dell’agricoltura.
Ho detto che la riproduzione si debbe spingere quanto oltre si può: non dico portarla al colmo, perchè la riproduzione annua, praticamente parlando non vi giunge mai. Il moto dell’industria è come ogni altro moto; per quanto ei sia rapido può sempre ricevere nuova spinta, che ne accresca la quantità. Esattamente parlando, so che si tratta di elementi finiti, ma il loro limite è tanto discosto dallo stato attuale di ogni nazione d’Europa, che può considerarsi come infinitamente distante. Risguardisi la sola agricoltura di cui trattiamo. Sintanto che in uno Stato vi saranno dei pezzi di terreno non ancora coltivati, che vi saranno dei fondi comunali, che vi saranno dei prati e pascoli, capaci d’una coltura che renda maggior valore per alimentare un più gran numero di uomini, si deve dire che ancora resti molto da fare per i progressi dell’agricoltura. Non vi è terra che coll’opera dell’uomo non si renda feconda. Di nessuna parte d’Europa può adunque dirsi che ivi l’agricoltura sia giunta al suo colmo. Converrebbe, acciocché questo fosse, che tutte le brughiere fossero ridotte a coltura e così tutt’i fondi comunali fossero coltivati dalla mano dell’uomo; che vi fossero prati e pascoli ma solo quanto è necessario per mantenere gli animali che cooperano all’agricoltura medesima e corrispondono alle consumazioni degli abitanti. Il numero degli animali eccedente questo limite e che si nudriscono per servire di materia prima alle manifatture sono una sensibile diminuzione del popolo, poiché quanto più numero di bestie alimenta uno Stato, tanto minor numero d’uomini può alimentare.
A provare che l’agricoltura fosse al colmo di uno Stato si credette che fosse un argomento l’avere ribassati gl’interessi de’ banchi pubblici ed essere stati ricercati i capitali da pochi. Dunque è segno, dicesi, che nell’agricoltura non vi sia più mezzo da fare impiego de’ capitali; dunque ella è giunta al colmo. Per conoscere la spiegazione d’un tal fenomeno basterà riflettere che gli utili che si potrebbero avere dall’agricoltura suppongono la massima libertà del commercio delle derrate; che vi vuole una energia non volgare per intraprendere d’accrescere il valore de’ fondi terrieri; che l’indolenza umana fa che si preferisca un utile minore ma agiato, a un maggiore che richiede inquietudine e occupazione; che dove l’attività non sia universalmente in fermento, pochi uomini osano slanciarsi sopra il livello comune. Se adunque non vi saranno comodi e sicuri impieghi di capitali a più alto interesse, la maggior parte de’ creditori pubblici si contenterà del ribasso e lascerà i suoi capitali su i banchi. Da questo fatto non vi è miglior ragione per argomentare in favore dell’agricoltura di quella che vi sarebbe per argomentare in favore delle manifatture. L’interesse del denaro ribassato promuove l’industria nazionale, siccome si è detto; ma non è una prova che l’industria sia già in piena attività. Ho detto pure che dall’interesse del denaro si può calcolare la reciproca felicità delle nazioni; ma ciò s’intende un interesse uniformemente ribassato ne’ denari che si accomodano, e allora paragonando l’interesse nostro coll’interesse che corre in altri Stati avremo la misura per calcolare quale de’ due goda di maggiore felicità.
§ XXIX. Origine del tributo.
Il tributo ha moltissima influenza sull’annua riproduzione; può scemarla, può accrescerla, a misura che sia bene o male regolato. Si è accennato come un tributo saggiamente collocato possa animare le manifatture interne, come possa promuovere quel genere di agricoltura che più accresca la totale riproduzione; ora dirò le teorie che mi sembrano le primordiali per conoscere e l’origine e la natura e la influenza di esso sulla prosperità d’un popolo. Sin ora ho scorsi gli oggetti proprj della Economia; mi restano ora da scorrere quelli della Finanza, parte anch’essa della Economia politica, la quale comprende il modo di render più ricco lo Stato, e quello di fare il miglior uso della ricchezza.
Sebbene sul tributo sieno usciti alla luce in questi ultimi anni ottimi trattati, e siensi posti in chiaro per la maggior parte i principj, con tutto ciò credo che vi resti qualche cosa da fare anche a chi scrive in quest’oggi. Per formarci un’idea della necessità e giustizia del tributo si rifletta che una società di uomini non potrebbe sussistere tosto che fosse impunita la violenza e la frode che un cittadino può fare all’altro, ovvero tosto che una nazione conquistatrice venisse a devastarla. Da qui nasce la necessità per cui una parte de’ cittadini debb’essere occupata a difendere la nazione intiera, e ciascun individuo che la compone da ogni usurpazione e violenza sì interna che esterna. Una unione d’uomini la quale non avesse veruna forma di governo, alla prima minaccia d’un’invasione o dovrebbe disperdersi abbandonando il suolo nativo, ovvero tumultuariamente accorrere per respingere l’aggressore. Frattanto sarebbe abbandonata la coltura delle terre, e costretta dalla fame dovrebbe piegare alla necessità e sottomettersi. Così tumultuariamente e con un disordine perenne si respingerebbe anche l’aggressore interno, la forza sola deciderebbe di tutto, tutto sarebbe in combustione.
Da ciò nasce la necessità di avere un numero di uomini unicamente destinati a mantenere la sicurezza della proprietà a ciascun membro dello Stato, uomini di professione obbligati in parte ad agire per respingere con impeto le usurpazioni della forza, e in parte a verificare tranquillamente i diritti d’ognuno e ordinarne la difesa; a invigilare sulla pubblica felicità da ogni suo lato, e promuoverla. Ecco l’origine dei sovrani, della milizia, dei magistrati e dei ministri. Questa classe separata di uomini nè produttori, nè mediatori, unicamente consacrata alla sicurezza e felicità pubblica, classe d’uomini che io chiamo direttrice, ragion vuole che sia mantenuta da quella società medesima, a cui conserva e procura ogni bene. La necessità di avere questa classe di uomini forma la giustizia del tributo; e l’alimento proporzionato all’officio di ciascuno di questi uomini sino a quel limite a cui giunge l’utilità pubblica forma la somma totale del tributo. Il tributo adunque si è una porzione della proprietà che ciascuno depone nell’erario pubblico, affine di godere con sicurezza la proprietà che gli rimane.
Egli è dunque interesse di ogni uomo che sieno pagati i tributi, e che sieno convertiti per il bene che gli ha fatti nascere. D’onde avviene dunque che laddove ogni altra legge realmente coincidente coll’interesse della maggior parte degli uomini viene facilmente ubbidita, ed è punito colla disapprovazione pubblica il violatore; le leggi del tributo per lo contrario, sebbene del pari interessanti la maggior parte, trovano un niso continuo nella nazione ad opporvisi, e non incontra mai la disapprovazione pubblica il fraudatore? Ciò forse accade perchè l’intelletto dell’uomo è fatto come l’occhio, a cui un piccolo oggetto, ma assai vicino, cuopre vastissimi oggetti rimoti, e così l’immediato male di privarsi di parte della propria ricchezza si sente assai più che non il lontano bene di venire assicurati da una eventuale violenza. Secondariamente l’idea della privata proprietà è assai più radicata nell’animo dell’uomo di quel che non lo sia l’idea generale dell’organizzazione politica d’uno Stato; e siccome il tributo è una diminuzione delle proprietà ed è una relazione fra l’uomo e lo Stato, ogni individuo sente più la parte che è diminuita, di quello che senta il legame dei rapporti che la bilanciano. Ciò non ostante io credo che se in ogni tempo fosse stato il tributo sempre un fondo giudiziosamente impiegato, l’opinione pubblica lo risguarderebbe come un debito sacro; e forse il costume avrebbe radicata negli animi tanta vergogna al sottrarvisi, quanta ne prova ogni uomo spontaneamente unito in una privata società, se non possa pagare la sua porzione avendo risentita la sua parte nel bene. Se i costumi hanno associata una macchia, e una vergogna a chi non paga i debiti del giuoco; perchè non se ne infligge altrettanta a chi non paga i debiti al mercante o all’erario? Sarebbe mai per la ragione che agli ultimi provvede la legge, ai primi no? Forse è da osservarsi che l’abuso fatto in altri tempi del potere legislativo, e il più grande abuso moltiplicatosi di rendere incerta e dubbiosa ogni legge colla interpretazione, hanno impressa nel cuore degli uomini un’idea poco favorevole alla legge, e perciò l’opinione pubblica assolve sin dove si può quello che la legge condanna. Nelle nazioni che hanno una felice legislazione scorgesi maggiore coincidenza fralle leggi e i costumi; le condanne sono uniformi, e nel tribunale e nella opinione pubblica. Forse la divergenza di questi due principj è la vera misura della corruzione d’un popolo. Ma queste idee, secondate che fossero, troppo mi porterebbero lontano dal mio argomento.
Sarebbe pure cosa disparata dal mio soggetto s’io volessi considerare il tributo come una legittima porzione depositata nell’erario. Altri vi sono che hanno portata la luce su di questa materia. L’instituto di quest’opera mi richiama a contemplare il tributo unicamente come un oggetto che ha relazione ed influenza sulla circolazione, sulla riproduzione annua, sull’industria e sulla prosperità dello Stato.
§ XXX. Principi per regolare il tributo.
Una nazione decaderà per colpa del tributo in due casi. Primo caso, quando la quantità del tributo eccederà le forze della nazione, e non sarà proporzionata alla ricchezza universale. Secondo caso, quando una quantità di tributo, la quale nella sua totalità è proporzionata alle forze, sia viziosamente distribuita. Nel primo caso il rimedio è solo e semplice, cioè proporzionare il peso alla robustezza della nazione. Il secondo caso è assai variabile e inviluppato. Cerchiamo di mettere a luogo le idee, e comprendere in capi tutti i casi particolari.
Il tributo è viziosamente ripartito, quando immediatamente piomba sopra una classe di cittadini dei più deboli dello Stato, ovvero quando nella percezione vi sia abuso, ovvero quando impedisca la circolazione, la esportazione, lo sviluppamento dell’industria, in una parola quando renda difficili quelle azioni per le quali s’accresce la riproduzione annua.
Ogni tributo naturalmente tende a livellarsi uniformemente su tutti gl’individui d’uno Stato a proporzione delle consumazioni di ciascuno. Se il tributo sarà nelle terre, suppongasi che venga pagato in derrate le quali si distribuiscano alla classe direttrice di cui poco fa ho detto. Egli è vero che tutti gl’individui di quella classe cessano allora d’esserne compratori, e il terriere vedrà diminuito il numero de’ compratori delle sue derrate, onde dovrebbe venderle, tutto il resto uguale, a un minor prezzo, e così non si compenserebbe del tributo sul restante de’ compratori. Ma dico che non resterà tutto il resto uguale, e il numero de’ venditori si diminuirà: perchè imponendosi un nuovo tributo sopra i terrieri, e cadendo un nuovo interesse immediatamente, e accrescendosi sopra della loro classe tutto in un tempo un nuovo bisogno d’avere più merce universale, ne accaderà, che al bel principio i più facoltosi si asterranno dal fare le vendite aspettando prezzi più alti, e i pochi venditori che resteranno in attività ristretti a minor numero, otterranno che il prezzo si rialzi, e fattasi questa livellazione al primo imporsi del tributo, naturalmente seguiterà sin tanto che il tributo continui, tutto il resto uguale, a distribuirsi in quella forma. Suppongasi che il tributo si paghi in denaro, come realmente si fa, allora la classe direttrice formerà una nuova schiera di compratori, i quali quanto più mezzi hanno per consumare e più consumano, siccome si è veduto, onde naturalmente cooperano col terriere medesimo a rendere più cari i prezzi delle derrate, e così il proprietario delle terre procurerà di risarcirsi sopra ciascun consumatore del tributo che avrà anticipato. Se il tributo sarà sulle merci e sulle manifatture, i mercanti e gli artigiani cercheranno di risarcirsene, vendendone a più caro prezzo le loro manifatture, e così ripartire su i loro consumatori proporzionatamente il tributo. Se il tributo verrà imposto immediatamente sul minuto popolo che niente possede, e che, locando unicamente sè stesso, vive d’un giornaliero salario, il minuto popolo necessariamente esigerà salario maggiore, e così il tributo ha sempre una forza espansiva per cui tende a livellarsi sulla sfera più vasta che si può. Riguardato da questo canto solo parrebbe indifferente ch’ei cadesse più su di una classe di uomini che su di un’altra.
Ho detto che il tributo si distribuisce e si conguaglia naturalmente sulle consumazioni di ciascuno. Per rendere quest’idea più chiara immaginiamoci un forastiero domiciliato da noi, il quale abbia tre mila scudi d’entrata che gli vengono dalle terre che possede nella sua patria. Suppongasi ch’egli spenda ogni anno per il proprio mantenimento tutta l’entrata. Egli deve pagare sopra le consumazioni che fa, sì immediatamente per la sua persona, quanto mediatamente per le persone de’ suoi domestici, il tributo del nostro paese; e se i tributi da noi ascendessero al diecisette per cento del valor capitale, dico che il forastiere avrebbe contribuito cinquecento scudi delle sue terre nel carico nostro nazionale. Quando i tributi sono imposti sull’ingresso delle merci in città, sulla vendita de’ generi di prima consumazione, sulle case, sulle arti e mestieri, come lo sono attualmente quasi dappertutto, ella è cosa assai ovvia d’intendere, come il forastiere a misura della sua consumazione forza è che contribuisca. Ma se il tributo presso di noi fosse interamente collocato sulla sola parte dominicale delle terre, allora è più lunga la strada del conguaglio sulle consumazioni; pure egli pagherebbe le derrate di suo consumo più care di quello che le comprerebbe se non vi fosse tributo, e tutte le opere e servizj che dovrà pagare saranno proporzionatamente più cari quanto sarà maggiore il peso della terra da cui ricevono alimento i cittadini de’ quali ha impiegato l’opera. Quindi io credo che se un terriere possessore di vasti fondi consumerà pochissimo, sarà realmente piccolissima la porzion del tributo che avrà pagata; e così il forastiere che soggiorna da noi, pochissimo contribuisce alla sua nazione. Ciò anche più chiaramente si conosce riflettendo che il tributo imposto sulle terre e stabilmente e uniformemente conservato è piuttosto una diminuzione istantanea del valore delle terre accaduta nel momento in cui venne stabilito, anzi che una annua diminuzione del frutto del padrone; poichè per i contratti passando i fondi di terra dopo imposto il carico a un possessore nuovo egli ne ha fatto l’acquisto impiegando il suo denaro a un determinato frutto annuo e sottraendo dal fondo l’importanza del tributo. Da ciò è nata la legge di alcuni Stati che vieta ai proprietarj delle terre di soggiornare in estero paese; legge diretta, la quale se da una parte impedisce l’uscita del denaro e la diminuzione del numero de’ contribuenti, dall’altra però non invita l’estere famiglie a stabilirsi nello Stato, a comperarvi dei fondi, e a portarvi le ricchezze e l’industria loro.
Per dissipare sempre più le nebbie su di questa materia si rifletta che colui che non possede cosa alcuna non può pagare verun tributo se non carpendolo dalle mani di chi possede. Un possessore sia egli o di terre o di capitali o d’altri fondi, s’egli mantiene degli artigiani pagherà necessariamente il tributo imposto ad essi, poiché se egli consuma il tempo e l’opera loro debbe cedere ad essi di che si alimentino, e paghino il loro debito all’erario. Lo stesso dico de’ salariati che il possessore stipendia, de’ quali pagherà il tributo sicuramente; così dico delle mercanzie tutte che il possessore consumerà, per le quali egli pagherà necessariamente al mercante il prezzo primitivo più il trasporto, più l’alimento di esso mercante, più il tributo che il mercante anticipò. A misura dunque che farà di consumazioni, maggior parte pagherà di tributo ogni possessore; e a misura che ciascuno più è aggravato di tributo cercherà di più risarcirsene nelle vendite, ed ecco come il tributo tende a conguagliarsi sulle consumazioni. Riflettasi che un terriere che abbia comprati i suoi fondi sulla rendita depurata del 3 1/2 per cento ricaverà dalla terra il frutto intero del suo capitale, e come possessore non pagherà tributo, in quella guisa che, acquistandosi un podere soggetto a servitù, non si cede niente del proprio lasciando l’uso di essa a chi ne ha il diritto, così accadde pagando il tributo anticamente imposto sulle terre. L’idea che il sovrano sia comproprietario delle terre non mi pare vera, e se lo fosse lo sarebbe ugualmente dei magazzini delle merci. Perciò ogni uomo pagherà il tributo in qualità di consumatore perchè di tanto pagherà di più le consumazioni quanto è il tributo, onde acquisterà tante merci particolari di meno da consumare spendendo una determinata quantità di denaro quanto è l’incarimento cagionato dal tributo, e queste merci di meno che acquisterà saranno la porzione della proprietà deposta nell’erario pubblico. Chi più consuma più contribuisce al tributo, e il tributo, siccome dissi, si diffonde e conguaglia sulle consumazioni.
Sembra dunque a primo aspetto, poiché il tributo tende a conguagliarsi sulle consumazioni, che arbitrario sia lo scegliere anzi una classe che l’altra del popolo: ma ciò non è; poiché questo conguaglio, e questa suddivisione del tributo è sempre uno stato di guerra fra ceto e ceto d’uomini. Quando il possessore e il cittadino che ha fondi debbono anticipare il tributo, la suddivisione sul minuto popolo si fa sollecitamente e con poco ostacolo, perchè egli è il potente che richiede ragione dal debole; ma quando il tributo immediatamente cada di primo slancio sulla classe del debole, la suddivisione si farà, ma con quella lentezza e con quegli ostacoli che debbon nascere quando il debole e povero cerca ragione dal ricco e potente. Questi intervalli tra l’impulso e la quiete sono le crisi più importanti negli Stati; e sono ben da osservarsi in ogni cambiamento di tributo.
Il tempo che trascorre fra la imposizione del tributo e il conguaglio è un tempo di guerra e di rivoluzione. Quel che dico del tributo dicasi delle mutazioni nel valor numerario delle monete. In questo intervallo di tempo fra l’impulso dato dal legislatore e l’equilibrio, quel ceto d’uomini anticipatamente caricato del tributo soffre un peso maggiore delle ordinarie sue forze; quanto più sarà debole e povera la classe a preferenza caricata, tanto più sarà da temere lo scoraggimento dell’industria o l’evasione degli abitanti. Il primo canone dunque per dirigere il tributo sarà: non piombar mai immediatamente sulla classe de’ poveri.
Si è pensato che ogni tributo termini finalmente in una capitazione, e su questo principio si è immaginato che la forma più semplice sia tassare egualmente ogni abitante. Il ragionamento che si fa si è questo. Ogni uomo a misura che è facoltoso gode delle manifatture e dei servigj d’un maggior numero di poveri cittadini, ai quali forza è che paghi non solamente il vitto corrispondente al tempo che impiegarono per lui, ma altresì il tributo proporzionato a quello tempo medesimo che da essi si è dovuto pagare. In conseguenza di ciò la capitazione si conguaglia da sè medesima, e al termine di ogni anno avrà pagato maggior tributo ogni uomo in ragione degli agj maggiori che ha goduto, e il popolo che non possede sarà stato intieramente indennizzato. Ma questo discorso ha contro di sè il tempo del conguaglio, cioè lo spazio in cui debbe il povero far la guerra al ricco. Aggiungasi a tutto ciò la ostilità che seco porta un simile tributo, e la odiosa servitù a cui degrada l’uomo; poichè quando il tributo abbia per base o i fondi stabili o le merci di un cittadino, il tributo è un’azione che cade sulla cosa, e non sulla persona; laonde la pena di non aver pagato il tributo sarà la perdita, tutto al più, del fondo o della merce. Ma quando il tributo cade sulla persona, l’uomo medesimo, la sua libertà, la sua esistenza personale vengono ipotecate per il tributo, e la povertà e l’impotenza vengono offese e oppresse da quelle leggi medesime che dovrebbero pure esser fatte per sollevarle e difenderle. Ogni angolo più riposto dello Stato, ogni povera capanna debb’essere visitata dai perlustratori; se la famiglia d’un povero contadino non ha la moneta del censo, l’insensibile esattore la ridurrà all’esterminio; si vedranno i gabellieri a forza strappare le marre, i vomeri, e una semplice virtuosa e povera famiglia resterà in totale rovina. Questa immagine deve realizzarsi dovunque vi sia un tributo diviso per capitazione. Dovunque paghi l’uomo, e non il possessore, ivi è violata radicalmente la libertà civile. Le idee morali della nazione saranno in pericolo, perchè continui esempj della forza pubblica esercitata sopra gl’innocenti le distruggeranno. L’industria viene corrosa nella sua radice, e la nazione non riceverà mai spinta ad accrescere l’annua riproduzione, perchè fischia il flagello delle leggi terribilmente sul capo degli uomini riproduttori avviliti e scoraggiti. A questi mali un altro se ne aggiugne, cioè la spesa della percezione di questo tributo, per esigere il quale, sotto questa forma, conviene mantenere de’ subalterni in tanto numero da stendersi e visitare ogni anno ogni più riposta abitazione dello Stato.
Le spese della percezione del tributo sono di un mero aggravio allo Stato per due ragioni. Una ragione si è perchè data la somma del tributo corrispondente ai bisogni dello Stato, dal medesimo forza è che si paghi in oltre il dippiù che costano i gabellieri. L’altra si è perchè quanto più s’accrescono i gabellieri di ogni genere, tanto si aumenta nello Stato una classe d’uomini, i quali non essendo nè riproduttori, nè mediatori, ma semplici consumatori, e consumatori che non possedon fondi, che non difendono lo Stato, sono perciò uomini puramente a carico. Il loro officio naturalmente odioso, la loro abitudine di soffocare i principj di compassione, le insidie che talvolta tessono per profittare di un vero o supposto contrabbando, rendono per lo più questa classe di uomini da restringersi quanto è possibile. Il secondo canone adunque che debbe dirigere il tributo si è: sceglier quella forma che importi le minori spese possibili nella percezione.
Il tributo ferisce immediatamente la classe del più minuto popolo non solamente in ogni capitazione palese e manifesta, ma altresì in ogni capitazione tacita e occulta. Tale si è ogni tributo imposto su i generi di prima necessità, e molto più se qualche privativa se ne appropriasse il Principe per venderli solo al popolo. In questi generi di prima necessità consumandone presso a poco egual porzione tanto il facoltoso, quanto il povero, egli è manifesto che quanto ai suoi effetti un simil tributo si riduce a capitazione.
Questa capitazione, tacita però, sebbene porti con sè il contrasto fra il debole e il forte nel di lei conguaglio, non è nella esecuzione tanto odiosa e ostile, quanto la vera capitazione, essendovi sempre una sorta di spontaneità nel contribuente, ed essendo garanti verso l’erario non la nuda esistenza dell’uomo, ma gl’indispensabili bisogni di lui.
Cade il tributo sulla classe de’ cittadini più deboli immediatamente quando venga particolarmente imposto sulle vendite più minute. In alcuni paesi è libero il contrattare in grosse partite di alcune merci di uso pubblico, e non lo è il venderne in ritaglio per i giornalieri bisogni del più minuto popolo senza pagare un separato tributo. Da ciò ne nasce che i più poveri e bisognosi mancando sempre di un capitale per provvedersi ad un tratto della consumazione di qualche settimana, debbono colle piccole compre di ogni giorno pagare talvolta la merce perfino il doppio di quello che la pagano i più facoltosi. Ognuno facilmente sentirà quanto poco sia umana e giusta una sì fatta maniera di distribuire il carico, e che tutti questi pesi, di primo slancio imposti a quella parte di uomini che non possede, tendono a scoraggiare l’industria e desolare la parte più operosa della nazione, e conseguentemente essere tributi, che sarà sempre possibile ripartire altrimenti con utile della nazione.
Ho detto di sopra che il secondo vizio nella ripartizione del tributo si è quando nella percezione di esso vi sia abuso. Sarà un abuso nella percezione del tributo se nella classe degli uomini destinati alla Finanza vi sarà o eccesso nel numero o eccesso ne’ salarj; poiché, come si disse, questo peso ricaderà sulla nazione. Il problema che deve sciogliersi tutte le volte che si tratta di tributo si è sempre questo: come si possa fare che fra la somma totale pagata dal popolo, e la somma totale entrata nell’erario vi sia la minore differenza possibile, lasciando alla nazione tutta la possibile libertà.
Sarà un abuso nella percezione del tributo, e abuso massimo, quando vi sia luogo ad arbitrio, e che i finanzieri possano esentar gli uni, aggravare gli altri a loro talento, e che il debole e lontano sia nella alternativa o di soffrire con pazienza una forza ingiustamente adoperata contro di lui, ovvero intentare una lite contro un potente incaricato della riscossione dei tributi, che ha un facile accesso ai tribunali. Tutte le volte che nella società possa più l’uomo che la legge, non si speri mai industria. Questa non regna se non vi è sparsa generalmente sulla faccia della nazione la sicurezza della persona e dei beni: nè si vedrà mai l’industria dar vita a un popolo se non sia fiancheggiata dalla libertà civile, per cui dalla sacra autorità delle leggi tanta protezione riceva ogni membro della società, che nessuno possa mai impunemente usurpargli del suo. Il terzo canone adunque del tributo si è: ch’egli abbia per norma leggi chiare, precise, inviolabili da osservarsi imparzialmente verso di qualunque contribuente.
Il terzo vizio nella ripartizione del tributo si è quando direttamente si opponga alla circolazione, ovvero all’accrescimento dell’annua esportazione, e in una parola quando si opponga di fronte a quella azione che è utile a promovere nello Stato per accrescere l’annua riproduzione. Ogni tributo che sia imposto sul trasporto delle merci da luogo a luogo nello Stato fa l’effetto medesimo, come si è di sopra accennato, come se si allontanasse fisicamente un luogo dall’altro: conseguentemente tende a diminuire i contratti e la circolazione. Ogni tributo imposto sul passaggio delle strade e sul trasporto delle merci, come i pedaggi, i carichi sulle vetture, su i carri ec. è del genere medesimo, e fa il medesimo effetto di diradare la nazione, e rendere le parti di essa più isolate e meno comunicanti. Questi mali, come ognun vede, risguardano la circolazione, ossia i contratti interni dello Stato. Giova allontanare talora un compratore estero, talora un estero venditore, e quest’effetto lo fanno i tributi sulle merci, di che si dirà al paragrafo XXXIV, ma non giova mai anzi nuoce, l’allontanare l’uomo dall’uomo, il villaggio dal villaggio, il compratore interno dal venditore interno, di che si trattò antecedentemente.
Impedirà la circolazione interna parimente ogni tributo che sia imposto su i contratti; poiché sebbene immediatamente non impedisca il trasporto, rallenta però la rapida comunicazione dei cittadini, diminuisce il numero dei contratti, scema la circolazione, conseguentemente tende a impicciolire l’annua riproduzione. Quarto canone adunque sarà: non collocare mai il tributo in modo che direttamente accresca le spese del trasporto da luogo a luogo nello Stato, o s’interponga mai fra il venditore e il compratore nell’interno dello Stato.
Se vorrà imporvisi tributo all’ingresso nello Stato delle materie prime, sulle quali si esercita l’industria nazionale, ovvero sugli stromenti che si adoperano dall’industria per le manifatture, l’annua riproduzione delle manifatture scemerà, come ognun vede. Parimente se s’imponga tributo nell’uscita dallo Stato sulle manifatture nazionali, vi sarà da temere che esse nella concorrenza vengano posposte presso degli esteri per il prezzo troppo caro, ammeno che l’eccellenza delle manifatture non sia giunta a segno da non aver concorrenti.
Se a misura che le terre vengono dall’industria accresciute di valore, a misura che l’agricoltura si stende su’ terreni in prima derelitti, a misura che un artigiano accresce il numero de’ telaj, in una parola se a misura che l’uomo cerca di migliorar la sua sorte coll’attività dell’industria, gli caderà proporzionatamente sul capo un sopraccarico di tassa sul tributo, questo tributo sarà diametralmente opposto ai progressi dell’industria, e tenderà direttamente a impedire l’avanzamento dell’annua riproduzione. Quinto canone adunque: non si debbe far mai che il tributo segua immediatamente l’accrescimento dell’industria.
Non fa d’uopo ch’io ricordi come tutt’i tributi imposti sulle nozze sono dannosi, perchè sono un ostacolo diretto contro la popolazione.
Si osservi inoltre che se il tributo si pagherà una o due volte l’anno, e o non si divida o si divida in poche parti, ne accaderà che avvicinandosi il tempo di pagarlo si sottrarrà dalla circolazione tutta ad un tratto una massa importante di denaro, anzi dovrà cominciarsi qualche tempo anticipatamente a radunarla, e così con un moto forzato uscirà dalla carriera dei contratti una quantità sensibile di merce universale, e si rallenterà l’attività del commercio. Per lo che in quanto maggior numero di pagamenti più piccoli si potrà dividere il tributo, tanto più si conserverà uniforme il moto della circolazione.
§ XXXI. Aspetti diversi del tributo.
Ho accennato, secondo che mi sembra, qual sia la forma in cui ripartito il tributo sia di nocumento alla nazione. Brevemente osserviamo sotto quai diversi aspetti si presenti il tributo al popolo.
Alcuni sono tributi scoperti, e tale è ogni pagamento che fa il cittadino all’erario pubblico senza riceverne alcuna cosa immediatamente in contraccambio. Tali sono i tributi che paga il proprietario sulle sue terre, il mercante sulle sue merci, il padrone sulla sua casa, il viaggiatore sul pedaggio, e l’uomo qualunque nella capitazione propriamente tale.
Altri sono tributi occulti. Di questa natura sono le vendite privative che ha il sovrano o del sale o del tabacco o d’altro qualunque genere, poiché l’uomo mentre paga il tributo fa l’acquisto di una merce, e la quantità del tributo resta quasi amalgamata e occulta col prezzo naturale della merce che compra. Di tal genere son pure tutt’i tributi che anticipò il mercante a nome del consumatore all’introdurre le merci estere nello Stato, tributi che il compratore paga senza quasi avvedersene, perchè frammischiati col prezzo della merce.
In due altri aspetti si sottodividono in faccia della nazione i tributi, e sono: altri forzosi, altri spontanei. Forzosi son quei sulle terre, sulla capitazione propriamente tale, sulle case, ec. poichè non è in libertà del cittadino l’esentarsene quando ei voglia perseverare nel suo Stato. Spontanei poi sono, o almeno appajono, i tributi ai quali l’uomo si assoggetta per propria scelta, affine di procurarsi un bene. Fra gli spontanei il primo di tutti si è il tributo delle lotterie. Io non parlo di ogni sorta di lotterie indistintamente; molte ve ne sono di fondate sopra un’equa proporzione fra l’utile e l’azzardo; altre si convertono in oggetti di pubblica utilità; ma alcune lotterie nascondono una tale ingiustizia, che se questo genere di tributo non ci fosse trapassato per tradizione del secolo scorso, tanta è l’umanità che presentemente regna in Europa, tanti progressi ha fatti la ragione universale, tanto luminosamente si conosce la unione che passa tra gl’interessi pubblici e la tutela del più minuto popolo, ch’io ardisco credere che ne sarebbe rifiutato il progetto, se ora fosse per la prima volta proposto. La venerabile autorità delle leggi destinate a far vegliare la giustizia de’ contratti non si vorrebbe degradata a segno di far insidioso invito ai creduli cittadini per un contratto talmente seducente e lesivo che sarebbe disciolto dalle leggi medesime qualora si facesse tra privato e privato a molto minore disuguaglianza. Il più minuto popolo, che non è nè può mai essere generalmente profondo calcolatore, viene deluso con gigantesche e chimeriche speranze d’una difficilissima fortuna, alla quale le più povere famiglie dello Stato sacrificano il letto, il vestito della moglie e de’ figli, riducendosi all’ultima miseria e disperazione. La superstizione, i sacrilegi, i furti, le prostituzioni e il mal costume di ogni genere viene promosso da questa classe di tributo spontaneo, per cui all’uomo più virtuoso dello Stato, al padre del popolo, al legislatore si fece vestire talvolta il carattere della seduzione. Lo ripeto, non parlo indistintamente di ogni lotteria, parlo soltanto di quelle che adescano la più misera plebe ad un contratto sproporzionatissimo, di cui la ingiustizia farebbe stupore se la complicazione del calcolo e la nebbia da cui è attorniata l’intrinseca somma sproporzione di quest’azzardo fosse facilmente penetrabile dai magistrati. Dico adunque che questa classe di tributo, sebbene volontario, verrebbe più innocuamente ripartita sulla nazione in altro modo, e tanto più facilmente quanto che non è mai questo un ramo de’ principali per l’erario.
§ XXXII. Su quale classe d’uomini convenga distribuire il tributo.
Quale sarà dunque il modo con cui distribuire le pubbliche gravezze con minore nocumento del popolo? Dai cinque canoni fissati disopra emana la soluzione di questo quesito. Quel tributo sarà men nocivo allo Stato che immediatamente non percuoterà la classe dei poveri, quello di cui la percezione sarà la meno dispendiosa e meno soggetta all’arbitrio, quello che non accresca immediatamente le spese dei trasporti interni, nè s’interponga fra il venditore e il compratore, e che non vada troppo da vicino accrescendo col crescere dell’industria.
Si è accennato più sopra che il tributo è sempre una legge che trova un niso negli uomini a deluderla. Dunque sarà sempre più fermo e sicuro il tributo quando percuoterà immediatamente un numero minore di uomini. Due vantaggi vi saranno: un vantaggio di dover tener di vista un numero minore di debitori. L’altro vantaggio sarà di avere minori spese nella percezione perchè le spese di essa tanto sono minori quanto diminuisce il numero degl’immediati contribuenti.
Posto ciò, quale è la classe fra i membri dello Stato, che si può trascegliere più innocuamente per ricevere immediatamente da essa il tributo? La classe dei possessori. Chiamo possessori coloro i quali hanno in loro dominio e proprietà o fondi di terra o case o mercanzie o merce universale data a censo o su i banchi pubblici o particolari. Tutte queste quattro categorie di possessori vorrebbe la giustizia che uniformemente a misura delle loro proprietà portassero immediatamente tutti i pesi della nazione, perchè dalla società essi ritraggono non solamente la protezione della proprietà personale, comune a ciascun uomo, ma essi di più ritraggono la protezione della proprietà reale; nè potendo dare cosa alcuna all’erario chi nessuna ricchezza possede, ogni ragion vuole che l’erario riceva una parte dell’annua riproduzione dalle mani di quelli che soli la possedono.
Si è già veduto in prima qual sia la forza espansiva dei tributi, e come i possessori cercherebbero a conguagliarsi, e a far concorrere anche i non possessori con un’opera più intensa e attiva, la quale è il solo fondo con cui i non possessori possono portare la lor parte del tributo. I possessori inoltre sono la classe sola che possa fare l’anticipato disborso del tributo, perchè essi unicamente ne hanno la forza, e altresì essi unicamente possono fare colla maggiore celerità il conguaglio, e diramare a norma delle consumazioni di ciascuno i pesi pubblici.
Ho detto che la giustizia vorrebbe che uniformemente pagassero le quattro categorie dei possessori indistintamente a misura della loro proprietà; ma spesse volte in politica vuole la necessità che ci scostiamo dalla rigida precisione geometrica, e conviene allontanarsi dal gran nemico del bene, l’ottimo apparente. Si tratta non già di evitare ogni inconveniente, nè ogni parziale ingiustizia (che il tributo ne ha sempre porzione), si tratta di scegliere i minori inconvenienti e non più.
I possessori della merce universale accomodata o ai cittadini, ovvero ne’ banchi pubblici come contribuirebbero al tributo? Su i banchi pubblici sarebbe di facile esecuzione; ma perchè pagar loro un interesse, e poi diminuirlo? Sarebbe assai più semplice ribassar gli interessi nel modo detto altrove. I censi fatti presso dei privati come potrebbero ridursi a catastro? Obbligheremo noi ogni uomo a palesare i suoi debiti? Con ciò si diminuirebbe con una odiosissima legge tutta quella parte non piccola di circolazione che fassi unicamente appoggiata alla opinione, conseguentemente si rallenterebbe l’industria. Se vogliasi stare alle spontanee notificazioni, apparirà ben modico il fondo censibile, e sarà punita l’ingenuità. Si ricorrerà a premiar delatori per iscoprire i censi non palesati? la diffidenza, il sospetto si spargerà nel popolo, e il costume pubblico verrà corrotto nelle midolla. Che catastro sarà mai quello dei prestiti? Variabile in ogni mese, in ogni giorno, e sempre di una fluttuante quantità. Aggiungasi le spese del gran numero dei subordinati, necessarj a correr dietro a questi volubili elementi, e tenerne registro, e troverassi che è men male la parziale ingiustizia di lasciare esente questa categoria di possessori, e accollar la loro porzione ad altra categoria, che ingolfarsi in questo caos di gravissimi disordini.
§ XXXIII. Se convenga addossare tutti i carichi ai fondi di terra.
Restano dunque censibili i fondi d’agricoltura, le case e le merci. Non mancano in questi ultimi tempi delle opere scritte profondamente sulla materia del tributo, nelle quali con assai precisione si sostiene dover questo cadere interamente sopra le terre, e doversi i fondi d’agricoltura considerare come i soli beni censibili dello Stato. Questa forma di ripartire il tributo è perfettamente corrispondente ai cinque canoni stabiliti di sopra; poichè non caderebbe mai di slancio su i poveri; sarebbe di pochissima spesa la percezione; avrebbe leggi inviolabili che escluderebbero ogni arbitrio; non s’interporrebbe mai a interrompere la circolazione, nè punirebbe l’accrescimento dell’industria, soltanto che le terre rese nuovamente a coltura si lasciassero per legge esenti dal tributo per un determinato numero di anni. Non si può dare maniera più semplice di questa. Una stima generale di tutti i fondi dello Stato formerebbe il catastro sul quale ripartire il tributo. Ogni anno si potrebbe sapere di quanta somma abbia bisogno l’erario pubblico, quante spese si debban fare dallo Stato per mantenere le opere pubbliche, le strade, i ponti, gli argini ec. (spese le quali è sempre bene ripartirle universalmente su tutta la società), quanto importerebbero le nuove opere da farsi per render navigabili i canali e i fiumi, veicoli dell’industria che avvicinano reciprocamente le terre ec. Tutte queste spese territoriali unite a quelle stabili dell’erario formerebbero la somma da imporsi su tutti i fondi di terra registrati nel catastro, e così con un facile conteggio verrebbe dichiarato quanto si debba pagare per ogni scudo di valor capitale de’ fondi stabili. Ogni terra, ogni distretto avrebbe il suo catastro provinciale colla quantità totale degli scudi a cui è valutato il suo territorio, e colla specifica nomenclativa della quantità del valore di ogni campo; onde con un semplice editto ogni possessore saprebbe quando scada il tempo, e quanto debba pagare per il tributo. Ogni terra avrebbe il proprio esattore obbligato a sborsare nella cassa della provincia nel dato termine la data somma. L’esattore talvolta dovrebbe anticipare la somma a nome di qualche possessore, contro del quale avrebbe l’ipoteca privilegiatissima dei fondi obbligati al tributo, e dal quale dovrebbe percepire un frutto del denaro anticipato, fissato bensì dalla legge, ma più alto dei correnti interessi. Le casse delle provincie disporrebbero poi del tributo o trasmettendolo alla capitale, ovvero a misura degli ordini che ricevessero dalla camera.
Ma se tutto d’un colpo si abolissero le gabelle e si collocasse l’intero tributo sulle terre, egli è certo che con questa operazione si verrebbe a diminuire il valor capitale di tutti i fondi terrieri di tanto quanto ascende il capitale l’interesse di cui sia uguale al tributo nuovamente imposto. Se ad un podere si accrescano di tributo perpetuo trentacinque lire annue, quel podere al momento è diminuito di prezzo mille lire per lo meno, giacchè gl’impieghi in fondi stabili si fanno a meno del 3 1/2 per 100, e il padrone del fondo se lo venderà riceverà mille lire di meno del suo podere. Quand’anche collo scorrere di molti anni, mutando padrone i fondi, dovesse trovarsi la società in un felice sistema, resterebbe da vedere se sia cosa poi tanto ragionevole il sacrificare totalmente il ben essere della società vivente e avente una odierna ragione di bene esistere alla ventura società di ignoti successori. Io non lascerò di condannare la spensieratezza de’ nostri antenati i quali con molte cattive operazioni e con debiti pubblici hanno fatto cadere sulla generazione vigente la pena de’ loro abusi; ma l’altro estremo è vizioso del pari. Sin tanto che gli affari politici saranno maneggiati dagli uomini, e che le opinioni vi avranno il loro giuoco non meno che i movimenti sconosciuti che noi chiamiamo fortuna, credo che sarà sempre un cattivo partito l’affrontare un male certo e sensibile per ottenere un bene pubblico in un tempo rimoto che sarà sempre incerto, perchè entro un lungo spazio di tempo accadono dei bisogni e delle circostanze affatto imprevedibili ad una nazione.
Ho detto al paragrafo XXX che il tributo si conguaglia sopra i consumatori; ma un tributo di slancio imposto sopra i fondi di terra diventa una perpetua servitù passiva del fondo, e una diminuzione del capitale, e una vera sterilità politica rispetto al proprietario attuale; il quale se vende il fondo non si risarcirà del tributo giammai e lo avrà portato solo, se lo conserva non potrà giammai risarcirsi sulle vendite de’ frutti delle sue terre ammeno che non venisse intercetto l’ingresso nello Stato di simili frutti; operazione ostile per tutto il popolo e che importerebbe le gabelle per custodia togliendo la uniforme semplicità che si ricerca da chi così propone. Quindi a me pare che sarebbe ingiusta cosa il collocare di slancio una parte sensibile di tributo sulle terre abolendo altri tributi, perchè non è giusto preferibilmente collocare i pesi pubblici a una sola classe in modo che ella non possa averne conguaglio e perchè anche i possessori delle merci sono possessori che ricevono dallo Stato una egual protezione sulla lor proprietà reale, e in conseguenza debbono egualmente a proporzione della ricchezza portar parte del peso della pubblica tutela. Se l’annua riproduzione è il vero fondo della ricchezza nazionale, e se quest’annua riproduzione parte è formata dalle derrate e dai frutti della terra, e parte dalle manifatture, sarà indifferente che l’uomo sia ricco perchè posseda le une piuttosto che l’altre; e se la giustizia suggerisce di far che contribuiscano i possessori nel tributo a misura della loro ricchezza, mi pare evidente che il possessore mercante debba portare una parte del peso appunto come il possessore terriere.
Se vorrà darsi una esenzione totale al mercante, e appoggiare il carico totalmente sul possessor terriere, resterà l’industria degli uomini rivolta più alle manifatture che non all’agricoltura, e vi sarà pericolo che quest’ultima non risenta i mali del tributo quando il di lui difetto è originato dalla sproporzione colle forze dei contribuenti. Nè potrà il terriere giammai conguagliare sulla nazione il gravoso tributo impostogli, tosto che la nazione possa ricevere le derrate anche da estero paese; essendo che qualora il terriere volesse risarcirsi vendendo a più caro prezzo il grano, il vino, l’olio ec. il negoziante introdurrebbe da paesi esteri le medesime derrate, e forzerebbe il proprietario terriere a ribassare. Si osservi in tal proposito che anzi se lo Stato confinasse con un paese fertile, e in cui il tributo sulle terre fosse leggiero, tutte le derrate estere entrandovi senz’alcun tributo verrebbero ad avere la preferenza, ammeno che il proprietario delle terre nazionali non ribassasse al loro livello il prezzo delle derrate nazionali; e così il tributo nuovamente imposto sulle terre ricaderebbe in una costante diminuzione di ricchezza del terriere sia nella rendita annua, sia nella vendita che volesse fare dei fondi. In uno Stato esteso e grande quest’inconveniente non si farà sentire se non verso i confini; ma in una più ristretta società il danno passerà in ogni parte, e penetrerà sino al centro.
Tutt’i tributi che si pagano dal contadino e nel vestito, e nel cibo, e nei contratti, e sotto qualunque altra forma gli paghi, realmente gli paga il proprietario del fondo. Questo è evidente; poichè dalla riproduzione annua dei campi si debbono prededurre le spese della coltivazione, il vitto del contadino e ogni tributo pagato dal contadino; il restante sarà la porzione dominicale; e se al contadino si toglierà ogni tributo, di altrettanto verrà a potersi dilatare la porzione dominicale. Dunque il tributo del contadino cade sul proprietario. Lo stesso dico del tributo che paga ogni domestico salariato dal padrone dei fondi di terra, essendo che colui che non possede in questo mondo altro che il suo salario, da quello cava di che pagare il tributo; onde di tanto potrebbe sgravarsi il proprietario sulla porzione colonica di quanto fosse aggravata la dominicale; e di tanto pure sgravarsi il padrone su i salarj de’ domestici, di quanto essi fossero sollevati nella consumazione; e il manifattore di tanto pure diminuire le mercedi della man d’opera di quant’essa fosse sollevata. Sin tanto adunque che si aggraverà la parte dominicale del proprietario terriere di tutto il tributo che pagavano i contadini e i salariati; con queste operazioni si saranno ottenuti due ottimi fini; cioè rendere più certa e indefettibile la rendita per l’erario, e sollevare il proprietario medesimo, gli agricoltori e i salariati dall’arbitrio e dalle maggiori spese della percezione dell’antico tributo.
Ma in una nazione si considera che la quinta parte di essa vive nelle città, e sebbene questa proporzione asserita da uno scrittore, che fu dei primi a meditare sopra alcuni di questi oggetti, sia stata contrastata da un filosofo inglese, si troverà in pratica generalmente vera. Delle quattro quinte parti della nazione che vivono fuori delle città, ve n’è una porzione sensibile che non vive d’agricoltura, ma bensì sulla negoziazione. La parte che vive nelle città non è certamente composta tutta di possessori delle terre e de’ loro salariati. Vi è un ceto considerabile di cittadini possessori di merci, e molti salariati dipendenti da essi, e tutta la somma del tributo che attualmente pagano i possessori delle merci e loro salariati sarebbe una somma di sopraccarico che caderebbe sulle terre con troppo peso ai proprietarj, e con fisica e reale diminuzione della loro ricchezza.
Quando tutto il tributo fosse sulle terre egli è vero altresì che il proprietario per le consumazioni proprie, come vitto, vestito, addobbi, livree, cavalli, e loro mantenimento ec. riceverebbe un sollievo, poichè tanto meno dovrebbe spendere per questi oggetti, quanto era il valore del tributo che portavano, delle spese della percezione di esso, e dell’arbitrio a cui era sottoposto. Ma questa utilità sarà ella paragonabile al sopraccarico che gli piomberebbe sulla parte dominicale? Sarà bilanciata se le spese diminuite nella percezione saranno eguali al tributo che pagavano tutt’i sudditi non possessori di terre, non salariati da essi, non contadini.
§ XXXIV. Del tributo sulle merci.
È da considerarsi oltre ciò che, qualora si ripartissero tutt’i tributi su i fondi di terra, si perderebbe affatto il beneficio che lo stato può ricevere da una tariffa ben fatta che regoli il tributo sulle merci, sì all’ingresso, sì all’uscita. Il tributo sulle merci fa l’officio di allontanare la nazione rivale, come le gratificazioni fanno l’officio di accostarci alle altre nazioni in quella parte, in cui gl’interessi dell’annua riproduzione lo richiedono. Un tributo sulla uscita d’una materia prima può essere un incentivo fortissimo ad accrescer l’annua riproduzione col ridurla a manifattura. Un tributo sopra una manifattura estera può dar vigore a una consimile manifattura interna. Io non mi estenderò su questi elementi chiaramente sviluppati da varj scrittori. La direzione che può darsi providamente all’industria col mezzo della tariffa, l’accrescimento sensibile dell’annua riproduzione che si può operare col tributo saggiamente imposto sulle merci, sono beni di tale importanza ch’io credo che superino di gran lunga l’inconveniente delle spese della percezione.
Una ben regolata tariffa può essere utilissima adunque a proteggere l’industria nazionale, ed a promuovere la riproduzione dello Stato: ma non perciò credo io che il tributo sulle merci possa mai far concorrere le terre forestiere al tributo nazionale; poiché o trattasi di merci estere introdotte nello Stato, e il tributo che loro s’imponga lo pagherà il consumatore nazionale siccome si è veduto; ovvero trattasi di tributo imposto sull’uscita delle merci nostre, e questo pure si pagherà dal consumatore estero bensì, ma non caderà mai sulle terre. Il terriere come terriere non paga mai tributo, il tributo paga sempre e infallibilmente il consumatore; egli è vero che i consumatori sono alla fine quei che possedono, poiché pagano ai non possessori (de’ quali consumano il tempo) tutte le loro consumazioni subalterne; però non è in qualità di possessori che pagano il tributo, ma bensì di consumatori. Se però vorrà farsi concorrere al tributo in tal modo il consumatore estero, le nazioni rivali nella vendita potranno annientare la nostra esportazione offrendo le merci a minor prezzo.
Credo giovevolissima allo Stato una tariffa saggiamente immaginata, e un tributo giudiziosamente imposto sulle merci, ma non credo che sia utile giammai il proibire l’uscita d’alcuna materia prima dallo Stato: sebbene credo utile l’imporre a quell’uscita un tributo. La ragione di ciò si è già accennata altrove, perchè le leggi proibitive e vincolanti l’uscita avviliscono il prezzo, perchè al bel principio sottraggono tutto il numero de’ compratori esteri a fronte dei venditori nazionali. Avvilito il prezzo, se ne deve diminuire la coltura necessariamente, e la materia prima caderà nelle mani di alcuni pochi monipolisti che non lasceranno godere alla nazione nemmeno l’abbondanza di questa materia prima, di che ho parlato più sopra: laddove un tributo cautamente impostovi fa l’effetto di allontanare il compratore estero bensì, ma non l’esclude, nè si dà luogo a nascere il monipolio.
Per la tutela poi di questo tributo sulle merci è da osservarsi che quanto più le merci sono voluminose e di valore, tanto più si può accrescere il tributo; e quanto meno ne è il volume o il valore, tanto debb’essere più leggiero il tributo: e ciò perchè quanto è più facile la frode, e quanto maggiore interesse vi è di farla, tanto più si fa; e la pena naturale del contrabbando si è la perdita della merce fraudata.
La tariffa dovrebb’essere un semplice vocabolario succinto e portatile, dove per ordine d’alfabeto si ritrovassero tutte le merci soggette a tributo, con di contro la quantità che per ciascuna si deve pagare in due casi: quando entri, ovvero quando esca dallo Stato. I meri transiti dovrebbero lasciarsi esenti, perchè questa esenzione sempre più inviterà il passaggio per lo Stato e il denaro che i condottieri vi lasceranno di gran lunga ricompenserà la poca perdita di quel tributo; perchè in secondo luogo o il tributo di transito s’impone indistintamente a peso, ovvero distinguendo le mercanzie in classi; se indistintamente si fa, dovrebbe pagare lo stesso tributo un centinaio di libbre di seta e oro, e un centinaio di vasi di terra, sproporzione ingiustissima e che escluderebbe i transiti più numerosi delle merci meno preziose; se si fa con distinzione, debbono dunque assoggettarsi alla visita le cose che transitano, e il proprietario della merce non soffrirà che passi da uno Stato dove colla presenza del solo condottiere debbe scomporsi e ricomporsi, con pericolo d’essere poi o mancante o mal rassettata. Gl’inconvenienti e i pericoli d’imporre tributo ai transiti sono tali a mio giudizio che non sono compensati dal poco utile che può recare quella tenue porzione di tributo; e la libertà totale del passaggio è tanto ospitale e conforme alla ragione e agl’interessi pubblici che non mi pare possibile il trovarvi un inconveniente. Alcune merci pagano a misura, altre a peso, altre a numero, altre a stima del valor capitale. La tariffa dovrebbe secondar l’uso della negoziazione e tassare su quella misura sulla quale si fanno comunemente i contratti. A stima di valore si dovrebbero tassare quelle merci che nella contrattazione, nè si pesano, nè si misurano; poiché in quel genere di merci vi è somma differenza nel valor capitale anche fra due cose che avranno lo stesso nome. Ogni trasporto interno dovrebbe poi essere libero pienamente, e il tributo dovrebbe esser uniforme in ogni parte dello Stato sulla merce medesima. Così la totalità del tributo sarebbe portata da tutti i fondi stabili, e da tutte le merci cadenti nel commercio esterno; dal che verrebbero i commercianti a sollevare in parte i pesi dell’agricoltura; si lascerebbero neutrali i possessori della merce universale d’impiegarla in aumento dell’annua riproduzione, o nell’agricoltura o nelle manifatture; e si sarebbe posto il censo su tutti i possessori censibili.
È stato proposto il quesito se qualora tutte le nazioni si accordassero ad abolire il tributo sulle merci, cosicchè liberamente e senza verun carico ogni merce potesse entrare o uscire in uno Stato, se, dico, questa operazione sarebbe universalmente giovevole, ovvero quali effetti produrrebbe. Se questo accordo fra le potenze d’Europa fosse sperabile è molto facile il prevedere quali ne sarebbero le conseguenze; cioè le medesime che nascono in uno Stato, togliendogli i tributi sulla interna circolazione. Si accosterebbero le nazioni fra di loro; si moltiplicherebbero i contratti; l’industria generalmente e l’annua riproduzione si rianimerebbero per tutta l’Europa; gli uomini goderebbero di comodi maggiori; ma la potenza degli Stati cioè la relazione che ha uno Stato coll’altro resterebbe la medesima. Se fosse sperabile un accordo così fortunato (nel tempo in cui nemmen si è fatta una convenzione per ridurre i pesi e le misure all’uniformità generale, il che pure non porterebbe sacrificio alcuno o dispendio a farsi), nessun uomo vi sarebbe che volesse contraddire a una idea tanto provida e umana, che tenderebbe ad accrescere il numero de’ nostri simili, e ad aumentare gli agj della vita sopra di ciascuno. Ma sin tanto che altri Stati impongono tributo sulle merci, e che si sforzano di allontanare le nostre dal consumarsi entro i loro confini, necessità vuole che noi pure rendiamo ad essi più care le materie prime che ricevono da noi, e in paragone nell’interno consumo dello Stato aggraviamo di tributo le manifatture estere; cosicché le nostre abbiano, sempre che si può, la preferenza; che se ciò non si facesse da una nazione sola, dico che quella soffrirebbe colla massima energia i mali che posson cagionare i tributi sulle merci, e avrebbe rinunziato alla utilità che se ne può risentire.
Riassumendo la teoria del tributo io dirò che la esatta giustizia vorrebbe che il tributo venisse ripartito sopra di ciascun possessore a misura di quanto possede, ma gl’inconvenienti che altrimenti nascerebbero obbligano a escludere i meri possessori della merce universale. I soli possessori adunque dei campi e delle merci vendibili sono i naturali anticipatori del tributo che si paga finalmente dal consumatore. Collocato il tributo in ogni altra parte, sarà sempre di maggior peso alla nazione.
§ XXXV. Metodo per fare utili riforme del tributo.
Poche sono le nazioni, nelle quali sia il tributo ridotto a questa semplicità di avere due sole percezioni, una su i fondi stabili, l’altra sulle dogane. Come mai potrà un abile ministro di Finanza sciogliere quell’inviluppata rete di tanti tributi, e gabelle, e monipoli, che attraversano in ogni parte uno Stato, e legano le azioni de’ cittadini? Il tributo, parte la più interessante ed irritabile del corpo politico, non può mai essere scomposto con violenza e con impeto. Gli antichi sistemi delle finanze sono vecchie fabbriche formate gradatamente senza che una mente direttrice ne organizzasse il disegno; sono crollanti edificj che si sostengono a forza di puntelli, e lo smoverli tutti ad un tratto sarebbe lo stesso che cagionarne la rovina. Somma cautela vi vuole nello stendervi la mano, e conviene procedervi gradatamente, e più con tentativi che con ardite operazioni portarvi rimedio.
Si vedono ancora gli avanzi de’ metodi co’ quali si distribuiva il tributo ne’ secoli della passata barbarie. La ignorata geometria non permetteva allora di immaginare la mappa o il catastro de’ fondi di una intera provincia; quindi o si teneva per base la popolazione di ciascuna terra, e su di essa si distribuiva il censo, il quale colle guerre e colle pestilenze allora frequentissime in breve rendeva sproporzionatissima la ripartizione del carico che pure si voleva considerare immobile; ovvero si teneva per base la descrizione annua dei frutti raccolti, operazione dispendiosissima, odiosissima, e che collocava nell’arbitrio de’ commessi la tassazione. Questo secondo metodo è il più antico, e forse più conforme alle piccole idee di esattissima proporzione fra le annue facoltà, e i pesi annui di ogni cittadino che non s’assoggettava a un costante peso sopra una incostante ricchezza. I tributi poi sulle mercanzie erano piuttosto pedaggi in origine di un tanto per ogni carro o soma; indi si tassarono le merci colla proporzione di un tanto per cento del loro valore senz’alcuna idea di favorire o di scostare più una merce che l’altra. Crebbero i pubblici bisogni a misura che s’incivilirono le società, e s’introdusse in Europa maggiore massa di merce universale; i piccoli Stati furono incorporati, e diminuendosi il sistema feudale l’Europa rimase divisa in pezzi grandi, e le guerre si fecero da armate numerose e stabilmente assoldate. I vizj de’ due catastri de’ fondi stabili e della tariffa non permisero di aggiugnere sopra di essi i nuovi pesi; quindi una creazione perenne di gabelle capricciosissime con mirabile fecondità s’immaginò ne’ due secoli precedenti singolarmente, per modo che una quantità di azioni innocenti anzi talora utili venne interdetta, si crearono nuovi delitti, si gettarono nel carcere i cittadini, nacque una nuova legislazione penale, una nuova lingua di gabelle; tale è il prospetto che le provincie d’Europa presentano alla riforma.
Suppongo che un ministro voglia ridurre la Finanza alla semplicità di non avere che questi due soli tributi, dogane e censo sulle terre. Qual sarà la strada per cui gradatamente potrà giugnere con sicurezza all’adempimento d’un progetto tanto beneaugurato? Primieramente sarà da proscriversi il metodo di affittare la percezione del tributo singolarmente in masse grandi. Vi è già chi ha osservato essere la Amministrazione Regia quella di un padre che dirige gl’interessi di sua famiglia, ed oltre l’odio delle rapide fortune essere dannosi i grandi appaltatori per le leggi che di riverbero sforzano di promulgare. Io credo di più che un contratto frapposto che limita la beneficenza del sovrano e i bisogni del suo popolo sia direttamente nocivo ad ogni costituzione, e che pericoloso per la virtù de’ magistrati sia un ammasso di ricchezze collocato presso di una compagnia avente perenne bisogno. Prenderà di mira alcun tributo de’ meno importanti, e de’ più odiosi che cadono sul contadino, e cominciando da quello lo abolirà, sostituendovi un proporzionato sopraccarico alle terre. Poi prenderà qualche consimile tributo che si paghi dagli artigiani o dalle università de’ mestieri o dalla negoziazione, e con un calcolo ben pensato vi sostituirà un accrescimento nella tariffa, o generalmente un tanto per cento o particolarmente sopra alcuni capi che sieno più atti a sopportare maggior tributo. Poscia alternativamente ritornando ai tributi indiretti dell’agricoltura, quindi passando di nuovo alle merci gradatamente, anderà versando parte sulla porzione dominicale del terriere, e parte sulla tariffa. Così temporeggiando potrà egli medesimo veder gli effetti delle operazioni senza avventurare giammai la tranquillità pubblica, sulla quale inavvedutamente talvolta si fanno degli esperimenti troppo importanti. L’umanità non consente che s’impari l’anatomia sugli uomini vivi.
Preparerà utilmente la materia ad ogni salutare riforma il legislatore, se farà in modo che la nazione s’illumini ne’ suoi veri interessi, e ragioni sulla pubblica felicità. Una falsa politica regnò nel passato secolo, e i popoli s’impoverirono, e gli erarj divennero oberati dai debiti, e i sovrani perdettero quella robustezza e vigore che hanno riacquistata in tempi più felici. L’arte di reggere una nazione allora si definì l’arte di tenere gli uomini ubbidienti. Le tenebre del mistero ro coprivano tutti i pubblici affari. La popolazione, l’indole del commercio, le finanze d’uno Stato erano oggetti dei quali alcuni finanzieri conoscevano le parti, nessuno osava o poteva rimirarli sotto un punto di vista. La strada dei pubblici impieghi non era battuta se non colla diffidenza e colla simulazione ai fianchi. Il Cielo ci accorda un secolo ben diverso! I governi d’Europa generalmente fanno a gara per distruggere i mali ereditati da quella falsa politica. Si conosce e si definisce l’arte di reggere un popolo quella di rianimarlo alla prosperità. Le verità annunziate da alcuni uomini privilegiati si sono generalmente sparse in Europa; sono queste salite al trono de’ benefici sovrani, si sono scossi gl’ingegni, e coll’affritto reciproco si va diffondendo quest’elettricismo che rischiara gli oggetti relativi alla pubblica felicità; materia degna certamente delle meditazioni nostre più ancora di quello che lo sono le verità astratte, i fenomeni della natura e i fatti dell’antichità; confini troppo angusti, entro de’ quali si volle ristringere per lo passato l’impero della ragione.
Prova di quanto asserisco lo sono i libri pubblicati in questi ultimi tempi in ogni nazione, in ogni lingua sull’Economia pubblica, sul commercio, sul governo civile, sul tributo; libri nei quali con sicurezza e con libertà gli autori hanno posto nelle mani del pubblico quegli arcani dei quali sarebbe stato un attentato solamente il parlare in altri tempi. Si è discusso e ridotto a problema, se i regolamenti e le leggi sopra alcuni oggetti pubblici sieno utili o no. Ognuno del popolo può instruirsi, può pensare, può avere la sua opinione; nè agli autori è accaduto verun male, anzi molti di essi furono rimeritati e dalle loro opere giudicati degni de’ pubblici impieghi. L’abile ministro adunque fomenterà nel pubblico la curiosità d’instruirsi negli oggetti di Finanza e di Economia; ne fonderà delle cattedre, acciocché nella instituzione della gioventù uomini illuminati le imprimano i veri principj motori della felicità pubblica; lascerà libero l’ingresso alle opere che versano su di queste utili materie; lascerà libera la stampa, col mezzo di cui ogni cittadino possa decentemente e costumatamente manifestare le sue opinioni su i pubblici oggetti. In tal guisa dibattendosi in un liberale conflitto le opinioni su questa classe di oggetti, facilmente se ne schiudono ottime idee, e frammezzo ai sogni e ai delirj germogliano talvolta dei semi utilissimi alla prosperità dello Stato.
Quanto più il pubblico sarà illuminato, tanto più sarà giusto estimatore delle beneficenze che emanano dal trono; docile alla ragione, grato alla sovrana provvidenza, non s’ascolterà sussurrare tra un popolo colto quel maligno rumore, che fa impallidire talvolta il ministro appena stenda la mano per rimediare ai vecchi mali d’una società. I Sully e i Colbert, sappiam dalle storie, quanto abbian dovuto lottare per molti anni.
Aggiungo a questo che quanto più il popolo sarà illuminato, tanto il sovrano sarà più sicuro che i ministri operino il bene dello Stato; poichè i magistrati quand’anche per sentimento non cercassero il ben pubblico, che è il bene del Principe, saranno tanto più costretti ad operare utilmente quanto più avranno aperti gli occhi i cittadini, e saranno essi accorti e intelligenti osservatori della loro condotta. Promovere adunque i lumi e la curiosità nelle materie di Finanza e di commercio sarà sempre la preparazione migliore di tutte per cominciar le riforme.
§ XXXVI. Se il tributo per sè medesimo sia utile o dannoso.
Rettificata che sia la distribuzione del tributo e ridotta alla semplicità di due soli principj; facilitata così la circolazione interna; reso libero il trasporto, sciolto ogni vincolo coercitivo dell’industria; ridotti i cittadini a vivere sotto leggi chiare, semplici, umane, inviolabili; dato un libero corso alla buona fede, protetta con ogni vigilanza; non v’ha dubbio che la nazione si vedrà progredire al bene. Ma potrà chiedersi se il tributo ben distribuito sia utile o no all’industria nazionale? Varj autori opinarono per il sì, appoggiandosi su questo principio. Il tributo impoverisce gli uomini, dunque accresce i loro bisogni, dunque dà loro una nuova spinta per essere industriosi. A questo ragionamento, a me sembra che se ne possa contrapporre un altro, ed è il seguente. Il tributo sottrae per qualche tempo alla circolazione una parte sensibile della merce universale; dunque diminuirà la circolazione e seco lei diminuirà l’industria: poichè diminuiti i mezzi di procurarsene l’adempimento, si freneranno le voglie, e diminuendosi queste scemeranno immediatamente i contratti, siccome si è più volte detto, e scemandosi i contratti la circolazione per quella cagione si rallenterà. Di più il tributo è una diminuzione dell’utile prodotto dalla industria; dunque minore stimolo avranno gli uomini per essere industriosi. Riflettono alcuni che nelle città più floride si pagano i più gravosi tributi, e quasi sembrano a questi attribuirne la prosperità, la quale invece è cagione si sopportino senza discapito i gravosi tributi. Se qualche volta su gli Stati animati da una estesa industria una cattiva operazione non produrrà apparentemente mali effetti, ciò avviene perchè le grandi masse, dove la materia sia ben compatta, riscaldate che sieno sono più lente a perdere il calore. Quanto più è ristretto uno Stato, tanto egli è più facile il rianimarlo, siccome il condurlo alla rovina. A misura che le masse d’uomini grandeggiano, maggior tempo e spinta vi vogliono a dar loro moto sì al bene, come al male.
È seducente la pittura che può farsi a persuadere che il tributo sia un bene. Osserviamo generalmente le nazioni della Terra, vedremo i climi più dolci, i paesi più fecondati dal sole esser popolati da nazioni povere, mancanti d’attività e che appena conoscono industria; per lo contrario i climi i più ingrati, se non restano deserti, sono abitati da nazioni ricche e da popoli industriosissimi. Vi fa bisogno di un freddo sommo perchè l’uomo inventi abitazioni deliziose, nelle quali si respiri un’aria soavemente tepida nel maggior rigore dell’inverno. Vi fa bisogno del mare che sovrasti minacciando di sommergere una nazione perchè ivi le terre diventino i più fecon- di giardini del mondo, ricchi di cose peregrine. Poni un popolo sopra di un sasso nudo e sterile, minacciato d’una continua fame, e lo vedrai diventare il più ricco e abbondante del contorno. La voce dispotica del bisogno mette l’uomo nell’alternativa, o perire o esse- re industrioso, e l’abitudine va sempre al di là dei bisogni, onde il lusso e la delizia regnano su quel suolo medesimo sul quale la natu- ra vi aveva piantata la morte. I tributi fanno l’effetto della sterilità: poichè se un campo coltivato da dieci uomini in un paese fecondo produrrà l’annuo frutto per nodrire trenta uomini, resteranno al proprietario del fondo le porzioni di venti uomini ch’ei potrà salariare, e questa sarà la di lui rendita. In un clima ingrato sopra un’estensione eguale di terreno, il lavoro di dieci uomini darà frutto per mantenere venti uomini, ed ivi il proprietario non ricaverà se non di che mantenere dieci uomini. Ma se nel terreno fecondo s’imponga un tributo per cui il proprietario della terra debba pagare la metà della sua rendita, non resteranno più se non dieci uomini anche a quel proprietario da poter mantenere. L’effetto adunque del tributo sulle terre rispetto al possessore si è il medesimo di quello dell’infecondità originaria sul suolo. Taluni dicono adunque: se l’originaria infecondità spinge l’uomo all’industria, l’effetto medesimo si otterrà coll’infecondità artificiale prodotta dal tributo.
Ma questa maniera di ragionare non regge, perchè manca di un dato. L’uomo vede più facilmente i confini immutabili della fisica, che i variabili e fluttuanti delle opinioni di chi lo governa. Una lunga sperienza venutagli per tradizione gli fa conoscere quali ostacoli fisici debba superare per continuare a vivere su quel terreno sterile sì, ma prediletto, perchè vi è nato; misura le sue forze coll’ostacolo, sa che colla tale quantità di lavoro potrà superarlo, e godrà poscia con sicurezza il frutto del suo tavaglio. Ma quando la infecondità è artificiale, l’uomo vede un odiato ostacolo, che può ingrandirsi a misura che si accresceranno i di lui sforzi per vincerlo. L’uomo si avvilisce per il peso che gli viene imposto, diminuisce la confidenza verso chi regge il suo destino, e si abbandona all’indolenza.
Io credo adunque che un tributo generalmente sia sempre una diminuzione d’industria, eccettuato soltanto qualche tributo opportunamente imposto o sull’uscita o sull’entrata di alcuna merce; nel qual caso può essere di giovamento positivo all’industria. Per conoscere che il tributo è generalmente una diminuzione d’industria, ascendiamo a quei principj, dei quali si è accennato altrove qualche cosa. Se in una nazione non si pagasse tributo, e vi fosse un’organizzazione di governo necessaria a mantenere una società; qualora un’estera nazione fosse ingiusta verso di lei o minacciasse d’invaderla, bisognerebbe che una parte della nazione abbandonasse l’agricoltura, e i mestieri, si ponesse in armi, e accorresse alla pubblica difesa frattanto che l’altra parte della nazione resterebbe occupata nell’annua riproduzione, con cui mantenere e sè stessa e i suoi difensori. In questa ipotesi non può dubitarsi che verrebbe scemata l’industria nazionale e l’annua riproduzione di tanto, quante sono le braccia che avessero abbandonata l’agricoltura e i mestieri per la pubblica difesa. In vece di ciò; in vece di togliere all’occasione del bisogno le braccia all’agricoltura e ai mestieri, si sono assoldati degli uomini i quali per lor professione si sacrificano unicamente alla difesa dello Stato, e in vece di trasmettere immediatamente parte delle derrate e delle merci necessarie al vitto de’ difensori, i proprietarj di quelle e di queste le cambiano colla merce universale, e la consegnano all’erario per alimentare i difensori. L’effetto sarà dunque il medesimo in un caso come nell’altro; cioè che l’industria sarebbe assai maggiore, e sarebbe maggiore la riproduzione annua se fosse eseguibile il chimerico progetto di abolir tutt’i carichi, siccome il più stupido e il più crudele fra gli uomini che disonorasse il trono di Augusto osò proporre al Senato di Roma.
Sempre sarà più innocuo il tributo quanto più celeramente passerà dalle mani del contribuente all’erario, e da questo agli stipendiati o alle opere pubbliche, poichè allora, sebbene siasi dato un moto forzoso a una parte della merce circolante, ella però ritornerà nella contrattazione col minore intervallo possibile a moltiplicare i contratti e tanto più sarà innocuo il tributo quando si distribuisca sul luogo medesimo che lo contribuisce, e quanto più si dividerà in molte mani uscendo dall’erario.
§ XXXVII. Dello spirito di Finanza e di Economia pubblica.
È una osservazione degna da farsi la seguente, che i principj che debbon muovere il ministro di Finanza sono in gran parte diversi dai principj che debbon muovere un ministro di Economia pubblica. Le leggi di Finanza se sono indirette sono pessime; le leggi di Economia pubblica per lo contrario sono pessime se sono leggi dirette. Mi spiegherò. Se nella Finanza vorrà percepirsi un tributo per legge indiretta: per esempio proibire a tutt’i cittadini un’azione, non già perchè realmente si voglia essa impedire, ma affine che comprino la dispensa per farla (delle quali leggi in molti paesi ve ne sono), dico che questo tributo indiretto costerà alla nazione assai più di quello che ne ricava l’erario, e importerà molte volte la venalità, la corruzione e una dispersione di tempo in uffizj. Laonde se chiaramente e direttamente la legge di Finanza ordinasse il pagamento di una somma corrispondente sul fondo censibile, sarebbe assai più naturalmente e placidamente collocato il tributo. Si esaminino tutt’i casi in cui il tributo è indiretto, e troverassi che hanno ragione i molti autori che trovano questa forma sempre viziosa. La Finanza deve sempre andare di fronte e con semplicità a ricercare dai contribuenti il tributo. Ella si spinge direttamente al suo fine.
Ma l’Economia pubblica debbe andar sempre per le strade indirette. La Finanza ha per oggetto legar meno che si può la nazione nel ripartimento del tributo. L’Economia pubblica ha per oggetto di accrescere al maggior grado possibile l’annua riproduzione. Nella Finanza vi debb’essere più imperio e attività. Nell’Economia pubblica vi vuole più delicatezza e più sagacità. Alcuni esempj rappresenteranno con chiari contorni le mie idee. Suppongasi che si voglia accrescere la popolazione dello Stato, dilatare la coltura su i terreni abbandonati, perfezionare i frutti del paese: dico che queste provide idee rovinerebbero una nazione se fossero promosse con leggi dirette, e se il legislatore invece d’invito e di guida si servisse della forza e del comando. Le leggi dirette sarebbero, per esempio, proibire la evasione dello Stato, ed obbligare ogni cittadino giunto ai 20 anni ad ammogliarsi. Comandare alle comunità di mettere a coltura tutte le terre del loro distretto. Comandare il metodo di preparare la seta, l’olio, il vino raccolti ne’ proprj fondi. Gli effetti di queste leggi dirette e vincolanti sarebbero la spopolazione e la desolazione dello Stato. L’evasione crescerebbe, perchè l’uomo ama meno lo stare dov’è costretto, che dove spontaneamente soggiorna; sarebbero ripiene le carceri d’infelici cittadini non d’altro rei che di non aver tradita una fanciulla associandola alla loro miseria; sarebbero le comunità esposte alle esecuzioni militari, per non aver coltivata quella terra, per la quale mancavano le braccia; gli sgherri e la feccia degli uomini romperebbero l’asilo delle domestiche mura per inquirere su i metodi prescritti per le preparazioni. In questa ebulizione interna la confusione, il disordine, l’avvilimento si spanderebbero in ogni parte, e si rifugierebbero i popoli affannati presso i finitimi, cercando una nuova patria, ove tranquillamente passar la vita, sicuri di goderla in pace, sintanto che le loro mani saranno monde da ogni delitto.
Il provido ministro di Economia pubblica indirettamente camminerà a questo fine, colle preferenze ed onori renderà rispettabile lo stato conjugale; rianimerà l’industria col toglierle i ceppi, collo spianarvi le strade, coll’assodare la proprietà, preziosissimo bene dell’uomo sociale, col procurare agli abitanti un’intima persuasione della sicurezza propria, nel che solo consiste la libertà civile; snoderà l’attività degli uomini, in una parola, per tutti que’ mezzi che si sono veduti, e ne verrà in conseguenza che la popolazione crescerà, si dilaterà la coltura, si perfezioneranno le arti tutte.
§ XXXVIII. Quale sia la prima spinta che porti rimedio ai disordini.
Si è veduto quai siano i principj motori dell’industria, quali gl’inciampi che ne impediscono lo sviluppamento. Si è in seguito osservato con qual metodo si potrà dai ministri operare una benefica riforma nello Stato. Resta finalmente ch’io aggiunga qualche cosa per indicare in qual modo io creda che i sommi arbitrj del destino della società possano dare la spinta a una felice rivoluzione. Se gli uomini sono esseri sovranamente dominati dalla abitudine, se gli antichi usi, e le leggi, e i costumi ereditati, e de’ quali siamo imbevuti dall’infanzia formano la ragione della maggior parte degli uomini, questo singolarmente poi si verifica nei tribunali, i quali come corpi immortali lentissimamente removibili dalle opinioni seguitate, ottimi custodi di quelle leggi e di quel sistema dello Stato, da cui nasce l’ordine, difficilmente abbracciano alcuna novità. Ogni nuovo individuo collocato a sedervi forza è che si spieghi alla comune maniera di sentire, e quanto più il tribunale è venerabile agli occhi del pubblico, tanto più ogni individuo risentendo la gloria d’esservi ascritto si renderà cara e propria la opinione di tutto il ceto. Non mai si è veduto che un ceto di più uomini collegialmente radunati abbia potuto o eseguire o tentare qualche riforma.
Un’unione di più uomini raccolti anche per una nuova adunanza difficilmente si creerà da sè medesima un comune principio universale, a cui tendano le sue opinioni. Ogni individuo, supposto anche della più retta e imparziale intenzione, ha sempre i suoi privati punti di vista, dai quali rimira l’oggetto; e siccome l’unione di più architetti collegialmente raccolti non produrrà mai una regolare ed uniforme struttura di un disegno; così nemmeno io credo che un ceto di uomini a guisa di tribunale possa mai organizzare un regolato sistema di riforma. Che se poi le passioni, le simultà, le propensioni, le quali talvolta per umana debolezza entrano negli animi, vengano a frammischiarvisi, l’attività degli uomini impiegati si disperderà in tutt’altro che negli oggetti immediatamente destinati al servizio del sovrano, cioè al bene del pubblico, di che ne vediamo gli esempj nelle storie, e i fatti domestici di molti Stati ne fanno testimonianza. Dovunque siasi fatta mutazione essenziale, dovunque con qualche rapidità e felice successo si saranno sradicati gli antichi disordini, si vedrà che questa fu l’opera di un solo lottante contro molti privati interessi, i quali, se a pluralità di voti si dovessero singolarmente dibattere, altro non cagionerebbero, che lunghe e amare defatigazioni. Quindi a me sembra che se in tutte le cose, le quali hanno per oggetto l’esecuzione delle leggi già fatte, è utile, anzi indispensabile il farne dipendere la decisione dalla opinione di più uomini; per lo contrario dove si tratta d’organizzare sistemi e dirigere il corso a un determinato fine, sorpassando le difficoltà che si frappongono, e che tutte non possono mai prevedersi, necessità vuole che quest’impeto e questa direzione dipenda da un sol principio motore; siccome la dittatura fu appunto presso i romani nelle cose ardue adoperata felicemente, e per lo contrario l’instituzione de’ decemviri col disgraziato esito che sappiamo. Quando si tratta di decidere i casi particolari a norma delle leggi già pubblicate, la diversità delle opinioni umane rende appunto difficile l’ingiustizia, perchè l’una contempera l’altra; ma quando si tratta d’agire, e di una azione pronta, spedita e sempre uniforme ad un fine, io non credo potersi ciò far dipendere dalla pluralità di voti.
Convien dunque nell’Economia politica, singolarmente quando si tratti di ridurla a semplicità, riformando i vecchi abusi, convien, dico, creare un dispotismo che duri quanto basta ad aver messo in moto regolarmente un provido sistema.
§ XXXIX. Carattere d’un ministro di Finanza.
Considerare sempre gli uomini fatti per gl’impieghi, non mai gl’impieghi per gli uomini; saper resistere a qualunque officiosità, non conoscere nè familiari, nè clienti, nè amici; pesare i servigj che può rendere il soggetto che si sceglie, non la persona che lo propone; avere ogni particolare sentimento in disposizione di annientarsi tosto che s’ascolti la sacra voce del dovere; conservare in mezzo a ciò un costume umano e dolce che faccia al pubblico sempre più accetta la forma di amministrare il tributo; amare sinceramente il buon esito della commissione senza rivalità, e con una imparziale ricerca del vero e dell’utile; sapersi internare ne’ dettagli senza dimenticare i tronchi maestri e il tutto insieme; conoscere per intima persuasione i principj motori dell’industria; avere analizzata la natura dell’uomo e della società; amare con uno spirito di vera filantropia il bene degli uomini; conoscere esattamente le circostanze del paese sul quale deve operare: tali sarebbero i talenti che formerebbero un perfetto uomo di Finanza; al quale potrebbe il Principe confidare una piena autorità necessaria per fare un buon sistema. Ma la natura non è prodiga de’ suoi doni.
Quanto più sarà grande il numero degli uomini illuminati nella nazione, tanto maggiore sarà la probabilità che il sovrano ritrovi l’uomo che somigli al carattere che se ne è fatto. È inutile ch’io soggiunga quanto sia necessario l’averlo ben definito e provato prima di concedergli nelle mani un’autorità così estesa e tanta influenza sulla tranquillità del popolo. È inutile pure ch’io dica quanto debba esser forte e costante la protezione sovrana verso dell’uomo trascelto, contro di cui in ogni paese non mancheranno d’alzarsi reclami e accuse. Tutto convien che vada nell’epoca della riforma colla maggiore sollecitudine e attività, acciocchè quest’epoca sia più breve che si può, e termini coll’avere organizzato un sistema regolare, placido e niente arbitrario; e in quel momento felice cessi il potere dell’uomo e ricomincino a regnare le sole leggi. Poichè gli uomini muojono, ed i sistemi restano; e convien scegliere gli uomini per gl’impieghi, come se tutto dovesse dipendere dalla loro sola virtù, e organizzare i sistemi, come se nulla si dovesse contare sulla virtù degli uomini prescelti; e come cessato il bisogno per cui s’era creato un dittatore sinché Roma fu felice, l’autorità di esso s’annientò; così pure cessata la necessità nello Stato, l’amministrazione delle Finanze già rettificata e resa semplice potrà confidarsi anche a un ceto di più uomini custodi di una legge già fatta e confacente agl’interessi della nazione.
§ XL. Carattere d’un ministro d’Economia.
Ho detto quali debbon essere le qualità di un ministro di Finanza. Da quanto ho toccato appare altresì quai talenti debba avere un ministro di Economia. Egli debbe sopra ogni cosa essere attivo nel distruggere, cautissimo nell’edificare. La maggior parte degli oggetti su i quali verte, ricusano la mano dell’uomo. Rimuovere gli ostacoli; abolire i vincoli; spianar le strade alla concorrenza animatrice della riproduzione; accrescere la libertà civile; lasciare un campo spazioso all’industria; proteggere la classe de’ riproduttori singolarmente con buone leggi, sicchè l’agricoltore o l’artigiano non temano la prepotenza del ricco; assicurare un corso facile, pronto e disinteressato alla ragione de’ contratti; dilatare la buona fede del commercio col non lasciar mai impunita la frode; combattere con tranquillità e fermezza in favore della causa pubblica ben intesa: di quella causa che è sempre la causa del sovrano; non disperare mai del bene, ma accelerarne l’evento diffondendo nella nazione i germi delle più utili verità. Questi e non altri sono gli oggetti che debbono occupare un abile ministro di Economia pubblica, il restante forz’è abbandonarlo al principio immediato motore dell’universo che agisce con immutabili leggi, unisce e scompone gli esseri, ma niente depreda, niente lascia inoperoso così nel fisico che nel politico; principio di cui vediamo alcuni effetti, conosciamo l’esistenza, ammiriamo le leggi, e con un vago e non mai definito vocabolo chiamiamo natura. Felice colui che nel suo cuore la serba, e ubbidiente alla voce di questa figlia dell’Onnipossente ne calca il sentiero e lo indica a chi l’ha smarrito! L’errore solo, le opinioni incatenano gli uomini e guidano le intere nazioni alla squallida sterilità.
Il Caffè – Tomo I
IL CAFFÈ
ossia BREVI E VARI DISCORSI DISTRIBUITI IN FOGLI PERIODICI
Tomo primo
Dal giugno 1764 a tutto maggio 1765
| Testo critico stabilito da Gianni Francioni (Il Caffè 1764-1766, Torino, Bollati Boringhieri, 1998) |
| INDICE Al lettore Indice dei discorsi contenuti in questo primo tomo Introduzione Pietro Verri, Storia naturale del caffè Pietro Verri, V’erano ier sera… Cesare Beccaria, Il Faraone Pietro Verri, Così terminò… Ebbimo nel caffè… Pietro Verri, Il tempio dell’Ignoranza Ricevo una lettera… Pietro Verri, Elementi del commercio Cesare Beccaria, Frammento sugli odori Alessandro Verri, Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca Pietro Verri, La commedia Pietro Verri, M’è stato dato… Pietro Secchi, La coltivazione del tabacco Pietro Verri, Così termina… Ricevo da ottimo cittadino… Sebastiano Franci, Dell’agricoltura. Dialogo. Afranio e Cresippo Pietro Verri, In fatti, lettori cortesi… Alessandro Verri, Le riverenze Pietro Verri, Le lettere ci piovono… Giuseppe Visconti, Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul barometro Alessandro Verri, Discorso sulla felicità de’ Romani Pietro Verri, La festa da ballo Giuseppe Visconti, Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul termometro. Su i venti Cesare Beccaria, Risposta alla Rinunzia Giuseppe Visconti, Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul clima La lettera ch’io ricevo… François Baillou, Lettera d’un violinista Un causidico ci ha annoiati… Alfonso Longo, Osservazioni su i fedecommessi Io ho migliore opinione… Pietro Verri, Avvisi ai signori caffettieri Alessandro Verri, Saggio di legislazione sul pedantesimo La giusta e discreta doglianza… Alessandro Verri, Memoriale ad un rispettatissimo nostro maestro Pietro Verri, La vendetta Pietro Verri, La disattenzione Sebastiano Franci, Alcuni pensieri politici Pietro Verri, La fortuna dei libri Alessandro Verri, La bugia Alessandro Verri, L’ingratitudine Pietro Verri, Il secreto Pietro Verri, I filosofi Ci è stata diretta… Pietro Verri, Considerazioni sul lusso Alessandro Verri, Conversazione tenutasi nel caffè Pietro Verri, Le delizie della villa Cesare Beccaria, Tentativo analitico su i contrabbandi Pietro Verri, La coltivazione del lino Alessandro Verri, Di Giustiniano e delle sue leggi Alessandro Verri, Pensieri scritti da un buon uomo per instruzione di un buon giovine Pietro Verri, Saggio d’aritmetica politica Pietro Verri, Qual sia il miglior ingegno Pietro Verri, Quai sieno gli uomini grandi Pietro Verri, L’ambizione Pietro Verri, La medicina Pietro Verri, Pensieri sullo spirito della letteratura d’Italia Giuseppe Colpani, Dialoghi dei morti Pietro Verri, I giudizi popolari Giuseppe Visconti, Descrizione d’una famiglia rustica Alessandro Verri, Promemoria che serve a maggior spiegazione della rinuncia al Vocabolario della Crusca Sebastiano Franci, Difesa delle donne Alessandro Verri, Alcune riflessioni sulla opinione che il commercio deroghi alla nobiltà Pietro Verri, Storia naturale del caccao Punti di vista Cesare Beccaria, Frammento sullo stile Pietro Verri, Dell’onore che ottiensi dai veri uomini di lettere Alessandro Verri, Dell’ozio Paolo Frisi, Degl’influssi lunari Pietro Verri, Le osservazioni degli influssi… Pietro Verri, Lettera d’un freddista Luigi Lambertenghi, Delle poste Pietro Verri, Gli studi utili Alessandro Verri, I beni della insensibilità. Racconto antico Ai lettori Pietro Verri, Sulla spensieratezza nella privata economia Pietro Secchi, Anecdoto chinese Pietro Verri, I tre seccatori Ruggero Boscovich, Estratto del Trattato astronomico del signor de La Lande Pietro Verri, Lettera d’un medico polsista Pietro Verri, Un ignorante agli scrittori del Caffè Opinione che debbesi tenere delle cognizioni proprie Alfonso Longo, Dissertazione sugli orologi Pietro Verri, Le maschere della commedia italiana Pietro Verri, Sin tanto che la commedia… Pietro Verri, Ai giovani d’ingegno che temono i pedanti Alessandro Verri, Lo spirito di società Demetrio ai lettori di questi fogli |
Brevi complector singula cantu.
Al lettore
Questo lavoro fu intrappreso da una piccola società d’amici per il piacere di scrivere, per l’amore della lode e per l’ambizione (la quale non si vergognano di confessare) di promovere e di spingere sempre più gli animi italiani allo spirito della lettura, alla stima delle scienze e delle belle arti, e ciò che è più importante all’amore delle virtù, dell’onestà, dell’adempimento de’ propri doveri. Questi motivi sono tutti figli dell’amor proprio, ma d’un amor proprio utile al pubblico. Essi hanno mosso gli autori a cercare di piacere e di variare in tal guisa i soggetti e gli stili che potessero esser letti e dal grave magistrato e dalla vivace donzella, e dagl’intelletti incalliti e prevenuti e dalle menti tenere e nuove. Una onesta libertà degna di cittadini italiani ha retta la penna. Una profonda sommissione alle divine leggi ha fatto serbare un perfetto silenzio su i soggetti sacri, e non si è mai dimenticato il rispetto che merita ogni principe, ogni governo ed ogni nazione. Del resto non si deve e non si è mai prestato omaggio ad alcuna opinione, ed anche negli errori medesimi alla sola verità si è sacrificato.
Forse potran col tempo sembrar troppo animosi alcuni tratti contro i puristi di lingua; ma la pedanteria de’ grammatici, che tenderebbe ad estendersi vergognosamente su tutte le produzioni dell’ingegno; quel posporre e disprezzare che si fa da alcuni le cose in grazia delle parole; quel continuo ed inquieto pensiero delle più minute cose che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura e sulla politica italiana meritano che alcuno osi squarciare apertamente queste servili catene. È ridicola cosa il raccomandarsi alla benevolezza del pubblico, conviene meritarsela. Come gli autori per amor proprio hanno scritto, così per amor proprio il pubblico ha letto e leggerà. Ciò che è piaciuto diviso in fogli conviene sperare che piacerà riunito in questo primo tomo; al quale altri verranno in seguito se il favorevole giudizio del pubblico continuerà a dar lena a questo periodico lavoro.
Indice dei discorsi contenuti in questo primo tomo
DI ECONOMIA PUBBLICA
Elementi del commercio
Pensieri politici
Considerazioni sul lusso
Tentativo analitico su i contrabbandi
Sul commercio della nobiltà
Su i fedecommessi
Sulla legislazione di Giustiniano
Coltivazione del tabacco
Coltivazione del lino
Le poste
Danno che recano all’industria nazionale alcune caritatevoli instituzioni: anecdoto chinese
DI AGRICOLTURA, STORIA NATURALE E MEDICINA
Dialogo sull’agricoltura
Osservazioni meteorologiche fatte in Milano sul barometro
Sul termometro
Su i venti
Sul clima
Storia naturale del caffè
Storia naturale del caccao
La medicina
Degl’influssi lunari
DI VARIA LETTERATURA
Giuoco del Faraone calcolato
Il tempio dell’Ignoranza
Frammento sugli odori
Sulla commedia
Le riverenze
Sulla felicità de’ Romani
Descrizione d’una villeggiatura
Sullo spirito della letteratura italiana
Dialoghi de’ morti
I giudizi popolari
Descrizione d’una famiglia rustica
Difesa delle donne
Sullo stile
Lettera d’un freddista
Gli studi utili
I tre seccatori
Estratto del Trattato astronomico del signor De la Lande
Lettera d’un medico polsista
Lettera d’un ignorante
Paragone fra l’orologio italiano e l’europeo
Le maschere della commedia italiana
AI PEDANTI
Rinunzia alla Crusca
Risposta alla Rinunzia
Saggio di legislazione sul pedantesimo
Memoriale ad un rispettato maestro
Conversazione tenutasi nel caffè
Promemoria al Vocabolario della Crusca
Dell’onore che ottiensi dai veri uomini di lettere
Ai giovani d’ingegno che temono i pedanti
DI MORALE
La vendetta
La disattenzione
La bugia
L’ingratitudine
Il secreto
Pensieri d’un buon vecchio ad un giovane
Qual sia il miglior ingegno
Quai sieno gli uomini grandi
L’ambizione
L’ozio
I beni dell’insensibilità
La spensieratezza nella economia privata
Opinione che debbesi avere delle cognizioni proprie
Lo spirito di società
Num. I
IL CAFFÈ
[Introduzione]
Cos’è questo Caffè? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli? Con ogni stile che non annoi. E sin a quando fate voi conto di continuare quest’opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta; se poi il pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa. Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli, come già altrove fecero e Steele, e Swift, e Addisson, e Pope ed altri. Ma perché chiamate questi fogli il Caffè? Ve lo dirò; ma andiamo a capo.
Un greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l’avvilimento e la schiavitù, in cui i Greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in caffè del più squisito che dare si possa al mondo; indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè; caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’aloe, che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plombeo della terra bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tepida e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti e in mezzo alla bottega; in essa bottega chi vuol leggere trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega chi vuol leggere trova per suo uso e il Giornale enciclopedico, e l’Estratto della letteratura europea, e simili buone raccolte di novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutt’i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi in ordine vari, così li dò alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di caffè.
Il nostro greco adunque (il quale per parentesi si chiama Demetrio) è un uomo che ha tutto l’esteriore d’un uomo ragionevole, e trattandolo si conosce che la figura che ha gli sta bene, nella sua fisonomia non si scorge né quella stupida gravità che fa per lo più l’ufficio della cassa ferrata d’un fallito, né quel sorriso abituale che serve spesse volte d’insegna a una timida falsità. Demetrio ride quando vede qualche lampo di ridicolo, ma porta sempre in fronte un onorato carattere di quella sicurezza che un uomo ha di sé quando ha ubbidito alle leggi. L’abito orientale, ch’ei veste, gli dà una maestosa decenza al portamento, cosicché lo credereste di condizion signorile anziché il padrone d’una bottega di caffè; e convien dire che vi sia realmente una intrinseca perfezione nel vestito asiatico in paragone del nostro, poiché laddove i fanciulli in Costantinopoli non cessano mai di dileggiare noi Franchi, qui da noi, non so se per timore o per riverenza, non si vede che osino render la pariglia ai levantini. Gli Europei che si stabiliscono in quelle contrade vestono quasi tutti l’abito o armeno, o greco, o talare in qualunque modo, né se ne trovano male, anzi ripatriando risentono il tormento del nostro abito con maggior energia, in vece che nessun di essi, stabilendosi fra di noi nelle città dove il commercio li porta, può risolversi a fare altrettanto. Noi cambiam di mode ogni vent’anni, e vedremmo la più ridicola incostanza del mondo se ci si presentasse una collezione degli abiti europei da soli quattro secoli a questa parte: i ritratti antichi ce ne fanno fede, sembra che andiamo ciecamente provandoci con ripetuti tentativi per trovare una volta la forma dell’involto in cui deve rinchiudersi il corpo umano, ch’è pur sempre lo stesso; e quel ch’è più si è che malgrado tutte le nostre instabilità, e malgrado la sicurezza in cui siamo che da qui a vent’anni chi si vestisse come facciamo ora noi sarebbe ridicolo, pure crediamo ridicole le ragioni medesime che ci dimostrano l’irragionevolezza del nostro vestito. Gli orientali in vece tagliano gli abiti loro sulla stessa forma su cui li tagliavano i loro antenati alcuni secoli fa, poiché quando si sta bene non v’è ragione per variare; l’abito loro perfine è più elegante, più pittoresco, più sano, più comodo del nostro. Su quest’argomento io scriverei volentieri molte pagine, se non vedessi che si scriverebbero inutilmente. E sapete perché le scriverei? Perché io nato, allevato in Italia non ho mai potuto naturalizzarmi col mio vestito; e quando devo ogni mattina soffrire che mi si sudici il capo colla pomata, che mi si tormenti con cinquecento e non so quanti colpi di pettine, che mi s’infarini, e mi si riempian gli occhi, gli orecchi, il naso e la bocca di polve; quando vedo rinchiudere i miei capelli entro un sacco che mi pende sulle spalle, quando mi sento cingere il collo, i fianchi, le braccia, le ginocchia, i piedi da tanti tormentosi vincoli, e che fatto tutto ciò al minimo soffio d’aria la sento farsi strada sino alla pelle e intirizzarmi nell’inverno; e devo portar meco un pezzo inutile di panno, che si chiama cappello, benché non sia un cappello; e devo portar meco una spada, quand’anche vado dove son sicuro da ogni oltraggio, né ho idea di farne; non so contenermi che non esclami: Oh ragionevoli, oh felici sartori, berettieri e uomini dell’Asia, ridete di noi che avete ben ragione di ridere!
Son pochi dì dacché il nostro Demetrio ebbe occasione di parlar del suo mestiere, e ne parlò da maestro. Si trovavano nel caffè un negoziante, un giovane studente di filosofia, ed uno dei mille e ducento curiali che vivono nel nostro paese; io stava tranquillamente ascoltandoli, non contribuendo con nulla del mio alla loro conversazione. Il caffè è una buona bevanda, diceva il negoziante, io lo faccio venire dalla parte di Venezia, lo pago cinquanta soldi la libbra, né mi discosterò mai dal mio corrispondente; altre volte lo faceva venir da Livorno, ma v’era diversità almen d’un soldo per libbra. V’è nel caffè, soggiunse il giovane, una virtù risvegliativa degli spiriti animati, come nell’oppio v’è la virtù assoporativa e dormitiva. Gran fatto, replicò il curiale, che quel legume del caffè, quella fava ci debba venire sino da Costantinopoli! Qui Demetrio, il quale in quel punto era disoccupato, prese a parlare in tal modo:
Storia naturale del caffè
Il caffè, signori miei, non è altrimenti una fava o un legume, non nasce altrimenti nelle contrade vicine a Costantinopoli; e se siete disposti a credere a me, che ho viaggiato il Levante ed ho veduto nell’Arabia i campi interi coperti di caffè, vi dirò quello che egli è veramente. Il caffè, che noi orientali comunemente chiamiamo cauhè, e cahua, è prodotto non da un legume, ma bensì da un albero, il quale al suo aspetto paragonasi agli aranci ed a’ limoni quand’hanno le loro radici fisse nel suolo, poiché s’alza circa quattro o cinque braccia da terra; il tronco di esso comunemente s’abbraccia con ambe le mani, le foglie sono disposte come quelle degli aranci, come esse sempre verdi anche nell’inverno, e come esse d’un verde bruno; di più l’albero del caffè nella disposizione de’ suoi rami s’estende presso poco come gli aranci, se non che nella sua vecchiezza i rami inferiori cadono alquanto verso il pavimento. Il caffè cresce e si riproduce con poca fatica anche nelle terre le quali sembrerebbero sterili per altre piante; e in due maniere si moltiplica, e col seme (il quale è quell’istesso che ci serve per la bevanda) e col produrne di nuove pianticelle delle radici. È bensì vero che il seme del caffè diventa sterile poco dopo che è distaccato dall’albero, ed alla natura deve imputarsi, non alle pretese cautele degli Arabi se ei non produce portato che sia da noi, poiché non è altrimenti vero che gli Arabi lo disecchino ne’ forni, né nell’acqua bollente a tal fine, come alcuni spacciarono. L’albero del caffè finalmente s’assomiglia agli aranci anche in ciò che nel tempo medesimo vi si vedono e fiori e frutti, altri maturi, altri no, sebbene il tempo veramente della grande raccolta nell’Arabia sia nel mese di maggio. I fiori somigliano i gelsomini di Spagna, i frutti sembrano quei del ciriegio, verdastri al bel principio, poi rossigni, indi nella maturanza d’un perfetto porporino. Il nocciolo di esso frutto rinchiude due grani di caffè, i quali si combaciano nella parte piana, e son nodriti da un filamento che passa loro al lungo, di che ne vediamo vestigio nel grano medesimo: si raccolgono i frutti maturi del caffè scuotendone la pianta, essi non sono grati a cibarsene, si lasciano diseccare esposti al sole, indi facendo passare sopra di essi un rotolo di sasso pesante si schiudono i gusci, e ne esce il grano. Ogni pianta presso poco produce cinque libbre di caffè all’anno, e costa sì poca cura il coltivarla, ch’egli è un prodotto che ci concede la terra con una generosità che poco usa negli altri.
Nell’Oriente era in uso la bevanda del caffè sino al tempo della presa di Costantinopoli fatta da’ maomettani, cioè circa la metà del secolo decimo quinto; ma nell’Europa non è più d’un secolo da che vi è nota. La più antica memoria che sen’ abbia è del 1644, anno in cui ne fu portato a Marsiglia, dove si stabilì la prima bottega di caffè aperta in Europa l’anno 1671. La perfezione della bevanda del caffè dipende primieramente dalla perfezione del caffè medesimo, il quale vuol essere arabo, e nell’Arabia stessa non ogni campo lo produce d’egual bontà, come non ogni spiaggia d’una provincia produce vini di forza eguale. Il migliore d’ogni altro è quello ch’io uso, cioè quello che si vende al Bazar, ossia al mercato di Betelfaguy, città distante cento miglia circa da Mocha. Ivi gli arabi delle campagne vicine portano il caffè entro alcuni sacchi di paglia, e ne caricano i cameli; ivi per mezzo dei banian i forestieri lo comprano. Comprasi pure il buon caffè al Cairo ed in Alessandria, dove vi è condotto dalle caravane della Mecca. I grani del caffè piccoli e di colore alquanto verdastro sono preferibili a tutti. Dipende in secondo luogo la perfezione della bevanda dal modo di prepararla, ed io soglio abbrucciarlo appena quanto basti a macinarlo, indi reso ch’egli è in polve, entro una caffettiera asciutta lo espongo di nuovo all’azione del fuoco, e poiché lo vedo fumare copiosamente gli verso sopra l’acqua bollente, cosicché la parte sulfurea e oleosa, appena per l’opera del fuoco si schiude dalla droga, resti assorbita tutta dall’acqua; ciò fatto lascio riposare il caffè per un minuto, tanto che le parti terrestri della droga calino al fondo del vaso, indi profumata altra caffettiera col fumo del legno d’aloe, verso in essa il caffè che venite a prendere, e che trovate sì squisito.
Il caffè rallegra l’animo, risveglia la mente, in alcuni è diuretico, in molti allontana il sonno, ed è particolarmente utile alle persone che fanno poco moto e che coltivano le scienze. Alcuni giunsero perfino a paragonarlo al famoso nepente tanto celebrato da Omero; e si raccontano de’ casi ne’ quali coll’uso del caffè si son guarite delle febbri, e si son liberati persino alcuni avvelenati da un veleno coagulante il sangue; ed è sicura cosa che questa bibita infonde nel sangue un sal volatile che ne accelera il moto, e lo dirada, e lo assottiglia, e in certa guisa lo ravviva.
Questa pianta animatrice, naturale per quanto sembra al suolo dell’Arabia, fu verso il fine dello scorso secolo dagli Olandesi trasportata nell’isola di Java a Batavia, indi moltiplicatasi, ivi se ne dilatò dai medesimi la piantagione anche nell’isola di Ceylon, poscia col tempo se ne portò in Europa e in Olanda; e in Parigi per curiosità se ne coltivano le piante, le quali nelle serre riscaldate l’inverno reggono e producono frutti, e tanto sen’ è universalizzata la cultura presentemente, che nell’America e nell’Indie Orientali se ne fa la raccolta, cosicché abbiamo caffè di Surinam, dell’isola Bourbon, di Cayenne, della Martinica, di S. Domingo, della Guadalupa, delle Antille, dell’isole di Capo-Verde. Il caffè d’Arabia è il primo, quello dell’Indie Orientali vien dopo, il peggiore d’ogni altro è quello d’America.
Così terminò di parlare Demetrio; ed io credetti al suo discorso, poiché lo trovai conforme a quanto ne aveva letto nelle Memorie dell’Accademia Reale delle Scienze di Parigi dell’anno 1713 in un Memoire del signor Jussieu, a quanto ce ne attestano i Viaggi dell’Arabia felice del signor La Roque, del cavalier di Marchais, le Memorie del signor Garcin. Ma poiché ebbe terminato il suo ragionamento Demetrio, s’alzò il curiale e uscì dalla bottega ripetendo: Gran fatto, che quel legume del caffè, quella fava, ci debba venire sino da Costantinopoli!
P. [Pietro Verri]
Num. II
V’erano ier sera quattro giuocatori al caffè, i quali parlavano del loro mestiere; tutti quattro puntatori abituali del Faraone, e in conseguenza tutti quattro carichi di merletti di ricamo e di debiti. Ieri notte, diceva uno, ho avuta la più grande fortuna del mondo, il tagliatore per più di venti tagli ha continuato a dare la faccia vecchia. Ebbene come l’hai fatta?, interrogava l’altro. Oh taci, amico, sono stato uno stolido, non me ne sono mai voluto fidare, ed ho perdute duecento doppie. È un fatto terribile ch’io debba sempre perdere, soggiungeva il terzo, non posso puntare una carta che non la paghi. Il tagliatore ha il quattro per cento d’utile. No, scusatemi, ha il cinque e mezzo. Cos’è l’utile del tagliatore? I doppietti e l’ultima. Ma anche il puntatore ha la scelta della somma. Ma anche il tagliatore può cessar quando vuole. In somma il tagliatore, poiché paga per tagliare, bisogna che vi abbia dell’utile. Se vi dico il quattro per cento. Signor no, il cinqu’e mezzo. Così proseguivano riscaldandosi, sin tanto che uno di essi indirizzandosi ad un geometra, che se ne stava tacitamente ascoltando la tumultuaria conversazione, propose che ciascuno ascoltasse la decisione del geometra, e lo pregò a voler dire il parer suo; ed egli così disse:
P. [Pietro Verri]
Il Faraone
La vanità, l’avarizia e il tormentoso sentimento della noia, che ad ogni costo si vorrebbe scacciar d’attorno, spingon gli uomini al giuoco. Frattanto che alcuni lo biasimano colla fiducia di render gli uomini migliori, alcuni pochi si contentano di risguardarlo come materia di calcolo, qualità buona o cattiva, come vi piace, ma inerente a chi ha una mente geometrica, la quale suol trascegliere la parte calcolabile degli oggetti e amarli principalmente per questo titolo: così mentre la moltitudine spinge l’inquieta sua attività alle parti esterne, e si move, ed opera, e si agita senza curarsi di conoscere i principii delle cose, un piccol numero d’ oziosi illustri condensa tutta la forza dell’animo nella meditazione de’ principii medesimi. Il signor di Montmort nel suo libro Essai d’analyse sur les jeux de hazard, ed il signor Moivre in quell’altro De mensura sortis, non giuocando mai sono giunti ad intendere il Faraone assai più (permettetemi ch’io ’l dica) che non l’intendete voi, che avete consumata buona parte di vostra vita giuocando e perdendo. I ragionamenti di quest’illustri matematici sono esposti con quella speditissima logica che chiamasi algebra, e involti con segni e cifre che allontanano chiunque non è nato per essi. Proviamoci se col solo linguaggio comune si possa esporre la teorica del Faraone, cosicché qualunque uomo di buon senso l’intenda, il che prima d’ora, ch’io sappia, non è stato fatto da alcuno.
Che nel giuoco del Faraone i doppietti e l’ultima nulla sieno un avantaggio del tagliatore ognuno lo sa; ma la difficoltà consiste nel determinare con qualche precisione quanto sia questo vantaggio. Per saperlo bisogna determinare il numero de’ casi vantaggiosi al tagliatore e il numero de’ casi vantaggiosi al puntatore in tutt’i tagli differenti che si possono fare con cinquantadue carte. Sarebbe necessario trovare l’eccesso dei casi vantaggiosi del tagliatore su quelli del puntatore; ma questo calcolo preso in dettaglio sarebbe impossibile, poiché il numero de’ tagli differenti non può esprimersi con meno di sessantasette cifre, ossia sorpassa la classe degli undicilioni.
E acciocché si veda la vanità di coloro che credono colla meditazione di alcune ore di scoprire la legge con cui le carte si succedono, io ho calcolato che se nel Paradiso terrestre un uomo avesse cominciato a tagliare al Faraone senza mai dormire né mangiare, facendo otto tagli all’ora, e avesse continuato sino al dì d’oggi variando sempre i tagli, non ne avrebbe fatti finora che quattrocento venti milioni e quattrocento ottanta mila, il qual numero è una parte assai più piccola della mezza decilionesima parte delle combinazioni possibili colle cinquantadue carte; e perciò, quand’anche vi fosse una legge costante nella successione delle carte, una inclinazione, un astro, un influsso, e tutte le chimere che vi piacciono, la serie delle sue osservazioni e la sperienza di quell’uomo sarebbe un nulla rispetto all’immenso numero delle combinazioni che restano ancora da vedersi. Sarebbe miliaia di volte più ridicola una conseguenza cavata dalle sue osservazioni di quella che caverebbe un fisico da una sola osservazione in mille fenomeni diversi della natura.
Per darvi un’idea come nonostante questo apparato farraginoso di cifre si possa sottomettere al calcolo il Faraone, comincierò a farvene vedere l’applicazione ai casi più semplici. Prendiamo quattro sole carte, un re rosso, un re nero, un due e un tre: con queste quattro carte si possono fare ventiquattro tagli differenti, e non più. Scriviamo tutti questi tagli, e facciamo due supposizioni: la prima, che il puntatore metta su il due un zecchino, la seconda che lo metta al re a posta secca.

Da questa tavola, sommando i casi vantaggiosi al tagliatore e i vantaggiosi al puntatore, si trova che giocando il due, il tagliatore ha dodici casi per sé laddove il puntatore non ne ha che sei; e si trova che giocando il re il tagliatore ha quattordici casi per sé contro otto favorevoli al puntatore. Il vantaggio adunque del tagliatore è in amendue le supposizioni di sei zecchini, perché se quattordici supera l’otto di sei come dodici il sei, questi sei zecchini, che sono il vantaggio totale in tutti ventiquattro tagli possibili di quattro carte distribuite per ogni taglio, formano un quarto di zecchino per taglio, cioè il venticinque per cento al tagliatore.
Parimente se la carta del puntatore si trova tre volte in quattro carte, si vedrà, scrivendo i ventiquattro tagli possibili, che il tagliatore ha dodici zecchini contro sei, il che forma in questo caso lo stesso vantaggio del venticinque per cento. Finalmente egli è facile il vedere che se tutte le quattro carte fossero simili, dovendo sempre perdere il puntatore la metà della posta, il vantaggio del banco sarebbe il cinquanta per cento.
Passiamo ad esaminare qual sia il vantaggio che ha il tagliatore avendo sei carte in mano. Sarebbe troppo lungo e noioso il trascrivere le settecento venti combinazioni o tagli differenti che si possono fare con sei carte; io mi contenterò di darvene il risultato di questa meccanica operazione. Se la carta del puntatore vi si trova una sol volta, dico che se non vi fosse l’ultima nulla per il puntatore, di settecento venti tagli trecento sessanta gli sarebbero favorevoli e trecento sessanta gli sarebbero contrari; ma in settecento venti tagli differenti la carta del puntatore verrà cento venti volte la prima, cento venti volte la seconda, cento venti volte la terza ec., cosicché verrà cento venti volte l’ultima, il che farà cento venti zecchini di meno per il puntatore, di trecento sessanta che gli toccherebbero; cosicché ne avrà soli ducento quaranta, mentre trecento sessanta ne avrà il banco. La differenza è di cento venti zecchini, i quali distribuiti su settecento venti tagli fanno un sesto di zecchino per ogni taglio di vantaggio al tagliatore, il che fa lire 16, soldi 13, danari 4 per lire cento.
Se la carta del puntatore vi si trova due volte, di settecento venti tagli, quattrocento trentadue, cioè trecento trentasei poste e novantasei doppietti, saranno favorevoli al tagliatore, e ducento ottantotto poste favorevoli al puntatore; cosicché il primo riceverà trecento ottantaquattro zecchini, e il secondo ducent’ottantotto, cioè novanta sei zecchini di più per il tagliatore, i quali distribuiti in settecento venti tagli fanno quaranta soldi per taglio di vantaggio al banchiere, cioè due quindicesimi di un zecchino, cioè lire 13, soldi 6, danari 4 per ogni lire cento. Da questo calcolo si cava la conseguenza che è meno svantaggioso per il puntatore che vi sia un doppietto di quello che vi sia una carta sola nel mazzo; poiché nel primo caso ha il tredici e più per cento di perdita, e nel secondo ha il sedici e più per cento di perdita, cosicché quel doppietto, che sembrava in tutto avvantaggioso al tagliatore, in alcune circostanze sminuisce il vantaggio che ricaverebbe dall’ultima nulla. So che una tal verità farà stupore a chiunque non è avezzo a riascendere ai principii delle cose, come ogni uomo non geometra resta maravigliato e quasi sempre incredulo se gli viene asserito che sonovi in geometria alcune rette che sempre si accostano ad una curva senza giammai toccarla in infinito.
Se la carta del puntatore vi si trovi tre volte, di settecento venti tagli ve ne saranno quattrocento sessantotto, cioè ducento cinquanta due poste e ducento sedici doppietti favorevoli al tagliatore, e ducento cinquantadue per il puntatore; cosicché il banco avrà trecento sessanta zecchini, e il puntatore ducento cinquantadue, cioè cento otto di vantaggio per il tagliatore, i quali cento otto zecchini distribuiti su settecento venti tagli danno quarantacinque soldi per ogni taglio, cioè tre ventesimi per ogni zecchino, il che fa l’utile al tagliatore del quindici per cento.
Se la carta del puntatore vi si trovi quattro volte, di settecento venti tagli ve ne saranno cinquecento ventotto, cioè cento novantadue poste e trecento trentasei doppietti favorevoli al tagliatore, e cento novantadue per il puntatore, cioè zecchini trecento sessanta per il tagliatore, e cento novantadue per il puntatore; il che fa cento sessantotto zecchini di vantaggio per il banco, i quali distribuiti in settecento venti tagli danno tre lire e mezzo al taglio, e per ogni zecchino, cioè lire 23, soldi 6, danari 8 per ogni lire cento.
Prima conseguenza di questa dimostrazione è che il maggiore vantaggio del tagliatore è quando vi siano nel mazzo tutte quattro le carte simili a quella del puntatore; dopo questo il maggiore vantaggio è quando v’è una sol carta, indi quando ve ne sono tre, finalmente il minore di tutt’i vantaggi del tagliatore è quando ha nel mazzo due carte simili a quella del puntatore. Questo salto del massimo vantaggio di quattro carte ad una sola sembrerà un paradosso a chiunque non rifletta che le apparenti somiglianze delle cose ingannano ben sovente.
Un’altra utilissima conseguenza di quanto si è detto è che l’avvantaggio del tagliatore scema a misura che ha maggior numero di carte in mano, perché quando ne aveva quattro, abbiam dimostrato il suo vantaggio essere il venticinque per cento, ma quando ne ha sei essere o il 23, o il 16, o il 15, o il 13 circa per cento, vantaggi tutti minori del primo.
Da questo metodo meditando sulle operazioni più semplici hanno potuto i matematici non solamente scoprire il numero preciso di tutt’i tagli differenti che si possono fare con qualunque numero di carte, ma di più hanno potuto rinvenire la legge con cui crescendo il numero delle carte cresce il numero de’ doppietti, e per conseguenza calcolare di due in due carte qual sia l’avvantaggio del tagliatore, risparmiando l’impossibile operazione di far tutte le combinazioni in dettaglio. Darò qui il risultato delle loro meditazioni in una tavola adattata alla intelligenza comune.

Dai quattro adequati parziali, che si veggono sotto ciascuna colonna della tabella, si cava per adequato totale il cinque, dodici e due per cento, cioè quel vantaggio che ha il tagliatore per risultato di tutt’i vantaggi particolari, i maggiori compensandosi coi minori. Ma vi è un’importante riflessione da fare, che fa crescere al di là del cinque per cento il vantaggio del tagliatore: l’avidità dei puntatori fa che per mezzo dei paroli e delle paci la forza del giuoco si trasporti verso le ultime ventiquattro carte piuttosto che verso il principio del taglio. Per misurare il vantaggio del tagliatore conformemente a questa osservazione basterà prendere gli adequati parziali da ventisei carte sino a quattro, e da questi cavarne l’adequato. L’adequato della prima colonna sarà 12.9.10 1/6 per cento; della seconda 7.17.8; della terza 6.13.6 7/12; della quarta 9.1.2 2/3; e l’adequato totale sarà 9.0.4 per cento: vantaggio assai considerabile, e per cui si può dire che i tagliatori vendano al nove per cento la speranza e il timore e l’altrui povertà.
Si avverta che l’avere trascurati nella tavola per comodo del calcolo alcuni rotti, può portare qualche differenza minima negli adequati dalla esatta verità, la quale non giungendo a formare un intero danaro è di nessuna conseguenza, e che è stata da me ricompensata nell’adequato totale coll’aggiunta di un danaro. Avvertasi di più, che quantunque il vantaggio delle ultime due carte sia stato da me calcolato nella tavola, pure il numero delle carte non giunge che alle quattro, perché il numero delle carte rappresenta il numero delle poste secche che si possono fare in ciascun taglio, e nessuno giuoca sull’ultime due carte.
Da questa tavola si possono con maggior sicurezza ricavare i due teoremi fondamentali di questo giuoco accennati di sopra, cioè che il vantaggio del tagliatore cresce collo scemarsi il numero delle carte, e che il minore suo vantaggio è quando vi è un solo doppietto nel mazzo della carta del puntatore; regole generali che possono servire a coloro che voglion perdere solamente il quattro e uno per cento, il che è l’adequato della terza colonna.
Aggiungasi che le paci e i paroli raddoppiano o triplicano il vantaggio del tagliatore, perché la pace e il paroli è una reale duplicazione o triplicazione della posta, mentre crescendo gli avvantaggi del tagliatore la posta dovrebbe proporzionatamente scemarsi, cosicché la pace ha di discapito lire 11.4.4 per cento, e il paroli ha di discapito lire 16.16.6 per cento. E questo vantaggio è assai maggiore se si prenda l’adequato delle ultime carte, cioè che si punti e si faccia pace o paroli nell’ultima metà; perché allora il discapito della pace sarebbe del 18.0.8 per cento, e il discapito del paroli sarebbe del 27.1.0 per cento.
In ultimo luogo riflettete che il vantaggio del cinque per cento è grandissimo per il tagliatore, quantunque l’interesse del cinque per cento d’un capitale non sia grandissimo, perché questo vantaggio del cinque per cento si ripete tante volte quante poste si fanno, e però dieci zecchini, che girino dieci volte nel giuoco, equivalgono a cento, e il vantaggio del tagliatore sopra questi dieci zecchini sarebbe cinque zecchini, cioè la metà.
C. [Cesare Beccaria]
Così terminò il suo discorso il geometra; ed io sollecitamente me ne venni a casa a scriverlo, ben contento della mia cura se avrò salvato con essa il patrimonio di qualcuno dalla rovina; raro esempio sarebbe che la ragione dimostrata fosse più forte della crescente, della calante, della faccia vecchia, dell’ebraica, della piemontese e cetera.
P. [Pietro Verri]
Ebbimo nel caffè gran soggetto di ridere, e ce lo somministrò un magro poetuzzo, il qual venne a sfoderarci un coronale di sonetti petrarcheschi tanto dolci, tanto armoniosi, tanto esangui e vuoti di pensieri, che avrebber fatta la lor comparsa naturale in una bottega di droghiere frall’oppio e il sugo de’ papaveri. Son già mille e quasi ottocent’anni dacché al nostro buon amico Orazio non piacevano versus inopes rerum nugaeque canorae, eppure certi poverelli si provano anche al dì d’oggi di carpire la stima e l’onore de’ loro cittadini con canore inezie. Fatto sta che sbadigliammo tutti quanti ben bene all’onore e gloria del coronale, e per destarci dal sopore petrarchesco in cui eravamo, un tale si cavò di tasca un pezzo di carta e ci pregò di ascoltare un pezzo di sua poesia in prosa; essa ci piacque, la richiesi, la ottenni; ed eccovi cosa contiene.
Il tempio dell’Ignoranza
In una contrada riposta circa a quaranta gradi di latitudine trovasi una spaziosissima valle, di cui il facile pendio invita gli uomini a scendere sino alla fine, ed ivi sta riposto il magnifico tempio sacro alla dea Ignoranza. Annose querce ricoperte di ghiande gli stanno d’intorno, e il suolo è ripieno dovunque di ginestra e di bruco. La struttura del vasto tempio è gotica, ed alla sommità della gran porta vedesi rozzamente scolpita una enorme bocca sbadigliante; stansi ai due lati di essa porta due statue, una alla dritta e l’altra a manca, le quali voltansi dispettosamente le spalle in atto di allontanarsi una dall’altra, e leggesi scritto sul piedestallo di una Teorica, sull’altra Pratica. Appena entrasi sulla soglia si scopre una infinita turba diversa d’abiti, di volto e di costumi, onde è ripieno il vasto edificio; altri, rappresi da un abituale sopore, lasciansi trasportare avanti e indietro dal moto altrui; altri, occupati a parlar sempre con tuono penetrante di voce, decidono durante tutta la giornata; altri stupidamente sorridono alla vista de’ continui accidenti che si vedono succedere l’uno all’altro fra quella moltitudine; ma tutti ignorano il nome della dea e il luogo ove soggiornano. Ivi sono coperte le pareti di varie pitture e stravaganti arnesi, ivi vedonsi sopraveste inzolferate, ivi manaie e lacci, ivi eculei e torture d’ogni sorte, ivi stan delineati naufragi e guerre civili, ivi d’ogn’intorno vedonsi espresse in varie forme la Morte e la squallida Sterilità. Da un rostro elevato grida e declama ad ogni istante una spolpata vecchia: Giovani, giovani, ascoltatemi, non vi fidate di voi medesimi, quello che sentite entro di voi è tutto illusione, badate ai vecchi, e credete bene quel che essi hanno fatto. Ivi da un altro canto grida e si smania un gravissimo caduco: Giovani, giovani, la ragione è una chimera, se volete distinguere il vero dal falso raccogliete i voti della moltitudine, giovani, giovani, la ragione è una chimera. Frattanto si urta la turba, e s’avvanza e si ritira, e sbadiglia e sorride, e vede e non osserva, e ascolta e non intende, e fendonla di tempo in tempo alcuni medici, i quali in abito da sacerdoti colla sacra bipenne in mano strascinano all’ara della onorata dea le innocenti vittime umane, le quali col loro sangue innaffiano il non mai diseccato santuario. Stassi la possente dea rappresentata in una colossale statua di sughero, a cui servono di base una prodigiosa mole di libri disposti in forma d’un cono. Oh quanti, oh quanti libri venerati da noi e rilegati splendidamente nelle nostre biblioteche servono ivi a questo ministero! Oh quanti potrei io nominarne, se non temessi e la sorpresa de’ miei lettori e la persecuzione infallibile di chi è interessato a nascondere alcune verità! Dietro la grand’ara della dea stassi un piccolo recinto segregato dalla gran nave di cui s’è detto; ivi trovansi alcuni filosofi entrativi per una angusta porticella su cui sta scolpita questa parola: Paucis; vedonsi scritte intorno alle mura di quel recinto queste parole: Elementi de’ corpi, sensibilità, cagione del moto, quantità di moto, cagione dell’attrazione, e simili detti; ivi que’ pochi segregati cantano inni alla dea, ringraziandola perché ascondendoci le malattie, le sventure a venire e la giornata del morir nostro, ci lasci le ore della vita prive di molte sollecitudini. Ma se per ventura qualch’uno di questi osa passar scopertamente in mezzo alla folla della gran nave, voi credereste di vedere una terribile tempesta nell’oceano: grida, urli, malediche voci rimbombano d’ogni parte e fanno eccheggiare le capaci volte; alcuni s’astengono da quel passaggio, e questi scansano così gl’insulti; altri proccurano di deludere la folla coprendosi alla meglio e nascondendosi con una scorza posticcia, ma gli effluvi filosofici per lo più trapellano malgrado le avvertenze, e sono questi i più vivi pungoli per riscuotere i volgari ed animarli alla persecuzione. A’ piedi dell’ara evvi una porta per dove si scende in una spaziosa caverna sotterranea, ed ivi al pallido lume di alcune lampadi sta una schiera di gravissimi sapienti maneggiando ed imparando a mente voluminosi consulenti, repetenti, trattatisti; ivi stanno, ammirando le impatinate medaglie, le rosicate iscrizioni, le patere, i tripodi antichi, alcuni mal sbarbati e mal lavati eruditi; ivi declinano con scrupolosa esattezza i verbi di tutte le lingue i profondissimi grammatici, e giudicano delle opere nuove sulla bilancia delle lor leggi; ivi in somma stanno per anni e lustri scavando il vero sapere quegli uomini i quali credono soli al mondo di possedere la intima cognizione delle vere scienze; ivi si abbruggiano ogni anno, nel giorno della solennità stabilito, le opere di Bacone, di Galileo e di Newton, un esemplare dello Spirito delle leggi e un altro del Trattato delle sensazioni.
Se l’armonia del verso servisse ad abbellire sì fatti pensieri, forse il numero de’ poeti non sarebbe sì grande, né la professione di poeta sì poco onorevole.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. III )(
Num. III
Ricevo una lettera portata al nostro Demetrio, e diretta Agli scrittori del nuovo foglio Il Caffè. Essa così dice:
Amici miei.
Bravi, bravissimi. L’idea del foglio è buona, lo stile piace, e vi annunzio che sebbene gli studi vostri non si chiamino studi utili, frappoco avrete fatto più bene alla vostra patria di quello che non ne facciano due avvocati, tre causidici, quattro sollecitatori e cinque notai de’ più esperti a procrastinare la decision d’una lite per vent’anni. Il progetto di presentare al pubblico le verità utili, spogliandole della noia magistrale, è degno di veri filosofi e di onesti cittadini. Ricevete dunque l’approvazione d’un incognito, la quale avrà in seguito quella di tutti gli uomini dabbene; e preparatevi a lasciar dire quegli avversari i quali non si scansano da nessun uomo se non ascondendosi nella oscurità. Chiunque compera il vostro foglio, ha comperato il diritto di farne e dirne quel che gli piace. Riceverete unitamente a questa lettera gli Elementi del commercio che ho fatti anni sono. Credo che eglino sieno ancora più popolari di quei del signor Forbonnai, siccome quelli dell’illustre franzese sono più grandi e più filosofici de’ miei. Se li credete adattati a spargere i buoni principii nella nazione, stampateli nel vostro foglio; se siete di contrario parere, rendeteli onestamente a Demetrio, e saremo in ogni caso buoni amici.
Filantropo
Rispondo al signor Filantropo che quanto noi siamo insensibili alla opinione volgare, tanto siamo contenti ottenendo quella de’ pari suoi. Gli Elementi del commercio ci paion buoni al nostro fine di pubblicare verità utili, senza noia. Chiunque vorrà somministrarci cose non anco stampate, le quali contenghino verità utili, senza noia, sarà il ben venuto; e le pubblicheremo col nome o colla divisa che sceglierà l’autore. Si faccian cuore i giovani di talento, che avranno a fare con chi non giudicherà né dall’ardimento, né dal nome, né dal vestito. Non venghino essi, mandino i manoscritti, poiché noi non amiamo a perder tempo in visite o offici; ci dieno l’indirizzo, e avranno risposta. Nessuna autorità, nessun impegno ci farà mai piegare ad inserire in questi fogli cosa che a noi non piaccia. La società de’ letterati è repubblicana, e questo foglio è cosa nostra, né vi si devon porre che gl’innesti che vogliamo noi. Ora eccovi gli Elementi.
Elementi del commercio
Il commercio consiste nella permutazione d’una cosa coll’altra. È cagionato dal bisogno che si ha della cosa che si vuole acquistare, e dall’abbondanza che si ha della cosa che si vuole cedere in contracambio.
Quando il commercio è prodotto più dal bisogno delle cose straniere che dall’abbondanza delle proprie, si chiama commercio passivo; così chiamasi commercio attivo quello che viene cagionato più dall’abbondanza delle cose proprie che dal bisogno delle straniere.
Per nome di bisogno si sottintendono due diverse idee, l’una è il bisogno assolutamente detto, il quale è nella serie naturale delle cose, e tale è quello che ci porta ad evitare il proprio deperimento; l’altra è il bisogno artefatto, nato dalla opinione e dal lusso. Il primo cerca le cose necessarie, l’altro le utili.
L’abbondanza pure ha due aspetti: una è l’assoluta, la quale anche può dirsi superfluità; l’altra è relativa, ossia un minor bisogno che sacrifichiamo a un maggiore, e in questo senso non v’è nazione comunicante colle altre che non abbia abbondanza.
Nel commercio attivo l’abbondanza dev’essere assoluta. La nazione avendo più a dare che a ricevere, quella somma che le resta di credito viene compensata colla moneta, contrasegno con cui, per universale consentimento delle nazioni, si valutano le azioni che gli uomini hanno sulle cose. Questa somma che resta a compensarsi in moneta si chiama la bilancia del commercio.
La nazione che ha il commercio attivo preponderante si rende ogni anno per moltiplico padrona, se non di diritto, di fatto, delle nazioni che hanno il commercio meno in vigore del suo. Allora la nazione diventa veramente ricca: la coltura delle terre, la popolazione, i comodi della vita, la copia di tutto sono i beni che un felice commercio produce nell’interno; la stima e i riguardi sono quelli non minori che produce al di fuori.
La nazione presso cui prepondera il commercio passivo perde ogni giorno cotesti beni, e corre alla propria distruzione. Il male va crescendo per moltiplico, i cattivi effetti diventano cagioni sin tanto che ridotta alla perfetta dipendenza da’ suoi vicini, priva d’abitanti, diventa un paese non ad altro buono che a traspiantarvi colonie.
Il commercio interno impedisce la perdita delle ricchezze della nazione, l’esterno ha per oggetto d’aumentarle. Il primo s’oppone al passivo, l’altro lo compensa.
Di qualunque specie sieno i tributi che paga una nazione al sovrano, essi rimontano tutti a un primo principio, che è la capitazione: o sia il tributo sulle terre, o sulla consumazione, ovvero sulle merci; è sempre vero che a misura della popolazione si accresce il numero de’ consumatori e de’ compratori, e che le terre rendono più dove sono più coltivate. Un re che comandi a due milioni d’uomini sparsi nello spazio di mille miglia, è dieci volte almeno più debole d’un re che comandi a venti milioni d’uomini sparsi nello spazio di cinquecento miglia. Le rendite del sovrano crescono colla popolazione dello Stato e scemano con essa, e la popolazione dello Stato dipende interamente dalla natura del commercio. Dove l’industria e l’agricoltura danno più facili mezzi a sussistere, ivi non mancano giammai gli abitanti. È dunque massimo interesse del sovrano la buona direzione del commercio.
Se tutte le nazioni intendessero i propri vantaggi, farebbero in modo d’avere nel loro interno le cose che loro bisognano per quanto fosse possibile. Allora il commercio esterno sarebbe il minimo possibile, essendosi ridotto al minimo possibile il bisogno che lo produce. Cresce il commercio sin tanto che egli è ben inteso da alcune nazioni, e scema quando è universalmente conosciuto. Intanto però che i corpi politici non giungano a questo forse chimerico grado di perfezione universale, la nazione che avrà in prima aperti gli occhi sul commercio profitterà della indolenza delle altre, e diverrà ricca, popolata e florida a loro spese.
Quando una nazione è giunta ad avere dentro di sé quanto occorre al compimento de’ suoi bisogni, ella è nella intera indipendenza dalle altre, né ha più a temere il commercio rovinoso; ma per ottenere questo conviene che la nazione sia estremamente ristretta o vasta estremamente. Nel primo caso il governo travaglia più a diminuire i bisogni che a soddisfarli, e questo freno alle passioni degli uomini non si può imporre che a un numero limitato, e per un tempo pure limitato: gli antichi Lacedemoni furono in questo caso. Quando poi la nazione sia vasta in guisa da potere cogli interni frutti della terra e dell’industria soddisfare interamente i propri bisogni, allora pure è nell’indipendenza; ma la natura in un ristretto spazio non suole produrre quanto richiedono i bisogni d’opinione degli uomini. Nella China cento millioni d’abitanti in un clima de’ più felici hanno potuto rinunziare ad ogni straniera mercanzia senza invidiar nulla ai forestieri.
Ogni nazione che sia nella mediocrità non può sperare né di contenere interamente le voglie degl’individui, né di naturalizzare entro di sé tutte le cose delle quali è avvezza a far uso. Egli è però vero che se questo non è sperabile perfettamente, pure a misura che una nazione s’accosta a questo stato d’indipendenza ne risente efficacemente i vantaggi, e col commercio attivo può ricompensare e sorpassare le perdite che le restano, e decidere per sé la bilancia. Questo è il solo scopo che si può proporre nel sistema presente d’Europa.
Tutto si fa per gradi nella natura. Il corpo politico è una macchina, le di cui diverse e complicate ruote né sono percettibili a molti, né soffrono impunemente d’essere molte ad un tratto scomposte. Ogni scossa è fatale, e dai funesti effetti discoprono poi gl’incauti la contiguità che non avevano ravvisata in prima. Vi vuole l’opera di chi perfettamente ne conosca tutta la mecanica per mettervi mano. I progetti più pronti e universali se più abbagliano, sono altresì più difficili e pericolosi ad eseguirsi, ed è tanto più stabile la felicità d’una nazione, quanto per gradi se ne innalza l’edificio. Miglior metodo di tutti è il cominciare dal por rimedio alle perdite attuali, alle quali provveduto che si sia, più facile assai riesce il distendersi al commercio lucrativo. L’umanità non consente che si facciano de’ saggi a spese della pubblica felicità, sulla quale nulla conviene intentare di nuovo, se la evidenza non ci previene sull’esito felice della nostra intrapresa.
I primi oggetti i quali si presentano sono quelli che risguardano la più grande, la più utile e la più infelice parte della nazione, che è il popolo. Quanto è di suo uso, forma i capi principali del commercio, come quelli che sebbene separatamente presi sieno di poco valore, riuniti però e tante volte ripetuti formano le somme più considerabili. Chi vive nelle città è colpito d’ordinario dalle sole spese del lusso di alcuni pochi cittadini, in vista delle quali sembrano non degne d’attenzione le più grandi realmente, cioè quelle della plebe e de’ contadini: ma chi vi riflette, vede che appena un uomo, ogni trecento, spende negli oggetti del lusso, e che gli abiti di ducento novanta nove uomini comuni costano assai più della gala del ricco.
Non v’è paese in cui non si possa introdurre fabbrica di panni e tele, quali fanno bisogno al vestito del popolo, e quand’anche le terre non somministrassero lini e lane bastanti, o le somministrassero di qualità cattiva, è sempre vero che converrebbe anzi prendere da’ forestieri queste materie prime e tesserle, che comperare le manifatture, poiché tutto il prezzo della manifattura non uscirebbe; e tanti cittadini di più avrebbero il vitto nel paese, quanti sono impiegati nella manifattura. Frattanto però pongasi ogni studio per migliorare il prodotto delle lane e de’ lini nello Stato.
Le manifatture per i bisogni del popolo sono, come si è detto, le più importanti per ritenere la maggior somma del denaro; ma di più sono le più facili a stabilirsi non richiedendosi per esse né una straordinaria destrezza o eleganza ne’ manufatturieri, né i grandiosi capitali che vi vogliono per le fabbriche di lusso. Molti non intendono questi principii, e in una nazione rovinata vorrebbero cominciare dalle stoffe di lusso, come se a un ammalato che sviene per la perdita del sangue, un chirurgo, negligentando di chiudergli la vena, cominciasse a proporgli di cavalcare per rendere più robusto il temperamento.
Le tele e più ancora i panni difficilmente si distinguono se sieno legalmente tessuti e tinti allorché sono nuovi, l’uso soltanto lo discopre. Se si lascia ad ogni fabbricatore la libertà di tessere e tingere come vuole, nessuno nemmeno nell’interno della nazione si fiderà delle manifatture del suo paese. Come v’è una marca legittima agli argenti, senza di cui nessun uomo cauto li comprerebbe, così deve esservi una marca legitima ai panni, senza di cui nessuno arrischia il suo denaro. Nessuna fabbrica di panni può riuscire senza questa precauzione eseguita a rigore.
La facilità d’un lungo uso nel commercio, ovvero la scarsezza del denaro della nazione che ci vende le merci fa sì che talora esse giunghino a minor prezzo di quanto costerebbero fabbricate da noi medesimi; d’onde ne nasce una sorte di ritrosia in chi deve metter mano al commercio, come se fosse una legge poco giusta e umana l’obbligare il minuto popolo a pagare di più quanto può ottenere a minor prezzo. Questa difficoltà cessa qualora s’abbi di mira il pubblico bene, e si rifletta che chiudendo questa uscita del denaro della nazione essa ne rimarrà tanto più fornita, onde crescendo la copia del denaro, il prezzo delle opere tutte e de’ generi crescendo a proporzione, s’accresceranno nelle mani di ognuno i mezzi per provvedersi colle interne manifatture.
In un paese, che non sia un’isola, la proibizione d’una merce che vi ha spaccio è un inutile tentativo, che essendo innosservato ricade in discredito del legislatore. Perché il popolo non preferisca le merci forastiere alle nazionali, conviene primieramente diminuire quanto è possibile il prezzo delle nazionali; 2. accrescere il prezzo delle manifatture straniere; 3. proccurare che le manifatture nazionali non la cedino in bontà alle forastiere.
Questo timone della nave è sempre nelle mani del sovrano. Colle esenzioni o colle somministrazioni fatte ai fabbricatori egli diminuisce il prezzo delle interne manifatture; aggravando le imposizioni alla introduzione delle merci straniere egli accresce il prezzo delle manifatture esterne; e con abili ministri e buone leggi egli perfeziona le interne manifatture. Il primo passo naturale dunque verso la riforma del commercio è la deputazione di persone di zelo e d’intelligenza, la retta costruzione delle tariffe e la rettificazione delle leggi commercianti.
L’uomo naturalmente corre all’utile, e sebbene non sia per lo più sensibile alle attrattive della verità per se stessa, pure per un secreto niso la sente, quando questa lo conduce a migliorare la sua fortuna. Travaglia esso per il bene della società, quando vi trova l’utile proprio. La grand’arte del legislatore è di sapere ben diriggere la cupidigia degli uomini. Allora si scuote l’utile industria de’ cittadini; l’esempio, l’emulazione e l’uso fanno moltiplicare i cittadini utili, i quali cercano a gara di farsi più ricchi col somministrare alla patria merci migliori a minor prezzo.
La libertà e la concorrenza sono l’anima del commercio; cioè la libertà che nasce dalle leggi, non dalla licenza. Quindi ne siegue che l’anima del commercio è la sicurezza della proprietà fondata su chiare leggi non soggette all’arbitrio; ne siegue pure che i monopoli, ossia i privilegi esclusivi, sieno perfettamente opposti allo spirito del commercio.
Stabiliti che sieno in una nazione i buoni principii del commercio, allora s’accrescono le nozze de’ cittadini abilitati a mantenere una famiglia; allora vengono da’ paesi esteri e meno attenti al commercio nuove famiglie chiamate dall’utile e dai maggiori comodi della vita, e si naturalizzano tanti cittadini quanti erano in prima gli operai che in paesi esteri vivevano colle manifatture comperate da noi; allora, consumando essi il prodotto delle terre, sull’agricoltura ricade una nuova rugiada che la rinvigorisce; in somma il primo passo al bene come al male facilita gli altri, come i gravi, il di cui moto s’accellera colla caduta.
Né alcuna nazione disperi di avere dentro di sé questi beni soltanto che lo voglia. I vari giri che ha fatto il commercio sulla terra, ora per l’Asia, ora sulle coste d’Affrica, ora in Grecia, ora in Marsiglia, ora in Italia, ora nel Portogallo, ora nell’Olanda, consecutivamente mostrano ch’egli non è legato dal clima. Il buon governo lo invita, lo scaccia il cattivo; onde dovunque il commercio è in rovina, è legittima conseguenza il dire che vi sia un difetto organico nel sistema, a meno che un’accidentale cagione e passaggera non possa assegnarsi.
Gli uomini del volgo credono che sieno in contraddizione gli attuali interessi della nazione con quelli del sovrano in fatto del commercio. Credono essi impossibile rianimare il commercio, se il principe non diminuisce le imposizioni per qualche tempo. Ora, essendo ogni anno necessaria al sovrano la stessa rendita, sulla quale è fondato il mantenimento della milizia e de’ magistrati, ogni riforma si risguarda come una bella speculazione e nulla più. Questa falsa supposizione non deriva da altro se non dalla poca riflessione che fassi sulla diversa natura de’ tributi, de’ quali, se una parte si trova attualmente così incautamente posta che s’opponga all’utile commercio, è sempre però vero che dall’abuso di una cosa non si può provare l’intrinseca pravità della sua indole. I tributi sono per loro natura indifferenti al commercio, al quale anche possono contribuire; né lo rovinano che quando o sono mal diretti, o quando realmente eccedono le forze d’uno Stato.
Ogni tributo sulla uscita delle manifatture fabbricate internamente, ovvero sulle derrate nate nello Stato e che non possono ridursi a manifattura, è pernicioso al commercio.
Ogni tributo sulla introduzione delle materie da lavorarsi nello Stato è pernicioso al commercio.
Ogni tributo sulla uscita delle materie nazionali che servono alle manifatture interne è salutare al commercio.
Ogni tributo sulla introduzione delle manifatture straniere è salutare al commercio.
Tali sono i principii universali per regolare le tariffe, i quali si moderano ne’ casi particolari, avendo riguardo alla dipendenza de’ forestieri ed all’incentivo al contrabbando, il quale cresce colla gabella. Ed ecco come il principe possa, conservando i tributi, animare il commercio, togliendo soltanto la viziosa ripartizione del tributo medesimo. Un millione in mano d’un imbecille fa men bene ad una nazione che la sola penna in mano d’un abile ministro.
Finalmente altri vi sono, i quali credono che il primo passo per rianimare il commercio sia promulgare leggi, ossia prammatiche per annientare il lusso; cioè quel lusso sul quale vive la maggior parte degli artigiani; quel lusso il quale è il solo mezzo per cui le ricchezze radunate in poche mani tornino a spargersi sulla nazione; quel lusso il quale lasciando la speranza ai cittadini d’arricchirsi è lo sprone più vigoroso dell’industria; quel lusso finalmente il quale non va mai disunito dalla universale coltura e ripulimento delle nazioni.
Ovunque il suolo basti ai bisogni fisici degli abitanti, non può esservi industria senza lusso. Le terre sono in proprietà della minor parte della nazione; i proprietari, se non hanno lusso, non le fanno coltivare che quanto giovi a riceverne i bisogni fisici; ma conosciuti i bisogni del lusso, promoveranno l’agricoltura, cercando da essa come soddisfare, oltre ai primi bisogni fisici, anche ai bisogni sopravvenuti del lusso. Quindi i contadini troveranno facile sussistenza, s’accresceranno le nozze e si moltiplicherà la popolazione.
Le prammatiche non convengono che a quelle terre ingrate che non somministrano quanto basta alla vita fisica degli abitanti; ed è ben miserabile quella pretesa politica che insegna a conservare le ricchezze nelle mani d’alcune famiglie; poiché dovunque sieno disegualmente distribuite le ricchezze, tutto ciò che tende a diminuire la diseguaglianza è un bene prezioso agli occhi d’un illuminato legislatore, a cui deve esser noto che più le ricchezze sono egualmente distribuite su molti, più s’accresce la ricchezza nazionale, poiché un piccolo patrimonio viene con più attenzione coltivato che un grande. È pure agli occhi d’un illuminato legislatore un bene tutto ciò che tende a riscuotere i poveri e ad eccitarli all’industria coll’aspetto della fortuna. Il solo lusso veramente pernicioso, in una nazione che abiti un suolo fecondo, è quello che toglie alla coltura le terre, consacrandole alle cacce, ai parchi ed ai giardini.
Ogni vantaggio d’una nazione nel commercio porta un danno a un’altra nazione; lo studio del commercio, che al dì d’oggi va dilatandosi, è una vera guerra che sordamente si fanno i diversi popoli d’Europa. Se i buoni autori fossero intesi, si vedrebbe che essi hanno palesato il vero secreto degli Stati; ma per la maggior parte gli uomini non accordano la loro stima che alle cose straordinarie, né sospettano che i principii della politica sieno sì semplici come lo sono.
P. [Pietro Verri]
Num. IV
Frammento sugli odori
Eccovi un frammento di un uomo che ha voluto filosofare sugli odori; ma pare straordinario che un letterato scriva sopra un argomento così frivolo invece d’impiegare il suo ingegno a compilar qualche dissertazione in foglio delle fibbie delle scarpe antiche, o a sciffrare gli smarriti caratteri d’un’iscrizione. A considerarlo sotto un aspetto mi pare che si voglia ridere di noi altri uomini, e sotto un altro sembrami ch’ei ragioni sul sodo. Comunque sia, leggete e giudicate.
Tutti gli uomini, dopoché cessarono di contrastare co’ bisogni della vita e superarono gli ostacoli che la selvaggia natura opponeva ai loro piaceri, si diedero a coltivare il loro corpo e a trasformarlo in qualche guisa, cercarono di multiplicare le sensazioni aggradevoli e di dare una novella vita ai loro sensi. Solo il naso, parte così rispettabile di noi stessi e fedele consigliere di ciò che nuoce e giova, sembra essere stato trascurato, o almeno soggetto alle vicende della moda, ch’io chiamerei la fortuna degli umani piaceri. Come si fanno delle rivoluzioni trai sentimenti dei filosofi, così i piaceri si succedono vicendevolmente, sempre soggetti alla tirannia delle opinioni, come quelli alla tirannia dell’autorità. Non in ogni luogo, né in ogni tempo furono in voga i piaceri dell’odorato. Gli antichi n’erano più ghiotti di noi, e quei vecchi Romani, maestri ugualmente di virtù che di piaceri alle altre nazioni, ne faceano grand’uso ne’ loro conviti, ne’ loro bagni e ne’ loro ipocausti, e ne accarezzavano e ristoravano i corpi esercitati a sudare nelle palestre. I nostri antichi mobili, che sanno ancora di muschio, ci fanno vedere il senno de’ nostri padri. Ma ora, con grave scandalo de’ buoni, tra cento parrucchieri che infarinano e sudiciano di sogna schiffosamente le teste di questa vasta capitale, appena si vedono due profumieri che ne ristorino i nasi; mentre dovunque io volga gli occhi non veggo che latrine aperte, né si pensa a riparar la puzza che
Aequo pulsat pede pauperum tabernas
Regumque turres.
Fino nelle mode e negli ornamenti destinati al piacere ci siamo fabbricati delle catene indissolubili sotto pena del ridicolo a chi osasse scioglierle. Noi ci stringiamo le ginocchia e il collo, parti destinate ad esser libere per la facilità dei movimenti, e ne strozziamo i minutissimi canali che distribuiscono il sangue animatore in tutto il corpo; e le donne i delicati petti circondano di una corazza, barbaro ornamento, che trasforma il loro corpo in un cono rovesciato che ha l’apice appoggiato sopra un gran segmento di circolo; noi ci carichiamo d’oro e d’argento, stendendo una straniera ed aspra superficie sulle membra, che la natura fece morbide e pastose, invece di circondarle di molli e profumate vesti, che si accordino piacevolmente ai movimenti del corpo. A fabbricare questi tormentosi ornamenti io veggo popolate le officine, e deserte veggo quelle che son destinate ai bisogni di un senso così importante. Sarei ben fortunato se potessi convertire questi eretici della voluttà, e se potessi trasportare l’affumicata chimica dagli laboratori alle geniali conversazioni ed alle toelette d’una dama.
Sono pure i piaceri odorosi così innocenti, che io non trovo alcuna setta o religione che gli abbia condannati, né fra le severe instituzioni dei cenobiti alcuna ve n’ha che imponga voto di castità d’odori. Fra i gentili medesimi, i quali hanno deificato tutti i vizi, non trovo adorata la puzza, se n’è eccettuato il deus Crepitus. Sono poi di così facile acquisto, che molti di essi la natura ci somministra senz’arte e preparamento.
Gli uomini nella ricerca della loro felicità si gettano per lo più alle cose straordinarie e difficili, e trascurano quelle che hanno sotto gli occhi ed alla mano. L’ambizioso si annoia nelle anticamere de’ grandi, veglia le notti in studi secchissimi; si consuma l’avaro di timore e di fame di un metallo per lui inutile, mentre un altro più saggio se la passa
IL CAFFÈ )( Fogl. IV )(
con un flaccone sotto il naso. Ben è vero che anche il naso dell’ozioso starebbe male, se molti fanatici non avessero avuto il coraggio di annoiar se medesimi o gli altri. Io studio gli odori, e stimo che questa ricerca vaglia tant’altre di una secca ed inutile erudizione. Stimo coloro che hanno pesato quei vasti globi che ruotolan con noi attorno del Sole, ed hanno calcolato questa tenue porzione dell’immensità della natura; ma questi uomini grandi ci hanno fatti accorgere della nostra piccolezza, e appunto per questo amo di ristringermi nella mia sfera e ricercare ciò che può farmi piacere, senza offender le leggi divine ed umane.
Distinguo gli odori in semplici e composti. Gli semplici sono quelli delle erbe, dei fiori, di alcune piante, di alcuni minerali, come l’ambra e il buchero, e di qualche parte animale, come il muschio e il zibetto. Molti di questi, come i fiori e l’erbe odorifere usuali, sono alla portata egualmente del povero e del ricco, poiché è giusto che anche i nasi volgari abbiano le loro consolazioni. Alcune resine di poco valore, qualche vaso di erbe fragranti possono rimbalsamare l’aria infestata dalle esalazioni che circolano e fermentano fra i cenci e il sudore nella stretta abitazione di una famiglia. Dovrebbero i medici de’ poveri e i luoghi pii, che somministran medicine per carità, distribuirne, essendo più stimabile, benché meno brillante, la medicina che previene i mali, che quella che li guarisce. La maggior parte de’ mali dei poveri, che scorrono le città intiere e ne distruggono i più laboriosi ed infelici cittadini, nascono dell’immondezza. Qual risparmio di vite non ne farebbe la popolazione, ch’è la vera ricchezza d’uno Stato? Gli odori composti sono preparati dall’arte, che combina i doni della natura, destinandoli al lusso ed alla voluttà delle persone agiate. Io ne distinguo tre classi principali, le quali però non son dalla natura separate che per insensibili differenze, come ogni altra cosa. Le classi non sono che punti di appoggio, che aiutano la nostra mente a scorrere la varietà degli oggetti naturali, e spesse volte la sviano dal vero.
La prima specie è quella degli indifferenti, i quali non oltrepassano di là dell’odorato, contentandosi di solleticarlo piacevolmente, come l’acqua di garofani, l’incenso ec. Questi odori, oso esprimermi così, non parlano all’animo; sono come una stampa di un bel disegno, di cui l’occhio è contento, ma senza espressione e poesia. Questi odori servono alle persone moderate e che temono la tempesta delle passioni. Coloro che amano di conservare una fredda indifferenza sugli oggetti, ne faccian uso, perché io son di parere che anche la incontinenza del naso sia da temersi… Sono di parere, che altri dovrebbero essere i profumi delle serie matrone, che sono fra le donne quel ch’era Catone in Roma; ed altri quelli di una leggiera e vivace donzella, alla quale gli scherzi e giuochi e la difficile arte di tener sottomessi molti amanti formano la sua politica e i suoi affari di Stato. Quando gli odori diventassero più importanti di quel che or sono, vi sarebbero gli odori di gala e di cerimonia, gli odori di amicizia e di familiarità, quegli dei solitari diversi da quelli dei uomini di mondo. Ma io riserbo tutte queste distinzioni ad un’opra che sto meditando di tre volumi in foglio, che avrà per titolo Elementa naseologiae methodo mathematica demonstrata.
La seconda classe è quella degli odori dolci, quali sono tutte l’essenze estratte dai fiori, dall’ambra, dal muschio ec. Passano i fiori, e perdono il loro odore, né in tutte le stagioni appaiono, ma l’essenze si conservano per lungo tempo, ed in piccola mole spandono una soavità che si estende per molto spazio. Né deono far caso gli uomini amanti di gustar quelle sensazioni, che fanno dolcemente languir l’anima, e di quell’abbandono di tutte le nostre facoltà ai piaceri ed alla molle indolenza. Esigge il ben pubblico (il quale non fo consistere in altro che nella massima somma di piaceri divisa egualmente nel massimo numero d’uomini) che i fiori, che rallegrano due sensi in una volta, passino dai giardini ad impiegar più utilmente le mani di coloro che manipolano i veleni consacrati dalla medicina.
Il muschio, e l’ambra, s’insinua talmente nelle intime parti del corpo, che la traspirazione di chi ne usa è tutta di odor di muschio fragrante. Ciò si chiama un migliorare la nostra macchina, che per lo più esala un sudore ingrato. Uomini traspiranti muschio ed ambra sembrano divinità di poemi e di romanzi, e pur niente di più facile ad un petit-maître. La terza classe è quella degli odori aerei e spiritosi, quali sono le erbe odorose distillate nello spirito di vino. Non è tale la forza di questi odori, che lo spirito di vino perda di quell’acuto e pungente che stimola con frequenti vibrazioni i nervi della macchina, e ne produce quella viva, ma aggradevole sensazione, che rasserena e rischiara l’animo scuotendolo da quel letargo in cui è sopito dal lento moto delle fibre e dalla noiosa uniformità degli oggetti. Quelle piccole scosse che ne sente il cervello, pare che facciano cadere un velo dinanzi agli occhi, e si destino le idee più limpide e chiare.
Trovo molta analogia tra gli odori e i colori: degli uni e degli altri ve ne ha di molli e voluttuosi, di forti e vivaci, di seri e ridenti; e come vi sono degli colori cangianti, così non dubito che dal miscuglio di molti odori non ne nasca un odor cangiante. E come vi sono i colori primitivi della luce, non è provato che non vi possano essere odori primitivi, che sian la base di tutte le altre combinazioni. Chi sa che un giorno non nasca il Newton degli odori? Questa idea non è più stravagante per noi di quello che lo possi essere per un ottentotto la teoria della luce, e dubito che noi non siamo qualche poco ottentotti. Con questi principii io non dubito punto che i nasi raffinati fabbricheranno da qui a qualche milione d’anni una musica d’odori, come una di colori n’è stata immaginata. Imperocché qual cosa è mai sì strana, che non possa accadere in questa continua rivoluzione di cose? E poi essendo gli odori un’azione delle particelle della materia, che si spandono come una sfera, e scema in ragione inversa dei quadrati delle distanze, e per quella universal legge di natura, che niente operando per salti passa per tutti i gradi intermedi, potrebbesi fabbricar una scala di cui si misurassero i tuoni e i semituoni, e se ne calcolassero le concordanze e le discordanze; chi sa se un giorno non si odorino dei concerti e delle sinfonie? Come non ogni orecchio è atto alla musica, dipendendo la maggior finezza di esso dalla maggior facilità di sentire le minime differenze de’ suoni e dalla maggior reazione delle fibre alle impressioni musicali, così vi sarebbono dei nasi ignoranti e insensibili all’armonia degli odori. E siccome ogni senso potrebbe da per sé essere un eccellente algebrista, potendo benissimo ogni senso avere un’idea chiara del più e del meno, così potrebbe anche divenir musico, ma non giammai poeta, poiché la forza principal della poesia consiste nel percuoter più sensi in una volta, e nel dipingere le immagini che appartengono ad un senso coi colori di un altro.
Ogni sensazione ha una sorta d’analogia colle altre nella celere o lenta successione delle impressioni, nei differenti gradi d’intensione di esse e nella riunione che se ne fa negli oggetti esterni; come il dilicato color della rosa si unisce con una voluttuosa fragranza, e la pallida violetta con un soave odore, l’acuto odor del gelsomino e di tutti i cedri col vivo e allegro color aureo o bianco.
Se questo fosse vero, forse si raffinerà a segno di accompagnare i drammi colla musica degli odori, e mi figuro che saranno destinate le essenze di rose, di ambra ec. ai dialoghi amorosi, gli odori forti ai discorsi galanti e spiritosi, e gli odori seri ai gravi e politici. Non saprei qual odore assegnare alle commedie, poiché non ho ancora trovati degli odori ridicoli. Il ridicolo dipende da un certo raffinamento della umana società, poiché vediamo ogni altra classe degli animali e i medesimi uomini selvaggi esserne esenti; e in fatto di odori non vi siamo ancor giunti, quando ridicoli non si chiamino quei bizzarri assortimenti di puzza e di fragranza che di spesso s’incontrano; poiché credo esser domma di buon gusto che gli odori facciano un tutto, un sistema corrispondente al vestito, all’età ed al carattere della persona.
Dagli odori ai sapori non v’è che un piccolo passaggio, e questi due sensi sono amici e fedeli l’uno all’altro. Ciò che offende l’odorato è per lo più pessimo al palato, e ciò che offende il palato è quasi sempre nemico dell’odorato. Crederei ancora che ciocché offende l’uno o l’altro sia velenoso per la sanità, se in ciò non avessi tutta l’autorità dei medici e de’ speziali contraria; senza di essa sembrerebbemi che ciò che disgusta il palato o l’odorato, cioè ne disordina le fibre, dovesse produrre lo stesso effeto sui delicati organi dello stomaco.
Provo in esperienza che l’odore mi eccita l’idea del sapore, che gli sapori forti sono quasi sempre accompagnati da odori forti. In somma trovo una fisonomia nelle cose, come negli uomini, che in qualche maniera ne dipinge il carattere.
Sin ora si è fatto troppo poco per il naso, mentre si è fatto anche troppo per la bocca. Noi siamo passati dai cibi più semplici preparati dalla natura ai più facili da comporsi, indi agli ultimi raffinamenti delle tavole francesi. Ma negli odori abbiamo appena formate le più semplici combinazioni, ed il lusso, che crea nuovi bisogni e nuovi piaceri, non ha per anche perfezionata la cucina del naso.
Siamo ancora ai cibi più grossolani e il nostro maggior alimento si è il tabacco, che in vece di lusingare piacevolmente le fibre, le stimola e le punge, e solo col tempo si può vivere familiarmente con lui, né solo ci morde il naso, ma ci appesta ed avvelena la bocca, quando ne assorbiamo dalle pippe l’ingrato fumo, potendo invece imbalsamarla col fumo di pastiglie odorose, come fanno i Turchi, più saggi di noi. Chi fra i nostri posteri (quando questa usanza cadrà sotto l’inevitabil legge del tempo, che tutto consuma per far rinascere), chi mai potrà credere che questa polve fosse la delizia dei nasi più colti; che le tenere donne, che i leggiadri giovani se ne servissero negli amorosi colloqui, e i più gravi politici nei trattati della pace e della guerra; che sempre seco si portasse questo pungente stimolo racchiuso in cassette preziose fra l’oro e le gemme? Quali volumi in foglio faranno scrivere i primi stranuti di quel fortunato antiquario che ne farà la scoperta? Questa polve non piace che dopo che ha già incallite le fibre e rintuzzatane la sensibilità. Allora è che la sensazione prima dolorosa divien piacevole, ma questo piacer così vivo ce ne fa perdere un gran numero di più dilicati. Una saggia economia del piacere è altrettanto necessaria che quella del danaro, che non è altro che un cambio di essi.
La cucina degli odori è una manifattura che manca al nostro secolo; e pure io trovo che si potrebbono fare altrettante combinazioni quante colle vivande se ne fanno. Io mi figuro di vivere in un secolo più raffinato, e di vedere nelle famiglie de’ grandi due cuochi, uno per il naso e l’altro per la bocca, e di assistere ai banchetti odorosi serviti di salze, manicaretti di profumi, vedere il naso avere i suoi parasiti ed essere accarezzato a segno di avere i suoi pasti regolati al giorno; gli odori secchi disposti con simmetria in scatolette d’oro e di argento, e gli odori liquidi presentati come bevande in boccette di cristallo. Vi sarebbono gli odori caldi, gli odori freddi, e i giorni consacrati al digiuno ed all’astinenza dovrebbero essere sbanditi gli odori voluttuosi e dolci, ma permessi i soli seri e indifferenti. Alcuni odori più forti terrebbono luogo di vino, poiché parimente alcuni di essi, come il tabacco, eccitano una momentanea gioia e fino l’ubbriacchezza. Allora qualche nuovo Anacreonte ne canterà le lodi, e qualche nuovo Maometto ne vieterà l’uso.
Una nuova medicina d’odori (oso predirlo, poiché non la sola bocca è all’uomo veicolo di mali e di rimedi, ma tutti i sensi, anzi tutte le membra lo sono) sorgerà in quei tempi. Ricette e spezierie, e una farragine di rimedi inutili con cinque o sei utili, che per la loro semplicità saranno i più trascurati, arricchiranno i medici e popoleranno i sepolcri. Ma perché possano i medici con decoro addottarne l’uso, sto compilando un dizionario di parole greche su gli odori, ad uso non solo dei medici, ma di tutti quelli che parlano per non farsi intendere. Spero che in quei tempi guariranno le donne di parto in Lombardia di quella superstiziosa opinione, che le allontana dagli odori soavi e le avvicina al fetore ed all’immondezza, che loro fa credere che la più forte scossa del puzzo non debba irritare le deboli fibre più efficacemente che le dilicate titillazioni dei profumi. Spero che non il solo cioccolate avrà il privilegio di comparire nelle nostre adunanze, benché spanda un forte odor di vainiglia, ma tutti i profumi e i bagni odorosi, e tutto ciò che forma l’eccessiva mondezza, che credo uno dei rimedi più efficaci se non per guarire, almeno per rallegrare e ristorare un ammalato, il che non è la meno importante parte della medicina. Cosa strana, che in Roma si allontani da una donna di parto, come veleno, il cuoio, che si mette al capezzale delle nostre più dilicate dame in tempo di parto! Cosa strana, che nella Francia tutta, nell’Inghilterra, che nella Toscana abbiano le donne il naso così diverso dal lombardo!
Ecco ciocché ho pensato per perfezionare questo senso; ma qui non si fermano le mie fatiche. Ecco una lista di opere che sto scrivendo non già per amor mio, ma per ben pubblico.
Una descrizione di una macchina in forma di cannochiale, che avvicini ed ingrandisca gli odori da una parte, e dall’altra impiccolisca il puzzo e lo allontani. Credo che l’uso di questa macchina sarà più frequente dalla parte che allontana, che dall’altra, al rovescio de’ cannochiali da vista.
Saggio di morale e progetto di educazione con gli odori.
Tavole logarithmiche per misurare l’intensione degli odori.
Della temperanza degli odori. Trattato all’antica, colle note alla moderna.
Eccovi i deliri d’un filosofo; e un delirio sugli odori può benissimo interessare quanto le monadi di Leibniz; né io condanno o l’uno o l’altro, sapendo benissimo che dalla fermentazione degli errori, dall’entusiasmo filosofico e dalle infinite combinazioni delle umane idee ne sortono le luminose verità che rischiarano gli uomini, e gli rendono più felici, e che finalmente quelli che hanno delirato in filosofia non turbarono la pace umana, né coprirono d’orrore e di stragi la faccia dell’universo.
C. [Cesare Beccaria]
Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca
Cum sit, che gli autori del Caffè siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri e della ragion loro, perciò sono venuti in parere di fare nelle forme solenne rinunzia alla pretesa purezza della toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni.
1. Perché se Petrarca, se Dante, se Bocaccio, se Casa e gli altri testi di lingua hanno avuta la facoltà d’inventar parole nuove e buone, così pretendiamo che tale libertà convenga ancora a noi; conciossiaché abbiamo due braccia, due gambe, un corpo ed una testa fra due spalle com’eglino l’ebbero,
… quid autem?
Caecilio, Plautoque dabit Romanus, ademptum
Virgilio, Varioque? ego cur adquirere pauca
Si possum invideor? quum lingua Catonis et Enni
Sermonem patrium ditaverit ac nova rerum
Nomina protulerit.
Horat, De art. poet.
2. Perché, sino a che non sarà dimostrato che una lingua sia giunta all’ultima sua perfezione, ella è un’ingiusta schiavitù il pretendere che non s’osi arricchirla e migliorarla.
3. Perché nessuna legge ci obbliga a venerare gli oracoli della Crusca, ed a scrivere o parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi.
4. Perché se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo per timore o del Casa, o del Crescinbeni, o del Villani o di tant’altri, che non hanno mai pensato di erigersi in tiranni delle menti del decimo ottavo secolo, e che risorgendo sarebbero stupitissimi in ritrovarsi tanto celebri, buon grado la volontaria servitù di que’ mediocri ingegni che nelle opere più grandi si scandalizzano di un c o d’un t di più o di meno, di un accento grave in vece di un acuto. Intorno a che abbiamo preso in seria considerazione che se il mondo fosse sempre stato regolato dai grammatici, sarebbero stati depressi in maniera gl’ingegni e le scienze che non avremmo tuttora né case, né morbide coltri, né carrozze, né quant’altri beni mai ci procacciò l’industria e le meditazioni degli uomini; ed a proposito di carrozza egli è bene il riflettere che se le cognizioni umane dovessero stare ne’ limiti strettissimi che gli assegnano i grammatici, sapremmo bensì che carrozza va scritta con due erre, ma andremmo tuttora a piedi.
5. Consideriamo ch’ella è cosa ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole, onde noi vogliamo prendere il buono quand’anche fosse ai confini dell’universo, e se dall’inda o dall’americana lingua ci si fornisse qualche vocabolo ch’esprimesse un’idea nostra meglio che colla lingua italiana, noi lo adopereremo, sempre però con quel giudizio che non muta a capriccio la lingua, ma l’arricchisce e la fa migliore.
Dixeris egregie notum si callida verbum
Reddiderit iunctura novum. Si forte necesse est
Indiciis monstrare recentibus abdita rerum,
Fingere cinctutis non exaudita Cethegis
Continget: dabiturque licentia sumpta pudenter,
Et nova factaque nuper habebunt verba fidem…
Horat., eod.
6. Porteremo questa nostra indipendente libertà sulle squallide pianure del dispotico Regno Ortografico e conformeremo le sue leggi alla ragione dove ci parrà che sia inutile il replicare le consonanti o l’accentar le vocali, e tutte quelle regole che il capriccioso pedantismo ha introdotte e consagrate, noi non le rispetteremo in modo alcuno. In oltre considerando noi che le cose utili a sapersi son molte, e che la vita è breve, abbiamo consagrato il prezioso tempo all’acquisto delle idee, ponendo nel numero delle secondarie cognizioni la pura favella, del che siamo tanto lontani d’arrossirne, che ne facciamo amende honorable avanti a tutti gli amatori de’ riboboli noiosissimi dell’infinitamente noioso Malmantile, i quali sparsi qua e là come gioielli nelle lombarde cicalate sono proprio il grottesco delle belle lettere.
7. Protestiamo che useremo ne’ fogli nostri di quella lingua che s’intende dagli uomini colti da Reggio di Calabria sino alle Alpi; tali sono i confini che vi fissiamo, con ampia facoltà di volar talora di là dal mare e dai monti a prendere il buono in ogni dove.
A tali risoluzioni ci siamo noi indotti perché gelosissimi di quella poca libertà che rimane all’uomo socievole dopo tante leggi, tanti doveri, tante catene ond’è caricato; e se dobbiamo sotto pena dell’inesorabile ridicolo vestirci a mò degli altri, parlare ben spesso a mò degli altri, vivere a mò degli altri, far tante cose a mò degli altri, vogliamo, intendiamo, protestiamo di scrivere e pensare con tutta quella libertà che non offende que’ principii che veneriamo.
E perché abbiamo osservato che bene spesso val più l’autorità che la ragione, quindi ci siamo serviti di quella di Orazio per mettere la novità de’ nostri pensieri sotto l’egida della veneranda antichità, ben persuasi che le stesse stessissime cose dette da noi e da Orazio faranno una diversa impressione su di coloro che non amano le verità se non sono del secolo d’oro.
Per ultimo diamo amplissima permissione ad ogni genere di viventi, dagli insetti sino alle balene, di pronunciare il loro buono o cattivo parere su i nostri scritti. Diamo licenza in ogni miglior modo di censurarli, di sorridere, di sbadigliare in leggendoli, di ritrovarli pieni di chimere, di stravaganze, ed anche inutili, ridicoli, insulsi in qualsivoglia maniera. I quali sentimenti siccome ci rincrescerebbe assaissimo qualora nascessero nel cuore de’ filosofi, i soli suffragi de’ quali desideriamo, così saremo contentissimi, e l’avremo per un isquisito elogio, se sortiranno dalle garrule bocche degli antifilosofi.
A. [Alessandro Verri]
La commedia
Che inconvincibil razza di gente che sono mai que’ pedanti, i quali nelle cose che sono fatte per eccitar nell’animo que’ moti che si chiamano sentimento, in vece di abbandonarsi alla magia della illusione cavan di tasca il pendolo o il compasso per esaminarle freddamente e giudicarne? Si presenta ad essi un quadro pieno di poesia e di espressione, dove l’atteggiamento, la disposizione e le fisonomie delle diverse figure sarebbero atte a porre la parte sensibile di noi in movimento, e spingerla o verso l’orrore, o verso la compassione, o verso la maraviglia, o verso qualch’altro stato significato con altro vocabolo; in vece, dico, di presentarsi all’azione che l’artefice ha cercato di far nascere in chi deve rimirare, e dalla natura di essa azione giudicar poi del merito della pittura; in vece, dico, di ciò, si restringono a criticare il disegno e la proporzione d’una gamba o d’un dito, una piegatura stentata di una calza o simile piccolo difetto, e della scoperta di esso gloriosi perdono un vero piacere con una spensieratezza che mal corrisponde alla cautela con cui sono essi sì raramente sparsi nella serie delle nostre sensazioni. Lo stesso che dico della pittura dicasi della musica, dicasi della poesia, di tutte le arti in somma che hanno per mira di fare una dolce illusione ai sensi nostri, e di eccitarvi col mezzo della immaginazione un dolce turbamento. Chi non si scaglierebbe contro uno di costoro, il quale alla lettura del più bel pezzo di Dante, mentre fa dire al conte Ugolino quel doloroso
Ahi, cruda terra, perché non t’apristi!
in vece di lasciarsi agitare dall’azione che fa il poeta sopra ogni cuore sensibile, si fermasse ad osservare che l’accento cadendo sulla settima sillaba, cioè sul perché, il verso non è dolce, e che la terra non può esser crudele, molto meno cruda? Eppure i mezzo eruditi sono appunto in questo caso, né v’è chi giudichi bene delle cose di sentimento che o il popolo, quando possa prestarvi attenzione, ovvero gli uomini di lettere e i filosofi veramente tali, i quali a forza d’un felice naturale e d’un continuato viaggio sono passati al di là della sommità di quel scoglio a cui ci fa ascendere una mal ragionata educazione, e sono giunti a scoprire questa grande verità, che le regole e le leggi d’ogni cosa dipendente dal sentimento sono stabilite con questo nome unicamente perché sono credute necessarie per produrre l’effetto a cui si destina l’opera qualunque ella sia, e che in conseguenza qualora l’opera ottiene il suo effetto, in vece di trovarla cattiva per le regole che vi si trasgrediscono, ragion vuole che si trovino tante regole inutili quante sono le trasgredite.
Ma io potrei scrivere un in foglio inutilmente, poiché la classe, come ho già detto, di questi pedanti non si muta mai, a costo di ribattere la dimostrazione medesima, quand’ella potesse spargersi in materie che non possono rappresentarsi coi segni di più e meno. Uno di costoro appunto s’è scatenato nel nostro caffè contro il valoroso, il benemerito, l’illustre
IL CAFFÈ )( Fogl. V )(
signor dottor Goldoni, uomo al di cui talento comico ha resa giustizia in prima l’Italia, e al dì d’oggi può dirsi la parte colta dell’Europa, al di cui onestissimo carattere e amabili costumi ne rendono giustizia i molti e rispettabili suoi amici. Pretendeva costui che gl’Italiani hanno torto quando trovano piacere alle commedie del Goldoni, declamava che il Goldoni non ha il vero talento comico, che il Goldoni non osserva nessuna regola, che il Goldoni non sa la lingua, che il Goldoni non può paragonarsi a Moliere in verun conto, e continuava su questo gusto. Io, che son persuaso che il più gran castigo che possa darsi ad un ignorante ardito è di lasciarlo ignorante e ardito; io, che sono persuaso che il peggior impiego che possa farsi della ragione umana è adoperandola con un pedante, mi sono fatto portare una tazza dello squisito caffè del buon Demetrio, e me la sono sorbita deliziosamente lasciando declamare il pedante a sua posta; ma giunto a casa me ne vendico, e vendico l’onore non dirò del Goldoni, al quale un elogio di più aggiunge poco, ma l’onore del popolo d’Italia, il quale frequenta e applaude al nostro protocomico.
La commedia è destinata a correggere i vizi dilettando, e questa definizione della commedia, s’ella non è conforme a quella che ne danno gli eruditi scrittori che hanno imparato ogni cosa fuori che l’arte di distinguere le cose buone dalle cattive, mi pare preferibile all’altra, che la commedia è quella che purga l’animo col riso, poiché mi pare che il riso purghi così poco l’animo, quanto la slogatura delle ossa dell’omero purghi l’infamia nella tortura.
Nelle commedie del signor Goldoni primieramente è posto per base un fondo di virtù vera, d’umanità, di benevolenza, d’amor del dovere, che riscalda gli animi di quella pura fiamma che si comunica per tutto ove trovi esca, e che distingue l’uomo che chiamasi d’onore dallo scioperato. Ivi s’insegna ai padri la beneficenza e l’esempio, ai figli il rispetto e l’amore, alle spose l’amor del marito e della famiglia, ai mariti la compiacenza e la condotta; ivi il vizio viene accompagnato sempre dalla più universale e possente nemica, cioè l’infelicità; ivi la virtù provata ne’ cimenti anche più rigidi riceve la ricompensa; in somma ivi stanno con nodo sì indissolubile unite la virtù al premio e la dissolutezza alla pena, e sono con sì vivi e rari colori dipinte e l’una e l’altra, che v’è tutta l’arte per associare le idee di onesto e utile nelle menti umane con quel nodo, il quale se una volta al fine giungessimo a rassodare, sarebbero i due nomi di pazzo e di malvaggio sinonimi nel linguaggio comune.
Io non dirò che le ottanta e più commedie del signor Goldoni dilettino tutte; dirò che spirano tutte la virtù, e che la maggior parte di esse veramente diletta. Che diletti me, ogni lettore deve accordarmelo, poiché parlo in materia in cui non v’è miglior giudice competente; che dilettino gli spettatori sembra cosa molto probabile, direi quasi delle probabilmente probabili, anzi delle probabilmente probabiliori, posto che vediamo il concorso ch’esse hanno avuto ed hanno tuttavia per tutto ove si rappresentano.
Gli abitatori di Parigi, quelli cioè che sono avvezzi ogni giorno a vedere su’ loro teatri le più belle produzioni drammatiche che gli uomini abbiano fatte, almeno dacché le memorie sono giunte a noi, essi ascoltano con applauso le commedie del valoroso nostro italiano. Nella Germania molte delle sue commedie si rappresentano tradotte ed applaudite. Pongasi tutto ciò da una parte della bilancia, pongasi dall’altra parte il piccol numero degli insensibili pedanti, e poi si giudichi se in una cosa che piace così universalmente vi sia una ragione perché piaccia, oppure se sia un effetto senza cagione.
La vita degli uomini di genio è sempre stata il bersaglio delle frecce degli uomini mediocri, e Moliere sarebbe stato da essi oppresso, se la protezione d’un gran monarca non lo avesse difeso. Sia detto a gloria nostra, gl’Italiani hanno fatto per quest’illustre paesano quello che avrebbe potuto fare un monarca, e la sensibilità della nazione al merito ha offerto in tributo all’eccellente comico l’allegria, le lagrime e gli applausi de’ pieni teatri.
Sin dalle montagne ove ha scelto di passare i giorni della gloriosa sua vecchiaia il maestro vivente del teatro, il signor di Voltaire, vengono gli elogi al ristoratore della commedia, al liberatore dell’Italia dai barbari, al vero dipintore della natura, signor Goldoni; ed in fatti il nostro comico, per liberarci dalla vera barbarie in cui erano le scene d’Italia, ha dovuto superare i primi ostacoli, cioè la difficoltà di avvezzare i commedianti a imparare a memoria e la difficoltà di avezzare gli uditori a gustare le cose imparate a memoria. Il nostro comico ha dovuto per gradi mostrarci la commedia, e molte ce ne ha mostrate, le quali, oso predirlo, si mireranno un giorno con gloria dell’Italia, come ora con diletto e istruzione.
Egli è vero che il nostro autore sapeva poco la lingua italiana quando cominciò a scrivere; ma nelle opere che diede in seguito si ripulì di molto. Egli è vero che i suoi versi quanto sono facili, altrettanto ancora sono lontani da quell’armonia e da quell’apollinea robustezza che fa piacere la poesia, e tal difetto lo ha comune col Moliere. Egli è vero ancora che il pennello di questo dipintore della natura riesce meglio assai nel rappresentare i caratteri del popolo, che riesca rappresentando i caratteri delle persone più elevate, e di ciò son d’accordo. Ma sieno d’accordo ancora tutti i sensibili e ragionevoli nel trovare che il Goldoni ha tutta l’anima comica e tutto il merito della più pura virtù, che scaturisce dappertutto nelle sue produzioni.
Il soggiorno ch’egli ora fa, per sua gloria, in Parigi, spero che sia per esser fruttuoso all’Italia, alla quale manca ancora la vera arte de’ commedianti. Qui m’avveggo che alcuno, e forse molti de’ miei lettori sospetteranno ch’io cada in un accesso di delirio, ma si tranquillino, si calmino, e se vogliono delle verità leggano, e se non ne vogliono restino come sono.
Nella Francia dunque, dove il comico Moliere, il comico Baron erano insieme commedianti, essi che sentivano tutta la energia dei ridicoli e delle passioni che dovevano rappresentare, diedero esempio agli altri e servirono di modello del modo di rappresentar sulla scena. Essi erano ben veduti alla corte allora la più brillante d’Europa, essi erano ben accolti nelle più nobili e pulite compagnie del regno, e così agevolmente impararono l’arte di parlare, di moversi, di vestirsi e di rappresentare in somma al naturale ogni nobil personaggio. Stabiliti gli esemplari, i quali frequentemente si mostravano, facil cosa divenne l’averne buoni allievi, e tali sono per tradizione i commedianti che in Francia anche al dì d’oggi rappresentano le composizioni drammatiche. Là non vedreste gl’innamorati parlare alle lor belle con una canna in mano, come se sempre fossero di viaggio, col cappello in testa (indecentissima cosa), con un abito malfatto e logoro, avvanzo di un rigattiere. Là non udireste gli urli e il tuon di voce
Lacerator di ben costrutti orrecchi
cose tutte che quasi universalmente accompagnano le compagnie de’ commedianti d’Italia. Là vedreste in somma la nobile natura, il costume rappresentato come egli è, anzi vedreste la commedia divenuta una vera scuola di gentilezza e di buone maniere; onde, se il nostro signor Goldoni, che sente il bello, che conosce il buono, al suo ritorno in questa patria, a cui ha fatto tanto onore, avrà forze tali da portare la riforma ed atterrare gli avvanzi della barbarie che ancora abbiamo pur troppo, spero che ciò si farà. Voglia il buon genio d’Italia che ciò si possa, e che nasca qualcuno degno d’imparare l’arte onorata del Goldoni, e degno di sostenerne la gloria presso i figli nostri.
P. [Pietro Verri]
M’è stato dato un progetto sulla coltivazione del tabacco, ch’io volentieri ripongo nel foglio. Ogni cittadino risente gli effetti del pubblico bene, ogni cittadino deve desiderarlo, e meritano la riconoscenza del pubblico quei che vi meditano e somministrano i loro lumi, sebbene la maggior parte delle volte non l’ottenghino da’ loro contemporanei. Credo che sia un bene che molti scrivino e pensino su gl’interessi veri d’una nazione, sulle finanze, sul commercio e sull’agricoltura; la nebbia ed il mistero servono alla impunità di pochi e alla miseria di molti. I fatti dell’economia politica è bene che si sappiano, poiché è un bene che vi si pensi da molti, e dal fermento delle diverse opinioni sempre più si separa e rende semplice la verità. Chiunque ci somministrerà scritti ragionevoli in queste materie avrà sempre un luogo onorato in questi fogli. Il progetto dunque così dice:
P. [Pietro Verri]
La coltivazione del tabacco
La prima e principal massima di chi dirigge il commercio d’una nazione quella dev’essere di renderla il più che sia possibile indipendente dalle altre, sì quanto all’industria che quanto ai generi di prime necessità, nell’abbondanza de’ quali consiste realmente la vera ricchezza d’uno Stato. Egli è vero che sarebbe una chimera il voler pretendere di conseguire una totale indipendenza: non omnis fert omnia tellus; ma come perdonarla a chi potendo con facilità trapiantare qualche prodotto entro i propri confini volesse ciò non ostante con grave discapito della massa circolante andare a procacciarselo altrove?
Cinquanta mila filippi costa l’annua provista delle foglie per i tabacchi che si consumano in questo Stato; il nostro clima (a dispetto di chi non lo vuole), i nostri terreni, la nostr’aria sono ottimi per la coltura di questa pianta. L’esperienza cotidiana lo mostra ad evidenza, eppure si prosegue a comperarli fuor di paese, né mai il progetto di farne qui le piantagioni fu fin ora, ch’io sappia, o proposto o tentato, quantunque unito al pubblico vantaggio trovar vi potesse il particolar guadagno anche chi ha il diritto di venderli, colla diminuzione dell’intrinseco valore del tabacco istesso.
Qualche calcolatore del gusto dell’oppositore al bellissimo progetto della natural spurgazione del canale detto Naviglio della nostra città, troverebbe forse questa mia proposizione erronea ed iperbolica, e mi proverebbe in via di moltiplico con un bel conto dimostrativo che il valore de’ fondi che s’impiegassero a questo fine, e sopratutto le sole giornate necessarie alla di lui coltura, basterebbero per far ammontare al doppio il prezzo del tabacco che si raccogliesse, a fronte del forestiero, e con ciò ne minacciarebbe un gravissimo pregiudizio alla regalìa. Aggiungerebbe in seguito le dispendiose disposizioni di attrezzi e di fabbriche; la difficoltà di trovar gente pratica per coltivarlo e manufatturarlo nelle debite forme; quindi lega facendo con alcuni nasi rispettabili, più squisiti e dilicati degli altri, concluderebbe con una declamazione sul gusto delle Verrine contro l’enorme spesa, l’insuperabile difficoltà, la pessima qualità del tabacco e la chimerica idea del progetto.
Prima però d’entrare a confutar queste obbiezioni, convien premettere per conforto dei nasi parasiti ch’io non intenderei già che si dovessero proscrivere i tabacchi di Siviglia, del Brasile; anzi da principio né meno le stesse foglie ordinarie. Devesi in tutto andar per grado, poiché quand’anche per supposto conseguir non si potesse che di sostituire il tabacco nostrano al più ordinario e grossolano, non sarebbe sempre questo ancora altrettanto oro risparmiato all’interna circolazione? Non verrebbe il pubblico a guadagnarvi la sussistenza di tutte quelle persone che venissero impiegate alla di lui coltura? Ho ragione nulladimeno di credere che non anderebbero molti anni, che l’introduzione della foglia forastiera verrebbe naturalmente e colla sola sperienza sempre più a sminuirsi ed a cessare.
Ciò premesso (oltre che io non saprei se il prodotto de’ fondi si dovesse punto computare in un paese che abbia una considerabile quantità di buon terreno tuttora incolto da surrogare a quel poco destinato alle proposte piantazioni), egli è certo che il prodotto del tabacco (ritenuta sempre la necessità di questo genere) sarà a dir poco d’una doppia rendita di qualunque altro, potendovi assicurare, dopo replicate esperienze fatte qui, quando eravi libero il traffico di questo genere, che una sola pertica, poco più, di terreno ben coltivata a tabacco è giunta a produrre di netto i dieciotto, fino i venti filippi; differenza enorme certamente in confronto di qualunque altro de’ nostri prodotti. La spesa della coltura poi, ed è necessaria alla produzione di qualunque altro frutto, e si potrebbe di molto sminuire coll’impiegarvi tutti quei condannati che doniamo così liberalmente. Così risparmiare pure in gran parte si potrebbero le altre spese di attrezzi e di fabbriche, essendo i primi poco differenti dai soliti praticarsi nell’ordinaria agricoltura, e potendo supplire alle seconde molti vecchi ed ora quasi inutili edifici; e per dirne d’un solo, il vastissimo recinto del Lazaretto, il quale ci offre ad un tempo stesso ed un ottimo fondo per coltivarlo ed un opportuno fabbricato per riporlo, manufatturarlo e custodirlo. In risposta poi a chi promove la difficoltà di trovar gente pratica per ciò fare, direi che in nostro paese non ne manca, e lo rimanderei al Dizionario del commercio del Savarì, dove troverà per esteso le varie colture che si danno al tabacco secondo i paesi. Quella che si pratica in Francia mi sembra da preferirsi nel caso nostro.
Altro non resta adunque che il timore della cattiva qualità. A ciò rispondo che quando la foglia del tabacco nostrano si raccolga ben matura, e si lasci sopratutto riposare da un anno all’altro, riesce per le fatte sperienze molto buona; ottima poi per formarne dei tabacchi fermentati ed artificiali d’ogni qualità.
Ed eccovi il più brevemente che mi sia possibile esposto il mio pensiero, quale riunendo alla pubblica utilità (coll’impedire ogni anno la sortita d’una somma cotanto grandiosa, e col procurare la sussistenza a buon numero di famiglie) il vantaggio tanto della regalìa quanto di chi la tien in affitto (colla diminuzione dell’intrinseco valor del tabacco) potrebbe meritare qualche esame, massimamente presso persone non volgari, né facili a impaurirsi al sol vocabolo di cosa nuova, né prevenute da un inconsiderato amor proprio a segno di trovar male tutto ciò che non ha preso il primo nascimento nella loro immaginazione.
S. [Pietro Secchi]
Così termina il breve progetto, il quale a nostro giudizio potrebbe aver luogo a beneficio d’ogni paese che voglia non trascurare i propri vantaggi anche a costo di pensare a’ spedienti che non sieno venuti in capo ai nostri avi. Ma per fare un bene qualunque un po’ grande a una nazione vi vogliono di quegli uomini che il volgo chiama imprudenti, e che la posterità chiama uomini grandi. Se essi nascono in una felice combinazione di cose, ripuliscono una nazione selvaggia, e si chiamano Pietro il Grande; se nascono in una privata condizione, scrivono tutto al più qualche libro, e ottengono per sommo elogio quello che ebbe l’Abate di San Pietro, cioè d’autore di sogni, d’un buon cittadino.
P. [Pietro Verri]
Ricevo da ottimo cittadino il seguente dialogo da inserirsi nel nostro Caffè. Ei ci pare molto utile da presentarsi al pubblico, poiché se non è possibile in un breve scritto d’illuminare profondamente su una materia tanto interessante per gli uomini, è sempre un bene grande il far conoscere che le cose non sono a quell’apice di perfezione a cui credono che siano giunte gli uomini volgari, ed è sempre pure un bene il mostrare quai sieno gli autori e le mire che debbono seguirsi per innoltrare i progressi d’un oggetto tanto necessario qual è l’agricoltura. Speriamo che i lettori nostri saranno contenti di questo breve saggio per ora, e speriamo altresì che chiunque abbia cose utili, nuove e ragionate, le quali per la tenuità del loro volume non possano star bene pubblicate da sé, vorranno far capo al nostro Demetrio e contribuire alla nostra raccolta, ricevendone in premio un esemplare annuo gratis, quando però piaccia a noi di farne uso. Ecco in somma il dialogo.
Dell’agricoltura. Dialogo. Afranio e Cresippo
Afr. Non so se vi ricordiate, signor Cresippo, della promessa che un giorno mi avete fatta, d’istruirmi come noi potressimo far valere l’agricoltura, le arti e l’industria per togliere lo sbilancio che soffre il nostro commercio. Io spero che dalla vostra cortesia otterrò questo piacere.
Cres. Mi sovviene benissimo, né ricuso di mantenervi la parola; ma siccome sono queste materie importantissime, e che meritano d’essere separatamente trattate, così non mi comprometto di potervi subito intieramente compiacere. Se vi bastasse per ora di ascoltare le mie riflessioni intorno l’agricoltura, io sono in grado di servirvi, riservando in altro tempo il discorso sopra le altre materie.
Afr. Io sono persuasissimo dell’importanza dell’agricoltura, e volentieri sentirei a parlarne, se ciò si potesse fare utilmente. Tutt’altro abbiamo di bisogno, che d’imparare i precetti d’agricoltura. Siamo nati in un paese in cui la medesima è ridotta a quella perfezione che non può ricevere miglioramento alcuno. Mi accorderete anche voi che non v’ha forastiere, il quale passando per questo Stato non esclami: che belle campagne! che fertilità! che fin’agricoltura!
Cres. Io convengo che lo Stato di Milano, considerato in complesso, sia ben coltivato, e che paragonato alla maggior parte dei regni europei si distingua fra di essi; ma vi devo dire altresì che in certi capi d’agricoltura è superato d’alcune altre nazioni, e che in tutti puol essere migliorato, onde il mio ragionamento non vi sarà inutile.
Afr. Se l’affare è nei termini nei quali voi me lo rappresentate, io son ben contento di udirvi e di profittare dei vostr’insegnamenti, benché, qualunque sia il miglioramento che siete per progettare, non mi sembra sperabile dalla sola scienza. La sperienza, che deve precedere le nostre operazioni, esigge una seria applicazione, e spese non indifferenti. L’incertezza della riuscita, la nostra pur troppo sensibile povertà ci toglie affatto il coraggio e ce ne allontana il pensiere. Ho letto nei dialoghi di Xenofonte che: Agricultura magnum incrementum sumeret, si quis vel per agros, vel per vicos optime terram excollentibus praemia constitueret. Ho inteso che in molte provincie della Francia, nella Svizzera, in Toscana, in Modena, si erigono opportune accademie, e si distribuiscono premi a chi fa qualche utile scoperta, o meglio d’ogn’altro fertilizza un terreno incolto.
Cres. È certissimo che i progressi dell’agricoltura sono più veloci, quando con mezzi valevoli si promovono. Vi dissi già, se non m’inganno, che l’agricoltura contiene tre articoli, cioè il moltiplicare i frutti, il perfezionarli, e l’introdurne dei nuovi. Per la moltiplicazione e perfezione dei frutti fa d’uopo in primo luogo renderne abile la terra. La di lei diagnostica resta peranche imperfetta. Si può essa distinguere colla profondità della vegetabile, per la qualità del letto che sotto vi giace, per la specie dell’erbe che sopra naturalmente vi crescono, per il colore, per la durezza, il peso, la dissolubilità, vitrificazione, calcinazione, per il gusto, e generalmente per ogn’altra qualità sensibile. Sarebbero necessarie molte cognizioni, lunghe osservazioni, che ancora non trovansi presso dei naturalisti. Le storie naturali de’ fossili del signor Hill, e di Emanuele Mendes da Costa, membro della Società Reale di Londra, ci possono ora somministrare dei lumi molt’importanti per quest’effetto. L’Accademia di Bordeaux propose il premio nell’anno 1761 a chi insegnava la migliore maniera di conoscere la diversa qualità delle terre per l’agricoltura. Il signor Kubel ha fatta una dissertazione sopra la cagione della fertilità della terra. Tre sorte di terra noi in presente conosciamo, la grassa, l’argillosa e la saboniccia, alle quali convengono diferenti aiuti per migliorarle. Uno di questi aiuti si è la mischianza vicendevole delle terre medesime, giudiziosamente fatta. Giova assai alla buon’agricoltura l’unire per mezzo di cambi i piccoli pezzi di terra dagli altri disgiunti. Incredibile riesce la spesa, l’incomodo e la perdita del tempo che fa di mestieri impiegare per lavorarli; sovente per questi difetti poco o nulla se ne cava. Un’usanza ugualmente profittevole sarebbe quella di fare gli affitti a lungo tempo. Il proprietario vedrebbe i suoi fondi più a dovere coltivati, e con maggior prontezza sarebbe pagato dall’affittuario, l’industria del quale avrebbe un campo più vasto da svilupparsi e d’intrapprendere a fare tutto ciò che deve godere per molto tempo, invece che la certezza o il timore di travagliare unicamente per gli altri lo costringe a pensare ai soli miglioramenti annuali, e fa perdere a lui egualmente che al pubblico tutto ciò che intraprenderebbe senza questo corto e fatal termine, che fa passare il prodotto delle sue fatiche nelle mani altrui. Il dissodare e porre a frutto le brughiere e le paludi, che in abbondanza trovansi nello Stato, lo stesso è che l’ingrandire lo Stato medesimo. Il valore d’un paese non si misura dalla di lui estensione, ma bensì dalla quantità e qualità dei prodotti, dall’utilità dei lavori, e dal numero degli abitanti mantenuti da quelli. Riflette ottimamente il signor Nikolls[1] che ogni terra, la quale nulla produce o cessa di produrre, fa una mancanza notabile ad una nazione, a togliere la quale ci esortano le Sagre Carte:[2] Novate vobis novale, et nolite serere super spinas. In Annover, per ordine del re d’Inghilterra, suo sovrano, si è dato al pubblico un metodo eccellente per rendere fruttifere le brughiere, metodo che troverete esposto nel Giornal economico dell’anno 1751. Il signor Turbilly ha fatta una memoria sur les defrichemens,[3] i di cui insegnamenti sono stati utilissimamente sperimentati. Ottimi precetti d’agricoltura troverete, signor Afranio, nel Traité de la culture des terres par Mr. Du-Hamel de Monceau, nell’Essai sur l’emelioration des terres de Mr. Patullo, nei Principii d’agricoltura del signor Home, scozzese, tradotti e stampati in Milano. Avrete ancora varie belle cognizioni delle opere degli inglesi signori Evelyn, Laurance, Miller, Thull; dagli Atti delle Accademie Reali di Francia, di Londra, di Svezia, di Berlino, di Pietroburgo, dall’Enciclopedia, Maison rustique, settima edizione, dal Dizionario economico di Chomel, dal Gentiluomo coltivatore.[4] In Danimarca si sono recentemente pubblicate le seguenti opere: Breve istruzione sopra l’agricoltura; Pensieri patriotici su l’economia ed agricoltura; Saggio sopra la maniera di perfezionare l’agricoltura. Nello stesso regno trovasi un Magazzino economico sopra l’agricoltura ed economia rustica.[5] Da’ torchi di Scozia è sortito un trattato intorno la vegetazione, la coltura o lavoro della terra, gl’ingrassamenti e loro effetti, ed i terreni.[6]
Oltre d’avere preparata la terra, altre diligenze sono da usarsi per ottenere la desiderata moltiplicazione e perfezione dei frutti. Fra questi tengono il primo luogo le biade, perché sono agli uomini d’assoluta necessità. La loro semenza dev’essere preparata, al che può servire la maniera che insegna il suddetto Giornale economico del 1751,[7] da
IL CAFFÈ )( Fogl. VI )(
cui pure potrete imparare come preservarle dalle brine. Vedete ancora: Le precis des experiences faites à Trianon par Mr. Tillet d’ordre du Roi. Un buon agricoltore cangia di spesso la semente medesima, e la sperienza gli suggerisce che quella la quale viene tratta dai paesi più lontani, maggiormente fruttifica, ma sopra il tutto rara la spande. Il risparmio della semente è un grand’oggetto negli anni di carestia; la perdita che fa esso agricoltore quando prodigamente la semina, diviene sempre più considerabile allorché l’abbondanza dell’anno seguente fa bassare i prezzi dei grani. Egli è obbligato di vendere a basso prezzo il prodotto d’una semenza che gli è costata assai. Nel primo tomo del trattato del signor Du-Hamel vi è la descrizione d’un istromento opportunissimo per seminare i grani con economia e con eguale distanza. Il signor Patullo consiglia a non seminare giammai né segala, né avena; la prima, dice egli, puol essere rimpiazzata dal frumento prodotto anche dalle brughiere, qualora vengano a dovere coltivate; alla seconda supplisce l’orzo, ch’è molto più sano per i cavalli. Il signor Tourbilly al contrario trova molto profittevole il seminare la segala, perché più abbondantemente cresce del frumento. Il Gentiluomo coltivatore esalta l’avena sopra l’orzo; ciascheduno potrà regolarsi a seconda del prezzo, del bisogno e dello spaccio che avrà nel proprio paese. L’annona ben regolata suole portare l’abbondanza delle biade; ella deve considerarle e come una mercanzia, e come l’alimento principale dell’uomo: come una mercanzia ha da procurarne un pronto esito presso gli esteri. Questa politica ha guadagnata all’Inghilterra in cinque anni di tempo, cioè dal 1746 a tutto il 1750, cinque milioni ducento ottantanove mila ed ottocento quaranta sette lire sterline, equivalenti in circa alle nostre lire milanesi 173.464.951, e ne ha dippiù aumentata di modo nel regno la copia, che il loro prezzo nei predetti anni fu minore degli antecedenti. Qualora poi le risguarda come il principale sostegno della vita umana, è necessario ch’ella usi un’esatta diligenza a provedere i pubblici forni della migliore qualità di esse, e che preveda e si opponga agl’inganni non pochi dei castaldi, dei mercanti e dei mugnai. Ma ciò non basta, se non invigila ancora alla fabbrica del pane, dal quale ben fatto o mal fatto dipende in gran parte la conservazione o la perdita della pubblica salute. In Londra è stato stampato un trattato del pane intitolato: Il veleno discoperto. Nella città medesima fu mandata ad un segretario di Stato una lettera anonima intorno ai suddetti abusi. Finalmente il signor Giacomo Mannin, inglese, ci ha istrutti più ampiamente col suo libro: Della natura del pane secondo la sua qualità, dei di lui effetti, del metodo sicuro per iscoprirvi le materie eterogenee introdottevi e tutte le altre frodi dei fornai, e ci ha regalati d’una facile maniera di farne dell’ottimo nelle case private.
Vi sono alcune produzioni della terra, le quali essendo ancor immature, sono nella loro perfezione a godersi, e di questa sorta sono i spargi ed i piselli. Chi sa se il nostro grano turco, colto e fatto seccare tuttavia bianco e non affatto maturato, non ci dasse una farina più dilicata e saporita? Dopo le biade, ha da cadere la cura nostra sopra la vigna. Ell’ha bisogno d’essere meglio trattata nel tagliarla, nel coltivarla ed ingrassarla. È un errore il credere che nulla sia più atto a promovere l’abbondanza dell’uve che il lettame ordinario delle nostre bestie domestiche; anzi sono per dirvi che un tale ingrassamento nuoce infinitamente alla bontà del vino, e che non è pure molto utile a procurarcene una copiosa raccolta. La calce delle vecchie fabbriche, i cuoi usati, le corna e l’onghie bovine, la marga, la caligine e la cenere ne portano una bontà e fertilità maggiore. Si può consultare: Le Traité de la culture des vignes par Mr. Bidet.[8] L’Accademia di Bordeaux ha proposto nell’anno 1759 il premio per chi suggerisse i migliori principii del taglio della vigna per rapporto alle varie spezie di essa ed alla diversità dei terreni. Nelle Memorie dell’Accademia Reale Svedese, nel tomo vii, vi è una dissertazione intorno alla potagione. Che vini squisiti avressimo, se nel manipolarli v’impiegassimo la diligenza degli oltramontani? Non ci mancherebbe il vino di Borgogna, di Sciampagna, la manifattura dei quali trovasi descritta nel Dizionario economico di Chomel. La prova è già stata fatta, manca solo il coraggio di assumere annualmente questa fatica. Il chimico Gionchero insegna l’arte di formare un vino eccellentissimo con poca pena e minore spesa. Pongasi, dice egli, del buon vino in un vaso di fondo esteso, all’altezza di due dita, sotto qualche coperto, all’aria fredda nelle notti più rigorose del verno; si troverà questo, nella seguente mattina al levar del sole, tutto pieno di ghiaccio, che si avrà cura di levarlo. Per un’altra notte o per due rinoverà quest’operazione, ed il vino restato s’infonderà in caraffe di vetro, le quali dovranno seppellirsi al rovescio in una buca asciutta sotto terra, e copertele d’arena si lasceranno ivi sin alla state affinché fermenti. Questo vino, essendo stato privato di tutta l’acquosità, diverrà ottimo. L’Accademia di Dijon ha offerti i premi negli anni 1760 e 1761 per chi indicherà quali siano le cagioni della mucellaggine del vino ed insegnerà il modo di preservarlo. Di gran vantaggio sarebbe l’incoraggire nello Stato nostro la piantagione degli ulivi, giacché l’olio di questi frutti tanto scarseggia fra di noi, che ci fa mandare ai forastieri una grossa annua somma. Tutte le situazioni montagnose poste al mezzo giorno, e spezialmente in riva dei laghi, dovrebbero occuparsi da queste piante a preferenza dei gelsi, a’ quali è destinata la pianura. V’è un buon trattato della coltivazione degli ulivi di Pietro Vettori,[9] che ce ne dà la norma. Le pesche, le prugne, le pera, i ficchi, le mela e tutti gli altri frutti sono abbandonati da noi quasi alla sorte, di modo che di rado se ne ponno gustare dei perfetti. Gli abitanti di Montreulle, terra non molto lontana da Parigi, usano ben altre diligenze. Dispongono essi queste piante a’ piedi d’una muraglia, che le difende dalla tramontana, le tengono basse, le coprono nel verno d’un tetto di paglia, le potano e governano con grand’arte. Vestono pure di paglia il loro tronco nel piede, perché sono ben consapevoli che i vapori i quali risalgono dalla terra sono più nocivi di quelli che cadono dall’alto. In Erfurt ed in tutta la Bergues-Strassen s’inoculano i maroni sopra dei rami di quercia molto profittevolmente, al cui effetto si servono quelle genti del marone di cuore, il qual è la parte media delle tre che alcuni ne contengono.[10] Per fare riprodurre generalmente tutte le piante vecchie, ottimo rimedio riesce l’incidere al lungo la loro prima corteccia nel tronco principale, incominciando dove sorgono i rami, sino a fior di terra. La sperienza di questa operazione corrisponde perfettamente alla ragione, perché non trovando più il sugo nutritivo della pianta la resistenza che le fa la prima scorza dal tempo indurita, più facilmente monta e promove la vegetazione. È desiderabile che l’invenzione introdotta di cingere i campi di siepi fatte di piccoli virgulti di mori bianchi si moltiplichi, poiché sempre più si accrescerà l’abbondanza della seta. I boschi non si tagliano fra di noi, ma si distruggono. Devono questi essere scalvati colle regole precisamente contrarie a quelle colle quali si potano le piante da frutto, e meritano una gran cura, affinché non perisca una specie tanto necessaria, e che incomincia a scarseggiare. Il re di Francia ed il re di Sardegna, fra le istruzioni che sogliono dare agli intendenti delle provincie vi inchiudono anche quella di non lasciare tagliare bosco alcuno senza che sia in seguito ripiantato. Il sopraccennato Evelyn, della Società d’Inghilterra, ha composto un libro detto: Silva et pomona. Si ha da consultare in questa materia: L’agriculture parfaite, ou novelle decouverte touchant la culture et la multiplication des arbres.[11] Si può riconoscere ancora La teorie de la coupe des pierres et des bois.[12] La detta Accademia di Bordeaux costituì il premio nell’anno 1759, a chi saprà insegnare la miglior maniera di seminare, piantare, propaginare, conservare e riparare le querce. Vi è la Fisica degli arbori del signor Du-Hamel.[13]
Il lino è molto in uso nel nostro paese, e di buona qualità. Egli ha il vantaggio, come ben sapete, di produrre due frutti: il filo e l’oglio. Col primo somministra la materia a molte preziose e necessarie manifatture, e col secondo supplisce alla mancanza degli ulivi. Merita certamente che la di lui coltura sia ampliata ed estesa nello Stato nostro unitamente a quella del colzar, da’ Francesi detto colesat, e da’ bottanici napus sylvestris, ch’io suppongo essere il nostro ravizzone, l’oglio del quale è eccellente a pettinare le lane. L’esatta cura degli orti ridonderà in grande nostro profitto, giacché le loro erbe ed i frutti ci regalano di cibi sanissimi e di poca spesa. La Maison rustique e molti altri dei sopracitati autori ne trattano. Nelle Memorie dell’accennata Accademia Reale Svedese vi è una particolare dissertazione sopra la coltura delle radici, o siano rape. Ella è contenuta nel tomo VII degli Atti della medesima.
Non bisogna limitarsi unicamente a procurare la moltiplicazione e perfezione dei frutti conosciuti, ma un’ottima cosa sarà l’introdurne dei nuovi. Ancorché le praterie stabili e naturali siano nello Stato nostro molto abbondanti e ben tenute; le artifiziali però, de’ quali non ne facciamo grand’uso, sarebbero opportunissime principalmente dentro delle città e soborghi, a’ quali nuocono le abbondanti irrigazioni necessarie alle prime. Questi prati artifiziali ben coltivati producono eguale abbondanza, e forse anche maggiore degli altri, e possono formarsi in ogni genere di terre. Le buone e le più forti vengono seminate a trefoglio, ma la semente si dee tirare dalla Fiandra, dove si trova ottima. Alle terre di bontà mediocre conviene l’erba medica, detta in francese luserne. Quelle poi d’infima qualità portano l’erba detta falsa segala, faux-seigle. Ella è fecondissima e facilissima a nascere in ogni luogo; ed in Inghilterra se ne fa molta stima. Di questi prati artifiziali ne tratta il signor De la Salle nel libro suo intitolato: Prairies artificielles.[14] Nelle suddette Memorie dell’Accademia Reale Svedese, tomo VII, havvi una dissertazione intorno al modo di prevenire la putrefazione del fieno raccolto nell’umido. In difetto del fieno, giova valersi d’una buona quantità di piccole rape, le quali date da pascere agli animali domestici mirabilmente a quello suppliscono.
Il canape è raro fra di noi, benché abbia la proprietà di crescere quasi in ogni sorta di terre. La piantagione di questo somministrarebbe allo Stato una gran manifattura di corde, di gomene, di vele ec. intorno a cui s’impiega un gran numero di poveri e d’idioti inabili ad altro più fino lavoro. Il signor Dodard, intendente della provincia di Berrì in Francia, gran sollecitudine v’impiega per promoverne la coltura, ed ha ottenuti dal governo premi considerevoli per chi vi si applica. Il signor Mercandier nel suo Traité du chanvre[15] ci dà un detagliato metodo di coltivare e trattare questa pianta. Minore diligenza richiede, ma non minor utile porta l’ortica grossa. Nasce questa nei fondi più sterili, e dalla medesima se ne cava un sottilissimo filo, con cui se ne formano tele di grande prezzo. Il Dizionario di Chomel ed il Giornale economico dei mesi di marzo ed aprile del 1751 ne insegnano la maniera di renderla ad uso. Vittorio Amedeo, re di Sardegna, fece piantare a Reconigi il tabacco, e lavoratolo da uomini periti, ne ricavò degli ottimi tabacchi. Il sesamo, erba da far oglio molto usitato nella Grecia, fu trasportato in Italia e qui seminato da due nobili bolognesi con molto loro profitto. Forma egli bacelli longhi un’oncia e mezza in circa, pieni di semi bislunghi alquanto più grossi del miglio, i quali sono tanto ubertosi che d’una libra d’essi pesante once dodici se ne cavano ott’oncie d’oglio limpidissimo e di color giallo. In vista d’un utile così rimarchevole dovressimo noi pure usarlo. I nostri campi sono capaci di produrre lo zafferano, il guado, la garancia, in francese garance, e la soda, erbe per la tintura, per il sapone e per le cristalliere.
Afr. Credete voi, signor Cresippo, che i frutti, l’erbe e le piante oltremarine possino allignare nel paese nostro?
Cresip. Chi ha incominciato a fare la storia naturale dei nostri monti mi assicura d’avervi trovate naturalmente nate delle piante americane, come fra le altre il guaiaco, ed anche molt’erbe affatto incognite ai bottanici, onde forz’è il dire che trasportate qui le medesime o altre simili vi allignerebbero. Con tutto ciò non ardirei d’assicurarvi che tutt’i vegetabili oltremarini possino crescere fra di noi; ma se vari d’essi non prendono piede nelle terre nostre, io sono di parere che non sempre ciecamente si debba incolpare la diversità del clima e dei terreni, ma bensì principalmente la poca cura che si ha nel trasporto da sì lontane parti delle sementi e degli arboscelli vivaci. Pochi anni sono fu stampato in Parigi un ottimo libro, da cui possiamo imparare quest’arte. Egli è intitolato: Memoire instructif sur la maniere de rassembler, de preparer, de conserver et d’envoyer les diverses curiosités d’histoire naturelle.[16] Di fatti siamo venuti a capo di far nascere e maturare il caffè, gli ananas, il cottone e varie sorte di fiori, quando abbiamo voluto impiegarvi le necessarie diligenze. Nel Brandemburghese si trova chi è arrivato a far crescere l’arbore della cannella. Chi sa che noi pure non giungessimo a vedere nato fra di noi il cacao e lo zuccaro, oppure trovassimo almeno la maniera di supplire a queste droghe senza cavarle da un nuovo mondo? Nel Portogallo v’è una pianta comunissima, che fruttifica una sorta di ghiande similissime a quelle della nostra rovere, e che contiene una polpa saporitissima ed ardirei dire migliore di quella del cacao. Questa cresce in siti di poca coltura, e crederei che non fosse per ricusare il nostro suolo nel caso che il cacao assolutamente resistesse alle nostre premure. Il grano turco in un certo determinato tempo della sua vegetazione è pieno d’un suco dolcissimo niente inferiore a quello delle canne di zucchero, e chi sa se sottoposto anch’egli alle operazioni che impiegano tanto numero di negri nelle coste meridionali dell’America, non fosse per rendere un nazionale zucchero?
Afranio. Tutto va bene, ma se ci dilettassimo di tante non ordinarie piantagioni toglieressimo alla produzione dei grani una gran parte delle terre, e così verrebbesi a privare lo Stato d’una rimarchevole quantità d’una sì necessaria derrata.
Cresippo. Dovete sapere, signor Afranio carissimo, che in buona regola di commercio, quando uno Stato permuta collo straniero il più grande prodotto delle sue terre contro il più piccolo, egli ha lo svantaggio; e quando lo Stato medesimo cangia il prodotto de’ suoi fondi con lo travaglio del forastiere, resta similmente pregiudicato, perché il forastiere stesso viene mantenuto a nostre spese. Il signor Cantillon, nel suo Saggio sopra il commercio in generale, ci dà una prova convincente di questa massima, e ci fa comprendere che 25 pertiche francesi di terra producenti 150 libbre di lino purgatissimo da lavorarsi in merletti finissimi di Fiandra, equivalgono ad un milione e secento mila pertiche coltivate a vigna, che mantiene per un anno due mila persone e guadagna cento mille once d’argento. Lo Stato nostro è per ordinario così ubertoso in grani, che glie ne sopravvanza una gran copia da vendere ai vicini in controcambio del loro più piccolo prodotto, qual è la materia delle arti nostre più fine, e del loro travaglio, come sono le merci di molta fattura ch’essi ci mandano. Ora dunque se noi in vece di seminare i campi di tanta copia d’una derrata in parte superflua ai nostri bisogni, li destinassimo alle produzioni da me collaudate, produzioni atte a promovere le nostre manifatture, moltiplicaressimo in infinito la nazionale popolazione e le ricchezze.
Non cesserei per gran tempo di ragionare, se volessi rappresentarvi in dettaglio il pregio e l’utilità dell’agricoltura; la mia intenzione tende unicamente a darvene una sufficiale idea per innamorarvi di questa scienza, la quale, dice Columella: tam discentibus aeget, quam magistris. Voi dovete impararla dagl’insegnamenti di quei dotti maestri che hanno impiegato il loro sublime ingegno ad indagare i segreti della natura, e molto più dalla sperienza propria fatta nel vostro paese ed osservata con occhio filosofico. Quest’occhio filosofico, che ha fatto trovare al signor Koelreutter il sesso delle piante, ed al signor Linneo i sponsali[17] ed il sonno delle medesime, farà conoscere anche a voi le leggi della vegetazione, che sono state il soggetto delle fatiche del signor Hill; la gradazione della natura per arrivare alla perfezione, sopra del qual argomento v’è un’opera intitolata: Divertimenti fisici;[18] ed anche forse qual sia l’influsso dell’aria e della luna sui corpi vegetabili, proposizioni esposte al premio dall’Accademia di Bordeaux negli anni 1750 e 1760. Non fate gran conto del sapere dei contadini: questi non producono che una semplice, triviale pratica, che fu la stessa dei loro bisavoli e che non fu giammai capace d’avvanzare in un punto la scienza dell’agricoltura. Ricordatevi di quel detto di Catone: Male agitur cum domino, quem villicus docet. Voi dovete all’incontro essere il loro maestro, ed essi gli esecutori dei vostri precetti. L’idiotismo e la simplicità di questa povera gente non deve però dispensarvi dall’amarla teneramente e di considerarla il sostegno principale della società umana, in cui fa una figura molto più importante di quella di coloro che si fanno strascinare in carri dorati per la città. Ella è dedicata ad un’arte che è la più utile fra le terrene scienze, che ha fatte le delizie a molte teste coronate e che fu comunissima ai più potenti cittadini, ai trionfatori del mondo, quali furono i Romani: Ipsorum (disse Plinio) manibus triumphatorum colebantur agri, ut fas sit credere, gaudentem tunc terram vomere laureato, uberiorem dedisse fructum.
F. [Sebastiano Franci]
In fatti, lettori cortesi, quando uno scritto non facesse altro che dar delle viste agli uomini onde giunghino ad esaminare le loro opinioni, ed a non crederle le vere, le sicure, unicamente perché sono opinioni loro, quello scritto, dico, sarebbe da chiamarsi utile. L’ostacolo più forte che incontrano le arti tutte e le scienze a perfezionarsi è la tenace prevenzione della maggior parte degli uomini in favore delle cose vecchie. Buona parte de’ possessori delle terre e buonissima parte de’ rustici credono il sistema attuale d’agricoltura il migliore fra i possibili, e sono ostinatissimi partigiani dell’ottimismo leibniziano e popesco; eppure altrettanto convien dire che ne pensassero gl’Italiani che vivevano nel secolo decimoquinto; e chi sa allora quante risate avrà ottenuto quel novatore che nella sua patria proponeva il primo di coltivare i gelsi? Ora questi gelsi appunto formano uno de’ principali prodotti del commercio d’Italia, colla seta che per essi coltiviamo. Quante buffonate non avrà dovuto ascoltare quel novatore che avrà proposto il primo di coltivare il grano turco fra di noi nel secolo passato? Eppure da questa coltivazione forse ne è derivato il non avere più carestia, massimamente nell’Insubria, ove, se scorriamo le storie, rare volte erano passati cinquant’anni per l’addietro senza provarla. Correr dietro alle novità per puro piacere della novità è cosa da cervelli sventati e incapaci di far buon uso degli oggetti che conoscono. Stare immobilmente inchiodati alle cose che ritroviamo stabilite è cosa da cervello di corta vista, che non osando conoscere nulla per i suoi principii non ha per decidersi che la sperienza. Cercare l’utile e il buono indifferentemente, sia nuovo, sia vecchio, questo è il principio che regola le azioni dell’uomo di testa. Un buon bicchiero di vin di Capo vale più che tutti i più squisiti Falerni onorati col nome del più antico consolato, come un pezzo del Colosseo val più che tutti i nostri moderni disegni di architettura, a parer mio. Se il czar Pietro non avesse osato pensare che la sua nazione era incolta, non avrebbe fatto ad essa gl’insigni beneficii che la rendono al dì d’oggi gloriosa; ed è, cred’io, ottimo indizio d’essere un buon patriota italiano quello di persuaderci che le nostre opinioni anche in fatto d’agricoltura possono cambiarsi con altre più ragionevoli e di maggiore profitto della nazione.
P. [Pietro Verri]
[Le riverenze]
Amico Demetrio.
Dite ai vostri scrittori del Caffè ch’io sto per pubblicare un’opera molto instruttiva, che avrà per titolo Trattato matematico-logico-politico sulle riverenze. Il titolo è pomposo, e spero di farvi brillare l’ingegno e l’erudizione. Voi sapete, o benedetto Demetrio, che gli uomini del dì d’oggi vogliono dappertutto analisi, dimostrazione e ciffre algebraiche; io da uomo di giudizio mi servirò di questo linguaggio, e darò la teoria per calcolare l’indole e il carattere delle nazioni e degli uomini sulla maniera diversa di far riverenze. Mi spiego. Considerisi il corpo umano come una linea perpendicolare all’orizzonte, questa linea la chiamo felicità; considerisi l’uomo disteso a terra paralello all’orizzonte, questa linea la chiamo miseria; l’angolo che fanno queste due linee è appunto di gradi novanta, cioè angolo retto; ora tutte le riverenze possibili io farò vedere come siano comprese fra questi due termini; e proporrò la soluzione della natura delle società e degli uomini derivata dal grado dell’angolo a cui sono abituati. Farò inoltre vedere come la perpendicolare dinoti divisione di beni, e l’orizzontale coalescenza dei medesimi; quindi aggiungerò una tavola esattissima de’ diversi angoli che fansi nel salutare sotto diversi gradi di latitudine.
Le prime riverenze, scostandosi appena dalla perpendicolare, si chiamano riverenze di protezione, quando son fatte da pochi, e riverenze di sicurezza, quando son fatte da molti: sono elleno accompagnate da un sorriso o da uno schiavo, se son rare, e da un buon giorno, amico, se sono comuni.
Le ultime riverenze sono le prosternazioni orientali, accompagnate sempre dalla genealogia del Sole e della Luna in favore del riverenziato.
Ho già mostrata col calcolo una grande verità, ed è questa, che laddove l’uso della perpendicolare sia di pochi, le massime riverenze sono quelle che fanno i creditori ai debitori qualificati.
Il cortigiano riceve una insigne riverenza dal nobile, il nobile ne riceve una quasi fuori d’equilibrio dal curiale, il curiale ne riceve di officiose e patetiche da qualche litigante; il facchino nec dat, nec tollit, né riceve, né fa riverenze.
Parlerò in seguito di alcune riverenze, le quali non si distinguono per la loro inclinazione, ma bensì per certe altre piccolissime, leziosissime grazie, che proprio innamorano. Se per esempio volete salutar taluno, e fargl’intendere che siete suo
IL CAFFÈ )( Fogl. VII )(
svisceratissimo amico, dovete sbracciarvi accostando e allontanando ambe le mani alternativamente dalla bocca; facendo più volte un orate fratres, e secundum qualitatem personarum talora a ciò s’aggiunga un riso, un ah ah, e persino un ruggito da leone; ed eccovi fatto un amico intrinseco.
Aggiungerò poscia la esatta calcolazione di quelle riverenze le quali si fanno più dilicatamente, accostando bel bello l’estremità delle dita della mano destra al labro con un insensibile curvamento, indi scostandola adagio adagio con uno schiavo per lo più nasale e con un vezzoso increspamento di pelle da mandarino chinese che sorride.
Vi sarà una annotazione su i profondissimi; e sono questi profondissimi coloro i quali da animali a due piedi diventano ad un tratto quadrupedi, e presentando al protettore tutto il disco della loro umilissima schiena pare che voglian dire: Vossustrissima mi faccia l’onore di bastonarmi. A questi implacabili facitori di riverenze io mostrerò come le carotidi secondate dalla gravità della terra debbano fare una inondazione di sangue nel capo, ed entrerò a degustare un po’ di fisica, dilucidando l’azione che questo rigurgito deve fare sulle meningi e quindi sull’ordine delle idee per quel nesso occulto per cui la disposizione organica vi influisce. Finirò poscia consigliando ai profondissimi di stringersi ben bene la parrucca in capo, acciocch’ella non cada in segno d’omaggio ai piedi del riverenziato.
Poiché tutto ciò sia fatto, entrerò a dare una corsa alla istoria, e farò vedere come alcune epoche memorabili abbiano fatto cambiare le riverenze in diversi luoghi. Così la battaglia famosa di Salamina fece mutare tutte le lezioni di ballo ai Greci; così la battaglia d’Azio fu cagione che mutassero riverenze i Romani; e discendendo poi verrò allo stabilimento di Costantinopoli, agl’imperatori Ottoni, a Federico primo, e nelle altre nazioni ad altri principi e uomini illustri, fra’ quali avran luogo distinto Cromwell, il cardinale Richelieu, Filippo secondo, Carlo duodecimo ed il czar Pietro.
Delle donne converrà ch’io dica qualche cosa. Elleno non secondano i cambiamenti che accadono negli uomini, e ciò cred’io perché sono esse come uno status in statu, che non ha immediata parte nel governo. Da ciò farò vedere come la maggior parte delle donne europee né abbassino il capo, né incurvinsi negl’inchini, ma si contentino di rannichiarsi ed allungarsi, conservando rigidamente la perpendicolare.
Entrerò poi in una complicatissima questione, cioè se di due, uno de’ quali faccia una profondissima riverenza e l’altro la riceva, possa dirsi che ciascuno di essi abbia sincerità, cognizione e stima dell’altro; e la risolverò stabilendo che almeno una di queste tre cose manca in uno dei due.
Per dire poi qualche cosa dei caratteri degli uomini farò vedere che l’uomo saggio risguarda tutte le cerimonie come mezzi efficacissimi per tenersi lontani gl’importuni o i malvaggi. Egli fa una moderata riverenza lontana dal fasto egualmente e dalla bassezza; e poiché gli uomini hanno fatta una tacita convenzione, per cui l’incurvarsi il dorso è un segno d’ossequio, egli urbanamente lo mostra a chi conviene con questo segno.
Gli uomini timidi fanno per lo più o profondissime riverenze, o non ne fanno di sorte alcuna. Le fanno profondissime a coloro da’ quali sperano; e non ne fanno nessuna a coloro che odiano, essendo propria della debolezza la rusticità.
Gli uomini pessimi sono bene spesso de’ più officiosi, poiché temendo essi in ogni uomo o un testimonio, o un rimproveratore delle loro iniquità, implorano colle riverenze e colla adulazione quella connivenza di cui tanto hanno bisogno. Sono essi ben sovente gli uomini i più compiacenti di tutti.
Gli sciocchi poi (che sono pur pochi!) sono stravaganti nelle riverenze loro, come lo sono ne’ loro ragionamenti. Altri pare che vacillando vi cadino a’ piedi; altri serpeggiano e gambettano in mille sconci modi, ed or con l’uno, or con l’altro piede alternano, come se scagliassero calci; ed altri in varie guise, le quali saranno distinte in sei dissertazioni divise in trenta capitoli, e ciascun capitolo in tre sezioni, e ciascuna sezione in quaranta paragrafi, col che sarà fatto un mirabil ordine di parole sempre pregievole, quand’anche non vi fosse nessun ordine nelle idee.
Per interrompere poi la noia al lettore d’una continuata lettura, interporrò un bellissimo intaglio in rame, rappresentante la celebre riverenza che Marco Tullio Cicerone fece a Cesare, quando venne trionfatore da Farsaglia, delineata da un antico basso rilievo.
Farò menzione della celebre riverenza del signor Cristoforo, quando inchinandosi al signor Tommaso gli urtò colla testa sì potentemente nello stomaco, che il signor Tommaso perdette la respirazione e il signor Cristoforo la parrucca; onde uno stordito dalla percossa e l’altro a testa ignuda, rimasero stupidi guardandosi in viso per ben due minuti, finché uno ricuperato il fiato e l’altro la parrucca, il signor Cristoforo disse chiamo mille scuse, e il signor Tommaso rispose non v’è niente di male, con che s’accomodò anche questa, come tutte le differenze cerimoniose, per ispasmodiche ch’elleno possan essere, hanno fine con quelle magiche parole.
Finalmente farò vedere quanto siano incomodi i saluti di taluni, che inchinandosi profondamente vi afferranno come in una tenaglia a tutta forza la mano, e replicatamente tutto il braccio vanno scuotendo; quindi in segno d’estrema benevolenza digrignano per fine i denti quasi per tener raccolto il fiato a sì gran fatica, e terminano sciogliendo uno schiavo, sprigionando un addio, lasciandovi un carissimo, uno stimabilissimo di tutto cuore, con un tuono falsetto penetrante che consola. Questi vi farò vedere come siano i veri amici. Non avete che ad aspettarne l’occasione per essere convinti che sono di vero cuore.
Quanto poi agl’inchini de’ preziosi, io non ardirò di esprimerli altrimenti, se non trascrivendone la corta e vivace descrizione che ne fa un nuovo Giovenale in questi termini:
…egli all’entrar si fermi | Ritto sul liminare, indi elevando | Ambe le spalle, qual testudo il collo | Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo | Inchini il mento, e col estrema falda | Del piumato cappello il labro tocchi.
Tale è finalmente, Demetrio amico, il piano della mia opera, il quale comunicherete ai vostri scrittori, pregandoli da mia parte acciocché vogliano presentarlo ne’ loro fogli al pubblico e proccurarmi degli associati per l’edizione che medito di farne.
A. [Alessandro Verri]
Le lettere ci piovono da ogni parte, e quello che ci consola si è che speriamo che siano per piacere al pubblico. Almeno ella è cosa sicura che piacciono a noi. Dalle riverenze passiamo ad un soggetto interessante la fisica, e sono le Osservazioni sul clima milanese. Ecco la lettera che ci è stata diretta.
P. [Pietro Verri]
[Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul barometro]
Amico.
Se non mi conosci, ecco in pochi tratti quale in parte io mi sia. Altro Polo, altre costellazioni invisibili su quest’orizonte videro i miei occhi allorché nacqui. Altre terre non ancora calpestate da piede europeo diedero forma al mio corpo; ed altro clima, cui il quadrante non ancora, ma il calcolo solo dell’immortale inglese fissò i confini, modellò il mio spirito e le mie passioni. Una catena di eventi mi ha fissato da qualche anno in queste lombarde pianure. Le lingue europee hanno impiegato per alcun tempo i miei studi. La francese e l’italiana sono le due che ho voluto rendermi più famigliari. L’una per la sua universalità mi parve indispensabile; l’altra per la dolcezza e la forza dell’espressione mi piacque. Lo stile conciso, spogliato da parole superflue, è l’unico al mio gusto. Tale è il genio del mio idioma natio. Il tempo che ho perduto nell’astrologia mi ha fatto conoscere che l’osservazione ed il seguitare ne’ suoi fenomeni la natura, benché a passi lenti, è il solo mezzo onde fissare qualche regola o legge nella scienza delle meteori; scienza che può essere anch’essa delle più utili, e nella quale relativamente al volerne predire gli evenimenti non vi hanno ancora che chimere ed inconseguenze.
L’esempio della francese Accademia delle Scienze, che quasi da cent’anni non ha interrotto le giornali osservazioni de’ fenomeni dell’atmosfera, mi ha determinato ad osservare io pure e scrivere di giorno in giorno quelli di questo insubre cielo, e gli effetti che seco traevano. Queste osservazioni, e le illazioni che si possono derivare, non sono indifferenti allo scoprire maggiormente la natura di questo tuo patrio suolo. A Demetrio ho domandato il tuo nome. Se possono essere di qualche uso a te, cui sprona il vero utile e l’amore non fanatico di tua patria e di tutti gli uomini, le mando, altrimenti gettale al fuoco.
I giornali delle osservazioni meteorologiche da me fatte in questa città e in questi contorni cominciano dall’anno 1756. Quest’epoca in tal genere di cose è rimarchevole, cominciando essa da una fisica universale rivoluzione di tutto quasi questo terrestre emisfero. Ad ognuno è noto che nella fine dell’antecedente anno 1755 fu l’Europa, e buona parte dell’Africa e dell’Asia ancora, da’ diluvi di piogge, da debordamenti di fiumi e da torrenti inondata, da turbini di vento agitata, e finalmente da terremoti scossa, de’ quali il centro Lisbona porterà per lungo tempo la funesta memoria. Se è vero che nelle cose fisiche dopo una grande e forte rivoluzione succeda un nuovo sistema, o in parte cambiato, fortunata per me sarebbe quest’epoca, perché qualunque sieno le conseguenze che dalle mie osservazioni possono derivarsi, partirebbero da un punto cronologico non già, ma fisico ed originario.
Il barometro ed il termometro sono anch’essi divenuti alla moda. Sono due mobili necessari per un gabinetto; anzi dirò più, sono diventati capo di mercanzia, e per questa ragione sotto una vernice lucida ed una risplendente indoratura soggetti ad essere più facilmente falsificati, ed erronei essere ne’ loro moti. Passeggiano per le strade di questa città, la maggior parte condannati ad essere quasi nel medesimo istante comperati e fatti in pezzi dalla stessa inesperta mano, o ad essere alla polvere e a un chiodo in un angolo dimenticati. Molti ne sanno promiscuamente e indifferentemente il nome, pochi ne conoscono l’uso e pochissimi li sanno osservare. Io ho avuto la pazienza, già quasi da nove anni a quest’oggi, di consultare in ore fissate ogni giorno i movimenti e le variazioni di questi due stromenti. Eccone però i risultati.
Le osservazioni barometriche fatte nell’Osservatorio di Parigi, già quasi da cent’anni, sono tutte di un barometro construito sino nelli principii dell’Accademia delle Scienze dal signor de la Hire, e il di cui diametro è poco più di una linea del piede parigino. Generalmente tutte le osservazioni barometriche finora pubblicate, e nelle quali si ha la descrizione degli stromenti su’ quali sono state instituite, tutte furono fatte su de’ barometri a presso poco di questo diametro; ed universalmente il diametro di quelli ben construiti e purgati che si vendono è di una linea, o poco più o poco meno. Parimenti le seguenti mie osservazioni ho tutte riferite ad un barometro ben purgato d’aria, che agitandolo rende luce molto vivida, e il di cui diametro è circa una linea parigina.
Le maggiori altezze del barometro, che io ho veduto dal gennaro a quest’oggi sono: una volta 28 pollici 4 linee 1/2, rare volte 28 pollici 4 linee, più frequentemente 28 pollici 3 linee. Le minori altezze in tutto questo tempo da me osservate furono: una volta 26 pollici 10 linee 1/2, rare volte 26 pollici 11 linee, più frequentemente 27 pollici. Facciasi però il medio aritmetico tra tutte queste maggiori e minori altezze, si avrà costantemente 27 pollici 7 linee 1/2, che chiamerò media altezza. Ho veduto costantemente qui in Milano che il punto dove più comunemente sta fisso il barometro, ovvero l’altezza corrispondente al tempo variabile, è 27 pollici 9 linee circa, poco più poco meno; e questo è quello che chiamerò punto di variabile, che non è lo stesso di quello della media altezza, col quale da tutti gli osservatori, non so il perché, è stato fin ora confuso.
Ho osservato generalmente che se il barometro è costante sopra il punto di variabile, nel tratto di tempo dal mezzo dì alla mezza notte trovasi per lo più meno alto che tra la mezza notte e il mezzo giorno; e parimenti se la variazione va per gradi ho veduto che per lo più il maggior abbassamento succede dopo mezzo giorno, o prima della mezza notte, od avanti il mezzo dì.
Generalmente, quando la variazione del barometro va lentamente per gradi senza salti, certo è il cambiamento dopo di tempo, bello all’innalzarsi, cattivo all’abbassarsi; e il cambiamento che succede ad una lenta e gradata variazione è di lunga durata, e la variazione precede anche di due o tre giorni. Ma se la variazione è subitanea e grande, costantemente accade dopo cambiamento di tempo. Ad un subitaneo e grande abbassamento succede per lo più un gran vento di tramontana o levante; ad un presto totale cambiamento di tempo lungamente piovoso e rotto in sereno bello, precede ordinariamente un pronto e grande innalzamento del barometro, e questo innalzamento e sereno non sono in tal caso per lo più di lunga durata; e generalmente la pronta variazione del barometro non precede al presto cambiamento del cielo che al più lungo tempo di sei o sette ore. Finalmente varia il barometro alle volte nell’atto stesso che muta il tempo, e tali cambiamenti allora non sono di molta durata.
Allorché sta costante non per ore circa il punto di variabile, il cielo non è né sereno, né piovoso né rotto; è in uno stato indifferente del bello e del cattivo tempo. Che se dopo essersi sostenuto alquanto all’altezza del punto di variabile abbassa sensibilmente sotto, è certa la pioggia o il vento; se innalza sopra, è certo il bel tempo.
In questi ultimi quattro paragrafi si hanno tutti li risultati che io ho saputo cavare da’ giornali delle mie osservazioni barometriche. Il primo di questi sembrami nuovo, o almeno non ho fin ora veduto che altri abbiano fatte simili osservazioni. Gli ultimi tre confermano colla mia stessa esperienza ciò che altri hanno veduto forse più in complesso e con men ordine. Vedesi dunque in detti quattro ultimi paragrafi quali sieno i cambiamenti del tempo, ossia del cielo milanese, che succedono alle differenti altezze del barometro, cioè quando si fissa, o si abbassi, o s’innalzi sopra il punto variabile, e quando fa tali movimenti per gradi e lentamente, o pronti e subitanei. Queste costanti osservazioni possono essere altrettante regole sulle quali stabilire i principii almeno di una nuova arte divinatoria; perché posta la barometrica verga in mano di uno spregiudicato, paziente ed illuminato osservatore, potrà forse diventare un giorno di non piccolo uso nelle predizioni delle stagioni e cambiamenti della terrestre atmosfera.
Una delle più importanti conseguenze che si può ricavare dall’aver determinato con una reiterata osservazione di più anni il punto di variabile, ossia il limite tra le altezze corrispondenti al bel tempo e quelle corrispondenti al cattivo, e circa il qual limite tiensi la colonna di mercurio più frequentemente sospesa, è lo stabilire l’altezza del pian-terreno di Milano sopra il livello del mare. È noto a tutti che tra li tropici, e particolarmente sotto l’equatore, le variazioni del barometro sono quasi insensibili, e che al mare è costante a 28 pollici, e che questo è il punto fisso da cui partono o al quale si riferiscono i metodi finora inventati per calcolare le altezze dell’atmosfera corrispondenti a quelle del mercurio nel barometro su differenti piani più o meno elevati della terra. Dunque l’altezza alla quale sta più comunemente fermo il milanese barometro sarà corrispondente all’elevazione del piano di detta città sopra quello del mare. Ho sopra fissato con replicate osservazioni di più anni il punto variabile in Milano a 27 pollici 9 linee, misura di Parigi. Dunque sarà il pian-terreno della città di Milano più alto della superficie delle acque del Mediterraneo, secondo il metodo delli signori Cassini e Maraldi, 31 tese parigine, o 101 5/11 braccia milanesi, e giusta il metodo delli signori Bouguer e Niedam, 109 33/55 braccia milanesi, ossia 33 7/15 tese parigine.
G. [Giuseppe Visconti]
Il rimanente delle Osservazioni meteorologiche lo daremo in breve.
Discorso sulla felicità de’ Romani
Se la grandezza e la gloria fossero sempre accompagnate dalla felicità come lo sono dall’ammirazione, avremmo molto da imparare da quelle nazioni che si resero famose coll’arrivarvi, e potrebbero le storie loro essere una utilissima scuola dove apprendere la difficile scienza di esser felice. Ma è ben diverso il sembrare felice dall’esserlo; il che siccome accade tante volte in ciascun uomo che agli altri sovrasti, così pure alle nazioni. Ammira ed invidia il volgo il fasto e l’opulenza de’ grandi, né sa quanta noia e quanti timori compensino o superino questa apparenza di felicità. Volgo io pur credo che siamo talvolta noi, venerando le conquistatrici nazioni, e loro invidiando la gloria e ’l potere. Si squarcia agli occhi d’un freddo ragionatore quel velo che col nascondere l’interno delle cose accresce loro venerazione. Quindi ritrovasi ben sovente il pianto e la miseria là dove brilla il riso ed il piacere.
Da tali verità non furono guidate le penne della maggior parte degli storici, che tutti intenti a descrivere le battaglie, le vittorie, gli eserciti ed i trionfi, abbastanza contenti di dare il nome di grandi e di gloriose, non mai di giuste e virtuose alle nazioni, mandarono a’ posteri una congerie di miserande grandezze, e ne celarono e tacquero tutti que’ mali che accompagnano le grandi rivoluzioni. Quelle gloriose carnificine, in cui quasi fiere arrabbiate gli uomini miseramente si divorano e distruggonsi, ottengono gli encomi della poesia e della eloquenza, né senza fremere nel fondo del cuore, che anzi in rime canore ed in purissimo stile sono celebrati i massacri di molte migliaia d’uomini tagliati a pezzi, come oggetti indifferenti di mera curiosità ed erudizione. Niente di più comune all’adulazione di una sonnifera dedicatoria che il lodare i nemici sconfitti e le gloriose conquiste, mali, che se pur talvolta son necessari, dovrebbero esser sepolti nel silenzio e nella oscurità, anzicché esser per lungo tempo il soggetto delle umane cognizioni. Quanto studio per un antiquario per rintracciare fra le tenebre delle antiche cose in qual giorno fu la famosa battaglia di Canne o del lago Regillo? Eppure, che cerca egli mai, se non se di rischiarare la cronologia degli umani delitti? E quale elogio avremo noi fatto alla umana natura, quando manderemo a’ nostri nipoti la memoria delle nostre crudeltà? Perché piuttosto non consacrare la storia agli esempi di virtù, di clemenza, di beneficenza, che alle illustri sceleratezze?
La storia del popolo romano, oggetto sì comune della curiosità d’ognuno, fu per tanti versi e scritta e contemplata, e dalla sagace erudizione rischiarata, per modo che ormai nulla rimane d’aggiugnere a tanta folla di scrittori. Alcuni questa storia hanno scritta sì diffusamente, che i menomi fatti non tralasciarono, esaurendo il proprio sapere e la pazienza del leggitore; altri con molta filosofia hanno rintracciate le cagioni della grandezza e decadenza di tanta Repubblica; altri i fasti, la cronologia ed i costumi romani illustrarono. Nessuno, ch’io sappia, scrisse della felicità di questa nazione; punto ben più interessante che la raccolta delle medaglie dei trenta tiranni o la scienza delle iscrizioni: giacché, se malgrado tanti secoli di storia e tanta grandezza, non fosse stata quella nazione felice, ne verrebbe in conseguenza ch’ella, benché vantisi il modello delle altre, non lo dovrebbe essere in conto alcuno, il che, se risulti dalla storia istessa, scorrendovi brevemente sopra il vedremo.
Quanto turbolento ed incostante fosse il sistema di Roma ne’ 244 anni della sua monarchia ben ce lo prova il leggere che Romolo, Tullo Ostilio, Tarquinio Prisco furono tutti assassinati per congiura. Argomento non debole, che era il governo dispotico, non potendosi dare tal successione di reicidii in un moderato governo. E certo il più grande dispotismo Numa, il religiosamente sagace Numa stabilì, interessando gli dei a proteggere la sovrana podestà; ed allora fu che ogni legge discese dal cielo, e che industriosamente fu condotto il popolo al dispotismo colla invenzione de’ giorni fasti e nefasti, col collegio de’ pontefici al re divoti, e cogli augurii, insensibili ed occulti ingegni della somma potenza. Allora al non mai ragionante popolo colla veneranda maestà d’una falsa religione celaronsi gli arcani del dispotismo; e la guerra e la pace e le leggi dai prodigi, dal tuono, dal volo degli uccelli, dalle palpitanti viscere delle vittime ebber norma. Quindi per altra via tal sistema corroborò Tullo Ostilio, avveduto legislatore, che i pubblici comizi ridusse ad una pura apparenza di libertà, ben sapendo che gli uomini contentansi dell’esterno delle cose, gli usi ed i costumi rispettando, né più in là vibrano lo stupido sguardo, sicché lasciandogli le parole gli si tolgono le cose agevolmente.
Ridusse Tullo Ostilio, colla famosa divisione delle centurie, in mano di pochi il governo, ed in tal guisa indusse nella nazione forse il più fatale d’ogni sistema, cioè una corrotta repubblica, non vi essendo dispotismo più duro di quello che ha molti tiranni.
Al principio del terzo secolo di Roma era il numero de’ cittadini romani ottantaquattromila settecento (84700),[19] numero minore di quello di Roma d’oggidì. Con sì ristretta popolazione ben vedesi perché tante piccole e sanguinose tenzoni facessero coi vicini senza stendere i confini, e quale durissima vita menassero per resister continuamente a’ popoli più di loro agguerriti che li circondavano.
Destossi finalmente il popolo dal letargo di due secoli, e s’accorse di sua schiavitù. Fu tutta la nazione in fermento per l’attentato di Tarquinio; ella che sofferse in pace che Tullia il padre assassinasse, e sul di lui cadavere scorresse col cocchio quasi in trionfo. Furono banditi i re, ma altro con loro non bandissi che il vocabolo rex; e Mario e Silla, de’ Tarquini più crudeli, Roma dappoi insanguinarono impunemente, chiamati dittatori; ma se avessero osato aggiugnere alla loro potenza quella odiata parola, avriano ritrovato in ogni cittadino un Bruto.
Tolsesi il popolo romano dalla tirannia per slanciarsi ad una estrema libertà, e dall’avvilimento passossi alla tirannia della virtù; quindi per un crudele amor della patria Bruto fé uccidere i figli ribelli; ed il popolo feroce per la nuova libertà quanto fu infingardo sotto al dispotismo, disfece console Collattino, che d’esser parricida ricusò; ed il console Valerio dovette abbassare la sua casa al comune livello, tanto temeasi ogni spirito di diseguaglianza.
In questo intervallo di pericoli e di torbidi ripieno (come lo sono tutte le violenti mutazioni nella forma di governo), fu Roma veramente libera, e forse non lo fu mai in altro tempo. Gli esempi memorandi di virtù, che altro non è che l’utile comune,[20] allora sfoggiarono,
IL CAFFÈ )( Fogl. VIII )(
onde Orazio, Scevola e per fine il sesso imbelle di Clelia, tutti dal nuovo vigore di libertà animati, fero attonite le genti; son domi i nemici dallo stupore di tanta virtù; e Valerio Pubblicola, benché console (gran prova ch’era il governo repubblicano), muore sì povero che li funerali songli fatti a pubbliche spese. Altro non dubbio segno che Roma era patria, e patria amata da’ suoi cittadini, in che consiste la felicità delle nazioni, fu l’aver dato licenza con un senato consulto alle donne latine sposate ai Romani ed alle romane sposate ai Latini di ritornare ciascune alle case loro, e l’essersi le latine fermate a Roma e le romane spose dei Latini alla patria ritornate.[21]
In tale stato di cose resisté il romano popolo agli implacabili Tarquini, che i Toscani, i Latini ed altri popoli eccitavano contro di lui, ed al lago Regillo il primo dittatore Postumio uccide e fa prigionieri 30 mila Latini. Videsi allora qual differenza passi dal valore di soldati liberi a quello de’ schiavi, poiché libertà e vittorie rapidamente si succedettero.
Ma questo fu un momento di repubblica, giacché cominciarono le gare civili fra i nobili ed i plebei, e crebbero a segno che questi ricusarono di andare alla guerra contro de’ Volsci, e da ciò ben comprendesi che i soldati non guerreggiavano per proprio utile, ma per l’altrui. Allora il console Servilio trionfò malgrado la proibizione fattagli dal collega ed il non comando del Senato. Veggasi da ciò s’ella era democrazia questa, in cui tanto era lecito ad un console, quando che pochi anni prima il console non potea nemmeno avere una casa più alta di quelle de’ plebei. Di fatto ben presto i nobili, cioè i più ricchi, la plebe cominciarono a deprimere, ed ella, passata la metà del secolo terzo, si ritirò nel Monte Sacro, dolendosi che i nobili per tenerla schiava la impegnassero in continue esterne guerre. Creossi allora il primo tribun della plebe, e Coriolano, volendo abolire questo nuovo tribunale, viene esiliato dal popolo. Ma è forse Roma libera per questo? L’esule Coriolano collegasi co’ Volsci, e riduce la patria a chiedergli pace e perdono, benché ribelle. Quindi Cassio, che cerca colla pubblicazione di una legge agraria di favorire l’eguaglianza de’ beni, vien rovesciato dalla Rupe Tarpea, cittadino illustre per tre consolati e due trionfi. Tale era lo spirito di quella chiamata sì facilmente Repubblica, nella quale i plebei eran clienti ed i nobili patroni, cioè questi padroni e quelli servi; del che puossi convincere chiunque esamini le antiche leggi di Roma intorno ai clienti e patroni.
Tutti i vicini voleano pur distruggere questo nascente impero, ed egli non dovea la sua sussistenza che ai continui suoi sforzi per conservarsi. Per il che in Campo Marzio s’indurì ogni cittadino alle fatiche guerriere, ed ognuno fece del suo corpo una vittima alla patria. La lotta, il corso, il cesto ed ogni penosa fatica incallirono la sensibilità, sempre preparandosi ad una gloria avvenire colla perdita dell’attuale ben essere. So che il fanatismo della gloria ed il vivissimo piacere di sovrastare alle emule nazioni poteano compensare i continui disaggi d’una vita durissima; ma tali sentimenti non credo io già che saranno nati nel cuore della maggior parte de’ cittadini, pochi essendo gli uomini capaci di quell’estro trionfatore che gli muove alle grandi azioni a traverso d’ogni stento e d’ogni fatica. Bruto, Scipione, Attilio, Valerio poteano avere un’anima grande; ma il volgo, benché volgo di Roma, non credo io che si nodrisse di grandi sentimenti. Un popolo di eroi è una chimera, ed in ogni società d’uomini il numero de’ sublimi è sempre il minore. Onde tutta quella durissima militar disciplina descrittaci da Vegezio, che noi risguardiamo come un effetto dell’eroismo, era piuttosto un effetto della ferocia istessa de’ loro costumi. La forza de’ muscoli e l’agilità del corpo era il solo pregio de’ Romani. Ed in fatti alla parola virtus eglino non attaccavano le nostre idee, ma bensì l’idea della forza; e fu poscia in seguito chiamata virtù l’abitudine di esser utile alla società; e con tal nome a ragione chiamossi allora la forza, come la qualità più utile alla patria in un governo guerriero.
Al principio del quarto secolo li Romani abbisognarono di leggi, e quasi che non sapessero essere legislatori, mandarono a mendicare la greca sapienza. Funesta fu tal spedizione, poiché i decemviri, eletti a raccoglierle e promulgarle, s’eressero in tiranni. Ritornò la plebe nel Monte Sacro lasciando la vuota città in preda alla tirannia. Fu spento col dispotismo ogni resto di virtù; e fecesi allora quel vilissimo ed iniquissimo giudicio fra gli Aricini ed Ardeati. Questi confinanti popoli avendo rimessa la controversia di un campo limitrofo fra di loro agli Romani, eglino finirono la causa coll’usurparselo.
Appena la plebe comincia a togliersi dalla depressione de’ nobili potenti, aggiungendo al tribun della plebe il diritto di avere il matrimonio comune co’ nobili, che ricusavano gli soldati di andare alla guerra, onde vien loro fissato, circa all’anno CCCXVIII, lo stipendio del danaro pubblico; ed il mestiere della guerra, che pria faceasi con non altra ricompensa che con quella che dà la gloria, cominciò a divenir venale.
Scendono i Galli dalle Alpi nel CCCLXIII; distruggono Roma; e poco mancò che per fin la di lei memoria non s’annientasse; e Manlio, difensor del Campidoglio, troppo favorito dalla plebe, viene gettato dalla Rupe Tarpea, miseramente sfrantumato alle falde di quel colle ch’era monumento di sua gloria e del suo supplicio.
Mentre che sono incerti e fluttuanti i confini dell’autorità della plebe e de’ nobili, fannosi lunghe, continue e sanguinose guerre coi Volsci, coi Galli Insubri, coi Tiburtini, Falisci, Tarquiniesi. Pure, malgrado tanto esercizio di guerreggiare, al principio soltanto del quarto secolo si spinsero l’armi romane nella Magna Grecia, appresso a poco il Regno di Napoli d’oggidì. Malcontenta di nuovo, la plebe ritirasi per la terza volta nel monte Gianicolo. Quale era mai la felicità di questo popolo sempre impiegato in durissime guerre, e costretto ogni tratto a fuggire la tirannia de’ nobili?
Ma successe un fenomeno nel popolo romano, ben raro a mio avviso; poiché il popolo sempre turbolento ed oppresso scosse a poco a poco il giogo della servitù; quindi nell’anno CCCLXXXIV Settimio Laterano fu console, benché plebeo; e nel CDLIII stabilissi che anche gli plebei potessero eleggersi auguri e pontefici. Quest’epoca è memorabile per il popolo romano, attesa l’influenza della religiosa impostura sul sistema di governo. In altre nazioni con violento moto fu in un lampo decisa la gran questione, se doveasi esser libero o schiavo; ma il popolo di Roma si tolse a poco a poco dal giogo de’ potenti, e per ben cinque secoli ora un privilegio or l’altro ottenendo, divenne sì licenziosamente libero che pesògli la sua indipendenza istessa. Ella è indole del popolo d’animarsi e fermentare tutto ad un tratto, di torsi violentemente dalla tirannia; ma il popolo romano con arte, con politica, con costanza intraprese ed eseguì il progetto di esser libero, del che non era al certo debitore a sé, ma piuttosto alla saggia ferocia de’ suoi tribuni.
Ma breve fu il periodo di questa libertà, che anzi appena fu ella rapita dalle mani de’ nobili, che ritornossi a perdere per non mai riacquistarla. Dal tempo de’ Gracchi Roma cadde sempre nel dispotismo; e tanto a poco a poco v’inclinò, che ogni cosa dipendé dalla volontà di un solo. Misera e luttuosa fu la sorte di questa nazione nel tempo stesso della sua grandezza, mentre che Silla, Mario, Cesare, Pompeo se la disputavano. Le proscrizioni, le accuse segrete, ogni sorta di frode e di tenebrosa crudeltà succedettero al fanatismo d’una disprezzata e pericolosa virtù; e dopo le stragi di più di un secolo ebbe Roma sotto Augusto quella pace che nacque dalla impotenza di esser libera. Ella fu una mancanza totale di moto. Or rivolgi, se ’l puoi senza fremere nell’intimo del cuore, il pensiero ai tempi de’ Tiberi, Neroni, Claudi, Domiziani, ed a tutta quella orrenda schiera di mostri, la di cui sola vendetta ch’or rimane a farsi è di odiarli o seppelirli nell’obblio.
Lo spazio di cinque secoli impiegato in dure e continove guerre non bastò per conquistare tutto quel paese che Italia chiamiamo oggidì, onde infinito sangue si sparse per conquistare una piccola pennisola. Quindi vennero le tre lunghe e terribili guerre puniche, per il che per ben sette secoli il popolo romano mai non cessò di guerreggiare da Romolo sino ad Augusto, se non eccettuato qualche intervallo di pace sotto di Numa. Quanto barbari fossero per tal cagione i costumi, quanto crudele fosse la sua superstizione, ce ne fa fede l’orrendo sacrificio a’ dei d’Averno di un uomo e di una donna delle Gallie, e di un uomo e di una donna greci, fatto nel Foro Fabio, allorché Annibale discese in Italia con portentosa prestezza. Duro ed insoportabile era altresì il romano governo nelle provincie, poiché i Galli Insubri, i Liguri e le Spagne sempre furono ribellanti; e molte città delle Spagne ridotte alla disperazione s’arsero con tutti i loro cittadini. Il barbaro costume di uccidere i prigionieri, proprio delle selvagge nazioni, fu adottato da’ Romani, e CCCL Tarquiniesi de’ più illustri furono frustati, poscia uccisi nel Foro Fabio; ed altro rimarcabile esempio di ferocia si fu quello di CLXX matrone romane, che tramarono di avvelenare i loro mariti.
In vano cerchi fra quel popolo di guerrieri e fra quelli eroi o le arti, o le scienze, o i comodi della vita. Di ciò ne sia prova l’essersi veduta in Roma la prima moneta argentea l’anno CCCCXXXVIII, ed un mal organizzato orologio fu esposto ed ammirato in pubblico l’anno CCCCXC,[22] e vi fu portato dal console Valerio dopo la presa di Cattania. Né conobbe questo popolo trionfatore i piaceri della vita che dopo la distruzione della sua grand’emula; e Siracusa, e Corinto, e le ricchezze del re Attalo nuova foggia di vita gl’insegnarono. Allora fu odiata l’eguaglianza delle fortune, e nell’anno dcxx il proporre che fece Tiberio Gracco la legge agraria fu lo stesso che il farsi trucidare. Ma malgrado il lusso e la mollezza de’ costumi, che meritossi tante declamazioni, Roma molle ed effemminata fu più grande e conquistatrice di Roma parca e frugale; e rispose alla stoica severità di Catone colle vittorie di più secoli, sinché giunse ad avere l’adulazione di que’ poco geografi scrittori che la nominarono regina dell’universo.
In vista di questi fatti giudichisi se veramente la grandezza fece i Romani felici. Il decidere tal questione sarebbe un’opera di una immensa erudizione, e fors’anco ripor dovrebbesi fralle impossibili. Poiché se tanto c’inganniamo ogni giorno nel decidere della felicità od infelicità degli uomini in particolare, quanto più sarà dubbiosa la decisione intorno ad una intiera nazione? Nel che io mi confermo pensando che le storie altro per lo più non ci forniscono che la cognizione degli universali avvenimenti; ma di condurci col pensiero nei gabinetti della politica e nelle capanne de’ plebei; di esaminare la felicità, la morale, i costumi d’una nazione, e i piccioli ordigni, con cui bene spesso movonsi gl’imperi, ben di rado il fanno. Per il che io non pretendo d’aver deciso della felicità de’ Romani, ma d’aver dubitato, unica strada che rimane a chi vive quasi due mila anni dopo di loro, e che altro di essi non può sapere che quanto in pochi libri contiensi, l’autorità de’ quali passata al traverso di molti secoli e di molte passioni è ragionevolmente sospetta. Poiché se cedono al tempo gl’imperi, la gloria, e ’l globo istesso ha le sue rivoluzioni, egli è ben di ragione il credere che pochi libri, per tante mani e tanti trascrittori passati, sieno stati soggetti a sensibili mutazioni. E chi sa di qual conseguenza non fossero poche righe sole cangiate, inserite o tralasciate? Onde se in questo mio breve ragionamento le mie asserzioni non fossero talvolta geometricamente evidenti, sarà utile il ricordarsi ch’io vivo nel decimo ottavo secolo, e che scrivo d’una nazione che esisté prima dell’era cristiana. Per fine, se ho trattato quest’ampio soggetto troppo di fretta, e se molt’altre cose rimangano a dire, per ora mi basti d’esporre le presenti alla fortuna del pubblico giudizio.
A. [Alessandro Verri]
La festa da ballo
Oh quanti sbadigli, quanti stiramenti v’erano ieri mattina al caffè! Gente che era stata tutta la notte al ballo, gente annoiata, e che voleva far credere d’essersi divertita, veniva in folla a ricercare qualche sorte di vita, e a ripigliare un po’ di vigore alla spossata sensibilità con una tazza del nostro eccellente caffè. Il nostro Demetrio era tutto in facende, e di tratto in tratto mi slanciava qualche occhiata greca furbissima, perché egli ed io eravamo i soli, che dopo aver ben cenato la sera, ben dormito la notte, colle gambe in vigore, colla mente senza nebbia, godevamo del dolce sentimento di non esistere male fra tanti che combattevano colla lassitudine, col sopore e colla incallita sensibilità. Pallidi e sformati erano i volti, rauca la voce, scomposti gli abbigliamenti, stordita la testa. Chi aveva mal di capo, chi mal di gola, chi una potentissima tosse. Oh che spedale, lettori miei, che era mai quello! Basta, dopo aver distribuita una mezza botte di caffè, un dopo l’altro partirono tutti i nostri noiosamente divertiti, e restammo soli Demetrio ed io, onde ebbimo tutto il campo di ragionare sulla scena che ci era presentata.
Mi raccontò allora Demetrio come ne’ primi mesi dopo il suo arrivo da noi un suo amico gli propose di venire una sera al ballo, ed ei, curiosissimo di conoscere le usanze ed i costumi de’ paesi, accettò l’invito e si preparò a godere d’un delizioso spettacolo. Venne la sera, ed entrato appena nella sala del ballo restò offeso dall’aria veramente malsana che vi si respira, e che si manifesta e per la sensibile polve che viene ad imbrattarvi il viso, le mani, gli occhi e la bocca, e per quel sciagurato potpourry di odori di materie passate per gli ureteri, di arrosti, di traspirazione di corpi non tutti mondi, e di altre simili cose non certamente amene all’immaginazione. Appena, disse Demetrio, m’avvidi che era pur forza che alternativamente entrassero nel mio polmone tanti rifiuti d’altri uomini, appena mi sentii rosicar la pelle, impastare la bocca e causticamente rodere gli occhi da tante materie eterogenee immiste in quell’aria, che mi trovai mal contento di esservi venuto. In fatti i Greci e gli abitatori tutti di quelle felici contrade sono avvezzi a respirare l’aria del Peloponeso imbalsamata dagli aranci, ed a cercare il piacere ne’ giardini, dove la natura tutta depurata ed abbellita sembra sollevarli al di là della condizione dell’uomo terreno; né può far maraviglia, se la grave, la malsana, la fetida ammosfera, in cui Demetrio si trovò trasportato, gli parve un cattivo preludio per trovar ivi il piacere. Pure, rinvenuto Demetrio da questa prima scossa, girò l’occhio intorno per incontrarsi nei leggiadri ichinguis (tale è il nome che nell’Impero ottomano dassi ai ballerini), e non rincontrando altri che uomini e donne, vestiti tutti a lutto con nere gramaglie, s’accrebbe la sorpresa di lui sentendo che non già ad un funerale, ma ad un ballo così si costuma da noi di vestire, e che tutti gli uomini e donne che ivi vedeva erano tutti gli ichinguis. Stette quasi per ritornarsene Demetrio a fare i fatti suoi, ma la curiosità di veder tutto lo trattenne ancora. Vide egli dunque molti ichinguis, che passeggiando in costa ed inciampando in chi voleva passar loro framezzo, si davano ora la dritta, ora la sinistra con una serietà colla quale si tratterebbe un affare di Stato, indi contenti d’aver ballato dieci minuetti sbadigliavano soavemente sdraiati su una sedia. Vide Demetrio delle file, ossia delle lunghe strisce irregolari di ichinguis grandi, piccoli, zoppi, gobbi, le quali si movevano e s’intrecciavano senza che alcuno potesse intenderne la simetria, e fra quelle due strisce ora cadeva un cappello, ora nel presentare sollecitamente la mano si dava un amoroso pugno, ora un buon piede impresso sul lembo della tonaca nera della donna gliela lacerava; sudavano frattanto, e si smaniavano, e facevan polvere molta gli ichinguis, sin che giunti alla estremità della striscia protestavano di non poterne più, e quasi esiggevano la compassione de’ spettatori per una fatica che non avevano intrappresa né per far bene ad alcuno, né per divertire alcuno, ma colla speranza di divertire se stessi, malgrado la sperienza di tre mila volte di seguito nelle quali si sono noiosamente stancati. Frattanto le trombe, i timpani e i contrabassi avrebbero proibito ad ogni uomo di poter ragionare per poco con un altro, quando il continuo vagare della maggior parte e l’urto e il passaggio irregolare non l’avessero già reso difficile. In fatti, cercando sempre il piacere, vanno errando da una parte all’altra della sala molti ammantati colle nere zimarre, e il piacere si rifugia sempre altrove. Quindi tutti i viventi che s’incontrano fra quelle innumerevoli linee incrocicchiate, destinate all’errore dei passeggianti, ricevono urti e scosse tali che chi volesse parlare non sarebbe mai sicuro verso qual parte del mondo debba terminare un periodo già innoltrato. I seguaci di Macone anche più fervidi ivi non potrebbero fare certamente le lor preghiere rivolte alla Mecca.
Almeno, soggiunse Demetrio, almeno avessi potuto vedere qualche oggetto che mi ricompensasse di tutt’i mali che soffriva; ma le donne erano coperte il volto con una tela annerita e con una melanconica barba di velo nero; gli uomini con una maschera, che aveva l’aspetto d’un cranio umano imbianchito; e chi russava sonoramente da una parte, chi spalancava eloquentissimamente la bocca dall’altra, annunziandoci il tedio mortale in cui era assorto, chi svogliatamente andava errando con un perpetuo moto, sin tanto che la pazienza del buon Demetrio fu tutta esaurita, e se ne venne a casa sua più convalescente che sano, ripetendo quel detto d’Orazio: Sic me servavit Apollo.
Demetrio non v’incappa più. Oh uomini, si pose egli ad esclamare, oh uomini, che volete avere la definizione di animali ragionevoli; non basta a voi l’aver trovata nel mondo la febbre, la podagra, il mal di pietra e l’infinita schiera degli altri mali innestati alla natura umana, che volete anche cambiare in tormenti veri e reali quelle azioni che avete destinate alla vostra gioia! Oh uomini, non sapete ancora che l’indole d’ogni piacere è di essere di breve durata, e che protraendo per tutta la lunga notte d’inverno i vostri baccanali, quand’anche fossero tutti all’opposto di quello che pur sono, dovete ritornarvene carichi di noia! Oh uomini, non sapete ancora che l’uniformità è la madre del tedio, e che una variata successione di oggetti è la sola che può tenervi l’animo in un dolce movimento, e che perciò condensando tutti i vostri tetrissimi, lunghissimi balli in un solo mese dell’anno, e ripigliandoli più volte la settimana, dovrebbono stomacarvi, quand’anche fossero le feste che davano le fate ne’ romanzi! Oh uomini… Bel bello, caro Demetrio, soggiunsi io, lasciate a parte le vostre filippiche, lasciate lo stile del patriota vostro Demostene; ne patirebbero i vostri polmoni, e gli uomini non si cambieranno per tutto ciò. Gli uomini cercano il piacere, ma la maggior parte degli uomini crede di trovar piacere negli oggetti dove si dice che vi si trovi, e quando non ve lo trovano, essi ne incolpano se stessi anzi che rivocare in dubbio l’autorità della moltitudine; onde per non aver la taccia di avere un guasto sentimento del buono, fingono di aver gioia, laddove adoperano sforzi infiniti per farla comparire. Così la moltitudine, composta tutta di individui che rispettano il parere della moltitudine, è un vero composto di tanti uomini, i quali non palesano il loro vero sentimento, ma bensì ciascuno lo simula, credendo che gli altri non lo simulino.
Ebbene, soggiunse Demetrio, io lascio le mie declamazioni, lasciate voi le vostre riflessioni filosofiche, e se volete, questa primavera nel mio casino fuori di città balliamo ogni quindici giorni per tre o quattr’ore. Avremo dodici signore, avremo venti signori. La sala è comoda, l’aria salubre, a mezza notte il ballo sarà finito. Vi darò una cena dilicata e non pesante; ritornerete sani e allegri alle vostre case, e vedrete che è miglior mestiero il passar bene il nostro tempo ed il cercare i piaceri nostri di quello che non lo sia colle declamazioni o colle ragioni il voler insegnare alla moltitudine a passar bene i suoi giorni, cosa che non farà mai.
Così terminò la nostra conversazione. Entrò nella bottega in quel punto un nuovo sonnacchioso, venuto dal ballo, il quale si disperava pensando di dovervi ritornare fra poche ore, quasi che dovesse perire lo Stato, s’egli vi avesse mancato; ed io me ne venni placidamente verso mia casa a scrivere questo fatto, e mi preparo a godere delle deliziose feste del mio Demetrio. Frattanto ecco il seguito delle Osservazioni meteorologiche.
P. [Pietro Verri]
[Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul termometro]
Il termometro è una piccol machina molto interessante anch’essa per l’uomo. Le conseguenze derivate dalle osservazioni de’ moti della medesima sono molto relative a’ differenti gradi di calor del corpo umano, o dell’aria, o degl’altri corpi che immediatamente lo circondano. Sino dal dicembre 1755 ho marcati a ore fissate e scritti i diversi fenomeni di questo stromento, ed eccovi in breve ciò che fino al dì d’oggi vi ho veduto.
La minore altezza del termometro, ossia il maggior freddo effettivo, che in tutto questo tratto di tempo ho io osservato, fu nell’anno 1758, il giorno 27 gennaio, nel quale dì il termometro a mercurio, graduato colla scala del signor di Reaumur, abbassò a nove gradi sotto il termine del ghiaccio, e nel 1763 , il 5 gennaio, parimenti a nove gradi sotto il freddo del ghiaccio, essendosi trovato otto giorni prima a 8 1/2 sotto il termine suddetto. Il maggior caldo effettivo, o la maggiore altezza dello termometro da me veduta in tutto il già nominato tratto di tempo sino al dì d’oggi, è stata ne’ giorni 8, 9 agosto 1757, 29 giugno 1760 e 22 luglio 1762, a gradi 29 sopra la nulla.
Ne’ miei giornali trovo che ordinariamente il maggior freddo in Milano accade tra li 21 dicembre e la metà di gennaio, ed il maggior caldo dalla fine di giugno a tutto luglio, ed alle volte anche fino alla metà di agosto; dipendendo il più o il meno del caldo e del freddo dalla combinazione de’ venti colle piogge, o colle nebbie, o coll’asciutto.
Ho costantemente col termometro osservato che il vento di mezzo dì è sempre il più caldo o il men freddo in tutto l’anno, quello di tramontana il più freddo nell’inverno, quello di ponente il meno caldo nella state, massimamente di notte; ed il vento di levante il più umido in tutto l’anno. Più volte ho io medesimo sperimentato sentendomi in un eguale stato di salute, tranquillità di moto e di spirito; e per quanto nell’atto istesso venivami confermato dall’asserzione di altri che trovavansi nelle eguali disposizioni alle mie, secondo era l’aria o nuvolosa e nebiosa, od umida, o asciutta e ventosa, o serena e tranquilla, differente era parimenti la sensazione che provavano, cioè di maggior o minore
IL CAFFÈ )( Fogl. IX )(
freddo, se il termometro era a 10 gradi sopra il ghiaccio, e di maggior o minor caldo, se il termometro stava a 12 gradi di dilatazione. Istessamente più di una volta riscaldata con stuffa, con la stessa quantità di legne la camera, nella quale solitamente mi sto d’inverno quasi tutto il giorno, a 10 gradi di dilatazione, ho sentito minor freddo o maggior caldo in que’ giorni che l’aria era umida, o più carica di particole acquose, che ne’ sereni e secchi; benché il termometro, esposto all’aria esteriore, sì negli uni che negli altri si trovasse allo stesso punto. Da tutto ciò bisogna inferire che i termometri fin ora trovati soltanto misurano la quantità reale maggiore o minore del calore dell’atmosfera, de’ fluidi e di alcuni solidi, ma non sono stromenti atti ad indicarci il più o il meno delle nostre sensazioni, cagionate dal maggiore o minor calore dell’aria, o atmosfera, che ci circonda.
In tutte le mie osservazioni ho anteposto il termometro di mercurio ad ogni altro come più eguale e costante nelle di lui dilatazioni e condensazioni; e la scala reaumuriana come la più conosciuta.
Tutti gli uomini sono per natura portati a giudicare con maggior facilità di quelle cose che immediatamente appartengono ai fisici bisogni a proporzione delle loro sensazioni, e la difficoltà di questo giudizio tanto si fa maggiore, quanto più piccola diventa la relazione delle cose co’ bisogni medesimi, e conseguentemente meno sicuro. Una più lunga serie di osservazioni, di esperienze sarà dunque necessaria per adequare la mancanza di relazione delle cose cogl’immediati bisogni nostri, perché minore si faccia la difficoltà in conoscerle. Pochi sono coloro che hanno la pazienza, o si trovino in combinazioni di circostanze, onde seguitare una così lunga carriera: di pochi conseguentemente sarà il diritto di giudicare con qualche accertatezza di quelle cose che meno agl’immediati bisogni dell’uomo appartengono. Ciaschedun individuo crede aver ragione di accertare de’ principii e regole sul ben essere presente del proprio corpo e futuro del proprio spirito, su i propri interessi, e relativi al lucro, e relativi a tutto il resto degli uomini, e finalmente anche su gl’influssi che può risentire dall’aria e da tutti gli altri corpi che lo circondano; ciascheduno in somma vuol essere medico, teologo, legista, morale ed anche astrologo. Eccoti, amico, la sorgente più ampia del caos orribile e informe de’ popolari errori.
[Su i venti]
La scienza de’ venti, come tutte le altre, ha corso questo destino. Sul mare istesso l’esperto piloto, ammaestrato da tanti naufragi già quasi per tre secoli di tanti incauti e mal addestrati navigatori, ha più fin ora studiato la direzione e la forza de’ venti che li fenomeni da’ venti istessi cagionati. Li nomi de’ 32 venti della greca bussola, e gli epiteti de’ favolosi poeti di nero Aquilone, di freddo Borea, di Zefiro ristoratore, di mal sano e caldo Austro ec., quanto in tal genere di cose ci hanno lasciato gli antichi. Tramontana e scirocco, vento di bello, vento di cattivo tempo, senza accertate regole alle osservazioni corrispondenti, vocaboli indifferentemente e promiscuamente usitati da’ vostri concittadini, ed alcuni altri barbari nomi, che io non ho mai potuto ritenermi in memoria, e che più volte ho sentiti in bocca degl’infelici coltivatori di queste fertili campagne, e che ho per altro alcune volte trovato corrispondenti alle mie osservazioni medesime, sono tutte le cognizioni che ho potuto dalla esperienza de’ naturali abitanti di questo paese ricavare intorno a’ venti di questo tuo clima.
I venti sono la principale cagione de’ cambiamenti delle apparenti irregolarità e stravaganze delle stagioni. A questo fine già da tre anni più particolarmente vi ho rivolto le mie osservazioni, colle quali, unitamente alle altre de’ cambiamenti di tempo, in ciaschedun tempo e giorno dal 1755 al presente, ho potuto accertare le seguenti regole.
Quando soffia impetuoso e forte il nord l’aria è nettissima da’ vapori, serena quanto può essere, scoprendosi i monti molto da lontano; il cielo è allora il più atto ad essere osservato col telescopio. Spirando il ponente, per lo più e quasi sempre ho veduto o attualmente bel tempo, o apportar sereno. I venti che vengono dal levante e dal mezzo-giorno, o dagl’intermedi a questi due, e tra il levante e tramontana, ho quasi sempre veduto che portano costantemente cattivo tempo, cioè o pioggia, o nebbie assai umide, o per lo meno cielo rotto.
Circa prima gli equinozi di marzo, in alcuni anni domina la tramontana serena; ma per lo più sono dominanti gl’intermedi tra quella ed il levante, qualche volta con pioggia, ed ordinariamente con secchi, e con nuvoli erranti. Da circa prima il solstizio di giugno si fa costante il ponente sino quasi a tutto settembre sereno, massime di notte, il quale non è interrotto che da’ venti irregolari di non lunga durata de’ temporali. Circa dopo l’equinozio di settembre cominciano e continuano i venti di levante, piovosi ed umidi. Finalmente da circa un mese prima fino al solstizio d’inverno si fa dominante il nord, alcune volte con pioggie, ma per lo più secco, impetuoso, sereno e freddo; continuando dopo sino a marzo ad essere irregolari, ed ordinariamente di levante.
Dopo l’equinozio di primavera, cominciano le pioggie impetuose, ma interrotte, ed abbondanti fino circa la metà di maggio; e da qui fino al solstizio d’estate il cielo si fa costantemente sereno, benché incomincino li temporali, che non sono ancora che brevi e passaggeri. Dopo il solstizio d’estate li temporali sono più frequenti; ed in luglio ed agosto più impetuosi. Il settembre è ordinariamente il mese più bello di tutto l’anno. Dopo l’equinozio d’autunno fino circa prima la metà di novembre tornano le pioggie continue. Il resto, sino al solstizio d’inverno, ventoso e rotto. Dal solstizio d’inverno fino alla metà di febbraio è la stagione più cattiva di tutto l’anno, pioggie lenti o minute, o nevi. Il febbraio, fino al cominciar de’ venti di marzo, è molte volte sereno e meno rigido del marzo istesso, che a cagione de’ venti è alcune volte più freddo.
Al riferire de’ vecchi abitanti di queste campagne, avevasi altre volte negli inverni molta quantità di neve e ghiacci, ora più, ora meno; sono però già più anni che in Milano se ne hanno pochissimi e degli uni e delle altre. Le mie osservazioni fino dal 1757 mi mostrano che le nevi sono d’allora in qua cadute in pochissima quantità, e i ghiacci pochi, e di brevissimo tempo; anzi in tutto l’inverno del 1758 non n’è caduta niente, non vedendosi ghiacci, essendo stata l’aria alquanto, e quasi continuamente, serena e temperata.
Parimenti, secondo la tradizione de’ vecchi, le nebbie in Milano, ed in tutto il territorio all’intorno di questa città, non incominciavansi a vedere che in dicembre, ed erano in tutto l’inverno non così frequenti come negli anni presenti, onde riuscivano gl’inverni più secchi e meno agghiacciati; anzi osservavasi con maraviglia se in primavera se ne fosse alzata alcuna. Egualmente mi è stato asserito da alcuni vecchi abitatori di que’ contorni, che rarissime volte vedevasi qualche nebbia, e anche questa molto rara e di poca durata sulle colline al piede del monte chiamato di Brianza. I miei giornali mi fanno vedere fino dal 1756 che le nebbie a terra si vedono anche al principio di ottobre; che in tutto l’inverno vi siamo sepelliti, trovandosi quasi tutti gl’inverni da me osservati assai umidi, e vedendosi le nebbie a terra anche fino alla metà di maggio. Io, che ho passate più di una volta delle autunnali vileggiature sulle accennate colline del monte di Brianza, ho avuto più volte occasione di vedere delle nebbie densissime sulle più alte, che hanno durato de’ giorni intieri.
Più volte stando su delle più alte delle accennate colline, anche in agosto, due volte ho veduta tutta la pianura milanese, che da colà si dominava, come un gran lago, o mare cenericcio biancastro, su del quale osservando con un buon cannocchiale terrestre si vedevano spuntare alcune cime de’ campanili de’ villaggi più vicini, e in una maggior lontananza la sommità più alta del Duomo di questa città.
Mi sovviene d’essermi trovato un giorno oltre la metà di maggio in una casa di campagna vicino al borgo di Melegnano; colà ho trovato alla mattina una nebbia densa e continua, quale facendosi nella valle vicina più fitta circa il mezzogiorno, con vento improvviso sud-est, si alzò con turbine qualche lampo, e tuoni e poca pioggia, e venne a scaricare con temporale impetuoso uno rovescio di acque sotto le mura della città. Moltissime volte ne’ primi giorni di ottobre trovandomi in vileggiatura all’ovest, poche miglia lontano di Milano, ho rimarcato in tutte le ore del giorno come una lunga siepe nuvolosa e cenericcia, chiara all’orizonte meridiano, parte di levante e ponente, che alzavasi per gradi, e che arrivando al zenit in breve tempo ci seppelliva sotto una densa nebbia a terra.
Ordinariamente ho veduto che i temporali di estate si alzano o dal levante o dal mezzodì, e che girando da quella parte, o portandosi sopra Milano, vanno ad urtare e scaricare la loro furia contro li monti al settentrione di questa città, o che alzandosi da que’ monti medesimi poco s’avvanzano, e là svaniscono; ond’è che per lo più il danno delle campagne è dalla parte del sovraccennato Monte di Brianza, o al nord di Milano. Al contrario que’ pochi temporali che s’alzano dal ponente, se strisciando dietro a’ monti non vanno come gli altri a terminare a tramontana, sono quelli che devastano le campagne della pianura, massime al ponente di Milano.
Nella descrizione del viaggio d’Egitto e della Nubia del signor Norden leggesi che l’obelisco chiamato di Cleopatra, presso Alessandria, è benissimo conservato nella faccia occidentale ed al nord; al contrario nella faccia orientale, e particolarmente in quella rivolta al mezzo-giorno, non vi si possono più leggere i geroglifici. Qui nella Lombardia, e come credo accada in tutte le parti meridionali dell’Europa, ho osservato tutto al contrario: le case, gli edifici, le statue, le piramidi ne’ giardini sono danneggiati all’oriente, e massime a tramontana, conservandosi benissimo le parti rivolte al mezzo-giorno ed al ponente. Li venti caldi e meno secchi, e però più dolci, vengono dal mare; quelli che vengono dalla terra e da’ monti dovranno essere più secchi, e perché strisciando sulle nevi, su’ boschi, su’ terreni grassi e paludosi, più carichi di nitro e particole eterogenee; dunque tutti gli edifici della Lombardia e tutti quelli situati ne’ paesi meridionali dell’Europa dovranno maggiormente soffrire nelle parti all’aspetto dell’oriente, ed in particolare di settentrione, da dove derivano li venti di terra, e per dove si estendono li monti, avendo li meridionali paesi europei il mare a mezzodì ed a ponente. L’Egitto al contrario ha il Mediterraneo a tramontana; tutta l’Arabia co’ suoi monti all’oriente, ed all’Austro pure co’ suoi monti ed arene l’Affrica tutta, non avendo all’occidente che parte delle coste dell’Affrica medesima. Dunque gli obelischi e tutti gli edifici affricani poco lungi dal Mediterraneo dovranno patire agli aspetti di est e sud maggiormente che del nord ed ovest.
Il signor Bradley, nelle sue osservazioni sull’arte di coltivare i giardini, dice che l’arruggine delle piante viene cagionata dagl’insetti trasportati da venti orientali, e che si situano su di quelle che sono proprie al loro nudrimento. Più volte ho io pure considerato nel vedere sulle piante de’ mori e de’ gelsi di queste campagne codesta arruggine all’oriente e settentrione, e non agli altri aspetti; come parimenti quella verde oscura lanugine, o picciol erba, che teppa è volgarmente chiamata, sulle piante, massime le più vecchie, agli accennati aspetti di oriente e tramontana. Il signor Reaumur, che ha fatte diligenti ricerche intorno a quelle macchie che si osservano sulle pareti delle case, le crede essere una specie di piante o erbe. Queste ho io più volte parimenti osservato su’ muri delle case rivolte al settentrione, principalmente di quelle più ai venti esposte nelle aperte campagne e sulle alture, ed anche su’ nudi sassi de’ monti all’aspetto del nord. Tutte queste osservazioni altrui e mie sembranmi confermare l’accennata ipotesi.
Aggiungasi, come mi è stato riferito da un uomo che pareami ragionevole e di qualche buon gusto, che 15 o 17 anni sono qui in Milano furono mutate in altre nuove le due antiche piramidi di marmo sulla facciata del magnifico tempio chiamato della Madonna presso S. Celso, perché le due antiche, essendosi talmente piegate ed incurvate al nord-est, quella alla destra particolarmente, più all’Aquilone esposta, minacciavano rovesciare, le quali per risparmiare la fatica o qualche maggior dispendio nel calarle intiere abbasso (il che coll’istesso grandioso ponte costruito per innalzare le nuove, e il di cui disegno fummi dal medesimo uomo mostrato, sarebbe stata cosa molto agevole), furono messe in pezzi sul sito medesimo, distruggendosi in tal maniera due antichi monumenti della prodigiosa azione dell’aria e de’ venti.
Nelle tavole che ho costruito su i giornali delle mie osservazioni trovo che in un anno intiero (intendendosi da un marzo all’altro) il numero de’ giorni belli in Milano a quello de’ cattivi, per adequato di osservazioni in più anni, è come 17 a 19 circa, cioè che la somma de’ giorni belli in un anno intiero è meno della metà del medesimo, e de’ cattivi più della metà istessa; che il numero de’ giorni in cui piove in un anno, per adequato, è la quarta sua parte in circa, ossia in un anno piove poco più poco meno in tutto tre mesi; che il numero de’ giorni cattivi senza pioggia, per adequato, in un anno è maggiore della di lui quarta parte, ovvero di tre mesi e mezzo circa; che finalmente l’altezza media della quantità di acqua che piove in un anno, sono 21 in 22 pollici parigini; e che la maggior quantità di essa cade tra l’equinozio di marzo e di settembre.
Eccoti, amico, stretti in piccol nodo gli annui fenomeni, e in certa maniera periodici di questa natia tua atmosfera, che teco già da qualche anno respiro, ed a cui prima d’ora attento non fissò occhio filosofico, o curioso almeno lo sguardo. A tutt’altri che a te sembreranno assai frivole cose, o al più di semplice oziosa curiosità, onde impegnare l’attenzione di chi alla gran scienza di un maggior guadagno tutte ha rivolte le cure, e nella quale tutta ripone la propria filosofia.
G. [Giuseppe Visconti]
[Risposta alla Rinunzia]
Amici.
Ho letta la vostra patente, e dopo seria e matura riflessione sono costretto mio malgrado a darvi torto. Eccovi le mie ragioni, che son tutte di buona moneta vecchia e di corso corrente.
In primis, voi siete, grazie al Cielo, autori vivi, e però tutta la forza della verità si annienta in bocca vostra; la morte, signori miei, la morte sola potrà far sospettare che abbiate ragione; e però era meglio per la vostra causa che in un buon testamento in scriptis esponeste i vostri sentimenti, piuttosto che in un miserabile foglietto volante.
2. È osservazione costante che la forza delle ragioni cresce in proporzione del volume in cui sono scritte; e il vostro foglio, che non pesa due dramme, potrà resistere a migliaia di rubi di tomi in foglio, in cui sta scritto tutto il contrario?
3. Il testimonio d’Orazio, che veramente come autorità, devo confessarlo, val più d’ogni raziocinio, non vale un zero. Il governo della lingua latina era repubblicano, e non monarchico come il nostro, avendo per re la sacra maestà del Dizionario della Crusca; e la vostra patente potrebbe benissimo esser condannata come sediziosa, e ribelle, status in statu.
4. Chi vi ha detto che le parole son fatte per le cose, e non le cose per le parole? E non sapete voi che per parole si sono sparsi torrenti di sangue umano; che in Francia una parola, che chiamavasi Missisipi, ha valso un tesoro al regio erario; che in Moscovia la parola Demetrio ha alzato al trono cinque oscuri personaggi? Io ne ho di questo mio argomento gli esempi a biseffe ed a millanta.
5. E perché avere l’inumanità di togliere l’unico pregio al bene, all’unica sostanza di tanti uomini dabbene, che si beano al leggere i loro madrigaletti, sonetti, poemetti tutti lindi, tutti melati, tutti tessuti di ricamo fiorentino su di un buon fondo lombardo?
6. Qual miserabile ragione quella che dite, che l’istesso ius del gran Villani, del grandissimo Casa, del tersissimo, anzi transparentissimo Passavanti, di trovar nuove parole e nuovi modi, spetta a voi?
Avete voi fatto, come questi veneratissimi gran padri della lingua nostra, il glorioso sacrificio dei pensieri alle parole? Avete voi acquistata l’arte soprafina di stemprare un pensiero, anche comune, con qualche centinaio di parole, e poi impastarne tutto il composto in un bel periodone di mole gigantesca, e tutto cascante di vezzi, e sostenuto da tante minutissime particelle, che fanno poi il secreto dell’arte; il di cui gran capo, le di cui grandi braccia, il gran busto, le grandi gambe si legassero con sottilissime fila? E non vi sembra perciò una bellissima cosa un’orazione italiana simile ad una processione di tanti vuoti colossi di carta pista, tutti tremanti? Passa il primo colosso, che si chiama Esordio, ed è per lo più il più grande degli altri, egli è sempre in forse sul cadere, egli è per lo più posto in ginocchione in atto di dimandar perdono agli spettatori; con una mano cerca la carità, con l’altra fa un gran gesto, che significa la confessione della propria debolezza. Passa il secondo in atto grave e posato, intorno al quale vi stanno moltissime figurine più piccole, che pare che interroghino l’uditore; l’altre s’urtano di fronte tra di loro. Passa il terzo, che è per lo più composto di pezzi di rapporto e di pergamene scritte, o d’indici di libri; io ne ho veduti molti, di cui il busto era tutto di Cicerone e le coscie di un santo Padre, altri avea gli occhi formati di versi di Giovenale e il naso di versi del Petrarca. Tutte queste statue esalano un odore narcotico che addormenta il volgo e fa solamente sbadigliare quelli che ammirano il capo d’opera; così successivamente passano altri colossi fino all’ultimo, che ha un gran cartello in mano, su cui sta disegnata in miniatura tutta la passata processione, e con l’altra prende congedo dagli uditori, come io faccio da voi.
C. [Cesare Beccaria]
[Osservazioni meteorologiche fatte in Milano. Sul clima]
Ma tempo è di dare ai lettori il compimento delle Osservazioni meteorologiche, ed eccomi a mantenere la parola.
Il ben essere degli uomini tiene ad un tutto. Il sistema generale dell’universo è collegato co’ moti del globo terracqueo che noi abitiamo, e da questi e da quello le agitazioni dell’atmosfera nella quale nuotiamo. Le meteori sono i fenomeni particolari dell’aria in un sito; tutt’insieme constituiscono il clima; questo influisce sulla natura, sulle sensazioni e sull’idee ancora di chi lo abita. La facilità di trovare abbondanti sul sito medesimo le cose necessarie a’ fisici bisogni dell’uomo ne constituisce la fertilità; la non mancanza di quelle necessarie a’ piaceri ne forma l’amenità; la purezza ed il sereno dell’aria istessa, e la squisitezza maggiore di dette cose necessarie a’ bisogni fisici e piaceri fanno il clima salubre, e tutte insieme ne constituiscono il bello.
Vedi, amico, su questi principii e su questi risultati che ti mando delle lunghe mie osservazioni, qual sia il patrio tuo clima milanese. Milano è quasi centro di tutta la Lombardia, la sua elevazione di poco meno di 100 braccia sopra il Mediterraneo comparata a’ fiumi, che le scorrono a destra ed a sinistra, può senza errore assumersi come la media di tutta l’altezza di quest’ampia pianura, che dal piede delle Alpi alle foci del Po si stende. Dell’acque de’ due canali che traversano questa città, tratti superiormente dall’Adda e dal Ticino, per la maggior parte disperse su queste campagne, colano inferiormente gli avvanzi verso Pavia, ove poco sotto il Ticino col Po si unisce, e li di cui argini e sostegni più alti minacciano il più basso territorio cremonese e ferrarese. I fiumi intorno a questa città sono lontani delle miglia, l’arte sola ci ha scavati i due navigli che bagnano queste mura. Basta un’occhiata sulle carte topografiche di questo paese, che i tuoi concittadini chiamano Ducato, e dello Stato, per convincersi senza altre prove che non è dalla natura piantato Milano in una pozza e in mezzo alle paludi. Ampie e stese sono queste pianure, vi hanno pochissimi boschi onde trattenere stagnanti le acque piovane, e più umida colla traspirazione delle piante rendere quest’aria; ella non è ristretta tra’ monti; liberi sono, e spaziar possono i venti. La latitudine di questa capitale, benché da occhio astronomico non ancora determinata, si sa essere circa il mezzo della zona temperata. I monti più vicini sono la continuazione della catena delle Alpi al nord, e questi, quasi bariera, la difendono dal gelato Aquilone. La quantità de’ grani, che sopravvanza il consumo che ne fanno gli abitanti, e della seta, a dispetto di una antica ostinata agricoltura molto da una maggior perfezione lontana, prova abbastanza la fertilità di queste terre. La natura in somma pare che abbia in maniera combinato le fisiche circostanze più fortunate per constituire sugli accennati principii bello e felice il clima milanese.
I risultati però delle mie osservazioni, i fenomeni di quest’aria medesima, ed una contraria esperienza da altre accidentali cagioni dipendente, ti sembrerà forse smentire così belle apparenze. Il lungo tempo piovoso, e de’ cattivi giorni maggiore de’ dì sereni; la quantità delle acque che piovono in un anno; le nebbie dense ed umide quasi di tutto l’anno; i temporali frequenti nell’estate; l’aria mal sana e le acque putride di molti villaggi; i venti freddi del marzo e dell’autunno; il caldo spossatore del luglio; l’aria grossa e colata della città; i morbi cronici; le idropisie; i mali di petto, di tubercoli, di tossi, cattarri ec. e la lunga processione de’ malanni assai quasi maggiori in numero di quelli scappati fuori dalla cesta di Pandora, che ogni giorno senti sputare dalle amare bocche de’ tristi sprezzatori de’ tempi presenti, ti destano forse il melanconico prurito di cantare con Virgilio
… Fuge litus iniquum
o col Toscano
Sol col forte spronar salvo è il fuggire.
Il desiderio di un maggior lucro de’ soli particolari fa universalmente abbracciare un nuovo genere di coltivazione, e nel tempo istesso, per una maravigliosa contraddizione frequente tra gli uomini, generalmente abbandonare ad antiche costumanze la più naturale agricoltura. Queste sono le accidentali cagioni delle apparenti alterazioni di questo clima fortunato ed ameno per natura, ma in parte reso infelice e meno salubre coll’arte.
Non v’ha alcuno presentemente, che possessore di una pertica di terreno non cerchi con qual siasi mezzo di poterla adacquare, farla prato o renderla risaia; di maniera che così proseguendosi vedrassi un dì tutto il milanese territorio sotto l’acque. Tutto il Lodigiano e tutto il Pavese è ora adacquatorio: lungo il piccol fiume Olona ed il gran canale Naviglio, che sorte dal Ticino, cominciando all’insù di Abbiate Grasso, sino al Pavese vi si estendono li prati e le risaie, e parimenti lungo il canale che ha origine dall’Adda, cominciando da Cassano fino al Lodigiano, e fino sotto le mura della città continuano i prati adacquatori e di marcita. Tutto il Milanese è un labirinto continuo di canali per ogni verso, per ogni direzione, per ogni curvità; vi sono pochi giorni nell’anno che questi terreni non sieno attualmente irrigati. Qual prodigiosa umida vaporosa esalazione non si solleverà dunque per tutta codesta atmosfera da un così esteso pian-terreno
IL CAFFÈ )( Fogl. X )(
continuamente bagnato, perché non sia da una continua nebbia imbrattata? Il vento istesso che spira dal levante o dal sud-est, che ci viene già umido dall’Adriatico, passa su le paludi del Mantovano, o del Ferrarese, sul Lodigiano, o sul Cremonese, ed è quello che porta, come ho sopra notato, su questa città le piogge e le nebbie più umide. Il vento parimenti di mezzo-giorno è anch’esso, come già ho dimostrato, nebbioso e piovoso alcune volte, perché per la medesima ragione passando sul Pavese porta seco le umide esalazioni di quel bagnato terreno.
L’industria degli uomini in quelle cose ancora che credono di maggior utile è lenta e pigra. Tempo ed anni furono perciò necessari, perché con l’arte si dilatassero le acque su quelle terre, che per natura e situazione asciutte, a poco a poco diventassero umide e bagnate; ed ecco, come ho già sopra osservato, in qual maniera si dilatarono e resero più continue, ed innalzarono anche sull’alte colline le nebbie, in prima più rare e brevissime. Questa è la cagione perché sì tarda è negli anni presenti la stagione calda; quando, al riferire de’ più attempati, altre volte ne’ primi dì di maggio erasi obbligato dal caldo ad appigliarsi all’abito di estate.
Egli è universalmente costante, e come ho io avuta occasione di verificare colla propria mia esperienza, che non v’ha cosa più dannevole a’ frutti della campagna, alle biade, a’ gelsi, alle uve quanto le nebbie principalmente, e le piogge troppo abbondanti e continue; mentre è osservazione altresì costante che negli anni il cui maggio, giugno e settembre sono asciutti e sereni tutte le raccolte delle campagne del Milanese sono abbondantissime, mature e nella loro perfezione; al contrario negli anni piovosi e nebbiosi più dell’ordinario sono generalmente assai scarse e cattive, di maniera che è meno dannosa una siccità ostinata o scarsezza di pioggia de’ mesi più caldi, cioè di luglio ed agosto, che le piogge continue e le nebbie di maggio, giugno e settembre.
Che se le nebbie del Milanese fossero di sole evaporazioni acquose, così mal sana certamente non renderebbero l’aria che con esse respira chi vi si trova immerso. Su’ prati le acque vi stagnano de’ giorni intieri; e tutto l’inverno su quelli che si chiamano di marcita, ne’ risi de’ mesi continui e de’ più caldi. Queste sciolgono i sali diversi della terra, delle erbe infracidite, degl’insetti, ranocchi, rospi, rettili ed altri animali d’acqua imputriditi, quali sali, resi volatili, co’ vapori acquosi s’innalzano, e immischiandosi co’ nitrosi dell’aria fermentano ed infettano l’elemento della respirazione. La maggior parte di queste acque restano inzuppate nella terra, per la quale filtrando, ed in alcuni siti seco traendo le dissoluzioni eterogenee fatte sulla superficie, s’immischia con quelle de’ pozzi per rendere così all’assetato lavoratore principio di morte il cristallino fluido ristoratore. Le sentine e cisterne di questa città, sì frequenti in ogni casa, non sono forse delle più piccole cagioni, perché nella stessa maniera si rendano men buone le acque che si bevono? Le immonde colature di tanti lavatoi che scorrono per le strade le più frequentate, le quali trovansi di continuo imbrattate, ammorbano l’aria e i cittadini.
A queste cagioni alteratrici di questo clima e di questa atmosfera aggiungasi che io medesimo ho veduto più volte nelle campagne sulle piazze, o nel centro delle case, o nella maggior vicinanza delle più frequentate abitazioni di molti villaggi del Milanese, delle grandi fosse o piscine per servire di abbeveratoio alle bestie di lavoro e ad altri usi, sul lembo delle quali vi si trovano ancora in alcuni siti de’ pozzi; anzi mi viene assicurato essere tale costumanza quasi universale in tutto il Milanese, di raccogliere in fosse e conservare le colature delle acque piovane, che non vi giungono per lo più che torbide e fangose. I letamai si conservano pure e si trovano nel mezzo delle abitazioni de’ coltivatori di queste campagne. Chiunque ogni poco abbia corso le strade di questo paese non ha bisogno che altri gli dica quanto universalmente sieno fangose ed impastate di putride fetenti acque stagnanti quasi tutto l’anno, e molte anche ne’ mesi più caldi, come generalmente mal conce, mal pianate ed intrattenute finanche sotto le mura e le porte della città.
Di più la coltura degli erbaggi e delle frutta è così abbandonata a’ villani pigri ed inesperti, a’ quali bastando avere guadagnato un tozzo di pane per essi e per la famiglia, più in là non curano estendere una esperimentata industria. La coltivazione degli erbaggi consiste a gettare indifferentemente delle sementi sopra una terra impastata di liquide spazzature fetenti d’ogni genere, trasportate ogni notte dalla città, e strappare dal suolo le erbe, allorché bastantemente nate, innalzate e verdeggianti per potersi vendere, e le quali più volte risentono il cattivo odore dell’accennato ingrasso. Le frutta si vendono la maggior parte acerbe o selvatiche, essendo quasi tutte le loro piante abbandonate e senza innesto; prova di ciò sono le corbe intere gettate ogni anno, per pubblica autorità, a’ letamai; una gran quantità, che si consuma in Milano, le vien portata dal Pavese, e la insipidezza di queste è un effetto necessario di quel suolo per arte bagnato.
Mi è stato finora impossibile il fissare con qualche metodo le mie osservazioni su’ morbi e le malattie di questo paese relative a’ cambiamenti de’ tempi dell’aria, delle stagioni e delle meteori. Anzi a me sembra che siano nel sistema presente degli universali costumi di tutta l’Europa, suscettibili di poche fisse conseguenze o regole. È difficilissimo da’ soli effetti, moltissime volte simili o gli stessi, lo sviluppare le tanto differenti cagioni de’ morbi provenienti dall’abuso de’ cibi, o dall’uso di questi cattivi e mal condizionati; dall’abuso parimenti de’ comodi e de’ piaceri della vita, o da’ disaggi e dalle fatiche; dallo sregolamento di tumultuose contrarie passioni, o da celtica infezione; da una mal organizzata fisica costituzione, o con una cattiva educazione malamente piegata; finalmente dal respirare un’aria differente ed una atmosfera men pura, o dalle rivoluzioni, da’ cangiamenti, dalle non solite agitazioni ed alterazioni di essa cagionati. Il poco uso che si è potuto finora ricavare da’ giornali medici e meteorologici de’ diligenti accademici di Parigi mi conferma in questa opinione. Le poche cose che io ho potuto osservare relativamente a ciò sotto questo cielo mi hanno fatto vedere che le malattie più universali sono le febbri maligne putride, o febbri croniche con idropisie in chi respira l’aria e beve l’acqua de’ prati e delle risaie, massime ne’ tempi delle asciutte, come dicesi dal volgo, o ne’ mesi più caldi, cioè dalla metà di giugno sino alla metà di settembre. Le febbri verminose, universalmente ne’ poveri coltivatori della campagna, principalmente nella state, e finalmente gli attacchi di petto e mali di polmone sono le più universali malattie, e la cagione di morte degli abitatori di questa città.
Io non ho aggiunto alcuna dimostrazione positiva a quanto ho fin qui asserito o indicato. Quando ne abbia la volontà, è un lavoro che riserbo ad un altro scritto più metodico e più esteso. Ti basti, amico, sapere che tutte quelle cose che ho fin qui asserito sono altrettante conseguenze di lunghe e replicate mie osservazioni ed esami, già da più anni a quest’oggi. Se queste provano la necessità di restituire queste terre alla naturale loro asciuttezza, non deve ciò non pertanto spaventarti l’avaro zelo de’ particolari. La quantità de’ grani e delle sete raccolte da quelle sole campagne che non sono ancora coperte dalle artificiali irrigazioni, ed il maggior numero di braccia che domanda la loro coltivazione e la loro manifattura, e conseguentemente il maggior numero degli uomini che ne traggono il lor vitto; finalmente il denaro, che la quantità degli uni e delle altre, sovrabbondante al consumo, fa da’ paesi forestieri colare in questo, deve dissipare qualunque panico timore di un minor lucro, benché particolare.
La ricchezza e povertà di una nazione si misurano dalla quantità delle cose necessarie a’ bisogni ed a’ piaceri della vita che essa nazione trovar può nel suo paese; dal numero degli uomini che vi acquistano diritto colla propria industria e lavoro in cercarle, coltivarle e prepararle; e dal numero di quelli che vi si possono perdere colle malattie, colle fatiche e colla morte nel loro dissotterramento, cultura e preparazione; più la quantità di dette cose necessarie trovate nel proprio paese, e che sopravvanzano al consumo ed effettivamente transmettono alle altre nazioni, e di quelle che mancano ed effettivamente ricevono dalle nazioni forestiere. Chi vede questa verità, e conosce la proporzione colla quale concorrono gli accennati elementi a formare questo tutto, può facilmente calcolare l’utile o ’l disavvantaggio de’ fieni e de’ risi, soli frutti delle terre bagnate, relativamente a tutti gli altri frutti che con una esperimentata e maggiormente perfezionata agricoltura ottenere si possano da’ terreni asciutti e con arte non adacquati.
A te questo mio scritto io mando. Io straniero, se per avventura v’è alcuna cosa utile, altro interesse non vi posso avere che per l’amor solo di tutti gli uomini. Questa è tua patria, la natura sua, e il suo commercio a te non è sconosciuto. Impegnare adunque può la tua curiosità almeno a perdervi una mezz’ora in leggerlo, quand’anche tu debba correre il rischio di sbadigliare più di una volta.
Possano i tuoi lumi e il tuo cuore tutti maggiormente più felici rendere i dì di tua vita. Tali sono i sinceri voti del tuo amico.
G. [Giuseppe Visconti]
La lettera ch’io ricevo da un professore di violino, che sta al soldo d’un principe di Germania, mi ha fatto ridere; e giacché vedo universalmente approvata coll’uso la moda di far dei saggi, ossia sperimenti col pubblico, mi determino a fare un breve saggio anch’io, per vedere se anche il pubblico vuol ridere di quello che ha fatto ridere me. La lettera è stata veramente scritta così.
[Lettera d’un violinista]
Grandi magnificenze, feste grandi si sono fatte in questo carnevale; per averne una idea si figuri che le feste dell’anno passato hanno sopravanzato di molto quelle delle quali le ho spedita due anni sono la descrizione; e quelle di quest’anno fanno dimenticare affatto tutte le antecedenti. Per noi però tutte queste superbe cose facevano lo stesso effetto che fa l’arrosto al povero cane che deve farlo girare. Oh vanità terrene, quanta amarezza non si mescola col poco dolce che avete! E quel che più mi scotta si è che la chimica politica è giunta a separare il dolce dall’amaro, e quella piccola porzione la riserva per alcuni pochi uomini, e l’amarezza la regala alla moltitudine:
Ed io pur son di quel bel numer uno.
Giammai in vita mia non ho avuto tanta voglia da moralizzare quanta ne ho avuta in questi giorni, e sì davvero ch’io quasi mi persuado che il talento delle riflessioni cresca colla miseria. Si figuri dunque che noi citaredi quanti siamo ora dovettimo far la figura di dei, ora di satiri, or di ciclopi ed ora di contadini, cosicché abbiamo scorse diverse condizioni e sublunari e sopra lunari, e in tutti questi diversi salti sempre più ci siamo confermati nella opinione degl’incomodi della grandezza. Siamo stati per alcun tempo dei, e allora appunto fu che per ventiquattr’ore non ci fu permesso né mangiare, né bere, né dormire, né riposare, né sedere, in somma non abbiamo fatto nulla di quello che richiede la bassa natura d’un corpo mortale. Io era, cred’io, il nume Morfeo, o almeno l’estrema sonnolenza che aveva me lo ha persuaso; ma il decoro della mia celeste carica mi teneva in guardia contro le palpebre, che pure ad ogni tratto minacciavano di chiudersi, e in alcuni momenti, pieno del mio nume medesimo, gettava uno sguardo proteggitore su alcuni poveri mortali stanchi delle feste, i quali miseramente s’empievano il loro mortal ventre di squisite vivande artificiosamente disposte da alcuni empi, che pensavano più agli uomini che ai dei. Misera umanità, diceva io fra me stesso, a quanti bisogni non sei tu soggetta, e quanto non ti dà a pensare il tuo mortal corpo! Qualche bottiglia di zampillante sciampagna o qualche pasticcio sublime che mi si presentavano più da vicino allo sguardo di tratto a tratto ammansavano il mio etereo orgoglio, poiché sì fatti talismani hanno una irresistibile possanza sulle intelligenze anche superiori; ma alla fine, dopo un lungo combattimento fra la mia terrena originaria natura e l’elevazione de’ sentimenti del nuovo mio stato, gli uomini anch’essi si stancarono e lasciarono i dei in libertà; ed io, riprendendo le frali mie spoglie, quando al Ciel piacque feci la parte da lupo ad una buona mensa, e cessai di sentire l’invidia che in prima provava verso i rimedi inventati dagli uomini per riparare i loro mali. Ora son uomo, e spero che avrò la degnazione d’esserlo per qualche tempo, ed al di più sono obbligatissimo servitore, ec.
[François Baillou]
Un causidico ci ha annoiati nel caffè lodando e difendendo l’instituzione de’ fedecommessi; il mio amico L. gli si è opposto con ragioni sì evidenti che a tutti noi, che eravamo ivi radunati, non restò dubbio che il causidico difendesse le sue entrate anzi che la verità. Ho pregato l’amico a darmi in iscritto le ragioni addotte in quella conversazione, ed egli me le invia nello scritto seguente.
Osservazioni su i fedecommessi
Non vi posso dare prova maggiore della mia amicizia della presente. Voi sapete quanto io sia lontano dallo stendere in iscritto i miei pensieri; poco, anzi niente mi curo degli applausi popolari, quand’anche fossi sicuro di riportarli; né potendo io aver fuor di questo altro stimolo, m’abbandono interamente alla forza d’inerzia, che in me può moltissimo. Pure voi volete ch’io scriva i miei pensieri su i fedecommessi; ed io a dispetto della pigrizia devo ubbidirvi. Nel far la qual cosa non crediate già ch’io sia per produrvi nuove idee, e ch’io intenda dimostrarvi alcuna verità che voi non abbiate ancora ritrovata. Io non farò che esporre ciò che deve affacciarsi a prima vista agli occhi d’un mezzano metafisico o d’un mediocre politico.
Sembrami che se ’l rintracciare l’origine d’una cosa conduce al rischiararla moltissimo e depurarla, ciò particolarmente sia vero de’ fedecommessi, e penso inoltre che sia opportuno ’l trasportare la nostra mente a’ primi tempi della Repubblica romana ed alla sorgente de’ fedecommessi, ma ’l trasportarvisi con quell’occhio discernitore che basti a conoscere l’utilità e l’indole de’ medesimi.
Aveva Romolo[23] divisi i poderi che formavano il piccol territorio di Roma nelle famiglie de’ suoi concittadini; divisione confermata da Numa Pompilio e ristabilita da Servio Tullio. Per conservar l’uguaglianza fra i cittadini conveniva per tanto che i beni non uscissero da una famiglia per passar in un’altra; cosa ch’avrebbe col tempo accumulate in mano di pochi le ricchezze che a tutti ugualmente appartenevano. Fu perciò fatta la legge Voconia, che proibendo di lasciar eredi le donne e loro anteponendo anche i più lontani agnati, impediva ch’esse dalla famiglia del loro padre trasportassero in quella dello sposo l’eredità. Ma introdottosi poco a poco l’arbitrio di far testamento, ne venne aperta la strada d’eludere questa legge col lasciar erede un terzo, incaricandolo a rimetter l’eredità nelle mani di quella che altrimenti non v’avrebbe avuto parte alcuna. Il restituir però quest’eredità era piuttosto dovere d’un fedele amico che d’un buon cittadino, che né pure indirettamente deve trasgredir le leggi. Augusto fu il primo che con legge ordinò la restituzione de’ fedecommessi; e gli imperadori che vennero in appresso ne autenticarono il comandamento. La barbarie che in que’ tempi stendeva la feroce e letargica sua forza nell’Impero romano, il poco conto che facevasi della felicità degli uomini, l’ignoranza delle scienze economiche, e più ancora la vastità sterminata degli Stati che componevano quest’impero, non permisero a’ principi d’esaminare l’utilità de’ fedecommessi. Diviso, anzi oppresso l’Impero romano, nacquero i feudi, origine incessante di liti, di guerre e di desolazioni. Ridotti quest’ultimi in gran parte dell’Europa in confini più stretti e meno nocivi all’umanità, l’indolenza e l’ignoranza lasciarono sussistere i fedecommessi, e questi dalla scaltrita avidità de’ curiali talmente s’estesero che appena puovisi riconoscerne la vera origine. Dicevasi fedecommessa quell’eredità ch’era un amico pregato a restituire, abbandonata alla fede d’esso questa restituzione. Ora noi chiamiamo fedecommesso un podere, che lasciato da un testatore ad un terzo, devesi da questo in vigor delle leggi tramandare al sostituito in quella maniera ch’è propria di ciascuna delle specie d’essi, e così successivamente per tutto quel tempo fissato dal testatore, la cui volontà serve di legge inalterabile, e che obbliga il più delle volte tutt’i successori all’infinito.
Cercasi se tale instituzione utile sia al ben pubblico, o pure se convenga restrignere il troppo esteso arbitrio di dispor del fatto suo per testamento, ed o proibire i fedecommessi, le primogeniture, i maiorascati, o limitarli almeno fino ad un dato termine. Questa sarà la mia ricerca.
È certo che l’unico scopo del legislatore vuol essere la felicità del pubblico. Questa felicità devesi ricercare da esso e promovere con tutt’i mezzi, né assicurare il godimento a pochi cittadini, ma anzi più che si può dividerla infra tutt’i sudditi, né ammassare gli agi e le ricchezze in mano d’alcuni, abbandonata la parte più necessaria e più numerosa del popolo ad una compassionevole indigenza. Io so che data una società civile conviene ammettere distinzione di grado e di condizione; ma so che un provido legislatore fa che i segni rappresentativi delle derrate dalla mano del ricco passino in quella del povero, in maniera che ammessi vengano i più infimi plebei a partecipare della dolcezza del governo, dell’abbondanza del denaro, del profitto del commercio. Sia pure un pessimo e necessario effetto della civile società l’odiosa a’ poveri disuguaglianza d’uomini. Devono però le leggi rendere più sopportabile questa differenza, devono proteggere la plebe, ed animarla al travaglio colla speranza delle ricchezze e d’una vita più comoda. Deve anzi così bene esser regolata la macchina politica che non v’abbia povero se non l’ozioso, cioè quegli ch’è affatto inutile e solo a carico alla società. Per ottener questo fine pare indispensabile che gli onori tutti e le ricchezze siano un premio proposto all’industria, sicché que’ soli possansi dal volgo distinguere che o per virtù o per commercio si resero utili alla patria. Io ben vedo che se volessi lasciar libero il corso alle mie idee, un ben vasto campo qui mi s’offre da trarne le più luminose conseguenze. Converrebbemi allora combattere molti pregiudizi non del popolo solo, ma d’alcuni uomini ancora creduti dotti e certamente ragguardevoli pel loro sapere. Ma rimettiamo ad altro tempo le pur troppo infruttuose filosofiche specolazioni intorno agli onori, ed atteniamoci all’uso delle ricchezze, che per le sagge mire del legislatore devono, quanto si può, essere meno disegualmente distribuite.
Voglionsi dunque in un buon governo libere lasciare le sostanze de’ cittadini, perché que’ che per trascuratezza le perdono, come que’ che per industria le ammassano, siano un forte stimolo a risvegliar gli animi de’ cittadini dall’indolenza e spingerli a far fiorire il commercio, sorgente unica delle ricchezze della città non meno che de’ privati.
Noi per lo contrario siamo ormai giunti a segno che ben poche sono le sostanze libere, e non v’è quasi fondo che vincolato non sia, e dalla massa comune de’ beni segregato, che al commercio liberamente appartengono. Io so che non per i soli fedecommessi vengono tolte le sostanze alla libera circolazione che dà vita e moto alla società; ma lascio ch’altri si prenda la briga di scoprire altre sorgenti del ristagno politico che vassi accrescendo. Bastami l’asserire che la decadenza del commercio in gran parte devesi alla comune voga di fondar de’ fedecommessi.
È assioma evidente in politica che acciocché libero sia e florido il commercio, devesi da buone leggi provedere che i negozianti possano facilmente trovar imprestito del denaro, e con un discreto interesse, onde ne vengano col rigiro a cavarne profitto. Or come ottener questo, se non se coll’usar un sommo rigore perché nissuno impunitamente fallisca, e così cauto sia il prestatore del suo capitale? Perciò alcuni savi legislatori, trascurate le poziorità de’ crediti e la loro forma legale, sono passati ad ordinare perfino che colle opere e con una limitata servitù del debitore compensassesi onninamente il creditore. Questo fine, che pur è necessario d’avere, non viene egli apertamente tolto da’ fedecommessi? Chi m’assicura che quegli che ricercami del denaro, e men’offre per sicurezza l’ipoteca sopra i suoi fondi, non ne abbia che di sottoposti ad antichissimi vincoli di fedecommesso? Come mai potrà trovar sovvenitori un padre di famiglia che voglia migliorar la sua condizione col traffico, ed i cui poderi non siano liberi, essendone esso per la volontà d’un suo antenato un puro amministratore ed usufruttuario? Come mai sarà scosso dall’indolenza ed eccitato a trafficar quegli che abbia una mezzana rendita in fondi, che essendo suoi e non suoi, gli assicurano il sostentamento e non gliene lascian temere la perdita?
È certo che l’interesse, ossia la speranza d’arricchire e di procacciarsi maggiori piaceri, è il determinativo di tutte le azioni mondane. È ugualmente certo che i costumi e la maniera di pensare d’una nazione dipendono dalle massime ricevute dalla gioventù e radicate col crescer degli anni. Ciò posto, un figlio d’una famiglia, ove non sianvi fedecommessi, ancorché veda il padre dovizioso, cercando però di vivere più indipendente da esso e d’accertarsi un buono stato, dovrà sciegliere una delle due: o coll’ubbidienza acquistarsi l’amore paterno, ed interessarlo a somministrargli del denaro ed a lasciargli una ricca sostanza, o pure rendersi intendente ed abile nel commercio, ed impetrando l’autorità di leggi provide farsi assegnare dal padre una somma di denaro col quale possa trafficare ed arricchirsi. Ma facciamo che questa famiglia non abbia fondi che non siano fedecommissari: in questo caso il figlio, essendo sicuro che il padre non potrà mai privarlo della pingue eredità, poco si cura di guadagnarsene l’affetto, ed all’ozio abbandonasi, più dannoso ancora al pubblico bene che al privato. Ecco l’evidente ragione perché gli uomini più attivi sorgano dagli stati intermedi; e perché ben pochi sono que’ che avendo ricevuta una molle educazione, ed aspettandosi una immancabile facoltosa eredità, sian arrivati a distinguersi nelle scienze. Ecco una delle cagioni che più influiscono nella sì comune ignoranza de’ nobili.
Ma qual mai si è lo scopo de’ fedecommessi, delle primogeniture, de’ maiorascati? Quello, dirammisi, di conservar ricca ed illustre una famiglia. Che così si ragioni da un vecchio imbevuto di pregiudizi, che crede di rivivere nella sua discendenza e pascesi nell’idea di veder perpetuata la sua linea, non deve far istupore; ma poco importa alla pubblica felicità che tal famiglia conservisi eternamente ricca, anzi molto importa che le ricchezze accumulate passino di mano in mano, circolino nello Stato e siano il premio dell’industria d’un negoziante, più utile alla società che mille nobili sfaccendati.
Nella succession de’ monarchi è giusto che le provincie d’uno Stato siano riputate inalienabili dal principe,
IL CAFFÈ )( Fogl. XI )(
e che il governo, ch’è indivisibile, tocchi al solo primogenito, perché non venga a sciogliersi la monarchia, e da possente ch’essa era, ridursi in piccoli principati, preda sicura d’un vicino più grande. Ma la cosa va diversamente nelle famiglie private. Abbandonansi da ridicole leggi alla miseria i cadetti in una casa dove siavi primogenitura, e rendonsi vittima alla felicità del primogenito. E questo dirassi mantener la casa in lustro? Cosa è mai questa casa e questo lustro? Pel nome di casa credo doversi intendere non il solo primogenito, ma i membri tutti d’una famiglia. E per lustro d’una casa io intendo gli agi e le ricchezze distribuite nei componenti della casa. Conservasi forse il lustro d’una famiglia rendendo infelici i cadetti, per caricare di ricchezze quegli che ha avuta la sorte di nascer prima? Allora solo dovrassi chiamare una famiglia ricca ed illustre quando una facoltosa sostanza sia, più egualmente che si può, distribuita ne’ membri della famiglia; quando tutt’i fratelli siano messi in istato di vivere comodamente, di scegliersi ciascuno una sposa e di dare alla patria de’ cittadini. Pare che l’uso della primogenitura sia incompatibile colla mira della popolazione, che pur dev’essere la principale.
Chi asserisse, che divise le sostanze tra molti fratelli, nissuno d’essi si crederebbe in istato di caricarsi dell’ormai eccessiva spesa del mantenere la moglie, e che per voler dare moglie a tutti, tutti si ridurrebbono alla impossibilità di prenderla, questi mostrerebbesi ben poco pratico de’ principii delle scienze economiche; poiché allora il lusso si diminuirebbe a proporzione della ricchezza de’ particolari; ed in vece che la moglie del primogenito ha più cocchi, e più paia di cavalli, e più paggi, e più servidori al suo comando, non avrebbe nella mia ipotesi che una carrozza ed un discreto numero di servi, quanto appunto ne manterrebbono gli altri fratelli, non richiedendo il ben pubblico, cioè la maggiore felicità possibile divisa colla maggiore egualità possibile, che un nobile abbia venti cavalli, dieci carrozze, trenta servidori ec.
Qual maggior disordine (per quanto a me sembra) autorizzato dalle nostre leggi di quello che un figlio, che trovisi beni fedecommissari, possa impunemente defraudar i creditori del padre col ripudiarne l’eredità? Questo mezzo d’arricchirsi a danno altrui e di burlarsi de’ creditori e dell’onestà è ormai divenuto sì comune che niente perde della sua riputazione chi se ne serve. Cosa dirà mai il povero creditore schernito e ridotto alla povertà nel vedere il suo debitore strascinato indolentemente in dorate carrozze, sfoggiare livree superbe, dar sontuosi banchetti e vivere deliziosamente? Dirà che questo è un aperto insultare a’ principii tutti della morale e della legislazione; ch’egli è una manifesta violazione del patto sociale; che ben vedesi da chi siano fabbricate coteste leggi, che tutto l’avvantaggio danno al nobile ed in preda gli abbandonano il plebeo; dirà che i denari co’ quali il nobile appaga i suoi vizi, stipendia i servi, convita gli amici, è tutto denaro ad esso rubbato; che per queste frodi, mentre chi ha dichiarato fallito il padre vive nel lusso, la povera sua famiglia giace squallida nella miseria; che egli ha dovuto interrompere i suoi traffici, che, costretto a pagare a chi doveva, non ha potuto esiggere da chi gli era debitore.
Altro dunque non sono i fedecommessi e le primogeniture che un ritrovato per sorprendere i creditori e defraudarli. A che altro mai servono, che a fomentare l’ozio e a rendere inutili, anzi perniciosi alla patria que’ cittadini, che avendo dinanzi gli occhi i virtuosi esempi de’ loro gloriosi antenati, dovrebbero più degli altri esercitare la virtù per non essere creduti degenerare da’ loro maggiori? A che giovano le primogeniture, che a render ineguali quei che hanno un diritto eguale a’ beni paterni; ed i fedecommessi, che, ammassando e conservando i beni in una famiglia, ad accrescere la disuguaglianza delle fortune tra i cittadini? Fingasi il territorio d’una nazione esteso di cento mila pertiche; di queste sia la metà sottoposta a’ fedecommessi od altri vincoli, ed in mano di cinque o sei famiglie. Lascisi la facoltà a’ testatori di toglier la libertà al resto de’ beni col vincolo del fedecommesso od altro. È certo che in poco tempo tutte le sostanze saranno inalienabili, che tolto sarà l’adito all’industria, che i soli ricchi saranno i cittadini, il resto del popolo languirà nella miseria e nella schiavitù, tanto più detestabile quanto che non vi sarebbe mezzo per redimersene.
I politici del secolo addietro avevano più in mira il presentaneo utile del principe che ’l suo vero interesse, che non va mai disgiunto dalla felicità de’ popoli. Purché i fondi non andassero esenti dal pagare tributo al sovrano, loro poco importava se accumulati fossero in poche famiglie, se vincolati ed obbligati ad arricchire perpetuamente una famiglia. Adesso però che lo spirito filosofico s’è molto esteso, che le potenze tutte considerano il commercio, l’agricoltura, l’industria, la popolazione de’ sudditi come oggetti importantissimi; adesso che più che colle armi si fa una vivissima guerra d’industria da nazione a nazione, dovrebbero le leggi stendere le loro mire a far fiorire queste sorgenti della ricchezza d’una nazione e prendervisi con tutt’i mezzi. È vero che alcuni pubblicisti, stimando i fedecommessi e le primogeniture contrarie al buon governo delle repubbliche, le asserirono però necessarie in una monarchia per conservarvi il lustro della nobiltà da loro stimata indispensabile. Io qui non esaminerò se negli Stati monarchici sia necessaria la nobiltà ereditaria, quale, sconosciuta nel resto del mondo, è in uso nella sola Europa; solo dirò che parmi strano che il bene d’una monarchia esigga che un fratello viva nell’opulenza, gli altri non abbiano come maritarsi, come appagare que’ desideri che la loro necessità ed educazione ha convertiti in veri bisogni; parmi strano che in una monarchia sia necessario che un cittadino faccia de’ debiti e non li paghi, allegando che i suoi beni sono fedecommissari; parmi strano che in una monarchia si richieda una somma disproporzione di fortune e che i nobili vivano oziosi. Se ciò fosse vero, avrebber avuto certamente torto quegli scrittori che hanno tanto esaltato il governo monarchico sopra ’l repubblicano.
Per quanto sia rispettabile l’autorità di Montesquieu, e benché io pensi di trattar altra volta della nobiltà, pure stimo indispensabile il doverne qui dire qualche cosa, perché que’ che leggeranno questo foglio, abbagliati dal nome di quell’illustre autore, non abbiano a credere piuttosto alla di lui asserzione che alle ragioni che l’abbattono. Pone dunque per fondamento il signor di Montesquieu che l’essenza della monarchia richiede un’autorità intermedia, cioè dei canali pei quali operi il monarca. Dice in seguito che questo potere intermedio dev’essere la nobiltà, poiché dove non v’è monarca non vi puol essere nobiltà;[24] e tolta la nobiltà, è distrutta parimente la monarchia, ed introdotto in vece o ’l dispotismo o lo Stato repubblicano.[25] Richiede in oltre nella monarchia un corpo depositario delle leggi, quale per sua confessione non può essere la nobiltà, per la sua ignoranza ed indolenza, né meno il Consiglio privato del principe. Asserisce che essendo l’onore il mobile degli Stati monarchici, le leggi debbonvi proteggere la nobiltà, debbono renderla ereditaria, perché serva di vincolo tra ’l principe e ’l popolo; che però è necessario ammettere le sostituzioni per conservare i beni nelle famiglie, e ’l diritto di ricomperare i già alienati; che queste prerogative devono accordarsi alla sola nobiltà; che è bene per i sopraddetti motivi permettervi il diritto di primogenitura. Riconosce però che le sostituzioni impediscono ed opprimono il commercio; che il diritto di ripetere i fondi fedecommissari è la sorgente d’infiniti litigi; che i privilegi annessi alla nobiltà sono d’un eccessivo carico per il popolo. Mostra dappoi, coll’esempio della Francia e dell’Ungheria, che la nobiltà, quale esso la vuole, è il più saldo sostegno della monarchia; che perciò il corpo de’ nobili dev’essere ereditario.[26]
Ardisco dire che il signor di Montesquieu in ciò, come alcun’altra volta, ha piuttosto avuto in vista la costituzione della Francia che gli universali principii del diritto pubblico. Forse una esatta definizione delle due voci onore e nobiltà avrebbe resa questa materia più chiara.[27]
Io stimo che l’essenza d’una monarchia consista in ciò che siavi un corpo di cittadini depositario delle leggi, e che fissate queste leggi, possano i magistrati eseguirne la determinazione costantemente e liberamente… Per altro conveniva distinguere tra potere intermedio e ranghi intermedi, perché anche il tiranno, non potendo operar tutto da se medesimo, è obbligato ad avere dei canali per i quali passi la sua autorità.
Nella monarchia adunque non pare indispensabile che vi sia uno stato di persone distinto dal popolo, non già come depositario delle leggi, non già come esecutore della volontà del principe, ma solo come immaginario vincolo tra esso e il popolo. Questo vincolo non dev’esser altro che leggi fisse, chiare, certe, inalterabili, che determinino e contengano ne’ giusti limiti l’autorità di ciascheduno. Il solo merito dovrebbe, in qualunque Stato, elevare gli uomini all’amministrazione della giustizia ed alle cariche che lo suppongono. Ma dato ancora che sia necessario ammettere una classe di persone distinte con privilegi ed animate dall’onore, che formino una specie di scala dalla plebe al sovrano, non vedo in primo luogo come convenga rendere ereditario il diritto di tali persone a certe prerogative, cioè come la nobiltà si richieda ereditaria. Non basterebbe egli che fossevi un dato numero di nobili, in maniera che la nobiltà potessesi e perdere coll’ozio ed acquistarsi colla virtù? Così tutti potrebbero partecipare de’ privilegi de’ nobili e sussisterebbe questo grado intermedio. Non capisco, in secondo luogo, come anche nella nobiltà ereditaria siano assolutamente necessarie le sostituzioni e le primogeniture, che pure, anche secondo il signor di Montesquieu, si strascinan dietro tanti disordini. Ma quand’anche fosse vero interesse del monarca il conservare la nobiltà ereditaria, non sarebb’ella bastantemente conservata conferendo ai soli nobili le cariche della sua corte; col promoverli a preferenza degli altri nella milizia; col riservar loro certi onori e distinzioni? Con ciò almeno non s’indebolirebbe il commercio, non si aggraverebbe il popolo, né si defrauderebbero i creditori; e col pretesto di favorire un nobile, non si sacrificherebbero i suoi fratelli egualmente nobili. Del resto le ragioni e gli esempi addotti dall’autore dello Spirito delle leggi provano bensì che la nobiltà ereditaria senza giurisdizione, che riceve unicamente il suo lustro dalla volontà del principe, è il più saldo sostegno della persona del monarca. Ma dubito che se ne cavi che questa nobiltà faccia fiorire la monarchia e ne renda felici i sudditi. Vi sono de’ regni che forniscono una prova costante di quanto io dico, malgrado l’ampiezza delle provincie, la felicità del clima e la fertilità del loro terreno.
Ma sia pure necessaria in una monarchia la graduazione delle condizioni, sia pure indispensabile la chimera della nobiltà; anzi sia cosa utile al ben pubblico il conservare l’antico lustro ad alcune famiglie (cosa ch’io credo falsa); come dovremo noi agire per arrivare a questo fine? Forse rendendo oziosa ed inutile, e perniciosa eziandio la classe de’ nobili, con permettere che le loro ricchezze siano assicurate alla loro discendenza? O anzi col permettere che esercitino il negozio e che s’arricchiscano, arricchendo anche la patria; col determinare che ’l commercio niente deroghi alla nobiltà; coll’animar anzi i nobili al traffico e correggere di maniera l’opinione del volgo, che il negoziante non sia rigettato dall’esser ammesso nel corpo della nobiltà, ed ammessovi, non sia più considerato come nobile di data recente, né più serva di bersaglio a’ motteggi de’ nobili anticamente oziosi?
Havvi un’altra specie di fedecommessi non meno assurda dell’altre ed egualmente comune, e sono i fedecommessi fiscali. Gli antichi legislatori hanno creduto di prevenir i delitti col decretare per loro pena l’intera perdita di tutte le sostanze del reo. Questi legislatori non so come abbiano scordato che i figli del reo sono cittadini innocenti, e che pare che per il delitto del padre non meritino d’esser ridotti da uno stato comodo alla più ingiusta e compassionevole povertà. Io sono ben lontano dal voler diffinire che questi legislatori siano stati mossi dal loro privato interesse a far cotali leggi; anzi né pure diffinirò se una tal legge sia utile o dannosa al pubblico. Vedo ragioni favorevoli e contrarie d’ogni parte, e non è mio carico il doverne qui pesare la forza; ma poiché tal legge esiste e si suppone giusta, parmi che ogni buon cittadino vi si dovrebbe assoggettare. La pratica però (nome da cancellarsi da’ dizionari legali a pubblica utilità) dispone diversamente. Sogliono quasi tutt’i testatori ordinare che se un loro discendente incorresse la disgrazia del principe, s’intenda, un’ora prima della trasgressione delle leggi, spogliato dell’eredità, e questa devoluta al più prossimo parente; con che però il reo, subito rimesso nella buona grazia del sovrano per diritto di postliminio, rientri nel possesso della medesima eredità. Pare strano che si soffra una sì manifesta violazione della legge; pare strano che i magistrati incaricati a far eseguire le leggi giudichino in favore della validità di tali disposizioni testamentarie. Tant’è vero che la giurisprudenza non ci offre per lo più che un ammasso di contraddizioni, di sutterfugi, di sottigliezze. Tanta è la venerazione nostra per le leggi romane che abbiamo voluto adottarle, benché incompatibili colle nostre circostanze; e tanto può negli animi de’ giuristi l’avidità del denaro che hanno saputo introdurre ed autorizzare mille finzioni per servirsene a deludere le leggi da loro stimate le più salutevoli.
Ma vediamo noi forse che questi vincoli di primogenitura, di fedecommessi operino ciò di che si lusingarono i loro istitutori? Anzi l’esperienza c’insegna il contrario. Basta che uno voglia scialacquare, che non gli mancano pretesti per carpire da’ giudici la licenza d’alienare; e per questi il vincolo non ha servito ad altro che a sottoporlo alla spesa di queste dispense; e così arricchire i curiali che hanno saputo sì bene raggirar le cose, che alla fine da ogni parte e per ogni cosa cola il denaro nelle loro borse. Chi è che non sappia quanto mai queste istituzioni rendano spinosi e pericolosi tutt’i contratti? Sulla buona fede io compro un podere che a’ miei nipoti sarà coll’autorità sacrosanta delle leggi involato da uno che produrrà una rancida carta, un tarlato testamento fatto vari secoli prima, nel quale chi possedeva quel podere ha disposto che non avesse a sortire dalla sua discendenza. Quindi una scambievole universale diffidenza nel contrattare; quindi mille frodi, mille litigi, e l’incertezza in cui uno sempre trovasi di vedersi cacciato dal possesso d’una roba da lui comperata. E queste leggi dirassi che assicurino la proprietà e ’l diritto a ciascun cittadino?
Hanno ben veduto tutti questi disordini que’ antichi curiali, che tanto estesero la giurisdizione de’ fedecommessi e l’incertezza de’ beni. Videro costoro che i fedecommessi sono una perenne sorgente di denaro per se medesimi; che Baldo assicura aver guadagnato nel consultare sulla sola materia delle sostituzioni fedecommessarie quindicimila scudi d’oro; videro che tolti i fedecommessi sarebbe distrutto il dispotico loro impero; che l’incertezza della proprietà assicurava loro grossi salari;[28] che tolti i fedecommessi sarebbero obbligati od a servire colle armi la patria, od a esercitare l’industria nel commercio. Perciò, invece di giudicare in caso di dubbio per la libertà de’ beni, non v’è quasi testamento nel quale essi non arrivino a farvi sviluppare un fedecommesso in virtù d’una stiracchiatissima interpretazione di clausole infinitanti, mente del testatore, particelle d’orazione, avverbi stesi per lo più da un ignorante notaio senza che v’abbia riflettuto il moribondo testatore. Chi s’è qualche poco applicato al noiosissimo studio dell’informe caos della giurisprudenza, e letto que’ seccantissimi autori che il volgo venera come tanti legislatori, avrà veduto i vari sensi che si danno alle espressioni le più chiare e limpide, ed i mezzi di sostenere in ogni cosa il prò ed il contro.
Potrebbesi qui cercare d’onde proceda che i testatori tanto siano inclinati a fondar primogeniture e fedecommessi. Di fatti, poiché la morte spoglia gli uomini di quanto possedono, qual mai è il motivo che gli interessa tanto a voler disporre delle loro sostanze anche per il tempo in cui non esisteranno? A mio avviso questa ne è la cagione. Siccome essi hanno co’ loro stenti accumulate le ricchezze senza goderle, ne invidiano a’ successori il libero godimento, vogliono comandar dopo morte, vogliono che tutto seguiti a servire a’ loro capricci anche molti secoli dopo la loro vita; e poiché non giunsero ad immortalare il loro nome colla virtù che disprezzarono, godono di conservare alcuna memoria di sé ne’ testamenti e nelle intralciate continue sostituzioni d’eredi chiamati alla loro eredità. Ma esprimano pur costoro quanto più sanno chiaramente la loro intenzione, ne manifestino i motivi, aggiunganvi pene a’ trasgressori, che tutto sarà indarno. La dubbia interpretazione a cent’occhi e cento facce offrirà un ampio campo a’ dottori di deludere i ridicoli loro comandi, mostrando di volerli scrupolosamente adempire; sicché nient’altro avranno guadagnato, se non che il loro nome sarà ripetuto negli atti delle cause, stampato nelle allegazioni, deriso da’ savi pensatori e venerato da coloro che fossero vili ed avidi ministri del loro interesse, piuttosto che delle leggi e della giustizia.
Se però alcuno vi fosse, che ciò non ostante stimasse questi mali irreparabili, e piccoli sacrifici e compense di grandi vantaggi, a questi io guarderommi di voler persuadere più oltre, giacché chi non vuol ragionare, né merita, né deve, né puol essere illuminato.
Ho esposto fin ora quale sia il frutto de’ fedecommessi e quanto male dalla loro istituzione avvenga al ben pubblico. Parrebbe conveniente l’aggiungervi que’ rimedi che mi sembrassero opportuni a torre questo disordine.
S’io dovessi parlare ad un filosofo, direi che non vedo come nel patto sociale gli uomini si siano ragionevolmente riservata la podestà di disporre de’ loro effetti dopo la loro morte. Ciascuno, in vigor di questo patto, dev’essere assoluto e certo padrone delle cose sue finché vive, ma alla sua morte dovrebbe lasciar il carico di disporre dell’eredità a provide leggi che regolino le successioni, e le regolino in maniera più chiara e ragionevole che non fanno quelle stabilite ne’ passati tempi, che sempre sono in contraddizione o colla buona morale o con se medesime. Un amico, un parente, al quale vogliasi esser grato, e si può e si deve beneficare intanto che si vive, lasciata la libertà delle donazioni; altrimenti esso non deve saperne buon grado al testatore, il quale non s’è mai voluto privare del suo; ma sì bene la morte deve ringraziarsi, che abbia fatto venire l’unico caso nel quale il morto volesse soddisfare a’ suoi doveri; direi che tolta la libertà del fare testamento, col partaggio continuo delle successioni le fortune de’ cittadini si rimetterebbono sempre nell’eguaglianza; che avremmo pochissimi avvocati, procuratori, sollecitatori, notai ec., ma più negozianti e più agricoltori; che anche i secondogeniti potrebbero ammogliarsi e contribuire onestamente alla popolazione; che il secondogenito non sarebbe per conseguenza la vittima d’un immaginario lustro della famiglia rappresentata dal solo primogenito; che indarno si pensa a togliere gli abusi ed i vizi in una legislazione se non se ne sradica la sorgente; che sembra ridicolo che un uomo comandi quando ha cessato d’esser uomo. Direi che Solone proibì il far testamento, poiché i figli ereditavan de’ loro padri, ed in loro mancanza i fratelli, i nipoti, i parenti possedevan le sostanze del morto; che appresso i primi Romani, più felici benché non ancora conquistatori, tanto era sconosciuto il testamento che quel che voleva lasciare dopo sua morte la roba ad un cittadino cui la legge non l’attribuisse, doveva far un contratto di vendita della sua eredità coll’erede prescelto, qual vendita in principio non fu immaginaria e fittizia, ma vera e reale. Direi col signor di Montesquieu che l’illimitata facoltà di far testamento introdottasi fra i Romani rovinò poco a poco la politica disposizione sopra il partaggio delle terre; che ad essa facoltà dovevasi in massima parte ascrivere la funesta differenza tra la ricchezza e la povertà; che essendosi riunite più porzioni in una sola famiglia, alcuni ebber troppo, ed una infinità d’altri cittadini dovettero menare una vita stentata e precaria; che con ragione il popolo romano, defraudato dall’inalterabile diritto di possedere la sua parte di poderi, continuamente, anche ne’ tempi di Roma frugale, chiese una nuova distribuzione di terre. Direi liberamente che Grozio, Barbeyrac, Buddeo ed altri s’ingannarono quando asserirono essere di diritto naturale la podestà di fare testamento; poiché non può esservi testamento dove non v’è proprietà; e ’l diritto di proprietà esso medesimo è derivato non già dalla legge naturale, ma sì bene dal gius delle genti. Direi che può sussistere una società civile senza diritto di proprietà; che ammesso ancora il diritto di proprietà, non ne deriva che chi coll’autorità delle leggi ha posseduto vivendo, possa comandare dopo che ha cessato d’essere; che i morti non avendo più parte ne’ beni di questo mondo, non è necessario che la proprietà d’un cittadino s’estenda fino ad esiggere in esso la libertà di disporre del fatto suo con testamento. Direi con Bynkershoek che la terra è destinata all’uso degli uomini di tutt’i secoli, e che ciascuna delle generazioni che si succedono le une alle altre deve avere libero il godimento de’ suoi beni; direi francamente che Puffendorf ed i sopra nominati pubblicisti Grozio, ec. ragionano male, asserendo il primo utile, gli altri necessaria la podestà di far testamento, perché i beni dei defunti non siano dilapidati e dirubati dal primo occupante; poiché le leggi, che sono il risultato della pubblica volontà, debbono regolare chiaramente la materia delle successioni. Oserei dire in fine che ha ragionato peggio dei detti dottori il per altro dottissimo Leibnitz quando disse che “per la forza del solo diritto i testamenti non avrebber alcun effetto, se l’anima non fosse immortale; ma siccome i morti vivono ancora effettivamente, restano perciò sempre padroni de’ loro
IL CAFFÈ )( Fogl. XII )(
beni, in maniera che gli eredi ch’essi lasciano debbono essere risguardati come procuratori per un affare che gl’interessa”.[29] Maniera di tirar conseguenze troppo indegna di Leibnitz.
Ma poiché pochi sono que’, che essendosi innalzati sopra i pregiudizi comuni, ed avendo per così dire steso quanto si può l’orizonte delle loro cognizioni, sono rimontati all’origine de’ mali che innondano la società civile, io m’accontenterò di dire che non saranno mai abbastanza lodati que’ saggi legislatori, che scosso il giogo dell’opinione hanno ardito di pensare alla vera felicità de’ loro popoli, che hanno limitati i fedecommessi quanto hanno creduto di poterlo; dirò solo che permessa la libertà di far testamento, ottima cosa sarebbe il proibire qualunque siasi primogenitura, fedecommesso, sostituzione. Dirò che pochissimi sono gli sconcerti che da un tale repentino cangiamento potrebbero nascere; sconcerti che minorerebbonsi, qual ora un avveduto legislatore li prevedesse e li prevenisse; sconcerti che svaniscono in confronto del gran bene che farebbe la legge che vietasse i fedecommessi; sconcerti finalmente necessari ed irreparabili qualora una cattiva legislazione ha lasciato per lungo tempo accrescere gli assurdi, per passare da un cattivo regolamento ad uno che avesse di mira la maggior felicità possibile de’ cittadini distribuita colla maggior egualità possibile.
Con tutto ciò io conosco abbastanza gli uomini, e so talmente fissare il pregio della loro ragione e considerare l’uso che ne hanno sempre fatto, che capisco che queste mie riflessioni debbono parere alla maggior parte d’essi sogni d’un fanatico, idee stravaganti e ridicole, progetti chimerici. Felice me, se non mi s’attribuiranno intenzioni maligne, e se alcun uomo ragionevole, benché sconosciuto o disprezzato, applaudirà segretamente, se non alla giustezza de’ miei ragionamenti, almeno all’amor della umanità che mi ha spinto a pubblicarli. Finirò con Montesquieu: “Je crois que ce petit ouvrage est le plus inutile qui ait jamais été écrit. Quand il s’agit de prouver des choses si claires, on est sûr de ne pas convaincre”.[30]
L. [Alfonso Longo]
Io ho migliore opinione degli uomini di quello che ne ha il mio amico L., e mi lusingo che non sarà tanto piccolo il numero di quei che troveranno sode le ragioni che ci ha addotte, quanto ei se lo immagina. Il male che fanno i fedecommessi è sì frequente e sì palpabile che l’animo degli uomini è già disposto a ragionar bene su questo proposito; coloro che trovano rendita in questo disordine certamente che non gusteranno la ragione; quegl’imbecilli che non ragionano, ma ripetono le declamazioni di quei redituari de’ mali pubblici, anch’essi non saranno del suo parere; ma la massima parte de’ lettori non sarà di queste due classi. In molti Stati d’Europa con nuove leggi s’è già posto freno alla eternità de’ fedecommessi, il che prova che le ragioni del mio amico sono conosciute concludenti.
Veniamo ora ad un altro articolo. Riceviamo diversi avvisi consegnati a Demetrio per ricapitarceli, e siccome la repubblica delle lettere sarà per aggradirli come tendenti tutti a promovere le cognizioni umane, così ne inseriamo alcuni colle risposte che abbiamo ad essi fatte.
[Avvisi ai signori caffettieri]
Avviso primo.
Signori caffettisti.
Nel foglio primo, nella Storia naturale del caffè, vi siete serviti della voce pavimento, e dovevate dire suolo; ve ne do avviso per vostra regola. Il ciel vi salvi.
Risposta.
È vero che nel foglio primo nella Storia naturale del caffè ci siamo serviti della voce pavimento per dinotare il suolo; ne riceviamo l’avviso, e il ciel lo conservi.
Avviso secondo.
Signori del Caffè.
La Storia naturale del caffè è descritta nel Dizionario enciclopedico e nel Savary, onde non è cosa nuova. State sani.
Risposta.
È vero che i due dizionari citati descrivono il caffè colle proprietà che gli assegniamo noi, ma non è colpa nostra se il caffè è sempre la stessa pianta e per Savary e per gli enciclopedisti e per noi. Se tutt’i lettori del nostro foglio avessero letto in prima que’ due dizionari, la descrizione da noi fatta del caffè non sarebbe stata cosa nuova. Stia sano anch’egli.
Avviso terzo.
Signori caffettieri.
Avete detto nella prima pagina del primo foglio la notte è illuminata: sproposito insigne, perché la notte è oscura, non illuminata. Scusate la libertà, e sono ec.
Risposta.
Quando vi siano accese delle buone candele ci pare che la notte possa dirsi illuminata. In avvenire diremo così: era oscurata la notte da moltissime candele. Scusiamo la libertà, e lo lasciamo quale ec.
Avviso quarto.
Signor Demetrio.
Dite ai vostri scrittori che è cosa facilissima lo scrivere come essi fanno, e che li riverisco.
Risposta.
Amico Demetrio.
Dite al vostro corrispondente che ce lo provi scrivendo anch’esso qualche cosarella del suo, e che frattanto gli diamo il buon giorno.
Avviso quinto.
Signori del foglio.
Il discorso sul giuoco del Faraone è tutto preso dalle Ricreazioni matematiche dell’Ozanam, e dall’Accademia de’ giuochi.
Risposta.
Né il signor Ozanam, né l’Accademia de’ giuochi hanno calcolato il Faraone. Ciò non è stato mai fatto che dai due autori citati, Montmort e Moivre, i quali hanno scritto per gli algebristi.
Per consolazione poi di tutti quei che ci trasmettono tanti avvisi, pubblichiamo il seguente
P. [Pietro Verri]
Saggio di legislazione sul pedantesimo
E quando fia che sappiano anche le delicate madamigelle alle loro toillette, e le tenere spose fra i soavi profumi d’un solitario gabinetto, che razza d’uomini furono coloro che vissero ne’ secoli addietro, sicché nominando Epaminonda, Tullo Ostilio, comizi, Campomarzio, centurie, non s’abbia ad interrogare che razza d’animali sono eglino costoro? Ciò non oso dire che accada a’ dì nostri, ma per certo non averrà che quando ci spoglieremo ormai di quell’austero pedantesimo che sparge la melanconia sopra tutte le cognizioni, e che ha fatto delle belle lettere la cosa più sonnifera del mondo. Chi ci vien di questi eruditi ad opprimere con grossi volumi, chi con largamente stemprate dissertazioni, chi con medaglie, iscrizioni, pergamene ci addormenta; in somma la maggior parte vendonci al caro prezzo di eterna noia molte parole e poche cose. Nelle scienze e nelle lettere, in ogni umana cognizione per fine, vi abbisogna ogni sorta di moneta; grande, minuta, d’oro e d’argento, poiché come in uno Stato dalle grosse monete d’oro fa d’uopo discendere sino a quelle di rame o d’argento, acciocché ad ognuno venga facilitato il commercio, onde chi non può spendere la dobbla, spenda il paolo; così pure convien fare nelle scienze. Vi partecipino tutti gli uomini se è possibile, sappia il volgo la decima parte di quello che sa l’uomo illuminato, sappia l’artigiano il triplo del volgo, sappia il mercante più dell’artigiano, sappia per fine ogni vivente qualche cosa di più che mangiare, bere, dormire, sbadigliare e seccare il suo prossimo, le quali doti mirabilmente sono unite per lo più alla vita priva di miserie e di bisogni. Ma che farò io meschino, sepolto in un canto dell’universo, di non altra autorità munito che di quella che somministra la ragione? Pretenderò io forse a questo tavolo, in quest’oscuro gabinetto d’esser legislatore? Pure per quanto piccola cosa io mi sia in questo mondo, non credendomi l’ultimo degli uomini, io scriverò per quegli che mi vengono addietro; e se pur nessun m’ascolta a te io parlo, o Calif mio fido can barbone, che pur sei sì buono e sì ragionevole, senz’astio, senza maldicenza, senza inimicizia del merito; ascolta e dimmi poi se i precetti ch’io propongo non meritano quattro sonetti, cinque madrigali, otto canzoni e due mila pasquinate da quelle penne felici che da Socrate sino al 1764 esercitarono la pazienza degli uomini ragionevoli.
I. Quando taluno avrà la malaugurata voglia di diventar autore, non cominci col dire: Io voglio fare un libro in foglio per esempio sull’Etica, ma bensì dica: Ho varie idee su di questa materia, proviamoci a scriverle più chiaramente e concisamente che si può; venga poi il libro in ottavo, in quarto, in foglio, ciò non importa. Per lo che sia ogni libro proporzionato alla sua materia.
II. Saranno proibite tutte le prefazioni veramente prefazioni, al Leggitor cortese, al benigno Lettore, ad cupidam Iuventutem, e gli avant-propos, avis au public, du Libraire, buona parte delle note e de’ commenti, le tavole degli autori citati, li testimoni intorno all’autore, e simili riempiture che ingrossano inutilmente i volumi, come l’esperienza ci dimostra; e ciò a cagione che non pochi si disgustano della grossezza de’ libri, e misurando da quella la fatica che si deve fare per intenderli, prendono il comodo partito di restar ignoranti.
III. Converrà cominciare le opere dove cominciano le idee chiare e precise, e non al di là di quelle, come fanno coloro che con un lungo proemio (che per esser della vera razza de’ proemi starebbe tanto a capo di un libro di astronomia come di uno di legge), con un lungo proemio, dissi, vi spuntano da lontano e vi si aggirano intorno intorno alla materia di cui imprendono a trattare per tanto tempo che finalmente non vi cadono che alla metà del volume, e poi non hanno rossore di dirvi per entrare come si dice di piè pari in materia, per non istar più sul proemiare, e simili tradimenti.
IV. Chiunque vorrà stampare alcuna sua opera, dovrà sempre aver di mira d’instruire gli uomini, non di affogarli in un mare di erudizione, o di sfoggiare tutte le sue cognizioni a luogo e fuor di luogo, inserendole, se non lo può nel contesto dell’opera, in note, addizioni, rimarche, nota bene e simili cose, che fanno i libri sgraziatamente abbondanti, gonfi piuttosto che pregni d’idee.
V. Dovrassi dalla studiosa gioventù prima d’ogni cosa dar buon ordine alle proprie idee, avvezzarsi a far uso della ragione ed a sentire la verità a preferenza della autorità d’opinione, e poi sarà loro concesso di seriamente occuparsi, se il vogliono, della ortografia e della lingua; ma non mai comincieranno da quest’ultime, atteso che sono sterili facoltà, serve e non padrone de’ nostri pensieri, e che altro produrre non sogliono che miseri pedantelli, o come la Crusca vorrebbe, pedantuzzi, altrettanto vuoti d’ingegno e d’idee quanto gonfi d’accenti gravi, acuti, di apostrofi, interponzioni, raddoppiamenti di vocali, consonanti, e di tante belle bellissime parolette e periodini che non pronunciano mai senza sorridere per una secreta compiacenza, di modo che sono nel medesimo tempo attori e spettatori di se stessi.
VI. Abbandonerassi la ormai ridicola e smascherata impostura d’alcuni gravissimi eruditi, che si arrogano la dignità di primi ministri della storia, delle medaglie, delle antichità, di modo che sembrano avere sempre in corpo una dozzina di Marc’Aureli e di Vespasiani, ed esigano per loro medesimi la venerazione a quegli dovuta; e perché son pieni di storia greca, or credonsi Filippo, ora Amilcare, or Pausania, onde col contegno grave e severo ne sostengano meravigliosamente il decoro. Così pure alcuni mediocri rimatori converrebbe che più non facessero gli occhi sviati e stravolti, il crine o la parrucca rabbuffata, o tenessero gli abiti laceri, sucidi e negletti, affettando così di essere assorti in un estro che non ponno avere; e mill’altri pure converrebbe che si riformassero, i quali per esser un poco ragionevoli affettano una tale negligenza delle umane cose che fa odiare la sapienza istessa ne’ suoi professori, e che fa che il popolo malamente unisca la sacrosanta idea di filosofo a quella di delirante.
VII. Scrivendo in italiano o in altra qualunque lingua non farassi una vana pompa di termini rari e prelibati, facendo in tal modo che la lingua nazionale diventi forestiera, e che abbisogni di traduzione; ma bensì rinunciando a questa misera superbia scriverassi per essere inteso da tutto il mondo, giacché non si deve scrivere o stampare che per far sapere a quanti più si può quello che sappiamo noi.
VIII. Non si chiameranno più superficiali quegli uomini insigni che sapendo la difficil arte di mescolare l’utile al dolce resero comuni e piacevoli le lettere che in prima erano ispide di pedantesimo. Più non si dica che il signor N.N. ne’ suoi saggi della Storia universale è pieno di falsità, senza indicare quali sieno queste falsità, anzi leggendola e rileggendola, ed essendo alla fine debitori ad essa di quel poco che sanno in questa materia, sicché nel medesimo tempo che la biasimano forz’è che se la tengano come un inesausto magazzino di filosofia e di erudizione, che non fu mai sì bene accoppiata colle grazie.
IX. La sapienza non consisterà più nella sola memoria, né più dirassi scire est reminisci, ma bensì scire est ratiocinari. Onde non dovrassi avere per uomo di buon senso colui che sappia molto d’istoria, di erudizione, e molti frontispizi di libri, e molti nomi di re barbari, qualora tali cognizioni non saranno che un inerte deposito nella sua mente, dalle quali nessuna conseguenza ne deduca e nessun ragionamento; poiché la ragione vuol esser signora della mente umana, e nessuna delle umane cose si deve sottrarre al dolce suo impero; onde costoro, che hanno ripieno il capo di una disordinata erudizione, non chiameransi che meri vocabolari della reppublica letteraria. Ma non credino essi per ciò di essere inutili ad ogni cosa, che anzi è giusto il dire che di tali creature ve ne vogliono, come quelle che alla occasione rischiarano la storia e le antichità anche nelle sue miniature, ed allora soltanto meriteranno il nome di soperchiatori, quando passando incautamente gli stretti confini del loro sapere alzeranno orgogliosamente la garrula voce decidendo indiavolatamente d’ogni cosa, ed opprimendo con una facile vittoria a forza di polmoni la modesta gioventù, e sempre parlando e non mai ascoltando crederansi, non so perché, di non potere se non ben ragionare, e che il restante degli uomini non merita di lasciargli terminare un periodo, per sensato ch’egli sia.
X. Taluni hanno fatto della ragione una cosa sì dutile, e maneggievole che credonsi di poterla stirare qual molle cera in ogni parte, per il che non amano la verità per se medesima, ma bensì con ordine inverso cominciano dal supposto, e poi vi addattano le ragioni. Del qual male sono in buona parte cagione quegli institutori della gioventù che insegnano a sostenere a spese della logica, che pur è una sola, qualunque tesi, e che gettano la sterile scienza de’ loro sogni nell’avida turba di più scolari, i quali inaffiati da questa pioggia di sapienza, anzi che diventare pacifici indagatori del vero divengono ostinati e loquaci sostenitori di quanto di buono o di cattivo scrissero ed ascoltarono; ed a ragione disse l’eccellente poeta del Mattino, che fanno nascere avversione agli studi di Pallade
… i queruli recinti
Ove l’arti migliori e le scienze
Cangiate in mostri e in vane orride larve
Fan le capaci volte eccheggiar sempre
Di giovanili strida.
Per il che dovrassi ivi accrescere il numero delle ferie sino a trecento sessanta cinque all’anno.
XI. Sarà proibito il dire che il tavolino ammazza l’uomo, il che non concedo se non nel senso che si dia il tavolino sopra la testa; poiché anzi gli esempi ci provano che gli amatori della vita sedentaria e studiosa vissero lungo tempo, e tali sono, per dirne alcuni che mi cadono sotto alla penna, Platone che visse anni 108, e ne’ moderni il padre Calmet, il signor Giovanni Bernoulli, il cavalier Newton, il signor di Fontenelle ed il signor Lodovico Antonio Muratori, ec., i quali tutti vissero lungamente, benché fossero stati molto al tavolino. Per la qual cosa releghiamo questa frase pedantesca fra di coloro che interrompono i loro studi con frequenti sbadigli, e che ne preparano a’ cortesi Lettori; essi la usino, che hanno ragione, poiché certo la noia indebolisce la complessione, come io lo provo in certi luoghi, più di raro però che posso.
XII. Dovranno in oltre tutti li seguaci della ragione guardarsi bene dall’insultare o deridere personalmente i pedanti, poiché egli è da uomo ragionevole il tolerare gli errori ed i difetti degli animali della nostra specie; onde non sarà permesso che di burlarsi del pedantismo, ma non mai personalmente de’ suoi professori, i quali tutt’al più possono essere compresi nel numero degli uomini che hanno una particolare pazzia, e non è fuor di luogo il credere che fra tante cose curiose che fanno gli uomini, in qualche paese vi sia stato o vi sia un Ospedale de’ Pedanti.
Tali sono le leggi preliminari ad un Codice compito che sta sotto il torchio, e che vedrà la pubblica luce allorquando sarà permesso di dire delle verità senza pericolo delle sassate, che il ciel vi salvi.
A. [Alessandro Verri]
La giusta e discreta doglianza fattaci da alcuno de’ più rispettabili nostri lettori intorno all’incomodo di vedere ne’ nostri fogli interrotto per lo più il senso, terminando il foglio dove la materia non è terminata, ci ha mossi a proccurare in avvenire di fare che ogni foglio, come distintamente si distribuisce, così anche possa far casa da sé. A questo fine occuperemo gli spazi che non bastano a contenere tutto un discorso con alcune riflessioni sopra vari soggetti che si dicono nel nostro caffè, senza cercare d’interporvi quella unione che l’indole loro non comporta; essendo esse nate dal fortuito giro de’ diversi ragionamenti che vi udiamo, e scelte a salti, a misura che ci paion degne d’essere scritte. Eccone frattanto alcune.
Memoriale ad un rispettatissimo nostro maestro
Illustrissimo signore.
Alcuni degli autori del Caffè, umilissimi servitori di V.S. Illustrissima, avendo udito vociferare ch’ella trovi temerario il loro assunto di diventare autori in sì fresca età ed intempestiva la voglia di ragionare (delitto enorme che non si perdona che dopo la morte), e che perciò sia mal contenta che s’ardisca scrivere così un poco ragionevolmente, senza avere acquistato tal diritto con mezzo secolo di laborioso tirocinio; queste, ed altre tali serissime riflessioni avendo essi udite con infinito dispiacere, punti quindi nel più vivo del cuore d’avere incontrata l’alta di lei disapprovazione, chiedono benigno compatimento e promettono a V.S. Illustrissima che mai più non offenderanno d’ora in avanti l’illustrissimo amor proprio della medesima col pretendere che senza la di lei protezione si possa ragionare anche tolerabilmente, e col dare a divedere che basta avere una testa, la quale possa ricevere delle idee, e che tenga due occhi uno di qua e l’altro di là dal suo bravo naso, i quali occhi abbiano la facoltà di vedere gli oggetti almeno alla lontananza di un palmo, leggendo con questi occhi su tanti buoni libri ch’ora vi sono in ogni bottega di libraio, si possa, senza incomodare V.S. Illustrissima, sapere così qualche cosetta. Ma sono molto bene puniti della loro temerità i poveri autori da V.S. Illustrissima, la quale non annuncia il foglio del Caffè senza abissarlo con un censorio sorriso in quella oscurità di cui lo giudica clementissimamente degno.
In tale stato di cose osano pur supplicare V.S. perché si degni di abdicare in grazia de’ supplicanti una minima porzione di quel diritto, che a V.S. compete, per immemorabil possesso, sulle libere menti degli uomini, su’ loro studi, sulle oneste loro occupazioni, ed a rilasciare un tantino dell’alto di lei dominio nel regno della ragione; conciossiaché accordano benissimo i supplicanti che V.S. Illustrissima ha già da molto tempo il monopolio della facoltà ragionatrice, in cui tanto si distingue, ma, se di tanto possono lusingarsi, ella sarà una grazia singolare degna del bel cuore di V.S. Illustrissima il concedere loro almeno a titolo di precario un pocolino di ius a ragionare. È vero, verissimo che taluni de’ sopradetti autori hanno non molta barba sul mento giovanile, hanno i respettivi loro denti in bocca, sono vegeti, sani, robusti grazie al Cielo; è vero che non hanno inondata la repubblica letteraria con una dozzina di volumi in folio; egli è vero altresì che l’età di tutti quanti insieme non eccede di molto un secolo; ma siccome che la ragione sembra che non debba misurarsi dagli anni, poiché loro è stato detto che vi furono a questo mondo de’ grandi uomini di vent’anni e de’ gravissimi buffoni di sessanta, così i supplicanti pregano V.S. Illustrissima a giudicare delle produzioni indipendentemente della loro gioventù. E certo V.S. intenderà benissimo che il sapere dipende e dal primo getto della testa, e dal metodo con cui nella testa s’introducono e si collocano le idee; onde se mai alcune teste, che non fossero le più male organizzate che natura abbia poste fra due spalle, avessero con ordine, scelta ed intensione studiate e meditate le cose di quaggiù, vi sarebbe fra i casi possibili quello che queste tali teste potessero essere ragionevoli benché non per anche calve. In ogni caso sperano i supplicanti di placare co’ loro letterari sudori il ben giusto sdegno di V.S. Illustrissima; e finalmente per ora di null’altro la supplicano se non se di voler accordar loro la superiore protezione che implorano e per giustificazione di loro medesimi, se in avvenire ragioneranno, e per la indennità del buon senso di tanti, i quali hanno sin ora osato leggere con qualche piacere gli scritti loro; che della grazia ec.
[Alessandro Verri]
[La vendetta]
L’uomo è generalmente più sensibile alle ingiurie che non ai beneficii; e la vendetta offre all’animo della maggior parte più stimoli di quel che ne offra la gratitudine: parmi che ciò provenga perché una offesa rare volte è equivoca, e al di contro sovente anche un beneficio non nasce da una sincera benevolenza; quindi è che, generalmente parlando, hai più da temere da un uomo che offendesti di quel che tu abbia a sperare da un uomo da te beneficato.
[Pietro Verri]
[La disattenzione]
Vi sono delle anime tanto sterili, o vogliam dire tanto pigre, che nulla posson fare da loro medesime; sono elleno nella fisica necessità d’aver un libro fralle mani tosto che son sole, e di scorrerlo rapidamente per distraersi dalla noia che sta sempre loro al fianco: tosto che sia chiuso il libro, accade loro quel fenomeno appunto che scorgesi all’aprire di giorno la finestra della stanza in cui fassi vedere la lanterna magica. La tela è bianca quale appunto era da prima, e di tutte le figure e colori diversi che l’hanno successivamente occupata, non ve ne rimane più traccia veruna.
[Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XIII )(
Alcuni pensieri politici
Alla conservazione ed accrescimento della pubblica felicità sono naturalmente indirizzate le sollecitudini d’ogni corpo politico costituito dalla società degli uomini. A questo fine ha egli cinte di mura le città, ha fabbricate fortezze, armate numerose schiere di cittadini e coperto d’infinite navi il mare. Da questo principio ha tratta l’origine il tanto decantato equilibrio del potere fra le nazioni europee, per cui s’intrapresero aleanze ed unioni fra più potenze per la comune difesa, e furono fatti vigorosi sforzi per indebolire le troppo grandi, dalle quali poteano esse per avventura restare oppresse. Vi fu un tempo in cui si credette troppo grande quella nazione che superava le altre nella gloria militare. Gli antichi Greci, da una parte frugali nel vitto e bisognosi di poco, e dall’altra pieni d’entusiasmo per l’onore e per il valore guerriero, credeano di tutto perdere se non sosteneano la superiorità in quest’eroiche virtù; perciò bastava loro d’aver vinto per avvilire la nazione rivale. Di fatti gli storici riguardano le guerre che vicendevolmente si sono fatte le repubbliche greche come guerre d’emulazione piuttosto che di politica. Ciascheduno Stato parve d’aver avuto meno per oggetto una conquista che l’onore d’essere alla testa dell’altro. Introdottosi poi a poco a poco il lusso e nuovi bisogni fra gli uomini, senza che l’equivalente industria gli accompagnasse, si trovò che il possesso di poca terra non bastava a mantenere ciascun individuo, e ch’era ristretta una piccola provincia per nodrire una grande quantità d’abitanti. Un sovrano che fosse stato desideroso d’avere un maggior numero di sudditi era costretto di conquistare una maggior estensione di paese. Quest’estensione, formando proporzionatamente la potenza d’un regno, sembrò all’ambizione dei dominanti necessaria e conveniente, e si procurò da essi coll’arme alla mano.
Intorno al secolo XIII i Fiorentini, i Pisani, gli Amalfitani, i Veneziani ed i Genovesi cominciarono ad adottare una politica diversa per ingrandirsi. Si avvidero che le scienze, la coltura delle terre, l’applicazione alle arti ed all’industria e l’introduzione d’un esteso commercio poteano formare una copiosa popolazione, provedere ad infiniti bisogni, sostenere un gran lusso ed acquistare ricchezze immense, senza una vasta ampliazione di domini, e vi riuscirono con sì felice successo che fecero per la seconda volta rivolgere verso l’Italia lo sguardo di tutto il mondo. L’esempio loro fu ben tosto imitato dai Fiaminghi, dagli Olandesi, dagli Inglesi, dalle città anseatiche e da’ Francesi; ed ora tutta l’Europa addottrinata conviene che da tali principii si dee cavare la potenza dei re e la felicità dei popoli, e sembra inconveniente il ricercare fuori dalle accennate sorgenti la grandezza propria e l’equilibrio dell’altrui. Questa grandezza e quest’equilibrio invano si proccurano nel rapporto della massa delle armate. L’esperienza ha provato mille volte che del pari vi possano essere delle grandi ineguaglianze fra due armate d’un numero eguale di soldati, come si può trovare una certa eguaglianza di altre due armate composte d’un numero ineguale d’uomini. L’abilità del comandante, l’ubbidienza degli ufficiali, la confidenza delle truppe, la libertà d’operare contribuiscono infinitamente alla superiorità d’un partito. L’interesse privato ha sovente indebolite le armi ed oscurata la gloria dei sovrani. Il maresciallo di Biron rispose a suo figliuolo, che gli suggeriva il mezzo di terminare ben presto la guerra: Come? Vuoi tu che in tempo di pace andiamo a Birone a piantar cavoli?
La guerra altro non fa che spargere a rivi il sangue umano, senza ottenere l’intento che si desidera. Le battaglie non sono oramai più decisive. Il comandante prima d’assalire il nemico pensa come possa ritirare le sue truppe, se la sorte dell’armi non lo seconda. Infinite sono le circostanze che nella guerra avvanzano o ritardano i progressi delle imprese militari. La Francia, nella guerra terminata colla pace di Ryswick, resistette non solamente ad una gran parte dell’Europa riunita contro di essa, ma fece ancora delle conquiste in Fiandra, in Germania, in Italia e nella Spagna. Poco tempo dopo ella ebbe a sostenere una seconda guerra contro le stesse nazioni. Erale aleata la Spagna, che avea già avuto contro di lei, e non ostante una differenza così forte, ella fu ridotta alle più disgustose estremità. Nel medesimo tempo la Svezia, attaccata da un nembo di nemici, avrebbe data a questi la legge, se il suo re avesse saputo fare la pace in Sassonia nel momento glorioso in cui l’Europa si tacque avanti questo moderno Alessandro. L’augustissima erede di Carlo VI nel 1741, senz’alleati, senza finanze e senz’altro appoggio che il di lei grand’animo, respinse coraggiosamente una lega formidabile che da ogni parte l’investiva. La guerra ultima ci ha offerti dei risultati ch’era impossibile alla politica di prevedere. Se da due corpi ineguali si tolgono due quantità uguali, essi resteranno ancora ineguali. Ora questo è quello che presentemente arriva in tutte le guerre d’Europa. I due partiti si vuotano d’uomini e di denaro, poi si ritrovano nel fare la pace ai medesimi termini d’onde partirono. Ho inteso a dire che la suddetta pace di Ryswick, fatta nel 1697, era stata offerta nel 1682, che in Francoforte si potea pure sottoscrivere la pace nel 1743 alle stesse condizioni che le potenze belligeranti furono ben contente d’accettare in Aquisgrana nel 1748.
Ancorché si venga coll’armi a fare una conquista, la conservazione di essa e le spese della guerra arrivano per lo più a superarne il valor capitale, onde l’erario, lungi d’aver approfittato, si trova infine d’aver fatto una considerevole perdita, a cui per ordinario va congiunta la rovina degli antichi Stati patrimoniali, ed alcune volte il pericolo ancora della real persona. Alessandro e Cesare hanno distrutti più di due milioni d’uomini. Si sono impadroniti di grandi ricchezze; ma nel sommo della grandezza loro sono periti di morte violenta, ed ambidue non hanno lasciato alle proprie ed alle conquistate nazioni che pene ed orrori. Il re di Francia Luigi XIV, dopo d’aver fatte grandi conquiste, tenne un consiglio dove s’agitò se la di lui persona era sicura in Versaglies. La Svezia è ancora occupata a saldare le ferite fattele dal glorioso suo monarca Carlo XII nel volerla ampliare. La sperienza insegna che la felicità durevole dei Stati è sempre nata dalla pace e dalla moderazione.
Ognuno vede i disordini che seco loro strascinano le guerre; ma come sarà mai possibile l’evitarle? Ogni nazione sente la necessità di difendersi da’ suoi nemici; bisogna pur anche ch’ella ricerchi il modo di debellarli, affinché non prenda più ad essi talento di offenderla; e siccome per un naturale istinto ciascheduno si procaccia in primo luogo la sua che l’altrui felicità, così pare doversi ragionevolmente proccurare le conquiste, se da queste la medesima dipende. Come dunque si otterrà tutto questo senza spargimento di sangue?
Ed il difendersi da’ nemici, e l’opprimerli, ed il fare conquiste è possibile, anzi direi più facile, senza la distruzione del genere umano. Sono gli uomini tacitamente convenuti fra di loro di far consistere le ricchezze nel possesso di molt’oro e di molto argento, perciò i nemici più crudeli d’una nazione sono coloro, che privandola di questi metalli, tentano d’introdurvi la povertà. La povertà è una sola parola, ma non è un sol male. Fu con ragione chiamata dal poeta turpis egestas, e collocata su le soglie dell’Inferno, perché ella sola porta un’infinità di miserie a quei regni de’ quali s’impadronisce. Spopola le città dei buoni cittadini, non vi lascia che i soli mendicanti e malviventi; diminuisce la potenza del principe; oscura lo splendore della corona; avvilisce in modo singolare gli animi, e quello ch’è peggio li sottopone al più sensibile de’ mali, qual è la derisione ed il disprezzo. Nihil habet paupertas durius in se, quam quod ridiculos homines facit. Quest’è l’ombra più nera che le vada addietro, quest’è la pesante catena che si strascini al piede. Se v’è un popolo neghittoso che non sappia provvedere ai propri bisogni, le industriose nazioni accorrono puntualmente, e con una simulata pietà gli presentano tutto ciò che gli è opportuno: gli danno il vitto, il vestito, lo esimono d’ogni fatica, e se lo vedono inclinato al lusso gli pongono in vista mille inezie per fomentarlo ed appagarlo. A questi grandiosi danni si dee sollecitamente por rimedio, e da questi perniciosissimi nemici vigorosamente difenderci colle arme più opportune, che sono le scienze, le arti, l’industria ed il commercio.
La prima diligenza dev’essere rivolta all’agricoltura, la quale è una scienza chiamata da’ più saggi politici il sostegno delle arti, la base del commercio e delle ricchezze. Ella ha tre articoli: il moltiplicare i frutti della terra, il perfezionarli e l’introdurne dei nuovi; e con questi va congiunta la moltiplicazione delle bestie domestiche e la migliorazione della loro specie. La storia naturale, mettendo in palese le produzioni della terra, dell’acque e dell’aria, che fin ora sono restate nascoste, deve unirle alle già cognite, e presentarle alle arti ed all’industria per essere lavorate e perfezionate all’uso universale degli uomini. Saviamente riflette il signor di Cantillon, supposto autore del Saggio sopra la natura del commercio in generale, che la terra dà la materia prima alle ricchezze, ma che il travaglio degli uomini le somministra la forma per cui vengono queste aumentate. Ecco la maniera efficacissima per impedire l’esportazione de’ nobili metalli; ed ecco le armi colle quali una nazione si difende da’ suoi nemici, che la procurano con ogni impegno.
Quindi oso io asserire che non è impossibile di rimediare alla povertà d’uno Stato e di allontanare i nemici che la cagionano.
Polibio dice che tutto si dee porre in opera per opporsi a quella potenza che è troppo grande. Se mai una nazione ha tratta a sé la maggior parte dell’universale commercio, ancorché noi ci fossimo particolarmente sottratti dalla sua tirannide, è nostro interesse, ed anche di tutte le altre nazioni meno commercianti, l’applicarci unitamente ad aumentare fra di noi le reciproche negoziazioni, ed a diminuire il nostro comune rapporto colla prima, affinché un giorno non venga ella ad imporci le catene. Si devono impedire non solo le di lei importazioni nello Stato nostro, ma essendo queste a noi necessarie, si hanno da favorire le importazioni delle altre. In conseguenza di questi principii dovrebbe la Francia preferire il bue d’Ostein e della Prussia a quello d’Irlanda, e qualunque altro tabacco ad esclusione di quello della Virginia. La Spagna potrebbe promuovere il commercio austriaco ne’ suoi Stati a preferenza di quello d’Inghilterra, d’Olanda e d’altri regni molto commercianti. Un popolo debole e di poca ricchezza, generalmente parlando, fa male di somministrare al più forte ed al più ricco le sue materie prime. Queste nazioni piene d’industria le manifatturano, raddoppiano più volte il loro valore, e sostenendo con quest’arte finissima una gran parte della loro popolazione, e facendo guadagni immensi, mantengono costantemente la superiorità.
Se una nazione rifiuta d’ammettere ne’ suoi porti le navi straniere cariche di merci d’un altro paese, tutti gli altri regni non devono mancare di fare lo stesso rispettivamente a quella. Se gli abitanti d’una tale nazione pescano molto, bisogna sempre preferire la compra del pesce degli forastieri che pescano meno. La pesca delle aringhe e del merluzzo contribuisce assai alla superiorità degli Inglesi ed Olandesi sulla Spagna, Portogallo ed Italia; e forse i nostri riti medesimi vi contribuiscono.
Se la supposta nazione invita gli stranieri industriosi e sapienti col presentargli il modo da vivere con qualche comodo, gli altri paesi devono anch’essi adottare questa buona massima, sforzandosi in primo luogo di conservare i nazionali, non già per mezzo di proibizioni sempre mai impotenti in simili casi, ma bensì col rendere loro amabile la patria.
Debellato che sia il più formidabile dei nemici, si può tentare di far delle conquiste. Il più sicuro metodo si è di ridurre le manifatture, portate già alla possibile perfezione, a quel tenue prezzo al quale non possono venderle gli altri, indi ricercare diligentemente la strada di farle penetrare ne’ paesi forastieri per mezzo del commercio e degli opportuni trattati coi principi. Noi Italiani guadagnamo ogni anno una riguardevole somma colla vendita delle nostre sete; ma se di queste sete ne formassimo delle stoffe e dei drappi colla maggior economia di spese, e c’ingegnassimo d’introdurle in Germania, nel Nord ed in America per la scala di Cadice, non è egli vero che triplicaressimo almeno la suddetta somma? I lini venduti informi fanno passare a noi ogni anno anch’essi del denaro; se riducessimo quelli in tele ed in merletti, che maggior somma di denaro non ci acquisterebbero? Ecco in che modo si possono fare importanti conquiste.
La saggia politica insegna che un monarca, il quale accresce la popolazione de’ suoi Stati, che possede un erario abbondante d’oro e d’argento, che fabbrica città e fortezze, che dà sussidi, e che mantiene un numeroso esercito frutto della guerra d’industria, si trova in una situazione da farsi temere, rispettare, amare da’ suoi vicini, e di spaventare ogni genere di nemici. Vide, è vero, Cartagine i Romani alle sue porte, ma non cessò d’essere temuta, ed in questo stesso estremo pericolo si ammirarono dagli agressori le rissorse di questa ricca città. Catone ne fu sorpreso. Pochi anni dopo la battaglia di Zama, dove ella avea tanto perduto, vi osservò una florida gioventù, una quantità d’oro e d’argento, un ammasso prodigioso d’armi, un ricco apparato di guerra, un’ambizione, una confidenza a tutto intraprendere. Ritornato a Roma vi sparse lo spavento, ed in Senato arringò che si distruggesse Cartagine. Cartagine fu distrutta, ma da una potenza cui il mondo intiero non poté resistere.
In ogni caso poi, in cui le antiche guerre siano assolutamente inevitabili, e chi non sa che per essere queste al sommo dispendiose, in qualunque maniera ed in qualunque luogo esse si facciano, bisogna marciare coll’oro alla mano, metallo che altronde non può aversi presentemente che dalla guerra d’industria? Il mantenimento d’una quantità sproporzionata di truppe mercenarie, l’attiraglio immenso delle munizioni, la perfezione della marina, il furore degli assedi, la moltiplicazione delle piazze forti, il lusso degli ufficiali, tutti questi oggetti obbligano ad una spesa enorme. Infine la guerra d’industria in ogni tempo ed in ogni occasione felicita i popoli, rende potenti i dominanti, impedisce le guerre sanguinose, oppure compera la vittoria.
F. [Sebastiano Franci]
La fortuna dei libri
Son pochi dì che un filosofo venne a visitarmi per cercare il mio parere su un libro destinato da esso per pubblicarsi colla stampa. Qual è il fine, gli dissi, amico, per cui volete andare al pubblico, ed aggiungere il vostro nome alla lunga lista degli autori? Dalla vostra risposta sceglierò la misura con cui stimare il merito dell’opera vostra. Io voglio, mi rispose il filosofo, farmi un nome presso agli uomini miei contemporanei, col mezzo del quale procurarmi la loro considerazione, che contribuisca al mio ben essere. La impresa è difficile, risposi io, e voi saprete meglio di me quanta parte abbia il capriccio della fortuna nell’accreditare un autore, o nel lasciarlo nell’angolo polveroso d’una stamperia esposto alle tignuole ed alle maledizioni dello stampatore; pure leggete, poiché volete il parer mio ve lo darò schiettamente. Allora il filosofo cominciò così:
La politica sacrifica molte miliaia di vittime umane per disotterrare sino negli antipodi nuove rappresentazioni di valore, né altro effetto produce che quello di renderne l’uso più incomodo. Si cercano a dilatare i confini, né si riflette che la circonferenza è alla massa come il quadrato alla radice. Non v’è armata che non si abbandoni alla fuga prima che la decima parte sia estinta; l’abito men fatto alla guerra è quello del soldato. Gli editti di alcuni sovrani di Costantinopoli su alcuni casi particolari, il parere di alcuni privati Romani o di altri oscuri curiali, purché sieno morti, regolano la vita e le fortune.
L’amor del ben essere, più forte di quello della stessa esistenza, dovrebbe servire nel morale come nella meccanica la gravità. Guai alla umanità se si eseguissero alcune teoriche dal volgo rispettate! I geni e il volgo s’assomigliano più che i mediocri fra di loro, e l’uomo… Basta così, amico, gli dissi, il vostro libro non vale un zero. Quest’opera o non sarà intesa o lo sarà malamente, e consegnandola al pubblico non avrete il vostro intento: almeno vent’anni opere sì fatte devono languire sconosciute, e devono passare per la trafila dell’indolenza e del ridicolo per lo meno. Avete voi vocazione di passarvi? No davvero, rispose il filosofo. Ebbene, datemi adunque, mi disse, il parer vostro su un’altr’opera che ho in mente, poiché autore voglio essere, e autore applaudito.
Primieramente, continuò il filosofo, il titolo del libro sarà La cucina politica. Proverò al principio che gli avvenimenti politici dipendono dagli uomini che gli trattano, cosa che nessuno potrà negarmi. Passerò in seguito a dimostrare che gli uomini in gran parte dipendono dal loro attual umore, ossia dallo stato attuale del loro animo or vigoroso e intraprendente, ora debole e timido; e confermerò con molti fatti storici la variabilità di quest’umore, per cui molti eroi in alcuni punti della lor vita sono stati uomini, e uomini meno che mediocri. L’umore farò poscia vedere come dipenda dallo stato della nostra digestione, e la nostra digestione dalla natura de’ cibi che ci alimentano; e qui avrò campo di parlar molto di anatomia e di fisica, coll’aiuto delle quali proverò il mio assunto.
Da questi principii ne nasce dunque che la massima influenza negli affari parte dalla cucina, e che da essa si spediscono come da prima origine le più importanti decisioni. Questo sarà il soggetto della prima parte.
Nella seconda parlerò dei metodi di riformare la cucina e rettificarla secondo le sane viste della politica; e primieramente di destinare il cuoco ad ogni persona che interessi il ben essere degli uomini a quest’oggetto importante, colle istruzioni secrete ora di abbondare, ora di scemare le droghe a misura che d’attività o di ponderazione fa d’uopo; passerò poi ad un’analisi chimica delle particolarità di esse droghe, delle erbe, delle diverse carni, e tutti in somma i materiali di cucina, e della influenza loro particolare a ciascuna sul nostro stomaco, e tutto ciò fondato sulle più esatte sperienze. Finalmente concluderò la mia opera con una compiuta serie di vivande, atte ciascuna a svegliare passioni differenti; con che sarà perfetto il mio trattato. E bene, che ve ne pare?, soggiunse il filosofo
Ottimo, risposi io; il vostro libro è d’una idea tutto nuova, a portata d’ognuno, e dovrebbe piacere. Gli uomini amano più chi li diverte che chi gl’instruisce, poiché sentono il male della noia continuamente, e rare volte il male dell’errore. Il filosofo ha approvato il mio parere. Ebbene, disse, conviene esser frivolo per principio, siamolo di buona grazia. La verità più grande di tutte è che convien cercare onestamente la propria felicità.
Così finì la conversazione, onde fra pochi giorni comincierà la bell’opera, e fra un anno al più ve la prometto pubblicata.
P. [Pietro Verri]
La bugia
La falsità è un vizio che punisce chi lo possiede: chi passa per bugiardo ha perduta la fede, e con essa tutti i vantaggi che ne risultano dalla fidanza che hanno gli altri in noi; questo vizio allontana gli uomini fra loro, li fa diffidenti, onde s’oppone a quella bontà di cuore che è l’anima della società. L’uomo vero si rende interiormente conto delle sue azioni, ed ha in ogni tempo la soddisfazione di ritrovarsi irreprensibile agli occhi d’ognuno, e da qui nasce quella forza d’animo, e quella modesta franchezza che è dipinta sul volto di coloro che hanno il cuore sulle labbra.
V’è un’altra sorta di falsità, ed è quella per la quale taluno non lascia traspirare i sentimenti suoi, e sta sempre in guardia che alcuno non possa conoscere quale egli è. Questa qualità talvolta è un’estrema moderazione; ma bene spesso quegli che fanno tanto mistero de’ loro pensieri non meritano d’essere conosciuti. La falsità è l’appanaggio delle nazioni deboli, e tali erano i Greci, e tali erano gl’Italiani quando queste nazioni ebbero perduta l’antica loro forza. La piccola cabala, l’astuzia, e con essa gli enormi delitti del veneficio, de’ tradimenti, non si veggono nelle grandi nazioni, dove regna per lo più uno spirito di libera bontà. Piccoli e brevi vediamo esser i vantaggi della falsità; e grandi e stabili quelli che produce all’uomo la grandezza e simplicità di cuore. La buona fede è indispensabile in tutte le nostre azioni, perché ogni volta che vi manchiamo, ci facciamo molti inimici, che ci possono far pentire d’essere stati falsi. Il commercio, i depositi, gl’imprestiti e tutti i contratti in somma prendono anima e sicurezza dalla buona fede. Le leggi umane hanno veduta la necessità di punire gli uomini falsi, e dove v’è una legge penale non è utile al certo l’esser falso. Ma se parliamo ancora di quella falsità che dalle leggi non è punita, com’è l’esser bugiardo, vedremo che il disprezzo e la fuga de’ concittadini sono venute in sussidio alla mancanza delle leggi positive; quindi vediamo esser il bugiardo screditato su i teatri colle pubbliche beffe, ed applaudire estremamente gli spettatori all’avvilimento ed alla confusione del mendace.
A. [Alessandro Verri]
L’ingratitudine
L’uomo ingrato non può essere beneficato più volte, perché la gratitudine è ricompensa de’ beneficii, e senza sperare questa ricompensa è difficile che ci potiamo risolvere ad esser benefici. Intende adunque male i suoi veri interessi chi corrisponde a’ beneficii coll’ingratitudine. Tolta questa mutua comunicazione di beneficii e di gratitudine, è tolto ogni adito ad una vera amicizia, e così è annichilato il vero spirito di società, che consiste nell’amicizia; quindi l’ingrato è un uomo diviso dagli altri, e che non può provare l’utilità de’ beneficii e la dolcezza degli amici; egli ha sagrificato per un presente guadagno il diritto di godere più volte gli altrui benefizi in avvenire.
A. [Alessandro Verri]
[Il secreto]
Colui che rivela un secreto confidatogli, perde la propria reputazione; colui che rivela un secreto proprio, per lo più s’espone a gran rischio. L’uomo saggio non manifesta un secreto che allor quando v’è un’onesta utilità nel farlo: scieglie allora per depositario un uomo d’una conosciuta probità, e gli apre il suo cuore in tal guisa che si distingue ch’egli lo fa per ragione e discernimento, non mai per debolezza o impazienza di contenere un secreto. Non affidare mai la metà d’un secreto, la metà è sempre o troppo o troppo poco. Quando il prurito di parlare ti prende, cercati una distrazione al momento; il periodo di questo prurito è corto, e sarai liberato dal pericolo.
[Pietro Verri]
[I filosofi]
I cani di villa al menomo romore abbaiano, i cani di città lasciano rottolare e carri e carrozze senza abbaiare: mi pare che questa sia la differenza appunto che distingue i veri dai falsi filosofi.
[Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XIV )(
Ci è stata diretta la seguente scrittura con questa breve lettera.
Amici miei.
Vi ringrazio perché abbiate posto ne’ vostri fogli i miei Elementi del commercio; e siccome quello che ho accennato ivi a pag. 22 sul lusso merita qualche considerazione, così ve ne ho fatte, e le abbandono a voi.
Filantropo
Considerazioni sul lusso
… quid enim ratione timemus
Aut cupimus?
Juvenal. Saty. X
Quando io dico lusso, non intendo già di dinotare qualunque cosa di cui gli uomini faccian uso, senza di cui per altro potrebbero vivere: il secolo in cui siamo e la molle educazione che ci fu data non ci lasciano le severe idee dell’antica frugalità degli Spartani; perciò per lusso intendo ogni cosa realmente inutile ai bisogni e comodi della vita, di cui gli uomini facciano uso per fasto, ovvero per semplice opinione.
Nemmeno qui prendo a scrivere del lusso per la relazione ch’egli ha con un uomo o con una famiglia, ma per la relazione ch’egli ha colla intera nazione. Il lusso è un vizio contro cui declamano a ragione i sacri oratori; il lusso rovina molti patrimoni: ma ogni vizio morale non è un vizio politico, come ogni vizio politico non è un vizio morale.
Suppongo primieramente una nazione, a cui la terra somministri appena il necessario fisico per nodrirsi e difendersi dalle stagioni: gli abitanti di essa non conosceranno il lusso, poiché nessuno vorrà mai spogliarsi del necessario fisico per acquistare un bene di opinione.
Suppongo in secondo luogo che nella nazione medesima, perfezionandosi l’agricoltura, ognuno degli abitanti venga a ricevere, oltre il necessario fisico, una porzione di superfluo: gli abitanti cercheranno di vendere alle nazioni vicine quel superfluo, e con esso procureransi nuovi comodi della vita; e sintanto che i fondi resteranno egualmente divisi fra i nazionali, siccome chiunque cercasse di distinguersi col fasto della profusione si vedrebbe disprezzato e schernito da’ suoi cittadini, e terminerebbe in breve colla totale rovina, così in quella nazione non si conoscerà il lusso.
Dovunque vedesi lusso vi è del superfluo, e vi è sproporzionata divisione di ricchezze. Or ora parleremo di questi due oggetti; ma stabiliamo in prima:
Se il lusso ha per oggetto le manifatture nazionali, è cosa evidente che il restringerlo altro effetto non potrà produrre che quello di togliere il pane agli artigiani che campano sulle manifatture, desolare cittadini industriosi e utili, obbligarli ad abbandonare la patria, dare in somma un colpo crudele e funesto a molti membri della nazione, che hanno diritto alla protezione delle leggi, e alla nazione stessa spogliandola d’un numero di nazionali, diminuendosi il quale scema la vera sua robustezza.
Né credasi di ritenere i maltrattati artigiani con rigorosi proclami; poiché la sperienza c’insegna che leggi tali altro effetto non producono che la creazione arbitraria di nuovi delitti; né la custodia de’ confini può essere sì esatta, né sì facile il punire una trasgressione che non si può commettere che fuori della giurisdizione del legislatore, a meno di non sovvertire tutto l’ordine delle cose pareggiando l’intenzione ai delitti, e coll’imolare poche sventurate vittime, accellerare la partenza di molti.
Poiché dunque il lusso che ha per oggetto le manifatture interne non può proibirsi senza discapito della nazione, ritorniamo a ragionare sul lusso che ha per oggetto le manifatture straniere, quello cioè che suppone un superfluo nella nazione ed una sproporzionata distribuzione delle ricchezze ne’ nazionali.
È male che il superfluo d’una nazione esca per pagare gli artigiani forestieri del lusso: sarebbe bene che altrettanti artigiani si stabilissero nella nazione: così crescerebbesi la popolazione e non uscirebbe il denaro; ma è un male ancora più grande il diminuire il superfluo della nazione.
Principio universale si è questo, che là dove la principal sorgente della ricchezza nazionale venga dai prodotti dell’agricoltura, ogni legge che limiti l’arbitrio di convertire il denaro in un dato genere di merci s’oppone alla prosperità dell’agricoltura medesima; poiché i terrieri pungono i coltivatori per avere il superfluo, perché il superfluo può cambiarsi in denaro, e perciò amano il denaro perché con ciò possono proccurarsi l’adempimento d’infiniti desideri.
Se la nazione impiega il suo superfluo nella compera delle manifatture di lusso d’un dato paese, tosto che sia a lei vietato di procurarsi quelle manifatture, il superfluo non serve più a quell’uso che lo rendeva più caro alla nazione: dunque la nazione cercherà con tanta minore sollecitudine il superfluo quanta era l’avidità con cui prima cercava la manifattura; e gli animi cadendo in una indolente indifferenza, l’inazione e l’inerzia per una facilissima discesa si stenderanno sulla faccia del terreno medesimo, e v’imprimeranno la naturale loro infecondità.
Non si dà azione senza moto, non si dà moto senza un principio impellente. La proposizione è vera egualmente e nelle cose fisiche e nelle politiche: qualunque passione che scuota l’animo de’ cittadini e gli allontani da quel mortal languore che è l’ultimo periodo che precede l’annientamento delle nazioni; qualunque passione, dico, è buona agli occhi d’un politico, né puossi togliere alla nazione senza danno, a meno di non sostituirvene un’altra. Ora la vanità de’ terrieri, spingendoli al lusso, è quella stessa che serve d’uno sprone e stimolo incessante a tener risvegliata l’industria de’ coltivatori, e far sì che non risparmiano né cura, né cautela, né fatica per ampliare il prodotto della nazionale agricoltura. Che se con una legge sontuaria si spenga la vanità de’ terrieri, né uscirà il superfluo, né vi sarà più nella nazione; onde, in vece di accrescere la ricchezza nazionale, si sarà scemata l’agricoltura, che è la vera sorgente della ricchezza nazionale medesima.
Abbiamo accennato dissopra come il lusso supponga le ricchezze sparse disegualmente fra i nazionali, e giova per poco ch’io riascenda ai principii delle cose per presentare le idee con metodo e con chiarezza. Il fine per cui gli uomini hanno stabilita nelle società la forma de’ differenti governi, il fine per cui concorrono attualmente a conservarla, è certamente la propria felicità; d’onde ne nasce che il fine di ogni legislazione non può allontanarsi dalla pubblica felicità senza una violenta corruzione de’ principii d’onde emana la forza legislatrice medesima; e la pubblica felicità significa la maggiore felicità possibile divisa sul maggior numero possibile. Se dunque le ricchezze e i poderi sono un bene, il primo fra tutti gli umani diritti vuole che le ricchezze e i poderi sieno divisi sul maggior numero possibile de’ nazionali. L’anno giubilaico presso gl’Israeliti e la legge agraria de’ Romani erano una immediata emanazione di questi luminosi principii.
Ella è pure cosa per sé chiara che dovunque le vaste possessioni sieno ragruppate in una sola mano, l’opulento padrone minore attività adopera per accrescere il prodotto di esse di quello che non lo facciano i molti, che dovendo coltivare un piccolo patrimonio hanno una incessante occupazione di non trascurarne i minimi prodotti: quindi il totale della raccolta è sempre più abbondante quanto sono più ripartite le possessioni; ed in conseguenza quanto più sono ripartite le possessioni tanto più s’accresce la vera e reale ricchezza d’uno Stato.
Da ciò ne segue che se il lusso nasce, come abbiam detto, dalla ineguale ripartizione de’ beni, e se l’ineguale ripartizione de’ beni è contraria alla prosperità d’una nazione, il lusso medesimo sarà un bene politico, in quanto che dissipando i pingui patrimoni torna a dividerli, a ripartirli e ad accostarsi alla meno sproporzionata divisione de’ beni. Il lusso è dunque un rimedio al male medesimo che lo ha fatto nascere, poiché l’ambizione de’ ricchi che profondono serve di esca ai vogliosi d’arricchirsi, e i denari ammassati, come una fecondatrice rugiada, ricadono su i poveri ma industriosi cittadini; e laddove la rapina o l’industria li sottrassero alla circolazione, il lusso e la spensieratezza loro li restituiscono. Coloro dunque che credono pernicioso il lusso ad uno Stato, perché rovina le famiglie potenti, errano in ciò, che trasportano sul rostro del legislatore le idee domestiche, le quali in quell’altezza dovrebbero scomparire in riverenza delle grandi mire politiche e universali del ben essere di tutti.
Ho detto che l’anno giubilaico e la legge agraria traevano la loro origine dalla natura medesima della umana società; ma non perciò ho detto che sieno elleno stabilimenti buoni e degni d’adottarsi nel caso in cui si trova l’Europa presentemente. Lo spirito della teocrazia de’ Giudei era di distaccarli dal commercio di tutti gli altri popoli: l’aspetto dell’Arca e la possente voce de’ profeti erano spinte fortissime, che da loro sole mettevano in azione quegli uomini. Lo spirito de’ Romani era repubblicano, religioso e guerriero, non già commerciante, onde l’amor della patria, la decisione degli aruspici e la gloria marziale scuotevano sì fattamente quegli uomini alle grandi azioni che d’altri motivi non avevano bisogno. Gli uomini presentemente in Europa trovansi divisi bensì in diverse provincie e sotto diversi governi; ma vivendo tutti sotto una mansueta religione di pace, con usi, costumi e opinioni poco dissimili, formano piuttosto diverse famiglie d’uno Stato che nazioni diverse: un incessante reciproco commercio le unisce; la stampa, i fogli pubblici, i ministri che vicendevolmente risiedono alle corti, i lumi finalmente che ogni giorno più vanno allontanando gli uomini dall’antica ferocia, rendono sempre più importante l’industria come il solo mobile che rimane perché gli animi degl’intorpiditi Europei non cadino in quel mortale letargo che insterilisce e spopola le provincie. Quindi perché l’industria si tenga in moto necessaria è la speranza d’arricchirsi, e in conseguenza è necessario che i patrimoni de’ ricchi spensierati siano un punto di vista agli occhi de’ poveri industriosi, in guisa che, colla speranza d’impossessarsene, lavorino, inventino, perfezionino le arti e i mestieri, e mantenghino nella nazione quel moto che nodrisce, ravviva e rinvigorisce i corpi politici. Quando tutti i beni sono commerciabili, tutti i beni restano esposti in premio della industria; e quanto più beni si sottraggono al commercio e fansi ristagnare separati dalla circolazione, tanto minori incentivi rimangono all’industria.
Qualora dunque ci sforziamo di eternizzare i beni accumulati in alcune famiglie, formiamo un progetto direttamente contrario alla ragione ed alla pubblica utilità, e tentiamo con impotente violenza di distornare il corso della natura delle cose medesime, la quale incontrando gli argini inavvedutamente opposti, freme, s’innalza e squarcia d’ogn’intorno, sintanto che superati gli ostacoli torna al placido e maestoso suo corso. Quindi, malgrado le leggi, rarissime sono le famiglie che possino vantare sei generazioni d’una sostenuta opulenza.
Chiunque s’attenga alle semplici lamentazioni d’alcuni storici romani, attribuisce la caduta di quella terribile nazione al lusso tanto detestato da que’ scrittori: ma noi sappiamo che il genio di quella nazione fu sempre d’ingrandirsi coll’armi, non già di fare l’industriosa guerra col commercio; sappiamo che ivi le arti e i mestieri non erano professioni di uomini ingenui, ma soltanto de’ servi;[31] sappiamo che il regolamento della economia politica romana era tanto lontano dalla vera legislazione che frequentissime erano in Roma le carestie; né v’è maraviglia, sapendo noi tutto questo, che trovinsi gli scrittori imbevuti di quegli errori che erano comuni alla loro nazione.
La potenza e la vera grandezza di Roma è cominciata appunto dopo che il lusso vi si vide introdotto, cioè colla distruzione dell’emula Cartagine, qualunque sieno state le mutazioni interne del governo di Roma. La intera Francia, l’Inghilterra, la Germania sino all’Elba si sottomisero a Roma mentre vi regnava il lusso; e l’intera costa dell’Affrica e le vaste provincie nell’Asia Minore e il valoroso Mitridate non furono vinti che dai Romani nati fra ’l lusso. Quattro secoli trascorsero prima che Roma immersa nel lusso perdesse o del suo credito, o della sua forza, o de’ suoi Stati; che se poi anche Roma piegò alle leggi universali ed ebbe il suo fine come il suo principio, non è mio instituto il riferirne le ragioni, che ha sì bene illustrate l’immortale signor Carlo Secondat. A me basta l’aver provato che il lusso non è stato cagione della rovina de’ Romani.
Che se anche il lusso fosse stato cagione del deperimento della Repubblica, e dello stabilimento del principato, ciò proverebbe l’incompatibilità del lusso col sistema repubblicano, non già coi sistemi degli Stati soggetti a un solo. Il principio delle repubbliche è l’uguaglianza, togliendosi la quale e condensandosi le ricchezze in mano di pochi si apre la strada alla tirannia; quindi il lusso è odioso alle repubbliche, poiché egli è un indizio che le ricchezze sono troppo disugualmente ripartite, e in conseguenza sovvertito il principio stesso del governo. E come la speranza di distinguersi col lusso è un fortissimo incentivo per ammassare le ricchezze, così i saggi legislatori delle repubbliche hanno costantemente proibito il lusso, e preferiscono e proteggono talvolta il giuoco anche più rovinoso, malgrado i disordini che strascina seco, per avere un mezzo discioglitore de’ pingui patrimoni al pari del lusso, il quale però seco non istrascini la pericolosa distinzione nell’esterna comparsa.
Ma il principio degli Stati governati da un solo è la disuguaglianza, poiché si pone la massima disuguaglianza possibile fra un uomo e un altro chiamandone uno sovrano e l’altro suddito; e come questa diversità da uomo a uomo non è fondata su una diversità fisica, ma soltanto sulla base dell’opinione, quindi la splendidezza e la magnificenza hanno lor sede nelle corti o de’ monarchi o de’ loro rappresentanti; e gli uomini, naturalmente spinti a invidiare e pareggiare quei che credono più felici di essi, cercano d’imitarli con altrettanta splendidezza e magnificenza, a misura de’ mezzi che sono in loro potere: così dal sovrano all’ultimo della plebe stendesi quella catena che comincia dall’eccesso del superfluo e per molti gradi termina ai puri fisici bisogni.
Da questi principii, chiari per sé, ma che però non si presentano alle menti degli uomini senza la contenziosa meditazione sulla natura de’ governi, ha tratta il signore di Montesquieu la teorica che si legge nel libro ventesimo, al capo quarto: Le commerce a du rapport avec la constitution. Dans le gouvernement d’un seul il est fondé sur le luxe, et son objet unique est de procurer à la nation qui le fait tout ce qui peut servir à son orgueil, à ses delices et à ses fantaisies. Dans le gouvernement de plusieurs, il est ordinairement fondé sur l’économie.
Quanti accreditati scrittori hanno illustrata in questo secolo e presso le più colte nazioni l’economia politica sono in una universale conformità di parere intorno la felice influenza che ha il lusso ne’ paesi soggetti a un monarca. Le opere di David Hume, del barone di Bielfeld, del signore di Fortbonnais, del signore di Melon, tutte parlano un uniforme linguaggio in favore del lusso. Veggasi la bell’opera che ha per titolo Recherches et considerations sur les finances de France, tom. I, pag. 101; ivi si vede che un secolo fa in Francia v’erano tuttora que’ pregiudizi d’opinione, che facevano credere un male il lusso; così ivi: On étoit persuadé que le royaume s’épuisot par les denrées du luxe qui lui fornissoient ses voisins. On crut y remedier par des loix somptuaires qui acheverent d’écraser nos manufactures. E di quei tempi appunto parlando, il signor Mirabeau nella Teoria del tributo così si spiega a pag. 191: On a quelquefois voulu taxer le luxe sous le pretexte du rétablissement du bon ordre et de la modestie. Les loix somptuaires ne valent rien. Il rispettabile autore dell’Essai politique sur le commerce, al capo IX, pag. 105 , così parla: Le luxe, l’objet de tant de vagues déclamations, qui partent moins d’une saine connoissance ou d’une sévérité de moeurs, que d’un esprit chagrin et envieux… In somma dovrei trascrivere intere pagine se volessi qui riferire le innumerabili autorità de’ scrittori economici più rispettabili, tutte conformi in favore del lusso. La ragione ci prova l’utilità e la necessità del lusso; l’autorità si unisce alla ragione, e la sperienza c’insegna che le virtù sociabili, l’umanità, la dolcezza, la perfezione delle arti, lo splendore delle nazioni, la coltura degl’ingegni sono sempre andate crescendo col lusso; quindi i secoli veramente colti sono stati i secoli del maggior lusso, e per lo contrario i secoli più frugali e parchi sono stati quei ferrei secoli ne’ quali le passioni feroci degli uomini fecero lordar la terra di sangue umano, e sparsero la diffidenza, l’assassinio e il veleno nelle società divenute covili d’infelici selvaggi.
P. [Pietro Verri]
Conversazione tenutasi nel caffè
Filone è un uomo che ride poco, ascolta molto, né parla prima di avere pensato; e per questo l’altro giorno nel caffè, avendo udite molte corbellerie del signor Cristoforo a ventre gallonato, né rise, né parlò prima di avere pensato. Questo eterno chiacchierone parlò delle corti, della politica, della tattica, della marina, della matematica, della fisica, dell’astronomia, della storia; oh Cielo! di che non parlò egli? Qual parte delle scienze o delle cose non fu saccheggiata da questo implacabile declamatore? Dove mai non giunse il suo disragionare? E tutto ciò, lettori cortesi, tutto ciò, vedete, ritto su’ suoi piedi come un obelisco, gesticolando e serpeggiando con due gran braccioni in ogni verso, facendo ne’ punti più brocardici passeggiare la parrucca sul capo; e quello che mi pesava più si era un gran dito indice che mi si accostava dritto dritto ora ad un occhio, ora ad un altro, oltre le frequenti percosse del ritondetto suo ventre che mi veniva ad urtare di fronte; chi potrebbe in somma dire quanto egli in questa eterna sua declamazione si compiacque di se stesso ed annoiò eruditamente tutta la compagnia! Filone, che se ne stava in un canto della bottega tranquillamente bevendo il caffè, avrebbe al certo potuto ragionare meglio di lui, perché, come v’ho detto, pensa prima e poi parla; avrebbe potuto far vedere al signor Cristoforo ch’era un animale benché implume; avrebbe potuto far la revista a tante cose ch’egli andava vomitando una dopo l’altra come un torrente di paralogismi e di confusione. Ma come poteva il povero Filone star a fronte colla debil arma della ragione con colui, ch’era fornito di due potentissimi polmoni vincitori d’ogni buon senso? Cominciava Cristoforo: Ah, che mi dite voi del signor di V…, levategli un poco di poesia e di grazia nello scrivere, che ci rimane mai? E poi quella sua storia è piena di fatti falsi… Interrompeva rispettosamente Filone: Ma signore, ne sapreste voi marcare alcuno di questi fatti falsi? Eh, gli diceva Cristoforo, che? Volete ch’io vi faccia qui una dissertazione? Non la sarebbe mai più finita, e poi la storia, vedete, non si può mica scrivere così leggiermente; bisognava trattare più a lungo e con più esatto dettaglio de’ costumi, delle arti e delle scienze; eh, vi vuol altro che sapere così un poco di storia e riunirla a pezzi separati; eh, che non v’è stato ancora alcuno che abbia scritta la storia come va; poiché è difficilissimo, vedete, figliuol caro, di cogliere lo spirito de’ tempi; perché, vedete, per me sono sempre stato di quel parere che lo studio della storia è un mare magnum, e disse pur bene Cicerone ch’ella è magistra vitae, ma di queste storie, che siano maestre della vita, non ne abbiamo ancor vedute, se ne eccettuate Livio; oh, Livio veramente è un grand’uomo; nessuno, nessuno, vedete, è arrivato a scrivere così filosoficamente la storia; perché mi fanno ridere, vedete, questi moderni, che prendono le cose così dalla superficie; fondo vi vuol essere, fondo… Di grazia, dicea Filone, anzi mi pare che questi ultimi secoli abbiano prodotti eccellenti storici; per esempio, dove troverassi negli antichi una storia del presidente de Tou; un libro come la Decadenza e grandezza dell’Impero romano del signor di Secondat; un’istoria delle case di Tudor e Stuard come quella del signor Hume; un’istoria delle scienze, arti e leggi, attribuita al signor di Gouguet; un’Istoria universale come quella ultimamente compilata da una società di letterati… Eh sì, so cosa volete dire, dicea quell’altro, le ho scorse queste storie; ma, vedete, non hanno un certo giudizio, so ben io,… un certo non so che,… una certa scelta,… e poi erano ben diversi gli antichi; gli antichi, vedete, impiegavano tutta la loro vita a fare un libro; e adesso il fare un libro è come piantare un cavolo; eh, tutto va a impostura, belle parole, bei periodi, un’aria di novità e di brio, e tutto è finito; ecco un perfetto autore; eccolo acclamato da tutta l’Europa, quasi che… Veramente trovate voi, signor Cristoforo, rispondea discretamente Filone, che i nostri moderni meritino tutti questi epiteti che voi prodigamente loro date? Ah sì, disse Cristoforo, voi avete letto quel libro francese di un certo signor Perault, panegirista de’ moderni in paragone degli antichi; ah sì sì, voi altri giovinotti lodate sempre il tempo presente… E forse troppo i vecchi il passato, disse Filone. Tutto bene, replicò Cristoforo, ma bisognerebbe leggere un poco di Senofonte, un poco di Senofonte, vedete, val più che tutti i libri moderni. Veramente l’ho letto, riprendea Filone… Eh sì sì, l’avete letto, ma la traduzione, non è vero? Eh, bisognerebbe vedere l’originale, perché, vedete, v’è una gran differenza fra l’originale e le traduzioni; oh, non vi ha che fare nulla, nulla affatto, leggete l’originale. L’originale, dicea Filone, l’ho letto ed inteso, il greco non m’è ignoto. Ah! come, voi sapete di greco?, riprese Cristoforo aprendo tanto di occhi verso di lui. Signor sì, disse Filone. E poi vinto dalla noia, per ormai tagliare questo discorso: Gran buon caffè che è questo, disse egli… Ah! a proposito di caffè, avete veduto un certo foglio che ha per titolo Il Caffè? Il Caffè, vedete che titolo sguaiato! Il Caffè ad un foglio! Eh, disse Filone, quando che contenga delle cose buone gli perdonerei il titolo, anzi mi pare un titolo senza impostura… Oh, per impostura vi assicuro poi io che la v’è tutta, tutto è tolto di qua e di là… Gran buon caffè che è questo, disse Filone… Sono vari pezzi cuciti assieme, ma stiamo male di lingua… Gran buon caffè che è questo!, disse Filone. E di ortografia poi! oh Cielo, fa nausea… Gran buon caffè, signor Cristoforo, disse ancora Filone; ma il signor Cristoforo non intendea nulla, parlò e declamò ancor per un’ora, sinché, usciti tutti quanti per la noia dalla bottega, egli disse il restante a Demetrio, il quale stette ammalato per tre giorni di febbre, tanta fu la noia che lo oppresse. Or mi direte voi, chi è questo Cristoforo, e chi è questo Filone? Questo è quello che non vi voglio dire.
A. [Alessandro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XV )(
Le delizie della villa
Secura quies et nescia fallere vita.
Ho ricevuta la lettera seguente, la quale forse non sarà discara a’ nostri lettori. Io vorrei certamente passare i miei giorni come li passa il mio amico; quella villa che mi descrive è il modello appunto ch’io mi proporrei; tanti cervelli, tante diverse faccie ha la felicità; vedremo se qualch’altro uomo vede quella felicità sotto un aspetto un po’ conforme a quello sotto il quale la vedo io. Ecco in somma la lettera.
Amico.
È ormai trascorso un intero mese dacché me ne sto in questa fortunata campagna albergato dal più cortese e giudizioso ospite ch’io m’abbia conosciuto al mondo; e fa bisogno ch’io lo veda sull’effemeridi per persuadermi che un mese appunto sia già passato. Caro amico, se il tempo della nostra felicità ci pare così corto e quello della noia così lungo, non potremo mai giudicar bene per intimo sentimento della somma de’ momenti felici paragonata a quella de’ momenti infelici; ed ecco forse l’origine delle universali doglianze degli uomini sul loro destino.
Io sono adunque in una villa lontana da X… quattr’ore, cioè lo spazio di circa dieci miglia italiane, appunto quanto basta ad allontanare dai rumori della città e dalle visite importune, lasciandoci comodamente godere degli avvantaggi che si hanno nella vicinanza della capitale. L’aria qui è sana, temperata e ridente; il paese ci presenta da una parte una vasta pianura tutta sì ben coltivata che sembra un seguito di non interrotti giardini; dall’altra parte cominciano le collinette coperte di uve eccellenti, che producono vini squisiti: qui non si sanno i nomi di nebbia, di flussioni o di mal di capo, cose che per isperienza ho provato andar sempre accompagnate: la vista è amena e variata quanto immaginar potete; in conclusione il luogo solo merita il nome che porta, cioè l’Eliso.
In questa deliziosa contrada, il marchese N. vi ha fabbricata la casa, dove ora mi vuole in compagnia d’altri gentili e colti suoi amici. Immaginatevi un salone di otto lati esattamente eguali, il quale finisce in una sorte di cupola, e prende la luce da otto finestre (superiori al tetto della casa), oltre quattro porte che sono a pianterreno in mezzo ai quattro lati opposti perfettamente in croce. Quattro belle stanze quadrate fiancheggiano il salone ai quattro lati che rimangono; così ogni lato del salone ha nel mezzo una porta, e queste alternativamente conducono una alla stanza, l’altra a un portico formato in tre archi e sostenuto da quattro colonne, due ad ogni sostegno, pei quali portici si scende da uno ad un viale che conduce al borgo, dagli altri tre a tre differenti giardini. La scala è in una delle quattro stanze, ed una loggia interna al salone dà la comunicazione a tutte le stanze superiori, delle quali quattro sono sopra quelle descritte a pianterreno e quattro sopra i portici, restando ad ogni stanza un piccolo ritiro triangolare per tenere chi vuole un domestico vicino, o per altro uso. La cucina e gli altri uffici restano sotterra, e gl’impiegati in essi alloggiano in due vicine case, le quali servono d’imboccatura del viale che va al borgo. Tutta la fabbrica è in volta di muraglie massiccie, con tutte le opere di legno egregiamente lavorate, cosicché vi si ha il maggior asilo possibile contro tutte le stagioni. I mobili di questa casa sono fatti corrispondentemente; qui non vedrete oro né argento, ma tutte le sedie e le tavole comode, durevoli e liscie, cosicché maneggiandole non trovate angoli o asprezza che conservi la polve, o v’imbratti, o laceri in verun conto. Il pavimento del salone è di marmo bianco; quello di tutte le altre stanze è di legno di noce connesso con qualche simmetria, e così ben custodito e lucido che quasi riflette l’immagine di chi vi sta sopra. Le muraglie tutte al di dentro sono intonacate d’una sorte di stucco, che al pulimento ed alla dolcezza del tatto lo credereste un vero marmo, cosicché in qualunque parte vi appoggiate non correte verun rischio di sconciare o offendervi né la persona né gli abiti. Qui non vedreste quadri di sorte alcuna, né pitture, trattene quelle della cupola del salone e della stanza detta fra noi Atene; i quadri offuscano le stanze, piacciono al primo colpo d’occhio, poi vi si avvezza, e non se ne sente che l’oscurità e la tetragine: qui tutto è di allegro colore, non però bianco affatto, onde più dolce è la luce, né ferisce dolorosamente gli occhi.
V’è una stanza per le scienze, e questa si chiama Atene: ella è riposta dirimpetto alla scala, la volta di essa è di color celeste, né ha altro ornamento che delle stelle di diversa grandezza disposte nel medesim’ordine in cui sono sul nostro emisfero. Ivi sta sul pavimento un’esatta meridiana, sulla quale cade un raggio di sole attraversando una piccola apertura fatta nella muraglia. I quattro lati dell’Atene sono coperti di quattro quadri dipinti a oglio precisamente coincidenti ai lati, come una tappezzeria: ivi stanno simboleggiate le scienze tutte; d’un canto alcuni amorini che indirizzano un telescopio; ivi vicino un altro che collo specchio ustorio accende fuoco; poco discosto un terzo che osserva attentamente entro un microscopio; chi ha in mano de’ prismi e chi delle camere ottiche. Da un altro canto v’è la macchina elettrica, e diversi amorini che la pongono in moto e ne estraggono le scintille; qui la pneumatica, là l’idraulica; chi disotterra iscrizioni; e così del rimanente tutta a chiaroscuro bianco e celeste è dipinta intorno la stanza. Una tavola immobile sta nel mezzo di essa, sotto la quale stanno riposti circa trecento volumi e non più, tutti scelti e con eleganza rilegati uniformemente. Un esattissimo pendolo astronomico, un quadrante, vari telescopi e cannocchiali, sfere, macchine in somma le più perfette di tutta la fisica riempiono la stanza, della quale ciascuno di noi ha una chiave, acciò s’unisca colla libertà nostra di goderne la sicurezza dai disordini che le visite, che talora vengono in nostra assenza, potrebbero cagionare.
Il giardino che resta dalla parte opposta al viale è tutto sul gusto francese a parterre, circondato da due remote allées di portici verdi; questo è propriamente fatto pel gusto del secolo. I due altri giardini laterali sono fatti pel gusto nostro; quello che resta alla sinistra entrando è destinato alla botanica del palato: ivi trovate tutte le erbe e i frutti più saporiti dell’Asia, dell’Affrica e dell’America, e gli asparagi, i poponi e le lattuche più squisite d’Olanda, le quali senza offendere l’illustre lignaggio degli ananassi e dell’uve di Buona Speranza, s’alimentano sullo stesso terreno: col mezzo delle serre riscaldate attentamente ivi avete i frutti più esotici e pellegrini; ed al finire dell’autunno raccogliete le pesche, le cerase, e tali altri simili doni di primavera e d’estate. Il marchese ha ricusato di ammettere fra questi vegetabili la vastissima serie delle piante forestiere, le quali sterilmente occupano il terreno, né ad altro uso servono che a compiere le pretese classi nelle quali gli uomini si ostinano a dividere le produzioni della natura. Tutto qui servir deve o all’istruzione o ai piaceri dell’odorato e della mensa; il fasto, la vana magnificenza non sono degne d’un uomo di gusto, che cerca il vero, non l’ostentazione e l’opinione del volgo.
L’altro giardino posto alla dritta sembra a chi lo mira dal bel principio ancora da farsi: ivi non vedete viali, non parterre, non simmetria alcuna, ma bensì la natura ferace, che ha prodotto una sorta di boscaglia irregolare per dove non si sa bene come entrare; ma avvicinandovi, un sentiero vi guida in quel delizioso boschetto, dove le erbe che premete son dittamo, timo, serpillo e simili fragrantissime, che imbalsamano co’ lor naturali profumi l’aria che respirate; ivi per tubi sotterranei vi sbocca l’acqua condotta nascostamente dalle vicine sorgenti della collina, e così artificiosamente disposta che sembra nascere e serpeggiare in diversi piccoli ruscelli che vanno inaffiando le rose, le fragole, le violette ed altri fiori ed erbe grate per la figura e la fragranza. Gli uccelli ivi liberamente vivono e fanno il loro nido, e sono sì domesticati cogli uomini (fatti animali benefici in quel recinto) che quasi non temono d’essere da noi toccati. Questo passeggio è delizioso in ogni stagione, ma sopramodo nella state, quando le piante sono ben coperte; e qui sono sì giudiziosamente disposte che sembra opera libera della natura quello che è l’ultimo raffinamento dell’arte. Queste piante poi sono tutte fruttifere, e nessuna sterile vi si sopporta, onde nel passeggio medesimo trovate che la natura vi presenta di prima mano i suoi più deliziosi doni. Nel mezzo di questo incantato boschetto v’è una circolar pianura, nella quale stanno pittorescamente sparsi diversi rottami d’antica architettura, colonne, archi, piedestalli, iscrizioni, scale mezzo diroccatte, statue cadute e infrante, tante anticaglie in somma coperte d’erbe su di esse nascenti; e sì graziosamente disposte e interrotte da alcune piante nate fra’ dirupi ch’io mi rimasi attonito ed assorto per la sorpresa e per la vaghezza del disordine: credea talora d’essere ad una scena di teatro, e talora di premere gli augusti avanzi della commerciante Cartagine o della conquistatrice Roma: in somma, cosa non ho veduto sin ora tanto deliziosa quanto questo disordinato giardino, il quale non costa meno al padrone spesa e incomodo degli altri due.
Eccovi descritto il luogo della mia dimora; ora vi dirò come in questo luogo si viva. Siamo sei ospiti, e il marchese che fa sette; abitiamo ciascuno in una stanza dissopra. Sino a mezzo dì ciascuno vive come vuole, e questo è il tempo in cui, compiuti gli atti di religione, con un libro me la passo nel delizioso boschetto; giunto il mezzo dì ognuno è vestito, e si impiegano le due ore prima del pranzo o in ascoltare la lettura di qualche manoscritto del marchese, o in fare qualche osservazione, ovvero nella lettura di qualche squarcio di buon autore, e talvolta nella declamazione di qualche tragedia o commedia delle più scelte; così passano le due ore dolcissimamente e con profitto. Ne viene poscia il pranzo: ivi non v’accorgereste che il marchese sia il padrone di casa; non comanda, non disapprova, non offre a veruno. La tavola è dilicata quanto essere è possibile; i cibi sono tutti sani e di facile digestione; non v’è una fastosa abbondanza, ma v’è quanto basta a soddisfare: le carni viscide o pesanti, l’aglio, le cipolle, le droghe forti, i cibi salati, i tartuffi e simili veleni della umana natura sono interamente proscritti da questa mensa, dove le carni de’ volatili e de’ polli, le erbe, gli aranci e i sughi loro principalmente hanno luogo. I sapori sono squisiti, ma non forti; ogni cibo che fortemente operi sul palato istupidisce poco o molto il palato medesimo, e lo priva d’un infinito numero di piaceri più dilicati; oltre di che qualunque cibo che fortemente stimoli il palato, fortemente ancora agisce sulle tonache del ventricolo e degli intestini, e da qui ne vengono infiniti mali che compensano con molta usura il piacere della sensazione provata. I vini raccolti dalle vicine colline hanno molto sapore e poca forza, cosicché mischiati con qualche porzion d’acqua rassembrano al legger acido loro alle limonate e sono una gustosa bevanda che aiuta la pronta digestione. Nessun cibo d’odor forte è ammesso alla nostra mensa, ed è proscritta ogni erba che infracidendosi dia cattivo odore; perciò i caci e i cavoli d’ogni sorta ne restano esclusi. Tale è il nostro pranzo, che terminiamo con un’eccellente tazza di caffè, soddisfatti, pasciuti e non oppressi da grossolano nodrimento, dal quale assopito lo spirito spargerebbe la noia nella società nostra, nella quale anzi dopo il pranzo sembra rianimarsi la comune ilarità.
Allora è, che allestiti i cocchi e sellati i cavalli, viaggiamo unitamente ora ad una terra vicina, visitando le civili persone che vi alloggiano, ora in luoghi solitari di bella veduta, ovvero dove qualche curiosa sorgente d’acqua o qualch’altra naturale produzione degna di osservarsi c’invita. Queste geniali partite ci fanno sparire il tempo sino a sera, avvicinandosi la quale ce ne ritorniamo al nostro Eliso. Ivi la domenica si balla, e tutte le compagnie del vicinato vengono a passarvi quella sera. La piccola orchestra sta sulla loggia; nella gran sala è il ballo; e nelle due stanze libere a pianterreno, in una vi sono le tavole de’ giuochi, nell’altra una cena campestre, a cui chiunque vuole partecipa, togliendo, senza la formalità di sedere, da una mensa ben fornita di deliziosi cibi freddi e di squisite bottiglie quanto abbisogna. A mezza notte finisce regolarmente il ballo.
Le altre sere talvolta le passiamo colla musica: tre della nostra compagnia son buoni suonatori e formano un concerto a tre, eseguendo delle suonate a tre stromenti, delle quali appunto come di più facile esecuzione il marchese ha fatto una copiosa e scelta raccolta ne’ suoi viaggi, e la conserva legata in diversi volumi. Frattanto altri giuoca, o legge, o ascolta, o ragiona come piace. Talvolta per tema che l’uniformità non ci annoi, vari altri passatempi vi s’introducono; né v’è cosa che si reputi frivola presso di noi, quando serve all’importantissimo affare d’impiegar il tempo con piacere: perciò mille giuochi si sono messi in campo; mille scherzi innocenti, ora cadendo sopra l’uno, ora sopra l’altro, rallegrano la compagnia senz’avvilire l’amor proprio di alcuno. Così passa con una dolce allegria la sera; né altra maggior cura ha il marchese di quella di prevenire sempre il tedio e far sostituire una nuova occupazione a quella che proseguendo potrebbe illanguidire l’attenzione. Così viene l’ora della cena, dopo la quale ciascuno passa nella propria stanza.
La maldicenza e la irreligione sono le sole lingue proibite severamente in questa innocente nostra vita; tutto respira l’umanità e la vera virtù. La premura di renderci reciprocamente grato questo soggiorno è la passione che ci anima tutti a vicenda; in conclusione si vive così beatamente che i sultani dell’Asia, quand’anche fossero intimamente persuasi che cento milioni di uomini sono nati per essi, non credo che provino in vita loro il piacere di vivere come lo proviamo noi. Quello che sovranamente abbella tutto è il marchese, uomo che ha conosciuto tutte le corti e regni floridi d’Europa; uomo che ha avuta famigliarità cogli uomini più cospicui in ogni genere, e che da’ suoi viaggi e da’ suoi studi, ai quali per natura è stato sempre inclinato, ha cavata una quantità di tante notizie ed una sì fatta coltura e grazia di farne uso ch’io non saprei nominarne un altro di più gentile e interessante conversazione. Egli è uomo amabile, ma non debole; deciso, ma non ributtante. In questa sua campagna altri commensali non vi sono che i suoi amici; ed ha saputo sì bene farsi intendere su quest’articolo che alcuno non osa introdurvisi, se non è formalmente pregato da lui. Di tutti quelli che quivi cenano al ballo liberamente, un solo non ardirebbe presentarsi a partecipare della nostra vita ordinaria. Così questo vero saggio sa vivere nel mondo; sa goderlo senza esserne schiavo.
Mi sono trovato spesse volte in compagnie splendide in villa, non mai in una sì ben concertata e insieme così geniale come si è questa, dove per compimento di perfezione non provo il dispiacere di vedere il padrone di casa incomodarsi e comperare l’attuale magnificenza colla carestia futura, sentimento che mi ha amareggiato nel secreto del cuore ogni volta che mi sono trovato nel caso di averlo.
Il patrimonio del marchese è di dodici mila scudi all’anno; nei primi anni della gioventù gli ha spesi regolarmente in viaggiare; ritornato poscia nella patria, quattro mila soli scudi si è riservati pel suo mantenimento, e otto mila all’anno ne spese nella costruzione di quest’Eliso. Finito l’Eliso, altra distribuzione ha stabilita alla sua entrata: quattro mila scudi per la sua persona, mille scudi per le riparazioni dell’Eliso, due mila scudi per sollevare i poveri, mille scudi per aiutare e ricompensare gli uomini di merito che producono qualche buona cosa in qualunque genere, e i quattro mila scudi che rimangono servono a passare due mesi ogn’anno della vita che vi ho descritta, senza che mai alcuna di queste partite ecceda a danno dell’altra. Se vi dovessi dire come e con quali nobili maniere impieghi i mille scudi a premiare ora un letterato, ora un pittore, ora un artista, e quanto bene faccia alla sua patria con soli mille scudi annui, avrei soggetto per farvi una nuova lettera: vedreste s’è vero che un cittadino illuminato ha più influenza nel mutare una nazione che non ne abbiano i più gravi volgari Catoni. Ma tempo è di finirla: v’abbraccio e sono
Dall’Eliso, 5 ottobre 1764
P. [Pietro Verri]
Tentativo analitico su i contrabbandi
L’algebra non essendo che un metodo preciso e speditissimo di ragionare sulle quantità, non è alla sola geometria od alle altre scienze matematiche che si possa applicare, ma si può ad essa sottoporre tutto ciò che in qualche modo può crescere o diminuire, tutto ciò che ha relazioni paragonabili fra di loro. Quindi anche le scienze politiche possono fino ad un certo segno ammetterla. Esse trattano di debiti e crediti d’una nazione, di tributi, ec.; cose tutte che ammettono calcolo e nozione di quantità. Dissi fino ad un certo segno, perché i principii politici dipendendo in gran parte dal risultato di molte particolari volontà e da varissime passioni, le quali non possono con precisione determinarsi, ridicola sarebbe una politica tutta tessuta di ciffre e di calcoli, e più agli abitanti dell’isola di Laputa adattabile che ai nostri europei. Pure, siccome lo spazio che occuperò in questo foglio non è molto importante nell’universo, ed il tentativo può piacere ai lettori di un certo carattere, darò una leggera idea come si possano analiticamente considerare le scienze economiche.
Quando la regalìa esigge un tributo sulle mercanzie che entrano o escano, ella ordinariamente impone la pena della perdita della mercanzia sottoposta al tributo contro chi cercasse di sottrarvela. Il rischio dunque della regalìa è proporzionale al tributo, quello del mercante al valore della mercanzia. Se il tributo uguaglia il valore, i rischi sono uguali da una parte e dall’altra. Se il tributo è più forte del valore, sarà maggiore il rischio della regalìa di quello del mercante. Se il tributo è men forte del valore, rischia più il mercante che non la regalìa. Aggiungasi che se cresce il rischio del mercante in proporzione de’ custodi, sminuisce in proporzione de’ volumi. Questi principii sono così chiari che sarebbe pedanteria l’esporli analiticamente; ma può farsi una ricerca, che condur potrebbe a sciogliere in qualche modo l’importante problema per la bilancia d’uno Stato, cioè quanto debba valutarsi il contrabbando d’una data merce che entra o esce da uno Stato. Ripeto che quanto soggiungerò non è la soluzione del problema, la quale fin ad ora non mi si è affacciata alla mente; ma parmi che possa incamminarvi.
Si cerca per quanto valore di una data merce i mercanti dovrebbero defraudare la regalìa, cosicché anche perdendo il resto si trovassero per il guadagno del contrabbando collo stesso capitale di prima. Il determinare una tal quantità generalmente può servir di lume a construire una tariffa.
Sia u il valor intrinseco della merce; t il tributo; x la porzione richiesta di mercanzia; d la differenza tra il tributo ed il valore; sarà il totale del valore a tutto il tributo come la porzione richiesta al suo tributo corrispondente, cioè u · t : x · tx/u porzione di tributo corrispondente alla parte richiesta x. Avrassi per la condizione del problema l’equazione x + tx/u = u, e moltiplicando ux + tx = uu, e dividendo x = uu/u + t. Ma il tributo può essere uguale al valore, cioè t = u; maggiore del valore della quantità data d, cioè t = u + d; può essere minore della stessa quantità d, cioè t = u – d; sostituendo dunque nell’equazione generale x = uu/u + t alla quantità t il suo rispettivo valore, in ogni caso si avrà:
Quando t = u, allora x = uu/u + u = uu/2u = u/2.
Quando t = u + d, allora x = uu/u + u + d = uu/2u + d < u/2
Quando t = u – d, allora x = uu/u + u – d = uu/2u – d > u/2.
Supponendo nell’equazione ux+tx=uu indeterminata la t e la x, e costante la u, il luogo dell’equazione sarà ad una iperbola fra gli assintoti, di cui le abscisse t prese sull’assintoto ad una distanza u dall’angolo assintotico, più la medesima distanza, saranno alle ordinate x paralelle all’altro assintoto in ragione costante, cioè come il quadrato della potenza u. L’inspezione della figura, in chi la voglia costruire, rischiarerà tutti i differenti casi dell’equazione.
Da questo calcolo cavasi un teorema generale, che dati eguali volumi, egual custodia e la massima industria ne’ mercanti, il niso per bilanciarsi del tributo col contrabando sarà come il quadrato del valore della merce diviso per la somma del valore e del tributo.
Il vantaggio di questa ricerca per un costruttore di tariffe sarà quello di sapere quanto debba temere dai mercanti di contrabando anche dopo un certo numero di rappresaglie.
C. [Cesare Beccaria]
La coltivazione del lino
Nella nostra Italia la coltivazione del lino è conosciuta, e nella Lombardia principalmente; perciò non credo cosa affatto inutile l’inserire in questo foglio un pensiero spettante appunto la perfezione di questa parte della nostra agricoltura.
Il seme che si adopera nell’agricoltura contribuisce in gran parte a rendere il prodotto di buona o cattiva qualità. Questa proposizione è provata dalla sperienza di ogni più stupido contadino. Da ciò ne scaturisce naturalmente per conseguenza che anche il lino nato da un ottimo seme sarà più perfetto di quello che non lo sia il lino nato da un seme men buono.
I migliori lini della Francia, cioè quelli di Picardia, di Brettagna e della Normandia, sono prodotti dal seme di lino che ogni cinque anni almeno si fa venire dal mare Baltico, e singolarmente da Riga. I filamenti di quell’erba sono più lunghi, più sottili e più fibrosi d’ogn’altra sorta di lino; ma va ogni anno degenerando il seme, cosicché al quinto anno ha perduta tutta la naturale perfezione.
So che per un comune pregiudizio si crede che le belle tele di Harlem, quelle di Frisa, cioè delle migliori d’Olanda, e molte delle tele di Slesia, le quali si fanno spacciare per d’Olanda, sieno fatte non già di lino, ma bensì di canape. Chiunque abbia posto il piede nella Slesia, chiunque sia un po’ instrutto delle manifatture e produzioni dell’Olanda mi sarà testimonio che tutte le tele fine bianche che in quei paesi si tessono sono non già di canape ma di lino; né i fili del canape cred’io che possano mai filarsi sì sottilmente, né ridursi a tale candidezza da formarne una tela veramente fina.
Io vedo che alcuni terreni della Lombardia producono lini buoni naturalmente; e perché non potrò io sospettare che se quei terreni stessi fossero seminati co’ semi del Baltico produrrebbero lini di molto migliori? E chi mi proverà mai che fors’anco non si giungesse a tessere con lini nostri delle tele paragonabili a quelle della Germania e dell’Olanda?
Non sarebbe molto il dispendio di farne una prova; dalla parte di Venezia o di Genova facil cosa è il farci spedire dall’Olanda, ovvero da Riga, una mediocre quantità di seme di lino, e chiarircene seminando poche pertiche di terreno del migliore con esso. In fine d’un anno un buon regolatore de’ propri beni potrebbe agevolmente calcolare se vi si trovi vantaggio. Il prodotto d’una pertica sola, quando riesca buono per farne merletti, darà una somma capace da premiare largamente l’industria del tentativo; e quando a tal perfezione anche non giungesse, si avrà sempre un lino per lo meno eguale a quello che raccogliamo comunemente, e la perdita della prova non sarà di gran danno. Bisogna nell’agricoltura tentare sempre e non negligentare giammai veruna vista, a meno che non vi si affacci un’aperta assurdità: bisogna tentare a costo di vedere andar falliti venti progetti e riuscirne un solo; bisogna tentare, ma rischiar poco e consacrare alle prove una piccola porzione de’ nostri fondi, in guisa che riuscendo male non ce ne venga nocumento. Spero che fra i lettori del nostro foglio ve ne saranno alcuni che approveranno questa massima; e forse in mezzo alla varietà delle cose che si leggono nel nostro Caffè, chi sa che taluna non giovi essenzialmente alla società? Tale è almeno il fine che ci siamo proposto.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XVI )(
Di Giustiniano e delle sue leggi
La storia di Giustiniano è un motivo di più per accrescere il numero de’ pironisti. Tante e sì varie cose di lui scrivono Suida, Procopio e Agatia, che non è facile il rintracciare la verità fra varie storie che si contraddicono, e nessuna delle quali è provata apocrifa. Le diverse passioni ond’erano animati gli autori non ci hanno lasciato che un difforme ammasso di fatti e di dubitazioni, non essendo male nuovo della umanità che le grandi mutazioni negli Stati provino le maldicenze di coloro che amano ciecamente le cose passate, che odiano le novità senza esaminarle o che dai disordini presenti traggono le rendite loro. Il popolo forense di que’ tempi, a cui dovea recare gran copia di ricchezze l’incostanza del diritto cagionata dalla confusione delle leggi, non potea vedere di buon occhio ridotti in un solo libro due mila volumi d’antica giurisprudenza, tanti senati-consulti ed editti de’ pretori, che formavano il carico di molti cameli,[32] al dire d’Eunapio. In fatti simile impresa avea prima di Giustiniano incominciata Pompeo, essendo console, ma egli non la proseguì per timore delle dicerie.[33]
Ma come mai ritrovare il vero fra due storie sì diverse? Un erudito in foglio potrebbesi fare, lasciando ancora tutta e forse maggiore oscurità alla quistione. Perché mai Procopio adulò Giustiniano nelle prime sue storie De bello persico e De bello gothico e De aedificiis, per poi ritrattarsi nella Storia arcana? Certe latere ipse (dice egli in questa storia) diutius non potuissem, neque supplicio crudelissimo non interire isthaec, si palam, et in lucem venissent… Quin et aliis huius historiae libris nonnumquam gestorum silere causas coactus sum.[34] Se poi volete sapere perché egli scrisse questa storia segreta, ve lo dice egli verso il principio: Me vero ad eas res prodendas induxit, quod qui tyrannidem imposterum exercebunt facile sibi horum hominum exemplo persuadere poterunt, quae in ipsos etiam malefactorum maneat animadversio; deinde fortasse veriti, ne vita, moresque sui aeternae posterum memoriae tradantur, haud ita ad peccandum praecipites erunt.[35] Dopo immense lodi a lui altrove conferite, qui ce lo dipinge per un vero tiranno. Così segue egli: … religionis esse putavit, ut victa causa discederet, qui sacri nomine rem alienam occupasset, in eoque ius statuebat, ut sacerdotum adversarii tandem causa caderent. Ipse male parta aliorum bona sive de vita illi decessissent, sive superessent, templis addixit, ut sic et crimen pietate obtegeret, et numquam imposterum ad vexatos olim possessores facultates redirent, quin se infinitis caedibus praepostera hac pietate cruentavit.[36] Va più oltre Procopio e chiama questo imperadore e coelo immissa pernicies… semper populis perdendis intentus… nulla in re stabilis, praeterquam crudelitate, et studio pecuniae… cuius perpetuae vigiliae, labores, conatus in eo vertebantur ut atrocior in dies fieret subditorum calamitas.[37] A tali espressioni quand’anche si tolga quella porzione che forse accrebbe alla verità una privata inimicizia, pure non poco ci rimane per sospettare della infelicità di que’ tempi, in cui le storie eran false per due egualmente funeste cagioni: vivendo l’imperadore, per timore, ed egli morto, per odio.
Lascio non pertanto agli eruditi la cura di conciliare le contraddizioni che si ritrovano nelle storie di que’ tempi, essendo persuaso che in simili casi fugge la verità più che la si ricerca, e che rinascono nuovi dubbi e nuove erudizioni, le quali accrescano ben poco le cognizioni utili agli uomini. Pure, se i fatti accertati da vari storici possono darci un’idea del carattere di Giustiniano, la Palestina crudelmente desolata colla persecuzione de’ Samaritani senza aver fatto un proselita, la compilazione delle antiche leggi sì male eseguita, l’aver diviso il trono con Teodora, donna di teatro prostituita, il non esser stato presente in alcuna azione militare, sono tutte cose che scemar possono quell’alta idea che ha taluno di lui concepita.
Era a’ suoi tempi diviso in due partiti Costantinopoli, l’uno era de’ Verdi, l’altro de’ Turchini. Nato già prima da lungo tempo troviamo questo scisma ne’ teatri e ne’ circhi, dividendosi gli spettatori cogli applausi. Giustiniano si mischiava in questi ridicoli e faziosi affari, piccolezza d’animo incompatibile colla cura de’ grandi. Sconvolgevano tutta la città queste divisioni, e profittavano intanto i magnati del popolare tumulto.[38]
S’innalza questo imperadore fastoso col titolo di Triumphator semper Augustus, e chiama l’imprese militari del suo tempo suoi sudori guerrieri,[39] abbenché egli non sia mai stato in battaglia;[40] e le azioni sempre memorande di Belisario e di Narsete, che furono gli strumenti della sua gloria, ricevono una lode secondaria. I nomi de’ grandi non solo servono d’epoca, ma s’usurpano ben spesso la gloria delle imprese altrui, perché furono fatte a’ loro tempi; così siamo stati prodighi de’ nomi grande e divino ad alcuni grandi solo pel potere, a’ quali l’azzardo diede per contemporanei gli grandi uomini; e quelle vane leggende con cui comincia le sue Instituzioni quest’imperadore, cioè Caesar Flavius Iustinianus, Allemanicus, Gothicus, Francicus, Germanicus, Anticus, Alanicus, Vandalicus, Affricanus, Pius, Felix, Inclitus, ac Triumphator semper Augustus, sono un monumento del fasto e dell’enfasi asiatica, anziché d’una gloria da lui meritata.
L’estrema decadenza a cui fu ridotto il suo esercito è un gran motivo per credere infelice il suo regno, e le sue conquiste il frutto d’una passaggera grandezza. Siegue Procopio nella Storia arcana: Respublica eo devenerat, ut exercitus numero exiguus esset miles superstes extinctis emeritis praeter dignitatem in inferioribus detinebatur ordinibus; stipendia quam pro loco et gradu acciperet minora: damnis praeterea perquam multis aliis milites afficerentur ita compensatis periculis quae per sua corpora in praelio subirent.[41] Cattiva politica ancora fu quella ch’egli usò verso di Belisario, negandogli (fra gli altri insulti che fece a questo grand’uomo) gli onori trionfali quando ritornò vittorioso da’ Vandali e dal re Galimero.[42] Dovette Roma in parte la sua grandezza al fasto de’ trionfi, che lusingando l’ambizione de’ cittadini la faceano servire all’universale vantaggio. Senza ricompense o gloria v’è scarsezza di grandi uomini, né si tolgono i cittadini all’inerzia naturale che coll’esca d’un bene, sia egli reale o loro sembri tale per un fortunato pregiudizio.
Era già spento da molti secoli in Grecia ogni spirito di libertà, che anzi la schiavitù e l’avvilimento aveano depressi gli animi a segno che si vide la più stravagante desolazione dominare e sconvolgere Costantinopoli in occasione di un terremoto. Profittarono allora alcuni impostori del comune timore per ispacciare alcuni portenti, quasi che fosse per rovinare fra poco questo mondo; quindi si finsero alcuni inspirati dal Cielo, e giravano per la città predicendo orribili avvenimenti, impresa facile in simili occasioni. Alcuni ancora, mutando affatto il loro genere di vita, vollero menare duri e solitari giorni fra gli orrori delle montagne, lasciando le ricchezze e gli agi della vita civile, e quant’altro mai sembra dolcissimo a’ mortali.[43]
Tale a un di presso era lo spirito di que’ tempi, e tale il carattere di Giustiniano, se pure può ravvisarsi la verità oscurata or dall’adulazione, ora dall’odio. Ma poiché di fretta tai cose abbiam trascorse, alla riforma delle leggi consacriamo una breve e forse non inutile attenzione.
Servirà di prefazione a questi pochi periodi l’addimandare una grazia desiderata da tutti, accordata a pochi; e questa è che il lettore, spogliato d’ogni spirito di partito, voglia esser giudice imparziale.
Quest’ammasso di leggi, monumento d’una grand’opera mal eseguita, può paragonarsi alle rovine d’un grande ed informe palazzo; si può dire che non si fece che distruggere. Non solo bastava ridurre tanti volumi ad uno solo, bisognava fissare i principii generali. E perché mai raccogliere nelle Pandette diversi frammenti di Vulpiano e di Paolo? Perché così venerare alcune risposte a’ casi particolari a segno di volerle mandare alla posterità? Un legislatore, che nel formare un codice non si limita ai principii generali da’ quali dedurre tutte le conseguenze, per quanto si può, formerà una vasta biblioteca di, per lo meno, inutili volumi. So che il comprendere nelle leggi tutti i casi possibili non è concesso agli umani legislatori, ma so altresì che migliori saranno quelle leggi, che ne abbracciano la maggior parte possibile; né perché in una cosa non puossi avere la perfezione, che fu sempre sbandita dalle umane vicende, devesi trascurare di accostarvisi più che si può.
Io non sono al certo del parere di quegli che risguardano le leggi giustinianee con una stupida venerazione, la maggior parte de’ quali non le hanno neppure avute nelle mani, o se le hanno lette non le intesero in gran parte, ovvero dissimulano il loro interno disprezzo, perché profittano della comune idolatria per le leggi romane, diventando ricchi a spese dell’altrui cecità.
Triboniano, uomo molto avaro, secondo ne scrivono Suida, Armenopolo, Procopio, Agatia, fu incaricato della compilazione degl’infiniti senato-consulti, risposte de’ prudenti, costituzioni imperiali che avevano inondato l’impero dopo le leggi delle Dodici Tavole venute dalla Grecia. Il solo progetto di ridurre quest’informe massa in un volume fa vedere che non si pensava a fornire alla nazione leggi salutari. Era mutato il sistema di governo, la repubblica divenuta già monarchia degenerava in dispotismo, ed il complesso delle leggi fatte in sì differenti situazioni non poteva essere che un confuso ammasso di assurdità e di contraddizioni. Non avrebbero veduto gli occhi d’un saggio legislatore in quella sì estesa libidine di giurisprudenza che l’abuso del potere legislativo, ed un testimonio del decadimento e della tirannia.
Siavi un Triboniano a’ dì nostri incaricato di ridurre in compendio quanto scrissero dopo di Giustiniano tanti repetenti, consulenti e trattatisti, credete voi che si farebbe un buon complesso di leggi? Siamo nel medesimo caso in cui era l’Impero ne’ tempi che si riformò la giurisprudenza, e forse noi più abbisogniamo di riforma. Erano le antiche leggi sparse allora in due mila volumi,[44] ora lo sono al certo in numero maggiore;[45] al che si aggiunga che i nostri volumi di giurisprudenza, che sono quasi tutti in foglio, contengono un numero molto maggiore di versi e di lettere che non contenessero gli antichi, poiché non erano che una mediocre pezza di pergamena involuta in forma di cilindro, come ne avvanzano anche a’ dì nostri. Lavorarono a quest’opera per cinque anni diecisette delegati dall’imperadore: egli è ben difficile il ritrovare in un regno anche vasto diecisette legislatori.
In tale spazio di tempo non era possibile lo scegliere giudiziosamente alcuni buoni principii, naufraghi, dirò così, in un mare immenso d’ignoranza e di confusione. In fatti corrispose esattamente il pregio dell’opera alla cura che vi si adoperò; e le non rare contraddizioni che si ritrovano nelle leggi delle Pandette fra di esse; così pure nel Codice, che oltre alle contraddizioni che ha fra i suoi testi, contraddice ad alcune leggi delle Pandette, e queste alle Instituzioni; e le Novelle che al resto contraddicono, ed il ritrovarsi perfino dei testi contradditori a se medesimi, e tutte queste parti che l’una all’altra derogano e si collidono, bastano per lo meno a farci dubitare della sapienza di que’ legislatori. Frutti sono questi in gran parte delle antiche sette di Atteio e di Capitone, giurisconsulti divisi di parere, e che lasciarono dopo di loro uno scisma che abbandonava alla vanità ed alla ostinazione di partito un punto de’ più importanti alla pubblica tranquillità.
Si possono risguardare le Pandette come un ammasso di leggi dove regna or la ragione ed or l’opinione, e d’onde possono trarsi molti lumi e molte cognizioni per la formazione di un nuovo volume di leggi, sendovi sparsi di tempo in tempo de’ tratti di vera filosofia. Le Instituzioni pure sono l’unico ordinato codice di leggi romane; ma tal lode non può mai darsi al Codice giustinianeo, in cui sono raccolti gli editti degl’imperadori, cominciando da Adriano sino a Giustiniano. A quanta decadenza fosse giunta e sempre più v’inclinasse in questo intervallo la romana potenza, quanto la tirannia e ’l dispotismo avessero già avvilita ed oppressa quella nazione che i Tiberi, i Claudi, i Neroni, i Caligola ed altri simili mostri avea già tollerati e serviti, le storie ce l’insegnano; onde le leggi ancora furono conformi alla corruzione del governo, né più si videro adorne dell’antica maestà e spiranti il pubblico bene, ma noiosamente prolisse e già pregne di quel terribile disprezzo per gli uomini che crebbe all’immenso, sinché arrivossi a fare quel fatale paralogismo, che molti milioni d’uomini fossero destinati alla felicità di un solo. Da tale spirito distruttore fu dettata quella barbara legge degl’imperadori Arcadio ed Onorio contro i rei di lesa maestà. Quisquis cum militibus vel privatis, vel barbaris scelestam inierit factionem… vel… cogitaverit (eadem enim severitate voluntatem sceleris qua effectum puniri iura voluerunt) ipse quidem ut pote maiestatis reus gladio feriatur bonis eius omnibus fisco nostro addictis. Filii vero eius quibus vitam imperatoria specialiter lenitate concedimus (paterno enim deberent perire supplicio, in quibus paterni hoc est haereditarii criminis exempla metuuntur) a materna vel avita omnium etiam proximorum haereditate habeantur alieni, textamentis extraneorum nihil capiant, sint perpetuo egentes et pauperes; infamia eos paterna semper comitetur, ad nullos prorsus honores, ad nulla sacramenta perveniant, sint postremo tales, ut his perpetua egestate sordentibus, sit et mors solatium, et vita supplicium.[46] Tal legge sola basta a convincerci che in que’ tempi era stabilito un vero dispotismo, poiché ne’ moderati governi né tanto temonsi i ribelli, né sì crudelmente si puniscono. Quanto già fosse a’ tempi di Giustiniano radicato quel male a cui specialmente pare dalla natura destinata l’Asia, la tirannia m’intendo, il provano l’espressioni di una stravagante vanità che nelle sue leggi s’incontrano; e tali sono il comando di adorare la sua eternità,[47] il chiamarsi bocca divina[48] e divino oracolo.[49]
Costanti e generali principii di giustizia (che pur sono la base d’ogni util legge) non furono osservati in quest’opera, a cui ebbero la principal parte Triboniano e Teodora. Ciò c’insegna la Novella ottava, cap. I: Haec omnia (dice Giustiniano) apud nos cogitantes, et hic quoque participem consilii sumentes eam, quae a Deo data est nobis reverendissimam coniugem… sancimus etc. Erano venduti a denaro contante i suoi divini oracoli da Triboniano, che al dire di Procopio: justum sectabatur lucrum; singulis diebus leges aliquas aut antiquabat, aut condebat, prout ex usu esse videbat; ed altrove: verum hianti homo, et explicabili avaritiae unice serviebat, erantque apud illum jura venalia iamdiu legum nundinationi deditus, quotidie pretio refigebat alias, alias figebat prout erat ex usu poscentium.[50] Così parla un illustre scrittore contemporaneo, né senza stupore si possono sentire o leggere le apologie fatte a Triboniano in questi ultimi secoli, quasi che dopo più di mill’anni le cose si vedessero o sapessero meglio di coloro che le seppero, le videro e le conobbero.
Con questo metodo poteasi bensì arricchire il legislatore Triboniano e l’imperadore, e secondare le mire private di Teodora, ma non già fare un codice per la felicità della nazione. Eppure queste sacrosante leggi abbiamo già da lungo tempo adottate e venerate; ed un secolo fa non s’esponevano e leggevano nel manoscritto di Firenze che colle torcie accese, quasi idolatrando questa sovrumana sapienza.
Così maltrattano gli uomini gli oggetti più importanti della loro felicità, i cardini della società civile; e s’io giro colla mente il globo, trovo che le più grandi stravaganze e gli errori più bizzari s’aggirano in quelle classi di cose in cui sono più fatali. Così quest’animale ragionevole è il giuoco della fortuna, ed intanto che ragiona sulla cabala e sulla astrologia non pensa a fissare i limiti della fluttuante ancora proprietà de’ beni; e per colmo di miserie, più gli errori sono grandi, più sono venerati.
Furon perdute le leggi romane e sommerse in quel diluvio di Goti, di Vandali e di tant’altri popoli settentrionali che mutarono la faccia d’Europa, e che lungamente trattenuti nelle selve e ne’ covili del Nord, ritornarono verso di noi decaduto che fu l’Impero romano, le di cui armi vittoriose, poiché gli ebbero cacciati verso il Polo, gl’impedivano di rigurgitare. Nel duodecimo secolo, ai tempi di Lotario II imperadore, ritrovate in Amalfi, per quanto credesi, le Pandette, nacque in Italia con esse il furore de’ commenti e delle interpretazioni. Gran copia di dubbi e di questioni vennero coi paratitli, e colle glose, e coi trattati, e coi consigli; onde render facile il rapire l’altrui col favor delle leggi e difficile l’esser giurisconsulto. Tempi di barbarie eran quegli; le Crociate, ch’erano nel loro maggior vigore, avevano rovesciato l’Occidente contro l’Oriente; e le immense emigrazioni che spopolarono l’Europa la rendeano debole; tutto era disordine e fanatismo.
In questo stato di cose si sbandirono a poco a poco le leggi longobarde, gotiche, saliche e tutte le straniere portate da’ barbari, forse più disprezzate di quello che meritavano. S’introdusse la romana giurisprudenza, e con avida stupidità fu accolta; si credette aver fatta una riforma, quando non si fece che una mutazione. Cominciarono allora Irnerio, poi Accursio, poi Bartolo e Baldo e tant’altri celebri ignoranti ad inondare l’Italia con grossi volumi, e per nostra vergogna pur hanno de’ veneratori e ne sono fornite le biblioteche.
Il decadimento accompagnò le sottigliezze legali, e circondati di libri di giurisprudenza fummo senza leggi. Se il codice è chiaro, i commenti sono inutili o sono un abuso; s’egli è oscuro, i commenti sono tutt’al più un rimedio parziale; conviene rifonderlo o abolirlo. Questa costante verità ha pur veduta Giustiniano, o chi per lui scrisse l’Historia iuris, al titolo De confirmatione digestorum: tempestivum nobis videtur, et in praesenti sancire ut nemo neque eorum qui in praesenti iuris peritiam habent, neque qui postea fierent, audeat commentarios iisdem legibus adnectere nisi tantum si velit eas in graecam vocem transformare sub eodem ordine, eaque consequentia, sub qua et voce romana positae sunt. Et si quis forsitan per titulorum subtilitatem adnotare maluerint, et ea quae paratitla nuncupantur, componere; alias autem legum interpretationes, immo magis perversiones eos iactare non concedimus: ne verbositas eorum aliquid legibus nostris adferat ex confusione dedecus: Quod et in antiquis Edicti perpetui[51] commentatoribus factum est, qui opus moderate confectum huc atque illuc in diversas sententias producentes (contrahentes) in infinitum detraxerunt, ut pene omnis romana sanctio esset confusa. Quos si passi non sumus, quemadmodum posteritatis admittatur vana discordia? Si quid autem tale facere ausi fuerint, ipsi quidem falsitatis rei constituantur, volumina autem eorum omnimode corrumpentur, si quid vero, ut supra dictum est, ambiguum fuerit visum: hoc ad imperiale culmen referatur per iudices, et ex auctoritate augusta manifestetur, cui soli concessum est leges et condere et interpretari. Tali luminose verità ha ridette altrove lo stesso Giustiniano, che previde pure come, a titolo di equità, sarebbersi commentate le leggi, e perciò dispose inter aequitatem iusque interpositam interpretationem nobis solis et oportet, et licet inspicere.[52]
Potrebbesi addimandare perché quella sì profonda venerazione per le leggi romane solo s’astenesse dal rispettare le più salutari di tutte, e queste pur sì chiare non fossero osservate. Ma chi mirerà più da vicino le antinomie, le oscurità, il disordine delle leggi stesse vedrà ch’era proibire gli effetti, lasciandone le cagioni. Poiché non fuvi mai materia al mondo più feconda d’interpretazioni e che più inviti alle glose ed ai commenti, che questo caos di legislazione. E in fatti chi trascorreranne alcuna, massimamente di quelle delle Pandette, vedrà che l’intelligenza loro dipende in gran parte da una vasta erudizione delle cose romane, de’ riti magistrati, costumi della antichità; onde se in altra maniera non fossero state oscure, ciò solo bastava ad un infinito pascolo di commentatori. Intorno a che s’affaccia naturalmente una riflessione, cioè quanto sia assurdo l’avere noi leggi tali, l’intelligenza delle quali è riserbata a que’ pochi che a lunghi studi si consacrarono, scritte in lingua a noi forestiera, quasi che i sacrosanti oracoli della pubblica autorità, regolatori de’ beni e de’ cittadini, norma del lecito e non lecito, piuttosto che palesi ed intelligibili ad ognuno, poiché ognuno vi è obbligato, esser dovessero una scienza difficile e misteriosa, ignota al volgo profano.
Vennero in seguito il gius canonico, gli statuti particolari delle città, e parve allora che le nazioni sentissero il male, ma non osassero di rimediarvi che in parte; le quali leggi, tutte unite al resto, formarono un labirinto di giurisprudenza.
Malgrado tanti volumi, poche sono le leggi scritte, ed è sostituita la tradizione all’uso della stampa. Questa tradizione, chiamata pratica, è in mano di pochi; ella partecipa dell’incertezza comune, ed è conservata con una sorte di mistero sempre funesto ai progressi della ragione. Succede a’ dì nostri quello che si vide in Roma antica, quando il collegio de’ pontefici facea monopolio delle azioni dette actus legitimi, riserbandosi a loro la scienza delle formole e delle solennità dalle leggi prescritte.[53]
Una lunga consuetudine ha annullate molte leggi romane e municipali. Elleno sono inutilmente ne’ nostri codici. L’inosservanza delle leggi può talvolta esser un disordine, ma è bene spesso un niso che spinge la nazione al vero per un interno sentimento onde è animata; né oserei io credere che le buone leggi spiacciano generalmente. Se chiamiamo leggi cattive quelle che sono opposte al pubblico bene, egli è nell’ordine delle umane cose che essendo in contraddizione col ben essere di ciascheduno non sussistano lungo tempo in vigore. Le giuste sono quelle che cercano la più estesa utilità della nazione, e la giustizia cresce loro in ragione del numero de’ cittadini che ne sentano più benigni effetti. Né di tal classe saranno mai quelle che, premiando pochi, offendono molti. Ne paesi del Nord, che con sì rapidi progressi trascorsero l’intervallo che divide la oscurità della gloria, un saggio principe si prevalse dell’opra di due illustri giurisperiti per fare un codice: ha sbandita la cabala forense, tre piccoli volumi in ottavo stabiliscono la pubblica tranquillità. Immiteremo noi sì utile esempio? Dovette Pietro il Grande uccidere di sua mano molti suoi sudditi, ostinati a non radere la barba ed a portare le vesti sino alle calcagna. Una mutazione totale di sistema di giurisprudenza perché troverebbe minori ostacoli?
A. [Alessandro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XVII )(
Pensieri scritti da un buon uomo per instruzione di un buon giovine
L’umanità e l’eguaglianza ci proibiscono di amaramente disprezzare gli uomini, ma una giusta diffidenza ci deve render cauti in accordargli la nostra stima. Chi senza scelta l’accorda prova la propria imbecillità, e chi a nissuno la comparte, perché nissuno ne crede degno, mostra di non meritarla per se medesimo.
Non si possono impunemente disprezzare gli eguali; conviene alzarsi o colla forza o coll’ingegno dal comune livello. I conquistatori calpestano il genere umano. Alessandro e Bacco son fatti dei perché opprimevano gli uomini con molte miliaia di uomini; ma chi senza forza osa opprimerli, finisce al patibolo. Non molto diversi sono i principii che vagliono nella privata società: chi di tutti si fida può facilmente essere ingannato, e chi apertamente disprezza gli uomini, non essendo a loro superiore, li ferisce nel profondo del cuore, cioè nell’orgoglio che ha ciascuno, e fassi in ciascheduno un implacabil nemico. Ella è adunque meditazione degna di un uomo socievole quella che ha per oggetto il conoscere intimamente gli uomini ed il grado di stima che gli si compete. Un’esatta e fredda osservazione su di loro non è possibile di sempre fare, poiché bisognerebbe esser di null’altro occupato, come spettattore del genere umano, o aver sempre l’anima in una perfetta tranquillità, situazione più d’ogn’altra favorevole al retto giudizio: ciò non ostante il mettere a profitto i giornalieri avvenimenti, ed il farci, dirò così, una privata cronica de’ rapporti avuti cogli uomini, può fornirci dopo un dato spazio di tempo una metafisica sperimentale di quest’essere non mai abbastanza conosciuto. Seguendo una funesta esperienza dovremmo presuppore che gli uomini che non conosciamo, la probabilità è che siano mal onesti; ma quand’anche l’umana ragione ci conducesse alla scoperta di questa terribile verità, non è nostro interesse spingere sì oltre i nostri pensieri, poiché chi fosse persuaso che quasi tutti gli uomini sono cattivi, odiando ed il genere umano e quasi se stesso come sua porzione, vivrebbe miserabile misantropo fra la noia ed il rancore di un’inutile inimicizia.
Molti ostentano disprezzo per gli uomini, e pochi arrivano a risguardargli con quel disprezzo filosofico che non suppone odio contro di loro, ma bensì un interno conoscimento de’ loro difetti e della picciolezza della loro ragione. Intanto che un preteso saggio parla del genere umano e del volgo come di un gregge di pecore, egli non oserebbe farsi vedere da questo gregge con un abito indecente, e colui che ne’ suoi libretti insulta gli uomini cerca nel medesimo tempo i loro suffragi.
Ci facciamo schiavi in mille maniere. Quanto non serviamo noi alle mode, sieno elleno buone o incomode? Con qual ferreo scettro ci reggono le opinioni di pochi nel vitto nostro, e nel vestire, e sino ne’ nostri pensieri? Quel Seneca ipocrito, che tanto disprezzava le ricchezze e ’l fasto, arrossiva di scorrere Roma in una sdruscita carrozza.
Chi disprezza ed odia gli uomini si dimentica di essere della loro specie, e sovente è da paragonarsi a colui che miratosi la prima volta nello specchio trovossi enormemente ridicolo e deforme. Il riso di Democrito è un troppo grave insulto a tanti mali che opprimon l’umanità; e le nostre stesse pazzie sono sì grandi e crudeli che bisogna o ignorarle o non avervi meditato, per ritrovarle ridicole. Se non fossero inutili le lagrime de’ filosofi solitari, elleno sarebbero al certo un tributo più degno dell’umanità. Ovunque il guardo giri, non vedi che nazioni che distruggonsi per opinioni, per parole, per ambizione, per il desiderio di un bene che mai non acquistano. E inzuppata la terra di sangue innocente, e si contrastano gli uomini il terreno, quasi che non avessero spazio da occupare senza distruggersi! Egli è assistere ad una tragedia l’essere spettatore del genere umano; e v’è chi disse assai ragionevolmente che la storia degli uomini è la storia de’ loro delitti.
La gioventù, che ancora non conosce intimamente quello che vagliono gli uomini, è soggetta al rossore ed alla soggezione. Questi difetti, seppur meritano tal nome, aggiungono grazia e venustà, se non arrivano alla durezza ed inurbanità. Un giovine che ha la franchezza di un uomo dispiace, mal convenendo ad un imberbe mento e ad un aspetto ancora femminile il serio e ’l grave contegno de’ Seneca e de’ Catoni. Un giovine, per quante sieno le sue cognizioni ed il merito del suo cuore, non può a meno di essere, ne’ primi anni che va nel mondo, imbarazzato. S’egli sa le matematiche, la storia e la fisica, egli non sa gli usi del mondo, onde intanto ch’egli passa per un uomo presso Newton, può passare per un animale presso Marseille. Chi ha lo spirito delicato soffre più d’ogni altro la soggezione, perché volendo far buona figura nel mondo, egli è cauto nel parlare e nell’oprare insino a che abbia veduto quello che vi ci si deve fare. Nel tempo che s’impiega in questo esame s’è creduto facilmente uno sciocco. Quel timido silenzio, quella estrema cautela di gesti e di maniere che accompagnano questo tirocinio, fanno vedere un uomo mal sicuro di se stesso: e siccomeché è creduto sulla sua parola chi sa dire francamente: io sono un uomo di merito; così chi non dice che con voce tremante: io ho qualche merito, non è punto creduto. S’ottiene più facilmente la stima dal farsi vedere persuaso di meritarla che col solo diritto a conseguirla. Ma ben presto il velo cade agli occhi del filosofo, e gli si scuoprono quelle rispettate vanità che a primo aspetto si credettero importanti; e ti prepara fra poco a questa scoperta.
La soggezione è cagione dell’imbarazzo nelle maniere, e questo imbarazzo medesimo è cagione di nuova soggezione. Egli è uno stato ben crudele di un giovine pieno di talenti e di cognizioni, che si ritrova esser ridicolo per una riverenza un po’ sconcia o per una pettinatura antica. E chi vi perdona sì gran delitto di lesa decenza, siate pur voi il più saggio degli uomini?
La soggezione è come il timore, che la maggior parte delle volte accresce il pericolo mentre da lui si fugge. Uno sciocco, franco nelle sue maniere, che parla coraggiosamente e che dice il suo parere sopra ogni cosa con altrettanta franchezza quanta ignoranza, è rare volte trovato quello ch’egli è. Basta parlare francamente agli uomini per esser creduto; e se Maometto era meno impostore, gli Arabi non l’avrebbero creduto profeta. Chi dice cose grandi e vere con una voce mal sicura, corre gran rischio di non avere ascoltatori.
L’indiscrezione di taluni vecchi a questo riguardo è grande. Eglino mirano con occhio severo i giovani, né lor perdonano mai di avere più cognizioni d’essi; quasi che l’età e l’esperienza non fossero molte volte mezzi inutili per divenire più rispettabili, essi esiggono da’ giovani una ingiusta schiavitù per le loro opinioni. Decaduti nel corpo, e perduti que’ diritti che solo competono alla gioventù, sono gelosissimi del rispetto loro dovuto, e questo è quasi l’ultimo steccato in cui si racchiudono in mancanza d’altro alimento al loro amor proprio. In fatti, se perdendo la gioventù e tanti beni che l’accompagnano non si supplisse a sì amara perdita con altri piaceri di opinione, la vecchiezza sarebbe insopportabile. L’ambizione e la voglia di essere stimato vengono in sussidio della matura virilità e della vecchiezza, e contrabilanciano in buona parte i beni perduti col fiore dell’età.
Tu, o mio giovine, or meco considera che la soggezione non fa che male, perché ti fa imbarazzato e mal sicuro ne’ tuoi gesti e ne’ tuoi discorsi, il che rende facilmente ridicolo. Ma ti consola, che di rado avviene che abbiano tal difetto gli sciocchi; ardisco anzi dire ch’egli è un sintoma del merito. Quella tua estrema modestia e cautela ben fa vedere che hai l’anima sensibile, e che desideri di essere stimato e temi il ridicolo. Tali sentimenti non sono propri della sciocchezza, la quale, insensibile di sua natura, o sempre ride, o sempre è stupida, o di niente è colpita. Dissiperassi nello spazio di qualche mese quel magico incanto di tanti nuovi oggetti onde sei abbagliato, ed apprezzando gli uomini e le cose per quello che vagliono, stupirai di ritrovarle molto al dissotto di quel valore che la novità accresce a tutte le cose.
Il rossore fu sempre all’occhio dell’anatomico, ed agli occhi del filosofo un segno di un animo sincero e sensibile; non può arrossire se non se chi sente o il rimorso o il ridicolo, due gran persecutori del vizio e due principii di virtù.
La sicurezza di noi stessi s’acquista coll’uso del mondo; si rintuzza in noi la sensibilità alle minime differenze coll’uso giornaliero, e facendo il paragone degli altri uomini con noi, sovente vediamo che molto a torto eravamo persuasi della picciolezza della nostra ragione. Si crede un giovine che a lui mal convenga l’arrossire; ma come egli è un vezzo alle vergini, lo è egualmente a’ giovanetti. La modestia delle maniere abbellisce questa tenera età, e sarebbe tanto dispiacevole un vecchio vergognoso quanto un giovine sfacciato. Alla vecchiezza non ben s’unisce la timidità e la soggezione, perché è segno di stupidità e di avvilimento l’apprezzare a dismisura gli uomini, malgrado una lunga sperienza che apprender ci deve a darli il loro giusto valore; e se un lungo uso delle cose umane non rende un uomo libero e sicuro di sé, egli è certamente uno spirito che non si solleva dal comune livello. Sotto alle chiome canute può egualmente abitare un’anima sciocca come una sublime, e puossi con una lunga esperienza non altro acquistare che una sciocca confidenza di sapere. Molti esempi ci provano che decade lo spirito col corpo; perduto il vigore e la forza di quello, i pensieri sembrano partecipare della sua vecchiezza: quindi la forza della immaginazione si perde colla gioventù, e con essa le grandi passioni, solo atte a far grandi imprese. Quasi tutti gli uomini straordinari cominciarono le loro gesta dal fiore degli anni. Allora la natura è tutta in moto ed in fermento, ed è pronta a produrre grandi vizi, s’è mal diretta, e grandi virtù, se bene.
Qualunque tu sia, o giovine, che in faccia de’ vecchi t’impiccolisci, e credi superiorità d’ingegno quella che sovente non è che il tardo frutto di una lunga esperienza, sappi che questo istesso timore è un principio di virtù; egli è una stima del merito, una mordace invidia dell’altrui sapere; passioni atte ad ornarti in appresso di mille buone qualità. In somma tutti que’ difetti de’ giovani che hanno per origine la sensibilità non sono sì fatali come si credono comunemente, perché questa sensibilità istessa, ben diretta, produce gli uomini grandi; ma colui che nel fiore degli anni ha una fredda moderazione ed una timida prudenza, né mai si slancia e si trasporta dall’entusiasmo della virtù, è condannato ad esser sempre volgare. Si osserva che ne’ fanciulli è di cattivo presagio un prematuro giudizio ed una anticipata serietà, che dinota tardità di spirito o simulazione. La libertà, la follia, la sincerità grande e naturale sono sintomi di un’anima sensibile e vera, e da queste qualità ben impiegate possonsi avere grandi profitti. Nella gioventù ancora ha luogo il brio e la giocondità; e quanto volontieri sbandirei quel severo pedantismo che predica immaturamente la gravità e la senile prudenza! Guai a costoro che vorrebbero che il fuoco giovanile, fiamma produttrice di quell’estro divino di virtù, che ci solleva dal fango in cui siamo sepolti, fosse sopito o estinto da’ volgari precetti di un rigido stoicismo! Un giovine, e forse un uomo senza errori, mi è molto sospetto, e chi non è capace di aver difetti non è capace di avere umanamente grandi virtù. Vorrei che da queste riflessioni imparassi a conoscerti; vorrei che non t’avvilissi ai sardonici sorrisi de’ gravi ignoranti, che altrimenti non onorano lo spirito e la vivacità de’ pensieri; vorrei che udendo decidere da un prudente Catone, che ricuopre la sua dabbenagine col manto dell’impostura, osassi sottoporre all’esame della ragione tutte le proposizioni, decidendole per vere o per false, secondo il criterio della verità, criterio che puossi avere alli vent’anni quanto alli cento; vorrei che fossi persuaso che gli uomini più si stimano, piucché si vedono da lontano; ma più che con la mia penna, avrai con che disingannarti dall’esperienza istessa del mondo. Solo che tu sia ne’ primi mesi cauto ed attento, e che più ascolti di quello che sia ascoltato, più osservi di quello che sia osservato, tu avrai campo di fare la salutare infallibile scoperta, pubblicata sino 2794 anni fa, che infinita è la schiera degli stolti.
Ma guardati bene dal disprezzare que’ rispettabili uomini, che altro non perdettero cogli anni che i pregiudizi e gli errori, ed a’ quali l’età ha accresciuta la esperienza delle umane cose, avendone acquistato un ragionato conoscimento. Questi adorabili vecchi, che portano una robusta ragione sotto un corpo lacero negli affari della guerra e della pace, esiggono una sincera venerazione da qualunque buon cittadino. Questi amano per lo più la gioventù, né mirano in lei un oggetto d’invidia, ma si compiacciono quasi in lei di quello che essi furono, ed amano la docile ragione di quella età, che non essendo incallita nell’errore, se ne spoglia facilmente. In fatti, se v’è un vecchio che non pensi volgarmente, di chi può egli acquistarsi li suffragi e la stima, se non de’ giovani? Come oserà egli farsi nunzio della verità a que’ dispettosi talenti che corroborarono con più anni i paralogismi? La posterità sola rende giustizia al merito, perché ella giudica imparzialmente, e puossi chiamar posterità riguardo de’ vecchi la tenera gioventù, che nuda egualmente di sapienza e di errore, è atta a ricevere le grandi e semplici verità, che non arrivano che a’ cuori scevri dal dispotismo de’ pregiudizi. Se Socrate fosse stato giudicato dall’imberbe gioventù, non avrebbe bevuta la cicuta. La semplicità delle idee conduce al vero, perché ella si limita a meditare i pochi e chiari rapporti delle cose. L’abuso solo della facoltà ragionatrice, nata nell’aule e nelle università, ha aperto quel fatale vaso di Pandora d’onde sortirono le insulse sottigliezze e le fastose scioccherie, onde parlerebbe più volontieri il filosofo collo stupido selvaggio che coll’inconvertibile peripatetico, facendo meno di paralogismi un cane che un falso filosofo.
Devesi pure aver grande toleranza del mal umore onde si risentono i costumi della attrabilare vecchiezza; e come albergherà la gioia e la giocondità in un corpo mal sano e distrutto, e per quale indiscretezza esiggere che s’unischino alla gotta ed alla colica gli scherzi ed i motteggi della sana e ridente virilità? Ella è pure una inumanità, che non può cadere in un nobil cuore, il burlarsi della bruttezza e ridicola figura de’ vecchi rispettabili. Le qualità del loro animo e la loro vecchia probità ben ricompensano questi piccoli difetti, e la compassione vuole che non ci burliamo di que’ mali che ci possono accadere un giorno.
Gli usi della vita civile ci privano di mille piaceri, e la tirannia di questi ridicoli costumi s’è portata sino sulla virtù, in guisa tale che non possiamo essere alcuna volta onesti senza temere il motteggio. Quel ridicolo che spargesi nelle corrotte nazioni sullo spirito di patriotismo ritiene non pochi nella servile prudenza di non metter mano agli abusi, perché rispettati sono comunemente. E quanti piangono quasi di nascosto alla Zaire, perché temono gli scherni di un vicino che sbadiglia quand’egli è tutto in lagrime? Per timore del disprezzo ancora vedonsi tacere i grandi geni in faccia dell’ignoranza, perché tanta vergogna hanno i grandi uomini a dire e scrivere cose grandi e sublimi agli sciocchi, che non li ponno sentire, quanta ne avrebbe uno stupido di dire le sue scioccherie ad un uomo che crede grande. La distanza che li divide è immensa, e si risguardano l’un l’altro con un reciproco disprezzo, colla differenza che i saggi disprezzano ma non odiano gl’ignoranti, ma in questi talora s’uniscono questi due sentimenti.
Il vizio e la virtù hanno grandi obbligazioni al motteggio, ed è fra le cose che più possono su gli uomini, tanto per ritrarli dal male quanto per condurli al bene: egli prende più di mira la virtù che il vizio, essendo questo alle volte sì grande e sì deforme che non puossi renderlo ridicolo, dovecché l’entusiasmo della virtù gli è sempre vicino; fa un passo e vi arrivi. Pochi sono gli uomini trasportati verso il grande da una forza trionfatrice a cui resistere non possono, e questa classe di uomini corrono gran rischio di essere creduti pazzi e stravaganti dal volgo, e con questa espressione io comprendo gran parte del genere umano. Chi potesse indurirsi ai motteggi ed agli insipidi scherni, sì comuni in quel grande stuolo di oziosi che sente più il ridicolo che il grande, avrebbe di già guadagnata una insigne superiorità su gli uomini. Colui che non teme la morte può temere il ridicolo; e quel valoroso difensore della patria che in battaglia è prodigo del suo sangue volontariamente, non avrebbe il coraggio di mostrarsi in una assemblea vestito diversamente dall’uso comune. L’idolatria alle opinioni comuni è una sorgente di mille errori, a’ quali ci diamo in preda per mancanza di coraggio di paragonarle colla ragione. È perdonabile anche al filosofo il vestirsi, e l’avere una carrozza, ed una casa secondo gli usi de’ tempi ed alla moda, ma il vero è lo stesso in tutti i secoli ed in tutte le parti del globo, né si cangia colle rivoluzioni de’ tempi e della fortuna. Invariabile, egli non teme né l’esame, né gli assalti della maligna falsità, che può bene oscurare colle ali notturne la sua luce, ma non può estinguerla.
Ella è ben ridicola la piccola vanità con cui si serve alle opinioni ed usanze ricevute, ed il vedere come taluni si pascolano di quelle piccole idee che devono la loro esistenza all’ozio degli sfacendati. Sogliono taluni giudicare i filosofi all’abito ed agli inchini, né sono persuasi che sotto una parrucca mal concia possa alloggiare un’anima grande e pensatrice; ed è cosa più scandalosa il non avere l’abito alla moda di quello che sia essere piacevolmente mormoratore. Gli uomini grandi sono rare volte curanti di questi miserabili costumi; la vanità loro, cioè l’ambizione, è grande, le loro mire sono più alte, e sprezzano altrettanto i capricci degli uomini e le loro instabili opinioni quanto chi lor rimprovera di non apprezzarle. Concludi meco adunque, o mio giovine, che una ragionata non curanza del volgare degli uomini è utile e ci toglie mille incomodità della vita; se fia che ti si sollevi l’anima a questa filosofica libertà, allora mirerai ora ridendo, ora piangendo, le pazzie, le crudeltà degli uomini; vedrai che i grandi ingegni soltanto arrivano a torsi dalla schiavitù de’ pregiudizi; vedrai che i mediocri gli onorano e li mantengono, quasi che fosse una liturgia onde occupare il loro ozio e la loro ignoranza; e che l’uomo dabbene compiange gli errori del genere umano, lo ama, gli fa bene se può, non gli fa male anche potendo; ma che non comparte una cieca stima per esseri non mai conosciuti, e che la riserva alla probità, alla beneficenza, in somma alla virtù, che non toccò mai in retaggio alla moltitudine.
Tali sono i documenti indirizzati ad un giovine da uno di quegli uomini che stimano i talenti in qualunque età. Forse non vi è molto ordine o concatenazione fra di loro; ma non sono per questo meno ragionevoli, il che più importa. Anzi avviene che un certo ordine pedantesco, una certa forzata unione e lisciamento de’ periodi e di passaggi comuni ad ogni rettorico, tolgano l’energia delle cose. Se ti si presentano due idee importanti, benché diverse, perché cucirle malamente fra loro, per non esser tacciato di poco metodo? Le buone idee sono esseri sì preziosi che a costo d’ogni episodio io credo che si debbano scrivere; e chi ha il coraggio di rifiutare un buon pensiero in ossequio della lingua o dell’ordine, conviene ancora che abbia coraggio di essere mediocre, se pure già non lo è, quando fa lo svantaggioso cambiamento delle cose colle parole.
A. [Alessandro Verri]
Saggio d’aritmetica politica
Ogni mille uomini ve ne sono 750 capaci di lagnarsi; ve ne sono ducento capaci di ridere; ve ne sono quaranta capaci di non far male agli uomini di merito; ve ne sono otto capaci di onorare il merito; e due di merito. Qui resta pregato il benigno lettore a credere fermamente ch’egli ed io siamo veramente i due fra i mille.
Ogni mille uomini che dicano di essere ignoranti, non ve n’è nemmen uno che non lo sia; non ve n’è nemmen uno che creda veramente di esserlo.
Ogni mille uomini che accumulano denaro, ve ne sono ottocento trenta che soffrono tutta la lor vita i mali della povertà; ve ne sono cento quindici che fanno un po’ di bene agli altri prima di morire; ve ne sono cinquanta che possono goderlo con animo tranquillo, e cinque che l’impiegan bene.
Ogni mille donne che dicono d’essere brutte o vecchie, non ve n’è una che non lo dica per intendersi sostenere l’opposto.
Ogni mille letterati, ve ne sono novecento che lo fanno per cercar pane, fortuna e gloria; ve ne sono settanta che lo sono per assorbire le ore e non annoiarsi; ve ne sono venti che non sono gelosi dello ingegno altrui; e ve ne sono dieci che coltivano l’ingegno per rendere se stessi internamente migliori.
P. [Pietro Verri]
[Qual sia il miglior ingegno]
Il giudizio è un’operazione della mente per far bene, la quale sembra richiedersi non già una vivace volubilità d’idee, ma bensì una tranquilla pacatezza. Nel giudizio si devono contemplare gli oggetti da tutti i differenti punti da’ quali diversamente compaiono; si devono esaminare esattamente le relazioni che un oggetto ha coll’altro; una differenza, benché menoma, dimenticata ch’ella s’abbia, ci espone all’errore. Fralle qualità della mente umana, quella di rettamente giudicare è la prima di tutte, in quella guisa appunto che fralle proprietà dell’occhio la principale si è di veder bene gli oggetti e di distinguer bene la loro grandezza, la loro distanza e la proporzion loro; la vivacità, la bellezza dell’occhio sono realmente le qualità secondarie.
[Pietro Verri]
[Quai sieno gli uomini grandi]
Son molto inclinato a credere che tutti quegli uomini singolari, che per pubblico suffragio delle nazioni e dei secoli si chiamano grandi uomini ed eroi, non siano in realtà che grandi uomini del second’ordine; poiché qual è stato il principal motivo delle loro grandi azioni? L’amor della gloria. E che altro ella è mai questa gloria, che una chimerica riunione dei suffragi degli uomini in favor nostro? La chimera non ne impone ad un animo che abbia la robustezza di accostarvisi ed esaminarla da vicino. Un istante di felicità sulla bilancia del filosofo pesa più di un secolo di ricordanza presso i posteri. So benissimo che nelle più difficili imprese e laboriose l’eroe istesso non vi s’ingolfa che per amore della felicità; ma so ancora che ivi per ciò la cerca, perché mal ne conosce la vera indole. Se questo ragionamento regge, i grandi uomini veramente del primo ordine saranno stati quelli dei quali non sappiamo il nome.
[Pietro Verri]
[L’ambizione]
Chi pensa a far fortuna, lavori per liberarsi dagli ostacoli che potrebbero trattenerlo dal correre quando l’occasione si presenti; uomini ambiziosi, tocca a voi a star pronti per profittare del momento felice; ma il far nascere questo momento non dipende da voi. Rari son quegli uomini ai quali nel corso della vita non siasi presentata qualche fortunata occasione per migliorar la lor sorte; l’uomo indolente non vi si era preparato, e l’occasione passò vuota per lui; l’ambizioso era già all’ordine, e poté seguirla, e migliorò la sua sorte.
[Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XVIII )(
[La medicina]
Amico Demetrio.
Dite agli scrittori del Caffè ch’io sono un giovane che sto per incamminarmi nella carriera di fare il medico, e che da molto tempo aspetto che scrivano qualche articolo sulla professione ch’io voglio intraprendere; essa ha molta influenza certamente sulla vita degli uomini, e merita che di essa si parli. Vi prego, amico Demetrio, fate sì che ne parlino una volta; ed avrei molto piacere se ne parlassero in guisa di farmi un piano del sistema che essi credon buono per riuscirvi felicemente. Addio.
V’è un sistema buono per farsi un buon medico, e v’è un sistema buono per farsi volgarmente stimare un buon medico; rare volte questi due sistemi possono eseguirsi dalla stessa persona. Un giovane deve scegliere fra queste due strade. Se avete nell’animo un generoso amore della verità e tale da ricompensarvi coi progressi che andrete facendo della contenzione che vi farà d’uopo usare per instruirvi; se preferite la stima degli uomini illuminati all’applauso volgare ed alle ricchezze che gli vanno compagne; se avete in somma di mira o la gloria o una dilettevole occupazione per voi nello studio della medicina, allora appigliatevi al sistema di formarvi un buon medico. Ma se all’incontro voi ricercate il pane e propostovi tal fine volete interporre i più brevi, comodi e più sicuri mezzi per ottenerlo, scegliete il sistema di farvi volgarmente stimare un buon medico.
Io do un’occhiata generale all’Europa, e dico che se prendiamo tutt’i medici europei in complesso, ella sarebbe cosa molto problematica il decidere se siano più gli uomini ammazzati o risanati dall’arte loro. Se prendiamo dunque la medicina non per quello che mi si dice che dovrebb’essere, ma per quello ch’ella è in effetto, ella è un’arte che non si può riporre fralle benefiche senza usare di molta indulgenza. Facil cosa è il comprendere ch’io in questo senso intendo colla parola medicina non la scienza per sé, ma la somma delle azioni che i medici in complesso esercitano su i corpi umani.
Se l’amor della scienza stessa vi porta alla medicina, riflettete al bel principio che la medicina altro non è che la fisica applicata al corpo umano, cioè a quella macchina la quale anche al dì d’oggi è molto imperfettamente conosciuta, e non lo sarà forse mai in tutta la sua estensione. Le parti nobili del corpo umano non potiamo noi vederle mai nell’esercizio loro, ma bensì inerti e già mutate da quel fenomeno insigne che chiamasi morte, per cui dallo stato di materia organizzata passa la spoglia umana a quello di semplice materia: né coll’aiuto de’ nostri sensi, benché assistiti da’ più perfetti stromenti ottici, possiamo noi ragionevolmente lusingarci di seguitare l’organizzazione sino ai minimi elementi da’ quali forse deriva il principio fisico del moto, della circolazione, della traspirazione, del nodrimento e di tant’altre riparazioni e perdite e modificazioni diverse di materia, che rendono mirabile egualmente che oscura l’indole di un corpo organizzato.
Che se sì denso è il velo che ci nasconde i principii per i quali vive, movesi, genera e si nutre un corpo posto in sanità, cioè un corpo posto in quello stato sul quale ci è lecito fare maggior numero di sperienze, poiché stato comune alla maggior parte degli uomini; quanto più dovete voi credere che siano oscuri i principii che guastano l’ordine della economia animale, e fanno passar l’uomo dallo stato di sanità a quello di malattia! Quello ch’io chiamo stato di sanità non è quello stato di perfetta sanità che non potrebbe trovarsi che in un corpo immortale; poiché se tutte le perdite nostre venissero risarcite per l’opera di visceri perfettamente sani, sarebbero le nostre perdite perfettamente risarcite: quindi non conosceremmo né la vecchiaia, né la morte naturale: chiamo dunque stato di sanità quello in cui nessun dolore, nessuna lassitudine, nessun fenomeno apparente ci avverte d’alcun disordine avvenuto nel sistema della organizzazione nostra.
V’è molto maggior differenza fra malattia e malattia di quella che non vi sia fra un corpo sano e un corpo sano. Dirò di più: forse non si sono vedute da Ipocrate a questa parte due malattie perfettamente eguali. Pare che le leggi universali colle quali è diretta la fisica sieno costanti e inviolabili; ma pare altresì che i fenomeni particolari, ossia le combinazioni de’ principii invariabili, sieno variabili all’infinito; e come forse da Ipocrate a questa parte non sono comparse sulla terra due figure d’uomini perfettamente simili; come forse da Ipocrate a questa parte non sono comparse sulla terra due foglie d’albero perfettamente simili; così per analogia facilmente può credersi che due malattie perfettamente simili non si sieno ancora date da che gli uomini hanno trovata l’arte di trasmettere alle generazioni venture i loro pensieri colla stabile testimonianza della scrittura. Cosa molto più facile è sempre il comprendere come una macchina ben costrutta eserciti le sue azioni, di quello che non lo sia il prevedere e definire tutte le cagioni straniere e intrinseche per le quali può essere interrotta ne’ suoi movimenti.
Da queste brevi riflessioni ne deduco una conseguenza; ed è che sempre sarà molto incerta e ne’ suoi principii e nella applicazione di essi principii la medicina; e che un filosofo che ne faccia la professione, adoperata che abbia la più scrupolosa diligenza ne’ casi particolari, avrà costantemente compagno un cauto dubbio ed un pirronismo ragionevole, che lo porterà sempre ad ommettere anzi che ad eccedere operando.[54] A questo termine proponetevi dal bel principio di giungere, e sappiate che quello che è stato detto forse troppo generalmente delle scienze tutte, cioè che le estremità loro si toccano, e che al principio e al termine egualmente trovasi l’ignoranza, ciò particolarmente è proprio della medicina, in cui quando siete mediocre vi credete a parte de’ secreti di natura, ma a misura che fate progressi e che esaminate con maggiore analisi le vostre nozioni, scema il numero de’ secreti svelati, e vi accostate all’ignoranza dotta, che resta al termine della carriera.
Cosa ridicola in verità si è il leggere alcuni autori di medicina, e specialmente di bottanica, anche accreditati; non v’è erba che non risani da qualche malore, non v’è malattia che non abbia più erbe prontissime a sradicarla: pare, leggendoli, che non vi sia ormai più maniera di morire, se non per gl’ignoranti. All’occasione poi vediamo l’effetto di tante pompose promesse.
La medicina è dunque un’arte di sua natura molto circoscritta e che merita il nome di conghietturale che le vien dato; ma s’ella non fa agli uomini tutto quel bene che se ne promette il volgo e che ne vanno proclamando i ciarlatani addottorati, pure in mano d’un illuminato e onesto uomo, ossia, in una parola sola, in mano d’un filosofo, ella è un’arte che non solamente serve a provare sin dove giunga l’industriosa ricerca dell’ingegno umano, ma serve ancora a recare solidi beneficii all’umanità, o prevenendo le malattie o risanandole.
Ma, per giungere a ciò fare, primieramente io ricercherò da un giovane la preparazione alle scienze, cioè una costante abituazione del suo intelletto di far l’analisi delle proprie idee, di definire esattamente ogni vocabolo, di tessere in somma quasi in catena ben costrutta i propri ragionamenti, cosicché il desiderio della verità sia in esso sempre più robusto della inerzia, alla quale forse più che ad altre cagioni dobbiamo attribuire la parte maggiore de’ falsi ragionamenti degli uomini. Se questa disposizione dell’animo, che i scolastici chiamano Logica, è il primo fondamento delle umane cognizioni, se questa è la sola scorta che può farci fare progressi nelle scienze tutte, a più ragione dev’ella essere indispensabile laddove si tratti d’una scienza di conghietture, dove l’ommissione d’un dato solo o d’una osservazione ci porta a conseguenze talvolta perfettamente opposte.
Una mente chiara, ragionatrice, vogliosa di fare agli uomini quel bene che può loro farsi colla medicina, conviene che sia in istato di ben comprendere i libri scritti in latino ed in francese. Ogni discreto lettore comprenderà benissimo ch’io col vocabolo latino non intendo la lingua de’ curiali o de’ scolastici, lingua che non intenderebbe né Cicerone, né Livio, né Tacito, se dovessero essere condannati a leggere le tante belle cose che con essa lingua intermedia fra la latina e l’italiana sono state scritte per la felicità, se non delle nazioni, almeno di alcuni pochi che mettevano a profitto la pubblica bontà. Conviene che un giovane che vuol farsi medico davvero intenda dunque la buona lingua latina, quale la scrissero molti eccellenti medici, e così dicasi della lingua francese.
Io non vi farò qui una lunga declamazione da pedante, per provarvi che per guarir le malattie e per ragionare in medicina sia necessaria la statica, l’idrostatica, la geometria, l’algebra e tutte le altre parti della matematica; molta impostura v’è certamente in sì fatti discorsi, i quali li ripetono alcuni poeti, li ripetono alcuni medici e persino alcuni curiali, quasi che le loro occupazioni esiggessero l’Enciclopedia; dirò bene che le cognizioni della fisica universale sono necessarie, poiché, come ho già accennato, la medicina è l’applicazione della fisica al corpo umano. Convien dunque che abbiate una idea di quello che gli uomini hanno osservato sulla natura del calore e del freddo, sulla dilatazione e condensazione de’ corpi, sull’intestino loro moto, sulle leggi del moto, sulle leggi della gravità, sulla vegetazione, sulla generazione e simili oggetti risguardanti la fisica. Nemmeno io esiggerò da voi che siate un perfetto bottanico, cosicché conosciate il numero, la famiglia e la proprietà d’ogni filo d’erba. Nemmeno esiggerò io da voi che siate un chimico, e che conosciate per nome e per figura tutti i sali alcali, tutti gli acidi e tutt’i caratteri mezzo arabi e mezzo gottici co’ quali si rendono venerande assaissime inezie. A me basta che affatto non siate digiuno di queste materie, e che sappiate all’occasione quai sieno gli autori migliori da consultarsi, per conoscere se accade qualche cosa fondatamente.
La notomia sì, che dovete saperla; ma dovete sapere la notomia ragionata e comparata, non già la sterile nomenclatura delle ossa, dei muscoli, dei tendini e delle altre parti che formano il corpo dell’uomo. Sieno otto o sieno quattro i muscoli dell’occhio, sieno sette o sieno cinque i muscoli del basso ventre, questo poco importa saperlo al medico; son questi oggetti che interessano la chirurgia o il disegno. Ma sapere come o per qual mirabile meccanismo il cibo nel ventricolo cangi natura, come frammisto al fiele prenda il colore dal chilo, come la parte più sottile filtrandosi per alcuni minutissimi canaletti giunga nella cisterna del Pequet a distillarsi in un latte puro, come questo frammisto al sangue ripari le perdite di esso sangue, da cui si fanno continue secrezioni; come queste secrezioni sieno sì diformi fra di loro, sebbene tutte emanate dallo stesso principio; ma il conoscere come circoli il sangue, qual sia il primo mobile che lo spinge; come non rigurgiti, né prenda mai un moto contrario, come per esso si riparino le perdite de’ muscoli, delle vene, delle arterie e persino delle ossa; come dallo stato d’un fluido passi una particella di esso sangue a quello d’un perfettissimo solido: queste sono le mire che convengono a un medico.
Poiché siate a questo segno disposto, e per la felice disposizione della mente e per le cognizioni delle lingue e per la notizia delle cose fisiche e per un ragionato sistema di notomia, allora consacratevi alla medicina, scegliete gli ottimi autori, ed ivi esaminando i loro sistemi e meditando sulle diverse sorti di malattie da essi esposte, su i fenomeni che le accompagnano, su i rimedi che giovano e sulle opinioni loro delle cagioni, instruitevi e approfittate dei lumi e della pratica di molti secoli.
Ridicola pretensione in vero si è quella di coloro i quali cercano di cuoprire la ignoranza loro nella teoria della medicina vantando la pratica in favor loro. Vastissima è pur troppo la serie dei disordini ai quali è soggetta la macchina del corpo umano, e in paragone di essa la vita di un uomo è un lampo passaggero. S’egli è vero che da Ipocrate a questa parte forse non si sono vedute due malattie esattamente simili, come potrà mai sperare un uomo solo che dopo alcuni pochi anni di proprie osservazioni le malattie che gli si presentino sieno continue repetizioni d’altre malattie da lui vedute, il che vorrebbe dire la voce pratica? Ipocrate era il decimonono medico di sua famiglia, e aggiungeva la propria pratica a quella di diciotto generazioni che gliela avevano trasmessa, e forse anco diciotto generazioni sarebbero state non bastanti a compilare gli Afforismi, se ad esse non si fossero aggiunte le innumerevoli tavolette appese al tempio d’Esculapio, contenenti l’esatta descrizione di una vastissima serie di malattie. Allora fu che dopo la sperienza di molti secoli e dopo una sterminata serie di casi raccolti, venne dato il distinguere quelle poche leggi universali che son comuni a molte malattie, e che infiniti diversi fenomeni somministrarono il filo per riascendere ad alcuni principii. Le osservazioni, le sperienze, e più forse i casi fortuiti e gli errori medesimi di molti secoli che vennero dopo, accrebbero il materiale della scienza; da tutto quest’ammasso ereditato dalle generazioni passate un buon medico cerca di dedurne la sua pratica, la quale diventa la pratica di più secoli, la pratica di molti uomini condensata in un uomo solo; e questa è la vera pratica rispettata dai saggi, da cui può sperarsi giovamento.
Come per diventare un pittor valente non bastano le osservazioni su i disegni, sulle statue, sulle pitture e su i bassi riglievi, ma vi vuole il nudo medesimo; così nella medicina conviene che il medico contragga una sorte d’abitudine cogli ammalati, la quale presentando a’ suoi sensi i sintomi diversi delle malattie con maggiore efficacia di quello che non lo possono fare le descrizioni o gl’intagli, lo renda più sicuro di se medesimo. Non vi consiglio però di prendervi questa per principale occupazione. La principale deve essere su i libri, e chi predica il contrario cerca di farvi un buon infermiere tutt’al più, non mai un buon medico; ma secondariamente unite alla speculazione tranquilla del vostro studio anche l’uso di esercitarla sugli ammalati.
Ma del polso che diremo noi? Oseremo noi in questo foglietto svelare gli arcani dell’arte ed esporci alla vendetta dei pseudo-medici, per dar materia di pensare ad alcuni pochi? La dimostrazione sarebb’ella capace di far fronte ad una opinione venerata per secoli e sostenuta dalle continue declamazioni di quanti vogliono parer medici, senza essersi presa la briga di diventarlo? Io voglio osarlo, e vuo’ scrivere una proposizione scandalosa, empia, nefanda, abominevole; ed eccola: la cognizione del polso val poco a illuminare un medico. Io vi comincio a dire che Ipocrate, e tutta la sua scuola, non ha mai fatto gran caso del polso; che l’osservazione sulla pulsazione dell’arteria si è cominciata a fare dai Chinesi, poscia gli Arabi la posero in credito, e questo credito andò forse per arte d’alcuni a tal segno crescendo, che finalmente alla pulsazione dell’arteria si vennero ad attribuire tali proprietà da renderla la verga divinatoria della medicina.[55]
Non pretendo io già di dire che la pulsazione dell’arteria non sia un fenomeno da osservarsi in ogni ammalato, come s’osserva il calor delle carni, il colore del volto, come s’osservano gli occhi, la lingua, la flessibilità delle viscere, la libertà della respirazione, le secrezioni del sangue e simili; dirò di più, che la pulsazione dell’arteria essendoci una guida per conoscere presso poco lo stato della circolazione del sangue, ella è un sintomo da osservarsi anche con particolare attenzione. Ma il pretendere colla pulsazione dell’arteria di distinguere una ad una le infinite malattie, il pretendere colla pulsazione dell’arteria di conoscere i progressi e le diverse vicende de’ mali del corpo umano, questo è un pretendere cosa di cui compare l’assurdità per poco che vi si rifletta.
Primieramente il moto del sangue con somma facilità si altera nel corpo umano coll’urto semplice d’una passione anche non forte; secondariamente riflettete che tutte le variazioni possibili ad accadere nella pulsazione dell’arteria si riducono a quattro elementi, e sono diversità di tempo, diversità di luogo, diversità di forza, diversità d’ondulazione. Quattro elementi non possono produrne più che ventiquattro combinazioni, come avrete veduto alla pagina 8 di questo foglio periodico; dunque il polso non potrebbe indicare tutt’al più che ventiquattro stati diversi del corpo umano, non mai la serie quasi infinita de’ stati pe’ quali realmente può passare. Ma direte, questi stati sono suscettibili di molte differenze di più o meno; va benissimo; ed io vi pregherò a dirmi se col semplice tatto (senza un esatto orologio alla mano che vi segni i minuti secondi, e i terzi, se fosse possibile) si possano definire le minime differenze? Vi domando se credete possibile che un polsista possa paragonare matematicamente la celerità o equi-distanza del polso della sera con quello della mattina? Vi domando se dopo il toccamento di tanti polsi, quanti ne esaminano i polsisti, sia sperabile questo esatto confronto? Gran bella scoperta ch’è stata quella del polso! Chi vuol farsi credere medico, sebbene non sappia render ragione della sua professione, sebbene sia un perfetto ignorante, s’appoggia alla perizia del polso, riclama un dono di natura intrinseco a lui di conoscere tutte le malattie dal polso; e il volgo gli perdona la sua ignoranza, si fida de’ suoi toccamenti, lo crede capace di risanare e lo paga abbondantemente. Se poi due o tre polsisti si conducono separatamente a visitare un ammalato, senza che si siano potuti fra di loro concertare, uno dirà che non v’è febbre, l’altro che v’è febbre; uno dirà che entra, l’altro che va in declinazione; del che rari sono gli uomini che non ne abbiano avuto più d’un esempio sotto gli occhi in vita loro; esempio il quale solo basterebbe a convincere.
Se meno si sostenesse l’opinione del polso, sarebbero costretti coloro che vogliono fare il medico ad instruirsi, e minore sarebbe il numero delle infelici vittime dell’ignoranza. Io per altro trovo cosa degna di riflessione il vedere come in molte città della nostra Italia si sottopponga ai più imparziali e rigidi sperimenti un uomo che cerchi d’essere maestro di cappella di qualche cattedrale, e si facciano rigorosi esami e disappassionati giudizi per eleggere il più armonico fra i concorrenti; e nessuna città, ch’io sappia, adoperi la metà di altrettante cautele avanti di permettere a un uomo di operare sulla vita dei cittadini. Io credo veramente che una distonazione sia un minor male nella repubblica di quello che non lo sia un omicidio.
Ritorniamo al proposito nostro. Se volete dunque essere buon medico, io v’ho in breve indicata la strada che a me pare la buona per diventar tale. Due avvertimenti mi rimangono ancora, e ve li dirò tosto; appartengono essi alla buona morale. Primieramente siate in guardia sopra voi medesimo, acciocché i frequenti spettacoli della notomia e l’abituazione di veder soffrire gli uomini non incallischino in voi quel dolce e benefico principio di sensibilità che produce la compassione, ossia il patimento de’ mali altrui. La maggior parte delle virtù umane viene da questa sorgente, ed ogni animo ben fatto deve procurare di mantenersela intatta e delicata più che sia possibile. In secondo luogo sovvengavi che gli ammalati sono uomini più deboli per lo più degli altri, i quali affidano alla vostra dottrina, e all’onestà vostra la loro vita e le loro debolezze; sovvengavi che se passando d’una visita all’altra voi vi faceste giuoco della debolezza altrui, e se faceste servire a rallegrare gli sfacendati i racconti di quanto vedete o udite nelle famiglie che in voi confidano, sovvengavi, dico, che voi sareste agli occhi vostri medesimi, non che a quelli d’ogni onorata persona, un vero infame uomo, un uomo indegno della stima d’ogni animo bennato, un mostro in somma da far ribrezzo a qualunque è capace di virtù. La secretezza e la discrezione sono due virtù particolarmente necessarie a un medico onorato.[56] Eccovi in somma additata la strada per diventare buon medico. Quando lo sarete, aspettatevi che il volgo de’ pretesi medici vi fugga, aspettatevi che disemini di voi che avete della teorica, ma non valete in pratica; aspettatevi di ottener poco lucro e molte persecuzioni; e cercatevi una di queste tre cose, che sono le sole colle quali potrete passare la vostra vita al coperto della cabala o un nome procuratovi colle opere stampate, o un sovrano che con tutta la sua forza vi protegga, ovvero l’oscurità d’una vita ritirata che vi celi ai morsi dell’invidia.
Se poi vi bastasse l’essere volgarmente creduto buon medico, fate il vostro giro alle scuole pubbliche, fatevi addottorare, mettetevi a correr le strade in seguito a qualche buon polsista, rompete molte scarpe, imparate a scrivere una ventina di ricette, imparate a mente una quarantina di parole greche, una trentina di afforismi d’Ipocrate, celebrate le virtù del polso, arricchite la lingua colla creazione di nuove frasi e parole nuove, ricevete le pensioni che vi verranno assegnate, e sopra tutto pregate il Cielo che i lumi della sana filosofia non continuino a fare i progressi che tutto dì vanno facendo in Europa.[57] Conchiudo il mio ragionamento con tre ottave tolte da un poema inedito d’un autore che pensava presso poco come penso io.
Oh genti! oh genti! oh voi, che avete in cura | De’ cittadini conservar la vita, | Aprite gli occhi. Oh quanti mai ne fura | Degli impostori medici l’aita! | Di quanti va nella magione oscura | L’alma sdegnosamente dipartita, | Perché affrettata vien l’ora fatale | Da un medico, che è medico stivale! | Poniti a letto, fossi anche un atleta, | Fossi anche un toro, fossi un elefante; | Dopo una settimana di dieta, | Tranguggia docilmente un buon purgante; | Indi la vena s’apra, e l’inquieta | Cantaride t’infonda un vessicante | Alle coscie, alle gambe due cauteri | Popolatori delli cimiteri. | Indi làsciati dare le copette, | Le sanguisughe e vari serviziali, | E nuovo sangue, e poi nuove ricette, | E intorno al letto medici e speziali; | E dimmi poscia ch’io non vaglio un ette | Se con tanti rimedi non t’ammali. | Fidati pur se vuoi; ma in questa forma | Passa la bella donna, e par che dorma.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XIX )(
Pensieri sullo spirito della letteratura d’Italia
Le idee e le opinioni degli uomini si cangiano con maggiore velocità di quello che non si cangino le lingue; forse perché ogni mutazione di un segno esteriore compare una real mutazione agli occhi d’ognuno; laddove le successioni delle diverse idee ed opinioni, facendosi per gradi insensibili, non vengono conosciute che da quei pochi pensatori sparsi nella massa del genere umano, i quali constituiscono una minima porzione della nostra specie. Sono più secoli dacché si usano le voci uomo dotto e uomo filosofo, e quasi in ogni secolo queste voci hanno rappresentato cose diverse, ed opposte talvolta l’una all’altra.
Al rinascimento delle lettere in Italia, mentre i Medici accolsero i Greci rifugiati dopo la presa di Costantinopoli, era gran filosofo colui il quale aveva letto Platone e che sapeva ridirne a mente alcuna definizione, avesse ella o non avesse significato. Chiunque sapeva leggere allora qualche pezzo dell’Iliade o dell’Ulissea, era un uomo dotto; chi poi giungeva a scrivere qualche servile imitazione di que’ antichi originali era dottissimo e talora divino per pubblica acclamazione. La poesia era allora sovranamente onorata in Italia, e ciò doveva fisicamente accadere per la singolare sensibilità che abbiamo all’armonia e per la vivacità della immaginazione, più popolare in Italia che forse in altra parte d’Europa, qualità entrambi immediatamente dipendenti, anzi che dall’educazione, dal grado di latitudine sotto cui siamo riposti. Un uomo dotto nel secolo decimo quinto doveva intendere il greco ed il latino; doveva credere agl’influssi delle stelle, e formarsene un sistema con cui predire gli avvenimenti, e dare la spiegazione de’ fenomeni. Tutte le idee chimeriche della magia contribuivano pure alla composizione dell’uomo dotto. Era poi onorato col titolo di filosofo allora colui che sapeva ben a mente le categorie d’Aristotele, che sapeva disputare sull’universale a parte rei, sulle quiddità, sul blictri e su altre sì fatte gravissime innezie e deliri dell’umana debolezza, la quale, gonfia di tante barbare parole, con ispido sopracciglio e con sucida dimenticanza della persona cercava di carpire dal volgo i suffragi ed acquistarsi un dispotico impero sulle menti degli uomini.
A queste opinioni altre ne successero nel secolo decimo sesto, e fu allora che tutti quasi gl’Italiani capaci di coltivar le lettere si slanciarono disperatamente o nel platonico mare dei sonetti e delle canzoni amorose, ovvero nello studio della grammatica italiana e della latina eloquenza. Non v’è quasi terra in Italia in cui non si sia composto un canzoniere, e non si siano lodate le trecce bionde di madonna, l’angelico viso o il castissimo e soavissimo sguardo di lei. Romanzi in ottava rima pieni di stregheria, di palagi incantanti, di cavalli volanti, di cavalieri che con una lancia scompigliavano un intero esercito, cose tutte in somma seducenti all’immaginazione, ma nemiche giurate del buon senso, piovettero allora da ogni parte; frattanto che i freddissimi e numerosi pedanti coniugando, declinando, compassando ogni frase, ogni parola, ogni periodo costringevano gl’ingegni a sacrificar la cura delle cose per quella dei segni che le rappresentano, ed a limitarsi a quelle idee sole che potevano esporsi con que’ torni di frase delle quali permettevano che si facesse uso. Uomo dotto significò dunque allora un’altra cosa, cioè significò un uomo che sapeva scrivere all’occasione una lettera o orazione latina con una lingua che chiamavano del secol d’oro, e che per lo più altro non recava all’animo che un armonioso suono di ben disposte voci. Vero è che alcuni osarono scrivere da uomini pensatori anche in que’ tempi; ma furono essi appunto i meno riputati, e taluni atrocemente esposti alle persecuzioni de’ loro contemporanei, per tal modo che anche al dì d’oggi non è possibile prudentemente il rendere l’onore che si vorrebbe al loro nome; né alcuni pochissimi in un secolo sono quelli da’ quali debba la storia prendere l’indole e la fisonomia, dirò così, d’un secolo intero. Uomo filosofo fu anche in que’ tempi quasi lo stesso che nel secolo precedente, se non che le scoperte che s’erano poco prima fatte sul globo che abitiamo, la navigazione resa più industriosa e più ardita eccitava in alcuni delle idee della storia naturale, della figura della terra, delle osservazioni celesti, e con esse alcune elementari idee della geometria. Venne sul fine di questo secolo il gran Galileo, l’onore della patria nostra, il gran precursore di Newton, quello di cui sarà glorioso il nome insin che gli uomini conserveranno l’usanza di pensare, quello perfine le di cui sventure saranno una macchia ed un obbrobrio eterno per il secolo in cui visse. Scosse egli il primo il giogo di quella scienza di vocaboli che tiranneggiava le menti degli uomini, e che senza né amare né cercare il vero ammantavasi del titolo di filosofia. Egli additò non solo, ma percorse gran parte di quella strada, che è la sola per cui le limitate facoltà degli uomini possono giungere a contemplare qualche parte degli arcani di natura. Il sistema planetario, le leggi della gravità, quelle de’ fluidi, la teoria della resistenza de’ solidi, una serie di verità geometriche, le leggi del moto, la perfezione degli stromenti ottici, l’arte d’interrogar la natura con una industriosa sperienza, sono tutti doni che da quella grand’anima furono o interamente o in parte fatti non dirò all’Italia od al suo secolo, ma all’uman genere ed alla posterità più rimota. Ma i Simplicii, ch’egli introduce ne’ suoi dialoghi erano tanti a’ suoi tempi, e tale era la possanza di essi, che per una quasi universale sedizione le luminose vie di questo grand’uomo furono dichiarate assurde, e pochi e paurosamente celati furono quelli che seguirono l’additato sentiero.
Nel secolo decimo settimo poi gl’Italiani, costanti alle parole e pur troppo sino all’ora trascuranti le idee, dopo avere per due secoli coniugate, declinate, e poste in tondi armoniosi giri le parole, passarono a riporre ogni loro attenzione principalmente sulla loro combinazione e sulla corrispondenza d’una coll’altra; da qui ne nacquero gl’infiniti freddurai che provavano che la donna è un danno, la moglie un maglio, la sposa una spesa; ed in que’ tempi si applaudiva a quei versi famosi:
Mi sferza e sforza ognor lo amaro amore
A servire, a servare a infida fede;
Miei danni donna cruda non mi crede,
Mi fere e fura, e di cure empie il core.
Lima chi l’ama, e chi la mira more;
Vuol ch’oltre agli altri vada chi non vede
Per merto a morte, e con un chiodo chiede
Darla a me, ch’ell’amò qual fiera un fiore.
E questa mecanica e puerile occupazione dilatò il suo impero per modo d’imbrattare la poesia non solo, ma le più gravi orazioni e politiche e sacre, le familiari lettere degli amici, e persino ogni socievole conversazione dove si volesse far pompa di non volgare talento. Allora gli acrostici, i bistici, gli equivoci, gli anagrammi diedero una gotica forma alla letteratura d’Italia; allora gl’Italiani capaci di qualche coltura si divisero in accademie, le quali si attribuirono le più strane divise, e ciascuno degli accademici volle diventare confratello de’ cavalli da maneggio, e come il Leggiadro galoppa, lo Spiritoso raddoppia, l’Ardente corvetta, l’Agile fa il passo-salto, il Superbo passeggia, così un altro Leggiadro recitava sonetti, un altro Spiritoso era eccellente nelle sestine, un altro Ardente si distingueva nelle terze rime, un altro Agile era professore di ottave, un altro Superbo faceva anacreontiche da far languire di dolcezza. Il titolo d’un letterato mediocremente conosciuto occupava una buona mezza pagina, cioè il signor Tal de’ Tali, fra gl’Indotti il Sottile, fra gli Affamati il Disinvolto, fra gli Spensierati l’Ottuso, e così avanti in infinito quante erano le patenti d’accademia che facevano il corredo delle lettere di que’ tempi; fanciullaggini che seriamente prendevansi da taluni, ma che erano l’oggetto della compassione dei pochi uomini veramente illuminati, e della disistima in cui le lettere d’Italia allora vennero tenute dall’estere nazioni.
S’introdusse poscia poco a poco lo spirito della filosofia nell’Europa; il gran Lord Verulam aveva eccitati gl’Inglesi a scuotere il giogo; l’immortale Galileo nella nostra Italia non minore spinta aveva data agl’ingegni; il primo aveva fatto il disegno, l’altro in parte aveva innalzato l’edificio. Comparve alla fine Des-Cartes, sublime e benemerito genio, di cui gli errori stessi sono degni di venerazione, tanto è l’ingegno e l’industria che dovunque trovansi nelle opere sue. Poco anch’egli fu felice nella sua patria, né potrebbe la Francia liberarsi dalla macchia d’aver lasciato profugo e inonorato morire fra i ghiacci di Svezia quest’illustre ristoratore della filosofia, se le generazioni che vennero dappoi non avessero cercato con ogni sforzo di riparare la vergognosa dimenticanza de’ loro antenati. Le vite de’ grand’uomini nati in secoli o fra nazioni incolte sono composte d’una successione di sventure: l’invidia, la gelosia, la cabala, la malignità, la detrazione, tutte gli attaccano da mille parti; ma gli scritti loro rimangono, e i germi di luminosa verità col tempo si schiudono, sinché comunicandosi per tradizione d’uno in un altro il loro genio, cresce il numero degli uomini illuminati, e cresce a segno di sforzar gl’ignoranti ostinati al silenzio, e di riparare con una fama tarda sì, ma sicura, ai torti che in prima furono fatti al merito. Così avvenne de’ scritti di quest’uomini nati per l’ammaestramento degli altri: nuovo aspetto prese la filosofia in tutta l’Europa, e sebbene il numero delle verità che in questo cambiamento si scopersero non sia molto vasto, il metodo di ragionare che s’introdusse fu la cagione de’ scoprimenti che si fecero dappoi e che si vanno facendo tuttavia. Si sostituirono allora, a dir vero, nuovi errori ai vecchi; ma gli errori vecchi avevano per base l’antica autorità, che più si avvanza e più cresce; e i nuovi errori avevano per base la ragione, la quale col proseguire ad esercitarsi li discopre. Ostinatissima guerra fecero le scuole a questo nuovo genere di filosofare, ma la ragione finalmente la vinse, e allora si chiamò filosofo un uomo il quale credeva di spiegare tutt’i fenomeni dell’universo coi soli due principii di materia e di moto. Si credette allora co’ vortici di aver trovata la cagione de’ moti de’ corpi celesti, colla materia sottile di spiegar la cagione della gravità, dell’ago magnetico e della luce; non restò un solo angolo delle cose naturali che un filosofo allora non credesse d’intendere e di potere altrui spiegare.
Verso que’ tempi medesimi altra idea si unì colle parole uomo dotto, e di tale ebbe il nome colui che molto fosse versato nella cronologia, nelle medaglie, nelle cronache, nelle pergamene antiche e nelle iscrizioni; e allora ad illustrare una lampade sepolcrale, ad illustrare un piedestallo, un tripode, una patera o simile oggetto si spesero anni e lustri, e si pubblicarono grossi tomi, i quali certamente non contribuirono molto all’avvanzamento delle cognizioni umane o alla gloria della patria nostra.
Ai dì nostri non può negarsi che molto non siasi migliorata la condizione degl’ingegni e nell’Italia e in tutta l’Europa. Il gran Newton ha svelato dimostrativamente il sistema nostro planetario; egli ha fatto conoscere una nuova forza, compagna indivisibile della materia, per cui reciprocamente s’attrae; egli ha scomposta la luce ne’ suoi principii, e ne ha dimostrate le proprietà; egli in somma ha aggiunto alla ragione, che Des-Cartes aveva già portata nella filosofia, l’analisi, sua fida scorta, per cui va ogni giorno più dilatando la sfera delle umane cognizioni. Cosicché al giorno d’oggi filosofo è colui che fa precedere l’esame all’opinione, che pesa gli oggetti indipendentemente dal sentimento altrui. Se a questo filosofo domandi cosa è materia, egli dubita di non aver dati per definirla, ed è tanto cauto nel determinarsi quanto erano corrivi a farlo quei che chiamavansi filosofi cinquant’anni sono.
Io qui non so contenermi che non faccia una breve, ma importante uscita dal mio soggetto, e sia per coloro i quali malignamente abusando del nome sacro di filosofo, credono di dimostrarsi tali manifestando non curanza e talvolta persino discredito delle più sublimi verità rivelatrici dell’Eterna Sapienza, verità le quali sono d’un primo ordine superiore ad ogni altra classe di cose, verità le quali vuole il dovere, l’interesse e la ragione egualmente che sieno da noi venerate. So che un sì grave argomento dev’essere trattato con quella maestà ch’io non so darvi, e che non si comporta colla natura d’un ameno foglio periodico, di cui lo scopo è soltanto di fomentare la curiosità per la lettura e indicare qua e là alcune verità del second’ordine; pure è bene avvertir di passaggio que’ tali, se ve ne sono, ch’essi col loro modo di parlare danno una prova di essere lontani dalla filosofia, cioè dall’amor del sapere, più assai di quello che non lo sia un perfetto ignorante, poiché un errore, ed un errore fondamentale quale è questo, è una quantità negativa del sapere. Chiunque poi ad ogni nuova proposizione, per sana ed ingenua ch’ella sia, cerca di trovarvi una nascosta incredulità, e proccura di denigrare il buon nome degli uomini illuminati con falso zelo di pietà e con una vera e reale invidia che lo rode nel fondo del cuore, quegli non è certamente né filosofo, né buon cristiano, né uomo d’onore.
Ma ritorniamo sulla strada, ed osserviamo che il titolo di uomo dotto realmente costa al dì d’oggi assai più di quello che non lo costava per l’addietro; onde la maggior parte di coloro che l’ottennero ne’ tempi trascorsi molto dovrebbero sudare ai dì nostri per ottenerlo di nuovo. Lo spirito filosofico s’è dilatato oltre i confini della fisica, egli regge ed anima l’eloquenza, la poesia, la storia, le bell’arti tutte in somma; il cuore umano ed i principii della sensibilità sono alfine più conosciuti di quello che in prima non lo erano, ed il senso della maggior parte degli Europei è reso molto più squisito e dilicato di quello che da lungo tempo non lo sia stato giammai.
Nell’Italia nostra però vi sono tuttavia gli aristotelici delle lettere, come vi furono della filosofia, e sono quei tenaci adoratori delle parole, i quali fissano tutti i loro sguardi sul conio d’una moneta, senza mai valutare la bontà intrinseca del metallo; e corron dietro, e preferiscono nel loro commercio un pezzo d’inutile rame ben improntato e liscio a un pezzo d’oro perfettissimo di cui l’impronto sia fatto con minor cura. Immergeteli in un mare di parole, sebben anche elleno non v’annunzino che idee inutili o volgarissime; ma sieno le parole ad una ad una trascelte e tutte insieme armoniosamente collocate ne’ loro periodi, sono essi al colmo della loro gioia. Mostrate loro una catena ben tessuta di ragionamenti utili, nuovi, ingegnosi, grandi ancora: se una voce, se un vocabolo, una sconciatura risuona al loro piccolissimo organo, ve la ributtano come cosa degna di nulla. Sono que’ tali come quel raccoglitore dei libri, il quale gli sceglieva sulla eleganza della rilegatura, rare volte osservandone il titolo, non che l’opera; e così preferiva le opere del celebre Gomez rilegate in vitello alla storia del presidente du Thou legata in pergamena.
Questi inesorabili parolai sono il più forte ostacolo che incontrano anche al dì d’oggi in Italia i talenti che sarebbero dalla natura altronde felicemente disposti per le lettere; essi co’ loro rigidi precetti impiccoliscono ed estinguono il genio de’ giovani nell’età appunto più atta a svilupparsi; essi colle eterne loro dicerie intimoriscono talmente i loro disgraziati alunni, che in vece di sollevarsi con un felice ardimento, scrivendo a quell’altezza a cui giunger possono le loro forze, con mano tremante servilmente si piegano alla scrupolosa imitazione di chi fa testo di lingua; e quel pittore, il quale nelle prime opere sue, se fosse stato libero, avrebbe prodotte molte bellezze e alcuni difetti, per migliorare poi sempre colla propria sperienza, s’agghiaccia colla pedanteria dell’imbecille e venerato suo maestro, e per troppo temere i difetti, non produce più né difetti né bellezze proprie, ma oscure e dispregevoli copie non mai capaci di dar un nome all’autore.
Questa disgrazia dell’Italia è provenuta, cred’io, da ciò che nell’Italia, quasi appena dopo il risorgimento delle lettere, si pretese di aver fissata la lingua, e si pretese di più di averla fissata con confini sì immobili che la lingua italiana della scrittura avrebbe dovuto avere tutta la rigidezza delle lingue morte, perdendo quel naturale tornio e quella pieghevolezza all’idee di ciascuno scrittore che forma il primario genio delle lingue vive. Io non pretendo già che debba esser lecito ad un pulito e colto scrittore il far uso di que’ vocaboli che sono talmente municipali d’una parte d’Italia, sì che nell’universale lingua italiana non sieno conosciuti; io non pretendo neppure che un pulito e colto scrittore ignori la grammatica della lingua in cui scrive, e macchi i suoi discorsi con frequenti errori o barbarismi; nemmeno pretendo che sia lodevole un perfetto libertinaggio di lingua, introducendo senza ragione ne’ scritti delle frasi o de’ modi di dire ignobili o forestieri al genio della lingua; io dico bensì che il merito della lingua è un puro merito secondario, ch’egli è un puro abbellimento del discorso; né può essere mai risguardato come un merito primario, se non se da coloro i quali non sanno far uso della miglior parte dell’uomo. Dico di più, che quando si sono voluti stabilire per cardini della lingua i Giambullari, i Capponi, i Montemagni, i Firenzuola, i Borghini, i Rossi, i Monaldi, i Cavalcanti, i Gelli, i Fazi degli Uberti, i Sacchetti, i Marignolli, i Cinoni, i Bronzini, gli Stradini e sì fatti oscurissimi scrittori, de’ quali l’Europa colta non legge neppur un solo, allora dico che s’è preteso di fare una risoluzione alquanto immatura, e che la lingua non si potrà mai chiamare stabilita sodamente insino a tanto che vari e vari valentuomini non l’abbiano piegata alle diverse loro idee, e resa versatile e maneggevole a ben dipingere e rappresentare tutt’i diversi oggetti che possono affacciarsi alla immaginazione d’un uomo superiore al volgo. Non credo di far torto a quei che non nomino, nominando due scrittori che abbiamo per sventura dell’Italia perduti, cioè il signor dottore Antonio Cocchi ed il signor conte Francesco Algarotti, i quali con diverso stile bensì, ma con un medesimo spirito di filosofia hanno arricchita la nostra lingua colle loro opere, e ci hanno lasciati libri pieni di idee grandi e nobili, adornate da uno stile che le rende ancor più leggiadre. Allor quando la nostra Italia in vari generi ne avrà prodotti altri ancora di simili, allora i nostri posteri avran ragione di vantarsi che la loro lingua abbia ricevuta una stabile forma.
Quando Orazio, l’incomparabile Orazio, onorava la lingua di Roma co’ suoi versi immortali, una turba di pedanti fremeva contro il nuovo autore, ed erano appunto costoro quella greggia servile d’imitatori che ad Orazio tanto sovente movevano ora il riso, ora la noia. Lo storico Livio accusavano essi di padovaneggiare nel suo stile; in ogni paese, al cominciare che fece il buon secolo, s’incontrarono tali ostacoli, ove più ed ove meno; e il gran Cornelio, il gran Moliere, che fecero ammirare le produzioni dell’ingegno umano sul teatro, innalzate forse al dissopra di quanto gli uomini avevan mai veduto prima d’essi, il gran Cornelio, il gran Moliere, essi pure hanno sparsi nelle loro opere dei difetti, o vogliam dire degli errori di lingua, né perciò son essi meno illustri o nella loro patria, o dovunque vi sia senso per la tragedia o per la commedia.
Un’altra cosa pure fa molto torto alla letteratura d’Italia, ed è il modo con cui fra gli scrittori si trattano le dispute letterarie. Chiunque osa scrivere dovrebbe mostrarsi uomo d’un ingegno e d’una coltura al dissopra del comune livello degli uomini; il mestiere d’un autore è d’illuminare la moltitudine, di comunicargli co’ suoi scritti le utili verità, di rendere gli uomini più saggi, più felici e più virtuosi, tre cose le quali realmente sono una cosa sola. Quale stima o quale deferenza dovranno avere gli uomini comuni per le lettere, se chi s’intrude in questa nobile professione la avvilisce con canaglieschi modi, e coll’usare delle più basse e facchinesche ingiurie, le quali appena meritano scusa qualora se ne ascolti uscire il suono da una bettola ripiena d’ubbriachi? Eppure cotesto è un vizio nostro ereditato; e dal tempo del Castelvetro a questa parte, rare volte son passati dieci anni in Italia senza che siasi dato alla ciurma de’ lettori l’obbrobrioso spettacolo di due, che usurpandosi il luminoso carattere di letterati, si prendono villanamente l’un l’altro pe’ capelli, e si rimescolano nel fango fralle fischiate e gli urli e lo schiammazzo d’un ozioso gregge d’insensati partigiani. Nell’Inghilterra, la parte che qui fanno cotali disonori delle lettere la fanno i galli, ed a quegli animali conviene assai più che non ad uomini il pungersi e lacerarsi l’un l’altro per divertimento degli spettatori.
Non mancarono a due insigni nostri letterati, al signor Lodovico Antonio Muratori ed al signor marchese Scipione Maffei, di simili scrittori frenetici, i quali se gli avventarono colle più vili e plebee contumelie, ma que’ geni superiori non interruppero per ciò il placido e maestoso corso della loro carriera, né vollero mai far l’onore ad una schiatta d’uomini tanto da loro distante di discendere e far rientrare quegl’insetti nella pozzanghera d’onde pretendevano alzarsi; gli uomini di lettere non farebbero mai nulla di grande, se si lasciassero distorre da’ loro oggetti ad ogni ragghio che ascoltano.
Quando però la disputa sia una urbana e pacifica ricerca della verità, la quale s’eserciti in modo da non far nascere cattiva opinione o della morale o della educazione di chi la sostiene; se il soggetto di essa è degno d’essere rischiarato, allora la disputa diventa una parte rispettabile della letteratura e contribuisce al progresso delle cognizioni degli uomini. Il signor La Motte così trattò la disputa con madama Dacier, ed il monarca autore del Philosophe bienfaisant così disputò col cittadino di Genevra. Il signor d’Alembert, nella disputa sul teatro, ha sostenuta pure la sua causa con quella nobile decenza che era degna di lui. La contumelia e il fiele scolastico sono uno sfogo di que’ sventurati scrittori i quali risvegliano alla mente la favola del serpente che rosica la lima. L’uomo di merito non odia che il vizio, disprezza i vili e compassiona quegli infelici, i quali amareggiati nel fondo del cuore per la non curanza in cui vengono tenuti, non hanno la forza di celare ne’ loro scritti il crudele sentimento che gli avvelena.
Da queste due cancrene, cioè dalla pedanteria de’ parolai e dalla scurrilità de’ spaventacchi dell’infima letteratura, sembra che a grandi passi vada liberandosi la nostra Italia: ogni giorno più va diminuendo il numero de’ loro fautori, e gli estremi loro sforzi sono una prova che lo spirito filosofico va facendo progressi grandi sulle ingiuste loro possessioni. A misura che saranno discreditati questi nemici degl’ingegni, l’Italia andrà distinguendosi fra le nazioni colte, e per poco che il Cielo le conceda pacifici giorni, tornerà forse un’altra volta a far rivolgere verso di lei lo sguardo ammiratore dell’Europa.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XX )(
Dialoghi dei morti
Dialogo I. Omero e Pitagora
Omero. E dunque vero, o Pitagora, che per aver felicemente trovata la dimostrazione d’un geometrico teorema, offeristi un’ecatombe ad Apolline?
Pitagora. Verissimo: e ti par egli strano per avventura?
Omero. A me certamente non è mai caduto in pensiero di farlo, per quanto sublimi e leggiadri versi m’abbia ispirato Apolline ne’ miei poemi: eppure non vuolsi, per mio avviso, colle bellezze de’ versi paragonare la nuda e sterile geometria.
Pitagora. Assai più belle e pregevoli che tu non credi sono le geometriche contemplazioni. La soave armonia dei versi lusinga l’orecchio, e la vivacità loro agita l’immaginazione; ma il piacere di conoscere il vero penetra e si trattiene e spazia nella più pura parte dell’intelletto, al quale, nato per la verità, nulla più grato riesce che il discoprirla. I geometrici studi formano la mente nostra, e l’avvezzano a sviluppare in se stessa e a svolgere i principii della scienza, e a dedurne con certo ordine i suoi giudizi. E perciò dovrebbono i giovani siffatti studi premettere per fondamento e base d’ogn’altro. E quando queste medesime sublimi teorie, che pascono e riempiono l’intelletto, vengono alla fisica esperienza ridotte dall’esperto geometra, sono d’innumerevoli vantaggi cagione alla umana società.
Omero. E non è forse utile agli uomini la poesia? Questo linguaggio degli dei, questa divina arte, la quale le magnanime azioni degli eroi celebrando e le triste opere de’ malvagi uomini spargendo d’infamia, quasi in fido specchio della umana vita ci rappresenta quanto imitare dobbiamo e quanto fuggire. Ben lo conobbe la savia Atene, la quale, siccome fummi da molti detto, con solenne decreto ordinò che nelle pubbliche adunanze si cantino i versi miei. E quando scese quaggiù il più valoroso principe che abbia avuto la Macedonia, venne con sollecita cura in traccia di me, e trovatomi, dopo mille onorevoli accoglienze, mi raccontò com’egli tenea sempre fra lo strepito dell’armi le opere mie con sé, e con sommo profitto leggevale, e aveale finalmente riposte in un gemmato vaso trovato fra le spoglie di Dario. Né la colta Grecia soltanto, ma i rimoti Indi e i re di Persia hannole in grandissimo pregio e venerazione.
Pitagora. Non nego io già che non possa essere la poetic’arte d’alcun vantaggio producitrice. Ma oltrecché rari sono i poeti che abbiano ornata la virtù, e non anzi co’ più vivi colori dipinto il vizio, i versi loro ammolliscono l’animo dei giovani, e men atti li rendono ai più severi studi e più gravi.
Omero. Ma questi gravi e severi studi finalmente pochissimi seguaci ebbero in ogni età, e florida è stata sempre la scola d’Apolline.
Pitagora. Argomento della falsa idea che hanno gli uomini del bello e dell’utile.
Dialogo II. Mitridate e Catone Uticense
Mitridate. Generoso invero e magnanimo fu il tuo consiglio, o Catone, di darti la morte, né le minaccie curando, né le promesse di Cesare.
Catone. Più grave assai della morte sarebbe a me stata la servitù, né la libertà io dovea ricevere da chi l’avea rapita alla patria. Il divin libro in cui Platone ragiona della immortalità dell’anima e della futura beata vita dei buoni mi confortò, e la mano mia nel gran cimento rinvigorì il desiderio di mostrarmi non indegno figlio di quella Roma che è stata, sopra ogn’altra città, feconda madre d’eroi.
Mitridate. Molti grand’uomini ha certamente prodotti la tua repubblica; ma io temo non l’amor della patria al pensier tuo li rappresenti più grandi ancor che non furono.
Catone. E qual altra nazione vantar può mai e l’incorrotta virtù de’ nostri Camilli, e Curi, e Fabrizi, e il militar consiglio e l’egregio valore de’ nostri Metelli, e de’ nostri Fabi e Scipioni?
Mitridate. Il rigido costume di quegli antichi cittadini di Roma io l’attribuirei anzi alla condizione de’ tempi loro, che a grandezza d’animo e a determinata virtù. Come potevano essi quelle delizie apprezzare che non avean gustate, ed esser avidi di quelle ricchezze che non conoscevano? E ben si vide quanto presto l’eredità del re Attalo e le conquiste asiatiche sbandirono da’ petti loro l’antica severità, e fecero scordare ai romani consoli i rustici tuguri, e ai dittatori l’aratro. E siccome potrebbe a questi, e con più ragione, opporre e un Pelopida, e un Focione, e un Aristide la Grecia, così potrebbe ai vostri duci e il suo Leonida, e il suo Temistocle, e il suo Epaminonda paragonare. E quella Cartagine che sparse tanto sangue romano, e il piccolo Regno di Ponto che vi ha per quarant’anni stancati, vanteran forse del pari e Annibale e Mitridate.
Catone. Ma la superior forza e l’invitto valor dei Romani tutta finalmente sentì e riconobbe la terra.
Mitridate. E tutta sentì e riconobbe la terra l’ingiustizia e la violenza dell’armi vostre. I fondatori della vostra repubblica diedero a lei principio colle rapine e col sangue; e questo spirito ne’ posteri loro trasfuso, l’Italia prima, e tutte poi devastò le straniere provincie: ed or con aperta violenza, ora con simulati pretesti e con apparente colore di protezione spogliati furono i popoli della natia libertà. Ma presero finalmente li dei delle oppresse nazioni vendetta. Questa superba repubblica sotto le armi di Cesare è già vicina a spirare.
Catone. La soverchia potenza e gl’intestini odi e le discordie han guasto il seme delle virtù latine. Né sarà maraviglia che senta poi anche la nostra repubblica il comune rivolgimento delle umane cose, le quali han tutte il lor principio, l’ingrandimento loro, la decadenza ed il fine.
Dialogo III. Corinna ed Elena
Corinna. Che mi vai sempre vantando, o Elena, quella tua bellezza, la quale, siccome cosa caduca e mortale, ha dovuto sentire i danni del tempo e della morte; mentre la fama del mio ingegno eternamente vive nella memoria degli uomini?
Elena. E non è forse eterno il mio nome ne’ versi di tanti insigni poeti che il celebrarono?
Corinna. Io celebrai me da me stessa, e nel cospetto di tutta la Grecia al suo lirico più illustre tolsi la palma co’ versi miei.
Elena. Io non voglio ora disputar teco su tal vittoria: ben ti dirò che assai più chiare e più sicure vittorie su gli uomini ottien la bellezza. Può ben l’ingegno e lo spirito in altrui risvegliare i freddi e languidi sentimenti d’ammirazione; ma la bellezza agita i cuori umani coi forti e vivi affetti d’amore. Ella tramanda e spira un segreto fascino e incanto, che rapidamente passando dagli occhi al core di lui trionfa. E ben sai tu come Paride, arbitro alla gran lite trascelto dai numi, i vari doni da Giunone e da Minerva offertigli disprezzando, diede il pomo alla dea della bellezza che aveagli in premio e mercede promessa la bella sposa di Menelao. Li dei medesimi, quando fra noi scendevano sazi del cielo, colle belle e leggiadre donne si ricreavano, non colle dotte e scienziate. Il gran padre de’ numi si è forse alcuna volta spogliato della sua maestà e cangiato in toro, in cigno, o in pioggia d’oro per qualche erudita fanciulla di Grecia, come egli ha fatto per Europa, per Leda e per Danae, donne a’ lor tempi famose per la bellezza?
Corinna. Inutile è adunque il dono dell’ingegno, anzi dell’animo, che a noi del pari che agli uomini fecer li dei: e paghe e contente d’esser quai simulacri vagheggiate, la miglior parte di noi lasceremo incolta e negletta? Io per me pregerommi sempre d’avere della felicità dell’ingegno con tanta mia gloria gareggiato con Pindaro.
Elena. Ed io sempre mi pregerò d’aver colla mia bellezza sconvolta l’Asia e l’Europa.
Dialogo IV. Platone e Diogene
Platone. Bella con tua pace, o Diogene, bella è la gloria: e un degno oggetto, anzi un chiarissimo argomento di un’anima immortale è quel vivissimo desiderio che in noi sentiamo d’acquistar nome, e d’essere eterni nella memoria de’ posteri.
Diogene. Per se medesima deesi cercar la virtù, la quale senza i vani applausi e la incerta fama del volgo, è per sé bella e di se stessa contenta.
Platone. Vero è che se potessero gli uomini nella propria luce e nella natia bellezza contemplar la virtù, un ardentissimo amore di sé risveglierebbe ne’ petti loro. Ma poiché un denso velo agli occhi mortali l’asconde in parte, nel qual è in se medesima bella, e pregevole si manifesta, non isdegna ella che sieno i bennati spiriti anche da quella gloria invitati che non proviene che dalla vera virtù. E chi non sa quanto possa ne’ cuori umani, e quanto alle magnanime imprese gli accenda, diretto dalla ragione l’amor della gloria? Questo rende men aspre le militari fatiche, anzi la stessa morte a’ nostri guerrieri; questo i veloci cursori e i robusti atleti rinvigorisce in Elide, in Pisa, in Olimpia: questo le belle arti ravviva, e regge all’industre artefice sui bronzi e i marmi e sulle spiranti tele la mano; questo agita con più vivo ardore il celeste foco dei poeti; e in questo troveran finalmente, con disappassionato animo se stessi considerando, il più forte promotore de’ loro studi i filosofi.
Diogene. Io fui sempre nemico del fasto e sprezzator della gloria.
Platone. Ma tu fosti del fasto nemico per un fasto maggiore, e la gloria sprezzasti per aver la gloria d’averla sprezzata.
Diogene. E che dirai del generoso rifiuto e della filosofica indifferenza colla quale accolsi il superbo Macedone?
Platone. Tu fosti allora, o Diogene, assai più superbo di lui.
Dialogo V. Seneca e Petronio
Seneca. Ogni qualvolta io vo pensando, o Petronio, a quei cinqu’anni, che con tanta gloria del nome suo e con tanta felicità dell’imperio regnò Nerone, d’un giusto sdegno m’accendo contro di te e di quanti col pravo esempio e colla sordida adulazione corrompeste i buoni semi, da me nell’animo suo sparsi e coltivati.
Petronio. Checché degli altri ne sia, a me certamente non deesi un tal rimprovero.
Seneca. Non eri tu, sopra gli altri, arbitro e ministro de’ suoi piaceri?
Petronio. Non già di quelle infami dissolutezze alle quali, non per mia colpa, s’abbandonò, ma di un fino ed erudito lusso e delle più delicate ed eleganti delizie. Non volli io già coll’assoluta privazion de’ piaceri svegliarne in core al giovinetto regnante più accesa la brama, né introdurre alle soglie reali la squallida filosofia del Portico.
Seneca. Pur non dovrebbono gl’institutori de’ principi insinuar negli animi loro l’amor del piacere, ma unicamente formarli cogli ottimi precetti della virtù.
Petronio. Ma convien renderla dolce ed amabile, né rappresentarla, qual tu facesti, fiera e selvatica. Vero è però che quasi bastandoti d’averla con sì forti colori dipinta ne’ libri tuoi, la riducesti coll’uso a te medesimo più mansueta ed agevole. Tu biasimasti le delizie, e l’antica frugalità celebrasti, fra i lauti conviti e la più splendida magnificenza; e in mezzo agl’immensi tesori da te raccolti, e colla più gelosa conservazion della vita ragionasti da grave filosofo di povertà e di morte. Altro dunque non fu la tua vantata severità che vanità e impostura. E chi non anteporrà, come io feci, alla impostura e vanità d’uno stoico la moderata filosofia d’un virtuoso epicureo?
Seneca. Se vero è ciò, e se tanto fosti ne’ tuoi costumi savio e moderato filosofo, perché sì poco lo fosti ne’ libri tuoi?
Petronio. E se tanto lo fosti tu, o Seneca, ne’ libri tuoi, perché sì poco ne’ tuoi costumi?
Dialogo VI. Carlo V e don Giovanni d’Austria
Carlo. Troppo immatura fu la tua morte, o figlio, e troppo ingrato a’ tuoi meriti Filippo II.
Don Giovanni. Assai più della mia, spiacemi la trista condizione del vostro imperio. Io per me mi vo confortando coll’interno testimonio dell’animo mio, colla memoria delle onorate azioni e coll’esempio dei Temistocli e degli Scipioni: tale è la malignità dell’invidia, tale è il destino della virtù.
Carlo. Io non credea certamente di lasciare un sì indegno successore di Carlo V.
Don Giovanni. Non ha quel crudele e sospettoso principe bastante forza a reggere sì vasta mole. Egli, rinchiuso nel suo gabinetto, si pasce dei vani e immaginari progetti d’una falsa politica, mentre gl’ingordi ministri, non che le ricchezze del nostro, van disperdendo i tesori del Nuovo Mondo.
Carlo. In quale stato son ora le cose di Fiandra?
Don Giovanni. In pessimo stato per noi. La fierezza del duca d’Alba ha inaspriti gli animi di quelle genti, e la recisa testa del conte d’Egmont ha renduto loro odioso il nome spagnolo. Colla clemenza e colla umanità si vincono i popoli, non colle stragi e col sangue. Ah, troppo improvido fu il vostro consiglio di scender dal trono prima che le sparse e dissipate membra d’un sì vasto imperio fossero da uniforme e concorde spirito animate, e sotto un medesimo capo unite e composte.
Carlo. A ciò m’indusse la stanca età, la quale dopo tante cure e tante fatiche, dimandavami alcuni anni di placida e riposata vita.
Don Giovanni. Ma ben sapete come debbono i regnanti il proprio riposo alla salvezza de’ sudditi.
Carlo. Pur non mancò chi quella risoluzion mia celebrasse col glorioso titolo di filosofica magnanimità.
Don Giovanni. E quando mancaron mai anche alle meno lodevoli azioni de’ principi gli adulatori? Ben sarà Carlo V ne’ futuri tempi proposto qual chiaro esempio da imitare nel governo di un regno, ma gli accorti principi non l’imiteran certamente nel rinunziarlo.
Dialogo VII. Augusto ed Orazio
Augusto. Accostati, o venosino, che anche quaggiù con piacere io riveggo uno di que’ felici ingegni che tanto il mio regno illustrarono.
Orazio. Ed io riveggo ben volontieri quel che con tanta cura protesse, e sotto alla benefica ombra reale accolse le buone arti e le Muse.
Augusto. Un tal esempio seguir dovrebbono tutti i regnanti.
Orazio. Né per il pregio solamente delle belle arti e delle auree lettere in sé, ma per il vantaggio ancora che al protettore ne torna. Danno i sublimi scrittori eterna vita al nome di un principe, e le vere virtù sue spargono di più chiara luce, e quelle sovente in lui fingono ch’egli non ebbe per avventura. Il che io dirò, con vostra pace, essere avvenuto di voi.
Augusto. E che? Ti sembro io forse non degno in tutto di quella fama in ch’è salito il mio nome?
Orazio. Non voglio oppormi io già al comune applauso che con quei pregi che in voi rilussero e con alcune lodevoli azioni vi meritaste: dicovi solo che senza le donate ville e il largo e cortese favore, onde amici vi rendeste i più colti ingegni del vostro secolo, sarebbe certamente la memoria vostra fra gli uomini assai men bella ch’ella non è. E in vero s’io vi considero prima di salire al trono, altro non trovo in voi che un barbaro e crudel promotore del triumvirato e della proscrizione; veggo le natie contrade sparse di stragi e di sangue; veggo la misera patria, contro le straniere forze dagli antichi nostri difesa, da un proprio figlio dilacerata ed oppressa.
Augusto. Cose, io nol nego, funeste e gravi a me stesso, ma necessarie. Da me richiedevale e l’invendicata ombra di Cesare e la condizione de’ tempi. Era già spento nel Senato e nel popolo l’antico spirito di libertà; né mal s’appose chi Bruto e Cassio chiamati avea gli ultimi de’ Romani. Deposto adunque il vano pensiero, due volte sortomi in core, di far rivivere la Repubblica, diedi a’ Romani quelle catene che già chiedevano, e sol presi ogni cura di renderle col giusto e mansueto impero men dure e pesanti. E così appunto io feci, e regnai felice in guerra, felice in pace, temuto da’ nemici e venerato da’ sudditi.
Orazio. Non mi negherete però che di sì prosperi successi gran parte non ne dobbiate alla cangiata costituzion delle cose, che preso aveano un placido corso, e al consiglio e al valore di que’ grand’uomini, alcuni de’ quali la dubbia mente vi dirigeano nel gabinetto, ed altri debellavano nelle battaglie i nemici, lasciando a voi l’onor del trionfo. Così pugnarono Irzio e Pansa per voi, così pugnò per voi Marc’Antonio, e così finalmente il medesimo Antonio colla regia amante dall’intrepido Agrippa fu vinto. La poca vostra fermezza d’animo e la poca militar disciplina fu la cagione per cui la decima legione, avvezza a combattere sotto il comando e coll’esempio di Cesare, alcuna volta mostrò sì aperto disprezzo di voi. E veramente assai più che per le fatiche di Marte, nato eravate per la dolce compagnia de’ poeti, e per gli amori delle gentili e brillanti dame, da voi con tanto ardor coltivati, non già per sapere, com’altri credea, i segreti de’ loro mariti, ma bensì perché vi piacevano.
Augusto. Quelle lodi che tu mi desti un tempo, me le ricambi ora con altrettanti rimproveri e colla oraziana mordacità.
Orazio. Non vi sdegnate, o signore. E se già vi piacquero le lodi, onde foste da me e dagli altri celebrato, e che tanto vi aggiunser di gloria, non increscavi ora d’intendere da un poeta la verità, quando né a voi gloria apporterebbe, né ai poeti vantaggio l’adulazione.
Dialogo VIII. Carlo XII re di Svezia e la contessa di Konigsmarck
Carlo. Voi certamente vi lusingate, o madama, che tanta bellezza e tante grazie aver dovessero un più felice successo, né creduto avreste che appena d’un fugace sguardo degnandovi, io mi partissi da voi.
Contessa. Io nol credea certamente: pure, nelle deluse mie speranze mi confortò il pensare che Carlo non temeva altri che me.
Carlo. Non è viltà negli eroi un siffatto timore. L’amore a tant’altri funesto, esserlo potea a me ancora, arrestando il prospero corso delle mie vittorie ed estinguendo, o scemando almeno, l’ardor guerriero che mi chiamava alla gloria.
Contessa. Meglio era forse per la patria vostra e per voi: che né essa vedute avrebbe esauste le sue ricchezze e giacente il commercio, e il fiore delle sue genti ai vani e temerari vostri disegni sacrificato; né voi, dopo la funesta giornata di Pultowa e l’infelice spedizione in Ukrania e le romanzesche imprese di Bender, sareste in Svezia tornato errante e ramingo, maggiori prove lasciando d’un folle ardire che d’eroismo. Eroi ci furono, e assai più grandi, e nel tempo stesso a una bella passione meno ritrosi, e delle gentili donne più amanti di voi.
Carlo. Ben so che in maggior pregio sarà presso di voi e un Annibale, che perdendo il frutto delle felici battaglie e dell’abbattuta Roma scordandosi, in molle ozio languì fra le delizie di Capua; e un Marc’Antonio, che dal vittorioso Augusto colla disperata regina vergognosamente fuggì.
Contessa. Tutte le cose, comecché ottime in sé, possono col meno retto uso in altrui danno rivolgersi. Se alcuni alle amorose catene troppo vilmente s’abbandonarono, fu colpa loro, non già d’amore. Sovvengavi, per lo contrario, di un Cesare, e lo vedrete di quella stessa regina fortunato amante e conquistator dell’imperio. Mirate un Luigi XIV, e lo troverete colle belle e leggiadre dame di Francia amoroso e brillante, e saggio del pari nel gabinetto e valoroso nel campo. Volgetevi finalmente a quel vostro emulo illustre, a quel creatore de’ Russi, e vi dirà quanto a lui fosse propizio l’amore e quanto egli debba alla magnanima eroina del Pruth. Che oltre la lusinghiera bellezza onde s’accende negli umani petti l’amore, abbiamo e animo e costumi e valore per meritarlo; e sovente da quei begli occhi, onde ricevono agli onorati sudori alleviamento e ristoro, apprendono anche il dover loro gli eroi. Se con un altro io ragionassi, delle amorose donne meno nemico, direi quanto il commercio loro affini il più rozzo intelletto, e i delicati sentimenti risvegli, e le altrui maniere ringentilisca. A voi dirò solo che quell’inumano genio e feroce che i barbari oggetti dell’armi ispirano ai conquistatori, è dalle amabili donne temperato e raddolcito in gran parte. E questo sarebbe di voi pure avvenuto: avrebbe l’amore la natural fierezza del vostro cor mitigata, né andrebbe forse quaggiù della crudeltà vostra dolendosi l’ombra sdegnosa del troppo per sua disavventura intrepido e generoso Patkul.
Carlo. Io m’immagino che vi sarete più volte scambievolmente confortati, egli della sua morte e voi del mio disprezzo.
Contessa. Insieme ne ragionammo alcuna volta: egli in voi condannò un ingiusto persecutore, io un selvatico abitatore del Nord.
C. [Giuseppe Colpani]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXI )(
I giudizi popolari
Due avvocati e un giudice comparvero in questa causa. Il primo avvocato cominciò così a parlare in favore del popolo:
Non v’è razza d’uomini che più mi muova la indegnazione quanto quella d’alcuni, i quali per vendicarsi, come possono, del poco conto in cui sono tenuti dagli altri uomini, fanno eterne declamazioni contro l’umanità, e degradano la specie umana sino ai confini della bestialità, credendo d’aver essi soli il privilegio esclusivo della ragione. Pretensione si è questa la più ingiusta e la più ridicola che dare si possa; e per poco che il signor giudice si compiaccia di ascoltarmi, credo di potergli ad evidenza mostrare la verità del mio assunto. E primieramente, come la natura ha dotato ogni uomo di una data forza di musculi, così gli ha confidata una data porzion di ragione; altrimenti l’uomo non sarebbe più uomo, cioè animale ragionevole, come da tutti universalmente vien definito; ora, come inetta cosa sarebbe il dire che molti e molti uomini uniti non abbiano più forza a movere un peso che un uomo solo, così deve essere assurda e inetta l’opinione di coloro che sostenessero che molte porzioni di ragione radunate non sieno maggiori d’una porzion sola. Perciò vediamo i principi più sapienti proporre ne’ loro Consigli le più ardue e importanti deliberazioni della monarchia, acciocché tutta la ragione che in quegli uomini sta divisa, radunandosi insieme su un solo soggetto lo esamini, lo penetri con maggior forza, onde conoscerne la natura e i buoni o cattivi effetti che deve produrre. Da qui ne viene che le repubbliche anche piccole hanno potuto ottenere una prodigiosa superiorità sulle nazioni nemiche, come avvenne della Grecia coi Persiani e di Roma con buona parte dell’orbe conosciuto.
I grandi uomini hanno avuta tutti una grande opinione della ragionevolezza degli altri uomini; poiché i grandi uomini, essendo quelli i quali più avidamente hanno comperata la fama a costo di mille incomodi e pericoli, non avrebbero anteposta la fama, ossia l’opinione favorevole degli uomini, ai comodi fisici della vita tranquilla e privata se non avessero creduti giusti estimatori del merito quegli uomini stessi dai quali a sì caro prezzo mendicavano i suffragi.
Di più: l’ingiusto vantato disprezzo degli uomini è un seme dal quale nascono mille vizi nell’uomo, il quale disprezzando gli uomini non cura più la reputazione, cioè la riunione della opinione che essi hanno di lui, e così sciolto da questo potente vincolo si dà in preda ad ogni inclinazione, sottraendosi al più possente freno che sia fralle cose terrestri per contenere i vizi e le azioni più abbominevoli.
L’opinione ch’io sostengo favorevole al giudizio della umanità è quella che mi restringe ad indicare appena queste luminose ragioni, ben persuaso dell’accorgimento del signor giudice, per cui non fanno bisogno d’inutili esorazioni o di declamazioni ricercate, ma bensì della sola e nuda verità, la quale, accennata appena, entra nell’intelletto e l’obbliga a sentirne la forza. Io non mi servirò dunque dell’autorità delle scuole, le quali convengono che il consenso universale faccia morale evidenza, il che significa che l’opinione universale degli uomini non è soggetta a errare; non mi servirò d’infiniti esempi, che potrei citare delle storie, che fanno in favor mio; all’evidenza delle ragioni addotte aggiungerò soltanto l’autorità di Pomponio Secondo, autore di tragedie, il quale, secondo riferisce Plinio alla lettera 17 del libro settimo, dicere solebat ad populum provoco, atque ita ex populi assensu vel dissensu suam aut amici sententiam sequebatur, tanto egli stimava il popolo, tantum ille populo dabat. Aggiungerò l’autorità del padre della romana eloquenza, il quale al principio del secondo libro delle Tusculane, nos, dice, multitudinis iudicio probari volebamus: popularis est enim illa facultas, et effectus eloquentiae est audientium approbatio. Celebri sono gli esempi de’ due francesi Malherbe e Moliere, i quali prima di sottoporre al pubblico le opere loro consultavano le loro fantesche, e sul giudizio loro ritoccavano le produzioni del loro ingegno; mille altri simili fatti ci somministra la storia e di Apelle e di altri grandissimi uomini, che del giudizio popolare facevano tal uso da risguardarlo come la pietra di paragone del merito. Resta dunque chiaramente provato che e per ragione intrinseca, e per l’opinione de’ grandi uomini, e per il bene della repubblica, e per l’autorità ed esempio degl’ingegni più rinomati il giudizio del popolo è conforme alla ragione, ed è il vero tribunal competente del bello, del grande e del buono, come brevemente ho detto.
Poiché ebbe finita la esposizione delle sue ragioni il primo avvocato, il secondo così a dir prese contro il popolo:
La indegnazione che il mio avversario sente contro coloro che non fanno stima de’ giudizi popolari, può dirsi prodotta da quei medesimi principii ch’egli rimprovera a noi, cioè che godendo egli dell’aura della fortuna, e in conseguenza dei pubblici omaggi, i quali non mancano mai ai felici, ha pure un massimo interesse a sostenere il proprio merito sulla infallibilità della universale opinione; e chi contrasta codesta opinione può essere agli occhi suoi sospetto di quel delitto che di rado si perdona, cioè di mancare d’una stima sentita verso di lui. Qualunque siasi il principio onde emani questa vigorosa sua eloquenza, che dà il nome di ridicola alla opinione nostra, entriamo brevemente ad esaminare il merito della causa e la forza delle ragioni addotte.
Io non contrasterò al mio avversario che ogni uomo abbia una porzion di ragione, non già per la definizione allegata dell’animale ragionevole, che tali non sono gli uomini fatui, ma perché i fatui e i pazzi sono uomini esclusi dal calcolo del quale trattiamo, e formano un sì piccol numero nella umanità che appena è sensibile. Se ogni uomo nel giudicare si servisse imparzialmente della propria porzion di ragione, il giudizio di molti varrebbe certamente più del giudizio di pochi, come le braccia di molti muovono meglio un peso che le braccia di pochi; ma nel muovere il peso ognuno adopera la forza musculare che ha; nel giudicare degli oggetti non così ognuno adopera la forza del proprio intelletto. In ogni nazione un piccol numero si arroga il primato, e il giudizio di sei o sette è ripetuto come dall’eco da venti o trenta mila, i quali desinunt suum iudicium adhibere; id habent ratum quod ab eo quem probant iudicatum vident, come dice Cicerone, De natura deorum, lib. I. Ovvero come dice Plinio, lib. 5, cap. 1: Cum indagare vera pigeat, ignorantiae pudore mentiri non piget, haud alio fidei proniore lapsu quam ubi falsae rei gravis auctor existit; o come Seneca, De vita beata: Ad rumorem componimur optima rati ea quae magno assensu recepta sunt; non ad rationem, sed ad similitudinem vivimus.
Di tutte le fatiche quella ch’è più insopportabile all’uomo si è il far uso della ragione, e perciò vediamo la moltitudine in tutte le nazioni amare il vino, o l’oppio, o il tabacco, o qualunque altro licor forte o droga che assopisca e levi dalla tentazione di mettere in contenzioso moto il proprio spirito. In fatti ne’ Consigli, che crederemo noi mai che cerchino i principi illuminati? I monarchi e i conquistatori più celebri si sono sempre determinati da loro soli, e ne’ Consigli hanno confidato quanto confidano i minatori, che rompono una rupe sulla eventualità di ritrovarvi o ferro, o rame, o argento, o oro, o forse di gettare il tempo e la fatica. Ogni uomo ha le sue private passioni che lo disviano dal cercare la verità, e si determina ad opinare talvolta per venerazione a questo, ora per avversione al voto d’un altro; perciò Roma appunto ne’ grandi affari e ne’ pericoli importanti confidava la salvezza con un pien potere in mano o de’ consoli o d’un dittatore, e a questo sistema anzi che ad altro attribuir doveva la parte avversa la romana grandezza.
Che gli uomini grandi abbiano, cercando la fama, cercato in conseguenza la stima della moltitudine, è vero, non perché credessero ragionevole il popolare incostante giudizio, ma perché hanno conosciuto che la riverenza degli altri uomini verso di essi gli sottraeva dalle vessazioni loro, e gli metteva in caso di servirsene a migliorar la vita. Maometto, quell’illustre impostore, da una bassa e oscura fortuna è giunto al trono, alla gloria de’ primi conquistatori, ed ha armato il braccio a più di dugento mila e gli ha guidati a suo talento, poiché seppe rendersi venerabile agli occhi loro. Crederem noi che Maometto avesse stima del giudizio di quelli de’ quali con tante assurdità si prendeva giuoco? No certamente; gli uomini erano macchine agli occhi suoi, le quali a forza d’errori i più grossolani si lasciavano guidare da quell’avveduto arabo. Così dicasi d’Alessandro, che si fece credere figliuol di Giove, e di quasi tutti i conquistatori, i quali hanno stimato sì poco ragionevoli gli uomini a segno di soggiogarli colle favole le più ridicole, cogli oracoli e simili testimoni della umana debolezza!
L’accusa ingiusta che ci fa l’avversario, cioè che la opinione nostra induca a disprezzare la riputazione e a darsi in preda ad ogni vizio, merita risposta. Ricercare l’opinione favorevole del volgo ella è una necessità de’ più scellerati, i quali temendo che gli uomini illuminati, che sono il piccol numero, non gli conoscano, cercano a bilanciarsi col partito della moltitudine; ma chi ricerca l’opinione de’ pochi non può travviare dallo stretto sentiero della virtù. Quale speranza può mai avere un uomo di merito nella stima popolare? L’ostracismo è sempre pronto in ogni età, in ogni paese; e se il merito non è armato ed osa comparire, l’amor proprio del volgo si scaglia contro di esso, come contro un oggetto che umilia anche non volendo; perciò da Socrate sino a Secondat la vita de’ grandi uomini, di quelli cioè che per la virtù e per l’ampiezza delle cognizioni hanno fatto maggior onore all’umanità, è una compilazione di continui disastri, e dalla commedia delle Nubi sino all’Oracles des nouveaux philosophes l’invidia dei mediocri scrittori ha osato attaccare e lacerarne il nome, e le azioni di qualunque ha potuto valere più degli uomini comuni.
Ma tempo è ormai ch’io corrisponda alle citate autorità, ed al citato testo di Cicerone contraporrò quello che lo stesso oratore dice al libro 5 delle Tusculane: An quidquam stultius quam quos singulos sicut operarios barbarosque contemnas, eos aliquid putare esse universos? E quel che altrove, perorando in favore di Sesto Roscio: Sic est vulgus: ex veritate pauca, ex opinione multa aestimat. E finalmente nelle Tusculane, lib. 2: Est enim philosophia paucis contenta iudicibus, multitudinem consulto ipsa fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam velit vituperare, secundo id populo possit facere. Pretenderà ora l’avversario che Cicerone sia per lui?
Ma legga egli Seneca, epistola 29: Nunquam volui populo placere, nam quae ego scio non probat populus, et quae probat populus ego nescio. Legga lo stesso Seneca, De vita beata: Argumentum pessimi turba est; ed altrove: Stat contra rationem defensor mali sui populus. Legga in somma tutti gli antichi sensati scrittori, e vedrà come la loro autorità confermi la opinione nostra, e sarà dalla evidenza costretto a confessare che il giudizio popolare non è mai stato il tribunal competente né del grande, né del bello, né del buono.
Così finì la breve sua arringa il secondo avvocato; e il giudice, che attentamente aveva ascoltati entrambi, così pronunciò:
Qualunque sia la lingua o l’autore che dica una ragione, la ragione medesima ha sempre egual peso; onde del numero delle autorità citate da ambe le parti non vogliamo tenerne conto.
Vero è che molte forze riunite producono effetto maggiore; vero è che gli uomini comuni non adoprano la forza della loro ragione per giudicare; ma vero è altresì che molti giudizi non devono darsi dalla ragione, ma bensì soltanto dal sentimento, il quale è comune a tutti gli uomini e da tutti si adopera. Chi assiste ad una rappresentazione teatrale non ride riflettendo se debba piangere o ridere, ma bensì sentendo puramente l’impressione pietosa o vivace della favola; perciò il giudice competente del teatro e dell’eloquenza è il popolo, e i poeti o gli oratori che lo ricusano son veri pedanti, che ignorano i principii del loro mestiere. La strada del cuore dell’uomo è comunemente aperta, la strada dell’intelletto non già, perciò tutti godono in vista d’una nobile azione, tutti inorridiscono in vista di un’azione indegna, ma pochi si scuotono a una verità grande, pochi deridono un grande errore.
Quel popolo di Roma, che fremendo applaudiva il coraggio di Regolo che ritornava a morire in Affrica, e che avrebbe insultato qualunque avesse osato di dirne male, quel popolo istesso bilanciava fra Catilina e Cicerone, incerto qual de’ due fosse il padre o l’inimico della patria. Nel primo caso basta avere sensibilità per decidere bene, nel secondo non basta, ma convien ragionare. La sensibilità essendo comune, la moltitudine decise bene; il raziocinio essendo non comune, la moltitudine si divise parte per la verità, parte per l’errore; e se raccoglieremo dalle storie e dagli esempi che abbiamo veduti in vita nostra, troveremo che per lo più l’errore ha il maggior numero de’ seguaci. Su questi principii fondiamo la sentenza nostra, e dichiariamo d’aver buono il giudizio volgare nella musica, nella pittura, nella poesia drammatica e in tutte le facoltà le quali hanno per fine primario il dilettare, giacché gli uomini devono giudicare essi medesimi della impressione che sentono; ma dichiariamo incompetente il giudizio del popolo in tutto ciò che per conoscersi richiede ragionamento, poiché questa è la facoltà umana ad esercitar la quale s’è sempre opposta una invincibile inerzia in tutti i secoli, e dove più, dove meno, presso tutte le nazioni.
P. [Pietro Verri]
[Descrizione d’una famiglia rustica]
Amico.
Sono cinque giorni che fuori mi trovo dalle mura della città, dentro queste la natura semplice e libera ne’ suoi moti non ama lasciarsi trovare. Se è possibile tra gli uomini trovare, o dirò meglio, sorprendere la bella natura sotto li dorati tetti delle città, no, ma tra le rozze e le semplici capanne, in mezzo agli assudati lavoratori delle campagne, ella è forzata rifugiarsi. E vero che l’affannoso interesse, che trae origine dalla sola proprietà, non v’ha forse spazio di questo pianeta sovra del quale esteso non abbia il tirannico suo imperio. Se a’ contadini si perdona l’interesse, avaro non già, ma figlio solo della mancanza di quel pane ch’essi medesimi a tutto il resto degli uomini prepararono, tutto il resto tra loro è semplicità e natura.
Queste sono le idee che muovono in questi dì il mio cerebro, o dirò più giustamente, tali furono le sensazioni che gli ameni oggetti, che nel silenzio della mia solitudine mi circondano, scossero nel mio spirito e delle più aggradevoli idee l’innaffiarono; così per gradi sento da me allontanarsi gl’inquieti melanconici pensieri, e ritornare la mia mente a quello stato di tranquillità che è l’unica meta delle mie cure e de’ miei studi.
Tutto ciò che qui mi circonda mi richiama il bello, il semplice, il naturale; tutto rinova in me le sensazioni le più aggradevoli ad ogni istante; tutto in somma m’invita a star lungo tempo lontano dalle dorate prigioni chiamate città.
La più squisita sensazione ho io l’altro ieri sperimentata all’entrare in un rustico albergo in mezzo ad una vasta campagna, dove aveva indirizzato il mio passeggio, onde bevere di un’acqua purissima che colà sapeva trovarsi, e che sani e robusti più che altrove mantiene chi vi fa stabile dimora. Ah, perché non ho potuto io in quel momento meco trasportare in quel villereccio abituro tutte le famiglie de’ miei concittadini, e trasfondere ne’ loro cuori guasti e impervertiti dall’interesse particolare, dall’invidia, dalla prepotenza, dall’inganno, o dall’odio, que’ dolci sentimenti che io provava in quel punto! Entrato nel recinto di quel rustico tetto, eccomi incontro due donne, una più attempata, ma che con una fisonomia ridente mostrava una salute non alterata né dalla mollezza, né dal dolore; l’altra, giovine ancora, con tratti robusti, e maniere naturali e non istudiate, mostrava la forza e il vigore della gioventù, cui lo sregolamento de’ soverchi piaceri od arte insana di difformarsi per parer bella non avevano fatto oltraggio; domando a bere della lor acqua, ed ecco immantinenti precipitato da un uomo, chiamato a questo effetto, un secchio di legno nel pozzo, e trattane un’acqua freschissima, che mi viene in un vase di terra cotta a vernice invetriata bianco quanto la neve portata. Frattanto che io bevo sedono le due donne su’ gradini che portano nella rustica cucina, con intorno sette fanciulli tra maschi e femmine, ed un bambino in braccio a ciascheduna; io m’accosto, accarezzo un fanciullo, ed ecco tutti fatti famigliari, assuefatti già a non temere alcuno, giacché non viddero ancora chi abbia tentato d’ingannarli o di fargli danno; tutti mi corrono intorno; chi mi prende per un lembo del vestito, chi per una mano, chi finge di nascondersi colle proprie mani e poi mi salta improvisamente incontro, e chi con mal articolati suoni, ma con voce e maniere innocenti, si sforza a gara di rispondere alle mie interrogazioni; in somma non conoscono niente in me da essi di differente, benché l’oro che risplende sulle mie vesti sia per essi un oggetto nuovo ed inviti le loro mani a toccarlo; in somma io sono un loro simile, un loro fratello. Accarezzo egualmente il bambino che sta tralle braccia della donna più giovane, lo invito co’ gesti e con parole a mangiare del latte, che in vase simile a quello che mi fu presentato con acqua teneva la medesima contadina in mano, il bambino mi guarda, ride, mi porge la tenera mano, poi guarda la madre, quasi consultando i suoi moti, ed essa struggevasi sul caro figlio in baci. Domando all’amorosa madre se tutti que’ figli, che le faceano corona eran suoi, ed ella con maniere non istudiate, ma schiette, mi risponde: E che dovrò avere io preso marito, per non aver figli? E vero, le risposi, avete ragione. E col mio pensiere continuai: e perché un mal concepito interesse e tanti altri disordini hanno posto ostacoli a così naturali sentimenti di tante madri cittadine? M’addrizzo alla più attempata, che già era in moto, e che senza imbarazzo e sempre ridente disponeva il parco vitto al resto di tutta la famiglia, che già vedevasi da lontano di ritorno dal lavoro; le domando quante famiglie e quante persone abitavano in quel recinto: ella mi dice che non erano in tutto che diciotto persone componenti una sola famiglia; mi rivolgo all’uomo che mi presentò da bere, gli chiamo del loro raccolto, de’ loro lavori e della loro agricoltura: egli frattanto che mi rispondeva con termini per altro onesti e non istudiati, continuava senza affettati torcimenti od inchini, che mai non seppe, a scuotere la polvere dalle spalle e dal cappello, riposando le affaticate membra su un duro sasso, ed a soddisfare ad una ad una le mie domande, onde intesi che comuni ed eguali erano tra tutti di quella famiglia la fatica, la gara e l’interesse. Allora fu che uscitomi dal petto mio malgrado un sospiro, non di dolore, ma per la forza di un vivissimo sentimento all’idea che tutto m’inebriava di piacere di trovarmi in mezzo all’innocenza, alla semplicità, alla concordia ed alla natura, che in parte almeno mostravasi sotto que’ rustici tetti; allora fu, dico, che rivoltomi a chi meco era venuto a passaggiare non potei lasciare di esclamare: ricche famiglie della città, i titoli, i comodi, l’abbondanza, quegl’in somma che chiamate beni, non bastano a stendere sulla vostra fronte quella serenità, quella pace, quella pura gioia che brilla su questi volti campestri! Ah, la virtù solo, la innocenza, la semplicità della vita possono concederla. Uomini artefatti, che vi siete fabbricati tanti carnefici quanti bisogni, quanto mai siete lontani per sino dall’ombra della felicità che regna in questa famiglia!
G. [Giuseppe Visconti]
Promemoria che serve a maggior spiegazione della rinuncia al Vocabolario della Crusca
Veramente quando riflettiamo a quell’orribile attentato contro il Vocabolario della Crusca di avervi rinunziato con tanta impertinenza e di esserci ribellati da un sì legittimo sovrano, che da tanto tempo ha acquistato il diritto di muovere le penne e le lingue a suo piacimento, non possiamo a meno di non stupirci di noi medesimi e di esclamare: come mai siamo noi giunti a tale eccesso? Eravamo noi matti quel benedetto giorno? Come ardire ciò che non ha mai neppure pensato nessuno grandissimo uomo, di rinunziare pubblicamente alla Crusca? Quale spirito di letterario libertinaggio non è egli mai questo? Ah sì, che finalmente la luce della verità ci ha percossi, e ritorniamo a metterci nel fortunato numero de’ fedelissimi sudditi di Francesco Ambra, di Bronzino, di Burchiello, di Gian-Maria Cecchi, di messer Cino da Pistoia, di Curzio Marignolli, del grande autore dell’esposizione del Pater noster, del Pitaffio di ser Brunetto, del Fiorenzuola, della Tavola Rotonda, e di tanti altri autori grandissimi di grandissime opere, che fanno a buona ragione il testo di lingua per essere veramente testi d’idee, e che forniti d’un insorpassabile ingegno abbondano d’espressioni le più felici fra le possibili, le più eleganti fra le possibili, le più esatte, vive e energiche fra le possibili, e perciò è di dovere che abbiano scettro, corona e trono, e quello che è più, obbedientissimi vassalli. Che se qualche idea moderna voglia esprimersi, egli è ben giusto che sia vestita all’antica, per quella gran ragione che gli uomini saggi non devono essere schiavi della moda.
Ma per sempre più dimostrare quanto sia sincero il nostro pentimento, noi ci sottoscriviamo alle decisioni della Crusca intorno alle questioni di lingua; per la qual cosa confessiamo col Vocabolario che la parola altrui non si deve usare nel caso retto, cheché ne dicano alcuni torbidi ingegni, che pretendono che Dante, Passavanti, Boccaccio e Dittamondo l’abbiano usato in caso retto. Intorno alla quale importantissima quistione scrisse il Manni alla lezione sesta, pag. 151, e diffusamente fa vedere che il Vocabolario ha ragione.
Così pure ci sottoscriviamo alla sentenza emanata dalla Crusca nella famosa lite sopra que’ versi del Petrarca al sonetto 93:
… ed ho sì avvezza
La mente a contemplar sola costei,
Ch’altro non vede, e ciò che non è Lei
Già per antica usanza odia e disprezza.
Seriamente si disputò come mai avesse usato il Petrarca quel lei nel caso retto. Ah poffare! un Petrarca reo di un errore di grammatica con tanto scandalo de’ buoni? Ma voi, saggi accademici, terminaste sì scandaloso scisma con un mezzo termine che farà epoca nella politica grammaticale. Nell’ultima edizione del Petrarca, fatta sotto i vostri auspici in Firenze, invece di quel pezzo di verso: e ciò che non è lei, si mise: e ciò che non è in lei, e così con la particola in messa con giudicio e con sodi fondamenti, fu fatta la tanto sospirata pace fra le potenze.
A queste ed altre inaspettabili decisioni noi ci sottomettiamo per renderci sempre meno indegni di quella clemenza che umilmente imploriamo. Che se avremo la sospirata sorte di essere ammessi nel grembo della valorosa Accademia, promettiamo in memoria d’una sì segnalata beneficenza di scrivere sempre corbellare con due ll, ed Accademia con due cc.
A. [Alessandro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXII )(
Difesa delle donne
Infinite doglianze si fanno in Europa contro le donne; si detesta la loro vita oziosa, molle ed affatto inutile all’umana società. Le nobili si levano tardi alla mattina, che tutta impiegano alla pettiniera; nel dopo pranzo vanno al passeggio, cioè vedono passeggiare i loro cavalli che le strascinano al corso; e fatta sera passano ad annoiarsi al teatro; il giuoco riempie alcuni vuoti della giornata. Da qui nasce la pigrizia estrema, cui si danno in preda alcune, che le fissa eternamente sopra d’una sedia e le espone a tutti i mali che porta il difetto d’esercizio. Si lamentano esse di continuo; tutto loro dà fastidio, e coperto il viso d’oscure nuvole, portano per tutta la casa la tristezza ed il languore. Altre poi, cui la vivacità naturale toglie questa indolenza, vanno con un moto incessante scorrendo per tutti i quartieri della città, e si crederebbero vergognosamente dimenticate s’elleno per ogni dove non facessero bisbiglio e fracasso grande, e non fossero vedute a tutti i balli, a tutte le visite, a tutte le assemblee. Lo sposo, acquistando il nome di marito, pare che agli occhi di molte abbia perdute le qualità amabili di prima. Quindi con minore difficoltà se gli danno alcuni motivi d’inquietitudine, che recano un colpo mortale alla pace e concordia della famiglia. Alcune poi invece di vedere ed accogliere con piacere i propri figliuoli, e gloriarsi d’essere circondate da questi preziosi frutti del loro innocente amore, con maraviglia sorprendente si lasciano persuadere da un indegno pregiudizio a concepire l’opposto, e li tengono studiosamente da sé lontani. Le donne plebee, sempre costanti in fuggire diligentemente tutte le fatiche necessarie all’economia domestica, si trovano in ogni ora del giorno coi loro pargoletti in braccio a perder tempo civettando e confondendo la sfrontatezza con la vivacità; accoppiando le maniere più libere ad un’aria decisa la quale se fa l’ornamento d’un valoroso e imperterrito granatiere, è altresì agli occhi d’ogni ragionevole persona una macchia, e un disvezzo, e una disgrazia, dirò così, sul volto femminile, dove la dolcezza e la placida bontà devono animarne le fattezze, e renderne i tratti più toccanti. L’occupazione intorno la loro bellezza sembra quasi universale alle dame; né può ella ragionevolmente biasimarsi sin tanto che viene contenuta entro certi limiti. Ma cert’une a questo solo pensiero sacrificano ogni altra cura, e ciò è male. Altre poi, da che l’arte serve ad abbellire la natura, ne cavano una ridicola conseguenza, e tanti e tanti artifici ed ornati aggiungono, e moltiplicano, ed ammucchiano, sicché la naturale grazia ne resta gotticamente oppressa e seppellita.
Questo è il ritratto che si va producendo del sesso; ed in verità egli è ben somigliante all’originale; i colori esprimono il vero, il disegno è giustissimo, ma se poi si vuole passare col sesso medesimo a farne querela, sarebbe questa in parer mio irragionevole ed ingiusta. Con noi stessi bisogna lagnarsene, perché noi stessi loro additiamo questa tenebrosa strada e le costringiamo a battere questo fangoso sentiere.
Troppo negligentiamo l’educazione delle femmine nella loro fanciullezza, e come se queste fossero d’una spezie diversa da quella degli uomini, le abbandoniamo a se medesime in mezzo ad una truppa di frivolissimi giovinastri, senza soccorso, senza consiglio. Non si presenta loro mai alcun nobile oggetto in cui possano esercitare utilmente il loro talento. Si proibisce loro lo studio delle scienze e delle belle arti sotto pena d’essere ridicole; né giammai si dà loro una lezione al cuore di virtù e di forza. Nell’età più adulta guastiamo in esse perfino le buone disposizioni che la natura loro ha date; le diamo in preda alla mollezza ed alle false opinioni; diamo loro i lacci per impedire i voli del loro spirito, imprigioniamo loro il cuore, affinché non sentano l’attrazione della virtù. Da un sì stravagante procedere sono elleno determinate a non pensare ad altro che a coltivare i loro vezzi ed a lasciarsi dolcemente sedurre dalle inclinazioni lusinghiere. Dell’alienazione ch’esse hanno alle volte per i loro mariti, questi stessi sovente ne sono la cagione per mancanza di prudenza o di ritenutezza. Molti mariti si lasciano da principio condurre dalle medesime come fanciulli, e vogliono poi ripigliare intempestivamente un’autorità ch’essi hanno perduta per loro colpa. Altri uniscono bestiali trasporti, ed una volontaria mancanza del puro necessario e conveniente ad una tenerezza capricciosamente messa in campo, che una consorte irritata non sempre riceve di buona grazia. L’educazione dei figliuoli è comune ad ambidue i genitori, e non di rado succede che il padre, pieno d’una condiscendenza impropria, permette che i suoi figli, cacciati colà fra la feccia più vile de’ servi, imparino a mentire, ad usare termini indegni; e fatti insopportabili vadano poi a stordire la madre e mettere a rumore tutta la casa. Dovranno dunque tali mariti lagnarsi se le loro mogli non sono d’una natura angelica, e se manchino di compiacenza per un uomo irragionevole al quale sono legate? Se non mostrano tenerezza per que’ figliuoli che la meritano sì poco, e che starebbero meglio altrove che nella propria casa?
I vizi sono degli individui e non del sesso. Questo è fatto per essere la delizia della società, e se noi ci prendessimo la pena d’istruirgli la mente e presentargli idee più belle, di dirigergli il cuore ed elevarlo al di sopra dell’umile rango in cui giace, corrisponderebbe egli perfettamente ai nostri desideri, e perverrebbe a quella nobile meta alla quale fosse indirizzato. Gli uomini, incantati dalla beltà, sembra che non possano trovare nelle donne altra cosa di quella più pregievole. La beltà veramente è il più grazioso spettacolo che ci presenti la natura; ma questo spettacolo non è compiuto se manca qualche cosa all’anima. Quando la beltà medesima va unita ad un merito più sodo e permanente, si può dire ch’ella fa onore all’umanità. La virtù rende una femmina più bella; la beltà dal suo canto aggiunge un nuovo lustro alla virtù, che in certa maniera è individuata e resa visibile con tutte le sue attrattive nella persona d’una donna amabile e saggia. Questo sesso, dice Montagne, ha un ingegno pronto e di primo risalto; ed un profondo filosofo[58] gli attribuisce le grazie dell’immaginazione e del buon gusto. Or qual cosa non si deve alla grazia dell’immaginazione ed al buon gusto? Quella forma i poeti, gli oratori e gli eleganti scrittori, ed ha rese celebri tre nostre valorose donne milanesi in questo secolo. La prima, dotata degli amabili talenti della greca Saffo, ha ricreato e tuttora ricrea lo spirito colle più vive ed allegre immagini che può essere capace di delineare una delicata e tersa poesia. La seconda, esponendo con ammirabile chiarezza e facilità la più sublime geometria, appiana la strada alle scienze più profonde. La terza, non meno cara ad Apolline, ha unita la cultura di quanto le cognizioni umane nella storia, nella fisica, nell’accurato stile della propria lingua hanno di più certo e di più brillante, ed ha emulati i più dotti suoi concittadini senza rattristarli, se non se allora che un’immatura morte l’ha rapita.
Il gusto variamente è definito dagli autori; ma ciò ch’è certo si è che il buon gusto dipende da una certa aggiustatezza di mente e da sentimento delicatissimo del cuore. L’aggiustatezza di mente è un non so che di saggio e di abile, che conosce tutto ciò che gli conviene e che fa sentire in ciascheduna cosa la misura che si deve tenere. Questa ha rese capaci tante regine di governare vastissimi regni, e questa stessa può dettare a tutta la più bella metà dell’umano genere un tenore di vita innocente e regolare, piena di virtù per i loro domestici, di amorevolezza per i loro prossimi, di pace e concordia nella famiglia e di sollecitudine per i loro figliuoli; i quali trovando in seno della madre i testimoni d’una viva e giusta tenerezza, non mancheranno di corrisponderle colle loro grazie e con una pronta ubbidienza. Non ha la natura legame da paragonarsi a quelli che uniscono una madre amorosa ai figliuoli di tale tempra. Questo dolce impero, cimentato per mezzo dei beneficii e della riconoscenza, forma tutta la gloria e la felicità d’una madre saggia. Un buon discernimento farà capire a questa che, lungi di temere che i suoi vezzi possano essere scemati dalla moltitudine di essi, li troverà moltiplicati nella riproduzione delle proprie fattezze sopra un drappello di graziosissimi pargoletti che dolcemente le scherzeranno d’intorno. L’aggiustatezza di mente persuaderà alle donne che il maneggio e l’economia domestica sia di loro ragione; che il travaglio, essendo una necessità universale, conviene anche ad esse, di qualunque rango siano; che l’amore al medesimo mantiene tutte le virtù e fa onore al sesso ancor sul trono.[59] Il sedere ad un banco di cambio per dirigere le opportune corrispondenze, ed il presedere ad una manifattura non è fuori della sfera d’una mente ben regolata d’una cittadina. Vi sono molte arti, le quali essendo compatibili colla delicatezza e ritiratezza delle femmine, potrebbero essere comunemente esercitate dalle plebee senza pericolo che soffra alcun intacco la loro beltà.[60] Questo costume sarebbe d’un utile insigne allo Stato, perché si formerebbero esse da sé la loro dote, soccorrerebbero nelle occasioni il marito e la famiglia, e darebbero coraggio agli uomini di contrarre matrimoni.
Il delicatissimo sentimento del cuore scopre mille bellezze, e lo rende sensibile a mille dolcezze che sfuggono al volgo. Egli a guisa d’un microscopio ingrossa gli oggetti impercettibili agli altri. Egli è che porta al grado eroico le virtù, le quali congiunte colla beltà riescono di doppio utile, poiché hanno un sovrano potere sopra dell’uomo, che per una fortissima inclinazione verso la beltà medesima è spinto ad imitarle. Che esempi insigni non ci hanno date in ogni tempo le femmine nel culto della religione, nella difesa della virtù e nell’amore coniugale? Quella che particolarmente chiamasi virtù nelle donne, non credasi già una virtù molle e di riposo, perché non abbia a che fare per ordinario se non con passioni dolci e piacevoli. Sono queste più difficili a vincersi che le aspre e le terribili. Io stesso ho conosciuta una felice pastorella, che non ha guari ha dato a noi un insigne esempio di luminosa virtù. Nel tempo stesso che un crudele giovane la trucidava lentamente colla speranza d’indurla a’ suoi voleri, essa lo esortava a ravvedersi, gli porgeva la mano in segno di pace e gli pregava dal Cielo il perdono in ricompensa della corona del martirio che le donava.
Che l’amore coniugale sia nelle femmine virtuose più forte che negli uomini, la ragione e la sperienza abbastanza lo insegna.
Le sensazioni devono essere più vivaci nelle donne di quello che non lo siano negli uomini, e ciò per la maggiore delicatezza d’organizzazione; la immaginazione femminina, e quella finissima grazia ch’elleno naturalmente hanno sia raccontando, sia scrivendo, sì che vi dipingono gli oggetti al vivo, ne sono una prova bastante. Lo stile delle donne, per poco che sieno elleno dirozzate dalla educazione, in ogni lingua è composto di vezzi d’un tal genere che noi indarno cercheressimo di ritrovare. Da questo principio ne nasce che le passioni sieno anche più violente nelle donne, cosicché superano le nostre, se non nella durata, almeno nella intensione. Fra i mezzi umani atti a rintuzzare l’impeto d’una passione vi è quello di dividere la sensibilità dell’animo su molti oggetti che si bilancino. Così l’amore della gloria, l’ambizione, la cura del patrimonio, le scienze e simili, occupando parte de’ sentimenti dell’uomo, minore ne rimane da occuparsi per l’amore. L’amore è occupazione delle persone oziose, quindi le donne amano più fortemente e con più applicazione di spirito di quello ch’esse non sono amate. Il loro cuore rassomiglia a certi fiumi ristretti e serrati d’alte sponde che non hanno che una pendenza, per la quale liberamente possano scaricare le loro acque. Il pudore, il timore, la legge di Dio e quella del mondo sono i felici ostacoli che lo circondano da tutti i canti; non può uscire dal suo letto senza romperli, né romperli senza una violenza straordinaria. Allorché fra tanti impedimenti scorge una parte a cui rivolgersi, come lo è il consorte, vi scorre con minore riserva che non fa il cuore dell’uomo, similissimo a que’ fiumi vaghi che non hanno né sponda, né gran pendenza, e che nello stesso tempo trovano certi rigagnoli aperti per distraersi.
Alla ragione si accorda ancora la storia, che è la conservatrice della virtù, la depositaria dei bei originali e la rapportatrice dei grandi esempi. Io l’ho consultata in molti paesi e in molti secoli, e confesso che sempre mi ha presentata una schiera di femmine, che sono morte nella fedeltà e nell’amore dei loro mariti. Ma quando io ho dimandati a lei dei mariti d’eguale virtù, con vergogna del nostro sesso appena me ne ha potuto ella chiamar per nome alcuni. Fra le grandi eroine in questa virtù, una ce ne presenta lo Stato di Milano, non già in quei chiari secoli nei quali la lodata e ricompensata virtù rendea comuni in Italia le azioni eroiche, ma bensì nel secolo XII di nostra salute, secolo dei più oscuri che fossero giammai. Ella è Bianca de’ Rossi, cremonese, moglie di Giovanni Battista della Porta. Presa questa coll’armi alla mano, tutta molle di sudore e di sangue come un’amazone nella piccola città di Bassano, ch’ella difendea dopo la morte di suo marito che n’era governatore, si gettò di slancio da una finestra sul punto d’essere insultata da Azzolino, che se n’era invaghito. Ma poi ricondotta al barbaro, risanata che fu dalla caduta, fu esposta ad una violenza tirannica. Piena questa donna forte d’un’estrema confusione per una colpa non sua, si prevalse della prima libertà che poté avere per correre al sepolcro dell’amato marito. Entrata in esso si fece cadere sopra la pietra che lo copriva, e più ammirabile dell’antica e forse favolosa moglie di Collatino, seppellissi colle preziose reliquie d’uno sposo, a cui moriva fedele.
Ma non crediamo già che la sfera delle virtù eroiche delle femmine sia ristretta a ciò solo, e che non siano esse in altre virtù capacissime di superare gli uomini. Questa sfera comprende ancora quelle virtù che si vogliono tutte proprie d’un animo virile, come sono l’alta generosità ed il valore militare. L’alta generosità, a ben definirla, è una grandezza di coraggio o un’altezza di spirito, per la quale un animo elevato al di sopra dell’utile, del piacevole e del penoso si porta inviolabilmente e senza deviare in modo alcuno al dovere, che è laborioso, all’onesto, che è difficile. Se ad una femmina oltre del dovere e dell’onesto proprio del suo sesso avviene che si presentino altri doveri ed altri onesti, e se per arrivarvi è necessario lasciare un interesse certo, abbattere una fortuna già fatta, disprezzare i piaceri più lusinghieri, dare il proprio sangue, esporre la vita, che dovrà fare questa femmina ben educata e piena di nobili sentimenti? Non lascerà certamente di correre dietro alle luminose attrative di quest’eroiche virtù in mezzo di tutte le difficoltà, di tutti i spaventi. Ciò non potendosi fare senza d’un’alta generosità, bisogna concedere che le femmine possano esserne capaci.
Il valore militare non dimanda braccia d’acciaio né mani di ferro. Gli antichi eroi non erano statue di bronzo, né tutti aveano la complessione di quel famoso greco che non temeva contro le più grosse catene; anche al dì d’oggi uomini non seccati al sole, non induriti al gelo guadagnano le battaglie. La bellezza e la delicatezza delle membra non sono così timide né incompatibili col valore militare, come alcuni si persuadono. La Sagra Scrittura parla d’una colomba che punto non era meno terribile dell’aquile.[61] Si hanno degli spiriti generosi e delle anime forti in petto delle femmine delicate; delle mani vittoriose coperte di guanti profumati, nella maniera che alloggiano dei conquistatori sotto tende dipinte e coperte d’oro.
Per altro la delicatezza è in esse accidentale, ed a questo proposito osserva giudiziosamente Platone che se l’eccesso d’umidità, che stempra il loro vigore e le rende più molli degli uomini, fosse disseccato da un esercizio moderato, la loro complessione sarebbe ridotta ad un’uguaglianza più giusta ed esatta che la nostra: i loro corpi sarebbero più robusti e più agili, ed avrebbero il movimento più libero e di più lunga durata, nella guisa che le femmine degli sparvieri hanno il volo più veloce e quelle degli animali domestici soffrono più lungo tempo la fatica.
Il cuore è la parte più essenziale del valore. Egli è quello che incomincia tutti gli affari, che intraprende tutti i combattimenti, che va il primo sul campo e che ritorna l’ultimo. È necessario solamente che egli venga agitato da una forte passione, nella maniera che un acciaio, qualunque sia la durezza che abbia avuta dalla natura, non può diventare una spada per la guerra se non è prima lavorato ed aguzzato. La forza per se stessa resta materiale, immobile e senz’azione se non è stuzzicata, come dice il filosofo, dalla collera; ma da quella collera che è nobile, che forma i valorosi. Or egli è certo, per testimonio della Divina Sapienza[62] e dalla sperienza stessa, che questa collera è ben più viva nelle femmine che negli uomini, e per conseguenza se il costume loro ha tolto il valore acquistato, non ha tolto il valore naturale, e quel maggiore spirito di bile che è lo spirito guerriero, e l’ultima tintura dell’umore che forma i prodi. Gli esempi dati nei secoli a noi vicini e raccontati dalle storie moderne, d’un drappello di femmine italiane, cui la morte violenta e sanguinosa della madre, del marito e del padre, l’esposizione alle guerriere più terribili macchine ed al fuoco dei propri figli, e finalmente la sicura perdita della loro vita medesima non hanno punto impediti i nobili impeti della loro generosità e del loro militare valore, termineranno di convincere coloro che ripongono le femmine generose fra i mostri della natura, e credono che un cimiero ed una svolazzante piuma sopra del loro capo non formino un minore prodigio di quello che lo facessero nei secoli favolosi i serpenti sopra la testa di Medusa.
Recatasi una fanciulla di tenera età sopra la breccia per la quale voleano i Turchi portare il ferro ed il fuoco alla città d’Agria, come sua madre, ch’era nella fazione medesima e che portava sopra la testa un gran sasso, fu colpita e distesa morta da una palla di cannone, ella non comparve punto sorpresa di questo accidente, e non perdette né la sua risoluzione, né il suo posto: il di lei cuore non restò punto abbattuto da questo colpo, e senza cangiare colore in viso rammassò freddamente la pietra stessa tutta calda del materno sangue, la rotolò sopra dei primi che si avvanzarono. Uguale fu la generosità e l’ardire d’un’altra, che nella stessa città e nello stesso assedio combatteva fra sua madre e suo marito. Questo dopo un lungo ed ostinato combattimento venne ucciso al suo fianco, ed essendo la guerriera avvertita da sua madre a ritirarsi per fare gli ultimi doveri all’estinto consorte, Dio mi guardi (rispose l’intrepida) d’una pietà sì disordinata; è tempo di vendicarlo, e non di piangerlo; i funerali si faranno ben tosto, se noi viveremo, e se io dovrò morire, il mio corpo gli sarà una pietra sepolcrale abbastanza gloriosa, ed il mio sangue mischiato col suo gli farà più onore che le mie lagrime. Queste coraggiose parole furono seguite da un’azione ancora più coraggiosa. Gettò ella la sua spada, e dopo d’avere presa quella del marito, si spinse fieramente fra gli assalitori, ne uccise tre e mise in fuga il resto. Ciò fatto si caricò su le spalle il cadavere del marito per dargli sepoltura.
Regnando Maometto II, i Turchi, condotti dal bascià Solimano, discesero nell’isola di Solimene ed attaccarono Coccin, che n’è la capitale. Dopo vari assalti dati in diverse parti e coraggiosamente respinti, in fine o per artificio o per forza essi guadagnarono una porta, alla quale il combattimento fu più ostinato che mai, finatanto che il governatore della piazza vi perdette la vita. Stavasi allora la figlia del governatore medesimo, chiamata Marulla, su la muraglia con altre femmine, preparata per ben ricevere il nemico, ed a fare per il loro onore e per la loro religione più di quello che ordinariamente richiede il loro sesso. Questa, che avea gli occhi ed il cuore al combattimento, veduto il colpo che atterrò suo padre discende precipitosamente dalla muraglia e si produce alla porta. Ella penetra fra il ferro ed il fuoco perfino al cadavere di suo padre, prende la di lui spada ed il di lui scudo, e come se avesse con essi preso anche l’ardire del di lui cuore e la forza del di lui braccio, si caccia più oltre fra’ nemici; respinge gli uni, abbatte gli altri, e finalmente combatte con tanto coraggio che sostenuta da’ cittadini pone in fuga i Turchi, e li costringe a rimontare sopra le galere, che furono obbligati a ritirarsi lo stesso giorno, lasciando la libertà a Solimene e la vittoria a Marulla, che fu condotta in trionfo in mezzo agli applausi della città tutta e della flotta veneziana, che poco dopo comparve per soccorrere l’assediata città.
Ma perché vado io ricercando nelle storie esempi illustri delle femminili virtù? L’Augustissima Imperatrice Regina, cui ubbidiamo e per amore e per dovere, ci offerisce un compendio di tutte le più eminenti virtù, compendio tanto più efficace quanto più egli è luminoso e illustre agli occhi dell’universo. Siami permesso l’omettere le virtù proprie della Regina, la religione, la magnanimità, la forza, la indefessa cura, il provido consiglio, la incorrotta fede, la giustizia, e tutte le eccelse virtù pubbliche che rendono il di lei regno prezioso ai popoli soggetti e glorioso al mondo tutto; siami permesso citare le sole private virtù dell’Augusta Sovrana. Dove troveremo noi maggior clemenza e dolcezza accoppiata alla maestà, senza il fasto della suprema sua condizione? Dove una più tenera compassione e cura più materna per tutti i miseri? Dove una più tranquilla fermezza anche fra gli estremi pericoli, virtù tutte le quali avrebbero potuto formare un’eroina anche in una fortuna privata? Deliziosa è la pace, l’unione in quest’augustissima famiglia, ed impareggiabile è la sollecitudine per l’ottima educazione dei grandi principi che formano la nostra speranza. Qual dolce spettacolo per una madre teneramente amata, veder le proprie virtù riprodursi intorno al trono! Qual gloriosa ricompensa di una magnanima Principessa, che per le virtù sue cara allo Stato, cara all’augusto suo sposo, riceve le benedizioni de’ suoi popoli e l’amirazione dell’Europa! L’amore, la tenerezza, la benevolenza animano quella virtuosa corte. Felici i popoli che sono soggetti a tali regnanti, poiché il regnare altro non è che un paterno governo più esteso.
[Sebastiano Franci]
IL CAFFÈ)( Fogl. XXIII )(
Alcune riflessioni sulla opinione che il commercio deroghi alla nobiltà[63]
Vivimus ambitiosa paupertate… Iuven. Sat. III.
Sono tanti gli errori del genere umano, che ben di rado prendi la penna in mano che non te se ne affacci alcuno da confutare. Ma benché tal fatica riesca per lo più inutile, non pertanto lascia l’onest’uomo di ritrovarvi quel piacere che nasce dal sentimento della buona volontà. Una funesta esperienza ci convince che altrimenti per lo più non ricompensano gli uomini chi loro svela alcune verità, che per lo meno col non ascoltarlo. Tanto avrei io pure a temere se non fossi nato nel secolo decimo ottavo, in cui pare che l’uman genere vada sempre più rendendosi degno dell’addiettivo di ragionevole che ha saputo sì poco meritare ne’ secoli addietro. In questa luce di scienze, che sfavilla e cresce fra le colte nazioni d’Europa, in questa magnificenza della natura che contempliamo, divengono più dolci i costumi e la vita; s’è resa amabile per fine la un tempo noiosa sapienza, e si fa di giorno in giorno più facile quae sentias dicere, che a rara felicità de’ suoi tempi Tacito ascriveva. Poiché se io avessi osato neppure pensare a questa materia un secolo fa, quanti non mi avrebbero trattato da scandaloso e libertino in genere di nobiltà?
D’onde mai ebbe origine questa opinione che la mercatura deroghi alla nobiltà? È ella ragionevole? È ella utile? Conviene rispondere a tutti tre questi quesiti.
Questa idea che l’industria, le arti, il commercio sieno vili e sordide cose non può nascere che in una nazione che ponga la sua massima forza nell’armi, ed in cui ogni cittadino debba essere soldato. In tale nazione, che di barbari costumi dev’esser necessariamente, le arti sedentarie, l’industria, la mercatura sarebbero occupazioni opposte allo spirito del suo sistema. Perloché i Romani, che prima per necessità furono saccheggiatori, poi per instituzione guerrieri, dovettero avere a vile ogni arte, ogni mercatura, ed a quelle ed a questa fu abbandonata la più vil feccia de’ servi. D’onde ne venne che il nome di mercator era presso di loro come una nota d’infamia. Né questa opinione durò soltanto ne’ primi secoli, ma quantunque si sminuisse a poco a poco la sua forza in ragione del ripulimento de’ costumi, ella era tuttavia addottata da’ più rispettabili filosofi di quella Repubblica, e Cicerone avea certe dottrine in materia di commercio che non avrebbero molto applauso dagli uomini ragionevoli d’oggidì. Chiama egli illiberali e sordidi i guadagni di tutti quegli artigiani che non vendono le loro arti, ma le loro opere: sordidi ancora chiama que’ mercanti, che comprano le merci per poi rivenderle, poiché, dice egli, non possono essi profittare su delle medesime senza dir molte bugie; e perfine consiglia a’ più ricchi commercianti di accontentarsi di un discreto guadagno e di ritirarsi alle loro terre.[64] Dal che ben si conosce come pensassero in materia di commercio le menti regolatrici della Repubblica.
Da questo spirito nemico dell’industria furono dettate le leggi romane,[65] quelle leggi che abbiamo da lungo tempo addottate e venerate. Ma questa dottrina che la mercatura sia abietta e vile cosa, dovette perdere alquanto la sua forza in Italia allorquando succedettero all’antica parcità de’ Romani le ricchezze, ed il lusso, sinché riprese tutta la sua forza in que’ miseri tempi in cui un nembo di settentrionali si scagliò sull’Europa. Allora ogni arte che non fosse la militare dovette essere disprezzata, perché le armi erano la cosa più necessaria. Dovea lasciare l’agricoltore l’aratro per prendere in sua vece l’arco e l’asta. E chi avrebbe consigliate le arti e la pacifica industria? Quindi ne venne che i segni d’onore e di stima furono conferiti a’ più valorosi, e per acquistarli il guerreggiare era l’unico mezzo. In tal sistema di cose dovette per certo esser il mestiere della nobiltà, cioè de’ più ricchi ed onorati, quello dell’armi, né è da stupirsi se tutti gli onori furono accumulati su di una professione divenuta di prima necessità. Onde tutto ciò che distraesse i cittadini dalla guerra fu risguardato come una specie d’infamia. Ma come sono più lente nel mutarsi le opinioni e le leggi di quello che non lo siano le circostanze di una nazione, così le prime se ne rimangono per lo più indietro, per modo che un secolo non ha quelle leggi e quelle opinioni che lui sarebbero convenienti, ma bensì quelle del secolo, o di più secoli anteriori eziandio. Quindi è che se non sono paralelle le rivoluzioni che fanno queste tre cose, leggi, opinioni, circostanze in una qualunque nazione, succede che molte ruote della machina politica sono fuori di luogo. Seguendo questo giro delle umane vicende si credette ancora che fosse utile alla Repubblica che i nobili fossero solo destinati alla guerra, ancorché cessato ne fosse il bisogno. Il disprezzo per le pacifiche arti continuò, benché non continuassero le circostanze che lo aveano fatto nascere, ed i successori di quegli eroi che aveano difesa la patria si riposarono indolentemente su gli allori de’ loro antenati. Poiché essendo avvilita l’industria e l’armi solo onorate, cessato l’uso dell’armi altro non restò che il vivere oziosamente. Dalla ferocia de’ costumi alla tranquilla industria non è immediato il passaggio, che anzi fa d’uopo che l’irresoluzione e l’indolenza vi siano di mezzo.
Di tutte queste cose ce ne forniscono mille esempi gli antichi feudatari. Questi ognun sa che altro non erano che illustri guerrieri, che doveano unirsi colle loro truppe quando s’intimava il bando generale di guerra. Egli è naturale che arrivassero a quest’onore di essere feudatari col distinguersi nella guerra. Ora rimontando nella genealogia delle famiglie veramente nobili vi si ritrova un feudo; che anzi altro non è l’esser conte o marchese oggidì che l’esser feudatario di qualche terra o borgo. Ecco adunque come la nobiltà originariamente venga dall’armi.
Tale a presso a poco è l’origine della nobiltà, e tale l’origine altresì di questa opinione che la mercatura le deroghi.
La quale opinione quanto era salutare e giusta ne’ secoli in cui nacque, altrettanto è nociva e fuor di tempo oggidì. E tanto io non dubito di asserire, benché sappia di avere contro di me una rispettata autorità, cioè l’autore dello Spirito delle leggi. Parlando egli specialmente dello spirito della monarchia come opposto al commercio, dice che il permettere a’ nobili la mercatura sarebbe un distruggere la nobiltà senza recare alcun utile al commercio. La pratica di questo paese (parla della Francia) è savissima; i negozianti non vi sono nobili, ma possono divenirlo; essi hanno la speranza di diventare un giorno nobili… non hanno più sicura maniera d’alzarsi dalla loro professione che di ben farla, e di farla con fortuna, ciò che d’ordinario suppone qualche merito… l’acquisto che si può fare della nobiltà col danaro incoraggisce molti negozianti perché si mettino in istato di arrivarvi.[66] Al che io rispondo di passaggio che questo incentivo all’industria de’ commercianti sarebbe più grande e più utile se avendo essi di mira d’arrivare un giorno agli onori della nobiltà per mezzo delle ricchezze, vedessero altresì che loro sarebbe permesso di seguitare l’incamminato commercio e di percepirne tuttavia i grossi guadagni. Giacché ben pochi de’ ricchi mercanti vorrebbero comperare la parola di conte e di marchese o d’altra simile vanissima cosa col sagrificio d’un bene reale qual è un grosso commercio. Che se di questi vani mercanti si dassero, non sarebbe al certo utile alla repubblica che divenissero nobili, poiché è ben più utile un cittadino che accresca le ricchezze della nazione di quello che lo sia un nobile che non le accresce o per lo più le diminuisce.
Ma ritornando a quanto dice l’autore dello Spirito delle leggi, che i nobili intercetterebbero il commercio fra i mercanti e la plebe, con che pare che voglia dire che ridurrebbero a sé tutti i guadagni del commercio: non sono forse, io rispondo, i nobili, mercanti di grano, vino, seta, lino, lana e per fine di tutt’i prodotti delle loro terre; e hanno forse per questo il monopolio di tutti questi generi? E perché cred’egli che i nobili potrebbero far tanto di ruinare il commercio della nazione? Su che sarebbe fondata questa loro chimerica potenza? Forseché in uno Stato monarchico i più ricchi non sono i commercianti, come vediamo tutto dì? Non possono forse più questi che i nobili, dove si tratti di vendere e comperare? Io credo che con questo principio dovrebbe la politica impedire che un troppo ricco commerciante seguitasse a commerciare. Il che per certo sarebbe un dogma assai bizzarro.
E molto più mi pare mal fondato questo timore, che i nobili in una monarchia potrebbero a sé ridurre il commercio, quando considero che di lungo minore è quella porzione de’ nobili che può qualche cosa in una monarchia, di quello che non lo sia quella che può niente. Onde io dico che allora soltanto accaderebbe che i nobili riducessero a sé il commercio qualora essi avessero una grandissima potenza, ed in tal caso questa nazione non sarebbe più una monarchia, ma sì bene un’aristocrazia. Né io vedo questo pericolo, che i nobili intercettino il commercio fra i mercanti e la plebe, se esso ceto di nobili non abbia la facoltà legislatrice; né tal esempio s’è veduto, per mio avviso, in alcuna nazione che col permettere a’ nobili il commercio, essi l’abbiano a sé assorbito; perché, io il ridico, se potessero tanto, essi avrebbero anteriormente una gran potenza, più di quello che comporti lo spirito d’una monarchia. Che se in que’ governi medesimi in cui i nobili hanno la facoltà legislatrice, od almeno un’assai più grande potenza che nelle monarchie, come sono l’Olanda, l’Inghilterra e come ne abbiamo esempi in Italia, non s’è avverato che commerciando i nobili abbiano intercettato la mercatura fra i mercanti ed i plebei, od abbiano fatto ogni sorta di monopolio, come teme egli altrove,[67] a che ciò temere nelle monarchie, in cui è più circonscritta la potenza de’ nobili? Ma tali verità ha sentite esso medesimo autore dello Spirito delle leggi.
Il presidente Henault nel supplemento suo all’Abregé chronologique de l’histoire de France, opera insigne, a pag. 149 dice: Si vedrà che l’autore dello Spirito delle leggi lib. XX, cap. XIX, non si era abbastanza spiegato su di tal soggetto, onde ha più precisamente sviluppate le sue idee nella nuova edizione che sta per dare al pubblico e che m’ha fatta vedere. Quindi aggiunge: Si era a questo luogo della edizione dell’opera presente quando la morte ce lo ha tolto.
Fatto si è che questo falso timore concepito anche da rispettabili uomini, che del commercio concesso ai nobili possano essi abusarsi in pubblico svantaggio, è stato cagione di molti mali che seco strascina l’indolenza d’un numeroso corpo de’ cittadini.
Perché io dico che le leggi che nel presente sistema animassero i nobili a commerciare, ad altro non tenderebbero che a sostenere i nobili poveri ed a renderli utili alla patria, mentre che altrimenti meschini ed oziosi a nulla sarebbero utili. Essendoché quei nobili che sono ricchi e potenti, e che hanno molti ed ampi fondi non si darebbero l’incomodo di commerciare, il quale incomodo non è piccolo ne’ suoi principii. Ed è naturale che colui che di nulla ha bisogno non cerchi di arricchirsi colla industria. Laddove tanti poveri nobili che appena si strascinano seco una squallida nobiltà, di cui sono la vittima, riescirebbero cittadini utili a sé ed alla patria, e si porrebbero al partito della industria per alzarsi al livello de’ nobili potenti; onde questo ceto in vece di essere un ammasso d’oziosi, sarebbe un ammasso d’industriosi.
V’ha taluno che crede che la povertà de’ nobili sia un incentivo per rendergli utili alla patria, acciocché spinti dal bisogno s’impieghino in cariche militari, politiche e civili, e pare che tema che quando fossero comodi e ricchi non vi sarebbe chi in queste pur necessarie cariche s’impiegasse. Ma quand’anche non vi fosse il motivo della povertà che spingesse i nobili a ricercar delle cariche, lo sarà sempre uno grandissimo e sufficientissimo la sola esca dell’autorità, e di essere a parte in qualche maniera del governo. Il qual piacere è vivissimo al cuor d’ogni uomo che non cerca le ricchezze che come mezzi atti a mettere altrui nella sua dipendenza; sicché preferisce l’obbedienza degli uomini alle ricchezze, che anzi le considera come un mezzo atto ad ottenerla. Ed in fatti se penetreremo nel cuore di colui che coll’industria ammassa il denaro, non troveremo noi forse, analizzando questa sua passione, ch’egli oscuramente e confusamente altro non cerca che di riparare l’ingiurie degli uomini, e di alzarsi su di loro coll’insigne vantaggio delle ricchezze compratrici del potere? E chi cercherebbe d’arricchirsi se fosse persuaso di essere potente a segno di potere tutto ciò che vorrebbe? Per la qual cosa io sono di parere che il solo desiderio dell’autorità e dell’onore potrebbe indurre i nobili a cercare le cariche. Oltre di che m’è molto sospetto colui che è indotto a ricercare una carica pel solo desiderio di torsi ad una misera vita; questo motivo ha un impronto di bassezza che può accompagnarlo anche sulle sedie de’ magistrati. Laddove il desiderio d’onore e di autorità ha qualche cosa di nobile e di generoso, e contiene in sé l’amore della stima altrui, il qual sentimento è a meraviglia produttore di molte virtù necessarie ne’ magistrati, i quali se altro non curano che l’immediato acquisto di denaro, corrono gran rischio che questa passione dominante non lasci luogo ad altre più generose.
Ma d’uopo non è di mostrare più a lungo che è mal fondato quel timore che possano mancare nobili alle cariche, poiché al contrario queste mancano ai nobili. Conciosiaché l’esperienza ci convince che per quante sieno le cariche nel militare, o nella toga, od in qualunque altro civile impiego a cui abbiano accesso i nobili, convien pure che molti d’essi, anzi la maggior parte, ne rimangano oziosi. Da ciò ne nasce un gran male, cioè che tanti cittadini, che potrebbero essere utili alla patria, non lo sono, che anzi è molto se non siano nocivi. Poiché un corpo di uomini che tutto riceve dalla società, ed a lei nulla restituisce, non gli può essere che d’aggravio. Quindi è che il costume si corrompe coll’ozio, che lo spirito di patriotismo s’annienta e che l’inquieta attività di taluni, non avendo altro impiego, si rivolge al giuoco, alla licenza ed a qualunque altro dissipamento, e quindi è che riesce il ceto de’ nobili un popolo ozioso e gallonato. I quali danni assai crescono in que’ paesi in cui il corpo de’ nobili sia numeroso in maniera che costituisca una considerevol parte della nazione. Ma ciò che riesce ancora più fatale si è quando i nobili poveri, costretti a vivere nobilmente male ed essendo ognora punti dalla viva emulazione di non essere degli altri meno ricchi, procurano di essere in eguale equipaggio de’ più potenti per istrade e per mezzi d’arricchirsi che non sono punto nobili. In qualunque nazione la buona o cattiva morale, il rispetto o la disistima alla virtù hanno grandissima influenza alla sua felicità o miseria. Gli effetti della mancanza di morale son lenti, è vero, ma sordamente producono nella lunga rivoluzione di più secoli effetti tanto più grandi quanto irreparati, perché inaspettati; e dirò, quasi operano le cose morali per alluvione, come i fiumi. E grande credeano per certo l’influenza de’ costumi sulla pubblica felicità i Romani, presso de’ quali grandissima era la cura de’ costumi, mores, la qual parola presso di loro significava assai, come quegli che la pubblica disciplina attentamente conservavano. La corruzione del cuore umano è una malattia epidemica: se spenga negli uomini certi principii di morale, o se gli rintuzzi soltanto, può cambiare la faccia d’una nazione. Ma siccome che hanno parte nel formare le idee del volgo anche in una monarchia gli nobili (poiché quel rispetto, quella riverenza ch’egli dimostra s’estende sino al suo spirito, sicché egli conformi le sue opinioni a chi gli può far bene o male, come vi conforma le parole e gli atti esterni), così se mai in alcuna nazione ve ne fossero molti di questi, in cui la virtù, il patriotismo fossero spenti dall’ozio e dalla dissipazione, e forse anche la di cui morale fosse men che nobile, in tal caso, io dico che la plebe a poco a poco strascinata da questo cattivo esempio vi si conformerebbe, e che a poco a poco in essa ancora s’estinguerebbero molte idee morali. Se per pubblica fama per esempio non si credesse che i nobili poi siano esenti affatto da que’ vizi che suggeriscono i pressanti bisogni; se avessero anche dati autorizzati esempi di meno esatta giustizia; se per una certa prepotenza fossero non molto compassionevoli ai mali altrui; se il giuoco e la ghiottoneria occupassero quell’ozioso intervallo che gli divide il nascere dal morire; se molti, dico, di questi nobili si ritrovassero in una nazione, io credo che a poco a poco questa morale per una facile immitazione nell’uomo, ed autorizzata dal rispetto che s’ha per chi la professa, cadrebbe per una insensibil discesa nei domestici, poi negli artigiani, poi nella più povera plebe. Né qui vorrò io, dando troppa importanza al mio argomento, affettare orribili predizioni, né credere che veramente sia questo uno de’ maggiori mali della repubblica. Ve ne sono per avventura de’ più grandi, e di quelli che meritano più pronto riparo; ma soltanto io dico che per quanto lenti, per quanto insensibili fossero in una cotale nazione i cattivi effetti provenienti dall’ozio e da’ vizi de’ nobili, sarebbero tali che con un lungo tempo produrebbero grandissimi danni. Di che pure ce ne forniscono una non equivoca prova que’ miseri tempi in cui i nostri antenati s’erigevano in piccoli tiranni, in cui la frode, il veleno, gli stilletti, le insidie ed ogni sorta di prepotenza per fine caratterizzava la nobiltà più che la virtù, la beneficenza, i dolci costumi, l’umanità, il sapere, che pur esser non dovrebbero disgiunti da chi ha ottenuto a buona sorte una buona porzione de’ beni di quaggiù; cose tutte che la misera plebe intieramente occupata da’ bisogni fisici presenti ed instantanei non può professare; in que’ tempi, dico, s’era anche insinuata nel volgo quest’aria di tirannia, questa ferocia, sicché era data ad ogni sorta di crudeltà, di barbarie e di brutalità malgrado l’avvilimento, e la miseria in cui era sepolto.
In somma io mi ristringo a ciò che in una nazione in cui vi sia un ceto di nobili umani e saggi, in quella nazione, dico, anche la plebe a poco a poco diverrà saggia ed umana, e viceversa in una qualunque nazione in cui vi sia un ceto di nobili ozioso e che dia esempi d’ingiustizia, il popolo a poco a poco ne immiterà il cattivo costume. La qual proposizione io spero che da se stessa si dimostri.
Per la qual cosa io credo che non sia un oggetto indifferente per un saggio legislatore che buoni o no siano i costumi de’ nobili, poiché sono essi come il modello su cui vediamo che la maggior parte della nazione prende norma per i suoi. D’onde ne viene che non sarebbe conforme a questi principii che in una nazione qualunque la maggior parte de’ nobili siano oziosi, poiché come tali non sarebbero buoni cittadini.
Ma siccome che né la spada, né la toga, né qualunque altro officio civile bastano ad impiegare tutta la nobiltà, che anzi piccola è quella porzione che è impiegata e grande quella che è oziosa, da qui ne viene che bisognerebbe che il legislatore ritrovasse a questa superflua porzione un impiego utile alla patria; e questa superflua porzione io credo che in miglior modo non potrebbe occuparsi che nel commercio. Io dico questa superflua porzione, poiché credo che quelli che occupano cariche massime, se sono di quelle che esiggono molta parte del giorno e per arrivare alle quali vi fa d’uopo di lunghi studi e di un lungo tirocinio, questi tali dico non avrebbero né tempo, né voglia di darsi alla mercatura. Dal che ne siegue sempre più quanto ho già detto, cioè che è mal fondato il timore di que’ politici che temono che unendo il potere e l’autorità al commercio rovinerebbe la monarchia, mettendo nell’istesse mani l’autorità e le ricchezze, poiché appunto io credo che chi ha l’autorità in una monarchia non abbia tempo di acquistar molte ricchezze nel commercio. Per il che una legge che permetta a’ nobili la mercatura ella non farebbe altro che impiegare utilmente la più povera porzione di essa, toglierla all’inerzia ed alla indolenza per rivolgerla alla industria ed alla fatica, lasciando nel resto intatte le massime fondamentali di una monarchia, in cui i nobili non ponno esser potenti come in un governo aristocratico.
Ma dirà taluno, forse che in qualche paese la sapienza del governo non ha permesso a’ nobili la mercatura? E qual bene n’è da ciò venuto, se eglino non si risolvono ad eseguirla, se per un mal inteso decoro credono che sarebbe un macchiarsi d’infamia il divenir commerciante? Al che io rispondo che in fatto di pregiudizi e di opinioni non si mutano facilmente gli uomini; che le idee di nobiltà concepite in una data maniera per più generazioni non si mutano se non con un almeno egual tempo di contraria azione; che a creare nelle menti de’ nobili questi pregiudizi e queste opinioni ebbero la colpa que’ poco accorti legislatori che proibirono alla nobiltà di commerciare. Si ebbero per lungo tempo a vile i mercanti, le arti più utili e più necessarie furono chiamate sdegnosamente vili ed abiette, fu nominato il commercio sordido guadagno che imbrattava le mani, quelle mani che arricchiscono la patria e la fanno grande e rispettabile; furon esclusi dagli onori e da’ ceti più rispettabili i commercianti; e tutti questi falsi principii e queste fallaci idee di decoro, di purezza, di sangue furono inculcate dalle leggi, fomentate da’ costumi, ridette da uomini gravi e rispettati,
IL CAFFÈ )( Fogl. XXIV )(
e se ne sporcarono perfine i volumi, e divennero irrefragabili dottrine, ed ora ci avremo a stupire se tutto in un punto non si possono distruggere? Non è egli questo stupirsi degli effetti perché si dimenticano le cagioni? Dirò di più che bisogna accompagnare questi salutari editti con altre leggi salutari a tutto il commercio generalmente. Giacché se in qualunque paese in cui il commercio ritrovasse molt’inciampi nella legislazione si pretendesse che concedendo a’ nobili il commercio, essi dovessero attendervi seriamente, io credo che si sarebbe in un grande errore. Perché oltre a tutti que’ pregiudizi che abbiam detti, vi si opporrebbe ancora il difetto comune di legislazione. E tanto più in questa classe di legislazione, in cui non basta permettere, ed è stolta cosa il comandare che nasca commercio dove non v’è, ma bisogna adottare mezzi opportuni per ottenere tal fine. E certo lenta assai è nel nascere l’industria ne’ suoi principii, e vi bisogna di tutto il potere e la sapienza de’ sovrani per farla risorgere dove è spenta; né questa è l’opera di pochi anni. Imperocché più facile è il distruggere l’industria che il richiamarla, poiché l’uomo da sé è inerte ed ozioso se non lo stimola l’interesse, il guadagno, l’utile, la protezione per fine delle leggi e del governo; ed è di tal natura l’attività degli uomini, che vuol essere intrattenuta e lusingata, e ben custodita se ha da far lunga dimora su qualunque parte del globo. Che se per poco si cessa d’accarezzarla, dirò così, e di proteggerla, ella sen fugge, e invano ad alta voce la richiama il legislatore.
E molto più, per tutto ciò che si è detto, utile sarebbe per ogni verso che i nobili commerciassero, quanto che son essi nelle monarchie i principali possessori de’ fondi, di modo che son quasi tutti in loro mano. In una tale nazione in cui questa ipotesi s’avverasse, sarebbe, io credo, di un utile assai grande che i nobili commerciassero, qualora massimamente i generi prodotti dalle terre fossero di quelli che impiegare si possono in manifatture, come lane, lino, canape, seta, ec. Poiché se i possessori di tali fondi, anziché mandare fuori di paese o rivendere nel paese medesimo tali materie prime, le facessero lavorare essi medesimi per vendere tali manifatture o internamente o esternamente, in ogni caso utile assai ciò sarebbe alla repubblica. Poiché se vendonsi agli esteri queste materie prime, egli è certo che sarebbe meglio assai il venderle loro convertite in qualunque manifattura, poiché tirerebbesi tutto quel danaro di più che loro accrescerebbe la manifattura medesima; e se internamente le vendessero convertite in manifatture, si avrebbero esse manifatture a più buon mercato, perché le materie prime sarebbero di prima mano, laddove chi deve prendere da altri le materie prime per convertirle in manifatture deve vendere tanto più a caro prezzo esse manifatture quant’è il guadagno che ha fatto il venditore d’esse materie prime. Né alcuno mi negherà che in qualunque di queste ipotesi la nazione guadagni tanto per l’interno quanto per l’esterno commercio. Per la qual cosa mi par certo che abbiano commesso un non piccolo errore in politica que’ legislatori che proibirono di commerciare a’ possessori de’ fondi, poiché anzi questi dovrebbono più che altri essere incoraggiati alla mercatura. Avvegnacché non sarebbe egli utile che i possessori di canape, lino, seta e d’altri generi simili piuttosto che venderli li convertissero in manifatture; e molto più se tali generi si vendono a’ forestieri? E che risponderebbesi di ragionevole ad un selvaggio, che vedendo le spaziose pianure de’ campi, addimandasse di chi son esse queste squisite ricchezze che costano tanti sudori? Sarebbe egli soddisfatto dal sentirsi a dire: esse sono de’ conti e de’ marchesi? Tornerebbe forse a dirmi il selvaggio: conviene che facciano assai per la società, s’ella fa tanto per loro; al che io sarei imbarazzato a rispondere. In fatti strano assai mi pare che quel corpo di cittadini che possiede quasi tutta la superficie su cui passeggia la nazione sia quello che altro mestiere non abbia che di possederla.
Per la qual cosa io credo che dai prodotti appunto delle proprie terre dovrebbero cominciare i nobili il loro commercio, né ciò tutto ad un tratto, ma a poco a poco con una lenta esperienza, il che per certo non sembrerà difficile se non a chi trova difficile ogni cosa nuova; e questa mercatura troppo a torto si crederebbe derogare alla nobiltà del sangue, avvegnacché se si vendono i primi generi senza incorrere questa taccia, perché dirassi derogare al decoro il vendere questi primi generi convertiti in manifatture? Forse che non sono i nobili mercanti di vino, fromento, seta, lino e qualunque altro prodotto delle proprie terre, che debbano credersi macchiati da qualunque altro commercio?
Che se alcuno opponesse che qualora i possessori delle materie prime avessero essi ancora le manifatture di tali materie prime, toglierebbero la sussistenza a chi viveva su di questo secondario commercio, io rispondo: primo, che quei medesimi che inservivano a tali manifatture non si diminuirebbero punto, perché il travaglio non si avrebbe diminuito; secondo, che i compratori di tai materie quando non le potessero più avere dai possessori de’ fondi, cosa per altro non facile, comprerebbero essi medesimi fondi bastevoli per averne una sufficiente porzione, il che dividerebbe in molte mani i terreni, e per conseguenza crescerebbe l’agricoltura, che più fiorisce, più sono gli uomini che vi hanno parte e più sono i possessori de’ fondi medesimi. Poiché egli non è difficil il provare che più cerca che gli renda il suo terreno colui che ne ha poco di colui che ne ha molto; dal che ne viene che sempre è meglio che si dividano i terreni in molti possessori. Ma uopo non è forse di tanto sottilmente rispondere ad ogni ipotesi, poiché sarebbe un caso quasi impossibile quello che i possessori de’ primi generi in una qualunque nazione li convertissero essi tutti quanti in manifatture, in maniera che nulla lasciassero ad un secondario commercio di rivendita.
Perloché a me non pare impossibile cosa che comincino i nobili a darsi alla mercatura, facile assai loro essendo quanto io ho detto di sopra. E chi non ricavasse da’ suoi fondi generi convertibili in manifatture, potrebbe impiegare qualche capitale in qualche altro commercio, tirandone i frutti a proporzione, od in somma in qualunque altra delle tante maniere che vi sono di cominciare la mercatura.
Ma per ottenere il fine che i nobili commercino egli è assolutamente necessario che non siano esclusi i ricchi commercianti dai ceti rispettabili, e che non siano rigettati da que’ corpi in cui tutti s’affollano di entrare, come quegli che sono il seminario della autorità e degli onori. E perché avrassi ad avere per nobile colui i di cui antenati per tre o quattro generazioni mangiarono e bevettero il grano ed il vino delle loro terre senz’esser in nulla utili alla patria, ed avrassi da escludere da’ nobili colui che si arricchì con un grosso commercio? Quando il commercio è fatto in grande io non trovo nissuna differenza fra un possessore di terre ed un ricco mercante. Quello amministra le sue sostanze per mezzo de’ suoi agenti; questo per mezzo de’ suoi institori, in modo che altra differenza non passa dall’uno all’altro se non che il primo converta in danaro i propri prodotti delle terre una volta all’anno, laddove il secondo lo converte più volte, vale a dire che fa girare continuamente i suoi capitali, e perciò mantiene più numero di cittadini e fa più ricca la nazione, giacché tanto dipende la ricchezza dalla massa universale de’ metalli quanto dal loro moto di circolazione; per modo che in una nazione in cui la massa totale circolante sia mille e la velocità della circolazione cinquecento, ed in un’altra nazione sia seicento la massa totale ma la velocità di circolazione novecento, io dico che queste due nazioni sarebbero ricche ugualmente. Le quali idee, benché non comunemente credute, non sono perciò men vere.
Concessa adunque a’ nobili la mercatura, anzi animati ad intraprenderla, avrebbonsi a non escludere dal loro ceto i grossi mercanti. E qui fa d’uopo fare una gran distinzione fra il commercio al minuto ed il commercio all’ingrosso. Perché il secondo soltanto dovrebbe essere concesso alla nobiltà, né vi avrebbe ad essere ammesso se non se chi facesse commercio all’ingrosso; e per commercio all’ingrosso io non m’intendo tanto la grandezza de’ capitali che vi ci s’impiegano, quanto ch’egli venga fatto per via d’institori e di commessi, in guisa tale che il nobile principale non vi abbia che la superiore ispezione, né richiegga più di tempo l’attendervi che l’amministrare i terreni come oggidì. E ciò io dico non perché chiami vile, abietta e sordida ogni arte utile al pubblico, ma bensì perché i nobili in qualunque paese ove siano il seminario di cui cavinsi i cittadini inservienti alla spada, alla toga ed a qualunque officio civile, militare, politico; in tale paese, dico, conviene che la nobiltà abbia un’educazione, e che l’abbia con tutti i comodi. Per lo che s’ella al commercio di dettaglio discendesse, ed in ciò occupasse molta parte della vita, ne seguirebbe che le arti cavalleresche, gli studi ed ogni altra cosa che constituisce la educazione d’un nobile sarebbero iti; e laddove cercassi od il giurisconsulto, o ’l politico, o il militare, non vi troveresti che il piccolo mercante; ed i piccoli mercanti non ponno governare la repubblica. Ma qui molte altre cose verrebbero forse in acconcio di dire intorno alla nobiltà; in che debba ella consistere; quai privilegi debba avere; cosa debba chiamarsi nobiltà; s’ella, come è, sia necessaria in una monarchia; s’ella sia utile; se debba essere ereditaria; per qual via si dovesse divenir nobile; ed altre importanti disquisizioni che lascierò ch’altri intraprenda. Io parlo della nobiltà quale ella è a’ dì nostri, e tale quale ella è, io sono di parere, che dovrebbe commerciare.
Che se qualche nobile decaduto vi fosse, o qualche povero cadetto, egli al certo è una crudele e ridicola dottrina il pretendere che per non macchiare il suo puro sangue debba miseramente vivere nobile. A questo tale non solo il commercio all’ingrosso dovrebbe esser permesso, ma le arti ancora ed il commercio di dettaglio. Povertà e nobiltà non ponno stare assieme, vi vuole un certo censo per esser nobile. Intorno a che ritrovo assai saggio il costume d’Inghilterra, in cui i cadetti (siccome che sono assai poveri, perché tutti i stabili sono de’ primogeniti) vanno a cercare il vitto sotto i grossi commercianti. In tal guisa fra poco tempo eglino s’arricchiscono in modo che o essi medesimi o i primogeniti loro ritornano in istato di prendere il titolo di milordi, e così restituirsi alla primiera nobiltà; e questo intervallo, in cui fanno gl’institori alli grossi negozianti, le leggi suppongono che dorma la nobiltà, sicché quasi per diritto di postliminio, come dicono i giureconsulti, la nobiltà riacquistano. Questo costume pure di far dormire la nobiltà conservavasi nella Bretagna francese. Tal costume mi pare che sia ottimo per i poveri nobili, i quali nel presente sistema o devono languire nelle miserie o decadere per sempre; giacché egli convien pure che in questa continua rivoluzione delle umane vicende altri ricchissimi poveri diventino, ed altri miseri s’arricchiscano.
Laonde in quelle nazioni in cui il commercio a’ nobili è proibito, ed in cui per una inveterata opinione è cosa vile la mercatura, assai nobili vi sono, i quali benché estremamente poveri, si ridurrebbero piuttosto alla mendicità che darsi alla mercatura non già come principali, che tanto non possono, ma come inservienti ai principali. Arrossirebbero essi di esser al soldo d’un ricco commerciante di sangue non puro, si crederebbono svergognati e decaduti; per modo che crederebbono essi d’aver non solo ruinati se stessi, ma la loro famiglia spogliandola d’una prerogativa inutile, anzi gravosa. Sono, questi, veri martiri della nobiltà. Oltre a’ que’ costumi che ho sopraccennati di Bretagna e d’Inghilterra, v’ha un altro risorgimento in Francia per i nobili decaduti, e questo si è di lavorare i vetri. Quegli artigiani, che si chiamano verrotiers, devono esser nobili, onde questo è un onesto stabilimento per la nobiltà. Ivi eziandio fu per lungo tempo osservato il costume che il commercio derogasse alla nobiltà, ma con vari editti, particolarmente di Luigi XIII e Luigi XIV, è stato permesso a’ nobili la mercatura all’ingrosso. Ma non s’è ancora sradicata dalla nazione l’erronea opinione che il commercio deroghi alla nobiltà. Perché le leggi possono bensì comandare alle azioni umane, e con premi e con pene spingere o ritenere gli uomini, ma dove si tratti di opinioni fa d’uopo esempi, destrezza e tempo, e per togliere i pregiudizi bisogna che tal volta il legislatore discenda e tratti gli uomini come i fanciulli sorprendendoli, accarezzandoli, lusingandoli, finché rinonciano ai pregiudizi più coll’inganno che colla ragione. Conciossiacché amano tenacemente gli uomini le bizzarie del proprio intelletto, e resistono a chi gli urta di fronte come a tiranno, permodoché in questa guerra non si vince che fingendo di cedere, esercitando per istrade ignote al volgo la forza della legislazione.
Il che quando io considero, credo che di molto tempo vi sarà d’uopo prima che si sostituiscano idee più giuste di decoro e di nobiltà a quelle che oggidì si hanno. Questo decoro, questa purezza di sangue ha fatto in guisa che si siano creduti i nobili animali di più che uomo, e di una specie più perfetta del volgo. E questa falsa opinione ha pur prodotte per lo passato varie prepotenze ed ingiustizie, e de’ bizzari capricci; poiché è inerente alla natura umana il desiderio del dispotismo, che se lo fomenti cogli errori egli cresce da se medesimo a dismisura. Al qual male ha per buona sorte rimediato l’essere i principi cresciuti di forze. Ciò ha fatto che si raffrenò quest’intermediario dispotismo, di modo che ormai è uomo il nobile come è uomo il plebeo; né della purezza del sangue è privilegio l’impunità delle ingiurie, chiamata col curioso vocabolo di soddisfazione. L’accrescimento del potere de’ sovrani, che or fanno la felicità dell’Europa, ha assorbite e riunite in uno tutte quelle dissipate e minime forze; l’aggregato di queste anarchie ha costituito un tal potere che in faccia a lui s’è annichilata la piccola prepotenza. Onde su questo punto di vista egli è da desiderarsi da ogni buon cittadino che sempre più s’accresca il potere de’ sovrani, poiché crescerà con lui la pubblica tranquillità.
Questa falsa opinione, che la mercatura deroghi alla nobiltà, avendo ridotti i nobili ad esser poco più che oziosi smaltitori di pingui entrate, ha spenta in loro ogni pazienza di fatica ed ogni industria. Il qual amore all’ozio ed alla indolenza non ha recato piccolo danno all’agricoltura, che pur è il massimo fonte delle stabili ricchezze di una nazione. Poiché quando i possessori de’ fondi d’altro non sono occupati che de’ piaceri e del dissipamento, egli è forza che nulla pure si curino del come sieno i loro terreni coltivati. E quando i padroni non si studiano, non si industriano, non si danno daddovero a migliorare le loro terre, le cose vanno di per sé, e gli agricoltori e gli agenti ed i fittabili si contentano che sieno coltivati i campi come lo sono stati sin d’ora. Che se lo spirito d’industria animasse i padroni, cercherebbonsi i mezzi di migliorarla, laddove altro per lo più non cercasi se non se che l’entrata d’un anno sia come quella di un altro, se pur anche non la si lascia andare com’ella vuole indolentemente. E a dir vero date ad un industrioso mercante un fondo, datene un altro ad un nobile ozioso, ch’io dico che più sarà ben coltivato quello che questo. E molti di tai mali nascono in gran parte da quella idea bizzarra di decoro prodotta dall’ozio, per la quale idea molta parte della vita impiegasi in rispettate bagatelle, in offici, in correre qua e là senza disegno e senza fine. Da questa falsa idea di decoro n’è venuto che non s’ha il coraggio di decadere anche quando dovrebbesi pur decadere per necessità. Quindi ne viene che si rinuncia il più tardi che si può ad un fasto che eccede le forze della famiglia, sinché un fallimento vergognoso ed impunito non la rovini. I quai mali non sarebbero sì frequenti se vi fosse il mezzo del commercio, e se non si avesse a vile il fare il mercante, o qualunque altro onorato mestiere, quando non si può esser più onoratamente ozioso.
E tutti questi mali hanno la principale loro sorgente in questa idea, che il commercio deroghi alla nobiltà; e questa idea l’hanno creata nelle menti de’ nobili quelle leggi che proibirono il commercio e che cosa vile ed abbietta la nominarono. Le quali cose tutte io considerando, credo che grand’utile ne verrebbe ed a’ nobili medesimi ed al pubblico se essi ancora non isdegnassero di commerciare, comecché non manchi chi crederebbe che né l’una né l’altra di queste cose siano vere. Io sarò abbastanza contento d’avere esposte il più brevemente che ho saputo queste mie riflessioni, s’esse non già m’acquisteranno gli elogi, che forse non meritano, ma almeno la discrezione de’ disapprovatori. Poiché per quanto una verità sia ella utile a chi la si propone, s’ella urta certi pregiudizi, non la proponi senza taccia di novatore. Possano i miei scritti convincere qualche uomo ragionevole, e meritarmi questo nome.
A. [Alessandro Verri]
Storia naturale del caccao
Ogni ragionevole lettore al solo titolo di Storia naturale del caccao sarà persuaso che quanto sono per dire su questo argomento non è né può essere una invenzione della mia mente, ma deve per necessità essere una raccolta di notizie spettanti a questa droga, di cui altri prima di me ha scritto. Chiunque voglia dire che è tradotta, ricopiata o altro, come s’è detto della Storia del caffè, è padrone; gli scritti stampati sono come le facciate delle case, sulle quali chiunque passa per la strada è libero a dire il parer suo, e chiunque si determina a stampare le cose sue deve sottoscriversi a questo contratto. Credo che a buona parte de’ discreti nostri lettori non sarà discaro d’avere in questo foglio una idea d’una droga tanto familiare fra di noi, poiché gli autori che ne trattano non sono tanto comodi ad aversi quanto il nostro foglio.
V’è un errore volgare sulla indole del caffè, di che abbiamo parlato nel primo foglio, ed è di crederlo un legume. V’è un errore volgare sull’indole del caccao, ed è di crederlo una ghianda. I grani di caccao che veggiamo in Europa, de’ quali ci serviamo per formare il cioccolate, trovansi non già uno ad uno separatamente pendenti dai rami dell’albero, ma bensì ragruppati a guisa d’un grappolo, il quale sta involto in un bacello, ossia guscio, della figura presso poco d’un citriolo. Cotesti citrioli contengono per lo più venti, venticinque, trenta e persino trentacinque grani di caccao, tutti per entro disposti con maravigliosa simetria, come presso poco lo sono que’ del granato. Né que’ citrioli restano già appesi ai rami secondari dell’albero, come lo sono i frutti di Europa, ma bensì sono inerenti al gran tronco o ai rami primitivi, cosa la quale non è sì rara nelle piante d’America.
Quattro mesi a un di presso vi vogliono perché il frutto del caccao giunga alla maturezza, e se un guscio non per anco maturo venga spaccato, vi ritrovi fralle cellette, ove doveano esservi i grani, una materia bianchiccia e consistente, la quale trasmutasi poi in una mucillagine d’un acidetto soavissimo al palato, che fra gli ardori della state serve deliziosamente ad estinguer la sete.
Il cacaotiere, ossia l’albero del cacao, è una pianta di mediocre grandezza, le di cui foglie cadono a vicenda e si riproducono per modo ch’egli è sempre coperto di foglie, e sempre schiude, produce e matura il suo frutto. Con tutto ciò, la principale raccolta fassi due volte l’anno, cioè verso la fine di dicembre e circa la fine di giugno, e la prima è sempre più abbondante. Il prodotto che deriva dalla coltivazione di quest’albero altronde dilicatissimo è molto ragguardevole, poiché la fatica di venti soli schiavi mori può rendere cento mila libbre di caccao all’anno, le quali valutandole al prezzo che colà corre a circa dieci soldi milanesi la libbra, danno il prodotto di circa cinquanta mila annue lire milanesi, ossia tre mila trecento trentatré gigliati all’anno. Il cacaotiere si riproduce con que’ medesimi grani che ne vengono a noi, se non che appena distaccati dall’albero e rotto il bacello, si piantano, poiché altrimenti diseccandosi perdono ogni disposizione a vegetare. Il terreno poi in cui meglio riesce questa piantagione si è laddove la terra sia vergine, ossia laddove la terra da lungo tempo non sia stata coltivata ed abbia profondità molta, onde possano allungarsi liberamente le radici della pianta.
La parte interna de’ grani del caccao è bianchiccia allorché si colgono, ma con cinque o sei giorni di fermentazione che essi fanno radunati in mucchio perdono quell’umido sovverchio che li farebbe infracidire e prendono quel color bruno che conservano dappoi. I grani del caccao sono il frutto più oleoso che sinora siasi trovato al mondo, ed hanno ciò di proprio, che laddove tutt’i frutti contenenti particelle oleose, quali la noce, la mandorla, i pignocchi, le ulive, invecchiandosi rancidiscono, i grani del caccao maravigliosamente si conservano illesi da ogni corruzione.
La patria naturale del caccao sono le contrade d’America riposte fra i due tropici, e singolarmente il Messico, le provincie di Guatimala e di Nicaragua, lungo le sponde del Rio delle Amazoni sulla spiaggia di Caraca, cioè da Comana o Cordova persino a Cartagena o all’Isola d’Oro. Le piantagioni che altre volte v’erano di cacaotieri nella Martinica sono state quasi interamente distrutte, parte schiantate da’ furiosi venti e parte perché ivi vi si è trovato più conto a promovere le coltivazioni dello zucchero e del caffè. Dal Maragnan molto caccao viene ogni anno a Lisbona, ma di qualità assai inferiore a quello che si coltiva dalle colonie spagnuole.
Nell’anno 1520 hanno cominciato gli Spagnuoli a far uso del cioccolate, che era la bevanda quasi comune degl’infelici Messicani. L’olio, ossia butiro, del caccao è sanissimo ad usarsi, anzi è un rimedio, e se l’usanza delle antiche unzioni (molto salubri a preservare dai malori che ci cagionano le violenti mutazioni dell’atmosfera, ed a conservare la pieghevolezza e la forza ai muscoli) ritornasse, il butiro del caccao sarebbe certamente da preferirsi ad ogni altra pomata, poich’egli non lascia alla pelle né sudiciume né verun cattivo odore, il che non accade dell’altre pomate; e ben lo sanno molte dilicate donne, le quali per preservare la pelle del volto da quella secchezza da cui poi nasce l’increspamento, ne fanno uso con profitto.
Quest’è appunto quello ch’io credo sarà letto senza noia da quei ragionevoli e cortesi lettori del nostro foglio, i quali sanno che le descrizioni delle piante d’America non possono farsi in Milano senza prevalersi d’altre descrizioni, le quali si trovano sugli autori.
P. [Pietro Verri]
[Punti di vista]
Nella nostra gioventù vediamo gli uomini in carica molto da noi distanti; giunti che siamo alla maturità vediamo in carica coloro che, per esser nostri coetanei, abbiam conosciuti più da vicino. Con questo principio cred’io che possa spiegarsi d’onde venga l’errore comune di credere che: declina il mondo, e peggiorando invecchia.
IL CAFFÈ )( Fogl. XXV )(
Frammento sullo stile
Ecco alcune riflessioni, che credo interessanti e in parte nuove, su lo stile. Esse son fatte per quelle persone che amano le ricerche e che non rifiutano con disprezzo i tentativi. Forse un giorno faranno parte d’un’opera compiuta sulla natura dello stile e delle lingue, ove tutte le riflessioni sarebbero a suo luogo e giustificate con gli esempi. Chi le leggerà con genio di critica le getterà al fuoco; chi le leggerà per l’amor della cosa stessa non disprezzerà del tutto poche pagine di stampa, che lasciano ad ognuno il suo rango e le sue pretensioni.
Ogni discorso è una serie di parole, che corrisponde ad una serie d’idee; ogni discorso è una serie di suoni articolati. Dunque ogni differenza di stile consiste o nella diversità delle idee, o nella diversa e mecanica successione de’ suoni rappresentatori. La diversità delle idee consiste o nelle idee medesime, o nell’ordine con cui esse sono disposte, o nell’uno e nell’altro insieme. La diversità dell’ordine de’ suoni può essere relativa alle idee medesime per quella secreta analogia che passa fra le idee dipendenti dall’udito e quelle dipendenti dagli altri sensi, come la velocità, la lentezza, l’aspro, il dolce e simili circostanze comuni a molti sensi; la diversità de’ suoni può essere relativa alla disposizione ricevuta dall’uso comune, che chiamasi grammatica; può essere relativa alla maggiore o minore armonia con cui le parole si succedono scambievolmente.
Ogni discorso è composto d’idee principali e d’idee accessorie; chiamo idee principali quelle che sono solamente necessarie, acciocché dal loro paragone risultar possa la loro identità o diversità, cioè o la verità o la falsità. Una dimostrazione di geometria è tutta composta d’idee principali; chiamo idee accessorie quelle che ne aumentano la forza ed accrescono l’impressione di chi legge. Ogni discorso non semplicemente scientifico contiene più o meno di queste idee accessorie. La diversità dello stile non può consistere nella diversità delle idee principali, ma delle accessorie, se per diversità di stile intendasi l’arte di esprimere in diversa maniera la stessa cosa, cioè, per parlar con maggior precisione, l’arte di aggiungere diverse idee alle idee principali: lo stile di Archimede in questo senso non può essere diverso da quello di Newton.
Riflettasi che una serie complicata d’idee può sottodividersi in molte serie parziali, ciascheduna delle quali contenga delle idee principali rispetto a se medesima. Vi possono dunque essere differenti stili rinchiusi per così dire l’un dentro l’altro. In generale ogni semplice affermazione o negazione presa da sé non è stile, ma una serie di affermazioni o negazioni, tutte subordinate ad una principale affermazione o negazione, potendo essere diverse e diversamente disposte, possono formare lo stile.
Qualche volta l’idea principale non è espressa nel discorso, ma le idee accessorie la esprimono sufficientemente; qualche volta l’idea principale essendo complicata, e nel discorso espressa con tutte o parte delle sue componenti, potendovi essere scelta in queste circostanze, può esservi diversità di stile. Un’idea principale composta enunciata colla sua parola corrispondente non forma stile; enunciata per mezzo delle sue parti può ammettere stile, quando il raziocinio permetta la scelta indifferentemente di queste parti.
La poesia si esercita più a comporre che a disciogliere, versa più intorno alle somiglianze che alle differenze degli oggetti, e principalmente si occupa intorno alle impressioni forti sull’anima; ella scuote più che non rischiara, ufficio solo del lento ma sicuro esatto raziocinio. Ella non istanca giammai un solo senso con noiose uniformità, ma molti ne percuote, e più insieme. Ella risveglia più sensazioni insieme, per dir così in miniatura, mentre la presenza degli oggetti attuali le eccita in grande, e qualche volta con minor effetto, perché quantunque ciascuna delle sensazioni eccitate dalla poesia sia più piccola e più debole della sensazione grande, di cui ne è per dir così la miniatura, pure il prodotto di tutte insieme essendo proporzionale alla limitata facoltà di sentire dell’animo, supera l’effetto delle sensazioni grandi, che non possono tutte simultaneamente dall’attenzione abbracciarsi; anzi queste escludono per la vivacità loro quelle idee accessorie, che aumentano l’impressione di quelle. Questa è la ragione per cui le descrizioni poetiche danno qualche volta un piacere che, unito con quello di una felice imitazione, supera l’impressione dell’originale medesimo.
Da ciò si comprenderà facilmente un apparente paradosso, cioè che i teoremi più grandi, più generali e più fecondi, quantunque astratti, hanno un non so che di poetico più di quello che molti s’imaginino, e cagionano una certa patetica contentezza ed un fremito interno non molto dissimile dall’entusiasmo della poesia. Una folla d’idee accessorie si presenta sempre all’animo quando è occupato da grandi verità di qualunque genere esse si siano.
È meno la moltitudine che la scelta delle idee accessorie, che forma la bellezza dello stile. Gli uomini si rassomigliano tra di loro per la costanza delle passioni, e sono differenti assaissimo per la moltitudine degli usi e delle opinioni; le idee accessorie che dipendono da queste sono di una bellezza passaggiera e variabile; le idee che dipendono da quelli resistono di più al tempo trasformatore. Le prime possono crescere o diminuire di pregio secondo la passione dominante della nazione in cui si scrive; le seconde possono di piacevoli diventar noiose ed importune.
Lo stile è diffuso quando sono ripetute le medesime idee accessorie, o quando ve ne siano molte che pochissimo differiscano tra di loro. Lo stile è diffuso non tanto per la moltitudine, quanto per la poca importanza delle idee accessorie relativamente al soggetto principale.
Uno stile è conciso quando le idee principali accompagnate da poche accessorie, ma importanti, si succedono rapidamente, quando si destano più idee di quello che si esprimono con parole; lo stile è conciso e chiaro quando le idee espresse destano necessariamente le taciute; è oscuro quando di più idee taciute è incerta per il lettore la scelta.
Uno dei maggiori soccorsi per lo stile è l’uso delle metafore. Gli oggetti hanno molti lati ed aspetti per cui si assomigliano. Dunque ogni espressione di un rapporto comune tra due oggetti può servire ad esprimerli ambidue, cioè possono facilmente associarsi nell’intelletto ed eccitarsi scambievolmente. La metafora sarà buona, cioè associabile, naturale, ec., quando il lato simile dell’oggetto che somministra la metafora sarà tale che superi colla sua impressione ed impedisca il destarsi dei lati per cui l’oggetto differisce dall’altro che si vuol esprimere. La metafora sarà gigantesca, strana ec. quando sia talmente debole la somiglianza, o associata cogli altri lati differenti, o questi talmente numerosi, che si destino più tosto essi nell’animo di quello che lo faccia il rapporto comune.
Quanto più una nazione è selvaggia, tanto meno vede la differenza degli oggetti, dunque quanto più una nazione sarà selvaggia, tanto più le di lei metafore saranno ardite e forti, poiché vedrà meno disomiglianze che una nazione più colta, cioè più osservatrice. Avvertasi però che questa progressione avrà un limite, poiché i primi gradi di selvaggità di una nazione sono diversi gradi di stupidità. Da ciò vedasi quanto la lingua influisca su le opinioni degli uomini, e vicendevolmente queste su quella.
Il volgo si determina per lo più a considerare le differenze degli oggetti per la differenza delle parole. I limiti delle sue osservazioni si trovano nel suo vocabolario. Simili crede le cose che hanno una stessa voce, dissimili quelle che ne hanno una diversa. Dal dizionario dunque verbale di una nazione paragonato col reale, cioè con l’enciclopedia, potrebbe vedersi in qual classe di cognizioni abbondino le espressioni graduate, conoscersi in qual classe di cognizioni sia più avanzata, e però qual sia lo spirito e il fondo di pensare universale di quella. Dunque le cognizioni non si avvanzano molto in una nazione prima che le espressioni non siano perfezionate; e il secolo dell’espressioni precede sempre al secolo delle riflessioni. Qualche eccezione non nuoce alla teoria generale.
Da ciò può vedersi quanto sia limitata la pretensione di coloro che pretendono perfezionata la propria lingua e che vogliono fissarla con testi e con dizionari classici ed autorizzati. Quali catene al libero volo di una mente ardita, quali ceppi al progresso dello stile, che non è un ornamento, ma una parte considerabile della massa d’idee d’una nazione!
Per fissare una lingua è necessario che abbia tutte le espressioni opportune per esprimere qualunque idea, e le migliori espressioni possibili; è necessario che le irregolarità e le disanalogie di una lingua sieno levate; e di quale lingua può dimostrarsi aver simili perfezioni?
L’ordinario destino delle metafore, quando divengono comuni e familiari al popolo, cioè quando la necessità, sola cagione dei progressi che fa il volgo lasciato a se stesso, lo costringe ad usare di una espressione metaforica, è di perderne la qualità di metafora e diventar propria espressione dell’oggetto che rappresenta. La cagione di questo fenomeno è l’associazione perpetua dell’espressione metaforica coll’oggetto che non è il suo proprio. Questa è la cagione per cui lo stile cangia di natura colla successione de’ tempi, perché l’impressione che fa su gli animi non è più la medesima, e ci par languido e triviale ciò che secoli fa era vivace e sublime; ciò ch’era prima il rapporto di due idee non è che il segno di una sola. Tocca al sottile grammatico, o per dir meglio al profondo filosofo, di riascendere sovente dall’espressione che sembra propria alla di lei origine metaforica. Una tal ricerca conduce molto addentro nella cognizione delle origini e dello sviluppamento delle nostre idee e dei nostri errori, scienza che è veramente base e fondamento di tutte le altre, e delle quali racchiude in sé tutti i germi primitivi.
Quando un’idea ha molta affinità, o reale o apparente, con alcune altre, accade sovente che la di lei espressione passa successivamente ad esprimerle tutte; così pneuma, spirito, significò prima vento, poi fiato, indi anima, e poi una determinata qualità dell’anima medesima ec.
Gli uomini non cangiano che in proporzione dei bisogni che hanno; dunque si serviranno di una espressione, di una idea vicina per molto tempo avanti di formarne una nuova. Gli uomini sono animali copiatori e che si scostano il meno che sia possibile dai primi modelli. Sembra che il principio della minima azione, che occupa una gran parte del fisico, abbia molta estensione anche nel morale.
Dunque quando una lingua fa veloci cambiamenti, è un indizio certo di una rivoluzione nelle idee della nazione che la parla, e dall’indole del cangiamento della lingua si potrà argomentare il cangiamento nelle idee: così le lingue si raddolciscono col dispotismo, e colla libertà e colle guerre civili ritornano vigorose ed aspre.
Dalle metafore può ancora arguirsi la passione o il carattere dominante della nazione, se non il presente, almeno ciò ch’era una volta, perché le espressioni durano molto più delle cose espresse. Egli è conforme alla natura umana che le metafore saranno tolte da quelle immagini che più interessano e che sono più familiari alla nazione, e di queste faranno un uso continuo per esprimere altri oggetti; così le metafore, secondo sono prese o dai cibi, o dalla guerra, o dall’amore, indicheranno il genio particolare di una nazione.
La differenza degli stili nasce o dalla differenza delle passioni, o dalla differente struttura delle idee d’uno scrittore.
Una passione è un’impressione forte e costante della sensibilità tutta rivolta ad un medesimo oggetto; essa modifica e trasforma dentro di sé tutte le altre passioni minori che ne accrescono la forza.
Un sentimento è una passione in piccolo, che agita la mente di uno per più breve tempo e con minor forza di quello che lo faccia la passione. I suoi effetti sono proporzionatamente gli stessi. Durante il suo regno modifica e trasforma in se stesso tutti i sentimenti minori; vi saranno dunque, come nelle idee, sentimenti principali e sentimenti accessori. Questi sono quegli che accrescono forza allo stile appassionato. Le passioni e i sentimenti, che ne sono la miniatura, sono troppo uniformi nel loro oggetto, troppo costanti ne’ loro effetti, perché da sé sola se ne potesse soffrire lungo tempo la pittura senza ripetizione e senza noia. Sono dunque le passioni e i sentimenti accessori, quelli che le variano all’infinito e le modificano in mille maniere nel mondo poetico e reale, che formano la forza dello stile in questo genere.
Quando dicesi che lo scrittore deve essere appassionato di quella passione che pretende eccitare in noi, vuolsi significare che egli deve avere il sentimento, cioè la miniatura di quella passione; e questa è forse la posizione la più avvantaggiosa per bene esprimerla. Se egli fosse veramente appassionato, sarebbe più portato a soddisfare che a dipingere la sua passione. Egli allora è posto in quella giusta distanza per cui una parte della sua sensibilità può contemplar l’altra e sceglierne i tratti maestri e principali. Se egli fosse fortemente appassionato, attribuirebbe alla passione che dipinge quelle idee accessorie ch’egli ha e non quelle che dovrebbe avere nelle supposte circostanze. Le menti pittoresche in ogni genere acquistano l’abitudine di eccitar in sé sentimenti oppostissimi a loro piacere. Le circostanze della vita forniscono i primi saggi, e la facilità degli atti a divenire di mecanici volontari, e viceversa, è proporzionata alla ripetizione degli atti medesimi. Se l’impressione è ripetuta senza interrompimento, diventa passione e s’impadronisce della sensibilità, che esclude e trasforma ogni sentimento; se le impressioni sono variate ed interrotte, le facilità di eccitarsi saranno tanto maggiori quanto più numerosi e diversi saranno i passaggi di un sentimento in un altro. …
C. [Cesare Beccaria]
[Dell’onore che ottiensi dai veri uomini di lettere]
Scrittori del Caffè.
Rispondete a questa quistione: Perché mai gli uomini di lettere erano onorati ne’ tempi addietro, e lo sono sì poco ai tempi nostri?
Chi ci fa questo quesito dev’essere sicuramente professore di sonetti e canzoni, ovvero grammatico squisito, se mai però non fosse qualche valente antiquario. Quest’è la solita cantilena che ridicono coloro i quali, senza genio, senza ingegno e senza discernimento, vorrebbero aver parte nella repubblica delle lettere. Il corpo di essa repubblica è vasto assai, né vi fa bisogno d’altro che di volerlo per esservi compreso; ma due sono le classi de’ cittadini che compongono questa società sparsa sul globo: la prima classe è quella de’ pochi, i quali dalla natura felicemente disposti e dalla educazione preparati a coltivar le cognizioni umane, tratti da una spinta interna e da un amore del vero o della gloria, coltivano il sapere e comunicano talvolta al pubblico le idee che vanno rischiarando; la seconda classe è di que’ molti, i quali o per inerzia di preferire un mestiere sedentario ad uno più faticoso, ovvero per una vana lusinga di credere importanti quelle frivole cognizioni che per una sventurata educazione hanno preferite alle altre, prendon la penna in mano e vi sporcano fogli, quinterni e risme di carta noiosissimamente. La prima classe è dei nobili letterati, quei della seconda sono i letterati plebei. Ognuno comprenderà facilmente ch’io col nome di nobile non intendo in questo sito di parlare degli antenati, il merito de’ quali val poco dovunque, ma nulla affatto nella professione delle lettere.
Nel secolo decimottavo, in cui viviamo, non hanno certamente ragione i letterati davvero di lagnarsi, né so che realmente si lagnino. Il pubblico legge assai più di quello che non si sia mai letto forse dacché s’è inventata l’arte dello scrivere. Un libro non è più riservato a quelle sole caverne dove al pallido lume d’una lampada se ne stava un irsuto sapiente ne’ secoli scorsi, come un mostro della specie umana. Un libro è un mobile che si trova nelle stanze più elegantemente adornate; un libro trovasi sulle pettiniere delle più amabili dame; un libro perfine è letto per poco che l’autore abbia avuto talento di scriverlo.
Ora sì tosto che universalmente si legge, ogni autore che sappia scrivere, cioè che scriva cose che paghino della fatica di leggere, e che le scriva con ordine, con chiarezza e con grazia, ogni autore, dico, che sappia scrivere è sicuro di ottenere tosto o tardi la stima e la considerazione del pubblico. Tutto il difficile sta al bel principio che un giovane intrapprenda la carriera; allora certamente non avendo né credito né sperienza, incontra infiniti ostacoli a scrivere ed a stampare, e più forse ha del merito e più gli ostacoli sono ostinati; allora può darsi ancora che la prima opera per mancanza d’industria rimanga nell’oscurità per qualche tempo; ma passato che s’è una volta per questo stretto disgustoso, la strada s’appiana da se medesima. Io trovo che per un uomo che abbia una felice disposizione d’ingegno non v’è strada in cui possa più nobilmente soddisfare la propria ambizione quanto quella delle lettere; per essa non vi si richiedono offici di sorte alcuna; non vi si richiedono né le noie delle anticamere de’ grandi, né si devono digerire i freddi accoglimenti de’ protettori, né si deve temere e sperare con una crudelissima alternativa; l’uomo di testa passa la sua giornata a suo talento con geniali occupazioni, indi colle produzioni sue giunge a farsi un nome e un credito più o meno grande, è vero, ma certamente sempre superiore a quello che ottengono coloro i quali possono carpire le cariche col solo merito degli offici o della dissimulazione. Un marchese Scipione Maffei, un Lodovico Antonio Muratori, un conte Francesco Algarotti nella nostra Italia hanno a’ dì nostri goduto di tutta quella considerazione e di tutti que’ riguardi che possono solleticare di più l’amor proprio d’ogni uomo. Essi furono onorati da più d’un sovrano, ogni forestiero di qualche distinzione che passasse nelle città ove dimoravano si faceva una particolare cura di visitare e conoscere quegl’illustri scrittori, e certamente in paragone d’uno di essi nessun magistrato o giudice d’Italia pretenderà di occupare un posto luminoso nell’universo.
Celebre è il fatto di quel viaggiatore, che giunto alle barriere di Parigi, chiese ai gabellieri contezza dell’alloggio del signore di Fontenelle, e che non sapeva persuadersi come perfino i gabellieri non sapessero indicargli la casa d’un loro cittadino che faceva tanto onore alla sua patria. Chiunque sia un po’ instrutto delle novelle letterarie di Europa saprà quali testimonianze di stima e d’amicizia abbia ricevute il signor di Voltaire da due sovrani letterati e illustri protettori di chi coltiva le lettere. È noto a tutti il glorioso invito che una delle più grandi principesse ha fatto al signore D’Alembert. Il miglior poeta drammatico che abbia prodotto l’Italia già da molt’anni gode del più onorato e dolce destino alla corte imperiale. In somma ognuno che per poco sia iniziato nelle cose che risguardano l’attuale stato delle lettere d’Europa deve conoscere che non mai forse furono sì onorati gli uomini che hanno contribuito a rischiarare il pubblico ed a diffondere le utili verità quanto lo sono in questi tempi. Quasi tutti i sovrani che attualmente regnano in Europa accordano favori alle lettere.
Ma la plebe letteraria grida e smania e declama contro l’ingiustizia del secolo, contro il decadimento delle lettere, e perché i nostri proavi, appena usciti dalla barbarie, facevano gran conto de’ grammatici e de’ poeti e de’ lapidari, vorrebbero che anche nella piena luce di questo secolo accadesse altrettanto. Certamente che i Marsili Figini, i Pico della Mirandola e sì fatti astrologi e cabalisti aristotelici, se ai giorni nostri comparissero col puerile corredo di quella lingua che allora chiamavasi scienza, sarebbero poco onorati, e chi ad essi somiglia è nato troppo tardi per ricever corona. È comparso anni sono un libro in Italia, che è uno de’ più benemeriti libri che da molto tempo siansi fatti e sono alcune lettere di Virgilio all’Arcadia di Roma. Sin dal tempo del valoroso Tassoni qualche cosa s’era osato dire in Italia sulla poesia petrarchesca; ma alcune verità erano come bestemmie nella preoccupata mente de’ letterati d’Italia. L’autore delle Lettere di Virgilio dà un giusto valore alle cose ed agli originali, che ci eravamo proposti d’imitare eternamente sotto pena di risguardare come reo di lesa pedanteria chiunque osasse uscire dallo strettissimo giro stabilito. La maggior parte de’ lettori si sono scatenati contro la verità che veniva in quelle lettere annunziata e direi quasi dimostrata: pure delle ristampe di quel bel libro se ne sono fatte, e mi vado lusingando che sparsi qua e là ve ne siano molti di sediziosi, e che il regno de’ pedanti sia per durare più poco.
Sorge una disputa fra due o più oscuri scrittori per sapere qual fosse la patria d’Omero, di Plinio, del Tasso o che so io; ciascuno vi suda degli anni e partorisce un grosso tomo e lo fa stampare, e poi si lagna perché nessuno lo legga. Ma che vuol egli, che gli uomini s’annoino a leggere un ammasso disordinato di rottami d’erudizione, per cavarne poi una notizia la quale non contribuisce in nulla al bene di alcuno? Viene un altro, e vi scarabocchia egloghe, sonetti, eterne inezie in rima, le quali partono da un animo vuoto d’idee e non lasciano al lettore che il rimorso d’avere malamente speso il suo tempo; con qual titolo pretende egli alla stima de’ suoi contemporanei?
Scrivete, o giovani di talento, giovani animati da un sincero amore del vero e del bello, scrivete; scrivete cose che riscuotano dal letargo i vostri cittadini e gli spingano a leggere e a rendersi più colti; sferzate i ridicoli pregiudizi che incatenano gli uomini e gli allontanano dal ben fare; comunicate agli uomini le idee chiare, utili e ben disposte; cercate in somma di rendere migliori e nel cuore e nello spirito i vostri contemporanei, come fate sopra di voi medesimi, e allora siate sicuri che non vi mancheranno, coll’avvanzarvi nella carriera delle lettere, tutti i piaceri che s’ottengono colla distinzione e colla stima universale. Vi saranno sempre, è vero, in qualche angolo oscuro de’ pedanti che mal soffriranno di vedervi su questa strada, ma questi, a misura che farete progressi, anderanno sempre più occultandosi, sin tanto che resti ad essi tutta l’amarezza di dir male, ed a voi non giunga neppure il suono della loro voce. Più voi sarete colti e amabili ne’ vostri scritti, e più coloro spargeranno che mancate di profondare le vostre idee. L’interesse di chi non sa scriver bene è di sostenere che gli autori che più universalmente piacciono non sanno scriver bene.
Noi co’ nostri fogli ci siamo particolarmente proposti di combattere molte di quelle chimere che più s’oppongono ai progressi degl’ingegni italiani. La natura ha fatto di tutto perché noi fossimo distinti fralle più colte nazioni del mondo; ma forse la troppa dolcezza del carattere di noi Italiani ci ha fatti con somma facilità piegare l’un dopo l’altro al giudizio di alcuni pochi, i quali ci hanno voluto porre in ceppi, dirò così, l’anima, e ce ne hanno pedanteggiate le facoltà. Tempo è ormai che in una materia libera, qual è quella delle lettere, sia dato ad ognuno il sentire con proprio sentimento e il rendere le proprie idee quali si ricevono da’ sensi; et aperto vivere voto.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXVI )(
Dell’ozio
Il giuoco, la maldicenza, la sfrenatezza de’ costumi sono conseguenze funeste dell’ozio. Il cuore umano ha un vero bisogno d’essere occupato in qualche oggetto che lo tolga dalla noia inseparabile compagna della indolenza. Quando manchiamo di un certo moto, che agiti l’animo e lo tolga da un letargo a lui naturale se è di nulla occupato, siamo in una incomoda situazione, che non ardirei chiamare propriamente vita, ma quasi vegetazione. L’esperienza ogni giorno più ci convince di questa verità, giacché vediamo che né l’abitare un superbo palazzo, né il possedere grandi ricchezze, né l’avere onori e dignità fa l’uomo felice, ma bensì l’avere nella maggior parte del tempo l’animo di vari e sempre piacevoli oggetti occupato. La mancanza di moto fa l’acque stagnanti e lorde e putride; così l’inerzia instupidisce ed infetta lo spirito. Quegli che hanno la mala ventura di far poco uso della facoltà di operare col corpo e collo spirito sono miserabili sfaccendati, che cercando in ogni parte qualche oggetto onde riempiere quel vuoto che hanno nella mente e nel cuore, sono molesti e molte volte infesti alla società, e sono a se stessi pena della loro infingardia. L’uomo ragionevole, dando alla religione, alla famiglia, a’ suoi impieghi, alla cultura del suo spirito tutta la giornata, passa assai più felicemente il suo tempo di colui che fra gli agi e le ricchezze non sa fare un’ora di parentesi alla noia che lo accompagna al sepolcro. La vita di costoro è un continuo sonno, e la vita degli operosi è una serie di buone azioni e di piaceri. Così il magistrato, il letterato, il mercante, l’artigiano trovano nelle loro fatiche i giorni brevi, intantoché un ricchissimo sfaccendato cava ad ogni momento l’oriuolo dalla sua tasca stupendosi della lunghezza del tempo e rimettendo sempre all’ora che vien dopo la briga della sua felicità.
L’industria ed il travaglio furono sempre i fondamenti della forza delle nazioni; e sono destinate alla schiavitù le infingarde ed oziose. Il dispotismo, già da tanto tempo in Asia stabilito, ha forse per cagione l’inerzia e l’aborrimento della fatica che il clima inspira a que’ popoli, ed anche discendendo al particolare servono i pigri agli operosi; poiché o ricchi o poveri ch’essi sieno, sono nell’altrui dipendenza; se ricchi per esser tolti dalla noia, se poveri perché non si alzeranno mai dalla loro miseria. Ma per lo più l’ozio è una conseguenza delle ricchezze, perché la povertà cogli incomodi che l’accompagnano troppo ci ferisce da vicino per poterla indolentemente sopportare. E se vediamo oziosi i mendici, lo sono o per esser fisicamente impotenti a sollevarsi dalla depressione, o perché ovunque si volgano vedono spenta ogni speranza di risorgimento; e questo è bene spesso difetto di legislazione, anziché difetto degli uomini; il che considerando dovrebbesi essere più umani con quella sì grande, sì disprezzata e sì infelice parte degli uomini chiamata volgo. I ricchi non sono né in l’uno, né in l’altro caso; onde più facile è loro l’esser oziosi; ma non meno infauste loro sono le conseguenze. Il giuoco occupa in taluno d’essi la maggior parte de’ loro ozi, e se per un momento vorranno meco riflettere sopra se medesimi, dovranno confessare che passano le notti e i giorni fra una speranza inquieta ed un mordace timore. Pochi fanno molte ricchezze col giuoco, e que’ pochi sono ricchi a spese di molti infelici, onde non v’è proporzione tra i contenti ed i mal contenti che fa il giuoco. È più probabile adunque d’esser nel numero de’ secondi; e se quegli ancora che hanno le loro fortune stabilite sul giuoco diranno il vero, dovranno confessare che il guadagno non gli ha ricompensati de’ loro timori e del tumulto interiore che prova chi espone gran parte, ed alcuna volta tutte le sue fortune, all’azardo. Puossi in oltre cambiare il danaro che al giuoco s’espone in mille onesti piaceri, oppure in una onorata ed utile industria; può un onest’uomo sollevare gli amici, i poveri, incoraggiare le arti e i cittadini meritevoli con quel danaro che consegna alla sorte: e questi sono piaceri per i cuori sensibili alla virtù; può coll’industria migliorare la sorte della famiglia e di se stesso, in vece di avere un giorno l’insuperabile rimorso di veder languire nella miseria gl’innocenti figli, vittime di una stolta passione, e di dovere arrossire in faccia ad una turba di queruli creditori.
Altri si tolgono dalla indolenza colla intemperanza, come unico oggetto a cui attaccarsi nella penuria di pensieri in cui sono, ed in fatti è ben naturale che chi ha le facoltà dell’anima torpide ed oziose debba adoperare quelle de’ sensi: ma grandissimi sono gl’inconvenienti della ghiottoneria. L’incomodo di una difficile digestione, mille mali che sopraggiungono fanno cadere la bilancia dalla parte del male, e puossi conchiudere e come medico e come uomo ragionevole che l’intemperanza è da fuggirsi.
Conchiudiamo dunque che siccome al corpo è utile un moderato moto, così una moderata attività è utile, anzi necessaria all’anima, e la tiene in una continua forza ed energia che la fa accorgere d’esistere piacevolmente; dico moderata, perché l’agitazione ed il tumulto dello spirito non si ponno chiamare stati di felicità: onde la vera contentezza del cuore sta fra i due estremi della inerzia e della troppa violenza del moto.
A. [Alessandro Verri]
Degl’influssi lunari
Vitruvio, lib. 2, ragionando della stagione opportuna al taglio degli alberi, determina quella in cui sono eglino aridi e secchi, o almeno presso che sceveri d’ogni umore; e perché dal fine dell’autunno sino alla primavera sono eglino tali, perciò prescrive il taglio in que’ mesi. Nella primavera la pianta s’impregna di nuovo umore, senza cui non potrebbe esser feconda: e questo sugo, sì giovevole al crescere della pianta, addiviene a lei fatale se si recida. Poiché essendo rinchiuso nel seno di lei, e privo di circolazione e di moto, ristagna e si volge in principio di corruzione. Quindi bisogna tagliar le piante nell’inverno. Potrà ciò farsi ancora nel fine dell’estate. Ma sempre il legno reciso nel verno sarà più solido, più denso e grave che nella state, e ciò per la natura del freddo e caldo, de’ quali uno costipa e rinserra i pori, l’altro gli rarefà e dilata. Vitruvio non fa menzione della Luna; osservò bensì, nel cap. 10 del lib. 1, che le piante dominate dal Sole rendono legni più sodi e pesanti che le altre. La stessa cosa s’è più volte osservata in Toscana nella stessa pianta, da cui in quella parte ch’è esposta al Sole si cavano tavole più solide che dall’altra. La ragione è perché colla forza del Sole svaporando la parte più volatile, sottile e acquosa della pianta, il rimanente del sugo nutrizio resta più denso. Questa ragione è quella per cui Montesquieu volle che ne’ paesi caldi si dovesse proibire il vino e ne’ freddi l’ubriachezza non fosse un vizio del clima. Anzi è quella per cui generalmente i legni de’ paesi caldi sono più duri e consistenti, come il legno santo, l’ebano e quegli altri legni de’ quali formavano le loro armi gli Americani.
Columella vuole che si recidano le piante negli ultimi dieci giorni della Luna. Vegezio dal 15° al 23° giorno della Luna tra il solstizio di estate e le calende di gennaio. Catone vuole che le piante fruttifere si taglino quando sono maturi i frutti, e le altre in ogni stagione. Teofrasto propone la notte avanti la nuova Luna di gennaio. Palladio, lib. XXXII, e Plinio, lib. XVIII, vogliono che si faccia il taglio quando la Luna incomincia a decrescere. Plinio, lib. XXI, prescrive il tempo dalla ventesima Luna all’ultima. Carlo Stefani, autore d’agricoltura assai lodato dal Montanari, al cap. 9 del lib. 5 si ride di tutte le osservazioni lunari nel piantare e nel tagliare: sebbene il Montanari, Astronomia convinta di falso, pag. 9, vi abbia dato qualche fede. Giorgio della Torre, De hist. plant., sostenne che nel Sole eravi la ragione sufficiente di tutti quanti i fenomeni della vegetazione. Dello stesso sentimento era De la Quintinie, che per molti anni ebbe cura de’ giardini reali. Vedi Chomel, Diction. oeconom. Pensava istessamente il Normand, che nello stesso impiego è succeduto al Quintinie, come pare da una sua lettera inserita al tomo I dello Spettacolo della natura. Reaumur in una dissertazione inserita agli Atti del 1722, e Buffon in molte altre inserite a quegli degli anni 39, 40, 41, 42, parlando dell’arte di dare solidità, durevolezza e peso al legno per servirsene negli edifizi e nelle navi, non parlano di Luna scema o crescente. L’autore de La theorie et pratique du jardinage prescrive che per seminare si scelga un tempo dolce, e che prometta tra poco la pioggia, senza badare a’ noviluni o pleniluni. Varrone nel cap. 37 accenna i punti lunari, ma parla più da copista che da osservatore, citando or Tremellio, or Teofrasto, ora altri. Teofrasto seguì Aristotile, Columella copiò da’ Cartaginesi, Greci e Latini. Palladio scrive solo da compilatore. Plinio, che stese la facoltà della Luna sopra le ostriche e le conchiglie, dice: ex lectione duum millium circiter voluminum ex exquisitis authoribus centum inclusimus 36 voluminibus. Paracelso ed Elmonzio credettero che la luce della Luna, condensata e raccolta, agisse sopra di noi. Montanari, in un libro che fu dei primi e principali che concorsero a liberarci da molti pregiudizi popolari, nel principio diede troppa fede a quel detto di Aristotile, lib. 4, cap. 5, De partibus animalium et eorum causis: Quod noctes in plenilunio sunt trepidiores propter lucem pleniorem. Volle comprovare con uno sperimento quel detto, asserendo che i raggi lunari raccolti con un gran specchio ustorio e fatti ferire in un termometro assai delicato di moto, si vide mostrar più gradi di calore, sebbene ne’ termometri d’aria non se ne veda alcun effetto sensibile. Il signor Giuseppe Averani e il Taglini aveano fatto l’esperienza a Firenze col grande specchio di Galleria e con un termometro d’aria. Hooke, de la Hire, Vilette, Tschirnaus ed altri, come attesta Musschenbroek, con specchi più grandi di quelli che mai poteva aver Montanari e con un termometro delicatissimo di Amontons e Farenheit, fecero l’esperienza senza trovare alcun effetto sensibile. Il più grande specchio di cui s’è servito de La Hire accrebbe 306 volte la densità al lume lunare. Per le esperienze di Bouguer, Essai d’optique sur la gradation de la lumiere, la densità del lume della Luna piena sul nostro globo è alla densità del lume solare come 1: 300000 in circa. È falso ancora quanto da quel principio ricavò Aristotile, e credettero poi ancor Plinio, Cicerone e molti altri, che i ricci, le ostriche e le conchiglie siano nel plenilunio polpute e grasse, e manchino col mancar della Luna. Molti che con lunga fatica si sono adoperati, nella serie di venti e trent’anni, in esaminare le midolle degli animali, hanno osservato che in qualunque giorno e stato della Luna si trovavan delle ossa piene di midollo e delle altre quasi vuote; e si scorgevan de’ testacci e delle ostriche altre morbide e pingui, altre scarne e magre, indifferentemente in ogni giorno della Luna. Vedasi Belgrado nella dissertazione Dell’influsso degli astri ne’ corpi terrestri, par. I, VI.
La lente della Galleria, che è dello Tschirnaus, è minore di quella di Parigi, essendo di circa un braccio di diametro, quando la parigina arriva circa a tre piedi. Il marchese Ginori, avendo fatto travagliare da’ suoi contadini una lente di vetro d’Inghilterra maggiore di quella di Galleria, osservò più volte che mai non si era potuto produrre alcun effetto nel termometro. Il Montanari, in un tempo in cui il gusto delle sperienze non era tanto raffinato, poteva essersi facilmente ingannato, perché qualunque piccol alito nell’avvicinarsi al termometro può fare qualche variazione, bisognando aver la cautela di avvicinarsi con un cartone di riparo.
Una difficoltà si potrebbe cavare da’ fisici e buoni principii esposti dal Mead in un libro intitolato De imperio Solis et Lunae in corpora humana, in cui sono raccolte le più strane cose dette da’ medici, e sino l’esempio di quella donna, che essendo rotonda e ben formata di viso ne’ pleniluni, avea la disgrazia che incominciando a scemar la Luna, il naso, gli occhi e la bocca le andavano da una parte. Osservò egli nella prima parte che gli animali avendo bisogno per respirare di un’aria determinatamente densa e pesante, e ne’ pleniluni essendo minore la gravità dell’aria, una minore di lei quantità col proprio peso scenderà ne’ polmoni, e sarà minore la respirazione e gli effetti che ne dipendono. Quanto alle conseguenze che da questi principii ricava l’autore, vedasi lo stesso Belgrado, § VII della stessa dissertazione, dove raccolte le osservazioni de’ medici, fece vedere che molti essendo i mali che hanno de’ periodi certi e determinati, tutti i periodi si devono riportare al principio de’ mali medesimi, non ad alcuna fase della Luna. Quanto alla ragion fisica, certamente se la diversa azione della Luna nelle diverse fasi, e la gravità dell’aria o cresciuta o diminuita influisce negli animali, influirebbe ancora ne’ vegetabili, che secondo le osservazioni di Hales respirano una non piccola quantità d’aria. Ma il fatto sta che come il termometro, così il barometro non dà alcuna variazione ancor minima, come prima d’ogn’altro avvertì il Ramazzini, Ephem. barom. Mutin., an.1699, pag. 19. Mead pensò di combinare l’azione sensibile della Luna sull’atmosfera coll’invariabilità de’ barometri, dicendo che alzandosi l’aria in un luogo ed abbassandosi in un altro, l’altezza del mercurio ancora ora dovea crescere, ora scemare; né vi può essere alcuna osservazione certa. Daniele Bernoulli, Traité sur le flux et reflux de la mer, chap. IV, num. XIV, avendo trovato co’ propri calcoli che la variazione ne’ barometri poteva essere di venti linee in circa, per conciliare i fenomeni colla teoria pensò che l’aria per ragione della sua elasticità dovesse talmente distribuire le proprie forze, che prescindendo dalle improvvise alterazioni nate da’ venti, dal calore e da altre cagioni istantanee, dovesse premere ugualmente qualunque punto della superficie terrestre, cioè che l’altezza del mercurio dovesse essere la stessa dappertutto. Alembert, Dissert. sur la cause generale des vents, num. 36, avendo fatte varie riflessioni in questa teoria di Bernoulli, scoprì ancora benissimo l’errore di calcolo che lo condusse a quel risultato, che è di aver supposte tra loro equilibrate non solo le colonne dell’aria e dell’acqua, ma ancora le solide della terra, che non possono ubbidire alle forze lunari. Egli poi nel numero antecedente calcolò la totale variazione che nel barometro può nascere dalle forze del Sole supposto immobile, e la trovò di 709039404/6878200.129985 parti d’un pollice di mercurio, e però, congiungendovi ancora la forza della Luna, non può mai essere sensibile.
Resta a vedersi se i venti cagionati dalla Luna potessero in qualche modo influire nella vegetazione delle piante. Non v’è dubbio che nell’aria deve eccitarsi un flusso e riflusso simile a quello del mare. Ma il flusso dell’aria è poco sensibile. Noi non conosciamo alcun vento che corrisponda alle fasi della Luna. Il vento orientale generale, che soffia sotto la zona torrida sino a 30° o 32° di latitudine, provenendo dalla sola dilatazione fatta nell’aria dal Sole in que’ luoghi a’ quali è perpendicolare, muta le sue direzioni secondo che il Sole si discosta dall’equatore verso qualcuno de’ tropici, e avvicinandosi al tropico di Cancro il vento del nord-est, che soffia ne’ luoghi boreali, s’accosta più all’est, e il sud-est, che soffia nelle australi, partecipa più del sud. Neppure i venti periodici, che chiamano alises o moussons, s’accordano col periodo della Luna. Tra le isole di Madagascar e Giava dal maggio al novembre spira il sud-est, dal novembre al maggio il nord-ovest. Alembert trovò che per forza del Sole deve nascere un vento orientale (num. 48). Bouguer osservò che le variazioni del barometro sotto la zona torrida sono assai piccole, e al livello del mare non mai eccedono due linee o al più tre, e a Quito non ne eccedono una. Goudin osservò che ogni giorno in un’ora determinata avviene una di queste variazioni, che da Bouguer si attribuisce alla dilatazione dell’atmosfera.
La forza del Sole è alla forza di gravità d’una particella terrestre nella Terra, come 1:12868200. Prop. 36, lib. 3, Newton.
X. [Paolo Frisi]
Le osservazioni degli influssi lunari che abbiam pubblicate contenevano nell’originale la dimostrazione della proporzione fra la luce del Sole e la luce della Luna sparsa sulla Terra. Noi abbiam creduto bastante il porvi il risultato semplicemente, per essere intelligibili anche ai lettori non geometri. Pare che la vanità degli uomini sia il vero principio che presso tutte le nazioni dell’universo ha accreditate le opinioni astrologiche e la influenza delle stelle su ’l fisico e sul morale d’un uomo; e certamente che non può esser discaro a quel piccolissimo vivente che chiamasi uomo l’immaginarsi che il gran pianeta Giove si prenda una seria briga del suo cervello, che Marte protegga la sua milza, Saturno il polmone, e così dicendo, che ogni parte del suo tenuissimo corpo abbia gli auspici d’una qualche stella. Vi sono alcuni ragionatori i quali si sono fatto studio di palesare le picciole cagioni de’ grandi avvenimenti; ciò non produce in verità molta consolazione agli uomini ambiziosi. Ma il far dipendere i minimi avvenimenti dal moto universale del sistema planetario, e il persuadere all’uomo che prima di tagliarsi le ugne o i capelli sia bene consultar l’attual posizione delle sfere, deve certamente solleticar l’amor proprio di chiunque sia felice e ignorante, a segno di persuaderselo. Ma se da un’altra parte diamo uno sguardo ai mali che produce alla società intera questa pregiudicata opinione, che non lascia tutt’ora d’avere i suoi oscuri partigiani malgrado i progressi che l’umana ragione ha fatto in questo secolo, troveremo ch’ella è occupazione degna d’un ottimo cittadino e d’un uomo amante del bene degli uomini il disingannarli da questi fecciosi avvanzi dell’antica barbarie. L’agricoltura sopra modo soffre i danni da sì fatti pregiudizi, e molte volte il raccolto sì nella seta che ne’ grani va male, perciocché invece di consultar la stagione e l’aria o serena od umida, invece di osservar le meteore, le quali hanno una fisica e non piciola influenza a far ben nascere e schiudere i prodotti dell’agricoltura, moltissime volte si fanno le operazioni camperecce fuori di tempo, per ubbidire ai sognati influssi della Luna. Di ciò scrisse assai bene l’autore del poema sul Bacco da seta, allorché disse nel secondo canto:
Né ti curar se la notturna dea
Mostri fastosa dall’argenteo carro
Con piena luce la sua faccia intera;
Che poca è sua virtute, e poco vale
Nelle cose mortali il non suo lume.
Ma sì fatte opinioni acciò più validamente sieno combattute, convien che ciò si faccia principalmente in que’ libri che più si diffondono fralle mani del popolo, cioè negli almanacchi. Questi almanacchi sono coloro appunto i quali coltivano nella facile turba le chimere dell’astrologia giudiziaria, e da qui ne nascono molti errori nella coltura delle terre e de’ giardini, e persino talvolta dei delitti per la seduzione delle cabale colle quali lusingano di fare acquistar ricchezza. Il rimedio più naturale al disordine che questi celebri autori mantengono nella società si è che un uomo ragionevole non isdegni di scrivere egli medesimo qualche almanacco più ragionevole degli altri. Né vi deve essere in verità chi tema di degradarsi, facendo un lavoro che non ha sdegnato di fare il gran Leibnitz e il dottore Swift. Non v’è oggetto che possa dirsi frivolo sì tosto ch’egli abbia influenza a migliorare gli uomini o a toglierli da un errore.
P. [Pietro Verri]
[Lettera d’un freddista]
Scrittori del Caffè.
Poiché vedo le mire vostre dirette principalmente al ben pubblico ed a combattere gli errori volgari, io credo opportuno di comunicarvi alcune riflessioni, le quali con miglior ragione potrei anche chiamare sensazioni, che attualmente mi occupano dacché son giunto in questa vostra patria. Sappiate dunque ch’io ho passato questi ultimi dieci anni nel Nord, viaggiando per quasi tutte le più rinomate città che vi sono, ed appena saran tre mesi ch’io son di ritorno. Scrittori del Caffè, che ne dite del freddo che si soffre generalmente da’ vostri paesani? S’io devo dirvela, nella maggior parte delle case ove convien ritrovarmi io mi sento morire. Se ne eccettuo una trentina al più di famiglie, le quali sono persuase che le sensazioni dolorose è meglio non averle che averle, le altre lasciano che il Sole le guardi dal Capricorno senza prendersene briga, e tremano, e si rannicchiano, e lasciano diventare il naso e la faccia porporina, e soffrono delle piaghe ai piedi, alle mani, e pare che non siano essi che soffrono. Se pur anche ciò accadesse per la povertà della nazione, ne vedrei il perché; ma tutti que’ tremori, tutti que’ rannicchiamenti, tutti que’ nasi insorbettati, tutte quelle piaghe si vedono e nascono in appartamenti dove la seta e l’oro adornano con lusso, e dove per giungere convien passare per una lunga trafila di servitori e di stanze. Scrittori del Caffè, perché non parlate di questa pazzia? In mezzo a una galleria di pitture, in mezzo ai damaschi, ai velluti, alle dorature, soffrire mille volte più freddo che non ne soffra il più miserabile contadino ne’ contorni di Pietroburgo! Sparecchiate que’ mobili, vendeteli, ricevetemi in una stanza meno addobbata, ma ricevetemi in una stanza di cui l’ambiente tepido sia capace di contenere un uomo senza ch’egli abbia dolore. Un bel quadro mi piace; un morbido e ricco sedile sta bene; molta officiosità conviene: ma prima delle magnificenze, prima delle espressioni, fa d’uopo premettere la sicurezza dai mali; e quando mi ricevete per tormentarmi col freddo, io vi protesto che nessun buon officio vi discolpa dalla offesa ospitalità. Se bastasse parlare italiano per aver il clima d’Italia, andrebbe bene che anche in Lombardia si vivesse come in Toscana, come in Roma, come a Napoli; ma il vostro cielo non è il cielo d’Italia, Lombardi miei; e dove vien molta neve, e dove gela molto, non va già bene l’architettura toscana e la maniera di vivere nell’inverno del rimanente dell’Italia. Il vostro clima s’assomiglia assai al clima di Germania, dunque ragion vuole che profittiate ancor voi altri dell’industria colla quale ivi si fa nascere la primavera nelle stanze in mezzo agli orrori dell’inverno; né mi stiate a dire che le stuffe facciano male, che sieno mal sane. Io vi dirò che più di cinquanta milioni d’uomini in Europa vivono l’inverno nelle stuffe, e questi cinquanta milioni d’uomini sono figli d’un’altra cinquantina di milioni d’uomini nati e vissuti nelle stuffe, e così andate rimontando sino ai tempi di Arminio, e più in là se volete. Io vi dirò che nel verno molti muoiono di freddo, e che di morti di freddo se ne trovano quasi tutti gli anni anche qui fra di voi, o nelle carceri, o nelle strade, ma che di caldo nessuno è morto, ch’io sappia; io vi dirò che il freddo è il compagno della sterilità e della morte. E voi, signori del Caffè, aggiungete delle buone ragioni fisiche in difesa di questa causa, che saprete ritrovarvele meglio di me, che v’assicuro avrete fatta un’azione da… Per dieci, non ne posso più… la penna non regge nelle mani… Vado a mettermi a letto per liberarmi da questo tormento. Ivi starò come la lumaca sino a maggio. Scrivete, che il Ciel vi salvi.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXVII )(
Delle poste
La prima menzione che nelle storie si faccia d’un principio di regolamento simile alle poste si è circa 2300 anni fa sotto Ciro il Grande, re di Persia, principe glorioso per le sue vittorie ed ancora più per il mirabile ordine che stabilì nell’allora vastissimo Impero di Persia steso per tutta l’Asia, che perciò per più di 200 anni ancora sussistette unicamente, malgrado gli errori e le imprudenze de’ suoi successori.
Questo gran principe conobbe ottimamente gl’inconvenienti della grandezza d’uno Stato, e vide quanto difficile fosse lo scansarli. In fatti perché uno Stato sia ugualmente forte crescendo in grandezza, bisogna che la celerità sempre cresca in ragione della grandezza, e che vi sia un costante rapporto tra la prontezza colla quale può essere attaccato e quella necessaria a rendere vano ogni attacco: onde la grandezza d’un principe non consiste tanto nella facilità ch’egli ha a conquistare, quanto nella difficoltà che v’è a potere contro di esso operare con effetto, e nella immobilità di sua condizione. Giudicò egli perciò ottima cosa il procurare la più pronta comunicazione tra la capitale e le parti estreme del suo regno, e questo per mezzo di corrieri, di modo da potere tutto tosto sapere affine di rimediarvi. Fece a questo fine fabbricare delle stalle lontane l’una dall’altra per tanto spazio quanto può correre un cavallo in un giorno senza stancarsi, e ad ognuna pose de’ deputati che ricevessero le lettere e gli ordini per subito o alla capitale, o da essa ai confini spedirli per mezzo di uomini e di cavalli sempre pronti alla corsa, i quali né la notte, né pioggie o nevi mai dall’intrappreso corso ritardavano.[68]
Il conosciuto avvantaggio di questo regolamento lo rese durevole in Persia. Artaserse, che dopo Cambise succedette a Ciro il Grande, per mezzo di tali corrieri addimandati in Persia astandi, comunicò prestissimamente il suo matrimonio per tutto il regno, intimando perciò generali feste.[69] Serse parimente avvisò della rotta ricevuta a Salamina col mezzo de’ corrieri, che erano anche allora collo stesso ordine da Ciro introdotto spediti, secondo che si vede in Erodoto, e ciò con tanta celerità si faceva, che egli dice: his nunciis nihil pernicius transcurrisse in rebus humanis.[70]
Al tempo finalmente di Dario, che fu poi da Alessandro spogliato del trono, quanto desiderato fosse e gelosamente riguardato come importantissimo l’ordine delle poste si può conoscere dalla qualità delle persone che alla testa di tale dipartimento erano destinate. Basta il sapere che Dario stesso, innanzi d’essere re, ne aveva avuta la direzione sotto due re, Ocho ed Arse.[71]
Egli è vero che tali corrieri erano solo destinati a mantenere la comunicazione sugli affari che riguardavano lo Stato, e che principalmente la salute pubblica avevano per oggetto. Ma può egli essere che tra questi stretti confini fosse per tanto tempo rinchiuso un sì giovevole modo di estendere le proprie cognizioni? La curiosità, quell’insaziabile bisogno di cognizioni, poteva ella permettere a’ ministri abili di lasciare quasi affatto inutile la tanto vasta strada ad una universale e comoda comunicazione? Se è lecito il conghietturare e paragonare ciò che di poi tra’ Romani avvenne, e ciò che vediamo tuttodì accadere, forza è convenire che anche a’ molti privati si sarà esteso il frutto di questa istituzione. Gli uomini sono sempre simili a loro stessi quando passioni simili in simili circostanze gli agitano. Ecco la disgrazia d’avere de’ storici inesatti, d’avere degli storici che solo del grosso de’ fatti si curano, senza entrare in que’ dettagli che sul costume e sulle arti e sulle scienze possono portar lume. Ciò che v’è di sicuro si è che i Persiani furono una nazione ottimamente regolata, le di cui leggi non erano solamente destinate a mantenere la pace, come lo sono universalmente, ma di più pareano fatte per rendere anche gli uomini virtuosi, come Senofonte a gran ragione lo ammira;[72] e un commercio florido, e le arti[73] portate al sommo di perfezione (come li tanto celebri avvanzi della rinomata Persepoli lo provano invincibilmente) ed un governo mirabile sono una prova d’una estesa e grande comunicazione. Troppo sono da noi lontani que’ tempi per poterne di più con maggior certezza fissare.
La Grecia, paese di poi tanto florido, era prima divisa in tante piccole monarchie,[74] poi in altrettante piccole repubbliche, che tra di loro né commercio, né per conseguenza comunicazione alcuna avevano, ma bensì erano in un quasi continuo stato di guerra vicendevole, senza che le terre fossero punto coltivate o conosciute le arti.[75] In seguito diverse colonie venute d’Egitto e di Fenicia avendo insegnata l’agricoltura e le arti, lo spirito di fierezza scemò a segno che Anfittione (non già il re d’Atene, ma bensì quello delle Termopile)[76] potette poi proporre e formare il famoso Consiglio, affine di più strettamente unire tra di loro i Greci co’ sacri nodi dell’amicizia, ed interessargli a travagliare di concerto contro i nemici comuni e rendersi formidabili. Deve a ciò in gran parte la Grecia quella riputazione e quella grandezza alla quale salì di poi, ritardata in parte dal sempre vivo desiderio di signoreggiare e da una eccessiva ambizione, che sempre tra que’ piccoli Stati si mantenne; in parte dal disprezzo nel quale fu ivi per lungo tempo tenuto il commercio, con cui ciascuno credeva d’avvilirsi, disprezzo che fu poi in Isparta dalle costituzioni fondamentali autorizzato.
Egli è chiaro che in un tal paese, e piccolo come era la Grecia, dove tanto divisi e sì diversi erano gl’interessi e principii dominanti, nissun regolamento simile a quello di Persia poteva aversi, giacché al solo bisogno si devono le migliori leggi ed i migliori stabilimenti. Ciò non ostante troppo erano accorti i Greci per non sentirne l’utile, che anzi altro modo alle circostanze loro comodissimo all’istesso fine adoperarono e per privato e per pubblico servigio; e ciò prevalendosi de’ schiavi e di uomini principalmente al corso destinatisi, de’ quali la velocità era maravigliosa. Si chiamavano essi hemerodromi: Hemerodromos vocant Graeci ingens uno die spatium emetientes, secondo che scrive, definendoli, Livio,[77] e dovevano essere molto comuni, come pare che si raccolga da Cornelio Nipote,[78] onde pronti con piccolo utile al comodo de’ privati, tra’ quali perciò agevolissima doveva essere la comunicazione, ed in certa maniera costante. Erano essi pure all’occasione di guerra principalmente adoperati a pubblico vantaggio, o per osservare il nemico ed avvisarne i movimenti, come utilmente lo praticarono gli Ateniesi, che per questo solo salvarono la propria città dall’eccidio che Filippo, re di Macedonia, loro preparava in vendetta di Calcide da’ Romani presa e rovinata,[79] ovvero per ottenere soccorso da’ collegati in occasione di attacco, come fecero gli stessi Ateniesi per mezzo di un certo Filippide, che nella guerra di Persia terminata allora colla celebre vittoria di Maratona, da essi riportata sotto la condotta di Milziade, mandato a Lacedemone fece in due dì 1140 stadi,[80] cioè miglia romane 142.[81] Più sorprendente ancora si è la velocità colla quale Filonide, uno de’ corridori d’Alessandro il Grande, e con lui uno spartano, da Sicione ad Eli si portarono in un dì, facendo stadi 1200 , cioè miglia 150.[82] Diversi altri esempi di tali corridori greci vi sono appresso Plinio ed altri antichi scrittori.
Forse che tali fatti sono così singolari, che sembreranno a molti da mettere tra ’l numero de’ monumenti della credulità o della mala fede degli antichi scrittori, principalmente trattandosi di cose lontane dal tempo de’ scrittori che ne hanno parlato, ed in particolare di Plinio. Basta però l’avvertire ciò che lo stesso Plinio racconta de’ suoi tempi: nunc quidem, dic’egli,[83] in circo quosdam 160000 passuum tolerare non ignoramus; nuperque Fonteio, et Vipstano Coss. annis novem genitum puerum a meridie ad vesperam 45000 passuum cucurrisse; ciò che quantunque oltre modo maraviglioso sembri, pure non può ammettere eccezione. Abbiamo tuttodì sott’occhio i bambini, che da una generale inazione passano ai moti i più rapidi ed i più sorprendenti, e ciò per una lunga abituazione. È questo un fenomeno, che quantunque comune, non lascia d’essere maraviglioso. Ad Ispahan vi sono de’ corridori di professione detti charters, che fanno comunemente 36 leghe in 14 o 15 ore. Ci assicurano pure i viaggiatori che li Hottentotti superano nel corso i leoni, e che i selvaggi vanno alla caccia dell’orignale, ed inseguisconlo, quantunque veloce sia al pari d’un cervo, con tanta celerità che lo straccano e lo arrivano.[84] Un mastro di posta di Stilton fece nel 1745, correndo continuamente a cavallo, 215 miglia inglesi in ore 11 e mezza.[85] Questi ed altri infiniti fatti singolarissimi sarebbe temerità il mettere in dubbio, a meno di non volere tutta distruggere la fede della storia anche de’ nostri tempi. Non ne dovremmo noi piuttosto concludere non potersi giudicare della impossibilità di una cosa avanti d’averne fissati i limiti? E come mai determinarli, come mai definire fin dove l’abitudine possa portare le nostre forze ed aumentarle? Ma di questo abbastanza per ora, e de’ Greci, l’istoria privata de’ quali è troppo oscura per potere su d’essa argomentare chiaramente e senza conghietture.
Passiamo a’ Romani, popolo che una unione di fortunate circostanze concorse a rendere grande e possente. Arivatone al governo Augusto, temendo le incursioni de’ barbari, giustamente amico d’una bella pace, pensò egli pure ad un regolamento molto simile a quello già da Ciro il Grande praticato in Persia, ad un sistema di poste. Il governo puramente militare di Roma fece sempre nella sola forza fisica, non negli avvantaggi di condotta e di regolamento, consistere i principii della sua grandezza. Verso i soli ultimi tempi della Repubblica, allorquando le grandi passioni preparavano i grandi sconvolgimenti e le grandi rivoluzioni, pare che nuovi bisogni facessero almeno tra’ privati eccitare le prime idee di posta. Livio[86] racconta che T. Sempronio Gracco, per dispositos equos, con una celerità incredibile, giunse da Anfissa a Pello; siccome pure Cesare scrive che della sua vittoria furono portate nuove a Messina per dispositos equos.[87] Se ciò con privati mezzi e per solo privato comodo fosse in prima fatto, o altrimente, il silenzio degli scrittori non lascia luogo a deciderlo. È però costante che le ricchezze, le arti ed un ripulimento, che allontanavano dalla rigida osservanza delle antiche leggi, non più buone per uomini tanto mutati, dovevano similmente tra i principali de’ Romani eccitare nuovi bisogni e quel raffinamento che il popolo, nemico delle contribuzioni, non avrebbe mai acconsentito di sopportare, perché rare erano le necessarie occasioni onde ragionevolmente un durevole peso si potesse tollerare. D’altra parte il prodigioso numero de’ schiavi, principalmente numidi, con cavalli i più rinomati pel corso anche al dì d’oggi, davano luogo a’ privati[88] di supplire a ciò che le circostanze di governo non somministravano altrimente.
Augusto adunque pensò ad essere presto e sicuramente informato di quello che in ogni provincia accadesse. Dispose egli per questo a poche distanze sulle strade militari de’ giovani destinati al corso: indi de’ cocchi, de’ quali per un rapido corso già fatto uso avevano nella stessa maniera Mitridate,[89] Catone[90] e Giulio Cesare.[91] Ciò parve ad esso più comodo, perché così potevano interrogarsi quegli stessi che partivano dal luogo d’onde le lettere venivano, e secondo che alle circostanze convenisse, con maggior sicurezza provedervi.[92]
Egli è molto difficile l’assicurare se sotto a’ seguenti imperatori, troppo cattivi principi, tale savio regolamento con buon ordine sussistesse. Sappiamo però che Icelo, liberto di Galba, in sette dì da Roma portossi sino in mezzo alla Spagna, per consolarlo colla nuova della morte di Nerone. Nella vita dello stesso Galba, appresso Plutarco, ciò pure sembra che in un altro luogo si scopra durevole; ed oltrecciò molto di poi dalle medaglie di Nerva chiaramente la durata continua di tali poste pare che si possa raccogliere.[93] Se ciò sia sufficiente a supporre non interrotto l’ordine da Augusto posto, io non ardisco definirlo.
Vennero finalmente i bei tempi di Traiano, d’Adriano e d’Antonino Pio, principi nati per l’onore dell’umanità e per la felicità de’ loro sudditi. Pensarono essi per la sicurezza de’ popoli alle poste, e lo fecero di tale maniera che ben si può scorgere quanto al sistema d’oggidì si accostassero, col fissare de’ cavalli ed altri animali che sempre in luoghi determinati stassero, tolta così a’ magistrati delle provincie la noia continua di cercargli e fargli ad ogni occasione somministrare.[94] A tale nuova spesa fu destinata nuova gabella, che Antonino Pio allegerì[95] e che infine Severo, per obbligarsi i sudditi e rendersi benevolo, tolse, dall’erario supplendovi.[96] Nulla di più sino a’ tempi di Costantino il Grande ci somministra la storia.
È da questo imperatore che incominciano le leggi del Codice teodosiano, sotto il titolo De cursu publico unite eccellentemente, dal Gottofreddo illustrate. Molte leggi ancora vi sono su questo stesso soggetto nel titolo De curiosis.[97] Le leggi di questi titoli sono dettate tutte di modo che non si può dubitare che molto i privati profittassero di queste poste, e sino forse da’ tempi di Traiano. Applicossi Costantino, e li seguenti imperatori, alle più minute cose perché fosse ben regolato questo dipartimento delle poste. Chiaramente vi si distinguono due sorti di corso publico: altra co’ cavalli per presto correre; altra con muli e buoi per trasportare soldati e le contribuzioni dalle provincie, ovvero condurre pesi per comodo de’ privati a’ quali da’ principi fosse permesso il servirsi di questa vantaggiosa istituzione. Vi sono de’ regolamenti sulla maniera di servirsi degli animali al corso destinati, sul numero d’adoperarne ad ogni cocchio o carro e sul determinato peso da imporvisi. Era proibito lo sviare dalle strade pubbliche e correre su d’altre strade, abusando così della permissione dal principe ottenuta a danno delle provincie, i magistrati delle quali, in vista d’essa, erano tenuti a far somministrare il bisognevole ad un ulterior corso. Quantunque fosse lecito l’impetrare per sé la facoltà d’essere fornito d’animali per potere così prestamente viaggiare, ed il prendere un compagno a piacere, pure non si poteva cederla interamente ad altri senza servirsene per sé ancora. Vi si limita finalmente il numero di cinque cocchi o carri da potersi da un luogo ad un altro spedire in un dì, numero poi accresciuto sino al solo numero di sei da Teodosio il Grande, sebbene, come Procopio attesta, vi fossero in ogni posta (mansio) quaranta cavalli fissi.[98] Alla direzione di tali poste erano preposti i così detti curiosi, che per ogni provincia sparsi, erano principalmente incaricati d’osservare tutto ciò che succedesse, per subito darne avviso. Per questo molte leggi vi sono che loro accordano de’ privilegi sull’uso delle poste.
Col tempo però s’erano questi curiosi arrogata tanta autorità che chiunque loro piacesse facevano imprigionare, e tali e tante estorsioni anche verso chi correva le poste facevano, che quantunque loro per sovrana indulgenza fosse accordato qualche guadagno, nondimeno con molte leggi dovette la loro avarizia ed una eccessiva licenza frenarsi, ed in fine per tutte le ragioni il loro officio ad un anno di durata ridursi, affinché tali pessimi uomini con rapine e scelleratezze non rendessero più tormentoso e terribile un tale impiego, quale lo era il loro lungi dagli occhi del principe. Fu finalmente tale la loro autorità e tale l’abuso della direzione delle poste, che per eccessivo desiderio di guadagno tanto male regolarono, che Giuliano dovette pensare ad una grande riforma per questo solo.[99]
Tutte queste disposizioni, che io ho appena toccate, ma che ne’ citati luoghi del Codice teodosiano sono con ogni esattezza esposte, fanno sentire abbastanza che lungi dalla capitale duravano ancora tra’ sudditi e tra’ popoli confinanti i grandi semi di quella virtù, che quantunque frutto della barbarie e d’una incolta vita, erano nondimeno soli atti a formare de’ conquistatori. Era questa la strada per cui erano saliti i Romani: dovevano quindi in altri temerla, mancandone essi.
Le leggi del Codice teodosiano vanno sino al principio del quinto secolo. L’Impero di poi vieppiù diviso nissuna memoria ci somministra della durata delle poste. Rivoluzioni continue, guerre aspre portate nel cuore dell’Impero avevano tutto sconvolto, di modo che quasi il solo credito molto tempo sostenne un corpo affatto indebolito.
I re d’Italia, tra’ quali Teodorico, principe di grandi qualità, non dimenticarono già le poste, che ancora verso il fine del quinto secolo duravano. Da Cassiodoro[100] si raccoglie che molta cura se ne prese Teodorico, che solo è dalla folla di piccoli scrittori o negligentato o disprezzato perché di nazione goto e capo d’una nazione barbara, quasi che la virtù fosse attaccata al solo clima. Il luogo che la posterità dà agli uomini è sempre dal capriccio di chi giudica dipendente; ed in tutto v’è sempre qualche fatalità che decide della riputazione. Felici quelli, il nome de’ quali non urta qualche ricevuto pregiudizio.
Dal secolo quinto sino al decimo quinto, nel quale Luigi XI, re di Francia, ristabilì le poste per quella sola parte che riguarda il corso veloce, appena v’è menzione che Carlo Magno a questo pure pensasse.[101] Fece Luigi XI questo di più, che a chiunque de’ particolari piacesse, fosse lecito servirsi mediante un dato prezzo da pagarsi per ogni cavallo che venisse adoperato. Furono allora per la prima volta addimandate poste[102] ed a portare e ricevere lettere impiegato con sommo vantaggio de’ privati ancora un tale regolamento. Lungo tempo nella sola Francia si godette di questo vantaggio, che con un ordine grandissimo era mantenuto durevole. Sotto Luigi XII, Gilberto di Chaveau in tre soli giorni così correndo portò da Milano ad Amboise al suo re lettere importantissime.[103] Si stese di poi quest’uso, e dall’occasione dell’elezione all’impero di Carlo V si vede che era già per tutta la Germania, e per parte dell’Italia e per la Francia, comune.[104] Lo è poi per tutta l’Europa divenuto comune, e forse anche per questo è tanto decisa la superiorità d’essa su tutto il resto del mondo.
Anche da quest’abbozzo che ho voluto far sulle poste vedesi osservata la legge universale. Le cose ne’ suoi principii sono sempre difettose, e l’uso e il vantaggio loro poco esteso: né deve sembrare così strano che le cose le più praticabili e le più facili siano per lo più le meno conosciute, se si rifletta che dappertutto gli uomini cercano l’utile nelle difficoltà, e le più facili cose come inutili abbandonano per allontanarsi da se stessi, e perdersi poi tra ’l maraviglioso e l’impossibile. Se mai ad alcuno dispiacesse che io fin qui mi sia servito della parola poste, io lo prego ad avvertire che una stessa idea o ancora confusa o benissimo determinata può ammettere la stessa parola, la quale significherà più o meno in ragione di ciò a cui la si farà corrispondere.
Dalle poste a tanta perfezione portate come ora lo sono, io ho detto che forse dipende in parte la superiorità dell’Europa sul resto del mondo. Non può fare difficoltà qualche esempio di paese, ove le poste sebbene ottimamente regolate lasciano ciò non ostante l’antico sistema, e niente servono a cangiarlo o migliorarlo. Alle volte una buona disposizione diviene inutile, perché opposta all’intero sistema delle leggi, che in certo modo la opprime e ne impedisce ogni buon effetto. Il disordine o universale o particolare, quante volte non fa reazione a que’ principii che possono influire su d’una nazione per perfezionarla? La sola riforma di tale principio tosto o tardi influir deve a qualche felice rivoluzione, giacché sin tanto che i vecchi principii dominano gli animi ne’ paesi corrotti, si rimonta troppo lentamente al bene.
Il commercio tanto innoltrato, i costumi ripuliti e le scienze che tanta strada hanno in poco tempo fatta fare all’umano ingegno nel mondo intelligibile, le arti ad un raffinamento grandissimo spinte e dalle scienze aiutate sono in gran parte effetti di quella rapida e prestissima comunicazione che colle poste si può avere. Le scoperte hanno il loro secolo, e non si fanno che quando la catena delle idee, fortunatamente spinta ad un punto, fa in un certo modo schiudere da ogni parte le stesse verità. Le leggi del moto in uno stesso tempo trovate dal Wallis, dal Wren e dall’Huyguens; il calcolo differenziale trovato in Inghilterra ed in Germania e tanti altri esempi ne sono una prova di fatto. Perciò allora vedonsi i più grandi progressi quando in uno stesso tempo maggiori forze riunite mirano allo stesso fine. Felice il secolo, felice il paese, nel quale questo spirito d’applicazione più si diffonde. L’industria eccitata da una lodevole emulazione tutto avvanza, e del pari alle scienze vanno e le arti e il commercio, e per conseguenza i costumi. Le poste da’ limiti d’una città, d’una provincia, d’un regno con una prestezza grandissima fanno sole dappertutto spargere le nuove verità, ad esse sole quel fermento d’idee si deve che tanto accellera le invenzioni a vantaggio dell’umanità ed all’onore del secolo.
Noi ammiriamo le antiche nazioni su ciò che d’esse restato ci è: su’ nostri avvanzi saremo da’ nostri nipoti giudicati nella medesima guisa. Quanto più gloriosi rende i Medi Palmira per il fine discernimento col quale erano quelli immortali sepolcri travagliati; quanto più ammirabile rende la finezza degli avvanzi di Persepoli l’industria de’ Persiani; quanto illustri rende i Greci il loro paese, nel quale tante bellissime opere furono compiute; altrettanto più compassione fa l’Egitto, in cui ad un punto parvero fissate le arti tutte. Quelle immense piramidi, monumenti d’un sicuro dispotismo e d’un lusso che estreme ricchezze autorizzavano, altro non sono che un ammasso di marmi, senza che per altro sieno considerabili. I stretti limiti delle loro cognizioni, la loro ridicola superstizione non faranno stupore a chi consideri l’odio che avevano verso i forastieri e gli ostacoli che ad ogni comunicazione anche interna frapponevano gli impieghi ereditari ed una stabilità che in tutto affettavano, senza pensare che la comunicazione, il commercio e la libertà di operare avevano i Persiani ed i Greci resi così floridi.
N.N. [Luigi Lambertenghi]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXVIII )(
Gli studi utili
Uno de’ più forti ostacoli che incontrano i giovani di talento sul bel principio della loro carriera si è o la disapprovazione, o il disprezzo, o il ridicolo delle persone colle quali devono conversare, e talvolta perfino de’ loro congiunti. Gli uomini perdendo la gioventù perdono i vantaggi fisici della loro esistenza; pochi sono coloro i quali, coltivando o colle scienze o colla abituale riflessione le facoltà del loro animo, compensino coll’accrescimento delle qualità morali il deperimento delle fisiche; e questi pochi soltanto possono mirare senza un segreto sentimento d’invidia un giovane, il quale cerca a distinguersi coltivando il suo spirito; ma la maggior parte degli uomini giunti ad una certa età mirano i giovani come altrettanti esseri intrusi su questa terra, di cui il dominio sia già devoluto ad essi per anteriorità di possedimento; né risparmiano l’occasione di umiliarli, di scoraggiarli, in somma di vessarli, per modo che anzi che resistere a sì forti opposizioni abbandonano la maggior parte quella strada che un felice genio li portava a correre; e poco a poco s’addormentano in braccio a quell’inerzia che forma i cittadini inutili d’ogni paese.
Altri distolgono i giovani dal proseguimento de’ loro studi con buona intenzione, ma spinti da alcuni pregiudizi succhiati col latte, la guarigione de’ quali non potrebbe ottenersi senza qualche contenzione di ragionamento, facoltà la quale non viene mai logorata dalla moltitudine. Il dovere d’ogni persona che sappia scrivere in guisa da poter esser letto è di sparger la luce sugli errori più perniciosi alle società; ed io sarei ben felice se potessi quella porzione che occupo di questi fogli impiegarla utilmente, e accrescere ai giovani ben disposti lena e coraggio per farsi uomini di merito, e persuadere agli uomini fatti e pregiudicati questa grande verità, che l’uomo non riesce che per quella strada per cui il naturale genio lo spinge; che ogni onesta applicazione d’un giovane è lodevole; che il biasimo ed il ridicolo non lo merita che la dappocaggine e la spensieratezza; e che finalmente tutte le traversie che s’oppongono ai giovani inclinati ad una più che ad un’altra scienza od arte, ad altro non conducono che a rendergli oziosi per lo meno, scostumati talora, e non rare volte obbrobriosi a sé ed alla famiglia.
Un giovane ha una forte inclinazione per le belle lettere, un altro per la fisica, un altro per le matematiche, e ciascheduno conformemente al naturale talento cerca d’innoltrarsi in queste diverse classi di cognizioni, e v’impiega i suoi pensieri e il suo tempo. Studi inutili, gridano i seniori, studi inutili; belle chimere, belle cognizioni, se volete, per ornamento, ma studi inutili.
Quai saranno gli studi utili, domando io: quei che fruttano più denaro? Sì, mi risponde taluno. Fate insegnare a quel giovine, replicherò io dunque, fategli insegnare a ben giuocare all’ombre o al pichetto: questa scienza ben appresa è più utile di qualunque altra che si possa imparare dai libri; il vostro giovine avrà un patrimonio assai più sicuro d’ogni altro, e col solo suo talento potrà vivere in ogni parte colta d’Europa. Altre scienze ancora più utili potrei nominarvi, le quali non s’imparano nelle biblioteche; ma voglio lasciar qualche cosa da fare anche alla immaginazione de’ miei lettori.
Le scienze utili, dicono alcuni più colti, non vogliamo noi assolutamente misurarle dal solo lucro che recano a chi le esercita; scienze utili chiamiamo quelle che servono all’immediato bene delle società. A questi risponderò primieramente che dunque la scienza più utile di tutte è la scienza dell’aratro e della marra; indi la scienza de’ muratori viene in secondo luogo; poi la scienza de’ tessitori del panno; poi la scienza di chi fa candele, e così andiamo avanti per modo che avanti di giugnere alla scienza de’ libri avremo trascorse almeno duecento scienze utili da preferirsi.
Tutte le umane scienze altro non sono che un lusso della condizione dell’uomo socievole; le società dei selvaggi sussistono senza veruna sorte di scienze, ma questo lusso di ragione è quello appunto che distingue le nazioni rozze dalle incivilite; questo lusso è quello che rende i costumi più dolci e umani; che provede a infiniti bisogni e che nobilita, dirò così, la nostra specie. Chi dice dunque che una tal scienza non è utile perché il mondo potrebbe sussistere senza di essa, accusa quella scienza d’una assoluta superfluità, che è comune a tutte le altre.
Gli uomini volgari conoscono che il guadagnar una lite è una cosa utile, che il guarire una malattia è una cosa utile: quindi concludono che la scienza delle leggi, la scienza della medicina sono scienze utili; ma gli uomini volgari non conoscono quell’intima e dilicata connessione che hanno tutte le scienze fra di loro; né sanno che di scienze al mondo non ve n’è che una sola, che si chiama la scoperta della verità, e che di qualunque genere sieno le verità, sono elleno sempre utili agli uomini, e sono, nella universale coltura in cui trovasi l’Europa in questo secolo, gloriose per lo meno a quella nazione in cui più se ne scoprono.
La legge e la medicina sono due scienze che ben maneggiate possono essere utili all’uman genere. La prima è quasi interamente fattizia, e quanto più ella è ben fatta tanto minore è il bisogno che la società ha di chi la professi; la seconda si appoggia sull’osservazione della natura, ed ella deve essere dovunque difficile a ben apprendersi; ma un soverchio numero o di leggisti o di medici cesserebbe sempre d’essere utile ad una società, poiché tutti que’ cittadini che vi si applicassero oltre il bisogno della società o dovrebbero essere cittadini oziosi, ovvero dovrebbero fomentar le liti e le cabale, e le malattie protrarre in lungo per essere occupati, le quali occupazioni non sarebbero certamente degne del nome di studi utili.
Forse quel primo che stroffinò un pezzo d’acciaio ad una calamita e che attentamente osservò la direzione di quel pezzo d’acciaio verso una parte del cielo meritò i rimproveri o il sorriso de’ gravemente ignoranti suoi contemporanei; ma quella puerile occupazione era quella appunto che doveva insegnare agli uomini a navigare nel mezzo dell’oceano; e forse allor quando il gran Galileo col cannocchiale da lui ritrovato osservava le stelle medicee, alcuni magistrati avran creduto di avere occupazioni assai più interessanti delle sue; eppure l’occupazione del Galileo ha cagionata la rettificazione della geografia, ed ha salvato dal naufragio infinite navi col metodo delle longitudini. Forse Arvèo, occupato ad osservare con un microscopio il mesenterio d’una rana, sembrò un uomo assorbito da fanciullesca curiosità, e quel microscopio in mano d’Arvèo discoperse la circolazione del sangue sconosciuta agli antichi.
So che le matematiche, quanto sono facili a schiudere le verità anche meno sperate e più sublimi, altrettanto sono elleno avare nel somministrarcene di utili immediatamente; ma lo spirito geometrico è uno spirito che si diffonde su tutte le scienze e su tutte le arti, e le perfeziona e le adorna in guisa che in quella nazione dove più esso s’estenda, più devono essere perfette nel loro genere tutte le cose che vi si fanno. Ascende questo spirito rischiaratore sulle cattedre degli oratori e li rende metodici, esatti e precisi; si diffonde sulla classe dei giudici e gli addestra a paragonare i fatti, ad analizzare le probabilità ed a ben decidersi; discende nelle officine persino degli artefici, e suggerisce loro i metodi più brevi, più sicuri, più industriosi per perfezionare i loro lavori. In fatti ognuno potrà chiarirsi colla sperienza che tutte le manifatture le migliori all’uso e le più esatte ci vengono da nazioni fra le quali regna lo spirito geometrico; e che all’incontro, dove esso non regni, tutto partecipa di quella rozzezza e di quella inesattezza che caratterizza le nazioni incolte.
Le cognizioni poi della fisica grandissima influenza hanno a perfezionare tutte le manifatture e i comodi della vita; di più, rendono, per così dire, più dilicato e fino il gusto in ogni cosa. L’arte de’ tintori deve tutt’i suoi avvanzamenti alla fisica; la farmaceutica, tanto interessante il nostro ben essere, dalla medesima pure riceve lume; in somma lo spirito della buona fisica si adatta a tutte le cose che servono all’uso dell’uomo, ed ivi sono sempre più eleganti e più comode dove quella scienza abbia fatti maggiori progressi.
Il breve giro d’un discorso non mi dà campo di addurre più copiosi esempi, né di far vedere ad uno ad uno i minutissimi anelli di quella catena che unisce le cognizioni tutte degli uomini per modo sì, che non è possibile che una nazione sia perfezionata in un’arte o scienza qualunque essendo nella perfetta ignoranza di un’altra; pure quest’è una di quelle verità delle quali la sperienza e de’ presenti e de’ passati secoli può convincere anche indipendentemente dalle ragioni intrinseche, le quali non si sviluppano che agli occhi de’ pochi ragionatori.
Ciò posto, dunque, se per utilità s’intenda una necessità fisica senza di cui la società non potrebbe sussistere, nessuna scienza sarà da dirsi utile; se poi per utilità s’intenda quello che il vero valore della voce importa, cioè attitudine a far del bene, ogni scienza deve chiamarsi utile, poiché ogni scoperta di verità è realmente un bene; un bene che talvolta produce le felici conseguenze con una immediata azione, e talvolta le produce con una lunga ed insensibile. Se dunque le scienze le risguardiamo per la influenza che esse hanno sulla massa universale di una nazione, le scienze sono tutte utili; e la ripetuta distinzione di scienze utili e di scienze non utili è una vera e provata chimera, venutaci dai tempi dell’antica barbarie per tradizione e contrastata da ogni sana ragione.
Non pretendo io perciò di dire che ogni giovane debba, unicamente consultando il proprio genio, abbandonarvisi senza prendersi verun pensiero del tempo avvenire o delle particolari circostanze nelle quali si trova. I doveri del proprio stato voglion essere i più preziosi di ogni altro all’uomo onesto; e la dolce lusinga di potere un giorno consolare e soccorrere la vecchiezza rispettabile d’un amoroso padre, d’una affettuosa madre, ha sempre più forza su un cuore ben fatto di quello che non ne abbia verun altro motivo; son belle le scienze, ma più bella infinitamente è la virtù; un’anima capace di sentirne la dolce emozione è un’anima grande, e incomparabilmente più grande di qualunque uomo per dotto che sia, se per disgrazia non abbia di simili sentimenti. Quello ch’io pretendo di dire si è che, a meno che una vera necessità non ci costringa a farlo, noi non dobbiamo mai distogliere o scoraggiare i giovani, i quali per un naturale talento si dispongono a coltivare qualunque scienza od arte; e che qualora lo facciamo, ci esponiamo ad esser rei di aver forse cambiato un cittadino illustre e benemerito in uno sfaccendato oscuro, il quale inquieterà nella sua gioventù colla scostumatezza, annoierà nella età virile colle lassitudini e co’ sbadigli, e farà arrabbiare nella vecchiaia i posteri col suo mal umore.
Quasi ogni uomo, se avesse trovati aiuti e non ostacoli ne’ suoi verd’anni, sarebbe riuscito buono in qualche genere; ma quel giardiniere che vorrebbe coglier dai gelsomini le noci, e le castagne dalle rose, renderà sempre sterile il terreno confidatogli. So che alcuni pochi, agitati da un estro vincitore, malgrado gli ostacoli seppero resistere e giungere alla celebrità; più di due terzi degli uomini più illustri in ogni genere dovettero combattere al principio della loro carriera; ma non tutti gli uomini capaci di far bene hanno quell’elasticità e fermezza di fibra che non si contorce e modella anche ad una continuata pressione, che anzi la maggior parte vi si piega; ma questa nuova forma basta bensì a toglierle la inclinazione primigenia, non già ad infonderne un’altra.
La maggior parte di que’ cittadini i quali s’annoiano nel letargo dell’ozio, se una buona educazione gli avesse assistiti, se la stima de’ loro contemporanei avesse servito loro di sprone, sarebbero meno infelici in qualche ora del giorno la quale impiegassero a leggere o a pensare; la società di essi sarebbe più colta, più amabile, meno ingiuriosa agli assenti e meno grave a chi ne partecipa; avrebbero essi qualche cognizione della fisica, qualche gusto delle belle arti: saprebbero trovare l’anima e la bella natura nella musica, nella pittura e nella poesia; e negando o accordando gli applausi a chi bene o male le esercita, contribuirebbero ai progressi di quest’arti. L’artigiano dovendo vendere i suoi lavori a persone più colte e che più intimamente ne possono giudicare, sarebbe costretto a raffinare la sua industria, i famigliari, per quell’universale principio d’imitazione inerente all’uomo, dirozzerebbero sempre più le loro maniere, e così dalla coltura di quei che non devono avere inquietitudine per il loro sostentamento scende per un insensibile pendio l’universale ripulimento su tutta una nazione.
Ma se in genere di scienze vogliamo fare i difficili, e tollerarle piuttosto che accoglierle e invitarle; se pretendiamo che ogni scienza ci presenti la patente e ci spieghi immediatamente a che essa è utile, prima di darle accesso nella nostra casa e permetterla ai figli nostri; non potremo mai lusingarci di contribuire dal canto nostro al bene della nostra patria, né d’avere la mente illuminata d’un buon cittadino.
Cosa strana per altro che ne’ capricci delle mode nessuno osi interrogare a che sono elleno utili, e che tanto austeramente si giudichi delle scienze! Nessuno domanda a che sia utile quella polve bianca con cui ci incanutiamo i capelli; nessuno domanda a che sia utile quel pezzo di merletto che ci copre mezza la mano e parte della gola; nessuno domanda a che sia utile quell’oro e quell’argento che sopra imponiamo al vestito; né v’è persino chi domandi a cosa sia utile quella carrozzetta, quello schioppettino, quella gabbietta e tanti arnesi di Liliput che pendono al nostro oriuolo e rendono sonoro il nostro passo; e si pretende d’impedire l’acquisto di una serie di verità se non si prova a quale immediato utile elleno servono?
Osservo che uno dei soggetti sui quali, generalmente parlando, gli uomini mostrano minore equità ne’ loro giudizi sono le scienze e le lettere. Un briccone fallisce dolosamente; un altro briccone uccide un buon cittadino: gli uomini ne parlano per due o tre giorni, e poi tutto si dimentica. Ma se un uomo, e molto più se un giovine, ardisce di fare un libro, il qual libro non ripeta le comuni opinioni degli altri libri: chi sussurra da una parte, chi dall’altra; gli piovono addosso i critici, i satirici, gl’invidiosi. Raccogliete i voti della moltitudine, rare volte li troverete dalla parte della ragione; eppure un libro che non sovverta i principii della società, che non offenda la morale, è certamente un mal minore in ogni caso d’un fallimento o d’un assassinio.
Non frapponiamo argini a quel felice fermento degl’ingegni che dà vita alla coltura delle nazioni e dei secoli, gli errori medesimi, purché siano un tentativo, sono un bene, servono essi di occasione perché altri pensi sul medesimo soggetto, e combattendo l’errore lo rischiari: trahat sua quemque voluptas nelle scienze; lasciamo che i giovani seguano la loro stella, e purché s’occupino e restino in moto con occupazioni per sé non cattive, godiamo della loro inclinazione; non perdiamo un bene per correr dietro a una chimera da noi creduta l’ottimo: l’ozio ed il torpore sono de’ massimi mali da temersi in un giovine.
P. [Pietro Verri]
I beni della insensibilità. Racconto antico
V’era ne’ tempi antichi un buon uomo per nome Damone. Costui, nato con mediocri talenti nulla eccedenti il senso comune, fornito di bastevoli beni di fortuna, indolente, tranquillo, placidamente insensibile agli umani avvenimenti, godeasi una vita priva egualmente de’ vivaci piaceri prodotti da un temperamento delicato come di que’ dispiaceri che accompagnano una troppo fina sensibilità. A nulla attaccato con veementi passioni, né l’accendevano a sdegno i vizi degli uomini, né lo commoveano le virtù loro; in somma era in quel mezzo che alcuni a torto onorano col nome di virtù, e che altro non è realmente che una venerata mediocrità d’ingegno ed un indeciso carattere, che non fa nulla di male come di bene, egualmente inetto a fare con energia l’uno o l’altro. Fiorivano in que’ tempi in Grecia Sofocle ed Euripide, le tragedie loro ripullivano quella nazione e ne esercitavano la vivace sensibilità. Il nostro Damone andava anch’egli a questi spettacoli, ma mentre tutto l’uditorio era in lagrime gli riusciva il più delle volte di sbadigliare. Che cosa è ella mai questa, dicea fra sé, che tutti costoro piangono e sono afflitti vedendo or l’uno or l’altro di questi attori a declamare, e che io nulla mi sento agitare e da nessun sentimento m’accorgo di esser mosso? E mi par bene che costoro piangano e si corruccino, ma il fanno con una certa mescolanza di piacere ch’io non saprei spiegare, poiché quando escono di costì, benché abbian lagrimato tutti quanti per lung’ora, pure lodano la tragedia che gli ha attristati ed applaudono all’autore, forz’è che qualche ignoto piacere vi si asconda se più sono frequentate quelle rappresentazioni che più gli fanno lagrimare.
Queste ed altre riflessioni già da lungo tempo facea fra sé, e volea pure provare che razza di piacere fosse codesta sensibilità, che gli parea il più strano fenomeno del mondo. Andossene egli al tempio di Giove, ed: Oh tu, disse, padre de’ mortali che mi ascolti, dammi io te ne prego un temperamento come quello di Filotete, fa’ che pur io possa avere un’anima sensibile, che certo ella è al dir di tanti savi il più bel dono che possa farci il Cielo. Ascoltò quelle preci il padre degli dei, ed esaudillo. Ecco il torpido, l’insensibile, l’indolente Damone cangiato in un uomo che sente, che si commove alla virtù ed a’ mali altrui. Già quella stupida fronte e quegli occhi inanimati e tardi son fatti pronti e languidamente vivaci; più non sorride indolentemente, più non vedi in quella faccia le tracce della primiera stupidità, son vivi i tratti, leggiadri i contorni, e vi leggi in fronte il buono, il sensibile, il virtuoso cittadino. Qual non rimase Filotete qualor s’accorse di sì strano cangiamento in Damone? Unite le anime loro da virtù vicendevole, strinsero la più soda, la più sincera d’ogni benivolenza. Infelice Damone, qual dono fatale chiedesti agli dei! Muore Filotete, ti sembra estinta la natura, ti sgorga dagli occhi per la prima volta il pianto, tu perdesti la più cara porzione dell’universo, tu non ritrovi pace, la sua immagine ti si affaccia ad ogni passo, la fronte abbattuta, gli occhi molli di pianto tu passeggi come uno stolto le vie d’Atene! Pure il tempo lentamente rintuzza il tuo dolore, e dopo sei mesi d’infelice vita né pur ricuperi in parte il perduto riposo, che sei creato arconte. Or non sei tu quel giudice indolente che tranquillamente vede le lagrime delle vedove desolate e degli affammati pupilli, tu fremi alla prepotenza de’ grandi, i mali pubblici sono i tuoi, buon cittadino e virtuoso ed incorrotto proteggi i miseri, compiangi le loro sventure e con essi le dividi. Movono guerra ad Atene i Cretesi. Alcuni de’ congiunti di Damone son condotti in schiavitù. Chi può dire quali sieno le smanie di quel benefico e virtuoso cuore? Magistrato e soldato a un tempo, egli si mette a capo di un drapello e va contro dell’inimico come un forsennato per togliere i suoi dalla catena. Gli riesce di riaverli, e vien ferito mortalmente. I suoi più cari gli stanno d’intorno nella sua tenda, egli legge su’ loro volti quella tristezza che li divora, e più sente il peso della loro compassione che il dolore della propria ferita. Pur egli a poco a poco ricupera la sanità. Ma già Atene è ridotta agli estremi. La guerra ha desolate le campagne, son cresciuti i tributi, tutto spira miseria e desolazione. Non sono popolate le strade che di miseri, che gli chiedono un tozzo di pane ch’egli non ha. Ahi quanti oggetti terribili per il cuor sensibile di Damone! Ei vede tanti mali, è colpito nel fondo del cuore, il zelo e l’amor della patria son fatti inutili. Allora rientrato in se stesso Damone: Ahi, disse, che chiesi io mai al Cielo! Qual pena maggiore potea egli impormi per una sì sventata domanda?
Ma il padre degli dei, commosso a pietà di quest’infelice, restituillo alla primiera indolenza. I Cretesi assediarono con più vigore Atene, essa fu saccheggiata; Damone lasciò la patria in abbandono, portò seco quanto più poté ed andossene a Corinto. Ivi gli fu data la nuova, mentre che cenava, che i suoi amici e congiunti erano stati uccisi, che la moglie ed i figli erano stati condotti in schiavitù: si ristette egli alquanto pensoso, poi proseguì a cenare, né più parlò di amici, di moglie, di figliuoli, di patria per tutto il resto de’ tranquilli giorni che visse nella sua indolenza.
A. [Alessandro Verri]
[Ai lettori]
Gli autori del Caffè propongono il premio di un esemplare del Menocchio rilegato in marocchino, ovvero di quattro esemplari del Bobadilia rilegati all’olandese, a scelta di chiunque nel termine di due mesi prossimi, contando dalla pubblicazione del presente, avrà risposto adequatamente ai seguenti quesiti.
Il Frammento sugli odori è preso dal libro … a pag. …
Il Tempio dell’Ignoranza è preso dal libro … a pag. …
Gli Elementi del commercio sono presi dal libro … a pag. …
La Rinunzia alla Crusca dal libro … a pag. …
La Commedia dal libro … a pag. …
La Coltivazione del tabacco dal libro … a pag. …
Il Dialogo sull’agricoltura dal libro … a pag. …
Le Riverenze dal libro … a pag. …
Le Osservazioni meteorologiche dal libro … a pag. …
Il Discorso sulla felicità dei Romani dal libro … a pag. …
Chiunque risponderà adequatamente, indicando e autore e pagina, riceverà il premio suddetto dalle mani del nostro Demetrio, presso cui sta in deposito. Chiunque poi risponderà a parte de’ dieci quesiti pure adequatamente, avrà a proporzione la corrispondente parte del premio.
A noi pare che le cose che scriviamo bene o male sieno cose veramente nostre; se questo parere nostro fosse una illusione, si può fare la spesa del Menocchio e del Bobadilia per illuminarci; e sarà un degno trofeo da riporre nella biblioteca del vincitore quello che proponiamo.
V’è chi ci accusa di non dire cose nuove; a noi pare che diverse qua e là se ne vadano da noi scrivendo; ma bisogna che que’ tali abbiano la compiacenza di scrivere una mezza pagina di cose veramente nuove del loro, la quale ci potrà servire d’esemplare per trovare tante scoperte assolutamente nuove da riempierne le ducentottantotto pagine le quali comporranno il totale del nostro Caffè al fine dell’anno. Mille cose buone vi sono, le quali, benché non siano nuove, pure sta bene che si dicano; per esempio s’io dicessi che le anime piccole possano bensì pronunziare con enfasi le parole il grande, il bello, ma ne’ loro affetti non hanno mai altro che il piccolo e il noioso, io direi una proposizione molto vera, e che non è male il ripeterla di quando in quando, poiché se non v’è da sperar molto nelle conversioni degli uomini, non si deve però disperare affatto.
IL CAFFÈ )( Fogl. XXIX )(
Sulla spensieratezza nella privata economia
L’argomento sul quale io vuo’ parlare in questo foglio è tale, che e per l’importanza sua e per la vastità potrebbe a ragione somministrare materia ad un’opera intera. Io però considero che l’opera, fatta ch’ella fosse, verisimilmente non sarebbe letta che da coloro i quali meno ne hanno bisogno, laddove un breve foglio, che altro più non domanda che una mezz’ora ogni dieci giorni, se non altro per allontanare la noia, forse può ottenere un’occhiata anche da chi vive spensieratamente; e il fine d’ogni onesto scrittore dev’essere sempre (come altra volta pure ho detto, e come non si ridirà mai abbastanza) di giovare il più essenzialmente che si può agli uomini. A questo fine onorato che ci siamo principalmente proposto attribuiamo noi la benevolenza e la parzialità con cui quest’opera nostra viene generalmente accolta.
Gli enormi mali che nascono nelle famiglie per la spensieratezza nella privata economia sono bastantemente noti al primo rivolgervi il pensiero che ciascun faccia. L’ingiustizia e le maledizioni de’ creditori, l’inquietitudine della miseria a cui si corre in braccio, il decadimento de’ figli, la mancanza della loro educazione, il crudele contrasto che deve fare ne’ loro animi un giorno la memoria e il desiderio del passato fasto colla inopia attuale, contrasto terribile a soffrirsi e produttore d’infinite iniquità, un abisso in somma di disordini e di calamità, li quali inviluppano e la famiglia propria e quelle de’ traditi creditori, vengono in conseguenza d’aver trascurata la domestica economia. Che se anche questa spensieratezza trovisi presso d’un uomo isolato, i comodi della vita, che vanno scemandosi più che s’invecchia, cioè più che ne cresce il bisogno, devono amareggiare per modo gli ultimi anni della sua vita, sì che, paragonando i pochi piaceri della magnificenza divorati frettolosamente nella gioventù co’ lunghi rammarichi che rimangono a soffrire negli ultimi anni, fanno provare quando non v’è più rimedio d’aver malamente provveduto al proprio ben essere.
Non oserò io qui parlare di que’ doveri che dipendono da’ motivi sovraumani, dai quali viene vietato un cotal abuso delle ricchezze. Noi ci limitiamo a venerare gli oggetti sublimi in ogni nostro scritto, né crediamo quest’opera periodica degna di trattarli. Devono esser eglino i primi che diriggano la nostra vita; ma noi circonscriviamo i nostri discorsi entro i confini d’una morale pratica filosofia.
Il principal fine di quella rovinosa spensieratezza che fa dileguare i patrimoni anche più vasti è l’amore di distinguersi fra gli altri cittadini, e di mostrarsi colla profusione e col fasto più possenti o più magnanimi di essi. Ma questa possanza e questa magnanimità nostra, se non ha per base un fondo di beni corrispondente alla scena che vogliamo rappresentare su questo teatro, non si riduce che ad una vera illusione, che acceca quell’uomo solo che va in rovina, ed eccita una inumana derisione nel cuore della moltitudine ed una compassione più ragionevole in quello de’ pochi saggi. Sono que’ spensierati come i cacciatori raccontano delle quaglie, le quali ascondendo nella terra il lor capo, credono da nessuno esser vedute per ciò ch’esse nessuno vedono. I cittadini, dove più dove meno, si conoscon l’un l’altro, e presso poco universalmente si sanno le facoltà d’ognuno; né chi ha crediti conserva con un profondo secreto gli arcani, sicché non se ne lagni e non ne ragioni per tal modo che lo spensierato circondato da parasiti e da qualche imbecille o scaltrito confidente, mentre crede di mostrarsi poderoso di beni e signorile d’animo, viene anzi universalmente disprezzato come un uomo che si lascia andare in rovina, o come un uomo che ha la bassezza d’usurpar l’altrui e di tradire la buona fede per provare la nobiltà de’ suoi pensieri.
Se coloro i quali si caricano d’un fasto superiore alle loro forze potessero ascoltare quello che d’essi dice la città, e quel che dicono quei medesimi che più loro stanno al fianco, e come edera tenace li circondano e vi ficcano le radici nel tronco e s’alimentano col loro sugo; se potessero ascoltare la disistima, la indifferenza e molte volte ancora la maldicenza con cui corrispondono alle loro profusioni, certamente vedrebbero che il fine che s’erano proposti non l’ottengono; ma che anzi n’ottengono uno perfettamente contrario. Alcuna volta e non di rado è accaduto che di sì triste verità si sieno scoperte da quegl’incauti medesimi che ne erano la vittima; e allora le esclamazioni contro la tradita amicizia s’intesero senza fine, quasi che potesse essere amicizia fra due, uno de’ quali cerca di far servire l’altro al proprio fasto; quasi che fosse capace di amicizia chi vive profittando del disordine altrui; quasi che gli amici si comprassero! Un uomo onesto, beneficato o da un vano o da uno stolido, può e deve aver gratitudine per lui; ma l’amicizia, avendo per base il nobile sentimento del merito, non può darsi se non fra due che vicendevolmente si abbiano in pregio; ora il numero degli onesti uomini essendo per disgrazia il minore, deve anzi far maraviglia dovunque la gratitudine per beneficii profusi senza esame e senza scelta si ritrovi; né l’amicizia d’un uomo ragionevole può mai sperarsi che nasca con questi mezzi, i quali altro non provano che un vizio o una dappocaggine in chi gli adopera.
Crasso lagnavasi con Roscio perché, dopo averlo per due anni avuto alle laute sue cene, gli contrastasse il comando d’una provincia. Voi anzi dovreste aver rimorso, gli rispose Roscio, disputando a me questa carica, a me che, per compiere il fastoso numero dei cinquanta commensali vostri, ho potuto per due anni abbassarmi a vivere nella caterva de’ parasiti ingenui e libertini che sedeva alle vostre cene. Tale fu la risposta di Roscio, il quale naturalmente doveva avere assai più amicizia col cuoco di Crasso anzi che con Crasso medesimo. In fatti e chi mai può aver nell’animo nemmeno riconoscenza per chi facendoci suo commensale non pensa a farci una distinzione, né a darci preferenza con un disegno meditato, ma soltanto a riempiere il numero de’ sedili già preparati pel convito? Chi mai può trovarsi lusingato nell’amor proprio per aver parte ad una universale e indistinta dilapidazione d’un patrimonio? Il saggio mal soffre d’essere attaccato al carro di trionfo d’uno spensierato; e l’uomo capace di sentimenti sente ribrezzo a pascersi della rovina altrui.
Di tutte le profusioni, a parer mio, la più stolida è quella del convito. So che la società si anima e si fomenta mirabilmente colla reciproca comunicazione della mensa; sembra che ivi la famigliarità si accresca, e con tal mezzo vediamo i cittadini meno forestieri l’uno coll’altro ne’ paesi dove tal costume è più universalmente ricevuto; ma le cene e i conviti che producono questi beni della vita e questa reciproca fratellanza fra i cittadini non son già quelle numerose e di fasto nelle quali altro più non iscorgesi che la profusione del convitatore e l’avidità o il tedio de’ convitati; ma bensì quelle alle quali presiede una reciproca brama d’esser grato, e dove l’amicizia e la scelta animano la società a cui una ben intesa ma non rovinosa mensa serve d’occasione.
Gli uomini riposti in dignità devono per decenza del loro carattere dare di tempo in tempo di tali fastosi conviti; e questo spettacolo vien risguardato dall’uomo ragionevole che lo dà come un incomodo del proprio stato; e dall’uomo ragionevole che vi partecipa come un cerimoniale contrassegno d’onore, non mai come un giorno in cui si prepari a giocondamente pranzare. Ma chi senza necessità profonde per questa strada, non lascia altro vestigio della sua rovina che il macellaio e il pizzicagnolo arricchiti, e tre o quattro bricconi gallonati a sue spese; laddove una sontuosa galleria, un magnifico palagio, una rinomata biblioteca restando almeno fra le rovine, puossi, compiangendo la sproporzione del patrimonio colle idee, avere una sorta di dispiacere che le forze fossero sì limitate d’un uomo capace d’idee grandi.
Se coloro i quali hanno ottenuto in retaggio un pingue patrimonio possedessero la difficil arte di ben goderlo, quanto non potrebbero eglino migliorare la loro condizione! Quante virtù, quante nobili qualità, le quali rimangono sterili e celate da quella implacabile necessità che limita i patrimoni ristretti, non potrebbero mai risplendere nella più chiara luce e lasciare un glorioso nome dopo una gloriosa vita per le pubbliche e private beneficenze! Quanti giovani e uomini di talento da togliersi da quell’angustia domestica che s’oppone a’ progressi d’ogni bell’arte, e con una liberale sì, ma giudiziosa protezione, da crearsi uomini eccellenti! Quanto più nobile e magnanima cosa è il poter dire: il tal generoso cittadino ha dato alla patria il tale architetto, sollevandolo sin da’ primi anni dalla mendicità in cui avrebbe dovuto vivere forse servilmente tutta la vita, e l’ha assistito, e gli ha dati maestri, e lo ha fatto viaggiare a sue spese, e lo ha formato in somma uno de’ più celebri uomini che abbia l’Italia nell’architettura; il tal tempio, il tal palagio, che onorano la nostra città, saranno un eterno monumento ai posteri e del talento dell’artefice e della beneficenza del mecenate! Se a questi potrà aggiungersi il tal eccellente pittore, il tale scultore, intagliatore ec., tutti assistiti, consolati, soccorsi, protetti in somma dal benefico cittadino, qual vita o qual memoria più benedetta può esser mai, e più adorata di questa in ogni tempo e presso d’ogni colta nazione?
Felice quella città, in cui trovasi unito nella stessa persona un vivo e illuminato amore del merito ad un vasto patrimonio; la sua casa diventa l’asilo di tutti que’ ottimi cittadini che o già fanno o promettono onore alla lor patria; ivi ritrovano grata ospitalità tutti gl’ingegni i quali coltivano con amore qualunque parte della vasta serie delle umane cognizioni, dalla più sublime astronomia sino all’ultima delle bell’arti; egli assiste e col consiglio e coll’opera i giovani ancora incerti; egli dà lena ed emulazione con una rischiarata protezione ai timidi; egli sa che gl’ingegni non volgari e vigorosi a segno di spiccare qualche felice slancio al di là del comune livello hanno per lo più ne’ primi anni una sorta di rigidezza nell’animo che mal si piega alle comuni maniere; e gli spinge talvolta a certi irregolari modi di agire che il volgo sott’altro aspetto non vede che sotto quello del ridicolo o dell’imprudenza; e il retto conoscitore ravvisa come difetti bensì, ma che provano un fondo di ottime qualità, non altramente che un esperto minatore da una terra sterile e ingrata che incontra riconosce l’oro che ivi deve trovarsi vicino. Da tai lumi assistito, il ricco amatore del merito vedesi circondato dalla più colta e rispettabile compagnia, di cui egli è l’anima e il promotore.
Qual uso non hanno fatto nell’Irlanda in quest’ultimi anni delle ricchezze loro alcuni illustri cittadini di Dublino, fra i quali merita distinta lode il signor Samuele Madden, colla erezione dell’Accademia d’agricoltura, commercio e manifatture, accaduta non sono molt’anni, ed a cui l’illustre benefico signor Madden ha in sua porzione assegnato più di 500 zecchini annui di sua rendita?[105] Questa benemerita associazione, la quale distribuisce premi annui a chi più siasi distinto o nell’avvanzamento dell’agricoltura o nella perfezione delle arti, ha fatto nascere nella sua patria le più belle tele che al dì d’oggi trovinsi nel Nord. La Reale Società di Londra è pure opera in origine di privati cittadini. L’Accademia Reale or ora eretta in Torino è pure essa una società originariamente progettata da alcuni illustri privati, de’ quali il merito ha ottenuta poi la reale protezione, sotto l’ombra di cui l’Europa vede nel fiore degli anni de’ grandi geni, ed uno singolarmente, che nelle più sublimi ricerche dello spirito umano sembra ormai innalzato a quella prima classe che gli assicura un nome presso la più rimota posterità.
Or quanto diversa sarebbe la gloria di chi, avendo superfluo di ricchezza, invece di ricercarla da una schiera di parasiti, a sì fatti oggetti rivolgesse la nobile ambizione! Qual cosa vi può esser mai che innalzi un privato al rango d’un sovrano quanto di simili giudiciose beneficenze? Ma giudiciose appunto devono essere queste beneficenze, poiché l’onore e la stima, qualora vengono accordate all’ipocrisia del merito, anzi che al vero merito, ossia qualora, o per brighe, o per riguardi, o per debolezza di non resistere alla importunità, s’accordi la distinzione e il premio a chi più lo sollecita (cosa che rare volte s’induce a fare l’uomo di vero merito, opponendosi a ciò o la modestia o un sentimento nobile del proprio valore), allora, dico, le ricompense medesime e le distinzioni diventano un mezzo efficacissimo per opprimere i buoni ingegni ed avvilirli sempre più. Lodovico XIV, che ha dato il nome al quarto secolo illustre negli annali del genere umano, cercava ei medesimo gli uomini di merito e preveniva le loro suppliche. Viviani ricevette nella Toscana i doni di quel monarca prima ch’egli osasse nemmeno pensare a chiedere il real suo favore. Il merito giammai non va unito colla importunità o colla sfrontatezza.
Ma troppo mi svia la moltiplicità degli oggetti che mi si affacciano alla mente, e ragion vuole ch’io alla brevità sacrifichi molte idee accessorie, che pure vi vorrebbero aver luogo, per ritornare al principale soggetto di cui ho preso a scrivere. L’uomo spensierato nella domestica economia è come quell’uomo dipintoci dalla favola, il quale alzatosi la mattina da letto e sentendosi soddisfatto il sonno, portò al mercato il letto o lo contrattò, senza prevedere che fra poche ore sarebbe ritornata la sera e con essa nuovo bisogno del sonno. Chiunque spende in un giorno più di quello che realmente gli fruttino i suoi beni in quel giorno, o deve aver risparmiato già ne’ giorni antecedenti delle sue entrate, ovvero deve risparmiare ne’ giorni che verranno. Chiunque spende in un anno più della sua entrata deve o ripararlo con risparmio, ovvero sbilanciare la famiglia, poi rovinarsi. Ognuno sa questa verità. Ma se ognuno prima d’impegnarsi in un dispendio superiore alle sue forze vi riflettesse, e conoscesse che se in quest’anno dieci, che ha d’entrata, non bastano a’ suoi capricci, e voglia spenderne due di più dovrà l’anno venturo o fare che otto di entrata bastino ai capricci (cosa più difficile a farsi con otto che con dieci), ovvero decidersi per la totale propria rovina: crederem noi che con questa ragionevole prevenzione cederebbe alle lusinghe che dapprincipio lo fanno scapitare? Crederem noi che in vista dei mali e delle angoscie estreme d’una meritata e non aspettata povertà, e forse anco in vista della ignominia d’una fede mancata ai creditori, potrebbe aver forza il piacere di caricarsi molte vesti di dorature non proprie, ma carpite dalla bottega d’un incauto mercante; di far trottare le ricche frangie tolte a credito e cucite sugli abiti dei ben sudati e mal pagati lacchè; di aprire una prodiga mensa ad una stolida turba di uomini, i quali, anzi che d’animali ragionevoli, meritano talvolta il titolo di lambicchi digeritori e distillatori di chilo? Io nol credo già, anzi mi par dimostrabile che la maggior parte de’ mali che devastano l’uman genere sieno i mali che si fanno gli uomini da loro medesimi, per non adoperare la parte migliore di essi, cioè quella che accozzando le idee ricevute dagli oggetti, e paragonandole ed esaminandole, ci dispone a formarne un retto giudicio, e a prevedere l’avvenire di quella strada per cui imprendiamo a correre, cioè quell’uso divinatorio che fa della ragione il saggio, il quale non aspetta il disordine ma lo previene.
Dovunque più pensano gli uomini, ivi sono i minori mali; ed uno de’ massimi beni che fanno al mondo le scienze si è quello di scuotere colla emulazione e colla curiosità gli uomini da quel letargo a cui per una naturale inerzia s’abbandonano, e riporre in moto l’animo loro ad avvezzarli a pensare; facoltà la quale se ben s’eserciti sugli oggetti delle scienze, forma gli uomini illustri; se ben s’eserciti su tutti gli oggetti che circondano l’uomo posto in società, forma il vero saggio.
Ho conosciuto un uomo di senno, il quale avendo sortito dalla natura un animo disinteressato, e forse anche al di là de’ confini del disinteresse inclinato a spendere, per porre un giusto limite a questa inclinazione pericolosa, divideva la sua entrata in dodici parti eguali, ed ogni mese ne prendeva una per suo uso; poiché lo sbilancio in tal guisa se gli manifestava più sollecitamente, né poteva lasciar correre tanta prodigalità in pochi giorni, che pregiudicasse notabilmente a tutto l’anno. L’uomo di senno deve distendere le annue sue rendite sullo spazio di trecento sessanta e più giorni; né deve dimenticarsi mai di paragonare quello che gli avanza di tempo colla somma del denaro che vuol conservare. L’uomo di senno deve di più conservarsi costantemente un discreto sussidio a parte per provvedere a tutti i casi; così egli si mantiene nella perfetta osservanza della giustizia in ogni contratto; ei gode di tutti i vantaggi che accompagnano la puntualità; ei trova tutto il credito presso chi deve aver a fare con lui; ei vive nella maggior indipendenza possibile in cui un uomo può trovarsi, qualunque sia il sistema sotto cui vive; egli perfine è capace di soccorrere un amico o un infelice all’occasione; e siffatti piaceri sono per verità assai più durevoli e puri di quello che non lo sia lo sfarzo di farci credere quello che ognuno sa che non siamo.
Non v’è vizio più sordido dell’avarizia; non v’è cosa che più convenga all’uomo ragionevole nell’aspetto della decenza e di quella eleganza proporzionata alla sua condizione che deve mostrare e nella persona propria e in ogni oggetto che lo circondi o gli appartenga; non v’è qualità umana dell’animo che più lo innalzi quanto la vera liberalità: ma questa per esser tale deve non eccedere le forze di chi la esercita; la scelta e il modo col quale si fanno i beneficii servono mirabilmente o a dar loro od a scemarne il pregio; e l’uomo che ha veramente giudizio è colui il quale sa godere de’ piaceri attuali senza pregiudicare ai piaceri a venire.
P. [Pietro Verri]
[Ai lettori]
Ci vengono indirizzate diverse lettere, le quali noi volontieri consegniamo al pubblico; e sono le seguenti.
Scrittori del Caffè.
Affé di mio, che passar buono non possovi quel vostro gli autori di lingua malmenare, e che po’ po’, scrittori miei, mi fareste da’ gangheri uscire. Villani, Casa, Caro mai sempre furono per maestri dello stile considerati: che sgangherata loica è mai la vostra! Oppenione tengo fermissima che questo svarion madornale vedrete tosto che le traveggole dagli occhi vi sian tolte, giacché né voi sète per anco cisposi vegliardi, sicché di vostro cambiamento disperar debba, né ottusa la mente credovi, per modo onde pan per focaccia o lucciole per lanterne prender vi aggradi.
Autori del foglio.
Io sono un signore che ho sei cavalli, due belle carrozze, tre cocchieri, due servitori, un lacchè, tre mila scudi d’entrata, che non pago i miei debiti, che non so cosa fare della mia vita; però mi diverto qualche volta al dopo-pranzo a leggere qualche brochure francese, e mi piacciono i letterati, perché mi fanno ridere; se volete la mia amicizia, io son pronto a concedervela, con che però non iscriviate più su il commercio della nobiltà, come avete fatto; perché né mio padre, né mio avolo, né il mio bisavo hanno mai fatta una simile corbelleria; né io voglio essere disturbato nel mio quieto vivere. Vivere e lasciar vivere è un bel proverbio.
Autori del Caffè.
I vostri fogli li leggo, e tratto tratto v’è del buono; ma se foste un po’ più sodi, e che trattaste seriamente le materie, senza frammescolarvi tante cosuzze da ridere, mi piacerebbero molto più.
Compositori del Caffè.
Un incognito vi dà un parere da amico. Io lodo molto i vostri fogli, e ne ho letto alcuno; ma per dirvela ogni giorno più andate diventando seri; vi vuole qualche cosa di più ameno, qualche cosa che risvegli, e allora sarò contento pienamente di voi.
Scrittori del foglio.
Vorrei che ne’ vostri scritti toccaste un po’ più il costume di quello che non fate; le cognizioni delle lettere sono una buona cosa, ma non è fatta per la moltitudine, laddove che ogni uomo ha i suoi costumi, e molto vasto è il campo da coltivarsi. Vi do questo suggerimento perché vorrei che il vostro foglio mi piacesse ancora di più.
Caffettieri.
Quel vostro tartassare il costume non mi quadra; ognuno deve spendere i suoi quattrini come vuole, pensare e parlare come gli torna comodo e vivere a suo talento, senza che c’entri né il caffè, né il the a disturbargli la pace. Gli scritti sono fatti per le scienze, scrivete di scienza, che va bene; ma lasciate vivere gli uomini come vogliono. Questo avviso ve lo do perché vorrei che il foglio vostro fosse senza difetti. Addio.
Signori del Caffè.
Il foglio va bene, e mi rallegro dell’accoglimento che trovate presso il pubblico; ma se i pezzi che v’inserite fossero un po’ più brevi e variati, credetemi, trovereste ancora che piacerebbe più.
Amici miei.
Se vi fisserete per massima di fare che ogni foglio contenga un discorso solo, senza tante spezzature, e un discorso più lungo e più dottrinale, vedrete che avrete più approvazione. Ve lo suggerisco per buon cuore. State sani.
Questi diversi suggerimenti hanno primieramente il merito di essere brevi, e perciò ne ringraziamo gli autori, ai quali anche promettiamo di volerci seriamente occupare per renderli contenti de’ nostri lavori e consolarli tutti.
In vista di ciò, ognuno de’ nostri lettori potrà formarsi un’idea dello stato di chi intraprenda a scrivere; e certamente ogni lettore conoscerà facilmente quanto sia più comoda e facil cosa il leggere un foglio stampato e darne il suo giudizio, che non il prepararlo per la stampa ed ascoltarne i vari giudizi. È stata sin ora nostra cura di variare le materie in guisa che in ogni foglio vi si trovasse qualche porzione di serio ragionamento e qualch’altra porzione di cose giocose; e da questa norma non ci allontaneremo nemmeno in avvenire, sempre pronti a ricevere gli avvisi di sì fatti corrispondenti ed a farne tutto il caso ch’essi meritano.
IL CAFFÈ )( Fogl. XXX )(
Anecdoto chinese
Convien dire, amici, che le idee e le opinioni chinesi sieno tanto diverse dalle idee ed opinioni nostre, quanto lo sono il colore ed i lineamenti del volto de’ rispettivi abitatori. Leggeva l’altro dì la traduzione d’un certo libro chinese intitolato Lungya, titolo che nel nostro linguaggio equivalerebbe a quello di Conferenze. Contiene questo le principali azioni e sentimenti del gran Con-fut-ze e de’ suoi discepoli, stati raccolti e commentati da uno di que’ letterati, e che noi chiamare con ragione potressimo Anecdoti chinesi o con-fut-zesi. Sono tutti egualmente autentici, sublimi ed interessanti, ed a differenza di moltissimi altri che si conservano scrupolosamente fra noi, meritavano certamente d’essere tramandati alla posterità. Malgrado però la prevenzione per quel grand’uomo e legislatore, e malgrado ch’io procurassi di starmi ben bene in guardia contro i giudizi, che dettar talvolta mi potessero gli usi del mio paese, convien ch’io il dica, uno ne incontrai, che mi parve assai singolare, e mi fé molto dubitare della bontà e della sussistenza de’ suoi principii. Eccovelo fedelmente ricopiato dal manoscritto statomi confidato da certo viaggiatore, che ben lo credo degno delle vostre riflessioni.
Nel tempo che Con-fut-ze governava qual viceré una delle principali provincie del Regno di Zù (presentemente Xantung) morì nella capitale un uomo assai ricco per nome Chiug-y, al quale (non lasciando dopo di sé né figli, né nipoti, né parenti entro un certo grado) cadde in pensiero di disporre per testamento della pingue sua eredità a benefizio delle povere famiglie del suo quartiere, incaricando a’ deputati da lui costituiti all’amministrazione della sostanza che ogni settimana dovessero far distribuire a quelle che riconoscessero avere i necessari requisiti tanto riso, farina e legumi quanto bastasse per il di loro sostentamento. Fece gran fracasso nella città questa disposizione, e non saziavasi il volgo d’alzar fino alle stelle una sì saggia, sì salutare, sì pia risoluzione. Il solo viceré, Con-fut-ze solo, che non s’arrestava all’apparenza delle cose, e ben prevedeva le pessime conseguenze che ne sarebbono venute se si fosse lasciato un libero corso ad una simile introduzione, contro la comune aspettazione avvocò a sé la cognizione di detto testamento, e dopo maturo esame lo dichiarò con un ragionato editto nullo e di nessun vigore, come contrario ad un’antica legge del regno, la quale, per impedire il politico ristagno, proibiva a qualunque società che non fosse una famiglia di poter far acquisto di beni stabili: legge che fino a quel giorno non erasi da’ tribunali chinesi estesa che alle sole compre; quasi che non fossero egualmente reali e veri acquisti que’ che si facevano per via di testamenti, e non ne fossero egualmente perniciosi, sebben più tardi e lenti, gli effetti. E poiché, come si disse di sopra, non esistevano parenti entro un certo grado, applicò egli col detto editto la metà della sostanza agli artefici e fabbricatori d’una nuova manifattura di porcellane, da lui di fresco introdotta con grand’utile di quel distretto, e l’altra metà al pubblico, che oltre agli ordinari tributi soffriva un notabile annuo sopracarico pe’ debiti da’ quali era sommamente aggravato.
Di fatti, siegue il commentatore, se non v’ha male più difficile a sradicare di quello che porti l’apparenza e l’opinione di bene, e se i pregiudizi volgari sono sempre difficili a distruggersi, tutto che contrari alla stessa umanità, quanto sarebbe mai stata contagiosa e pericolosa l’aura di questi applausi popolari presso coloro che o si lasciano abbagliare da uno spirito di poca rischiarata compassione, o credono di protrarre una mal intesa ambizione al di là de’ confini prescritti dalla natura? E qual funesto abuso non sarebbesi potuto fare di questo pubblico fermento e falsa opinione, inducendo scaltramente i più deboli a disporre de’ loro beni a pregiudizio de’ loro congiunti, e per oggetti, quanto all’interesse di alcuni, vantaggiosi, altrettanto al vero spirito della società perniciosi ed opposti? Alle quali considerazioni e riflessioni questo pure si potrebbe aggiungere, che la facilità agli amministratori di queste sostanze d’abusare del prodotto, o rivolgendolo a proprio profitto od a fini molto diversi da quelli voluti da’ testatori, avrebbe forse servito per facilitare ed accellerare la corrutela de’ costumi della nazione.
Ma si prescinda da tutto questo: non è egli vero che se si levi agli uomini l’emulazione ed il bisogno voi li vedete tosto precipitati in una totale indolenza e privi d’ogni principio d’attività e d’industria? Essa va sempre del pari colla difficoltà di procacciarsi una sussistenza; e perciò vediamo gli abitatori de’ paesi freddi, montuosi ed ingrati molto più industriosi e dediti al travaglio di que’ de’ paesi caldi e naturalmente fertili ed abbondanti. Non è già che la natura abbia inegualmente distribuito il dono dell’industria, ma perché vuol essere la necessità che lo faccia schiudere e sviluppare.
Pur troppo per se stesso tende l’uomo all’inerzia, ed havvene pur troppo di sì vili che aman meglio accattarsi il pane che di guadagnarselo con una onorata fatica. Chi dunque soccorre gli uomini quando o per malore, o per l’età, o per qualunque altra cagione non possono per se stessi procurarsi un sostentamento, serve alla di loro conservazione e fa cosa molto utile e virtuosa; poiché io non son già del parere di coloro che vorrebbono che in luogo di fabbricar ospitali si cercasse di rendere tutti i cittadini sì agiati che nessuno ne avesse bisogno: cosa da desiderarsi piuttosto che da sperarsi; ma chi procura ai cittadini una sussistenza gratuita ed indipendente dalla fatica rende agli uomini stessi ed alla sua patria un molto cattivo servigio col fomentare l’ozio e l’indolenza, e collo sminuire in proporzione la massa del travaglio della nazione, nella quale poi in sostanza consiste tutta la vera ricchezza d’uno Stato.
E che ciò sia veramente, figurisi per un momento un popolo, il quale contasse entro i propri confini tante miniere, e sì abbondanti d’oro e d’argento, che non avesse ciascun individuo che a volerne per procacciarsene. Che diverrebbe alla fine di questa nazione? Potendo ella sussistere senza travaglio col provvedersi dal forastiero di quanto fosse necessario alla vita, al piacere ed al lusso, si spopolarebbono poco a poco le campagne, l’agricoltura, l’arti e le manifatture andrebbono in abbandono, di modo che per necessaria conseguenza tutto l’oro delle miniere andrebbe di mano in mano a colare in potere ed in profitto delle altre nazioni; dal che ne verrebbe che mancando finalmente col tempo e per qualch’altro accidente il prodotto delle miniere, la miseria e la spopolazione succederebbe all’indolenza ed alla ricchezza immaginaria de’ metalli, e da uno stato in apparenza florido e vigoroso passerebbe di slancio ad un’estrema debolezza ed abbattimento. Or questi appunto sono, sebbene più in grande, i perniciosi effetti della precaria sussistenza che procurerebbono agli uomini queste istituzioni. Di fatti e qual è quell’artefice che (con grave pregiudizio delle manifatture) o non cercasse un accrescimento di salario, o non abbandonasse, o non rallentasse il suo travaglio in proporzione di quel ch’egli potesse ritrarne pel proprio sostentamento? Ch’egli non lo riassumerà, certamente l’esperienza lo fa vedere qualora anche i primi soccorsi gli venissero a mancare; ed ecco per conseguenza come per prevenire la povertà noi verressimo così a moltiplicarla. L’esempio dell’isola a noi vicina (naturalmente il Giappone), nella quale si soffrono e dove pur troppo la miseria e la mendicità assediano alle porte, nelle strade e perfino ne’ tempii, ce ne può bastantemente convincere.
La povertà, o dirò meglio la mendicità, è un insetto che s’attacca alla ricchezza e si moltiplica in proporzione della sussistenza ch’ella trova mettendola a contribuzione, di modo che io sono di costante parere che se si potessero in un giorno solo togliere dal commercio tutti i poveri d’una città coll’assicurarne la sussistenza, questo non servirebbe che per far luogo ad un egual numero che fra non molto sottentrerebbe a rimpiazzare i primi.
Lungi dunque dal procurare agli uomini questa gratuita sussistenza, le massime d’una sana politica consigliano piuttosto di non toglierli dalla necessità di vivere colla fatica, e di lasciar sempre loro un incessante sprone all’industria. Il riempiere i granai de’ particolari e dispensarli dal travaglio non è quel che convenga, e basta il tener loro l’abbondanza talmente in vista che per vivere la fatica sia sempre necessaria, non mai inutile.
Né sembri contraditorio a quanto fin qui si disse l’aver Con-fut-ze applicata in seguito la metà della sostanza agli operai della nuova fabbrica, poiché se nel primo caso, come abbiam visto, sarebbe stato un mettere il premio all’ozio, all’indolenza e conseguentemente alla miseria, tutt’all’opposto nel caso nostro egli è un proporlo all’attività ed alla fatica, costringendo, per dir così, a divenire artefice per godere di questo partaggio, e mettendo al tempo stesso il padrone della fabbrica in grado di sminuire piuttosto che di accrescere i salari colla sicurezza degli indiretti vantaggi a quella annessi; ciò che in certa maniera verrebbe altresì ad opporsi ai cattivi effetti del soverchio accrescimento de’ metalli, che accrescendo in proporzione il prezzo d’ogni cosa, mette le nazioni più povere in istato di escluderci col buon mercato della di loro concorrenza.
Siccome poi non basta ad uno Stato d’avere nel proprio seno un popolo attivo ed industrioso, quando all’attività ed all’industria manchi il necessario incoraggimento pel difetto d’una proporzionata consumazione, ciò che d’ordinario succede o per la cattiva ed ineguale distribuzione de’ carichi, o molto più perché i carichi stessi eccedono la proporzione della massa circolante, quinci fu che per riparare in qualche parte anche a questo ultimo inconveniente applicò egli in seguito, come si disse, l’altra metà di detta sostanza ad estinzione de’ pubblici debiti, che formavano una gran parte delle eccessive gravezze che si pagavano da quella provincia. Non v’ha dubbio di fatti che se un pubblico ha grossi debiti, il sopracarico che ne risente e che opprime il proprietario de’ fondi si comunica indispensabilmente al coltivatore ed all’artefice, che vedonsi miseramente languire, laddove quando un pubblico non è sbilanciato, l’agevolezza del primo si spande egualmente su tutti gli altri, la circolazione s’accresce, il commercio interno ed esterno prende un nuovo vigore, che sostiene e ravviva l’ arti e le manifatture. Qual miglior maniera adunque a chi desideri il pubblico bene e di promoverlo efficacemente, che quella di disporre piuttosto delle proprie sostanze a sconto dei debiti della sua patria? Qual cosa più degna d’un uomo cittadino? Quai tempi, quai circostanze più bisognose che una massima sì nobile, sì giusta prenda piede nell’animo di molti? E perché non seguiremo noi quanto la ragione consiglia ed il nostro gran legislatore e maestro ci additò coll’esempio? Se ciò succede, noi vedremo crescere l’industria e popolarsi i borghi e le campagne, invece di veder moltiplicate le razze degli uomini inutili: che quel governo deve dirsi il migliore dove ve n’abbia e soffra il minor numero.
Fin qui il commentatore chinese, il quale a dirvela schietta, parmi quando lo leggo che tanto dica delle ragioni belle e buone, e quasi mi persuada; ma quando poi vedo la maggior parte degli uomini co’ quali vivo dire, pensare ed operare tutt’all’opposto, allora, io non saprei, mi lascio nuovamente trasportare dalla corrente e torno a dubitare.
S. [Pietro Secchi]
I tre seccatori
L’occupazione di scrivere, e singolarmente di scrivere un’opera periodica, pare molto geniale e graziosa, e certamente v’è qualche cosa che non è volgare nel piacere di vedersi in un regolato carteggio colla specie umana, vedere che un buon numero di persone crede le cose che scrivete degne dell’incomodo di leggerle, poter comunicare ai vostri cittadini con somma facilità le idee che vi occorre di comunicar loro, addossarsi una certa qual magistratura di ragione che sottrae la vostra vita e i pensieri vostri dalla oscurità, ottenere in somma l’approvazione di quei che più si stimano e qualche meschina cicalata da qualche rettile scrittore, contrassegni tutti di buon augurio. Chiunque da quest’aspetto mirerà l’occupazione nostra, dovrà persuadersi che realmente abbiamo trovato il modo di passar bene molte ore della nostra vita, e ve l’accordo. Ma le cose di questo mondo hanno sempre due manichi, diceva un antico filosofo, e, per dirla, aveva molta ragione. Ogni situazione ha le sue traversie, e gli scrittori del Caffè hanno anch’essi le lor buone seccature quanto ogni altro essere di questo mondo; e se io questa mattina ho dovuto soffrirne alcune in grazia de’ miei lettori, ogni ragion vuole ch’io non trattenga quel ch’è d’altri, e le trasmetta a’ miei lettori sane e intatte quali mi sono state confidate.
Questa mattina dunque era il solo tempo che mi rimaneva per riempiere questo foglio, l’editore me ne faceva istanza, io lo aveva già promesso, ed aveva già incominciate alcune righe su un argomento che mi costava fatica. Appena un mezzo quarto d’ora era trascorso dacché aveva intrapreso a scrivere, che mi vien detto che un certo abate aveva somma premura di parlarmi. L’urbanità non consente di ricusare gli abati che hanno somma premura. Venga il signor abate. Eccoti il signor abate lindo, fresco, bel parrucchino, bella riverenza, il qual comincia a domandarmi come io stia di salute. To’ to’, diss’io fra me stesso, che sia un medico costui? Poi, la cosa parendomi troppo strana, gli chiesi del suo nome. Sono il Tal de’ Tali. Benissimo; in che posso obbedire il signor Tal de’ Tali? Il piacere, mi rispose, di conoscere personalmente uno de’ scrittori del Caffè mi ha condotto da lei. Oh per dieci, che bel foglio! Le assicuro ch’io non le potrei ben ridire quanto mi piaccia! Quante belle cose ha detto del Goldoni, ma sopratutto quel bel titolo di probocomico che le ha dato, mi piace estremamente. Probocomico! Non si poteva dir meglio: il nostro probocomico! Signor Tal de’ Tali, gli diss’io, le sono veramente molto obbligato per l’ufficio gentile ch’ella vuol far meco, ma egualmente dispiacemi che Vossignoria trovi sì ben adattato un vocabolo trascorso per puro errore di stampa: protocomico dovea dire, cioè primo comico dell’Italia, giacché questa lode ben si merita fralle altre il nostro signor Goldoni; ma probocomico, dandolo per distintivo al signor Goldoni, sarebbe stata un’offesa agli altri scrittori comici, i quali se non sono da paragonarsi a lui a parer mio nell’arte del teatro, possono nulladimeno pretendere il titolo di probità al pari d’ogni altro… Ma pure quel probocomico io lo credea, soggiunse l’abate… Signor no, gli diss’io, pare a lei che tornasse a conto di grecheggiar in tal guisa con due parole ambo italiane per dire probocomico? Signor abate, la maggior parte de’ nostri lettori ha inteso sin da che si distribuì quel foglio quinto che v’era errore di stampa; così quel nodaro in vece di notaio, così alcuni altri, i quali sono sempre inevitabili quando gli autori sono lontani delle miglia dalla stamperia. Benissimo, soggiunse l’abate, ella dice bene. E di novità di mondo non ne abbiamo nessuna? Nessuna ch’io sappia. Abbiamo una bella stagione per verità. Bella assai veramente. E il signore se ne sta sempre così la mattina in sua casa, sempre allo studio, sempre faticando? E Vossignoria, signor Tal de’ Tali, la mattina se ne va sempre in giro a visitar le persone? Non vorrei esserle di disturbo. Oh di disturbo! non è possibile, ma veramente ho qualche cosa da fare. Giacché dunque non son di disturbo, mi sarà permesso profittare del vantaggio che ho di essere seco. Oh padrone… Oh signore… In verità… L’assicuro… Son così obbligato… Tanto gentile… Anzi lei… Vossignoria dunque, a quel che vedo, vive il verno nella stuffa? Signor sì, com’ella vede. E non ne soffre? Non signore. E può scrivere e pensare in quest’ambiente? Signor sì, alla meglio. Per altro il calore è assai sensibile. Io feci motto al servitore perché accrescesse il fuoco, e frattanto ripetei due o tre volte inutilmente al signor abate che avevo qualche lavoro per le mani da sbrigare. Il calor crebbe, io vidi dopo un’ora le vaghe luci del signor Tal de’ Tali brillanti come quelle d’un ubbriaco, e il bel color porporino del suo volto accrescersi per gradi: vedrem, dicea fra me stesso, chi di noi due la vince. Finalmente dopo una serie d’inezie non ne poté più, e congedossi maravigliatissimo come io regga ad un’aria sì calda.
Appena fui solo, che benedissi e padre e madre e tutti gli ascendenti miei che mi hanno trasmesso in corpo un sangue che somiglia un poco a quello delle salamandre e che regge al caldo più degli altri. Ripresi la penna e le interrotte idee… Eccoti un nuovo annunzio. Il figlio del legnaiuolo di casa che ha una grazia da chiedermi, che prega, che supplica, che in due parole si sbriga. Povero uomo, sarà qualche bisogno, qualche occasione da far del bene; venga il figlio del legnaiuolo. Signore, convien sapere che mio padre Giacomo, che ha fatto il tetto della tal casa, e le finestre della tale stanza, e così Giacomo non ha voluto l’anno passato essere assistente della Confraternità de’ legnaiuoli, perché Steffano suo cognato aveva detto che nell’amministrazione delle limosine della Confraternità volevasi mettere un nuovo regolamento, e perciò Lucia sua moglie, che viene ad essere poi mia zia, perché è moglie del fratello di mio padre, e così Giacomo non ha voluto essere assistente. In questo mentre Antonio, che era fratello di Lucia, perché avendo saputa la gran bontà di Vossignoria… Con questo limpido ragionamento proseguì per un mezzo quarto d’ora senza ch’io potessi intendere che diamine si volesse dire. In fine, dopo molta fatica, il risultato di tutta questa bella spedizione era che il padre di costui era prefetto della Confraternità, che si dovea fare un officio generale de’ morti, e che voleva ch’io gli facessi l’onore, la grazia, la gloria di fargli un sonetto per i morti legnaiuoli. Figuratevi, son già alcuni anni ch’io non faccio più il cigno, e mi pare che a far la parte da uomo sul teatro di questa vita sia abbastanza. E poi salire in Elicona per i legnaiuoli! E poi fare un sonetto! Via, fanciul mio, prendi questo scudo, vanne dal Tale, digli da mia parte che ti faccia un sonetto colla coda, saluta tuo padre e sta con Dio. Ma signore… noi volevamo aver qualche cosa del suo; perché il priore e l’assistente… per far vedere che almeno se serviamo la casa, potiamo far capitale della protezione… Lasciami in pace, fanciullo, per amor del Cielo, credimi che dandoti uno scudo ti do maggior prova di benevolenza che se ti dassi un sonetto. Addio… Sono mortificato… E perché mortificato! Va, quando tu pigli moglie ti darò una dote, lascia fare; non sei contento? Poiché così ella vuole… Addio, addio; raccomanda a tuo padre che si sbrighi a portarmi il mio armario.
Lodato il Cielo, eccomi liberato anche dal sonetto: rimangono due ore, e in queste due ore voglio assolutamente star solo a terminare il mio foglio. Mentre sto facendo questo bel proposito… Signore, è qui un italiano venuto da Germania, che ha commissione del Tale di visitarlo. Il Tale è mio intimo amico! Non vuo’ differire ad averne sue nuove. Venga l’italiano. Servitor divotissimo. Padron mio. Io ho ordine dal signor Tale di visitare Vossignoria. Che fa il mio rispettabile, il mio caro amico? Bene. Gli chiedo de’ suoi affari, della sua famiglia, e sin qui andò bene, se non che mi ferì l’orecchio il pasticcio che il mio italiano faceva intrudendo le parole o le frasi tedesche nella lingua nostra. Gots Tausend! Che caldo fa in questa stanza! A proposito; m’è stato detto che Vossignoria è un uomo studiato. Oh Vossignoria non creda a queste ciarle, gli rispos’io, sono un uomo come gli altri, so leggere e scrivere, e qualche volta mi diverto con qualche libro. Che libri ha letto lei? Le dirò, ho letto il Caloandro fedele, ho letto Guerin Meschino e la Frusta Letteraria. Buone cose, buone cose, oh mi rallegro: anch’io in mia gioventù mi son dilettato molto di studio, e particolarmente di magia bianca. Bravissimo, bello studio la magia bianca! Oh bello assai. Per esempio, come farebbe Vossignoria a far andar per aria un uovo senza toccarlo? Il problema per verità è difficile. Problema! No, non c’entra problema, non fa bisogno di nessuna droga; dirò io: faccia un buco nell’uovo, poi prenda un cannellino e succi tutto l’uovo, sicché non ne rimanga che il guscio: intende? Intendo benissimo. Bene; poi prenda una spugna, e la mattina di buon’ora vada in un prato, e giri la spugna sull’erba: Vossignoria sa bene cos’è la ruggiada? Sì, sì, so cos’è. Bene, la ruggiada entra nella spugna, intende? Ottimamente. Bene, quando la spugna sia bene inzuppata di ruggiada, faccia entrar quella ruggiada nell’uovo e riempiuto ch’ei sia ne turi il foro con un po’ di cera, intende? Intendo. Esponga quel uovo ai raggi del sole, i raggi del sole attragon la ruggiada, e non potendo la ruggiada uscir dall’uovo, perché l’uovo è chiuso… intende? Vada pure. Bene, non potendo la ruggiada uscir dall’uovo, perché l’uovo è chiuso, innalza il sole l’uovo poco a poco a vista d’occhio… E l’ovo va a fare una frittata nel sole, non è vero?, diss’io. Non so poi dove vada a finire, ma so che va in aria e l’ho veduto più volte. Vossignoria l’ha veduto? Signor sì, io, io l’ho veduto, e fatto più volte. Me ne rallegro assai, soggiunsi io; ma dica, di grazia, e Vossignoria, dopo aver fatti sì prodigiosi progressi nella magia bianca, s’è poi arrestato sul più bello in tal guisa, e non ha pensato seriamente a volare? A volare io non ho pensato, perché mi pare cosa impossibile. Adagio, signore, ripresi io, possibilissimo. Vossignoria a digiuno si beva due o tre pinte di ruggiada, intende? Indi col suo bel ventre scoperto si presenti ai raggi del sole, intende? Il ventre essendo chiuso, e la ruggiada dovendo salire, si sentirà tratto in alto per l’ombilico dal sole istesso, e con un po’ d’industria potrà trasportarsi dove vuole per l’aria, intende? Oh oh, curiosa cosa! mi soggiunse l’italiano; mi pare che Vossignoria abbia studiato poco assai. Se gliel’ho detto sin dal principio ch’io so leggere e scrivere, e non pretendo di più, intende? Vossignoria perché replica quell’intende? Pare che voglia dir ch’io parli male. Vossignoria ha preso il cioccolatte questa mattina? Signor no. Eh; il cioccolatte al signore! E così verso l’ora del pranzo prese egli il suo cioccolatte, e se ne andò quando al Ciel piacque, lasciandomi il capo pieno di seccature potentissime, le quali, ora che le ho consegnate al mio caro lettore, mi sento assai sollevato.
Da questa sincera relazione ognuno potrà intendere facilmente che anche il mestiere di scrittore del Caffè ha i suoi mali, e che gli oziosi sono un flagello continuo di chi coltiva le lettere, qualora non si determini robustamente a rompere ogni lega con essi, a costo di lasciar dire tutto il male che sanno e possono, cosa che non manca mai in simil caso.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXI )(
[Estratto del Trattato astronomico del signor de La Lande]
Quantunque l’istituto de’ fogli nostri non sia di annunziare le novelle della repubblica delle lettere, né di dare gli estratti dei libri che compaiono alla luce; con tutto ciò, per una volta ci facciamo lecito di trasgredire le leggi prescritteci. Il viaggio d’Italia che il celebre signor de La Lande sta per fare e il merito dell’opera ch’egli ultimamente ha data alle stampe faranno ricevere di buon grado la notizia che siamo per darne, e speriamo che sia per dare tanto piacere ai lettori nostri, quanto lo ha dato a noi, la lettura di questo breve estratto trasmessoci da uno de’ più ragguardevoli letterati d’Europa. Il titolo del libro è il seguente:
Trattato compito d’astronomia teorica e pratica, che contiene delle nuove tavole astronomiche, due volumi in 4° di più di 800 pagine per uno, con 36 tavole in taglio dolce di Monsieur de La Lande, Consigliere del Re, Lettore Reale di matematica, Censor Reale, membro dell’Accademia Reale delle Scienze di Parigi, della Società Reale di Londra, dell’Accademia delle Arti stabilita in Inghilterra, della Accademia Reale di Petersburg, dell’Accademia Reale delle Scienze e Belle Lettere di Prussia, di quella di Gottinga, dell’Istituto di Bologna, delle Accademie di Lione, di Roano, di Digion, di Caen, di Auxerre. A Parigi per Desaint e Saillant 1764.
L’astronomia è forse la sola scienza di cui non si ha ancora verun trattato compito. La Francia, l’Inghilterra, l’Alemagna non hanno prodotto fin ora che libri puramente elementari o delle opere particolari su alcune parti di questa scienza. Monsieur de La Lande ha intrapreso di trattare l’astronomia in tutta la sua estensione, senza trascurare alcuna delle parti di questa vasta scienza, e in maniera di dispensare i curiosi da ogni altro libro d’astronomia.
Si legge alla testa del primo volume una prefazione lunghissima, destinata a far conoscere il piano di tutta l’opera e la maniera con cui deve essere letta da quelli che vogliono intraprendere uno studio serio della astronomia. Vi si vede in appresso un dettaglio curioso sulla preminenza e i vantaggi della astronomia, sulli differenti oggetti a’ quali essa si applica, sulla stima che ne hanno avuta i più gran principi, sugli onori resi agli astronomi celebri. Vi si trovano gli elogi che i più gran filosofi e i poeti più famosi hanno dati a questa scienza; gli stabilimenti che hanno servito a’ suoi progressi, il catalogo di tutti gli osservatorii che hanno esistito o che esistono attualmente. Questa prefazione finisce col catalogo de’ valori o prezzi de’ canocchiali, telescopi, quadranti o altri stromenti di astronomia che si lavorano in Francia e in Inghilterra.
Il corpo dell’opera è diviso in ventiquattro libri, independentemente dalle tavole astronomiche: il primo libro contiene gli elementi della sfera, o i primi principii dell’astronomia spiegati in una maniera altrettanto nuova quanto luminosa. Monsieur de La Lande suppone una persona che per la prima volta in una bella notte alza gli occhi al cielo per contemplarne lo spettacolo; cerca quali saranno i primi oggetti che faranno impressione negli occhi dello spettatore, i primi astri ch’egli noterà, i primi fenomeni che se gli presenteranno. Monsieur de La Lande parte di là per isviluppare a poco a poco le prime conseguenze che un uomo di spirito può tirare da ciò che ha veduto; segue al fine le traccie di que’ primi pastori della Caldea che furono i primi inventori dell’astronomia, e conducendo il suo lettore a passo a passo, l’aiuta a scoprire tutto quello che gli antichi osservatori non riconobbero che dopo più secoli di osservazioni; fa vedere la necessità d’immaginare alcuni circoli, alcune figure nel cielo, di dar loro de’ nomi, di rappresentarli su i globi e sulle sfere, e di far uso di questi istromenti.
Il secondo libro contiene l’origine dell’astronomia e i suoi progressi presso tutti i popoli del mondo, l’istoria degli astronomi i più famosi, come d’Ipparco, Tolomeo, Copernico, Ticone, Keplero, Cassini, Flamestedio, Ugenio, de la Caille ec., la loro vita, le loro scoperte, le loro opere e il catalogo di tutti gli astronomi che son vissuti e sono morti fino all’anno 1764.
Il terzo libro è una descrizione del cielo stellato e delle costellazioni: vi si vedono i diversi nomi di ogni costellazione, l’origine di questi nomi, il numero delle stelle che compongono ciascuna di esse, i passi de’ poeti che ne hanno parlato. Monsieur de La Lande dà un metodo facile per conoscere ancora senza maestro, senza globi, senza figure o carte celesti tutte le costellazioni, partendo da quella d’Orione, che è la più rimarchevole di tutte. Questo libro si termina col dettaglio di tutte le stelle nuove, variabili, doppie, nebulose, o che hanno alcuna cosa di singolare.
Il quarto libro contiene i fondamenti essenziali di tutta l’astronomia, o le ricerche principali da cui tutte le altre dipendono, come sono la determinazione esatta del luogo del Sole e di una stella, l’osservazione degli equinozi e de’ solstizi, la misura del tempo, il calcolo dell’astronomia sferica, cioè a dire del levare e del tramontare degli astri, de’ lor passaggi pel meridiano, alfine di tutto ciò che appartiene all’astronomia in generale, e che è necessario per l’intelligenza de’ trattati seguenti.
Il quinto libro tratta de’ sistemi di Tolomeo, di Ticone, di Copernico. Monsieur de La Lande dimostra l’evidenza di questo, e risponde a settantasette argomenti del padre Riccioli contro il moto della Terra.
Il sesto libro contiene l’astronomia planetaria, la maniera con cui sono state trovate le rivoluzioni de’ cinque pianeti, la figura delle loro orbite, le loro distanze, i loro diametri e tutti gli elementi de’ cinque pianeti, cioè a dire di Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, co’ risultati de’ differenti autori.
Il settimo libro tratta del moto della Luna, delle sue fasi, delle sue inegualità, delle tavole che ne sono fatte, di tutte le circostanze che sono particolari a questo pianeta.
L’ottavo libro contiene la spiegazione del calendario antico e moderno, degli anni, de’ cicli, de’ periodi, delle epoche, della cronologia e dell’uso che vi si fa della astronomia.
Il nono libro tratta delle parallassi e di tutti i calcoli che ne dipendono, per esempio de’ metodi curiosi co’ quali si determina la distanza de’ pianeti: vi si dimostra che la Luna è a 90 mila leghe da noi, il Sole a 33 milioni ec.
Il decimo libro contiene il calcolo degli ecclissi della Luna, degli ecclissi del Sole, degli ecclissi delle stelle, tutti i metodi che si sono immaginati per predirli esattamente sono dettagliati in questo libro, e monsieur de La Lande dà un nuovo metodo più semplice e più esatto di tutti quelli che si avevano fino ad ora.
L’undecimo libro comincia il secondo volume dell’opera. Questo è un trattato compito de’ passaggi di Mercurio e di Venere sotto il Sole, de’ calcoli che se ne sono fatti, delle conseguenze che se ne tirano: vi si vede sopratutto l’importanza del passaggio di Venere sotto il Sole, che si aspetta per l’anno 1769 e che deve insegnarci con una precisione più grande che non si è avuta fin ora la distanza del Sole e di tutti i pianeti dalla Terra.
Il duodecimo libro ha per oggetto la refrazione astronomica, o lo storcimento de’ raggi della luce nel passare per l’atmosfera, effetto che influisce su tutte le osservazioni astronomiche.
Il decimoterzo libro è una descrizione ampissima e sommamente dettagliata di tutti gli istromenti di astronomia che sono impiegati attualmente ne’ più famosi osservatorii dell’Europa, cannocchiali, telescopi, quadranti, sestanti, settori, micrometri, istrumenti de’ passaggi, machine parallatiche, eliometri ec.; vi si vedono le loro dimensioni e le lor figure intagliate a taglio dolce.
Il decimoquarto libro contiene l’uso e la verificazione di tutti gli strumenti, cioè a dire la maniera di osservare tutte le sorte di fenomeni celesti, tutte le attenzioni che deve usarvi l’osservatore il più esatto: questo finalmente è un trattato d’astronomia pratica, fatto da un osservatore assiduo. Vi era da gran tempo il lamento del non esservi assolutamente nulla di scritto in questo genere.
Il decimo quinto libro tratta della grandezza della Terra, della figura e della sua compressione: vi si vede l’istoria di tutti i viaggi famosi che l’Accademia ha fatti fare e di tutti i volumi che sono stati pubblicati su questa materia da monsieur de la Condamine, monsieur Bouguer, monsieur de Maupertuis, dal padre Boscovich, da monsieur Clairaut, da monsieur Cassini, da monsieur de la Caille.
Il decimo sesto libro racchiude la teoria de’ movimenti apparenti che si scorgono nelle stelle fisse a motivo della precessione degli equinozi e della parallassi del grand’orbe: vi si vede l’effetto delle attrazioni de’ pianeti che mutano l’orbita della Terra, la diminuzione della obliquità della ecclitica e i movimenti straordinari che hanno avuti diverse stelle per cagioni particolari.
Il decimo settimo libro è un trattato della aberrazione e della mutazione, che sono inegualianze apparenti, nuovamente scoperte nelle stelle fisse.
Il decimo ottavo libro è l’astronomia de’ satelliti, o l’istoria de’ pianeti che girano intorno a Giove e Saturno, de’ lor movimenti, delle loro inegualità, delle loro ecclissi, delle lor tavole. Questa teoria non era ancora stata spiegata in alcun libro di astronomia.
Il decimo nono libro contiene la scienza delle comete. Monsieur de La Lande vi tratta della lor natura, delle loro apparizioni, delle loro orbite; vi dà la maniera di calcolare i loro movimenti, l’istoria di tutte quelle che hanno avuta alcuna cosa di rimarcabile, il catalogo di tutti gli elementi di quelle che sono cognite e le tavole necessarie per farne il calcolo e predirne il ritorno.
Il ventesimo libro tratta della rotazione di tutti i pianeti intorno al loro asse, del loro disco apparente, delle loro figure, delle lor macchie; vi si vede la maniera di determinare l’equator solare, di predire le fasi dell’anello di Saturno, di calcolare e di osservare la librazione della Luna, oggetti che non sono ancora trattati in alcun libro d’astronomia in una maniera che soddisfaccia.
Il ventesimo primo libro è un compendio delle sezioni coniche, del calcolo delle serie, del calcolo differenziale e integrale relativamente all’astronomia, essendo i libri ordinari che trattano di questi differenti oggetti insufficienti per l’uso di questa scienza e sopra tutto pel calcolo delle attrazioni celesti.
Il ventesimo secondo libro, uno de’ più importanti e de’ più diffusi di tutta l’opera, contiene la teoria dell’attrazione universale, la dimostrazione di questa legge, le inegualità che ne risultano. Non vi era ancora nulla di scritto su questa materia che fosse elementare e chiaro. Monsieur de La Lande ha messo il famoso problema de’ tre corpi alla portata di tutti, e perfino anche quello della precessione degli equinozi dedotta dalla attrazione, che si risguarda ancora come il più difficile di tutti, sul quale lo stesso Newton aveva sbagliato, e che forma ancora oggetto di contesa fra’ geometri.
Il ventesimo terzo libro contiene la trigonometria sferica, e perfino le dimostrazioni di trigonometria rettilinea, che non sono ne’ libri ordinari: vi si trovano pure le analogie differenziali, che sono di un grandissimo uso nella astronomia, e che per la maggior parte non erano dimostrate in alcun autore.
Il ventesimo quarto e ultimo libro è destinato pel calcolo astronomico propriamente detto: vi si impara a calcolare i movimenti celesti dalle osservazioni, a costruirne delle tavole astronomiche, a far uso di queste tavole; vi si trova la notizia de’ logaritmi, delle interpollazioni; il calcolo delle opposizioni, delle congiunzioni, de’ luoghi de’ pianeti dedotti dall’osservazione. Finalmente monsieur de La Lande vi ha aggiunte le tavole del Sole di monsieur de la Caille e quelle della Luna di monsieur Mayer, le migliori che si abbiano, alle quali egli ha fatto delle aggiunte che le rendono ancora più perfette.
È facile a vedere, dalla esposizione che noi abbiamo fatto delle materie contenute in questi ventiquattro libri, che non vi manca niente di tutto quello che si può desiderare per formar un trattato compito di astronomia. Noi finiremo coll’avvertire che questo è il frutto di quindici anni che monsieur de La Lande ha consacrato alle matematiche e specialmente alla astronomia. Fin dall’anno 1751 l’autore fu scelto dall’Accademia delle Scienze per andar a Berlino a fare delle osservazioni astronomiche, affine di determinare la distanza della Luna dalla Terra. L’anno 1759 fu scelto per comporre l’opera che l’Accademia delle Scienze pubblica ogni anno col titolo di Connoissance des mouvemens celestes: ciò basta per far conoscere l’autore.
Tale è l’estratto che abbiam creduto bene di comunicare ai lettori del nostro foglio, molti de’ quali avranno il piacere di conoscere personalmente fra poco il chiarissimo autore di quest’opera, la quale certamente resterà come un’opera classica e di grande utilità pubblica. I primi tre libri sono intelligibili ad ognuno, e piaceranno anche a chi non sia punto geometra né analista; il secondo e il terzo massimamente sono pieni d’erudizione, e tutta l’opera è corredata con immensa ricchezza di citazioni de’ migliori scrittori e della storia esatta di tutte le scoperte più interessanti. I geometri poi e gli astronomi vi troveranno bellissime notizie, metodi eccellenti e calcoli anche sublimi.
Questa uscita però, che abbiamo ora per la prima volta fatta dal proposito nostro, non dia già a credere ad alcuno che siamo noi inclinati a trasmutare il nostro foglio in un foglio novelliere letterario: noi non daremo che ben di rado, e per cagioni straordinarie, di sì fatti estratti, giacché né i La Lande sono frequenti in Europa, né dalle stampe escono sovente opere di tal natura, né gli autori che le producono intraprendono il viaggio d’Italia.
[Ruggero Boscovich]
[Lettera d’un medico polsista]
Allo scrittore P. del Caffè
Io son medico polsista; tocco dugento polsi al giorno, e ricevo due mila scudi l’anno in ricompensa de’ miei toccamenti. Quel giorno appunto in cui pubblicaste il discorso contro i polsisti ho acquistati tre clienti di più. La mia rendita è tanto più stabile quanto ch’ella ha per cauzione gli errori degli uomini. La vostra briga è tanto più difficile quanto che avete per avversari tutti coloro ai quali vorreste far del bene. Giudicate, scrittore P.: l’animal ragionevole in questo caso siete voi o lo sono io? Sin che gli uomini saranno deboli mentre sono ammalati, ossia sinché gli uomini saranno uomini, avranno tutta la docilità per chi farà sperar loro la guarigione; tutte le ragioni avranno sempre minor forza di quel principio inerente all’uomo medesimo. Questo è un pezzo d’erudizione che potreste riporre nel Caffè.
Il signor dottor Anonimo è servito. Ecco riposto nel Caffè il biglietto che mi ha trasmesso. Il signor polsista ha più buon senso di che non ne abbiano la maggior parte de’ suoi compagni: il ragionamento ch’egli fa è giustissimo a considerarlo sotto un aspetto solo. Se la commedia che noi uomini rappresentiamo su questo globo non dovesse consistere in altro che nel profittare de’ mali e delle debolezze altrui, il signor polsista avrebbe ragione, e seco lui avrebbero pur ragione tutti i curiali che rovinano i patrimoni, tutti que’ che contraggon debiti per fallire, tutti i ladri, e domestici e di strada; in una parola, non vi sarebber più principii né di religione, né di morale, né d’onestà. Due mila scudi l’anno sono un bene; ma la vergogna di guadagnarli con un mestiere o inutile o pernicioso alla società è un male. Tacio le ragioni superiori. Resta a bilanciare qual sia maggiore, se il bene o il male; e questa decisione dipende dal senso di ciascheduno. Se io dovessi fare il medico farei ogni sforzo per radunare in me tutte quelle cognizioni le quali potessero rendermi capace da sollevar dai malori gli uomini che si fidassero di me; e quel poco che io mi procacciassi col mio sapere, me lo goderei come un onorato frutto del mio talento, senza rimorsi e senza vergognarmi della mia professione in faccia a chi che sia. Chi pensa altrimenti forse ne riceverà maggior lucro; ma questo lucro deve pagarlo colla continua inquietudine di essere smascherato, colla continua sollecitudine di nascondere la propria ignoranza, colla fuga attentissima delle occasioni in cui debbasi incontrare un medico veramente tale; in somma con rimorsi, con amarezze e con un fascio di sventurate sensazioni, le quali non son mai ben pagate, qualunque sia la somma del danaro che producono. Io non ho nessuna vergogna nel dir delle verità e nello scriverle. Gl’impostori hanno sempre un crudelissimo disprezzo di loro medesimi nel fondo del cuore. L’animal ragionevole dunque credo che lo son io.
P. [Pietro Verri]
Un ignorante agli scrittori del Caffè
Io non so, per grazia del Cielo, né leggere né scrivere, ma senza saper leggere e senza saper scrivere, so però dire il fatto mio all’occasione, e se ciò sia ne giudicherete voi medesimi scrittori del Caffè alla lettura di questa carta scarabocchiata da un dottore in legge, ma composta da me, acciocché venga alle vostre mani. Voi vedete, scrittori del Caffè, ch’io al bel principio mi chiamo un ignorante; questo vi serva di prova ch’io non pretendo di fare il ciarlatano in faccia di nessuno, che dico bianco il bianco e dico nero quello che è nero, e se vi farete riflessione, forse troverete che questa mia ingenuità può meritare più stima di quella che non ne meriti l’arte di parlar con una penna d’oca.
Io adunque sono, come ho già protestato, un ignorante, cioè un uomo che non sa nulla di tutto quello ch’è stato detto, fatto o pensato dagli uomini. Il mondo è cominciato per me quarant’anni sono, desidero che termini più tardi che sia possibile, né mi curo di saper le pazzie degli uomini, le quali presso poco saranno state per lo passato sul gusto di quelle che posso vedere attualmente sotto gli occhi. Non mi curo de’ fatti altrui, e certamente i fatti degli uomini morti e seppelliti miliaia d’anni sono non mi incomoderò mai a ricercarli.
Ora che v’ho fatta la dichiarazione del mio carattere, vi devo mostrare per qual ragione io, che de’ fatti altrui non mi prendo briga, pure spenda uno scudo con questo signor dottore, acciocché scriva a voi i miei sentimenti. Sappiate dunque che per quella ragione per cui non m’impaccio nelle cose d’altri, per la medesima nemmeno soffro che altri s’impacci delle cose mie; e siccome ho inteso raccontare che voi nel vostro foglietto andate spargendo delle massime contrarie alla libertà d’essere ignorante, e cercate di fare che gli altri ridano di noi, e vorreste pure acquistarvi una indebita superiorità a spese nostre; così sono costretto a fare la generosità d’uno scudo al detto signor dottore che scrive le mie buone ragioni che ho da dirvi, acciocché voi altri scrittori del Caffè facciate una volta giudizio, e stando ne’ limiti della ragione, lasciate vivere in pace il genere umano come torna comodo a ciascuno.
Non sono molti giorni che in una conversazione si parlava di commercio (maledetto commercio, al dì d’oggi dappertutto se ne parla!). Io dunque dissi che per far fiorire il commercio vi vuol altro che de’ bei ragionamenti, vi vogliono quattrini. Un certo quondam prese a contrastare la mia proposizione, e sostenne che il commercio produce i quattrini, non i quattrini il commercio, sostenne che i molti quattrini sono un impedimento al commercio, sostenne… oh quante cose che sostenne! La mia proposizione l’aveva già detta in vita mia quarantanove volte, ed era passata per buona, ora l’ho detta per la cinquantesima volta, e tutta la compagnia si è fatta le beffe di me, ed ha approvata l’opinione di quel quondam. Quel quondam ho poi saputo che legge i fogli del Caffè.
Ieri si parlava d’ un medico. Io ho detto ch’egli poteva esser bravo medico in teorica, ma che in pratica non valeva un zero. Questa proposizione è chiara come il sole, ognuno l’ha sempre potuta dire, e certamente l’ho sempre intesa ripetere da tutti gli uomini savi. Un certo quidam: Sì, sì, disse la porta del tempio dell’Ignoranza, e si pose a sorridere, e gli altri fecero lo stesso; ed io rimasi di stucco, e seppi poi che voi altri nel Caffè avete posto in ridicolo questa opinione.
Altre volte dacché avete pubblicato quel vostro Caffè ho dovuto udire chi diceva bene del lusso, chi diceva male dei fidecommessi, chi si rideva di quel grand’uomo di Giustiniano e di Baldo e di Bartolo, chi sosteneva che in Milano ogni quattro giorni ne piove uno: in somma non si sa più come vivere in pace e dire buonamente il fatto proprio, che dappertutto andate diseminando mille opinioni, o scrittori del Caffè, che mi fanno venir la bile, e oltre allo scudo che devo per voi spendere col signor dottore, temo che ne dovrò spendere un altro col medico e collo speziale per liberarmene.
I medici non dicon male degli ammalati, i curiali non dicon male de’ litiganti; non vedo ragione perché gli uomini di lettere non facciano lo stesso con noi, tanto più poi quanto che l’ammalato crede d’aver bisogno del medico, il litigante crede d’aver bisogno del curiale, noi non crediamo d’aver bisogno dei letterati, e potiamo far loro de’ brutti scherzi. Fate giudizio. Schiavo, scrittori del Caffè.
P. [Pietro Verri]
[Opinione che debbesi tenere delle cognizioni proprie]
Io sono l’uomo più ignorante di tutti: è una proposizione questa che non la può dire con verità che un solo uomo al mondo; e quel solo che la potrebbe dire con verità non la può pensare. Chi si serve dunque di questa proposizione, dice lo stesso che umilissimo, divotissimo ed obbligatissimo servitore. Io sono l’uomo più illuminato di tutti: è una proposizione questa che non la può dire con verità che un solo uomo al mondo; e se la dicesse prima che gli altri uomini l’abbian detto, forse avrebbe le sassate. Vi sono degli uomini più ignoranti di me, vi sono degli uomini più colti di me: questa è la proposizione che devono pensare e dire tutti gli uomini dell’universo, trattine due. Se i nostri studi sono ben diretti, a misura che vi ci applichiamo, il numero dei più colti di noi va diminuendo; se i nostri studi sono mal diretti, a misura che vi ci applichiamo, il numero dei più colti di noi va crescendo. Un bambino appena nato è in uno stato di mezzo fra l’uomo ben dotto e l’uomo malamente dotto, poiché fra la verità e l’errore può dirsi che vi sia di mezzo il zero. Ogni nozione umana è sempre incerta, se non è stata preceduta dal dubbio, poi dall’esame, e il più delle volte da quella stessa traffila non ne ricavi che la probabilità. La dimostrazione non s’estende al di là della convenienza o disconvenienza delle idee. Se cerchi dalle scienze il pane, ti compiango; se cerchi dalle scienze una distrazione alla noia, ti lodo; se cerchi dalle scienze i mezzi di renderti migliore, ti onoro. Poco conoscerai le cagioni, e certamente meno di quel che gli uomini credono di conoscerle, a misura che la tua mente farà progressi. Le scienze conducono a stabilire i limiti dell’intelletto umano, e a determinare quai ricerche vi si contenghino e quali ne sian fuori.
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXII )(
Dissertazione sugli orologi
Se non v’è cosa che all’uomo selvaggio sembri più inutile e ridicola quanto la misura del tempo, non v’è però cosa più interessante per l’uomo che vive nella società. Quegli, non d’altro occupato che degli oggetti presenti, a null’altro s’applica che alla attuale sua felicità; la fame e la sete sono ordinariamente i soli motivi che lo tolgono da quella perfetta indolenza in cui passa gran parte della sua vita, e che ben vale le frivole clamorose occupazioni dell’uomo socievole e gl’ingegnosi deliri del filosofo. Tranquillo d’animo, sano e robusto di corpo, scevero dalle passioni più violente, dopo aver saziato il puro naturale bisogno non si logora lo stomaco con cibi alterati o soverchi, né fa un fatale dispendio di spiriti nel pensare.[106] Le pochissime sue idee si succedono lentamente, né vengono di frequente eccitate dalla varia interessante mutazione degli oggetti esterni. Il tempo, che noi non sentiamo che per la più o meno pronta successione delle nostre idee, è talmente impiegato da’ selvaggi, che appena ne possono sentire il corso; lo stesso accade anche all’uomo socievole, quando ei sia seriamente affacendato; coloro, per lo contrario, che non sapendo esistere che fuori di loro medesimi, portano da una conversazione nell’altra la insopportabile noia e la faticosa loro indolenza; coloro che non hanno la moderazione del selvaggio, né i bisogni del povero, né le rissorse del letterato; que’ che ripongono il dovere d’un buon cittadino nell’esattezza di ricambiarsi le visite, d’accrescere uffici ad uffici, pe’ quali convien che dividano ad iscrupolo i minuti d’un oriuolo, che loro è indispensabile; questi devono con tanto maggior sollecitudine ricercare una giusta distribuzione d’ore, quanto che gli orologi loro porgono un inesausto campo di discorrere, e così supplire alla sterilità della loro mente.
Per fortuna l’arte di far macchine che dividano e segnino costantemente il tempo ha ricevuto dall’industria de’ moderni tutta quella perfezione di ch’ella sembra capace; poiché senza annoverare gli oriuoli rinchiusi in orecchini o in anelli,[107] e que’ che suonano non le ore sole, ma i minuti, o ad ogn’ora un delicato concerto, e que’ che marcano i giorni del mese, le feste, il giro de’ pianeti,[108] e ciò con singolare maestria, siasi per la giustezza o sia per il lavorio esteriore; senza, dico, annoverar tutto ciò e rapportare gli orologi più insigni dell’Europa,[109] parmi che ’l ritrovato dello svegliarino o dell’oriuolo a ripetizione meriti ’l più grande applauso che qualunque altra invenzione. Felice scoperta (diceva un autore[110] meno giustamente degli orologi solari), che determina il cominciamento e la durata de’ travagli dell’uomo, gli richiama in ordine gli avvenimenti passati e dirigge i suoi progetti per l’avvenire. Per la qual cosa, non disse male[111] chi asserì che se a qualche accademia di selvaggi (che per loro fortuna sanno felicemente ed onestamente vivere senza pur sapere cosa sia un’accademia o a che giovi) fosse capitato un oriuolo di repetizione, que’ dottori non avrebbero mancato d’insegnare darsi l’anima degli oriuoli, siccome quella delle bestie.
Non potevasi però dire lo stesso degli orologi degli antichi, i quali noi abbiamo in ciò come in moltissime altre cose superati coll’aiuto di molti più secoli d’osservazioni, e più ancora coll’aiuto della sagacità ed industria de’ nostri artefici. Per confermazione di ciò basti lo scorrere brevemente sui progressi che appresso le più colte nazioni ha fatto il metodo di dividere il tempo.
Osserviamo la Cina, quell’impero sì anticamente vasto e pertanto più antico, dove nacquero di buon’ora tutte le scienze, ma dove lo spirito di quella nazione non permise loro di perfezionarsi, e vedremo la divisione del giorno asserirsi dall’Ovai-Ki introdotta sotto l’imperatore Ti-hoang successore di Tiene-hoang; vedremo[112] che sotto l’imperatore Cho-hao eravi già uno stromento che marcava le ore; troveremo che ’l padre Gaubil gesuita, il primo matematico alcuni anni sono dell’Imperador della Cina,[113] ci assicura essere stato ivi in uso l’orologio solare più di 2000 anni addietro, ed antichissima esservi la divisione del giorno in ore. Ma qual fede darassi al racconto dell’Ovai-Ki, che ricorre a’ tempi e nomina imperadori che noi Europei chiamiamo favolosi? A qual perfezione fu ella portata la sì vecchia scoperta che ci riferisce il padre Gaubil? Recente però o antica siasi la divisione del giorno o l’orologio solare presso i Cinesi, era molto irregolare l’una e molto imperfetto l’altro quando v’approdarono i Gesuiti, che loro hanno, colla maniera di distrugger facilmente gli uomini per mezzo dell’artiglieria e con altri nostri lodevolissimi usi, insegnata l’esatta misura del tempo.
Gli Egizi non mancarono di fautori che loro attribuirono l’invenzione della misura dell’ombra solare, o siasi della meridiana, che è il primo passo a farsi per ritrovare l’orologio solare. Poiché trascurati anche coloro che dalla voce Horus, che appresso gli Egizi significava il Sole, ne cavano esserne essi stati gl’inventori, e que’ che rapportano la divisione del giorno in 12 ore ad un’osservazione d’Ermete Trimegisto d’un animale sacro al dio Serape, che orinava 12 volte al giorno,[114] e venendo agli
eruditi ragionatori, monsieur Goguet[115] è di parere ch’essi, i primi nella più rimota antichità, misurarono la differente lunghezza dell’ombra del meriggio con que’ stili o gnomoni[116] che la natura loro somministrava, come colle piante, cogli edifizi; quindi pensa ch’essi molto anticamente, cioè sotto il regno di Sesostri, 1640 anni circa avanti l’era volgare, abbiano ritrovati i gnomoni artificiali. Quel che sembrami strano si è che pretende che a ciò destinassero i loro obelischi, siccome usavasi al Perù, dove servivasi dell’ombra delle colonne per osservare i solstizi e gli equinozi. Mi sembra non vi fosse bisogno di tagliar pezzi di sassi sì enormi, com’erano gli obelischi, per trovar la lunghezza dell’ombra, che potevasi ben osservare colle piante e con ogn’altra cosa più comoda. Forsi dopo avere per un ridicolo fasto innalzate quelle inutili moli, se ne prevalsero col misurarne l’ombra; ma è cosa assai stravagante a mio avviso il volere che a ciò fossero destinate, massimamente quando per tal effetto era molto impropria la loro forma; e quand’anche gli Egizi v’avessero di poi aggiunto sulla cima degli obelischi una gran palla, perché le osservazioni dell’ombra fossero più esatte, come decise essersi da essi praticato l’Accademia francese delle Iscrizioni,[117] e come sotto Augusto usò Manlio nell’obelisco da lui innalzato in Campo Marzio,[118] non per questo deducesi doversi gli obelischi alla premura di misurare l’ombra del Sole.[119]
I Caldei anch’essi hanno niente meno valide ragioni all’onore di queste scoperte. Eglino, i quali vantavansi d’aver fatte osservazioni celesti per uno sterminato numero di secoli, e che certamente insegnarono a’ Greci e forse ancora agli Egizi quelle scarse e fallacci cognizioni che formavano la loro astronomia, e que’ principii di ragione che costituivano tutta la lor filosofia, hanno probabilmente i primi diviso il giorno, prendendone per principio il nascer del Sole, e fabbricati orologi solari.[120] Erodoto,[121] benché greco, dice espressamente i Greci aver imparato da’ Babilonesi il Polo, il gnomone e le dodici parti del giorno, comeché non assegni il tempo in cui feronsi queste scoperte.
Quanto può aversi di certo si è che l’orologio solare fu quasi due secoli prima conosciuto dagli Ebrei che da’ Greci, leggendosi nella Sacra Scrittura[122] che il re Achaz, padre del re Ezechia, ne fece delineare uno in Gerusalemme in luogo esposto alla vista del popolo: ritrovato che deve Achaz avere appreso da Theglath-Phalasar re d’Assiria, di cui era amico stretto.[123]
Malgrado tutto ciò, eccoti Plinio,[124] e sulla fede di lui molti autori, fra’ quali Polidoro Virgilio,[125] che sostengono doversi l’invenzione degl’orologi solari ad Anassimene di Mileto, che fiorì circa 560 anni avanti l’era volgare, e ’l primo d’essi essere da lui stato fabbricato in Sparta. Dopo Plinio venne Diogene Laerzio[126] a raccontarci doversi gli orologi a Sole ad Anassimandro maestro d’Anassimene; benché Anassimandro sia vissuto circa due secoli dopo che Achaz aveva posto l’orologio in Gerusalemme; e tutto che Erodoto, che scriveva soli 100 anni dopo Anassimandro, dovesse averne notizie più certe.
Né soltanto dubitossi dell’epoca degli orologi solari, ma insorsero molte quistioni sul loro uso, e furono agitate fra Salmasio[127] e l’eruditissimo padre Petavio.[128] Salmasio, con altri autori, taccia liberamente come falso il racconto di Plinio e di Diogene Laerzio. Vuole molto posteriore l’epoca degli orologi solari,[129] e pretende non ad altro aver essi servito anticamente che a disegnare il tempo de’ solstizi e degli equinozi, né avere i Greci avuta cognizione alcuna della divisione del giorno in ore che poco prima d’Alessandro il Grande, né tanto i Greci quanto i Romani ne’ primi quattro secoli aver diviso il giorno che in due parti, l’aurora e la sera, a cui indi s’aggiunse il meriggio, che i Romani seppero più giustamente determinare per mezzo d’un raggio solare che passava fra la tribuna delle arringhe ed un luogo chiamato greco-stasis.[130] Egli si studia in fine di per suadere che qual ora gli antichi concertavano di trovarsi ad un dato tempo alle pubbliche feste o in altri luoghi, solevano individuarlo colla lunghezza dell’ombra del loro corpo misurata co’ piedi, in modo che tanti piedi d’ombra fino al mezzo giorno o tanti dal meriggio alla sera venivano ad indicare lo stesso che tante ore di Sole sorto dall’orizzonte o tendente al tramontare.
Il padre Petavio s’oppone a Salmasio, ed incalzalo con termini sì pungenti e vili che scuoprono lo spirito contenzioso di partito: indegni termini d’un uomo colto, se non forsi quando gli mancassero ragioni. Egli sostiene essere stato noto agli antichi il partimento del giorno in ore, che non si raccogliessero già dall’ombra del corpo, ma sì bene da quella gettata da’ gnomoni, quale non occorreva misurare co’ piedi propri, poiché ell’era già marcata e distinta in piedi. Al qual proposito, oltre le molte ragioni, adduce il detto di Prassagora, uno degli attori d’una comedia d’Aristofane, che visse 400 anni avanti l’era comune: Tibi vero curae erit, quando decempedalis erit horologii umbra, unctam ad coenam proficisci. Pare in somma che Salmasio abbia torto contro Petavio, comeché sia probabile la misura dell’ombra del corpo umano aver preceduto la misura dell’ombra de’ gnomoni.
Comunque siasi, i Romani non conobbero altr’orologio solare che la fortuita meridiana già mentovata fino a dodeci anni prima della guerra di Pirro; e benché Censorino[131] confessi non saper esso trovar l’epoca dell’uso degli orologi, pure Plinio[132] attesta Lucio Papirio averne fatto delineare il primo in faccia al tempio di Quirino. Quale orologio conviene credere fosse molto imperfetto, perché l’anno di Roma 477 il console Valerio Messala ne rapportò uno da Sicilia, che fece dimenticare quello di Papirio, di cui se ne fé uso per soli 30 anni. Doveva ben essere grossolana l’ignoranza de’ Romani per credere che potesse essere regolare in Roma un solare orologio trasportato dalla Sicilia. Ignoranza però che non impedì che ’l popolo romano non fosse un seminario d’eroi e di conquistatori, la virtù e ’l coraggio de’ quali nasceva non dalla coltura delle scienze, ma dalla stessa loro legislazione. Vicino all’orologio di Valerio Messala ne fece disegnare un altro Marcio Filippo; ma siccome dubitavasi dell’esattezza di essi, Augusto, coll’opera del matematico Manlio, fece innalzare in Campo Marzio un obelisco, che Plinio[133] dice aver avuto l’altezza di 116 piedi, benché Montucla[134] ed altri non gliene assegnino che 70. Sulla cima di questo eravi posta una palla, per osservarne più giustamente l’ombra che al meriggio s’estendeva sopra una linea orizzontale, le cui varie divisioni, secondo la diversità delle stagioni, erano segnate con lamine di bronzo. Quest’obelisco, dice Plinio, o perché siasi mutato l’aspetto del cielo o della terra, o per qualche tremuoto, o per l’enormità del peso, poco durò nella sua perfezione, poiché a’ suoi tempi erano già trent’anni che a nulla più serviva. È però verisimile che tali orologi non segnassero che imperfettamente il corso del Sole,[135] poiché al principio del sesto secolo dell’era volgare l’invenzione dell’orologio solare e l’esatta distribuzione dell’ore era riputata ammirabile, a segno di dirsi che avrebbe fatta invidia alle stelle.[136]
Ma non era la sola esattezza che a questi orologi mancasse. Il più era che per essi non potevansi dividere in tempi eguali le notti ed i giorni nuvolosi; e benché alcuni v’avessero posto rimedio col fabbricare certe macchine, per cui ad ogni dato tempo lasciavano cadere in un vaso un sassolino, pure erasi ancora molto lungi da una regolare distribuzione del tempo; tanto più che essendosi i bisogni degli uomini aumentati a misura che essi divennero più instrutti, bisognava ritrovare divisioni del tempo più picciole e più regolari.
Ctesibio Alessandrino fu il primo che ritrovò la clessidra,[137] ossia orologio a acqua, che poi Scipione Nasica il Censore portò a Roma 120 anni avanti l’era volgare.[138] La clessidra era una macchina dove l’acqua cadeva insensibilmente da un picciol buco d’un vaso in un altro, in cui, alzandosi poco a poco, innalzava parimente un pezzo di sovero, su cui eravi qualche figurina che con una verga mostrava le diverse ore segnate su d’una colonnetta.[139] Ella era presso a poco simile a’ nostri polverini, ne’ quali la quantità della minutissima sabbia caduta nell’inferiore ampolla di vetro misura egualmente il tempo. Vitruvio descrive una clessidra, in cui l’acqua cadente faceva girare delle ruote dentate con molta giustezza, muovere delle figurine e suonar le trombe. Altre poi se ne fabbricarono con vari e più complicati ingegni. Quella però che merita la preferenza, e che oltre l’esattezza ha l’avantaggio di non fare alcun rumore, e perciò più comoda per gli ammalati che il pendulo, si è l’inventata dal padre Vailly benedettino l’anno 1690, ed in Italia nel medesimo tempo dal padre Martinelli.[140] Ella consiste in un picciol tamburro d’ottone internamente diviso in sette, o più o meno, cellette eguali; la porzione d’acqua che v’è dentro cade da una celletta nell’altra per mezzo d’uno stretto pertugio, fa girare il tamburro, che discendendo per una cordicella ravvolta intorno ai perni dello stesso tamburro, o co’ perni segna le ore, o fa girare l’ago che le indica sul quadrante.[141] Simili ingegnosissimi orologi trovò il cavaliere di Serviere, la cui descrizione trovasi nel suo gabinetto.[142]
L’orologio solare e quel d’acqua furono in uso dappoi fino a che inventossi l’orologio a contrappeso, ed indi quello con molle. È d’uopo dire che molti tentativi abbiano preceduta e preparata questa scoperta, e che in principio, come suol sempre avvenire, fosse per la sua rozzezza poco utile, poi siasene dilatato l’uso a misura della perfezione che andava acquistando, poiché non si sa precisamente chi siane stato l’inventore. Almeno Polidoro Virgilio[143] e Guidon Pancirolio,[144] diligenti investigatori de’ nomi degli inventori, assicurano non sapersi rinvenire chi il primo abbia fabbricati gli orologi usuali.
Alcuni storici però[145] assegnano il ritrovatore d’essi, altri de’ quali dicono l’oriuolo a contrappeso essere stato l’anno dell’era volgare 850 portato in Francia da Pacifico arcidiacono di Verona, che ne fu l’inventore. Fatto che se fosse vero, confermerebbe sempre più ciò che a gloria dell’antica Italia ed a confusione de’ moderni Italiani fu detto, quasi tutte le belle arti aver avuta la loro origine in Italia, e di là essere state trapiantate ed a tutto studio coltivate ed a meraviglia perfezionate in Francia ed in Inghilterra.
Altri vogliono che l’inventore ne sia stato, alla fine del secolo decimo, Gerberto monaco di Fleury, fatto pontefice col nome di Silvestro secondo.[146] Tale era ne’ passati secoli l’ignoranza, e la compagna sua indivisibile la credulità, che per questo ritrovato e per altre sue scoperte Gerberto fu accusato di magia. Pareva allora impossibile una produzione nuova senza l’intervento del diavolo. D’esso Gerberto dice Guglielmo Marlot:[147] Admirabile horologium fabricavit per instrumentum diabolica arte inventum, quo principis animum facile devinxerat. Strano non dirò già abuso, ma non uso e disprezzo della ragione umana! Quel che raccogliesi di più certo si è che avanti tal tempo i monaci, per essere risvegliati alle diverse ore di notte per i loro uffici, destinavano chi osservasse il moto delle stelle, o nelle notti nuvolose recitasse una tal misura di salmi che consumasse il tempo stabilito allo svegliamento.[148] Ciò non ostante la prima o più sicura menzione che in Italia siasi fatta degli oriuoli è negli annali di Bologna l’anno 1356. Ivi è marcato essersi posto in quel tempo un oriuolo nella pubblica torre con campana che suonava le ore; e questo, scrive l’autore d’essi annali, fu ’l primo orologio che cominciasse mai a suonare per lo Comune di Bologna.[149]
Questi oriuoli erano ben lungi dalla perfezione a cui i nostri sono ridotti, che anzi, rozzi, incomodi, irregolari, dovevano piuttosto far sentire l’imperizia de’ loro artefici che l’utilità del ritrovato. Il grande Galileo, l’onore della ingrata sua patria l’Italia, colla sublimità del suo ingegno e collo stendere le feconde sue mire arrivò a dare all’arte di partire il tempo la maggior possibile esattezza, che doveva poi condurre i suoi posteri a meglio conoscere, oltre il tempo, lo stato ancora del cielo e la figura della Terra. Egli trovò il primo che ’l pendulo era atto a misurare colle sue oscillazioni le minime sensibili porzioni di tempo, ed avanti l’anno 1639 se ne servì per le osservazioni astronomiche. Questo grand’uomo pensava ancora ad adattare il pendulo agli orologi. Ma questa idea, non eseguita da esso, fu messa in opera da Vicenzo suo figlio, che l’anno 1649[150] ne fece la sperienza in Venezia.
Huighens, che s’attribuisce questa scoperta,[151] la perfezionò in gran parte. Egli procurò d’adattare i penduli per la navigazione, e di dar loro tale giustezza che resistessero alle forti ondulazioni de’ vascelli e disegnassero la situazione in cui un bastimento trovasi: egli insegnò di porre il pendulo fra due laminette cicloidali, perché le sue oscillazioni fossero equabili; egli per questo effetto esaminò qual linea dovessero descrivere i penduli, e loro assegnò la cicloide; sforzossi poi di rimediare all’inconveniente dell’arrestarsi, o almeno ritardarsi il moto degli oriuoli nel rimontarli, e negli orologi a molla tolse la corda e la lumaca, applicandovi in vece una ruota dentata al tamburro, in modo che per montar l’oriuolo
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXIII )(
non facciasi che avvolgere intorno a se medesima la molla già spiegata col tirarla per il centro; negli orologi a contrappeso v’aggiunse due carrucole, o girelle, sicché nel montarli seguita il contrappeso ad agire ed a muovere le ruote,[152] e se non gli fu fatto d’usurparsi l’invenzione dello spiraglio, fatta dall’abate di Haute-feuille l’anno 1674, almeno la migliorò.[153]
Pretese Huighens che siccome agli oriuoli a molla si era tolta la cordicella e sostituitovi una catenella, anche questa si dovesse levare, come sopra accennai; pure trovossi che la forza dell’elaterio della molla essendo massima in principio, minima dopo un dato spandimento, v’era una sensibilissima differenza di celerità di moto; per il che, abbandonato il parere di Huighens, s’usò che quel perno su cui era avvilupata la catenella fosse fatto in modo di cono, e perciò detto lumaca, che colla sua figura compensa la diversità dell’elaterio.[154]
Gl’Inglesi hanno di molto contribuito alla perfezione di quest’arte, perché, oltre all’essersi in Inghilterra ritrovato quel sì utile stromento di tagliar le ruote con non minor facilità che esattezza, fu il dottore Hook, inglese, che inventò le mostre, ed alla cicloide d’Huighens, sottoposta a molti inconvenienti, sostituì l’uso di far descrivere al pendulo archi più piccoli, che rendono uniforme il moto dell’oriuolo;[155] e fu un certo Barlow, inglese, il primo fabbricatore dell’orologio a ripetizione l’anno 1676, ultimamente migliorato da monsieur Thiout, quale ha trovato il mezzo di far che l’oriuolo a ripetizione non suoni che quando si vuole. Ne’ penduli ottennesi in tal maniera la misura del tempo più esatta ed uniforme che fosse possibile, ed assicurossi agli oriuoli portatili tutta la giustezza ed avvantaggi compatibili colla piccolezza della mole;[156] questi, qual ora vogliansi provare se siano giusti, devonsi, secondo il consiglio di Sully,[157] appena montati aggiustare e conformare con un giusto pendolo, poi, tenutili sospesi vicino ad esso, confrontarli ogni quattro ore, per iscoprire se tanto in principio quanto in fine delle venti quattr’ore siano uniformi; più ancora, dopo averli rimontati, si posino sopra d’un piano per altre ventiquattr’ore, ed in fine osservisi se la mostra ha conservato l’equabile suo moto; il che se trovasi, si può ragionevolmente conghietturare la bontà della mostra.
Ecco come i tentativi degli antichi ci hanno preparati e disposti i progressi che noi abbiamo fatto nella cognizione del cielo e nella misura del tempo. Ora la gnomonica[158] s’è resa universale ed adattabile a qualunque piano od aspetto, s’è estesa fino al fare orologi d’ombra della Luna, e col vario apparente moto delle stelle fisse possonsi ritrovare l’ore della notte; sonosi fabbricate clessidre giuste ed ingegnosissime. Gli oriuoli a peso ed a molle sono tanto esatti quanto può l’uomo sperare di renderli, ed oltre a ciò ci mostrano con varie ruote moventisi il giro de’ pianeti;[159] e la scoperta del Galileo produsse le osservazioni delli Huighens, la Hire, le Roi, le Paute e del più recente di tutti, l’ingegnoso Berthoud.[160]
Quello nondimeno che all’inquieto e torbido europeo mancava ancora, per poter più sicuramente varcare gl’immensi mari che lo dividono da climi più fecondi e da nazioni da esso rese stromento infelice della sua rapacità, avarizia e lusso, si era il trovare un pendulo atto a misurare giustamente le longitudini in mare. L’importanza di questo problema per il bene del commercio maritimo e il salvamento degli uomini che vi si consacrano determinò i monarchi non meno che i matematici e gli artefici ad affrettarne la scoperta. La Spagna, la Francia e l’Inghilterra proposero de’ premi per ciò. Infine la scoperta fecesi dove doveva aspettarsi, e per l’interesse più pressante di quella nazione e per i lumi sparsivi. Giovanni Harrison, inglese, fabbricò ultimamente un pendulo atto a determinare le longitudini; l’esperienze confermarono questo ritrovato, e l’industrioso travaglio dell’artefice, il cui primo mestiero era di falegname, ricevette quella ricompensa di gloria e d’oro che conveniva distribuirsi da una nazione ragionatrice.[161]
Perché però possasi servire dell’orologio, è evidente che convien fissare un punto d’onde s’abbia a partire nella misura della giornata; altrimenti se ciascuno a sua voglia fissasse quel punto che più gli piace, l’orologio sarebbe inutile nel commercio degli uomini, come inutile sarebbe il dono della lingua, se ciaschedun uomo si fabbricasse un linguaggio a suo talento. Tutte le nazioni si sono accordate nel misurare il tempo col moto del Sole, ch’è il più sensibile; ma diverso è il principio che nel giornaliero apparente giro del Sole si sono scielto. Era ben naturale che i più antichi osservatori del cielo sciegliessero per principio delle loro misure il punto più visibile che vi fosse; che gli osservatori più istrutti prendessero il punto più costante e sicuro; che perfine la scelta dell’altre nazioni, regolata dall’azzardo, cadesse su qualche punto che né fosse il più sensibile, né il più costante. Perciò i Caldei, ed a loro imitazione gli Ebrei, cominciarono a contar l’ore dallo spuntar del Sole, siccome ancora oggi fanno gli abitanti dell’isole di Maiorca e Minorca, che hanno ricevuto tal uso dalla più lontana antichità. Dividevano gli antichi il tempo fra ’l nascere e ’l tramontar del Sole in dodeci ore, che perciò eran disuguali, in modo che per disegnare un’ora corta dicevano un’ora d’inverno. Tali ore chiamansi antiche o giudaiche; dal partire poi che fecero gli Ebrei queste dodici ore in sole quattro parti, ne nacquero le ore canoniche.
Gli Egizi, gli astronomi e la maggior parte delle nazioni europee hanno scelto in vece il meriggio. I Romani, il cui giorno naturale era il tempo in cui il Sole si fermava sul loro orizzonte, partivano in dodici ore il giorno ed in altrettante la notte; ma il loro giorno civile incominciava dalla sesta ora della notte, cioè computavasi da una mezza notte all’altra.
Gli antichi Ateniesi, gli antichi Boemi ed i moderni Italiani non so come si sono appigliati al tramontar del Sole. Vedansi in nota gli autori d’onde ho cavate le succintamente rapportate notizie.[162]
Io qui non faccio alcuna differenza da que’ che incominciano le ventiquattr’ore del giorno dalla mezza notte, e que’ che vogliono piuttosto cominciarle al mezzo dì. Il risultato sì degli uni che degli altri è lo stesso, né v’è diversità che di termini. Resta dunque a vedere qual epoca debba anteporsi, se quella de’ Caldei, o la più comune, o l’italiana.
Convien però riflettere che io suppongo gli orologi esattissimi, siansi que’ di contrappeso, benché appena montati il peso maggiore operi solo e contro il suo contrappeso e contro un lungo tratto della fune che gli unisce, e dappoi il peso maggiore unito al peso della fune operi contro il solo contrappeso; siansi que’ di molle, benché secondo la diversa disposizione dell’aria, più o meno sieno elastiche, e difficilissimamente osservisi il giusto rapporto tra la molla, la lumaca, lo spiraglio e tutti gli altri ingegni, e benché nel montarli interrompasi alquanto il moto d’essi, e perciò abbiano necessariamente a ritardare.[163] Questi inconvenienti, che pur sono considerabili, mi conviene trascurare, perché di quella ineguaglianza io vuo’ parlare che non già dalla struttura dell’orologio procede, ma sì bene dalla maniera di regolarlo.
E siccome dal moto del Sole, considerato in vari tempi, regolansi gli orologi, e d’altra parte temerei d’essere più oscuro se volessi esporre la divisione della giornata supposto il moto della Terra, mi farò lecito l’esprimermi col volgo, e parlare alcuna volta del moto apparente del Sole come se fosse vero; altrimenti que’ soli per avventura m’intenderebbono che non han bisogno d’imparare da me ciò che sono per dire. Questa si è la cagione per cui soggiungo alcune diffinizioni della sfera, che per altro dovrebbono esser comunissime.
Il Sole col suo moto diurno da oriente in occidente descrive una linea che noi chiamiamo equatore, ugualmente per tutto distante dai due Poli. Egli però non vi gira esattamente che al tempo degli equinozi, ma se ne allontana gradi 23 1/2, o per dir meglio gradi 23,28’ da una parte, ed altrettanto dall’altra. Viene egli innalzandosi verso noi, portandoci la state, e l’ultimo giro che descrive meno obliquo per noi, chiamasi il tropico del Cancro. Inclina poi al Polo antartico quando è il nostro inverno, e ’l giro che vi descrive più lontano da noi e dall’equatore dicesi tropico di Capricorno. Una linea, su cui s’immagini il Sole farvi sempre il suo apparente corso, è l’eclittica. Per concepir cosa sia meridiano, fingasi un gran cerchio che suppongasi passare dal Polo e dal nostro zenit, o punto perpendicolare sulla nostra testa. Questo cerchio va a tagliare l’equatore e l’eclittica; quando il Sole arriva a passare su questo tal cerchio, allora è meriggio per noi. Linea meridiana dicesi quella linea retta su alcun punto della quale gettasi dal Sole l’estremità dell’ombra del gnomone, o ’l raggio solare in una camera nel punto preciso del meriggio.
È evidentissimo non a’ soli astronomi, ma ancora a chiunque dotato d’un po’ di buon senso vuol pensarvi, non esservi ragione alcuna risguardo alla giustezza d’anteporre l’orologio italiano al caldeo. Il volgo che vede sempre arrivare la sera alle ventiquattr’ore, e venir chiaro ora ad un’ora, ora ad un’altra, si crede il tramontar del Sole essere un punto inalterabile; per lo contrario lo spuntare esser vario ed incostante. Né io qui m’estenderò col addurne le convincenti prove, perché io scrivo per chi abbia qualche elementare notizia della sfera; e chi non l’avesse, o credami sulla mia parola, o se ne informi, o non perda il tempo leggendo il mio discorso. Altronde ciò vedrassi più chiaro nel confronto ch’io son per fare tra l’instabilità del mezzo dì e quella della sera. Dirò solo che, poiché il giorno piuttosto che la notte suol destinarsi agli affari, pare più ragionevole il cominciare la divisione dal principio d’esso che dalla fine, perché tutto l’anno, ad una data ora, potrebbero determinarsi le pubbliche funzioni; cosa che noi non possiamo fare prendendo cominciamento dalla sera. Una sola riflessione però fammi posporre l’orologio caldeo all’italiano, e questa è che le azioni più importanti per noi nazione colta, polita, civile, ben accostumata, cioè le veglie, le conversazioni, il giuoco soglionsi destinare al principio della notte, non servendo la mattina ad altro che alle vili occupazioni dell’ultima feccia del popolo.
Potrei qui supporre quanto per se stesso è chiarissimo, cioè che de’ due orologi, l’italiano e l’oltremontano, uno per lo meno dev’essere fallace; ma poiché ciò fummi da alcuni contrastato, a questi io dico che, perché l’orologio sia giusto, deve il suo ago in un dato tempo equabilmente scorrere su tutto quel circolo, e là ritornare d’ond’era partito. Dati adunque due oriuoli giusti, e messi i loro aghi su d’uno stesso punto, ambidue gli aghi sempre dovranno segnare la stess’ora; e se io metterò un ago tre ore avanti dell’altro, sempre dovravvi essere la differenza delle tre ore; e se io farò che un ago segni le ore dodici, e nell’altro orologio adatterò l’ago diametralmente opposto, cioè alle sei, sempre questi due aghi saranno diametralmente opposti e segneranno costantemente il tempo con sei ore di diversità. Gli aghi dunque degli orologi italiano ed oltremontano dovranno quella distanza e relazione fra di loro conservare che ebbero quando furon mossi, o sieno essi apposti a due orologi, o siano in un solo oriuolo regolati da due perni, o attaccati ambi due ad un perno solo, il che è lo stesso. Ciò posto, prendansi due oriuoli verso la metà di ottobre; uno d’essi si regoli all’italiana, all’oltremontana l’altro. Siccome allora il meriggio è alle nostre ore diciotto, seguirà che allor quando l’oriuolo all’italiana indicherà le sei ore, o come vogliasi le diciotto, l’altro orologio segnerà appunto le dodici. Che avverrà di questi due oriuoli verso la metà di giugno, allorché mezzo dì arriva circa alle nostre ore sedici? Il loro movimento sarà sempre stato equabile, e ne’ medesimi tempi avranno compiuti i loro giri, sicché saravvi dall’uno all’altro la stessa differenza di sei ore: eppure il mezzo giorno d’allora ha, per così dire, anticipato di due ore, onde quando all’orologio italiano sono dodici ore, non v’essendo in giugno che quattr’ore per arrivare al mezzo giorno, di quattr’ore dovrebbero gli aghi essere tra loro distanti. Lo stesso dicasi se i due oriuoli si accomodino li 21 giugno, in modo che l’oltremontano segni dodici ore, e l’italiano 15 3/4; alli 21 dicembre l’oltramontano segnerà al mezzo dì ore 12 giuste, e l’italiano, che dovrebbe segnare ore 19 1/4 perché a tal ora è mezzo dì al solstizio di dicembre, segnerà nuovamente ore 15 3/4, avendo sempre gli aghi conservato il rapporto di lontananza d’ore 3 3/4. Converrà dunque dire che uno de’ due punti fissati non sia invariabile, ma che o ’l meriggio da giugno a dicembre abbia anticipato, o ritardato abbia il tramontar del Sole. Esaminiamo ora qual de’ due sia più vario dell’altro, e per maggior chiarezza confrontiamo primamente l’oriuolo oltramontano col mezzo giorno.
Per giorno di ventiquattr’ore noi Italiani intendiamo disegnare il tempo che il Sole consuma a scorrere tutto ’l cerchio che apparentemente descrive intorno la Terra, e nominatamente il tempo che ’l Sole impiega a ritornare a nascondersi a noi. Per giorno intende l’oltremontano il tempo che ’l Sole impiega partendo da un dato meridiano a ritornarvi.
Non solamente gira il Sole intorno la Terra, ma vi girano ancora le stelle fisse, che sono poi tanti soli più lontani. Queste fisse non hanno a’ nostr’occhi che un moto equabile progressivo; e ciò nel sistema o sia ipotesi copernicana, perché la Terra rispetto alla fissa è come se rimanesse nel centro del sistema planetario e non avesse alcun moto proprio intorno al Sole, ma solamente si rivolgesse equabilmente intorno al proprio asse. Le fisse impiegano sempre a far il giro apparente intorno alla Terra ore 23.56’.4’’, cioè ore ventitré, cinquantasei minuti primi e quattro minuti secondi.[164] Lo stesso succederebbe rispetto al Sole, se la Terra non avesse il moto annuo, per cui pare che ’l Sole si muova da occidente in oriente annualmente, come nello spazio d’un giorno, per il moto diurno della Terra da occidente in oriente, sembra che il Sole si muova da oriente in occidente. Combinando questi due moti, i giorni considerati da un appulso all’altro del Sole al meridiano sono più lunghi del tempo del ritorno della fissa al meridiano, e sono più lunghi precisamente di quel tempo che si ricerca perché passi sotto ’l meridiano quell’arco dell’eclittica per cui il Sole col suo moto apparente è ritroceduto dall’occidente in oriente nel tempo della rivoluzione d’una fissa. In somma la fissa ha il suo apparente movimento progressivo sempre equabile. Il Sole, per la ragione detta di sopra, oltre il moto progressivo ne ha un apparente retrogrado. Onde per arrivare al termine a cui è giunta la fissa, cioè al meridiano, gli resta a correre tutto quello spazio di più per cui è ritornato indietro. Per esempio sianvi due uccelli, che in un’ora facciano sessanta miglia. Uno di questi uccelli vada sempre avanzandosi senza ostacolo; l’altro incontri un forte vento, che ad ogni miglio che fa lo spinga indietro la sessantesima parte d’un miglio; avverrà che ’l primo uccello in un’ora avrà trascorse le sessanta miglia, l’altro non ne avrà scorso che cinquantanove, e non arriverà al termine che in un’ora e poco più d’un minuto, cioè in un’ora e 1’ 1’’ 1’’’ 1’’’’ 1’’’’’ 1’’’’’’ 1/59’’’’’’ ec.;[165] o bisognerà che impieghi la forza di scorrere volando sessant’un miglia, perché in un’ora possa averne scorse sessanta. Nel primo uccello possiamo riconoscere una fissa, nel secondo il Sole.
Se ’l moto apparente del Sole o ’l moto vero della Terra fossero equabili, e l’orbita vera della Terra ossia l’apparente del Sole fossero nel piano dell’equatore, il tempo della rivoluzione del Sole sarebbe maggiore del tempo della rivoluzione della fissa d’una costante quantità, che sarebbe sempre la stessa in tutti i tempi dell’anno; ma dall’allontanarsi che fa il Sole dall’equatore di gradi 23 1/2 per ogni parte, ossia dal muoversi ch’egli fa sull’eclittica, e dall’esser il piano di questa inclinato al piano dell’equatore di gradi 23 1/2 circa, ne nasce che archi uguali dell’eclittica non corrispondono ad archi eguali dell’equatore, se non nel tempo de’ solstizi; ma nel tempo degli equinozi, tirando al piano dell’equatore due perpendicolari dalle due estremità dell’arco descritto in un giorno dal Sole col moto apparente annuo, l’arco dell’equatore compreso tra le due perpendicolari verrà ad essere minore dell’arco dell’eclittica che gli è inclinata. Così l’eccesso del tempo della rivoluzione del Sole sopra quello della rivoluzione d’una fissa sarà maggiore ne’ solstizi che negli equinozi.
Perché poi il moto vero della Terra o ’l moto apparente del Sole è disuguale, e descrivonsi dalla Terra intorno al Sole aie proporzionali a’ tempi ed uguali in tempi eguali, ne nasce la velocità della Terra esser maggiore quanto è minore la distanza dal Sole, cioè la massima nel solstizio d’inverno e la minima nel solstizio d’estate,[166] mentre d’inverno il Sole è più vicino alla Terra che nell’estate di circa un millione di leghe, come raccogliesi dall’essere d’inverno il suo diametro apparente maggiore di quel che sia nell’estate di minuti 1’.4’’.35’’’ di grado. Quindi dall’equinozio di primavera a quello d’autunno vi sono circa otto giorni di più che dall’equinozio d’autunno a quello di primavera.[167]
Per la disuguaglianza del moto vero della Terra e del moto apparente del Sole, l’eccesso del tempo della rivoluzione del Sole sopra il tempo della rivoluzione delle fisse sarà maggiore dopo ’l solstizio d’inverno che dopo il solstizio d’estate.
Combinando tutt’e due le cagioni, cioè l’inclinazione dell’eclittica all’equatore e la disuguaglianza del moto della Terra, l’eccesso del tempo della rivoluzione del Sole sopra il tempo della rivoluzione d’una fissa sarà il massimo nel solstizio d’inverno, minore nel solstizio d’estate, e ’l minimo negli equinozi.
Però computando i giorni da un mezzo giorno all’altro, sarà il giorno lunghissimo nel solstizio d’inverno, più corto nel solstizio d’estate e cortissimo nel tempo degli equinozi. Quindi i mesi di novembre e dicembre, presi insieme, sono più lunghi di 37 minuti che que’ di settembre ed ottobre, benché vi sia egualmente 61 giorni dalle due parti. I giorni medi tra i più lunghi ed i più corti sono agli 11 febbraio, 15 maggio, 25 luglio e primo di novembre.
Un oriuolo esattissimo, il cui ago sia nel giorno 1 di novembre sul punto o, oppure segni le ore 12 al vero mezzo dì, seguitando a muoversi senz’alterazione, agli 11 febbraio segnerà il mezzo giorno, minuti 31 circa, o incirca una mezz’ora prima che sia; cioè indicherà il mezzo giorno quando veramente dovrebbon’essere ore 11 2/4. Dunque dal 1 novembre agli 11
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXIV )(
febbraio da un mezzo giorno all’altro v’è sempre più di 24 ore, ed i giorni più lunghi dell’anno sono verso il solstizio d’inverno; poiché il Sole allora impiega ventiquattr’ore e mezzo minuto, o ore 24.0’.30’’ da un punto all’altro dello stesso meridiano; d’onde nasce che la massima differenza dell’orologio regolato col mezzo dì è che in tre mesi ritarda una mezz’ora, e da un giorno all’altro la massima differenza è d’un mezzo minuto.[168]
Un oriuolo aggiustato col vero meriggio agli 11 febbraio, seguitando a muoversi regolarmente fino alli 15 maggio, l’orologio segnerà il mezzo dì quando sarà già passato di minuti 18’.48’’, cioè allora sarà il vero mezzo giorno quando sull’orologio saranno ore 11.41’.12’’, cioè allora da un mezzo dì all’altro vi sarà meno d’ore 24; e verso li 25 marzo vi sarà differenza da un giorno all’altro di minuti 0’.19’’.
Alli 15 maggio un oriuolo messo col vero meriggio, muovendosi fino a’ 25 luglio, segnerà il mezzo dì quando non sarà ancora arrivato e vi mancheranno dieci minuti; cioè allora da un mezzo giorno all’altro vi sarà più di 24 ore, e verso il solstizio di giugno vi sarà differenza da un giorno all’altro di minuti 0’.13’’.
L’orologio regolato col mezzo dì alli 25 luglio, al primo di novembre segnerà il mezzo giorno quando sarà già passato di minuti 22’.5’’, cioè allora sarà il vero meriggio quando l’oriuolo indicherà ore 11.37’.55’’; cioè allora da un meriggio all’altro vi sarà meno d’ore 24; e la maggior differenza in questo tempo da un giorno all’altro sarà verso li 20 novembre, ed allora un giorno sarà più corto dell’altro di 0’.21’’.
Dunque dal 1 novembre alli 11 febbraio il mezzo dì ritarda minuti 30’ circa.
Dagli 11 febbraio alli 15 maggio avanza minuti 18’ circa.
Dalli 15 maggio alli 25 luglio ritarda minuti 10’ circa.
Dalli 25 luglio al 1 di novembre avanza circa minuti 22’.
Vedesi da ciò che l’oriuolo all’oltremontana varia bensì nelle diverse stagioni, ma le sue variazioni si compensano l’una coll’altra, ed alla fine dell’anno l’orologio tornerà a segnare giusto il mezzo dì.
In oltre il Sole propriamente sembra descrivere una spirale intorno la Terra, ed essendo esso nel solstizio d’inverno più vicino alla Terra di circa un millione di leghe francesi che nel solstizio d’estate, i circoli diurni che descrive dal solstizio d’inverno a quello d’estate si vanno sempre più dilatando, e dal solstizio d’estate a quello d’inverno vannosi ristringendo. Ciò fa che dal solstizio d’inverno a quello d’estate è più breve l’arco che deve il Sole scorrere dal nascer suo al mezzo dì che dal meriggio al tramontare; e per la stessa ragione dal solstizio d’estate a quello d’inverno v’è più di strada, o dicasi di tempo, dal nascer al mezzo giorno che dal mezzo dì al tramontare. Questa differenza non è gran fatto sensibile; ma da qui ancora ne deriva alla fine sbaglio negli oriuoli, che noi sempre accusiamo d’irregolarità, bench’essa debbasi quasi sempre imputare alla varietà de’ moti della Terra.
Abbiamo veduto il giro della Terra non essere equabile, poiché la Terra non descrive un cerchio intorno al Sole, ma sì bene un’elissi, e la massima differenza dell’oriuolo dal Sole essere di minuti 30 3/4 circa. Per rimediare a quest’inconveniente, s’è conformato il moto degli orologi a quel della Terra, seguendo il suo moto medio o più uniforme, cioè prendendo un mezzo fra le ineguaglianze del suo movimento; o per esprimermi più chiaro, l’oriuolo oltremontano suolsi regolare non già sull’esattissimo punto del meriggio, ma su un tempo medio; e siccome il Sole in alcuni punti accelera l’apparente suo moto, lo ritarda in altri, fingesi dagli astronomi un Sole che alla fine dell’anno faccia tutta la rivoluzion solare, ma sempre con moto equabile. Col giro immaginario di questo Sole regolano essi il corso de’ loro oriuoli, che in tal maniera non anticipano sul mezzo dì che di minuti 14’.44’’, e non ritardano che di 16’.9’’.
Per non lasciare a chi non è matematico cosa alcuna a desiderare, son venuto in parere di qui inserire il risultato d’una tavola detta dell’equazione dell’orologio, che indichi la differenza del tempo vero al tempo medio, coll’aiuto della quale si sappia come regolare un oriuolo perché segni esattamente il tempo medio. Ma perché l’annue rivoluzioni solari non si terminano tutte in un dato tempo, ed alcuni anni perciò sono più corti degli altri, benché d’una picciolissima quantità, non si può pertanto costruire una giusta tavola universale. Vedo in fatti che monsieur Berthoud[169] pone quattro differenti tavole d’equazione, una per gli anni bisesti, la seconda per il primo anno che succede al bisestile, la terza per il secondo anno in appresso al bisesto, la quarta per l’anno che precede il bisestile. Vedo in oltre che lo stesso monsieur Berthoud nell’articolo dell’Enciclopedia: Equation, Horlogerie,[170] prescrive una tavola differente senza fissare l’anno in cui abbia a servire. Vedo che monsieur Maraldi[171] fornisce tavole differenti da tutte quelle di monsieur Berthoud. Vedo che monsieur de la Lande, successore del Maraldi,[172] ne dà una dissimile da tutte le altre. E rifletto in fine tutte queste differenze non montare che a pochi minuti secondi, cioè non arrivare alla metà d’una sessantesima parte d’un’ora. Perciò stimo meglio servirmi della tavola inserita nell’Enciclopedia, esponendola in un modo più facile a concepirsi. Se v’è sbaglio, non sarà sensibile che a chi si serve d’un esattissimo pendulo per gli usi astronomici, e non è a tal sorta d’uomini che io qui parlo. Solamente aggiungo che la massima differenza della tavola di monsieur de la Lande per l’anno 1765 dal moto vero del Sole al moto medio è agli 11 febbraio di minuti 14’.40’’ che l’oriuolo anticipa sul meriggio, e alli 2 novembre che ritarda di minuti 16’.9’’, ritardo che dev’esser precisamente tale per tutto quasi il secolo 18°. Simili a un dipresso sono le tavole di monsieur Berthoud nel suo Essai sur l’horlogerie.
L’oriuolo adunque il giorno primo di gennaio segni quando è mezzo giorno ore 0, min. 3’.39’’. Li due gennaio l’orologio anticipi sul mezzo dì min. 4’.28’’. Li 10 febbraio l’orologio anticipi di 14’.43’’. Gli 11 febbraio anticipi di 14’.44’’; a’ 12 anticipi di 14’.43’’. Li 21 marzo anticipi di soli 7’.14’’. Li 13 d’aprile anticipi di 0’.21’’. Li 14 anticipi di 0’.6’’. Li 15 l’orologio segni il mezzo dì quando è già passato di 0’.9’’, e vada sempre ritardando sul mezzo giorno in modo che i giorni 14 e 15 maggio segni al meriggio ore 11.55’.56’’. Vada poi scemando il ritardo dell’oriuolo fino a’ 15 giugno, nel qual giorno al meriggio marchi ore 11.59’.55’’. Indi cominci di nuovo ad anticipare sul moto del Sole in maniera che il giorno 16 giugno anticipi sul giorno 15 di 13’’, cioè segni 8’’ più del vero meriggio. A’ 21 giugno anticipi di 1’.13’’. L’oriuolo anticipi semprepiù sul moto vero del Sole sino a che li 25 e 26 luglio anticipi di 5’.56’’. Quest’anticipazione ritardi fino alli 30 agosto, ed allora anticipi di soli 0’.10’’; poi cominci a ritardare sicché al meriggio delli 31 agosto segni ore 11.59’.52’’. Al meriggio de’ 23 settembre indichi ore 11.52’.6’’. Seguiti poi a ritardare, ed i giorni 31 ottobre, primo e secondo di novembre segni ore 11.43’.51’’. Il ritardo decresca in modo ch’al meriggio de’ 23 dicembre noti ore 11.59’.56’’, ed il giorno 24 dicembre ricominci ad anticipare sul mezzo dì 26’’.
Vedasi da questa tavola d’equazione il meriggio vero accordarsi col meriggio segnato dall’oriuolo quattro volte l’anno, cioè li 13 aprile, 15 giugno, 31 agosto, 23 dicembre; vedasi in oltre che dopo l’equinozio di marzo per alcuni giorni il Sole ritarda d’un giorno all’altro di 19’’; che dalli 15 alli 21 giugno v’è differenza nel moto del Sole d’un giorno all’altro di 13’’; che all’equinozio di settembre il Sole avanza da un giorno all’altro min. 0’.21’’; che dalli 18 alli 28 dicembre il moto del Sole varia da un giorno all’altro di 30’’. Vedesi per fine che l’oriuolo oltremontano gli 11 febbraio avanza di 14’ .44’’; ritarda li 15 maggio di 4’.4’’; avanza li 25 luglio di 5’.56’’; ritarda il primo di novembre 16’.9’’.
Allor quando dico che l’oriuolo avanza o ritarda, intendasi il Sole avanzare o ritardare la quantità indicata.
Converrà dunque in principio allentare o affrettare il moto degli oriuoli, poiché dopo esser disposti un giorno colla tavola, segnino poi costantemente, come ho di sopra accennato, cioè regolarmente scorra l’oriuolo tre minuti primi, cinquantasei secondi per compiere le 24 ore sopra l’arrivo d’una fissa allo stesso meridiano.
L’ultimo sforzo della mecanica era certamente quello di formar oriuoli così regolarmente irregolari che s’adattassero al vario incostante moto del Sole. Come mai potevasi ottenere una tal macchina, supposte le tante cagioni già rapportate delle instabili differenze da un giorno all’altro? Pure a che non giunge mai la sagace industria d’artefici ostinatamente determinati dalla gloria e da’ premi dovuti a’ ritrovatori d’ordigni utili per la società? Fino dall’anno 1699 rapporta Sully[173] essersi ritrovato un tale oriuolo, che chiamasi d’equazione, nel gabinetto di Carlo II, re di Spagna. Indi il padre Alessandro[174] l’anno seguente insegnò il metodo di construire un pendulo che sempre segnasse il vero moto del Sole. Questa macchina fu trovata di troppo difficile esecuzione, perché troppo complicata. Il signor de Rivaz ne suggerì un’altra meno esatta, ma più facile. Altre ne espone monsieur Thiout, e dopo esso monsieur Dauthiau, le Roi e l’ingegnoso monsieur Berthoud fabbricarono orologi d’equazione, ne’ quali l’esattezza componesi col numero e varietà degli ordigni necessari.[175]
Passiamo ora ad esaminare l’oriuolo italiano e dipoi ne faremo il paragone coll’oltremontano.
Noi nel solstizio d’estate a’ 21 giugno abbiamo il meriggio alle ore 15 3/4. Nel solstizio d’inverno a’ 22 dicembre è alle ore 19 1/4. La differenza dall’ora del meriggio d’estate a quella d’inverno, cioè in sei mesi, è d’ore 3 1/2.
S’è veduto la massima differenza dell’oltremontano regolato col meriggio non ascendere che ad una mezz’ora nello spazio di circa tre mesi, novembre, dicembre e gennaio, quale viene compensata in gran parte dalli 18 minuti, somma del ritardo dell’orologio dagli 11 febbraio alli 15 maggio; onde da novembre alla metà di maggio sbaglia l’oriuolo oltremontano di minuti 12 .
Ne’ sei mesi circa dagli 11 febbraio alli 25 luglio sbaglia di minuti 8.
Ne’ sei mesi circa dalli 15 maggio al primo novembre sbaglia minuti 12.
Ne’ sei mesi circa dalli 25 luglio agli 11 febbraio sbaglia minuti 8.
Dunque il massimo sbaglio dell’orologio oltremontano in sei mesi è di minuti 12. Dunque la differenza dall’oltremontano all’italiano in tempi eguali è come minuti 12 a ore 3 e mezzo, o come 12 a 210, o come 2 a 35; e il massimo sbaglio dell’oriuolo oltremontano in tre mesi è al massimo sbaglio dell’italiano in sei come uno a sette.
Ma siccome l’oriuolo oltremontano si regola nel tempo medio, e di tre in tre mesi segna il meriggio col Sole, ne segue che lo sbaglio delle ore 3 1/2 dell’oriuolo italiano in sei mesi gli è tutto imputabile; benché poi lo sbaglio massimo dell’oriuolo oltremontano sia per esempio il dì primo di novembre di minuti 16; e così lo sbaglio dell’oltremontano allo sbaglio dell’italiano sia come 1 a 14.
In fatti per conoscere lo sbaglio dell’italiano basta prendere la differenza della lunghezza de’ giorni e dividerla per metà, una delle quali metà non contasi, perché cade sul nascer del Sole, l’altra metà indicherà la variazione del tramontare. Ne’ nostri giorni più lunghi sta il Sole sul nostro orizzonte ore 15 1/2; ne’ più corti 8 1/2, trascurate le menome differenze per rifrazione od altro. Dalle 8 1/2 alle 15 1/2 vi sono ore 7, la cui metà spetta al tramontare. Alla qual somma s’aggiunga la differenza della durata de’ crepuscoli, giacché noi regoliamo l’oriuolo non al tramontar del Sole, ma ad un’incerta oscurità.
La succennata differenza d’ore 3 1/2 nasce perché il Sole tramonta da un giorno all’altro in diversi punti dell’orizzonte, e l’arco descritto dal Sole sopra l’orizzonte si muta da un giorno all’altro. La differenza di questi archi diurni è massima negli equinozi, quando il Sole muta sensibilmente declinazione da un giorno all’altro, è minima ne’ solstizi, quando il Sole, andando paralello a’ tropici, la sua declinazione è minima.
Quest’anno nel solstizio di giugno il giorno in Milano, cioè all’elevazione di Polo di gradi 45.25’, sarà lungo ore 16.31’, trascurati nel computo i rotti.
Dal giorno di questo solstizio a dieci giorni dopo, il dì si farà più corto di minuti 2’.24’’, ed il mezzo dì del moto medio avanzerà sul moto vero di minuti 3’.7’’, cioè dal giorno in cui accaderà il solstizio di giugno al dì seguente il giorno diminuirà insensibilmente, e ’l mezzo dì del moto medio avanzerà sul moto vero secondi 13’’.
Nel solstizio di dicembre il giorno sarà lungo ore 7.29’, trascurati come sopra i rotti. Dal giorno di questo solstizio a dieci giorni dopo, il dì crescerà minuti 3’.12’’, ed il mezzo giorno del moto medio avanzerà sul moto vero minuti 3’.45’’, cioè dal giorno di questo solstizio al dì seguente il giorno crescerà insensibilmente, ed il mezzo dì del moto medio avanzerà sul moto vero secondi 30’’.
Dal giorno dell’equinozio di marzo al giorno dopo, il dì crescerà minuti 3’.16’’, e il mezzo dì del moto medio ritarderà sul moto vero secondi 18’’.
Dal giorno dell’equinozio di settembre al dì seguente, il giorno diminuirà minuti 5’.12’’, ed il mezzo dì del moto medio ritarderà sul moto vero secondi 20’’.
Tutto ciò è computato per il meridiano e per la latitudine di Milano in quest’anno 1765.[176]
Dunque in quest’anno regolando in Milano col Sole due oriuoli egualmente giusti, uno all’italiana, l’altro all’oltremontana, sarà la media loro differenza dal moto diurno della Terra, cioè la media diurna differenza dell’oltremontano alla media diurna dell’italiano, come 17 2/3’’ a 254’’. Cioè il medio sbaglio dell’oriuolo oltremontano da un giorno all’altro è di minuti secondi 17 2/3’’; e il medio sbaglio dell’orologio italiano da un giorno all’altro è di minuti secondi 254’’.
Apparirà molto più sensibile la grande instabilità dell’oriuolo italiano, se ritengasi il già detto, che essa tutta dipende dalla lunghezza degli archi diurni, e che questa varia sempre, onde sempre deve variare l’ora del tramontar del Sole; e riflettasi in oltre che lo scorrere che fa il Sole su questi moltissimi archi sì ineguali niente toglie alla giustezza del mezzogiorno; poiché se ’l Sole, approssimandosi la state, deve fare un giro lungo quanto l’arco diurno del giorno passato, e di più deve scorrere un altro pezzetto d’arco per arrivare al suo occaso, perché s’innalza sopra di noi, ne viene che il tramontar del Sole non seguirà che dopo il tempo necessario a passare quel resto d’arco diurno, maggiore dell’arco diurno del giorno passato. Risguardo poi al meriggio, nulla importa che il Sole scorra su archi diurni più o meno lunghi, poiché allora egualmente sarà meriggio, quando è nel piano del meridiano, che rade e taglia tutti gli archi e li divide in due parti eguali, corti o lunghi ch’essi siano.
Noi allora solo vediamo il Sole quando è sopra il nostro orizzonte. Se il Sole si ferma poco tempo sopra d’esso, o sia se l’arco che vi descrive è piccolo, sparisce presto da noi. Ma se l’arco diurno è più lungo, cioè se il Sole si trattiene molto sul nostro orizzonte, allora il giorno è più lungo. L’orizzonte degli abitatori della zona torrida taglia egualmente tutt’i circoli diurni che il Sole descrive dal tropico del Cancro a quel di Capricorno; onde per essi il Sole, che loro è sopra a perpendicolo, descrive in tutto l’anno archi eguali; i loro giorni e le loro notti dunque sono sempre eguali, cioè di 12 ore; cioè il Sole nasce e tramonta presso a poco all’istess’ora, ed ivi l’orologio italiano non avrebbe che gl’inconvenienti dell’oltremontano.
Noi che riceviamo il Sole obliquo, e che siamo lontani dall’equatore gradi 45 5/12, ossia minuti 25’,[177] abbiamo un orizzonte che stendesi di là dal Polo artico e ristringesi verso l’antartico, e però diversamente taglia i circoli diurni, rimanendo il Sole d’inverno sul nostro orizzonte 7 ore meno che non faccia d’estate. I Groenlandesi, i Samoiedi, i Lapponi al cerchio polare, che sono distanti dall’equatore 66 gradi, e vicini al Polo di 24 gradi, hanno un orizzonte più inclinato all’equatore, e che sì diversamente taglia gli archi diurni, che essi non vedono il Sole nel solstizio d’inverno per lo spazio di 24 ore, e nel solstizio d’estate lo vedono 24 ore di seguito, cioè per 24 ore il Sole non tramonta mai, ma gira loro all’intorno. Sotto il Polo l’orizzonte è lo stesso equatore; onde per tutto il tempo che passa dall’equinozio di primavera a quello d’autunno, cioè per i sei mesi che il Sole fa il suo giro di qua dall’equatore verso il tropico di Cancro, loro sempre è visibile.
Ora prendiamo un poco questo nostro orologio italiano, che pur potrebbe passare sotto l’equatore, e trasportiamolo al cerchio polare. Come lo regolaremo noi, volendo che segni giusto il tramontar del Sole, che sta ivi nascosto per 24 ore e per altrettante è visibile? Come ce ne potremo noi servire vicino al Polo con un giorno di quasi sei mesi? Quanto più dunque ci scostiamo dalla zona torrida, tanto più instabile riesce il tramontar del Sole, ed inutile l’uso dell’orologio italiano. All’incontro l’oltremontano è sempre eguale così sotto la zona torrida come vicino al polo, siasi l’artico o l’antartico; poiché, o vedasi il Sole per 12 ore come sotto l’equatore, o per quindici e mezzo come in Lombardia, o per ventiquattr’ore come al cerchio polare, o per quasi sei mesi come vicino al polo, o per altrettanto tempo stiasi egli nascosto sotto l’orizzonte, sempre però egli fa il suo giro apparente, e sempre impiega quel tempo che di sopra accennammo a compiere il suo corso ed a ritornare al meridiano d’ond’era partito.
Sembrami d’avere dimostrati gli avvantaggi dell’oriuolo oltremontano e la variazione dell’italiano con quella maggior chiarezza che possasi avere dove trattasi d’astronomia. Ora abbandono la sfera, e mi faccio a considerare qual delle due maniere di misurar il tempo abbia più comodi, anche nel caso che fossero egualmente esatte.
Ho di sopra paragonata l’epoca della misura del tempo a’ linguaggi. Ora richiamo di bel nuovo questo paragone, ed interrogo: se tutti gli Europei, eccettuatane solo una nazione, si servissero d’un medesimo linguaggio, non sarebbe ella irragionevol cosa il rigettarlo e l’ostinarci a servirci d’un altro, il quale, quantunque fosse ugualmente espressivo, non sarebbe mai universale? E poiché niente ci costerebbe d’incomodo l’addottare l’orologio oltremontano, perché mai vorremo usar del nostro, che a nulla più serve, appena passati gli angusti confini del nostro Stato? Non sono i soli oltremontani che per principio della misura del giorno prendano il meriggio. Quasi tutti i popoli a noi vicini se ne prevalgono. Alcuni Stati anche dell’Italia hanno saputo stendere i comodi della vita anche sulla misura del tempo. Col mezzo giorno regolansi gli orologi nel Gran Ducato di Toscana, negli Stati di Modena e Reggio, in tutto il Piemonte, ne’ Ducati di Parma e Piacenza. E questa sì utile mutazione s’è da poco tempo introdotta con tutta la facilità e coll’universale approvazione.
Ma qui taluno degli ostinati adoratori degli usi ereditati se leggesse il Caffè, benché mosso dalle addotte incontrastabili ragioni nell’interno dell’animo, pure con un riso indicatore di disprezzo o compatimento esclamerebbe: e che mai ci viene costui a parlare di facilità di regolar l’oriuolo col mezzo dì? Passi perciò che risguarda la giustezza d’esso; il voler però discorrere di facilità di regolarlo è una somma impudenza. Chi non vede che il popolo non arriverà mai ad intender l’ore all’oltremontana? Chi non vede la difficoltà di regolar l’oriuolo col meriggio che da nissuno si scorge? Laddove il tramontar del Sole e l’oscurità della notte sono un punto sensibile e certo. Potremmo, è vero, prevalerci delle meridiane; ma dove trovarle esatte? Dove rinvenirle in vista al pubblico? Dove trovarle ne’ villaggi e nelle montagne? Come a regolar ci avremo ne’ giorni nuvolosi, sì frequenti in questo nostro clima? Lasciamo una volta quel vizio di biasimare gli stabilimenti antichi e d’introdur nuove usanze, sempre detestabili perché nuove; e poiché abbiamo così vissuto fin ora, potremmo bene continuare sullo stesso piede.
Sottili ragionamenti sono codesti, e provano certamente in chi li produce una rara perspicacia di spirito. Io confesso, la novità di qualunque cosa, comecché ottima, dovere da certuni biasimarsi. Per altro se i virtuosi nostri antenati avessero tanto abborrita la per essi nuova introduzione de’ cammini da fuoco, di ben riparati ed adagiati cocchi, di usci e finestre più adattate, dell’uso della
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXV )(
scorza del Perù, chiamata china, dell’unzione del mercurio ben preparato, dell’ago magnetico per la navigazione; se, per finirla, avessero costantemente rigettate queste novità, noi ci scalderemmo, o piuttosto ci affumicheremmo, ad un fuoco posto in mezzo d’una stanza; incomodi sommamente sarebbero i nostri viaggi; e siasi sortendo da casa, o in casa ancora, non sarebbevi riparo contro la inclemenza della stagione, né a nostra voglia guarirebbesi dalla febbre terzana e d’altri malori, né ad appagare la moltitudine de’ nostri bisogni fattizi ci apporterebbe a vil prezzo il sicuro marinaro le droghe e derrate straniere.
Ma poiché l’uso di misurar il giorno col meriggio non è nuovo in Europa, e l’utilità d’una cosa deve considerarsi, non la sua antichità, proseguiamo ad esaminare senza parzialità gli avvantaggi e i difetti delle due misure del tempo.
Se l’uniformità è sempre desiderabile in qualunque siasi cosa, sembrami che particolarmente abbia a ricercarsi nella distribuzione delle ore; in modo che in ogni stagione lo stesso numero d’ore ci avvisasse de’ doveri assegnativi. Ora io considero tutte le pubbliche incumbenze solersi in tutti i mesi dell’anno spedire alcune ore prima o dopo il mezzo giorno, né v’è a mia notizia uffizio alcuno che sogliasi sempre fare poco prima o poco dopo le ventiquattr’ore, e quand’anche ve ne avesse qualcuno, la sera ci avvertirebbe più sicuramente che i nostri oriuoli non possano fare. Varia è fra noi l’ora di recitar mattutino e celebrare l’ultimo sacrifizio della Messa, sicché ed i nostri ecclesiastici hanno sempre a consultare il calendario, e gli o sovverchiamente pigri o troppo affacendati sono in un’inquieta incertezza del quando dirassi l’ultima Santa Messa; e nelle pubbliche feste, nelle conversazioni de’ giovedì, de’ sabbati e nelle vigilie si tiene sempre un almanacco in mano per vedere fino a qual ora possansi mangiare cibi grassi, o quando termini la per alcuni importuna giurisdizione del sabbato e delle vigilie; e contendesi dell’ora precisa della mezza notte. Tutto ciò fammi sentire il bisogno d’esser avvertiti de’ due punti, meriggio e mezza notte. Punti che sono certi e non visibili al volgo, e allo stesso volgo necessari a sapersi. Laddove inutile ci è l’avviso dell’approssimarsi la notte, punto visibile per sé, e vario ed incostante a segno che alle ore 23 e minuti 50, egualmente come dieci e venti minuti ancora dappoi, sentesi dire essere ventiquattr’ore.
Che se parlasi della difficoltà d’intendere questa nuova partizione di tempo e di rinvenire il punto del meriggio, non è egli cosa ridicola il trovar difficile in Milano ciò che sì facilmente praticasi per tutta l’Europa, e s’è recentemente introdotto in molti Stati d’Italia? Non è egli vero che que’ che abitano vicino al Palazzo Ducale od al Castello così bene comprendono le ore oltremontane che vi suonano, come farebbe un tedesco od un francese? Né qui in Milano o in altre città d’Italia mancano meridiane, e quando una sola ve ne fosse per città, essa darebbe regola ad un orologio che servirebbe di modello a tutti gli altri; e se pur anche non ve ne fosse alcuna, la necessità d’averla ne farebbe delineare quante si vuole. Che se vogliasi provedere al comodo degli abitatori delle campagne, porzione la più utile e più rispettabile della nazione, con qual facilità non costruirebbesi un orologio a Sole sulle pareti della parrocchia, che regolasse l’oriuolo a campana? E come non vi s’introdurrebbe quest’usanza, giacché essi per lo più non sogliono misurare il tempo co’ nostri oriuoli, ma col contare tante ore prima o dopo il meriggio e la mezza notte? Quanti sottilissimi mezzi non ci somministra l’astronomia per iscoprire il primo col Sole e la seconda colle fisse? E per una irrefragabile prova di ciò piacemi di qui soggiungere una spedita non meno che sicura maniera di rinvenire il mezzo dì.[178]
Su d’un piano orizzontale esposto al meriggio s’alzi un ago perpendicolare, ed intorno ad esso preso per centro si descriva uno, o per maggior cautela due o tre cerchi. Questo cerchio sia di tal grandezza che allorché è mezzo giorno, ed il Sole più alto renderà più corta l’ombra del gnomone, questa abbia a cadere dentro il circolo. Alla mattina ed alla sera l’ombra sarà tanto estesa che caderà fuori d’esso. Quest’ombra verrà dunque nel suo giro a tagliare in due punti il cerchio, uno alla mattina, l’altro alla sera. Verso il solstizio d’estate, per dare alla linea una perfetta determinazione, perché allora le altezze del Sole sono sensibilmente le medesime in punti egualmente distanti dal meriggio, si notino i due punti già accennati, e da questi tirinsi due linee al centro. L’angolo da esse formato si divida per metà con una linea, che anderà a tagliare per metà l’arco compreso tra i due punti segnati. Quella linea sarà una meridiana, alla cui giustezza non mancherà che di ripetere lo stesso esperimento per due o tre volte per accertarsi d’averlo eseguito con tutta l’esattezza.
Io non pretendo d’avere scritto per gli uomini colti: quest’è il motivo per cui ho sacrificato tutto alla chiarezza, ed hommi sempre proposto d’esser piuttosto diffuso che oscuro. Che queste mie riflessioni ottengano cambiamento nell’epoca degli orologi o non l’ottengano, a me nulla importa. Io sono, della qualunque siasi mia fatica nello stenderle, abbastanza ricompensato coll’avvantaggio d’avermi sviluppate e disposte con qualche metodo quelle idee che aveva sopra questa materia. La mia istruzione sarà sempre l’unico immancabile scopo e premio de’ miei studi.
L. [Alfonso Longo]
Le maschere della commedia italiana
Il nostro buon Demetrio si è lagnato con noi, perché da tanto tempo non si faccia più menzione della sua persona in questi fogli; e per dirla, il nostro buon Demetrio, che ci dà un caffè sì squisito tutti i giorni, che è tanto ragionevole e discreto con tutti, ha ragione di lagnarsi della dimenticanza nostra. Nella scorsa settimana si venne a parlare nella bottega della compagnia de’ commedianti, delle diverse rappresentazioni che si sono fin ora fatte, di quelle che si devon fare, e cose simili. Siete per altro curiosi voi altri Italiani, prese a dire Demetrio, e per verità non so come possiate giustificare il gusto vostro nella scelta delle maschere che avete riposte sul teatro. Lasciamo a parte il Pantalone, che almeno è una figura caricata bensì, ma finalmente figura umana; ma come v’è venuta in capo la fantasia di vestire due personaggi in guisa che abbiano la testa da moro e le mani da bianco, e che questi due mori sieno due originari bergamaschi? Come malanno v’è venuto in capo di fare un Dottore che ha nero il naso e la fronte, e bianco il restante del volto? Per verità, soggiunse, non so trovare né ragionevolezza né origine di sì fatti mostri che avete fissati su i teatri, e che pure su i teatri rappresentano la parte di uomini. Bel bello, amico Demetrio, rispos’io, voi siete greco, e voi altri greci, e particolarmente Greci caffettieri, in fatto di erudizione non potete vantarvi di saperne molta. Ascoltatemi per poco, che potrò forse soddisfarvi.
L’uso di rappresentare sul teatro colla maschera al viso è della più remota antichità teatrale e nella vostra Grecia stessa, ne’ suoi bei giorni, nessun atto si presentava sulle scene altrimenti che colla maschera. Di più. Nell’antica commedia erano le maschere talmente costanti, che v’era la maschera dell’avaro, la maschera del parasito, la maschera del servo fedele, la maschera del servo astuto; cosicché al solo presentarsi l’attore sulla scena con quella maschera, prima anche che parlasse, sapevasi il personaggio che doveva rappresentare; siccome appunto anche fra di noi tutte le maschere d’Arlecchino hanno la medesima figura, tutte le maschere di Brighella, Dottore e Pantalone si rassomigliano per tal modo che nessuno s’aspetta delle dappocaggini dal Brighella o delle astuzie dall’Arlecchino. Cominciamo dunque, Demetrio, a stabilire che il costume d’aver maschere invariabili adattate a un certo carattere viene dalla veneranda antichità de’ teatri greci e romani; e crediatemelo sulla parola, se non volete che vi faccia venire per la posta una eruditissima dissertazione con mille e più citazioni in margine che ve lo provino.
Erano presso i Romani antichi due professioni distinte, quella del commediante e quella del mimo. I mimi avevano la faccia nera, e si mostravano sul teatro fuligine faciem obducti; né accostumavano già essi di comparire sulla scena con calzari rilevati come i commedianti, ma sibbene senza taloni alle scarpe, e perciò avevano il nome di mimo, come ci attesta Diomede: Planipes graece dicitur mimus, adeo autem latine planipes, quod actores planis pedibus proscenium introirent. Eccovi dunque, Demetrio mio, che l’Arlecchino e il Brighella s’assomigliano già a due mimi antichi, e per la faccia bruna, e per la immutabilità della loro maschera, e per i calzari. Ma ciò non basta ancora, direte voi; convien provarmi che anche l’abito del corpo fosse simile presso gli antichi. Benissimo; ed io vi proverò che de’ mimi antichi ve n’erano vestiti appunto come l’Arlecchino nostro. Leggete quel passo d’Apuleio, dove dice: Num ex eo argumentarere uti me consuevisse tragoedi syrmate, histrionis cocota, mimi centuclo. Notate che al mimo si dà per distintivo il centuclus, cioè il vestito di cento pezzi di vari colori, il vestito in somma d’Arlecchino. Di più ancora Vossio nelle Instituzioni poetiche c’insegna che Sanniones mimum agebant rasis capitibus, e notate qui due cose: la prima, che Sannio e Mimus erano dello stesso mestiere; la seconda, che l’Arlecchino e il Brighella si chiamano per antichissima tradizione anche a’ dì nostri Zanni; e Zanni è una voce corrotta da Sannio. Prendetemi dunque un mimo con capo rasato, con faccia annerita, con vestito di vari pezzi a più colori, con scarpe piane, dategli il nome di Sannio, come lo troviamo presso gli antichi, e dubitate se è possibile che questo mimo non sia lo stesso stessissimo del nostro Arlecchino.
Dunque, direte voi, potrem noi credere che il grave Porzio Catone, il grave Marco Tullio Cicerone e sì fatti gravi uomini abbiano veduto l’Arlecchino sulle scene di Roma? Signor sì, che lo potremo credere; ne volete una dimostrazione che Cicerone lo ha veduto? Leggete il libro De oratore, dove descrive l’Arlecchino fedelissimamente con questi termini: Quid enim potest tam ridiculum, quam sannio est, qui ore, vultu, imitandis motibus, voce, denique corpore ridetur ipso! Dubiterete voi dopo ciò che i due Sanni o Zanni della commedia nostra non sieno un avvanzo del teatro antico, trasmessoci senza interruzione dai tempi della repubblica sino ai nostri? Potevano bensì restar oppresse e la tragedia e la buona commedia dai secoli della barbarie in cui fu avvolta l’Italia, ma quel grossolano piacere che ogni più rozza nazione prova co’ spettacoli mimici non si volle mai proscrivere nemmeno nei tempi della maggiore ignoranza, e pare molto verisimile che mentre il teatro d’Italia si perdeva, restassero nondimeno le buffonate mimiche o sulle piazze o in qualche luogo destinato ai spettacoli, e di ciò ne troviamo memoria sino al secolo XII.[179]
Va bene, disse allora Demetrio, voi m’avete impressa nel mimo una profonda venerazione per l’Arlecchino e il Brighella, e rendo onore al vostro talento per fare le genealogie e nobilitare le origini: ma non vorrete già provarmi che il Dottore e il Pantalone sieno d’una sì antica prosapia. No, Demetrio, rispos’io. L’origine del Dottore non oltrepassa il secolo duodecimo, quando Irnerio aprì in Bologna la nuova scuola della giurisprudenza, sulla quale si regge anche al dì d’oggi buona parte dell’Europa. Io credo nata la maschera del Dottore quando i due celeberrimi dottori Bulgaro e Martino disputarono se tutto il mondo fosse dell’Imperatore a solo titolo di proprietà, ovvero anche di usufrutto; e certamente vi voleva una maschera col naso nero, la fronte nera e le guance rosse per rappresentare al naturale un uomo che disputa se tutto l’universo sia d’un solo uomo per proprietà ovvero per usufrutto; ed alcuni eruditi pretendono che il dono di questa maschera sia stato forse il più fortunato che gli uomini abbiano ricevuto dalla scuola d’Irnerio.
Del Pantalone non ci avete fatto rimprovero, o Demetrio; pure, per dirvene una parola, io credo che verso la fine del secolo XIV, o al principio del XV, sia stata accresciuta al nostro teatro questa maschera, nel tempo in cui il vastissimo commercio de’ Veneziani faceva colare nel solo Stato di Milano l’annua somma di zecchini seccento novanta cinque mila per altrettanti lavori di lana che si trasmettevano a Venezia, d’onde si vendevano poi in Levante; del che potete assicurarvi leggendo la disputa contemporanea del doge Tommaso Mocenigo riferita dallo storico Sannudo nel Rerum italicarum scriptores, tom. XXII, pag. 954.
Demetrio si mostrò persuaso delle mie ragioni, e mi pregò di riporle nel foglio, come ho fatto.
P. [Pietro Verri]
Sin tanto che la commedia esporrà su i teatri i vizi degli uomini, poco ne sarà sempre il frutto. Declami sin che vuole il poeta comico o sferzi col terribile flagello del ridicolo l’avaro, l’ipocrita, il sanguinario, il giuocator di mala fede; nessuno di questi l’ascolta. Se ne sta l’uno contando le sue monete, se ne sta l’altro col collo torto truffando il suo prossimo; questi fa un’ingiusta pace di paroli; quell’altro carica le sue pistole; hanno ben da fare costoro, che venire alla commedia! Meglio è, cred’io, il prender di mira i difetti, non i vizi degli uomini.
[Pietro Verri]
Ai giovani d’ingegno che temono i pedanti
Io credo che ciò che constituisce la massima differenza fralle bell’arti e le arti meccaniche ciò sia, che per riuscire eccellente in quelle si richiegga uno spirito che più ricerchi le bellezze di quello che non tema i difetti, laddove il talento che più teme i difetti anzi che cercar le bellezze è quello che fa distinguere nelle arti meccaniche. Un orologiaro, un macchinista qualunque deve principalmente curare che nessuna parte scabrosa o trascurata rimanga del suo ordigno, anzi che adornarlo d’altri vezzi nuovamente ritrovati; che se tal legge sia la norma dello scultore, del pittore, del poeta e dello scrittore, tu vedi agghiacciarsi la mano dell’artefice, pentirsi, ripentirsi e lasciare alla fine un freddo, un affettato, un insipido lavoro. Chi è destinato ad operar colla lima, tema che ogni superficie non sia perfettamente levigata, che ogni costa non sia perfettamente affilata, e chiamando con ogni sforzo tutta l’anima agli occhi, lavori, e sudi, e non si stanchi per giunger alla perfezione; ma colui che assistito dalla natura di un’anima più elevata ed una più fertile immaginazione, esercita una di quelle che con universale vocabolo chiamiamo belle arti, intraprenda ed ardisca, né tema i difetti servilmente, ma secondi quel caldo genio che lo agita e vada con una sorta di feroce talento a carpir le bellezze dell’arte. Le bellezze allogiano vicine ai difetti, e qualunque volta una cosa insipida ricerchi di animare, la spingi appunto verso i difetti; e se di più la inoltri, la inzuppi di follia. I più sublimi tratti d’eloquenza, le più grandi e tragiche espressioni della pittura, le più appassionate inflessioni della musica, il sublime in somma in ogni cosa d’immaginazione è sempre all’orlo del ridicolo e della caricatura; un grado che vi si aggiunga ve lo porta. Un tal linguaggio è sconosciuto a tutte le anime fredde o incallite sotto il giogo della pedanteria; in vano cerchi da esse quel giudizio delle cose che nasce dalla squisita sensibilità e da una sorta di reazion del cuore: se di sì fatti principii con essi ragioni, tu fai lo stesso che parlando di musica al sordo o di pittura al cieco: manca in essi il sensorio, né il ragionamento tuo lo può far nascere.
Nella organizzazione degli uomini v’è qualche cosa di simile a quello che la fisica ci dimostra nell’armonia, cioè che al suono d’una corda le altre che con lei consonano fremon tutte; ma se a questo fenomeno si presenti uno stromento discorde, non ne vedi alcun effetto. Proverem noi a una corda stonante che ora è il tempo di scuotersi? Lo stesso dì de’ pedanti generalmente. Costoro non s’inducon mai a giudicar buona o cattiva una cosa qualunque, perché provino al suo effetto una emozione aggradevole o disgustosa; ma chiaman buono quel che somiglia a un tal modello che si sono prefisso per il modello del buono; chiaman cattivo tutto ciò che da questo si allontana.
Se alla voce d’un oratore, se ad una scena di teatro tu vedi cader le lagrime agli uditori, sappi che queste lagrime sono una matematica dimostrazione dell’eloquenza dell’oratore e della bellezza del dramma. Lascia pur che il pedante di marmo resti solo insensibile, e ti citi una farragine di testi e d’autori di lingua; lascia pur che ti scagli contro le autorità mal intese d’Aristotile, di Quintiliano e d’Orazio; lascialo sminuzzar pezzo a pezzo l’orazione, o la favola, e trovarvi quelle macchie le quali provan che ha de’ difetti, quelle macchie delle quali Orazio non s’offendeva, non ego paucis offendar maculis. Se dopo ciò si ripeta o l’orazione o il dramma, vedrai il ghiacciato pedante pianger di rabbia, perché tutti i sensibili spettatori piangono una seconda volta di tenerezza.
Ma se tu tremi, e se colla penna in mano non sei tu il primo commosso da quel sentimento che vuoi eccitare in altrui, come potrai mai farlo nascere? Se mentre nell’agitata fantasia ti si devono destar le idee, il gelato flagello della pedanteria ti fischia sul capo, e t’innoridisci per tema di non derogar con qualche vocabolo, con qualche frase, all’implacabile autorità de’ parolai, come potrai mai sollevarti dalla mediocrità?
Un uomo, che avea le gambe rattratte dalla podagra, sì che giacea immobile da più anni a sedere, scrisse un compiuto trattato sull’arte di ballare, e con somma fatica s’ingegnò di dimostrare qual uso dovesse farsi ora del tendine d’Achille, ora d’altro muscolo, e come il centro di gravità del corpo umano cader dovesse ora sul calcagno ed ora sulla parte più molle della pianta del piede, e così dicendo. Si fec’egli portar in teatro, dove un eccellente ballerino, ignorantissimo nella scienza de’ muscoli e della statica, rapiva gli applausi di ognuno colla grazia e colla maestria dell’arte: il povero podagroso cercava di far popolo, e strillava, e citava, e dicea molte villanie in buona lingua; ma gli spettatori abbandonavansi alla seduzione dell’eccellente pantomimo, e lasciavano dissertar solo sul ballo l’uomo delle gambe fasciate; per il che prese al gottoso talento di scrivere un libro, e gli diè il sonoro titolo La cannonata teatrale. Questo libro fu ripieno di assai podagrose idee e di assai lepidi sillogismi, co’ punti e virgole religiosamente a lor luogo, per lo che pomposamente vi spiccava la maestà grammaticale. Ei nel suo libro s’era proposto d’insegnare la vera arte del ballo a tutta l’Italia; e l’Italia imparò la vera arte di ridere. Ma come la uniformità del ridicolo annoia, sul punto in cui stavano i leggitori per provar quest’ultimo sentimento, gli rimontò la podagra sino alle mani, e cessò di scrivere. Fortuna per il ballo che i pedanti ballerini son rari, quanto frequenti sono i pedanti delle lettere.
Chiunque si determina a coltivar qualch’una delle belle arti, se non ha quella delicata sensibilità che fa provare un raccapriccio, e scorrere per le vene un dolce freddo in tributo ai colpi maestri dell’arte, non farà mai nulla di buono. Nelle scienze e nelle cose di puro ragionamento il miglior giudizio è quello che si dà dopo un maturo esame; ma se nell’eloquenza, nella poesia, nella pittura, nella musica tu pensi prima di esclamare: bello! buono!, o l’artefice non vale, o non vali tu stesso; poiché succede lo stesso effetto o che tu sia straniero alle cose, o che le cose sieno straniere a te. Non vi perdete, o giovani di talento, a compilar precetti, non siate paurosi nelle bell’arti; lasciate che sfuggano alcuni difetti, purché sieno ricompensati da molte bellezze. I tratti che vi proponete da imitare sian quegli che fan nascere in voi l’emozione; non temete, e non badate a que’ sgherri, a quegli assassini della letteratura ch’io chiamo pedanti; seguite franchi il buon genio che vi guida, e sia questo costantemente l’intimo sentimento. Non v’arrossite di far degli errori; le più belle cose degli uomini ne hanno; le sole mediocri possono non averne, perché le mediocri sole son fatte a sangue freddo; lasciate ai meccanici temer gli errori, voi temete i precetti de’ pedanti, e contenti di quella venustà che danno sempre le buone idee allo stile, e di quella coltura che allontani la lingua vostra dalla barbarie, scrivete, e attraverso del gracchiare di que’ pedanti che cercarono d’avvilire Orazio, che giunsero a far impazzire il troppo compiacente Torquato Tasso, seguite tranquillamente la vostra carriera. Hoc habet ingenium humanum ut cum ad solida non sufficerit, in vacuis et futilibus se atterat. Bac., De aug. scien.
P. [Pietro Verri]
IL CAFFÈ )( Fogl. XXXVI )(
Lo spirito di società
Recede in te ipsum quantum potes, cum his conversare qui te meliorem facturi sunt. Seneca, epist. 7.
Fra le tante cose utili alla società degli uomini che ha prodotte l’universale coltura del secolo presente, deve annoverarsi una certa fratellanza che s’è introdotta da uomo a uomo. I nostri ruvidi antenati se ne stavano racchiusi ne’ solitari loro castelli, sempre Guelfi o Ghibellini, anche cessato che fu il bollore di quelle orrende fazioni che per più di due secoli furono la più seria delle nostre pazzie. Pieni di selvatichezza e d’ignoranza, si guatavano l’un l’altro sospettosamente; nessuno spirito di società, nessuna dolcezza di costumi, nessuna amorevolezza o pulitezza di maniere sembra che regnasse fra loro. Sicari, veneficii, clandestini massacri, inestinguibili inimicizie furono le imprese de’ più potenti in que’ secoli di barbarie, ch’altri chiama i tempi della buona fede. La nobiltà tutta d’Europa aveva tai costumi verso il secolo millesimo e li conservò per lungo tempo dipoi. Di un’ingiuria, di un privato atto d’inimicizia ne trasmetteva il padre la vendetta a’ suoi descendenti: quindi da famiglia a famiglia risse e contese crudeli senza fine. Sanno gli eruditi che a tal segno giunsero queste inimicizie private, chiamate faide negli antichi cronisti, che dovettero i Concili intimare di tempo in tempo le tregue di Dio, così dette perché facevan tregua alle private vendette, che solevano proibire per alcun tempo. Queste tregue di Dio si proclamavano per lo più o nelle occasioni di qualche pubblica letizia, o ne’ tempi destinati particolarmente alla divozione, come di quaresima, giubilei, nozze di principi e simili. Le antiche case di campagna de’ nobili hanno tuttavia le ruine della passata crudeltà, cioè de’ trabocchelli, che ora grazie al Cielo ad altro non servono che di monumento esecrabile della barbarie de’ nostri antichi padri. Né moltissimo sono da noi distanti que’ tempi funesti: ognun sa di quale umore fosse il conte Porrone, la di cui vita è stampata, e ciò che v’è di singolare in essa si è che l’istesso autore, che racconta le non poche di lui crudeltà, le difende ancora e ne fa elogio come frutti d’un animo generoso. Tal era l’idea del giusto e dell’onesto che in faccia al pubblico veniva autorizzata colle stampe. Ora, a gran fortuna del secolo, l’umanità ha ripresi i suoi diritti. Ma non vi sarebbe per avventura qualche altro male in questa novella maniera di vivere? Siamo ben lungi dagli stiletti, e dal veleno, e dai trabocchelli, e faccia il Cielo che più non ritornino sì mostruose invenzioni; ma sonosi cangiati gli orridi costumi antichi così vantaggiosamente che non si abbia se non se guadagnato nella mutazione? Questa domanda mi fa risovvenire d’una espressione del signor De la Bruyere, ed è che gli uomini sono talvolta come i marmi ben tagliati, cioè lisci lisci, ma duri. Con che vuol egli dire che non sempre vera e reale è la coltura e l’umanità de’ costumi, ma bensì apparente. Per me altro non dico, se non se che non può chiamarsi vero spirito di società quello che in altro non consista che in un continuo dissipamento di noi stessi, ma bensì quello che ha per mira quella onesta comunicazione fra gli uomini, per cui tendono a rendersi vicendevolmente la vita più dolce, più aggradevole e più felice. Onde non tenderà a tal fine né il continuo rumoreggiare della grande società, né que’ solenni perditempo chiamati convenienze, offici e pesi necessari per chi vive in società; ma al contrario quello spirito quasi direi di famiglia e quella urbanità di maniere che nasce dalla voglia di piacere altrui. Onde se gli antichi erano troppo selvaggi, forse i moderni sono troppo socievoli; perché il cuore umano è capace di una data quantità di benevolenza; che se questa benevolenza è troppo espansiva di sé, s’ella troppo si sottodivide in minime porzioni, conviene ch’essa manchi talvolta dov’esser vi dovrebbe, e che vi sia dove non vi dovrebb’essere. Io mi spiego. Un uomo che faccia professione d’esser intimo amico di cento persone, conviene che non lo sia veramente di nessuna. Da qui ne viene che lo spirito di amicizia, dolcissimo sentimento, e uno de’ pochi innocenti beni di quaggiù, non sia per lo più che un nome vano; che tanti ossequiosissimi servitori, tanti divotissimi schiavi, tanti rispettosissimi ed amicissimi sino alle ceneri non siano che indifferentissime creature, che vanno ripetendo metodicamente per professione queste superlative menzogne. Da qui ancora ne viene che lo spirito di famiglia s’annienta e s’estingue, poiché gli affetti racchiusi una volta o nelle domestiche mura od in un piccolo e scelto cerchio d’amici, ora diffusi per tutti i canti della città, in tutte le case e sopra tutto il genere umano se fosse possibile, hanno sciolti que’ sagrosanti nodi, quelle umanissime benevolenze di famiglia, che tanto rendono il cuore umano buono e benefico. Dove, per fine, fassi professione, senza scelta e senza fine, di farsi un amico in tutti gli uomini, non se ne può fare veramente nessuno; e perciò ne’ paesi ne’ quali si sa gustare il piacere dell’amicizia e della società, non si ritrova quella sfrenatissima smania d’esser l’amico universale. Non sono fuori del mio proposito le riflessioni di un selvaggio del Canadà andato a Pekino. Questo, vedendo per la prima cosa inginocchione que’ cittadini nella pubblica piazza di quella capitale, uno in faccia dell’altro, domandandosi mille scuse e mille perdoni, ceremoniandosi come sconci scimiotti: Oh, disse quel selvaggio, vedi quanto bene si vogliono queste creature; che sian pur benedette! Gli uomini del mio paese non s’amano in tal guisa; ella è pure una bella cosa l’esser pekinese! Un suo amico pekinese ch’era con lui gli rispose: Oh voi v’ingannate, signor don Canadà. Vedete là quei due, che s’abbracciano teneramente e si stroffinano il viso co’ baci? Quei due là, vedete, quei due istessi cercano ambo una carica nel Consiglio di questa città, sono due rivali giuratissimi, sono due nemici mortali. Finiti che avranno i loro teneri abbracciamenti, andranno ciascuno da qualche pekinessa a lacerarsi vicendevolmente l’un l’altro; gli vedreste allora mutati a segno di non conoscergli più. Oh stravaganza, replicò quel buon Canadà, perché fingono essi adunque un sentimento che non hanno? Amico, caro, gli rispose il pekinese, questa vostra massima vale nulla affatto fra di noi altri uomini civilizzati, e la lasciamo tutta a voi poveri selvaggi. Poiché se questa vostra affatto strana dottrina si cominciasse ad introdurre, come la vorrebbero ammettere tanti ignoranti che non vogliono sentirsi dire che sono ignoranti; tanti mormoratori che non voglion sentirsi dire che sono mormoratori; tanti debitori che non voglion sentirsi dire che è ingiusta cosa, e degna d’esser punita dalle leggi, il vivere deliziosamente de’ pianti altrui e ’l banchettare a spese della fame e della squallida miseria de’ creditori? Voi vedete bene quanto sia necessario il non dir loro sì fatte ingiurie. Tali ragionamenti faceva colui sulla piazza di Pekino, e li faceva sotto voce, perché anche colà non si posson sempre dire tai cose impunemente. Ma quel pekinese, per far nascere nel suo selvaggio alunno altre idee un po’ più socievoli, lo pregò di seco andare in una adunanza, dove avrebbe veduto come ivi si vivesse. Lo vestì adunque alla chinese e lo condusse in casa di un mandarino, in cui si dava quella sera una veglia. Fu colpito il Canadà dalla magnificenza che ivi regnava, dallo splendore fattizio di una vasta sala che ivi imitava la luce del sole, che già aveva abbandonato l’orizzonte, da’ profumi ond’era imbalsamata soavemente l’atmosfera, dallo sfoggio di festoni, di fregi, di tappezzerie, dallo splendore e dalla varietà de’ vestiti, in somma gli parve di essere piuttosto che fra gli uomini fra gli dei. Tant’era nuovo per lui spettacolo sì giocondo a vedersi, e maraviglioso. Un confuso incessante mormorio di voci gravi, mezzane ed acute cominciò ad arrestarlo per ammirazione sulla porta. E che mai è questo rumore? diss’egli. Tale ne fa il mare nel mio paese quando cominciano i venti a turbarlo! Eh nulla affatto, risposegli il pekinese, questi signori hanno tante cose da dirsi, che non altrimenti può finir la faccenda se non parlano tutti in una volta. In questa sala, vedete, si andrà poco a poco addensando l’aria per le folte inezie che vanno sortendo di mano in mano da tutte queste bocche, finché, inzuppata ad un certo segno, si farà grave e narcotica, quindi comincieranno gli sbadigli, poi il sonno. Questi signori probabilmente diranno male di quelli che sono assenti, e partiti eglino, sopravvenendo altri renderanno loro la pariglia. Poi verso la fine ridotti a piccolo cerchio, gli amici intimi della casa avranno due orette di vivissima conversazione, nella quale si faranno le più spiritose e gentili maldicenze del mondo su di tutti quanti. Così l’un l’altro si vanno aiutando a passare alla meglio che si può quel momento di misera vita che respiriamo su questo globo. Voi mi dite cose assai strane, disse il Canadà. Ne vedrete forse di ancor più strane, rispose l’amico pekinese, e glielo disse a tempo, poiché passando in quel momento una pekinessa, che esciva dall’adunanza, guatato don Canadà con due vivissimi occhi, dimandò ad un vicino: Chi è quella sconcia figura? Egli è un Canadà, le rispose l’amico, ho l’onore di presentarvelo, madama. Oh come! Siete di quella razza cagnesca che abita l’America Settentrionale? Sì, rispose don Canadà. Si vede bene, ripigliò la pekinessa, che siete di quel paese, perché non sapete le creanze, e se le aveste sapute non ignorereste che alla soavissima e risplendentissima moglie del principe di Ucam non si risponde senza darle i suoi titoli; e poi dispettosetta se ne andò. Pensate come restasse il povero selvaggio, e quanto strana trovasse l’ira di madama la pekinessa! Ma l’amico lo tolse alle sue riflessioni facendolo attraversare là fra gli urti e l’ammirazione di tutti quelli che lo guatavano come un animale dell’altro mondo; lo presentò alla padrona di casa, che se ne stava agiata su di un sofà. Ella era attorniata da un cerchio di persone, gli occhi de’ quali furono tutti rivolti in un punto sulla figura del selvaggio. Chi può dire le riflessioni che succedettero ad un breve silenzio? Chi è quella figura? chi è quel babbuino? chi è quel brutto animale? Altro non udivasi risonare per tutta l’adunanza. L’amico pekinese era ben mortificato di tale accoglienza. E come: tale è l’ospitalità de’ Pekinesi?, disse all’orecchio all’amico il Canadà. Ma, gli rispose, bisogna sapere che qui non si sono mai veduti Americani. Ebbene gli hanno da dileggiare perciò…? Senza dubbio, rispose l’amico; gli uomini socievoli hanno una sì fatta convulsione ne’ nervi risori, che ridono sempre anche quando sono divorati nel profondo dell’anima da’ più tristi rancori. Ma intanto che tal dialogo facevano que’ due, si avanzò uno e chiamò: Di grazia, il signore di che paese è? Canadà, gli disse. Oh bella, Canadà è vostra eccellenza! esclamò un bello spirito. Oh, disse un altro, che diamine di figura! Eh signor Confusio, disse un altro tale, senta, questo signore è Canadà! Oh miseria, Canadà! E così a poco a poco tutti quanti esclamarono: Un Canadà! Un Canadà! Siete curiosi voi altri Pekinesi, disse naturalmente l’americano; se uno di voi venisse al mio paese, non vi sarebbe alcuno che si maravigliasse di sua persona, come ora voi fate di me. Vi guarderemmo come un animale diverso da noi d’abito e di colore, e nulla più, e vi lasceremmo vivere in pace. Oh questa è bella, disse un lepido ingegno della compagnia, volete paragonarvi a noi, voi signor selvaggio? E già il povero don Canadà cominciava ad avere l’idea della noia, onde lo salvò dall’altrui indiscretezza il suo amico traendolo in disparte, e per sua consolazione gli disse: Sappiate amico caro, che vi sono certi uomini fra di noi che si chiamano filosofi, cioè amanti della verità; questi tali fanno a questo mondo la figura che fate voi in quest’adunanza: quella ammirazione che reca un selvaggio da noi lo reca ancora un filosofo. Ma intanto che questa conversazione si tenea da loro in disparte, si portarono nella sala alcuni giuochi. Cessò a poco a poco il tumulto delle garrule voci, e quasi tutti a due, a tre, a quattro, a cinque in varie parti intorno le tavole si raunarono. Successe un pensieroso e tristo silenzio al furore della lingua. Rimase a tal cangiamento attonito don Canadà; misurò con uno sguardo que’ diversi manipoli de’ giuocatori, e rivolto al suo pekinese: Cos’è questo silenzio, dissegli, agitasi forse qualche serio affare di Stato? Non già, risposegli, questi signori sono occupati al giuoco. E che è mai questo? ridisse don Canadà. Ma questo, lui disse l’amico, è una spezie di commercio, nel quale si può perdere e vincere danaro, secondo la buona o cattiva fortuna; questo divertimento piace tanto che alcuni vi ruinano sé e la loro famiglia. E questo lo chiamate divertimento, disse con sorpresa l’americano, e come lo può essere quello in cui v’è pericolo di uscirne mendico per tutta la vita? Ma che volete che faccia tutta questa gente, gli disse ancora il pekinese, qui tutta sta notte? Parlano, urlano, ridono, s’annoiano, si lamentano del caldo e della cattiva stagione, contano novellette, tutti le odono sbadigliando, e poi tutto in un tratto cessano le idee, e che fare? Queste ed altre cose disse quel buon pekinese per sua consolazione al Canadà; ed intanto dall’adunanza ambi furtivamente sortirono, ed altrove si portarono non so se con animo di ritornarvi ancora. Tali erano le riflessioni di un americano sulla maniera di vivere in società de’ Pekinesi; e benché in tutta confidenza io le abbia sapute, non temo di comunicarle a’ miei discreti lettori, perché alla fine si sa che Pekino è poi lontano le buone centinaia e centinaia di leghe, e che non sapranno mai quello che di loro si scrive qui da noi. E poi se mai lo sapessero, son così buoni que’ Pekinesi!
In somma, per ritornare da Pekino a noi, vi sono due estremi, per mio avviso, egualmente viziosi nell’umano commercio, la selvatichezza e ’l dissipamento. La prima produce la rozzezza de’ costumi, e la ferocia ancora; il secondo fa gli uomini indifferenti, e poco capaci di vera amicizia e di gustarne le delizie. Scegli, esamina chi ti sta d’intorno, non t’abbandona fra le braccia di qualunque incontri per via. Riserva i sentimenti a chi gli merita, sia la dolcezza de’ tuoi costumi reale, non apparente soltanto. Compisci gli doveri della società, ma non fatti un mestiere di spendere in inutili offici tutto il tuo tempo. Sia per fine né americano, né pekinese, che questo è il vero spirito di società.
A. [Alessandro Verri]
Demetrio ai lettori di questi fogli
Gran pazienza è stata la mia, signori miei, di lasciare che tutti que’ che frequentano la mia bottega per lo spazio d’un anno stampassero il mio riverito nome, le mie sensate opinioni, le riflessioni che mi hanno poste in bocca, senza che mai una sol volta io mi sia presa la libertà di parlare al pubblico un po’ da me stesso, e farmi intendere senza interprete. Ma in quest’ultimo foglio almeno io voglio che vi sia qualche cosa del mio… Ma ultimo foglio, direte voi, lettori cortesi, ultimo foglio; e non se ne vedranno più altri? Non è così, signori miei. Questo è l’ultimo foglio del primo tomo; ma dopo quest’ultimo foglio del primo tomo vedrete comparire il primo foglio del tomo secondo; anzi que’ galantuomini che si radunano nel mio caffè hanno più lena presentemente per ricominciare un nuovo anno caffettista di quello che non ne avessero al bel principio; e di ciò cagione ne siete voi lettori, che avete deciso tanto favorevolmente delle diverse cose che vi hanno presentate in quest’anno. Una bottega di caffè è una vera enciclopedia all’occasione, tanto è universalissima la serie delle cose sulle quali accade di ragionare; né v’è pericolo che manchi giammai la materia a chi stiavi spettatore con qualche accorgimento. Io vi prometto, lettori miei, che farò bere agli autori di quell’ottimo caffè alla greca, senza falsificarlo mai; e se a quegli autori è sfuggito qualche buon tratto dalla penna, son persuasissimo ch’egli è partito dal fondo della mia caffettiera. Che nettare, che ambrosia, che inezie della favola antica; vi vuol altro a far bollire la fantasia d’uno scrittore; il Falerno forse risvegliava le menti al tempo d’Augusto, ma le addormenta ai nostri. Caffè, caffè vi vuole; ed io ho fatta la sperienza che alcune cose, che gli scrittori del foglio hanno voluto scrivere la mattina prima di bere il mio caffè, sono d’una tempra ben diversa da quelle altre che scrissero alla sera. Farò dunque il possibile, lettori miei, per tenere in sistema il foglio, e vedrò d’indurre i miei scrittori a non prendere mai la penna se non scorre loro per le vene l’odoroso vivacissimo mio caffè profumato col legno d’aloe. Devo altresì dichiarare al pubblico che ho fatto il possibile per persuadere essi scrittori a dar ragione d’ogni discorso che pubblicavano, e come fosse nato nella bottega, e d’onde venuto; ma, lettori miei, se avete mai in vita vostra avuto a fare con uomini di lettere, avrete potuto accorgervi che hanno per particolare distintivo di voler di raro fare a modo degli altri; godi l’amico col suo difetto. Un’altra dichiarazione pure farò, e sia questa per la pura verità in discolpa de’ miei scrittori del foglio, cioè che se sono trascorsi molti errori di stampa, non è certamente da attribuirsi ad altra cagione se non se a ciò che gli autori del Caffè sono in Milano e la stampa è stata fatta in Brescia; supponete che un errore sfugga dalla penna all’autore, due altri ve ne aggiunge a dir poco il copista, tre per lo meno ve ne accresce il compositore della stampa: sommate, e sono sei spropositi; voglio concedere che il correttore ne tolga tre, restano tre da distribuirsi ai lettori col foglio. In questa materia poi io ho sempre veduto che il torto cade sul conto dello stampatore, com’è di ragione, poiché gli autori scrivono le loro discolpe, e lo stampatore fedelmente le stampa, senza aggiungervi nulla del proprio; e con questa luminosa verità bibliografica io mi prendo congedo da’ miei lettori, e chiudo questo primo tomo.
Fine del tomo primo
NOTE
[1] John Nikolls, Remarque sur les avantages et les désavantages de la France et de la Grande-Bretagne. A Dresde 1754.
[2] In Geremia.
[3] Amsterdam, chez Marc-Michel Rey. 1762.
[4] Le gentil homme cultivateur, à Paris chez P.G. Simon, rue de la Harpe. A Bordeaux chez Chapuis l’ainé. 1763.
[5] Copenaghen 1758.
[6] Edimburgo, presso Donaldson, e si vende in Londra da Millar.
[7] Nei mesi di maggio e di giugno.
[8] A Paris 1752.
[9] Stampato l’anno 1718.
[10] Giornale di commercio del mese di maggio 1759.
[11] Amsterdam 1720, in 8°, ed in Venezia presso l’Albrizzi.
[12] Strasbourg 1737, ed in Venezia presso Colleti.
[13] In Parigi, presso Guerin e de la Tour, 1758.
[14] A Paris 1758, chez Dessaint, rue S. Jean de Beavais.
[15] A Paris, chez Nyon, Quei des Augustins, 1758.
[16] Si vende a Lyon chez Jean Marie Bruyset, rue Merciere au Soleil d’or.
[17] Opera sortita dai torchi di Gleditsch in 8°.
[18] Stampati in Berlino presso Volf.
[19] Vide Sigonium, De antiquitat. iur. civil. Romanor., lib. I, cap. XIV.
[20] Parlasi di virtù puramente umana.
[21] Questo fatto, tuttoché strano, io lo suppongo vero, poiché ragiono sopra i dati che mi somministra la storia, senza entrare in un critico esame; lo riferisce Dionigi d’Alicarnasso, lib. V, cap. I.
[22] Plinius, H. N., l. 8, cap. 60, § ultimi.
[23] Ciò si cava dalle storie; che che ne sia della verità dell’esistenza di Romolo, Numa ec., e dell’incertezza in cui siamo di discernere le favole dalle storie di que’ tempi.
[24] Quanto mai pensa male chi così pensa. La libertà dunque non sarà più carattere di nobiltà? Ma Montesquieu è stato un grand’uomo, più forse per i grandi errori che per le sagge riflessioni che ha fatto.
[25] Si parla con i sentimenti di Montesquieu, per altro non si adottano, perché resterà sempre indeciso qual sia la forma migliore di governo, e non può se non adattarsi l’uomo savio al governo sotto cui vive, e crederlo il migliore.
[26] Esprit des loix, liv. 2, chap. 4; liv. 5, chap. 9; livr. 6, chap. 1; liv. 8, chap. 9; liv. 11, chap. 6.
Le sopraddette note a e b non sono degli autori del foglio.
[27] Vedi Voltaire, Pensées sur l’administration publique, et le chapitre de la noblesse dans l’Histoire générale, e Remarques d’un anonyme sur l’Esprit des loix.
[28] La confessione sincera d’alcuna di queste verità sfuggì allo stesso cardinale de Luca, il quale asserisce “d’avere praticato molti insigni giurisconsulti, per le mani de’ quali sono passate infinite cause di fedecommessi, i quali vedendo e praticando tante cabale e tanti inconvenienti, che da ciò risultavano, gli hanno avuti in abborrimento nelle loro disposizioni”.
[29] Nova methodus jurisprudentiae, p. m. 56.
[30] Esprit des loix, lib. 25, chap. 13.
[31] Dion. Halicar., lib. 2; Tit. Liv., lib. 8, cap. 20, 28; Seneca, epist. 88; Cicer., In Verr., 7. Romolo non permise che due professioni agli uomini liberi, l’agricoltura e la milizia: i mercanti ed i operai non erano nel numero de’ cittadini. Dion. Halic., lib. IX; Cicer., De off., lib. I, cap. 42. Quindi presso i latini scrittori commerciante, operaio e barbaro suonavan lo stesso. An quidquam stultius quam quos singulos sicut operarios, barbarosque contemnas, eos aliquid putare esse universos? Cicer.,Tusc. quaest., lib. V. E nel Codice, l. 5, De naturalibus liberis, si confondono indistintamente la donna quae mercimoniis publice praefuit e la schiava, l’istriona e la scostumata. Veggasi Considerations sur la grandeur et la decadence des Romains, cap. X, e l’Exprit des loix, lib. XXI, cap. X.
[32] Multorum camelorum onus. Eunapius in Vita Aedes., p. 92.
[33] Leges autem redigere in libros: primus consul Pompeius voluit, sed non perseveravit obtrectatorum metu. Isidorus Hispan., Orig., lib. V, cap. 1.
[34] Procopius, Historia arcana.
[35] Eodem.
[36] Eodem.
[37] Procopius, Historia arcana.
[38] Donec igitur populus pro colorum nominibus inter se dissidebat, nulla erat ratio eorum qui in Rempublicam peccabant. Procopius, De bello persico.
[39] § 1 Institutionum.
[40] Iustinianus imperator ex omnibus rebus per suos egregie gestis etc. Agath., Histor., lib. V.
[41] Procopius, Historia arcana. Agathia, Histor., lib. V, dice lo stesso.
[42] Nec Belisario ut triumpharet permisit. Procop., De bello goth., l. III.
[43] Agath., lib. V Histor.
[44] L. 2, § 1 Cod., de veter. iur. enucl.
[45] Il signor Hommel in un suo libro intitolato Letteratura iuris etc., cap. XXII, calcola che il numero degli autori legali monta a quindici mila, ed i libri legali grandi e piccoli a ventimila. Così pure ricavasi dall’indice nominale di Lipenio e dalla Biblioteca legale del Fontana. Con un conto esatto al dì d’oggi si troverebbe che sono anche di più.
[46] L. 5, C., ad L. Iuliam Maiestatis.
[47] L. 2, C., de fratric.
[48] L. 1, § 6, C., de vet. iur. enucl.
[49] L. 2, C., de iur. immunit.
[50] Procop., De bello persico, lib. I.
[51] L’Editto perpetuo è la collezione degli editti de’ pretori, che commentarono i giure-consulti romani, parte de’ quali commenti, che qui disapprova Giustiniano, sono tuttavia ne’ Digesti fatti da lui compilare. Osservisi, per esempio, Paulus ad Edictum, Vulpianus ad Edictum, etc.
[52] Lib. 1, C., de iudiciis.
[53] Cicer., Ad Att., l. VI, ep. I, pag. 136, cum notis variorum.
[54] Medicamentorum autem usum ex magna parte Asclepiades non sine caussa sustulit; et cum omnia fere medicamenta stomachum laedant malique succi sint, ad ipsius victus rationem potius omnem curam suam transtulit. Celsus, lib. V, cap. 1.
[55] La medicina pulsoria è talmente radicata presso a’ Chinesi, che giungono talvolta a predire dal polso un malore che il medico stesso cerca a far nascere poi, acciocché la predizione non rimanga senza effetto; e veggasi su di ciò Memoir. de la Chine del padre Le Comte, alla lettera ottava. Galeno, De crisib., al lib. 3, cap. undecimo, assicura che Ipocrate non avea fatto mai gran caso del polso, sia che non lo conoscesse, sia che non lo credesse (il che è più verosimile) un mezzo sicuro per conoscere le malattie. Eroffilo poi, per testimonianza di Plinio, lib. 29, cap. 1, e lib. undecimo, cap. 38, portò la pazzia pulsoria a segno d’asserire che era necessaria cosa a un medico l’esser musico e geometra per conoscere perfettamente il polso.
[56] Nel celebre giuramento che Ipocrate esiggeva dagl’iniziati nella medicina, stanno rinchiusi tutti i più providi precetti dell’onestà da praticarsi da un medico.
[57] In hac artium sola evenit, ut unicuique se medicum profitenti credatur. Plin., lib. 29, cap. 1.
[58] Malebranche.
[59] Omero dipinge Andromaca a far opere di ricamo. Elena faceva ricchi tapeti. Teocrito, Terenzio e Virgilio e tutti gli autori sacri e profani sono d’accordo su la vita laboriosa ed attiva delle femmine.
[60] Augusto, per rapporto di Svetonio, non portava altri abiti che quelli fatti dall’imperatrice o da sua sorella.
[61] Un profeta dà il nome di colomba alla famosa Semiramide.
[62] Non est ira super iram mulieris.
[63] Il signor abate Coyer, nel libro intitolato La noblesse commerçante, ha scritto con molto spirito di patriotismo su di questo argomento, e le sue ragioni non hanno difficoltà presso gli uomini di buon senso. Vi fu risposto dal cavaliere d’Arc nel suo libro intitolato La noblesse militaire. L’amore del ben pubblico e la buona fede è eguale in tutte due le opere, ma non lo sono le ragioni. Se taluno fosse persuaso che queste brevi riflessioni siano una rapsodia di quell’opera del signor abate Coyer, io gli dirò una cosa che non vorrà credere, cioè che io ho letta quell’opera dopo di aver scritti questi miei pochi periodi. La lettura di quel libro non ha molto offeso il mio amor proprio, poiché nell’istesso tempo che ne ho ammirato il merito, ho veduto che, per quanto in alcune cose ci siamo incontrati, pure la meta che ci proponevamo era differente. Egli agita la questione: se la nobiltà francese debba essere militare o commerciante. Io non parlo né della nobiltà di Francia, nella quale concorrono circostanze particolari che non sono in altri paesi; né se la nobiltà debba essere militare, o commerciante. Ma soltanto se debba commerciare in generale. Egli in somma ha scritto per la sola Francia, io scrivendo non vi ho neppure pensato.
[64] Cicero, De officiis, lib. I.
[65] Vedi L. Iustissime 44. Proponitur ff. de aedilit. aedict. – L. unic. C. de perfectissimis dignitatibus. – L. Milites 15. C. de re militari. – L. Milites 3. C. de locat. – L. 1. C. de praepos. agent. in rebus. – L. cohortales 12. C. de cohortalibus. – L. Umilem. 7. de incestis nuptiis. – Toto titulo C. Negot. ne milit. – L. 3. C. de commerciis et mercatoribus. – L. 6. C. de dignitatibus. – L. ult. de rescind. vendit. etc.
[66] Vedi Esprit des loix, liv. XX, chap. XXII.
[67] Liv. V, chap. VIII.
[68] Xenophon, Cyroped., lib. 8.
[69] Ioseph., Antiquit. iudaic., lib. 11, cap. 6.
[70] Herodot., lib. 8, cap. 98.
[71] Plutarch., lib. 1, De fortuna Alexand.
[72] Xenophon., Cyrop., lib. 1.
[73] Ibid., sect. 2.
[74] Strabo, lib. 7. Aristot., Polit., lib. 1, cap. 10.
[75] Thucid., lib. 1.
[76] Marmor. Arundell., n. 5.
[77] Livius, lib. 31, cap. 24.
[78] Corn. Nep., in Miltiade.
[79] Liv., lib. 31, cap. 24, an. 552 ab u. c.
[80] Plin., lib. 7, cap. 20.
[81] Varen., Geograph. gen., lib. 1, cap. 2.
[82] Plin., lib. 7, cap. 20.
[83] Plin., lib. 7, cap. 20.
[84] Buffon, Hist. nat. de l’age viril de l’homme, tom. 2, in 4°, pag. 552.
[85] Buffon, Hist. nat. du cheval, tom. 4, in 4°, pag. 232.
[86] Liv., lib. 37, c. 7.
[87] Lib. 3, De bello civ.
[88] Senec., epist. 88 e 123. Tacit., Hist., lib. 2, c. 42 et ibi adnot.
[89] Appian. in Mitrid.
[90] Liv., lib. 36.
[91] Sveton., cap. 57.
[92] Sveton. in Aug., c. 49.
[93] Gothofred., Ad Cod. Theod. tit. De cursu publico, leg. 1.
[94] Aurelius Victor, De Traiano, cap. 13. Spartian. in Adriano, cap. 7. Gothofred., Ad Cod. Theodos., ubi supra.
[95] Capitol. in Antonino, c. 12. Gothofr., ubi supra.
[96] Spartian. in Severo, c. 14. Gothofr., ubi supra.
[97] Vedi pure il titolo De cursu publico del Codice di Giustiniano, in cui sono molte leggi che si trovano nello stesso titolo del Codice teodosiano.
[98] Procop., Hist. arcan., c. 30.
[99] Libanius, Orat. in Iuliani necem.
[100] Cassiodor., variant. 47. V. variant. 5 et 39.
[101] Voltaire, Essai sur l’hist. gen., tom. 2, chap. 80.
[102] Tabet, Inter paradoxa regum, p. 112.
[103] Moreau, Tableau etc., chap. 2.
[104] Sleidan, De stat. relig., lib. I.
[105] Veggasi la bell’opera del signor Genovesi che ha per titolo: Storia del commercio della Gran Bretagna, stampata in Napoli, in-8°, tomi tre. Egli attesta questo fatto al tomo 1, pag. 134. Io vorrei trovare espressioni tali da invogliare i miei lettori a provvedersi di quell’opera eccellente del signor Genovesi, la quale sola basta a somministrare una cognizione molto estesa sul commercio. La lettura di quest’opera è molto utile, amena e interessante.
[106] Gli Ottentoti, dice un celebre autore, non vogliono né ragionare né pensare; pensare, dicon essi, è ’l tormento della vita. Quanti Ottentoti fra noi!
Questi popoli s’abbandonano interamente alla pigrizia. Per sottrarsi ad ogni sorta di fatiche ed affari si privano di tutto ciò che loro non è assolutamente necessario. I Caribbei nudriscono la medesima aversione al travaglio ed al pensare; si morrebbono piuttosto di fame, che prepararsi il pranzo. Le loro mogli fanno di tutto. Essi lavorano la terra solamente di due giorni l’uno per due ore e passano il restante del tempo sdraiati su d’un fogliame. Vuolsi comprare il loro letto? Lo vendono la mattina a buon mercato, né prendonsi pena di pensare che ne avranno bisogno la sera.
[107] Cardano ed altri riferiscono d’averne veduti che segnavano distintamente le ore, e ad ogni ora suonavano un colpo. Cardanus, De subtilitate, lib. 2 e 17; e l’articolo Montre del Dictionnaire du commerce par Mr. Savary.
[108] Vedasi Mr. Derham, le Roy, Thiout, Berthoud e massime il P. Allexandre, Traité général des horloges, e Mr. le Paute.
[109] Come quello di Strasburgo, ec.
[110] Mr. Pluche, Spectacle de la nature, t. 5, chap. De la gnomonique.
[111] Voltaire.
[112] Extrait des historiens chinois par Mr. le Roux de Hautes-Rayes.
[113] Vedi Mr. Montucla, Histoire des mathématiques.
[114] Polydor. Virgil., De rerum inventorib., l. 2, c. 5.
[115] De l’origine des loix, des arts et des sciences, t. 2, liv. 3, chap. 2, art. 2.
[116] Gnomone dicesi quello stilo grande o piccolo, dalla cui ombra raccogliesi quando sia mezzo giorno e quando il Sole arrivi alli due tropici.
[117] Memoires de l’Acad. des Inscript., t. 3.
[118] Plin., Histor. natur., l. 36, cap. 9 et 10.
[119] Della maniera colla quale probabilmente gli antichi scoprirono la linea meridiana, vedasi Maupertuis, t. 3 Elémens de géographie, art. 1.
[120] Goguet, De l’origine etc., t. 3, liv. 3, chap. 2, art. 1.
[121] L. 2 , n. 109.
[122] L. 4 Regum, c. 20, et Isaiae, c. 38.
[123] 4 Regum, c. 16.
[124] Hist. natur., l. 2, c. 76.
[125] De rerum inv., l. 2, c. 5.
[126] In Anaximandro.
[127] Salmasii Plin. exercit., pag. 646 etc.
[128] Petavius, De doctrina temporum, t. 3, l. 7, c. 7 et 8.
[129] Montucla, Histoire des mathématiques, t. 1, part. 1, l. 3, p. 5.
[130] Plin., Polid. Virg., l. c., ed altri.
[131] Censorinus, De die natali, c. 19.
[132] Plin., Hist. nat., lib. 7, c. 60 et Polyd. Virg., l. c.
[133] Plin., Hist. nat., lib. 36, c. 9 et 10.
[134] Montucla, l. c.
[135] Mr. le Gendre, Traité de l’opinion, t. 1, lib. 1, p. 2, c. 2.
[136] Cassiodor., l. 1, epist. 45.
[137] I nostri cruscanti non amano che ci si serva di que’ vocaboli che i periti dell’arte o addottaron da’ Greci o produssero per disegnare le diverse sorti d’oriuoli. Essi hanno a voci proprie ed espressive sostituito un nome generico: così dicesi in italiano oriuolo a acqua, oriuolo a Sole, oriuolo a contrappeso, oriuolo a polvere, oriuolo a molla, oriuolo portatile, senza che vi siano i termini toscani esprimenti queste diverse spezie. In questa maniera, oltre il difetto di monotonia per il terminare che fanno sempre le nostre voci in vocale, vi sarà ancora il difetto di ripetizione di termini; cioè monotonia di lettere e monotonia di parole.
[138] Vitruv., lib. 9, c. 9.
[139] Montucla dove sopra.
[140] Ozanam, Recréations mathématiques, t. 2, à la fin.
[141] P. Alexandre, Traité général des horloges, c. 2.
[142] Recueil d’ouvrages curieux de mathématique et de mécanique, ou description du cabinet de Mr. le Chevalier de Serviere, part. 2.
[143] De rerum invent., l. 2, c. 5 et lib. 3, c. 18.
[144] Antiqua deperdita et nova reperta, p. 2, tit. 10.
[145] Vedi Berthoud, Derham, Allexandre, Montucla e l’Histoire de France du Président Hénault.
[146] Genebrard, Chron., lib. 4, pag. 564, et Bozius, De signis Ecclesiae Dei, lib. 22, c. 5, 94, et Ditmarus Mersburgensis in Magdeburgensi chronico, l. 6.
[147] Metropolis Remensis historia, t. 2.
[148] Benedicti Haefteni Monasticae disquisitiones, l. 7, tract. 3, disqu. 1, et tract. 9, disqu. 1 et 2.
[149] Rerum italicar. scriptores, tom. 18.
[150] Raccolta delle esperienze fatte nell’Accademia del Cimento, p. 21.
[151] De horologio e De horologio oscillatorio.
[152] Vedi P. Schotti Soc. Iesu Technica curiosa seu mirabilia artis, l. 9, c. 4, prop.12, e l’articolo Equation, Horlogerie de l’Encyclopédie.
[153] Journal des savans du 15 fevrier 1675, e l’articolo Montre del Dizionario del commercio di Savary.
[154] Articolo Horloge du Dictionnaire du commerce par Mr. Savary.
[155] Derham, Traité de l’horlogerie, sect. 5, chap. 11, p. 2.
[156] Il n’est guères possible (dice un celebre fabbricatore d’oriuoli) d’ajouter beaucoup à la perfection actuelle des montres ni d’en répondre si ce n’est à un minute par jour. Leur exactitude est donc bien moindre que celle des pendules à secondes, puisqu’on peut repondre de celles-ci à une minute par année. Voyez Description de plusieurs ouvrages d’horlogerie par le Sr. le Paute.
[157] Regle artificielle du tems.
[158] Cioè l’arte di far orologi solari. Vedi la Gnomonica del P. Cristoforo Clavio, P. Des Chales, P. Alessandro, la Hire, e l’Enciclopedia all’articolo Cadran, e Montucla, Histoire des mathématiques, t. 1, par. 3, liv. 4, p. 12.
[159] Montucla, ubi supra, l. 1, p. 8.
[160] Vedi il suo Essai sur l’horlogerie, in 2 tomi in 4°.
[161] Connoissance des mouvemens célestes pour l’année 1765, par Mr. de la Lande, p. 222.
[162] Plin., Histor. natur., l. 2, c. 77; Plutarc., Quaestiones romanae, quaest. 84; Aul. Gell., Noct. Attic., l. 3, c. 2, che rapporta Varrone e Virgilio; Censorinus, De die natali, c. 19; Macrobius, Saturnal., c. 3; Cuiacius, t. 1 De diversis temporum praescriptionibus et terminis, et t. 5 ad lib. 1; Pauli ad Edictum ad § 2, l. 2 de verb. signif., et t. 8 et 10 ad eandem l. 2 ; Christophori Clavii e Soc. Iesu Gnomonices; Des Chales e Soc. Iesu, Gnomonic., t. 3, tract. 27; P. Petav. e Soc. Iesu, De doctrina temporum, l. 7, c. 1 ec.; e perciò che risguarda giorno naturale, civile ed artificiale, Mr. Bayle, Dissertation sur le jour.
[163] Vedi Regle artificielle du tems par Mr. Sully.
[164] L’ora dividesi in sessanta minuti, che diconsi minuti primi; ciaschedun di questi sottodividesi in 60 minuti secondi, e così andando avanti. I minuti primi s’esprimono con una picciola linea; i secondi con due linee; i terzi con tre; così ore 2.36’.4’’.45’’’ significa ore due, trentasei minuti primi, quattro minuti secondi e quarantacinque minuti terzi. Queste ore 23.56’.4’’ che impiega la fissa a compiere il suo giro, sono da regolarsi sull’oriuolo regolato al tempo medio, in modo che il Sole fingesi per un di mezzo ritardare costantemente sopra la fissa min. 3’.56’’. Vedansi gli scrittori d’astronomia, ec.; in particolare Leçons elémentaires d’astronomie par Mr. de la Caille, n. 483, etc.
[165] Vedasi il celebre argomento detto d’Achille, all’articolo Zenon d’Elée: Dictionnaire critique, remarque F à la 3e objection.
[166] L’apogeo della Terra, ossia la maggiore sua lontananza dal Sole, non è nel primo punto di Granchio, ma a 8 gradi del detto segno; così il perigeo, o la minima lontananza dal Sole, è a 8 gradi di Capricorno; però la massima velocità non è nel solstizio, ma otto giorni dopo. Tralascerò non ostante di computare questa differenza e seguiterò a citare il solstizio d’estate e quel d’inverno, giacché una maggior esattezza d’espressioni non farebbe che imbrogliare chi non è abituato nell’astronomia.
[167] Non saprei come meglio far intendere cosa vogliasi dire l’aia proporzionale a’ tempi che usando le parole d’un grande scrittore, che avendo unita la chiarezza dell’espressione alla giustezza delle idee onora moltissimo la nostra Italia, e più ancora que’ principi d’oltremonti che ’l vollero alla loro corte e ’l tennero in gran pregio. Il conte Algarotti, dunque, nel I tomo delle sue Opere, Dialogo 5 sopra l’ottica newtoniana, così scrive: Figuratevi un corpo che gira intorno ad un altro, che del suo moto si può dire il centro; e figuratevi ch’e’ giri non già per un cerchio perfettamente tondo, ma che abbia un po’ del bislongo; di maniera che esso centro non sia giusto nel mezzo del cerchio, ma si rimanga un poco da un lato. Segniamo ora colla fantasia un punto del cerchio, dove in questo istante si trovi il corpo che gira. Da quel punto figuratevi tirato un filo o sia una linea al centro; similmente dal punto dove sarà per esempio due ore appresso, tiratene un’altra. Quello spazio triangolare che resta compreso tra le due linee che si stendono dal corpo che gira sino al centro e la porzione di cerchio da lui corsa nelle due ore, chiamasi aia. E queste tali aie, che girandosi il corpo sono formate in tempi uguali, sono uguali tra loro. Così che voi chiaramente vedete, madama, ch’esso ora va più veloce, e ora meno, e in tempi eguali non avrà già corso due porzioni di cerchio eguali, ma due porzioni di cerchio tali che le aie, formate nel modo che abbiam detto, verranno ad uguagliarsi tra loro ec.
[168] Intendo qui e dappoi per tempo di 24 ore quel tempo che passa da un mezzo dì all’altro ne’ giorni medi.
[169] Essai sur l’horlogerie, t. I, tab. I, II, III, IV.
[170] Vedi il detto articolo, che succede a quello Equation di Mr. d’Alembert.
[171] Connoissance des tems.
[172] Connoissance des mouvemens célestes.
[173] Regle artificielle du tems.
[174] Traité général des horloges.
[175] Vedi Thiout, Berthoud e l’articolo Equation, Horlogerie nell’Enciclopedia.
[176] Ho calcolata la lunghezza de’ giorni ne’ solstizi e negli equinozi per l’orizzonte astronomico di Milano, non per il nostro orizzonte fisico. Se però alla lunghezza de’ giorni da me indicata si aggiunga circa tre quarti d’ora negli equinozi ed un’ora circa ne’ solstizi, principalmente a quello di dicembre, s’avrà la lunghezza de’ giorni apparente in quelle stagioni. La diversità delle accennate quantità di tempo, che devesi aggiungere al giorno astronomico per avere la quantità giusta del giorno apparente, proviene dalla differenza delle rifrazioni orizzontali dell’atmosfera terrestre, maggiore in inverno che in estate.
[177] Ogni cerchio dividesi in 360 gradi. Ogni grado in 60 minuti primi. Ognuno di questi in 60 minuti secondi.
[178] Vedi des Chales, Gnomonica, t. 3, tract. 27 , et lib. 1, propos. 17, tract. 25.
[179] Su di quest’argomento chi voglia erudirsi più ampiamente vegga Nieuport, Rituum qui apud Romanos obtinuerunt; Du Bos, Reflexions sur la poesie et la peinture, tom. III; ed il Trattato sul teatro italiano del Riccoboni.
Memorie sincere
Pietro Verri
MEMORIE SINCERE DEL MODO COL QUALE SERVII NEL MILITARE E DEI MIEI PRIMI PROGRESSI NEL SERVIGIO POLITICO [ca. 1764-1775]
| Testo critico stabilito da Gennaro Barbarisi (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, V, 2003, pp. 17-152) |
I. Vienna 14 Maggio 1759
Eccomi giunto. Ma quanta diversità dal correre la posta tranquillamente al cammino, e coll’itinerario in mano dire: «domani al tal sito, posdomani comodamente al tal altro»! Sedendo al fuoco agiatamente, da Milano a Vienna vi si passa in sei o sette giorni. Io però nel Tirolo, nella Stiria e Carinzia ho incontrato delle difficoltà che sulla carta non erano scritte. La mattina al fare del giorno 5 di questo mese m’avete veduto partire, ora vi dico che non ho potuto giugnere a Vienna se non jeri, cioè il nono giorno di viaggio, e vi sarei giunto assai più tardi, se non avessi sacrificate quattro notti. La sera 3 del 5 dormii a Brescia, viaggiai tutto il giorno 6 e la notte, e dormii la sera del 7 a Bolzano. La mattina del giorno 8 partii, viaggiai di seguito tutta la notte e tutto il giorno 9 e la sera dormii a Lientz. Ripigliai il viaggio e lo proseguii anche la notte del giorno 10, nè riposai che la sera dell’undici a Villac, da dove non mi riposai che a Vienna ieri sera. Non mi è accaduto nessun accidente per viaggio, niente s’è rotto del mio biroccio, non era nemmeno pesante, giacché sapete che il mio equipaggio l’ho spedito in dirittura a Praga, non ho meco se non un pajo d’uniformi e la biancheria che mi bisogna il tutto rinchiuso in un mediocre baule. Non ho incontrata nè neve nè cattivo tempo che mi abbia fatto rallentare il corso, la colpa si deve unicamente a sei o sette postiglioni, dai quali sono stato mal servito. Sinchè sono stato nell’Italia, sino a Bolzano ho potuto andare lestamente; passato quel tratto di strada, talvolta mi sono capitati de’ villani per postiglione, i quali poteva batterli, poteva caricarli di denaro, ma farli correre no. La posta prima di Braunech mi è costata una intera notte, nella quale avrei pure fatto saggiamente a dormire, se avessi potuto essere profeta! Quella disgraziata bestia che faceva il postiglione nemmeno aveva gli stivali, appena uscito dalla posta ricevè varie bastonate sulla gamba dal timone, dal quale non sapeva preservarsi, ciò gli rese impossibile lo starsene a cavallo, onde ci servì a piedi, e a piedi zopiccando. Ne ho bastonato alcuno, ma vi perdeva inutilmente anche questo incomodo, onde, abbandonandomi pazientemente al destino, mi sono lasciato condurre come una cassa di mercanzia come e quando si poteva. Gli alloggi sono buoni, i letti morbidi, le stanze assai ben difese, e passabilmente si mangia, questo è quel poco di buono che ho trovato ne’ giorni scorsi, ma la maggior parte delle cose sulle quali mi è accaduto di volgere lo sguardo mi hanno fatto noja e tedio. Dopo passato il Veronese, s’ingolfa nel fondo d’una valle circondata da monti sterili e assai alti e quasi tutto il viaggio è in mezzo a sassoni pelati. Qualche cascata d’acqua di tratto a tratto fa piacere, ma abitualmente mi si stringe il cuore il non vedere mai l’orizonte. Talvolta anche la strada maestra nel Tirolo è sotto a un masso enorme, del quale si vedono i pezzi caduti, e ve ne pendono altri sul capo: non vi si passa senza qualche inquietudine. Gli uomini poi sono robusti, quadrati, ma assai meno vivi e sensibili dei nostri. Esibite un pugno di monete a un postiglione italiano, perchè scelga da se stesso la sua buona mano, lo vedrete sorpreso, forse arrossirà, e o ricuserà di essere a un tempo stesso giudice e parte, ovvero sceglierà il giusto e consueto. Fate la medesima esibizione a un Tedesco, e vedrete che vi scoperà pulitamente tutto il palmo della mano e sogghignando s’intascherà il tutto facendosi beffa di voi. L’Italiano ha più bisogni, conosce il bisogno della stima altrui, ne è geloso; il Tedesco oltre i bisogni fisici non ne conosce altri. Già altra volta sono stato in questo paese, ma era allora troppo giovine nè rifletteva sulla maggior parte degli oggetti. Vi dirò che sono stato sin ora poco contento della assistenza di Giuseppe. Sapete che a Milano la sua moglie gode l’intero salario, sapete che a lui ho fissato quattro zecchini al mese e sapete pure come io son fatto: egli stando con me non avrà da pensare nè al pranzo, nè alla cena, nè al vestito, onde quei quattro zecchini sono puramente per il suo divertimento. Mi pare che ogni altro servitore sarebbe grato e contento, ma costui è il più nojoso ipocondriaco, il più inetto compagno che si potesse scegliere. Dapprincipio gli consegnai una dozzina di zecchini, acciocchè pagasse la posta; accadeva che erano già all’ordine e attaccati i cavalli senza che vi fosse modo da distanarlo dalla stanza ove si rinchiudeva per scrivere il suo conto. Sino a Brescia egli stette dietro il biroccio e non faceva che bestemmiare contro i postiglioni perchè correvano. Mi sono incaricato io di pagare le poste, l’ho preso meco nel biroccio e, per quanto gli andassi predicando la discrezione, costui stava sedendo in mezzo al biroccio e mi comprimeva contro il fianco e quasi sempre sonnolento, mi cozzava, mi urtava; un pugno di tempo in tempo ch’io gli slanciava lo faceva rimettere in dovere, ma non passavano pochi minuti che eravamo da capo. Del meglio che era preparato per me io ne faceva divisione con questo mio Don Sancio, ho portata la umanità al segno che la mattina dopo viaggiata la notte, mentre si cambiavano i cavalli, io discendeva e preparava io stesso il cioccolatte per due e, presane la mia porzione, usciva a custodire il biroccio facendolo esso entrare a ristorarsi dove tutto era preparato come se io fossi di lui cameriere. Costui non mi ha mai detta una parola di gratitudine e non mi riesce veramente che di peso e d’incomodo. Non sa una parola di tedesco, e si ostina a credere che questi postiglioni per malizia non vogliono intenderlo. Basta, ne sono fuori di questa seccatura. Gli ho fatto i conti, egli non si sovviene di cinque zecchini che mancano al conto, ed io anche di questi non ne parlerò più. Voglio pur vedere se v’è modo di rendermelo affezionato, ma ne dubito assai: egli è troppo stolido e duro naturalmente per poterlo ridurre a sentire.
Ora si apre per me una nuova scena: debbo presentarmi al S.r Conte di Kaunitz e ottenere da lui una lettera per far la campagna al Quartier Generale. Il Marchese Clerici mi vorrebbe al Reggimento dove non avrei che noja senza conoscere niente di quanto mi può giovare. Giacchè per opera del S.r Conte di Kaunitz impensatamente sono stato fatto capitano, io spero che farà il resto. Al Reggimento non vi potrei stare che come volontario, giacchè la mia compagnia, come sapete, non è all’Armata; e, posto che debbo essere volontario, mi conviene vivere in più buona compagnia e dove possa imparare in grande cosa è il mestiere della guerra. Vi terrò informato di quanto mi accaderà. Frattanto vi abbraccio ec.
II. Vienna 18 Maggio 1759
Il Marchese Visconti mi ha presentato al S.r Conte di Kaunitz. Questo Ministro non suole dare udienza ad alcuno privatamente, e il tempo di essergli presentati è o dopo che si alza da tavola ovvero la sera dopo il Teatro, quando entra nella sala della assemblea che si tiene nel suo palazzo. In questa sala fui condotto e presentato alla sorella del S.r Conte, la S.ra Contessa di Questemberg che fa gli onori di casa. Il Ministro ancora non v’era. La padrona di casa sta sedendo in mezzo ad un canapé, intorno v’è un circolo di dame e credo che osservino il rango nella distanza, le persone della primissima distinzione sedono a fianco della Contessa sul canapé. Tale è l’usanza di questo paese, dove la padrona di casa, in vece di cedere il luogo più degno alle persone che vengono a visitarla, stassene per lo contrario come sul trono a ricevere da esse gli omaggi. Feci un profondo inchino, mi fu risposto con una piccola inclinazione di testa e tutto è finito. Eravi nella sala un vecchio a sedere, il Marchese m’avvisò che questi era il Maresciallo Neiperg e a lui mi presentò; fui accolto cortesemente e mi disse se andava all’Armata, risposi di sì. «Così va – disse – quando s’è giovane, si sta in moto e s’acquista della gloria, quando s’è vecchio come io lo sono, si sta a sedere riparato dall’aria». Io gli risposi che, quando si era fatto un nome come quello di Neiperg, s’era ben acquistato il dritto di godere il riposo.
Replicò ringraziandomi della mia officiosità. Poco dopo comparvero nella sala due camerieri ed accesero quella porzione di candele che tuttora erano spente. «Questo è il segno – mi disse il Marchese – che il Conte sta per comparire». Anche questo mi colpì, come, accogliendo il Ministro in sua casa le persone le più distinte, non facesse compiere l’illuminazione che per se medesimo. Si aprì poi la porta per dove suole uscire il Ministro e tutti colà si rivolsero, si fece un generale silenzio nella sala e il Marchese mi fe’ cenno che lo seguissi e m’accostai a un circolo nel centro di cui stava il S.r Conte.
La di lui figura è veramente nobile e bella, si veste con molta eleganza, i moti suoi sono tutti pittoreschi ma peccano di studio e fecemi l’impressione d’un personaggio da Teatro. Parla varie lingue con somma grazia e colla più esatta pronunzia. Sembra un Francese o un Italiano ogni volta che cambj linguaggio. La fisonomia è dolce e previene sommamente; in ogni sua azione v’è un non so che di maestoso e ricercato che lo distingue. Quando ci fu dato, me gli accostai, ringraziandolo perchè mi avesse ottenuto l’onore d’essere al reale servigio come capitano e in oltre perchè col di lui mezzo avessi ottenuto il permesso d’abbandonare l’Italia ove era destinato per fare la campagna all’Armata, in seguito soggiunsi che per colmo de’ suoi benefici implorava di poter essere assegnato al Quartier Generale.
Mi accolse con viso favorevole e mi disse che le buone informazioni avute di me dal Conte Cristiani avevano determinata Sua Maestà a così collocarmi e soggiunse: «Io poi avrò sempre piacere che mi si presenti occasione di giovarvi». Fui contento, ma non lasciò di farmi specie la confidenza di trattarmi col voi, avendo io anche la chiave di ciamberlano; m’accostai al Conte Arconati e gli chiesi se egli pure fosse dal Ministro trattato col voi e, inteso che ebbi questo essere il suo linguaggio con noi milanesi, mi posi il cuore in pace.
Il giorno dopo questa presentazione mi portai a casa del Maresciallo Neiperg, il quale essendo Presidente del Consiglio di guerra è il mio superiore. L’accoglienza cortese della sera precedente mi determinò a farlo volontieri. Mi feci annunziare nome, cognome, patria e qualità. Fui accolto. Era a sedere solo in una sala. Faccio una profonda riverenza, egli non si scuote ma m’interroga: «Chi è lei?» «Sono il tale», rispondo. «Che rango ha?» «Sono Capitano.»
«Di che Reggimento?» «Del Reggimento Clerici.» «Cosa vuole?» «Niente, fuor che fare un atto di rispetto con Vostra Eccellenza.» «Il Marchese Clerici cosa fa?» «Dei cattivi contratti», rispondo. «Perchè de’ cattivi contratti?» «Perchè ha speso a Roma cento mila scudi per riportare due cadaveri.» Questa mia risposta l’ha fatto smontare ed è entrato a schiarire cosa fossero i due cadaveri, io gli spiegai che il nuovo Papa gli ha fatto il solito dono destinato agli Ambasciatori Cesarei cioè due corpi santi i quali gli sono costati assai cari, e dopo qualche discreto tempo sono partito contento di me medesimo. Veramente l’accoglienza è stata strana dopo l’accaduto la sera precedente e dopo d’essermi fatto annunziare. Ma qui un Italiano avvezzo alla officiosità e alla società delicata bisogna che deponga il pensiero nè d’essere inteso se adopera modi gentili, nè di riceverne. V’è qualche cosa di ferreo nel clima istesso e gl’italiani che per poco vi dimorino ne acquistano la scabrosità. Io ho osservato che gli uomini che dall’Austria vengono in Lombardia dapprincipio sono assai duri ma poi si ammansano e s’ingentiliscono nel nostro paese.
Questa visita del Maresciallo non era per me la più importante, lo era bensì quella del S.r Barone Du Beyne, che è il Referendario degli affari d’Italia sotto il S.r Conte Kaunitz. Voleva prevenirlo della supplica fatta al Ministro per essere appoggiato al Quartier Generale e, ringraziando lui pure del passato, pregarlo a sollecitare la decisione, affine di potere sollecitamente andare al campo. Pregai il Damiani, che è l’agente de’ nostri Fermieri Generali, il quale mi presentò dal S.r Du Beyne. Questi ha l’aria veramente d’un ebreo ringentilito e la sua moglie pare una Rebecca, tutta la famiglia mi sembra mal sana, il Referendario è uomo d’una studiata civiltà automatica che tiene più al cerimoniale che alla cortesia dell’animo. Mi ha accolto assai bene, ma, avendogli il Damiani detto non so a qual proposito ch’io fossi dedito alla lettura, il Referendario mi ha chiesto quai libri io avessi letti. Veramente una tal domanda è così impensata e imbarazzante che in riscontro gli dissi che il S.r Damiani mi faceva un onore che io non merito. Vedete s’io ho ragione di chiamare la civiltà sua un cerimoniale non una cortesia. Che giova a me che uno mi accompagni per più stanze con molte riverenze, quando mi pone indiscretamente nella scelta o di fare il ciarlatano colla lista de’ libri veduti da me o di fare la umiliante figura di un discepolo che va all’esame! Ma qui non se ne avvede chi fa di queste interrogazioni di essere inofficioso e conviene, come dissi, obliviscere populum tuum et domum patris tui e livellarsi alla meglio senza prendere in male delle sgarbatezze che vengono fatte non per offesa ma per mancanza di riflessione.
Il punto sta che bisogna guardarsi bene di non seccare il Ministro, perchè facilmente gli si diventa antipatico, e altronde io pure vorrei uscire dalla incertezza e avere la decisione se potrò o non potrò andare al Quartier Generale. La stagione è già avvanzata e non vorrei che accadesse un fatto d’armi frattanto ch’io sono in Vienna. L’ordine generale di Sua Maestà è che non si ammettono volontarj al Quartier Generale, ma quest’ordine è emanato perchè nelle campagne passate era troppo grande il numero de’ Moscoviti, Polacchi, ed ogni nazione di signori i quali, non essendo al servigio, facevano da volontarj appresso del Maresciallo Daun, che si trovò imbarazzato per i foraggi e viveri di questa inutile moltitudine. Io sono al servigio e su questo spero una eccezione in favor mio. Non costerà al Ministro che una lettera, avuta la quale parto. Frattanto io mi lascerò regolarmente vedere tutte le sere dal Ministro acciocchè si sovvenga di me senza ch’io lo importuni.
Ho preso un cameriere e un servitore e mi trovo meglio col lasciare il bisbetico Giuseppe a custodire la casa. Subito che avrò mie nuove da darvi, le avrete. Vi abbraccio ec.
III. Vienna 25 Giugno 1759
Voi sarete maravigliato come lo sono io stesso dal ricevere anche sotto questa data mie nuove da Vienna. Vi avviso però che parto ed ho ottenuto di essere al Quartier Generale, almeno con probabilità, lo spero. Prima di dirvi come sia ciò accaduto vi dirò qualche cosa della vita e osservazioni che ho fatte su questo paese. Sono ammesso in molte case; dove vivo con qualche piacere è da Mons. Nunzio Crivelli, buon uomo che ha buona tavola, che accoglie bene i suoi patrioti e dove si vive con discreta libertà, ha seco due nipoti che hanno buone maniere. Nelle altre case mi annojo, ma vi vado.
Generalmente questi Signori Austriaci ci guardano come provinciali, come gl’inglesi risguarderebbero gli Americani loro sudditi. Un galantuomo di merito e modesto può guardarsi come perduto, non si accorgeranno mai che un uomo abbia cognizioni e spirito, s’egli medesimo sfrontatamente non glielo ripete, e non conviene ributtarsi per freddezza o sgarbo, ma instare, proseguire, farsi avanti e parlar ben alto, fermo e decisivo. Io vedo degli uomini ben dappoco che con questa scuola vengono festeggiati e ben accolti. A me non fa invidia alcuna il loro destino e non comprerò mai le distinzioni con quest’arte. Passerò per un uomo comune e anche meno se si vuole, ma sarò sempre io stesso e non discenderò all’impostura. Ho osservato che in questa Dominante non vi sono forastieri di sorte alcuna se non quelli che per officio o speranza vi soffrono il soggiorno. Nella Italia in Toscana, a Napoli, a Roma ec. quanti forestieri vi soggiornano per puro genio di vivere in quella società piuttosto che altrove; ma qui vengono degl’inglesi, Francesi e Italiani per poter dire d’esservi stati ne’ loro viaggi e dopo pochi giorni se ne vanno. Si credono di buona fede questi Austriaci superiori al restante dell’Europa, se ne eccettuate Parigi e Londra che hanno i loro partigiani anche qui. Quanto poi nelle Biblioteche sieno le opere d’ingegno prodotte in questo clima e da questi nazionali non saprei, non conosco un celebre pittore, non un architetto illustre che sia da annoverarsi fra gli Austriaci e nemmeno saprei se in tutta la Monarchia abbia la Casa d’Austria una città che sia paragonabile a Milano per ogni riguardo. Comunque sia, la opinione d’un paese non si affronta da un uomo solo, conviene soffrirsela in pace e sentirsi di riverbero talvolta come rimproverare d’essere Italiano. Se non sapete il Tedesco, vostro danno, essi non hanno l’attenzione che abbiamo noi in Italia di usare del Francese quando vi sia un forestiere che non sappia la nostra lingua, non si incomodano punto per ciò, v’invitano a pranzo, le tavole sono assai ben servite ma talvolta vi è un silenzio stupido che vi annoja mortalmente nel tempo che pure altrove è destinato alla giocondità ed alla amicizia. Le figlie nubili sono cortesi e officiose, un forestiero che possa ammogliarsi è festeggiato da esse, le doti sono povere e per una figlia si tratta di passare alla esistenza col trovare un marito; conviene però essere assai cauti poiché, per poco che vi addomestichiate in semplice frequenza di parlare, vi faranno una imboscata, vi accuseranno di mancare alla parola che non avrete data e potrete essere esposto a un affare disgustoso anche in faccia della Corte, come è accaduto a varj Italiani. Ordinariamente avviene che gl’Italiani generosi restino gabbati enormemente da questi Austriaci. Noi siamo in concetto di furberia; questa opinione ingiuriosa l’Italiano bennato cerca di superarla con una decisa ingenuità e buona fede. Il costume rozzo e pesante di questa gente non ci rende cauti, non si teme l’insidia, e allora siamo poi enormemente traditi e nelle compre e ne’ contratti e nel giuoco, e nel commercio colle figlie. Vi è tutto da temere e non si falla mai se si esibisce la decima parte di quello che viene domandato, e se si sta cauti al giuoco, il quale non è indifferente, perchè le signore della prima sfera non dimenticano nel giuoco tutt’i vantaggi ai quali una Italiana non oserebbe nemmeno di pensare. Il lusso è enorme, i mezzi sono scarsi, a tutto si mette mano per sostenere la pompa e la vanità.
Le Dame qui non sono tanto riverite come da noi. Se siete al Teatro o altro luogo pubblico, nessun uomo abbandona il suo posto per cederlo a una Principessa che venga dopo, se si vede scendere da carrozza o salir le scale una Dama, non si usa di servirla in modo alcuno, ciascuno pensa a sè. Le donne in generale sono più franche e ardite che in Italia, la loro educazione le rende disposte a correre la città sole a far le compre per le botteghe, e così assai rara cosa è il vedere sul viso d’una donna quell’imbarazzo, quel rossore, quel fiore di sentimento che dà il maggior vezzo al sesso amabile. Basti dire che la parte maggiore delle funzioni del carnefice è qui sulle donne, che assassinano, rubano, e s’abbandonano ad ogni classe di delitto. Persino le donne di partito in Italia in mezzo all’abbandono de’ sentimenti al quale le porta il loro genere di vita conservano un non so che di nobile, per cui si deve offrir loro la mercede del loro corpo con certa qual disinvoltura, sicchè abbia l’apparenza d’essere fatto per genio quell’atto che secondo la natura non dovrebbe appunto essere fatto che per esso. Qui il contratto è spaccato e mi si dice che nell’atto medesimo della delizia non avrà difficoltà la vostra bella di replicarvi: «Mi darete bene un zecchino!».
Il modo di fabbricar le case, di ammobigliarle, di mangiare, di vestire è quasi uniforme presso i cittadini. Chi vede una casa può dire d’averle tutte vedute. Pavimento di tavole. Porte con date serrature tutte eguali. Finestre presso poco della stessa misura, la soffitta piana coperta di stucco, tutto è uniforme. In Italia ciascuno ha la sua idea e fabbrica chi a volta, chi a soffitta, chi a finestre, chi a terazzini a modo suo e questa feconda varietà e diversità capricciosa qui non si vede, onde gli alberghi pajono piuttosto fabbricati per istinto che per fantasia. Credo che sieno i cibi del popolo e i loro alloggi i medesimi che erano ne’ secoli passati.
Grand’uso v’è di sacre immagini e statue gigantesche di Santi, e grandi aspersioni di acqua benedetta, e grandi preghiere nelle chiese di fanciulli che vi stordiscono, e grandi illuminazioni di candele che le donne accendono sulle panche della chiesa per riverenza alle immagini che hanno ne’ loro libri di preghiere; vi è parimenti nelle insegne delle stesse botteghe dei pezzi tutti in gigantesco come fanno i cavadenti da noi. Tutto mi fa vedere che hanno bisogno questi abitanti di oggetti che vastamente percuotano i loro sensi per accorgersi che esistono gli oggetti.
L’ordine della città però in parte mi piace. Le guardie che vegliano la notte per le strade, la illuminazione di Vienna la rendono sicura di notte, cosicchè potete andarvi coll’oro in mano. Le carrozze di noleggio sempre pronte e numerizate sono d’un gran comodo. Il vitto non è caro nè dispiacevole, l’alloggio è comodo, e tutto è in certa regola e simetria, meglio che a Milano. Solamente mi incomoda che, quando meno si crede, bisogna avere la borsa alla mano. O voi passiate le porte della città a una certa ora, o passiate le linee, o andiate al Teatro o giuochiate una partita, tutto si paga al momento. Io posso a Milano uscir di casa senza mai aver meco denari, a Vienna se dimentico la borsa bisogna ch’io me ne ritorni a casa a prenderla.
Queste in breve sono le poche idee che mi ha fatte nascere la vista di questo paese sin ora. Vengo a me. Io periodicamente mi lasciava la sera vedere dal Ministro col fine che vi dissi, ma un giorno dopo l’altro passava senza risoluzione, avertito io altronde che non bisogna infastidirlo, mi trovava imbarazzato vedendo avvanzarsi la stagione. Fui giorni sono dalla S.ra Contessa d’Harrach, la quale mi chiese del mio destino, io le manifestai il desiderio di sbrigarmi e il motivo che mi tratteneva. Essa si offerse di parlarne l’indomani al Conte di Kaunitz il quale, essendo giorno non so se di sua nascita o nome, veniva a pranzare in amicizia da lei. La sera al solito mi trovai dal Ministro; vedo che mi addocchia più del solito, io m’accosto verso di lui, egli verso di me e mi apostrofa in tal guisa: «Siete voi quello adunque che va dicendo per Vienna di non partire per cagion mia?». L’esordio detto con maestà non era piacevole. Io decisamente gli risposi: «Eccellenza, sì son quello, perchè aspetto ch’Ella si degni decidere sulla supplica mia per servire al Quartier Generale». «E che volete – disse il Ministro – che Sua Maestà vi trovi il generale presso del quale servire?» «Non questo – risposi – ma unicamente che l’Eccellenza Vostra si degni o di farmi avere il permesso di servire da volontario al Quartier Generale ovvero di negarmelo». Ebbene, rispose che mi avrebbe data una lettera per il Maresciallo Daun. Quest’è quello ch’io ricercava, e lo ringraziai. Vedete però che il modo era un po’ duro e per un Italiano sensibile non è il più aspettato in ricompensa della somma delicatezza usata nel non infastidirlo, spendendo frattanto inutilmente i miei soldi e a Praga dove ho il mio equipaggio e qui. Ma io, ringrazio il cielo, son fatto in modo che quando sento che un uomo ingiustamente mi vuole abbassare, mi sento raddoppiare l’anima in corpo e la franchezza e perdo tutte quelle delicate misure che mi son naturali con chi le usa meco. In somma, domani o dopo al più avrò la lettera, mi sono raccomandato al S.r Du Beyne che deve stenderla e sarà fatta in modo che spero di restare presso del Maresciallo. Subito avuta, partirò. Frattanto le armate sono state nella inazione, spero che giungerò a tempo. Ma se la disgrazia portasse che dovessi far la campagna nella cattiva compagnia del Reggimento Clerici, sarei ben malcontento, sarebbe un’annata di mia vita passata male senza farmi conoscere da alcuno, senza imparar nulla e gettando senza frutto la sanità, il tempo e i denari. Vi abbraccio.
IV. Praga 2 Luglio 1759
Ebbi la lettera il giorno 27 scaduto e la sera del 28 partii da Vienna e sono giunto a Praga jeri. Gli alloggi non sono sì buoni come nell’altro viaggio e la tavola delle osterie è pessima. Qui ho ritrovato il mio Federico, i miei cavalli, la mia roba, tutto in buon essere. L’Armata è lontana da qui quasi due giorni di viaggio per posta. Vi dirò alcune particolarità che mi sono accadute in queste ventiquattr’ore che mi trovo in Praga. Damiani di Vienna mi ha appoggiato qui a certo S.r Ubiale, che vi fa gli affari de’ Fermieri Generali dai quali passano le mie rimesse. Questo Ubiale Genovese non mi pare tanto buon uomo come il Damiani. Mi hanno preso un alloggio di sette stanze magnifiche in fila e in questa città spopolata mi fanno pagare uno zecchino al giorno per l’alloggio, mentr’io aveva ricercato due o tre stanze, chè niente più mi occorre essendo di passaggio. Questo Ubiale mi va fortemente raccomandando di prevalermi d’un certo Signor Peppe italiano che fa il trattore e che mi pare poco di buono. Ieri di forza ha voluto che andassi a pranzo da lui, dove era pessima compagnia di ufficiali la maggior parte italiani. Il Peppe ha una figlia che sta a tavola e questa ha adescato un ufficiale con un empiastro sopra di un occhio; forse spera di sposarlo almeno ad tempus. Costui è informato che posso avere tutto il denaro che mi occorre dall’Ubiale ed è affannoso per me acciocché nulla mi manchi all’Armata, vorrebbe ch’io mi provedessi di pellicce, di stivali in quantità, di vestiti per i domestici; e che non vorrebbe costui farmi comprare! Tutta la mattina mi ha perseguitato a farmi entrare per molte botteghe, egli crede che io non sappia una parola di Tedesco e a ciascun bottegaro dice che gli conduce una buona fortuna, un Italiano ricco, che faccia bene i suoi affari ma che si ricordi poi che egli vuole la sua porzione. Io ho disimulato d’intenderlo, gli ho fatto passeggiare mezza Praga da una bottega all’altra e non ho mai trovato cosa approposito, onde in frutto della sua insidia non ne ha ricavato che stanchezza e sudore. Voleva strada facendo questo Peppe impormene perchè è servente Muratore, io colla scorta del libro stampato L’Ordre des Franc Massons trahi, ho avuta la fortuna di farmi credere non solamente Franco Muratore, ma Maestro e Gran Maestro e quello ch’è più Gran Maestro visitatore, e voglio visitare gli arnesi ch’egli conserva della Loggia e criticarli ben bene. Non v’è piacere più gustoso di questo, d’imporne a un impostore.
Costui che pretendeva di farla da bello spirito ora mi sta intorno con rispetto e riverenza. Strada facendo mi andò raccontando ch’egli da giovane aveva studiato assai, che singolarmente aveva fatti de’ progressi nella magia bianca e m’interrogò per esempio come avrei io fatto per far salire in aria un uovo da sè. Poi mi raccontò che riempiendolo di ruggiada ed esponendolo al sole, siccome la ruggiada tende ad alzarsi, così l’uovo sarebbe montato da sè. Presi la cosa in serio e gli mostrai che non avrebbe avuto che a bere assai ruggiada e indi esponendo il suo panciuto ventre ai raggi del sole con questo principio sarebbe volato. Oh, che animale è costui! Nelle anticamere e ne’ postriboli credo io bene che anco in Italia se ne troveranno di pari, ma a me riescon nuovi perchè col nuovo genere di persone fralle quali mi pone il vestito che ho indossato mi pare che la natura umana che vedo non sia certamente più bella e colta di quella porzione nella quale ho vissuto sin ora. Qui in Praga nessuna casa nobile ammette gli ufficiali, ammeno che la persona non lo meriti per se stessa, ed io non ho portato meco alcuna lettera, onde mi trovo in una sciocca società. Ho spedito il mio equipaggio all’Armata, la quale non si sa bene dove precisamente sia, ho alcune piccole spese da fare, poi fra una settimana vado al campo. Vedrò nuovi oggetti, spero che l’interesse de’ pericoli reciproci renderà quella società più viva e brillante. Vi sono delle persone della più elevata nascita, se posso essere al Quartier Generale potrò prendere una idea della guerra, occuparmi di grandi oggetti, far delle conoscenze utili, in somma mettere a profitto il tempo e i quattrini meglio che non m’è accaduto sin ora, giacchè sin ora, sia per le cognizioni acquistate sia per i piaceri provati, vi posso dire che non ho impiegato niente bene il mio capitale. Vi scriverò dal Campo, non vedo l’ora di allontanarmi da Praga. Vi abbraccio ec.
V. 14 Luglio 1759, Gorlitzheim
Eccomi alla grande Armata del Maresciallo Daun, oggi verso mezzodì vi sono giunto, partii da Praga il giorno 12 e prima di mettermi a dormire vi scrivo le cose anche più minute, acciocché esattamente conosciate gli oggetti tanto da vicino come li vedo io stesso. Da mezzo dì a questa parte già qualche strana cosa mi è capitata. Giugnendo all’Armata io non vi ho conosciuta veruna regolarità: di tratto a tratto ho incontrate delle tende di vivandieri e mercanti, io chiesi del Quartier Generale e mi fu indicato. Promisi di regalare il postiglione, acciocchè restasse co’ cavalli, in un prato e colla mia gente e col mio carrettino, sul quale ho la tenda, il letto e qualche mio arnese, perchè, non sapendo se vi sia al Campo il mio Federico co’ miei cavalli, non sapeva di quali servirmi per collocare al mio alloggio l’equipaggio. Poi preso meco il cameriere di Vienna mi sono incamminato alla casa dove alloggia il Maresciallo. Avanti la porta di quella casa eravi come sempre una compagnia di granatieri con due in sentinella. Entrai. Tutto era in moto per il pranzo. Un ufficiale dello stato maggiore, interrogato da me se si poteva presentarsi a Sua Eccellenza, rispose che andava allora a tavola, e, conoscendo ch’io era un ufficiale che veniva da Vienna e che aveva una lettera per il Maresciallo, pulitamente m’invitò a pranzare ad un tavolino frattanto con lui e un altro Ajutante Generale, che poi, finito il pranzo, mi avrebbe annunziato. Accettai l’invito e fummo serviti bene. Fra il pranzo io chiesi a que’ due che erano del Quartier Generale se l’inimico che avevamo di fronte fosse il Re ovvero il Principe Enrico, non lo sapevano; se era lontano o vicino l’inimico, se era forte più o meno di noi, a quanto ascendesse la nostra Armata; a nessuna di queste questioni seppero nè l’uno nè l’altro rispondere, eppure uno era Ajutante Generale del Maresciallo, l’altro Ajutante d’ala. Terminato il pranzo l’Ajutante d’ala adunque mi chiese nome qualità e Reggimento per annunziarmi, poi mi disse che s’immaginava ch’io avrei fatta la mia campagna al mio Reggimento. «Dipenderà – risposi – questo dalla volontà del S.r Maresciallo!». «Oh il Maresciallo sicuramente – soggiunse – lo manderà al Reggimento». Con questa bella prevenzione mi scortò alle stanze superiori dove era la gran tavola e m’introdusse nel tempo in cui s’alzavano da tavola. Io era prevenuto che il S.r Maresciallo Daun fosse sommamente altiero, ma da quanto mi è accaduto non posso dirlo. Mi ha ricevuto con cortesia, gli ho presentata la lettera del S.r Conte Kaunitz, un’altra della S.ra Contessa Simonetti, e vistele mi fece varie interrogazioni e intorno il Teatro di Vienna e intorno Milano e la S.ra Contessa, con grande maraviglia di molti generali e signori che facendo circolo ascoltavano il dialogo. Alcuni cominciavano a mirarmi bieco non so bene perchè, forse perchè, non avendo nemmeno il ventre gallonato, io osassi rispondere in loro presenza al Maresciallo: ma io li squadrava con eguale franchezza e non m’imbarazzava di essi. Dopo ciò la conversazione girò altrimenti ed io mi sottrassi al circolo e mi posi alla porta per cui come sola doveva passare il Maresciallo. Lo abordai umilmente al passaggio e lo supplicai a decidere di me dove dovessi fare la campagna. «La scelta dipende da lei» rispose il Maresciallo cortesemente. «Io sarò al colmo de’ miei voti – soggiunsi – se avrò il bene di servire immediatamente presso di Vostra Eccellenza». Mi ringraziò il Maresciallo della mia officiosità e immediatamente ordinò a un Generale Ajutante che mi venisse assegnato un quartiere. Ecco svanita la mia inquietudine e ottenuto il fine propostomi. V’assicuro che questo mi ha veramente allargato il cuore, pensando che niente avrò più a fare con que’ Signori del Reggimento mezzo Italiani mezzo intedescati che hanno i difetti delle due nazioni. Aveva premura di conoscere il mio quartiere e collocarvi la roba mia che aveva lasciata sul prato col postiglione. Adunque l’Ajutante Generale scrisse un ordine al Colonello Quartier Mastro, in cui venivagli comandato di assegnarmi un quartiere per essere io fissato al Quartier Generale. Questa cedola fu consegnata ad un Sargente d’ordinanza col quale mi venne voglia d’incamminarmi per disbrigare più presto il mio affare. Intesi che il Colonello Quartier Mastro era discosto quasi una mezz’ora di cammino, ma non m’increbbe, e giuntovi dissi al Sergente che gli presentasse la cedola e gli dicesse che io era venuto per visitarlo, mi fece poi entrare. Stavasi il Colonello a sedere col capello in testa nella casa d’un villano dove alloggiava e appena cavatosi il capello se lo ripose e mi chiese chi era, poi di qual Reggimento, poi voleva il mio rango, alla terza interrogazione tanto incivile alla quale lasciava che io rispondessi in piedi e scoperto, mentre egli non aveva mosso dal suo sito, risposi ponendomi il capello e sedendo: «Signore non sono venuto per subire l’interrogatorio. Il nome la qualità e tutto sta scritto nella cedola che il S.r Maresciallo le invia acciocché mi dia un quartiere. Io non son venuto che per usarle una civiltà, se vuol riceverla». Sin qui il nostro discorso era stato in francese. Allora il Colonello cavò il capello, si alzò, mi chiese se era io Italiano. Si mostrò amico molto degli Italiani e finì col disporre subito per il mio quartiere. Voi vedete adunque quale è il tuono di società con questi Signori. Partii buon amico, trovai il mio nuovo albergo, mi aveva fatto scusa il Colonello che, essendo già l’Armata collocata dove siamo, non poteva darmi che un quartiere cattivo per ora; ma che nelle altre marce vi rimedierà. Trovai modo di far avvisare i cavalli e condurre la mia roba al quartiere, che è veramente meschino tugurio d’un povero contadino e non so come vi potrò stare. Poi mancavano ancora almeno due ore al finire del giorno, mi sentiva bene e allegro, non sapeva che fare, e pensai di visitare il Reggimento Clerici e vedere come sarei stato accolto da quei Signori. L’Armata si vede bene dal mio quartiere, è un bel colpo d’occhio, e solo m’incamminai al campo. Prima di chiudere e mettermi a riposo vi voglio raccontare l’accoglienza avuta.
Dopo aver trovato che gli Ajutanti Generali non sanno dire dove o come o quale sia il nemico che di qui non si vede, non mi fece più maraviglia il girare il campo e chiedere conto a quanti incontrava «dove è il Reggimento Clerici», senza trovare un’anima che me lo sapesse indicare. Eppure un Reggimento non è una spilla o un ago da smarrirsi e, dopo anni che si guerreggia, vi parrà impossibile che i soldati e anche gli ufficiali non conoscano l’esistenza d’un Reggimento, ma la cosa è così, passeggiai molto lungo l’Armata sempre cercando dove fosse il Reggimento Clerici e non lo seppi che allora che la ventura mi vi fece cadere. Ascolto parlare Italiano, osservo l’uniforme, ecco il famoso Reggimento. Cerco della tenda del S.r Colonello Ferretti, mi viene indicata e io mi presento dicendo se era permesso al Conte Verri d’inchinarsi al Sig.r Colonello. «Oh Signor Capitano – risponde egli – è giunto ben tardi, cosa ha avuto a Vienna? È stato forse ammalato?» «Sanissimo sempre. – risposi – Forse che è accaduto qualche fatto d’armi del quale non si sia saputa nuova?» «Ma lei – soggiunse – doveva venir prima». «Il Signor Colonello – diss’io – sta bene? Me ne rallegro». Poi m’interrogò il Colonello se avessi meco la mia tenda. «La tenda! – risposi – Ed a qual uso?» «Bisogna – soggiuns’egli – averla se non vuole dormire a ciel sereno». «Oh, per questo poi frattanto vi rimedierò e dormirò in qualche alloggio di contaddino.» «Questo non si può, non lo permetterò mai.» «Ma Signor Colonello, vuol ella ch’io stia alla pioggia a dormire?» «Suo danno, si cerchi una tenda.» «E perchè non potrei frattanto stare in qualche casuccia da villano?» «Io le dico di no, che non lo voglio.» «Ma lei, S.r Colonello, è meno cortese che non ho trovato il S.r Maresciallo…» A questo nome restò come attonito e: «Come? – replicò – Ha ella parlato col Signor Maresciallo?» «Sicuramente. – soggiunsi – E crede il S.r Colonello che vorrei venire all’Armata senza in prima presentarmi a chi comanda e a lei e a me?» «Ed il Sig.r Maresciallo – disse il Colonello – le ha permesso di alloggiare in una casa?» «Signor sì, in una casa.» «Dunque Ella è al Quartier Generale?» «Appunto, per servirla, al Quartier Generale.» A questo scongiuro diventò l’uomo il più officioso, m’invitò a pranzo per domani, mi fece cento cortesie. Amico, credo che costoro facciano automaticamente il mestiere di soldato per necessità, che vivono come frati al loro Reggimento, e il nome di Quartier Generale loro ne impone. Forse non osano mai presentarsi al Comandante. Credo che la mira fosse di tenermi al Reggimento per avere la mia tavola e per impedire ch’io mi faccia degli appoggi. Ora è sventata. Che gente, amico, guai ad aver bisogno di essi! Vedete se in quest’oggi ho avuto degli oggetti per me interessanti. Sono stanco, chiudo la lettera abbracciandovi di cuore.
VI. Lichtenau 2 Agosto 1759
Gli altri dall’Armata scrivono per sembrare spaccamondi, io scrivo semplicemente affine di farvi schiettamente partecipe di quanto vado io osservando, e, se non vi dico la verità degli oggetti, sicuramente almeno vi paleso la verità delle mie sensazioni. Ho almeno il piacere di porvi in situazione da conoscere qualche poco il mestiere del soldato in campagna, e voi lo potete conoscere con meno incomodo certamente che non faccio io. Io mi figurava venendo all’Armata di dovervi trovare assai libertinaggio, assai festa e allegria, e molta familiarità da uomo a uomo: tutte idee sognate. Mi pare che questa unione d’uomini che forma l’Armata sia l’agregato del rifiuto delle altre società. I soldati comuni sono o canaglia che in vece della galera è stata adetta ad un Reggimento, ovvero scioperati che per essersi ubriaccati una volta hanno giurato fedeltà. I bassi ufficiali sono scelti da questo primo fondo. Gli ufficiali poi, pochi sono gente di nascita e que’ pochi sono ordinariamente spiantati cadetti che erano incapaci di altra occupazione e s’indossarono un abito bianco e rosso per esistere. Ora tutto questo bel composto è una unione di persone essenzialmente mal contente. Vi vorrebbe una energia d’anima non volgare, un amor della gloria, una passione di farsi distinguere assai violenta per soffocare nel cuore il tedio della vita che ciascuno mena. Non calcolo il pericolo, che questo è il meno, perchè nel corso d’un anno difficilmente troverete un uomo che sia stato per sei ore tutto in complesso esposto a pericolo, ma calcolate tutte le intemperie delle stagioni che s’hanno a soffrire, le marce, la schiavitù di non poter uscire dal distretto del Reggimento, il cattivo cibo, la mancanza di ogni distrazione, non una donna, non un ballo, niente che rassereni e ravviva. Io vedo su tutt’i visi della tristezza feroce che palesa l’uomo mal contento, questo introduce delle maniere assai ruvide reciprocamente. Si cavano il capello gli ufficiali l’un l’altro quasi che s’insultassero. Passare delle ore con un bicchiere di cattiva birra davanti e fumando, questo è il solo bene che prova un ufficiale comunemente. Interrogate sulla guerra, pochissimi sapranno rispondervi, non sono al fatto nè degli avenimenti della guerra presente nè della Teoria dell’arte in generale della guerra. Un Capitano sa come campa la sua compagnia, quanti uomini la compongono e il dettaglio delle scarpe, stivaletti ec. che gli occorrono. Sa che s’è battuto nella tale e tale occasione, che ha fatta la tale marcia ec. Ma fuori della sfera di quanto lo risguarda immediatamente ben pochi sono che ne sappiano qualche cosa. Erano otto giorni dacché io era giunto all’Armata a Gorlitzheim dove da più settimane era il campo, ed io non aveva mai potuto sapere precisamente se eravamo nella Slesia, ovvero in Boemia ovvero nella Lusazia, giacché questo piccolo luogo non si trovava nelle mie carte e i confini erano vicini. Alcuni da me interrogati non lo sapevano, altri mi davano varie e contradditorie risposte, finalmente il giovine Principe Lobkovitz, che è assai più colto degli altri, mi ha mostrata una carta esatta ed ho da esso saputo che eravamo in Lusazia veramente. Un bastimento in mare almeno sa in qual parte del globo si trova, e un corpo come l’Armata dopo venti giorni nessuno sapeva dirlo! Che direte della mia ingenuità, se vi scrivo che gli stessi Generali Ajutanti fanno venire da Vienna la Gazetta per avere le nuove dell’Armata? Io lo vedo ogni giorno e me lo crederete. Il S.r Maresciallo Daun non parla mai di guerra, alla sua tavola, ove v’è sempre luogo per me, si sta come se fossimo in città, non si nominano mai i Prussiani, non si tocca mai discorso che appartenga alla guerra. Vi assicuro che, a vedere da vicino questi oggetti, sono diversi assai da quello che appajono da lontano. Noi crediamo di vedere le descrizioni del Tasso e di Ariosto, una unione di eroi che avampano per la gloria, anime passionate per il mestiere, avide di illuminarsi, animate da principj di generosa elevazione… cassa cassa, ipocondria, noja, schiavitù, invidia, rusticità e non altro comunemente.
Pochi giorni dopo che fui all’Armata mi raggiunse il mio Federico e mi liberò dal pensiero che aveva che, se capitava frattanto una marcia, non solamente doveva io farla a piedi, ma rischiava di perdere la roba mia non avendo cavalli da trasportarla. Io, privo di cavallo da cavalcare, doveva in que’ giorni fare le cinque o sei miglia a piedi, poiché distante dal Quartier Generale più d’un miglio andavavi due volte al giorno se non altro per intendere se si marciava. Acquistati i miei cavalli i quali con Federico avevano fatto un giro cercando l’Armata dove non era, io ho cominciato a soffrir meno incomodo. Anzi ho abbandonato il quartiere così meschino e discosto ed ho piantata la mia tenda in vicinanza del S.r Maresciallo, dormo assai meglio sotto la tenda che in quella puzzolente stanza che non basta a contenermi ritto in piedi e dove una falange di mosche non mi lasciava quieto. Il giorno 29 secondo il solito io era anche dopo pranzo all’anticamera del Maresciallo. Egli uscì e tutti fummo in seguito a cavallo; femmo un giro a visitare il terreno all’intorno ed io non capii nulla nè trovai alcuno che mi sapesse insegnare qualche cosa; ritornai a notte alla mia tenda e vidi che il mio cameriere aveva già fatto impachettare il letto e stava per spiantare la tenda. «E perchè questo?» gli chiesi «Perchè domattina all’aurora si marcia», rispose. «Questo è impossibile: or ora vengo dal Quartier Generale, nessuno parla o sa di questo.» «Se non lo sanno quei signori, io l’assicuro che è così; la tenda del Principe d’Anhalt è già spiantata, io lo so dal cameriere del Principe che è mio amico e il cameriere lo sa per mezzo de’ stallieri di S. E. il Maresciallo.» Imparai da quel punto a regalare i palafranieri e stallieri del S.r Maresciallo, i quali ai loro buoni amici sanno dar avviso preventivo delle marce, essendo essi informati di ciò coll’ordine che ricevono per la biada ai cavalli più per tempo e per tenerli sellati. Vedete, amico, che adunque nessuno de’ primi Signori che sono in seguito dell’Armata è avvisato della marcia e lo sono gli stallieri. Questi fatti non si crederebbero se venissero scritti da altri, tanto sono veramente poco ragionevoli e diformi dagli usi comuni della vita. Ricevuto questo annunzio, feci immediatamente por mano perchè tutto fosse pronto e alla punta del giorno il mio carro potesse essere dei primi a mettersi in fila, onde in tal modo fosse anche de’ primi a giugnere e collocarsi al mio nuovo quartiere, il quale come quello di ogni altro assegnato al Quartier Generale sarebbe scritto alla porta del nuovo alloggio del Maresciallo. Vi confesso che nell’interno del mio animo ebbi in quelle ore della agitazione. Si marcia. Si osserva un mistero impenetrabile sulla marcia non meno che sul luogo dove dobbiamo portarci. Verosimilmente si vuol sorprendere e attaccare l’inimico. Forse a quest’ora domani sarò senza una gamba… Ma è il mio mestiero, son venuto qui per questo; tanti altri corrono lo stesso pericolo; vi sono che contano ventine di battaglie e sono sani; avrò piacere di raccontarlo poi; queste ragioni mi riaccomodavano con me stesso. Vi dirò però che della inquietudine mia interna nessuno nemmeno de’ miei domestici se n’è potuto accorgere, anzi non mai ho dette delle pazzie tanto buffone come quella notte, effetto naturale per distraere me stesso. All’albeggiare del giorno monto a cavallo col mio palafraniere e vado dal S.r Maresciallo. Fui de’ primi, un Ajutante Generale s’alzava allora dalla paglia nell’anticamera, chiesi dove andavamo, nessuno lo sapeva. Cessai d’interrogare, acciocché nessuno sospettasse in me inquietudine. Poco dopo giugne il Generale Principe di Montmorenci. Egli cerca da me dove si marciava! Compare il S.r Maresciallo, si dice messa, si legge l’orazione per la fortuna delle nostre armi, si discende, il Maresciallo monta e tutti noi in seguito. Il Maresciallo aveva avanti di sé quattro Ajutanti Generali e due Ajutanti d’Ala, poi subito dopo la sua persona eravi un trombetta, poi un ussero di suo servigio, poi una moltitudine di volontarj, il Duca di Braganza, il Principe Luigi di Vittemberg, un figlio del Conte Kaunitz, un Lobkovitz e una folla di Signori Generali ec. Io, povero capitano, naturalmente veniva in seguito con altri Dii minorum gentium. Nessuno sapeva dove, come, quando, onde non ne chiesi altro, la polve era enorme alzata da tanto calpestio avanti di me; bisogna anche stare attenti nelle marce, perchè tanti cavalli a mano che guidano i palafranieri non vi favoriscano un calcio. Si marciò sino verso mezzo giorno. Ebbi della pena a informarmi che il nuovo campo ove giugnemmo fosse Lichtenau. Girammo tutti quanti avanti e indietro nel nuovo campo senza che io abbia potuto formarmi nemmeno un embrione d’idea del modo come eravamo accampati. Non ho osservato che linee irregolari, parte dell’Armata fa fronte da una banda, e parte dall’opposta; non v’è un uomo fra tutti costoro o che capisca o che abbia volontà da insegnare a chi ha voglia d’istruirsi. Dopo questo gran cavalcare per dieci ore e più di seguito, ed io e il cavallo non ne potevamo più dal caldo, dalla polvere, dalla stanchezza. Accompagno il S.r Maresciallo sino al suo alloggio e alla porta vedo il libro, cerco il mio nome, trovo che il mio quartiere è presso Matthias Hilber. Cerco un ragazzo, con pochi soldi mi conduce da Matthias Hilber, spero di trovarvi la mia gente e che m’avessero apparecchiato il pranzo, ma non erano giunti. Del pan nero del buon Matthias, del burro ch’egli aveva furono il mio pranzo. Io però mi sentiva stranamente stanco e coloro della mia gente tardarono a comparire sino verso sera. Mi hanno dette tante scuse e pretesti ch’io non posso verificare, fatto sta che non m’hanno servito bene.
Il punto essenziale però si è che sin ora non ho veduto l’inimico nemmeno col cannocchiale, che nessuno sa dire dove stia se non presso poco, che gli uni dicono che contro di noi vi è il Re, gli altri al contrario sostengono che no che vi è il Principe Enrico. È una vera Babilonia, e, amico caro, se la cosa continua così, mi pare che questa sia veramente una vita da disperato. Io non intendo nè imparo precisamente niente affatto e tocco con mano che la massima parte degli ufficiali non ne sanno più di me. Basta, potrò almen dire e conoscere che nel mestier della guerra, il quale pare a primo aspetto che sia da farsi con energia, con impeto, con calore, e con impegno, realmente gli uomini vi sono spossati, indifferenti, annojati, e ignoranti. Hoc unum scio me nihil scire. Se coll’andare avanti la scena muterà, ve ne avviserò e ben di buon grado mi ritratterò, io ingenuamente vi comunicherò sempre i sentimenti che mi occupano.
Il S.r Maresciallo mi fa tutte le graziosità, mi ha fatto avvisato che sempre per me vi è luogo alla sua tavola, io vi vado di tempo in tempo abbastanza per farmi vedere, ma mi piace il pranzare colla roba mia. È accaduto che, volendomi io collocare alla tavola seconda ove però vi sono anche ufficiali dello Stato Maggiore, sono stato tolto di là e collocato alla prima del S.r Maresciallo istesso. Osservo che sempre qualche parola m’adrizza, sono contentissimo di questo Signore, il quale non so come da taluni siasi creduto altiero.
Un Generale mi ha lodato il mio tabacco di Spagna ed esaggerava che a nessun prezzo se ne può qui trovare. Io gli feci avere al suo quartiere un barattolo di due libre. Dopo mi ha ringraziato. In seguito non mi saluta più. Prima che io doni l’altro barattolo che ho, me lo sapranno dire! Di inezie ne abbiamo sin che se ne vuole; vi sono de’ merciaj all’alloggio del Comandante dove abbiamo tutte le più inutili galanterie del lusso, ma se volete un pajo di stivali, un capello, del panno per vestirvi, un pajo di guanti ec., questo non si trova. Si vive nel resto da veri capuccini, io non vedo una donna giacchè non darò questo nome alle orribili figure di coloro che vengono in seguito all’Armata co’ vivandieri ec. Credo anzi che la più bella e fresca giovine in venti giorni che vivesse con noi diverrebbe deforme dal sole, dalla polve, dai stenti, dal dormire vestita, oltre poi la rogna e il celtico e qualche insetto che acquisterebbe: oh, amico, quanto sarebbe mai deforme il peccato! Vi abbraccio teneramente ec.
VII. Sorau 7 Settembre 1759
Dacché vi ho scritto, poco è accaduto di nuovo, siamo marciati avanti, indietro, abbiamo campato in nove siti diversi, a Penzig, a Rottenburg, a Prybus, a Tribel, a Muskau, a Forst, poi novamente a Tribel, poi a Eskerswalde, poi qui. La prima volta che ho potuto vedere i Prussiani è stato il giorno due del corrente. Almeno questa volta siamo stati avvisati. La sera di sabbato scorso, giorno 1, alla parola del Quartier Generale si disse: «Domattina prima di giorno tutti i Carabinieri e Granatieri dell’Armata marceranno verso Sorau. Gli equipaggi a ruota resteranno indietro». Non v’era dubbio che dovevamo batterci, ed io mi trovai meno sensibile a quest’affare che non lo fui l’altra volta; fors’anco il non esservi mistero vi contribuì. Venni al mio quartiere, mi posi a letto per tempo, e mi raccomandai singolarmente a Giuseppe acciocché nella piccola valigia che porta il palafraniere, solo equipaggio che doveva servirmi, vi riponesse le cose più necessarie. Mi promise tutta l’attenzione, mi assicurò che dormissi pure quieto. L’avertii che poteva darsi che anche per qualche settimana non ritornassi a vederlo, onde mi premeva il più bisognevole d’averlo. Che non dubitassi, che mi fidassi ec. fu la risposta.
Due ore prima di giorno eccomi lesto, giungo col mio palafraniere dal Maresciallo, ci poniamo in marcia, la notte era oscurissima ed io non travedeva che qualche raggio delle torce a vento che portavano i lacchè del Maresciallo; ma il gran numero de’ cavalli che mi precedeva faceva ch’io andassi a caso. Spuntò il giorno che eravamo vicini a Sorau, e già cominciamo ad udire le schiopettate. Erano i Prussiani, niente più che sei o sette mille, un piccol corpo staccato dall’Armata e accampato vicino a Sorau. Appena ci videro che venivamo loro sopra con numero assai maggiore e i soldati piu bravi dell’Armata, che frettolosamente scamparono, ma non sì tosto poterono ritirarsi, perché dovevano passare un piccol fiume sopra un sol ponte. Se dalla parte nostra contemporaneamente ci fossimo distribuiti a impadronirci del ponte, erano o battuti o forse presi. Io seguiva il Maresciallo cogli altri e s’incamminò sopra una altura imminente alla città ove sta un mulino a vento. Ivi discese e dalla finestra del mulino col cannocchiale stava osservando. Un certo Capitano Colin, che è al Quartier Generale, mi chiese cosa facevamo noi. «Nol so per verità, – risposi – io sono cogli altri». «Volete voi – mi disse – che andiamo a prendere la città di Sorau che vedete?» «Prenderla! Noi due soli!» «E perchè no? – disse. – Noi le intimeremo la resa e se nessuno ci ha preceduto avremo la gloria di questo fatto.» Così disse quel Capitano. A me veramente pareva ridicolo il progetto; ma perchè non sospettasse che il mio disenso venisse da timore, mi determinai, e andammo ben lesti. In breve fummo alla porta che già era aperta. «Ebbene, – disse il Colin – andiamo noi a batterci?» «Andiamo.» Quindi, seguendo il mio Ruggiero verso dove s’ascoltavano le schiopettate, c’incamminammo, indi salita una riva assai alta ci trovammo in un prato che di fronte terminava col bosco e nel prato gli usseri dalle due parti facevan piccolo fuoco. Mentre c’innoltravamo, egli credo per pazzia, io per puntiglio, eccoti che dal bosco sbocca una turba di usseri prussiani e cannonate e una tempesta di schiopettate; i nostri usseri, che erano pochi assai, fuggono e il mio Colin si mette a precipizio e mi grida in buon francese: «Fouttez le camp, fouttez le camp» e giù a precipizio tutti due da quella ripa. Scesi appena, incontriamo uno squadrone di nostri usseri che venivano assai bene in ordine, ci accompagniamo con essi e ritorniamo al prato, fischiavano le palle da fucile e il Capitano Colin mi disse che alcune, per la pratica ch’egli aveva, passavano di mezzo fra noi due con assai gentilezza senza toccarci. Noi stavamo là piantati come due statue equestri senza scaricar nemmeno le nostre pistole, puramente pazienti per curiosità di ricevere una schioppettata, senza dovere che ci consigliasse, senza gloria. Non so cosa ne pensasse il Colin, se forse la curiosità pura ve lo trattenesse; so che io mi trovai tranquillo e senza gran ribrezzo, il rumore delle palle da fucile non è spaventevole presso di me come quello della palla di cannone la quale mi fa terrore, ma lo nascondo. Venne una palla che colpì vicino. «Ah, mon ami, vous etes blessé» grida Colin. «Io! Sarete voi, io sono sano, ecco le gambe, ecco le braccia», in fatti credo che il colpo sia stato per terra, perchè anche il mio cavallo era sano. Dopo qualche tempo si sono ritirati i Prussiani nel bosco ed io con Colin abbiamo girato il loro campo ed i contorni. Stanco per più di undici ore di cavalcare senza cibo, contento per altro di aver provato io stesso di quanto posso rispondere di me, pranzai dal S.r Maresciallo verso sera a Eskerwalde, indi andai al quartiere assegnatomi. La porta della stalla era più bassa de’ miei cavalli, il mio alloggio era un fenile, delizioso per chi era stanco come lo era io. Mi andava applaudendo che la vista de’ morti, il sibilo delle palle non mi avessero eccitato troppo vivi sentimenti nel mio animo, cerco le cose bisognevoli nella valigia e non trovo nè pettini, nè fazzoletti, nè camiscia, nè tabacco, nè forbici, nè rasoi. Niente in somma di quello che mi premeva. Ho dovuto farne senza. Questa minuzia è stata un martirio per me, e veramente bisogna avere delle gran bestie scortesi al suo salario per essere assistito come lo sono io singolarmente da Giuseppe. L’altro jeri giunsero soltanto gli equipaggi, io andai loro incontro, e, veduto finalmente il mio carro, altro non dissi se non che in avenire posso almeno sapere quanto fidarmi della loro attenzione e nominai le cose che mi erano mancate. La sera mentre cenava nel mio quartiere non vidi Giuseppe, ne chiesi, non mi si diceva il motivo per cui non venisse. Seppi che era in un pezzo d’orto contiguo, lo ritrovai che giaceva coricato e involto nel tabarro, lo chiamo, non risponde, gli do un colpo o due di canna e allora si scuote, questa è la prima volta che fui obbligato a usare di questa eloquenza con costui. Indovinate cosa mi rispose? Disse: «Questa sera io sono a Brescia e domani a Milano» e non gli potei cavare altro di bocca. Costui o era pazzo o ubbriaco, il giorno dopo aveva tutto concertato per rimandarlo spesato alla patria col mezzo dei direttori del treno de’ muli, mi si gittò in ginocchio, pianse, supplicò, in somma mi fece compassione ed ho fatta la pazzia di lasciarmelo vicino ancora. L’imbecille teme d’essere fatto prigioniero dai Prussiani e che lo faccian tamburrino e lo bastonino e sempre invoca i morti di San Bernardino e trema, e davvero dubito che diventi pazzo del tutto. Son pure stato buono a prendermi per Sancio Panza un decano della S.ra Marchesa Litta!
Ho provata una sensazione affatto nuova prima dell’affare di Sorau. Dacché era all’Armata non aveva veduto niente affatto di bello o d’elegante. I miei quartieri erano un miserabile granaro al quale s’ascendeva con una scala a mano, dove il tetto mal rattoppato mi faceva piovere sul corpo mentre dormiva, e dove cautamente poteva movermi per le sconnessure del pavimento. Anche l’alloggio del S.r Maresciallo, sebben fosse la casa più degna della terra, era meschino. Dopo un mese di vista unicamente di questi oggetti, passiamo a porre il Quartiere Generale in una villa mediocremente ben fatta, il passeggiare da solo per qualche viale, il mirare i verdi ben fatti che lo costeggiano mi fecero provare nell’animo una emozione deliziosa. Credo che i villani ne provino di simili, seppure la mia delizia non nasceva dalla ilusione grata di credermi per un momento in Italia, di che io stesso non saprei darvi buon conto. Pare che i beni e i mali si compensino e che la consolazione, consistendo nel passare ad uno stato migliore, sia anzi più facile il provarne e di più vive quanto più infelicemente viviamo.
Mi è accaduto dacchè siamo qui un caso assai strano, come sono quasi tutti i casi che capitano in questa società formata dal rifiuto delle altre. Stava qui sulla piazza di Sorau in circolo con cinque o sei altri ufficiali e fra questi il Tenente Colonello Conte Orrigo che da molti anni conosco. Mentre a tutt’altro pensava, ecco che entra nel circolo un ufficiale col ventre gallonato che con viso arcigno mi squadra dalla testa ai piedi e mi dice che io sono del Reggimento Clerici. «Sì Signore» rispondo. «Mi avvedo bene – disse egli – che lei è un ufficiale che non sa il suo dovere, perchè non s’è presentato a me che sono il Maggiore del Reggimento». A tale improvisata mi montò il sangue alla gola. Non aveva mai veduto colui, gli risposi secco che io non sapeva cosa si volesse dire, che io non dipendeva che dal S.r Maresciallo a drittura e che nè conosceva lui nè mi curava di conoscerlo. Origo mi prese pel braccio, mi strascinò in disparte dicendomi che col superiore si ha sempre il torto, che per amicizia mi avvisava di disimulare e non farmi un affare, che le leggi militari condannano alla testa chi sfida un suo superiore ec. Io non dissi altro, ma, sottrattomi subito da Origo, cercai il S.r Maggiore, il quale frattanto sulla piazza stava contrattando delle erbe, gli lasciai fare il contratto, poi me gli accostai senza testimonj e gli dissi ch’io non era niente d’umore di essere brutalizato da lui, che non mi sentiva d’essere nato per questo, nè d’umore a soffrirlo. Che, s’egli aveva piacere d’intendersela con me, era pronto. Egli colle sue erbe in mano voleva provarmi che un capitano è obbligato a fare questo e questo, io non ne volli altro e gli dissi che ogni volta che mi voleva io stava di quartiere al tal sito dove ora sono. Gli voltai le spalle e fu finita. Oggi ho veduto il Maggiore istesso venire alla volta del mio alloggio. Sopra di me vi dimora uno che fa spade, ivi egli è asceso, al suo discendere mi sono affacciato alla porta acciocchè mi passasse avanti e mi vedesse, mi ha cavato il capello e pare affare finito. Ma che razza di bestie! Questo Maggiore si chiama Brady, è un Irlandese che tutte le mattine s’ubbriaca, ha avuto un processo per altre brutalità. Per dinci, al Reggimento non ci tornerei per tutto l’oro, nemmeno se m’avessero a far generale dopo un solo anno di pazienza. È una maladettissima compagnia. Vi abbraccio e sono ec.
VIII. Bautzen 15 Settembre 1759
Delle notizie della guerra io non mi impegnerò a scrivervi. Primieramente, sono tanti i corpi in moto: Daun, Laudon, De Ville, Bucow, il Re, il Principe Enrico, i Moscoviti, l’Armata dell’Impero, tanti pezzi che giuocano a scacco, io appena conosco i moti di quel pezzo ove son collocato, non vi potrei dare alcuna idea interessante delle cose attuali. Vi ho già detto, mi pare, che i Generali, gli Ajutanti Generali fanno venire le gazette di Vienna per sapere le cose della guerra, vi rimetto adunque a sapere le cose dalla sorgente istessa. Io vi comunicherò le idee mie nate dalle cose che vedo e osservo, elleno sono assai più minute, ma le loro conseguenze diventano grandi presso un uomo che ragiona. Primieramente, adunque, vi dirò che ho trovato un uomo e coll’opera di lui comincio a intendere. Il caso ha fatto che mi trovassi in piccola compagnia con un ufficiale affamato che aveva corso tutta la giornata e pranzava; la sua figura non ha niente di singolare, ma tre o quattro proposizioni che gli sfuggirono e il tuono ragionevole e ingegnoso col quale le disse mi scossero, come appunto quel viale di cui vi ho scritto. Mi accostai a lui, cominciai a entrare in dialogo e mi avidi che anche il mio umore non gli spiaceva. Gli confessai che era incantato finalmente d’aver incontrato un essere ragionevole, e «Vestigia hominum video», gli dissi. La nostra amicizia fu presto cominciata. Egli è Inglese, ha vissuto molto in Italia e nella Spagna, sa queste lingue a perfezione oltre la sua nativa e il Tedesco che s’ingegna di parlare. Egli è Tenente e Tenente del più miserabile Reggimento dell’Armata, il suo nome è Lloyde, uomo che non ancora può avere trenta anni, di una penetrazione singolare d’ingegno, di una serie di cognizioni che sorprendono, uomo pieno di coraggio, deciso, umano, generoso, io non finirei di dirvene la stima, l’ammirazione e U3 l’amicizia che ho per lui. Ma vi dirò come egli sia all’Armata. Egli è nato nella Contea di Galles, uscì da giovane dalla sua Patria disgustato d’un tutore che aveva sposata la vedova di lui madre; non credo che sia nè ricco nè molto nobile. Passò da ragazzo per Berlino, s’innamorò d’una ballerina, ebbe de’ guai e se ne partì venendo a Venezia. I debiti che vi contrasse, e ai quali non poteva soddisfare, lo posero in situazione assai triste, e i Gesuiti lo cavarono d’intrigo trovando chi tacitasse i creditori, poi lo portarono a Roma nel Collegio Inglese, dove s’abbandonò allo studio. Terminato il corso nè volendosi egli fare Gesuita, come pure avrebbono desiderato, ritornò a Venezia raccomandato a quell’Ambasciatore di Spagna che se gli affezionò, se ne prevalse come secretario, poi, per fargli una fortuna, lo trasmise nella Spagna raccomandandolo al Marchese de las Minas Governatore della Catalogna. Visse in Barcellona assai bene col Marchese, che non potendogli dare impiego nel servigio se non nel militare, lo appoggiò a Madrid al Signor Ward Secretario di Gabinetto del Re Cattolico. Ivi lavorò, si guadagnò la grazia del Ministro che lo lusingava di volerlo spedire Secretario d’Ambasciata, passarono due occasioni e Lloyde si vide preterito; non volle più sperare alla Corte, ritornò a Barcellona e dal Marchese de las Minas che lo stimava ottenne d’essere ufficiale negli Ingegneri Militari. Si consacrò allora totalmente allo studio e meditazione sulla guerra. Nessun autore vi è di questa materia, del quale Lloyde non sappia rendere buon conto. Eruditissimo della storia, egli vi trova le somiglianze e dissomiglianze fralle attuali posizioni e quelle or del tal Romano ora del tal Cartaginese, Greco ec. Fatto ch’egli ebbe uno studio seguito dell’arte della guerra, della artiglieria, tattica, fortificazione ec., venne a scoppiare la guerra di Germania, aspettava che il suo Re prendesse qualche partito e che la guerra diventasse universale come credevasi; ma vedendo che stava ristretta in Germania chiese al Marchese di essere raccomandato all’Armata austriaca, dove aveva desiderio di vedere in pratica il mestiere e tentare la fortuna. Ebbe soccorso e due lettere di raccomandazione, una al Principe Venceslao di Liectestein, l’altra all’Arcivescovo di Vienna Mons. Migazzi. Le presentò a Vienna quest’inverno scorso e ottenne l’amicizia d’entrambi, anzi dell’Arcivescovo, a segno che volle alloggiato da lui. Gli diedero i suoi due protettori le lettere per l’Armata dirette al Generale Lacy, il quale è Generale Quartier Mastro ed ha sotto di sè un corpo d’ufficiali. Lacy è sprezzante assai ma ha delle buone qualità. Viene ricevuto Lloyde in mezzo a un circolo d’ufficiali e presenta le sue lettere. Le legge Lacy poi gli dice che l’avrebbe fatto tenente nel Reggimento Staps. Lloyde già sapeva che quel Reggimento composto di invalidi era destinato a custodire il bagagio dell’Armata. Risponde adunque che non sarebbe vero che avesse fatte treccento leghe di viaggio per custodire gli equipaggi dell’Armata. «E cosa è venuto dunque Ella a farvi?» disse Lacy. «A imparare il mestiere della guerra» risponde Lloyde. Allora con tuono derisore replicò Lacy: «Cosa intende Ella per il mestiere della guerra?» «Intendo – rispose Lloyde – quello che suppongo che Vostra Eccellenza sappia». Allora Lacy con ironia amara terminò col dire che ciò essendo non aveva verun impiego per un uomo di tanto merito quanto esso. Figuratevi che Lacy è un vero Bascià a tre code, temuto, ossequiato, al quale nessuno oserebbe di replicar parola. Tutto il circolo degli ufficiali era nel silenzio, attonito di questo dialogo. Il mio Lloyde, che si vide deriso e insultato, con tuono deciso e tranquillo terminò col dire: «Signore voi non mi conoscete; forse non ho verun merito, ma forse anco ne posso avere più di Voi». Ciò detto, gli voltò le spalle e se ne partì per cercare dal Maresciallo Daun un passaporto e ritornare a Vienna. A Lacy, sebben piccato, conviene che sia piaciuta la risposta; andò al Quartier Generale, vi ritrovò Lloyde, se gli accostò chiedendo a che fine ivi fosse. Lloyde glielo disse. Lacy soggiunse che s’egli avesse piacere di servire sotto di lui l’avrebbe accomodato, che ricevesse il posto di Tenente, che era il solo vacante che potesse dargli, e che l’avrebbe dispensato dallo stare al Reggimento lasciandolo servire sotto di lui, e così fu accomodato. Da questa succinta tessera d’un romanzo conoscerete che Lloyde è uomo non volgare, d’una impazienza però somma e d’una libertà di parlare egualmente grande, i quai sono i due difetti ch’io gli conosco, difetti che pregiudicheranno alla sua fortuna se non si modera.
Ora che vi ho fatto il ritratto del mio amico non già ciecamente su quello che da lui possa essermi stato detto ma sulle conferme che ne ho avute da altre parti, vi dirò che egli ne sa incomparabilmente più di quanti altri vi sono al Campo, e, sebbene sia un povero Tenente senza un nome, senza soldi, io vedo che il Generale Montazet francese, il Duca di Braganza, il Principe di Vittemberg e quanto v’è di più illuminato cerca di ragionare con Lloyde sugli affari nostri e prevedere, conoscere, definire le cose dell’Armata co’ suoi lumi. Lloyde conosce che pochissimi capiscono cosa si faccia o cosa facciano. Io cavalco seco girando il paese, ora scorriamo davanti la nostra Armata, egli mi dà idea sopra i vantaggi e i discapiti della posizione nella quale siamo, come nel tal luogo siamo forti, deboli nell’altro, cosa potrebbe il nemico fare per vantaggiosamente attaccarci, cosa dovremmo far noi, dove egli avrebbe preferito di accampare, e come, e perchè. Poi scorriamo a riconoscere il terreno fra noi e il nemico, visitiamo i posti avanzati de’ Prussiani, entra egli nel dettaglio con una chiarezza e maestria che mi solleva l’anima, e più ho imparato un’ora col mio Lloyde che non avrei fatto da me in un anno frammezzo a questi ufficiali. Lloyde ha passione per la guerra, è instancabile. Dopo aver localmente osservato e ragionato vi assicuro poi che è un uomo superiore, ascoltarlo in grande a mirare sotto un sol colpo d’occhio i reciproci movimenti di questa campagna, rilevarne il bene e il mal fatto e ragionare sulle Teorie della guerra. Ora comincio a vivere all’Armata perchè vedo che ottengo il fine d’istruirmi, sia ch’io continui a fare questo mestiere sia ch’io l’abbandoni, sempre mi gioverà d’intenderlo e d’averne una idea.
Ma il modo col quale si fa da noi questa guerra è certamente un vero disinganno per chi abbia entusiasmo di mestiere. Il Maresciallo secondo tutte le apparenze è un Signore che ne sa pochissimo, e me lo prova anche la ritenutezza di non parlar mai di guerra. L’amor proprio di ciascuno naturalmente lo porta a mettere in mostra il buono che si ha, e altronde quando nel cuore v’è una passione non si può ammeno che non sbuccia. La continua riserva è una dimostrazione di mancanza di energia e di cognizioni. Il Maresciallo s’è acquistato un gran nome colla vittoria di Colin. Egli è stato il primo che ha battuto il Re Federico. Ma a saper le cose come sono, questa gloria svanisce. Alla battaglia di Colin il Maresciallo aveva già comandato di battere la ritirata e la vittoria era per i Prussiani. Un Reggimento fiammingo, piccato contro de’ Tedeschi che lo deridevano perchè non stesse esattamente in linea retta e le sue armi non fossero tanto lucide quanto le austriache perpetuamente strofinate, questo Reggimento dico per un movimento spontaneo, mal soffrendo di non aver combattuto e che il nemico non fosse mai venuto a quella parte, attaccò una colonna prussiana al fianco. Cominciò la colonna a piegare, altri Reggimenti spontaneamente vennero dietro ai Fiamminghi unicamente mossi da’ loro comandanti, furono battuti, i Prussiani dovettero ritirarsi e la vittoria immortalò Daun, e fu liberata Praga, liberata tutta la Boemia. Dipende ciò dalla direzione del Maresciallo Daun quanto dalla mia. Ebbe il Maresciallo il frutto della passione d’un Fiammingo di farsi stimare dagli Austriaci, e quel Fiammingo avrebbe meritato un processo per aver agito a proprio capriccio e altrettanto ne meritavano i Colonelli che lo seguirono.
L’anno passato ebbe il Maresciallo un nuovo titolo d’onore colla sorpresa di Hochkirken, ma tutto il progetto era di Lacy e il buon Maresciallo nel tempo della sorpresa andava interrogando se si credeva che quell’affare avrebbe prodotto qualche cosa di buono. Io vi presento gli uomini quali sono, e come sono io stesso passato dalla maraviglia al disinganno, così passatevi voi pure. Daun che si trova dalla fortuna così bene assistito credo che non vorrebbe battersi mai più. Se dalla Corte gli venisse dato il libero pien potere, credo che sarebbe inconsolabile perchè non potrebbero i suoi fautori attribuire alla dipendenza dalla Corte la lentezza colla quale da esso si fa una guerra offensiva. Si tratta non di difendere i nostri Stati ma di riacquistare la Slesia e per acquistarla noi stiamo sulla semplice parata! Certamente che, quando il Re comanda ei stesso le sue truppe, ogni soldato si batte con più impeto e sopporta i mali con pazienza, mosso dall’esempio, animato dalla speranza di far la sua fortuna sotto gli occhi del suo Re. All’incontro da noi prima di profittare d’una occasione conviene aspettare l’ordine della Corte e tutto languisce cominciando dal Comandante e discendendo al fantacino. Sin ora non abbiamo fatto che finta di andare nella bassa Lusazia, poi ai confini della Slesia, poi ritorniamo all’alta Lusazia accostandoci a Dresda. I nemici non gli ho veduti più a fare le schioppettate con noi da Sorau a questa parte. Le sentinelle avanzate prussiane sono tanto umane che, quando con Lloyde ci accostiamo di troppo, ci avvisano di ritirarci senza offesa alcuna. Veramente l’uccidere un uomo o due non cambia la cosa, siamo quattrini di rame ogni uomo di noi in un tesoro, non val la pena di sottraerli. Così costoro ci calcolano, io però e Lloyde protestiamo altamente e veramente siam persuasi di valere di più.
In questi contorni di Bautzen (che nelle carte anche si scrive Budissim ora in Tedesco ed ora in lingua schiavona che si parla dai villani) si trova una piccola società d’uomini che merita osservazione. Ve ne dirò qualche cosa. Nella Moravia si formò una setta che somiglia i Quakeri cristiani che non hanno simbolo, non sacerdote, non sacramenti. Fanno professione di non dire mai il falso, di non offendere mai il prossimo, di assistere i poveri e adorar Dio. Vennero perseguitati in Moravia e ottennero dall’Elettore di Sassonia di ricoverarsi in Lusazia poco da qui discosti. Venne loro assegnato uno spazio di terreno incolto e deserto. Ottennero il privilegio che non avrebbero avuto nè presidio militare, nè giudici, ma che avrebbero ivi goduto della libertà non solo di esercitare la loro religione ma altresì di amministrarsi civilmente giustizia mediante, credo, un annuo fisso tributo. Vennero questi che si chiamavano Fratelli Moravi e fabbricarono un borgo in breve tempo con case gentilmente fatte ma senza fasto. Fu chiamato Herrenhutt. Il vicino territorio fu in breve coltivato. La maggior parte di questi Ernuttesi fa il mercante, voi trovate da essi la più eccellente mercanzia in ogni genere utile e niente di vanità o di lusso. Telerie eccellenti e soprafine, panni d’Inghilterra i più perfetti, pellicce le più belle e fine del Nord e dell’America, cuoi, stivali ec. Mandate un bambino a comprare, andate voi, è lo stesso, vi viene detto precisamente il prezzo o comprate o lasciate. Questi hanno i loro fratelli già sparsi pel mondo alle Indie Orientali, all’America, in Olanda, in Londra ec. Stoffe d’oro, merletti, galloni d’oro o argento ec. non ne trovate; ma tutto il liscio più elegante lo trovate. Quasi tutti sono ammogliati. Se hanno mezzi e volontà di custodire i figli e allevarli, sono padroni. Se vogliono deporli nella casa de’ fanciulli, lo possono. In queste case pubbliche è somma la decenza e l’attenzione nell’educarli, niente loro manca perchè stieno sani e perchè sieno bene allevati. Alla tutela di questi sintanto che sono bambini vegliano le donne rimaste vedove le quali hanno un decente e libero ricovero in quelle case dove sono di tutto mantenute. Esse hanno cura de’ bambini, poi cresciuti a una età di sette o otto anni passano ad essere educati in un’altra casa dove a questo fine vengono mantenuti de’ uomini savi capaci di bene allevarli e questi sono que’ fratelli che, mancando di mezzi di fare il commercio, sono mantenuti a pubbliche spese. V’è un’altra casa per le zitelle allevate pure colla direzione delle vedove. Non crediate già che siavi nè la povertà nè la schifezza degli spedali, la società non è numerosa, lo spirito della sua setta è fresco e vigoroso, il loro commercio li rende ricchi, il lusso o la pompa non disperdono le loro ricchezze, quindi di buon grado s’impone ogni abitante la tassa d’un tanto per cento sugli utili del suo negozio e questa serve al mantenimento di queste pubbliche instituzioni. Un giovine, allevato che sia, sa leggere, scrivere, e qualche mestiere, trova da servire da giovane presso qualche artigiano o mercante, e se ha condotta unisce bastantemente per negoziare poi da sè. È incredibile il numero de’ Sassoni e Boemi che vengono a lasciare il loro denaro a questi industriosi repubblicani. Se un giovine si dispone a prender moglie, è ammesso all’albergo delle zitelle e dopo qualche esame può scegliere, se la figlia acconsente ella è sua moglie. Anche dalle case private può far ricerca per una moglie. Il costume di questi Ernuttesi è puro. Non si ha idea d’infedeltà conjugale, e quello che da noi si considera come una piacevole galanteria farebbe orrore e sembrerebbe un tradimento presso questi uomini buoni. Ognuno vive nella casta unione del matrimonio. Di libertinaggio non v’è ombra alcuna. Nemmeno si dà il caso che uno dica ad un altro un’ingiuria, ma si trattano con una dolcezza e amorevolezza l’un l’altro e s’ajutano come fratelli e amici. Se nasce qualche diferenza fra di essi o per affari di negozio o per cose di famiglia, vi è un Conte di Zizendorf che vive con essi, è della stessa religione, ed ha fuori le sue rendite, e questo saggio signore arbitra, accomoda, e tutti stanno alle sue decisioni unicamente per una stima personale che hanno di lui. La loro religione, come dissi, principalmente consiste nelle buone azioni, soccorrere i loro fratelli, essere fedeli, veridici ed esatti. La domenica si radunano in una sala senza immagini, so che non hanno nè pastore nè parroco, nè prete, non so poi se cantino o predichino. Vi dirò per fine che la virtù di questa gente ha sparsa tanta opinione che, sebbene sieno loro girate intorno spesse volte le Armate e nostre e de’ nemici, non ha mai osato alcuna di violare il loro tranquillo e rispettabile asilo. Sinché le instituzioni son vicine alla loro origine, e non sieno molto dilatate, quando abbiano una base di vera virtù, abelliscono la natura umana e la fanno esistere bella e senza vizj. Non vi ho parlato di carceri, di sgherri, di pene di questa giovine repubblica che non le conosce, nè ha idea che di scacciare dalla sua società un cattivo membro, se mai col tempo alcuno se ne trovasse. Per ora sono stanco, vi abbraccio ec.
IX. 8 Ottobre 1759 Hoff in Sassonia
Dai fogli pubblici avrete veduto che il secreto del nostro piano di campagna era di vincere col sangue de’ nostri aleati e risparmiarci; infatti i Moscoviti, credendo alle nostre finte, si son bravamente battuti, dovevamo noi cader sopra al Re uno o due giorni dopo la rotta, profittare dello sconcerto della sua Armata e non abbiamo fatto mai niente davvero. Mentre stavamo avanzando ritirando il quartiere, un errore del Generale De Ville ci ha obbligati a correre per salvare Dresda. De Ville comandava un corpo staccato di dieci mila uomini, fu postato per riparare Dresda dalle invasioni che dalla Slesia potevano farvisi. Si appostò senza veruna precauzione. Un sergente non si posterà con trenta uomini, ch’ei non ne ponga uno o due avanzati verso il nemico in sentinella almeno per avvisarlo quando venga per essere attaccato. Un corpo di dieci mila uomini sempre stacca qualche compagnia che stia ai posti avanzati, e da queste compagnie si staccano ancora più vicino al nemico delle sentinelle, per modo che dai colpi di fucile viene avvisato dell’avvanzarsi del nemico e fa le disposizioni, si mette in istato di riceverlo e respignerlo. De Ville aveva dimenticato tutto ciò. Una banda di Prussiani s’avvanzava non per attaccarlo ma per riconoscerlo. Cade questa immediatamente sul campo. Sorpresi, i nostri e il De Ville non ebbero luogo a esaminare quanti fossero i nemici, si precipitarono tutti sbandatamente in fuga e obbligarono la Armata di venire ai contorni di Dresda ove eravi la Armata dell’Impero, se pure merita il nome di Armata. Ho veduta Dresda un momento, ma dacché ci avanziamo alla volta di Vittemberg ogni giorno vediamo il nemico che si ritira a piccole marce e noi a piccole marce andiamo seguendo. Le schiopettate si fanno tutto il giorno fra gli usseri nostri e prussiani e sempre grazie al cielo tutti rimangono sani e salvi. Non ammazza mai l’ussero un ussero, nè un cannoniere un cannoniere, hanno, credo, un patto di famiglia e gettano al vento la polve.
A Dresda si sono uniti con noi i due Principi Reali di Sassonia Alberto e Clemente, è qualche cosa di grande per il Maresciallo di vedersi corteggiato uno per parte da simili volontarj oltre il Principe Luigi di Vittemberg, Duca di Braganza e altri Signori della prima distinzione. Il Maresciallo ha per la sua persona una guardia del corpo d’usseri e Cacciatori e al suo alloggio una compagnia di Granatieri. L’Imperatore non ne avrebbe di più se fosse qui in persona. La subordinazione lo rende superiore a tutti e si vedono i Principi Reali fargli i rapporti col capello in mano mentre egli sta coperto. La guerra torna gli uomini allo stato di natura, il più forte comanda, chi ha bisogno cerca la benevolenza, questi due Principi dei quali il paese è in preda alla guerra, senza tributi, senza sudditi, senza Armata, sono costretti a vedere sotto i loro occhi depredate le loro contrade e inutilmente compiangere la sventura de’ suoi. Vi dirò una anecdota. Mi fu mostrata a Dresda la porta dell’Archivio sulla quale la Regina in persona voleva opporsi all’ufficiale prussiano incaricato di estrarne alcune carte originali, ma inutilmente adoperò l’incanto della maestà Regia, perchè l’ufficiale aveva troppo precisi ordini e il Re Federico vuole esattezza. L’anecdota è questa. Il Ministro Imperiale a Berlino era come sapete il Generale Conte Puebla, al quale dalla nostra Corte era stato assegnato per secretario di legazione il Veingarten. Puebla non era tranquillo sulla fedeltà di questo secretario, infatti costui tradì la Corte e svelò al gabinetto prussiano il trattato che era sul tappeto fra la Moscovia e il Re di Polonia e noi per la Slesia. Questo filo bastò, perchè i Ministri prussiani a Pietroburgo, a Vienna e a Dresda fossero avvisati a cercare di scoprire l’oggetto. Il Ministro prussiano a Dresda aveva un abilissimo secretario; questi fece lega con un secretario di gabinetto di Sassonia onestissimo, fedelissimo, ma per sua sventura dato al giuoco e alle donne. Il Prussiano aspettò che il Sassone avesse fatta una perdita e fosse inquieto per comparir pontuale e gli esibì del denaro in prestito. Poi sempre più stringeva l’amicizia e si passava a cene deliziose con belle fanciulle e facili, in tal modo voluttuosamente il povero Sassone si trovò d’aver contratto un debito sensibile. Fece nuove perdite e il Prussiano si mostrò afflitto per non aver più di che soccorrere il suo amico, lo lasciò per qualche tempo in pena, poi gli propose l’espediente di ricorrere al Ministro di Prussia, suo principale, essendo egli uomo che aveva del contante e inclinato a far piacere. Questa proposizione sbigottì il buon secretario sassone al quale fece senso, essendo di gabinetto in un geloso ufficio di Stato, di poter comparire legato con un Ministro estero e singolarmente d’un vicino gelosamente osservato come il Re di Prussia. Ma il bisogno, la inopia d’altri mezzi, la fiducia nella apparente buona fede di quel secretario che credeva suo amico, la speranza di sanar tutto con miglior fortuna al giuoco gli fecero sorpassare il passo e ricevette soccorso in prestito dal Ministro prussiano. Legato che fu forse anche con replicate somme, cambiò la scena. Il secretario prussiano cominciò a chiedere la restituzione a nome del suo principale; fingeva dispiacere di questo e gettava tutta la colpa sul Ministro, pretestava i motivi del bisogno che il Ministro aveva del denaro e gradatamente dopo alcune settimane venne alla intimazione che, se non pagava la somma, il Ministro avrebbe presentato al S.r Conte di Bruhl il suo vaglia ed avrebbe trovato modo di essere pagato. A questo colpo si vide perso il secretario sassone. Se avesse almeno avuto vigore d’animo, doveva ei stesso confessare al Conte di Bruhl il suo fallo, prima di lasciarsi strascinare a perdere la sua virtù e sacrificare il dovere, e tradire il suo sovrano; ma fu timido e le anime timide sono le più disposte a far male. Nella desolazione in cui si trovò si gettò ciecamente nelle braccia del suo finto amico, il quale destramente lo condusse dove voleva, cioè che, soltanto che potesse il Ministro prussiano essere introdotto nell’Archivio per un momento per riconoscere un tale nominato dispaccio (e questo era di nessuna importanza), gli prometteva che avrebbe lacerato ogni suo vaglia e finito tutto. Gli spianò ogni difficoltà sul modo della esecuzione; l’ora, la strada, il mezzo cauto e sicuro furono trovati, fu indotto il Sassone a questa rea condiscendenza. Posto che ebbe il piede il Prussiano nell’Archivio, ricercò in vece gli scaffali ne’ quali eranvi i dispacci del conte di Flemming, Ministro di Sassonia a Vienna, vi dimorò quanto gli piacque, fece le annotazioni che volle e il Sassone, smarrito e che non poteva più nè ritirarsi nè dire ragione, lo dovette lasciar fare. Ed ecco come il Re di Prussia al primo invadere che fece la Sassonia potè dar ordine al suo ufficiale di prendere dal tal scaffale al numero tale la tale e tale carta che vi si ritrovò esattamente e queste carte originali le fece poi da’ suoi Ministri alle Corti dell’Impero vedere e giustificare come fosse ordita la trama di spogliarlo della Slesia e la guerra fosse difensiva per parte sua, come poi anche pubblicò colla stampa di quei documenti nel suo Memoire raisonné. Quest’anecdota potrebbe servire di filo ad una azione di teatro, per ammaestrare gli uomini che mal sono sicuri contro qualunque eccesso tosto che smoderatamente si abbandonino al giuoco, e che la virtù e l’onestà si perdono colla debolezza e colla incauta docilità anche da chi abbia una ottima indole e onorata. Io deploro il povero secretario sassone disonorato e in preda ai rimorsi. S’egli fosse stato un uomo perverso non avrebbe nè rossore nè rimprovero al suo cuore; era buono e virtuoso e perciò è più miserabile e degno di compassione.
Il Maresciallo è sempre dello stesso umore, quando si è da lui non si parla mai di guerra. Alla sua tavola sempre sono ben trattato e mi indirizza qualche parola. Alle volte il dopo pranzo ne’ calori dell’estate scorsa usciva nell’anticamera a capo nudo e pelato senza parucca o beretta, con un giuboncino di tela bianca, slacciato il collo e sedeva circondato da varj de’ primi Signori e Generali che stavano in piedi. Veniva il Maresciallo a prendere una gran tazza enorme di sorbetto di limoni senza che a nessuno ne venisse offerto e, godendo delle ciarle che si facevano, si rinfrescava mentre io mi sentiva una voglia impetuosissima di avere un sorbetto. Ma come trovare ghiaccio in un villaggio miserabile? Dopo il sorbetto beveva una caraffina di Tockay. Il costume in questo non è cortese; poteva nella sua stanza prendere solo quella delizia senza farla invidiare da tanti galantuomini. Ma la società austriaca non riflette delicatamente nè fa economia di sensazioni disgustose agli altri. Il mio Lloyde è il mio Mentore, la mia consolazione, più lo conosco e più lo stimo e amo, egli ha della amicizia per me, mi sono distaccato da alcune mignatte di capitanj che avevano amicizia col mio cioccolatte e col mio cuoco ma per disfarmene ho dovuto chiaramente dire che andassero perchè voleva pranzar solo. Questi parasiti rovinerebbero al paro degli altri, ma nemmeno vi consolerebbero colle apparenti officiosità de’ nostri parasiti. Lloyde è sommamente generoso, è povero, ma è indifferente a vivere con un pezzo di pane. Il Lacy lo adopera assai, ultimamente l’ho veduto incaricato di far fortificare un sito, egli portava le fascine, adoperava la zappa, travagliava al paro de’ soldati che erano sotto a’ suoi ordini e li chiamava fratelli, lavorava allegramente, rallegrava gli altri e sotto di lui si è fatto in un giorno quello che un altro avrebbe fatto in tre o quattro. Giriamo il paese, visitiamo le posizioni, ragioniamo sulla guerra, dico ragioniamo, perchè sebbene io senta la gran distanza che v’è fralle sue cognizioni e le mie che cominciano, sento però che principio a ragionare. Ma vi ripeto che rarissimi sono all’Armata che sappiano cosa sia la guerra e cosa si faccia. V’abbraccio addio ec.
X. Schilda 1 Novembre 1759
Sono già dieci giorni dacchè siamo immobili in questo quartiere; passo passo siamo avvanzati sin qui. Il nemico è postato a Torgau contro di noi; ci siamo appostati prima a Belgern, poi siam qui, ma si dice che non è visibile da vicino, sta sopra una costa elevata, davanti ha delle paludi, ai due fianchi ha l’Elba e una altura cinta di boschi. Lloyde vorrebbe con molta paglia dar fuoco a quel bosco di piante resinose, aspettare che il vento spignesse il fumo nel campo, ha disegnato come attaccarlo; ma le sue idee sono idee d’un povero Tenente. Abbiamo distaccato il Duca d’Arhemberg con 18 mila uomini che si è postato dietro al nemico a Dommitzsch, ma i Prussiani hanno libera la riva dritta dell’Elba e non s’imbarazzano d’essere fra due, attesa la vantaggiosa situazione del loro campo. È accaduto giorni sono che l’ajutante del Duca d’Arhemberg è stato fatto prigioniere da’ nemici mentre dall’Armata andava per portare al Duca le lettere della posta. Il Principe Enrico, ricevute queste e osservato il sigillo della Duchessa d’Arhemberg, spedì un trombetto al corpo del Duca colla lettera e due righe nelle quali gli diceva che, sebbene col suo ajutante avesse prese le sue lettere, non voleva diferirgli la soddisfazione di aver nuove della Duchessa sua sposa, giacché era informato de’ sentimenti rispettabili che li univano. In questa guerra si vedono anche de’ tratti di umanità. Tutto il bene che si possono fare i nemici senza pregiudicare la causa si fa. Se un servitore mi ruba e va dai nemici, con un trombetto si passa l’avviso e reciprocamente si consegna. I nostri prigionieri erano ben trattati ne’ primi anni a Berlino e dovunque; ma avendo poi veduto il Re di Prussia che i suoi si confinavano nel Tirolo, non si toleravano in Vienna ed erano mal trattati, cambiò stile, però non si può dire che sieno trattati male. Qui non v’è una opinione stabile o ragionevole sul conto del Re di Prussia; quando per poco le cose vanno bene, si dice liberamente che il Re di Prussia è un asino e peggio se occorre. Al momento in cui abbiamo il minimo rovescio, tutti amutoliscono e si guarda il Re come un gran soldato e si trema. Un gran soldato lo è certamente e lo dobbiamo dire per nostra reputazione giacchè resiste alla Francia, Austria, Moscovia, Impero, e Svezia collegate contro di lui e attualmente non possediamo un palmo del suo.
Dacché non v’ho scritto mi sono più volte trovato alla piccola guerra che fanno i posti avanzati. A Belgeren mi sono trovato frammezzo alle nostre batterie di cannoni e quelle degli nemici. La curiosità mi portò di accostarmi verso il villaggio di Benewitz dove se ne disputavano il possesso una banda di Prussiani e de’ nostri e a mezza strada comincio a sentire lo scoppio alle spalle del nostro cannone, poi tuonarmi sul capo la palla; dopo un momento sento di contro la risposta e lo stesso mugito sulla mia testa, la musica rinforzava da ambe le parti, e ingenuamente vi dico che niente mi piaceva. Quel rumore della palla di cannone ha del ferale e bisogna che io faccia sforzo a resistere; ma erano con me altri ufficiali, incontrammo il Generale O’ Donell il quale disse: «Costoro ci hanno presi di mira». Il vicendevole impegno ci ha, credo, tenuti tutti fermi e tranquilli sebbene continuasse vivacemente la musica. Io solo ho saputo che aveva assai timore, ma frattanto stava distribuendo del tabacco e tra gli altri il Capitano Castelli, Ajutante di O’ Donell, ne prese e mi parlò e credo che avesse allora tanto pensiero di sè che nemmeno dopo gli potei far risovenire di avermi parlato. Bel bello bel bello il Generale s’incamminò verso i nostri e tutti noi lo seguimmo con eguale gravità sotto il muggito continuo di queste palle che credo non passassero lontane. Un movimento naturale mi avrebbe portato a piegarmi sul collo del cavallo ogni volta; ma la brama della opinione mi faceva stare ritto come un palo. Quando ne fui fuori dopo di un buon quarto d’ora di questa facenda, vi assicuro che mi trovai ben contento. Mi direte perchè mi vado io esponendo così alla ventura, sebbene io non lo debba fare che in seguito al S.r Maresciallo; vi rispondo che l’occasione porta di essere in compagnia e, quando uno propone di andare per curiosità, bisogna non farsi mai desiderare, non vorrei che per essere io più civile e ragionevole di costoro che mi credessero di minor coraggio, la mia cortesia nasce da scelta, da educazione, da principj, non da timidezza. Eccovi il secreto. Il Maggiore del mio Reggimento comanda un distaccamento di granatieri, quando il Maresciallo mi cerca il mio cannocchiale, che è eccellente e quasi sempre me lo cerca per esaminare il nemico, il Maggiore cerca di farsi un circolo con un cannocchiale di Venezia di cinque o sei paoli e pare un saltinbanco nel cercare di screditare il mio a fronte del suo. Vedete che vendetta! Fatto sta che nessuno degli ufficiali del Reggimento si vede mai al Quartier Generale, non osano mostrarsi e vivono nel loro covile annojatissimi fragli annojati, non sapendo nulla di quello che accade e non essendo conosciuti da alcuno. Il bel mestiere che avrei fatto io, se non spuntava di essere collocato dove sono! Figuratevi che il Quartier Generale è veramente la Corte dell’Armata. Io non lascio di dubitare che l’accoglienza fattami dal Colonello e la bella cortesia del Maggiore sieno state mosse dal Marchese Clerici istesso, egli è d’umore a ordire questa recezione, perchè, poi, a qual proposito due uomini ai quali io non aveva fatto dispiacere alcuno e che mi vedevano per la prima volta di mia vita dovevano usarmi ostilità? Di tutti questi del Reggimento non ne ho veduto che un solo il quale mi è parso ragionevole ed è il Tenente Colonello Lombardi, egli è aggregato e da poco tempo. Difficilmente m’indurrò a vivere in così disgustosa società. Ho già scritto a un amico di casa per vedere se mi vorranno assistere per altre campagne, sulla risposta prenderò le mie misure. Il March. Clerici, mio cugino, quando partii mi raccomandò vivamente di scrivergli le nuove. Sintanto ch’egli fu a Milano, le aggradì moltissimo e mi rispose graziosamente, ora che è a Vienna e non ne ha bisogno ha cambiato stile; può aspettarsi altre mie lettere! Io non ho mai cercato d’entrare nel suo Reggimento. Il S.r Conte Cristiani spontaneamente mi aveva esibito di collocarmi in un impiego. L’anno scorso prima di morire mi fece avvisare che s’egli soccombeva dovessi indirizzarmi al S.r Conte di Kauniz che era già da lui prevenuto, in conseguenza di ciò v’assicuro che nessuno è stato più maravigliato di me quando in agosto dell’anno scorso mi venne annunziato che era Capitano nel Reggimento Clerici, colla condizione innaspettata di dover servire sempre nel Battaglione d’Italia per non scostarmi da’ miei parenti. Questa condizione mi ha portato appunto a chiedere il permesso di fare la campagna. Ma quel poco tempo di otto mesi che fui a Milano coll’uniforme è bastato per farmi desiderare di non avere che fare col Sig.r Marchese cugino. Ei lascia venire la domenica gli ufficiali alla sua anticamera, vi ci lascia per un’ora, frattanto entrano i suoi buffoni, e termina col farci dire che ci ringrazia ma non può riceverci. Per un galantuomo che si sente ben nato è poco graziosa la cerimonia. Egli è aspro in distanza, quando è in faccia diventa officioso, non mi quadra il suo umore.
Giorni sono il Maresciallo ha spedito secretamente a Dresda il Capitano Collin per intendere dal Generale Griboval, che ha la cura di fortificarvi un campo, qual sicurezza vi avremo. Questo mi prova che probabilmente finiremo l’anno col tornare indietro. Ma di più so che il Maresciallo non intende il linguaggio di fortificazione e il Capitano ha avuto molta difficoltà a fargli comprendere i movimenti di terreno che si son fatti. Quantum est in rebus inane! Sento che questo Griboval sia un Francese di molto merito, non vorrei che anch’esso finisse a disgustarsi. I due Generali Prussiani Rebentisch, e Finck, che ora comandano due corpi separati e ci perseguitano giorno e notte senza posa, erano due poveri ufficialetti al servigio nostro maltrattati, ricevendo de’ torti forse perchè non erano al livello degli altri. Si disgustarono finalmente, quittarono e passarono al servigio di Prussia. Federico gli ha conosciuti, gli ha innalzati e lo proviamo noi, coloro fanno la guerra del loro padrone e la loro propria.
Il mio Lloyde è conosciuto generalmente, comunemente lo temono e l’odiano perchè non si sa misurare e lascia vedere il profondo disprezzo che ha per chi lo merita, i primi signori gli vanno dietro come da un uomo singolare. Egli al Quartier Generale nell’anticamera alle volte ha un circolo di quanto v’è di più distinto, lo stuzzicano a parlare sullo stato delle cose, su quello che si può fare, sul bene e male de’ nostri movimenti, egli lascia sbucciare la sua impazienza sulla inoperosità nostra e una volta l’ho io udito alla porta stessa della stanza del Maresciallo interrogato cosa credeva che faremo: «Delle scioccherie al solito» rispose ad alta voce. È molto se non si perde, ma egli o vuol volare o andarsene. Qualunque sia il suo destino io lo amerò e l’onorerò sempre, perchè non ho sin ora trovate riunite in un uomo tante qualità eccellenti. Egli mi dice che invidia la cortesia del mio carattere e che se ne potesse avere una dose nella composizione del suo tutto vorrebbe diventar padrone del mondo. Vi abbraccio ec.
XI. Dresda 28 Novembre 1759
Troppe cose vorrei scrivervi nè so se ne avrò l’agio, ma prima di ogni altra vi dirò dell’affare di Maxen accaduto sette giorni sono e, omettendo interamente quello che potrete sapere dai fogli pubblici, vi farò informato in vece di quelle circostanze che formano la storia arcana. Figuratevi che la nostra Armata, dopo avere inutilmente rimirato il nemico nel suo campo di Torgau per quindici giorni, la stagione avanzandosi, si ripiegò verso Dresda dove fummo il giorno 17. L’Armata appoggiava il suo fianco dritto alla città e faceva fronte al nemico che era al nord. Il Re di Prussia, non trovando il suo conto ad attaccarci ove siamo, pensò di obbligarci ad abbandonare Dresda col tagliarci la comunicazione colla Boemia. Distaccò un corpo di 12 mila uomini sotto il comando del G.le Vunch e lo postò a Maxen. Ciò fatto, a noi non restava altro partito che o passar l’Elba e ritornarcene in Boemia a invernare abbandonando tutta la Sassonia, ovvero far sloggiare il nemico da Maxen d’onde ci avrebbe rappresagliati i viveri che ci vengono dalla Boemia e intercetta la comunicazione. Il Maresciallo marciò con porzione di gente verso Maxen il giorno 19, poi vi marciò il 20, e sempre ritornò, senza nemmeno aver potuto vedere i nemici, i quali sono contornati da boschi e scavi impraticabili, anche il giorno 21. Il Maresciallo stava per ritornarsene a Dresda colle truppe. Era veramente cosa meschina il vedere che nemmeno si trovasse un villano che potesse spiegare come fosse fatto quel terreno che era di là dal bosco. I Sassoni non sono niente amici nostri. Si stava disputando cosa vi fosse cosa non vi fosse, ed eravamo a perdere il tempo verso Reinhartsgrimme, piccolo villaggio. Un nostro Italiano, il Tenente Colonello Fabris, nativo del Friuli, uomo di testa e dei pochi che amano la gloria, impazientato del ridicolo perdimento di tempo che si faceva per ritornare la terza volta indietro, spronò il cavallo alla volta del bosco per cui si passava al nemico, incontrò un capitano de’ Crovati che era al nostro posto avanzato, gli chiese se volesse venir seco colla sua compagnia, e questi lo seguirono. Eravi una piccola altura che dominava la strada unica per cui si passava il bosco; Fabris la osservò e vide che il nemico aveva negligentato d’impadronirsene dove postando qualche pezzo d’artiglieria poteva impedire l’accesso. Cominciò a giudicare che i Prussiani si fossero malamente appostati. Entrò nel bosco seguito dai Crovati, ivi osservò non essersi gettate delle piante attraverso la strada per impedirvi il passaggio de’ cavalli e artiglieria. Osservò non esservi nè cacciatori nè truppe leggieri nè a dritta nè a sinistra nel bosco. Queste negligenze de’ Prussiani sempre più gli fecero pensare che poco sapientemente si fossero collocati. Era già per isboccare dal bosco e vide alcuni usseri prussiani i quali, in vista de’ Crovati, credendoli forse in assai maggior numero, presero la fuga per unirsi al loro corpo. Si pose a galloppar loro dietro bastantemente per non perderli di vista. Osservò che terminato il bosco eravi una pianura bastante a schierarsi dodici mila uomini; ma questa era dominata da tre alture dalle quali il cannone avrebbe potuto troppo molestarli. Tutto stava a conoscere se vi fossero appostate artiglierie su di quelle alture.
Fabris appunto teneva di vista gli usseri nemici affine, mi diss’egli, di osservare se, avvicinandosi essi a quelle alture, rallentavano il corso e allora avrebbe giudicato che questa tranquillità nasceva perchè ivi eranvi i loro compagni; se poi proseguivano, segno era che fossero anche quelle importanti alture sguarnite. In fatti continuavano a galloppare. Fabris apposta i suoi Crovati alla imboccatura interna del bosco e solo ascende quelle alture e vede tutto libero. Esamina il nemico e osserva che nel campo tutto era in movimento e inquietudine. Si vedevano i fucili lampeggiare da una banda all’altra come se si movessero per cercare una nuova posizione. Osservò che v’erano due strade dalla natura poste in modo che senza essere vedute dal nemico potevano due colonne nostre portarsi sino al colpo di fucile ad attaccare senza prima essere offese. Il nemico era collocato sopra di una altura, conveniva a noi, giunti alla portata del fucile, discendere, poscia arrampicarsi ad essi. Ma tutto il contegno de’ Prussiani, la somma negligenza di non aver difeso il solo ingresso del bosco non gli lasciò dubitare dell’esito. Convien ch’io vi dica che dai fianchi non erano accessibili i nemici, perchè scorrevano loro due cavi profondi che sboccano l’acqua nell’Elba con rive altissime e intralciate d’alberi. Visto ciò, Fabris lascia i suoi Crovati dove gli aveva collocati e galloppa da noi incerti di tutto e al Maresciallo dice: «Signore, questo è il momento, venite e vi rispondo della vittoria. Io condurrò una colonna alla portata del fucile senza perdere un uomo, darò a Beaulieu la condotta di un’altra che sicura giugnerà come la mia, i nemici non sanno quello che si facciano, ho visitato tutto, il momento decide». Fabris era conosciuto perchè serviva nel numero degli adetti al G.le Lacy per le marce e quartieri. La sua franchezza, la necessità di appigliarsi a un partito, il non saperne di migliore determinarono il Maresciallo ad ordinare al corpo di truppa che aveva seco la marcia. Fabris precedeva. Passiamo nel bosco tranquillamente. Ci schieriamo con sicurezza nella pianura, fuori usciti dal bosco ci dividiamo in due colonne. Gl’inimici cannonavano a buon conto senza far danno a veruno perchè eravamo coperti dalle alture. Fabris alla testa della sua colonna appena si mostrò ai nemici, scivolò sedendo e in egual modo fece slisciare sul loro sedere i granatieri che gli venivan dietro, così i cannoni di un fortino di terra, che stavano sul fianco sinistro de’ Prussiani e di contro al quale si mostrò, non poterono più offenderli, giacché oltre una certa inclinazione il cannone non si piega. Poi, arrampicandosi e sostenendosi come ad una scalata, attaccarono in persona il fortino e i Prussiani dopo una scarica generale de’ loro fucili gettarono la maggior parte i fucili e si diedero alla fuga. Fabris, posto il piede sul fortino e vedendo il resto, mandò al Maresciallo un compimento di congratulazione sulla vittoria. Furono inseguiti i nemici, ma sopraggiunse la notte. I Prussiani si trovarono coll’Elba alle spalle. Di contro eravamo noi; dai fianchi eranvi i due cavi che ho detto e sopra di uno eravi il General Brentano col suo corpo; sull’altro, verso Dohna, il Maresciallo Serbelloni coll’Armata dell’Impero. Durante la notte tentarono di farsi strada e sottraersi verso l’Armata dell’Impero ma con pochi colpi di cannone furono rispinti. Comparve il giorno, cercarono essi capitolazione, non furono ammessi, dovettero rendersi, dimettere le armi ed essere prigionieri: l’unica cortesia fu loro accordata di lasciare a ciascuno il suo equipaggio. Notate che dalla costa sulla quale erano accampati i Prussiani sino all’Elba si discende continuamente onde, abbandonato che ebbero il campo, noi fummo loro sempre imminenti.
Di questo fatto pochi ne sono informati come ora lo siete voi. Il volgo anche gallonato incolpa d’un errore il Re di avere così collocato questo corpo: ma voi vedete che, se il Vunch si fosse collocato con più sapienza, a noi sarebbe stato impossibile di accostarvici nemmeno. A me sembra che il Re ha disposto da abile capitano e che, se il suo Generale avesse saputo meglio il suo mestiere, noi eravamo scacciati dalla Sassonia e alla campagna ventura da capo alla guerra. Dal trionfo poi del Signor Maresciallo, di cui parlerà l’Europa e forse la storia, sempre più mi confermo nel mio pironismo sulla storia. Ecco Kolin, Hockirken e Maxen: tre trionfi di Daun senza sua saputa. Fabris è stato dichiarato Colonello sul campo di battaglia, e, sebbene il Maresciallo non abbia questa facoltà, nessuno dubita che non sia la Corte per applaudire a questa promozione e confermarla. Daun venne a Dresda come in trionfo conducendo in suo seguito i Generali Vunch, Finck e Rebentisch che ha tenuti seco a pranzo. All’accogliere Vunch gli ha detto una freddura che è un giuoco di parole: Vunch in Tedesco significa desiderio, il Maresciallo dunque gli disse che aveva piacere di conoscerlo, che spiacevali della occasione, ma che in questo mondo le cose non vanno sempre a seconda di Vunch, del desiderio.
Il Reggimento Clerici aveva perdute le tende che l’inimico gli ha tolte, adunque s’era collocato in Meissen. Nel ritirarci che noi femmo verso Dresda una delle nostre colonne attraversava Meissen.
Era schierato il Reggimento Clerici sulla piazza ed aveva ordine di marciare dopo il tale Reggimento. Poi doveva venirgli dietro la Cavalleria. Un Reggimento di Cavalleria che fuori delle porte di Meissen riceveva qualche colpo di fucile dalle truppe leggieri nemiche non ne volle sapere d’aspettare, s’ingolfò nella città, Clerici ebbe bello volersi mettere in ordine, dovette incamminarsi l’ultimo col nemico vicino. Sia paura sia smemoratezza, se ne uscirono lasciando in Meissen i loro cannoni di campagna. Per azardo il S.r Maresciallo li vide, osservò che mancavano i cannoni, ne chiese; il Colonello, il quale aveva meno imperio in quel momento di quello aveva mostrato alla mia recezione, rispose scioccamente. Non ho mai veduto il M.lo Daun sulle furie se non in quel punto, gli disse deciso che andasse a riprendere i cannoni e che se non li conduceva ne avrebbe risposto colla sua testa. Il giorno dopo vidi venire all’anticamera del S.r Maresciallo il Ten. Colonello Lombardi, la prima volta fu che vidi uno del Reggimento Clerici in quel luogo. Il S.r Duca di Braganza lo conosceva, cominciò ad accostarsegli e lo incoraggì. Il Lombardi era stato leggiermente ferito in una mano, ma i cannoni si erano riacquistati; col mezzo del S.r Duca potè accostarsi al S.r Maresciallo che al sentire il nome Clerici lo vidi avvampare in volto, e sebbene il buon Lombardi non ne avesse colpa fu bruscamente trattato ed ivi in pubblico intesi che gli replicò che aveva tutti i torti il Colonello che non aveva fatto il suo dovere.
Il S.r MarA Daun è però assai di rado collerico. Il G.le Lacy è assai più duro. Egli ha un drappello di Ufficiali Colonelli, Maggiori, Capitani, unicamente da lui dipendenti e sono i migliori dell’Armata. Fra questi il Fabris e Lloyde. Questi non si ricordano se sia notte o giorno, s’espongono a mille incomodi e pericoli per riconoscere il paese, disporre le marce, gli accampamenti e quanto dipende dal Generale Quartier Mastro. Non v’è memoria che Lacy abbia detto una volta ad alcuno: «Son contento di voi». Egli è impetuosissimo, ha un sogghigno derisore, è pieno di valore, è anche generoso ma non conosce la moneta che costa meno e fa operare più, la cortesia e le buone parole de’ grandi. Al di lui quartiere di ogni ora i suoi ufficiali trovano la tavola e in questo spende liberalmente ed è necessario perchè chi è sotto a’ suoi ordini non può aver ore fisse da far cosa alcuna. Mentre eravamo giorni sono a Heinitz ebbimo un piccolo attacco co’ nemici. Un capitano nostro stava appostato con due cannoni di campagna sopra di una altura pronto a difendersi. Il G.le Lacy gli mandò a dire che se si moveva l’avrebbe fatto impiccare. Per un uomo d’onore è una maniera assai strana questa da comandargli. Eppure conviene che chi vi è vi stia, non v’è riparo con un superiore. Non so se nelle Armate francesi o spagnuole si usi simile linguaggio. I Moscoviti si bastonano tutti, non v’è che il Generale in Capite che non lo possa essere. Il Generale è bastonato dal Tenente Maresciallo, questi è bastonato dal Ten.te Generale e il Tenente Generale è bastonato dal Generalissimo ossia Generale in Capite. Così si vive all’Armata moscovita per sistema. In fatti non vi sono di ufficiali a quel servigio nè francesi nè italiani né credo d’altre nazioni. Noi non siamo a quel segno; ma non so cosa sia più disgustoso per un uomo di nascita e d’onore, o il vedersi minacciare un capestro nella ingiusta e ingiuriosa supposizione che voglia fuggire dal nemico, ovvero ricevere la bastonata. Il problema meriterebbe una dissertazione che non ho tempo di farvi. Queste sono anecdote che pochi dicono perchè ciascuno vorrebbe fare invidiare il suo mestiere, ma io a voi svelo gli oggetti e vi mostro interiora rerum. Ve ne scrivo un altro per illuminarvi sulla nobiltà della professione a cui siamo elevati. Il conte Origo Ten. Colonello fu posto nel corpo comandato dal Duca d’Arhemberg, ebbe occasione di respignere una banda di nemici e ne approfittò per portarsi a farne il rapporto in persona al Duca, affine di farsi conoscere e con quella occasione raccomandarsi. Fu ammesso nel suo quartiere, e il Duca stava sedendo sopra una seggiola senza appoggio e un cameriere da una parte un altro dall’altra lo stavano pettinando. S’inchinò profondamente a Sua Altezza il nostro Tenente Colonello, riferì il fatto, e poiché vide che il Duca ne era contento s’avvanzò a esporgli i lunghi anni del suo servigio, i molti che l’avevano sorpassato e si raccomandò alla sua protezione per essere finalmente promosso. Il Duca chiese da un cameriere un pezzo di carta e se ne servì all’uso che un altro fa senza testimonj, poi altro pezzo, poi un altro, e frattanto andava rispondendo al Ten. Colonello ch’egli non ha nulla a fare con lui, che ne ha abbastanza da pensare al suo proprio Reggimento, che egli non infastidirebbe Sua Maestà per il Conte Origo e così con nuova profondissima riverenza si congedò il Tenente Colonello caldo d’una zuffa. Questo fatto fresco fresco l’ho dalla bocca dello stesso Origo. Vedete se i nostri allori sono sfiammeggianti, se la gloria e l’onore hanno grandi adorazioni da noi! Quello che più mi sorprende si è che ciò sia fatto non da un soldato di fortuna ma da un Duca d’Arhemberg che per la sua nascita dovrebbe certo avere tutt’altre maniere. Vedete cosa è l’Armata, cosa è questo mestiere! Vi abbraccio ec.
XII. Dresda 20 Dicembre 1759
Da un mese a questa parte io mi trovo assai ben collocato in questa bella città. Ho preso un quartiere a mie spese ed alloggio da un trattore alla vecchia Cancelleria di guerra dove mi trovo con tutta la decenza e comodo, ho pregato il mio Lloyde di venire a starsene meco, se dovessimo ricoverarci ne’ meschini quartieri che ci sono assegnati, staremmo male. Il caro Lloyde non mi ha mai cercato un soldo in prestito ed è povero, non mi ha mai cercato un pranzo, ha finalmente accettato di starsene meco, per me è di nessun peso ma di una amabile ed utile compagnia e credo ch’egli voglia più bene a me, a quelle poche oneste qualità che ho nell’animo, che alla tavola che potrebbe avere migliore dal G.le Lacy. La vita che facciamo è che quasi tutte le mattine usciamo noi due per lo più soli senza palafraniere e scorriamo a riconoscere l’inimico e il terreno di mezzo. Il freddo è grande, talvolta la terra è come uno specchio, quasi tutte le notti si trovano de’ soldati morti di freddo. Gli ufficiali sotto le tende s’ajutano con alcune stuffe di ferro, ma debole ajuto in una magione ove da ogni cucitura soffia l’aria ed ove all’entrarvi d’un uomo si muta tutto l’ambiente. Che bel piacere se avessi dovuto stare sotto la tenda! Varie mattine abbiamo avuto delle dispute co’ posti avvanzati degli usseri prussiani. Una fralle altre Lloyde s’avvide che una dozzina di questi usseri neri ci avevano addocchiati e ci facevano la festa per prenderci. Costoro avrebbero rubato quello che avevamo e ci avvrebbero poi consegnati prigionieri. Questi si divisero di lontano per poterci chiudere l’uscita; mi avvisò e disse di star seco e saldo che non potevano riuscire nell’intento. In fatti fra essi e noi v’era un fosso stretto e profondo che esso conosceva perchè il terreno lo conosce palmo a palmo. Quando i Prussiani credettero d’essere a tempo, si posero a galloppare alla nostra volta e Lloyde, quando li vide al bordo del fosso, cavò loro il capello canzonandogli. Gli usseri ci scaricarono le loro pistole e Lloyde nuovo inchino canzonandoli; poi gli usseri dissero di aspettar pure che avrebbero ricaricato le armi. Lloyde frescamente rispose: «Oh, eroi de’ miei stivali, veramente siete assai valorosi dodici contro due e contro due che nemmeno cavan le armi contro di voi. Non siete buoni di prenderci, non siete buoni di indovinarci colle pistole, e avete l’ardimento di voler caricare e dirci di starvi ad aspettare! Eroi de’ miei stivali. Dodici di voi altri non valgono un mezzo uomo». Così disse e fatto un terzo inchino da Arlecchino, passo passo gravemente vennimo pe’ fatti nostri. Vi assicuro che è un uomo unico nella sua specie. Una mattina vi fu del fuoco più generale, il Maresciallo era presente, Lloyde ed io anche; dopo finito l’affare vollimo visitare, vedere e riconoscere. Ciò fece che fummo di ritorno a casa assai tardi. La mia gente cominciava a non sapere cosa fosse accaduto di noi. Sapete il bravo mio Giuseppe qual sentimento aveva? Osservò che m’era dimenticato dell’oriuolo appeso al letto e si consolò che almeno non l’aveva portato via. Vi sono delle anime che non si rendono mai sensibili per qualunque beneficio loro si faccia. Dunque, la mattina ordinariamente siamo in moto; poi vengo a passare il resto della giornata a mio modo. Buon pranzo. Abbiamo un eccellente pasticciere, squisiti vini di Sciampagna, Borgogna ec.
Il mio padron di casa anche dà una buona tavola. Dopo pranzo andiamo dal libraro Valter che ha un gran negozio e stamperia, compro, leggo e porto anche al mio quartiere quello che voglio. La sera dopo un passeggio per la città ritorno a casa. In Dresda non v’è nessun nobile, tutti sono rifugiati, chi in Polonia e chi altrove, non vi si trovano che cittadini e artigiani e vi posso dire una verità che non è esaggerata ed è che le donne che sono rimaste in Dresda e sono molte, tutte sono al comando di chi offra loro uno zecchino. Il libertinaggio è così facile che non costa un momento di pensiero e per questo mi pare che se ne diminuisca l’incentivo. In tutte le case di queste cittadine siete ammesso se lo volete. Il solito cerimoniale è che vi si prepara una caraffa di ottimo vino di Reno, ed il caffè: questo è lo stile del paese! Le donne sono elegantemente vestite e belle assai, la lingua tedesca è dolce nella loro bocca, non hanno l’asprezza dell’accento austriaco. Portano in capo un galante berettino contornato di zibellini che, formando una punta che si porta in mezzo alla fronte, gira come una corona scherzata sul capo, il berettino è di raso o celeste o rubbino o altro colore, è riccamente guernito d’oro e termina con una punta che pende ricca di frange d’oro e termina battendo fra l’orecchio e la guancia. Hanno molta anima nella fisonomia, occhi vivaci, bellissime tinte, bei denti, un mantelletto di raso o celeste o rubbino foderato di pelliccia bianca, l’abito assestato al busto, gonelle brevi, e sopra tutto gran lusso ed eleganza nelle calze bianche di seta e scarpe finamente calzate cosicchè sono assai belle e gentili figure teatrali. Gli uomini a proporzione son pure eleganti e soffrono piuttosto il freddo enorme che guastare la parrucca linda e polverosa coll’uso del capello. Avrei ben volontieri veduta la Galleria e la Corte; ma siamo tanto in buon concetto noi Austriaci che non vi è modo, si dice che tutte le chiavi sono in Polonia. Per darvi però una idea della città vi basti il sapere cosa mi è accaduto da un traitteur francese La Fon. Un giorno mi trovai in compagnia di cinque ufficiali, si propose di pranzare da La Fon. Entriamo in un palazzo veramente tale, ci si affaccia cortesemente un uomo ben vestito al quale chiediamo un pranzo. Ci fa egli le scuse che la folla delle persone che aveva gl’impediva di darci un alloggio, quasi sembrava che non vi fosse luogo, ma, vedendoci noi disposti ad accontentarci d’una camera qualunque, ci condusse replicando le scuse e ci collocò in un piccolo appartamento affatto libero composto d’una sala, una stanza da letto e un gabinetto, pavimento di legno cerato, tapezzerie di damasco cremisi, trumò di specchi fra una finestra e l’altra, lampadarj di cristallo, canapé e scranne, tutto sommamente decente. Poco dopo si preparò una tavola con biancheria a figure e tutto fu servito o in argento assai ben lavorato o in porcellana. Le vivande corrisposero alla finezza del rimanente, ebbimo di ottima qualità i vini che ci piacque di nominare. Io non avrei difficoltà veruna ad invitare chiunque a un simil pranzo in casa mia. Il prezzo che ci venne chiesto fu credo di uno scudo a testa, prezzo assai moderato. Quello poi che v’è di curioso nel costume di questo ospitaliere è che voi potete francamente ordinare una cena per tanti coperti, e prevenire che sianvi tante fanciulle, due bionde, una bruna, grande, piccola ec., che questo è lo stesso come se gli ordinaste uno storione o de’ tartuffi; niente scompone, niente fa ridere. La Fon ordina ai suoi commessi di passare dalla S.ra Kreps, grande abadessa di fanciulle, e siete servito senza che il costume o la reputazione del padrone di casa ne soffrano. Se volete passarvi la notte siete libero.
Dresda è una deliziosa città. È situata in una pianura coronata, alla distanza di due o tre miglia, da collinette le quali sono come l’annello di Saturno e riflettono i raggi del sole e riparano dai venti per modo che il clima vi è meno rigido che d’intorno. Vi crescono anche le viti e si fa del vino in questo spazio di terra, sebbene nella parte più meridionale verso la Boemia non reggano le viti all’asprezza dell’inverno. Il vino però comunemente usato qui è del Reno e vi è ottimo. Voi qui avete i pesci di mare e infino le ostriche dell’Oceano nel quale sbocca l’Elba che è come l’Adda. La città è divisa da questo fiume e si unisce con un bel ponte che non ha quel pesante che sogliano usare gli architetti tedeschi. La Chiesa Cattolica della Corte è bella. La Chiesa di città, cioè la Protestante, somiglia al nostro San Lorenzo. Le case sono quasi tutte fabbricate solide di pietra, ben mobigliate e tutto spira una colta nazione. Se andate a Vienna in una bottega per lasciarvi i vostri denari siete ricevuto come un seccatore o come qualche cosa di peggio; qui sono gli abitanti officiosissimi, civilissimi e giacchè un forestiero secondo tutti i principj di natura e delle genti dev’essere gabbato, in buon ora almeno lo siamo con civiltà e buone maniere. Se Dresda è tale in mezzo alla desolazione di questa guerra che le gira intorno, già questo è il quarto anno, mi figuro che debba essere il soggiorno delle grazie e degli amori ne’ tempi tranquilli. In generale vi ho già detto che noi Austriaci siamo poco amati e sebbene alleati co’ Sassoni essi preferiscono i Prussiani a noi. Ho osservato all’Hotel de Pologne, che è una locanda frequentata, che le stanze sono addobbate con quadri rappresentanti battaglie e dappertutto i bianchi e rossi che siamo noi sono in positure umilianti e i bleu sempre in atto di eroi e vincitori. Molte cagioni vi sono di questo genio. Primieramente gli Austriaci sono poco civili e cortesi e per lo più non hanno educazione onde co’ loro sgarbi indispongono gli altri, laddove nell’Armata prussiana gli ufficiali cercano di accostarsi, come è naturale, al loro modello, il Re, e quindi a gara s’inciviliscono, si mostran colti e educati. Secondariamente la religione vi ha la sua parte; non è già che naturalmente i Sassoni abbiano al dì d’oggi fanatismo per la loro setta, ma sentendosi disprezzare da’ nostri soldati e chiamare cani luterani è ben naturale che preferiscano i Prussiani loro confratelli. Finalmente molta parte vi ha la diversa disciplina delle due Armate. Quando la nostra Armata marcia e va a postarsi in un nuovo campo, vedreste come da ogni Reggimento si stacchi un drappello di soldati per foraggiare e trovare paglia, legna e altro da portare al campo. Questi nostri drappelli di gente feroce, di mal umore, entra ne’ villaggi del contorno, rompe, distrugge, ruba, maltratta e, per portare al campo il valore di dieci, rovina il valore di cento. I Prussiani per lo contrario non escono mai dal loro campo. Sono muniti di carte e tabelle così esatte che sanno appuntino il numero degli abitanti di ciascuna terra e presso poco i viveri che vi sono. Dal campo regolarmente si staccano gli ordini alla tal terra di portare tanta paglia, tanta legna ec., così fanno molti beni. Primo, desertano meno soldati. Secondo, niente si devasta tutto si distribuisce con prudente economia e l’Armata prussiana trova la sussistenza per venti giorni in quel campo d’onde noi saremmo obbligati di sloggiare dopo cinque o sei per aver tutto rovinato all’intorno. Terzo, i villani non fuggono, non si sottraggono all’arrivo de’ Prussiani, anzi vanno al loro campo, vi portano come a un mercato d’ogni genere di polli e carni e viveri, a nessuno si fa violenza, tutto è pagato e tutti fanno la spia in favore di essi col sentimento che, posto che v’è la guerra, l’Armata prussiana li difende dalle nostre depredazioni. Io ho cercato di farmi voler bene dai contadini presso i quali sono stato di quartiere, tutto ho pagato largamente nè ho sloggiato, se prima non ascoltava dal padrone di casa che i miei domestici non gli dovessero nulla, nondimeno varie volte ho dovuto soffrire l’odio nazionale. Una mattina singolarmente voleva prima del giorno essere al quartiere del S.r Maresciallo per unirmi alla marcia. Posto tutto in ordine, vedo una nebbia così densa che non ho veduto cosa simile; figuratevi che stando a cavallo non vedeva il terreno in nessuna guisa. I fuochi dell’Armata mi facevano come una aurora all’orizonte senza distinguerli quantunque fossero vicini. Ho regalato, pregato, accarezzato il villano, perchè mi guidasse, egli mi ha condotto pochi passi fuori di casa, poi ho avuto bello chiamarlo, promettergli nuovi regali, son rimaso isolato ascoltando la voce de’ miei domestici senza distinguerli, ed avrei avuto bisogno d’una bussola per non dare nuovamente colla testa del cavallo nella casa. Ho dovuto aspettare su quattro piedi del cavallo immobile che spuntasse il giorno e allora si diradò la nebbia che pareva quella di Mosè nell’Egitto. Ma già la mia lettera è troppo lunga, vi abbraccio ec.
XIII. Dresda 2 Genn.° 1760
Sono già quarantasei giorni ch’io me ne sto in Dresda alloggiato dal mio Calvinista che è il più buon uomo del mondo. Non pare allevato in questa città, è rigido nella osservanza del costume. Sua moglie, i suoi figli pregano più volte il giorno. Domani lo abbandono e parto dall’Armata per Vienna, giacché non vi sentono i miei parenti di lasciarmi un’altra campagna. Prima però di abbandonar Dresda ho alcune altre cose da scrivervi. A proposito adunque del mio traitteur, l’ho pregato di condurmi domenica scorsa alla sua chiesa ed ei lo fece. Essi sono tutti figli di Francesi rifugiati per la rivocazione dell’Editto di Nantes e sebbene sieno nati in Germania conservano il cuore francese e cantano gli inni come gl’israeliti per ritornare alla terra promessa. Essi sono tolerati. La loro chiesa è una sala al primo piano sopra il pianterreno. Questa sala sembra una delle nostre scuole di grammatica e non più. Non v’è altare, non immagini, non candele o lampadari. V’è una catedra, sotto di essa un banco più elevato degli altri ed ivi stanno i cantori, poi d’intorno le panche come nella scuola. Nessuno si pone in ginocchio. All’entrare v’è uno alla porta che civilmente v’indica un sito dove potete sedere. Quei della loro comunione prima di sedere stanno un minuto ritti in piedi e si coprono il viso col capello. Le signore in vece col ventaglio, e da ciò credo nato l’uso de’ ventagli bucati, comodissimo per la curiosità femminile a non perdere i momenti.
Poi ciascuno si sede. Il pastore ascende la catedra con una veste lunga nera, il collare come i preti francesi e parrucca tonda da abate, e fa il suo sermone in francese. Quello che ho ascoltato era assai ben detto, patetico, tenero, pieno di virtù. Poi cantano de’ salmi tradotti in francese e niente v’è di cerimoniale. Alcune domeniche fanno la commemorazione della santa cena, mangiano un pane, bevono del vino; ma non ho avuto occasione di vederlo, tanto più che il freddo enorme di quella sala, sebbene fosse eloquente il predicatore, mi ha fatto soffrire dopo un mancamento di respiro assai strano per me e serio se continuava. Mi sono fatto dare dal mio ospite il suo libro di preghiere e devo dirvi che non ho letto presso i nostri ascetici niente di simile nè di più capace d’elevarci a Dio. La preghiera che si fa a Dio appena svegliato è questa: «Dio mio, mio Creatore, mio Salvatore, sono così povero in faccia vostra che non ho cosa alcuna da offrirvi; sono così limitato e ignorante che non so cosa domandarvi. Voi che siete la bontà stessa, che conoscete i miei bisogni meglio che non li conosco io, guidatemi assistetemi confortatemi a fare il vostro santo volere». Questa breve preghiera mi pare degna d’un filosofo che ha quella poca, inadeguata idea della divinità che può avere un uomo. Ho avuto anche la curiosità di osservare le funzioni di Chiesa Lutterana e l’occasione l’ebbi in un villaggio della Lusazia. Le loro chiese ne’ villagi e le loro funzioni sono talmente simili alle nostre che non v’era modo ch’io facessi credere a Giuseppe che costoro sono eretici. Nelle chiese hanno l’organo, hanno l’altar maggiore cinto da cancelli, i due gradini per ascendere all’altare. L’altare ha in mezzo il crocifisso, da fianco i candelieri e dietro al Crocifisso era intagliata in legno dorato la lavanda de’ piedi, in una parola, senza entrare in una descrizione minuta, esattamente era come una chiesa cattolica dove vi sia un altare solo. Credo che molte chiese sieno rimaste intatte quali erano prima della riforma. La domenica fanno un servizio di chiesa che è preso dalla messa. Il predicante vestito di nero con una sottana lunga e sopra vestito con lungo camice va all’altare, ivi legge al popolo l’epistola, poi dice delle preghiere, poi legge l’Evangelo e lo spiega, poi il vice parroco porta sull’altare tre calici come i nostri con sopra ciascuno una patena, e un’ostia grande sopra quella di mezzo e piccole ostie sopra le altre due patene, poi ad alta voce il predicante, posto in mezzo all’altare, dice il canone della messa, poi accosta le patene e ad alta voce sempre in tedesco dice le parole della consacrazione, indi alza l’ostia come noi e tutto il popolo s’inchina ed ha come due chierici con cotta in ginocchio. Poi lo stesso sopra i calici, de’ quali innalza quello di mezzo. Poi dice l’orazione dominicale, poi si comunica. Fatto ciò, s’accostano ai cancelli quei del popolo che vogliono comunicare e primieramente vanno dalla parte del Vangelo ed ivi il paroco dandogli in bocca l’ostia dice: «Prendete questo è veramente il Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo morto per i nostri peccati». Poi, dopo così comunicato, si passa dietro il coro e si presenta dalla parte dell’Epistola ove sta ai cancelli il vice curato con un calice e ne dà a bere a ciascuno dicendo: «Bevete, questo è veramente il sangue di Nostro Signor Gesù Cristo sparso per i nostri peccati». Il sentimento col quale quella buona gente s’accostava mi commoveva come farebbe una scena tenera d’una tragedia. Gran potere hanno sul cuore dell’uomo le cerimonie religiose, e noi ne siamo meno tocchi perchè abituati, ma osservate che le funzioni che si vedono rare volte come quelle della Settimana Santa, e consacrazioni di vescovi ec. ci movono assai più. Quasi quasi faccio un trattato di liturgia; ma io vi rendo conto della impressione che ho ricevuta da qualunque oggetto il caso mi abbia fatto incontrare.
Io dunque domani ho destinato di partire e verosimilmente darò un addio per sempre a questo mestiere che, a confessione di tutti quei che parlano schiettamente e lo provano, è un mestiere da disperato. Ho piacere di averlo conosciuto anche per disingannarmene; se non avessi avuta la risorsa di finire la campagna in una bella città come questa, non mi troverei d’aver speso niente bene il mio tempo.
Io credeva che bastasse avere coraggio e buon senso per viver bene all’Armata, credeva che vi fosse del buon umore, della bizzaria, e che i bisogni fisici facessero appunto crescere l’industria per rallegrarsi, non so se tutte le Armate sieno come la nostra, ma in verità che non ho trovati che pochissimi oggetti grandi e interessanti e moltissimi disgustosi. Sentimenti ne ho trovati generalmente nessuno. Un giorno il Capitano Collin entra nel mio quartiere ridendo smascellatamente. E perchè? non poteva parlare dal gran ridere.
Ma cosa avvenne? «L’ho sempre detto – diss’egli – che queste Austriache sono bestie. Or ora trovo una donna che seguita l’Armata, aveva un ragazzo entro il barile che tiene sulla schiena, un altro per mano, un terzo che allattava gli è morto, l’aveva morto fralle mani e la stolida in vece di ringraziare il cielo che la libera da quel tedio, la stolida si disperava!» Poi nuovamente si getta sopra un tavolo e smascellatamente rideva. Che ve ne pare? Che sentimenti sperereste da tali uomini! Nelle marce durante i calori della state, che in questi paesi sono enormi, il povero soldato vestito tutto di panno, giuba e sotto giuba, colla tracolla pesante di cuojo, colla pentola di rame sulla schiena, colla sua valigia pure sulla schiena oltre il fucile, il berettone se è granatiere, e talvolta il bastone della tenda tutto sul suo corpo, il meschino soldato, al quale l’ufficiale talvolta ha l’inumanità di far portare anche la sua partesana oppresso non può più reggere. Sapete allora il rimedio? Si bastona; forzato va e fa sforzo e spesse volte cade morto per terra e nelle marce ne’ giorni caldi qualche mezza dozzina ve ne restava sempre. Se v’è al momento chi cavi sangue, rivengono, passato il primo tempo sono veramente morti. E questa vi pare una società piacevole! Io ho ascoltato chi fortemente si lagnava del S.r Maresciallo perchè suole comandare con buona maniera; diceva costui: «Che modo è questo per un Maresciallo, da dire: mi faccia il piacere di far questo! Un vero Maresciallo dirà…» e poi parlava il linguaggio d’un ubriaco. Oh quanto è sozza la natura umana fra questo rifiuto delle società, che unisce tutto il ferino di un popolo selvaggio colla falsità e bassezza d’un popolo corrotto. Ho veduto a fare le adulazioni le più vili e sfacciate verso chi si voleva rendere propizio. Ma da tutto quello che vi scrivo conviene fare eccezione sopra alcuni pochi i quali ne sentono e ne pensano precisamente come ne faccio io. Ma voi vedete che nessuno ne parlerà o scriverà con quella schiettezza che io uso per più motivi; perchè sempre disconviene il mostrarsi mal contento e affetto al proprio stato; perchè s’attribuirebbe a mancanza di coraggio se nelle città un militare dicesse quello che sente del suo mestiere; perchè poi anche sarebbe il mezzo di farsi detestare dai compagni svelando queste interne magagne del nostro eroismo. Credete voi che almeno qui in Dresda gli ufficiali sappiano viver bene? Essi dividono la loro giornata fra il faraone, il bordello e il vino o la birra. Stanno nei caffè come orsi, fumano, s’annojano e questa è la loro vita, usando pochissima società l’uno coll’altro.
Per rendermi ancora più graziosa la mia partenza lascio il mio amico Lloyde capitano. Vi dirò come ciò sia seguito. Giorni sono la mattina si alza e mi dice: «Amico oggi decido, o sarò capitano o vado dai miei Spagnuoli». «Diamine, – rispondo io – questa è strana, il viaggio da qui nella Spagna in questa stagione non è un passeggio, e l’essere fatto capitano dopo pochi mesi di servigio, mentre avete dei tenenti di anni che servono, è cosa che vuol essere difficile». «Vi ho pensato, – mi risponde – a rivederci» e se ne va; di là a due ore ritorna e m’abbraccia: «Addio camerata». «Come! Siete capitano!» «Lo sono.» «Ditemi, come va questa faccenda?» «Io mi son portato – dic’egli – dal mio Bascià a tre code (cioè Lacy), gli ho detto che mio malgrado doveva fargli una preghiera, cioè d’ascoltare pazientemente il mio caso. Ho ricevuto dalla Spagna cento zecchini e sono l’ultimo bene che mi resta al mondo. Quando venni la primavera all’Armata aveva cento altri zecchini e gli ho dovuti spendere oltre il mio soldo di tenente in questa campagna. Se io continuo l’anno venturo, resto senza un soldo e senza mezzi da mantenermi. Se io con questa somma ora parto per la Spagna, ne ho abbastanza per ritornarvi ed ivi non mi mancherà il mio posto in Barcellona col quale viveva. Vede adunque Vostra Eccellenza che io non potrei avere più l’onore di servire sotto a suoi ordini se non nel caso che essendo fatto capitano la paga mi basterebbe. Vostra Eccellenza sa le mie circostanze, io non le aggiungo se non che servo assai volontieri sotto ai suoi ordini». Lacy restò a un discorso così semplice e concludente. Finì col farlo Capitano di Cacciatori da quel momento, giacchè aveva una compagnia vacante. Vedete che curioso uomo è quel Lloyde! Lo odiano e lo temono molti; ma Lacy ha conosciuto dal modo che usa di quai servigi è capace Lloyde. Mi spiace a distaccarmi da lui e da alcuni altri pochi uomini di merito che qui ho potuti conoscere. Frattanto, se le mie lettere non sono tanto militari come v’aspettavate, desidero che in ogni modo abbiano potuto interessarvi, se non altro per quel sentimento d’amicizia col quale vi abbraccio ec.
XIV. Praga, 14 Genn.° 1760
Partii il giorno 3 da Dresda e qui giunsi il giorno seguente. Voi sarete maravigliato della specie de’ primi piaceri che vi ho provati. Sono assai inaspettati per voi. Ho mangiato di magro, ho poste le scarpe, sono andato in carrozza. Questi sono tre vivacissimi piaceri e l’ultimo singolarmente. La mollezza del nostro vivere ci rende insensibili a delle situazioni che farebbero la delizia d’un povero uomo. Mangiar pesci e uova dopo essere vissuto a carne; sentirsi il piede leggiero e agile dopo l’imbarazzo de’ stivali, trovarsi in una piccola stanzina difesi dalla stagione, riparati dal freddo, seduti e trasportati comodamente è una voluttà divina, oh fortunatos nimium si sua bona norint! La buona sorte mi ha fatto incontrare sul ponte di questa città l’Abate Fabris, fratello del Colonello di Maxen, e che io ho conosciuto dal Nunzio ora Cardinale Crivelli. Egli mi conobbe sebbene fossi in carrozza (notate la memoria che faccio d’essere in carrozza) e si esibì a presentarmi nelle buone case, dove non si ricusano gli ufficiali quando sieno persone ben nate. Mi ha adunque presentato nelle case Natolitzcki, Collovrat, dall’Arcivescovo, ec. e vi ho trovata una splendida maniera di vivere anche cortese più che a Vienna dove m’incammino domani. Sono stato a diversi pranzi, al bel ridotto, al ballo, ho passato bene il mio tempo. Ho scacciato il S.r Peppe nè voglio saperne più della sua detestabile compagnia, ora che mi vede in alta società mi ha fatto inchini enormissimi. Mi è accaduto un fatto solo buffone al teatro che è la sola cosa che mi occorre da scrivervi. Qui v’è un’opera italiana di musici a buon mercato, una sera vado sul palco, mi accosto a una scena dove il suggeritore urlava come un toro per suggerire e si udiva dal fondo del Teatro. Il suggeritore era una strana figura con un vecchio mantello rosso, una cattiva parrucca e, finito il recitativo, cominciata l’arietta, mi squadra da capo a fondo e mi cerca: «Italiano lei?» «Italiano.» «Gran bravi Signori che sono i Milanesi! Ved’ella quella là che canta?» «La vedo.» «Che le pare, è bella?» «Si è bella.» «Sappia Signore che è mia figlia.» «Me ne consolo davvero.» «È bella, sa, lei, ma bella assai.» «Avete ragione, avete fatto una bella ragazza.» «Il Marchese Casnedi, sa, era innamorato, innamorato perdutamente; gran bravo cavaliere quel Marchese, gli mangiavamo tutto quello che aveva, eh Rosa…» e qui chiama sua moglie: «Rosa! Lascia vedere l’oriuolo della ragazza… veda veda, oro, sa, lei… eh hai la scattola? veda veda, argento dorato, sotto è argento, e questo tabarro… il Marchese Casnedi e la mantiglia di Rosa, il marchese Casnedi, gran bravo cavaliere quel Marchese Casnedi, gli mangiavamo tutto quello che aveva!» Dopo una così ingenua declamazione, mi propose che andassi a ritrovare la sua ragazza che aveva dello spirito, era brava; io però gli risposi che non sono d’umore che mi si mangi tutto quello che ho. «Mi maraviglio – soggiunse – oh per chi mi prende! siamo gente che sa distinguere e che sa il vivere del mondo e mia figlia è savia, venga venga». Se Goldoni avesse ascoltato il dialogo così pazzo ne avrebbe fatta una aggiunta alla sua Figlia ubbidiente. Questa feccia d’italiani che viaggia il mondo sono quei che discreditano la nazione; se non hanno costumi, almeno avessero della decenza! La lettera è ben corta e poco interessante, ma non è colpa mia, se non mi si è presentata alcuna altra cosa strana che questa, giacchè la descrizione di Praga poco merita d’essere fatta, nè io ne conosco abbastanza per intrapprenderla. Vi abbraccio ec.
XV. Vienna 24 Genn.° 1760
Sono stato accolto al mio arrivo con un altro pettegolezzo militare. Il Marchese Clerici è qui, forse per render conto degli Agnus Dei e corpi Santi che ha acquistati a Roma colla sua ambasciata al nuovo Papa Rezzonico. Fatto sta ch’egli con taluno ha sparlato di me, perchè sono stato veduto in Vienna prima che mi presentassi a lui. Io giunsi qui il giorno 19 verso mezzo giorno. Era da viaggio e per quel giorno non visitai alcuno, uscii per la città. Il Sig.r Card.le Crivelli m’incontrò, l’azardo fa ch’egli andava a visitare questo Ministro militare degli Agnus Dei che è ammalato, gli disse che m’aveva veduto ed egli pretendeva poi che m’avrebbe fatto sloggiare da Vienna e impedito ch’io facessi la settimana per la quale sono qui venuto. Io non ne sappeva nulla. Vado il giorno 19 a visitarlo, sono accolto con somma graziosità secondo il suo solito, poi da un amico sono avvertito che mi voleva fare questo bel servizio! Veramente, in rigore egli non ha dritto alcuno sopra di me. La mia compagnia è a Cremona ed io sono assente dal mio Reggimento per concessione di Sua Maestà. Che io sia all’Armata o in Vienna o dovunque non è suo pensiero nè credo che gli sarebbe dato retta alle sue istanze, poichè non potrebbe appoggiarle a pretesto alcuno; nondimeno la parola subordinazione è sempre terribile per un militare e per schivare ogni disgusto è entrato di mezzo il Marchese Visconti a persuaderlo che veramente la prima visita che ho fatta a Vienna è stata da lui. Non ha lasciato però d’inquietarmi questa disgustosa accoglienza.
Qui adunque bisogna ch’io prenda un partito. Naturalmente dovrei fare la settimana, poi partire e andare a Cremona alla mia compagnia. Ma qual prospettiva è mai questa! In una città provinciale, ritornare alla pessima società del Reggimento, dove l’invidia istessa di essere stato io al Quartier Generale mi esporrà a mille dispiaceri, sotto un proprietario che mi fa queste buone grazie alle spalle, è un partito che non mi presenta che noje e mali umori. A che mi condurrebbero poi le mie pazienze infinite? Dopo quindici o venti anni forse a diventar Maggiore. Vi confesso che ho del ribrezzo a ingolfarmi in questa pozzanghera. Ritornerei piuttosto a fare una seconda campagna, perchè ora che conosco gli oggetti vi starei con minore tedio e altronde può l’azardo farmi presentare una occasione di farmi del merito e passare alla fortuna; ma da casa mia non occorre ch’io speri su quest’articolo una continuazione de’ soccorsi prestatimi. Dunque, bisogna uscire da questo mestiere, e tentare di uscirne con ragionevolezza. L’oggetto è arduo; ma pure convien pensare a servire nella carriera politica alla quale anche voleva incamminarmi il Sig.r Conte Cristiani. Una commissione a qualche Corte delle minori sarebbe approposito, se lo stipendio dovesse bastare alle spese, caso che no, una qualche commissione in Milano o alla peggio d’essere assegnato al nuovo Ministro Plenipot.o Conte di Firmian, che mi si dice uomo placido, amico delle lettere, uomo colto, e, se ottenessi di conservare il mio soldo attuale di capitano travagliando sotto di lui, sarei contentissimo. In mia casa non avrei rimproveri per la spesa fatta, avrei anzi tutt’i riguardi anche nel paese per essere vicino a chi comanda; le cose di Milano sono tutte abbandonate ai Dottori, eppure il commercio, le finanze, le monete ec. non mi pajono materie da Giurisperiti, potrebbe forse contribuire al mio intento un genio di ripulire il paese che avesse il Signor Conte di Firmian. Ma tutti questi desiderj, piani e progetti hanno le loro difficoltà da sorpassare e, tenendoli io tutti di vista, bisognerà che appoggi dove troverò più facile; il tempo altronde come questo di una rovinosa guerra non è quello in cui si pensi a riforme; io stesso sulle materie che potrebbero darmi una nicchia non ho letto positivamente gli scrittori; bisogna che mi prepari; qui v’è una insigne biblioteca aperta la mattina, converrà ch’io la frequenti e poi il dopo pranzo spargermi nelle case e vedere e stare sull’intento. Primieramente cercherò di fare la settimana da Ciamberlano, questa accostumerà me stesso a vedere da vicino e a parlare alla Padrona e renderà la mia figura conosciuta a lei. Confesso che mi sento imbarazzato pensando come le dovrò parlare; l’Imperatore è più deciso e ruvido e questa apparente asprezza mi dà coraggio e non m’imbarazzerei a parlargli; ma la Imperatrice è tanto dolce e graziosa che mi sentirò penetrato di rispetto in faccia sua. Basta, comincerò dalla settimana e poi sarà quello che il cielo vuole. Sono diciotto mesi che il mio animo è in agitazione continua ora per una cosa ora per l’altra, vorrei tornare in calma con me stesso e farò di tutto per potervi giugnere.
Qui v’è il Conte Castiglione ch’io non conosceva, ho fatto amicizia seco ed abbiamo preso alloggio vicini l’uno all’altro. Il Conte D’Adda è pure sul punto di giugnere a Vienna, vi è il Conte Candiani, vi sono i due nipoti del Nunzio, Conti Crivelli Antonio e Francesco, v’è D. Tommaso Visconti d’Aragona, siamo una colonnia milanese, ma non tutti siamo amici, anzi v’è da stare ben bene guardinghi. Noi altri Italiani siamo assai discreditati in questa città, la colpa è di tanti vagabondi che sono venuti a sorprendere in ogni maniera, e la poca unione istessa che regna fra di noi tende a confermare nel sinistro concetto. Per ora non vi posso adunque dire altro se non le viste che ho, a misura che si chiarirà il mio destino ve ne farò partecipe. Vi abbraccio ec.
XVI. Vienna 8 Marzo 1760
Ieri ho avuta udienza dalla Padrona. Le ho in succinto rappresentato come il S.r Conte Cristiani m’avesse fatto nascere il pensiero di aspirare all’onore di servire; come egli volesse farmi lavorare sotto di lui, il che aveva già cominciato a fare, e per darmi uno stipendio senza aggravio della Camera avesse destinato il soldo di Capitano nel Reggimento svizzero che aveva progettato e si stava per levare, destinato a star sempre nella Lombardia. Che morendo aveva lasciato che ricoressi al S.r Conte di Kaunitz già da lui prevenuto; che impensatamente in vece mi si fece la clemenza di farmi Capitano del Reggimento Clerici col privilegio di non servire fuori della Lombardia. Che questo privilegio istesso durante la guerra in Germania, sebbene dettato dalla Clemenza Augustissima, mi era di peso, per sottrarmi al quale implorai la grazia di servire come volontario all’Armata e l’ottenni; che volontieri continuerei a servire se due difficoltà non incontrassi: l’una la tenerezza de’ miei parenti che soffrono essendo io il primogenito; l’altra il mio temperamento che, avvezzo a un genere di vita più regolare, mi rende gravosi i disaggi.
Che in questa situazione io mi presentava a’ piedi di Sua Maestà, implorando la grazia di essere conservato al suo reale servigio in una carriera nella quale non trovassi queste difficoltà, analoga alla idea del defunto Ministro Conte Cristiani. La Padrona mi ha benignamente accolto, ha trovato ragionevole il mio modo di pensare, mi ha chiesto se io abbia fatto de’ studj ed ha concluso che m’indirizzassi al Conte di Kaunitz. Questa udienza l’ebbi jeri mattina, era invitato a pranzo dal Signor Conte suddetto ed al levarsi da tavola mi presentai e vidi che Sua Maestà già gliene aveva parlato; egli si attenne a termini generali, che avrebbe volontieri veduta l’occasione di compiacermi. Prima però di avere l’udienza, io volli fare le settimane per la ragione già scrittavi in altra mia e le settimane furono la prima al 3 dello scorso, la seconda al 9 e la terza di gran servizio al 16 e terminai il 23. Di queste tre settimane l’ultima è la importante. Il primo giorno di essa il 16 diede udienza pubblica e l’etichetta di Corte è che allora Ella esce nella stanza del trono che è quella dove ordinariamente sta il Ciamberlano di servizio, e sta l’Imperatrice in piedi sotto il trono senza però gradino, vi è la sedia vuota. A mezza la stanza fra una finestra e l’altra sta la prima Dama d’Onore ossia la Grande Maitresse. Subito dentro della porta sta il Ciamberlano di servigio dietro una specie di paravento che impedisce che, aprendosi la porta, chi è fuori veda la Padrona. Prima d’incominciare la udienza l’usciere aveva già innoltrata nel gabinetto la nota delle persone che cercavano udienza e Sua Maestà aveva fatti de’ segni col lapis a coloro che voleva ascoltare, e mi fece avere la lista incaricandomi di avvisare gli esclusi che potevano o lasciare i loro memoriali o ritornare un altro giorno di udienza. Poi uscì Ella e si collocò come dissi, io di volta in volta usciva dal mio paravento e nominava a Sua Maestà per ordine quello che stava notato in lista, poi lo faceva entrare. Con somma grazia la Imperatrice dapprincipio dissemi: «Ebbene, vedrò come vi caverete d’impiccio». Tutto andò regolarmente. Negli altri giorni poi non ascoltò che Ciamberlani o Consiglieri di Stato e questi sono ammessi nella stanza interiore senza trono e senza testimonj. In quella settimana bisogna dormire in Corte e stupirete ch’io vi dica che si pagano due zecchini per il letto, quantunque io abbia fatti portare i miei materazzi. La economia è minutissima. Vi danno sette candele di cera gialla in numero il primo giorno e vi devono durare la settimana, e sette candelotti grossi di cera da tenere accesi la notte immersi nell’acqua. Se volete cioccolatte o caffè la mattina ve lo danno nell’anticamera ma nella vostra stanza non mai perchè non lo godano i vostri domestici. La tavola al contrario è nobile, il ciamberlano ne fa gli onori come se fosse il padrone di casa; vi sono gli ufficiali della guardia, quelli d’ispezione, e prima di cambiare sempre prendono gli ordini i camerieri dal ciamberlano, il quale anche ordina i vini forestieri che vuole. Si alterna un giorno dalla Imperatrice uno dall’Imperatore, e questi dà poco da fare. Vi ho veduto il General Lacy nella anticamera mentre io era di servizio, è una pecora mansueta, cortese, officioso, non pare più il Bascià come l’ho veduto e come lo chiamava il mio Lloyde, del quale gli ho parlato.
Mentre era di servizio nell’ultima settimana mi è capitata una lettera del Tenente Colonello Strozzi del mio Reggimento, e ve la trascrivo parola per parola: «Erra ben giusto che ricevesse le sue paghe, ma erra altresì giusto che non trascurasse i suoi superiori. Strozzi Tenente Colonello». Vedete che vi è tanta educazione quanta cortesia. Sapete a qual proposito? Sono diciotto mesi che servo da capitano e non ho mai potuto ricevere la mia paga. Questo è poco: ho dovuto de’ miei denari pagare tre mesate alla vedova Bagdevkoda, perchè ho avuta la compagnia del suo diletto sposo morto a Hockirken. Sintanto che fui in Italia si diceva che il mio soldo era in Ungheria, poi all’Armata; quando venni all’Armata di slancio il mio soldo per dispetto era rifugiato in Italia. Fissato che fu questo soldo in Milano, io trasmisi le mie quittanze in bianco a mio Padre perchè le riscuotesse; non gli vollero contare alcun denaro perchè dissero che bisognava che avessero da me l’ordine di pagarglielo, quando avevano le mie firme per la ricevuta, vedete cosa mai occorreva di più. Scrissi nonostante a questo illustre Tenente Colonello che comanda il battaglione, acciocchè si compiacesse di far pagare a mio Padre che aveva la mia firma, e in risposta mi viene «l’Erra ben giusto» con quel che segue. Sono vere bestie colle quali non viverei in altro modo se non quando vi fossero i costumi moscoviti ed io fossi il comandante in capite. Se mai il mio povero Tenente Colonello fosse venuto in persona nel sito nel quale è venuta la sua pregiatissima lettera, son sicuro che non avrebbe parlato come ha scritto. Sappiate amico che qui io faccio due diversissime figure da commedia. Quando è giorno in cui non vi sia servizio di chiesa debbo venirvi col mio uniforme bianco e rosso ed è a forza di urtoni e di spinte che riesco ad ascendere le scale in mezzo alle livree; quando poi per funzione di chiesa compajo col mio bravo collare e tabarro e chiave d’oro, presto a dritta e a sinistra si schierano le livree e lasciano il passo al Signore. Se il S.r Strozzi venisse col suo bel abitino bianco e rosso ed io col mio lugubre tabarro nero, mi farebbe le sue umili scuse e cercherebbe la mia protezione, ne sono certo, perchè li conosco e la minima apparenza di Corte fa tremare questi eroi. Anche il Maggior Bradi, mi fu detto a Dresda, in una compagnia anche numerosa che sparlava di me e diceva che, se fossi stato al Reggimento, mi avrebbe fatto mettere in arresto; io risposi a chi lo disse: «Ed io se fossi Colonello farei mettere il Maggior Brady ne’ ferri, e glielo può dire da mia parte»; ma giacché nè io sono al Reggimento nè sono Colonello così resteremo pari e non se ne farà niente. Del Reggimento Clerici non ne voglio saper altro e credo che sarete convinto che ne ho ben ragione.
Nell’ultima settimana di servizio vi fu un ballo privato a Corte e Sua Maestà l’Imperatrice appena mi vide ordinò al Gran Ciamberlano che mi esibisse da ballare, sebbene fossi in uniforme e tutti gli altri in domino. Ho avuto l’onore di ballare con tutte le Arciduchesse un minuetto. Il Gran Ciamberlano mi presentava alla Dama d’Onore di quella Arciduchessa ed essa alla sua Padrona e questa è l’etichetta. Il Ciamberlano di servigio è sempre ammesso ai balli anche privati. Verso il fine anche Sua Maestà l’Imperatore ha invitata a ballare la Padrona ed hanno festosamente fatto il loro bravo minuetto che terminò con un bacio. L’Imperatrice, sebbene resa corpulenta, balla svelta e per una Signora di 42 anni è difficile il trovarne un altra più fresca di carnagione e bella donna. In quel ballo in mezzo alla maestà della Corte mi pareva di scorgervi una buona famiglia. Ho avuto occasione di conoscere Monsignore Arcivescovo Migazzi, mi pare italianizato assai, è stato sul punto di contar molto in questa Corte, e mi guarda con simpatia e con tuono d’amicizia. Ora bisogna ch’io faccia la mia corte al Du Beine e a quanti possono influire; vedremo, ma tutto va lentamente qui, anche gli affari i più incanalati, figuratevi il mio che non ha esempio. Vi abbraccio ec.
XVII. Vienna 15 Aprile 1760
De’ miei affari non ho cosa alcuna da scrivervi, poichè sono a un di presso nello stato medesimo, vi scriverò in vece alcune riflessioni che mi passano per la mente relative alla guerra e sono il risultato di quanto ho osservato nella scorsa campagna. A primo aspetto pare che la guerra si decida per forza fisica e, laddove le altre cose umane consistono principalmente nella opinione, questa per lo contrario sia sottratta dal di lei regno; eppure non è così, anzi la stessa guerra altro non è che un affare di semplice opinione. Se due uomini soli si battono, l’affare non termina se non allora che l’uno dei due, ferito, non ha più forza fisica per offendere; nel duello veramente si decide colla forza; ma, quando due moltitudini d’uomini si azzuffano in una battaglia, la parte che si ritira o fugge è sempre composta d’un numero bastante a cimentarsi e unicamente fugge per timore, non per fisica impotenza, quindi una battaglia è un giuoco di opinione e si tratta l’arte di fare che il nemico si sbigottisca più presto di noi. Supponete da una parte ottanta mila uomini, supponetene dall’altra anche soli settanta mila; supponete quello che non è mai accaduto in questa guerra, ed è che sieno rimasti uccisi e feriti veramente da una parte dieci mila uomini; supponete che il partito più debole sia ridotto a soli sessanta mila combattenti ed anche tutto ciò supposto vedrete che sessanta mila uomini imperterriti non fuggirebbero davanti a ottanta mila. Se la questione si decidesse colla sola fisica, una battaglia dovrebbe distruggere uno de’ due eserciti, e se non vi entrasse timore si continuerebbe la carnificina rabbiosa sin che v’è numero per disputarla; ma l’uomo non è mai ridotto a tale stoicismo di perdere ogni pensiero della propria esistenza. Il Re di Prussia ha fatto il possibile più volte in questa guerra per attaccare il nemico senza fuoco, e formata una colonna a guisa di falange che presenti al di fuori uno spinajo di bajonette, farla marciare a romperci; ma non gli è mai potuto riuscire il colpo, giunti i Prussiani a pochi passi da noi, mentre avevano già sofferto tutto il nostro fuoco e stavano sul punto di cogliere la vittoria, si sgomentarono sempre e si diedero alla fuga. Il tumulto dell’anima nel tempo d’una battaglia è sommo e tale, che dopo la vittoria si vedono gli uomini più insensibili e induriti a versare abondanti lacrime di consolazione, le quali il volgo le attribuirà ad affetto per il suo Principe; ma il filosofo le conosce un effetto della cessazione d’un violento timore, unito alla idea de’ vantaggi personali che si sperano con questo nuovo grado di gloria acquistata. Niente è più ferale di quel momento in cui silenziosamente si marcia al nemico per battersi; niente è più delizioso del momento della vittoria.
Se dunque la regina del mondo, l’opinione, è quella che fa volger le spalle a un esercito perchè è stato sbigottito, vedrete, amico, quanto felicemente s’introducano le armi nuove le quali, qualora sieno atte ad imporne, fanno l’effetto degli elefanti di Pirro almeno la prima volta; se si riesce a sorprendere il nemico con qualche innaspettato ordigno di terrore, si è certi della vittoria. Vedrete pure quanto giovi il far credere ai nostri la debolezza nel nemico, e rendere quello attonito colla fermezza nostra e colla nostra risoluzione. Mentre il G.le Lacy andava a riconoscere i posti del nemico, improvisamente e contro ogni aspettazione fugli fatta una scarica da Cacciatori prussiani appiattati in un bosco; varj ufficiali del seguito di lui sorpresi cominciarono a mettere i loro cavalli al galoppo. Il Generale al momento gli richiamò, gli volle al loro sito presso di lui, continuò passo passo la sua strada, die’ tempo ai Cacciatori di ricaricare, di scaricargli una nuova partita di fucilate, una delle quali lo ferì in un braccio, grondava sangue, continuava colla stessa gravità nè volle visitare la ferita se non dopo uscito lentamente da ogni pericolo. Simili tratti sconcertano l’inimico, il quale vede d’aver a battersi con gente che non sa temere; son persuaso che Lacy temeva moltissimo, ma contrapponeva a questo sentimento quello della generosa azione che faceva e del concetto altrui, e così rappresentando una parte da commedia disponeva i nemici al timore, nel che consiste la somma dell’arte militare.
Osservate però che generalmente l’uomo quanto più vive meschinamente e affannosamente tanto è meno timoroso di morire, perchè la morte si considera un male quando ci toglie de’ piaceri, e si considererebbe un bene se togliendoci la vita non ci togliesse che dei dolori e delle infelicità. Su di questo principio si appoggia la durezza della vita che si fa menare al soldato mal pasciuto, bastonato, vilipeso, trattato come e peggio d’un cane. Un disgraziato che mena così i suoi giorni desidera una battaglia per finirla o sterminando i nemici, o facendosi del merito per essere promosso, o almeno andando al bottino sull’equipagio del nemico, come chi è alla disperazione sempre desidera un cambiamento, fosse anche un incendio, un tremuoto ecc. Posto ciò, una nazione più miserabile, più rozza, più maltrattata dovrà vincere in guerra contro una nazione più felice colta e ben governata; voi vedete infatti che i Francesi quasi sempre sono battuti dai Tedeschi, voi vedete che i barbari del settentrione hanno potuto devastare prima, poi affatto distruggere l’Impero Romano. I Romani sotto Cesare, sotto i Scipioni, in mezzo alla felicità e alla gloria dilatarono le loro conquiste, è vero, sopra popoli rozzi e barbari, ma o erano popoli suddivisi in piccoli Stati e non bene armati, ovvero erano popoli del mezzodì deboli e ammolliti. Nella Germania non ebbero mai ferma sede i Romani nè conobbero neppure le parti più incallite del nord. La natura ha dunque stabilito che gli uomini più aspri e selvaggi diventino i padroni degli uomini più inciviliti e colti, ammeno che questi ultimi non sappiano conservarsi una industria privativa, come sarebbe stato se la polve da cannone fosse rimasta un secreto, o come si disse del fuoco, che usavasi nella difesa di Costantinopoli slanciato sopra i nemici, e che maggiormente avvampava coll’acqua.
Da questo nasce la necessità di tenere il soldato in una vita stentatissima, di farlo anche senza bisogno travagliare a muover terra, a circonvallare il campo, da affaticarlo abitualmente per modo che poco tempo gli rimanga da pensare e niente da godere di bene; una subordinazione per legge fondamentale lo sottopone ad essere bastonato da qualunque suo superiore, mangia un pane che alle volte i cani ricusano e una zuppa di questo è tutto il suo pasto. Per tal modo egli, essendo meno affezionato alla vita, con maggiore indifferenza si espone alla ventura o di migliorare o di finirla. La migliore Armata del mondo è quella nella quale meno si pensa dal soldato, una unione d’automi che si mova prontamente alla voce del suo generale è la più formidabile di tutte qualora abbia alla testa un generale di mente. Per questo io credo che difficilmente quella nazione che vi dà un buon generale vi darà buoni soldati o quella nazione che vi dà buoni soldati vi somministrerà un generale. Dico difficilmente, perchè non si dà nella natura una costanza rigorosa.
Ho detto poc’anzi che l’opinione è quella che decide della vittoria, è più facile poi anche il provare che la stessa opinione è quella che decide della obbedienza ai sovrani. Per lo passato avevano gran cura i Re di essere solennemente consacrati, unti, coronati, e comparendo in faccia del popolo quali imagini della divinità, quai sacre persone appoggiavano sulla religione (dalla quale sola trae origine la voce obbligazione morale) la base di loro dominazione. Numa aveva la sua Egeria, Cesare era Pontefice Massimo, come lo furono i suoi successori, Alessandro aveva il suo Ammone, Carlo Magno, Costantino, e la maggior parte de’ fondatori d’imperj ebbero al fianco la religione che gli sostenne ed elevò nella opinione del popolo. Ora i Sovrani sembrano mostrare della indifferenza per tal politica e credono miglior appoggio del Trono la forza delle armi. Si conta che un milione di soldati siavi attualmente nella Europa. Sin ora non v’è da temere; sintanto che i Principi avranno tanto buon senso da tenere questi mastini divisi in Reggimenti de’ quali nessuno ecceda tre mille uomini, e questi stessi Reggimenti suddividerli in battaglioni collocati in separate guarnigioni dislocandoli frequentemente, non vi sarà facilmente una riunione contro del Sovrano; ma quando mai l’idea di formare delle legioni e corpi di maggior massa prendesse voga e che si radunassero in corpi di dodici o quattordici mila uomini l’uno, composti d’infanteria, cavalleria, artiglieri ec., in piccolo formante ciascuna legione una Armata, allora s’accorgerebbero che una riunione di armati mal pagati e mal pasciuti, bastonati e trattati come bestie in un momento d’impazienza rovescia l’idolo, ne innalza un nuovo, e tiranneggia il Sovrano e lo Stato. I Pretoriani, i Strelitz, i Giannizzeri ne sono un esempio. Nè è sperabile di avere una sì grande moltitudine di soldati senza che ciascuno individuo sia mal contento, poichè le forze dello Stato hanno un limite, e conseguentemente non potete accrescere la milizia eccessivamente senza ridurre il soldato al puro necessario e, ridottovi, dovete custodirlo come uno schiavo acciocchè non deserti, e in conseguenza renderlo sempre più malcontento, unicamente distraendolo dal pensiero de’ mali che soffre coll’esercitarlo continuamente affaticandolo. Ma è troppo lungo questo cicaleggio politico. Vi abbraccio ec.
XVIII. Vienna 10 Ottobre 1760
Dopo sei mesi di silenzio in mezzo alle splendidissime nozze e alle feste è giusto ch’io riprenda la penna e vi scriva.
In questo frattempo non si è variata la situazione delle cose, mio Padre mi fa premura di ritornarmene, il Reggimento mi voleva a Cremona a montar la guardia da Capitano, in Casa non mi si voleva dare assistenza per una seconda campagna, io ho rinunziata a buon conto la compagnia a Sua Maestà, sono vestito senza uniforme e ricevo più accoglienza col cambiare il colore del vestito che non ne aveva in prima. Io cercherò di essere appoggiato al S.r Conte Firmian alla peggio, non cercherò soldo, non titolo, unicamente di non restare ozioso ed aver mezzo per farmi del merito, pare che sia onesta e discreta la richiesta, e in tal guisa mi proccurerò un appoggio per non avere in casa ulteriori amarezze.
Tutte le gazette v’avranno descritte le pompe delle auguste nozze seguite il 6 corrente; io non vi ripeterò le descrizioni stampate, vi dirò unicamente che in questa occasione il fasto, la magnificenza sono sorprendenti. L’ingresso nella città della R. Sposa Elisabetta (che era collocata al palazzo del Giardino del Principe Eugenio dove furono tutti a baciarle la mano) fu preceduto da una immensa fila di mute a sei cavalli superbamente bardati, livree, lacchè magnifici, ogni Consigliere di Stato, ogni Ciamberlano che ha avuto mezzi ha fatta la sua figura in carrozza magnifica a sei cavalli. I primi avevano quattro servitori e due lacchè, gli altri due servitori e due lacchè. Figuratevi che i meno ricchi avevano la livrea gallonata. Molti l’avevano a punto di Spagna, alcuni la livrea riccamata, e persino le borse de’ capegli delle livree colore di esse e ricamate. Compreso il cocchiere e il cavalcante, vedete che si tratta per i Consiglieri di Stato di otto livree e di sei per i Ciamberlani. Mi chiederete forse come erano vestiti i Padroni per esserlo meglio dei servitori. Vi dirò che una stofa d’oro non è abito di gala se non sia o riccamata ovvero ornata con un punto di Spagna; vari vestiti hanno la fodera di stofa d’oro o d’argento. Lusso, profusione asiatica da far maraviglia; ma per conseguenza nessun gusto, oro, argento, un colpo d’occhio sorprendente, non v’erano che alcune carrozze di Francia che fossero eleganti. Il vedervi passare sott’occhio una marcia lunghissima di così superbi equipaggi che precedevano la R. Sposa è un colpo d’occhio che ne impone, e sorprende come, nel mezzo d’una guerra rovinosa che costa niente meno di quaranta milioni annui di fiorini, vi sia modo di fare di sì grandi magnificenze.
Sono destinati i varj divertimenti come saprete. Un giorno festa da ballo, un altro Teatro, un altro serenata ec. Al Teatro v’è una opera nuova di Metastasio, Alcide al Bivio posta in musica dal Sassone, è un bello spettacolo in ogni sua parte. L’ultima scena sorprende; rappresenta il tempio della Gloria ed è tutta di orpello illuminata a cera che abbaglia. Cantano Manzoli, la Gabbrielli, la Piccinelli ec. Ballano Pitrot ec. La Cantata si fa in una sala distinta sopra di una macchina immaginata dal Servandoni, Italiano che ha guadagnato molto in Portogallo poi a Parigi. La Macchina è come uno scoglio avente alla cima un tempietto ornato di coralli, conche marine ec. Vari ruscelli scendono da varie parti e si frammischiano abbasso al mare, voi ascoltate il mormorio, vedete la caduta dell’acque. Rappresenta la Reggia di Teti, poesia del S.r Migliavacca. Se nel restante non v’è da ammirare che il lusso, in questi due spettacoli ad esso si accoppia il discernimento e il gusto. Sono stanco però di questi diplomatici divertimenti; questo caos di roba stordisce ma non va al cuore, credo che s’annoj la Corte, che si annoja ciascuno di noi, e la stanchezza ci fa desiderare una vita più placida, dei divertimenti meno rumoreggianti di questi. Vi abbraccio.
XIX. Vienna 20 Dicembre 1760
Domani sicuramente parto da questo paese dove mi trovo da più di undici mesi e me ne ritorno in Italia. Dopo tutto pensato e tentato, dopo essermi offerto a servire da Ministro in Portogallo attualmente vacante dopo la partenza del Conte di Kevenhuller, e posto che non è ambito da molti, non vedendo altra vicina speranza e ricusando mio Padre di soccombere a ulteriore dispendio, altro partito non v’era che quello di essere appoggiato al nuovo Ministro Plenipotenziario Conte Firmian. Ho cercato di esserlo nel modo il più efficace. Il Ministro è qui: ha promesso alla S.ra Contessa Harrach, alla S.ra Contessa Canal, al Conte suo marito, all’Arcivescovo Mons.r Migazzi, a me, ha una lettera del Sig. Con. di Kaunitz che lo determina, perfine Sua Maestà la Padrona me ne ha di sua bocca assicurato ed io ne ho reso partecipe il Ministro che si è espresso meco in termini di cordialità e d’amicizia. Ogni umana prudenza mi persuade ch’io potrò travagliare vicino a lui, farmi del merito, e, se ciò accade, il resto lo farà il destino. La difficoltà massima è di cominciare.
Vedete come questo destino fila la vita di un galantuomo. Io naturalmente portato ad una vita placida, a coltivare lo studio, alla lettura, alla contemplazione della fisica; io lontanissimo dalle idee d’essere mai uomo d’affari; io che ho sofferti tanti mali umori domestici appunto per non aver mai voluto piegarmi a battere la carriera di mio Padre di cui la vita schiava e affannosa mi aveva impressa profondamente l’aversione alle cariche; io placido epicureo debbo ricevere in dono dal Padre Frisi una copia del manifesto stampato dal S.r Con. Cristiani contro il Re di Prussia. S’ha da combinare il caso che il Conte Algarotti a Bologna ne riceva un esemplare; che ciò si sappia dal S.r Con. Cristiani; ch’egli sappia pure che un esemplare era stato dato a me; che sospetti che sia lo stesso da me trasmessogli; che ne parli con mio Padre; che questi intimorito venga a farmi una reprimenda; che io, nulla consapevole di ciò, non essendo in corrispondenza coll’Algarotti, avendo tuttavia l’esemplare meco, vada dal S.r Con. Cristiani per convincerlo, e anche per far vedere a mio Padre che non m’aveva avvilito. Che in quella occasione mi lagni della vita che menava in casa, e che egli affezionandosi a me senza pensarlo mi spinga alla strada militare da dove mi rifugio per necessità nella politica! Io sono un essere troppo piccolo per interessare altri che me stesso o il mio amico; ma confessiamola che in tutto quello che da due anni a questa parte è accaduto di me io vi ho la minima parte, e nessun uomo ha avuto il determinato disegno di farmivi passare. Dalla miniatura passiamo al grande e troveremo che anche le pitture di galleria sono fatte su i medesimi principj e gran parte e massima parte negli avvenimenti ha l’azardo, ossia sono tante diagonali prodotte da più forze diversamente cospiranti; ma il corpo non si muove per veruna delle linee di direzione de’ moventi.
Dunque sarò adoperato. Ma in che? Ora vi scopro il mio piano.
In Milano non vi sono altri lumi che quei della pratica curiale. La zecca, l’annona, le acque, le manifatture, il commercio tutto è in mano dei Dottori, i quali, imbevuti delle opinioni del tempo di Bartolo, veramente o non hanno idea della economia politica o ne hanno di tali che sarebbe meglio il non averne. Il Marchese Carpani anni sono ha veduto questo pertugio per dove uscire, ma si è smarrito per troppa imprudenza; non saprei nemmeno s’egli avesse i principj capaci di produrre una ragionevole riforma. Ecco la strada che vorrei aprirmi. Ma non è inconsideratamente che mi vi sono determinato. Io senza aver letto nessuno de’ moderni scrittori mi son provato a scrivere mesi sono gli elementi del commercio. Definizioni, proposizioni, conseguenze, e, via via filando, ho cavato dai miei pensieri quello che mi sembrò ragionevole. Poi, compiuto che ebbi il mio lavoro, allora m’incamminai alla Imperiale Biblioteca e chiesi a leggere di questa materia. Ho letto Forbbonnais, ho letto Melon, Du Tot, Hume, e trovo che i miei elementi stanno in piedi e non mi vergogno di averli scritti. Con ciò io mi sono reso giudice delle mie proprie forze nella maniera la più imparziale che ho potuto. Son dunque persuaso che ho testa per battere questa strada e mi apro a voi con quella libertà che sarebbe ridicola con altri. Capisco che dapprincipio io dovrò prestarmi a ricopiare se occorre, a scrivere delle lettere, consulte ec.; ma il fine che ho in mente è quello. Vedremo cosa farà di me il Destino. La mia partenza sarà domani a sera. Vado a Capo d’Istria, ho scelta quella strada per vedere un mio buon amico, il Conte Carli. Forse di là avrete mie nuove. Vi abbraccio.
XX. Capodistria 27 Dicembre 1760
Eccomi uomo di parola. La sera del 21 partii da Vienna. Viaggiai la notte con un freddo assai sensibile. La sera del 22 fui a Gratz, indi riposai il 24 a Lubiana e jeri giunsi da Trieste a questo lido. Sono dal mio Conte Carli, mio amico da sei anni, egli è sempre stato in carteggio con me durante la mia campagna e durante la mia dimora in Vienna. La nostra amicizia incominciò all’occasione d’una piccola battagliuola letteraria che ebbi coll’Abate Chiari nel 1755, prese il mio partito e femmo insieme i Frammenti, che poi si stamparono a Lugano. Mi affezionai a quest’uomo colto, decente, di cuore, fui in carteggio con lui e mentr’era in Toscana e dopo il suo ritorno in Patria, dove lo vedo che ha degli amici ma vive assai ristretto e il paese stesso lo porta. Sono stato invitato a un pranzo veneziano dell’Eccellentissimo Sig. Gritti, aveva una bottiglia di Cipro che m’ha fatta rimarcare, e dopo tavola mi mostrò una valdrappa ornata di cannucce di vetro in prova di sua magnificenza. Per un galantuomo che viene dallo sposalizio di Vienna non è da sorprenderlo. Mi vogliono accettare nella loro Accademia questi Signori che si chiamano i Risorti; forse vi reciterò qualche cattivo verso anch’io. Col mio Carli ragioniamo di politica alla disperata. Egli vorrebbe uscire dalla servitù veneziana e dalle strettezze nelle quali si trova. La sua moglie inquieta non gli lascia riposo. Andiamo sperando un avenire incerto; e mi spiace di piombare a casa nel tempo in cui il S.r Con. Firmian è tuttora a Vienna, conosco l’umore de’ miei di casa e dopo due anni di vita libera e decente è cosa dura ritornare figlio di famiglia, senza soldo, esposto ai rimproveri dello speso e a qualche amarezza sulla disoccupazione attuale. Non mi voglio anticipare i mali.
Questo paese è ameno anche in questa stagione, vi sono gli ulivi, l’aria è dolce, varie collinette circondano il mare; ma tutto spira povertà e rozzezza. I villani sono schiavoni, non sanno l’italiano che si parla nella città, sono figure sozze da selvaggi appena vestiti. V’è della difficoltà a trovare del latte per prenderlo col caffè. Figuratevi il restante. I comandanti veneziani sono sommamente rispettati, e portano le calze rosse, il che mi si dice essere una distinzione che usano oltre mare.
Saprete le aventure del Conte Carli. Povero e avenente giovine, ottenne per protezione una cattedra in Padova e per collocarlo ne eressero una di nautica. Viveva col poco stipendio, quando una figlia, erede d’un negozio importante, la Sig.ra Rubbi, lo vide, se ne innamorò. Ricusò de’ gentiluomini Veneziani e prescelse Carli, questi abbandonò la lettura, la sposò, n’ebbe un figlio, la perdè, rimase tutore del figlio, amministratore d’un patrimonio. Ritratti, busti, incisione in rame della sposa, scriverne e stamparne la vita, confinarsi a una vita solitaria furono le occupazioni del vedovo sposo. Si riseppe dal March. Abate Nicolini in Toscana lo straordinario dolore di questo vedovo; la Marchesa di San Martino anch’essa vedova, nata Lanfranchi, nobilissima, poverissima e galante, concepì il progetto di consolare il Conte Carli. A lui fu diretta dal March. Nicolini come una dama che passava in Germania alla Corte d’una Principessa. Dovette il Conte Carli pensare ad un alloggio, lo dispose fuori di sua casa in Venezia, ve la collocò. La Marchesa si lagnò dell’alloggio, fu forza esibirgli la casa propria, questo appunto ella voleva e vi si pose. Tutte le arti furono poste in moto sino ad una supposta gravissima malattia. L’ospitalità voleva ch’egli usasse tutta l’assistenza al letto della bella ammalata, e la natura del cuore umano portò che dal dolore passò al desiderio d’occuparsi d’una passione che lo distraesse, e quindi gradatamente lo sposò. Fatto il colpo, l’ambizione della nuova Contessa volle che il marito avesse in petto una croce e sborsò un capitale a Torino per farsi Comendatore di S. Maurizio e Lazaro. Poi, non figurando a Venezia, lo determinò a venire a Milano, ove cercò sotto il S.r Con. Cristiani un impiego sulla zecca ovvero nel censo. Svanite le speranze si portò in Toscana sollecitandolo dal S.r Con. di Richecourt, ma la morte di quel Ministro, accaduta verso la fine del 1756, ruppe nuovamente i suoi fili, onde si ritirò in Patria dopo avere speso delle somme di considerazione nel mantenersi prima a Torino solo poi colla moglie e a Milano e in Toscana. La vita di questo galantuomo è, come vedete, alquanto strana, egli ha stampato di greco, di cronologia, di Teatro, di erudizione e di monete singolarmente quattro tomi, ma il suo carattere meriterebbe un destino ancora migliore di quello che potrebbero fargli sperare i suoi scritti. Io penso ai primi giorni dell’anno di partire per Venezia e venirmene a Milano. Frattanto prendo molto caffè. Parlo assai di speranze e di timori. Vi abbraccio.
XXI. Milano 16 Genn.o 1761
La sera del tre partii da Capodistria, mi trattenni a Venezia cinque giorni, è la seconda volta che l’ho veduta e giunsi in Patria l’altro jeri. Durante la mia assenza abbiamo comprata una casa nuova, onde non mi par vero di essere in Milano. Quantunque stiamo assai meglio, mi spiace d’aver abbandonata la casa nella quale sono nato. Sin ora l’accoglienza non è cattiva. Tutto è in sospeso per me sin tanto che giunga il Ministro Plenipotenziario. In generale mi trovo accolto con maggiore freddezza e vedo nel paese minore cordialità e cortesia di quella che trovava due anni sono. Io non ho meritato questa mutazione. Naturalmente sarà un effetto di quanto il March. Clerici avrà sparso o inventato. L’abbandonare il servigio militare in tempo di guerra certamente non è cosa comendevole; ma il preferire la mia libertà al servigio nojoso di montar la guardia a Cremona, dove mi volevano, non è il minimo sospetto di mancanza di generosità. Io poteva starmene in pace al battaglione in Italia, ed ho cercato di andare all’Armata, avrei continuato a farvi la guerra, se mi fosse stato permesso, ma per servire a Cremona sotto il Sig. Strozzi io non ne aveva vocazione. Lasciamo dire e pensare chi vuole, operiamo con ragione e con principj, tutto col tempo si livella da sè e sarò ancora quello di prima. Quello che ho trovato di consolante per me sono i miei due fratelli, hanno terminato i loro studj e sono in casa, sono buoni giovani, ma il primo Alessandro ha un’anima piena d’energia, mi pare spinto a diventare mio amico come io di lui; non è un campo coltivato, ma la natura ne è feconda assai e inquieta di produrre. 1 sentimenti domestici toccano e consolano più da vicino. Vi abbraccio.
XXII. Milano 2 Settembre 1761
Non vi avrei potuto scrivere che delle nojosissime seccature domestiche che è meglio dimenticare. Il S.r Con. di Firmian giunto a Milano mi fece cento proteste di amicizia e che voleva che travagliassimo assieme, mi invitò varie volte a pranzo e non mai mi ha dato cosa alcuna da fare; oltre un certo Abate Salvadori che si è condotto seco, gli è entrato in grazia l’Abate Castelli e questi due staranno in sentinella perchè non si accosti alcuno che possa dare gelosia. Io ho creduto di dargli un saggio di me con una scrittura che mette in chiaro la regalia del sale, le variazioni che ha sofferte ne’ tempi passati, il sistema attuale ec. e con questa occasione vi si è fatto luogo a toccare alcune idee generali. Gliela ho consegnata ricopiata di mio carattere nel mese scorso e non vi ho acquistato altro se non che ora nemmeno più m’invita a pranzo. Andare agl’impieghi a forza di riverenze e anticamere non è la mia vocazione; guadagnare questo Ministro nella positura in cui lo vedo diffidente d’ogni Milanese è una chimera. Il partito ch’io prendo è d’occuparmi seriamente del locale del mio paese, dei fatti domestici attinenti alle regalie, al commercio, alla zecca ec. Vi è un bujo perfettissimo, nessuno ha spianata la strada o per inerzia o per politica, voglio tentarlo io, voglio fare un’opera di peso; fatta che sia, vedremo a che uso potrò destinarla, alla peggio la stamperò e farò conoscere che posso meritare di far qualche cosa. Il Sovrano fa una grazia nominando un suddito a un impiego; ma è anche suo obbligo di nominarvi le persone le più informate e capaci quando sieno oneste. Vi dirò con quali materiali io mi determini a questa impresa.
Il Dottore Ilario Corti, archivista del Senato, ha messo in ordine quell’ammasso smisurato di scritture. Ha avuto il pensiero di fare una classe distinta di tutte le carte che concernono gli oggetti della economia politica. Dispacci, consulte, rimostranze de’ corpi delle Arti, del Tribunale di Provisione, della Congregazione dello Stato ec., tutto è posto in disparte e tutto sarà a mia disposizione. Il Senato ne’ tempi passati fu il centro di riunione dello Stato onde facilmente nulla vi sarà massimamente del passato secolo che ivi non si trovi. Nessuno ha mai posseduto un così vasto e originale campo. Entrerò a coltivarlo. Si tratta di due sacchi pieni di scritture non poste in ordine ma tutte sulla materia. Io sono deciso, non vi sono per me Teatri o altri divertimenti, tutto sono in questo, vedremo come vi riuscirò. Se dal mistero e dalla densissima nebbia che ora copre ogni parte della amministrazione, trattone il censo, se potrò mettere in chiara luce gli oggetti come desidero, avrò insegnato al Principe a conoscere il suo paese, ai Ministri a ravvisare le parti meritevoli di attenzione, ai cittadini a non ripetere gli errori di tradizione, ma a ragionare, a suggerire quanto contribuisca al bene di tutti; l’impresa sarà faticosa, può fors’anco diventar grande. Lo vedremo. Vi abbraccio.
XXIII. Milano 31 Dicembre 1761
Colla intensa fatica di quattro mesi ho digeriti tutti i materiali del Senato, ho affrontata la lettura del Somaglia, Piazzoli, Tridi, Negri, Opizzone ec. Che barbaro caos di roba! Tutto superato e ne ho compilato e trascritto un libretto col titolo Saggio della grandezza e decadenza del commercio di Milano sino al 1750. Comincio dal principio del secolo decimoquinto e giungo sino alla metà del presente, scorrendo su quanto ho ritrovato nello spazio di tre secoli e mezzo. Comincio da quel tempo anteriore alla scoperta del Capo di Buona Speranza nel quale il ricchissimo commercio de’ Veneziani rianimava la nostra industria e ci dava sfogo a immenso lavoro di manifatture di lana, che essi portavano poi al Levante e ad altre parti d’Europa. Tutte le notizie municipali sul numero e forza delle fabbriche, sulla popolazione in tempi diversi ho cercato di metterle a luogo. Ho confrontato sempre gli avenimenti generali delle guerre, viaggi, pesti ec. co’ municipali, e così ho toccate le cagioni che non sarebbero emerse da questi ultimi soli. Ho confrontate le diverse legislazioni, le mutazioni nelle forme de’ giudizi e vi ho apposte le variazioni buone o cattive che hanno operato. I diversi spedienti presi dalla Corte e dai Tribunali gli ho esaminati, accennando perchè sieno cessati, che effetti produssero, qual merito o vizio avessero seco. Ho esaminato quanto diverso in tempi diversi fosse lo spirito di chi presedette alla industria nazionale, e, ponendo sempre in paralello le leggi, i costumi, lo stato della popolazione e del commercio, ho cercato colla imparzialità che professo di svelare l’origine de’ mali della provincia. Lo spirito curiale trasfusoci dagli Spagnuoli ha tutto invaso e tutto corrotto. Ottime leggi statutarie furono deluse colle Constituzioni pubblicate da Carlo V. L’attività della nazione si rivolse alle cavillazioni del Foro, e l’industria abbandonò la riproduzione per esercitarsi nella disputa. Alla giurisprudenza si congiunse una teologia intollerante, fecero lega e si sostennero. Diventò il ministero un corpo opaco fra il Sovrano e i sudditi, e questo corpo opaco soffocò le grida degli infelici che gemevano sotto la tirannia d’ogni sorte. Una repubblica di togati fu il governo nostro; l’industria, le scienze, il coraggio da pensare si risguardarono come un principio di ribellione. La Corte inutilmente di tempo in tempo pretese di comandare, che tutto fu deluso. Tale è il risultato delle mie scoperte. Passo passo seguitò il commercio dal suo colmo al suo annientamento. Le rendite dello Stato diminuite suggerirono rovinosi spedienti, accrescimenti di tributi, creazione di nuovi, vendite di fondi camerali, vendita di regalie, fallimenti de’ Monti, fallimenti della Camera e così colla rovina del popolo si videro ammassate le ricchezze in pochissime mani di Ministri e d’impresari. Dopo che la Casa d’Austria di Germania comanda, qualche risorgimento si prova ma ancora molto vi resta a fare. Spero con ciò d’avervi comunicata una idea del mio lavoro. Le angustie domestiche non m’hanno permesso di pagare uno scrivano e l’ho ricopiato io. Credo che niente sin ora siasi fatto di simile da noi, nè si poteva fare perchè io ho avuto il primo nelle mani i documenti. Di ogni asserzione ne cito la prova col documento. Questo mio saggio l’ho consegnato al S.r Con. Firmian. Questa sarà sicuramente l’ultima prova, egli lo ha accettato con molta cortesia l’altro jeri, vedrò l’esito, ma ne spero poco. io ora ho in mente che questo che è fatto sia la prima parte d’un’opera alla quale converrà che ne aggiunga altre due, cioè lo stato attuale e i rimedj. Nel tempo in cui io occupava tutta la giornata in questo lavoro che mi assorbiva tutta l’anima, mentre era ritirato in campagna a Rovagnate dal Dottor Corti, mio buon amico, per dare l’ultima mano ai materiali disposti in Novembre scaduto, ho inteso che forzatamente, dopo un anno dacchè stava in casa, mio fratello Carlo è stato spedito nel Collegio di Parma a studiare la teologia e ciò con un giro impensato fatto col Consultore di Governo Amor di Soria nel tempo della mia assenza. Il castigo è per essere buoni amici fra di noi. Questi fatti domestici mi feriscono il cuore, come me lo ferisce il vedere che in faccia de’ domestici un Padre che rispetto qualifica le mie occupazioni di bei studj d’ornamento, sogni ec. Basta, più opposizioni trovo e più mi sento animato a superarle; se non mi disprezzassero o fingessero di disprezzarmi non farei gli sforzi che ho fatti e sono disposto a fare per emergere ed acquistarmi una esistenza. Tendiamo al grande, al sodo e lasciamo al destino a regolare il mondo. Vi abbraccio.
XXIV. Milano 6 Aprile 1762
È deciso ch’io non ho da sperare nulla dal Ministro. Egli di suo fondo è buono, vorrebbe fare del bene, ama di essere il fautore delle lettere e delle belle arti, ha una bella biblioteca, una raccolta di quadri; ma gli affari lo annojano sovranamente, e questa disposizione unita alla gelosia di comandare ha fatto che siasi interamente gettato in braccio dei secretarj e d’uno singolarmente. Questa classe di persone, alle quali può il Ministro togliere da un momento all’altro tutta l’influenza, può essere depositaria degli affari senza inquietare l’ambizione e deve, poste le circostanze, essere preferita a persone di condizione più elevata. I secretarj poi, che sono egualmente interessati a ritenere presso loro l’autorità, sono un muro inacessibile che non permette a un gentiluomo nazionale di accostarsi al Ministro per affari. In poco mi pare di avervi detto tutto, onde non v’è da pensare cosa alcuna di bene per me sotto questo pontificato. Quanto più ho fatto per provare che sarei buono a servire tanto più è cresciuta la freddezza per me, in guisa che ho ricuperato il mio manoscritto e mi basta. Un altro forse perderebbe la lena, io l’acquisto appunto colle contrarietà. Sto travagliando al restante e o sarò impiegato, o stamperò il mio libro e farò arossire di non avermi impiegato. Così sono deciso.
La vita che meno è tutta allo studio. Rimasto solo in casa col mio caro Alessandro, che ha una passionata voglia di studiare unita a un ingegno raro, trovo in questo amabile fratello un amico e per la uniformità del genio e per la bontà del cuore e per la vivacità e grazia del suo talento. È difficile il ritrovare una più amena società della sua. Si va formando da me una scelta compagnia di giovani di talento, fra questi vi nominerò un certo Marchese Beccaria figlio di famiglia di 25 anni, di cui la fantasia e l’immaginazione vivacissime unite a uno intenso studio sul cuore umano fanno un uomo di merito singolare. Egli s’è maritato con una giovine figlia d’un Colonello, il Governo l’ha tenuto in arresto per più d’un mese per impedirglielo, non so poi con qual ragione, e dopo cento dicerie infine ha potuto sposarsi ed è stato scacciato da casa con un tenuissimo assegnamento col quale non ha pane. Egli è con questo discreditato a segno che nessuno vuol trattare con lui. È un profondo algebrista, buon poeta, testa fatta per tentare strade nuove, se la inerzia e l’avilimento non lo soffocano. Questi viene ogni giorno da me e studiamo nel silenzio nella stessa camera dopo aver fatte le nostre ciarle. Un giovine Lambertenghi pure che ha molte cognizioni di fisica e geometria viene da noi. Altri ve ne sono amanti d’istruirsi e questa piccola e oscura società di amici collegati dall’amore dello studio, dalla virtù, dalla somiglianza della condizione, e niente stimata nella opinione pubblica, forse un giorno farà parlare di sè e farà onore a quella Patria che ora la motteggia. Il nostro delitto è quello di voler vivere fra di noi e non mischiarci colla vita comune; hanno tanto senso anche i volgari per accorgersi che questo prova che non gli stimiamo, e vorrebbero mostrare di disprezzarci nel mentre che ci odiano e temono. Questa disistima è quella che ci accosta sempre più l’uno all’altro. Frattanto Beccaria ho potuto indurlo a scrivere sulle monete, oggetto che il Governo ha di mira, e vedrete il suo libro che ho trasmesso a Lucca a stampare perchè qui non è stato permesso il farlo; vedrete con quanta chiarezza eloquenza e precisione è capace di scrivere. La ingiustizia pubblica verso di lui, la sua povertà, la bonomia del suo carattere m’interessano colla più viva amicizia per lui e spero che lo potrò ancora di più scuotere e costringere il pubblico a stimarlo e gloriarsene.
In mezzo alle mie disgrazie ministeriali io ho però della fortuna nel mio lavoro. L’azardo mi ha fatto capitare il materiale più adattato per fare la mia seconda parte. Un vecchio ufficiale del censo, stato rimosso dall’ufficio recentemente, si trova possessore di tutte le carte spettanti ai corpi delle Arti e Mestieri e me le affida. Un altro galantuomo mi affida uno spoglio di tutte le robe daziate tanto per entrata quanto per uscita, e questa operazione dello spoglio di due mila e più libri fatto per ordine del S.r Conte Cristiani gli restò inoperosa nelle mani alla di lui morte. Non è mai stato fatto prima d’ora un simile transunto ed avrò di che fare il primo bilancio delle importazioni ed esportazioni che siasi fatto nel paese. Pare che il cielo secondi il mio lavoro e da varie parti ricevo ajuti di libri, manoscritti e quanto pareva impossibile. In casa si sa che lavoro, ma di che e come non si sa, lo stesso fuori di casa. Il dottor Corti è il mio trova roba e quello che mi fa coraggio a progredire. Il solo frutto che sin ora io ho ritratto dalla mia fatica è stato l’elogio che ne ha fatto il mio Conte Carli, che tengo esattamente informato delle cose mie e che mi ha chiesto d’averne una copia, come gliela ho spedita. Forse il mio libro lo manderò a Vienna terminato ch’ei sia; ma non vorrei che la pace si facesse così presto. Ho bisogno che seguitino a battersi i Prussiani con noi sin che il mio libro è terminato e trascritto, allora giungo il primo al momento in cui si pensa a riparare ai danni sofferti. Vedremo se le potenze belligeranti avranno questa cortesia di favorirmi. Vi abbraccio.
XXV. Milano 15 Ottobre 1762
Oh che battaglia! Appena il Marchese Carpani seppe da me che Beccaria scriveva sulle monete ha rapidamente fatto stampare un libretto per prevenirlo giacchè il nostro, dovendosi stampare a Lucca, non potevamo averlo che lentamente. Poi, appena comparve il libro di Beccaria, lo ha attaccato pubblicando tabelle e scritti contro di lui. Io, che ho messo in ballo Beccaria e che l’ho fatto perchè possa farsi conoscere e rischiare d’ottenere qualche impiego, sono entrato anch’io in scena. Alessandro il mio caro fratello ha fatta anch’egli una allegazione in jure contrafacendo uno stile contorto cruschevole e stentato ed infilzando tutto quanto di più bestiale è stato scritto dai curiali sulle monete e con questa mercanzia ha attaccato egli pure Beccaria. S’è voluto così divertire del poco buon senso comune nel nostro paese che propende a favore degli scritti confusi di Carpani contro la luminosa scrittura di Beccaria. Quello che v’è di meglio poi si è che alla testa della scrittura vi ha poste le seguenti lettere «P. P. I. C.», iscrizione che nessuno capiva. Una sera il mio Alessandro sentì un circolo di persone che parlavano di questa sua opericiuola senza saperne l’autore, e in quel circolo v’era l’Abate Parini che, non credendola fatta a bella posta, così diceva che meritava quello sciocco curiale la berlina e che era un vitupero che simili scioperatezze si pubblicassero. Don Nicola Beccaria, uomo caustico e zio dell’autore scacciato di casa, se la godeva e portava in trionfo il P. P. I. C. qualificandolo per un profondo ragionatore che aveva annientato il libriciuolo del suo nipote. Figuratevi come rimase poi, quando seppe che quelle lettere significavano Pascolo per i ec. e che la celia era tutta d’Alessandro amico di suo nipote! Di tutta questa battaglia di monete non se ne può cavare altra conseguenza se non col dire che ancora non v’è nel pubblico di Milano abbastanza lume per avere un giudizio ragionevole; che Carpani vorrebbe avere in monopolio le materie economiche ed è geloso che alcuno osi di parlarne; e che i revisori nostri delle stampe sono decisi a lasciar stampare ogni cosa purchè non abbia il vero senso comune. Vi potrei dire una anecdota accaduta anche a me, al quale hanno ricusato la stampa d’un dialogo senza ombra di motivo.
In fatti ve la voglio raccontare. Eravamo nel fervore del carteggio su queste monete, per rispondere a un nuovo scritto del Marchese Carpani aveva fatto un dialogo, voi mi conoscete ed è inutile il dirvi che puramente trattavasi la questione senza ombra di personalità o di offesa; il dogma poi non ci prescrive nulla, se la proporzione fra l’oro e l’argento debbasi credere come 1 a 15 ovvero come 1 a 14. Parlai col libraro Reicendella noja che doveva subire nello spedirlo a Lucca ed aspettare più d’un mese di averlo stampato, nel quale intervallo sarebbe svanito il fermento e sarebbe poi giunto il dialogo fuori di stagione. «E perchè – mi disse Reicend – non lo fa stampare qui in Milano?» «Perchè – risposi – da sei o sette volte ho avuto delle dispute con questi ignorantissimi e ostinatissimi revisori e non ne voglio saper altro. Una volta fralle altre non mi si volle passare una lettera diretta al S.r Dott. Goldoni, unicamente perchè gli diceva ch’egli aveva cominciato per gradi a ripulire la scena, e che primieramente adoperò le maschere che aveva trovate sul nostro teatro e insinuò nella commedia de’ sentimenti, un intreccio, una azione verosimile, dei caratteri, senza togliere il favorito Arlecchino, il Pantalone ec., che poi, avvezzato il pubblico gradatamente a gustare al pari delle maschere i sentimenti, osò di dare delle commedie senza le solite buffonerie e cominciò felicemente colle due commedie la Pamela e il Moliere. Ora il revisore non mi volle giammai passare nè Pamela nè Moliere, perchè la prima è un romanzo inglese proibito e il secondo è un autore francese che merita da essere proibito. Mi andava dicendo di nominare due altri nomi. Io rispondeva che si può nominare terremuoto, inferno, demonio, e così un libro proibito, che poi non erano i libri proibiti che nominava ma due commedie che si rappresentavano sul nostro Teatro attualmente e per tutta Italia, che si appendeva il gran cartellone coll’avviso Si recita la Pamela e altro giorno Si recita il Moliere, che perfine se avessi nominate due altre commedie avrei detta una sciocca falsità poichè tutti quei che conoscono il Teatro sanno che appunto le prime commedie del Goldoni senza maschera furono il Molieree la Pamela; queste ragioni replicate, duplicate, triplicate non giunsero a far decampare punto sua Riverenza e la mia lettera, stampata poi dal Pitteri in Venezia, fu tranquillamente distribuita in Milano. Questo genuino anecdoto, che fu il quarto che m’è accaduto, non fu l’ultimo, perchè a questo posto vi ripongo che il S.r Secretario Bersani senza nemmeno leggerlo rifiutò lo scritto di Beccaria sulle monete e il Dottor Corti dovette riportarlo a casa impacchettato com’era». Così dissi al Reicend. Questi mi consigliò di fidarmi di lui, che era amico del Padre Reverend.mo Inquisitore, che lasciassi fare, gli dessi il dialogo ec. ed io mi arresi a queste condizioni: prima, che non venisse mai pronunziato il mio nome in conto alcuno; seconda, che o si approvasse o si restituisse sollecitamente giacchè quello era il mio originale. Dopo due, tre, quattro giorni, ne’ quali cercava inutilmente riscontro, finalmente Reicend mi dice che l’Inquisitore voleva sapere chi era l’autore del dialogo. «Rispondete – gli dissi – che l’autore non si vuol palesare, che o l’ammetta, o lo ricusi e restituisca». Dopo due o tre altri giorni sento che non voleva restituire lo scritto se non andava da lui l’autore. Figuratevi se poteva stare a segno! Feci un memoriale a S. Altezza Reale esponendo succintamente il fatto e terminai col ricercare che dal Governo si nominasse chi esaminasse il manoscritto nel quale, se si trovava cosa degna di censura, anticipatamente confessava il mio torto; se poi non si trovava motivo della rappresaglia, implorava la difesa del Governo ed era ben contento di essere lo stromento per svelare una volta quali inciampi e quali violenze dovessero soffrire i giovani che cercavano in questo paese di rendersi colti e farsi conoscere, inciampi e violenze promosse da una giurisdizione che si vantava indipendente e dal Sovrano legittimo e dal Vescovo. Questo memoriale lo mostrai a mio Padre prima di farne uso, e ciò per la dipendenza verso il capo della famiglia non meno che per essere egli un individuo della Inquisizione, solo motivo per cui poteva stimarla. Mio Padre prese l’affare sopra di sè. Trattò. Riebbe il manoscritto e sapete perchè si scusò il frate? Perchè disse che credeva che fosse quel dialogo contro il Marchese Beccaria, e sapendo che il Marchese Beccaria è amico mio, che son figlio di lui che è nel tribunale dell’Inquisizione, non aveva creduto di lasciarlo correre. Vedete i lumi del frate se ha creduto quello che dice, cioè che fosse una scrittura contraria quella che era in difesa! Vedete la imparzialità del giudice che ricusa perchè è contro l’opinione d’un amico del figlio di chi appartiene al suo Tribunale! Vedete perfine la grossolana cabala se tutto questo sutterfugio fu inventato per cavarsi d’imbroglio! Si maravigliano gl’Inglesi e i Francesi che ora l’Italia sia addormentata; ma io mi meraviglio che vi sia ancora l’arte di leggere e scrivere. Da noi non si può sperare stima dal pubblico, non si possono sperare impieghi, non onori, non soldi, non si può nemmeno sperare di comparire in faccia del pubblico colle stampe senza mille amarezze e vessazioni, onde concludo che è uno sforzo della natura che ci ha dato dell’ingegno se qualcuno può avere la costanza di non diramarlo nelle cavillosità del foro o nella teologia sulla corrente degli altri, o non disperderlo nella frivola occupazione della nostra società piena di doveri, di uffici, di formolarj, e, preservandosi illeso contro tanti ostacoli, ardisce di pensare da sè, amare la verità e ricercarla.
Della mia vita che faccio non vi dirò cosa alcuna, perchè sono interamente occupato del mio libro e mi trovo molto avanzato. Prima però di terminare questa lettera voglio scrivervi una mia impresa fatta per ajutare Beccaria la quale mi è felicemente riuscita.
L’ho collocato nella casa paterna e cavato dalla miseria. Eccovi il mio piano di campagna. Egli era in mezzo ai debiti, senza modo di sussistere, con in faccia un avenire tristissimo. Gli uffici furono inutilmente fatti, scritte più lettere di umiliazione al Padre, non v’era più cosa da tentare. La desolazione era al colmo. Io non conosceva nè il Padre nè la Madre del mio amico, unicamente conosceva il Zio, Don Nicola, uomo legulejo caustico e ostinato a non voler riconoscere la nuora. Osservai dai riscontri che s’ebbero che il Padre sopra tutto esclamava, perchè non ardisse mai suo figlio di presentarsi a lui, che assolutamente non lo voleva più vedere. Da questa violenza colla quale gli vietava di comparirgli davanti compresi che ei temeva adunque quell’incontro, che dunque tentandolo v’era della probabilità di riuscire. Il Marchese Padre e la Madre seppi che erano buona gente, mi parve che tutto l’impegno venisse dal Zio e che, un passo dopo l’altro avendo spinto le cose all’eccesso, non avevano coraggio di rientrare in loro stessi. Concepii l’idea d’una sorpresa.
Bisognava cogliere tutta la famiglia radunata. Dunque l’ora del pranzo. Bisognava togliere ogni appiglio che si volgesse in senso d’una violenza quella azione e perciò disposi che andasse disarmato senza spada. Bisognava pensare al personaggio che doveva rappresentare la moglie, e destinai che ella come strascinatavi dal marito fingesse uno svenimento sulla prima sedia che avesse trovata nella stanza dove era la famiglia. Disposi due lettere nelle quali Beccaria dava parte al Ministro Plenipot.° ed al Presidente del Senato della risoluzione che prendeva di gettarsi a’ piedi del Padre, e disposi chi le dovesse contemporaneamente portare nel momento della azione affine di prevenire ogni accidente. Disposi il discorso che Beccaria doveva fare di scusa, umiliazione, e preghiera. I pochi mobili e vestiti disposi di sottrarli dalla casa acciocché non venissero sequestrati per il fitto di essa. Tutto fu condotto col maggiore secreto. Persuasi lui sulla necessità di farlo, lei sulla medesima e sulla convenienza di far sembiante che, essendo chiesta dal marito di fare una passeggiata, trovandosi davanti la casa, lo abbia quasi a forza dovuto seguitare. In somma la impresa è riuscita bene, la sorpresa fece il suo effetto, e la natura soffocò l’arte e con lacrime, abbracci, e cordialità fu accolto e collocato colla moglie nella casa paterna, tratto dalla inquietudine di vivere. Di questo fatto me ne applaudisco, perchè ho potuto far del bene a un giovine di merito.
Voi mi chiederete se nella disputa sulle monete non avesse verun canto debole Beccaria. Sì l’aveva, i suoi calcoli sono tutti appoggiati a dati falsi, perchè ci siamo fidati dell’opera del Conte Carli ed abbiamo supposto che i pesi co’ quali egli esprime il fino d’ogni moneta fossero sempre gli stessi. Egli dice al tom. 2 pag. 341 che lo zecchino della zecca di Genova contiene d’oro puro grani 75.17.6 e che lo zecchino della zecca di Firenze contiene d’oro puro grani 70.21.1 come a pag. 361 e che lo zecchino di Venezia contiene d’oro puro grani 67.12.36/91 come a pag. 303, senza avvisarci che questi grani sono di peso diverso; la conseguenza ne viene che dovrebbe valere più di tutti il Genovese, poi verrà il Fiorentino, e per ultimo il Veneziano.
Così ha ragionato Beccaria. La colpa è di Carli che, facendo quattro tomi in quarto per confrontare il valore delle monete, si è dimenticato di confrontarlo. Non gli so perdonare simile negligenza, per cui la sua opera diventa un vero caos. Ma, se i calcoli non reggono, i ragionamenti e i principj sono inconcussi. Vi abbraccio.
XXVI. Milano 2 Maggio 1763
L’opera è compiuta, il libro è fatto, si sta trascrivendo da un eccellente scrivano, bellissimo carattere, e per supplire a questa spesa mi sono disfatto d’un abito che mi restava di gala. Nessuno sa in casa cosa io lavori o abbia lavorato. Mi sento sollevato dalla enorme fatica, dal dettaglio, dalle idee che mi occupavano la testa, la mia intensione è stata così forte che nemmeno ne’ miei sogni poteva dipartirmi dalle idee che m’avevano interamente occupato. Ora sono liberato, il colpo è fatto e non ci voglio più pensare. È un modo di vivere ansioso quello di essere violentemente impegnato in un’opera di qualche estensione, sempre vi si pensa, vi starebbe bene la tal riflessione, sarebbe meglio il tal ordine, mi son dimenticato di questo, mi occorrerebbe quest’altro, forse esprimerei meglio sotto quest’altro aspetto ec. ec. ec. e sempre sempre con simili cruci nel cuore è un tedio alla fine. Il libro riuscirà un in quarto di più di 300 pagine, ma le materie vi sono fitte assai. Della prima parte ve n’ho dato conto altra volta. La seconda in breve vi dirò che è divisa in cinque capi. Primieramente, esamino dettagliatamente gli articoli della esportazione e della importazione, d’onde riceviamo, dove trasmettiamo le mercanzie e i nostri prodotti, e formo un bilancio. Secondariamente, esamino sotto quai leggi viva la nostra industria, confronto gli originarj antichi statuti colle posteriori leggi venuteci collo spagnuolismo, e in esse scopresi il germe della destruzione e la sapienza delle antiche. Nel terzo capo esamino l’inviluppo della direzione del commercio appoggiata parte al Tribunale di Provisione, parte al Senato, parte a una Giunta, parte a separate deputazioni, per lo che, ciascuna indipendentemente operando, queste potenze si distruggono e non camminano ad un oggetto. Poi passo ad esaminare le massime erronee che si passano per tradizione e si custodiscono come sacri canoni, la facilità di accordar privative, il sistema di leggi vincolanti, proibitive, tassative de’ prezzi a pregiudizio dell’agricoltura e dell’abbondanza. Finalmente, entro a parlare delle Ferme e della influenza che esse hanno avuto ed hanno per distruggere il commercio.
La terza parte scaturisce dalle precedenti. Il rimedio ch’io propongo si è che, scadendo da qui a due anni, cioè alla fine del 1765, la Ferma, si pongano le regalie in amministrazione Regia e il Sovrano faccia per sè i grossi guadagni che sin ora hanno fatto i Fermieri. S’instituisca una Camera di Commercio composta da un Presidente e quattro Consiglieri. Per il primo anno saranno assai occupati col tenere in moto l’azienda. Nel secondo anno, resi pratici, si rivolgeranno a mettere mano alla tariffa e la renderanno più chiara, semplice e adattata ai bisogni dello Stato. Nel terzo anno si rivolgeranno ad esaminare le leggi del commercio, quelle de’ Corpi commerciali, le tasse impostevi e progetteranno le utili riforme e un breve codice commerciale per impedire le liti e accorciarle quanto è possibile. Nel quarto anno potranno a vicenda e regolare le entrate e presedere al commercio, dirigendo acciocchè tutto stia in ordine nè il debole sia oppresso dal potente e si distribuiscano soccorsi e ajuti alla industria. In poco, questo è il mio piano. Mi pare che le idee sieno non poetiche, se si ha voglia di far del bene. Il libro anderà a Vienna. Vi abbraccio.
XXVII. Milano 4 Febbr.° 1764
Dopo quasi un anno di silenzio vi do parte che sono il Signor Consigliere. Sì Signore, Consigliere senza soldo, ma con voto decisivo, e ascoltate come va la facenda. Al principio di Giugno dell’anno scorso io trasmisi a Vienna il mio manoscritto con una breve lettera al Signor Conte Kaunitz e questa involta all’Abate Referendario Giusti. Nella lettera al medesimo detti una rapida corsa alle mie cose passate, ai motivi che mi portarono al militare, e che mi ritrassero, alle speranze di lavorare sotto il Ministro Plenipotenziario deluse, finalmente al partito preso da due anni di occuparmi de’ fatti della economia nazionale, di che ne inviava il risultato. Concludeva colle seguenti parole: «Se V. S. Ill.ma trova male innoltrare questo manoscritto, egli resterà nella oscurità in cui l’ho tenuto sin ora; ma quando lo creda degno de’ sguardi di Sua Eccellenza Conte Kaunitz la supplico aggiugnergli il merito d’essere presentato dalla di lei mano unitamente alla lettera che prendo la libertà di annettere. Prego perfine V. S. Ill.ma a considerarmi come un cittadino che ha fatto tutto quello che nelle sue circostanze poteva per rendersi utile al Reale Servigio e che desidera vivamente la gloria di essere impiegato, risolutissimo di non brigarla mai nè d’impetrarla per altre strade che per quella d’una nobile ed illibata virtù ec.».
Contai allora di aver posto un bastimento in mare, e, dissipandomi dalle troppo uniformi e serie idee che assiduamente mi avevano oppresso col loro peso nello spazio di ventiquattro mesi, aspettai con una sorta d’indiferenza il mio destino, certo almeno di me stesso, d’aver interposti tutti i mezzi che convenivano per ottenere un impiego. Cominciò ad essere un preludio favorevole la risposta che mi fece il S.r Con. Kaunitz agli otto di Settembre, avvisandomi della ricevuta della mia lettera, del manoscritto, ringraziandomi perchè l’avessi a lui presentato, ed applaudendo alla applicazione e ottima scelta de’ miei studj, prometteva di voler far esaminare la mia opera e che in vista della opinione che aveva di me previamente già credeva che ec.; concludeva aprendo speranza di adoperarmi. Fatto fu che sino alla sera del 31 Gennaro p. p. io non seppi cosa alcuna. Ebbi avviso per quella sera di trovarmi all’anticamera del Ministro Plenipotenziario. Fui inquieto tutta la giornata perchè due buffoni almanacchi fatti da me per quest’anno riempievano la città di dicerie e quasi mi teneva di certo una rimbrottata per questo soggetto; ma fu tanto più grata la sorpresa, sentendomi annunziare che Sua Maestà mi ha dichiarato Consigliere di una nuova Giunta, eretta affine di rettificare le leggi della Ferma. Ora ho letto il Dispaccio del 23 Genn.° p. p. e ve ne darò in succinto l’idea.
Scade l’attuale Ferma colla fine dell’anno venturo e così al principio del 1766 Sua Maestà vuole che si cominci una Ferma novennale di cui essa sarà socia per la terza parte. Sarà diretta la società da sei Rappresentanti e due di regia nomina. Vuole Sua Maestà che sieno ridotte a maggiore dolcezza e soglievo e soddisfazione del paese le leggi della Finanza, rifusa la tariffa, protette le arti e manifatture, sollevato il commercio ec. A fine di occuparsi di questa riforma instituisce la Giunta del Presidente del Magistrato, due Questori, due Consiglieri eletti di nuovo, cioè io e il March. Mantegazza, un Fiscale, un Fermiere e un Negoziante. Mi pare in prospettiva che i due nuovi Consiglieri sieno destinati a farla da Rappresentanti nella Ferma.
Per la mia destinazione ne sono contentissimo; ma non spero niente di bene per il pubblico da questo partito. Si comincia a fare per metà quanto ho progettato. In vece d’una Regia, si vuole una Ferma mista. In vece di far precedere la locale sperienza che s’acquista colla amministrazione alla riforma delle leggi e tariffe, se ne affida la rifusione a un ceto di dottori e d’altri non prevenuti dai lumi o interessati a conservare il caos; o non si farà cosa alcuna, o si farà un pasticcio, sia detto colla nostra libertà. I benefici a un paese 442 vi vuole molta arte per saperli fare e molta scelta nel metodo e nel tempo per farli riuscire. L’amor proprio de’ Ministri li porta a metter mano ai progetti, a rassettarli, dislocarli, accomodarli secondo le loro idee, e se ne formano poi degli esseri chimerici, si conservano le lettere d’un nome e se ne forma uno storpiato anagramma per fare qualche cosa del proprio. Vi darò nuova di quanto potrà interessarmi. Vi abbraccio.
XXVIII. Milano 15 Maggio 1764
Cominciam bene davvero. Vi ho scritto nella mia precedente che la Corte fra le altre cose ha comandato che si rifonda la Tariffa e sia accomodata ai bisogni della industria nazionale. Si propose quest’oggetto nella Giunta e un Ministro fece vedere che, ammeno che d’avere uno stato delle importazioni ed esportazioni, non si può cautamente metter mano a quest’opera. La evidenza di questa verità fu sentita da ciascuno onde (poiché questo stralcio costerebbe più d’un anno di lavoro, trattandosi di trascrivere in classi quanto confusamente e col solo seguito del caso de’ daziati trovasi sopra più di due mila volumi di bollette) si metteva da parte il pensiero d’ogni riforma su quest’articolo con gran contento della compagnia de’ Fermieri. Avrei creduto di mancare ai miei sentimenti, se avessi dissimulato di possedere io questo stralcio e d’essere disposto a comunicarlo. Così feci e il Presidente mi pregò istantemente di comunicarlo.
Come io avessi questo bilancio ve lo dirò. In mezzo al mistero e alle tenebre potei ottenere tutte le carte dello spoglio fatto sopra i daziati del 1752. Quest’operazione fu intrappresa per ordine del S.r Con. Cristiani, rimase imperfetta per la di lui morte, restò presso un galantuomo che mi confidò le carte ed io con una fatica lunga e ostinata vi ho data la ultima disposizione e fatti i calcoli. Questo bilancio è il primo capitolo della seconda parte del mio libro mandato a Vienna; e anche per ciò mi sono creduto in dovere di non dissimulare.
Se avessi dato alla Giunta un solo esemplare di questo scritto facilmente si metteva in silenzio nel fascio delle scritture. Bisognava darne una copia a ciascuno degli otto componenti la Giunta. Rivedere otto volte tanti conteggi era una fatica inutile. Gli scritti per i Tribunali e le Giunte si stampano, così feci, consegnai all’Agnelli il mio manoscritto, ne feci stampare cinquanta copie in numero.
Risulta da quel bilancio che il credito di quell’anno 1752 era di lire tredici milioni circa più una incognita, e questa partita incognita sono i frutti de’ beni posseduti dai Milanesi ne’ Stati Sardi, partita che ho accennata ma non potuta calcolare per mancanza di mezzi. Il debito di quell’anno risulta in ventidue milioni circa, più un’altra incognita che è l’uscita del denaro per la cassa militare, oggetto pure sul quale mi mancavano i dati. Terminava dunque così
«Dovrebbe x = 9751069.13.2 + y»
Vi trascriverò la chiusa di questo mio bilancio; eccovela:
«A questo termine mi ha condotto l’imparziale ragionamento su i fatti del nostro commercio che ho fatto stampare bensì ma non pubblicare, e ciò unicamente per poterne rivedere otto esemplari con una sola occhiata, sebbene questa ancora siasi dovuta dare di fretta. Se la fatica mia mi ha condotto alla verità, con piacere la comunico, essendo essa il dono più pregevole e puro che possa presentarsi ai Direttori delle pubbliche cose; se la fatica mia non mi ha fatto andar dritto alla verità, essa servirà almeno di occasione di disterrarla e produrla ed io conterò fra i momenti felici quello in cui potrò risanarmi da un errore.
Milano 2 Marzo 1764»
L’oggetto era nuovo affatto perchè non vi fu prima che uno scritto ipotetico del March. Carpani che nel 1754 sosteneva senza prove che il nostro commercio attivo ascende a quaranta nove milioni e il passivo a quaranta milioni. Io analizava i prodotti interni seta, grani, lino, cacio, manifatture; analizava capo per capo le merci estere indicando d’onde ne riceviamo principalmente ogni classe e appoggiando ai daziati fattine nel 1752 ne calcolava il valore. Era oggetto importante, reso anche necessario per non arenare il tutto. Era parte d’un libro approvato dalla Corte, era annunziato con modestia, non pubblicato perchè otto soli esemplari ne distribuii, scrivendo in fronte di ciascuno di questi otto il nome del Ministro della Giunta a cui lo affidava. Poi, avendomene richiesti altri esemplari il Presidente, pregandomi a farli stampare se la stampa non era rotta, glieli diedi e, avendone egli distribuiti a de’ suoi amici, feci io lo stesso del restante a miei, cosicché in tutto 50 copie ne furono visibili… Ma perchè direte voi tutto questo minuto proemio? Che importanza e a qual proposito a una cosa tanto naturale? Eccovene la risposta al quesito nella lettera che fedelmente vi trascrivo:
«Ill.mo Sig.re. Mi ha cagionato molta sorpresa l’intendere che Vostra Signoria Illustrissima senza partecipazione e permesso del Governo abbia dato alle stampe anche in paese forestiere (cioè in Milano dal Signor Antonio Agnelli) un supposto Bilancio del commercio di codesto Stato di Sua Maestà, e più sorpresa mi ha fatto il vederlo compilato senza le necessarie cognizioni e i fondamenti che necessariamente richiedonsi ad accertare una tal opera. Sarebbe stato riparabile in tutti un passo così poco considerato; ma rendesi molto più degno di osservazione in Vostra Signoria Illustrissima la quale, appena ammessa all’onore di servire Sua Maestà, ha dato un saggio che non può se non compatirsi come effetto di leggerezza giovanile. Concorrono in questa sua risoluzione tutt’i caratteri che la qualificano impropria e inoportuna, sì perchè non era Ella autorizata a riconoscere i fonti onde poter equilibrare la forza e la debolezza dello Stato, sì perchè ha dato Ella fuori un calcolo che discredita il Paese e per conseguenza fa poco onore a Sua Maestà, al di cui servigio potrebbero derivare delle molto perniciose conseguenze. L’operare a capriccio e con indipendenza da quelli che sostengono la Rappresentanza Sovrana non è la strada che deve battere chi s’inizia al Ministero. Molto meno poi quando si tratta di comparire al Pubblico, il che non deve farsi senza prevenzione ed approvazione della Corte. L’amor proprio deve sottomettersi ed essere subordinato ai doveri del Ministero; e chi non intende o non sa conformarsi a questa massima non merita d’essere Ministro. Io voglio dar tempo a Vostra Signoria Illustrissima di meditare sopra queste riflessioni e, quando si senta virtù e coraggio bastante per adattarvisi, procurerò di scusare e coprire il suo trascorso. Se poi le sembrassero troppo rigide e troppo difficili ad eseguirsi in tal caso mi resterà il piacere d’aver conosciuto in lei un giovane Cavaliere che ha dei lumi naturali ed acquisiti e che avrebbe della disposizione per maturarsi; ma che gli manca il principale requisito, che è quello della docilità e della moderazione.
Sono con distinto rispetto
di V. S. Ill.ma
Divotissimo ed Obbligatissimo Servitore Kaunitz Rittberg.
Vienna 19 Aprile 1764»
Il fatto non dà luogo a riflessioni. Uno speculativo potrebbe credere che gl’Impresari vedendo con ciò aperta la strada a una riforma avessero indotto uno de’ Secretarj del Ministro Plenipotenziario a dipingermi a guazzo in una lettera che il Ministro sottoscrisse. Io vi dirò che da ogni parte mi sono veduta piovere adosso l’ira de’ Fermieri. Il Baretti nella sua «Frusta letteraria» mi ha terribilmente confutato col dire libricciatolo, politicuzzo, e cose simili, provanti come vedete. Si fece serpeggiare una poverissima tessitura di sciapitaggini manoscritte che si intitolò: Confutazione del Bilancio ec. Comparve in scena il Marchese Carpani con altro scritto intitolato Saggio sopra il Bilancio dello Stato di Milano e sostiene che i libri de’ daziati sono inutili per fare un bilancio ma che si deve farlo a priori. Comparvero sonetti che dicono che da Voltaire e da Hume ho cavato il bilancio. Compare un Senatore ed è Muttoni che stampa in Cosmopoli al 19 Marzo 1764 e dice che per avere commercio bisogna avere popolazione, e siccome io non sono tanto vigoroso da popolare tutto lo Stato così nemmeno posso suggerire cosa che convenga al commercio, al qual commercio niente ha che fare la Tariffa delle gabelle; e così se la va nobilmente ragionando.
Ma almeno (direte voi) il paese vi farà giustizia, la rabbia stessa de’ Fermieri farà conoscere che avete difeso la Patria; essi sono tanto detestati che un loro aversario debb’essere il ben venuto. Voi sostenete che il paese perde e con ciò stimolate a soccorrerlo, allontanate dall’accrescere aggravj, tutto ciò i vostri Patrioti lo sentiranno. Avete portata la luce in questo bujo, avete comunicati dei fatti interessanti con modestia, senza offendere alcuno, sarete ricompensato dal partito pubblico. No amico. Sono isolato e il pubblico è ancora troppo cieco per rendermi ragione. Sento tutta la ingiustizia che mi si fa, ma il mio temperamento è di ricevere lena dagli ostacoli. Il camminare al bene coll’aura seconda è men glorioso che il camminarvi fermo e costante attraverso le tempeste. Se avessi un rimorso non sarei così. La mia vita, le mie azioni, i miei pensieri sono limpidi e puri. Camminiamo avanti. Saranno quindici giorni dacchè mi è stata data la commissione di fare uno spoglio de’ libri della Daziaria. Ho in mia casa i libri del 1762, ho scrittori e computisti che travagliano, la direzione la do io. A buon conto la Corte ha riconosciuto: primieramente, che il bilancio si deve cavare dai libri; secondariamente, che è utile l’averlo; in terzo luogo, che io sono capace di organizarlo e diriggerlo. Conclusione: ho impiegato più mesi a fare de’ conti, ho spesi quattro zecchini per la stampa e diciotto soldi per pagare l’onorevolissima lettera descrittavi, servo senza soldo, sono un poverissimo figlio di famiglia, vedete il bel negozio che ho fatto! Vi abbraccio.
XXIX. Milano 28 Maggio 1764
Il Questor Pellegrini s’è impadronito della Tariffa: ha in sua casa scrittori, gabellieri ec. ed ha posto mano al lavoro. Credereste? Quel disgraziato e maladetto mio bilancio è il solo filo che tengono davanti gli occhi per regolarsi! Io ho proposto di rifondere la tariffa in un modo più semplice. Tuttora conservasi lo scisma fralle cinque Provincie che compongono lo Stato, quale era allorquando ogni città si reggeva indipendentemente da sè. La circolazione è intercetta dai dazi e una merce paga il transito di ciascuna Provincia che attraversa e l’entrata in quella in cui entra, per lo che niente è più disuguale quanto questo tributo. Il Cremonese paga pochissimo tributo sulle merci che riceve dal Bresciano, Ferrarese ec. e moltissimo su di quelle che riceve dagli Svizzeri o da Genova. Dite l’opposto del Comasco. Si è paregiato il tributo sulle terre col nuovo censo, facciamo altrettanto sulle gabelle, e siavi una facile percezione di uniforme dazio per ogni merce all’entrare nello Stato o all’uscirne, e si liberi la interna comunicazione. Diventi lo Stato una sola società. Questo è il mio piano; l’ho scritto; si è detto che la massima è buona, ma che non è il caso. Amen amen.
Il Conte Carli ha rianimata la sua amicizia per me. Sinceramente vi dirò che l’errore preso da Beccaria m’aveva diminuito alquanto la stima per Carli; il vederlo ora tanto assiduo, dacchè sono fatto Consigliere e si può prevedere una futura rivoluzione di cose, mi fa anche specie. Singolarmente me ne ha fatto una lettera da lui scritta al Padre Demetrio, Trinitario scalzo, in cui gli dice di animarmi a proccurargli una nicchia e ricordarmi che sarebbe una azione degna di me l’imitare il Consigliere Piombanti, il quale, essendo stato prescelto dal S.r Conte Pallavicini per Presidente alla Giunta del Censo per amicizia col S.r Pompeo Neri, lo determinò a dare la presidenza a Neri e si contentò d’essere Consigliere sotto d’un amico. Questi fatti sono gloriosi per chi li fa e indiscreti per chi gli indica. Sia però ciò detto in confidenza. Carli ha nelle mani il mio manoscritto storico, gli ho scritto chiaramente che qui a Milano come non v’era nulla da sperare per me, nemmeno per lui ve ne sarà, e che si rivolga a Vienna dove credo che sarà ascoltato.
Alcune leggi, ossia Gride, sono già fatte; ma a dir vero non sono migliori delle passate nè per la ragionevolezza nè per la beneficenza. Si vuol fare un pasticcio; i Fermieri hanno un potere terribile e alla Corte e presso il Governo. Il Conte Aresi, Vicario di Provisione, ha ricevuta una strappazzata da Vienna anche più forte della mia perchè la Congregazione dello Stato ha stampata la sua supplica presentata al Governo sul proposito della riforma delle leggi di Finanza. Questo è poco: il Fermiere ha sparse le copie di questa lettera che naturalmente il Vicario non ha mostrata a nessuno. Vedete che bella speranza di riforma! Io mi occupo del mio bilancio e lascio poi che questo caos di roba vada come può andare. Aspettiamo tempi migliori. Vi abbraccio.
XXX. Milano 1 Novembre 1765
Dispacci terribili si fulminano da Vienna contro il Senato. Uno del 3 Giugno p. p., in cui Sua Maestà dichiarasi d’essere sorpresa che il Senato abbia avuto la contemplazione di permettere ai Monaci Cisterciensi la fabbrica del nuovo monastero presso S. Celso, la quale senza il sovrano beneplacito non si poteva accordare, deroga per ciò ed annulla quanto ha fatto il Senato. L’altro è del 16 Agosto p. p., rapporto alla successione dei Conti Bolannos alla eredità d’un loro agnato, pieno di amaro disprezzo e che risguarda come una greggia di legulei tutto il nostro, un tempo rispettatissimo, Senato. Vedo che la toga decade. Io sono il primo Milanese che senza essere dottore comincia ad avere un voto decisivo, e spero che avrò poi anche un soldo e impiego fisso. Molte cose ho da scrivervi, ho taciuto tanti mesi perchè non aveva materiale nteressante, ora mi sfogherò. Comincio dalle cose della nostra Giunta. Il pasticcio è fatto, i Capitoli, le Gride, la tariffa, tutta roba cucita insieme coll’afflato del Fermiere, tutta roba già approvata dalla Corte. Era men male lasciare queste Gride com’erano, il Fermiere sapeva calcolarvi la sua rendita e il popolo vi era accostumato. Basta, la cosa è fatta, ne vedremo l’effetto.
Il mio bilancio è finito. È costato alla Camera appunto, tutto compreso, diecisette mila e una lira e soldi dieci. Risulta l’attivo di quindici milioni, passivo circa diecisette milioni. Resta passivo di £ 1593453.9.2, vedete. Tale è lo spoglio de’ libri del 1762. Troverete ora voi chimerico che nel 1752 in vece l’attivo riuscisse a tredici milioni e il passivo a ventidue milioni come nel mio stampato bilancio? Da una annata all’altra niente v’è di più naturale di questo divario.
Questo secondo bilancio è tutto stralciato a bolletta per bolletta con esatti richiami, cosicché ogni partita si giustifica ne’ suoi elementi, ed ogni elemento si trova dove si è collocato, onde ad ogni richiesta si dimostra niente esservi di arbitrariamente asserito, nè di arbitrariamente omesso. La operazione sarebbe nojosa a descriversi e la intendereste al momento veggendola. Tutte le mercanzie sono stimate dopo replicate diligenze praticate presso le persone perite. Si dimostra ad evidenza il grossolano errore di chi ha giganteggiato il nostro commercio de’ grani per ingrossare la parte lucrativa del nostro commercio. Tutto questo l’ho spedito a Vienna in tre volumi che mi sono costati fatica, ma anche m’hanno proccurata la soddisfazione vedendo l’opera riuscir bene. Vi è finalmente, dopo un secolo di tenebroso mistero, vi è un dizionnario in cui di qualunque capo di roba si vede precisamente quanto in un anno ne sia entrato e quanto ne sia uscito.
Sta sul capo imminente qualche grande mutazione. Il mio libro sin ora non ha prodotti che degli anagrammi di sistema, cioè si pigliano tutti gli oggetti da prendersi e poi s’inverte l’ordine e si formano dei pasticci. Il Conte Carli ha battuta la strada d’indirizzarsi a Vienna. Ivi il S.r Montagnini, di lui amico, ha aperto l’adito al discorso. L’abate Giusti Referendario ne ha impressa una idea vantaggiosa sino dal tempo in cui lo conobbe a Milano. Carli ha trasmesso a Vienna un piano d’un nuovo Tribunale di Commercio, ma questo piano è una vera poesia degna della Repubblica del divino Platone.
Si tratta di distribuire premj, dare nastri, condecorazioni ai tessitori migliori ec. Si tratta di togliere gl’inciampi delle mal collocate gabelle, di impedire che i causidici non divorino i corpi mercantili con eterne liti, di stabilire una forma spiccia e non dispendiosa de’ giudizi mercantili, di punire la mala fede de’ fallimenti dolosi, di togliere i pregiudizj che si oppongono allo sviluppamento dell’industria, diramare nella educazione de’ giovani i semi delle benefiche verità; tutto questo è da fare e sempre ricordandoci che la forza e ricchezza primordiale e fisica d’un paese fecondissimo e mediterraneo è collocata nella agricoltura, per lo che le manifatture per noi debbon essere un oggetto secondario e sempre da posporre alla coltura delle terre; siam ben lontani da pensare al lusso delle condecorazioni, medaglie e nastri! Io credo che l’accorto Montagnini non abbia voluto presentare uno scritto così leggiero e gli abbia consigliato di fare un piano adattato alla provincia, dettagliato e che ragionasse di più. Carli aveva i miei scritti, ma in essi non v’era tutto, nè su di essi aveva egli lavorato quanto bisognava per impossessarsene. Prese egli dunque l’occasione di porre suo figlio alla fine dell’anno scorso 1764 nel Collegio di Parma e quindi si postò a Piacenza dove con replicate istanze mi chiamò a Orio. Ivi svelò l’apertura già fatta a Vienna, le speranze concepite da lui d’essere Presidente d’un nuovo consiglio di commercio, l’incarico che aveva di fare un piano, e il bisogno che aveva di tutta la mia amicizia per dargliene i materiali.
Io tutto gli consegnai de’ miei scritti del bilancio che stava allora lavorando. Fece un abozzo di piano; me lo consegnò, trapellava vanità, leggerezza, si parlava molto di titoli, preferenze ec. Io lo ritoccai, feci molte opposizioni, molto ottenni, ma non tutto, per modo che il piano sarà un piano ma difettoso. L’ha mandato a Vienna, io glielo ho fatto trascrivere. I difetti di questo piano consistono in due punti, il primo a mio parere è che egli vuol accollare al Consiglio di Commercio la briga di giudicare le cause mercantili, l’altro ch’egli e nella sostanza e nella forma comincia a indisporre e inimicarsi tutt’i Tribunali al bel principio; ma su questi due articoli non l’ho potuto far smontare. Ragioniamone d’entrambi.
L’accollare a un ceto destinato alla riforma la briga di giudicare tra Tizio e Sempronio è lo stesso che infaragginare in dettagli nojosi ed insignificanti e affaticare per modo che non rimanga lena di pensare ai tronchi maestri. Mille dispute nasceranno fra Tribunale e Tribunale per cause che si crederanno da una parte mercantili e dall’altra no. Un debitore per esempio verso un mercante da chi si deciderà? Un possessore che vende vino, seta, grano, lino a un traficante da chi sarà deciso? Sono queste cause mercantili? Vedete che spinajo. Io credeva meglio lo ristabilire nell’antico vigore la giurisdizione della Camera de’ Mercanti e il Consiglio invigilasse per l’osservanza delle antiche leggi patrie, pensasse a consultare un codice, a dirigere gli altri oggetti di economia ec.
Ho detto che l’altro difetto del piano è di farsi al primo principio nemici i Tribunali. Così debb’essere. Distacca dal Senato anche tutte le cause incoate, distacca dal Vicario di Provisione parimenti ogni ingerenza sulle università; dal Magistrato distacca il censo, in somma tutti vengono a perdere e questo si fa anche nella maniera la più dura e con termini di minacciare la disgrazia di Sua Maestà al Senato, se mai replicasse contro ec. Questo vi darà un saggio della maniera di pensare del Conte Carli; in verità mi trovo assai imbarazzato d’essere legato seco da più anni, andiamo ad affrontare la detestazione pubblica e sa il cielo con quale profitto.
Prima di chiudere vi soddisferò sul proposito del libro dei Delitti e delle Pene. Il libro è del March. Beccaria. L’argomento glielo ho dato io, e la maggior parte de’ pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro, Lambertenghi e me. Nella nostra società la sera la passiamo nella stanza medesima ciascuno travagliando. Alessandro ha per le mani la Storia d’Italia, io i miei lavori economici politici, altri legge, Beccaria si annojava e annojava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo, conoscendo che per un uomo eloquente e di immagini vivacissime era adattato appunto. Ma egli nulla sapeva de’ nostri metodi criminali. Alessandro che fu il protettore de’ carcerati gli promise assistenza. Cominciò Beccaria a scrivere su de’ pezzi di carta staccati delle idee, lo secondammo con entusiasmo, lo fomentammo tanto che scrisse una gran folla di idee; il dopo pranzo si andava al passeggio, si parlava degli orrori della giurisprudenza criminale, s’entrava in disputa, in questione, e la sera egli scriveva; ma è tanto laborioso per lui lo scrivere e gli costa tale sforzo che dopo un’ora cade e non può reggere. Ammassato che ebbe il materiale, io lo scrissi e si diede un ordine, e si formò un libro. Il punto stava, in una materia tanto irritabile, il pubblicare quest’opera senza guai. La trasmisi a Livorno al S.r Aubert che aveva stampate le mie Meditazioni sulla felicità. Il manoscritto lo spedii in Aprile l’anno scorso e da me se ne ricevette il primo esemplare in Luglio 1764. In Agosto era già spacciata tutta la prima edizione senza che in Milano se ne avesse notizia e questo era quello ch’io cercava. Tre mesi dopo solamente, il libro fu conosciuto in Milano, e dopo gli applausi della Toscana e d’Italia nessuno osò dirne male. Eccovi soddisfatto. Vi abbraccio e sono.
XXXI. Milano 15 Dicembre 1765
Dieci mila lire di soldo, Consigliere solo delegato all’amministrazione del terzo di Sua Maestà nella Ferma, membro annesso al futuro Supremo Consiglio Commerciale: ecco il destino del vostro amico. Lo manifesta il dispaccio 1 Novembre. Mi figuro che Greppi non ne avrà piacere dopo la mortificazione che mi ha proccurata. La Ferma sarà composta di tre rappresentanti: io, Greppi, e Venino. L’affitto è per nove anni. Senz’altra dipendenza noi tre siamo gli arbitri. Una Compagnia d’Ignazio Pino e compagni ha offerto l’accrescimento della vigesima parte del fitto che si sono obbligati a corrispondere i Fermieri attuali. Si tratta di 250 mila lire annue, ossia di dieci mila annue doppie e la Corte le ricusa, quantunque per le leggi di Milano l’accrescimento della vigesima quando il fitto passi il milione sia valevole a rimettere all’asta un appalto fiscale, proposto che sia prima che spirino 40 giorni dopo la deliberazione. Vedete se Greppi è ben appoggiato alla Corte! La mia condizione è bella da un lato, ma è assai scabrosa dall’altro. Balzare a un soldo considerevole in tal guisa da noi non ha esempio, ottenere di primo slancio la firma e la facoltà libera di disporre della porzione della Sovrana da me solo è una prova d’insigne confidenza ai primi passi che faccio nella carriera; ma trovarmi riposto esecutore di queste nuove Gride, che il Sovrano ha solennemente ordinate da rifondere per la tranquillità del Suo popolo e la briga ha per lo contrario fatte organizzare per sempre più stringerlo, trovarmi una nuova Tariffa imbrogliatissima che in molti capi essenziali ha accresciuto il tributo, trovarmi socio e coll’obbligo di vestire uno spirito sociale co’ Fermieri, tutto questo mi pone alla berlina in faccia al mio paese. Se io non mi lego co’ Fermieri o faccio loro contrasto, niente più facile che essi collo sborso di una somma si redimano dalla interessenza del terzo Regio e mi piantino, se avessi già dei servigi e un credito, sarebbe migliore la mia condizione, ma debbo farmelo: se mi collego co’ Fermieri, divento l’obbrobrio del pubblico e oltre il dispiacere di essere ucello di mal augurio per la mia Patria considero anche che, quando s’è generalmente odiato il Sovrano, poi fa la sua pace col popolo sacrificando il flagello che lo ha percosso. Il S.r Principe di Kauniz in una sua lettera del 28 scorso Novembre mi scrive così: «Ella è assai spregiudicata per intendere che inchinandosi questa Gran Principessa ad una perfetta società co’ suoi Fermieri chi ha l’onore di sostenerne la Regia Rappresentanza dee farsi pregio di non solo astenersi da tutto ciò che possa contaminarla e corromperla, ma di condursi con un vero spirito sociale che ne alimenti la più perfetta armonia». Capite, amico, le conseguenze di un tale linguaggio! Il caso mio è imbarazzante; ma i viaggi facili ogni uomo comune gl’intrapprende, la difficoltà è appunto quella che ricerca l’uomo che ha l’ambizione di non essere del volgo. Sommo disinteresse, illibatezza somma, queste sono qualità che non mi costeranno e che sicuramente manterrò. Converrà celare l’attività e lasciarsi condurre dalla corrente, essere facile, in apparenza distratto dagli affari e di buona fede. In fatti radunare le notizie e impratichirsi del vero nerbo del negozio senza che se ne avvedano. I Fermieri sono e debbon essere miei nemici, sono più forti e mi opprimeranno se mi temono sul bel principio. La carriera è spinosa, la virtù non la tradirò mai, ma vivrò coi lupi e converrà saper dissimulare. Greppi è uomo col quale vivendo imparerò, non conosco uomo più accorto di lui e che meglio lo nasconda. Vi abbraccio e sono.
XXXII. Milano 2 Agosto 1767
Fra i Fermieri e me la cosa va benissimo. Essi non oltrepassano mai i dritti portati nelle Gride e Tariffa, hanno ben ragione di non oltrepassarli perchè vi hanno un campo assai vasto. La massima del Fermiere è di ottenere leggi feroci e, decampando poi anche alla metà delle pene, spogliano il popolo e vantano la propria moderazione. Sin che essi stanno ne’ limiti, io sono autorizato a secondarli e così faccio e viviamo cordialmente a quanto si vede. Il pubblico e la stessa Congregazione di Stato ha fatte delle formali rimostranze su i nuovi aggravi, imposti nel tempo che Sua Maestà ordinava soglievo; i negozianti strillano, il paese dispettato ha cessato per più settimane di prendere tabacco, si sono vedute affisse delle pasquinate minaccianti, si fanno correre delle guardie notturne per timore di tumulto, i Fermieri temono e fanno vista di non temere, tutto è in combustione come era facile il prevedere, ma tutto si va calmando.
I Fermieri hanno decampato da alcune pretese che però erano appoggiate alle nuove leggi, si riprende il tabacco, si grida e si paga e si va avanti. Di me non se ne parla niente bene, io però vedo che presto o tardi se ne parlerà bene, questo senso di dolore universale nel popolo è noto alla Corte, si dice che l’Imperatore se ne interessi, vi sono a Vienna due emissarj che valgon poco ma gridano, e sono un Seravalle ed un Redaelli, gente da nulla, forse nascerà una crisi favorevole al paese e si cesserà di affittare le finanze. Voi vedete che questo debb’essere il mio scopo.
Parliamo ora del Supremo Reale Consiglio di pubblica economia: niente meno vi vuole per nominare il nuovo Dicastero. Quand’anche la pianta di esso fosse stata fatta da Solone, i Ministri che si sono scelti per eseguire la riforma sono capaci da screditarla, ora figuratevi sopra un piano vizioso che bella figura si fa! Carli è piombato dall’Austria Presidente, non era una settimana che trovavasi a Milano che s’era fatti inimici i Consiglieri, con maniere aspre, altere, pedantesche ha ributtati tutti! I tre questori Pellegrini, Montani e Schreck detestano il Consiglio e il Presidente. Pecis ha comune questo sentimento co’ tre nominati. Il Consiglio è una unione di scarti ai quali si voleva dare una sussistenza. Damiani commissario de’ Fermieri per la lotteria di Germania è Consigliere, è pure Consigliere il genovese Villavecchia proscritto dalla sua Patria, in somma questa unione d’uomini senza nome, senza nascita, senza attaccamento al capo o al corpo, senza concetto nel paese, senza pratica di Tribunali è una vera Babilonia. Io mi sono piegato a intervenire alle sessioni per amicizia e compassione verso il Presidente, ma egli mi ha così mal corrisposto che mi sono sottratto a questo Consiglio. La testa a quest’uomo è girata, non conosce più amici, non si ricorda più del passato, tratta tutti come un pedante nizzardo duro e arrabbiato tratta i discepoli. Sin ora non ha fatto che perdere, il Senato ha con un nuovo dispaccio riavute le cause incoate, poi le cause commerciali nelle quali entri articolo di ragione le ha riacquistate, in somma, amico, il Consiglio è una buffoneria che malgrado i titoli e il fasto del Presidente fa ridere e sarebbe anco odiata se si potesse stimarla. Io mi sono dispensato adunque dalle sessioni di questo bel Consiglio e mi occupo della Ferma.
La Corte fa istanze premurose per avere un bilancio d’aprossimazione della Ferma della scorsa annata. Il Presidente s’è creduto autorizato di venire alla Ferma, dare gli ordini ai ragionati per la compilazione di questo bilancio, indicarne il metodo senza dirmene una sola parola. Io l’ho lasciato fare. Hanno formati tanti separati bilanci quante regalie, sale, tabacco, polvere ec., in questa confusione non si può capire cosa sia il negozio. Io ho lasciato che il mio S.r Presidente trasmettesse pulitamente a Vienna questa roba confusa e nello stesso ordinario ho spedito al S.r Principe di Kaunitz l’istessa mercanzia tutta schiarita e posta in ordine sopra un solo foglio di carta senza darmi inteso di quanto da altra parte gli doveva venire.
Questa fatica l’ho fatta solo senza saputa di alcuno; è piaciuta ed è stato preferito il mio metodo sul quale poi si debbono fare i bilanci per l’avenire. Ho su tal proposito due risposte assai graziose del Signor Principe di Kaunitz del 14 Maggio e 29 Giugno e 30 Luglio p. p. Quel Presidente ha piantato pure un bilancio delle importazioni ed esportazioni, tutto sconnesso e senza prove, unicamente per cercare di fare scomparire il mio. Io non ho cercato se non di giustificare in ogni classe di mercanzie e derrate quanto ne sia entrato e quanto uscito in una annata e calcolarne il valore. Egli vorrebbe fare un bilancio fra il Milanese e la Francia, un altro fra il Milanese e la Germania, un terzo fra il Milanese e Venezia ec. e, così va dicendo, ne vorrebbe fare venti e più bilanci, quasi che dai libri de’ daziati si comprendesse la esatta patria delle merci; quasi che tutte si ricevessero da prima mano, e quasi che le nostre sete, formaggi, lino ec. usciti che sieno dallo Stato si potesse sapere in qual parte del mondo si trattengono. Questa idea, che ha un falso brillante, porta di necessità di omettere la giustificazione del conteggio ed ei sacrifica l’essenziale a questo enfatico essere. Egli ha fatto di tutto per inchiodarmi al tavolone del Consiglio, gli pesa che io mi occupi della Ferma, in una parola è un mio nemico coperto, m’invidia e mi teme. Sono verità tristi coteste e allontanerebbero dal sentimento consolante dell’amicizia se, a costo d’essere mal corrisposti, un bisogno felice di far del bene non ci obbligasse ad essere inconseguenti. Questa teoria la provo con tutta la energia e la proverò anche a voi, a costo di scrivervi una delle sterminate mie lettere raccontandovi quanto s’è passato fra Beccaria e me.
Beccaria ricevette e dall’Abate Morellet e dal Sig.r D’Alembert delle lettere di lode del suo libro. Morellet ne fece la traduzione francese; mostrogli il desiderio che si aveva dalla società del Barone d’Holbac dove si radunavano gli enciclopedisti di conoscerlo; lo stimolava a venire a fare una corsa a Parigi. I mezzi mancavano; mancava un compagno, perchè Beccaria da sè è inetto. Io parlai al Marchese Beccaria Padre e lo indussi a far un debito di 500 zecchini per questo viaggio. Io sacrificai la compagnia dolcissima di mio fratello Alessandro, e feci un debito e gli diedi il mezzo di accompagnarlo. Si trattava di stare sei mesi fuori d’Italia e vedere prima Parigi poi Londra. Con questa prevenzione presero congedo. Seppi poi che il mio povero Alessandro dovette soffrire quello che pare incredibile nel viaggio. Beccaria inettissimo a tutto, abbandonato a una tristezza che pareva pazzia, sin dal primo giorno cominciò a temere di non rivedere più la moglie e i figli. Non parlava altro che di questa sua fantasia. La notte voleva dormire nella stanza con Alessandro. Si svegliava da sogni da pazzo, gridava ajuto credendo che entrassero per la finestra persone armate. Beveva la sera per assopirsi e cresceva la feroce tristezza. Tutt’i bisogni della fisica copiosamente voleva soddisfarli nella stanza di cui le esalazioni non erano indifferenti a soffrirsi da Alessandro che non suole respirare le proprie. Quando fu in mezzo ai monti della Savoja, le furie d’Oreste lo circondavano, i sassi pelati e sublimi di quelle Alpi nella immaginazione di lui svegliavano orribili fantasmi. A Torino aveva temuto d’essere carcerato per il libro dei Delitti e pene. Nella Savoja voleva ritornarsene indietro, e più volte lo tentò e tutta la infinita compassione del paziente e tolerante Alessandro vi voleva per impedirgli una fanciullagine simile che lo avrebbe screditato e reso ridicolo. Conveniva che cento e cento volte il giorno si sentisse ripetere le stesse cose per calmarlo, e un momento dopo eravamo da capo. Un infelice che viaggia per lasciar la testa sopra un palco sarebbe stato forse più sopportabile di quello che quest’umore aveva reso Beccaria. Infine a forza di dolcezza, di pazienza e di pena si potè condurlo a Parigi. Sin qui non v’è che una pazzia, un male che desta compassione e merita l’assistenza d’un amico. Chi mai avrebbe potuta prevedere simile pusillanimità nel vigoroso autore del libro! Ma sin qui ripeto non v’è che un motivo di compatire ed assistere.
Il male si svela a Parigi. Ivi si trovò accolto con festa e ammirazione da Morellet, d’Holbac, Diderot, D’Alembert, Marmontel, Helvetius ec.: eccolo diventato al momento vano, geloso, insidiosamente accorto per impedire che Alessandro non abbia mai occasione di parlare, gli interrompe sempre i discorsi, invidia ogni sguardo che sia gettato sopra di lui. In casa era un bambolo, ritornava ai piangisteri, esiggeva tutto da Alessandro; fuori di casa era un tiranno che invadeva la conversazione. Alessandro vuol farsi un abito, Beccaria entra in un’amara disputa e non lo permette. Vien lodato Beccaria per la risposta a Facchinei scritta in fine del suo libro, si dice da taluno che era anche più bella del libro istesso; Beccaria non v’ha del suo una sillaba in quella apologia, è lavoro mio e di Alessandro. Alessandro era presente quando a Parigi non si vergognò di rendere le grazie dell’encomio e disse di aver fatta quell’apologia in cinque giorni, e tanti veramente ne abbiamo impiegati noi due fratelli. Partì da Milano al 2 Ottobre 1766 e fu di ritorno il 12 Dicembre, cosicchè in tutto fu assente settanta due giorni. Alessandro passò a Londra e lo lasciò ripiombare a Milano. Giuntovi, non vi saprei esprimere l’aria di uomo sublime che affettava, era un Dio che sentiva l’onore che compartiva a me povero mortale, non una parola che spirasse qualche concetto che vi fosse di me a Parigi, dove pure le mie Meditazioni sulla felicità furono approvate; niente di consolante usciva da quella bocca, ma tutto spirava una primazia insultante e certo non meritata da un amico che ha potuto collocarlo nella casa paterna, liberarlo dalla miseria, stimolarlo a farsi un nome, somministrargliene ogni sorta di mezzi, e al quale deve tutto. Il vantare i benefici è poco generosa cosa, ma il dolore di aver perdute le cure e i sentimenti più vivi e sinceri mi rende degno di scusa. Diminuire la frequenza, prendere un sorriso insultante e un tuono che in altro mi avrebbe fatto ridere in uno che amava mi passava il cuore, ancora non fu il tutto. Tenere delle proposizioni smezzate sul mio carattere, imputarmi i più inverosimili e ingiuriosi fini delle oneste azioni che aveva fatte, spargere delle dicerie non credute ma oltraggianti, rompere affatto interamente ogni amicizia e diventare un inimico, questa fu la serie dei fatti accaduti con lui. Quest’uomo è leggiero, il minimo soffio contrario lo avilisce, la prosperità lo fa impazzire, egli non sa portare da uomo nè la prospera nè l’aversa fortuna. Una immaginazione fortissima è quella che lo governa e nessun altro principio. Il fondo del suo carattere è somma debolezza, somma timidità. Invidioso per conseguenza, geloso del merito altrui, unicamente non ordisce una cabala perchè non ha lo spirito nè del travaglio nè della esecuzione. Sotto un aspetto di noncuranza è impastato di orgoglio e di vanità. Quando scriveva eccitava da buon commediante una ubriacchezza nel suo cuore, un fermento nella sua fantasia, e in questo stato violento scriveva, ma spossato dopo un’ora al più cadeva la penna dall’abattuto autore e ritornava l’uomo al dissotto anche del comune. Il mio cuore è insanguinato nel vedere così finite le mie cure di cinque anni. Se poteva sperare riconoscenza e amicizia, era da quest’uomo che mi ha così ricompensato. Alessandro è stato men corrivo di me, l’ha conosciuto mentre io era nell’entusiasmo per lui, e rispettando il mio errore non l’ha imitato. Sarò io dopo questi esempi buon amico? Di voi sì. Di altri? Anche di altri. Sarò così mal corrisposto? E perchè no? Sarò tradito, ma quest’è il destino degli uomini che han cuore. Tristo colui che non è mai deluso! Vi vuole un’anima gelata per essere sempre cauta; e il sacro fuoco che ci porta alla beneficenza ancora fa più piacere ed è tanto nobile che è ben sofferta la amarezza di trovare degl’ingrati. Vi abbraccio e sono.
XXXIII. Milano 28 Maggio 1768
Dopo l’affare del bilancio e la gentile maniera colla quale fui trattato io, m’era posto il cuore in pace e prefisso di non tenere più corrispondenza di lettere con Vienna. Non mi soviene se allora raccontandovi il fatto vi abbia ancora informato come, mentre fui eletto Consigliere, l’Abate Giusti per mezzo dell’Agente Volpi mi raccomandò di tenere ben informato esso Abate Giusti, il quale moltissimo confidava sopra di me; io lo faceva minutamente, fedelmente, lavorava a far relazioni, trascriverle, spendeva per la posta ec., e all’occasione del bilancio mi venne generosamente scritto che le mie lettere non servivano. Io dunque mi determinai a risparmiare l’incomodo e la spesa. Tanto più ciò conveniva, quanto anche mi premeva di non dare sospetto ai Fermieri Generali i quali massimamente sul principio potevano per liberarsi esibire qualche milione e prendere a loro conto il terzo camerale. Mentre stava nella mia tranquilla inazione, fu chiamato alla Corte il Secretario Corti, mio amico, al quale debbo e le carte dell’Archivio del Senato sulle quali ho potuta compilare la mia storia e gli stimoli a compilarla e l’albergo anche datomi al suo casino di Rovagnate per quasi venti giorni per disporla e ultimarla con tranquillità. Corti dunque fu chiamato a Vienna per riordinare quell’Archivio del Dipartimento d’Italia, e di là mi scrisse ne’ mesi passati, poi mi avvisò che faceva vedere le mie lettere al S.r Cons.re Sperges, che da esso erano sommamente gustate. Sperges è succeduto al defunto Abate Giusti. Poi mi avvisò di scrivere al Cons.re Sperges al quale nemmeno per felicitarlo della sua promozione io aveva voluto scrivere. Così eccomi quasi mio malgrado riaperto un commercio di corrispondenze con quel Dipartimento. Io non so che capitale ne possa fare, so che mi costa assai fatica perchè si tratta di lettere lunghe. L’accoglienza che mi si fa è sedducente. Io ho scritto un piano sulla riforma della legislazione de’ Grani. L’ho scritto per delegazione del Supremo Consiglio. Mi pare d’aver messo sotto un aspetto nuovo e convincente che la libertà di questo commercio è il solo sistema; difficilmente troverò chi m’intenda nel Tribunale, il mio manoscritto è un in quarto di cento quaranta e più pagine. Esamino le leggi attuali, la attuale pratica, la vera indole ed effetti di entrambe, i principj della materia, la opinione de’ più classici autori, poi aggiungo la conseguenza di quanto crederei conveniente il fare, indi concludo con uno specchio del commercio che facciamo de’ nostri grani e della riproduzione annua nella nostra provincia. Questo libro, che mi è costato molta fatica e che difficilmente otterrà il fine perchè i vincoli sono sorgente di autorità e di lucro in chi amministra, e la libertà gioverebbe al pubblico che non ne prevede il giovamento, questo libro, dico io, l’ho fatto trascrivere e accompagnato al S.r Cons.re Sperges, il quale lo ha accolto con entusiasmo. Quattro giorni sono ho ricevuto una di lui lettera in cui si dichiara convinto de’ buoni principj da me esposti sull’annona, mi raccomanda poi di non usare seco riserva alcuna giacchè posso essere certo che non avrò motivo di pentirmi di tale confidenza, mi invita a familiarizarmi cogli oggetti della Finanza e su di essi esercitare il mio zelo, il quale non può a meno di condurmi dove l’interesse del Principe e quello del pubblico chiamano il Ministro e il cittadino. Vedete che non si può meglio animare un galantuomo. Corti mi ha animato a riprendere per le mani la storia della economia del paese, quella che già servì di prima parte al mio libro; le nozioni che ho acquistate in quattro anni di pratica negli affari mi danno certamente materia assai da aggiugnervi, altronde alcune riflessioni allora scritte ora non mi pajono ragionevoli, molte altre ne ho fatte dappoi. La fatica è molta, Corti mi dice che sommamente Sperges la desidera tanto più che della mia opera non si trova più in Vienna l’originale. Forse è in casa di Giusti. Io adunque vi sto lavorando, e sarà questa la quarta opera mia. Prima il grosso libro a cui debbo l’impiego. Seconda il grosso bilancio che è stato il primo in questo paese. Terzo la mia scrittura sopra l’Annona. Quarto le Memorie economiche sullo Stato di Milano le quali verranno dal tempo dei Visconti sino al tempo presente. Sperges pare un uomo zelante del bene, non venale, sensibile al merito, e chi lo conosce ne dice bene. Egli è anche uomo di lettere, ha stampato un libro sulle miniere, ha fatta una carta del Tirolo, e pare che vi sia da far capitale sopra di esso. Io co’ Fermieri me la passo bene, il Governo non fa il minimo caso di me, gli ordini del Governo vanno immediatamente al S.r Greppi e dal Fermiere li sente il Regio Delegato. Il S.r Conte di Firmian m’invita a pranzo e non mi ha mai detto una parola spettante la Ferma. Dal Consiglio me ne sono finalmente liberato. Carli mi voleva tenere inchiodato a quel tavolone dove mi annojava senza poter fare nulla di bene e senza imparar nulla. La sua condotta bastantemente prova ch’egli non mi vede che con invidia e gelosia, vorrebbe allontanarmi dalla Finanza perchè non me ne impratichissi, col mezzo di Corti è venuta una lettera del S.r Principe Kaunitz in cui si ordina ch’io non debba essere nelle sessioni ordinarie del Consiglio, che la Ferma sia la mia primaria occupazione e così ho campo d’imparare e di lavorare al mio nuovo libro. Il pubblico è tranquillo, la Ferma va placidamente e con vento prospero. Vi sarà di utile forse un milione e mezzo all’anno. Questa notizia s’è già scoperta e temo meno che la Corte abbandoni la interessenza.
Ora, rivolgendomi dietro, conosco che i Fermieri hanno fatto un grande errore in politica. Per sostenere alcune minuzie le quali in fine d’anno poco importano, hanno eccitato i pubblici clamori. Essi hanno per tradizione una massima falsa, cioè che la prosperità della Ferma nasce dal timore del pubblico. La massima è falsa, circospezione, riguardo nel pubblico conviene spargerlo, conviene che chiaramente la sovrana protezione si stenda sul Fermiere, ma il timore, l’odio pubblico fanno aprire a miliaja le bocche che esclamano e chi sa che questa universale esclamazione non abbia indisposta la Corte a segno che in avenire più non si appaltino le Ferme! Fu una scena veramente comica quando venne da Vienna la notizia che il Sig.r Principe Kaunitz dimetteva le sue cariche e Giusti era morto. I Fermieri spontaneamente subito corsero dal Governo e decamparono dalle combattute pretese sostenute per più mesi.
La politica del Fermiere consiste nel guadagnare le persone che hanno la massima influenza o con tenerle a parte secretamente degli utili, e con regali immediati, o con mediati, cioè alle belle, ai favoriti ec. Il minuto popolo de’ Ministri è più facile il conquistarlo quando ciascuno speri col Fermiere di farsi un appoggio. Greppi per esempio è in commercio diretto col S.r Principe di Kaunitz, tutte le mattine parla all’invisibile Sig. Conte di Firmian. Dal Duca di Modena va spessissimo. Vi sono dei Senatori, dei alti Ministri creati sotto la di lui sponda. Questo si sa generalmente. Egli fa nella Ferma la parte del signore. La parte dura e fiscale l’abbandona al Sig.r Pietro Venino che pare fatto apposta per dire di no. Ecco il tronco maestro della politica del Fermiere. Avrei da scrivere un volume se entrassi ne’ rami secondarj. Per ora basta. Vi abbraccio e sono.
XXXIV. Milano 20 Novembre 1768
Memorie
[s’interrompe]
Meditazioni sulla felicità
Pietro Verri
MEDITAZIONI SULLA FELICITÀ[a] [1763]
| Testo critico stabilito da Gianni Francioni (Como-Pavia, Ibis, 1996; revisione: Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, I, 2014, pp. 734-762) |
Victrix fortuna sapientia.
Juv. Saty. XIII
L’eccesso de’ desiderj sopra il potere è la misura della infelicità: le operazioni dunque da farsi per accostarci allo stato di un essere felice sono o diminuire i desiderj, o accrescere il potere, o l’uno e l’altro insieme.
La somma de’ desiderj dipende dalla primitiva sensibilità e dall’ordine delle idee, la somma del potere dipende dalle leggi fisiche e dalla volontà degli esseri pensanti.
I desiderj hanno per fine d’evitare i mali e di procurarci i beni: la immaginazione di ogni uomo è sempre disposta ad ingrandire sì gli uni che gli altri; ciò si vede poiché realizandosi essi agiscono sull’uomo con minore efficacia di quello che s’aspettava. Un esame imparziale della natura de’ desiderj nostri tende dunque a formarci un nuovo ordine d’idee per cui si diminuisce la somma de’ desiderj medesimi.
Il potere dipendente dall’azione fisica de’ corpi esterni talvolta si dilata coll’industria, e quello che dipende dalla organizzazione del nostro corpo con un determinato regime. I suffragj poi degli esseri pensanti o si comprano, o si conquistano, o si rendono indifferenti con una vita oscura ma conforme alle leggi. Da questi elementi dipende l’accrescimento del potere.
Esaminiamo questi principj, e cominciamo dai desiderj. Le ricchezze sono lo scopo d’uno de’ più comuni desiderj, e certamente essendo elleno un pegno delle azioni che gli uomini hanno sulle cose, chi le possede sembra dilatare la propria esistenza ed interessare una più gran parte della natura ne’ suoi piaceri. Il desiderio di esse non può essere diminuito dalla ragione sin tanto che si circoscrive all’adempimento de’ bisogni fisici e civili; l’arte di godere delle ricchezze è molto più rara dell’arte d’acquistarle: chiunque sia giunto a possedere un moderato patrimonio moltiplica i suoi desiderj, sia che per una mancanza di previdenza preferisca i capricci presenti ai bisogni a venire, sia che con mal ragionata distribuzione posponga i bisogni presenti ai futuri capricci; l’errore del calcolo sì del prodigo che dell’avaro consiste nel preferire i bisogni chimerici ai reali. L’attento esame sulla natura delle ricchezze e la sperienza ci convincono che qualora eccedino i confini del bisogno, portano seco la sete di accrescerle, la sollecitudine di custodirle, il sospetto, l’inquietudine, la vista degli eredi, un fascio in somma di sensazioni sventurate che moltiplicano la somma de’ nostri desiderj più assai di quello che non moltiplichino il potere.
L’ambizione è forse la passione più funesta insieme e benemerita di tutte: a lei dobbiamo tutte le grandi imprese, e v’è questo di nobile nell’ambizione, ch’ella tende a vendicare il merito oppresso dai stolidi potenti, ed a provare che la distanza posta dalla fortuna fra un uomo e l’altro non è sempre uno spazio insuperabile. La mancanza d’ambizione e l’eccesso allontanano egualmente dal ricercare gli onori: nel primo caso non si cercano per indolenza, nel secondo non si cercano perchè quello che gli uomini credon grande è un piccolo oggetto per noi.
Chiamo ambiziosi quei che ricercano gli onori come mezzi di accrescere il loro potere, chiamo vani coloro che ricercano negli onori quel testimonio del proprio merito che non trovano nella loro coscienza: camminano entrambi alla loro felicità qualora vincano i gradi di probabilità per riuscirne. Quando la distribuzione degli onori dipende o da uno o da pochi, l’incertezza dell’esito diminuisce quanto s’accresce il merito dei distributori. La vanità più facilmente conduce agli onori che l’ambizione, poiché l’animo del vano è più incerto di se medesimo, e perciò versatile e pieghevole alle diverse circostanze. Rifletta chi è mosso da una di queste passioni, che è legge di natura di stimare sempre meno i beni che si possedono de’ beni che si ambiscono, e cerchi coll’esame di sottrarre dall’idea de’ beni ambiti quella porzione di stima che verrebbe ad essi tolta dal possedimento, dal che diminuirassi la somma de’ desiderj.
Questo principio medesimo può diminuire in parte i desiderj nostri delle sensazioni voluttuose, le quali pure passando dalla immaginazione alla realità perdono costantemente. La maggior parte delle inquietudini nostre non derivano tanto dalla esigenza della organizazione o dalla vera forza dell’oggetto, quanto dalla esagerazione che ne fa la nostra fantasia. Un attento esame può diminuire di molto quella forza produttrice d’inadempiuti desiderj, figli realmente d’una nostra ignoranza, e può farci preferire la vigorosa allacrità de’ moderati alla svogliata indolenza di chi logorando gli organi animatori della vita si priva del più squisito d’ogni altro senso, cioè de’ spontanei fisici bisogni.
Ho definita la infelicità l’eccesso de’ desiderj sul potere; ma il sentimento della felicità s’accresce accrescendosi la somma degli uni e dell’altro. È dunque nostro interesse il non risanarci da quegli errori che ci somministrano i desiderj sin che pareggiano il costante potere. Se potessimo dunque dilatar sempre il potere sin che pareggiasse i desiderj, opereremmo più saggiamente per sentire la felicità di quello che sarebbe diminuendo i desiderj. La prima operazione è meno in nostra mano dell’altra.
L’industria ha dilatato il potere dell’uomo in molte guise: egli è giunto a contemplare distintamente molti oggetti che la loro piccolezza o distanza rendeva insensibili; egli è giunto a poter conversare con persone distanti le miliaja di leghe; egli è giunto a viaggiare sicuramente sulla instabile superficie dell’acque, a traversar mari immensi per quella strada che sembrava riservata ai soli pesci, e chi sa che un giorno…;[b] ma tai progressi si fanno con estrema lentezza, nè un uomo solo, nè un secolo può aspirarvi.
Il potere, o sia la robustezza del corpo nostro, molto può accrescersi con una ragionata cura di noi medesimi, lontana egualmente e dalla superstiziosa cautela e dal totale abbandono agli attuali capriccj. Le cognizioni delle cose naturali possono molto contribuirvi, se non altro a distinguere i buoni dagl’ignoranti medici. L’arte di conservare e di migliorare la sanità non è certamente meno pregievole di quella di ricuperar la perduta, e colla robustezza delle membra s’accresce la forza dell’animo, onde siamo più disposti ad agire ed a rispingere le forze altrui: sentimento che forma il vero coraggio e che accresce la somma del nostro potere.
S’accresce il poter nostro quando conspiri con esso il potere degli altri uomini. Può ottenersi questa cospirazione primieramente comperando i loro suffragj, e questa compera fassi col denaro o cogli ufficj. Converrebbe avere una sorgente perenne di ricchezze per interessare per lungo tempo una moltitudine di uomini ad agire stipendiati per noi.
I denari presso il popolo non servono che per comperarsi un suffragio di breve periodo, e sono ben impiegati qualora entro di questo periodo possiamo innalzarci a segno d’esserne per sempre superiori. L’azione degli ufficj è lunga, e tende più ad impedire il male che si può temere dagli uomini che a moverli ad agire per noi. Gli uomini sono attaccati a noi per un bisogno quando lo sono co’ denari, e sono attaccati a noi colla sola opinione quando lo sono per gli ufficj: ora, di questa opinione arbitri sono l’azardo e la combinazione di tante circostanze, cosicchè ella è una possessione instabilissima per natura, la quale porta sempre seco maggior probabilità per il cambiamento. Chiunque non avendo un animo comune si propone di comperar cogli ufficj i suffragj degli uomini deve disporsi ad un intero e lungo sacrificio col modellare ogni parola ed ogni atto esterno sull’opinione e su i pregiudizj della moltitudine, per modo che rinunziando (dirò così) alla propria esistenza deve addossarsene una posticcia, e ciò per comperarsi una chimera pronta a fuggirgli dalle mani ad ogni momento. L’assurdità di questo contratto è sì evidente ch’io non so che alcun uomo non volgare l’abbia mai fatto.
Si rendono gli uomini conspiranti con noi conquistando i loro suffragj, o sia prevalendoci accortamente della umana imbecillità e facendo in essi nascere un timido sentimento della debolezza loro in paragone nostro: così si legano a noi gli uomini col vincolo più forte di tutti che è il timore. Ciò si fa immediatamente o interessando le intelligenze sovraumane nella nostra azione, ovvero manifestando una decisa superiorità di coraggio, virtù che sola in ogni secolo e presso ogni nazione ha saputo costantemente ottenere gli omaggi degli uomini. Il pericolo di questa conquista cresce a misura della violenza con cui si tenta, ma insieme col pericolo cresce la forza della impressione. Si conquistano mediatamente i suffragj della moltitudine laddove il destino della moltitudine dipenda da pochi, ottenendo da essi una carica per cui gli uomini aspettino bene o male dalle nostre azioni. Per interessar questi pochi a darci l’impiego conviene conoscere il loro vero carattere; in molti può il danaro, in molti può la fiducia di dilatare il proprio potere riponendo in carica de’ meri stromenti de’ loro fini; alcuni pochi cedono all’opinione dell’abilità; pochissimi sono poi che non temino la superiorità de’ lumi o di forza d’animo: queste qualità vedute producono l’avversione, sentite producono il timore, esercitate producono o l’esterminio di chi le possede o l’ubbidienza degli uomini.
Finalmente si toglie agli uomini l’occasione di ristringere il nostro potere sottraendoci a’ loro sguardi con una vita oscura e rigorosamente conforme alle leggi: questa rigorosa conformità colle leggi è indispensabile per contraporre al sentimento di superiorità che gli uomini socievoli hanno per i solitarj quello dell’aperta ingiustizia se ne fanno uso. Questo è il partito meno pericoloso di ogni altro e meno soggetto ai capricci altrui, ed è quello appunto che è stato ordinariamente prescelto dai saggi.
Colla applicazione di questi elementi e con un intimo esame giunger potrebbon gli uomini a migliorare la loro condizione diminuendo l’eccesso de’ desiderj sul potere; ma poche sono le anime privilegiate che resistino ad un tranquillo esame di lor medesime. Sono per la maggior parte gli uomini come deboli ammalati che temono la vista delle proprie ulceri. I selvaggi soddisfatti che abbino i bisogni fisici rientrano nello stato di perfetta tranquillità; ma a misura che gli uomini s’allontanano da quello stato acquistano una folla d’idee civili, dal disordine delle quali nasce quel mordace sentimento della propria bassezza che si chiama noja; quindi cercano gli uomini di slanciarsi a vivere lontani da loro medesimi, quindi l’aborrimento della solitudine e il bisogno perenne d’una conversazione qualunque o del sonno. Così la vita dei più si risolve in una costante obbedienza alle sensazioni degli oggetti attuali, alle quali rarissime volte la riflessione contrapone l’immagine degli oggetti lontani; onde mutandosi pel moto universale della natura o la distanza o l’apparenza degli oggetti, gallegiano le umane menti su questo fluttuante appoggio e passano dall’odio all’amore, dal disprezzo alla stima, con una che sembra contraddizione a primo aspetto, ma che poi conosciuta si risolve in una legge costante d’un essere meramente passivo.
Con queste cognizioni sostituiamo al penoso sentimento dell’odio il più giusto e più umano, che è la compassione degli errori della moltitudine. Da queste cognizioni nasce di più una vera e ragionata compiacenza di noi medesimi, poiché sentiamo la reale distanza che passa fra noi ed i volgari e la non fattizia superiorità nostra in ciò, che noi potiamo essere con noi medesimi e sentire in una sorte d’amicizia con noi stessi il bene d’esistere, laddove essi portano sempre il loro nemico ovunque vadino, cioè i rimorsi, la disistima e il tedio della propria esistenza.
Per conservarci questi massimi vantaggi conviene far molto uso della riflessione in tutti gli atti importanti della vita, per il che o non commetteremo azioni delle quali abbiamo poscia a pentirci, ovvero, quando ciò accada, non faremo a noi stessi il rimprovero d’avere scelto male per propria imbecillità, e riflettendo ai confini che ha sempre il potere e lo spirito umano guarderemo come un inevitabile tributo i nostri errori. La buona coscienza è dunque il premio della riflessione.
Conviene colla riflessione formarci una chiara idea della giustizia, voce spesso ripetuta e rare volte intesa. La buona coscienza è un sentimento della conformità delle azioni nostre colla giustizia. La giustizia è la conformità delle azioni nostre colle leggi. Le leggi fissate nell’universo fisico dall’autore della natura sono, per quanto ne sappiamo, semplici e invariabili; ma nell’universo morale tanta parte hanno avuto gli uomini nello stabilimento delle leggi, le debolezze, gli errori, le private mire vi hanno sì fattamente contribuito, che ad ogni passo s’incontrano i dubbj e fa bisogno d’aver la mente illuminata per districarsene.
L’unica legge universale e sempre obbedita dagli esseri sensibili è l’amor del piacere. Gli uomini che meno fanno uso della riflessione sono mossi dalle mere sensazioni degli oggetti presenti, e comprano bene spesso un piacer attuale a prezzo d’un dispiacere molto maggiore a venire: più la mente è illuminata e più s’accosta all’esattezza del calcolo di preferire la somma de’ beni maggiore alla minore.
Una beatitudine eterna e infinita è maggiore di qualunque bene attuale finito, una infelicità eterna e infinita è maggiore di qualunque male attuale finito: se l’uomo dunque fosse perfettamente illuminato non cercherebbe mai i piaceri che sono vietati dalla legge divina; ed a misura che s’accosterà a questa perfezione di lumi sarà nella strada della giustizia religiosa, ed in conseguenza lontano da’ rimorsi della propria coscienza.
Benché l’onestà sia la base umana della religione, cosicché chi offende le leggi dell’una offenda altresì quelle dell’altra, pure anche da sé sola deve osservarsi dall’uomo illuminato. Qualunque piacere è minore della somma de’ dispiaceri che si ricevono dagli uomini qualora si ha il concetto d’essere malonesto: il disprezzo, la fuga, gl’insulti, l’insensibilità ai nostri bisogni sono gli effetti che vede scritti in faccia degli uomini chi si allontana dalla virtù, ed è più facile essere onesto che il portarne continuamente la maschera. Di più, offendendo le leggi dell’onestà nasce in noi un sentimento di disprezzo di noi stessi che è il più crudele di tutti, ed una vile timidezza per cui si scema il nostro potere; quindi freddamente concludo che l’amor del piacere mi porta ad obbedire alle leggi dell’onestà, mi mantiene nella strada della giustizia morale e mi preserva dai rimorsi della coscienza. Felici quelle anime che nell’amore della virtù ricusano un freddo ragionamento, e che trasportate da una vincitrice fiamma per il bello e il grande lo onorano e lo praticano per una voluttà vivissima che trovano immediatamente nell’onorarlo e nel seguirlo!
Quando la trasgressione delle leggi civili importi la violazione delle divine o delle morali, è già provato che l’uomo rischiarato non la commette; ma quando la legge civile comandi di più di quello che le accennate due legislazioni prescrivono, la privazione della libertà, l’esiglio e i supplicj sono mali di tal natura che cercando ragionevolmente il piacer nostro non è possibile che vi andiamo incontro.
Il bollore delle passioni impedisce all’uomo di ragionare per alcuni brevi periodi, e allora è in pericolo di divergere dal cammino della giustizia; ma ogni uomo che a sangue freddo vi travvia dà la più evidente di tutte le dimostrazioni d’avere un vizio nella facoltà ragionatrice, poiché le due voci interesse e dovere si distinguono in ciò soltanto, che la prima rappresenta il genere, l’altra la specie; cioè che il dovere è un interesse molto conforme alla legge, ma non ogn’interesse è dovere, poichè vi sono delle azioni che la legge ha lasciate in libertà: interesse poi contrario alla legge non è possibile che si dia, poichè è una contraddizione il dire che sia nostro interesse comperare un piacer minore con un male maggiore.
Un’altra legge presiede al mondo, ed è quell’opinione universale degli uomini che chiamasi onore: essa per una parte è molto efficace per sospingere gli uomini alle azioni utili alla patria, ma talvolta s’oppone alla legge della religione, talvolta alla legge civile; talvolta la legge civile s’oppone alla religione ed alla onestà. Come sceglieremo fra queste contraddizioni?
Ho ricevuto un’offesa, la religione mi ordina di perdonare, la legge civile mi prescrive come debba far punire l’avversario dal giudice, l’onore ordina ch’io me ne vendichi col mio braccio: sono fra l’infamia, la prigionia e il peccato!
La legge civile mi offre una ricompensa e m’invita con un pubblico editto a tradire o ad uccidere un tale, la religione e la onestà gridano non tradire, non uccidere. Come condurommi in quest’orribile labirinto?
L’uso della ragione mi fa conoscere che la prima fra tutte le leggi è la divina e che è mio dovere sacrificar tutto alla obbedienza d’un Essere maggiore di tutti. Devo in seguito formarmi idee chiare e precise della virtù: non parlo di quella che ha la sua sorgente nella teologia, ma soltanto di quella che è comune a tutte le società d’uomini, a tutti i secoli e a tutte le sette. Un atto utile in generale agli uomini si chiama virtù, e l’animo virtuoso è quello che ha desiderio di far cose utili in generale agli uomini.
Non so se la religione permetta di obbedire ai proclami del Principe quando invitano a tradire o ad uccidere un malfattore, ma se la religione lo permettesse, convien calcolare se sia più il bene che si fa agli uomini liberandoli da uno che è giudicato pernicioso alla quiete pubblica, ovvero se sia maggiore il male di autorizzare col proprio esempio un freddo tradimento ed un legitimo assassinio. A misura che avremo più lumi, a misura che combineremo le idee con miglior metodo, saremo più sicuri della nostra virtù.
Per avere una limpida nozione de’ rapporti che abbiamo cogli uomini, convien rimontare all’origine delle cose e portarci col pensiero a quella rimota infanzia del genere umano in cui ogni uomo, occupato dalle semplici sensazioni degli oggetti, senza l’eredità delle idee complesse, che per una lunga tradizione accumulate possediamo noi presentemente, esercitava la legge primigenia dell’amor del piacere soltanto sugli oggetti che attualmente ferivano i suoi sensi. Erano gli uomini allora indipendenti, nè si conosceva altro rapporto d’un uomo all’altro che quello della robustezza diversa, nè altro vincolo era conosciuto che quello della forza. Sia la brama di sottrarsi da un male, sia il desiderio di provare un bene, egli è certo che l’amore del piacere ha fatto uscire gli uomini dal primitivo stato d’indipendenza e gli ha radunati in società. Il patto sociale abolì il feroce muscolare dispotismo, e colla industriosa riunione di molte forze cospiranti si venne a stabilire l’equilibrio fra gli uomini. Per far questo era indispensabile circonscrivere l’uso della naturale libertà d’ogni uomo con certe leggi fattizie, le quali sono uno sproprio di parte della libertà per sicurezza del resto.
Il fine dunque del patto sociale è il ben essere di ciascuno che concorre a formare la società, il che si risolve nella felicità pubblica o sia la maggiore felicità possibile divisa colla maggiore uguaglianza possibile. Tutte le leggi fattizie devono dunque avere per iscopo la pubblica felicità, ed essendo interesse di ogni membro di mantenere sì fatta unione, è interesse pure di ogni membro che si osservino le leggi per le quali sussiste, giacchè violandole ecciterebbe gli altri a rimettere contro lui unitamente in vigore la primigenia legge della forza.
La legislazione più perfetta di tutte è quella in cui i doveri e i diritti d’ogni uomo sieno chiari e sicuri, e dove sia distribuita la felicità colla più eguale misura possibile su tutti i membri. La legislazione peggiore di tutte è quella dove i doveri e i diritti di ogni uomo sono incerti e confusi, e la felicità condensata in pochi, lasciando nella miseria i molti. Quanto più si accosta uno Stato ad uno di questi due estremi, tanto la legislazione è più o meno conforme al patto sociale.
Non so se indipendentemente dal giudice inevitabile possa darsi fra gli uomini obbligazione morale: so che in una nazione dove il patto sociale non sia lacerato, l’interesse di ciascuno fa l’officio della obbligazione morale, in quanto lo porta all’osservanza del patto; e nella nazione dove sia offesa la natura del patto, il medesimo interesse fa l’officio della obbligazione morale, in quanto che porta l’uomo a dissimulare un male quando opponendovi si vede incontro un mal maggiore.
Le leggi positive d’una società fedele al patto sociale non possono mai essere in contraddizione colle leggi dell’onestà, perchè dove le leggi hanno per iscopo la maggiore felicità possibile divisa colla maggiore eguaglianza possibile, non potrebbero esse comandare un’azione opposta alla felicità comune, il che significa malonesta.
Questa contraddizione adunque non può ritrovarsi che in una società traviata dal primitivo patto sociale; in una società viziosa, di cui in tanto non vedesi lo scioglimento in quanto che per un artificioso scisma vengono separati i di lei membri, nè possono riunirsi a distruggerla; in una società in somma in cui la maggiore parte di chi la compone non ha interesse a mantenerla, ma soltanto a non essere autore della dissoluzione.
Ciò posto, è interesse nostro positivo la conservazione della pubblica opinione della nostra onestà, non è interesse nostro positivo la conservazione della società traviata dal patto sociale; vuol dunque l’amor del piacere che preferiamo l’obbedienza alla onestà ed all’onore, posponendo le leggi civili sin tanto che il male d’aver trasgredita la legge civile non sia maggiore del male d’aver trasgredite le leggi dell’onestà e dell’onore.
Tali sono i veri principj del diritto, e il saggio colla scorta di essi ha il metodo per risolvere qualunque problema nelle contraddizioni che incontra fralle diverse leggi. Tali sono i rapporti di convenzione che trovansi fra un uomo e l’altro. Ma altri rapporti vi sono fra un uomo e l’altro indipendenti da convenzione veruna e fondati sulla sensibilità nostra, cioè su quella dolorosa sensazione che nasce in noi qualora vediamo soffrire un essere sensibile, e sull’attrattiva di quella deliziosa sensazione che proviamo vedendoci superiori agli uomini: sono queste le sorgenti più copiose dell’umana beneficenza.
Qualunque volta a un uomo cui sia noto che sia dolore si presenti la vista d’un essere sensibile addolorato, per quella secreta connessione che passa fra l’azione degli oggetti esterni e le sensazioni nostre, sia per un interno fremito delle intime fibre, sia in qualunque altro modo, fatto sta che l’animo nostro sente parte di quel dolore, e più lo risente e più è spinto a procurare la cessazione della miseria in quell’oggetto: ed ecco come la beneficenza puramente umana sia una emanazione dell’amore del piacere. Questo è il sentimento morale, che nasce non già da un senso a parte, come hanno taluni pensato, ma bensì da una associazione d’idee semplici che per analogia chiamerei moto curvilineo della umana sensibilità.
Questa beneficenza è minore generalmente dove o l’eccesso d’una passione assorbisca l’animo in un solo oggetto, ovvero dove per difetto di elasticità negli organi resti l’animo intorpidito e bisognoso di passioni. Di più, poca beneficenza trovasi sì in coloro che hanno avute poche occasioni di soffrire, quanto in quegli che forti e frequenti ne ebbero, poichè le fibre sensibili s’inaspriscono egualmente o nel letargo o nell’abuso delle ripetute sensazioni, e s’incalliscono e perdono quella squisita sensibilità che produce il sentimento.
Per fissare fra noi e gli uomini le migliori relazioni possibili per la nostra felicità conviene conoscerci e conoscer gli uomini. Per conoscer noi stessi non cercheremo il voto degli altri, ma il nostro: le passioni e l’imbecillità degli uomini ora cercano di deprimerci, ora d’innalzarci. Nessuno meglio di noi sa se intendiamo le opere di que’ primi genj che onorano l’ingegno umano, nè v’è termometro più sicuro di questo per decidere del nostro ingegno. Nessuno meglio di noi sa se ci sentiamo a scuotere al racconto d’un’azione generosa e se ci sdegnamo in vista d’un’azione vile e viziosa, nè v’è termometro più sicuro di questo per decidere della elevazione del nostro cuore; le nostre azioni a nessuno sono più note che a noi stessi: se la certezza non comincia in noi non è possibile che siamo mai fermi o sicuri di veruna dimostrazione.
Per conoscere esattamente gli uomini conviene star prevenuti acciocchè il luogo che un uomo occupa non ci seduca: potremo fidarci de’ nostri giudicj quando saremo giunti a segno di non mutare opinione sia per una fortuna, sia per una disgrazia che sopravenga, come era quel Francese, a cui essendo recata la nuova dell’inaspettata fortuna d’un tale Abate, freddamente rispose: non ho mai dubitato che il Re potesse fare di colui un Cardinale; quello che mi farebbe meraviglia sarebbe se ne facesse un uomo di merito.
Voler ristringere in un libro tutti i possibili caratteri degli uomini sarebbe come chi volesse disegnarvi tutte le fisonomie possibili. Un’occhiata tranquilla sulla umanità, o nelle storie o ne’ viventi, ci fa sentire qual piccolo essere sia l’uomo anche nelle cose che ei chiama affari importanti della vita. La politica europea sacrifica ogni anno molte migliaja di vittime umane per accrescere la massa dell’oro e rendere più incomodo il trasporto della rappresentazione del valor delle cose. La politica europea veste il soldato in modo che difficilmente marcia, difficilmente si move, nè è difeso dal nemico o dalla stagione. V’è ancora chi disputa se l’Europa sia di venti uomini ovvero degli Europei, e se un uomo appartenga alla nazione ovvero la nazione ad un uomo. Si perfeziona l’astronomia e non si pensa alla legislazione, si fanno le leggi colle quali un pianeta agisce su un altro e non si fanno le leggi che uniscono un uomo ad un altro; fra centomila volumi fatti dagli uomini non ve n’è un solo che assicuri ad ognuno la proprietà del suo: la giurisprudenza è l’arte di trovar ragioni pro e contro ogni caso, e i poveri volgari chiamano cittadini utili alla patria coloro che lavorano per accrescere l’incertezza della vita e dei beni d’ognuno… Sarebbe troppo vasta la serie delle idee e poco consolante per la natura umana. La opinione è la sovrana degli uomini. Bene è l’intendere la dimostrazione, ma sentirla è ancor meglio, poiché non vi conformiamo la vita che quanto la sentiamo.
Un intimo sentimento di questa umiliante verità fa che scemi in noi la somma d’infiniti inutili desiderj, poichè cessiamo d’esigere dagli uomini quella ragionevolezza che non trovandosi poi affligge, ma non disinganna: di più, s’accresce il nostro potere, poichè abbiamo una sentita dimostrazione della superiorità nostra su i volgari, i quali camminano ad occhi bendati mentre noi gli vediamo.
Per lo più qualora ci lagnamo dell’ingratitudine degli uomini soffriamo il castigo d’un nostro errore. L’uomo opera in conseguenza dei principj che ha, non in conseguenza dei principj che gli attribuiamo noi a capriccio; conviene esaminarli, ed è sciocchezza il lagnarsi perchè un cocomero non produca le rose o perchè la talpa non voli. Chi benefica gli uomini perchè la religione lo comanda opera da saggio, poichè si procura il massimo fra tutti i beni; chi benefica gli uomini pel piacere che prova facendolo opera da saggio sintanto che la somma del piacere attuale non sia sorpassata dalla somma del dispiacere futuro. Chi benefica gli uomini aspettando la loro gratitudine getta per lo più il seme in un fondo sterile e sabbioso, e si prepara la tristezza al tempo della raccolta. Gli uomini insignemente beneficati sentono la propria umiliazione, e da questo sentimento per gradi passano all’odio, se non vi si contrappone la speranza di nuovi beneficj, movimento dell’animo dolce e piacevole, che corregge quello della dipendenza da un creditore impagabile.
Queste verità ci distaccherebbero affatto dagli uomini e ci concentrerebbero a vivere con noi medesimi se il bisogno che abbiamo dell’amicizia non vi si opponesse. Le infermità, le sciagure, le passioni, le debolezze in somma ordinarie all’uomo diversificano per modo i varj momenti della vita che se non abbiamo chi ci consoli, chi ci consigli e chi per sino talvolta pensi in vece nostra, siamo abbandonati alla più crudele tristezza ed in pericolo di farci de’ mali irreparabili. La base dell’amicizia è la scambievole sicurezza di non ricever male; la sicurezza di non ricever male è fondata nella cognizione dell’altrui probità; la probità d’un uomo che ragioni è fondata su principj; la probità d’un uomo che non ragioni è appoggiata ad una parola.
Chi diede il ferreo precetto di trattar coll’amico come se dovesse diventar inimico consigliò di non avere amicizia per alcuno; vero è che questa sarebbe la strada per vivere più sicuri e indipendenti: ma qual vita può mai chiamarsi quella di chi si considera solo, attorniato da serpenti, sempre in guardia e in diffidenza da ogni lato! Men male è l’avventurarsi talvolta, anzi che comperare la sicurezza col sacrificio di quel sentimento che ci rende sopportabile la vita.
Il bisogno di erudirsi è meno universale del bisogno della amicizia. La maggiore parte di quei che maneggiano i libri se ne servono come stromenti per fare la propria fortuna. Le leggi ne sono la miniera; la circospezione, l’impostura e la disistima per le scienze ne sono le ordinarie compagne; chi vi si consacra deve prendere per norma la pubblica opinione. Altri maneggiano i libri per sottrarre alcune ore alla noja, e sono agli occhi loro le scienze alcune curiosità e passatempi, e niente più. Finalmente alcune poche menti felicemente disposte per la filosofia coltivano le scienze per migliorare internamente se medesime, per formarsi idee chiare e precise degli oggetti, accostumarsi a un metodo di giudicare più lontano dall’errore che sia possibile e incamminarsi alla felicità rischiarando il sentiero che vi conduce. I primi per lo più odiano gli altri, i secondi poco credito fanno alle scienze, gli ultimi cercano il vero con imparzialità e con costanza, e talvolta lo pubblicano più per piacere d’illuminare gli uomini che per la briga d’ottenere i loro applausi.
Giammai, dacché gli avvenimenti storici sono giunti a noi, le umane cognizioni non sono state innalzate al segno che lo sono in questo secolo: la stampa, l’ago magnetico e le poste sono tre fortissimi ajuti che ci hanno resi più illuminati degli antichi, nè mai si è veduto più sensibilmente di quello che ora si faccia qual connessione abbiano le scienze colla felicità delle nazioni. L’impostura freme, ma s’indebolisce per ogni verso; secreti più non vi sono; l’arte persino di governare i popoli, la quale per lo passato era confinante con la magia, ora sta in mano de’ libraj; gl’indotti ministri cominciano a conoscere se non la beneficenza almeno la circospezione, poiché devono fare le loro operazioni sotto gli occhi di alcuni illuminati che cominciano a mescolarsi fralla turba de’ ciechi adoratori. La natura de’ principati, le finanze e la milizia di ogni Stato, l’indole e il carattere di chi presiede, tutto è palese. Lo spirito filosofico va dilatandosi per ogni parte, e questo ruscello un tempo povero e disprezzato è vicino a diventar un fiume reale, il quale sormontando gli argini omai logori, sebben difesi tuttora da chi trova rendite ne’ pubblici disordini, innaffierà colle acque sue fecondatrici la terra. La estrema decadenza obbligherà i paesi anche più torpidi d’Europa a riscuotersi ed a vedere la luce universale.
Tutto è in moto nella natura. Se volgiamo il pensiero ai tempi passati, vediamo in prima i Greci animati da un violento amore della gloria nazionale uscire da’ stretti confini del loro paese e rotolarsi come un torrente devastatore sull’Asia e sull’Affrica, soggiogando le genti attonite che stupidamente presentavano il collo al giogo del vincitore. Passato poscia questo vigoroso genio in Italia, vediamo le aquile romane strascinarsi dietro al Campidoglio i re incatenati dell’ammollita Grecia, dell’Asia e di parte dell’Europa. Quindi, passata la robusta virilità dell’Italia, osserviamo le nazioni settentrionali scendere per la Germania e pel Mar Nero a distruggere le opere de’ Romani, sinché indeboliti poco dopo per la sicurezza i loro imperj, furono anch’essi rovesciati dagli Arabi e dai Franchi.
L’urto possente e ripetuto delle nazioni finalmente le sfrantumò e le divise in molte famiglie bilanciate nel reciproco potere, e gli Europei, ne’ quali il cambiamento sì tosto non tolse il bisogno d’occuparsi di grandi oggetti, corsero a milioni a cercarli persino nell’Asia Minore. Questa furiosa tempesta andò per gradi calmandosi, e meno spumanti ed elevati sempre ne divennero i flutti, sin che per diverse generazioni indebolendosi e la memoria delle cose passate e l’educazione, comparve agli occhi degli Europei inciviliti barbaro lo stato de’ loro padri. Le forti passioni della gloria e della salvezza della nazione s’eclissarono; il lusso e la mollezza riposero sul trono i tiranni e sulla faccia della terra gli schiavi. Le nazioni cessarono allora d’esistere per se stesse e divennero un mero patrimonio de’ principi, i quali col gius feudale ne regalavano porzione agli amici. Le guerre allora si mossero per personali motivi de’ principi, i quali condussero al campo una mandra di pecore tutte coperte di ferro e mosse dalla subordinazione, spettacolo ben diverso da quello che formavano in prima gli uomini a guisa di generosi leoni usciti dai loro covili, sebbene entrambi avessero il nome comune di guerra. Le ricchezze dovettero decidere della vittoria fra armate di schiavi, contente di non mancare ai doveri imposti e non mosse da emulazione di oltrepassarli: piccole perciò erano in que’ tempi le armate e mantenute colle rapine che il tiranno faceva ai sudditi. Si venne al punto di trovare esausti i mezzi per radunar denari, e in conseguenza per difendersi. La Spagna li trovò nelle miniere del Potosi; tutte le potenze si riscossero, si pensò alla marina, al commercio, alla popolazione come mezzi per accrescere le ricchezze relative. Si vide che la base di queste divinità è la pubblica sicurezza, quindi alcune nazioni l’adottarono, altre vi si avvicinarono; perciò o fu abolito o diminuissi il dispotismo e la tirannia. Da quel punto sino al dì d’oggi gli avantaggi de’ paesi liberi sono andati sempre crescendo in Europa, e i principi sono nell’alternativa o di vedersi come tributari delle nazioni libere o di abolire ogni schiavitù nella loro nazione. Tale è il moto che in questo secolo ha l’Europa, che con fondamento prevede il saggio che la libertà delle nazioni sia per dilatarsi. Quando ciò sia fatto, rinascerà l’antico vigore degli animi, l’antica guerra di nazioni e non di principi, e per quest’anello in giro passeranno verisimilmente per sempre le nazioni europee, come le stagioni dell’anno sulla terra. In vista di ciò potiamo giudicare del grado di stima che meritano le scienze e prenderne quella porzione che giovi alla nostra felicità.
Da alcuni anni a questa parte s’è risvegliata in Europa la disputa se siano più i beni o i mali di questa vita, cioè se l’uomo indipendentemente dalla religione debba vivere oppure uccidersi. Ognuno è buon giudice delle proprie sensazioni, e i pochi sucidj che si contano sembra che debbano decidere della questione. L’errore sta nel computare la speranza fra i mali, quand’ella è uno dei principali beni; le sensazioni aggradevoli che per essa ci vengono non sono perciò meno reali perchè il principio riseda nella immaginazione.
Non è possibile definire qual sia il carattere d’un uomo che universalmente riesca in ogni società: non v’è uomo, per insensato che sia, che in qualche ceto non possa ottenere la stima; non v’è merito, per luminoso che sia, che in qualche ceto non possa essere disprezzato. È però vero che v’è un carattere che più comunemente deve condurre a viver bene in ogni secolo e presso qualunque nazione, e credo ch’egli consista in un felice temperamento di forza e di dolcezza d’animo, cosicchè nè l’una degeneri in asprezza, nè l’altra renda lo spirito debole e molle. Allora l’uomo resta egualmente distante dalla inurbanità come da quella servile compiacenza che lo dispone ad essere un mero strumento di chi ardisce di adoperarlo.
Fralle nazioni selvagge tutto è robusto e forte. Fralle nazioni corrotte si vedono espresse su tutt’i volti la compiacenza ed il sorriso. Fralle nazioni illuminate si legge in fronte agli uomini il sentimento della loro sicurezza e l’amore per la osservanza delle leggi.
Il saggio giudica col suo giudizio; ha un carattere che è suo; conforma talvolta alla comune opinione le sue maniere esterne, non però mai i suoi sentimenti; ricerca in tutto di giungere ai primi elementi delle idee per preservarsi dall’errore, e fra tutte le verità possibili sente che la più importante e dimostrata di tutte pel uomo è che deve cercare la propria FELICITÀ.
NOTE
[a] Stampato in Livorno.
Non mi curo che sia letto in Milano, eccettuato il piccol numero de’ miei amici. Queste meditazioni sono molto belle e grandi: temo che la piccolezza del volume non le lasci nella oscurità. In ogni caso, siccome non sono capace di scrivere meglio, così sappia chi legge che questo è il mio sublime, ossia che questo è il confine della elevazione della mia mente; e di più che queste sono cose che io credo tutte vere.
Il Sig.r de Soria così ne scrisse al P. Frisi, 12 Febbraio 1764: Meditazioni sulla felicità, opuscolo millecuplo della sua mole. Egli ha data un’aria di novità e di brio al più antico e più serio di tutti gli argomenti. Il talento annalitico e le grazie della immaginazione vanno insieme di rado; nel Sig Conte si abbracciano caramente ecc.
Il Padre Venini Somasco ha scritto che meglio sarebbe convenuto questo titolo: Meditazioni sopra nessun soggetto, col motto Velut agri somnia, e che egli non sapeva cosa l’autore si fosse immaginato di dire.
Uno dei due ha torto.
Il Conte Radicati così ne scrisse al P. Frisi in data di Casale, 15 Settembre 1764:
Avant que de repondre à votre lettre, je dois vous remercier du jolipresant que vous m’avez fait du petit livre, mais excellant sur la felicité. Très-bien pensé, bien ecrit, solidement ecrit. L’auteur veut-il absolument garder l’anonime? Il a tort, et il n’a qu’un moyen de le reparer, c’est de travailler incessement de nous donner souvent de si grands modeles ne fut-ce quepour apprendre aux Italiens comment il faut ecrire etpenser.
Il Sig.r Agostino Lomellino in una lettera al P. Frisi de’ 4 Maggio 1765 così dice: Ho riletto anche con gran piacere la Felicità, libro piccol di mole ma grave di idee, e che ne indica e ne risveglia tante e poi tante. [Nota manoscritta di Pietro Verri]
[b] 1783, 24 dicembre: il P. Facchinei fece questa nota: Sembra che volesse scrivere che forse un qualche giorno l’uomo giungerà anche a poter volare; ma ha fatto bene a tacerlo, perchè avrebbe fatto giudicare della bontà della sua fisica come si giudica di quella della sua metafisica. Il Sig. Mongolfier lo ha fatto. Io ho avuta la debolezza di temere la critica, e nella edizione fattane in Milano dal Marelli nel 1781 omisi questo vaticinio che mi fa onore. Vedi l’edizione de’ miei Discorsi, pag. 156. Per quanto coraggio si abbia, questa schiatta di malnati abbajatori sempre snervano e trattengono. [Nota manoscritta di Pietro Verri]
Prolusione alla cattedra di Scienze camerali
Cesare Beccaria
PROLUSIONE NELL’APERTURA DELLA NUOVA CATTEDRA DI SCIENZE CAMERALI [1769]
| Testo critico stabilito da Gianmarco Gaspari (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, III, 2014, pp. 79-96) |
Destinato dall’augusta clemenza di Sua Maestà ad insegnare l’economia pubblica ed il commercio, cioè quelle scienze che suggeriscono i mezzi di conservare e di accrescere le ricchezze di uno stato, e di farne il miglior uso: se mi rattrista il dubbio che le mie forze non sieno sufficienti alle difficoltà di un oggetto sì vasto, mi conforta e mi rassicura il dover ciò eseguire nella mia patria, dove almeno non sarò costretto né a coprire il vero di artifizioso velo, né a cercarne gli esempli solo da lungi, o nelle morte carte di negletti autori: ma sibbene, rivolgendo appena lo sguardo a quanto si è fatto finora in questa fortunata provincia, gareggiano dinanzi agli occhi miei in gran copia illustri monumenti ed attuali prove delle più importanti ed utili verità della pubblica economia. Misurate le terre; adeguati i tributi; incoraggite le manifatture; eretti dicasteri che veglino particolarmente, quali all’opulenza della nazione, quali alle scienze; ricolmi i sudditi d’immensi benefici: uno de’ maggiori è senza dubbio l’avere l’augustissima Sovrana confidata la somma delle cose di questo stato ad un illustre personaggio, a cui non sono meno familiari le più profonde cognizioni della colta letteratura che le più sagge massime di buon governo, ed in cui le virtù le più magnanime, l’affabilità, l’umanità, l’equanimità, tanto più risplendono quantoché collocate in grado più eminente.
Sotto una così dolce ed illuminata amministrazione, all’ombra trionfale degli allori imperiali, gli umili e pacifici allori delle muse, già inariditi e languenti, riverdeggiano e si rinforzano; rinascono nella patria di Cardano le arti e le scienze, senza delle quali o in una inerte desidia intorpidisce, o dietro rovinosi pregiudizi è strascinata la facile ma turbolenta imbecillità de’ popoli.
Non sono ancora emanate dal Trono tutte le superiori provvidenze sopra un oggetto così interessante: frattanto si comanda con generosa predilezione che s’insegni in volgar lingua quella scienza ch’era una volta con inutile, anzi dannosa prudenza, sottratta dagli occhi e dall’esame del pubblico, tanto più inavvedutamente quantoché tutte le scienze, e le politiche principalmente, s’ingrandiscono e si accostano all’evidenza a misura che passano e ripassano per l’urto e per la folla de’ diversi ingegni; che la luce universale col freno della pubblica opinione previene gli abusi; che mille pregiudizi si oppongono spesse volte alle più sagge disposizioni, ed avvelenano negli animi de’ sudditi le più sincere e le più benefiche determinazioni; che ridicoli timori, maligne prevenzioni, errori protetti dalla sterile consuetudine, resistono sempre alle novità le più utili, e per conseguenza le più temute; che collo spargere i lumi nella moltitudine svaniscono queste larve malefiche, e l’obbedienza dovuta agli ordini supremi diviene più pronta e più dolce, perché spontanea e ragionata.
È dunque manifesta l’utilità generale che tali scienze sieno dalla pubblica autorità sostenute, e coltivate da’ cittadini che aspirano a rendersi degni, cui il Sovrano confidi la gelosa custodia degl’interessi del principato e della nazione.
Né bisogna credere che una cieca esperienza ed una meccanica abitudine tenga luogo di principii sicuri e di massime ben ragionate nelle impensate combinazioni politiche; né basta il possedere le verità generali senza discendere a’ particolari, dai quali diverse e moltiplici modificazioni soffrono le teorie di questa scienza. Non solo, per esempio, è necessario il sapere che per quattro mezzi principali fiorisce il commercio: cioè concorrenza nel prezzo delle cose, economia della man d’opera, buon mercato nel trasporto, e piccoli interessi del danaro; che l’industria delle opere si anima e si vivifica coll’alleggerire i diritti d’entrata delle materie prime, e d’uscita delle lavorate; e coll’aggravare quelli d’entrata delle lavorate, e d’uscita delle prime; che ogni operazione economica si riduce a procurare la maggior quantità di travaglio e di azioni fra i membri di una nazione, e che in ciò solo consiste la vera e primaria ricchezza, molto più che nella quantità di metallo prezioso, segno rappresentatore soltanto, che accorre sempre alle chiamate dell’industria e della fatica, e che fugge malgrado ogni ostacolo dalla dappocaggine e dall’indolenza; ma è necessario altresì unir queste massime colle differenti situazioni di una provincia, colle diverse circostanze di popolazione, di clima, di fertilità spontanea o industriosa delle terre, coll’indole de’ confini, coi bisogni de’ popoli aggiacenti, colla diversa natura de’ prodotti e delle arti da quelli alimentate.
Con tutte queste considerazioni non bisogna perder giammai di mira l’indole universale dell’umana natura, più sicuramente regolata dagli ostacoli che dai divieti; che si precipita ciecamente verso l’interesse presente ed immediato, trascurante il futuro; amante la varietà e la mutazione, ma nel giro delle consuete cose – dagli esempi delle quali è piuttosto guidata, che dai ragionamenti – desiderosa del molto agire, ma colla minor fatica possibile; dalla certezza sia del bene sia del male animata e frenata, avvilita dall’arbitrio e dalla incertezza. Di questi, ed altri luminosi e grandi principii, applicati con assidua ed esatta diligenza alle circostanze particolari di uno stato, è necessario che sieno imbevuti i facili ingegni dell’ardente gioventù, acciocché si rendano abituale quello spirito di calcolo e di paragone, rapido e profondo, per cui si sorprende il vero ne’ più complicati e difficili suoi inviluppameli, e da cui solo la scienza legislativa può acquistare la sua perfezione.
Con queste viste l’economia pubblica porterà la sua luce ne’ tortuosi ed oscuri andirivieni della giurisprudenza privata, onde chi giudica o tratta gli affari de’ cittadini, fra’ quali sono sovente frammisti affari di corpi pubblici, possa scostarsi dalle fallaci e fluttuanti regole d’equità particolare, ed aver sempre di fronte, interpretando i casi dubbi ed incerti, la legge interminabile dell’utile, e le norme eterne dell’equità universale, tutte stabilite sulle massime della pubblica economia.
Oltrediché non sarà mai grande ed illustre nella sua scienza colui che si restringe ne’ limiti di quella, trascurando le scienze analoghe e confinanti. Una rete immensa lega tutte le verità, ed esse sono più variabili, incerte e confuse a misura che sono più ristrette e più limitate; più semplici, più grandi e più sicure quanto si allargano in uno spazio più vasto, e si elevano ad un punto di vista più eminente.
Per prova di questa verità basta richiamare alla mente i tempi e i luoghi dove – tacendo nell’anarchia feudale, fra lo strepito delle armi, sepolte, le scienze tutte – la giurisprudenza privata era divenuta la pubblica legislatrice. Impedire la libera interna circolazione delle derrate; incagliare gli affari spediti e veloci del commercio con lente e simmetriche procedure; immaginarsi di rendere opulento uno stato con risecare con istoiche prammatiche le spese de’ ricchi particolari, e con ciò inaridire le sorgenti dell’industria, ottondere gli stimoli al travaglio ed ammortire la speranza di una miglior condizione, ch’è il fuoco vitale d’ogni corpo politico; ridur quasi a monastica disciplina i corpi degli artigiani, stringendoli in fazioni emule e litigiose, che s’impongono tributi, che si prescrivono regole fra di loro, per cui cadevano languenti le arti che si nutrono di libertà e di facilità; lasciare un campo libero a disposizioni più rispettabili pe’ loro motivi, che salutari per le naturali loro conseguenze, ch’erano di stabilire un canone antipolitico: «sia l’inerzia mantenuta dalla pubblica beneficenza, ed ottenga il premio dovuto alla fatica ed al sudore». Questi ed altri sono gli effetti d’aver ristretti fra i limiti della privata giustizia la giurisprudenza, che abbracciar dovrebbe tutt’i più grandi principii della morale e della politica.
Più. Le scienze di pubblica economia non possono non ingrandire e nobilitare le mire stesse private dell’economia domestica, suggerendo i mezzi di riunire l’utilità propria con quella del pubblico. Avvezzandosi a considerare gli affari della società, e a rimaneggiare le idee di bene universale, l’amor naturale che noi portiamo ai nostri ragionamenti ed agli oggetti che eccitano in noi tanti piaceri intellettuali, riaccende l’illanguidito amore della patria; non ci consideriamo più come parti isolate, ma come figli della società, delle leggi e del Sovrano; la sfera dei nostri sentimenti diventa più grande e più viva; le passioni esclusive si diminuiscono; le affezioni sociali si dilatano e si rinforzano per potere dell’immaginazione e dell’abitudine; e misurando gli oggetti nelle vere loro dimensioni ci allontaniamo da ogni bassezza e viltà, vizi che nascono sempre dalla falsa misura delle cose.
Quindi è che, paragonando le diverse professioni degli uomini, vediamo con tenerezza e con meraviglia la mutua catena de’ reciproci servigi, onde divengono per noi care e rispettabili, non a misura del fasto e della pompa che ostentano, ma in proporzione dell’utilità che arrecano, e delle difficoltà che superano; impariamo quanto debba rispettarsi l’orgogliosa indolenza di chi, lacero, poltrisce fra le sdrucite immagini degli avi, e l’industria operosa e benefica del ruvido agricoltore; ed ammirando il solitario ed austero cenobita, non disprezzeremo l’umile padre di famiglia, che divide un pane bagnato di sudore fra i teneri allievi della nazione.
Finalmente, non picciolo vantaggio può arrecare lo studio di una scienza non rinchiusa nella solitudine di un gabinetto, non versante intorno ad oggetti remoti dall’uso promiscuo della vita, ma della quale tutt’i circoli e le radunanze risuonano, e gli avvenimenti giornalieri ci richiamano a continue applicazioni; onde gioverà sempre il guardarsi, per interno convincimento, e per quella luce tranquilla e chiara che le scienze solidamente studiate c’infondono, sia dai venerati pregiudizi che per domestica tradizione ci vengono tramandati, sia da quell’abituale querulità e malcontentezza, che non cessa in ogni tempo ed in ogni luogo d’esser soffiata sulla diffidente e docile ignoranza.
Eppure una scienza così necessaria ed utile è stata delle ultime a svilupparsi nello spirito umano, e non è ancor giunta a quell’ultimo grado di perfezione di cui sembra suscettibile. Tutte le arti e le scienze sono nate dai nostri bisogni, siano da’ primari, cioè da quelli che l’uomo anche solitario ed abbandonato a se stesso risente necessariamente, siano da’ secondari, cioè da quelli che sentono gli uomini riuniti in società osservandosi ed imitandosi reciprocamente, come per esempio la curiosità, la voglia di distinguersi, la fuga della noia; mentre dall’una parte si rende più facile il soddisfare alle naturali necessità, e cresce dall’altra l’attività dello spirito coll’addensamento degli esseri pensanti. Vi sono dunque sempre state fra gli uomini, in qualunque maniera riuniti, economia pubblica e commercio; in ogni tempo vi è stato cambio di cose con cose reciprocamente superflue e necessarie, di azioni con cose, di azioni con azioni. Eccovi il principio d’ogni traffico. In ogni tempo gli uomini riuniti per qualche motivo sono stati forzati, per mantener l’unione ed ottenerne il fine, di concorrere con un certo numero di operazioni al bene comune, e di consegnare sia la direzione sia il prodotto di tali operazioni ad un supremo magistrato. Eccovi il principio d’ogni sorte di finanze, e dell’amministrazione di esse. Ma queste cognizioni erano guidate solamente dalla disordinata e contraria opportunità de’ tempi, dalla presenza sollecita del bisogno, e dal timore istantaneo e precipitoso de’ mali, non da una catena di riflessioni e di verità dedotte ordinatamente le une dalle altre, e prese sulla somma totale de’ bisogni sociali.
Era dunque necessaria una moltitudine di secoli, ed una infinita serie di fatti e di esperienze per supplire al confuso e lento progresso degli uomini verso le scienze economiche, e per produrre quella folla di minute circostanze che determinasse l’ingegno ardito e felice a portar la luce in simili materie attraverso le tante resistenze degl’interessi privati, e le fantastiche illusioni della prevenzione e dell’errore. In fatti, se noi portiamo lo sguardo ai primi tempi, noi vedremo gli uomini rari sulla terra, riguardo alla presente popolazione; ma moltiplicati oltre i mezzi che la spontanea natura offeriva ai loro bisogni, arrestati da’ fiumi che non ardivano varcare, frenati da’ monti per essi facilmente insormontabili; appena cambiavansi le derrate più necessarie della vita, derrate a forza d’armi a vicenda strappatesi dalle mani.
La prima professione, perché la più facile e necessaria fra gli uomini, fu quella della caccia. L’uso continuo di essa fece loro conoscere le bestie da pascolo, e divennero pastori. Crebbe allora, in uno stato più ozioso e tranquillo, lo spirito di osservazione, le cose commerciabili e gli stimoli al commercio, coll’adagiarsi ad una vita meno ruvida e feroce; ma crescendo tuttavia i bisogni e la popolazione, si ebbe campo di secondare coll’arte le spontanee produzioni della natura, e gli uomini divennero agricoltori. Ma l’invenzione de’ metalli fu quella che spinse l’umanità in una nuova rivoluzione di cose, e la sollevò ad un grado maggiore di moto, e per conseguenza di perfezione.
La durevolezza di questi nell’uso delle arti, la voglia di distinguersi con un monumento durevole dell’industria e della forza, la trepida sollecitudine de’ mortali nell’offerire alla Divinità ciò che vi era di più utile e di più caro, fece e ricercare e stimare, in proporzione della ricerca e della rarità, i differenti metalli. Così, aggiuntovi l’uniforme apparenza ed una commoda divisione di quelli, divennero a poco a poco il cambio d’ogni derrata, e per conseguenza l’universale rappresentazione di esse, come potevano esserla stata avanti una tale scoperta le produzioni più necessarie e di un uso più comune. Ecco l’origine della moneta, ch’è stato il veicolo per cui la macchina politica divenne più mobile e più scorrevole. Finalmente la ferrea costanza degli uomini giacenti lungo le coste marittime, nel tentare l’immenso pelago, moltiplicò la comunicazione, il moto e il cambio reciproco dei comodi e delle delizie della vita.
L’Asia, nell’epoche a noi note, fu il primo emporio del commercio. La fama delle navigazioni dei fenici risuona ancora fra noi. Dall’Oriente, dall’Affrica, dall’Europa questi arditi navigatori chiamavano con istancabile industria tutt’i doni della natura negati all’arido e piccolo loro distretto; essi gli ricambiavano e rispandevano dove mancassero; e con innumerabili trasporti si rendevano tributarie le nazioni rannicchiate ne’ loro paesi, emule e guerreggianti fra di loro.
Cartagine in epoca più certa, colonia de’ fenici sul Mediterraneo, s’innalza dalle rovine di Tiro e di Sidone. Abbraccia per mezzo del Mar Rosso e dei porti di Elath e di Esiongaber le coste orientali dell’Affrica, diviene la distributrice dell’oro e dei profumi più preziosi, spinge le sue flotte nelle coste occidentali e nel Mediterraneo, leva dalle Spagne le lane, il ferro, il cottone, l’oro e l’argento; arriva fino alle isole Cassiteridi, ora Brittanniche, per prendere lo stagno. Frattanto la Grecia fiorisce per la libertà e per le invenzioni le più sublimi dello spirito umano; ma, squarciata in repubbliche gelose e divise continuamente, fuorché nel difendere contro a’ barbari la propria indipendenza, sembra non aver fatto del commercio la prima occupazione, fra la democratica turbolenza e la spartana e disdegnosa severità di militari costumi.
I focei, colonia d’Atene, fondano Marsiglia, emula costante di Cartagine, mentre Roma da oscuri principii si eleva; ma si eleva ambiziosa e conquistatrice, profitta dell’alleanza dell’emule repubbliche di Cartagine per distruggerla, e, distrutta, rende le alleate appoco appoco soggette e tributarie: politica da Roma in ogni tempo conservata.
Prima di quest’epoca, Alessandro aveva fondato un nuovo impero. Al suo genio conquistatore si apre l’Egitto incomunicabile, e l’India antichissima: i suoi mari sentono il peso di straniere lotte. Alessandria, secondo emporio dei due commerzi d’Oriente e d’Occidente, si edifica. Dura fino sotto i Tolommei una tale opulenza: ma Roma alla fine passa col ferro trionfatore su tutti i monumenti dell’antica industria, ingoia tutte le ricchezze, e i tributi immensi di tante provincie formano la sola economia pubblica del Romano Imperio. La traslazione di questo a Bisanzio fatta da Costantino, epoca feconda di tante conseguenze, stabilì intorno all’Ellesponto una grande fermentazione di affari politici ed economici; ma la mole immensa dell’impero, la maestà di un popolo conquistatore (tacendo intorno ad un centro in cui gravitavano i tributi della terra la voce imperiosa del bisogno), circondato da popoli barbari o avviliti, mancava di quello stimolo che nasce dal paragone con nazioni emule e più felici. Ma la miseria e la schiavitù riaccese in tutt’i cuori la disperazione ed il coraggio. Cadde interamente l’impero d’Occidente, mietuto e lacerato dai popoli settentrionali. Tutte le arti ed ogni sorta d’industria restano sepolte: solo in Italia si conserva fra quel popolo attivo ed inquieto una navigazione ed un commercio. L’antico spirito repubblicano cova sotto le ceneri del Romano Impero. Rompe l’Italia appoco appoco parte delle sue catene postele da un popolo feroce, ma ignorante. Sorge dalle paludi dell’Adriatico la libertà, e l’industria veneta: Genova, Pisa, Firenze si combattono, ma conservano, a confronto di tutta Europa, il dominio del mare e la superiorità delle manifatture. Le flotte italiane per mezzo d’Alessandria fanno sole il commercio di Levante, e le nazioni europee consegnano all’Italia tutte le materie prime che sola sapeva lavorarle, mentre quelle, scissa e lacerata pel governo feudale ogni attività d’amministrazione, gemevano sotto un dispotismo tanto più desolatore, quanto più debole e moltiplicato.
Le navigazioni degl’italiani verso il nord fanno delle Fiandre un deposito di commercio. L’esempio domestico risveglia i fiammenghi, e gli rende i secondi manifattori dell’Europa. Le facilità accordate da’ conti di Fiandra a’ negozianti animano quella nazione; le medesime, tolte, la deprimono. Altre nazioni approfittano della loro imprudenza; e con questa vicenda l’Inghilterra, la Francia, l’Ollanda, la Germania coll’unione delle città anseatiche entrano a parte dell’opulenza e dell’industria già propria unicamente del genio italiano.
Gli ebrei, perseguitati a vicenda dappertutto, non tanto per un zelo malinteso, quanto per l’avidità delle loro ricchezze, ricorrono, per sottrarle alle tiranniche ricerche, all’invenzione delle lettere di cambio, epoca fondamentale del commercio, per cui si rese più rapida e più sicura, e perciò maggiore, la comunicazione fra’ popoli commercianti. Scopresi la bussola, che guida nell’Affrica i portoghesi, ove fanno grandiosi stabilimenti. Bartolommeo Diaz raddoppia il Capo di Buona Speranza; raddoppiamento fatale all’Italia, che perde la miglior parte del commercio d’Oriente, cioè le Indie. Poco dopo Cristoforo Colombo, uno di quegl’ingegni arditi ai quali la timida prudenza de’ mediocri darebbe il nome di chimerici e romanzeschi, apre alla Spagna un nuovo mondo, frutto della costante e lungo tempo derisa sua fermezza. L’oro, che vi brilla da tutte le parti, rende gli spagnuoli avidi e coraggiosi oltre l’amor della vita, avvelenata nella sorgente medesima, oltre le fortune del mare immenso e rivoltoso. Scorrono torrenti di sangue, e milioni di vittime sono immolate in apparenza alla religione d’un Dio di pace, ed in realtà all’ingordigia del metallo rappresentatore di tutt’i piaceri. La facile ma crudele conquista dell’oro rende gl’immediati di lui posseditori negligenti nelle arti e nell’agricoltura, mentre quello, seguendo l’infallibile attrazione dell’industria e della fatica, messa in un nuovo fermento fra le nazioni escluse ancora dall’America, non fa che passare per le mani inoperose degli spagnuoli per circolare in Ollanda, in Inghilterra, in Francia. La necessità e la disperazione creano nelle Provincie Unite la libertà e l’industria: alcuni mercanti divengono sovrani di vasti regni nelle Indie orientali, e ’l commercio esclusivo degli aromi assicura alla nazione una sorgente inesausta di ricchezze.
Elisabetta in Inghilterra, e la sapienza de’ suoi Parlamenti, portano al colmo la superiorità delle manifatture e l’impero del mare. Il famoso Atto di navigazione incoraggisce da una parte, e, dall’altra, le compagnie di commercio, ad imitazione di quelle in Ollanda, riuniscono le forze della nazione, e rinnovano l’antico punico esempio de’ mercatanti conquistatori. Luigi XIV e Colbert innalzano quasi in un momento la Francia, rianimando ogni sorta d’industria; e tutte le belle 0 arti, le arti dell’ozio e della pace, fra le ambiziose intraprese di conquista, sono mirabilmente nutrite ed incoraggite; ma il colpo mortale della rivocazione dell’Editto di Nantes dona in un tratto alle potenze gelose una gran parte delle sue forze e delle sue risorse.
La luce delle scienze le più utili all’umanità comincia a scintillare in Europa, rovesciato l’idolo tenebroso della peripatetica superstizione. Lo spirito profondo ed osservatore della filosofia spandesi sull’economia pubblica e sul commercio. Già gl’inglesi hanno potuto rinvenire in Bacone i primi semi di queste scienze, da altri valentuomini di quell’illustre nazione in seguito isviluppati e prodotti. In Francia il Maresciallo di Vauban, simile a Senofonte nella professione delle armi, da cui abbiamo il solo monumento di quella parte della politica che ci abbiano tramandato gli antichi, fece il primo risuonare lo sconosciuto linguaggio della ragion economica. Melon, l’immortale Montesquieu, Ustariz, Ulloa, il filosofo Hum, il fondatore di questa scienza in Italia, abate Genovesi, oltre parecchi altri, l’hanno spinta a quel segno a cui non mancano che gli ultimi e non meno difficili lineamenti per renderla perfetta, e di un uso comune e sicuro.
Ma, rivolgendo lo sguardo da cose a noi lontane alla nostra provincia, si vedrebbe da quale stato di antica floridezza fosse caduta, non solo pel fulmine di guerra che passò tante volte sopra di essa, ma ancora per la disuguale distribuzione de’ tributi, e per la moltiplicità e confusione delle amministrazioni; rianimata dappoi, ed eretta ad un nuovo e felice ordine di cose sotto il regno immortale di Maria Teresa, con leggi ed ordini altrettanto semplici che universali, per le quali, tolto l’arbitrio distruttore, sono dati alla legislativa mano del principe i mezzi ristoratori dell’industria e della pubblica felicità. Ma la brevità del tempo e la lunghezza de’ dettagli, necessaria dove si tratti non solo di cose proprie, ma ancora di tante auguste beneficenze, mi costringono a serbare una sì consolante discussione al progresso delle mie lezioni.
Restami solo a qui promettere solennemente che, nell’esporsi da me i principii più sicuri intorno all’agricoltura, commercio, manifatture, polizia interna, finanze, non dimenticherò giammai il sacro dovere imposto a tutti quelli che sono incaricati della pubblica istruzione: di parlare mai sempre il linguaggio della verità, chiaro, semplice, energico.
Richiamando gli oggetti alle origini loro primitive, ove si trovano meno intralciati, fra tanti rapporti e modificazioni, le definizioni riusciranno esatte e non arbitrarie; l’evidenza nascerà dal discioglimento delle nozioni complesse ne’ suoi elementi, e da un’ordinata deduzione delle proposizioni più semplici alle verità più generali e più complicate. Nel medesimo tempo, realizando le massime economiche colla continua applicazione alle circostanze nostre, mi sforzerò di allontanarmi dalle sterili ed astratte speculazioni, e da tutto quell’apparato imponente di termini scientifici, onde le scienze tutte sembrano misteriose ed inaccessibili, e con eguale premura schiverò le magistrali e dogmatiche decisioni, sotto il giogo delle quali l’originario vigore degli spiriti si rallenta dietro una servile imitazione, e le scienze divengono un artificioso accozzamento di termini convenuti.
Diffidando di me medesimo, e sgomentandomi dell’importanza d’una scienza che versa intorno agl’interessi delle intere nazioni, spero di essere animato ed assistito dall’illustre gioventù milanese. Il docile ingegno, l’animo fervido ed instancabile, la vivace curiosità loro contribuiranno a dileguare il sempre imminente e pieghevole errore, ad abbattere i barbari pregiudizi e le anticipate opinioni, che, ad onta della timida e sfuggevole verità, potrebbono opporsi in questo suolo ai doni immortali della natura; e, benché invano, alle magnanime provvidenze di chi ci governa. Me beato, se le sollecite mie cure arriveranno ad accrescere il numero de’ sudditi illuminati alla sempre augusta Sovrana nostra, de’ veri cittadini alla patria, degli uomini virtuosi e di sode cognizioni avvalorati alla società del genere umano.
Elementi di economia pubblica
Cesare Beccaria
ELEMENTI DI ECONOMIA PUBBLICA [1769-1772]
| Testo critico stabilito da Gianmarco Gaspari (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, III, 2014, pp. 97-390) |
Parte prima.
PRINCIPII E VISTE GENERALI
1. L’economia pubblica è stata definita l’arte di conservare ed accrescere le ricchezze in una nazione, e di farne il miglior uso. Le ricchezze altro non sono che l’abbondanza delle cose necessarie non solo, ma comode eziandio, ed aggradevoli. Le nazioni sono una moltitudine di uomini forzati a vivere in società per difendersi reciprocamente da ogni forza esteriore, e contribuire nell’interno al bene comune procurando il ben proprio. Dunque l’economia pubblica sarà l’arte di fornire con pace e sicurezza non solamente le cose necessarie, ma ancora le comode, alla moltitudine riunita.
2. Tutto ciò che serve all’alimento, all’alloggio, al vestirsi degli uomini, ci viene fornito dalla terra per mezzo dei vegetabili che vi crescono, de’ minerali che vi si nascondono, degli animali che vi pascolano. L’arte dunque di diriggere ed incoraggir gli uomini, acciò cavino il miglior partito possibile dalle terre, sarà la base fondamentale d’ogni operazione economica. Quest’arte chiamasi agricoltura politica: primo oggetto d’economia pubblica.
Ma queste materie somministrateci dal terreno hanno bisogno d’essere dalla mano industriosa ed imitatrice dell’uomo alterate e modificate, perché possino addattarsi ai differenti usi a cui sono destinate. Finché si trovano nello stato nel quale le abbiamo ricevute dalla terra, si chiamano materie prime. Lavorate poi per i moltiplici usi degli uomini chiamansi manifatture: secondo oggetto di pubblica economia.
Gli uomini hanno sovente abbondanza di alcune cose, di cui altri sono bisognosi, e scarsezza di alcune altre di cui altri abbondano. Ciò accade sì nelle materie prime, per la differente natura del terreno e delle coltivazioni, come nelle lavorate, per le differenti inclinazioni degli uomini, non abili egualmente a far tutte le cose. Si permutano dunque reciprocamente siano le produzioni del suolo, siano le opere della loro industria. Una tale permutazione chiamasi commercio: terzo oggetto d’economia pubblica.
3. Il travaglio degli uomini, sia sulla terra, genitrice delle materie prime, sia sulle cose da quella prodotte, e le vicendevoli permute, non possono esser fatte con pace e tranquillità, se la moltitudine che opera e che si affatica non sia difesa e protetta dalla forza esteriore, che potrebbe disturbarla ed usurparsi il frutto degli altrui sudori; né le operazioni degli uomini potrebbono giammai essere conformi al bene della maggior parte, se le genti, senza freno e senza direzioni, fossero lasciate puramente in preda alla loro avidità personale; o in braccio ad una improvvida inerzia si gettarebbero, se mancassero d’uno stimolo che gli obbligasse alla sempre odiata fatica. Sono dunque necessari supremi direttori, che colle armi e colle leggi diriggano le interne operazioni della società, la difendano dagli esterni assalti, eccitino nella giornaliera indolenza degli uomini il moto e l’attività. La moltitudine deve dunque fornire a questi supremi direttori i mezzi onde possano adempire un tale oggetto. Questi mezzi chiamansi tributi, e l’arte di percepirli, acciocché siano utili alla moltitudine che li fornisce, e non siano rovinosi né per il modo con cui sono levati, né per l’uso che se ne faccia, chiamasi finanze: quarto oggetto di pubblica economia.
4. Ma né i prodotti delle terre, né le opere della mano, né i scambievoli commerci, né i pubblici tributi si potranno giammai ottenere dagli uomini con perfezione e costanza, se essi non conoscono le leggi morali e fisiche delle cose sulle quali agiscono; se al crescere de’ corpi proporzionatamente non crescono le abitudini sociali; se tra la moltiplicità degl’individui, delle opere e dei prodotti, non si vegga ad ogni passo scintillare la luce dell’ordine, che rende facili e sicure le operazioni tutte. Dunque le scienze, l’educazione, il buon ordine, la sicurezza e tranquillità pubblica, oggetti tutti compresi sotto il solo nome di polizia, formeranno il quinto, ed ultimo oggetto di pubblica economia.
5. Questi cinque primari oggetti racchiudono moltiplici diramazioni e dettagli complicati, i quali variano colle differenze di clima, di popolazione, di governo di ciascun paese. Per non perderci in questo labirinto è necessario ricercare un punto fisso ed invariabile, il quale non si alteri giammai, né dalle circostanze di luogo e di tempo, né dalle diverse modificazioni della società, e che anzi sia egli un punto di vista altrettanto semplice che luminoso, il quale diffonda la sua luce sugli intricati rapporti e combinazioni politiche. Tutte le scienze hanno sempre questo canone fondamentale, questa proposizione universale, che non è altro che l’enunciazione del legame comune di tutte le proposizioni particolari costituenti il corpo d’una scienza. Per ritrovarlo è necessario rimontare all’origine delle cose stesse, ove solo si può rinvenire qualche primitiva e primaria combinazione, che è stata come il nucleo, o punto d’appoggio, intorno al quale si sono raggrappati ed avvolti i moltiplici e diversi dettagli d’una scienza.
I. Principio generale
6. Supponiamo un numero di famiglie qualunque, per una qualunque cagione senza arti e senza altri aiuti, fuori che quelli che le naturali facoltà dell’umana natura posson loro somministrare, gettate in un paese incolto ed intatto dalla mano dell’uomo.
Queste famiglie per lungo spazio di tempo viveranno della distruzione degli animali, dell’acqua, della aria e della terra, dei frutti selvatici degli alberi e delle radici spontanee del campo, coprendosi le ignude carni delle sanguinose spoglie degli uccisi animali, e dando loro le caverne aspro ricovero.
Dopo avere ridotte in schiavitù le bestie mansuete e frugivore, e ridottele in mandre pascolanti sotto il dispotismo dell’uomo, l’esperienza, l’osservazione di moltissimi avvenimenti, la necessità della nascente popolazione – angustiata da fiumi innatabili, da monti altissimi, dal mare ancora intentato –, le resero accorte del potersi coll’arte e col lavoro secondare, anzi accrescere, le spontanee produzioni della terra.
Io qui racchiudo in brevissimo spazio ciò che si sarebbe potuto lungamente sviluppare annoverando minutamente ad una ad una tutte le cagioni che l’uomo abbiano potuto condurre dallo stato selvaggio e cacciatore allo stato socievole e agricoltore; ma ciò si può vedere in molti autori, principalmente nell’insigne opera di Monsieur Goguet, intitolata De l’origine des loix, des Sciences, des arts chez les anciens peuples. Devo affrettarmi a ritrovare le traccie maestre del lungo cammino che si deve percorrere.
7. Dunque per moltiplicare questi frutti della terra dovettero gli uomini per lungo tempo vincere molte difficoltà: dovevano disboscare il terreno, mondarlo da’ sassi, moverlo, irrigarlo, fecondarlo, ecc., avanti ch’egli fosse in istato di ricevere le prime sementi in quella copia che ora veggiamo atta a nutrire considerabili popolazioni.
Ora, tutte queste operazioni esigevano fatica e tempo, e stromenti atti a lavorare la terra, e materie atte a fecondarla, e sementi già da quella prodotte per rimettervele, onde le riproducesse e le moltiplicasse; ma, durante tutto questo tempo e questa fatica, dovettero gli uomini nutrirsi, vestirsi ed abitare vicino al luogo del loro travaglio, ed avere in proprietà quelle cose che doveano servire a perpetuare nella terra la riproduzione.
Dunque noi chiameremo capital fondatore della coltivazione la somma di tutte queste cose preliminarmente necessarie a rendere una terra, d’incolta, fruttifera, ed osserveremo che, senza di questo capital fondatore, la terra sarebbe rimasta inutile e deserta.
8. Di più: preparata la terra ad essere coltivabile e fruttifera, bisognava conservarla tale, perché, consumati i prodotti d’un anno, bisognava metterla in istato di riprodurli per il seguente; ma questa riproduzione esige nova semente da gettare sul terreno: come prenderla, se non dai prodotti precedenti del passato anno? Esige braccia che coltivino, ed animali che fecondino e che aiutino il lavoro, ma bisogna nutrirsi, abitare, conservare gli stromenti, e pascere questi animali che contribuiscono al lavoro medesimo: tutto ciò richiede una spesa continua, ed una ricchezza da non destinarsi ad altro uso, fuori che a quello della riproduzione; e dove prenderla, se non appunto dai prodotti precedenti?
Dunque noi chiameremo scorte annue queste ricchezze necessarie a continuare la riproduzione; ed osserveremo che, scemate queste o tolte del tutto, proporzionatamente si scema o si toglie la riproduzione, e la terra ritorna qual era, incolta e deserta.
9. Frattanto che da queste famiglie, o sia che da questa nostra idea di nazione, prosperamente tutte queste cose si fanno, ecco nascere necessariamente le arti e la diversità delle occupazioni degli uomini: ciascuno prova coll’esperienza che, applicando la mano e l’ingegno sempre allo stesso genere di opere e di prodotti, egli più facili, più abbondanti e migliori ne trova i risultati, di quello che se ciascuno isolatamente le cose tutte a sé necessarie soltanto facesse; onde altri pasce le pecore, altri ne cardano le lane, altri le tessono; chi coltiva biade, chi ne fa il pane, chi veste, chi fabbrica agli agricoltori e lavoranti, crescendosi e concatenandosi le arti, e dividendosi in tal maniera, per la comune e privata utilità, gli uomini in varie classi e condizioni. Ognuno può vedere nella succennata opera di Goguet le diverse gradazioni de’ progressi fatti dal genere umano, dal raccogliere le spontanee produzioni della terra al coltivarle, e dal rozzo uso di quelle al prepararle e consegnarle con tanti diversi ed ingegnosi artifizi.
10. Il lavoro degli uomini non vi sarebbe, se non vi fossero cose da lavorare, né le cose da lavorare vi sarebbero, se la terra non le producesse. La mano dell’uomo modifica e dispone i corpi, cioè ne avvicina o ne allontana in diverse guise le parti; ma un atomo di materia non vi cresce fra le dita, se la terra, e quello spirito di vita che circola nelle sue viscere, non lo produce. Ma perché l’uomo lavori, egli deve avere prima di tutto la materia da lavorare, indi vivere e procacciarsi le cose necessarie, anzi fino ad un certo segno le comode all’uso della sua vita durante tutto il tempo del lavoro, senza di che egli non lo farebbe altrimenti, ma in vece attenderebbe a procacciarsi quelle cose che altri non gli darebbono: quindi ne risulta che ogni valore che si dà ad un lavoro qualunque sarà composto del valore della materia prima e del salario che si dà per il comodo sostentamento di quello che lavora questa materia prima. In qual proporzione si valutino queste materie prime e questi salari, si vedrà a suo luogo.
11. Questi salari, o non siano pagati in danaro, come nella presente supposizione, o lo siano, torna allo stesso, perché con il danaro le cose tutte si possono avere: dunque il vero salario sarà la somma delle cose necessarie e comode alla vita date a colui che, lavorando per il comodo e necessità altrui, non può sovvenire da se stesso ai propri comodi ed alle proprie necessità: dunque questi salari, o queste cose alla vita comode e necessarie, saranno sempre, in qualunque maniera modificate siano, produzioni della terra; dunque l’aumento di queste produzioni della terra è un aumento di salari da distribuirsi; l’annientamento di parte di queste produzioni è un annientamento di parte di questi salari da distribuirsi.
Di più, quegli uomini che posseggono, o lavorano, o fanno lavorare terre producenti, o si procurano prodotti che eccedano il loro bisogno, o no. Se no, dunque non lavorano che quella porzione di terra, e con niente più di stento e d’industria che quanto basta a procurare il preciso loro sostentamento. Se lavorano al di là di questa loro esigenza, chiaro sarà che essi pagheranno o faranno queste maggiori fatiche per cambiare l’avanzo con altre cose utili o piacevoli che loro manchino, e per averle più ben disposte e più atte a que’ fini ai quali le destinano. Dunque questi prodotti non cresceranno se non in quanto saranno atti ad essere permutati reciprocamente: e saranno tanto più atti ad essere permutati, quanto ciascuno potrà esserlo con un maggior numero di cose, perché allora la spesa e la fatica di chi lavora o fa lavorare è ben ricompensata; ma se il numero delle cose che si possono avere per mezzo di questi prodotti sarà inferiore alla spesa e fatica de’ producenti, cesseranno questi di far produrre: dunque scemerà il numero delle cose utili e contrattabili.
12. Finalmente, come abbiamo veduto al § 3, tutti gli individui riuniti in società devono fornire i mezzi necessari a difenderla, proteggerla e governarla con sicurezza e tranquillità. A chi appartengono queste auguste funzioni è necessario un corredo moltiplice d’uomini esecutori, d’attrezzi e di stipendi, e tutte queste cose non si hanno e non si mantengono appunto con niente altro che colle produzioni della terra, perché gli uomini né vivono, né vestono, né faticano, né guerreggiano coll’oro e coll’argento, bensì con questo si procacciano le cose a ciò conducenti, e l’oro e l’argento divengono metalli inutili perfettamente. Dunque anche la terra, qualunque ella sia e dovunque ritrovisi, sarà sempre quella e sola che può dare le cose mantenitrici della forza tutelare della società.
13. Dunque, raccogliendo le cose fin qui dette, primo principio d’ogni operazione economica sarà quello di eccitare la maggior quantità possibile di prodotto utile e contrattabile, e di togliere di mezzo ciò che diminuisce questa massima quantità di tali prodotti.
14. Ma quelli i quali le cose dalla terra prodotte modificano per l’uso e per le richieste degli uomini, debbono essere alimentati dai padroni e coltivatori de’ prodotti con parte di questi prodotti medesimi, come abbiamo veduto; dunque questi lavoratori con tanto minor tempo e tanto minor numero di persone potranno fare un maggior numero di lavori, tanto meno dei prodotti si consumeranno da essi: dunque tanto più resterà di avanzo in mano dei producenti, sia per rimettere sulla terra, onde cresca la di lei riproduzione, sia per far fare altre cose e dare altri salari e guadagni ai medesimi agricoltori, che con questa economia lavorano, sia per le pubbliche o private spese qualunque. Ma siccome questi lavoratori debbono e vogliono vivere, e le famiglie loro mediocremente sostentare, anzi migliorar, se possano, le condizioni loro, così dovranno supplire colla frequenza delle spese al poco salario di ciascheduna in particolare. Si vedrà, in conseguenza di tutto ciò, che il secondo principio d’ogni economica operazione, riguardo alle opere della mano e dell’industria, sarà quello di fare piccoli per volta ma più spessi guadagni che sia possibile.
15. Il primo principio è il reggitore dell’economia agricola, e fondamentale d’una nazione. Il secondo è il principio dell’economia artista ed industriosa della medesima. Al primo debbono principalmente applicarsi le nazioni che hanno un territorio, ed avere il secondo per principio subalterno e secondario; a questo, quelle che prive sono d’un territorio fertile e riproducente. Ma queste nazioni, che campano sulla sola industria ed opera delle lor mani, non esisterebbero se non esistessero terre feconde, da nazioni piccole e territoriali lavorate.
16. Da qui si può di slancio vedere come i confini politici d’uno stato non siano sempre, o quasi mai, gli stessi de’ confini economici di quello. La terra di una nazione alimenta l’industria d’un’altra, l’industria di questa feconda la terra di quella. Queste due nazioni, quantunque divise di sovranità ed indipendenti reciprocamente dalle rispettive loro leggi politiche, sono però realmente una sola nazione, strettamente unita per leggi fisiche, e dipendenti l’una dall’altra per le relazioni economiche.
17. Ora, né il massimo prodotto utile e contrattabile dalle terre si potrà ottenere, né dalle arti avere piccoli ma pronti profitti, se gli uomini, gli uni a gara degli altri, non faticheranno colla mano e coll’industria, sia sulla terra sia sui prodotti di quella. Dunque, riunendo i due sovra indicati principii in uno, diremo essere fine generale, e principio insieme reggitore di tutta la politica economia, di eccitare nella nazione la maggiore quantità possibile di travaglio utile, cioè producente la maggior quantità di prodotto contrattabile, e producente li più piccoli ma più spessi possibili salari alle opere della mano, e di opporsi a tutto ciò che potrebbe tendere a diminuire questa massima possibile quantità d’utile travaglio.
18. Da quest’analitica deduzione di semplicissime verità, tutta quanta l’economia politica si deriva: ed io spero, sviluppandosi a poco a poco ed applicando agli affari degli uomini questi palpabili ed evidenti assiomi, di condurci nelle più recondite teorie di questa scienza. Chi sa di matematica non ignora che il circolo si genera dal movimento d’una linea retta intorno ad un punto fisso; e pure, da questa semplicissima nozione, quante varie e recondite verità non si sviluppano, che formano l’oggetto della beata contemplazione de’ sapienti e la meraviglia degli sciocchi? Così spero di fare, riprendendo successivamente per mano alcune di queste verità di solo buon senso da me esposte. Io spero di dimostrarvi con esattezza l’arte di render gli uomini e le società ricche e felici di quelle cose che si richieggono, per quanto i limiti dell’umana capacità, e l’inesorabile legge del dolore lo possono permettere.
II. Della natura del travaglio e della consumazione
19. Ho posto per principio generale di tutta la scienza non la massima quantità di travaglio generalmente, ma la massima quantità di travaglio utile; ed ho, cred’io, sufficientemente determinata l’idea di questa utilità. Perché la terra coltivabile produca, sono necessarie alcune spese, e, quanto maggiori sono queste spese, in paragone del prodotto totale, tanto meno resta di avanzo sul prodotto medesimo; quanto meno resta di questo avanzo, tanto minor ricchezza si potrà contrattare coi prodotti utili delle altre terre, e darsi in salario alle arti che rendono utili questi prodotti; e tanto meno resta di tributo da darsi al sovrano, per le innumerabili e necessarie spese della pubblica sicurezza e tranquillità. Perché le opere della mano e della industria abbiano una continua prosperità, bisogna che molti siano coloro che facciano uso delle opere di quelle; perché molti facciano questo uso è necessario che ciascun’opera sia fatta nel minor tempo possibile, e colla minore spesa possibile; ma non si può far uso di queste opere se non pagandole; pagare non si possono se non si danno prodotti delle terre, o almeno rappresentazioni in quelli convertibili, il che è lo stesso. Dunque, quanto maggior tempo e maggiore spesa consuma un’arte, tanto maggior prodotto di terra si darà per quella, e per ciò tanto meno ne resterà da convertirsi in altre arti ed in altre successive opere. Dunque generalmente quel travaglio sarà meno utile che, potendo in più breve tempo e da un minor numero di persone esser fatto, lo sarà più lungamente e da più persone.
20. Non occorre che io qui mi dilunghi a sviluppare ciò che chiaramente e diffusamente dev’esserlo nelle parti di questi Elementi destinate a trattare dell’agricoltura e delle arti, nelle quali saranno tolte di mezzo quelle obbiezioni che si possono fare: la natura di questa scienza, come di ogni altra che non sia futile ed illusoria, è di formare un tutto talmente riunito, che sia necessario di comprenderlo nella sua totale estensione, per essere perfettamente convinti delle grandi verità ch’ella contiene. È solamente necessario di entrare alquanto più addentro nella natura e distribuzione di queste spese, che essenzialmente sono necessarie per ottenere una qualunque siasi produzione della terra, o opera della mano dell’uomo.
21. Il tempo rinnuova i bisogni degli uomini, e la vita di quelli non si prolunga che colla distruzione e alterazione de’ corpi che sono atti ad assimilarsi alla propria loro sostanza. Un uomo non solamente si nutre e propaga la sua stirpe, ma si veste, edifica, e cerca di vivere comodamente, e di modificare e di applicare a se stesso tutte le cose in maniera che gli eccitino sensazione piacevole. Ora, non si può ciò ottenere gratuitamente, bensì col mezzo dell’azione e del travaglio.
Bisogna dunque, durante questo tempo, nutrir se stesso e gli altri che contribuiscono al soddisfacimento di questi bisogni e comodi. Io ho bisogno per esempio di vestirmi: in primo luogo, io debbo fornire al sartore tutte le materie e gl’ingredienti necessari; in secondo luogo, io debbo mantenerlo per quel tempo ch’egli consuma travagliando; non solamente io lo nutro, ma gli do una parte – proporzionata al tempo ch’egl’impiega in mio servizio – di vestito, di alloggio o di che altro gli occorre. Egli stesso impiega una parte di quel che gli do a nutrir altri che gli forniscono l’occorrente, così successivamente. Se noi poniam mente a questa successiva serie di pagamenti, noi troveremo due elementi distinti che entrano in ogni opera: l’uno sarà la materia prima prodotta dal suolo, la quale è modificata secondo l’uso richiesto; la seconda sarà il nutrimento, che va successivamente consumandosi da tutti quelli che, direttamente o indirettamente, contribuiscono al travaglio di questa materia prima. Questo nutrimento in primo luogo è somministrato anch’esso dalla terra; in secondo luogo è differente dalla materia prima impiegata al lavoro, in quanto quello immediatamente si consuma, e questa non è consumata ma lavorata, o sia mutatene solamente la forma, acciò sia atta all’uso destinato. In ogni pagamento, o sia in ogni passaggio di una produzione da una mano nell’altra, vi è sempre una parte del suo valore, o sia di quanto è stimata, che si ferma per convertirsi in alimento, o sia in immediata consumazione. Onde, se dal valore di qualunque opera si sottragga il valore della materia prima, tutto il restante rappresenterà la somma delle cose consumate, o sia degli alimenti di tutte le persone che hanno direttamente o indirettamente contribuito al travaglio.
Dunque l’alimento, o sia la consumazione, può dirsi il rappresentatore universale d’ogni sorta di travaglio, e la quantità di quello rappresenterà la quantità di questo. Dico l’alimento o sia la consumazione, perché molte cose si consumano che non sono alimento, quantunque vadano sotto la stessa considerazione, per esempio le legna che si abbruciano.
22. Avendo dunque veduto che per le persone che entrano nel travaglio d’una cosa qualunque non vi debbono esser compresi solamente i travagliatori di quella, ma ancora coloro che forniscono il vitto, il vestito e gli altri comodi e necessità della vita ai primi, e così successivamente quegli che li somministrano a questi ultimi: onde saranno tanto più numerosi gli alimenti rappresentanti la quantità di travaglio di ciascuna cosa, quanto è più grande la distanza di una sorte di travaglio dall’ultima classe dei producitori degli alimenti fornitici dalla terra. L’alimento degli uomini può essere più largo ed abbondante, può essere più ristretto e scarso, può essere meno grossolano, può essere più: le ultime classi degli uomini, prescindendo dai profitti casuali, possono dunque, col risparmiare una parte di alimento, e contentarsi del più comune, riserbarsene una porzione del più scelto da contrattarsi in altri usi; questa è la prima origine d’ogni profitto, da cui scaturiscono successivamente i primi guadagni, onde supplire agli altri bisogni.
23. Questi ultimi producitori rappresentano dunque realmente il travaglio e le fatiche di tutte le altre classi prese insieme; dunque questa classe debbe essere necessariamente la più numerosa; ma siccome ella medesima, per i bisogni più grossolani della vita, ha bisogno di molte altre, come per esempio di quelle che forniscono il vestito od altro, così, dopo la prima, la più numerosa sarà quella che somministra le cose più necessarie agli uomini dopo l’alimento, appunto perché più immediata rappresentatrice di quello; e, così discorrendo, di mano in mano si arriverà a questa non volgare osservazione, che le classi delle persone che travagliano debbono essere tanto meno popolate, quanto è maggiore la loro distanza dalle classi immediatamente alimentatrici. Da qui si vede la mutua dipendenza di tutte le arti, che a guisa di piramide, non a diseguali ammucchiamenti, debbano essere elevate ed incoraggite dal saggio legislatore. Ben è vero che, essendo fattizia e non stabilita nella natura delle cose la divisione delle nazioni, il travaglio non rappresenta solamente la quantità di cose consumabili prodotta dal proprio paese, ma ancora quella che è prodotta da un altro, onde, consumate le cose del paese proprio, il soverchio delle opere e delle fatiche delle classi superiori rappresenterà la quantità di cose consumabili che possono fornire le nazioni per le quali si travaglia. Ciò nonostante, se noi considereremo le terre forastiere somministranti l’alimento rappresentatore del soverchio travaglio di una nazione come facenti realmente un corpo solo colle terre alimentatrici della nazione medesima, noi troveremo sempre la classe producente l’alimento la più numerosa, e la classe lavoratrice la meno numerosa, in proporzione della distanza sua dalla produzione immediata dell’alimento medesimo.
Il soverchio dunque del travaglio sopra del bisogno della propria nazione le sarà dunque tanto più utile, quanto questo soverchio sarà nelle classi sempre più vicine a rappresentare la propria proporzionata quantità di alimento. Primo, perché, essendo queste le più numerose, la distribuzione delli utili cadrà sopra un maggior numero di persone, il che servirà ad incoraggire più immediatamente i lavori più necessari e più utili. Secondo, perché l’accrescimento delle arti inferiori, cioè più vicine alla produzione dell’alimento, anima le superiori, ma l’accrescimento di queste non anima egualmente quelle, la superiorità de’ loro guadagni mettendole nel caso di supplire fuori di stato alla più parte dei bisogni; le classi loro intermedie possono essere forastiere più tosto che nazionali, ed essere più utili all’altrui che alla propria nazione.
24. Da questi ragionamenti, i quali spero che colla loro fecondità ne compenseranno l’astrusità apparente – che coi futuri dettagli svanirà totalmente –, da questi, dico, ne nascono due importantissime conseguenze.
Prima: che le classi operatrici sono ancora tanto più utili quanto più sono inanellate l’una dentro dell’altra, in quella proporzione che abbiamo già divisata, perché allora solo producono la massima quantità e varietà di travaglio utile, e perciò la massima e la più giusta distribuzione di alimento. Quindi, fuori di questi casi, le classi che non sono comprese in questa catena non interrotta di opere e di lavori non sono utili e da proteggersi, se non in proporzione della necessità loro, o in quanto contribuiscano ad animare la serie delle classi operatrici ed alimentatrici.
Seconda conseguenza si è che l’aumento della popolazione aumenta il travaglio, perché la sempre presente necessità della sussistenza, e l’abitudine cara e quasi indistruttibile degli uomini al suolo natale, gli agita per ogni verso e gli stimola a procacciarsi i mezzi più sicuri per vivere, quando viziose cagioni politiche non consacrino l’inerzia, o premino la indolenza, o non irritino gli uomini alle emigrazioni.
Con più sicura ragione però si può dire che la quantità di travaglio aumenta piuttosto la popolazione, che non la popolazione la quantità di travaglio, perché la maggiore quantità di travaglio rappresenta un maggior numero di alimenti, e la quantità del popolo è proporzionata sempre alla quantità dell’alimento:1 dove egli è facile e sovrabbondante, il popolo v’accorre da tutte le parti al di fuori, e dentro l’invincibile istinto propagatore non trova ostacoli fisici a svilupparsi, quando i morali non si oppongano alle forze perpetuatrici della natura. La soverchia popolazione può essere a carico della nazione, quando non sia l’effetto dell’accresciuta quantità di travaglio, perché l’alimento del soverchio ozioso sarà a spese dell’utile, ma la popolazione, quanto grande si supponga, sarà sempre vantaggiosa a se medesima, quando sia l’effetto dell’aumentata quantità di travaglio, perché allora col numero crescono i mezzi della sussistenza e felicità di ciascuno.
25. Ho detto che nello stimare il travaglio è necessario aver riguardo al tempo in cui dura il travaglio medesimo, perché l’alimento è un bisogno costante e periodico; bisogna ancora parimenti aver riguardo al tempo del travaglio delle arti inferiori, fino all’ultima. Sonovi ancora alcune altre considerazioni che entrano nella stima del travaglio: per esempio, la maggiore o minore quantità dell’opra stessa, e la maggiore o minor capacità che vi si richiede; i pericoli e i rischi che si corrono nel travagliarla, sia per la fragilità della materia prima, sia per qualche circostanza, estrinseca o intrinseca, che la rendono malsana o nociva. Ho detto nello stimare il travaglio, perché altre considerazioni entrano nella stima delle cose, come l’abbondanza o scarsezza di quelle, la maggiore o minore ricerca, il trasporto, ed altre quantità per le quali si determina il valor relativo, del quale parleremo a suo luogo.
26. Non è dunque possibile il fissar con precisione aritmetica il valore intrinseco delle fatiche degli uomini: un tal valore varia secondo la varia bontà delle terre e la varia maniera di vivere di quelli che le lavorano o fanno lavorare, degli artigiani, che ne manifatturano i prodotti, dei proprietari delle terre che fanno valere e le terre e i prodotti medesimi; e queste differenti maniere di vivere dipendono dalle circostanze fisiche e morali d’ogni paese. Perché un tal calcolo potesse accostarsi alla mattematica precisione, sarebbe necessario prima un esatto catastro di tutte le terre e della quantità mezzana degli annui loro prodotti; secondo, un novero esatto di tutta la popolazione, distinto e numerato per le di lei diverse classi; terzo, il valore del mantenimento e la quantità dell’annuo travaglio di ciascun artigiano. Volendosi, per esempio, sapere il valore adequato del travaglio d’un agricoltore, bisognerà prima cercare un villaggio ove le terre siano di mezzana bontà; distinguere i lavoratori capaci di lavorare da quelli che non lo sono, come il fanciullo ed il vecchio decrepito, che sono dai primi mantenuti; esaminare quanta quantità di terreno lavora ciascheduno di essi, e la quantità di prodotto d’un tal terreno; separare il di lui alimento, quello delle persone alla mancanza del lavoro delle quali egli deve supplire, il prezzo dell’alloggio, del vestito di tutte queste persone, di tutte le masserizie più grossolane, siano dimestiche, siano da lavoro, da ciò ch’egli paga al padrone della terra ed al sovrano. Per valutare il vestito, l’alloggio, ecc., di questi lavoratori, cioè per sapere a quanto di alimenti o di cose consumabili corrispondano, bisogna paragonare la somma dei bisogni secondari, cioè di quelli che non sono alimento degli agricoltori, colla quantità di lavoro dei manifattori immediati. Il valore del travaglio di un vestito, il più grossolano e rozzo dell’ultimo lavoratore di terra, deve rappresentare quelle porzioni di alimento del pastore, delle pecore, del cardatore della lana, quello del filatore, del tintore, del tessitore del panno, quello del sartore, che corrispondono al tempo che hanno impiegato a contribuire ad una tale operazione.
Io ho voluto a bell’apposta entrare in qualche dettaglio su questa interessante discussione, in primo luogo per indicare la necessità e la massima importanza di avere una esatta notomia di tutte le minute fibbre del corpo politico, ed una analisi esatta della nazione, e che da ciò solo dipende la sicurezza e l’ordine che si deve tenere nelle operazioni politiche destinate ad incoraggire il travaglio degli abitatori; in secondo luogo per far vedere che alcune teorie non sembrino a taluno troppo metafisiche ed aeree, se non per altro, perché non hanno l’abitudine di racchiudere sotto nomi generali la folla de’ particolari, mancando di quell’attenzione che si richiede a scorgere le somiglianze e rapporti occulti delle cose.
27. Dalle precedenti deduzioni noi caveremo due generali corollari di cui faremo uso nel progresso. Primo: che le arti fra le nazioni sono ordinariamente proporzionate al bisogno che se ne ha, e che per accrescere queste arti bisogna accrescere i bisogni corrispondenti ed i mezzi onde nutrirle, sia incoraggendoli cogli esempi e coi premi, rare volte coi comandi, sia levando gli ostacoli al naturale progresso dei bisogni medesimi. Secondo: che i bisogni di prima e seconda necessità sono determinati da tutte le classi di persone, ma quelli di terza ed ulteriore necessità sono determinati quasi totalmente dalla classe dei proprietari delle terre, siano nazionali, siano forestieri. Le loro mode, i loro capricci, la voce di mille passioni si fanno sentire nella tranquillità di una vita inoperosa, e questa voce regge le arti tutte, che le anima o deprime a suo talento. I proprietari delle terre hanno ancora, se non tutta, almeno una grandissima influenza sulle arti di prima e seconda necessità, non solo perché queste arti sono contigue e concatenate colle altre, ma perché i proprietari delle terre possono dare differenti direzioni, e far produrre differentemente la terra, a tenore de’ loro usi, delle volontà loro e della necessità momentanea, la quale è per lo più l’unico determinativo delle umane azioni.
28. Per sempre più approfondire questo soggetto, giova qui il ripetere ciò che abbiamo di sopra dimostrato, cioè che il valore d’ogni travaglio si riduce finalmente a sottodividersi in una certa quantità di alimenti e di cose consumabili, e per conseguenza che il guadagno degli artigiani consiste nell’attrarre a sé un equivalente di più o meno alimenti, i quali poi, dedotta la propria porzione, vanno cambiando e ricambiando per procurarsi i comodi della vita. Ma in qual maniera le diverse arti attraggono a sé più o meno quantità di tali rappresentazioni di alimenti? Rispondo che ciò nasce, primo, dalla differenza del tempo che è necessario alla produzione o al lavoro delle cose. Frattanto che in un anno un agricoltore travaglia appena per cavare di che mangiare e di che ruvidamente coprirsi, il fabricatore de’ panni ed il sartore in un anno travagliano più pezze di panno e più vestiti, che servono a più agricoltori. Il travaglio di pochi giorni dei primi equivale al travaglio di molti mesi dei secondi. Il lavoro di più fra questi rappresenta il lavoro d’un solo fra quelli. Nasce in secondo luogo dalla maggiore o minor durata delle cose medesime lavorate. I prodotti della terra sono utili a misura che sono consumati, i prodotti delle arti lo sono a misura che sono durevoli. Supponiamo per un momento, ciò che non è possibile d’accadere, la troppa moltiplicità di quei lavori, cioè che ci fossero tanti sartori, tanti falegnami, quanti agricoltori: allora la moltiplicità sarebbe dannosa a quelli che ricercano il loro vantaggio; allora moltiplicando all’eccesso la quantità della merce, ve ne sarebbe oltre la ricerca, ed i travagliatori dovrebbero dunque sospendere il lavoro sino allo smaltimento considerabile di tali merci. In un anno non travaglierebbero che pochi mesi, il restante sarebbero oziosi; allora il travaglio di pochi mesi in un anno arriverebbe a corrispondere al travaglio d’un anno intero d’un agricoltore.
Ma il lavoro degli uomini è sempre il meno gratuito che sia possibile; ciascuno travaglia in proporzione dell’utile che ne spera, e perciò dello smercio che prevede che possano avere i propri lavori; diremo in conseguenza che l’arti si mettono da se medesime al necessario equilibrio, se le cattive leggi e le viziose operazioni politiche non le sbilanciano. Le operazioni economiche si riducono a non permettere, e moltissime a non fare: quali siano si vedrà in appresso.
Ultima conseguenza di quanto si è detto sarà che se l’agricoltore, sia nazionale sia forastiere, non travaglia al di sopra del necessario al proprio alimento, egli toglie altrettanti alimenti a tutti gli altri, quanto minor travaglio egli fa; toglie per ciò altrettanti lavori dalle arti, annichila una parte della riproduzione, dunque una parte della vera ricchezza, dunque una parte della nazione medesima.
III. Della popolazione
29. Riservando tutte le conseguenze e principii che che si possono dedurre dai superiori ragionamenti alle successive parti di pubblica economia che anderemo divisando secondo la sopra espressa divisione, riprendiamo ora per mano l’interessante oggetto della popolazione.
30. Prima di tutto è necessario vedere in qual maniera una qualunque popolazione naturalmente si distribuisca in un paese. Le riduzioni de’ popoli selvaggi si sono formate nei luoghi in cui la natura offeriva più spontaneamente i mezzi di provvedere ai bisogni di quelli: vicino ai fiumi ed alle fonti, longh’esso il mare, sulle facili colline, che offerivano comodi pascoli alle mandre, o ritiri abbondanti di selvaggiume, o nelle comode pianure, o nelle valli, o fra i monti di dificile accesso ai nemici. Queste riduzioni furono prima erranti e vagabonde, finché la moltiplicazione e l’urto di molte ne’ medesimi luoghi, oltre le difficoltà medesime della natura, che impediva il progredire più avanti, le fece quasi ritrocedere e fissarsi stabilmente. L’agricoltura finalmente, e colla lunghezza de’ suoi lavori, e col lento periodo delle sue riproduzioni, le abituò ad una fissa dimora, ed il nome di nazione, ch’era prima personale ed errante, divenne in seguito locale e stabile. Si sono dunque stabiliti in ogni tempo i villaggi, più o meno grandi in proporzione del numero delle persone che lavoravano le terre circondarle. Perché era naturale che gli uomini, o per dir meglio le famiglie, in vece di abitare ciascuno nel centro della sua terra, cercassero, per la propria sicurezza e per la communicazione più facile degli interessi loro, di abitare vicini gli uni agli altri, per poi disperdersi soltanto nei tempi dei respettivi lavori. Era naturale altresì che coloro le di cui terre erano troppo remote dai villaggi – cosicché il tempo dell’andarvi più lungo, come ancora la maggiore difficoltà del trasporto delle derrate alle proprie abitazioni, li rendesse di peggior condizione degli altri –, dovessero allontanarsi a poco a poco per avvicinarsi alle proprie terre, e si riunissero insensibilmente a formare un altro villaggio: così, successivamente, molti se ne sono formati. In ciascheduno di questi villaggi dovevano ridursi parimenti quelli artigiani che fornivano le cose di più giornaliero bisogno ai lavoratori o ai piccoli proprietari delle terre residenti in essi. Il commercio reciproco di questi villaggi, la voglia comune a tutti di esibire a molti compratori le proprie merci, per ottenerne, se non dall’uno almen dall’altro, un migliore vantaggio, dovettero stabilire, fra molti villaggi, in alcuno di essi, cioè in quello che era di più breve e di più comodo accesso a tutti gli altri, un centro di communicazione e di ritrovo degli abitanti della campagna. Egli è naturale che i più ricchi fra quelli e i più industriosi vi si stabilissero, come più a portata di fare i loro commerci, e d’intromettersi in quelli degli altri. A misura che l’uomo diventa più agiato, si allontana dal penoso travaglio della terra, e lo confida a qualche altro, più povero, col quale ne divide il frutto. Da ciò ebbero origine i borghi e le piccole città, nelle quali risiedono i più grossi proprietari delle terre, gli artigiani, che forniscono i comodi della vita ai ricchi, o che fanno una gran provvisione di opere e di prodotti, per distribuirle poi in dettaglio ai più piccoli commercianti o alle subordinate classi de’ manifattori.
Crescendo finalmente la disuguaglianza dei beni per la disuguale successione delle famiglie, per la dissipazione ed indolenza degli uni, per l’economia ed attività degli altri, i più grandi proprietari delle terre – i quali un maggior numero di bisogni, ed una vita più raffinata e remota dagli umili e rozzi usi del volgo gettava in braccio alla noia, compensatrice delle diverse condizioni degli uomini –, per l’ambizione di distinguersi a gara, e di sovrastare alle classi laboriose dei loro simili, dovettero riunirsi a poco a poco insieme, e risedere vicino alla sorgente delle leggi, vicino alle supreme magistrature, onde occuparsi del comando ed estender la sfera dei loro piaceri estendendo il loro potere. Ecco l’origine delle città grandi, e, per conseguenza, o attualmente o una volta, capitali.
31. Da questa storica analisi delle differenti distribuzioni della popolazione ne nasceranno i seguenti corrollari.
Primo. I villaggi e le popolazioni saranno tanto tanto più frequenti, quanto le terre saranno più divise fra molti proprietari, o almeno fra molti lavoratori, che le facciano valere per i proprietari medesimi. Ma questi stessi villaggi più numerosi saranno però composti di più pochi abitatori. Per lo contrario, se la natura della coltivazione è tale che le terre non sieno fra molti divise, allora i villaggi saranno più rari, ma ciascheduno di essi più folto d’abitatori.
Secondo. Le arti naturalmente e gli artigiani si stabiliranno dove e lo smercio delle opere loro si renda più facile, e i trasporti più comodi e meno dispendiosi. Si vedrà in appresso, trattandosi delle manifatture, l’uso di questo corrollario.
Terzo. Le popolazioni sono ancora relative alle differenti direzioni che danno i proprietari delle terre ai loro prodotti, agli usi ed alle fantasie che il loro ozio può soffrire.
Quarto. Le popolazioni sono ancora differenti secondo le diverse nature de’ governi: il che scopo non è dell’economia pubblica l’esaminare.
Quinto. È da osservarsi moltissimo che la popolazione ha naturalmente certi limiti, al di qua e al di là de’ quali non può oltrepassare. L’uomo, tal quale si conserva e si propaga, è un risultato di quelle cose che atte sono alla di lui nutrizione. Queste cose sono prodotte dalla terra, e la terra può crescere la sua riproduzione fino a un certo segno, ma non indefinitamente, e l’uomo ha bisogno dell’aiuto d’altri animali, e della propagazione loro in suo servigio: e questi consumano necessariamente parte di questi prodotti. Dunque la popolazione crescerà sino a che possono crescere i mezzi della sussistenza, e questi mezzi in un dato luogo possono crescer: primo, finché la terra sia giunta al suo colmo di feracità, per mezzo della perfezione dell’agricoltura; secondo, finché ci possono essere prodotti trasportabili da un altro in questo luogo, in pagamento de’ servigi ed opere fatte in favore di stranieri coltivatori e proprietari, e questi salari e questi servigi ed opere saranno proporzionate al numero appunto di questi coltivatori e proprietari, anche essi limitati in numero dai mezzi di sussistenza dalle rispettive loro terre somministrati.
Finalmente, la propagazione della nostra specie può diminuire, ma non indefinitamente, almeno prescindendo dalle indefinite e straordinarie rivoluzioni fisiche o morali, perché le medesime intrinseche cagioni che fanno diminuire i mezzi di sussistenza, come l’avvilimento del valore de’ prodotti, come la difficoltà della circolazione, che riduce in poche mani la ricchezza rappresentativa, sono quelle che isolano la nazione, ridotta a questo stato da tutte le altre, onde ritornano ad essere sovrabbondanti quei mezzi stessi che prima erano scarsi. È perciò egualmente stolida la paura di coloro che temono, ad ogni minimo cambiamento di politiche costituzioni, di veder sparire le popolazioni, come è chimerica la speranza di quelli che, facendo centro e scopo unico della politica la moltiplicazione del popolo, si danno a credere che quello possa indefinitamente crescere, e cresciuto basta questo solo perché ogni felicità ed ogni bene ne derivi in tale nazione. Egli è chiaro adunque che la popolazione essendo una conseguenza degli accresciuti mezzi di sussistenza, piuttosto che questi essere una conseguenza di quella, si deve aver per punto fisso e reale d’ogni ricerca e d’ogni regolamento l’accrescimento di questi mezzi di sussistenza, che da nient’altro che dalla terra si possono ottenere, e lasciare il resto alle cure segrete ed imperscrutabili della natura, perpetuatrice delle generazioni. « In ogni luogo dove un uomo ed una donna possono discretamente vivere, ivi si fa un maritaggio », dice Montesquieu. Quello dunque che anderemo or ora divisando intorno principalmente alle differenti cause morali spopolatoci, dev’esser preso con moderazione; non quasi che noi intendessimo che queste atte fossero a levar gli uomini di sopra la terra, ed a desertar le città e le provincie, ma solamente come cause che diminuiscono la popolazione, fra que’ limiti ne’ quali ella può crescere e diminuire. Così il lusso delle nozze, così il celibato di libertinaggio sono cause diminuenti la popolazione, ma egli è da osservarsi che ambedue queste cause non si verificano che in alcune classi, le meno numerose: alla campagna, nella quale sta il forte della popolazione, ognuno si marita. Non è dunque la scarsezza de’ matrimoni che più frequentemente forma la spopolazione, ma il pronto deperimento de’ miseri figli di miseri padri, ma l’emigrazione, ma il dispettoso abbandono di una terra inzuppata di lagrime, che spopolano quelle provincie nelle quali si vegga sensibilmente mancare il popolo.
32. Se la popolazione è utile per l’aumento del travaglio che produce naturalmente, lo è ancora perché rende più sicuro e forte il paese.
I pesi pubblici non aumentano in proporzione dell’aumentata popolazione, ma invece la consumazione aumenta in questa proporzione: ora la consumazione accresciuta, massime interna, per il risparmio delle spese di commercio e di trasporto, aumenta il valor venale de’ prodotti, e questi prodotti son quelli che alla fine pagano i pesi pubblici, come chiaramente si vedrà a suo luogo. Dunque, quando la quantità de’ pesi pubblici non ecceda il suo natural limite, è utile, per questo titolo, l’accrescimento di popolazione. Da ciò si vede quanto sia importante il conoscere quali siano le cause spopolatrici delle nazioni.
33. Varie sono le cause spopolatoci: altre fisiche, ed altre morali.
Fra le cause fisiche, la prima può annoverarsi essere il clima e la situazione malsana. I paesi rinchiusi tra monti, che fermino i vapori esalanti dalla terra; le terre palludose e ripiene d’acque stagnanti, sia naturalmente sia artificialmente, per alcuni generi di coltura, sono quelle in cui costantemente le malattie sono più frequenti, e per conseguenza le morti.
L’allontanamento delle colture richiedenti acque stagnanti dalle popolazioni cittadinesche e più frequentate sarebbe un ottimo provvedimento, quando fosse sostenuto con quel vigore che il sagro motivo della salute pubblica richiede, malgrado le querule rappresentanze degli interessi privati. Ma il più delle volte non è necessario d’offendere la proprietà e l’uso libero di quella, senza del quale diventa un nome vano; per garantire dall’infezione d’un clima basta lasciare il corso più libero ai generi di nutrimento, e per conseguenza all’aumento del valor venale di quelli, perché si veggano intorno alle città prosperare le colture sane ed asciutte. Una delle grandi opere che cambiano la faccia delle nazioni si è quella di dar corso alle inutili impaludate acque e di condurle in uttili canali, che servano di facile trasporto e di fecondatrice irrigazione, dove l’arte e la coltura lo richiegga.
Si pretende che le città grandi aumentino e conservino la loro popolazione a spese delle provincie e della campagna, avendo sempre bisogno esse di nuove reclute, poiché le malattie che nascono dalla troppa frequenza d’un popolo cencioso e miserabile, l’accrescimento dei vizi distruttori, la crapola, il libertinaggio, violente per l’addensamento delle passioni, le passioni stesse, micidiali nel popolo, rodenti la vita e sconnettitrici con intime scosse gli elementi primitivi della machina nelle persone inerti e disoccupate, fanno sì che la mortalità sia maggiore nelle città che fuori, a segno che in alcuni paesi la sproporzione arriva da 25 a 43. Il buon ordine e la costanza d’alcuni provvedimenti possono rimediare in parte a queste cause spopolatrici, il che si vedrà dove si tratti dell’interna polizzia.
34. Seconda cagione fisica spopolatrice sono le malattie epidemiche e i morbi contagiosi. Alle prime si rimedia colla perfezione e buon regolamento della medicina, ai secondi ancora colle provvidenze economiche. La medicina si perfeziona collo studio dell’anotomia, della storia naturale, della chimica, e colla ricerca esatta delle proprietà ed azioni dei corpi, e tutte queste cognizioni non si perfezionano senza che l’esatto ragionamento e lo spirito della filosofia abbiano il primo grado di stima fra gli uomini. Le scienze tutte debbono essere protette; col premio si ricompensano le fatiche, colla speranza si animano le ricerche: ma le scienze non vogliono essere pedanteggiate. Tutta la politica del legislatore si riduce a moltiplicare i mezzi dai quali scaturisce la curiosità, a sottrarre a poco a poco la stima pregiudicata delle cognizioni inutili ed inesatte, ed infine moltiplicare gli azardi che producono gli uomini abili e valorosi. Il salutare fermento d’una discreta libertà fa cadere gli errori e ripullulare la verità meglio che tutte le prescrizioni e i precetti, che limitano l’espansiva forza degl’ingegni e raffreddiscono quel calore salutare prodotto dalla varia agitazione delle menti.
Ma la medicina più dall’esperienza che dai ragionamenti prende la sua perfezione. I fenomeni dunque a lei appartenenti non sono mai abbastanza pubblici e noti. Se dobbiamo sperare che il tempo producesse un freno alle malattie, ed un limite alla mortalità spopolatrice, lo dovressimo aspettare da un regolamento che obbligasse i medici tutti a tessere una storia delle malattie che intrapprendono a curare, senza però renderli responsabili del buono o cattivo esito dei mali, fuori dei casi d’una evidente malizia o di un equivoco inescusabile, per non allontanare molti dallo studio di una scienza importante, e restringerla in mano di pochi, il che sarebbe fatale al progresso di questa, come di tutte le altre.
Proprietà delle scienze in generale essendo che molti debbano saper male o mediocremente, perché alcuni pochi sappiano bene ed eccellentemente. In questa maniera avressimo un deposito d’esperienze, per cui i mali presenti servirebbero di norma e d’istruzione ai secoli avvenire. In questa maniera è nata la medicina, in questa solamente si perfezionerà. Tutte le cose ordinariamente si perfezionano, quando, invece d’alterare e di scambiare, si aiuta e si moltiplica ciò che le ha fatte produrre.
Le provvidenze economiche, poi, allontanano ed estirpano i morbi contagiosi. La peste orientale dalle salutari provvidenze dei sovrani, dalle cure assidue e vigilanti delle nazioni marittime d’Europa è tenuta lontana. Il vaiuolo, che decimava le popolazioni, coll’inoculazione, invenzione benefica della vanità e galanteria, è divenuto una leggera malattia, che previene la naturale e violenta. Tante opere eccellenti pubblicate, e le felici e tranquille esperienze, se due se ne eccettuino molto equivoche, che nella nostra città si sono fatte, assicurano della bontà di un metodo che il grido delle illuminate nazioni ha approvato, sebbene alcuni ignoranti fremono di vedere sottratta alla loro giurisdizione una malattia sì lunga, e per conseguenza così perniciosa e sì violenta.
35. Altri disordini fisici serpeggiano nelle nazioni, e ne mietono insensibilmente la popolazione. Quanti ciarlatani, che si millantano de’ segreti, che affettano una scienza occulta e misteriosa, della quale pur troppo si è data occasione al popolo di crederne la realtà, coll’assoggettire le menti unicamente all’autorità, quasi mai alla ragione! Lasciamo stare i brevi, le false orazioni, gl’incantesimi ed altre fole che, alla crescente luce di questo secolo, svaniscono anche dalle menti le più credule e prevenute; ma qual cieca confidenza non si ha talvolta alle più vili femminuccie, a uomini erranti e però sempre sospetti, che erbe ed empiastri ci offrono da ogni parte? La mano risoluta del legislatore deve annichilare sì fatte imposture, di cui tanti funesti effetti si son veduti, e tante vittime si son sagrificate da se medesime alla trepida loro credulità. A quanti errori e a quanta ignoranza non era una volta esposta l’epoca la più pericolosa per due persone, cioè quella del nascimento d’un uomo? Una delle più sagge provvidenze che si sian date nel nostro paese si è quella di dare una istruzione regolare e ragionata alle levatrici, che prima ad una cieca consuetudine erano abbandonate.
A quale incuria, ed a quali pregiudizi la tenera infanzia non è assogettata? Il rinchiudere i bambini ed il soffocarli in un inelastico calore, che opprime, appassisce e ne discioglie la ancora imperfetta organizazione, e privarli dell’aria libera ed elastica, elemento sviluppatore ed animatore dei corpi viventi; imprigionare i loro corpicciuoli fra le fasce, che all’espansiva forza del loro accrescimento pongono un limite; il rinchiuderli e serrarli fra que’ rigidi inviluppi che chiamansi busti, che le belle forme naturali viziano e disturbano, e quel moto d’inquietudine che i fanciulli hanno dalla provvida natura ricevuto, per cui i muscoli tutti crescono di forza e di duttilità e pieghevolezza; l’alienare dal proprio seno, e dall’inimitabile vigilanza materna sottrarre i pargoletti, che ad un mercenario amore si consegnano: tutti questi errori e pregiudizi, con un grosso numero d’altri, hanno già esercitata la penna dei più illuminati filosofi, e qui basta l’averli accennati, e certamente invano, perché la luce ancor vacillante della scienza, la voce ancor fiacca e tremante della ragione, le scosse interrotte dell’eloquenza non bastano a disciogliere il glutine della consuetudine e della prevenzione.
36. Le cause morali poi della spopolazione sono molto più numeio rose e difficili a togliersi. Nei mali morali è ben raro che si rimonti alle cagioni, le quali stanno inviluppate e nascoste fra le abitudini le più care e famigliari, e qualche volta fra le leggi più antiche e più rispettabili.
37. Prima causa morale spopolatrice è la barbarie e l’ignoranza. I popoli barbari ed ignoranti, privi di tutti i piaceri dei popoli colti, che dissipano e disperdono il condensamento delle passioni, le hanno violenti e distruttive. Ignorano le cagioni dei mali e la sorgente dei beni, sagrificano dunque tutto ciò che ha l’apparenza dei primi a tutto ciò che sembra essere fra i secondi. Induriti ad una vita aspra e limitata ai più inesorabili bisogni, preferiscono l’ardire all’industria, il coraggio subitaneo del cuore alla lenta sagacità dell’intelletto. Giacciono oscure le arti tranquille e sedentarie, e le lunghe e tarde ricompense della laboriosa agricoltura sono ignorate e neglette. Le storie ci provano le nazioni barbare sempre spopolate. Le emigrazioni stesse settentrionali provano piuttosto barbari fuggenti dalla natura distrutta per depredare la natura colta, che una immensa popolazione.
38. Seconda causa morale spopolatrice sono le maniere differenti delle nozze, rese più rare in diversi paesi da molte cagioni.
Prima cagione: comprende tutte quelle che diminuiscono il valore dell’industria, perché rendono impossibile al povero il mantenimento d’una famiglia. È necessario che la massima attività di un cittadino abbia tanto valore di mantenere una moglie e tre figlioli almeno, per ottenere l’accrescimento di popolazione: allora l’uomo naturalmente si abbraccia al partito, per lui consolante, di procurarsi una stabile compagna, ed un aiuto ne’ suo figli in tempo della vecchiaia. L’idea d’un piccolo impero domestico, la moltiplice e chiara idea d’una ordinata famiglia, modificano e ristringono il vulgivago istinto naturale. Dunque, perché le nozze siano incoraggite, è necessario che il valore minimo del massimo travaglio d’un uomo rappresenti almeno cinque alimenti giornalieri, date le differenti maniere di vivere delle differenti classi di uomini. Non ho calcolato in questo assioma il travaglio delle donne, le quali, disoccupate per lo più dal travaglio, hanno le domestiche incombenze e la cura dei parti, in tutte le differenti epoche. Ho ancora calcolati come eguali i cinque alimenti, quantunque nei figli siano minori e successivi, perché il di più serve alle crescenti ed indispensabili necessità della vita, oltre l’alimento medesimo.
Seconda cagione di rarità di nozze è la comoda vita dissoluta, che dall’accorto legislatore non sarà frenata con assoluti e diretti divieti, che la rendano più preziosa alla reattiva immaginazione, ma con ostacoli indiretti, che deviino a poco a poco dal tumulto e dal disordine verso l’ordine pacifico e la soave tranquillità delle unioni coniugali l’ardente gioventù.
Terza cagione di rarità di nozze, diciamolo arditamente, sono gli ostacoli troppo frequenti che si pongono alla libera scelta dei soggetti, per la creduta prudenza di avere per primo scopo le circostanze accessorie delle nozze. Io non pretendo con ciò né di rovesciare l’ordine stabilito, né d’incoraggire l’imatura gioventù ad un nodo tanto più fatale quanto irrimediabile e pericoloso nel calore d’una passione predominante, in una età tenera ed inesperimentata: ma so bene che si possono stabilire vari regolamenti, per i quali, concessa una più libera scelta, si diano varie provvidenze, proporzionate alla distanza che passa fra le classi contraenti. Quanto poi risguarda all’impetuosa giovanil buona fede nel correre in un laccio rovinoso, suppongo il freno delle leggi e l’autorità paterna, non illimitata né capricciosa, ma fino all’età in cui l’uomo è capace di reggere se stesso e di contrapporre con maturità motivi a motivi, ragioni a ragioni.
Quarta cagione di rarità di nozze si è il soverchio lusso e la pompa superflua con cui sono celebrate nelle classi più elevate, da cui prendono esempio le inferiori: le doti divengono sempre enormi, si cercano le più pingui a preferenza d’ogni altra più naturale considerazione, e queste rimangono esauste coll’estinguersi delle tede nuziali, invece che dovrebbero essere irremisibilmente messe a rendita per sostenere gli accresciuti pesi domestici, ed assicurar alla donna, che ha meno risorse e meno libertà del’uomo, un qualche sicuro alimento.
Quinta cagione di rarità di nozze è l’enorme disuguaglianza dei beni, originata dall’indistinta e capricciosa libertà di testare. Data la proprietà dei beni, una disuguaglianza sarebbe inevitabile nella società. Alcune famiglie s’ingrandiscono coll’estinguersi di alcune altre, e l’economo e l’avaro prepara i suoi tesori al dissipatore. Le differenti situazioni contribuiranno sempre ad accrescere una tale disuguaglianza. Aggiungo, di più, che nelle circostanze nostre presenti, nelle quali, data la proprietà de’ beni, è dato l’arbitrio ai particolari di disporre a capriccio di tali proprietà, l’imagine seducente di vivere senza travaglio si moltiplica co’ proprietari di rendite ereditarie. È necessaria una disuguaglianza che animi ed irriti quelle passioni che scuotono la voluttuosa indolenza di chi è indipendente dai primari bisogni. È necessario che il piccolo reddituario non sia abbastanza filosofo per contentarsi della placida mediocrità del suo stato, che alla vista di un più ricco di lui s’animi d’irrequieta emulazione per pareggiarlo. È necessario che tutte le classi dei cittadini amino d’entrare nella classe superiore, che veggano ciò essere il premio della fatica e dell’industria, piuttosto che l’invidiata combinazione di fortunate circostanze. La troppa moltiplicità e bizzaria de’ fideicommissi ammucchia su poche teste, e rende perpetuo in alcune famiglie, ciò che dovrebb’essere la speranza e lo scopo di tutte, e con assidua circolazione dovrebbe accumularsi e dividersi continuamente. Una famiglia che assorbisca le rendite di venti famiglie comode, non fa tanto vantaggio come queste lo farebbero.
Abbiamo detto che le classi utili devon essere tanto più numerose ed incoraggite quanto più sono vicine alla classe produttrice ed alimentatrice; ora, venti famiglie hanno più bisogni che mettono in moto queste classi, che non una famiglia sola, quantunque ricca come le venti. Aggiungasi che invece la natura tende d’una famiglia a formarne molte; i troppi vincoli posti alle terre, il consacrarle all’ingrandimento d’un nome ed al lusso svogliato d’un primogenito, tendono di molte a farne una sola. La povertà de’ cadetti serpeggia, umile ed oscura, tra l’oro e la pompa fraterna e, condannati ad uno sterile libertinaggio, all’ambizione del nome sagrificano i premi della fatica e dell’industria, o si arruolano per necessità a quelle classi alle quali una matura considerazione e superiori motivi dovrebbero condurre.
39. Terza causa spopolatrice si è la troppa diffusione del celibato. Uomo intollerante, sospendi la tua collera! Io venero la santità del celibato religioso: ma sarà sempre vero che la troppa diffusione anche di questo sarà nocevole alla santità medesima d’un tale stato. Sarà sempre vero non esser questa la vocazione generale a cui gli uomini sono chiamati, che contradirebbe alla natura, che renderebbe inutili le due metà del genere umano, che delle città farebbe un claustro, delle nazioni un esercito di cenobiti. Non è dunque un’eresia condannare la troppa diffusione di questo stato, come lo sarebbe il non crederne la santità e la perfezione e la spirituale preminenza. Non è dunque una eresia l’asserire che il sovrano ha – dalla pienezza del suo potere, dall’inalienabile obbligo di conservare la sua nazione, dall’indipendente sua autorità, che Dio e la ragione gli hanno concesso – l’assoluto diritto di mettere un freno e limitare questo stato secondo la prudenza e la sapienza dei motivi che lo animano.
Se questo stato si diffonde di troppo, egli diventa piuttosto apparente che reale; le facili e tenebrose risorse del libertinaggio compensano una privazione, e la natura si rivendica, ma a carico altrui, e senza raccoglierne alcun frutto. Non parlo di quel sacro celibato che nelle più auguste funzioni della religione si occupa; non parlo di quello che lontano dal tumulto seducente della frequenza si conserva, incontaminato, fra gli appartati ritiri d’una mesta solitudine; ma parlo di quello che, usurpando la considerazione dovuta al vero celibato religioso, grandeggia nella società solamente per scelta calcolatrice d’interesse, non per intima superiore spinta di motivi sovraumani. Dico che in questo caso il celibato o è religioso affatto, e le distinzioni mondane e i premi sociali sono alieni del tutto dal suo scopo, o è secolare e realmente profano, e allora dovrebbe cedere in tutte le occasioni alla classe perpetuatrice; dovrebbe soffrire dei pesi maggiori, che ridondassero in vantaggio delle classi maritate e bisognose di soccorso. I vantaggi dei cittadini debbono essere proporzionati alle azioni utili che essi fanno nella città: principio, di cui tutte le conseguenze ci condurrebbero ben lontano.
Si è parlato delle cagioni della rarità delle nozze; ma quali saranno i mezzi onde siano incoraggite? Onde prenderà il legislatore il sacro fuoco, onde si accendano in tutte le famiglie le faci nuziali? Rispondo: la mano che solleverà l’industria e che darà il moto alle arti e alle fatiche, la stessa saggia mano che distribuirà sopra d’un gran numero di persone i mezzi di sussistenza, quella sarà che, i nodi maritali moltiplicando fra le occupazioni utili e proficue, sottrarrà dall’inerzia e dall’opinione gli alimenti usurpati dalla infeconda dissolutezza. Oltre di ciò, è necessario che questo stato perpetuatore del genere umano sia, fra le condizioni della vita, sopra ogn’altro onorato. Perché abbandonarlo totalmente ai sentimenti della natura o alla calcolatrice indagine dell’interesse, mentre taluni, senza i gravi e più sublimi motivi, per un volubile entusiasmo o per una libertina avversione ad ogni legame, osano sottrarre una serie di generazioni, che aspettano di respirar aura vitale dagli oscuri recessi dell’insensibilità ed inazione, carpiscono le distinzioni le più lusinghiere, mentre dovrebbono sovente a quella oscurità condannarsi, cui condannano una numerosa posterità? E perché, ad uguaglianza di merito, non si preferisce il cittadino che ha dato pegni ed ostaggi alla società, e che ne forma una parte più sensibile, all’isolato ed indipendente celibatario? Perché al cicatrizzato e benemerito soldato non si possono concedere e terre e moglie, onde in pace finire quei giorni ch’egli ha incominciati fra il tumulto, fra il sangue, fra le angoscie d’una vita durissima e le scosse alternative d’un timido onore, e dell’amor della vita? Dirassi: ove avremo i fondi, ove troveremo i premi? Rispondo: dappertutto ove sono terre che non sono d’individui; dappertutto ove son stabilimenti nei quali l’inerzia è premiata ed incoraggita, e riposa indolentemente sull’origliere della pubblica beneficenza.
Rispettabile union coniugale, tu i popoli dalla vita promiscua ed errante richiamasti; tu dalla vista inattiva del presente alle mire perpetuatrici e miglioratrici del futuro l’attività degli uomini provocasti; tu il furente sentimento d’amore sotto la tranquilla dolcezza d’una soave abitudine mansuefacesti; per te la solitudine domestica, dove la dispettosa idea della nostra piccolezza, e la tormentatrice imagine dei mali che ci assediano, ci convelle e ci crucia, viene cambiata in una società dolce, intima e sicura, alleviatrice dei dolori, eccitatrice delle più tenere affezioni, adiutrice nei bisogni e nelle necessità; per te le cieche spinte d’un bisogno predominante vengono rallentate ed ordinate sotto il freno delle leggi e sotto l’ordine sociale, ed il furore delle esclusive passioni, che isolano gl’individui dalle mire comuni, è prevenuto e impedito; per te la fervida gioventù rientra in se medesima, e riordina le proprie idee, e calma ed equilibra il sobbollimento delle proprie affezioni; per te il vecchio cadente, da cui tutta la natura si stacca e si allontana, trova nell’antica compagna una imagine ed un ricordo de’ primi anni suoi, e li piange e si consola. Oh, umile padre di famiglia; oh, artigiano incallito nell’affumicata tua officina, io rispetto il tuo rozzo abituro: egli è il tempio dell’innocenza e dell’onestà. Quando, tergendo il sudore dalla fronte, dividi un ruvido pane a’ tuoi figli, ai figli dell’industria e della patria, che levano le tenere loro mani per ricercartelo; quando io contemplo l’amorosa sollecitudine della tua fedele compagna, acciò la semplicità del governo tuo domestico ti sia leggera ed utile, allora io mi risveglio dall’ammirazione che in me destava la contemplazione del sequestrato cenobita, che ha saputo trionfare della natura e società, che con sì potenti inviti a sé lo richiamavano.
40. Quarta causa di spopolazione si è quella sorte di lusso che alimenta le classi meno utili a spese di quelle che più lo sono, quelle spese che attaccano la produzione nella sua sorgente, che sottraggono quella ricchezza primitiva che serve di fondamento alla coltura, ed è necessaria a perpetuare la riproduzione. Ma di ciò si parlerà più in dettaglio ove tratteremo dell’importante articolo del lusso: materia difficile, non per altro, se non perché la maggior parte de’ scrittori hanno mancato di analizzare la mutabile e complicata di lui natura.
41. Quinta causa spopolatrice sono le emigrazioni. Queste da varie sorgenti sono prodotte. Dalla mancanza di sussistenza e di travaglio, sia assoluta, sia relativa, cioè quando popolazioni intere fossero costrette a sostituire ad un travaglio più facile uno più penoso e difficile immediatamente: è inutile di parlarne, tutta la scienza ne deve fornire i rimedi. Dalla grandezza eccessiva, o dalla odiosità con cui sono levati i tributi: e di ciò sarà parlato nel trattato delle finanze. Dalle leve troppo grandi e troppo indiscrete de’ soldati. È necessità indispensabile per la nazione d’essere armata; egli è un sacro dovere di tutti i cittadini di vegliare alla conservazione del sovrano, delle leggi, della forma stabilita di governo; ma vi dev’essere una proporzione tra il numero dei soldati e la popolazione. Egli è difficile il fissare la vera con precisione; basti per ora il sapere che i politici fissano come ragionevole quella di 1 e 1/2 sopra 100, onde, in una popolazione di 1.200.000 uomini, per esempio, lo stato militare dovrebb’essere di 18.000 uomini.
La vita militare è sterile necessariamente. La durezza della vita, la modicità della paga, la mobilità della dimora, rendono lo stato di famiglia quasi incompatibile con quello stato. Sembra che gli oziosi e i vagabondi dovrebbero essere i primi soggetti alla leva militare, avanti che all’artigiano dalla sua officina, all’agricoltore dall’aratro, e ad ambidue dal seno delle famiglie desolate fosse permesso di sottrarsi, ne’ momenti d’ubriachezza e di momentanea seduzione. Ma tutto ciò che potrebbe dirsi intorno alla maniera di reclutar soldati senza violenza, spesse volte necessaria in un genere di vita dove i più gran rischi alle più grandi fatiche sono riuniti, mi devierebbe troppo dal mio soggetto.
42. Sesta causa di spopolazione si è l’accrescimento delle città a spese della campagna e delle arti di quella. Il sovverchio ammucchiamento degli uomini rende più cari i mezzi di sussistenza; mezzi di sussistenza più cari significano che una maggiore quantità di travaglio rappresenta un minor numero di alimenti di quello che dovrebbe rappresentare. Allora si abbandonano le arti utili e produttive, e gli uomini corrono nelle città, dove le arti dell’ozio e dell’intemperanza somministrano facili e grandiose ricompense. Dunque, mancati i mezzi di sussistenza, crescerà l’apparente popolazione, diminuirà la vera e reale.
43. A queste annoverate si possono ridurre le principali cause spopolatoci. Si sono indicati strada facendo molti rimedi; ciò che ci resta a dire riguardo a questi sarà detto più opportunamente nelle altre parti di questi Elementi. Ora solamente, dovendoci affrettare a parlare con qualche dettaglio dell’agricoltura in quanto ella riguarda l’economia pubblica, ci basterà di riflettere che ogni paese deve conoscere la quantità della sua popolazione, sia in generale, sia in dettaglio, più esattamente che sia possibile. Dico in dettaglio, perché un tale dettaglio indica le disuguali distribuzioni, le quali, se non sono proporzionate alle circostanze fisiche del territorio, ma solamente in grazia di leggi parziali, non fanno che caricare una parte a spese d’un’altra, e con ciò determinare la maggior quantità di vantaggio che potrebbe ricavare uno stato dal fondo totale della propria industria e del proprio terreno. Col dettaglio della popolazione si arrivano facilmente a conoscere le cause particolari spopolatoci per rimediarvi, il che invano si ricercherebbe dalla vaga e generale notizia della totale popolazione.
44. In varie maniere può determinarsi la quantità di popolazione d’uno stato. Primo: per l’attuale enumerazione, la quale sarà tanto più inesatta quanto la provincia sarà più estesa. La trascuranza è inevitabile in tutte le persone che non agiscono per proprio interesse; le negligenze inevitabili delle persone incaricate si moltiplicano col numero delle persone medesime; moltissimi particolari hanno interesse di celarsi; molti corpi lo fanno per instituto, molte provincie lo fanno per politica e per timore, sovente ingiusto, per cui credono importante di essere stimati miserabili e pochi. In una gran provincia molti sono gli assenti, quelli che vanno e vengono, i quali variano considerabilmente la popolazione. Io indico tali difficoltà meno per farle credere insuperabili che per indicare i punti di vista per evitarle.
Secondo: dallo stato delle anime che si tiene dai parrochi. Gli ecclesiastici campano in parte sulle epoche fondamentali della vita umana: nascita, matrimoni e morte. Essi hanno dunque un massimo interesse di sapere il vero numero componente questo ramo ubertoso di loro giurisdizione. Essi per conseguenza ci possono somministrare le più esatte notizie, e lo potrebbono molto di più quando quest’importante incombenza di padri e di pastori fosse appoggiata a persone d’una sufficiente coltura ed obbligati dall’autorità del principe, padre dello stato e protettore supremo della religione, e tenessero questi registri non secondo la mera eventualità, ma distintamente ed ordinatamente.
Terza maniera: si può calcolare ne’ paesi dove sia capitazione. Nel nostro paese vi sono le teste censibili per la campagna, per i soli maschi, dai quattordici anni sino ai sessanta. Per ogni testa bisogna computare, oltre di quella, due donne, un vecchio e tre ragazzi tra maschi e femmine: gli uni per gli altri fanno in tutto sette persone. Dunque, moltiplicando per sette il numero delle teste censite, avremo appresso a poco il novero della popolazione della campagna e parimente le teste censite de’ luoghi particolari.
Quarta maniera: si numera la popolazione numerando le case o fuochi, come si suol dire; ad ogni fuoco si vogliono assegnare, l’uno per l’altro, cinque persone.
Quinta maniera: dalla quantità di consumazione universale d’un particolare prodotto. Il calcolo è più incerto se parte di un tal prodotto si estrae, ancora che siavi un dazio su tale estrazione, perché i contrabbandi considerabili lo rendono equivoco. Lo è ancora quando, oltre la consumazione universale, egli soffre manifatture e consumazioni particolari, per il lusso e capriccio delle persone comode.
È bene di calcolare in tutte queste differenti maniere colla maggiore esattezza la popolazione, perché un metodo rettifica l’altro, perché questi calcoli servono di base a tutte le particolari operazioni economiche, e formano gli elementi della così detta aritmetica politica, la quale sola può render utili ed applicabili le teorie della scienza economica. Quando per queste differenti strade si sia arrivato appresso a poco al medesimo risultato, possiamo essere sicuri della popolazione d’un paese. L’ultima precisione nelle masse grandi non è possibile né importante nella quantità, ma è altrettanto necessaria nella qualità, perché a ogni menoma differenza di quella non cangia la natura degli effetti, ma ogni menoma differenza di questa è un punto di divergenza verso una nuova serie di cause e di effetti.
45. Avendo ritrovato in un libro francese, peraltro di poca importanza, intitolato Principes d’un bon gouvernement, stampato in Berlino l’anno passato, una nota assai interessante compilata su diversi autori intorno a diverse proporzioni fra la nascita, matrimoni e morte, ho creduto opportuno di tradurla, e di aggiungerla in questi Elementi. Essa può servire di base a molte ricerche, e ci confermerà nella massima che l’azardo è una parola vota di senso, solamente relativa alla nostra ignoranza delle cause, e che ciò che noi chiamiamo eventualità e fortuna sia soggetto a regole costanti e periodiche, fissate dall’ordine eterno e dalla suprema provvidenza d’un Dio regolatore.
Il rapporto de’ morti a quelli che restano in vita in un anno è alla campagna 1 : 42 o 43, o sia 1/42 ad anno comune, prendendo dieci anni misti di buoni e cattivi, come 1 : 38 4/10, o 1/38 circa; nelle piccole città 1/32, ed a Berlino 1/28; nelle grandi città come Londra, Roma, ecc., 1/24 o 1/25. Nelle provincie intere questo varia, si può prendere come un rapporto mezzano 1/35 o 1/36.
Il rapporto de’ matrimoni al numero degli abitanti in un anno ha una gran varietà, perché in alcuni paesi si fa un matrimonio su di 80 persone, e in altri non ve n’ha che 5 sopra 100 a 115. Nelle piccole città della Marca di Brandeburgo si fa un matrimonio sopra 98 persone; a Berlino sopra 110; alla campagna sopra 108; a Londra, 1 : 106; nelle piccole città d’Inghilterra, 1 : 128; in Svezia 1 : 126; in Olanda 1 : 64, il che non si può attribuire che alla facile sussistenza che il commercio vi procura.
Il rapporto dei matrimoni ai bambini per tutta la durata del matrimonio è, assai generalmente, nelle provincie grandi di 1 : 4, o sia di 10 : 41, benché vi sia qualche differenza secondo i luoghi e i tempi. Non si osserva che la campagna abbia del vantaggio, a questo riguardo, sulle città.
Il rapporto dei bambini ai viventi durante un anno è nei villaggi d’Olanda 1 : 23 1/2, o 1/24. In quindici villaggi vicino a Parigi, 1 : 22 7/10 ; in 20 città del Brandeburgo, 1 : 24 4/10; in Svezia, 1 : 28 1/2, 20 o 1/29; in Inghilterra, 1 : 28 95/100 o 1/29, secondo King, e secondo Short 1 : 29 1/2, quasi 1/30; in 1.098 villaggi del Brandeburghese 1 : 30; a Berlino 1 : 28; a Roma 1 : 31 4/10. La varietà essendo di 1/22 a 1/30, sarebbe difficile di volere stabilire una regola generale. Il rapporto medio potrebb’essere di 1 : 26 o 28.
Per il rapporto dei bambini alle famiglie, si consideri che i vedovi e le vedove continuano a governare le loro famiglie, e che perciò vi sono più famiglie che matrimoni. Secondo Short, una famiglia è composta di 4 4/10 persone alla campagna, o sia in 10 famiglie 44 persone, e nelle città due famiglie consistono in 9 persone; secondo King fra le persone del comune è composta di 3 1/4 1/4, fra le persone di condizione di 5 1/3, e in generale l’una per l’altra di 4 1/13, o sia 53 persone in 13 famiglie.
Il rapporto dei bambini alle famiglie è di 10 : 65 nelle città, ed alla campagna di 10 : 67; generalmente, di 10 : 66. Il rapporto di quei che muoiono ai bambini in un anno è di 10 : 12, o 13, o anche 100 : 120 : 130; d’onde ne nasce l’aumentazione del genere umano, che in meno di 100 anni potrebbe andare al doppio, se non vi fossero al mondo diversi ostacoli al suo accrescimento. Nascono in generale, secondo l’autore, più maschi che femmine: 21 maschi sopra 20 femmine, o 26 maschi sopra 25 femmine: ciò che fa vedere che la poligamia è contraria alle mire della natura. Ecco ancora un rapporto che merita l’attenzione di quei che governano, cioè dei ragazzi che muoiono nel seno delle lor madri a quelli che muoiono presso le nutrici. Secondo l’autore de Gl’interessi della Francia male intesi, è di 3 : 5, ciò che è confermato da Deparcieux.
A queste notizie credo sarà utile di soggiugnere una tavola della probabilità della vita umana, cioè, data l’età di ciascun uomo, sapere quanti anni può sperare ancora di vita. Questa tavola è cavata dal libro di Mr Deparcieux su questo argomento.

I numeri 1, 2, 3, ecc., fino al cento, nel margine, denotano le età per tutte le altre colonne. La larghezza di ciascheduna delle gran colonne è sudivisa in tre altre. I numeri della prima di queste tre colonne denotano la quantità delle persone che restano ad ogni età; exempli gratia, secondo Mr Kerseboom, di 1.400 fanciulli nati non ve n’ha che 1.125 che arrivino all’età d’un anno completo, 1.075 all’età di due anni, 964 a quella di cinque, ecc. Secondo l’ordine stabilito, a norma della lista delle tontine, di 1.000 reddituali che hanno l’età di tre anni, ne muoiono 30 il primo anno, 22 il secondo, e così in seguito; quindi non ne restano che 948 all’età di cinque anni, 880 all’età di dieci, 734 a quella di trenta, ecc. Si può dunque scommettere 726 contro 8, o 90 1/4 contro 1, che un reddituario dell’età di trent’anni non morrà nello spazio d’un anno, perché di 734 reddituali dell’età di trentanni ve ne saranno 726 che faranno guadagnare, e 8 che faranno perdere. Pare che si potrebbe, col mezzo del sopradetto esempio, servendosi dell’ordine di mortalità di Mr Kerseboom, trovare la scommessa che si può fare sopra le età d’un marito e di sua moglie. Non si allontanerebbe dal vero per gli abitanti della campagna. Ma nelle città le donne sono un poco più esposte degli uomini, fin ch’elleno sono in età da aver figliuoli, perché, non allattandoli, gli accidenti prodotti dal latte producono in loro delle gran rovine, ne fanno morir talune, o indeboliscono considerabilmente il temperamento delle altre.
La terza colonna di ognuna delle due grandi contiene la vita media delle persone di tutte le età, cioè il numero d’anni residuo di vita d’ognuno, uno compensando l’altro: exempli gratia, secondo Kerseboom, le persone d’età d’anni cinquanta hanno ancora a vivere anni 17 e 5 mesi. Ecco la regola per trovare la vita media di 118 reddituari ottuagenari. Si sommino insieme tutti i numeri delle persone che restano in vita ogni anno, cominciando da quello di cui si cerca la vita comune, inclusive fino all’ultimo; nel caso proposto, si sommino i numeri 118, 101, 85, ecc. La somma, che sarà 612, si divida per 118: il primo di quelli che si sono sommati, che è il numero del problema, ed il quoto, che sarà 5 anni e 2 mesi, dai quali detratti 6 mesi, il residuo, 4 anni e 8 mesi, è la vita media comune ricercata. Si levano 6 mesi dal quoto, perché con questa maniera di calcolare si suppone che tutti muoiano al fin dell’anno, in vece che si deve supporre che muoiano alla metà: si sono perciò computati 6 mesi di più, che vanno levati dal quoto, fatta la divisione.
La Tavola di Mr Kerseboom serve per tutti indistintamente, poiché, oltre le osservazioni fatte sopra le liste delle tontine e rendite vitalizie, si è servito dei lumi comunicatigli dai letterati d’Inghilterra, oltre moltissime riflessioni fatte sopra le liste di mortalità dell’Olanda, Francia, e d’una porzione della Germania; può dunque servire di norma generale, quando il clima non facesse nascere nuove difficoltà ed inesattezze.
La Tavola di Mr Deparcieux serve per i reddituari vitalizi, i quali in pari numero muoiono più tardi degli altri, perché, primo, i parenti che danno denaro a censo vitalizio in testa d’un loro ragazzo, fanno l’investita per quello che è di miglior complessione, e generalmente quelli che sono d’una salute delicata vivono meno degli altri. Secondo, quelli che fanno investite in testa propria, non la fanno se temono di malattia. Terzo, quelli che danno danaro a censo vitalizio non sono né i gran signori, né i miserabili, la salute de’ quali è in cattivo essere, per lo più in un’età avanzata, de’ primi per troppa abbondanza, de’ secondi per troppa indigenza; ma sono i buoni cittadini che hanno un’onesta mediocrità fra questi estremi.
L’autore, da 3.700 ragazzi nati a Parigi, ha trovato che la vita comune è di anni 21, mesi 4, compresi gli aborti, e, non compresi questi, d’anni 23, mesi 6. Dalla parte di Laon la vita media de’ ragazzi è di 37 anni; di anni 41 nella bassa Linguadoca. A Parigi i bambini delle persone comode muoiono meno di quelli del basso popolo. I primi prendono le balie in Parigi o nei contorni, sempre a portata di vedere i loro figliuoli; ma il popolo minuto, non potendo far questa spesa, non li vede che quando sono slattati. In generale ne muore più della mettà a balia, il che deriva in gran parte dal difetto di cura di queste donne. Sia il lor latte cattivo, vecchio o insufficiente, o che si slattino i bambini troppo presto, o dando porzione del loro latte ai propri figliuoli, pregiudicano a quelli per cui sono pagate, essendo i parenti troppo lontani per abbadarvi. A questo non vanno soggetti i figliuoli di quelle madri che, vivendo alla campagna, allattano i propri figli. Ma nei contorni di Parigi i figli della povera gente vivono in generale meno che nelle provincie lontane. Le madri de’ contorni di Parigi fanno il mestier di balie, slattano i lor bambini in capo a cinque o sei mesi, li ammazzano per così dire e lor guastano il temperamento non lasciandogli il naturale nutrimento per tutto il tempo necessario, sostituendovene uno che non è a portata del loro stomaco, ancor troppo debole per digerirlo, o che non digeriscono che con fatica.
Dipende singolarmente da questo punto principale la longevità della vita. Nelle provincie lontane gli uomini sono robusti e vigorosi, e faticano comunemente con egual forza e coraggio all’età di settanta o ottant’anni, che ne’ contorni di Parigi all’età di cinquanta o sessant’anni. Là gli uomini grandi e ben fatti son tanto comuni che gli uomini piccoli e mal sani ne’ contorni di Parigi. Egli è vero che ci son molte donne che, per il loro stato o per naturale impossibilità, non possono allattare i propri figli. Ma ve ne sono altresì molte alle quali non doverebbe esser permesso di confidarne la cura ad altre. V’ha anzi in ciò un difetto di tenerezza, che fa vergogna all’umanità. Ogni altro dovere non dovrebb’egli cedere a questo, nel cuor delle madri tenere ed affettuose? I doveri del rango, o le ragioni d’interesse, sono elleno in Francia, e sopra tutto a Parigi, d’un’altra specie che in Germania, in Olanda, in Inghilterra, ecc., dove quasi tutte le donne, fin quelle della maggior distinzione, allattano i propri figliuoli? Nel 1743 la Principessa di Nassau, figlia del re d’Inghilterra, allattava ella medesima la Principessa d’Oranges sua figlia, ed il Duca d’Orléans, reggente, era stato allattato da madama Principessa Palatina, sua madre: esempi così lodevoli e così rispettabili non doverebbero essere più imitati che non sono? Le donne sono elleno meno madri in Francia che ne’ sudetti paesi? E se si trovano di quelle alle quali questo titolo rispettabile non ispiri tanta tenerezza che basti per far loro adempire il primo ed il più caro di tutti i doveri, sarà biasimabile un’esatta polizia che vi dasse provvedimento? Ne risalterebbero di molti vantaggi; le madri ed i figliuoli sarebbero reciprocamente più attaccati e godrebbero d’una miglior salute; elleno ne averebbero meno, e ne allevarebbero di più, e lo stato averebbe più sudditi.
Mi sono diffuso sopra le vite medie, perché è troppo generalmente dilatato il pregiudizio che la vita comune de’ bambini in generale è molto minore; gli uni la dicono di 14, altri di 15, ed altri di 16 anni. Il mondo non riceve impressione che per quelli che muoiono, sopra tutto se sono reddituari vitalizi, perché alla morte di ognuno di questi si grida che lo stato guadagna a far delle rendite vitalizie: non si abbada mai a quelli che godono d’una rendita vitalizia durante sessanta e ottant’anni e più, il che non è così raro come si suppone. Ma non si vuole abbadare a quelli che vivono un pezzo: si teme in ciò, come in tutte le altre cose, di trovar delle ragioni che distruggerebbero i pregiudizi adottati.
Mr Deparcieux soggiunge che dalle moltiplicate osservazioni fatte sopra i necrologi comunicatigli da diversi ordini religiosi, risulta che generalmente i religiosi vivono ora più lungamente che altre volte, e che le monache vivono più dei frati; il che sembra confermare quello che dice Mr Kerseboom, che un numero qualunque di donne vivono più, tra loro, che un pari numero d’uomini, secondo la proporzione di 18 a 17. Ei dice che tutte le donne che nascono in un luogo vivono quanto gli uomini. Ora, il numero de’ maschi che nascono in un luogo durante un lungo periodo d’anni s’è al numero delle femmine come 18 a 17 incirca, come si è osservato in Inghilterra, e si può vedere alla fine della seconda edizione dell’Analisi de’ giuochi d’azzardo di Mr di Montmor. Ma, se egli è vero che tutte le donne insieme vivano quanto tutti gli uomini, le loro nascite essendo a quelle degli uomini come 17 a 18, bisogna che la lor vita media sia a quella degli uomini come 18 a 17. Tutto il mondo crede che l’età di quaranta a cinquant’anni sia un tempo critico per le donne: non so se egli lo è più per loro che per gli uomini, o più per le donne del secolo che per le religiose; ma, in quanto a queste ultime, non se ne accorge, confrontate le liste della loro mortalità con quella degli altri.
Mr Deparcieux ha osservato ancora che sul principio i religiosi e religiose muoiano meno che i secolari, ma, quando arrivano all’età di quarantacinque in cinquant’anni, muoiono molto più presto; e ciò deve esser così per tre ragioni. Prima: i claustrali sono molto meglio scelti de’ reddituali, ed oltre alla visita, sono obbligati sotto scrupolo di coscienza a dir se credono d’avere qualche malattia segreta, ed il noviziato serve tanto ai superiori per provare la salute ed il temperamento de’ novizi, quanto a questi ultimi per provar la regola. Seconda: quando i claustrali hanno passato un tempo di quindici o venti anni, la loro salute comincia ad alterarsi per le astinenze, digiuni, fatiche, e, più di tutto, per la mancanza di cura esteriore del loro corpo, di cui la maggior parte non si piccano gran fatto. Terza: quelli che un buon temperamento fa arrivare ad un’età un po’ più avanzata, potrebbero andar più oltre, se avessero nei conventi mille piccole dolcezze che non hanno, e che i secolari trovano a casa loro: non solamente i ricchi, ma quelli ancora che non sono che mediocremente agiati, ed infino i semplici artigiani che sappiano tenere un buon sistema di economia.
Avendo Deparcieux paragonato gli ordini di mortalità de’ religiosi e quelli de’ reddituari con quello di Mr Kerseboom, rilevò essere un pregiudizio il credere che i claustrali vivano più de’ secolari. Scelti come sono, dovrebbero vivere molto più, o aver le lor vite medie molto più lunghe di quelle de’ reddituari: ma infatto sono più corte. Nasce questo errore dal non giudicare che dalle apparenze. Vi sono a dir il vero de’ vecchi claustrali, ma molto meno che non si crede: questo è un fatto che non si può porre in dubbio, senza negare l’esattezza de’ loro necrologi.
Secondo l’ordine di Mr Kerseboom, se si supponga che nasca in una città 1.400 fanciulli in un anno, e che in essa né entri, né esca alcuno, vi saranno 1.125 ragazzi d’un anno, 1.075 di due, 1.030 di tre anni, ecc. Sommati questi numeri assieme, l’aggregato 48.956 sarà la quantità di persone d’ogni età che che sono in questa città. Ma siccome ne muoiono ogni anno quanti ne nascono, cioè, di 1.400, 275 il primo anno di fanciullezza, 50 nel secondo, 45 nel terzo, e così in seguito, come è notato nella colonna de’ morti, dividendo come sopra la somma 48.956 per ciò che ne nasce e ne muore ogni anno, il quoto 35 dà a divedere che nasce e che muore ogni anno la 35a parte degli abitanti di questa città. Se da questo quoto 35 se ne diminuiscono sei mesi, si averà di nuovo la vita media, come per l’avanti. Suggiunge il Deparcieux che si suppone che il numero de’ nati eguagli ogni anno quello de’ morti, perché, quantunque perisca tutto quello che nasce, è fuor di dubbio che il numero delle persone viventi anderebbe aumentandosi, se non succedessero tratto tratto degli accidenti, come guerra, peste, fame, e simili mali che diradassero gli uomini. Si aggiunge, per i paesi cattolici, l’aumento che produrrebbero tutte le figlie che si chiudono ne’ conventi, se elleno si maritassero in luogo di farsi monache, e seppellire con se stesse anche la loro posterità; e ciò nonostante, quando la pace dura un pezzo, non si mandano delle colonie a popolare altri paesi? È dunque vero che in un tempo uniforme il mondo deve andare aumentandosi, ovvero che i nati ogni anno devono superare i morti. Ma la differenza che questo aumento recherebbe alla conseguenza che si cava dalla accennata supposizione, può essere riguardata come niente per il soggetto di cui si tratta, poiché tutto ciò non deve essere riguardato che come un appresso a poco.
Nelle città grandi, come Parigi, Lyon, Rouen, Bourdeaux e le altre città commercianti nelle quali v’è sempre un gran concorso di gente, il numero de’ morti è minore che nelle città piccole, perché, supposto che nelle città piccole ne muoia 1/35, come si vede nell’ordine stabilito della mortalità dal Kerseboom, ne morrà al più 1/40 nelle città grandi, per due ragioni. Prima: v’ha continuamente in queste città una quantità considerabile di persone che viaggiano, sia padroni, servitori, operai, che non vi rimangono che un dato tempo, e quindi se ne ritornano a casa loro, o altrove. È vero che durante il loro soggiorno la morte può coglierli egualmente che i propri abitanti, ma si rifletta che quelli che viaggiano lo fanno in quelle età nelle quali è minore la mortalità: non si viaggia ordinariamente prima de’ quindici o diciotto anni, e si esce poco fuor del proprio paese dopo i quaranta o cinquanta; sicché i viaggiatori d’ogni sorta vanno nelle città grandi dopo aver passata la mortalità dell’infanzia, e se ne ritornano prima che arrivi la mortalità della vecchiaia; d’altronde quelli che viaggiano sono quasi tutti persone che sono in buono stato di salute. Seconda: la più gran mortalità succedendo sempre ne’ bambini, succede che in Francia ella è molto minore nelle città grandi (in proporzione di quello che dovrebb’essere) che altrove, perché si mandano ad allattare i bambini quattro, sei e dieci leghe lontano, da dove non si richiamano che all’età di due, tre o quattro anni, e allora ne son morti più della metà, per le ragioni sovrallegate. Questo numero si trova rimesso da altrettante, più o meno, persone che abbandonano la campagna per venire a stabilirvisi, la maggior parte operai o servidori d’ogni sesso, che arrivano all’età di quindici o diciotto anni dopo essere evasi in casa propria alla mortalità dell’infanzia. Quindi ne segue che le città grandi scarseggiano di persone dalla nascita fino all’età di quindici o diciotto anni, in proporzione di ciò che ve n’ha nelle altre età.
Il parroco di San Sulpizio di Parigi ha fatto stampare lo stato de’ battezzati e de’ morti dal 1715 fino al 1744. Si vede da questo stato che nello spazio di trent’anni son morte in quella parocchia 17 donne nubili, maritate e vedove, all’età di cento anni, e solamente cinque uomini; sono morte 126 donne e solo 49 uomini al di là de’ novant’anni: le donne vivono dunque più lungamente degli uomini.
Il numero totale degli uomini d’ogni stato è minore di quello delle donne di 934; vi sono, avanti l’età di dieci anni, 996 fanciulli morti più che figlie; e più giovani scapoli morti fra i dieci e venti anni, che figlie1 o donne. Non sembra dunque che questa età sia più critica per i giovani che per le figlie. Vi son 10.137 donne, 8.751 uomini morti dopo i trent’anni; se il numero delle donne morte ad ogni età in particolare fosse proporzionale a quello degli uomini, riguardo alle due somme totali 10.137 e 8.751, che restano a morire dopo i trent’anni, doverebbero esservi 2.556 donne morte dai trenta fino ai quarantacinque anni, e non ve n’ha che 2.315; doverebbero esservene 3.042 dai quarantacinque fino ai sessanta, e non ve n’ha che 2.442. Se si deve giudicare adunque da questo stato, l’età de’ trenta e sessant’anni è più critica per gli uomini che per le donne. Il numero totale degli uomini scapoli morti è maggiore di quello delle figlie, perché vi son più giovani che non si maritano che figlie; di più, la cura di San Sulpizio è piena di case grandi, in cui vi sono molti servidori tanto maschi che femmine nubili.
Si vede, da questo stato dell’anime del curato, meno uomini maritati morti che donne maritate, perché vi son ben più uomini che si maritano due e tre volte, che donne; i primi sono molto più soggetti delle donne a trovarsi vedovi in un’età poco avanzata, a cagione delle conseguenze de’ parti, e perché eglino trovano più facilmente da rimaritarsi che le donne vedove, sopra tutto se sono cariche di figlioli: anzi si vedono più donne vedove, che vedovi. Vi son più donne che uomini maritati morte prima de’ vent’anni, per due ragioni: primo, perché si maritano più figlie che giovani prima dei vent’anni; secondo, le conseguenze de’ parti sono, come s’è detto altre volte, funestissime alle donne che non allattano i propri figliuoli. Le due medesime ragioni sussistono fino ai trenta e quarantacinque anni. Il numero degli scapoli morti dopo i vent’anni è un po’ più della metà della somma degli uomini maritati e vedovi morti dopo la medesima età; non v’ha che 6 scapoli, e 3 mariti e vedovi che abbian passato i novant’anni; il numero delle figlie morte dopo i vent’anni è quasi il numero quarto della somma delle donne maritate e vedove morte dopo la medesima età. Non ci son però che 14 figlie, ma 112 donne che abbian passati i novant’anni: sembra dunque confermarsi quanto ho detto di sopra, che si vive più nel matrimonio che nel celibato. In trent’anni sono stati battezzati nella parocchia di San Sulpizio 69.600 bambini, de’ quali 35.531 maschi, e 34.069 figlie, il che è appresso a poco come 24 a 23.
Dal 1720 in poi si battezzarono ad anno comune in Londra 17.600 bambini all’anno, e muoiono 26.800 persone. Dagli stati dell’anime delle parocchie di Parigi si rileva che si battezzano in questa città un anno per l’altro 18.300 ragazzi, e muoiono 18.200 persone. Il numero de’ forastieri è appresso a poco eguale nelle due città; ma a Londra le madri allattano i propri figlioli, e per questo si ha in generale la mortalità di quelli che vi nascono e di quelli che vengono a stabilirvisi, in luogo che a Parigi, le madri non allattando i loro bambini, non si ha la mortalità di quelli che muoiono a balia, e di questi il numero è grande.
Parte seconda.
DELL’AGRICOLTURA POLITICA
1. Sarebbe inopportuno di qui ripetere gl’inni e gli elogi che i più grandi scrittori hanno tessuto in favore dell’agricoltura. Basterà al politico, per apprezzarla, incoraggirla e promoverla, il conoscerne l’utilità e la necessità per l’opulenza degli stati, il sapere che gli utili ch’ella produce sono i più durevoli contro l’urto de’ secoli e contro le vicissitudini delle politiche combinazioni, e che questa sorte di travaglio ha per base la costanza della natura, e gli altri l’incostanza degli uomini. Basterà, al saggio ed al filosofo, per amarla e studiarla, il considerare la natura d’una tale occupazione. La moltiplicità delle di lei operazioni è sempre animata e sostenuta da sempre nuove e lentamente crescenti utili produzioni. Mille sentimenti aggradevoli si eccitano in noi nel nutrire ed educare sostanze dalle quali trapela un debolissimo raggio di vita, e che coronano con un premio certo e non rimproverato la dolcezza ed indipendenza delle sue occupazioni. Ivi si riunisce il doppio vantaggio del manuale e corporeo esercizio nell’aria libera ed aperta, che conserva un’allegra e pacifica sanità, con quello di esercitar la mente in sempre nuove combinazioni, e di spingere il pensiere indagatore nelle segrete e magistrali strade della natura. Finalmente può egli esercitar la sua beneficenza sull’innocente e tranquilla popolazione de’ campi e fra i compagni della sua fatica, fra quelli che sotto la sua direzione sudano sui pesanti vomeri al cocente raggio del sole, dividere il frutto della sua industria e ricreare le umili generazioni degli uomini nella pace, e lontano dal vortice inquieto delle città.
2. Sarebbe un escire dal mio instituto il qui dare i precetti fisici dell’agricoltura, i quali richiederebbero una cattedra a parte, e, ben più di questa, una non interrotta serie di diligenti sperienze e ricerche. Innumerabili libri sono stati scritti su questa materia, pochi sono che meritino d’esser letti, e ben più pochi che siano addattati alle comuni circostanze. Fra gli antichi, Catone, Varrone, Collumella, Palladio; fra i moderni, vari, in varie nazioni. Ma la maggior parte di questi hanno piuttosto osservata che tentata la natura, ed hanno piuttosto indagati gli ultimi suoi risultati che le primitive sue operazioni nel produrre i vegetabili. Essendo longhi i periodi della loro riproduzione, e moltiplici le varietà delle circostanze delle terre, e i climi, si trovano moltiplici e contradittori precetti fra gli scrittori, e si è generata una diffidenza anche maggiore del bisogno ne’ coltivatori, onde quest’arte e questa scienza, primogenita delle altre, fu abbandonata alla cieca e lenta pratica, ed alla limitata sagacità dei più rozzi agricoltori.
Fra i moderni però non sono mancati eccellenti uomini che si sono sforzati di cercare le strade generali e i più segreti processi della natura nella vegetazione: Hales nella Statica dei vegetabili, Thoul nel suo Nuovo sistema, Hume nei Principii della vegetazione, Bonnet nelle sue Osservazioni sopra l’uso delle foglie, Du-Hamel poi in tutte le eccellenti sue opere d’agricoltura, l’hanno assoggettata alla fisica, alla meccanica ed alla chimica, dalle quali scienze può solo acquistare la sua perfezione, ed ingrandire le sue viste col mezzo de’ filosofi coltivatori, per passar poi alla imitatrice pratica de’ contadini, i quali dalle sole e ripetute esperienze possono essere ridotti al penoso cangiamento degli abituali loro metodi d’operare.
3. Nostro scopo è solamente d’indagare i mezzi onde l’agricoltura si perfezioni e si animi, qual influenza abbiano nell’opulenza degli stati le diverse produzioni di essa, qual proporzione debba passare fra le produzioni diverse delle terre e le arti e professioni degli uomini, come debbano esser dirette le sovraccennate produzioni, e quali siano, e come devano essere rimossi, gli ostacoli che si oppongono all’agricoltura medesima.
Per agricoltura politica noi intendiamo la direzione delle cinque arti primitive del genere umano, dalle quale le altre tutte scaturiscono, cioè agricoltura, pastorale, pesca, caccia, metallurgia. Noi comincieremo dalla prima, come dalla più interessante.
I. Degli ostacoli che si oppongono alla perfezione dell’agricoltura, e dei mezzi di levarli
4. Nelle cose tutte nelle quali l’interesse nostro è complicato, non è necessario di far niente altro che di rimovere gli ostacoli che si oppongono allo sviluppamento di questa forza primitiva dell’animo nostro.
L’interesse comune non è che il risultato degli interessi particolari, e questi interessi particolari non si oppongono al comune interesse se non allorché vi sieno cattive leggi, che li rendano contradittori tra di loro; ma nelle cose verso le quali siamo da una parte spinti dal bisogno, e dall’altra ritenuti dalla fatica e dal dolore, l’uomo divide per così dire le sue tendenze ed inclinazioni, cosicché procuri di combinare la fuga del disagio colla soddisfazione del bisogno.
5. Da questo fenomeno del cuore umano egli è facile il vedere quali siano gli ostacoli che si oppongono ai progressi dell’agricoltura, la più faticosa e dispendiosa delle arti: perché le saranno ostacoli tutte quelle combinazioni che aumentano l’incomodità ed il disagio attuale delli affaticanti, quelle che le impediscono o il frutto, o anche solo la speranza di quello delle fatiche medesime, quelle finalmente che tendano a diminuire nella mente dell’uomo il timor de’ mali con cui l’inerzia è punita, ed il chiaro concepimento de’ beni con cui l’industria è ricompensata.
Da ciò noi chiaramente vedremo che tutto si riduce ad un solo principio, cioè l’avvilimento del prezzo de’ prodotti, per cui le terre vanno a poco a poco a ritornare incolte, per cui gli uomini si allontanano dispettosamente dall’avvilito aratro, per gettarsi nelle più sedentarie e lucrose occupazioni delle città. Dunque gli ostacoli che anderemo ancora piuttosto accennando, che minutamente annoverando, sono quasi tutti effetti necessari e conseguenze più o meno immediate dell’avvilimento della sola e vera ricchezza delle nazioni.
6. Primo ostacolo: diminuisce i progressi dell’agricoltura la imperfezione degli stromenti villarecci, quali sono quelli che più facilmente suggeriscono alla mente de’ rozzi coltivatori, non quelli che sarebbero più utili. L’abitudine gli conserva con ostinata affezione, e l’inerzia dell’uomo non gli permette di scorrere verso il nuovo, difficile ed insueto, se non è balzato dagli urti dell’imperiosa necessità. Quindi i contadini riterranno eternamente le antiche fogge de’ loro aratri, le pesanti ed anguste forme de’ loro carri, e tutto il resto del rustico loro corredo, se non vengano loro suggerite, e messe sotto i loro occhi, migliori e più comode forme di stromenti da lavoro. Egli è su questi rispettabili monumenti dell’opulenza degli stati che dovrebbe meditare e tentare il sagace meccanico, il quale sappia quanto sia difficile per una parte il riunire la semplicità ed il risparmio de’ mezzi alla prontezza ed estensione delle di lei operazioni, e, per l’altra, quanto gli avvantagi di tali ritrovati si estendano per tutta la durata de’ secoli e delle nazioni.
7. Secondo ostacolo si è la poca cura che si ha della classe più laboriosa e più utile alla società, sia per la natura de’ cibi, dell’alloggio, del vestito, come per il frequente abbandono dei soccorsi più necessari nelle loro malattie. Un pane ruvido e nero, l’acqua sovente torbida e limacciosa, poco vino acido ed immaturo, alimenti rancidi e nauseosi, formano il nutrimento dell’instancabile agricoltore. Laceri, e vestiti di lordi cenci, nell’angustissime case si costipano le numerose famiglie, o fra l’alito denso e corrotto degli animali si riparano dal freddo. Questo è il destino de’ nostri fratelli: a ciò li condanna una ferrea necessità, per nutrire le sdegnose e frivole nostre voglie.
Ma perché vado io rivolgendomi intorno a queste miserie, se esse sono non una conseguenza necessaria dello stato di coltivatore, ma bensì un effetto della maniera con cui l’agricoltura viene esercitata ne’ luoghi dove si avvilisce per ogni verso il prodotto, dove, per moltiplicar le ricchezze di segno e di convenzione, si inaridiscono le sorgenti e si esauriscono le fonti di tutti i beni e comodi della vita?
Io non pretendo d’approvare il chimerico progetto di render gli uomini comodi ed agiati; quest’idea distrugge se medesima: la fatica di nessuno produrrebbe il disagio di tutti. Ma solamente io pretendo di mostrare come dalla sola sovraindicata sorgente diramino tutte le cagioni che impediscono la perfezione di quest’arte primitiva. L’avvilimento del prezzo de’ prodotti diminuisce il prodotto netto nelle mani de’ proprietari; questi, avidi delle ricchezze ed accostumati allo splendore ed alle pretensioni del loro rango, strappano di mano al coltivatore il pane della necessità. Rade volte i contadini sono in istato di procacciarsi un avanzo da un debole raccolto, per il quale avanzo non solamente potrebbero soddisfare al bisogno della vita, ma anche rifonderne sulla terra una porzione per ottenerne da quella in seguito una più abbondante ricompensa. Le idee sono cangiate su questo punto ad un segno, che è invalso ne’ politici il barbaro assioma, che quanto più è miserabile ed oppresso il contadino, tanto più industriosamente ed indefessamente lavora: tanto è vero che gli uomini confondono le idee più chiare e luminose, solo che l’interesse lo consigli. Altre sono le risorse della necessità, ed altri gli effetti della prosperità. Gli uomini vogliono vivere in qualunque modo; egli è chiaro adunque che dal mezzo della oppressione l’industria eserciterà i maggiori suoi sforzi; ma egli è chiaro ancora che gli effetti saranno lenti e stentati, e non paragonabili con quelli che sono prodotti dal coraggio e dalla speranza di una prosperità che va sempre crescendo.
Questa parte sostenitrice delle nazioni è abbandonata spesse volte alla miseria ed al languore delle malattie, e all’incomodo trasporto nelli spedali, lungi dalla minuta e tenera assistenza delle care famiglie, sotto la dura e negligente tutela di uomini indifferenti ed incalliti fra le sofferenze de’ miserabili. È un aiuto per la perfezione della medicina, ed anche un illustre monumento della vera publica beneficenza, ma non il migliore soccorso contro i morbi e la mortalità. Vorrei che più da vicino ai loro alberghi, o in questi medesimi, fossero dalla pubblica beneficenza alleviati dai loro malori; io credo che dall’una parte ci guadagnerebbero i miserabili, e dall’altra l’erario pubblico, col risparmio di molti salari e di molti disordini che dall’avvicinamento delle grandi ricchezze sono inevitabili, coll’avvantaggio di spandere in tutto lo stato i monumenti e gli esempi della pubblica beneficenza.
Vorrei ancora, col voto comune de’ più illuminati politici, che quella classe rispettabile che è destinata alla sacra istruzione della religione, che vegliano, pastori e parochi, per il bene comune dell’anima, estendessero ancora le loro mire e i loro lumi al di là d’una teologia sempre rispettabile, sovente inutile, fra l’uniforme e semplice maniera di vivere degl’ignoranti contadini, e che ad una sovente bizzarra e tortuosa casuistica sostituissero i lumi dell’agricoltura e della medicina. Non mancano certamente in questo venerabile ceto persone capaci di adempire così salutari oggetti; ma l’educazione ricevuta, le prevenzioni dello stato, l’esiggersi tai lumi da loro come condizioni essenziali al loro ministero, ne renderanno sempre troppo scarso il numero.
8. Terzo ostacolo si è la mancanza d’istruzioni nelle persone medesime che vivono alla campagna. Esse non debbono ammolire le rigide membra sui sedentari studi, né debbono correre una carriera che loro renderebbe abituale la noia, e farebbe loro desertare l’arte fondamentale della società; ma non perciò debbono essere condannati ad una totale ignoranza, che non dà loro i mezzi di conoscere il proprio stato e tutte le di lui risorse: onde non sanno trovare altro rimedio di garantirsi dai mali che li circondano, che a spese del giusto e dell’onesto. Il leggere, lo scrivere, i conti, gli elementi metodici, semplici e chiari della loro professione, una morale dolce ed insinuante, dovrebbero formare l’unica loro erudizione e tutta la loro sapienza; la quale però basterebbe a dare un ordine alle loro idee, e renderli più docili ai progressi dell’agricoltura, e più sagaci indagatori de’ propri vantaggi, mentre che imparerebbero di più a calcolare gl’inconvenienti e i mali inevitabili, a cui le cattive azioni sono condannate, ignoranza che è forse la più frequente cagione dei delitti dell’ultima classe degli uomini.
9. Quarto ostacolo si è la difficoltà de’ trasporti, i quali arenano le derrate e ne aumentano il prezzo, senza che l’aumento di questo prezzo ricada in vantaggio della parte industriosa e produttrice. Le strade degli stati sono come i canali dove scorrono i fluidi nei corpi viventi; e come in questi non basta che siano scevre e libere da ogni intoppo, ma i minimi ed invisibili canali debbono esser aperti e facili allo scorrere del fluido animatore, così ne’ corpi politici non solamente devono essere sode e durevoli le strade che conducono alle superbe città l’instancabile viaggiatore, ma quelle ancora che servono a tutta l’interna distribuzione delle cose contrattabili in tutte le diverse parti d’una provincia. L’aver cura solamente delle così dette strade maestre, ed il negligentare le strade di traverso, le quali sono quelle che più delle altre servono al trasporto di tutte le cose per tutto l’interno, è la più grande, ma non perciò la meno frequente incoerenza politica. Quali sieno i migliori principii onde le strade siano meglio mantenute, si vedrà dove tratteremo dell’interna polizia; solo qui giova riflettere, primo, che l’esperienza e la ragione ci provano che la sola riattazione e stabile manutenzione delle strade aumenta l’agricoltura, perché rende più facile il commercio delle derrate, meno caro rendendosi il loro trasporto. L’aumento del prezzo, se è in vantaggio del prodotto, o sia del venditore di quello, aumenta il comodo dell’agricoltore; questi aumenta le arti inferiori, e così successivamente; allora un tale aumento suppone uno smercio maggiore della derrata, e perciò un maggiore alimento alle arti che la rappresentano. Ma se l’aumento del prezzo è in grazia della difficoltà del trasporto, allora crescono le spese intermedie fra il venditore e il compratore; in conseguenza di ciò, il prezzo de’ prodotti essendo stabilito dalla generale concorrenza, l’aumento del prezzo non è solamente dannoso al compratore, ma al venditore ancora, perché egli deve sottrarre dalla vendita de’ prodotti queste spese che non tornano in vantaggio della riproduzione, ma solamente de’ trasportatori. Il limite dell’aumento del prezzo per cagione del maggior esito d’un prodotto, è fissato dalla concorrenza generale, cioè dal prezzo de’ generi delle altre nazioni con cui si è in commercio. Il limite dell’aumento del prezzo per cagione della difficoltà del trasporto non è fissato se non dalla perdita, e in grazia della coltura, cioè allora quando le spese divengono maggiori del prodotto netto.
Rifletteremo, in secondo luogo, essere voce universale di tutti gli scrittori d’economia che i trasporti per acqua siano di gran lunga preferibili ai trasporti per terra. Calcolano essi il trasporto per acqua essere un quinto del trasporto per terra; vale a dire che una nazione che trasportasse quattro volte più lontano d’un’altra per acqua quelle stesse merci che la seconda deve portare una sol volta per terra, averebbe ciò nonnostante la preferenza: noi esamineremo altrove le prove di questo calcolo. Si rifletta, in terzo luogo, che anco presso gli antichi romani, sia ne’ tempi della repubblica, sia ne’ tempi della monarchia, cioè l’avere essi sempre mai adoperate le truppe loro vittoriose a fare ed a mantenere le strade, delle quali, per i vestigi che da tanto tempo in tanta rivoluzione di cose ancora ci restano, ne conosciamo la solidità e la durevolezza. Pretendevano con ciò di tenere occupati i soldati in tempo di pace, e fargli vivere più sani nell’aria aperta, e più robusti col continuo esercizio, e di convertire in un utile continuo le continue spese che si fanno pel mantenimento di questi. Siccome alcuni scrittori hanno creduto di poter applicare ai tempi presenti questo ramo della romana polizia, così ho creduto convenire il farne qui qualche cenno.
10. Quinto ostacolo si è l’essere ristrette le terre dello stato in troppo poche mani. A misura che cresce la ricchezza nell’uomo, manca in lui lo stimolo necessario del dolore e del bisogno che lo porta ad agire. La torpida idea della sicurezza diminuisce l’irritamento interno della speranza d’un futuro vantaggio. Egli è vero che le terre ancora che sono troppo divise non formano un minore ostacolo all’agricoltura, perché le terre divise in un troppo numero di persone escludono quelle grandiose spese, dalle quali solamente l’agricoltura riconosce il suo maggiore ingrandimento. Le terre troppo divise non possono essere coltivate che col moltiplicare le braccia degli uomini, le quali costano al proprietario molto di più che non gli animali, onde divengono maggiori le spese in proporzione del prodotto netto. Le terre troppo unite presso pochi proprietari sono ordinariamente negligentate, e quella ricchezza che dovrebbe essere costantemente consegrata alla terra per conservarne la riproduzione, è dai proprietari medesimi rivolta a soddisfare i capricci del lusso e i bisogni d’opinione, i quali crescono in proporzione della disuguaglianza de’ beni. Ma in questo proposito è rimarcabile la differenza tra quella che chiamasi grande coltura e quella che chiamasi picola coltura; perché la prima essendo la coltura intrapresa da ricchi fittabili che portano sulla terra un nuovo capitale, e tutte le loro scorte pagando il proprietario in contanti, e disponendo del prodotto a loro beneplacito, la negligenza de’ grossi proprietari non influisce sulla coltura medesima; mentre i grossi proprietari delle terre messe a piccola coltura, cioè dove il proprietario appigiona piccole porzioni di terra dividendo il prodotto, e somministrando la maggior parte delle scorte necessarie al coltivatore, se egli toglie alla terra il necessario mantenimento, la di lui negligenza influisce moltissimo sulla coltura. Ma la gran coltura non può introdursi in uno stato, se non dove il prodotto sia posto in un più libero commercio, e non salga per conseguenza ad un più alto e più costante valore.
La piccola coltura è necessariamente l’unica risorsa della coltivazione, dove i prodotti siano vincolati, e per conseguenza al di sotto del vero valore, cioè di quello che è fissato dalla generale concorrenza. Dunque, noi troveremo che il necessario compenso alla necessaria disuguale distribuzione delle terre sta nell’alto valore dei generi; dunque quest’ostacolo medesimo dipende anch’esso dalla cagione universale da noi sovraindicata. Allora il limite della divisione delle terre si porrebbe da se stesso, perché, introducendosi la gran coltura, le terre troppo estese si dividerebbero in più ferme, perché l’esperienza ed il calcolo, sempre facile dove il valore è costante ed uniforme, insegnerebbe a fare questa divisione; e le terre troppo divise, per esempio, in grazia della successione delle famiglie, sarebbero riunite in una ferma sola, o sarebbero vendute a chi le riunirebbe: perciò sarebbe divisa la proprietà, ma non la coltura.
Dalle cose qui sovraccennate potrà ognuno vedere quale sia l’importanza che le terre non dimorino legate perpetuamente sotto i vincoli fideicomissari, presso le immortali mani morte, per cui si sottraggono dalla circolazione e dalla speranza dell’industrioso, se non tutte le ricchezze, almeno la sorgente di quelle; per cui alcune generazioni e classi sembrano perpetuamente privilegiate, ed altre condannate; per cui le prime acquistano senza giammai perdere, e per ciò condensano in se medesime tutta la libertà e l’indipendenza politica, seguace mai sempre nel fatto della proprietà. Quando le terre, per le circostanze varie e mutabili delle famiglie, vengono ad essere coltivate in modo che vada sempre diminuendosi il prodotto netto di quelle, non v’ha dubbio che sarebbe utile che tali terre potessero essere vendute a chi, essendo vivo, potrebbe rifondere sopra un nuovo capitale di ricchezze, per ritornarle al primo stato di florida riproduzione. Dunque la libertà delle terre tiene alla prosperità della coltivazione, dunque ancora a ciò che forma la base di tutta l’economia d’uno stato; dunque l’abuso dei fidecommissi, introdotto in gran parte dall’antica ariio stocrazia feudale, benché l’origine si debba riconoscere dall’antica romana giurisprudenza, per quanti avantaggi possa attribuirsi (come la perpetuità del nome e del lustro di alcune famiglie), averà sempre un inconveniente fisico ed essenziale, quale è quello di opporsi ai maggiori progressi della coltura. Rispetto poi alli possedimenti grandiosi delle mani morte, dopo tante eccellenti opere scritte sopra d’un oggetto sì delicato ed importante, è superfluo il farne qui parola.
11. Sesto ostacolo si è la mancanza di circolazione interna dei prodotti dell’agricoltura. Quando le derrate sono troppo avvilite di prezzo, cioè quando cedono al disotto del livello della generale concorrenza, le fatiche non trovano il loro compenso per le spese, non ricavando il loro congruo interesse; l’agricoltore trascura un travaglio per lui soverchio ed inutile, e sovente ancora dannoso. Se dunque da regolamenti soverchiamente paurosi è fissata la derrata nel luogo della sua produzione, l’abbondanza di quella nuoce a se medesima, e, divenuta di poco valore, non compensa le fatiche del suo coltivatore. L’uso degli olandesi d’abbrucciare una gran parte degli aromi che esclusivamente raccolgono dall’isola di Ceylan, per non avvilire il valore di quelli, sott’altre apparenze viene imitato in molti luoghi che la natura avea destinati ad alimentare le più lontane nazioni. Dunque la riproduzione della derrata, la di cui circolazione sia impedita, va cessando a poco a poco, e la superstizione dell’abbondanza produce la desolante sterilità. Se in un altro luogo la derrata è troppo scarsa, quella arena i compratori, e le arti da quella dipendenti restano sospese ed immobili. È dunque necessario che nei diversi punti dello stato le abbondanze si compensino colle scarsezze, e mettansi le une colle altre al necessario livello. Ne’ paesi dove dello stato, che tutto dev’esser aperto alla più libera interiore communicazione, si pretende fare un’unione di parti isolate ed indipendenti, tutto languirebbe, se l’infrazione sempre infallibile delle cattive leggi non rimediasse in parte al disordine.
12. Settimo ostacolo alla perfezione dell’agricoltura si è l’ultima depressione in cui questo stato è decaduto. L’onore che si deve alle diverse professioni è in verità dovuto, non solo in proporzione della più grande utilità delle medesime, ma ancora in proporzione dell’utilità combinata colla più o men grande difficoltà. Saranno dunque preferite quelle professioni, le quali contengono in sé una prova di coraggio o la rara dimostrazione di sagacità, di talenti, all’agricoltura, la quale, quantunque laboriosa, non contiene alcun rischio e non esige studio e combinazione. Ciò nonnostante, io non vedo perché l’agricoltore, che un tardo compenso d’un assiduo travaglio relega nell’oscurità innocente della campagna, meriti a esser condannato in una perpetua dimenticanza, e perché i suoi sentimenti non possono esser elevati dall’eccitamento lusinghiero della pubblica approvazione. Perché il più laborioso fra gli agricoltori d’un villaggio non potrebbe ottenere un qualche segno di distinzione, che, facendolo osservare tra’ suoi eguali, eccitasse in quelli l’emulazione, ed in lui la speranza d’uno stato più felice? L’ambizione serpeggia nelle più umili condizioni, quanto ella trionfa nelle più alte; l’infimo sdegna altrettanto i grandi, quanto i grandi sdegnano gli infimi; ma ognuno vuol grandeggiar tra’ suoi eguali, perché questi entrano nell’atmosfera de’ suoi piaceri, e corrono sulle medesime tracce verso la felicità. Un piccolo ornamento sulle abbronzite carni dell’affaticato agricoltore, i rustici omaggi de’ suoi simili, lo renderebbero altrettanto soddisfatto e fiero di se stesso, con quanta pompa di piacere e di giubilo torna fra’ suoi simili, onorato d’un sguardo e d’un nastro, l’assiduo cortigiano. Ma tralasciando queste idee, che possono sembrare a taluni troppo strane, perché inusitate, basterà quasi nelle occasioni per rendere l’onore dovuto a questa fondamental professione l’imparziale premura, per chi è incaricato della publica tutela, di sottrar l’umile agricoltore dal calpestio del prepotente, e di munire collo scudo impenetrabile delle leggi il pane frugale, che l’ozio e l’indolenza rapir vorrebbe dall’umile dimora dell’industria alimentatrice.
13. Ottavo ostacolo ai progressi dell’agricoltura fu da quasi tutti gli economisti trovata la proibizione del commercio esterno delle derrate di prima necessità: grande, importante, delicato argomento, del quale parleremo ben presto.
14. Nono ostacolo ai progressi dell’agricoltura sarebbe l’eccesso del tributo, o il non esservene punto. L’eccesso, perché il lavoro degli uomini non essendo giammai gratuito, quando il tributo eccedesse il totale del prodotto del travaglio della terra, o semplicemente non lasciasse in mano del proprietario alcun prodotto netto al di là delle spese della coltivazione, la terra anderebbe a poco a poco a divenire incolta. Per un’opposta ragione, senza tributi, o questi essendo troppo scarsi, non ci potrebbero essere spese pubbliche, senza spese pubbliche non vi sarebbe la necessaria sicurezza della proprietà, né la facilità del commercio, né il riattamento delle strade, né l’utilissimo mantenimento de’ trasporti per acqua: ma di questa materia, la più interessante e la più esposta ai queruli pregiudizi, ne parleremo nel trattato delle finanze.
II. Della piccola e grande coltura delle terre
15. Abbiamo già veduto nella prima parte, cap. I, come non sia la maggiore quantità assoluta e totale di prodotto quella che contribuisce alla prosperità d’uno stato precisamente, ma la maggiore quantità di prodotto utile, vale a dire disponibile. Se una quantità di questo prodotto è consunta immediatamente dai producitori, non vi sarà che l’avanzo il quale abbia un valor venale, che paghi i salari dei manifattori, che esca dallo stato, che paghi i tributi, in somma che dia il moto a tutta la machina degl’interessi economici di una nazione. Se, per un esempio arbitrario, sopra un milione di misure siano consonte in ispese immediate di produzione 500 mila di queste, non saranno disponibili che 500 mila misure di prodotti in vantaggio dello stato. Ma se, per lo contrario, mutando la coltura di direzione e di metodo, il prodotto non fosse che di 800 mila misure, e che sole 200 mila fossero le consumate immediatamente da’ produttori, l’avanzo sarebbe di 600 mila misure, cioè una maggior quantità di prodotto disponibile nel caso d’un minor prodotto tale, che nel caso d’un maggiore. Ciò dunque che deve formare l’oggetto principale dell’uomo di stato e del grande economo politico, non è tanto l’aumento del prodotto totale, quanto l’aumento del prodotto disponibile; non il raccolto assoluto, ma l’avanzo di detto raccolto, dedotte le spese.
16. Se dunque chi considera in astratto la perfezione dell’agricoltura trovasse il lavoro de’ campi a braccia più produttivo del lavoro delle bestie, un tale risultato dovrà essere verificato dall’economo politico, il quale esaminerà quanto maggiori spese esigga il mantenimento d’uomini lavoratori in vece del mantenimento e profitto delle bestie lavoratrici. Se chiunque potesse esser sedotto dall’apparente abbondanza d’una terra, che successivamente ammetta in un anno vari generi di produzione, non calcolasse che questa sola abbondanza di tali produzioni, doverà avere riguardo se questi generi diano un prodotto venale e disponibile, o un prodotto immediatamente ed unicamente consonto dai produttori medesimi. Se per alcune circostanze un terreno, che potrebbe rendere fromento, rendesse solamente grani di vile valore, consumati totalmente da un numero grandissimo di miseri agricoltori senza prodotto o avanzo netto e disponibile, né in favore de’ proprietari, né in favore de’ coltivatori medesimi, i quali con minori spese di coltura e con maggiore avanzo di prodotto disponibile più felici sarebbero e più agiati, anderebbe calcolato il prodotto netto nel primo caso in paragone del prodotto netto del secondo.
17. Egli è sotto questo punto di vista che deve riguardarsi una famosa distinzione introdotta ultimamente dagli economisti francesi nell’agricoltura. Distinguono essi la grande dalla piccola coltura. Chiamano gran coltura quella che è intrapresa da un comodo fittabile con un treno di cavalli, e paga il proprietario in denaro, disponendo del prodotto a proprio arbitrio; piccola coltura quella che è intrappresa da un massaro o pigionante che divide il prodotto con il padrone, e coltiva con buoi. Io non darò qui che il succinto delle ragioni che quelli adducono in favore della gran coltura, lasciando a ciascheduno, come è di ragione, il determinarsi sulla considerazione delle proprie circostanze. Era importante, per altro, che in questi Elementi non si risparmiasse una discussione, la quale forma un ramo principale dell’economia politica delle nazioni agricole.
18. In primo luogo essi premettono che i privati agricoltori da’ soli risultati della propria sperienza non sono in istato di decidere se sia più utile la grande della piccola coltura; perché, oltre il non sapere ordinanamente calcolare con precisione che i vantaggi della propria coltura, a cui sono accostumati, l’essere introdotta in un tale distretto piuttosto l’una che l’altra non è un effetto della scelta e di un calcolo interamente dipendente dalle personali circostanze di ciascheduno, ma dalle circostanze generali di tutto il distretto medesimo, dal valore de’ prodotti, dalla libera circolazione di quelli, dalla natura e metodo della imposizione, come si vedrà a suo luogo. In secondo luogo egli è chiaro, che solamente forti e poderosi coltivatori sono atti ad intraprendere una gran coltura, perché la spesa primitiva avanti d’ottenere un raccolto è considerabile, quantunque questo raccolto sia poi più grandioso, e le spese annue e posteriori in paragone di quello proporzionatamente minori che non sieno nella piccola coltura, in cui pretendono che una gran parte del raccolto sia consunto in spese continue per conservare la coltura, senza quasi mai speranza di aumentare il prodotto netto.
19. Ciò supposto, dicon essi che il lavoro de’ buoi è molto più lento del lavoro de’ cavalli, e che questi passano un gran tempo ne’ pascoli per il loro nutrimento, di maniera che ad un podere che vuol esser lavorato da dodici buoi bastano quattro cavalli. Questi pascoli sono un terreno perduto in sola immediata consumazione; convengono, però, che dove si usa di nutrire i buoi con foraggi secchi, ci è un miglior conto nel mantenimento de’ buoi lavoratori. Si pretende che i buoi siano più forti e robusti de’ cavalli, ma si adduce l’esperienza in contrario. Sei buoi conducono due o tre mila libbre di peso, mentre sei cavalli ne conducono sei in sette mila. Vuolsi distinguere la pianura dal montuoso; vuolsi distinguere il tirar con forza lungo una linea parallela all’orizzonte, e il sostenere più fortemente il peso in un pendio; vuolsi considerare che i buoi, essendo men carichi e più lenti, sembrano meglio riuscire de’ cavalli nelle terre pantanose, i quali sembrano più titubanti in un terreno non solido; ma ciò, secondo essi, è estraneo alla forza colla quale è necessario smuovere la terra con l’aratro, la quale si può assomigliare ad un peso da strascinarsi.
20. Dicono essi, che i buoi in un giorno lavorano tre quartaia (quartiers) di terra, mentre i cavalli ne lavorano un moggio e mezzo; cosicché dove ci vogliono quattro buoi ad un aratro, v’andarebbero sei coppie per tre aratri, che lavorerebbero due moggia al giorno circa, invece che tre aratri da tre cavalli per ciascheduno condotti ne lavorerebbero quattro e mezzo al giorno; a sei buoi per aratro, due aratri lavorerebbero un moggio e mezzo, invece otto cavalli a quattro per aratro ne lavorerebbero tre; a otto buoi per aratro, tre aratri ne lavorerebbero due, invece che bastando quattro forti cavalli ad un aratro, ventiquattro con sei cavalli ne lavorerebbero nove: così che, riducendo queste differenze ad un punto medio, il lavoro di dodici buoi per adequato equivale al lavoro di quattro soli buoni cavalli. Convengono però che nelle terre ingrate e montuose sembra preferibile il lavoro de’ buoi a quello de’ cavalli, in grazia che le terre coltivabili essendo disperse in piccole porzioni, il maggior costo de’ cavalli e la piccola rendita necessariamente conseguente alla natura del suolo, rendono più utile il lavoro de’ buoi, percioché si adoperano sotto aratri adattati ad una più corta estensione di terreno.
Si aggiunge che le terre leggere, poco proprie a produrre dell’avena, sono nell’istesso caso; ma poche son quelle che siano talmente separate dalle buone e forti, sopra tutto nelle pianure, che escludono il comodo mantenimento de’ cavalli; siccome le terre son confidate a piccoli massari o pigionanti per lavorarsi a buoi, per mancanza di buoni fittabili in istato di sostenere una grande ed estesa coltura co’ cavalli, i proprietari non osano confidare delle pecore e de’ montoni ai suddetti, delle quali, oltre il frutto considerabile, è eccellente l’ingrasso. Con queste ed altre considerazioni che per brevità tralascio, lasciando a quelli che amano queste ricerche il consultare gli eccellenti scrittori, e sopra tutto l’Enciclopedia, articolo Fermier, essi concludono che quelle misure di terra che rendano quattro staia, misura di Parigi, coltivate coi buoi, rendono otto staia coltivate co’ cavalli. Aggiungono che i buoi de’ massari o pigionanti s’occupano moltissimo al lucroso guadagno delle condotte in pregiudizio delle terre, le quali poi, successivamente decadendo ad essere incolte dove è introdotto lo stentato lavoro della picola coltura, divengono sempre in più gran quantità pascoli, vale a dire di gran longa meno utili allo stato ed ai proprietari.
21. I suddetti autori calcolano le spese de’ buoi colla spesa de’ cavalli, così: suppongono il valore d’un cavallo da lavoro, l’un per l’altro, 300 lire di Francia (il nostro zecchino è circa 10 lire di Francia), il valore d’un paio di grossi buoi lire 400. Si pretende che i cavalli durino l’un per l’altro dodeci anni, e i buoi sei anni, passati i quali si vendono magri per ingrassarli per la macellaria. Ciò supposto, quattro buoni cavalli costano lire 1.200; l’interesse di questo capitale per dodeci anni sono lire 720; dunque alla fine di questi anni saranno spese e perdute lire 1.920. L’equivalente di quattro cavalli sono, come si è asserito di sopra, dodeci buoi; costeranno, a lire 400 al paio, lire 2.400; l’interesse per sei anni monta parimente a lire 720; in tutto sono lire 3.120. Ma si suppone che si vendano dopo sedici anni magri per lire 150 l’uno; perciò si caverà da tutti lire 1.800; restano perdute lire 1.320 in sei anni; in dodeci saranno 2.640: dunque la spesa de’ buoi supera quella de’ cavalli, nello stesso spazio di tempo, di lire 700.
22. Queste, oltre moltissime altre ragioni, rendono certamente almeno problematica la preferenza de’ buoi sopra i cavalli per l’avvantaggio della coltura. Ma se io debbo azzardar la mia opinione in una questione intralciatissima per la varietà delle circostanze in cui ogni paese si trova, io credo il punto essenziale per noi non sia quello di usare piuttosto de’ buoi o de’ cavalli, ed in ciò essenzialmente non consista la differenza fra la grande e la piccola coltura; ma piuttosto nell’essere le terre divise fra poveri massai e pigionanti, che non possono portare un capitale di ricchezza sulla terra che intraprendono a lavorare, e ricevono da’ negligenti e dispendiosi proprietari solo deboli scorte, che esiggono una folla di minute, continue e mal adempite spese, onde si ricava uno scarso prodotto netto in favor de’ proprietari, in alimento dell’arti, in sollievo delle spese pubbliche: invece che la coltura de’ grossi fittabili è una coltura che porta sulla terra una ricchezza che si aggiunge al valor capitale del fondo medesimo. Ma questa non s’introdurrà giammai dove i generi sieno a vil prezzo, dove l’utile non sia in paragone delle spese, perché ivi non si ritrova un avanzo tale che, oltre il mantenimento de’ proprietari e de’ coltivatori, possa essere rimesso con usura sulla terra.
III. Piano per i progressi dell’agricoltura
23. Avendo noi accennati gli ostacoli che si oppongono ai progressi dell’agricoltura, ed indicati alcuni mezzi per toglierli, vedrà ognuno che i mezzi per incoraggire l’agricoltura saranno gli opposti a ciò che noi abbiamo chiamati ostacoli; sicché lo studio delle scienze adiutrici, la cura della sanità, la protezione delle sostanze dell’agricoltore, l’istruzione idonea di quello, e più di tutto il buon valore de’ prodotti che nasce dalla libertà e dalla concorrenza, saranno i mezzi valevoli per il progresso dell’agricoltura. Ma dovremo noi lasciare quest’arte, nutrice del genere umano, base d’ogni opulenza e ricchezza, in balia d’una cieca e fortuita esperienza, ed appoggiata ad una fallace pratica di tradizione? Anni e serie d’anni esiggono le diverse colture, e miglioramenti delle terre, e queste sono dirette da un precipitoso interesse, dall’ostinata abitudine, dall’ignoranza che si limita al puro oggetto.
24. Sarebbe dunque utilissimo che, in questo secolo di luce e di ricerche, una benefica filosofia rivolgesse l’attonito sguardo dai corpi celesti sulla terra che noi abitiamo, e che si riunissero tutti li sforzi a svolgere gli oscuri progressi della vegetazione e della vita delle piante. In tanta pompa d’accademie con tanto sfoggio di titoli, nelle quali o si tessono armoniosamente inutili parole, o su di un sasso corroso dal tempo, ove sono scolpiti i voti imbecilli d’un oscuro romano, veglia l’assiderato antiquario; perché appena alcuna se ne annovera nella nostra Italia, antichissimo seggio delle dovizie della natura, dove si consacrino le veglie e le ricerche all’utilità permanente degli uomini, e per conseguenza all’aumento dei comodi e dei piaceri della vita.
25. Le accademie sono utili anche in quelle scienze che esigono una solitaria applicazione; esse in questo caso non aiutano le scoperte, ma eccitano l’emulazione, spandono i lumi, premiano le fatiche. Sono poi utilissime e necessarie dove gli oggetti da esaminarsi e da conoscersi sono troppo vari e moltiplici, dove si esigge lunghezza di tempo e riunione di forze, dove il dispendio eccede le forze private, finalmente dove vi siano pregiudizi da superarsi, abitudini da vincersi, interessi opposti da riunirsi. Un’accademia adunque d’agricoltura sarebbe la più utile al genere umano di quante mai fossero state.
26. Egli è difficile ritrovare un privato, che all’inquieta curiosità delle ricerche unisca il coraggio di sagrificare per lungo tempo un terreno intorno ad esperienze utili ai progressi della scienza, ma dannose all’annuo di lui reddito, e delle quali la maggior parte deve riuscir vuota e frustranea, acciocché dalla moltiplicità di quelle una se ne trovi utile e concludente.
Di più: tali esperienze non possono farsi in piccolo, errore commesso da tanti sperimentatori, per cui sfuggono quelle minute ma essenziali circostanze, che rendano poi fallace l’esperienza in grande eseguita. Noi non possiamo assicurarci d’avere conosciuta la natura in tutti i suoi aspetti, se non la tormentiamo e non cerchiamo di variarne i fenomeni in tal guisa, che si renda improbabile che noi non abbiamo trascurato alcun dato essenziale.
27. In terzo luogo, la lentezza di tutti gli avvenimenti interessanti l’agricoltura sarebbe tale che le vite successive di più uomini non aggiungerebbero molto alla scienza medesima. È dunque necessario il concorso contemporaneo di molte azioni, accioché la lentezza dei successi e dei risultati, e la necessaria inutilità di vari tentativi, sia ricompensata dalla celerità e dalla frequenza di molte operazioni.
Finalmente, una unione di persone che unicamente, secondo le particolari loro mire, coltivasse la scienza, comunicasse alla società i risultati, sarebbe più tosto un aggregato fortuito di forze solitarie ed indipendenti, che un tutto riunito che opera colla massa di se medesimo. Una così fatta riunione avrebbe l’utilità dell’emulazione, farebbe pompa di una utile erudizione, sarebbe una radunanza d’uomini dotti, non una società di uomini utili.
È dunque necessario che vi sia un piano ragionato di operazioni e di esperimenti da farsi, di punti di vista; è necessario che ci sian persone che diriggano questo piano, le quali sappiano la difficile arte di consultar la natura, di separare i contemporanei ma indipendenti fenomeni da quelli che realmente cospirano a produrre l’effetto; che sappiano dubitare delle più comuni e spiritose dottrine, che abbiano il raro talento di saper mettere alla portata del rozzo e diffidente agricoltore; in somma, che discendano sino ai più minuti dettagli, senza perder di mira la grandezza delle viste. Ma tutte queste massime, sulle quali dovrebbe essere fondata una tale instituzione, vogliono dalla protezione sovrana essere autorizzate e sostenute. Quando lo splendore della pubblica autorità diffondesi sulle private occupazioni degli uomini, queste si animano d’un nuovo vigore e d’una maggiore alacrità: la timida filosofia si rasserena ad un clemente sorriso del sovrano.
28. Dunque sarebbe utilissimo, primo, di riunire sotto un direttore sperimentato e filosofo, un sufficiente numero di giovani colti e conoscitori de’ differenti dettagli dell’agricoltura, alla quale unissero alcuni d’essi una sufficiente cognizione della chimica e della mecanica: scienze che sono gli occhi dell’agricoltura, come dicesi che la geografia e la cronologia lo siano della storia.
Secondo, dovrebbe avere questa società una sufficiente estensione di terreno a propria disposizione, e questa divisa in vari punti dello stato, accioché si abbraccino le diverse situazioni nello stesso tempo che si farebbero in grande gli esperimenti, perché potessero essere sicuri del risultato, e la ritrosa abitudine dell’agricoltore fosse ridotta al silenzio.
Terzo: la prima operazione di questa virtuosa unione, accioché non riescisse un vano cicalio ed un accozzamento di fortuita dottrina, sarebbe di formarsi l’anzidetto piano di concertate operazioni. Egli è anche perciò che io vorrei ch’ella fosse più composta di gioventù, che di persone d’una età più provetta. Queste sono meno suscettibili di quella fratellanza e comunicazione di opere e di lumi, ordinaria al docile fervore degli animi giovanili. Nell’età più avanzata si va sempre più acquistando un amor proprio esclusivo, ed una tenacità d’opinioni, per cui ciascuno riguarda l’altro con gelosia, con riserva, con critica.
Per esempio, una delle principali operazioni sarebbe l’esame accurato della diversa qualità delle terre, e di qual genere di coltura fossero più suscettibili; la seconda potrebb’essere l’esame delle qualità degl’ingrassi, e così successivamente. Bisognarebbe mischiare le terre con diversi generi di corpi, e con dosi diverse, onde scoprire gli andamenti della natura ne’ suoi diversi gradi di diminuzione e di accrescimento, e nelle diverse circostanze di approssimazione reciproca o di allontanamento di vari corpi, nel che consiste tutta l’arte dello sperimentare. Si dovrebbono esaminare le diverse parti e le diverse operazioni dell’agricoltura nelle differenti sue epoche, ne’ vari suoi prodotti, nelle diverse preparazioni di questi, fin che arrivino allo stato o di essere consumati, o lavorati. Così arriveremo forse a scoprire se l’aria sia il solo principio attivo della vegetazione, e se l’ingrasso non abbia altro uffizio che di somministrarne alle piante una maggior quantità; se le minime fermentanti ed attive particelle di questo non facciano altro che dividere le mollecule della terra; qual sia il vero alimento delle piante, se i sali, se gli oli, se la terra elementare, se l’acido nitroso diffuso per l’atmosfera. Non bisogna credere che queste siano sterili speculazioni. Scoperto il segreto della natura ne’ vegetabili, ne’ quali un debol lume di vita comincia a scintillare a’ limitati nostri sensi, forse arriveressimo a più grandi risultati nella vita animale più composta ed oscura. Ma, invece di più oltre dilungarci su di ciò, che non è l’oggetto di queste ricerche, rifletteremo in cambio, che di mille operazioni sulla terra incerte e complicate ridurressimo l’arte a poche, semplici e sicure. Quanto poco sappiamo noi intorno alla potazione, quanto poco sui diversi metodi d’irrigazione, e sulle preparazioni degli ingrassi, e quanto poco noi sappiamo servirci dell’elastica forza dell’aria, principio sviluppatore di tutti li germi che circolano sulla terra.
29. Sarebbe ancora, secondo il mio avviso, incombenza d’una tale società quella di discendere a tutte le informazioni che si possano avere intorno alle diverse colture del proprio paese, di non isdegnare l’intralciata loquacità del rozzo villano, di rendere palpabili e toccanti, per così dire, le più sublimi verità fisiche; di comporre catechismi ed instruzioni ridotte a sensibili espressioni, in modo che siano adattate alle più infime intelligenze non avvezze alla complicatezza dei nostri ragionamenti, ed all’oscurità de’ dotti significati, onde le più utili verità sono per lo più dalla pompa magistrale velate e nascoste. Potrebbe finalmente una tale società distribuire ed aggiudicare i premi, che si destinerebbero dalla sovrana munificenza all’indefesso e sagace agricoltore: così acquisterebbe forse una interessata fiducia, la quale sarebbe necessaria perché fossero secondate le di lei operazioni dalla moltitudine.
IV. Della proporzione fra le differenti colture delle terre
30. Si sono sforzati alcuni scrittori d’economia di ricercare qual proporzione passar debba fra le varie colture delle terre d’uno stato, acciocché si ottenesse l’oggetto fondamentale, cioè la maggior quantità di travaglio utile. Non è possibile in primo luogo il fissare una numerica e generale proporzione, la quale deva variare secondo le circostanze di ciascun paese. Il clima, la situazione, la forma di governo, le circostanze de’ popoli finitimi, le future speranze sono a vicenda effetti e cagioni che daranno varie determinazioni: dunque non è nemeno fattibile il dare una soluzione particolare d’un tale problema. In secondo luogo, io son d’avviso che la vera proporzione si stabilisca da se medesima, ogni qual volta sia dato un libero sfogo al commercio de’ prodotti, perché in quel caso l’eccesso d’una produzione si diminuirà da se stesso, a misura che l’abbondanza ne avvilirà il prezzo, ed il difetto di un’altra produzione sarà tolto a misura che l’accrescimento del valore prodotto dalla scarsezza renderà utile al proprietario la coltivazione di quello. Ciò nonnostante, siccome nel ricercare queste produzioni ci verrà fatto di dimostrare più chiaramente il rapporto che ha l’agricoltura con il resto delle parti di pubblica economia, io darò qui brevemente alcune riflessioni che ci potrebbono servire a ritrovare una tal proporzione, quando per qualche accidentale circostanza tornasse meglio lo stabilirla, in vece di abbandonarla al lento giro delle combinazioni dei privati interessi.
31. E in primo luogo si può proporre un dubbio: se un paese fosse egualmente e dappertutto suscettibile dell’uniforme coltura d’una sola derrata, che avesse dentro e fuori dello stato uno spaccio sicuro e considerabile, sarebbe egli più avvantaggioso ad una tal nazione il continuar perpetuamente una tal uniforme coltura, piuttosto che variarla in guisa che molti e vari fossero i prodotti e le materie prime? Nel caso d’un’uniforme coltura, quali persone ne sentirebbero l’immediata e maggiore utilità? Le due classi degli agricoltori e dei proprietari delle terre. Mancherebbero la maggior parte delle arti delle materie prime accessorie, le quali si dovrebbero tirare da’ lontani paesi. Il salto immediato2 di tutta la ricchezza della nazione dagli agricoltori ai proprietari delle terre non ne farebbe influire nelle arti intermedie la quantità necessaria, perché queste avessero tutto il loro massimo vigore. Una quantità considerabile di tal ricchezza servirebbe al mantenimento delle arti forestiere, tanto più facilmente, quanto la ricchezza è impaziente e disdegnosa nel soddisfarsi.
Dunque l’uniformità della coltura, quantunque avvantaggiosa alla nazione, sarebbe certamente meno utile che una qualche varietà, quando le circostanze del suolo lo potessero soffrire. Nel primo caso, àvvi un solo stimolo al travaglio, cioè la necessità dell’alimento; nel secondo, havvene due: l’istessa necessità e il comodo delle materie prime.
Ciò premesso, supponiamo che questa derrata esclusiva, a cui supponiamo limitarsi l’agricoltura d’una nazione, fosse il fromento. Egli è vero che la produzione di quello è necessaria a tutte le nazioni; che è il primo motore delle arti tutte e della popolazione; che deve circolare in tutte le classi e rappresentare tutti i valori. Quando egli fosse sovrabbondante, è certamente utile ch’egli abbia uno sbocco fuori di stato, perché s’egli è troppo avvilito e di troppo facile acquisto, l’indolenza sempre occupa il luogo dell’industria; ma sarà vero altresì che non debb’essere la sola produzione delle terre d’un ben regolato stato.
Possono in tale supposizione ciò nonnostante stabilirsi arti e manifatture, prelevare le materie prime dalle estere nazioni; ma quale ne sarà il vantaggio? Quello solo, più o meno considerabile, che nasce dalla man d’opera; molte arti subordinate ad una tal manifattura non saranno benefiche allo stato, ma gravose perché forestiere; non vi sarà una circolazione dalle infime alle superiori classi, ma salti ed aggregati di varia e mal distribuita ricchezza; e questo guadagno della man d’opera medesima sarà sempre precario e dipendente dagli stabilimenti delle nazioni che ci forniscono la materia prima.
Rechiamo in mezzo un altro esempio. Dopo l’alimento che serve al mantenimento degli uomini, v’è un’altra derrata non meno necessaria ad essi, la quale devesi considerare come l’alimento, perché l’uso di quella è appunto la consumazione; questa si è la legna, sia per i bisogni del vitto, sia per quelli della stagione, sia per l’uso delle arti e maniffatture; sonovi gli ogli, i liquori, ed altri generi che immediatamente si consumano. Se una nazione manca di questi, manca di alcune cose necessarie, e per conseguenza di molte arti, e dovrà provvedersene presso i forastieri; sarà dunque dipendente da quelli. Quanto più di queste materie saranno provedute, tanto minore sarà il vantaggio dello spaccio delle proprie derrate; quanto più costerà il trasporto sino a noi di coteste materie prime, tanto sarà maggiore il prezzo della man d’opera, e tanto più difficile lo smercio di quella in concorrenza delle altre simili manifatture presso quelle nazioni, nelle quali le rispettive materie prime sono coltivate; perciò queste arti forzatamente introdotte caderanno ben presto nell’ultimo languore. I più grandi stabilimenti saranno simili a quelle meteore che s’innalzano per una accidentale fermentazione della terra, per fare una istantanea comparsa nell’aria, ma che ben tosto ricadono per la propria gravità alla nativa palude d’onde sortirono.
32. Considerando dunque la cosa in astratto, vi sarà un limite alla consumazione delle derrate di consumazione, quantunque produttrici per qualche tempo di abbondanti ricchezze alle nazioni che le coltivano. Come fissare questo limite? Siccome può esser utile talvolta il conoscerlo, quantunque, come detto abbiamo, sia il più delle volte preferibile il lasciare la direzione alla libertà che equilibra più d’ogni altra forza gl’interessi degli uomini, gioverà, ciò nonnostante, l’esaminare brevemente su quali principii dovrebbe fondarsi una tale ricerca.
Per dir qualche cosa di preciso su di ciò, rifletteremo: primo, potersi le diverse colture considerare sotto due generali e differenti aspetti, cioè di colture inclusive e di colture esclusive. Chiamo inclusive quelle che contemporaneamente possono esercitarsi sul medesimo terreno, come quelle di fromento, vino e gelsi, ed esclusive quelle che non possono ad uno stesso tempo esercitarsi sul medesimo terreno, ma solamente successivamente, come lino, fromento, prati, ecc.
A riguardo dunque delle esclusive, premetteremo per assioma che ciascuna nazione deve procurar di rendersi indipendente dalle altre più che sia possibile; dico indipendente, perché la situazione de’ suoi interessi e le fortune de’ cittadini non siano precarie dagli altrui stabilimenti, ma abbiano tutto il loro vigore dalla forza e dall’industria interna.
Premetteremo per secondo assioma che noi dobbiamo preferire per l’attual popolazione, alla futura, la felicità dei viventi, che hanno un diritto acquistato sulle cose, a quella di coloro che sono ancora ingolfati nell’oscuro abisso de’ possibili.
33. Ciò supposto, abbiamo detto nella prima parte essere l’alimento, o sia il prodotto di consumazione, quello che rappresenta tutti i travagli e tutti i valori; dobbiamo dunque dire che le terre coltivate ad alimento, o piuttosto generalmente a prodotto d’immediata consumazione, debbano essere le più numerose, e la suddivisione di queste terre a produrre varietà di cose consumabili, come li differenti bisogni, o siano consumazioni di tali più tosto che tali cose; così che per questo riguardo noi dovremo avere (parlando di colture esclusive) più terre a fromento che a boschi, più terre a boschi che a qualche altro genere di coltura.
Ma bisogna qui riflettere ed aver riguardo alla differente feracità d’un prodotto, paragonato con l’altro che sul medesimo spazio si coltivasse. Non è l’estensione materiale del terreno che misurar deve la proporzione, ma l’estensione produttiva, se è lecito di così esprimersi. Sarà dunque la quantità totale della terra impiegata a produrre la quantità d’alimento a, alla quantità di terra impiegata a produrre l’alimento b, in ragione composta direttamente della rispettiva necessità d’alimento, della fertilità sia naturale, sia artifiziale nel produrli.
Abbiamo detto ancora che a misura che le arti dipendenti le une dalle altre si scostano dalla produzione dell’alimento, o sia dall’essere immediatamente conversibili in immediata consumazione, devono essere tanto meno numerose (non avuto riguardo allo smercio esteriore); e che a misura che un’arte maggiore n’è più lontana, il di lei valore rappresenta una maggior quantità d’alimenti o sia di consumazione. Dovendo l’arte adunque rappresentatrice di tali alimenti esser più ristretta, la quantità di terra impiegata alla produzione della materia prima d’una tal arte sarà tanto minore, quanto maggiore sarà la distanza d’una tal arte dalla immediata consumazione.
Ripetiamo, prima di conchiudere, ciò che abbiamo dimostrato, cioè che la troppa viltà del prezzo delle derrate primarie è contraria alle arti egualmente come l’eccesso del prezzo; che adunque in commercio esteriore può esser utile finché arrivi ad alzare il prezzo delle derrate, in modo che l’agricoltura rende al di là delle spese che dian prodotto in proporzione che sono sempre vigorose o depresse le arti.
34. Ciò premesso, diremo, come la totalità della consumazione necessaria a tutte le arti prese insieme è alla totalità della derrata necessaria di quell’arte particolare, così la quantità di terra da impiegarsi alla produzione delle cose immediatamente consumabili e la rendita delle terre ed i salari impiegati a pagare l’industria. Frattanto è da avvertire che io ho parlato delle arti per rapporto al bisogno interiore, non dall’esito esteriore, perché un’arte può essere accresciuta al di là di ciò che richiede l’interna coltivazione e le diverse produzioni di quella; ma in quel caso dirassi che l’arte sarà composta di due sorti di materia prima: cresciuta nel territorio nazionale, e della materia prima venutaci da’ forastieri.
Supponiamo che, in grazia dello spaccio esterno e della non libertà e non valore di alcuni prodotti dai vincoli avviliti, la coltura della materia prima, che è la base della supposta manifattura, sia coltivata al di là di queste proporzioni fissate. Dico che ciò sarà a spese ed in aggravio di tutto il resto de’ prodotti; che ci sarà un minor prodotto netto nelle mani de’ proprietari; e questo prodotto netto non avrà il maggiore spaccio possibile, e perciò la totalità delle arti medesime sarà minore e meno vigorosa, quantunque grande ed esteso potesse essere l’ingrandimento di quella particolare manifattura. Ma se l’accrescimento dell’arte sarà per aumento della materia prima venutaci dal di fuori, allora quest’arte sarà in parte dipendente dalle arti subalterne e dai prodotti delle forastiere nazioni.
Figuriamoci un’altra volta la nostra piramide; ella si può dire di tanti piani decrescenti composta, quante sono le classi diverse de’ lavori. Se a misura che un piano è più vicino alla base, cioè all’agricoltura, cresca, quantunque quella porzione di base che corrisponde allo sporgimento di questo piano non appartenga alla nazione, pure questo sporgimento stesso sarà un principio d’una nuova piramide, della quale la porzione superiore apparterrà alla nazione manufattrice, e l’inferiore alla produttrice. La piramide interiore rappresenterà i risultati dei prodotti interiori, e le piramidi esteriori quelli degli esteriori prodotti. Quindi saranno tanti più utili alla nazione, quanto questi piani saranno più vicini alla base, perché una maggior porzione ne apparterà alla nazione, la quale abbonderà di maggiori salari, di maggiori comodità e di una concorrenza di consumatori maggiore e più vicina alla produzione.
Da ciò ne caveremo un’utile riflessione, cioè che fino ad un certo segno una nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma, al di là d’un certo segno, la vera prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli uomini un’esclusiva felicità o miseria: chiaro indizio d’una secreta comunione di cose, e d’una non intesa fratellanza voluta dalla natura fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che i vari nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla virtù. Onde sì belle contemplazioni possono elevare l’animo nostro dalle piccole e servili viste del privato interesse nelle serene e tranquille regioni della giustizia e della beneficenza. Si è detto quanto basta per indicare i principii generali e le proporzioni colle quali, quando facesse d’uopo, conviene animare e distribuire le differenti colture esclusive d’un territorio: dal che concluderemo che bisogna nella considerazione delle arti e delle materie prime valutar prima il bisogno interno, e con questa norma fissare le differenti proporzioni di coltura; perché altrimenti, se le materie prime d’alcune arti fossero animate al di là del limite stabilito, ciò sarebbe a spese di altre colture egualmente necessarie, e per conseguenza a spese di tutte le arti da quelle dipendenti.
35. Ma in qual maniera potremo noi animare ed incorraggire le diverse colture in maniera che non siano né eccedenti, né mancanti la ricercata proporzione? Rispondo che fissata ne’ casi particolari, secondo le viste e limitazioni sopra indicate, la quantità di terreno necessario ad una tale coltura che si vuol introdurre, misurate e censite le terre tutte d’uno stato, può essere ripartita idealmente su tutti i proprietari la quantità di terra che si vuol mettere a tal coltura; e fatta questa tal ripartizione, può una legge pubblicarsi, che chi su tanta terra coltivata ne adatterà una tal porzione, né più né meno, alla desiderata coltura, sia di tanto sollevato dal tributo per un certo tempo che si impone sulle terre; e questo tanto di sollievo debb’essere calcolato in modo che l’interesse del proprietario si trovi a questa nuova disposizione. Per lo contrario, se una nuova coltura introdotta fosse tale, che fosse determinato il proprietario dall’utilità d’escludere la proporzione indicata, si può, invece del sollievo, sostituire l’accrescimento, e con questo aggravio ripristinare secondo l’esigenza l’antica coltura. Ecco come i tributi sono in un tempo stesso ed un freno ed uno stimolo alle diverse sorti d’industria, che, rallentati o accresciuti a proposito, fanno della confusa e moltiplice varietà d’interessi un tutto che collima al bene universale della società: ma di ciò sarà parlato accuratamente quando tratteremo delle finanze.
36. Le colture inclusive poi seguono altri principii e direzioni, soffrendosi l’una l’altra, qualche volta aiutandosi reciprocamente, sia per leggi fisiche della vegetazione, sia per le combinazioni morali; perché, un maggior numero di mani impiegandosi ad una minor quantità di terreno e crescendo il prodotto contemporaneo, aumentasi l’attività del lavoro e la ricchezza conservatrice dell’agricoltura. Queste dunque possono animarsi contemporaneamente, perché più difficilmente l’una si eleverà al di sopra dell’altra, giacché essendo contemporanee le colture ed i prodotti, i sbilanci de’ prezzi ridoneranno l’equilibrio.
37. Da queste teorie caveremo per corollario che tra due arti o manifatture, le quali possono tener luogo l’una dell’altra nei bisogni e nella facilità dello spaccio, sarà meglio preferire ed animare quella di cui la materia prima può combinarsi con altre colture, in confronto di quella che le esclude. Per esempio, se noi potessimo ridur la seta a tale facilità di esito, e a tale varietà e comodità di usi appresso a poco come la lana (e chi sa che l’industria ed il tempo, sovrano maestro delle cose, non v’arrivi), non v’ha dubbio che noi dovressimo animar più la coltura de’ gelsi, che si combina coll’altre colture, che la coltura delle pecore, o per dir meglio de’ pascoli, perché il terreno su cui vivono è un terreno quasi perduto per altri generi di coltura.
38. Finalmente non sarà inutile l’accennare di passaggio che le suddette massime d’agricoltura direttrice possono benissimo essere applicate all’economia privata delle famiglie. Interessar gli uomini alla fatica è una massima che c’insegnerebbe a rendere migliore la condizione dell’agricoltore, a lasciar che egli possa disporre più liberamente dei frutti della sua industria, a non usurpare con arbitraria distribuzione quel prodotto di cui conviene la divisione. In questa maniera non ascoltando inavvedutamente né il presente guadagno, né i troppo avvantaggiosi ma brevi progetti, per cui l’accorto coltivatore, esaurendo in poco tempo le forze tutte d’una terra che egli considera come non sua, isterilisce ed annichila al proprietario la sorgente delle ricchezze, si verrebbe a fare il miglior uso, sia in proprio vantaggio, sia in quello del pubblico, della fatale ma necessaria disuguaglianza de’ beni.
Così il variar le colture non può non esser caro a quel privato che considera e calcola la varietà delle risorse, la maggiore moltiplicità delle azioni delle quali diventa distributore: moltiplicità di azioni in cui la vera ricchezza consiste, ed è il segno più naturale e più stabile dell’autorità.
V. Del regolamento dell’annona
39. Le precedenti teorie ci conducono naturalmente e ci danno i mezzi onde sciogliere il tanto dibattuto problema della libera o non libera negoziazione delle derrate che servono di alimento alla nazione, principalmente della derrata di prima necessità, cioè il fromento. Noi intrapprendiamo a trattare un grande e delicato argomento, su del quale non sono meno divise le penne di coloro che scrivono, come gli interessi di coloro che eseguiscono; argomento reso oscuro dall’intralciata complicatezza di tante opposte mire, e reso delicato da quella sorte di dispute che sono troppo terribili ai nudi seguaci della pacifica ragione. Molti volumi sono stati scritti su di quest’importante materia, e se io volessi stendere tutto ciò, che appartiene a questo soggetto, esaminare tutti i sistemi, combattere tutte le obbiezioni, spingere i sofismi negli ultimi loro ritiri, doverei assorbire per questo solo capo tutto quel tempo che consumar si deve a tutta la scienza.
Io mi contenterò dunque d’indicare i principali punti di vista, dai quali, più che dalle mie asserzioni, potrà ciascuno cavarne da se stesso un risultato chiaro e distinto. Per procedere con chiarezza e con precisione, noi distingueremo vari casi ne’ quali le nazioni si trovano. Nel novero di questi casi ci contenteremo d’alcune soluzioni ipotetiche e condizionate, non assolute e generali, come la natura stessa delle circostanze esigge dall’avveduto politico, che non vuol azzardare né in fatto né in opinione la sussistenza e la vita di migliaia di persone.
40. Prima di tutto, bisogna distinguere que’ paesi che scarseggiano della derrata d’alimento da quelli che ne abbondano. Fenomeni in tutto differenti accadono in così opposta situazione. In un paese dove il territorio non produce che poco pane e non sufficiente all’attual popolazione, ivi senza dubbio v’è condotto da altre parti. Se manca per invincibile difetto del terreno, allora nient’altro resta a fare, che o acquistar paesi che ne abbondano, o coll’industria e coll’economia cambiare i propri lavori coll’alimento; ma quando questo difetto del terreno non sia invincibile, ma prodotto da mancanza di braccia e dall’essere la terra occupata a coltura per allora più vantaggiosa – il che per incidenza riflettasi non esser sempre assolutamente così, ma spesso solo relativamente –, allora la coltura del grano dev’essere incoraggita, ed il miglior incoraggimento d’una coltura non può essere che il libero spaccio del prodotto. Certamente in questo caso non si deve temere che l’uscita del grano dello stato produca la carestia, perché in un paese che scarseggi, essendo già avviate le introduzioni del grano, a questo scopo dirigendosi una gran parte de’ commerci e delle fatiche della nazione per il corso degli affari tutti, è già diretto in maniera, che tanto ne manca al di dentro, tanto ne venga al di fuori. La libertà del commercio fa che se ne accresca la coltura; il prezzo piuttosto alto, a cui un commercio passivo di grano rende soggetto il valore di questa derrata, ne rende utile la coltura a chi l’intraprende sotto gli auspici della libertà e in vista della potente attrattiva del guadagno. L’accrescimento lento, ma successivo del prodotto interiore, entra in paragone ed in concorrenza con quello che viene dal di fuori, già avviato ed assuefatto a divenir cambio dell’industria interna; non fa dunque che diminuire il prezzo del grano estero, e rendere più avvantaggioso il prodotto interno a chi lo coltiva, e meno utile il commercio esterno a chi lo fa.
41. Ciò che deve principalmente calcolarsi nel commercio reciproco del grano fra le nazioni si è la spesa del trasporto, per la quale spesa bisogna vedere se sia pagata dal compratore o dal venditore. Quello che è certo in ogni caso si è che nel concorso generale d’una merce qualunque, che da varie parti sia trasportata ad un luogo solo, si forma un prezzo comune, essendo i venditori in reciproca concorrenza. Dunque quella parte di trasporto, dalla quale nessun venditore potrà prescindere, sarà necessariamente pagata dai compratori; ma quella spesa di trasporto, che eccede questo limite, sarà pagata dai venditori senza risarcimento, perché non potranno vendere la merce giammai al di là del prezzo comune. Ciò supposto, dunque, si rifletta che nel prezzo del grano estero ci è sempre una spesa di trasporto pagata dallo stato che riceve la derrata, e questo prezzo del trasporto è un rifacimento di spesa che fanno i compratori ai venditori.
Dunque la spesa del trasporto del grano in una nazione mancante di questo prodotto è in danno della nazione che riceve, e un risarcimento alla nazione che vende; ma non è utile di questa come venditrice. Il valore originario d’una merce, che io voglia vendere, sia per esempio 18, il guadagno 2; io la porto a vendere, ed il trasporto mi costi ; io la vendo 25 o 29 almeno, sacrificando 1 di guadagno, perché debbo rifarmi della spesa di trasporto; se un altro non ha la spesa di trasporto che di 1, egli può venderla 20, 21, 22, 23, cioè può venderla a un minor prezzo e guadagnar di più. Questo può essere il caso d’una nazione scarseggiante di grano, che ne riceve dal di fuori per supplemento, e che commercia liberamente1 del proprio; essendo minore la spesa del trasporto del proprio grano in paragone di quella del trasporto del grano estero, il prezzo del grano interiore sarà minore per i compratori, ed il guadagno de’ venditori del grano proprio e nazionale sarà maggiore; la differenza tra questi due trasporti può dividersi in minor aumento di prezzo in favore dei compratori, ed in aumento di guadagno in favore dei venditori interni.
42. Ma tutt’altre considerazioni devono farsi quando la derrata comincia ad essere sovrabbondante, e i punti di vista sotto di cui deve essere riguardata questa sovrabbondanza cominciano a divenire più intralciati.
Non v’ha dubbio che sia necessario in ogni paese coltivatore di aprire un’uscita al superfluo de’ prodotti; questo è il principio d’ogni commercio, cioè di smaltire ciò che sovrabbonda per procurarsi ciò che manca. Ma i partigiani dei regolamenti soggiungono esser necessario di render ben precisa l’idea di superfluità: trattandosi dei prodotti di prima necessità, chiameremo noi superflua quella quantità di fromento che eccede l’annuo consumo di una nazione? Non del tutto, certamente: perché i casi fortuiti richieggono un avanzo che serva di risorsa nel caso d’una improvvisa carestia, inevitabile da chi vive sotto un cielo e sotto la moltiplice combinazione delle prepotenti cause fisiche. Chiameremo noi superflua quella quantità di fromento, la quale è utile che sovrabbondi nella nazione, accioché nasca concorrenza di venditori e si ottenga il buon effetto di tenere ad un medio livello il prezzo dell’alimento, il quale, essendo rappresentatore d’ogni lavoro, se sia di difficile ritrovo incarisce la man d’opera e ributta gli uomini da una fatica che lentamente premia e sostiene i travagliatori? Aggiungo ancora essere necessaria questa sovrabbondanza, acciocché si vada all’incontro d’un grandissimo male, quale è quello dell’opinione della carestia, più terribile e più frequente della carestia medesima.
Ma, su di ciò, rispondono i partigiani della libertà che appunto per esser troppo difficile di fissare il limite dell’annua consumazione, è ben più difficile il conoscere dove cominci la superfluità, per le ragioni sovrallegate; essere dunque necessario di lasciare un libero corso, sia alle uscite come alle entrate: alle prime, perché il prezzo non si avvilisca nell’abbondanza e non si perda una così preziosa coltivazione; alle seconde, perché l’abbondanza dell’altre nazioni supplisca alla scarsezza di quella. Dicono essere diversi totalmente i confini politici degli stati i quali dipendono dalle successioni de’ sovrani e dai trattati di pace, dai confini delle nazioni commercianti, i quali dipendono dall’estensione delle pianure, dalla qualità delle terre e dalle catene dei monti, dai corsi de’ fiumi, dalle situazioni marittime mediterranee, ecc.; che la man d’opera s’equilibra ben più presto nel caso della perfetta e reciproca libertà, che nel caso dei regolamenti, perché la man d’opera è utile ad uno stato, è quella che è regolata dal prezzo comune delle nazioni commercianti: e appunto la libertà non fa altro che alzare il prezzo al di là del prezzo comune de’ generi delle nazioni commercianti, mentre nel sistema dei regolamenti il prezzo è al di sotto del comune. Dunque in primo luogo perdono i venditori; dunque, hanno meno salario da pagare; dunque in secondo luogo si avvilisce la produzione, manca il prodotto, s’incarisce la derrata, e s’incarisce per mancanza, il che è dannoso, non per la concorrenza, il che è utile.
Da queste reciproche ragioni noi caveremo facilmente che è necessario distinguere la differente situazione d’un paese agricolo, nel caso che abbondi della derrata d’alimento. Tutti i commerci e tutti gli affari si diriggono verso questa sorte di commercio, e l’avviamento ed il corso di tutte le derrate non è più l’entrata ma l’uscita. Se dunque liberamente esce il grano in tali circostanze, senza avere alcun freno ed ostacolo, possono vari casi accadere: o ne può venire al di fuori, o non ne può venire; o è facile l’uscita, e difficile l’entrata; o siamo circondati da nazioni che fanno lo stesso commercio, o da nazioni che ne scarseggiano esse pure, e ne ricevono da altre; o la nazione è marittima, o mediterranea.
43. Tutti questi casi, secondo gli amatori dei regolamenti, devono essere distinti accuratamente; e i più moderati fra d’essi, cioè quelli che non portano lo spirito regolatore a segno di voler limitare ogni sorta di contratto, accordano la libertà del commercio de’ grani solamente per alcune nazioni, e la negano ad altre, principalmente a quella nella quale essi vivono. Ma, secondo il mio parere, io son d’avviso che tutti questi casi chiaramente si riducono a due soli. Il primo è quello dove l’entrata del fromento è tanto facile e sicura quanto l’uscita; il secondo, quando l’entrata sia quasi certamente impossibile, restando certa e sicura l’uscita. Gli amatori della libertà negano la possibilità di questo caso; primo, per la quasi universale coltivazione del fromento, la quale si fa dappertutto dove sono terre buone e non troppo montuose, e queste tali terre qual più qual meno si trovano in ogni parte del nostro continente; secondo, perché il commercio del grano si fa per via di successiva comunicazione, e non per trasporto totale di un luogo all’altro: mi spiego. Se 30 villaggi, uno de’ quali sia ai confini, e l’ultimo verso il centro di una provincia, siano talmente disposti che ai confini pervenga quantità di grano, e che vi sia scarsezza sempre più grande verso il centro, il grano non si trasporterà saltuariamente dai confini al centro, ma invece l’ultimo limitrofo villaggio provvederà il penultimo, questo il susseguente, e così, di mano in mano, fino al centro. I contradittori della libertà asseriscono per lo contrario la possibilità di questo caso, e si appoggiano sopra sperienze.
Io non credo necessario di esaminare quale dei due partiti in tal caso abbia la ragione e quale il torto; questa è una questione di fatto, che non si può sciogliere particolarmente, ed è odioso sovente il farlo, come lo è sempre in tutte le questioni di fatto, perché la veracità dei disputanti è compromessa. Dunque si parlerà in conformità de’ due casi, lasciandone l’applicazione a quelli che dovranno essere gli esecutori.
44. Ognuno vede che, se il grano può venire dal di fuori, la libera uscita di esso, ben lungi di essere dannosa, sarà utile, anzi necessaria, perché nel caso dell’abbondanza di questa derrata l’avvilimento del prezzo corrente farebbe due grandissimi mali alla società. Il primo sarebbe contro la giustizia, perché farebbe torto e danno ai proprietari e venditori. La proprietà d’una cosa consiste nell’uso plenario di quella, e nel poterne ritrarre tutti quegli avvantaggi che dalla natura sua dipendono; ora, l’avvilimento del prezzo di un genere al di sotto di quello che, tolti gli ostacoli, potrebbe valere, è lo stesso che togliere una parte dei vantaggi che i proprietari potrebbero ritrarre dalla cosa propria, il che è un violare la proprietà, il che è un’ingiustizia. L’altro male grandissimo, che è una conseguenza di quello, sarebbe lo scoraggimento della coltura, onde la reale diminuzione del prodotto totale, una ben più grande e più rapida diminuzione del prodotto netto, dal quale dipende il salario dell’industria, il tributo del sovrano e le spese pubbliche.
Ma qui, prima di proceder più oltre, è necessario di avvertire quanto vaghi siano que’ termini di venire al di fuori, di uscire dall’interno d’una nazione le varie merci. Questi termini sono meramente relativi: il fromento che si raccoglie in una terra vicina può dirsi esterno riguardo all’altra terra, ancorché le due terre appartengano ad un medesimo stato; parimenti due terre finitime e contigue, poste l’una al di qua del confine, l’altra al di là, non potranno chiamarsi terre estere, né il raccolto dell’una riputarsi estero riguardo all’altro, se per tali non si reputano due terre vicine d’un medesimo stato. Tutto ciò apparirà chiaro riflettendo di nuovo altra cosa essere i confini politici, ed altra i confini fisici de’ paesi. I veri confini, cioè quelli che fanno una reale differenza nel commercio de’ prodotti, per cui gli uni possano chiamarsi veramente esterni rispetto agli altri, sono quelle situazioni nelle quali resta fisicamente interrotta la contiguità e successiva comunicazione, onde il commercio non si faccia che saltuariamente e per lunghi trasporti.
Ma se non ne può venire dal di fuori – intendomi nel senso preciso qui sopra spiegato –, allora sonovi due casi da considerarsi, cioè il trasporto del grano interno fuori de’ confini, lungo e difficile, ed il trasporto facile e breve. Se il trasporto è lungo e difficile, la spesa di un tale trasporto alza il prezzo della derrata senza che si aumenti il guadagno perciò dei venditori; a questi giova piuttosto il venderlo sullo stato, perché possono aumentare il guadagno della vendita per tutte le successive porzioni d’ alzamento di prezzo, a cui ascenderebbe la spesa del trasporto; in questa supposizione non escirebbe in conseguenza che il vero superfluo, quello cioè che sarebbe funesta cosa se escir non potesse. Dunque l’inconveniente della libera sortita, o per dir meglio della libera contrattazione, sarà in tal caso tanto minore, quanto fosse più grande la difficoltà e la lunghezza del trasporto al di fuori.
45. Resta l’unico e complicato caso, nel quale il trasporto sia breve: per la vicinanza de’ confini al centro di uno stato o al centro della massima coltura di questa derrata; sia facile, per la utilissima facilità delle strade, per il comodo de’ canali, e nel medesimo tempo lo stato sia disposto in maniera che non possa provvedersi de’ grani altrui, come quello provvede gli altri de’ propri; che sia attorniato da nazioni che manchino assolutamente di questa derrata, e nel medesimo tempo ch’egli abbia uno stretto e facile commercio con altri generi di quelle. Allora l’inconveniente d’una troppo libera contrattazione può essere tanto più da temersi, quanto la derrata non sia sovrabbondante al consumo, ma precisamente proporzionata a quello.
Supponiamo uno stato che si dirami e s’intersechi per mezzo gli stati altrui, in maniera ch’egli abbia molta estensione in lunghezza e poca in larghezza. Supponiamo altresì che per una non ordinaria combinazione, questo stato, non composto in certa maniera che di queste lunghe liste di terra, sia il solo, fra le nazioni che d’ogni parte lo circondano, provveduto di fromento, mentre le altre ne manchino, cossicché siano costrette di provvedersene altrove a caro prezzo. In questo stato, composto per la maggior parte di confini, vi sia quell’abbondanza che non eccede la consumazione d’un numero considerabile d’abitanti: vedrà ognuno (come si pretende dalli contrari all’assoluta libertà) che, supposta la libera perfetta contrattazione colle altre nazioni mancanti, può restare questo stato in un momento sprovveduto e mancante del proprio grano, attesa la facilità di farlo uscire dove i confini siano lunghi ed estesi, i trasporti facili, il bisogno pressante e moltiplicato, il guadagno considerabile.
Soggiungono i partigiani del regolamento, che non gioverebbe il considerare che, posto che quelle tali nazioni mancanti di grano proprio esistano separatamente dallo stato in questione, è segno che esse possono aver grano e tutte le cose d’altronde che dallo stato di cui si parla; altrimenti o sarebbero già incorporate nello stato stesso, o quelle nazioni non esisterebbero; nel qual caso non si è certamente da temere l’uscita, perché rispondono doversi distinguere i due differenti trasporti, nel caso che qui si tratta. Il trasporto dello stato che s’insinua fra queste nazioni è facile, in modo che in pochissimo tempo da una parte e dall’altra de’ lunghi confini suoi può essere rovesciata nelle nazioni circondarie la maggior parte del grano territoriale, e in questa maniera costringere lo stato a dividere con due milioni di persone quel grano che basta ad un sol milione. Il trasporto del grano che da altre lontane nazioni provvederebbero le nazioni circondarie, supposto che lo stato del quale si tratta non volesse accordarglielo, sarebbe un trasporto più lungo, più difficile e dispendioso, e per conseguenza molto più tardo che non il trasporto dello stato che si dirama fra queste nazioni bisognose.
Dunque in primo luogo – dicono i partigiani della limitazione –, supposta la libera ed assoluta promiscua contrattazione, tutti i commerci si farebbero con questo stato abbondante e fornito, e nissun commercio ci sarebbe con stati più lontani; onde nel caso di mancanza non ci sarebbe compenso per il mezzo del grano trasportato dalle lontane nazioni. In secondo luogo, quando si supponga ancora questo commercio e per conseguenza il compenso alla mancanza, la compensazione arriverebbe troppo tardi. Il grano non si raccoglie che una volta l’anno: la distanza da una riproduzione all’altra è considerabile; dunque nel caso nostro non ci sarebbe proporzione tra la celerità con cui potrebbe distribuirsi in giro il grano dello stato, colla tardanza del trasporto del grano di più remote nazioni che potrebbe supplire alla mancanza. In pratica dunque questo preteso supplemento non ci sarebbe; la libera uscita del grano non sarebbe in concorrenza coll’entrata; tutto il corso degli affari e delle mire si rivolgerebbe alla vendita vantaggiosa d’una tal derrata, frattanto che l’uscita facile e momentanea di quella non ritornerebbe in utile ed in accrescimento della coltura, perché in questo caso si suppone che la terra ne dà quanto ne può dare, o prossimamente, il che ne’ politici ragionamenti è lo stesso. La spesa del trasporto non è quella in tal caso che alzerebbe il prezzo del grano, per cui tornerebbe a conto ai nazionali di venderlo dentro de’ propri confini, ma la ricerca e la necessità delle vicine nazioni; mentre un tale alzamento sarebbe, è vero, tutto in vantaggio de’ venditori, ma non potrebbe per ciò impedire che il pane che basta a nutrire solamente un milione di persone, per esempio, non fosse costretto a dividersi fra due milioni, col disagio di tutti, coll’eccessivo incaramento della derrata medesima; dai quali effetti nasce nel popolo la carestia, o per dir meglio l’opinione di quella, fonte principale delle sedizioni e di tutti i disordini che vengono in conseguenza di quelle, sia per l’inquietudine tumultuosa del popolo, dall’una parte, sia per la fredda avidità de’ commercianti, dall’altra, che li spinge a profittare de’ panici timori e delle pubbliche calamità. Dunque tanto più facile sarà il trasporto, nel caso di un paese che faccia esclusivamente dalle altre nazioni circondanti il commercio del grano, tanto maggiori possono esser gl’inconvenienti dell’assoluta libertà di farlo uscire dai confini.
46. Né giova in questa supposizione il riflettere che, supposta l’assoluta libertà, molti essendo i proprietari del grano, molti i venditori e commercianti di quello, la moltiplicità di tutti costoro farà che il prezzo si mantenga sempre ad un mediocre livello, perché l’emulazione di vendere farà in modo che gli uni, a gara degli altri, offrano un miglior partito della merce vendibile. Rispondo che una tale concorrenza di venditori abbassa il prezzo, primo, finché esiste la quantità assoluta della derrata che si vende; secondo, a misura che questa derrata non è d’immediata consumazione e d’inesorabile necessità. Ma quando questa comincia a mancare (e nel caso mancherebbe con successiva e rapida celerità), scema la concorrenza dei venditori, i quali vanno aumentando le loro pretensioni, accorgendosi della mancanza, ed aumentano il prezzo in vista d’un utile più sicuro. Gli uomini si riuniscono più facilmente nel medesimo scopo e nel medesimo interesse, quanto il bene che ne sperano è più sensibile e più immediato. Nel caso nostro, essendo la derrata di consumazione giornaliera e di prima necessità, la sicurezza dello spaccio incoraggisce i venditori ad aumentarne il prezzo senza temere rifiuto dalla parte dei compratori.
Da tali ragionamenti sembrami d’aver dimostrato che generalmente la libertà assoluta, ossia il non sistema, è il migliore di tutti i sistemi in materia d’annona che si possano immaginare dal più raffinato politico, e nel medesimo tempo non esserci che un caso complicato, nel quale debbano verificarsi cinque rare e difficili supposizioni, il quale sia favorevole alla limitazione, e nel quale potrebb’essere più politicamente che economicamente dannosa l’assoluta libertà della contrattazione ne’ generi; caso nel quale può essere funesta non l’aumentazione del prezzo di quelli, ma la privazione instantanea e la mancanza della derrata. Vedremo dunque in questa supposizione quali siano le modificazioni che si devono dare alla libertà del commercio di questi generi, modificazioni che debbono scostarsi il meno che sia possibile dalla libertà medesima.
47. Prima di procedere più oltre, aggiungiamo ancora un’altra considerazione, che può essere favorevole in parte ai partigiani della limitazione, sempre però nel caso complicato unicamente qui sopra supposto. Data la piena e totale assoluta libertà in una nazione coltivante grano, il territorio della quale si suppone stendersi ed insinuarsi in altri territori forastieri mancanti quasi totalmente di grano, allora potrebbe accadere che la maggior parte delle terre fossero coltivate a grano, quando una parte di queste potrebbe ammettere varie colture di varie materie prime, che sono la base di tante arti ed il complemento di tanti e sì diversi bisogni? Credo d’aver sufficientemente accennato quel che si debba pensare generalmente intorno a ciò nel capitolo antecedente;1 dirò qui soltanto che la piena licenza di vendere fuori della nazione tutto il fromento, nel caso che non ci sia concorrenza d’un simile prodotto, renderebbe nelle date circostanze vantaggiosa la coltura, talmente che si piegherebbero a poco a poco tutte le terre a quest’unico prodotto, e boschi e pascoli e lini ed altri generi di coltivazione svanirebbero dalla nazione. Vi sarebbe l’alimento che paga un travaglio già fatto, ma mancherebbe la materia prima che suppone un travaglio da farsi. I principii esposti nel capitolo antecedente mi dispensano da un ulteriore sviluppamento di questa riflessione.
48. Quali saranno dunque, nell’accennata supposizione, le modificazioni più utili che si debbono interporre alla licenza d’un tale commercio?
Abbiamo veduto che, a misura che il trasporto dal centro della massima coltivazione alla circonferenza è più lungo e difficile, tanto meno debbano temersi gli inconvenienti d’un’assoluta libertà, la quale nell’accennata supposizione sarebbe di gran lunga più favorevole all’uscita che all’entrata. Dunque, nel caso che questo trasporto sia di sua natura facile e breve, si dovrà procurare di renderlo artificialmente lungo, difficile e dispendioso, perché in questa maniera si avvera il doppio vantaggio di conservare in apparenza tutta la possibile libertà, che anima gli uomini alla fatica, e l’industria del commercio si mantiene alacre e vigorosa, e nel medesimo tempo di frenare l’interesse personale tra quei limiti ne’ quali divenga una forza combinata con il bene pubblico, non una contraria e distruttiva di quello. Si rende artificialmente dispendioso un trasporto, di sua natura facile e spedito, col mezzo delle gabelle che ai confini si pongono. La spesa della gabella equivale alla spesa d’un trasporto più lungo, spesa che non è in vantaggio né del venditore, né del compratore, e che per conseguenza, ancor che sia pagata dal secondo (il che non sempre si verifica, perché i compratori forastieri comprano alla concorrenza generale di tutti i mercati, non al prezzo stabilito al mercato d’una nazione in particolare), non diventa però giammai un utile per il primo. Anzi, la spesa di questo trasporto medesimo consiglia al venditore di risparmiarlo e vendere ai nazionali piuttosto che ai forastieri, perché nel medesimo tempo potrà vendere a miglior mercato per il risparmio della spesa del trasporto, e fare un maggior guadagno; perché risparmiando un aggravio al compratore, può dimandare per sé una porzione di questo medesimo risparmio, come già varie volte abbiamo accennato.
49. A misura che sorte una derrata dallo stato, ella diviene sempre più scarsa, il numero de’ venditori si diminuisce, quello de’ compratori cresce, il prezzo dunque s’alza a poco a poco; dall’alzamento dunque del prezzo, supposta libertà nella contrattazione assoluta e piena dentro i confini, si può conoscere l’abbondanza o la scarsezza del grano. Quando dunque il valore eccede quei limiti che si credono i più giusti, acciocché né la derrata sia avvilita, né l’alimento troppo difficile e costoso, onde la man d’opra riesca troppo cara in confronto degli altri paesi; quando dunque il valore ecceda questi limiti, allora una gabella ai confini allunga, per così dire, e difficulta il trasporto economicamente se non fisicamente, rende al venditore più utile la vendita nell’interno che al di fuori, e la derrata che tutta si avviava a sortire rigurgita all’indietro, il prezzo di nuovo abbassandosi in vantaggio delle arti ed in sollievo del popolo, mentre questo ribasso non riesce dannoso realmente ai venditori e proprietari del grano, come si dimostrerà qui appresso.
50. Dunque in generale si potrà dire che la massima d’un’assoluta libertà, quando la nazione sia posta nelle circostanze di potere profittare della concorrenza universale de’ contratti non solamente de’ propri grani, ma ancora de’ grani altrui, sia la vera massima economica che generalmente dovrassi adottare, perché allora si stabilisce il vero, naturale e costante prezzo delle cose tutte; il quale, appunto per esser tale, sarebbe una formale contraddizione di supporlo eccedente, di supporlo dannoso a quelle medesime arti che non possono sussistere, anzi nemmeno stabilirsi e nascere senza i prodotti della terra; e i prodotti della terra non possono essere abbondantemente raccolti, se non a misura che compensano le spese e premiano chi li raccoglie. Quando poi una nazione si trovasse veramente fuori del caso di profittare dell’universale concorrenza, allora una gabella proporzionata in primo luogo al successivo accrescimento del prezzo, regolata in secondo luogo sulla distanza de’ trasporti differenti de’ grani che potrebbono concorrere col grano di questa nazione, sia il miglior metodo onde regolare questo importante commercio.
51. Per meglio sviluppare questo importante soggetto non restano che alcune modificazioni da aggiungersi, di più difficile custodia, relativamente alle forze interne dello stato. Vedrà ognuno parimenti che i confini in queste circostanze non debbono consistere solo in una semplice linea di divisione co’ stati finitimi, ma una fascia che da quella comincia e stendesi alquanto nell’area interna, accioché il tortuoso contrabbando non abbia un punto da superare ma molti, e sia frenato dalle ripetute probabilità di soccombere. In secondo luogo si è detto una gabella e non una proibizione assoluta, perché saranno più frequenti le contravvenzioni e gl’inconvenienti più grandi dove siano usate le proibizioni assolute, che dove siano adoperate gabelle. Per ben intendere ciò, bisogna riflettere alla natura del contrabbando, il quale cresce e diminuisce per due forze diverse: l’una, per quella che lo impedisce, vegliando continuamente contro di quello; l’altra, per la maggiore o minore spinta che hanno gli uomini a farlo.
In primo luogo v’è una differenza di circostanze fra la custodia e l’esecuzione d’un divieto assoluto, e la custodia e l’esecuzione d’una gabella proporzionata; perché i custodi d’un assoluto divieto possono più facilmente esser corrotti dal contrabbandiere, a cui, niente costando l’uscita, può tornare a conto una tal corruzione. È vero essersi talvolta usato d’interessare i custodi nell’invenzione, ma questo metodo è troppo abusivo per chi pensa allo spirito della legge e del divieto, il quale consiste a far sì che la merce non esca e fare in modo che non ci sieno invenzioni, a far in modo che non ci sieno patti co’ custodi, onde divenga un oggetto di rendita e di privativa ciò che è un oggetto di sicurezza, di precauzione. Per lo contrario, supposta una regolata gabella sui veri da noi accennati principii, o i custodi defraudano col contrabbandiere la gabella, ed egli è soggetto sempre ad un aggravio, il quale può divenir maggiore della gabella medesima, che però otterrà il medesimo effetto riguardo alla remora che si vuol frapporre all’uscita; o senza i custodi cerca egli di defraudare la gabella, e dico allora ch’egli avrà meno motivi di farlo, di quello che sotto un assoluto divieto: il rischio di chi contravviene al divieto della gabella è la perdita della merce defraudata, o ancora qualche altro valore maggiore.
Ci è dunque una porzione tra questa pena e la gabella; il rischio del contrabbandiere vale dunque un determinato valore, il suo guadagno vale il risparmio della gabella. Ma quando vi sia un divieto assoluto, il suo rischio vale il valore della merce, ma il suo guadagno vale la differenza tra il valore della merce medesima venduta al di dentro, ed il valore di quella venduta al di fuori. Questa differenza, dove vi sono divieti assoluti, è sempre grande, a misura dell’abbondanza interiore che avvilisce il prezzo della ricerca esterna; il guadagno del contrabbandiere, proporzionale a questa differenza quando gli riesca il contrabbando, sarà maggiore; vi saranno dunque maggiori motivi producenti il contrabbando contro i divieti, che contro le gabelle.
52. Un’altra considerazione, per la quale è preferibile la gabella ai divieti assoluti, si è che coll’introduzione di questi divieti si unisce essenzialmente la necessità di concedere licenze particolari d’uscita.
Quale è in questo caso ordinario l’effetto della proibizione, supposto l’arbitrio di concedere licenze, o, come si dice, le tratte? II primo si è l’avvilimento del prezzo nel tempo della raccolta: vale a dire che il prezzo de’ generi in quel tempo sarà al di sotto del naturale suo livello; in tal caso saranno alcuni che avranno l’avvedutezza e la facilità, in grazia del poco valore e della concorrenza forzata de’ venditori, di ammucchiarne una gran quantità. Quelli che saranno ricchi di questa merce d’esito sicuro e ricercata al di fuori, troveranno certamente non so quali, ma infallibili modi di ottener le licenze. Le circostanze di molti stati, le convenzioni fra principi e principi, ed altre considerazioni esiggono queste licenze; colla licenza di cento, non è difficile che passi mille; e in pro di chi passano questi mille? Non certo in vantaggio de’ venditori, i quali hanno venduto a basso prezzo, ma in vantaggio degli incettatori, i quali lo vendono ad alto prezzo. Egli è facile di vedere che l’alto prezzo del grano venduto da’ venditori primi, o sia da’ proprietari e coltivatori, è utile all’agricoltura, è utile alle arti medesime, per la maggior somma di salari che distribuisce, la quale eccede il danno che potrebbe nascere dall’accrescimento del valore della man d’opera; ma l’istesso alto prezzo del grano venduto dagli incettatori diviene dannoso all’agricoltura, perché non ritorna sulla terra una parte della ricchezza e del valore del grano medesimo; è dannoso alle arti, perché questi incettatori, quanto si arricchiscono, altrettanto son pochi di numero, e le spese, che essi possono fare maggiori col guadagno della loro rivendita, non eccederanno proporzionalmente il torto fatto alle arti in grazia dell’accrescimento del valore della man d’opera.
53. Dunque pare che il metodo delle tratte arbitrarie, o comprate o gratuite, incoraggisca i tanto temuti monopoli, i quali nascono sempre nel caso in cui si prevegga dall’avveduto negoziante un salto, o almeno un veloce passaggio dal basso all’alto valore di una merce qualunque.
54. Ma la gabella non è il solo mezzo con cui si sia pensato di prevenire la soverchia uscita della derrata di prima necessità. Tre altri metodi ci restano da considerare, i primi due de’ quali son combinabili colla gabella, cioè i pubblici mercati e le gratificazioni; il terzo metodo poi è quello de’ pubblici magazzini, quanto ovvio, altrettanto pericoloso.
55. I mercati sono i luoghi di ritrovo e di concorso dei compratori e dei venditori, nei quali molti cercano di vendere una data merce, molti cercano di comprarla. Quando questi mercati sono frequenti in un paese, gli uni servono di norma agli altri nel fissare il prezzo delle cose; in questi adunque, per la reciproca concorrenza universale e sensibile de’ venditori e de’ compratori, si stabilisce il prezzo il più giusto ed il più utile delle merci, cioè né troppo infimo né troppo alto. La concorrenza di molti che attualmente comprano e vendono sotto la tutela e la guardia della reciproca emulazione, una tale concorrenza divisa e sparsa su molti luoghi, e questi luoghi scelti e adattati alle comode riduzioni degli abitatori, fanno sì che i monopoli siano prevenuti, che la facilità di perdere gli avventori prevenga le frodi: insomma che l’affluenza di molti interessi opposti, incrocicchiandosi tra di loro, impedisca il soverchio accumulamento in poche mani d’un genere, nelle quali, imperioso, si farebbe delli bisogni altrui una privativa ricchezza.
56. Il metodo dunque dei mercati, ove si facciano i commerci dei grani, sarebbe utilissimo a fissare ed a ritrovare il natural prezzo dei grani medesimi, e ciò principalmente in que’ paesi ne’ quali, da tempo immemorabile essendosi perdute di vista le tracce infallibili della libertà del commercio, i prezzi delle cose si trovano sviati dalle naturali loro direzioni, e dalle mani della proprietà sono passati sotto quelle delle privative e franchigie. I mercati adunque servirebbero ad accostumare la nazione alla libertà medesima, ad assicurare per lungo tempo le inquietudini d’un popolo assuefatto a temere le carestie, perché senza che egli se ne accorgesse erano prodotte da’ quei mezzi medesimi che si adoperavano peraltro colla più retta intenzione a prevenirle.
57. Due leggi si sono usate presso varie nazioni allorché si è creduto da quelle di dover far uso de’ mercati per l’approvvisionamento sicuro delle provincie. La prima è quella di obbligare i proprietari delle terre posseditori de’ grani di portare sui mercati una data porzione del loro raccolto: ma perché questa non sia una violenza che distrugga la raccolta medesima, perché questa obbligazione non sia gravosa di troppo a chi vi fosse soggetto, è necessario che codesti mercati siano a portata di tutti i diversi proprietari, e perciò frequenti e ben distribuiti. Altra legge più semplice è quella che rendesse invalido ed illegale ogni contratto di grano non fatto su tali mercati, o veramente esentuare i detti contratti fatti sui medesimi da una gabella qualunque posta sui contratti fatti fuori di essi, mentre la perdita del grano è la pena annessa alla contravvenzione di queste leggi, per l’esatta osservanza delle quali sono necessarie le notificazioni; il che dovrebb’essere eseguito gratuitamente per mezzo de’ pubblici sensali, che a tal notificazione fossero tenuti.
Ma queste leggi limitative della libertà de’ contratti, che l’uso della proprietà ristringono e modificano, perché siano osservate senza avvilimento della coltura e dell’industria, perché la frode non entri di soppiatto a rendere frustranei gli effetti della legge, è necessario che codesti mercati siano dalla pubblica autorità protetti e sostenuti; che privilegi e franchigie ottengano a preferenza di tutti gli altri luoghi; che magazzini vi sieno di deposito aperti e communicabili ai venditori; che la più inviolabile sicurezza, che la più grande facilità per la conservazione inviti ed incoraggisca i venditori del grano. I privilegi sono sempre dannosi, quando sono concessi ad alcuni esclusivamente, a preferenza di tutti gli altri; ma possono essere altrettanto utili quando sien concessi non alle persone direttamente, ma alle azioni conformi al pubblico bene, in modo che a chiunque sia aperto l’adito del godimento del privilegio, perché sia in suo potere di fare quell’azione a cui va annesso. Non v’è pericolo certamente che sieno monopoli dove vi sono molti pubblici mercati. La frequenza e la buona distribuzione di quelli, la contemporaneità di molte e diverse vendite e compre, prevengono e disturbano le più fine speculazioni de’ monopolisti. Ma nonnostante queste utilità de’ mercati, potrà ognuno vedere in quanto imbarazzo di leggi, per quanta tortuosità di cautele deve passare quella nazione, la quale dalle circostanze sia costretta a scostarsi anche un menomo che dall’assoluta libertà. Questa riflessione dunque ci deve insegnare quanto sia prima necessario di esaminare in ciascheduna nazione in particolare, colla maggiore accuratezza, e di verificare col più disinteressato scrupolo, tutte le circostanze che potrebbero consigliare la restrizione della libertà, e far credere che la nazione sia veramente nel caso d’essere esclusa dalla concorrenza universale di un genere con profusione coltivato in tutte le provincie quasi d’Europa.
58. Supposto dunque lo stabilimento di questi mercati, egli è chiaro che si potrebbe conoscere dallo stato de’ prezzi attuali, massimamente paragonati co’ prezzi de’ grani esteri, se la nazione sia nel caso di godere le franchigie dell’assoluta libertà, o veramente di dovere prestarsi a qualche limitazione; allora una gabella proporzionata alla differenza più o meno grande de’ prezzi forastieri e de’ prezzi nazionali, cosicché, col favore di quella, questi prezzi si adeguino, o piuttosto si compensino, dedottane la considerazione de’ trasporti, e questa sarà la legge la meno dannosa all’agricoltura, quantunque qualche parte la debba però essere.
59. Su questi medesimi principii sono state da varie nazioni introdotte le gratificazioni. Abbiamo detto, che i dazi e le gabelle sono remore e difficoltà contro le vendite delle merci, quando queste vendite siano dannose alle nazioni. Le gratificazioni sono per lo contrario incoraggimenti e stimoli, acciò che seguano i commerci utili e proficui allo stato. Le gabelle sono pagamenti del commerciante al sovrano ed allo stato, quando egli faccia un tale e tale commercio, che riesce meno utile. Le gratificazioni sono pagamenti del sovrano e dello stato a chi fa tali e tali altri commerci considerati come utili alla nazione. Le gabelle sono allungamenti e difficoltà di trasporti; le gratificazioni, accorciamenti e facilità de’ medesimi sono. Sono dunque le gratificazioni per rapporto alle gabelle quello che nell’aritmetica sono le quantità negative rapporto alle positive. Servono a facilitare l’estrazione d’un prodotto per noi sovrabbondante; servono a ricompensare il torto che si fa al commercio per la difficoltà de’ trasporti; servono a richiamare nell’area interiore d’uno stato una merce necessaria.
Così, di alcuni generi, di cui si voglia ritardare o diminuire l’uscita, ed accrescere ed incoraggire l’entrata, s’imporrà la gabella all’uscita e la gratificazione all’entrata, in modo che il prodotto della prima serva di fondo per l’altra. Parimenti può esser utile d’imporre la gabella all’entrata e la gratificazione all’uscita, allorché siavi bisogno d’introdurre una coltura d’un genere del quale il paese manchi, e nel medesimo tempo ne sia suscettibile. Così gli inglesi nel loro famoso Atto di navigazione imposero la gabella all’entrata del grano e la gratificazione all’uscita, in quel tempo appunto che il territorio non somministrava grano sufficiente alla consumazione ed andava per la massima parte incolto; perché allora tutti i coltivatori a gara si affaticarono per seminare e raccogliere una derrata così preziosa. Ma quando il territorio non manchi di ciò che è necessario alla consumazione degli abitanti, un tal metodo non farebbe che privare la nazione medesima degli avantaggi dell’universal concorrenza.
60. Il terzo metodo da molti proposto si è quello de’ pubblici magazzini, cioè d’una pubblica custodia de’ grani de’ particolari, o piuttosto d’una provvista, che facciano i corpi pubblici e le comunità, del grano necessario, al tempo della raccolta, avanti che si permetta l’estrazione, per rivenderlo ad un discreto prezzo al popolo. Il primo metodo, de’ magazzini pubblici, come abbiamo veduto, può essere utile quando non sia che un semplice e libero deposito, che non impedisca la libertà della contrattazione, che lasci totalmente libera la vendita ed il prezzo di quella. Ma gl’inconvenienti del secondo metodo, vale a dire delle provviste pubbliche, appariranno considerabili a chi riflette che il grano che si compra dal pubblico induce a rinchiudere quello che avanza ai particolari, perché lo smaltimento di quello incarisce il prezzo di questo, a chi considera che colle pubbliche provviste si toglie la concorrenza de’ compratori nazionali co’ compratori forastieri; ed il grano de’ particolari non potendo essere venduto nella provincia al di là del prezzo fissato dal pubblico approvvisionamento, la derrata resta avvilita, e i compratori forastieri potranno comprarla a più basso prezzo di quello che non l’avrebbono, se avessero in concorrenza i compratori nazionali. Si consideri inoltre che gli amministratori e custodi di tali magazzini hanno mezzi e facilità di fare commerci esclusivi e privativi di grano; che la rivendita al popolo del grano per pubblico conto provvisto, accioché non sia un aggravio del pubblico, accioché siano compensate le considerabili spese di edifizi, custodi, mobili, amministratori, scrittori, controscrittori, e di tutto il voluminoso apparato che accompagna quasi sempre la provvidenza pubblica, suppone la privativa della pannizazione presso alcuni pochi, accioché il basso prezzo della rivendita sia compensato dal guadagno in poche mani ristretto. L’amministrazione di tali magazzini è sempre languida e pericolosa, d’un genere soggetto a mille rischi, quando non sia confidata all’interesse personale del proprietario.
Non s’è ancor trovato un metodo abbastanza semplice e poco dispendioso per garantire dagli assalti del tempo, dalla corruzione della polvere e dagli insetti una grossa quantità di grano insieme accumulata; e tale scoperta sarebbe essenziale quando si volessero introdurre i pubblici magazzini. Noi dobbiamo la più gran riconoscenza al signor Du-Hamel, filosofo francese, il quale ha trattato più felicemente di ogni altro, se non abbastanza semplicemente quanto era necessario per l’uso universale, intorno alla conservazione de’ grani; ma egli vi ha travagliato per insegnare ai particolari a custodire il proprio, non per consigliare il pubblico al pericoloso metodo de’ magazzini.
61. Dalle passate considerazioni, che ci pongono sott’occhio quali sieno i principali mezzi progettati, onde render facile, sicura ed abbondante la circolazione de’ grani, ne segue facilmente come debb’esser regolata la pannizazione, per la quale tanto complicati regolamenti si sono visti nelle nazioni, per i quali in apparenza si calmava l’inquietudine del popolo, e gli si forniva un pane giornaliero e sufficiente, ma diminuito e smunto da insensibili ed occulti tributi, che non ridondavano né in vantaggio del sovrano, né in quello dello stato, e certamente del pari dannosi ai venditori e proprietari dei prodotti, come ai compratori del pane. La complicatezza de’ regolamenti apre l’adito all’arbitrio, perché esige continue operazioni intorno a quelli, e moltiplica gli amministratori, che pesano tutti coll’interesse privato sul pubblico bene; le private mire grandeggiano nell’immaginazione ed offuscano la languida idea dell’utile universale.
62. Nelle sovraccennate supposizioni, sia dove possa sicuramente regnare la felice assoluta libertà, sia dove sian credute necessarie le anzidette limitazioni, fissati gli anzidetti regolamenti, semplici, generali, tratti dalla natura medesima delle cose, credo che miglior legge intorno alla pannizazione non vi sia di questa: faccia pane chi vuole, e sia punita la frode.
Un numero di persone privileggiate esclusivamente a far pane è un numero di persone che diviene arbitro del grano che serve all’interiore consumo; quanto è più piccolo questo numero, tanto è più facile l’unione ed il concerto. Allora gli uomini agiscono d’accordo, quando l’utile comune della compagnia, diviso sul numero de’ compagni, si ripartisce in porzioni considerabili per ciascuno; per lo contrario, gli uomini agiscono isolatamente, ed a gara gli uni degli altri, quando è piccola la tangente dell’utile comune. Dove sono persone privilegiate all’esclusiva pannizazione, ivi si stabiliranno due classi di compratori di grano, cioè i panattieri privilegiati e gli ammassatori, per venderlo al di fuori. Nel tempo delle raccolte il numero de’ venditori del grano è grande, piccolo quello de’ compratori. La derrata perciò è a vil prezzo, quindi si ristringe a poco a poco in poche mani, ed allora, avviatosi il nuovo grano sia all’uscita, sia alla pannizazione, il numero de’ venditori è piccolo, quello de’ compratori grandissimo, e perciò il pane è a caro prezzo. La carezza d’un tal prezzo non è in vantaggio della classe de’ proprietari delle terre, ma soltanto favorevole ad alcuni de’ pochi. Non è incoraggita l’agricoltura, ma resta avvilita l’industria; divien cara la man d’opera, ma non crescono l’opere medesime.
63. In secondo luogo si punisca la frode: l’autorità pubblica dev’essere tutrice del popolo, e con vigorosa fermezza penetrare e dissipare i tenebrosi raggiri dell’imperturbabile avidità di guadagno, principalmente dove si tratti di cose interessanti la sanità della moltitudine. Ma nel sistema della libera pannizazione sono meno d’assai da temersi le frodi, che nel sistema della circoscritta. A misura che l’utile che si può dividere in molti si ristringe in pochi, si ristringe ancora proporzionatamente l’influenza dell’autorità sopra de’ medesimi, perché i mezzi che rendono attivi e sagaci gli uomini vanno crescendo. Per lo contrario, libera essendo la pannizazione, la frode vien punita più facilmente da se stessa, perché il paragone di molti che non frodano, e la gelosia reciproca dei concorrenti, allontana i compratori dal frodatore.
Io dunque lo ripeto: faccia pane chi vuole, e come vuole. Questo è il solo editto che i migliori principii di politica economica sanno suggerire. Chi lo farà piccolo e men buono, purché non sia di malefica qualità, perderà lo spaccio tanto più facilmente, quanto la merce è di consumo e non di durata. Gli uni a gara degli altri si metteranno al livello desiderato dalle leggi; l’interesse otterrà ciò che le più severe inordinazioni non ottengono.
64. Resta a vedersi se, lasciato a tutti l’arbitrio di panizzare, debba essere lasciata la libertà del prezzo, o la libertà del maggiore o minor peso di ciaschedun rispettivo pane, o l’una e l’altra libertà debba esser concessa. Rispondo in primo luogo essere invero indifferente una tale questione. Rispondo in secondo luogo che la contrattazione del pane essendo affare di giornaliera necessità, ed essendo necessario d’evitare la confusione e di fissare e render precisa nel popolo l’idea d’un contratto che dev’esser spiccio, e di tutte le ore, per renderli più facile la maniera di non essere ingannati e di scoprir le frodi, può non essere opportuno di lasciare a’ pannizatori l’una e l’altra libertà, già che questa doppia libertà non è necessaria alla vera libertà di un tal commercio; essendo il prezzo e il peso d’una tal merce due quantità relative, la libertà è conservata se l’una di queste è nell’arbitrio del venditore; qual delle due si debba lasciare, apparirà chiaro se si consideri essere necessario in quest’assidua contrattazione di lasciare alla minuta economia, ed ai casalinghi calcoli della piccola industria del popolo, l’idea precisa e costante d’un prezzo fisso e determinato: onde l’arbitrio del peso sarà arbitrio de’ pannizatori.
65. Quando alcune circostanze particolari esigessero altrimenti, cioè che il peso ed il prezzo dovessero esser fissati ai panattieri, ciò nonnostante non sarebbe una conseguenza di questa limitazione quella di togliere la legge faccia pane chi vuole. Ogni restrizione di libertà, sia in commercio, sia in qualunque altro rapporto di società, dev’essere un risultato della necessità d’evitare un disordine, non un effetto dello scopo di far meglio.
66. Io spero che l’importanza della materia, la moltiplicità de’ progetti, la varietà delle opinioni e de’ discorsi giornalieri su di un oggetto tanto interessante, mi faranno perdonare la prolissità mia, e l’insistenza colla quale ho cercato di approfondirne la natura. Ora passiamo ad alcuni altri oggetti che ci restano intorno all’economia agricola d’uno stato.
VI. Della coltura di altri generi di derrate
67. Si è veduto, cred’io, ampiamente con quali principii debba regolarsi la coltivazione ed il commercio della derrata di prima necessità. Ve n’è un’altra, che quantunque non sia derrata d’alimento, lo è però di necessaria consumazione: questa è la legna. Sia per l’uso necessario ai bisogni continui della vita, sia per il servizio quasi universale che rende a tutte le arti e manifatture, sia da considerarsi anch’essa come materia prima d’un’arte particolare. Basta ciò per conoscere quanto sia importante l’abbondanza e la facilità del commercio della legna. Prima di esporre i principii con cui una tale economia debb’essere diretta, giova qui premettere alcune riflessioni preliminari.
In primo luogo si rifletta esserci nessuna proporzione in questo caso tra il valore della materia prima e il prezzo del trasporto. La legna, dove ci siano terre montuose ed inabili ad altre colture più lucrose, suol essere abbondante, e sul luogo medesimo vendersi a vilissimo prezzo; ma il lungo trasporto per strade difficili e scabrose, ma il difetto di canali, che come abbiamo veduto riduce sempre al quinto la spesa d’ogni trasporto, rendono preziosa una merce che naturalmente è a basso prezzo.
Seconda riflessione si è essere tale la varietà delle situazioni e la combinazione fisica delle qualità delle terre, in modo che non siavi territorio nel quale non si trovino molte terre, che necessariamente vogliano essere coltivate a boschi a preferenza di ogni altra coltura; ma che appunto la difficoltà dei trasporti, rendendo inutile ai proprietari una tal coltivazione, fa che trascurino, ovvero distruggano que’ boschi medesimi che le circostanze territoriali dimandavano.
Terza riflessione si è che, quando si dimanda il buon mercato delle legne, non si vuole intendere il vil prezzo di quella, perché vil prezzo e non coltura sono espressioni politicamente sinonime; ma si dimanda che la legna, l’uso della quale circola per tutte le classi e in tutte le occorrenze, consista: primo, nel valor naturale de’ boschi sul luogo medesimo della coltivazione; secondo, in nessun valore intermedio, il quale è dannoso al compratore senza pro del venditore, pesa sopra le arti, e non incoraggisce la produzione.
68. Con queste preliminari riflessioni egli è facile di vedere quali sieno i principii direttivi dell’economia de’ boschi; e, in primo luogo, noi comincieremo a fissare quelli che, essendo dettati dalla ragione delle genti sotto gli auspici della libertà, meritano la preferenza sopra di quelli che vengano suggeriti dal severo spirito di regolamento.
Dunque, primo oggetto che deve precedere le proibizioni di tagliare, i divieti d’estrazioni, e tutto il resto delle austere prammatiche, sempre contrarie a quello spirito animatore della società, dal quale solo può più aspettarsi, che da tutto l’apparato faraginoso di leggi moltiplici e di regolamenti tortuosi, sarà quello di rendere facili i trasporti, di allargare e consolidare le strade, di condurre, per tutte le possibili direzioni, canali navigabili, opere immortali che rendono i sovrani conquistatori della propria nazione: conquiste consacrate dai ringraziamenti e dalla prosperità delle generazioni, non cementate col sangue e coi lamenti delle desolate provincie. Bisogna dunque prima tentare quale effetto nasca dalla libertà avanti di assaggiare le rigorose precauzioni della schiavitù, rendere i boschi utili ai proprietari, sopprimere tutti i valori intermedi, e allora si vedrà facilmente abbondare una derrata così necessaria e così vantaggiosa.
69. Ciò nonnostante, può accadere, nelle diverse e complicate situazioni delle provincie, secondo i vari rapporti dell’agricoltura col commercio, e le varie direzioni che danno alle coltivazioni i regolamenti e le imposte, può, dico, accadere che non basti per conservare i boschi l’interesse del proprietario, massimamente se i trasporti siano difficili, e difficilmente si possa togliere questa difficoltà; può accadere, dico, che dove i proprietari non ricavino che uno scarso prodotto netto di una stentata agricoltura delle proprie terre, ricorrano alla frequente risorsa di tagliare i propri boschi inconsideratamente, per supplire con un capitale pronto alle continue spese di un lusso che non è in proporzione della loro ricchezza attuale, ma delle pretesioni del loro rango e della emulazione e gara di ostentazione reciproca. Frattanto la distruzione de’ boschi non è così facilmente riparabile, come la distruzione di molti altri generi di coltura. La lenta riproduzione, che non si fa che nel periodo di trenta o quarant’anni, è ben diversa dalla rapida riproduzione delle altre derrate. Dunque in questo tempo possono succedere gravissimi danni, ed una considerabile mancanza di una materia prima tanto necessaria per la consumazione e per le arti tutte. Al che si aggiunge che le altre materie prime possono essere supplite da quelle che sono prodotte ne’ territori forastieri, di gran lunga più facilmente che non lo possa essere la legna, per l’ampiezza e voluminosità del suo trasporto. Finalmente ella è massima della più sana politica di evitare di renderci dipendenti nelle cose di primaria necessità, per quanto sia possibile, dalle altre nazioni.
Dunque la conservazione de’ boschi può essere uno di quegli oggetti che, malgrado il sistema generale di un’assoluta libertà, può essere soggetto a qualche regolamento.
70. Mi si obbietterà di primo slancio: qual giustizia, d’impedire a ciascheduno di traere a suo arbitrio quel profitto che egli voglia dai propri fondi? Un tale riclamo nasce dall’opinione dispotica che ciascuno ha delle cose proprie, nutrito dall’alta e profonda idea che della proprietà si è data dagli scrittori politici e giuristi. Si deve ciò non ostante considerare che la proprietà è figlia primogenita, e non madre, della società; che avanti l’unione più stretta e più intima degli uomini e delle famiglie, eravi possedimento, ma incerto e precario; uso delle cose, ma non proprietà certa ed assicurata; uso di fatto, e non di diritto, e che questo diritto e questa proprietà sono nati dalla difesa reciproca con cui gli uomini, senza espressa convenzione, ma per tacita adesione di comuni circostanze, di comuni interessi, si sono garantite le attuali loro possessioni, ed accostumati a riguardarle come difese in favore di ciascuno, da tutti contro ognuno.
Da ciò si vede chiaramente essere la proprietà soggetta alle leggi, siano scritte, siano supposte dal bene universale e dalla salute comune; si vedrà che l’indipendenza del proprietario e il rispetto che si deve alla proprietà sono soggette a due condizioni. L’una è che tutti sieno in eguaglianza di proprietà, vale a dire che non ci sieno proprietà più o meno soggette alle leggi, e che perciò le leggi che limitano questa proprietà sieno universali in favore di tutti contro di tutti. L’altra è che le dette leggi non rendano frustraneo e dannoso l’uso della proprietà medesima, che in vantaggio di ciascheduno è stata a ciascheduno assicurata. Dunque, quando sieno tali condizioni osservate, le proprietà, come le azioni de’ cittadini, saranno soggette alle leggi universali ed ai regolamenti in pro del pubblico bene stabiliti.
71. Dunque, se è dimostrato il fatale inconveniente del libero taglio delle legne, sarà dimostrato il diritto, la necessità, la convenienza della conservazione de’ boschi. Ma quali saranno i mezzi onde sieno conservati, acciò non venga a mancare una sì necessaria derrata? Rispondo che per conservare qualunque cosa di continuo deperimento e consumo, bisogna che tanto se ne consumi solamente, quanto se ne può sostituire. Dunque tanto taglio si può permettere quanto si riproduce; dunque l’annua riproduzione de’ boschi sarà la misura dell’annuo taglio. Se dunque un bosco tagliato può esser riprodotto in trenta anni, l’annuo taglio non sarà che di trenta di detto bosco. Questa limitazione di taglio un altro effetto salutare nella coltura medesima produrrebbe: si lasciano per lo più i boschi in balìa della spontanea natura; il taglio limitato produrrebbe una più diligente coltura, ed una più esatta distribuzione.
72. Dunque sarebbe necessaria una perfetta cognizione di tutti i boschi d’uno stato; sarebbe necessario in secondo luogo che il taglio degli alberi dipendesse da una opportuna permissione, oppure, se fosse combinabile, che il bosco distrutto pagasse di più in proporzione della sua distruzione, il bosco conservato pagasse tanto di meno in proporzione della sua conservazione; in maniera che l’utile del taglio cedesse al danno dell’aggravio, e la diminuzione di rendita nella conservazione cedesse all’utile del sollievo. Io preferirei tale metodo, perché più semplice, e nato dalla natura medesima dell’oggetto che si ha di mira, ad ogni altro che lascia troppo presa al facile parziale arbitrio.
Queste sono le norme, appresso a poco, da seguirsi intorno alla conservazione de’ boschi esistenti, quando, conservati, bastino all’esigenza della società. Ma quali saranno i provvedimenti dove fossero mancanti ed inferiori al bisogno? quanta quantità se ne dovrebbe dunque supplire, e come incoraggire ed introdurre una coltura, di cui lontano è il frutto, ed il premio al premuroso proprietario?
73. Rispondo col rimettere sotto gli occhi del lettore essere i boschi da considerarsi, per ciò che riguarda la consumazione, come una derrata d’alimento: essere dunque il bisogno della legna corrispondente al bisogno degli alimenti, cioè universale e ripartibile in tutti gl’individui. Siccome per ciascuno richiedesi una minor quantità, o per dir meglio un minore valore di legna che nel vero alimento, anzi un minore spazio di terreno, che contiene una più gran massa di materia, e l’uso di questa è proporzionale alla massa intera, senza apparato di coltura e con nessuna preparazione fuori del taglio e del trasporto; siccome l’esigenza imperiosa del bisogno, nell’uso d’una tal derrata, è più suscettibile d’economia e di risparmio, meno soggetta alle vicende della carestia, senza il pericolo che l’estrazione di quella n’esaurisca ad un tratto la sorgente; se si facciano tutte queste riflessioni, si troverà che in proporzione di queste differenze dev’esser minore la quantità de’ boschi, in paragone della quantità di terreni messi ad alimento. Se si fa adunque il riparto dell’annuo alimento d’una famiglia, e che in conseguenza di questo trovisi a quanta quantità di terra corrisponda tale annuo alimento, se si faccia sulla medesima il riparto della legna di cui abbisogna ciascuno per l’annuo consumo, e che, ridotti tutti questi calcoli ad adequato, si trovi a quanta minore estensione di terreno questa porzione di legne corrisponde, tali due quantità, moltiplicate per il numero delle famiglie, ci daranno la proporzione delle terre messe a biade o a pascolo colle terre messe a boschi.
Ma il bisogno di molte arti e manifatture ne consuma una parte considerabile oltre il bisogno domestico. Dunque, in proporzione del bisogno delle arti, bisognerà crescere la relazione tra i boschi e le altre terre. Pure se si consideri che l’alimento è di consumo distinto e proprio a ciascun individuo, ed il consumo delle legne è comune a più individui insieme; se si consideri ancora che i boschi sono quasi totalmente colture esclusive, mentre molta quantità di legna può esser presa sulle colture inclusive, secondo la sovra espressa distinzione, se si abbia riguardo al risparmio fatto col carbone, il quale dà un più lungo e più efficace consumo ed un men dispendioso trasporto, si troverà che l’alterazione, che il bisogno delle arti domanda nella proporzione surriferita, non sarà molto grande né considerabile.
74. L’accrescimento de’ boschi dipenderà appresso a poco dai mezzi che abbiamo indicati. Sarebbe desiderabile il ritrovamento del carbon fossile, il quale produrrebbe l’abbondanza d’una consumazione necessaria, e nel medesimo tempo il risparmio delle terre che ad altre colture sarebbero impiegate, nutrici d’uomini e di arti. L’indolenza divide il suo impero coll’opinione presso il genere umano, ed è forse la negligenza e la avversione delle cose nuove ed insolite, più che la difficoltà di ritrovarlo, che ci priva del carbon fossile, del quale non dubbie tracce appariscono ne’ nostri monti.
75. Un’altra coltivazione importante, e che merita tutta l’attenzione delle leggi, si è quella de’ gelsi, e per conseguenza de’ bachi da seta, coltura che dall’Indie felicissime al tardo occidente trasportata, fu sul principio un oggetto di un deplorato lusso delle persone opulente, rifiutata dall’austera filosofia che i rapporti presenti delle cose soltanto riguardo agl’individui considera, dalle antiche leggi romane avvilita e depressa – leggi che colla decadenza dell’Impero erano un risultato di un popolo superbo, e sdegnoso d’imitare, ma oppresso sotto il peso dei suoi tiranni –, invece d’essere animata ed incoraggita, rendendo così l’orgogliosa pompa degl’indolenti tributaria dell’industria e della fatica; coltura poi dall’Italia avidamente ampliata e promossa; dall’Italia, che dopo avere estinto il genio truculento di conquista dall’impossibilità di tentarla, e compressa tutta all’intorno dalle risorgenti nazioni, rivolse l’inquieta attività verso le arti, pacifiche ma non meno signoreggianti, delle armi, e se non con così pronto successo e con così dispotica influenza, almeno con maggiore e più placida e meno pericolosa sicurezza.
76. Una tale coltura ammette nel suo seno altre colture, e noi vediamo fra i lunghi filari di gelsi l’allegra vigna ed il sostenitore fromento crescere e riprodursi. Oltre di ciò, in poco tempo non iscarso premio fruttano i bachi da seta all’attenzione del coltivatore: e quindi sorgere una folla di arti, che sfendano in mille fogge ed avviluppano il prezioso escremento di un così piccolo animaletto, e quindi spandersi anche nelle minute famiglie l’agio ed il comodo, e nuovi motivi di speranza e nuovi stimoli all’industria, che richiede per la varietà de’ talenti e delle circostanze moltiplici una varietà non minore d’opportuni mezzi da impiegarsi.
77. Sotto il felicissimo nostro governo, alla voce rianimatrice di tanti sovrani provvedimenti, si è rinvigorita non poco una tale coltura in questo stato. Fissato il tributo alle terre sull’attuale lor stato di coltura, si è animata dal bisogno e dall’avidità la coltura de’ gelsi, che danno un accrescimento di rendita senza un accrescimento di tributo. Sortiva raccolta la seta dalle mani inoperose de’ nazionali per correre al di fuori, ad essere travagliata da mani forastiere e nemiche, che ci rendeano tributari dei nostri prodotti; l’ostacolo d’una gabella ha fermato questa materia prima, che nelle parti tutte dello stato si diffonde e si lavora da mani cittadine e sociali.
78. Ciò nonnostante, molti pregiudizi restano ancora da togliersi a’ particolari intorno ad una tale coltura, pregiudizi tanto più nocevoli, quanto resistono alla voce prepotente dell’interesse.
Intorno alla coltura de’ gelsi, per esempio, alcuno che gli esempi d’altre nazioni coi nostri paragonasse, e la natura della vegetazione considerasse, potrebbe sospettare che il contadino preferisse la più pronta e la più facile maniera di raccogliere le foglie del gelso, piuttosto che la più durevole e la più utile. Un taglio inesorabile vieta a quest’albero di alzarsi all’aperto cielo, e di crescere liberamente. Il vigor vegetale diramasi più presto, ma nel medesimo tempo il tronco sostenitore s’infievolisce e si logora, e per conseguenza presto la pianta sen muore, sostituendosi in questa maniera un visibile ma minore guadagno, per una non prevista più considerabil perdita. Aggiungasi che l’inerzia sostiene un tal metodo, che rende più comodo al pigro e disanimato contadino lo sfogliamento degli alberi, fra i quali prima l’uno e poi l’altro restano interamente mutilati degli organi essenziali della vita vegetativa, quando, se correre in alto si permettesse alla pianta, più lungamente vivrebbe, e potrebbe somministrare al baco alimenti sempre più teneri e più proporzionati alle diverse sue età. Ella è osservazione fatta sopra i vermi viventi sulle piante, che essi dalle cime più lontane dalle radici le più tenere foglie rosicchiando, coll’invecchiarsi discendono all’alimento più duro e più forte. Così l’osservazione attenta lungi ci guida dalle strade frequentate e fallaci dell’inconsiderata abitudine, per ricondurci alle vie magistrali e permanenti della natura. Il sottrarsi, nelle cose naturali ed umane, dall’opinione comune, fu quasi sempre utile a chi n’ebbe il coraggio: perciò l’ostinarsi a rinchiudere ed a soffocare nell’inelastico vapore d’una stanza animaletti che la natura organizzò nell’aperto cielo e nell’aria ventilata e mutabile, per sottrarli dall’intemperie delle stagioni, si è un sostituire a’ mali fortuiti le cagioni permanenti di molto maggiori malori. Stesi ed ammucchiati su d’uno strato di foglie semirose e marcite, che fermentano, nutriti di foglie all’età loro disuguali, d’un succo troppo forte e denso nei primi giorni, e troppo tenero negli ultimi, e sempre forse soverchio, li rende idropici, e gonfi d’umore, che gli uccide o li vizia talmente che apparentemente voluminosa fanno la crisalide, ma realmente povera di seta e pregna d’umori e di glutine. A rischio d’errore io ho voluto allegar tali esempi perché la curiosità di alcuno, se non altro per confutarmi, lo muova a fare sperimenti e ricerche, che o ne guariscan da un pregiudizio, o guidino lui alla diffidenza di ciò che si rispetta unicamente perché da una fallace tradizione ci viene tramandato.
79. Altri prodotti devono essere sommamente pregiati in ogni stato, e principalmente in questo, temperato e vario, che offre in ogni luogo diverse situazioni e docile prontezza all’attento coltivatore. Il lino ed il canape possono essere origini di lucrose manifatture, ed anche, secondo quelli che lo tessono, risparmio di considerabili uscite di danaro; possono condurci ad essere per l’Italia, volendo, ciò che l’Olanda e la Slesia lo sono per l’Europa. Finalmente, il vino rallegratore merita tutta la nostra attenzione, origine d’un tributo considerabile per parte nostra a nazioni ora forastiere per noi. La vigna, il di cui frutto immaturo ancora si raccoglie per sottrarlo all’avida rapacità di chi lo fura; a cui non si consacrano quasi mai terreni unicamente per la di lei coltura, mentre una più facile custodia ed una più diligente coltura produrrebbero; la vigna, che ci offre un così illustre esempio di paziente coltivazione nella Toscana e nella Francia, delle di cui simili situazioni il vario nostro stato ci presenta; la vigna, che tanto considerabile consumo suppone, merita le ricerche del saggio ed accorto coltivatore, e l’attenzione di chi s’interessa, o per dovere o per iscelta, al publico bene. Non giova qui l’entrare in più minuto dettaglio di ciò che noi non facciamo, di ciò che noi facciam male, di ciò che noi potressimo far meglio. Mille utilissimi vegetabili, come l’olivo principalmente, poi il zafferano, il cotone, l’indaco, l’acacia ci offrono una abbondantissima messe d’osservazioni e di ricerche, onde avere la gloria di essere promotori di cose utili, e la lusinghiera approvazione della patria, de’ concittadini e della posterità, ed anche di potere con ragione divenir superiori al disprezzo di quelli che, per imbecillità o per mal talento, sorridono graziosamente a tutte le cose nuove che escono fuori del ristretto circolo delle loro idee.
VII. Della pastorale
80. Ramo capitale di coltura e di pubblica economia si è la pastorale, l’arte cioè di nutrire e di far crescere i bestiami, principalmente le pecore. Queste furono da già lungo tempo in questa provincia, avita lor patria e domicilio amplissimo, dal pregiudizio e dalla prevenzione scomunicate. Si pretende che un morso velenoso e municipale avveleni le vigne e le biade e tutto ciò che rodono, onde si è impedito il rinovellamento d’un ramo di rendita, che altre cagioni sicuramente hanno sbandito dal nostro stato. Dico municipale, perché in altri regni vivono pacificamente innumerabili gregge senza che avvelenino né le biade, né le vigne di que’ paesi. Dico che altre cagioni le hanno sbandite, perché un pregiudizio ed una opinione non sono mai state in nessuna nazione la cagione d’una rivoluzione considerabile ed universale, ma bensì cagioni fisiche e fatti reali, di fisici effetti, principii e cagioni.
Non è già che un piccolo paese debba principalmente ed esclusivamente coprirsi di greggi, e chiudere la terra all’alimento sostenitore degli uomini, e ad altre colture che un maggior numero di quelli fanno sussistere ed agire; ma bensì che si distrugga un errore, che ne esclude anche quel numero che potrebbe vivere senza offesa ne’ terreni inetti ad altre migliori colture, che nutrir potrebbero un animale di facile sussistenza, di abbondante prodotto, padre di manifatture e di arti di richiesta universale, e di uso indispensabile e comune.
La luce de’ sovrani provvedimenti ha già eliminato un tale pregiudizio; resta solo a noi il secondare la forza legislativa che al nostro bene ci guida, e di non opporre quella querula ostinazione, che ci deprime negli antichi errori: errori che, di padroni che eravamo di popolazioni forastiere colle nostre lane, schiavi ci rese e dipendenti delle medesime. Egli è vero che forse cresciuto è il lavoro de’ campi dopo questa epoca, in un paese che più d’ogni altro forse dai colpi i più funesti potè risorgere e ristabilirsi, ma trattasi solamente di promovere, ove sia opportuno, un ramo ubertoso di commercio e di risparmio, di elevare una folla d’arti, che fuori del breve giro della nostra provincia, quasi per nostra derisione, prosperano, floride ed attive, a nostro danno, sicuri che il troppo accrescimento da se medesimo sarà trattenuto dall’utile maggiore d’altre colture, che le manifatture eccitate dall’impiego delle nostre lane saranno la base ed il principio delle manifatture che sapranno impiegare le forestiere.
81. Le contradizioni sono sempre il risultato dei discorsi di tutti coloro che rispingono le cose nuove ed insolite con ostinata avversione; declamano da una parte che il paese è spopolato, che mancano le braccia all’agricoltura, che questa va ogni giorno decadendo, che vi sono terre incolte da ogni parte; per il contrario, quando si tratta d’insinuare l’introduzione delle pecore, opponesi tosto col rappresentare che ciò sarebbe dannoso all’agricoltura, base e sostegno di questo stato; tutto essere occupato da vigne, da fromenti, da gelsi o da praterie a miglior oggetto destinate. Ciò che in realtà si può dire si è che tratti ben grandi di paese nella nostra provincia sembrano non solo potere ammettere, ma richiedere ed esigere greggi e pastori nazionali, che vivano nelle due stagioni, se nell’una di queste vivono li forestieri. Vaste colline e magre montagne abbiamo, ove lussureggiano soltanto selvatici castagneti, sterile alimento d’una vedova popolazione; villaggi non pochi vi sono, che sono il ritiro solingo ed infecondo di mogli abbandonate e di pochi bambini, mentre i mariti corrono con ammirabile e quasi unica industria ad esercitare l’attività del loro ingegno e del loro commercio nel restante dell’Europa.
Ritornano, egli è vero, con somme considerabili, a ridare la vita ed il moto a quella languente popolazione; ma ciò non è che un risultato passaggero d’un’industria altrove esercitata. L’esempio delle fatiche, tutti i vantaggi che sono i primari ed essenziali, la circolazione del travaglio, il muovere, l’esser mossi, il dare, il ricevere, tutti questi vantaggi sono perduti. Essi, vestiti ed alimentati tutto l’anno su foralo stiero terreno, portano l’avanzo a casa loro, avanzo che non è origine né accrescimento d’industria interiore. Grandi famiglie uscirono da quegli erti nascondigli, ma non perciò poi abbiamo veduto rendersi più frequente la popolazione, più fervida la coltura e l’industria locale, più spesse e più agiate le famiglie, soli e veri indici d’un’utile e solida industria.
Questi sono i paesi che potrebbon divenire il centro della nostra pastorale. Un’Arcadia intiera specchiar si potrebbe ne’ nostri laghi, e la solitudine selvaggia e morta de’ nostri monti vedrebbesi animata di pascoli, d’arti, di greggie e di pastori, per cui le moltiplici operazioni della lana sarebbero una inesausta miniera di perpetua dovizia.
82. Alla pastorale riduconsi le osservazioni politiche intorno alla cura de’ buoi, delle vacche, de’ cavalli, compagni, schiavi, benefattori, vittime dell’uomo. Se a noi manca la pastorale delle pecore, noi ne abbiamo un’altra ubertosa, ampia, sicura prodottrice d’infallibili ricchezze: queste sono le numerose e vaste così dette bergamine, che coprono principalmente il Lodigiano: quel terreno sabbioso ed infecondo, destinato dalla natura palludoso letto d’acque immonde e salmastre; dall’arte degli uomini, costante ed instancabile, e reso fecondo e produttore privativo d’inesauribile ricchezza. Con artificio mirabile tutto il paese è organizzato e tessuto d’acque, che per opposte direzioni, in lungo, in largo, trasversalmente, corrono ad animare con esatta ed opportuna irrigazione ogni punto d’una equabilissima superficie. Questa da una immensa popolazione di questo bestiame, che costantemente vi pasce, è mantenuta feconda ed atta alla varia e vicendevole coltura di fromento, di lino, di seta, di riso, di formaggi; quest’ultima sembra la base di tutto il resto. Annientati i bestiami, la sterilità riprenderebbe l’antico suo dominio; la morte ed il silenzio si stenderebbero su d’un paese, ove ora l’opulenza di grosse borgate, la vita patriarcale di pingui coltivatori, un lento, ma solido e costante commercio, tengono luogo di numerosi villaggi, d’una più frequente popolazione, della moltiplicità delle arti, d’un commercio più vivo e più pronto, doni invincibilmente negati alle circostanze insuperabili di quel paese. A tutto ciò aggiungasi il prodotto considerabilissimo di quei formaggi spacciarsi per tutta l’Europa, resistere più d’ogn’altro alimento al tempo trasformatore, e senza l’inconveniente dei scorbutici salumi, ai lunghi viaggi ed alle lunghe navigazioni; finalmente essere fino ad ora invano stati imitati da’ forestieri.
83. Io non debbo fare né un trattato di agricoltura, né diffondermi in tutti i dettagli di questa materia; conchiuderò adunque con alcune riflessioni, che non debbono ommettersi.
Primo. Essere la pastorale professione che non mantiene un gran numero d’uomini su poco terreno, come la coltura della vigna e del fromento, un supplemento all’invincibile sterilità d’un terreno, e che per ciò in ogni occasione debb’essere posposta a quelle, ma non perciò dovrà essere né trascurata, né avvilita, ma sì bene incoraggita coi premi e colla diminuzione del tributo, dove il bisogno lo richieda.
Secondo. Essere la pastorale la risorsa dei paesi spopolati necessariamente dalle circostanze sia del terreno, sia degli uomini: dove le combinazioni fisiche e morali abbiano invincibilmente alienate le braccia da qualche coltura, ivi la pastorale più oziosa e più tranquilla può essere di supplemento.
Terza riflessione sarà che la pastorale che serve al nutrimento ed all’educazione dei cavalli non merita d’essere troppo incoraggita, né avvilita. I cavalli servono agli usi utili della campagna e delle arti figlie di quella, ai facili trasporti; servono alla pompa fastosa delle città, a fomentare il sonno e la noia del ricco. Per quest’ultima parte questo lusso merita d’esser frenato, senz’esser tolto. Non bisogna togliere l’esempio del premio d’una industriosa ricchezza: chi travaglierà giammai colla stoica risoluzione di non godere i frutti del travaglio? Dunque se da una parte gli agi ammolliscono ed estinguono il moto in chi li gode, dall’altra accendono e pungono l’animo di chi n’è privo. Il freno principale che meriti questo lusso sarebbe di non permetterne l’ingrandimento, in maniera che la terra, nutrice d’arti e d’uomini, non divenisse oziosa mantenitrice d’inutili cocchieri e d’infruttuosi cavalli. Quando questo lusso sia moderato, meglio è che sia nudrito dai forastieri che dai nazionali, perché sia rimosso l’esempio d’una terra che a migliori colture potrebbe essere destinata. Vera, ma non universale, è la massima che ogni lusso deve essere nudrito dalle arti e prodotti interni; vera, quando non si escludono vicendevolmente; falsa, quando un tal lusso non possa essere tolto ad un paese, e l’alimento di quello si opponga ad una migliore coltura: ma di queste considerazioni sarà più accuratamente detto, ove parleremo del lusso.
VIII. Della metallurgia, pesca e caccia
84. Poche cose restano a dire intorno a queste tre arti primitive per chi, sfuggendo la soverchia prolissità, non pretende d’essere stimato profondo coll’essere noioso. Noi scorreremo dunque rapidamente queste materie, nelle quali la politica ha poca presa e la fisica moltissima.
85. Primieramente, ognuno di noi sa di quanta fortuna sia ad una nazione l’esser essa produttrice de’ metalli che furono sempre o i palesi o gli occulti conquistatori dell’universo. L’oro fu sempre l’oggetto de’ voti degli uomini ansanti al possedimento di questo metallo, pegno e rappresentatore dei piaceri e dei tormenti della terra; ma i veri politici hanno sempre veduto meglio essere acquistarlo che possederlo in natura; l’acquistarlo suppone moto, azione, fatica, che sono l’anima e la vita d’ogni corpo politico; il possederlo in natura, può dirsi di possedere una droga addormentatrice d’ogni industria e d’ogni travaglio.
Checché ne sia dell’oro e degli altri metalli preziosi, l’avere il ferro richiamato dalle mani della sanguigna discordia agli usi pacifici delle arti tutte, il vedere sui dorsi ruvidi e scabrosi delle nude montagne volversi flutti di candente metallo, ed illuminare di rosseggiante splendore le nere fucine, l’internarsi nei profondi andirivieni che le piccole mani dell’uomo seppero scavare nelle dure viscere dell’antica terra, forma uno spettacolo che, richiamandoci in un momento il vortice degli usi e delle arti a cui tanta fatica ed ostinazione è destinata, ci riempie la mente d’un benefico entusiasmo, per cui di lunga mano preferiremo all’oro ed all’argento il possedere ed il mettere in uso ed in valore questo metallo, metallo di difesa e di conquista, fabbricatore di tutti i nostri agi e di tutte le delizie della vita perfezionatore.
86. Meritano dunque, in proporzione delle fatiche, tutti gl’incoraggimenti quelli che si condannano ad una tale manifattura, e le nazioni che posseggono le miniere di questo padre metallo, debbono con ogni diligenza investigarle e conoscerle. Quell’erte e nude cime di solitari monti, da cui si allontana l’attonito pastore, e sono soltanto un ritiro inospitale del rapace avvoltoio o del timido daino, dagli enormi massi de’ quali appena trapela qualche pallido filo d’erba stanca e languente, non debbono essere soltanto il modello perenne della dominatrice fantasia del pittore e del poeta, ma l’oggetto della curiosa ricerca del naturalista, e, dietro lui, del politico indagatore, che dal mezzo della morte e della sterilità sa trovare una sorgente inesausta di movimento, animatore di tutte le opere degli uomini. Gl’incoraggimenti saranno dunque maggiori, quanto è più grande la severa esigenza dell’uso e la dispendiosa difficoltà dell’opera stessa. Qui è dove sovente l’interesse lontano del particolare proprietario, e i presenti e voluminosi ostacoli che si oppongono, devono essere suppliti dalla mano sovrana, che riunisce le forze, che rappresenta i diritti combinati della società riunita: dove i premi e le gratificazioni devono essere con profusione adoperati: ove, per la brevità della vita, il pericolo ed i mali di chi vi travaglia, la sceleraggine a preferenza dell’inocenza dev’esser proscritta.
87. La pesca, poi, antichissima occupazione degli uomini principalmente delle nazioni marittime, merita tutta l’attenzione dell’economo politico. Nessun angolo dello stato dev’esser, per quanto è possibile, sottratto dall’istancabile industria degli uomini; tutta la massa d’una provincia deve essere tormentata e commossa dalle opere e dal travaglio. Quanto tributo paghiamo noi a nazioni forastiere, per essere dall’acque alimentati? La pesca è divenuta un oggetto di religiosa economia, e la cupidità degli uomini, che sempre si sottrae dai freni tutti che gli sono imposti, ha saputo trovare il modo d’adempiere alle prescrizioni d’una disciplina, e nel medesimo tempo procurarsi un compenso e forse un incentivo a tutte le privazioni che ci sono ordinate. Oggetto principale sarà dunque di sottrarre, coll’aumento della pesca interiore, un tributo che paghiamo ai mari estranei.
88. Finalmente la caccia, prima occupazione degli uomini erranti e selvaggi, deve essere promossa e mantenuta, dove siano animali feroci e dannosi all’agricoltura – all’estirpazione de’ quali il premio che si destinerebbe saria il più più pronto ed opportuno incentivo –, dove ci siano animali che pelli, peli ed altro ci forniscono per così varie ed utili manifatture. Dove finalmente non manchino braccia all’agricoltura, potrebb’essere il risparmio d’un lusso dannoso. I raffinamenti delle mense consumano un alimento di molte famiglie per risvegliare lo stanco palato d’un annoiato ed inutile digeritore; il lusso del selvaggiume, sostituito a tali raffinamenti, sarebbe perciò utile col sottrarre dalla distruzione inesorabile d’un cuoco francese il vitto di venti persone.
89. Ma questa primogenita occupazione del genere umano, sarà ella riserbata soltanto alla delizia di pochi, o permessa a molti? Egli è giusto d’interdire a tanti intermedi proprietari, in favore di qualche enorme occupatore di terra, una occupazione che almeno dalla mollezza li ritrae, un’arte, immagine di guerra e di costanza, di paziente ricerca e di fortezza primigenia ed originale del genere umano? E sarà egli utile alla società, al ben pubblico, sarà egli necessario (e perché sian giuste devono esserlo) il creare in favore d’alcuni privati nuove pene e nuovi delitti, e rendere reo il pubblico con penali ordinazioni che non conducono direttamente al bene di quello? Con tutto ciò, debbono essere rispettati i divertimenti del principe: eglino sono utili al ben pubblico, perché conservano il ben essere di chi a tutti lo procura; innocente occupazione, che molti sovrani, dalla pompa abbagliante del trono, troppo lontano dalla bassa sfera della moltitudine, ha fatti discendere a conoscere l’umile asilo della povertà e della miseria. Checché si pensi delle caccie riservate, sarà sempre vero che l’indistinta permissione, in tutti i tempi ed a tutte le persone, della caccia, degenererebbe in abuso, che leggi universali su questo oggetto, che egualmente assoggettino ed egualmente incoraggiscano, saranno più utili che le leggi private, e sono nell’occasione un fondo lucroso di finanze, meno odioso e meno scoraggiante di molti altri. Dico finalmente in tutti i tempi, perché, se i sentimenti di compassione sono lontani dall’animo corrispondente degli uomini in favore degli animali, tanto a noi dissimili nell’organizzazione e nelle facoltà; se le leggi dell’universo ci dimostrano che la moltiplicazione d’una specie sia a spese della distruzione d’un’altra, non essendo, dalla forza e dall’equilibrio della mano suprema impresso, alle cose permessa che una quantità finita e limitata alla circolazione degli esseri; il nostro interesse però ci consiglia che noi diamo una tregua agli animali nel tempo che la natura tutta risvegliasi e risentesi, per rianimarsi e per rientrare nel vortice della vita e dell’azione.
Parte terza.
DELLE ARTI E MANIFATTURE
Breve sarà per noi questo trattato, avendo già nella prima parte accennato alcune delle verità fondamentali intorno alle arti e manifatture, per quanto possono cadere sotto la considerazione dell’economo politico; e molte altre non possono in questo luogo essere trattate, perché richieggono l’ulteriore esposizione delle altre parti di pubblica economia. Tale, e non piccolo, è l’inconveniente e l’imbarazzo che s’incontra in questa scienza, a differenza di molte altre; perché dove la simultanea complicazion degli affari della civil società ne fanno, per così dire, andar di fronte i fenomeni con un moto ed una direzione che nasce dal tutto, e non dalle parti ad una ad una, la debolezza e i limiti dell’umana natura ci sforzano a partitamente considerarne ed esaminarne i rapporti. Laonde, per chi ben considera, tutto deve restar sospeso nella mente sino alla fine, e la memoria deve schierarci davanti una moltitudine di considerazioni, che tutte influiscono essenzialmente alla produzione d’un effetto sovente in apparenza semplice ed uniforme; per il che ed è facile di ommettere alcuni degli elementi essenziali, ed è proclive l’animo nostro a cader prima del tempo nella decisione, e molto più per la lassitudine di ragionamento siamo inclinati a credere d’aver tutto bene spiegato ed inteso, quando ciò che abbiamo in poche parole concepito, in un lungo circuito d’esse abbiamo trasformato.
Ma il troppo fermarsi intorno a queste metafisiche considerazioni, quantunque non inutili, se non per chi non le intendesse, sarebbe soverchio; onde, affrettandoci al proseguimento del lungo cammino che ancor ci resta a fare, diremo che sotto quattro capi principali si racchiudono le cose da dirsi in questa terza parte. Primo. Un breve quadro dei differenti aspetti sotto cui si deve considerare la grande varietà delle arti, dai bisogni e dalla cupidigia degli uomini inventate. Secondo. Per quali cagioni le medesime si avviliscono, e per quali mezzi s’incoraggiscono e mettono in vigore. Terzo. Della preferenza delle une sopra le altre, e della miglior distribuzione di quelle. Quarto. Del buon ordine e disciplina con cui devon essere mantenute.
I. Differenti divisioni ed aspetti delle arti e manifatture
1. Io non debbo tessere un lungo e noioso inventario di tutte le arti e manifatture, ma solamente esporre le classi nelle quali sono state divise, e come possono esserlo ulteriormente; il che ci sarà utilissimo a suggerirci, quasi spontaneamente, le massime che intorno ad esse insegna la pubblica economia.
2. In primo luogo, sogliono gli economisti dividere le arti unicamente per la classe delle materie che impiegano; e come quelle sono le produzioni naturali, così le dividono in arti del regno animale, del regno vegetale, del regno minerale; la quale divisione, più fisica che economica, può servirne a tesserne una esatta nomenclatura, ma non a metterle sotto quei punti di vista elevati e generali che la politica dimanda, e dai quali si rischiarano e si veggono uniti ed ordinati tutti i dettagli necessari. Ma da questa divisione si può imparare quanto sia importante per una nazione il promovere lo studio delle scienze naturali, studio che premiandoci della fatica colla moltiplice varietà di sensazioni aggradevoli che ci presenta, pone in vista nello stesso tempo tutte le nostre ricchezze, onde crescerne sempre l’uso e l’impiego. Un’infinità di vegetali s’innalza solamente per servire di scarso pascolo agli animali e di esca al fuoco, quando potrebbero forse servir di base, o almeno di parti costituenti arti e manifatture utilissime, come il cotone che involve le sementi del pioppo, e come molte inutili erbe delle quali si è tentato non infelicemente di far carta. Una gran quantità d’insetti fanno essi pure sulle nostre comunali piante, nei nostri boschi, sotto i soli e parchi auspizi della natura, grossi bozzoli di lucida e variata seta, che sarebbe emulatrice, per l’abbondanza e facilità, di quella che abbiamo con infinite cure potuta addomesticare al nostro clima.
Finalmente l’uso dei metalli, dei minerali, dei fossili può condurci a grandi scoperte sulla perfezione dei colori, sull’ammollire e rendere seguaci alla mano fabbricatrice le materie più dure e più rigide, dappoiché la chimica, coll’analisi più accurata e coi tormentatori suoi processi, tenta instancabilmente di penetrare sino alle primarie e più segrete operazioni della natura. Da ciò possiamo vedere con quanta compassione meritano d’esser riguardati coloro, che il peso degli anni mettendo in conto di sapienza, ed onorando solo del nome d’affari il movimento e l’agitazione della cupidigia dell’oro e dell’ansietà del comando e del potere, con severo sopracciglio l’ardente curiosità giovanile verso questi studi condannano coi nomi d’ozio e di occupazioni inutili, di frivola e ragazzesca dapocaggine, estinguendo così quell’estro e quell’entusiasmo che, spingendo gli uomini con forza e con piacere verso varie direzioni, produce il più grande effetto e la più gran perfezione nel total della specie, colla minor fatica ed imbarazzo degli individui.
3. Un’altra divisione delle arti sarà: in arti di materie prime che si producono nel paese, e in arti di materie prime mandateci dai forestieri. Da questa sola divisione appare in primo luogo doversi preferire le prime alle seconde, il che non ha quasi bisogno di dimostrazione, poiché le materie prodotte dal suolo, che non sono alimento, non hanno valore, se non per l’uso cui si destinano; dunque l’uso di quello le materie incoraggirà la coltivazione, il non uso l’avvilirà; dunque fra due arti, nelle quali l’esito del prodotto dell’una sia in opposizione al buon esito dei prodotti dell’altra, dovrà esser preferita quella che ha la materia prima nel paese, a quella che l’ha al di fuori. In secondo luogo, non tutte le manifatture possono introdursi in tutti i paesi, perché quelle di cui le materie prime sarebbero lontanissime, e di trasporto difficile e dispendioso, sia per il troppo volume della materia trasportata in paragone della quantità utile e servibile dopo il trasporto, sia per le difficoltà che le altre nazioni caute ed attente ai loro interessi frappongono al trasporto di quelle, sia per altri motivi, sarà sempre dannoso il volerle, forzando la natura delle cose, stabilire, meglio essendo il farne senza; e, se non lo sia, sostituirvi un’arte equivalente, in ultimo anche lasciare che introducasi la manifattura forestiera, occupando le nostre mani intorno ai lavori i più ovvi e più speciali alla natura del clima, del governo e dei costumi nostri.
Questa introduzione di manifatture forestiere è sovente opportuna per aprire una uscita alle cose nostre, ed una communicazione con altre nazioni. Una terza divisione potrebb’essere in arti del bisogno, del comodo, della voluttà, della pompa ed ostentazione. Quelle del bisogno sono le più indipendenti dalla legislazione particolare dei paesi, e sono limitate dalla popolazione e dal clima; resistono con maggior vigore alle cattive leggi, e si sottraggono con maggior celerità e prontezza dai colpi della distruzione e dai rovesci politici: hanno dunque per sostegno principale l’agricoltura, e la consumazione dei prodotti del suolo. Spariscono allo sparir di quelle, risorgono allo risorger parimente di queste, ed a vicenda le animano e le fortificano. Dunque, dove l’agricoltura sarà animata, senza ulteriori disposizioni prenderanno esse pur proporzionato aumento, e il togliere gli ostacoli sarà l’unico scopo del legislatore.
Le seconde, quelle cioè di comodo, non prendono accrescimento che colla coltura delle nazioni, con lo spandersi del lume delle scienze, col diradarsi la nebbia dell’errore, col mansuefare la distruttiva ferocità dei costumi, col rendere communicanti e continue le diverse condizioni degli uomini, colla distribuzione della massa delle ricchezze in un maggior numero di mani. Animano più delle altre alla fatica ed al travaglio, e sono lo stimolo più pungente ed universale dell’industria, perché meno dispendiose in ciaschedun oggetto particolare, e sono più vicine alla speranza delle più infime classi. Non essendo così essenzialmente dipendenti dalla natura umana e dalla riunione degli uomini in società, le buone e le cattive leggi vi hanno un’influenza maggiore, e ricercano disposizioni più positive in favore di esse, che le arti del bisogno.
Le terze poi, e le quarte, quelle cioè della voluttà e della pompa ed ostentazione, sono dipendenti da una società più raffinata, e proporzionali alla disuguaglianza de’ beni; maggiori e più vigorose dove questa è maggiore; minori e più languide dove questa è minore. Sono dunque più utili relativamente che positivamente; esse divengono un supplemento ed un correttivo delle cattive leggi, che condensano tutto il bene in poche mani, lasciando il resto nella miseria e nel bisogno di tutto; ma sono le più mutabili d’ogn’altra, e dipendenti affatto dal variabile capriccio, dalla noia e dalla irrequieta vanità, e così immensamente distanti dalle arti primitive e necessarie, che, assorbendo il valore d’una gran quantità di esse, malamente e tardi lo ritornano a distribuire: ma di ciò più accuratamente nella quarta parte, dove si parlerà della circolazione e del lusso.
4. Una quarta divisione potrebb’essere nelle arti, nelle quali il valore della materia prima è di molto superiore al valore della manifattura; in quelle dove il valore della materia prima sia presso a poco al livello del valore della manifattura; finalmente in quelle dove il valore della materia prima sia di molto inferiore al valore della manifattura. Abbiamo detto che il valore della materia prima sarà rappresentato dagli alimenti che si debbono consumare da quelle persone, e per tutti quei tempi, che s’impiegano nelle di lei riproduzioni, e dagli alimenti rappresentati da tutti que’ mezzi che vi concorrono; così il valore delle manifatture sarà rappresentato da tutti gli alimenti, per tutti i tempi e mezzi che contribuiscono alla formazione di quella. Le arti dunque della prima classe saranno quelle dove una gran quantità di materia relativamente alla difficoltà, lunghezza o travaglio della sua produzione, sarà da pochissime mani e in breve tempo lavorata; e in questo caso noi vedremo che arti di simil natura non diventano successive e continue rappresentazioni d’alimento per tutte le condizioni dei cittadini. Parimenti quelle dell’ultima classe saranno quelle arti, nelle quali pochissima materia relativamente alla brevità e facilità della sua produzione sarà lunghissimamente e con difficile travaglio fabbricata; nel qual caso o molte mani contemporaneamente vi si possono impiegare, o pochissime, e per lungo tratto di tempo. Vedrà ognuno che nella prima supposizione il vantaggio che da tali manifatture risulta sarà maggiore che nella seconda supposizione; nella quale sarà scarsissimo, perché vi sarà un salto da pochissimo valore ad un grandissimo, senza valori intermedi, o sia intermedi travagli che distribuiscano l’utile sopra d’un gran numero di persone: e perciò le arti della seconda classe sono le più utili, perché suppongono una discreta quantità di valori successivamente circolanti per un gran numero di persone in varie classi dei cittadini.
5. Quinta divisione sarà in arti dipendenti fra loro, e in arti indipendenti. Ciascun’arte ha per base una materia prima, e ciascun’arte ha molte arti, siano subordinate a lei, siano da lei dipendenti. Quell’arte sarà preferibile, che ha maggior numero d’arti da lei dipendenti; e, tra le arti indipendenti, dovrannosi scegliere quelle nelle quali le materie prime non si escludono tra di loro, sia nella produzione di quelle, sia dopo manifatturate, per l’uso medesimo a cui si destinano.
Ho voluto accennare queste necessarie divisioni, perché ci dovranno in seguito servire di facile direzione ai ragionamenti da farsi. Ciò che mi resta da aggiungere, in questo capitolo intorno alle arti in generale, consiste in alcune riflessioni che non si doveano ommettere.
6. Dicesi da alcuni che in uno stato agricolo, dove un suolo felice fornisce abbondante e sicuro prodotto, non possono prosperare le manifatture: detto, che condurrebbe a negligentare questo ramo primario e prezioso di azione e di prosperità in un tale stato. La ragione che se ne adduce si è perché gli uomini, fidandosi della terra alimentatrice, non sono stimolati e punti da quel bisogno, che agitando per ogni verso gli abitatori dei paesi ingrati, sterili e montuosi, li rende artigiani industri, onde procacciarsi quell’alimento che gli nega la terra su cui vivono. Ma questo ragionamento è smentito dall’esperienza, perché non v’è parte più agricola dell’Inghilterra, e nessuna nazione ha giammai viste nel suo seno più trionfare le arti e le manifatture; e rivolgendo gli occhi agli andati tempi, troveremo che fra di noi non era meno coltivata la terra e ferace di quel che ora lo sia, e sa ognuno quanta mole di arti e di manifatture nudriva Milano.
La ragione poi conferma il risultato dell’esperienza, la ragione che altro non è, in sostanza, che l’esperienza stessa ridotta a termini generali e scientifici; poiché, prosperando l’agricoltura, crescono le consumazioni, e quindi cresce la popolazione; e, cresciuta quella, trovasi un superfluo, e nell’agricoltura e nei valori de’ suoi prodotti, che per necessità consacrasi alle arti quando queste non hanno ostacoli politici al loro avanzamento; ostacoli che confesso doversi più facilmente trovare fra le nazioni abitatrici d’un suolo fertile, che fra quelle che ne abitano uno scabroso e magro, perché ivi la prima considerazione è usurpata dai possessori delle terre, i quali, cercando di annientare gli altri ordini dello stato, divengono gelosi della prosperità loro e cercano d’opprimerli e disanimarli, sforzandosi che tutto il peso dei tributi sia portato dalle arti, le quali, non avendo altre forze che l’attività e libertà, prosperar non possono dove queste siano oppresse e rintuzzate, a differenza delle terre dove l’attività e la libertà sono dalle forze naturali aiutate e sostenute.
Ma quando le arti sono dalla mano superiore e legislatrice protette, dove trovino vantaggi che compensino l’inferiorità della condizione, dove i possessori delle terre non formino un ceto perpetuamente separato dagli altri, ivi le arti e le manifatture vanno di mano in mano crescendo coll’aumento dell’agricoltura, e questa medesima sarà da quelle conservata ed accresciuta.
L’agricoltura resiste per propria forza a tutte le scosse ed a tutti i disordini politici più facilmente che le arti, le quali, delicatissime, facilmente si perdono. L’agricoltore è trattenuto dal suolo e dalla lunghezza del travaglio; e siccome egli è produttore dell’essenziale alimento, così lo spaccio delle sue fatiche può essere stentato e languido, angustiato ed angariato in mille guise: ma sicuro ed infallibile. Per contrario, l’artigiano, facilmente trasportando se stesso, trasporta tutto il fondo e i mezzi del suo guadagno, e dove gli si rende più incerto un esito fin a certo segno incerto per se stesso, o si abbandona all’inerzia, o si ritira dentro un torpido contentamento del puro necessario, o cerca sott’altro cielo un più largo, un più libero spazio, ove esercitare la propria industria.
Dove dunque l’agricoltura siavi naturalmente, per la benignità del suolo, ancorché languida e mancante, pure difficilmente si annienta; così con somma difficoltà si ristabilisce dove i cattivi stabilimenti siano arrivati a disperare la classe più paziente di tutte, quella cioè degli agricoltori. Dico dov’ella sia naturalmente, cioè dove la natura del terreno sia facilmente ubbidiente alla mano del coltivatore; perché dove il suolo non si vince che colla maggiore industria e cogli sforzi maggiori ed assidui dell’arte, ivi l’agricoltura può chiamarsi una manifattura, ed ha la delicatezza e ritrosia di quella.
Merita dunque le prime cure e la prima nostra parzialità quest’arte che il maggior numero d’uomini mantiene, la di cui prosperità ha per immancabili conseguenze tutte le arti e manifatture compatibili colla natura del suolo e col numero degli abitanti. Ma quella, bene stabilita, prenderà da se stessa un corso più spontaneo e vigoroso, mentre le arti in quel caso esigono una custodia più gelosa e più delicata, perché meno resistono alle vicende politiche.
7. Termineremo questo capitolo col riflettere che lo studio delle arti meccaniche è stato sinora abbandonato alla cieca pratica de’ manuali, i quali, non mossi che dall’amor del guadagno immediato, non le hanno che lentamente perfezionate. Eppure queste arti medesime contengono, come taluno ha osservato, più di filosofia, di sagacità, d’invenzione degna d’uomini ragionatori, che molti migliaia di volumi scritti con tutta la gravità e sussiego; e sono suscettibili d’esser ridotte a principii generali e precisi, onde meritare la considerazione del più contegnoso e superbo letterato.
Se dunque si aggiungesse alle istituzioni che si danno in favore della gioventù, invece d’una sterile scienza di parole, un preciso ma ragionato quadro delle arti meccaniche, ove fosse ridotta a principii e a viste comuni e generali quella logica di tradizioni e buon senso, che le scienze cavillose e magistrali rilegarono nelle umili officine dell’ingenuo lavoratore, ivi condotta la distratta gioventù, meglio che fra il baccalaureato e fra i portici imparerebbe a rispettare le vere cognizioni, senza renderla ispida e rannicchiata in se stessa, tra la volubile sottigliezza e la pupillare ferocia dei sillogismi; ed avvezzandosi a conoscere tutti i ceti e tutta la catena degli affari sociali, ella si avvezzerà a quell’affezione e a quell’amicizia di abitudine con tutte le condizioni, che tanto contribuisce alla reciproca e tranquilla felicità degli uomini conviventi e contrattanti insieme.
II. Per quali cagioni le arti si indeboliscono e si perdono, e per quali mezzi si rinvigoriscono
8. Due cose essenziali debbono essere considerate in ogni arte e manifattura: la materia prima onde ella è composta, e l’opera di chi vi travaglia. Di due generi saranno adunque le cagioni che fanno languire le arti e gli ostacoli che si oppongono alla lor perfezione: ostacoli e difetti della materia prima, ostacoli e difetti della man d’opera.
9. Il primo del primo genere sarà senza dubbio la mancanza di materie prime prodotte nel paese. Le arti non cominciano ordinariamente a prender vigore in una provincia, se non cominciasi dal travagliare le materie proprie prima d’occuparsi delle forestiere, perché l’artigiano che intrapprende la manifattura ha più di che scegliere per il prezzo e per la qualità da molte mani, ha minori trasporti e minori spese da fare, ed ha un maggior agio per fare i pagamenti che egli devepremettere all’esito della sua manifattura. Da ciò si vede l’importanza di quella massima, alla quale ho consegrato nella seconda parte quasiun intiero capitolo, che la varietà delle colture in uno stato è di gran lunga più utile dell’uniformità, quantunque il prodotto di questa fosse maggiore della somma dei prodotti di quella, perché questo difetto sarebbe compensato dal molto maggior numero di arti nazionali, dal minor tributo che si pagherebbe alle arti forestiere, da una circolazione di contratti o di valori più viva, più rapida e più universale. Oltre che la varietà delle colture è più sicura contro gli accidenti impensati e gli ostacoli reciproci che le nazioni le oppongono per la sempre vivace guerra d’industria e di guadagno. Dunque tutti gli ostacoli da noi accennati contro la coltura delle materie prime saranno ostacoli contro le arti e le manifatture medesime. Sarebbe perciò intollerabile il qui ripeterli.
10. Secondo ostacolo del primo genere saranno le difficoltà che incontrar possono le materie prime passando dai produttori ai manifattori. Questi possono essere di varie sorti. Primo: se la circolazione sia impedita ed interrotta da gabelle interiori, e da tutto quello strascico inviluppatore di formalità, che ordinariamente corredano tali pesi e gravezze. L’uomo s’arresta in una carriera piena d’inciampi e di pericoli, dove ad ogni momento deve anticipare con proprio incomodo un valore che tardi sarà ricompensato, e meno sicuramente lo sarà, a misura che egli sia più grande e più insuperabile. Secondo: se i produttori sian soverchiamente caricati, qualunque pagamento si faccia, per ragione di tributo d’ogni genere, sono sempre portati dalla materia prodotta dalle terre.
Ma non è niente indifferente il tempo e il luogo nel quale questa materia paga il tributo, perché se tutto intero lo paga di primo slancio, subito dopo la di lei produzione, il produttore subito vuol ricompensarsene, e, il valore della materia prima riuscendo troppo alto, l’anticipazione che il fabbricatore è costretto di pagare è troppo forte, perché egli intraprenda lavori considerabili e ben fatti: onde minore sarà il numero de’ concorrenti alle medesime opere, e però minore la perfezione di quelle, minore buon mercato e maggiore uscita della materia prima dello stato, quando non fusse abbandonata la coltura della medesima; il che non immediatamente, né sempre, ma spesse volte e a poco a poco succede, perché i fabbricatori non possono e non vogliono ricompensare l’eccesso del tributo, onde quello, retrocedendo, tende a rendere più dannosa che utile la coltivazione. Il peso dunque portato sempre dai prodotti del suolo debb’essere distribuito in proporzione della sua grossezza ne’ successivi passaggi della materia prima dai produttori ai primi manifattori, da questi ai secondi e così successivamente, acciocché l’anticipazione che si deve fare sino all’ultimo consumatore o usatore della cosa manufatta, sia meno forte per ciascuno in particolare; il che, come dovrebb’essere, perché non sia rovinoso ma utile, si vedrà nel trattato delle finanze.
In terzo luogo, il numero dei manifattori sia da privilegi esclusivi, da restrizioni e condizioni legali ristretto ad un piccolo numero limitato ed escludente altri che potessero intraprendere un simile travaglio; perché questi, diventando legislatori o tiranni dei valori, ed essendo sicuri d’uno spaccio, qualunque sia il lavoro da essi fatto, mancano di quello stimolo che porta a perfezionare l’opera e a diminuirne il prezzo, in concorrenza d’emoli tendenti allo stesso fine.
11. Gli ostacoli del secondo genere, cioè della man d’opera, o sia dei fabbricatori, sono: primo, la successiva imperfezione delle diverse preparazioni che soffre la materia prima che si adatta al lavoro, perché accade sovente che nelle arti subordinate ad una manifattura, per l’ignoranza di chi fa le prime preparazioni, le manifatture che ne risultano riescono inferiori di pregio e di bellezza a quelle delle altre nazioni, dove sono minori pregiudizi, e maggiore attività e cautela si adopera intorno alle materie prime. Esempio ne siano le nostre sete, la filatura delle quali essendo diversa ed inferiore a quella di Piemonte ed altri finitimi stati, le manifatture risentono dei difetti delle prime preparazioni.
Chi s’interessa alla prosperità delle arti, trasportato sovente dal dispotico spirito di perfezione, vorrebbe che con codici penali e con ordini di gelosa e diffidente ispezione fossero prescritti metodi a chi prepara la materia prima, ch’egli fosse soggetto ad esami, a visite e ad una claustrale disciplina: metodo certamente pericoloso, e che, oltre il difetto di fare il bene con mezzi odiosi e contrari alla felicità degl’individui, averebbe il rischio di disanimare ed impicciolire lo spontaneo vigor dell’industria, che esige libertà e facilità in ogni luogo e in ogni tempo.
Oltrediché, tutto ciò che si toglie all’influenza infallibile dell’interesse particolare, per metterlo sotto la direzione degli esecutori, diventa più favorevole ad essi, e perciò più arbitrario ed incerto, di quello che conduca al fine che si propone. Non già che ogni disciplina debba esser tolta, ma perché è verissimo che le prescrizioni non devono essere impiegate se non dove sono necessarie, e dove il premio può ottenere il fine voluto dalle leggi, ivi la pena sarebbe dannosa.
12. Secondo ostacolo sarà la scarsezza de’ lavoratori, la quale può essere assoluta quando la popolazione sia al di sotto di quella che possa uno stato mantenere, il che si può conoscere dalla quantità delle terre buone, inutili ed incolte, e dalla quantità delle terre che ciascuna famiglia coltiva; perché se queste eccedono il potere di ciascun braccio, e se la famiglia ne ha di troppo, cosicché non sia costretta a cavarne tutto il partito possibile, ma le basti una mediocre coltivazione ed una mediocre fatica, segno è che tali terre molto maggior numero di persone potrebbero mantenere: ma per lo più suol essere relativa.
Quando in uno stato vi sia facilità a consumar viveri senza un travaglio produttivo o manufatturiere, tutti questi consumatori sono tolti alle arti ed alla gleba. Quindi per le arti ve ne resterà un minor numero, e maggiore sarà la diminuzione che ne soffrirà la manifattura, di quello che la coltivazione, perché la manifattura esige un più lungo tempo, ed è costretto chi vi si impiega o di pagare il maestro, o di servirlo con nessuno o tenue sostentamento, mentre niuna di queste prevenzioni richiede la coltivazione delle terre. In prova di che vediamo ogni giorno, in quei paesi dove siano di questi sterili consumatori, che coloro che si sottraggono al duro travaglio della terra non si rifugiano al più lucroso e più comodo lavoro delle arti, ma bensì saltano immediatamente, come i calabroni, a succhiare il mele delle api industri, e ad intorpidire in quelle condizioni che somministrano una tale facilità di vivere scioperatamente. Restando dunque più scarso il numero de’ manuali, questi esigeranno un più alto prezzo dell’opera loro; quindi, incarendo la manifattura, se ne diminuirà la ricerca, tanto dagli estranei quanto dai nazionali.
13. Terzo ostacolo, la carezza della man d’opera medesima, per la carezza dei viveri. Il valore del travaglio d’un giorno deve somministrare cinque alimenti circa, né più né meno, al lavoratore, perché, se se gli somministra di più, tralascerà di travagliare tanti giorni quante giornaliere sussistenze sono formate dall’eccesso del valore del travaglio, o travaglierà più languidamente o più imperfettamente, il che è lo stesso. Ma se il travaglio somministra meno, il lavoratore tralascerà di lavorare, e dovendo necessariamente cavarne il valore di cinque alimenti, accrescerà indebitamente il prezzo dell’opera, colla diminuzione in seguito della medesima.
Ma quando sarà che il travaglio e la man d’opera siano in giusto livello colla giornaliera paga del lavorante e col prezzo dei viveri? Abbiamo detto che il travaglio d’un uomo può equivalere al travaglio di molti, che il lavoro, verbi gratia, d’un sarto che somministra abiti a molti contadini, equivale alla somma corrispondente di più giorni di travaglio pagati da tutti questi contadini per tutti gli abiti. Dunque questo travaglio può essere rappresentato da corrispondenti porzioni di terra. Dunque il prodotto di questo travaglio sarà corrispondente al prodotto di queste terre. Dunque il valor del travaglio d’ogni fabbricatore allora sarà in livello colle spese della man d’opera, quando, dal capitale impiegato per tutta l’estensione della manifattura dedotto il valore della materia prima, e dal frutto di questo capitale dedotto il valore della man d’opera pagato cogli operai insieme colle altre spese, l’avanzo, cioè il guadagno, sarà eguale al frutto raccolto di tante terre, quanto la somma del suo travaglio e della sua intrappresa ne rappresenta. È impossibile l’applicazione di questa teoria finché non si abbiano in un paese dati certi ed adeguati dei prodotti delle terre, della media porzion fisica di travaglio di ciascun uomo, e la più difficile ed esatta notificazione del capitale che ciascuno impiega ne’ suoi lavori.
14. Quarto ostacolo, l’eccesso del tributo posto sulle manifatture e sull’industria personale degli uomini. Egli è vero che tali gravezze sono ricompensate dai compratori: ma, quando passano un certo limite, di troppo la manifattura se ne diminuisce, e se ne dirige altrove la ricerca; diminuiti i compratori, essa deve abbassarsi di prezzo, e però il tributo resterà tutto sulle spalle degli operai e manifatturieri; il qual peso, opprimendo il frutto e la speranza della loro attività ed industria, renderà torpide le arti, le quali a poco a poco dissipandosi, si rifugieranno dove siano allettate da una condizione più dolce e dai tributi men forti e meno sensibili.
15. Quinto ostacolo sono le formalità alle quali le arti medesime si assoggettano da coloro agli occhi dei quali s’ingrandiscono i piccoli dettagli, né ponno né vogliono innalzarsi giammai alla contemplazione del tutto e della somma intera delle cose. Esami, patenti, permissioni, prescrizioni ed obblighi di tenere allievi, allontanano e rendono scabroso l’entrare in una carriera, a correre la quale anzi si dovrebbero moltiplicare gli stimoli, ed aprire tutte le facilità per vincere la naturale inerzia dell’uomo e l’innata sua spensieratezza, che lo porta a riposarsi negli avvenimenti giornalieri e ad abusare di quella fiducia che noi dobbiamo avere nell’invisibile provvidenza.
Lo stringere ciascuna classe d’artigiani in corpi separati che si eleggono capi e direttori, l’assegnare severi confini al travaglio di ciascuna classe e all’industria di ciascun individuo, il farne famiglie, società, fratellanze, confraternite contraddistinte d’insegne e di livree semiecclesiastiche e semisecolari, che moltiplicano le occupazioni, lodevoli invero, ma di supererogazione a spese delle più utili e necessarie, che creano pretensioni sempre nuove, e litigi e discordie sempre rinascenti, tanto più aspre e dispendiose quanto meno si appoggiano sui veri interessi e sui veri bisogni delle arti stesse, ma piuttosto sull’avvicinamento e sul riscaldamento delle passioni degli uomini, che sono più durevoli a misura che hanno un oggetto più vago e più indeterminato, non già per il fine che si propongono, ma per i mezzi che adoperano. Quindi codici particolari di ciascun’arte, custodi di tali leggi, patrocinatori e difensori stipendiati, che hanno interesse di riprodurre ciò che li alimenta. Quindi una parte di valore, che dovrebbe rappresentar travaglio ed azione riproducente parimenti valore, diviene il cambio di carte, di parole, che rintuzzano e disperdono la forza dell’interesse e pesano sull’industria degli uomini.
16. Sesto ostacolo alle arti e manifatture, che ne ritarda più l’introduzione (quando manchino di quello che le faccia perdere quando sono introdotte), si è l’impiego dei capitali sui banchi pubblici che pagano interessi, rendite vitalizie, ecc., fondi tutti che, somministrando un’annua rendita e sicura, ed un frutto netto e sufficientemente abbondante, alienano i possessori dall’impiegarli in favore delle arti e dell’industria; e da questa si esige un compenso maggiore, il quale non potendo che difficilmente portare, resta languente ed inoperosa. Ma ancora di ciò sarà meglio trattato, e si risponderà alle obbiezioni che si possono fare e le eccezioni che si possono ammettere nelle circostanze particolari delle nazioni che saranno annoverate, quando si parlerà del commercio.
17. È quasi inutile il qui accennare per settimo ostacolo le difficoltà che soffrono nella circolazione le materie manufatte, come abbiamo annoverate quelle che soffrono le materie prime. Tutto dev’esser diretto da questa massima, che non ha eccezione: cioè che le restrizioni alla libertà non devono esser poste per l’amore della perfezione, ma per esigenza della necessità soltanto; non per far meglio, ma per trattenere un disordine.
18. L’ottavo ostacolo che si oppone al progresso delle arti, è il più grande e considerabile, e appunto quello che s’è creduto da molti il più opportuno ed efficace a promoverle, cioè i privilegi esclusivi che si accordano a tali manifattori contro tutti quelli che potrebbero intrapprendere il medesimo lavoro. Le arti, come le cose tutte, non prosperano quasi mai nelle mani di un solo. Tale è la legge eterna che contribuisce a legare gli uomini in società. Ciò che ciascuno vi può aggiungere non è che un piccol grado; ed un’arte che sia nelle mani d’un solo, o di pochi, non può che restar sempre languida ed imperfetta, arricchendo un particolare, non già la nazione, né potendo giammai sostenere la concorrenza con simili arti di altri paesi dove siavi la libertà a ciascheduno di professarle; il che produce emulazione a perfezionarle e gara a scemarne il prezzo, onde le ricerche saranno sempre rivolte verso dove spira la libertà, non dove siede il severo monopolio. Non è nuovo, ed è evidente questo ragionamento: o l’arte di cui si vuole accordare il privilegio esclusivo è già introdotta nel paese, o non lo è; se è già introdotta, non si può togliere senza ingiustizia il profitto di molti per accumularlo nelle mani d’un solo, profitto però che da se medesimo tenderebbe a diminuire, perché le ricerche e l’esito scemano dove la ricerca sia tolta; o l’arte non è introdotta, ed allora chi ricerca il privilegio esclusivo fa ragionevolmente sospettare, anzi con ogni sicurezza si deve presumere, che egli voglia o debba esser un cattivo manifattore.
Ogni arte nuova che da qualcuno venga introdotta, dà sempre per se stessa un vantaggio in favor dell’introduttore, a preferenza di quelli che vengono dopo di lui. È sempre più grande presso gli uomini il credito degli introduttori, sopra gli imitatori. Chi introduce un’arte nuova, oltreché può chiamarsi inventore relativamente alla nazione priva di quell’arte, già la conosce prima, e più d’ogn’altro è già prevenuto contro gli ostacoli, ha già disposti i mezzi e preparate le corrispondenze. Chi vien dopo non potrà procurarsi simili vantaggi, se non molto tempo dopo l’introduzione dell’arte per mezzo del primo, cioè se non dopo avviato l’esito dell’introduttore; onde questo avrà sopra tutti gli altri maggior credito e forza, per non temere discapito al capitale da lui impiegato.
Chi dunque dimanda privativa, dimanda di potere ingannare impunemente, e all’ombra delle leggi tiranneggiare il compratore. Chi dimanda privative è un uomo non sicuro di se stesso, il quale cerca di coprir quel rischio che una mal intesa avidità gli fa azzardare, e poco appoggiato alla probabilità di riuscire, cerca non nella propria attività e diligenza, ma nell’altrui dipendenza e servitù un reddito ed un profitto. Di più, non ho difficoltà di qui ripetere, perché importante, ciò che altrove ho accennato, cioè che la concorrenza dei manifattori abbassando il prezzo della manifattura, e perfezionandone l’opera, aumenta di più la ricerca e lo spaccio, di quello che non scemi alla lunga il profitto di ciascheduno in particolare, supposto ch’egli avesse il privilegio esclusivo, il quale, se esclude gli altri dall’esercitare un’arte simile, esclude anche ed aliena una parte dei compratori a procacciarsi le produzioni di quella. A qual fine sono state adunque concesse talvolta tali privative, che fanno all’industria un esclusivo patrimonio?
Cagione più frequente di un simile errore si è la trepida ed improvvida voglia d’introdurre a qualunque costo e forzatamente alcune arti nella nazione. Questa fa ascoltare ed aderire ai subdoli progetti che mettono in vista un vantaggio momentaneo, sotto del quale celasi un danno lungo e rovinoso. Meglio, secondo la sana politica, è di assai di restar privo d’un’arte qualunque, che l’accordare simili privative; meglio fissar premi e gratificazioni al primo che averà il coraggio di arrischiare un’intrapresa, che estinguere o vendere la sorgente delle azioni industriose, per cui la riproduzione e l’esito delle materie prime, e la circolazione delle opere, illanguidisce e si arena. Alle privative si avvicinano le riduzioni delle arti in così dette badie ed università, che fanno contribuire gli artigiani, e per conseguenza allontanano molti di quelli che potrebbono accrescerne il numero; che escludono i forastieri in paragone dei nazionali, credendo di favorir la patria, col resistere a quelli che vorrebbono aumentarne le forze e la ricchezza, quasiché la stessa cosa non fosse nascervi, e stabilirvisi.
19. Fissate dunque le principali difficoltà che si oppongono allo stabilimento delle arti, facil cosa è il trovare per quali mezzi fioriscano le medesime, perché, non facendo le cose che si chiamano ostacoli, anzi facendo le contrarie, poco resta di positivo da farsi, e questo poco a due capi principali si riduce.
20. In primo luogo, s’incoraggiscono le arti e le manifatture onorandole e premiandole. Per ciò che riguarda l’onore, crede – ognuno che tocchi internamente se stesso, e paragoni ciò che sente colle varie ed infinite nozioni che di questo sentimento sociale hanno gli uomini avuto in tutti i tempi – doversi alle azioni utili alla società, e, come prima, le azioni del coraggio e del valore, il diritto della forza esercitato con certe solennità e certi fini, soli poteano contribuire alla pubblica utilità, soli erano onorati; così ora, estinto e calmato in gran parte il truculento furore delle discordie, rende men gelose e più communicanti le nazioni. Perché non saranno onorate le azioni di una industriosa probità, che apre con coraggio e con rischio una nuova sorgente di ricchezze, dà un nuovo esempio d’onesta e d’utile occupazione? Perché colui che, confuso tra una oscura moltitudine, ha saputo erigersi ad una sfera più elevata e divenire rappresentatore di parte dell’attiva potenza d’uno stato, non merita di seder a paro dell’assiderato ed inoperoso, nel quale appena lampeggia l’ultimo lume della gloria di lontanissimi avi, che seppero comprargli un ozio illimitato coll’ingegno, col sangue, colla rigorosa frugalità e talvolta con illustri delitti?
Ma alieno affatto dal mio instituto sarebbe il più insistere su tali progetti, come lontani troppo dagli attuali sistemi, quantunque non ignoti del tutto fra le antiche leggi di vicine nazioni, né totalmente disparati dalle costumanze e dai riti degli antenati nostri. E se nelle fervide e clamorose nostre assemblee tanto si deplora il decadimento di questo secolo, perché ci allontaniamo dal costume, dalle opinioni e dalle maniere degli avi e de’ bisavi nostri, io non sarò poi rimproverato se volessi costringere tali declamatori a rimontare più in alto, per convincerli che le novità che si propongono sono le vecchie costumanze de’ tritavi e quadritavi loro.
21. Ma l’uomo nato fra il volgo, cioè fra l’indipendenza dei costumi e delle maniere, è meno mosso dall’ambizione che dalla speranza d’un bene più reale ed immediato. Perciò i premi saranno i più efficaci animatori delle arti, e faranno incurvare l’inerte alla fatica, e renderanno sagace l’industrioso nell’inventare e finire le opere sue.
Soglionsi talvolta invitare le manifatture con somme anticipate, che la generosa munificenza del sovrano somministra a chi si esibisce a sostenere un’intrapresa. Ma chi ben riflette troverà forse inutile, ed anche pericolosa, una simile maniera d’incoraggire le arti. Primo, perché, quando si ottenesse il fine, darebbe troppi vantaggi al manifattore, escludendo gli altri dal poter sostenere la concorrenza: il che sarebbe non introdurre una manifattura, ma un manifattore, e questi, ancorché potessero sostenere una tale concorrenza, sarebbero forse disanimati, perché l’uomo, che sempre ed unicamente cogli esempi sarebbe portato a creder che se il primo introduttore ha avuto mestieri della clemenza del principe, esso pure non ne potrà far senza.
Secondo, perché si corre grandissimo rischio, che il manifattore calcoli più sull’interesse del capitale sovvenuto, che sulla perfezione della manifattura; e perché ciò egli eseguisca, sono necessarie sigurtà, ispezioni ed esami, produzioni egualmente dispendiose all’erario del principe, che producenti diffidenza e disamore nell’animo dell’artefice per l’arte sua. Egli è probabile che chi si ritrova con condizioni lunghe e vantaggiose d’avere in mano un capitale, cercherà di campare sopra di esso, contentandosi di esibire ogni apparenza di travaglio, più per conservarsi il diritto di prolungare la restituzione e di chiedere nuovi soccorsi, che per corrispondere con lealtà alle benefiche mire del sovrano.
Quanto ho detto non dà nessun diritto di disapprovare se talvolta si sia fatto l’opposto, perché le massime di prudenza politica sono meramente relative a ciò che deve per lo più accadere, non a ciò che in qualche particolar circostanza avviene, potendosi trovar persone che fedelmente adempiano i patti convenuti, e tanta fermezza e vigilanza nei ministri che sappiano costringerli all’adempimento, senza disanimare né il favorito manifattore, né i successivi concorrenti.
22. Dunque premiar l’opera già fatta sarà la massima più salutare ed il mezzo più efficace a promovere le manifatture. Il premio è di un solo, ma l’emulazione è di molti, e la speranza, che è uno dei più grandi agenti dell’uomo socievole, mette in fermento l’interesse privato di ciascheduno; e il profitto che ne risulta da questa prima spinta è tale, che in seguito, quasi senza il premio, la manifattura si dilata e rinvigorisce. Dico quasi senza premio, perché io crederei opportuno che ad ogni classe di manifatture si conservasse il premio fissato dalle leggi, almeno per qualche tempo, finché non divenisse affatto inutile. Se esso ha servito a introdurre, servirebbe a perfezionare, a tentar nuove e più spedite manifatture di lavoro, a tenere in considerazione le condizioni dei manifattori medesimi, essendo i pubblici premi rappresentatori della lode universale, che per lo più misura la virtù nelle deboli menti nostre.
23. In secondo luogo, per mezzo dei dazi con giusti principi istituiti si animano le manifatture interiori d’una nazione. Ogni manifattura costa di due parti: della materia prima, e della forma che gli si dà. O la materia prima cresce in un paese, o fuori de’ suoi confini; e questa è manifatta parimenti o al di dentro, o al di fuori. Se la materia prima che nasce al di dentro sorte rozza e non manifatta dalle mani dei proprietari fuori dello stato, i manifattori nazionali, che potrebbero impiegarla, debbono comperarla in concorrenza de’ manifattori forestieri. Se una tale manifattura o non esiste nella nazione, o soltanto languidamente, con uno spaccio dissipato ed incerto, e se per lo contrario i forestieri hanno un esito della medesima florido ed amplo, questi potranno pagare la materia prima alquanto di più che i nazionali medesimi.
Vero è che la differenza del trasporto più lungo di una materia al di fuori, che del trasporto della materia prima più corto nell’interno, danno un vantaggio ai nazionali contro i forestieri, e ciò per la ragione, più volte ripetuta, che i venditori della materia prima, dovendo rifarsi della spesa del trasporto, caricheranno il prezzo di quello sulla materia prima che vendono ai forestieri. Possono dunque vendere un po’ più a buon mercato ai nazionali, guadagnando di più nel medesimo tempo: ma se il trasporto è troppo facile e corto, la differenza può essere così piccola tra il vantaggio dei nazionali e il disavvantaggio dei forestieri, dimodoché questi abbiano un molto maggior utile, per l’esito già avviato e più vasto della manifattura, contro dei nazionali che non ne hanno punto, o almeno molto più lento e stentato. Che far dunque in simili circostanze, quando la materia prima, nata nel nostro suolo, fosse convertibile in manifatture per noi medesimi necessarie, o di comodo grandissimo, e voluto da tutti quelli che hanno un superfluo da spendere?
Tutti questi se ne provvederebbero dai forestieri, o perché manchi a noi, o perché migliore e più perfetta è l’opera, o perché a più buon mercato talvolta, e talvolta ancora perché la natura umana è prona a stimar le cose lontane ed ignote, sprezzando le vicine e conosciute. Noi dunque restituiremo al forastiero tutto il valore ch’egli pagò per la materia prima qui comperata, e di più sborseremo del nostro il valore della man d’opera forestiera.
Dunque doverassi cercare con ogni sforzo che non uscissero tali valori dallo stato. Perché non escano, in tali circostanze, non si deve e non si può far altro che proibire assolutamente l’uscita della materia prima, o dare tutto il vantaggio ai manifattori nazionali contro dei forestieri. Ora, proibendo assolutamente l’uscita della materia prima, meno s’incoraggirà una manifattura introdotta o languente coll’avvilimento del prezzo della materia, di quello che un tale avvilimento alienerà la mano disanimata dell’oppresso agricoltore; o veramente sorgerà dall’avvilimento medesimo l’inestricabile contrabbando e l’ingoiatore monopolio, il quale, avendo facilissime le entrate, troverà i mezzi di rendere facilissime ed invisibili le uscite.
Dunque si darà il vantaggio ai manifattori nazionali sui forestieri, quando si allunghi per questi artifizialmente il trasporto al di fuori della materia prima, cioè si ponga un dazio all’uscita d’essa. Questo dazio deve esser pagato dai manifattori forestieri; la compera dunque della materia prima costerà di più a quelli di fuori, che ai manifattori interiori. Potranno dunque i venditori della materia prima vendere a buon mercato, e guadagnare di più, vendendo ai nazionali.
Per una contraria ragione, dovrassi dare ogni facilità all’introduzione delle materie prime forestiere, le quali, lavorate nello stato, escono totalmente di nuovo, e ci rimborsano del valore prima uscito della materia prima comperata, e vi guadagniamo di più la man d’opera; o, se non ritornano ad uscire totalmente, ma parte si fermi nella nazione, averemo sempre risparmiata la man d’opera forestiera.
Mi si dimanderà se non è possibile che l’introduzione delle materie prime forestiere pregiudichi e disanimi la coltura delle medesime nel proprio paese, perché la concorrenza di quelle con queste facendone abbassare il prezzo, il proprietario e l’agricoltore ne ricavassero una rendita troppo vile e insufficiente. A ciò facile è il rispondere, per chi riflette, che l’affluenza delle cose medesime ne scema il prezzo, ma ne aumenta lo spaccio; che le materie forestiere hanno contro loro medesime il valor del trasporto, e che perciò, ad egual grado di bontà, avranno sempre la preferenza le nazionali; e che, quando le forestiere sieno facilmente introdotte, o siano superiori in bontà alle nazionali, ne nascerà uno sforzo, ne’ produttori di queste, di perfezionarne la coltura, perché gareggino colle forestiere nella bontà, onde venderle al medesimo prezzo, ed anche a preferenza.
Dunque, un dazio all’uscita delle materie prime nazionali, e l’introduzione libera delle materie prime forastiere, sarà la massima regolatrice. Ma questo dazio, primo, non deve essere che ai confini di uno stato, perché libera sia l’interna circolazione; secondo, deve essere calcolato prima sulla differenza dei valori della materia prima venduta al di dentro e al di fuori. Quando la differenza, o sia l’eccesso del prezzo forestiero sul prezzo nazionale sarà maggiore, ed il trasporto sarà più piccolo e più corto, tanto il dazio dovrà esser più forte. Per lo contrario, quando la differenza di questi prezzi, e più lungo e dispendioso sia il trasporto, tanto il dazio dovrà esser più piccolo, sino ad essere perfettamente inutile a quest’oggetto.
24. Cogli stessi ragionamenti noi troveremo l’altra massima fondamentale intorno alle manifatture, cioè d’aggravar l’introduzione delle manifatture estere, ed alleggerire o meglio lasciar libera del tutto l’estrazione delle manifatture nazionali. Le medesime modificazioni, e i diversi punti di vista che abbiamo messo sotto la vostra considerazione parlando delle materie prime, dovranno ammettersi parlando della man d’opera, onde sarebbe una magistrale scioperatezza il qui ripeterle.
25. Prima di chiudere questo capitolo, gioverà qui aggiungere due riflessioni, quantunque già da noi qui accennate. L’una, che fin ad un certo segno l’altezza del valore dei generi contribuirà al progresso delle arti e manifatture, perché l’altezza del prezzo dei generi produce in molti casi l’abbassamento degl’interessi del denaro; cioè quando quest’altezza di prezzo non nasca dalla mancanza e scarsezza delle derrate medesime – sia mancanza reale, o apparente, o artifiziosa –, ma dalla libertà ed ampiezza dell’esito, sì al di dentro, che al di fuori.
Secondo: quando molti siano i proprietari delle terre producenti tali derrate, e non pochi; perché, se sono molti, l’altezza del prezzo dei generi produce una esuberanza di danaro in molte mani. Saranno dunque molti che cercheranno di prestar denaro; vi sarà dunque concorrenza tra i prestatori, e per conseguenza una gara di scemar l’annuo frutto dei capitali, per ottener ciascuno la preferenza sui concorrenti. Ma quando gli interessi del denaro sono bassi, molti potranno procurarsene l’imprestito, sia per intrapprendere una manifattura che col progresso dia loro i mezzi di fare dei risparmi, coi quali pagare l’annuo frutto e poscia restituire il capitale, e nello stesso tempo mantenersi e moltiplicare l’annuo suo reddito. Il manifattore ed il commerciante, quando possono avere un corso ed uno spaccio non impedito nei loro affari, calcolano in questa maniera: se posso far rientrare tre o quattro volte in un anno quel medesimo capitale di cui pago l’annuo frutto, e che quello mi renda tre, quattro o cinque degli annui frutti, uno dei quali io pago, posso senza rischio farmi prestar denaro.
Ora, tanto più sicuramente può farsi e si farà un tale ragionamento, quanto più basso sarà quell’annuo frutto del denaro. Dunque la bassezza degli interessi del denaro, e per conseguenza l’altezza del prezzo dei generi, aumentano le arti e le manifatture, quando nasca dalle due condizioni sovraccennate.
Mi si obbietterà: ma l’altezza del prezzo dei generi incarisce la mano d’opera e fa crescere i salari degli operai; dunque s’incarisce la manifattura, dunque perderà una parte del suo smercio, quando ella sarà in concorrenza con simili manifatture, a minor prezzo, d’altri paesi. Rispondo perciò che dunque questa carezza di generi non può esser pregiudicievole, se non quando offenderà la preferenza del buon mercato delle nostre manifatture contro le forestiere; e, quando la differenza non fosse molta, non vi sarà molto da temere, allorché non sia pregiudicata la concorrenza nella bontà della manifattura, perché ella si sosterrà in proporzione che sarà maggiore la bontà e perfezione sulla manifattura forestiera, di quello che sia il prezzo della prima sulla seconda.
Se dunque non oltrepassa tai limiti, l’altezza dei generi, ancorché faccia alzare il salario degli operai non sarà dannosa, perché chi compera può comperare a più caro prezzo, chi vende non dee temere di perdere gli avventori. Allora solamente l’altezza di questi generi sarà dannosa, quando non sia successiva per gradi, ma per salti considerabili dal basso all’alto valore; perché allora non crescendo in proporzione i salari degli operai, questi si trovano realmente ed in un momento dimezzata la paga: la quale non consiste in una determinata e fissa quantità di danaro, se non in quanto questa quantità è atta a rappresentare i necessari giornalieri alimenti dell’artefice.
L’avidità reciproca degli uomini cerca di sottrarre per quanto è possibile ciò che deve agli altri, né si ferma se non quando teme per ciò di venire a perdere quello che si deve a lei medesima, onde, in un salto d’un basso ad un alto valore, i padroni non daranno agli artefici un maggior soldo, se non quando temeranno di perderli e di non poterne altri sostituire alle antiche condizioni: di più, egli stesso, per una simile ragione, non potrà in un momento alzare il prezzo della propria manifattura. Vi sarà dunque in tali casi un’oscura guerra tra i compratori e i venditori, fra i maestri e gli operai, durante la quale può accadere la rovina di molte arti e l’emigrazione di molti artefici. Dunque si procuri l’altezza de’ generi sino a non pregiudicare alla concorrenza, e si procuri gradatamente; il che si otterrà meglio colla libertà, che dilata ed equilibra gli interessi degli uomini, che colla violenza che li concentra e li fa sbilanciare con precipizio verso l’opposto estremo, egualmente dannoso.
26. Ma di ciò si è detto anche troppo lungamente. L’ultima riflessione, sulla quale non posso cessare d’insistere, non certamente perché bisogno ve ne sia, in questa fortunata provincia dove non cessano i sovrani provvedimenti, ma per dissipare, per quanto m’è possibile, quel genio tenebroso ed oscuro che occultamente si sforza, colla derisione e col disprezzo, col pedanteggiare i vigorosi movimenti della giovanile curiosità, d’opporsi alle clementissime mire dell’Augusta Madre dei popoli.
Vede ognuno ch’io voglio parlare delle scienze, le quali hanno una troppo grande influenza sulle arti e manifatture, perché si debba ommettere ogni sforzo per ampliarle e facilitarne il progresso per ogni paese. Verissimo è quello che fu detto da alcuno, che dove si perfezionerà l’astronomia, ivi si può sperare che i panni saranno più perfettamente lavorati. Chi considera i progressi della spezie umana, troverà che essi camminano con un certo parallelismo, onde e le più sublimi, e da noi lontane cognizioni, e le più umili ed a noi vicine, si attraggono vicendevolmente. Non è possibile che le medesime cagioni che eccitano curiosità in taluni, o interesse per una classe d’idee, e che gli danno agio e facilità di soddisfarlo, non operino colla medesima forza su tali altri per diverse serie d’idee e di cognizioni, frattanto che la considerazione occupata da chi ha perfezionato un oggetto, non lascia luogo che a cercar nuovi oggetti per occupare simile considerazione.
Dunque la protezione alle scienze, la curiosità nudrita nella fervida gioventù, il premio accordato alla laboriosa virilità, togliere nelle scienze come nelle arti ogni privilegio esclusivo, per cui divengono tiranne ed usurpatrici, e per conseguenza indolenti nel perfezionarsi, ed attive nell’abbattere gli emoli e concorrenti, saranno mezzi indiretti, ma non meno perciò efficaci, dei più diretti ed immediati, per il progresso delle arti e manifatture. Neutono, che ha scoperto il sistema dell’universo e l’attrazione equilibratrice delle cose; Locke, che, a traverso della nebbia dei termini, ha portato la fiaccola dell’analisi nei più segreti nascondigli dell’intelletto umano: sotto le stesse leggi e fra li stessi costumi hanno vissuto di coloro che hanno perfezionato le volgari manifatture della lana, che hanno elevato il durissimo acciaio alla lucidezza ed allo splendore dell’oro, e piegato all’eleganza delle forme più leggiadre.
Tutta la natura ha sentito il dominio delle scienze, e le arti tutte sono state tocche dall’elettrica fiamma dell’invenzione, e col fermento e colla gara di tutti gl’interessi si sono ripulite d’ogni rozzezza ed imperfezione, delle quali il frettoloso bisogno le avea impastate. Non una circondotta giurisprudenza, non un misterioso e vano circolo di mediche e tradizionali formole, e non una sconnessa e fortuita congerie di fatti, né la curva e laboriosa imitazione degli antichi modelli, né la divota e pusillanime scelta delle parole, saranno mai le scienze miglioratrici delle condizioni degli uomini, e madri di vera ricchezza e potente prosperità nelle nazioni. Ma la scienza dell’uomo in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma la ricerca attenta ed imparziale dei grandi fenomeni della natura, ma l’ardito congetturare, ma l’ostinato tentare, ma il battere le strade sconosciute e solitarie che guidano al vero, impervio al timido e cieco calcolatore delle pedate altrui, sono i soli mezzi onde si possano sperare progressi fra la moltitudine riunita; la quale non si perfeziona colla perfezione d’alcuni individui, ma coll’avvicinamento e coll’urto di molti errori, di molti tentativi, di molti interessi.
A che mai sarebbe ridotta una nazione, se le minute prescrizioni e i servili metodi di taluni volesse inesorabilmente seguire, mentre le altre, collo scorrere de’ secoli, si allontanano sempre più dall’errore infelice, e si avanzano verso il vero beato e sicuro, rischiarandosi alla luce serena ed equabile della filosofia? Questa si giacerebbe ancora prostrata ed involta nelle vecchie tenebre, e l’accumularsi dei secoli non sarebbe per lei che un uniforme tramandarsi dai padri nei figli lo scolo della barbarie, e il bulicame degli antichi errori.
Ma le arti e le manifatture, se dalle scienze prendono aumento e perfezione, dalle belle arti principalmente e dalle matematiche sono mirabilmente nudrite ed allevate. Queste l’esatto raziocinio, il freddo paragone e i più lontani rapporti delle cose sensibili insegnano a discoprire; quelle formano il premio dell’uomo onesto, la delizia delle anime delicate, ed ingrandiscono la sfera, naturalmente limitata, dei nostri piaceri, non altro essendo che un artifizioso richiamo e condensamento delle sensazioni più aggradevoli e le più interessanti, unito all’utilità di un fine che ciascuna bell’arte si propone; insegnano a coltivare la nostra imaginazione, la quale, se non ha l’alimento del bello e del vero, precipita nel tenebroso e nel fantastico, e se non è ricreata da spessi adombramenti della sospirata felicità, si rovescia fra le malinconiche e dubbie larve del fanatismo e della superstizione.
Dunque s’onorino le belle arti, senza eccezione; se ne premino i capi d’opera, si mantengano e si cerchino gli esemplari del buon gusto, e i principii suoi, principii inalterabili quanto l’umana natura, si studino. Allora vedrassi, nelle arti e nelle manifatture, nelle stoffe e negli addobbi, nel seno dell’indolenza e fra la pompa insultante, non solo i trofei della disuguaglianza, ma l’impronta pacifica del bello, e forse ancora le seguaci virtù, se non se eroiche e strepitose, le benefiche e mansuete, le quali con una moderata voluttà spesse volte si accompagnano. Le scuole di disegno, le accademie di pittura, di scoltura, di architettura, i pubblici monumenti, i viaggi dei giovani studiosi, saranno un oggetto di pubblica economia sempre interessante e sempre utile, e a noi insegneranno a rispettare la succinta modestia di coloro che, lontani dagli studi comuni e pecuniosi, soffrono i rimproveri e la derisione di quelli che, con imponente sopracciglio, alla contagiosa aura popolare si fanno belli d’una scienza inutile e dannosa sovente alla nazione, quantunque utile talvolta ad alcuni particolari.
III. Della preferenza e distribuzione delle diverse arti e manifatture
27. Nella prima parte di questi Elementi noi abbiamo sufficientemente indicati i principii, come ancora nel primo capitolo di questa terza parte, onde subito scorgere a quali arti dobbiamo dare la preferenza: onde qui basterà di questa materia dare un breve cenno.
Abbiamo detto che le arti più vicine a rappresentar l’alimento sono quelle che devono essere preferite. Chiamo arti più vicine, quelle che soddisfano ai bisogni più inesorabili dopo quello: il vestito dunque grossolano, che copre le classi più laboriose, sarà l’arte che meriterà la preferenza, prima di introdurre le più raffinate. Qui non si tratta di escludere, il che sarebbe rovinoso, ma a quali debbano indirizzarsi prima d’ogni altra le pubbliche premure.
Per più ragioni saranno piuttosto quelle che queste. Perché, quantunque di minimo valore ciascuna in particolare, pure l’universalità e l’esigenza dell’uso formano una somma assai più considerabile, presa tutta insieme, di quello che la formino le manifatture più raffinate, le quali necessariamente esser non possono troppo numerose, almeno relativamente a quelle. I bisogni primari e secondari del popolo, più immediatamente e più facilmente soddisfatti, animano ben più l’agricoltura di quello che le arti più remote e più straniere alla bassa e promiscua contrattazione.
Anche i più opulenti e lussureggianti proprietari sono costretti, nell’ampiezza e nel volume delle loro case e de’ loro arredi, di ammettere nella maggior quantità le umili e sode produzioni delle arti comuni ed universali, riserbandosi soltanto di conservare le eccelse e frivole delle arti le più fine per le lor persone e per gli usi loro immediati, ai quali si degnano di discendere. Quelle per lo più si formano dalle materie prime prodotte nello stato, o, se vi sono introdotte, almeno e la man d’opera, e i colori, e gli stromenti, e tutto il residuo apparato che ingombra una manifattura popolare, sono produzioni nazionali: quasi tutto ciò è forestiero nelle manifatture più complicate e dispendiose, principalmente nei primi progressi delle medesime.
Ogni manifattura, in proporzione che è più complicata, che adopera un maggior numero di persone, che è più dispendiosa, un più piccolo volume di essa rappresenta una maggior massa di alimenti e di produzioni primarie destinate alla consumazione; queste, o per dir meglio l’equivalente, restituir si deve dal manifattore alla medesima, dopo ch’egli, collo spaccio della manifattura, n’averà attratto a sé una porzione considerabile.
Supponiamo dunque una nazione molto scarsa delle manifatture più usuali, e provveduta delle più fine; e fingiamo che tanto guadagni uno di questi manifattori, quanto molti dei primi. In tal caso il manifattore più fino non restituirà che in proporzione delle sue spese: ma le spese d’un solo che viva comodamente, sono sempre minori di quello che siano le spese di molti, presi tutt’insieme, ancorché ciascheduno spenda un poco meno, in proporzione della vicinanza dell’uno alla classe degli altri. Dunque la restituzione del guadagno, e la restituzione che se ne fa nelle classi subalterne, sarà sempre più tarda e meno egualmente distribuita, a misura che le manifatture hanno meno per oggetto i bisogni più universali e necessari, che quelli più particolari e superflui. Ma quando sieno abbastanza stabilite le manifatture di primo uso e di prima necessità, l’ascendere alle più raffinate, oltre che la condizione delle cose medesime, vi ci conduce naturalmente: sarà sempre ottimo l’accelerarne i progressi, perché allora, soddisfatti coll’interno travaglio i bisogni popolareschi e d’ampia universale esigenza, il guadagno delle arti raffinate sarà fatto sulle altre nazioni, e per conseguenza crescerà nello stato la massa delle ricchezze, o sia delle cose utili e piacevoli, o almeno ciò che le rappresenta e che le dà un diritto di acquistarle.
Ma la comune esigenza medesima non sarà la sola primaria norma onde scegliere le manifatture; bisognerà ancora aver riguardo alle materie prime, che il suolo è capace di produrre nelle date circostanze. Sarebbe per esempio un pazzo consiglio lo spatriare presso di noi l’accostumato lino, per alloggiare il forastiero cotone; così, quantunque le lane sieno le materie prime che, dopo l’alimento, offrono i più comuni e men dispendiosi comodi della vita, e ci difendono nelle necessità le più indispensabili, io però non crederei perciò che si dovesse abbattere l’immensa popolazione dei nostri gelsi, e dissipare le 115.000 vacche che pascolano i nostri prati, e il grano alimentatore diminuire, per coprire questa fertile provincia di pecore. Dunque in tali circostanze si permetteranno le pecore dove possono sussistervi, e in moltissimi luoghi lo possono, senza dar loro una preferenza che alieni gli uomini dall’incominciato corso di proficue accostumate colture che naturalmente vi si stabiliranno. Bastano per incominciare i più grossi lanifizi, in favor dei quali, lasciando libera o veramente premiando l’introduzione delle lane forastiere, potranno prendere in breve tempo un aumento considerabile, e riacquistare l’antica superiorità. Così non potranno tali arti animarsi e perfezionarsi in pregiudizio delle arti della seta, il giornaliero di cui aumento chiaramente ci richiama a rivolgere ogni cura ed ogni attenzione verso una produzione e verso una manifattura assai più utile a noi per l’abbondanza che per la perfezione, dalla quale ancora siam lontani, per la folla di inestricabili pregiudizi nei quali siamo involti, pregiudizi che più allignano profondamente sempre mai nei facili e fecondi terreni, che nei magri ed ingrati, ove siede, maestra sollecita ed inquieta, l’inesorabile necessità.
28. S’è detto abbastanza intorno alla preferenza delle diverse arti. Ora sarà opportuno toccar qualche cosa del luogo migliore ove stabilirsi possono le manifatture; il che sarà detto in una parola, col dir che meglio è che siano nella campagna che nella città, e nei luoghi di campagna più vicini alle strade regie, solide e spedite, vicino ai fiumi ed ai laghi, dove le acque ed i trasporti rendono minori le spese di cui è aggravato il manifattore. Quelli, che la vanità trasportano dall’individuo alla nazione, restano abbagliati senza dubbio nel vedere, tra una immensa moltitudine di popolo, ammucchiata ed avvolta nel fumo d’una capitale, la folla ed il mormorio di numerose ed ampie manifatture, ed odierebbero il volerle allontanare nell’aperta e solitaria campagna. Ma io li prego di considerare a quanto maggiori inconvenienti siano soggette le manifatture cittadine, e condensate, ed a quanto minori le manifatture villareccie e sparse. Le derrate le più necessarie, il vitto ed il vestito, poi l’alloggio, e gli operai medesimi, costano molto più nella città che nella campagna, perché ivi costano di più, dove siavi maggiore consumazione per la derrata d’alimento, e questa essendo più cara, più cara rende ogni cosa necessaria a tutti quelli che concorrono ad una manifattura. Gli uomini esigono un salario maggiore non solamente perché più necessario, ma perché, quanto le città sono più grandi, i mezzi di vivere oziosamente si fanno più frequenti e più facili, ed ivi si forma una concorrenza tra il prezzo che l’inerzia divora, e il prezzo che il travaglio esibisce, onde la man d’opera diviene più cara e difficile.
Per lo contrario, alla campagna un salario anche più scarso è una fortuna per il contadino. Una manifattura o due, che intorno ad un villaggio ben coltivato si stabilisca, aumentano ordinariamente la popolazione; l’industria di quelli, il superfluo di essa trova un impiego, e tutti veggono sotto gli occhi uno stato, al quale possono avvicinarsi raddoppiando l’attività delle lor braccia e l’esattezza della lor frugalità. Le manifatture hanno un esito che dipende da moltiplici e varianti circostanze; sono soggette a frequenti intervalli d’inazione; i lutti, che il cerimoniale ancor consagra in Europa, sospendono qualche volta ed arenano un numero considerabile di manifatture, e le guerre ed altri avvenimenti producono il medesimo effetto. Se tali manifatture sono costipate nelle città, una immensa moltitudine d’operai resta senza pane e senza risorsa, a peso del pubblico, o a peso dei manifattori medesimi, i quali si rovinano col diminuire giornalmente i propri capitali. Se sono alla campagna, gli operai non saranno giammai tanto stranieri alla terra presente che li circonda, che non abbiano un compenso col lavorare interinalmente la terra medesima. Questi operai, essendo tolti dalle rustiche famiglie, conservano sempre qualche piccola porzione di terreno, che unitamente mettono in valore; colla sospensione della manifattura non cesseranno però d’ogni sorte di fatica e di produzione. Qual differenza immensa, per questo solo articolo, fra le manifatture della città e quelle della campagna! Una maggior consumazione, essendo più immediata e più vicina alla produzione, animerà di più l’agricoltura, e l’esempio d’un commercio più vivo renderà più attento l’agricoltore a mettere in valore le terre, onde risparmiare tanto che basti per incominciare un commercio ed avviarsi ad un cambiamento di fortuna.
Finalmente, i considerabili guadagni che le estese manifatture mettono in istato di fare gli opulenti manifattori, quando siano vicini gli uni agli altri, eccitano un lusso ed una gara d’ostentare le proprie ricchezze, il quale tende a poco a poco a rovinare le manifatture medesime. Il lusso dei proprietari delle terre è meno pericoloso, perché appoggiato ad una riproduzione limitata, costante e periodica. Si rovinano le famiglie, si diminuiscono le produzioni del suolo, ma la terra non fugge, e solamente passa d’una mano nell’altra. Ma il lusso dei manifattori e commercianti è, da una parte, fomentato dal momentaneo accumulamento di grossi guadagni, ed ingrandito dall’aspetto di ampie somme che vanno e vengono continuamente. Dall’altra parte, i rischi, sempre in proporzione dei guadagni, sono maggiori, ed ogni diminuzione del capitale è un annientamento non solo della ricchezza del manifattore, ma quasi sempre ancora della ricchezza d’uno stato: perché s’interrompono e si diminuiscono le operazioni tutte, che interrompono la manifattura medesima, senza speranza che sieno sostituite; perché le spese della dissipazione non ricadano nelle mani dei primi manifattori, ma si disperdano in vantaggio dei piccoli commercianti: il che può tornare in utile dello stato, per questa parte, ma in maggior danno per l’altra, annientando una sorgente di travaglio produttivo. Finalmente le manifatture del medesimo genere, se troppo vicine le une alle altre in una città, non tanto contribuiscono all’abbassamento del prezzo per la gara reciproca di vendere, quanto sono gl’inconvenienti sopra indicati; e può talvolta avvenire che si sforzino ciascuna di accordarsi insieme per erigersi in corpo privativo, dannoso alla nazione egualmente che alla perfezione della manifattura.
29. In ultimo vi sono delle arti, delle quali la prosperità è dannosa al molto maggior numero di esse, ed a tutta la catena degli affari e delle azioni economiche dello stato. Siavi, per esempio, in una nazione abbondanza di filugello (materia prima cresciuta nel paese che fornisce buone, solide e poco dispendiose manifatture per il piccolo lusso del popolo), e nella medesima siavi fabbrica privativa di tele di cotone dipinte, nella quale e la materia prima e i colori, e tutto, sia straniero, fuorché la sola man d’opera; chiara cosa è che questa manifattura potendo per la privativa prevalere sulla nazionale dei filugelli, ne avvilirà la produzione, e vi sarà una produzione meno estesa e meno proficua per un gran numero di artigiani, un minor vantaggio per gli agricoltori e proprietari delle terre, un’uscita di denaro dalla nazione: uscita che però potrebb’essere ricompensata con una maggiore entrata per lo spaccio al di fuori della manifattura, ma che però non ristorerebbe la perdita dei maggiori vantaggi che nascerebbero dall’impiego d’una materia prima cresciuta nel paese, che parimente potrebbe sortire. È qui da avvertire che è sempre maggiore la concorrenza tra le manifatture di materie prime nazionali della concorrenza tra le manifatture di materie prime forestiere, a pari esigenza ed abilità a soddisfare ai bisogni a cui tali arti sono destinate. Le relazioni sono più vicine, le corrispondenze più facili, le condizioni dei contratti meno rigorose e più indulgenti. L’uomo è più eccitato dalle cose presenti, che dalle lontane; dunque la concorrenza tra le manifatture di filugello sarebbe sempre maggiore della concorrenza tra le manifatture di cotone, e per conseguenza lo spaccio sarebbe anche perciò sempre più considerabile.
30. Altro esempio di queste due prosperità, contrarie l’une alle altre, di diverse arti e professioni, si è questo: dove i trasporti sono difficili, un gran numero di persone vive su tali trasporti; dove non siano regolamenti che rendano facilissimo e di pochissimo valore il viaggiare, ivi crescerà, in proporzione delle necessità ed esigenza di tali viaggi e trasporti (esigenza che può divenir frequente in un paese agricolo e manifattore, nonnostante tali difficoltà), la prosperità e i profitti dei trasportatori, e vetturali e simili. Ora, una grandissima facilità e bontà delle strade, le diligenze, i procacci, i canali, ed altre istituzioni che rendano a buon mercato qualunque trasporto, farebbero danno e torto ad una quantità di persone che un tal mestiere esercitano, ma nel medesimo tempo renderebbero più animato il commercio dei generi e delle materie prime, più numerose e più frequentate le arti tutte, e questo accrescimento essendo d’immensa quantità, più utile alla maggior parte, di quello che sia il danno recato a questi trasportatori: danno più passaggero che durevole, perché prestissimo crescerebbero le occasioni dei trasporti meno lucrosi, ma più frequenti; dunque doverassi poco curare la ricchezza d’una tal professione, in confronto del danno che questa ricchezza apporta a tutta la mole degli affari economici della nazione.
IV. Della disciplina con cui le arti devono esser tenute
31. Le cose dette negli antecedenti capitoli ci renderanno assai spediti in questo. Tre sono le qualità, dicono gli scrittori di economia, che si ricercano in ogni arte e in ogni manifattura: bontà e varietà e buon mercato. Chiamasi buona una manifattura: primo, quando ottimamente soddisfaccia all’uso per cui è destinata; secondo, quando sia durevole, sia nel tutto, sia in ciascuna delle sue parti; terzo, quando sia fina, cioè quando non vi sia impiegata più materia di quella che faccia d’uopo all’uso presente dell’arte medesima.
La varietà poi è richiesta tanto, quanto sono vari i capricci, i gusti e le maniere di sentire degli uomini, i quali, se si rassomigliano moltissimo nelle primarie operazioni della loro facoltà, divengono poi differentissimi nelle più complicate, quali sono appunto le arti e manifatture delle nazioni colte e raffinate. Questa varietà è tanto più necessaria, quanto ella si scorge non solamente nei diversi uomini, ma ancora nello stesso individuo, il quale, a misura che è disocupato, si stanca dell’uniformità, e dimanda mutazione e novità. Quindi il capriccioso predominio della moda sulle anime frivole e oziose, le quali, mancando di grandi oggetti e di ample occupazioni che assorbiscan la maggior parte della loro sensibilità, questa rivolgono ad osservar continuamente esse e gli altri, e le cose che loro stanno d’attorno, onde ne nasce una continua inquietudine e gara, negli uni di distinguersi, e negli altri di tosto assomigliar coloro che si distinguono, ed un continuo entrare ed uscire, sempre però nel breve giro delle medesime cose, appresso a poco, perché il peso dell’abitudine vincitrice, e l’autorità de’ costumi generali, non permettono cangiamenti subitanei del tutto e delle parti più essenziali, ma solo delle piccole ed accessorie. Dunque quanto più le arti soddisferanno ad un maggior numero di queste capricciose esigenze, tanto maggior esito avranno, e tanto maggior profitto recheranno a chi le professa; dunque ogni arte che involve colori, forme, disegni, dovrà aver sempre un ampio corredo ed una moltiplice raccolta di tutte le varietà di cui sono suscettibili gli oggetti da quella fabbricati, incominciando dalle nude e semplici forme che rigidamente servono all’uso soltanto, estendendosi poi molto nelle temperate combinazioni del bello, non escludendo totalmente il minuto e l’esaggerato del capriccioso e bizzarro: il che se ne avverrà con iscandalo dei conoscitori e dei buongustai, ritornerà però in profitto ed in progresso delle arti: le quali prevaleranno in quelle nazioni che prima delle altre si sono rese arbitre delle forme, e con dispotica incostanza le hanno più delle altre sapute variare, perché non altro resta a queste che la tarda imitazione, e quelle hanno in favor loro la prevenzione del primato, tanto più forte, quanto il soggetto è più indeterminato e fantastico.
Della terza buona qualità d’ogni manifattura, cioè del buon mercato, non occorre qui parlarne, essendo cosa manifesta per se medesima, e già più volte toccata ne’ passati paragrafi, come prodotta dalla concorrenza e dalla libertà.
32. Dunque ogni buona disciplina delle buone arti deve avere per iscopo di procurare queste tre qualità, bontà, varietà e buon mercato; accioché la bontà conservi ed aumenti il credito dei manifattori, la varietà alletti ed inviti ogni genere di persone, ed il buon mercato faccia risolvere e moltiplicare gli avventori, sì nazionali che forestieri. Ora, la pubblica economia non ha per oggetto che il tale manifattore, piuttosto che il tale altro, abbiano riunite ne’ loro prodotti le suddette tre buone qualità, ma che queste dominino nella maggior parte, in maniera che siino atte a procurare un grande esito della nazionale manifattura; nella stessa maniera ch’essa non cerca la ricchezza d’uno piuttosto che d’un altro, purché la ricchezza sia molta e ben distribuita. Ora, una sufficiente libertà da se medesima procurerà queste tre buone qualità delle manifatture, e sforzerà col mezzo sicurissimo dell’interesse, perché, dopo moltiplici sperienze, l’esito si fisserà presso quel manifattore che darà alle sue merci le tre suddette qualità nel maggior grado possibile, e sparirà affatto da quelle cui mancano. Onde, lasciata alle arti la forza espansiva della libertà ed il vigore che dà naturalmente all’animo la gara degl’interessi, si otterrà meglio l’intento che colla moltitudine de’ precetti, col rigore degli ordini, che rendono diffidenti ed alieni gli animi da una intrapresa per se stessa difficile ed avventurosa.
Dunque la disciplina delle arti non dev’esser coattiva e legislatrice, se non dove si prevegga che non mai, o troppo tardi, l’interesse privato giungerà ad unirsi col pubblico, dove la scoperta delle frodi è lenta e remota, ed il guadagno che apportano è presente e considerabile. Verbi gratia, quando la perfezione della manifattura richiegga essenzialmente preparazioni complicate ed anticipazioni di spese, ivi senza dubbio è meglio che la cosa sia non fatta che mal fatta; ivi le leggi coattive, che impongano condizioni per le quali non si faccia tal cosa, se non in tal maniera, e pene proporzionate ai contravventori, sono senza dubbio necessarie ed utilissime, perché, col moltiplicarsi la concorrenza degl’individui alla medesima arte, non s’accumulino errori sopra errori ed inganni sopra inganni, onde il complesso dell’arte intera cadrebbe in discredito, svanirebbe una parte delle forze produttive d’uno stato. Quindi in quelle arti nelle quali la frode può celarsi per un tempo considerabile, e produrre un gran vantaggio al manifattore – come nelle stoffe dove entrano colori, nei metalli, nelle preparazioni delle pelli, o in altro, nelle quali o il lung’uso, o la consumazione, o la chimica soltanto possono svelarne i difetti, per cui la buona e la cattiva opera all’occhio e presto non si conoscono –, sono salutari quelle leggi che prescrivono e la dose degl’ingredienti, e i tempi e i luoghi migliori dell’artifizio, ed eseguito, lo assoggettano all’esame ed al riconoscimento; della bontà del quale se ne dà più pubblica ed autentica testimonianza col bollare a segni riconosciuti e riservati ogni produzione che debba esser messa in vendita, sia dentro, sia fuori dello stato. Né questa precauzione sarà mai riputata una violenza ed un legame fastidioso per la libertà delle arti, perché non è giusto che i buoni soffrano dai cattivi, né la maggiore dalla minor parte, cioè la nazione dai particolari; né i buoni manifattori giammai se ne querelano, né perciò si distolgono dalle meditate intraprese per una tal soggezione, se non quando si volessero troppo pedanteggiare, o si molestassero con inutili formalità, o di questi bolli se ne facesse un articolo troppo oneroso di finanza, o un laccio per fare inciampare in pene pecuniarie i poco avveduti; il che è troppo lontano dalla moderazione dei tempi presenti, perché ciò accada. Io però (quando le circostanze dell’esazione del tributo non richieggano altre viste) non so se sia necessario assoggettare coattivamente le manifatture di tal genere di defraudazione facile, in vece di lasciar la libertà a tutti d’assoggettarvisi, mediante una pubblica e severa dichiarazione, che quelle merci che averanno il bollo – ch’esser dovria gratuito più che fosse possibile – avranno la pubblica fede ed autorità garante della bontà e fedeltà con cui sono eseguite; le non bollate restino al rischio ed all’esame e fiducia di ciascheduno, colla diffidenza che possono risvegliare, mancando di questo solenne testimonio, e col timore d’una pena considerabile che si dovrebbe infliggere scoprendosi la frode.
Parmi che un tal mezzo sarebbe più conforme a quello spirito di libertà con cui le arti vogliono esser trattenute, né meno efficace del metodo universale e perquisitorio, perché sufficiente sarebbe a conservare la buona fede dell’esterno commercio; e tutti i buoni ed utili manifattori vi si sottometterebbero tanto più volentieri, quanto questa sommessione darebbe loro un vantaggio ed una preferenza sopra i renitenti.
33. Vi sono alcune arti, le quali, per la preziosità della materia, la quale rappresenta in piccol volume un gran valore, e perciò la fortuna intera di molti, ricercano una più stretta disciplina. Tali sono, per esempio l’oro, l’argento e le gemme. Queste arti pare che esigano, a differenza di tutte le altre, d’essere riunite in un corpo solidale, il quale, osservando più da vicino e più strettamente tutti i suoi membri, risponda al pubblico colla massa di se medesimo. Da queste viste nasce ancora l’uso universale, che dette arti non sono sparse per le città, ma riunite in un luogo solo, onde si difendano e si diano reciprocamente soggezione. In queste, come ancora nelle arti dove siavi complicazione d’ingredienti e facile frode, si può ammettere l’uso che domanda esami e prove di chi vuole impiegarsi ad una tale arte, e tant’anni di servizio e di esercizio presso un maestro già riconosciuto ed approvato. Le cose anzidette dimostrano l’utilità e sovente la necessità di tali mezzi; ma io non veggo a qual fine tendano, se non ad avvilire e ad inceppare l’industria, simili prescrizioni e riserve in tutto il resto delle arti per le quali non militano le medesime ragioni. Chiara cosa è che un falegname ed un calzolaio, ed un sarto ed un fabbro ferraio possono essere in solo loro danno (quando per altra parte sia indennizzato il particolare) cattivi artefici ed ignoranti; né per essi doversi esigere esami, né da loro esibirsi i così detti campioni e capi d’opera di professione.
Dobbiamo perciò concludere col non mai abbastanza ripetuto assioma, che la disciplina coattiva e le pene hanno per sola regola la necessità, che le leggi animatrici ed i premi sono i soli mezzi che dimanda la perfezione; e che, tra questi due moventi estremi dell’uomo, tutto il resto è meglio combinato dalla libertà e dalla concatenazione ed urto degl’interessi lasciati a loro medesimi ed ai loro naturali andamenti, per cui tendono ad equilibrarsi ed a riunirsi.
Parte quarta.
DEL COMMERCIO
Eccoci arrivati alla parte la più interessante dopo l’agricoltura, e la più estesa di tutti questi Elementi, vale a dire al commercio preso in tutta la sua estensione, cioè nelle origini e conseguenze che ne derivano, e nei mezzi che lo accrescono o lo diminuiscono; delle quali cose dando noi i principii, li daremo colla maggior brevità e nello stesso tempo nella maggior ampiezza possibile; qualità benissimo combinabili da chi non cerca d’invilupparsi nella moltiplicità de’ dettagli storici, e, sfuggendo la pompa d’una posticcia erudizione, cerca di formarsi una solida e ben digerita serie di adequati principii degli oggetti intorno ai quali medita e si affatica.
E per seguire la legge sinora da noi fedelmente osservata, di richiamar le cose alle origini, noi comincieremo subito dal mostrare come da tenuissimi principii il commercio sia andato avanzandosi a tanta mole ed a tanta complicazione di affari; onde, seguendone i di lui progressi, si vedrà nello stesso tempo la serie delle cose da trattarsi.
I differenti e successivi bisogni degli uomini hanno determinate e suggerite le diverse operazioni ch’essi doveano fare per soddisfarli; perché gli uomini ignoranti e selvaggi tutto al presente, pochissimo al futuro riguardando, di pochissime cose accontentandosi, ognuno da se stesso si procacciava e si adattava le cose sue. Così le arti e le produzioni de’ popoli cacciatori dovettero essere scarsissime. Un sasso scagliato, un rozzo bastone, quindi un legno più acuto e pungente, e poi un arco, erano i soli arnesi di quelli, e ognuno se li faceva, e procurava secondo il bisogno; le spoglie degli animali uccisi erano da ciascheduno dalle proprie prede per uso di vesti torte ed avvolte d’intorno: così del resto.
Le occupazioni e i mezzi dei popoli pastori fattesi più lunghe e più ragionate, e questi più numerosi, fecero crescere e la quantità dei bisogni, e la copia delle arti onde appagarli. Dunque le arti e le produzioni dei popoli pastori furono in maggior numero e più complicate di quelle dei popoli cacciatori. Ma crebbero a dismisura e le une e le altre nei popoli agricoltori; così che, rendendosi sempre più facili e più certe le operazioni produttive delle cose utili e soddisfacenti i bisogni e i comodi della vita, e crescendo la vicendevole e varia avidità e ricerca delle medesime, nacque a poco a poco una abbondanza ed un superfluo di ciaschedun prodotto dagli uomini operato al di là dell’esigenza del bisogno particolare, che avea ciascuno indotto ad operare tal cosa piuttosto che tal altra; onde chi mancava di una cosa che trovavasi sovrabbondare ad un altro, dava di quella che si trovava avere di superfluo, essendoli quella dall’altro similmente richiesta; onde, visto per esperienza essere più facile il fare sempre la stessa cosa che il farne diverse, s’indusse ciascuno degli uomini a cercare di moltiplicare la quantità di una sola produzione per averne, un dì, soverchio del bisogno, il quale poi potessero cambiare con altre cose, che loro bisognassero, da altri fatte e moltiplicate colle medesime viste. In questa maniera nacque il commercio, ed uno stato distinto e formante epoca nel genere umano, quale è quello dei popoli commercianti, dal quale solo noi dobbiamo riconoscere il raffinamento, la coltura e la perfezione presente della specie umana.
E come prima nessuna cosa era stimata, se non a misura ch’ella era utile a soddisfare le esigenze e i comodi della vita, dal che ne venne l’idea e la parola di valore, cioè avere forza, abitudine, abilità ad adempire ad un fine; così, in questo ultimo stato di cose, le cose cominciaronsi a stimare secondo che divenivano atte a procacciarne delle altre. Onde il valore assoluto divenne in seguito relativo e venale, e significò la podestà che avea ciascuna cosa di essere cangiata con tutte le altre; e la quantità, che di ciascuna cosa si dovea dare per un’altra, determinò e si chiamò il prezzo di questa. Dunque primo oggetto di questa parte sarà la teoria del valore e del prezzo delle cose. Ora avvenne che, per alcune cagioni universali ed indispensabili, alcune merci per la frequenza, generalità e facilità ad essere contrattate, divennero la misura comune e il modello di paragone al quale si rapportavano e si misuravano i valori di tutte le altre cose. Questa misura comune fu chiamata moneta; quindi secondo oggetto sarà la teoria e i regolamenti della moneta.
Reso più fitto e più spedito il commercio delle varie produzioni, molti si diedero a fare ed a vendere le medesime cose, molti a comprarle; quindi la concorrenza, terzo oggetto. Frattanto che queste stesse cose, e sopra tutto la misura comune, o sia la merce, d’universale paragone del valore di tutte le altre merci, andò successivamente passando d’una mano nell’altra, il qual complicato fenomeno chiamossi circolazione: l’esame della natura e conseguenze della quale forma il quarto oggetto. Si distinsero le nazioni, e si fermarono frattanto in diverse e disparate situazioni, e sotto costituzioni, leggi e forme di governo differenti si riposarono, facendo corpi separati e distinti. Quando ciascuna di queste nazioni acquistava un maggior numero di ricchezze di quello che fornisse ad altre nazioni per un reciproco commercio, si disse che faceva un commercio attivo; quando ne dava una maggior quantità di quella che ne riceveva, si disse che facesse un commercio passivo, che or cresce, or diminuisce a vicenda per varie cagioni; e questa maniera di considerare il commercio chiamasi bilancio del commercio, quinto oggetto. Da tutte queste complicate combinazioni nacque la disuguaglianza nelle ricchezze e le diverse maniere di spenderle; onde il lusso, sesto oggetto. Questo lusso, questa circolazione, questo bilancio del commercio, ed il commercio medesimo, sono trattenuti e diretti principalmente dalla quantità del denaro. Ora, questo denaro può avere varie destinazioni, e in primo luogo molti possono esser bisognosi di questo segno rappresentatore di tutte le merci, e pegno e sicurezza di ottenere una determinata quantità di cose necessarie o desiderate; molti possono trovarsi nella situazione di prestarne a chi ne richiedesse, a certe condizioni però utili al prestatore, ricompensanti il danno che egli soffre privandosi per un tempo determinato di tali valori; dunque settimo oggetto sarà degli imprestiti e degli interessi del denaro.
In secondo luogo, rendendosi sempre più larga ed estesa l’attività delle nazioni commercianti, diversi individui di quelle si trovano a grandi distanze a vicenda debitori e creditori, ed averebbero di mestieri di trasportar sempre con rischio e con dispendio considerabili valute a grandi intervalli, se non si fosse trovato il modo, con lettere di cambio, di cedersi e tramutarsi vicendevolmente debiti e crediti rispettivi, e di trasportare colle lettere di cambio i fondi senza trasportare il denaro; quindi la teoria e natura del cambio, ottavo oggetto da considerarsi.
In terzo luogo, spessissimo il solo motivo della sicurezza e della facilità e celerità delle contrattazioni ha indotto chi presiede alla pubblica felicità ad aprire dei pubblici depositi, sotto la tutela della suprema autorità, dove potesse ciascuno mettere il proprio denaro con sicurezza ricevendone un biglietto di credito, il quale poi circolava nella contrattazione colla medesima forza che aver potesse il denaro che esso rappresentava; talvolta i pubblici bisogni esigevano che si prendessero dai privati denari ad imprestito col pagarne un annuo frutto, al quale danaro dai particolari ricavato si sostituivano parimente autentici biglietti che entrano in circolazione; quindi nono oggetto sarà dei banchi, dei monti pubblici, loro vantaggi ed inconvenienti, e leggi di quelli. Da questi tre ultimi oggetti, che ingrandiscono e stringono le relazioni delle nazioni le une colle altre, ne nasce il credito pubblico, cioè la confidenza che hanno reciprocamente i diversi corpi dei negozianti di differenti nazioni gli uni verso degli altri, il che come nasca, cresca, si mantenga e si diminuisca forma il decimo oggetto di questa parte. Questi oggetti formeranno la materia di altrettanti capitoli, ai quali aggiungeremo un undicesimo, che tratterà di alcuni punti di disciplina commerciante: se convenga escludere per esempio alcuni ceti dal commercio; se sian giammai utili le compagnie esclusive di commercio; qualche cosa intorno alla navigazione, più per l’integrità della materia che per bisogno che ne abbi la nazione milanese, tutta mediterranea e limitata alla piccola e breve navigazione dei laghi e dei fiumi, esclusa dalla grande ed autorevole del mare. Finalmente sarà terminata tutta la materia dal così detto commercio d’economia e dalla differenza delle leggi e principii di questo col commercio di derrate e manifatture, non ommettendo qualche cenno intorno a quel commercio che i negozianti chiamano commercio di speculazione, procreatore di così rapide ricchezze e così pronti fallimenti: le leggi de’ quali, per prevenirli e frenarli, chiuderanno questa quarta parte.
I. Del valore e del prezzo delle cose
1. Le cose tutte, considerate per se stesse, chiamansi valore, più o meno secondo che sono più o meno stimate; e più si stimano, primo, a misura che più contribuiscono a soddisfare ai bisogni, a crescere le comodità, a nutrire le delizie della vita; in secondo luogo, a pari attitudine a soddisfare a tali esigenze e a tali fini, a misura che sono più rare e più difficili a trovarsi. Le cose comuni e che si trovano dappertutto, quantunque essenziali, come l’aria e quasi sempre l’acqua, non hanno alcun valore; nella medesima maniera le cose di nessun uso, comodo o piacere, quantunque rarissime, non sono punto stimate, e sono di niun valore. Ma questa utilità e questa rarità delle cose non è sempre assoluta ed universale, ma spessissimo varia e relativa. Molte cose cessano affatto d’esser utili, perché si è trovata la maniera di sostituirne delle altre e più facili e più utili; il valore adunque delle prime cessa e diminuisce, di molte invece si aumenta, perché si sono scoperti nuovi usi e nuove utilità delle cose medesime; di più, moltissime sono rare in un paese ed abbondano in un altro, e senza allontanarsi dai medesimi luoghi tali individui ne hanno copia, e tali scarseggiano.
2. Da qui ne nacquero i diversi baratti che gli uomini fecero di varie con varie cose, ed il valore venale di ciascheduna di queste, cioè la maggior o minore attitudine che abbiano ad esser cambiate colle altre. Vi siano due merci sole, e due soli individui, che l’uno abbia vino, e l’altro frumento; se si levi la quantità di frumento che uno abbia necessità per se stesso, e la quantità di vino che l’altro vuol ritenere per sé, tutto il resto del frumento dell’uno varrà tutto il resto del vino dell’altro, quando amendue siano indifferenti a spogliarsi dei loro resti rispettivi di vino e di frumento per cambiarseli reciprocamente, e di maniera che tutto il frumento varrà la metà di tutto il vino; il terzo di tutto quello il terzo di tutto questo, così parimenti di tutte le parti e frazioni delle due merci, ancorché il frumento fosse doppio, triplo, quadruplo del vino. Così se l’avanzo del fromento dell’uno stasse in dodici vasi, e se l’avanzo del vino dell’altro stasse solamente in sei vasi eguali, i dodici del frumento valerebbero i sei del vino; sei del primo, tre del secondo; quattro di quello, due di questo. Ma il valore d’una cosa è l’attitudine a cambiarsi con un’altra: dunque quel valore sarà maggiore che otterrà una maggiore quantità della cosa che si prende in cambio; sarà minore quello che ne otterrà una minore. Dunque quanto meno daremo d’una merce per tanto più riceverne d’un’altra, altrettanto dirassi quella avere maggior valore di questa. Dunque in questo caso il vino averà maggior valore del formento, e il valore del vino sarà al valore del fromento 12 : 6, o sia 2 : 1; onde, se è lecito di geometricamente esprimersi in queste uniche circonstanze, il valore di una cosa all’altra sarà in ragione reciproca delle loro quantità assolute.
Ma supponiamo che colui il quale possiede il frumento abbia meno bisogno di vino, di quello che il posseditore del vino abbia necessità di fromento; in tal caso il posseditore di frumento vorrà dare una minor quantità di fromento, o per l’istessa quantità di fromento dimanderà più vino di quello che dimanderebbe, se le esigenze e le richieste fossero dall’una e dall’altra parte eguali e corrispondenti. Nel nostro caso, il frumento, più richiesto del vino, averà per questo riguardo un maggior valore, onde, se vi siano dodici vasi di frumento e sei di vino, senza una tale disparità di bisogno, due vasi di fromento vagliono solamente un vaso di vino; nel caso dell’accennata disparità, due vasi di fromento varranno qualche cosa più che un vaso di vino, o meno di due vasi di fromento varrà un vaso di vino; dunque il valore del frumento sul valore del vino crescerà o scemerà in proporzione diretta delle richieste rispettive di ciascuna cosa. Tra due persone sole contrattanti non è possibile calcolare la quantità a cui la disuguale ricerca farà salire il prezzo d’una cosa, e discendere il prezzo dell’altra; ognuno cerca di dare meno che può, e di ricevere più che sia possibile. Ma supponiamo che le dodici misure di fromento sieno divise fra due persone, una delle quali ne abbia sette, e l’altra cinque; egli è certo che a bisogni ed a richieste eguali e contemporanee, due di fromento ne compreranno una di vino, come nel caso antecedente; ma se i bisogni e le richieste sieno disuguali, cosicché il posseditore delle sette di frumento abbia più bisogno di vino che il posseditore delle cinque, egli è evidente che potrà dare una maggior quantità di fromento per lo stesso vino che l’altro potrebbe avere, o veramente per la stessa quantità di fromento ricevere minor quantità di vino; per conseguenza il valore del fromento diminuirà: onde generalmente il valore d’una cosa diminuisce col crescersi il numero dei venditori. Figuriamoci ora, come nel primo caso, un possessore di dodici misure di frumento, ed un altro di sei di vino, indi un terzo che abbia parimenti nove altre misure di vino; il solo che ha le dodici di frumento non potrà ottenere che una misura di vino da chi ha solamente le sei, ed una e mezza da chi ha le nove, per le due ch’egli darebbe a ciascuno separatamente. Colui che ha le sei misure di vino doverà ciò non ostante darne 1 1/2 per due di fromento, costretto dall’altro, ugualmente bisognoso, che può fissare un tal prezzo al suo vino. Quindi vediamo crescere il valore del frumento crescendo i compratori: onde generalmente cresce il valore d’una cosa col crescersi i compratori della medesima. Ma se il possessore del frumento averà bisogno di vino, egli sarà costretto a rimettere alquanto della sua pretensione, e si accontenterà di 1 1/4 che ciascuno dei due doverà dare per le due misure di fromento; perché quegli, che non ha che sei misure di vino, doverà crescere sempre un poco l’esibizione; quegli che ha le nove doverà sempre diminuirla: e questo moto contrario dovrà finire finché s’incontrino al medesimo prezzo; il che non può avvenire se non allora che il prezzo del primo da 1 sarà asceso ad 1 1/4, e il prezzo del secondo disceso da 1 1/2 ad 1 1/4. Questo valore di 1 1/4 chiamasi medio valore, o sia, insubricamente, adequato, perché infatti ad una eguale distanza è da 1 e da 1 1/2; il quale medio valore è quello che si considera dagli economi come il punto fisso intorno a cui si possono calcolare i guadagni e le perdite.
Ma questo valore delle cose sarà ancora alterato da altre considerazioni, se il possessore del frumento sarà distante dal possessore del vino, o quegli lo porterà da questi o questi da quello. Il trasporto è un travaglio che ha il suo valore; chi trasporta, vuol essere reintegrato della propria fatica; in caso di eguali bisogni ed esigenze, i trasporti si compenseranno o si divideranno; ma in caso di bisogni disuguali, cioè quando uno cerchi più di comprare di quello che uno di vendere, il trasporto sarà pagato dal compratore; o quando l’uno cerchi più di vendere, che l’altro di comperare, il trasporto sarà pagato dal venditore. Ma qui giova riflettere che i termini di venditore e di compratore sono perfettamente reciproci e correlativi. Per dare una più precisa definizione del venditore o del compratore, non supposta ancora la moneta, non essendo ambidue che cambiatori di cose con cose, diremo quello de’ cambiatori essere il compratore che ha bisogno e che dimanda, ed il cambiator venditore esser quello che dà il superfluo, e concede e rilascia: onde il trasporto è sempre pagato da chi ha il bisogno, e la differenza dei trasporti dev’essere combinata colla differenza de’ bisogni; onde a misura di queste differenze si darà dai venditori e compratori di fromento e di vino più o meno di queste derrate, in ragione composta delle diverse esigenze e delle differenti distanze fatte per il trasporto delle derrate.
3. Andiamo più oltre. Supponiamo ora che oltre colui che ha le dodeci misure di fromento e colui che ha le sei di vino, siavi un terzo che possegga quattro pelli ed abbia bisogno di vino e di fromento, come gli altri due desiderano aver delle pelli, oltre il bisogno che hanno uno di vino e l’altro di fromento. Supponiamo che questi due abbiano già contrattato tra di loro due misure di fromento per una di vino; il padrone delle pelli darà una pelle per tre misure di fromento: ora per tre misure di formento potrebbe avere una misura e mezza di vino; dunque darà una pelle per una misura e mezza di vino, dunque il fromento potrebb’essere considerato come misura comune delle pelli e del vino. Così di mano in mano aggiungendosi altre merci, ciascuna delle quali può essere cambiata con frumento, ed il frumento con tutte, potremo rapportare i valori di ciascuna merce alla quantità di fromento che per ciascuna si ottiene; onde sarà detto tale merce valere tanto fromento, tali altre tanto di più o di meno.
Ora supponiamo che vi sia un altro padrone di quattro pelli, ma che queste pelli siano state da lui preparate ed acconce in modo che servano più all’uso cui sono destinate, e siano rese più belle, più pieghevoli, più lisce; egli è certo che se il primo non darà le sue pelli gregge, ed ancora rozze e non preparate, che per tre misure di fromento per ciascuna, il secondo dimanderà delle sue qualche cosa di più: quei medesimi che cercheranno le pelli saranno pronti a dargliene. Se tutti fossero inabili a far ciò che ha fatto il conciatore delle pelli, questi potrebbe dar la legge a tutti gli altri, ed esiger sempre di più per le sue pelli finite, finch’egli prevedesse che gli altri non cesserebbero d’offerire; ma se altri possono fare e hanno già fatto questo lavoro, questi daranno il meno che potranno: quello dimanderà il più che gli sarà possibile, ma il limite intorno a cui si fermeranno sarà valutando il tempo che ha dovuto impiegare il padrone delle pelli per la sua fattura; colla quale valutazione costui si contenterà di ricevere, e quegli di dare in frumento l’accresciuto valore delle pelli. Supponiamo che ad acconciare ciascuna di queste pelli egli abbia durato il tempo necessario a consumare per proprio alimento una misura di fromento, o che facendo altra fattura avrebbe potuto procacciarsela; i chieditori delle pelli saranno pronti a valutare ciascuna di queste pelli preparate una misura più delle tre di fromento, prezzo delle quattro prime ancor gregge; il lavoratore poi delle pelli, sapendo esser questo il termine o limite a cui gli altri lavoratori possono darle, per timore di perdere il suo guadagno, o per dir meglio il valore della sua fatica, le cederà a questo prezzo. Adunque le pelli conce varranno ciascheduna quattro misure di fromento, o, in questa supposizione, due misure di vino, mentre le gregge non varranno ciascuna che tre di fromento e una e mezza di vino. Dunque il valore d’una cosa lavorata crescerà in proporzione del tempo necessario a lavorarla: e se più persone sono nel medesimo tempo impiegate a questo lavoro, crescerà ancora in proporzione del numero delle persone che s’impiegano al detto travaglio. E per riunire le dette proporzioni in una, basta dire che la misura di questo valore di tempo e di persone sarà l’alimento che in detto tempo da tutte queste persone si consuma, come abbiamo nella prima parte spiegato.
E infatti, egli è naturale che ognuno stimi il suo travaglio per la sua durata, e che questa durata si valuti dalle cose che frattanto dai travagliatori si consumano. Tale è il linguaggio tenuto dagli artefici e bottegai; e può ognuno colla propria sperienza aver conosciuto che essi con formole di tal natura si scusano con chi si lamenta dell’alto prezzo di qualche cosa. Se un altro più industrioso trova il mezzo di raddoppiare il prodotto nel medesimo tempo, non perciò si contenterà di dimandare il semplice prezzo della sua opera, che, quantunque doppia perché fatta nel medesimo tempo della prima, non sarebbe misurata che dall’alimento di tutto quel tempo; ma, avendo assuefatti i compratori a prendere i suoi lavori per un tal prezzo, dimanderà il medesimo prezzo per il medesimo lavoro, quantunque fatto nella metà meno di tempo. Lo stesso avverrà s’egli trova la maniera di risparmiare il numero delle persone; e questo valore è propriamente quello che chiamasi guadagno; e il minore o maggior guadagno, che si fa su ciaschedun contratto, determina il buon mercato o il caro prezzo delle merci rispetto alle lor simili. Finché uno non ha emoli o cooperatori a far le medesime opere, egli dà la legge ai compratori, e terrà il prezzo sempre alto, fino al limite in cui teme che si ributtino dal comperare. Quando vi siano concorrenti, la legge sarà fissata da chi può dar il lavoro al minor prezzo, ed il limite di questo minimo prezzo sarà il valore della man d’opera, cioè gli alimenti che nel minore spazio di tempo, dal minor numero possibile di persone, facienti li suddetti ed altrettanti lavori, si consumano.
4. Suolsi comunemente distinguere il valore estrinseco ed il valore intrinseco. Questa maniera di scrivere dà luogo a molti equivoci, per togliere i quali si rifletta che gli uomini non si servono di questa distinzione che per le cose da essi lavorate, e danno il nome di valore intrinseco al valore della materia prima di cui l’opera è composta, e di valore estrinseco al valore dell’opera medesima. Ma questa distinzione è più apparente che reale, perché anche il valore della man d’opera è determinato dalle stesse considerazioni che determinano il valore della materia prima. La quantità del travaglio d’una cosa paragonata alla quantità di travaglio di un’altra, sta essa pure in ragione reciproca delle quantità loro assolute. Il numero de’ venditori, quello dei compratori, le maggiori o minori richieste, la spesa dei trasporti influiscono egualmente sul valore del travaglio che sul valore della materia prima, e tanto l’una come l’altra sono rappresentate dalla stessa e comune quantità di cose che successivamente servono alla consumazione.
II. Della moneta
5. Negli ultimi paragrafi dell’antecedente capitolo abbiamo visto come tra li quattro contrattanti fromento, vino, pelli rozze, pelli conce, siasi potuto stabilire un rapporto ed una misura comune di tutte queste diverse e disparate merci per mezzo del frumento, il quale è entrato successivamente in contrattazione con tutte, onde ciascuna ha potuto barattarsi col frumento, e per conseguenza barattarsi anche fra di loro. Quella merce adunque la quale, per le circostanze de’ commerci, degli usi e dei bisogni delle nazioni, acquista la qualità d’esser cambiata successivamente con tutte le cose, così che le diverse quantità di essa con ciascuna cosa cambiate servono di misura comune a giudicare del valore del tutto, chiamasi moneta. Da questa definizione sola si veggono discendere le due proprietà sovrane della moneta, cioè l’una d’essere un segno rappresentatore di una certa determinata quantità di ciascuna cosa (due misure di frumento nella supposizione del fine dell’antecedente capitolo rappresentano una misura di vino, 2/3 di pelle non concia e 1 1/2 pelle conce); l’altra d’essere un pegno ed una sicurezza di ottenere tutte queste determinate quantità di cose, perché, supponendo che queste cose siano in contrattazione, si suppone che siano richieste tutte, e tutte dimandate, onde ciascuno accetterà e riceverà, anche non volendone far uso, il fromento, perché potrà cambiarlo con ciò di cui egli ha bisogno. La quantità di moneta che si dà per ciascuna cosa, chiamasi prezzo: onde si vedrà subito, di primo slancio, due cose poter avere il medesimo prezzo ed avere diversissimo valore. Il valore indica il rapporto d’una quantità con un’altra, il prezzo indica solamente la quantità della cosa che si riceve per quella che si dà. Dirassi che un sacco di grano, che vale quaranta lire, in tal luogo siavi a caro prezzo, quando un bue a questo medesimo prezzo vi sarebbe a buon mercato; il prezzo sarebbe lo stesso di quaranta lire, ma il valore diverso, perché indicherebbe poco grano, e moltissimi buoi.
6. Ma le monete ormai presso tutte le società colte e commercianti consistono in pezzi di metallo d’oro, d’argento e di rame, coniati con pubblica autorità, che stabilisce un prezzo a ciascheduna di queste monete. Bisogna dunque vedere come gli uomini tutti siansi combinati a servirsi di moneta, cioè come aventi le due generali qualità sovraindicate di questi tre metalli, e come sia nata la forma, la diversità di esse. La storica analisi della introduzione e delle alterazioni della moneta ci indicheranno e ci forniranno facilissime dimostrazioni della teoria di quella, massimamente dopo aver ben compresa la natura del valore in generale, non altro essendo il danaro, né altro giammai potendo essere, se non una vera merce, che per l’universale contrattazione combaciasi e misurasi con tutte le altre merci.
7. Trasportiamoci coll’imaginazione su di un vascello europeo alle coste dell’Africa, dove abbondano l’oro, l’avorio e le altre merci preziose e care agli europei, ma dove manca il più funesto e il più necessario fra tutti i metalli, il ferro: l’utilità degli stromenti di ferro portati dagli europei sarà presto riconosciuta dagli africani, e il ferro medesimo, sia lavorato sia da lavorarsi, sarà universalmente ricercato; ciascuno porterà ad offerire parte delle sue ricchezze all’europeo per cambiarle in altrettanto ferro. Si stabilirà dunque un paragone generale di tutte le merci di queste coste con il solo ferro; diverrà comune e generale la valutazione di esse in ferro, e senza dubbio dopo le prime contrattazioni gli europei divideranno il ferro in tanti parti simili ed uniformi, in maniera che nei contratti di quei paesi si dirà da tutti, che tal merce val tanto di peso o tante misure di ferro, e tal altra altrettanti pesi o misure di ferro. Né questa maniera di apprezzar le cose sarà introdotta tra soli europei ed africani, ma tra di loro medesimi ancora, perché essendo il ferro di ricerca universale, entrerà nell’interna contrattazione e circolerà ancora tra di loro; ed il paragone di tutti i valori diventando in questa maniera facile ed uniforme, tutte le idee di stima e di valutazione vi si piegheranno e vi si adatteranno. Di più, anche nei cambi immediati di merce con merce, ancorché non segua contratto di ferro intermedio, essendo di già la mente assuefatta a paragonare ogni merce con quello, le dimande, le esibizioni e tutta l’altercazione del contratto si farà in misura di ferro, senza che il metallo in verità v’intervenga.
Molti cercheranno di vendere e di cambiare il superfluo delle proprie ricchezze per averne il corrispondente in ferro; primo, perché il ferro essendo di ricerca universale e comune, sono più sicuri di immediatamente cambiarlo per ciò che potesse loro occorrere, di quello che potessero farlo avendo presso di sé varie e moltiplici specie di merci non da tutti, né sempre ricercate e volute; secondo, perché più facilmente conservabile e custodibile di quello che possono esserlo altre merci di egual valore, ma più voluminose ed alterabili; terzo, perché, essendo uniforme e simile a se stesso, si rende a ciascheduno più facile ed arrendevole il calcolo delle proprie ricchezze e delle proprie spese, e la divisione in parti simili. Così dovrebbe succedere nell’Africa, e così in fatti è accaduto, come si può vedere dalla costante e non equivoca asserzione di tutti i viaggiatori, dai quali sappiamo che tutto nelle coste d’Africa si valuta in sbarre di ferro: nella qual parte di mondo, prima in ogni luogo interveniva realmente in tutti i contratti il ferro, poscia dove continuò, dove cessò d’intervenirvi; ma la maniera di valutare e d’esprimere la stima ed il prezzo delle cose si conservò e si continua tutt’ora, mentre si cambiano sbarre di ferro di schiavi, d’oro, d’avorio, di pepe, per sbarre di ferro di collane di vetro, di coralli, di bacili di rame, sbarre di ferro di panno e di stoffe europee. Tali espressioni, che paiono contradittorie ed assurde, prese così litteralmente, cessano di esserlo considerando come il ferro è divenuto moneta in quei paesi.
Parimenti, in un altro paese, dove si porti varietà di ricchezze per prenderne di un solo genere, per le stesse ragioni questo sol genere di derrate e di merci diverrà moneta; così nell’Islanda, dalla quale il resto del Settentrione esporta, in cambio delle mercanzie europee, una grandissima quantità di pesce, il pesce è divenuto moneta, e le espressioni del valore sono tutte indicate in pesci: così in quei paesi dicesi un pesce di panno, ecc. È volgare l’osservazione che il motto latino pecunia venga dalla parola pecus, antica primaria ricchezza de’ popoli pastori, la quale essendo la più abbondante e comune serviva di paragone e di misura universale di tutte le cose commerciabili, e che le antichissime monete, improntate quali di pecore e quali di buoi, abbiano preso il loro impronto da ciò che prima serviva di moneta, alla quale il più corrispondente metallo di più comodo maneggio si sostituì.
8. Da quanto si è detto sin ora si vedranno le seguenti conseguenze: prima, che quella merce diverrà moneta, che per le circostanze dei commerci diverrà di universale ricerca e contrattazione. Seconda: fra due merci di eguale ricerca e contrattazione, quella diverrà moneta, che sarà più divisibile in parti più uniformi e similari. Se in una nazione la moneta fosse di pecore, indi venisse in contrattazione commune e promiscua il ferro, siccome una pecora non è affatto simile all’altra, l’una essendo pingue e l’altra smunta, l’una più bella e lanuta e l’altra meno, come i mezza pecora, un quarto di pecora, una frazione di pecora non si conservano né si possono dividere senza distruggerla e renderla inutile, ma una libra di ferro può dividersi in similissime parti, che siano metà, quarti e frazioni uniformi del tutto, così è naturale e infallibile che gli uomini di quella nazione comincieranno dal paragonare il comune valore di pecore col parimente divenuto comune valore di ferro, ed abbandoneranno l’antica espressione e l’antica moneta per la recente, di gran lunga più comoda e più utile a tutti i casi diversi e a tutti i generi di contratti e di commerci. Terza conseguenza sarà che tra due merci d’eguale ricerca e contrattazione, e di eguale divisibilità ed uniformità in parti simili ed analoghe, quella averà la preferenza per divenir moneta, che sarà più conservabile e meno soggetta ad alterazione; e fra queste quella principalmente sarà più in pregio, che sotto il minor volume averà il maggior valore, perché di una custodia e di un trasporto più facile e suscettibile. Così per queste ragioni l’oro e l’argento saranno preferiti al ferro ed al rame.
Ma qui è necessario fare un passo di più, dicendo che quella merce, la quale divenga di un uso giornaliero ed indispensabile, che debba trasformarsi continuamente in lavori di servizio comune, cesserà di essere moneta in confronto di un’altra di un uso meno comune e meno universale, quantunque generalmente ricercata ed apprezzata. Se vi sian due merci, egualmente divisibili in parti e frazioni simili, egualmente durevoli e conservabili, ma l’una d’uso, e l’altra di ornamento, dico che la prima cesserà d’essere moneta, e lo diverrà quella di ornamento, o almeno che quella d’uso sarà, come moneta, meno ricercata e meno universalmente stimata di quella di ornamento e di lusso.
L’ornamento ed il lusso nudriti sono da ciò principalmente che piace agli occhi, e da ciò che è raro, ma assai più da questa seconda qualità che dalla prima. A misura che le cose sono più rare, minore quantità di quelle rappresentano un più gran valore, onde il posseder di queste indica ricchezza, cioè potenza di soddisfare alle proprie voglie. Ognuno cerca di mettere in mostra e di ostentare questa potenza, perché la sola ostentazione di quella è produttrice di piaceri e di autorità a chi ne fa pompa, e di servigio e di dipendenza a chi n’è lo spettatore. Da un’altra parte, quando la ricerca di queste merci d’ornamento è sufficientemente diffusa, nasce in ciascuno la sicurezza e la confidenza di trovarne esito quando egli voglia privarsene, per ottener le cose che gli bisognano, ed è altresì naturale che ognuno cominci dal volersi disfare delle cose superflue e di ornamento, per ottenere ciò che gli fa un piacere immediato o soddisfa un indispensabile bisogno. Quindi dal valutare le cose tutte per mezzo d’una merce durevole ed uniforme e divisibile comodamente, ma di uso nelle arti necessarie della vita, passeranno gli uomini a valutarle colla merce che abbia le medesime qualità, ma che sia più stimata per il lusso e per la pompa che per l’uso di necessità e di bisogno. Onde vediamo subito per quarta conseguenza che la moneta passerà dai metalli di servizio ai metalli preziosi, quelli restando solamente in commercio come merci e non come monete, e se come tali, nel giro dell’interna circolazione e nei contratti spicciolati, non nelle grosse contrattazioni e nell’esterno e grandioso commercio. Dico nei contratti spicciolati, perché la preziosità della materia racchiudendo un gran valore sotto un piccolo volume, ne verrebbe in conseguenza che la minuta contrattazione delle più piccole e comuni cose richiederebbe una suddivisone in parti consimili della merce moneta, o sia del metallo prezioso, che ne svanirebbe il comodo maneggio di quello, riuscendo impossibile l’esattezza della divisione e facilmente smarribili le minute frazioni che ne risulterebbono, onde le ulteriori divisioni si fanno con metalli meno preziosi.
Da ciò si vede chiaramente come l’oro, l’argento ed il rame siano per quasi universale convenzione divenuti moneta, convenzione che rigorosamente tale non può dirsi, non essendo intervenuti patti espressi, né radunata una dieta generale del genere umano per erigere in moneta questi tre metalli: ma piuttosto io la chiamerei adesione, la quale per necessità e progresso di circostanze legò gli uomini a valutare universalmente ogni merce colla quantità di questi metalli, che per ciascuna si esigeva e si offeriva. La lucentezza inalterabile dell’oro e quella dell’argento, e la longevità della loro durata, la facilità con cui si adattavano al comodo ed al piacevole degli usi della vita, la rarità loro, per cui molto valore con poco ma uniforme e facilmente divisibile volume rappresentava, gli elevò al rango di moneta, più ricercata e più stimata di quello che fossero i metalli meno preziosi, meno rari, meno belli, quantunque d’una utilità più domestica, e di un bisogno più irrefragabile per gli usi della vita, restando però questi per la minuta e continua folla dei frequenti e popolareschi contratti, all’uso dei quali l’oro e l’argento non si sarebbero potuti piegare, né comodamente dividere. Frattanto che molti cercavano di questi metalli preziosi per farne pompa, pochi per farne uso, tutti, essendo sicuri di poterli vendere e contrattare, li ricevevano in cambio delle proprie merci, per ridurre ad un più piccolo, più sicuro e più uniforme volume le loro ricchezze.
9. Io qui non debbo dilungarmi per conghietturare ne’ dispersi rimasugli dell’antichità la storia dell’introduzione dei metalli nel genere umano; basteranno alcune generali riflessioni per il maggiore schiarimento delle cose da dirsi. E, in primo luogo, le arene dei fiumi mescolate di particelle metalliche, i vulcani eruttanti liquido e candente metallo, i casuali incendi, ed anco gli spontanei tentativi dell’umana curiosità, in somma in vari luoghi, e per varie maniere e con lunga assiduità di prove, furono essi palesi, e l’uso loro. Checché ne sia di questa introduzione, egli è certo, in secondo luogo, che il ritrovato e l’uso dei metalli ignobili è stata l’epoca delle arti e delle invenzioni le più utili all’umanità, e il ritrovato e l’uso dei metalli preziosi ha fissata l’epoca dei commerci, che divennero estesi, rapidi, facili, diretti da viste profonde, e, spingentesi nel futuro, aumentarono e strinsero le relazioni reciproche degl’individui. Prima di quest’epoca, i commerci tutti erano cambi momentanei, più diretti dai bisogni immediati degli uomini, egualmente frettolosi nell’esigere e nell’offerire, che dalla simultanea concorrenza di molti ed opposti interessi, la quale equilibra tutte le cose, e rendendole tutte vendibili e contrattabili le riduce al vero ed assoluto. I metalli entrarono in commercio come le altre cose; non ebbero valore che in proporzione della quantità e della ricerca che se ne faceva; ma questa ricerca divenne universale, e la quantità restò limitata sino ad un certo limite, costante per lungo tempo, più ristretto per l’oro, più ampio per l’argento, e moltissimo di più per il rame.
10. Abbiamo veduto come l’oro e l’argento esser possano divenuti moneta, perché sono stati merce d’universale contrattazione. Ma qui avvenne ciò che presso agli uomini in tutti i tempi avvenir suole, che la cupidigia e l’interesse particolare vi condussero il disordine, sempre seguace delle ottime cose. La rarità e la ricerca dei metalli preziosi indusse alcuni a falsificarli ed alterarne la sincerità, conservandone l’apparenza, onde con poco valore ottenerne uno considerabile, abusando così della buona fede e della premura de’ cercatori. Ma questi si dovettero prestamente accorgere dell’alterazione del metallo, che esigevano netto e scevro d’ogni materia estranea e meno rara e ricercata. Si allontanarono dunque dal commerciare con quelle nazioni presso le quali questa frode era frequente, ed esse perderono a poco a poco ne’ loro metalli come monete le due proprietà, d’esser segni e pegni d’ogni valore. Che fece la pubblica autorità in così critiche circostanze, nel sentire ed accorgersi dei mali comuni? Cominciò ad esigere che ogni pezzo di metallo, che i privati passavano in commercio, fosse riconosciuto ed approvato come non alterato, ma come vero e legittimo oro ed argento. Quindi passò ad apporvi un segno indicante la pubblica e solenne garantia della finezza e bontà di esso, lasciando forse ai particolari l’arbitrio del peso e del volume dei pezzi metallici, che come monete entravano in contrattazione. Ma l’abuso, la diversità, la confusione esigerono di più che fosse riserbata solamente al pubblico o al principe – che è l’amministratore ed il rappresentante supremo di questo pubblico – l’autorità di dividere il metallo in quelle porzioni, e di segnarlo in quelle maniere che meglio giudicava convenire. Quindi, ridotti i pezzi di metallo in porzioni eguali ed uniformi di peso e di figura, si coniarono con pubblica ed esclusiva autorità, cioè vi si appose un segno, che indicasse sì il peso della moneta che la bontà del metallo; cosicché quelle che il medesimo segno avessero, e il medesimo peso, autenticassero avere un sicuro ed identico valore, onde la buona fede dei contratti fosse salva e tranquilla, e l’attività del commercio pronta ed animata.
Ho dovuto distinguere il peso del metallo dalla bontà dello stesso, perché sono realmente due differenti proprietà della moneta. Le diverse maniere di separar l’oro e l’argento dalla materia bruta che vi è frammista nella miniera, ed anche la necessità di doverli ridurre ed impastare in comode e determinate figure, per la varietà de’ valori che debbono rappresentare, esigono che si alteri la purità di questi metalli e che vi si unisca altra materia metallica, la quale in tal caso chiamasi lega, e la bontà del metallo significa la maggiore o minor quantità di metallo puro, e reciprocamente la minore e la più gran quantità di metallo inferiore, che sotto il medesimo peso vi si contengono. Se in una moneta d’argento vi siano 22 danari di puro argento e due di metallo vile o di lega, ed in un’altra simile sianvi 23 denari d’argento puro ed un solo di lega, si dirà che le due sono del medesimo peso, ma che la prima è d’inferiore bontà della seconda. Per giudicare e valutare la bontà dell’oro si è adottato generalmente il metodo di dividere il peso d’una moneta qualunque in 1 /24 parti, e di trovare quante di queste parti siano d’oro fino e quante di lega. Queste parti di una immaginaria divisione chiamansi carratti, onde l’oro purissimo chiamasi di 24 carratti, e l’oro meno puro sarà di 23, 22, 21, di 20 1/2 carratti, ecc.; i quali numeri indicano la proporzione della quantità d’oro fine alla quantità di lega contenuta in ciascuna moneta; onde una moneta d’oro di bontà di 22 carratti significa che delle 24 parti di tutta, nelle quali tutto il peso si divide, 22 sono d’oro, e 2 di materia estranea ed eterogenea. Nell’argento poi si divide tutta la massa in 12 parti che chiamansi denari, e si valuta la bontà dell’argento coll’indicare quante di queste parti o denari siano d’argento fine e puro, e quante di lega. Così una moneta d’argento dirassi alla bontà di 11 denari, quando, dividendone il peso in 12 parti, si troverà sempre 11 parti di puro argento ed una di lega, o sia 1/12 di metallo eterogeneo ed 1I/12 di argento in ciascuna e qualunque porzione di quelle monete. Questa bontà, valutata sopra caratti 24 per l’oro e sopra denari 12 per l’argento, chiamasi titolo; onde il conto delle monete autentica, o dovrebbe autenticare, due cose, cioè il peso e il titolo di quelle.
11. Ma qui bisogna, per proseguire la materia e rischiararne il più importante di quella, richiamare ciò che abbiamo di sopra indicato, che non l’oro solamente, ma l’argento ancora si sono trovati, se non nell’origine, ben presto però in seguito simultaneamente in promiscuo commercio ed universale, onde ciascuno di essi è divenuto non solo segno di valore di ciascuna cosa, perché con ciascuna cosa è stato cambiato, ma l’uno ancora è divenuto segno e pegno dell’altro; l’oro, misura e termine di paragone del valore dell’argento, o viceversa; onde con ogni esattezza può dirsi che l’uno era moneta dell’altro e tutti due moneta di tutte le cose; e la quantità d’oro, che si dà in cambio d’una tal altra quantità d’argento, è il prezzo del medesimo argento, come la quantità d’argento, che si dà in cambio di una determinata quantità d’oro, è il prezzo dell’oro. Abbiamo visto il valore di due cose essere l’uno all’altro reciprocamente, come le masse, cioè che se di una quantità di cose A, ve ne sia il doppio, triplo e quadruplo, ecc. delle cose B, uno di A varrà 1/2, 1/3, 1/4 di B, quando il bisogno e la richiesta de’ possessori B sia indifferente, o eguale da ambedue le parti. Ora, posto in commercio simultaneamente l’oro e l’argento, e supposto che non sia richiesto piuttosto l’uno che l’altro, il che sovente non è vero riguardo alla natura de’ commerci esterni, a qualche accidentale circostanza interiore, quantunque quasi sempre lo sia nella circolazione interna, sarà dunque il valore dell’oro alzatore dell’argento, come la massa di tutto l’argento alla massa di tutto l’oro, e come il tutto al tutto, così una parte ad una parte corrispondente. Se in una nazione vi fossero cento libbre d’oro in tutto, ed in tutto mille libbre di argento, la quantità d’argento sarebbe decupla della quantità dell’oro; dunque l’oro sarà stimato 10 volte l’argento, perché la sua massa nella supposizione non è che 1/10 della massa d’argento; dunque una libbra, un’oncia, un denaro, un grano d’oro varrebbero 10 libbre, 10 oncie, 10 danari, 10 grani d’argento; un’unità qualunque d’oro, cioè un dato peso di esso, comprerà 10 unità d’argento, cioè 10 uguali pesi di questo. Un tal valore dell’oro paragonato col valore dell’argento chiamasi proporzione fra l’oro e l’argento, e in questo caso direbbesi che la proporzione fra l’oro e l’argento è 1 a 10. Supponiamo ora, che stando ferme le 100 libbre d’oro in quella nazione, alle 1.000 libbre d’argento da lei possedute se ne aggiungano altre 400; finché questo accrescimento è ignoto ai commercianti, finché queste 400 libbre di argento non entrano in circolazione sensibile, basteranno 10 oncie d’argento per avere un’oncia d’oro, e la proporzione resterà immobile, 1 a 10. Ma quando si accorgeranno gli attenti ed avveduti dell’accresciuto argento, quando per qualche circostanza si farà sentire ai posseditori d’argento bisogno dell’oro, e non averanno difficoltà, e si farà gara e concorrenza di ciascuno nell’accrescere sopra le 10 once d’argento qualche oncia di più per avere l’oncia d’oro, finché arriveranno a darne 14 di quelle per una di queste; nel qual caso quelli che hanno l’oro si fermeranno dall’esigere di più, perché sicuri di aver l’oro ad un tal prezzo quando essi vogliono, e perché comincierebbe parimente a nascere concorrenza e gara tra di loro in favore dell’argento. La proporzione tra l’oro e l’argento che prima dicevasi essere 1 : 10, ora dirassi essere salita 1 : 14; e allora ogni moneta d’oro contenente, per esempio, 100 grani d’oro fine, si potrà cambiare con una moneta di argento contenente 1.400 grani di fine argento. Lo stesso cambiamento avverrà se invece di accrescersi la massa d’argento si scemerà la massa dell’oro, perché allora doverassi dare lo stesso argento per una minor quantità d’oro, o una maggior quantità di argento per lo stesso oro. Se restando le 1.000 libre d’argento scemasse l’oro dalle 10 0 fino alle 60 , facendosi sentire il bisogno dell’oro, le 1.000 libre dell’uno si darebbero per le 60 dell’altro e non più per 100; e la proporzione fra l’oro e l’argento ascenderebbe non più 1 : 10, ma come 1 : i6 2/3, perché se 60 d’oro comprano 1.000 d’argento, 30 ne comprano 500, 15 ne comprano 250, 3 si cambiano con 50; ed uno d’oro – 1 grano, 1 denaro, 1 oncia – si permuteranno con i6 2/3 di grani, denari ed once d’argento. Parimenti supponiamo scemata la quantità d’argento, restando ferma la quantità d’oro, cosicché sianvi di 1.000 libre d’argento solamente 800, sendovi 0 libre d’oro; allora sarà l’oro all’argento come 100 : 800, cioè 1 : 8; cioè il valore dell’oro si abbasserà ad essere solamente ottuplo dell’argento, di decuplo ch’era prima. Così, se crescesse la quantità dell’oro, per esempio dalle 100 libre alle 200, restando le 1.000 d’argento, sarebbe solamente 1 : 5, invece di 1 : 10, 1 : 8, 1 : 14, 1 : i6 2/3, come nei casi antecedenti.
12. Egli è giusto di prevenire una obbiezione che naturalmente si presenta, la quale potrebbe imbarazzare taluno: cioè che la proporzione fra l’oro e l’argento dipende dalla maggiore o minor quantità dell’uno e dell’altro che trovasi in una nazione, e dove molte nazioni communichino strettamente fra di loro con molta mole di reciprochi commerci, dalla maggiore o minor quantità di questi metalli posseduti da tutte queste nazioni. Ora, chi ha mai conosciuto e chi potrà mai conoscere quanto oro e quanto argento siavi, non in molte, ma in una sola nazione che abbia ampio commercio, e dove tali metalli sono tanto e così variamente divisi e sparsi? Rispondo che bisogna distinguere la proporzione fra i metalli bruti dalla proporzione fra i metalli coniati. Questa seconda dipende originariamente dalla prima. Ora, dopo che la suprema autorità avocò a sé, per ovviare i frequenti disordini che gettavano nell’incertezza, e soggettavano alla frode ed al discredito ogni commercio, il privilegio di battere moneta, il sovrano diventò quasi il solo ed il più grande posseditore dei metalli bruti, e tutti i metalli coniati doveano passare per la maggior parte nelle sue mani, sia per ragione di rifondere le vecchie monete nelle nuove, sia per ragione dei tributi. Ora, dalle masse rispettive d’oro e d’argento ch’egli si trovava avere, paragonandone la quantità di ciascuna, potè di slancio fissare una proporzione fra l’oro e l’argento, e tanto più lusingarsi d’essersi approssimato alla vera, quanto più ampia era la mole di metallo raccolta. S’egli, raccogliendo da tutte le parti oro ed argento, trovavasi di avere 14 volte di più questo che di quello, nel distribuire le monete nuove ricevendo le vecchie o il metallo non monetato, nel pagare le truppe, i ministri e tutto l’ampio corredo che accompagna la pubblica autorità, si trovò in istato di cambiare senza contrasto un grano d’oro con quattordici d’argento, e di dare e far ricevere l’una per l’altra, indistintamente, una moneta di cento grani d’oro per una di argento di mille e quattrocento. Dopo vedremo che se il principe, come principale posseditore dei metalli preziosi, può fissare e determinare la loro proporzione, egli non può farlo senza suo danno sopra principii arbitrari, ma che l’interesse suo e quello dei sudditi lo sforza sempre di seguire la legge delle masse rispettive che sono in corso.
Egli è naturale che, fissata la proporzione fra le monete d’oro e di argento, nel passaggio e ritorno che fanno i metalli dalla zecca e dall’erario del principe alle mani dei sudditi, e dai sudditi alla zecca ed all’erario, tutti i particolari nelle loro contrattazioni seguano ed obbediscano ad una tal fissata proporzione. Ma sopravenendo una nuova quantità d’oro o una nuova quantità d’argento, la proporzione antica si altererà in due modi: primo, accorgendosi il sovrano, dai tributi raccolti e dai metalli portati al conio, dell’alterata quantità di metallo, perchè ricevendo da tutti indistintamente oro e argento, se egli dopo qualche tempo trovasi di aver ricevuto rispettivamente più argento e meno oro di quello che prima riceveva, sarà segno evidente essersi scemato l’oro o accresciuto l’argento, e così viceversa. In secondo luogo, anche tra i particolari si altererà la proporzione fra i metalli prima che il principe lo faccia, quando si faccia sentire il bisogno del metallo che non sia cresciuto, o che anzi sia scemato, perché i possessori del metallo accresciuto daranno qualche cosa di più di questo per avere quello. I più grandi posseditori dell’uno e dell’altro metallo saranno quelli che comincieranno ad alterare la proporzione, perché, sapendo appunto di esser tali dall’esame delle loro casse, si determineranno gli uni ad esigere più o meno, gli altri parimenti ad offerire secondo le maggiori dimande e bisogni. Dico poi che questa alterazione di proporzione, che questo di più di metallo accresciuto rispettivamente, che si comincierà a dare per il metallo rispettivamente scemato, crescerà finché l’un metallo sia all’altro come le alterate masse respettive valutato; ma non eccederà questo limite, perché, ancorché in una serie di particolari contratti si trovasse tale eccesso, dovrebbesi successivamente retrocedere fino al limite sovra indicato, perché farebbesi infallibilmente sentire all’opposto il bisogno dell’altro metallo.
13. Sì come trovasi una proporzione tra l’oro e l’argento, così ve n’ha una tra l’oro e il rame e tra l’argento ed il rame, perché il rame è parimenti divenuto moneta presso le nazioni, quantunque metallo non prezioso, per la necessità ed il comodo della piccola e sminuzzata contrattazione. Il valore delle minute e copiose merci che il popolo generalmente compra e vende, rappresentato in metalli preziosi, lo ridurrebbero a monete ed a proporzioni troppo piccole ed incommensurabili, onde è necessario metallo più vile, o sia più comune, che con una massa sensibile rappresenti tutti i minimi valori della giornaliera circolazione. Questa ancora, oltre il momentaneo lucro, è stata la ragione che ha fatte alterare le monete d’argento, e ne ha fatte battere quasi dappertutto delle miste di molto rame e di pochissimo argento, e tali monete furono chiamate monete erose nel linguaggio economico e finanzesco, a distinzione della pura moneta di rame che propriamente non chiamasi erosa.
Fissato il valore dell’oro in argento, dell’argento in rame, si trova subito il valore dell’oro in rame, cioè quanta quantità di rame, o sia quanto peso di quello si deve dare per un dato peso di argento, e quanto per un dato d’oro. Se due once d’argento equivalgono a 1/7 d’oncia d’oro, quando la proporzione tra l’oro e l’argento fosse di 1 : 14; se la proporzione fra l’argento e il rame fosse uno a cento, cento once di rame darebbero un’oncia d’argento, dunque duecento once di rame darebbero 2/7 d’oncia di oro, o sia mille e quattrocento once di rame darebbero due once d’oro, o settecento di quello un’oncia di questo, cosicché la proporzione tra l’oro ed il rame sarebbe in tal caso arbitraria, 1 : 700. Questo valore dei metalli preziosi, tutti rapportati e paragonati ad una terza ed infima moneta, ha dato origine al valor numerario, valore che prima non era punto distinto dal valor reale. Tanto valor numerario d’oro significa propriamente tanti pesi e tante reali porzioni di rame o di moneta erosa, quante se ne dà per il dato peso d’oro; lo stesso dicasi del valore numerario dell’argento.
14. Purché il dato peso di rame sia quello che proporzione esige per un dato peso d’argento o d’oro, l’ulteriore divisione di questo dato peso di rame è perfettamente arbitraria rispetto al valore intrinseco, né dovrà la pubblica autorità avere in questo altri riguardi, fuori che quelli che si debbono al risparmio delle spese della monetazione, ed al comodo maneggio della moneta di rame, acciocché facilmente misuri le diverse gradazioni de’ minimi valori; perché se la divisione del dato peso sarà in molte parti, il peso o la massa di ciascuna sarà più piccola; se in più poche, sarà maggiore. Ma supponiamo ora che, fatta una volta la divisione di un dato peso di rame corrispondente al valore d’un dato peso d’oro o d’argento, si rifonda e si faccia altra moneta di rame, in cui si conservi la medesima divisione, ma ciascuna porzione sia più piccola e più leggera di quello che fossero le antiche porzioni o monete ultime di rame, o erose; allora il valore numerario sarà lo stesso, ma sarà alterato il valore intrinseco, cioè, finché si darà lo stesso numero di monete di rame per una data moneta d’oro o d’argento, si darà minor quantità di rame di quella che si dava prima per una eguale quantità d’oro e d’argento. Lo stesso dicasi dell’alterazione delle monete miste. In questo caso, il valor numerario è diverso dal valor reale, perché cambiando il rame non monetato con l’oro e l’argento, si darebbe più rame per l’istesso oro, o argento, che dando rame monetato del nuovo ed alterato conio, ed il valor reale sarà eguale al valor del peso di quel rame, così monetato e sminuito, più quella porzione di rame che manca realmente alla nova monetazione, per giungere alla vera proporzione fra le monete vili e le monete nobili d’oro e d’argento.
Se le monete di rame, siano le giuste prima della nuova monetazione, siano le sminuite, si chiamassero lire; se prima di questa epoca per cinque di queste lire si otteneva una moneta di un’oncia d’argento; se si diminuisca di 1/5 di peso ciascuna di queste monete chiamate lire, finché non si accorgano i commercianti dell’alterazione, si daranno ancora cinque lire per un’oncia di argento; ma realmente si darà lo stesso numero di lire, ma non la stessa quantità di metallo, che in questa supposizione non sarà che la quantità di rame contenuto nelle sole quattro lire del vecchio conio. Che avverrà accorgendosi di questa alterazione, e quali saranno gli effetti ed il tempo di questo accorgimento? Se ne accorgeranno gli abitatori dei confini, i quali commerciano per necessità e per vicinanza cogli abitatori d’altri stati, nei quali non sia seguita la medesima alterazione; e questi medesimi accorgerannosene, perché interessati a far questa scoperta; se ne accorgeranno quelli che lavorano i metalli preziosi per gli usi ed il lusso della vita, i quali manifattori sono in necessaria relazione coi forestieri, i quali la quantità vera, sola, di metallo, considerano nei rispettivi commerci che di essi si fanno.
Questi commercianti in grosso dell’argento, per esempio, saranno i primi ad avvedersi che dando il loro argento per il rame non hanno più la medesima quantità di metallo che prima avevano; onde due effetti seguiranno immancabilmente. Primo, che esigeranno qualche cosa di più dell’antico prezzo dell’argento, perché possano avere l’equivalente di ciò che prima aveano, onde possano quando vogliano riavere e ricomperare l’argento venduto coll’intrinseco equivalente di rame; il quale intrinseco non più dalle antiche tre lire è rappresentato, ma dalle nuove sei: onde, alterato il valore della moneta di rame, o sia diminuitone il suo valore intrinseco, conservandone lo stesso numero, cioè la stessa apparente divisione, si alzerà il valor numerario delle monete nobili d’oro e di argento. Secondo effetto sarà che quelli che averanno molte di queste diminuite cinque lire di rame si affretteranno di cambiarle coll’argento, e quelli che averanno l’argento, per timore di perdere 1/5 del suo valore cambiandolo colle alterate monete del paese, lo manderanno fuori, cambiandolo con merci o con altro argento e oro, presso coloro che gli danno ancora l’antica e superiore valutazione. Mancherà dunque presso questa nazione la quantità di argento; dunque si farà sentire il bisogno di quello, si dovrà dunque pagare tal bisogno: dunque oltre il valore intrinseco dell’argento si doverà pagare il bisogno che se ne ha, e perciò e l’oro che si darà per l’argento, e le merci che per quello ricevere si venderanno, saranno più basse di valore, cioè se ne darà una maggior quantità di quella che prima se ne dava per il medesimo argento. Nel medesimo tempo tutte le merci, che nei spicciolati contratti prima si vendeano per una, due, tre, quattro, cinque delle antiche lire, e per le parti e frazioni di quelle lire, diverranno vendibili a più caro prezzo, perché i rivenditori di quelle merci per il minuto consumo ed uso popolaresco le comprano all’ingrosso dai commercianti e dai produttori e manifattori, e le comprano colle monete nobili, le quali hanno avute in cambio di monete di rame, delle quali per la supposta da noi alterazione hanno dovuto darne in maggior copia di quella che davano prima; sono perciò costretti, nel vendere al minuto le proprie merci, e ricevendone il prezzo di monete di rame, di alzare il prezzo di quelle per adeguare il valore speso nel comperarle colle monete nobili, e per non perdere in un commercio che essi hanno stabilito per guadagnare.
Noi faremo a poco a poco gli stessi ragionamenti per quelle nazioni che alterano la proporzione comune fra oro ed argento, e che fra le monete dell’istesso metallo l’istessa quantità di metallo non ha lo stesso valore numerario in tutte le monete. Figuriamoci una nazione circondata da altre nazioni, colle quali ha la maggior parte del proprio commercio, e le quali danno quindici once d’argento per un’oncia d’oro, mentre quella non ne dà per un’oncia d’oro che quattordici once d’argento. Quelle porteranno le loro quindici once d’argento presso la nazione che dà un’oncia d’oro per sole quattordici d’argento, cioè dove si valuta l’argento più del dovere, o sia del comune valore, e per queste quindici once otterranno un’oncia d’oro ed 1/14 d’oncia, mentre commerciando l’argento colle altre nazioni, che danno per l’oro lo stesso argento, quindici once d’argento non darebbero che un’oncia d’oro. Questa nazione perderà dunque il suo oro, che sarà estratto da tutte le altre nazioni, che si accorgeranno che per lo stesso peso d’argento si può aver ivi più oro che altrove. Dunque oncia 1 e 1/14 d’oro presso ad una tal nazione è equivalente ad un’oncia d’oro solamente presso le altre nazioni, perché tutte due queste diverse quantità d’oro equivalgono alla medesima quantità d’argento. Dunque un negoziante, che averà ricevuto quindici oncie d’argento dal di fuori, averà sborsato un’oncia e 1/14 d’oro, o l’equivalente in merci di questa quantità d’oro. Ora, dentro ogni nazione, con un’oncia e 1/14 d’oncia d’oro si hanno più cose che con una sola; dunque per avere le quindici d’argento ha dovuto dare più cose, che non darebbe un altro negoziante nelle altre nazioni per le medesime quindici oncie d’argento. Ma dare più cose di quello che darebbe un altro per lo stesso prezzo, è vendere a più buon mercato, e vendere a più buon mercato è ricevere meno denaro. Dunque la nazione che dà quattordici once d’argento per una d’oro, mentre tutte le altre colle quali è in relazione danno quindici per uno, riceve meno di quello che doverebbe ricevere. Per una simile ragione si può dire che comprerà dalle altre nazioni a più caro prezzo, o, che è lo stesso, meno cose riceverà per lo stesso prezzo al quale le altri nazioni le riceverebbero. Un negoziante di questa nazione ha quattordici oncie d’argento da spendere al di fuori e cambiarle in altrettante merci; ora queste quattordici once d’argento nella sua nazione rappresentano più cose che non presso le altre nazioni, perché abbiamo supposte le altre nazioni commercianti, e nelle quali, prescindendo dall’oro e dall’argento, l’abbondanza e la scarsezza delle cose si compensano, e i bisogni sono comuni e reciproci, e perciò medesimi, e proporzionali i valori delle cose tutte. L’aver egli adunque quattordici oncie d’argento, significherà per esempio averle egli cambiate con quattordici misure di vino. Ma supposto lo stesso valore, cioè la stessa abbondanza e bisogno di vino presso l’altra nazione, e perciò mutabile colla stessa quantità d’oro, cioè un’oncia d’oro in ciascuna delle due nazioni; dando le sue quattordici oncie d’argento il suddetto negoziante al di fuori non averà più un’oncia d’oro come al di dentro, ma un’oncia meno 1/14 e però non più quattordici misure di vino, ma sole tredici; dunque averà avuto meno per più; dunque averà comprato a più caro prezzo.
15. Mi si obbietterà facilmente, per qual ragione si deve rapportare il valor dell’oro piuttosto alle proporzioni forestiere che alle nazionali. A ciò rispondo facilmente, che chi compera cerca di rapportare le sue offerte al più basso prezzo corrente delle cose vendibili; per lo contrario, chi vende sostiene le sue dimande sul più alto; né in questa opposizione si potranno accordare ambidue, se non l’uno e l’altro, costretti dalla concorrenza dei compratori e venditori, acconsentano nel prezzo comune di quelle cose che sono in contratto. Ora, dove si suppongano i bisogni eguali o proporzionati tra di loro, ed eguale presso a poco la quantità delle cose commerciabili, o, se non eguale, almeno le differenti quantità disuguali così communicanti che formino una sola massa, sulla quale i prezzi si stabiliscano, il prezzo comune sarà fissato dalle nazioni che seguiranno la comune proporzione fra l’oro e l’argento, non da quella che l’averà alterata e diversa, sia nel più, sia nel meno. Dunque questa dovrà ne’ suoi contratti obbedire realmente a quella proporzione che non segue. Facendosi sentire presso una tal nazione il bisogno dell’oro, del quale, come abbiamo veduto, anderà a poco a poco a restar priva, bisognerà, cambiandolo coll’argento, oltre le quattordici oncie per ogni oncia d’oro, dare qualche cosa di più d’argento per pagare il bisogno e la scarsezza dell’oro; onde in realtà da se stessa sarà costretta ad accostarsi alla vera proporzione, ascendendo dal dare quattordici once a darne quindici d’argento per una d’oro. Ciò infallibilmente accaderà nei grossi contratti e nell’alto commercio, dove la sola quantità di peso e bontà del metallo si considera; ma ne’ piccoli, continui e giornalieri contratti, che si fanno quasi tutti in monete d’argento, che sono le più abbondanti e comuni, e in monete di rame, che le rappresentano immediatamente, si alzeranno i prezzi di tutte le cose vendibili. Chi comprerà, comprerà con monete d’argento, un’oncia delle quali averà il nome di equivalere ad 1/14 d’oncia d’oro; ma doverà dare un maggior numero di queste monete, finché un’oncia di esse equivalga solamente al valore di 1/15 d’oncia d’oro.
Lo stesso ragionamento si faccia nel caso opposto, vale a dire dove, per esempio, invece di quindici d’argento per una d’oro, che si suppone la proporzione comune, diasi sedici per una; allora le altre nazioni porteranno tutto l’oro per avere su di ciascuna oncia di quello un’oncia d’argento di più. Resterà dunque una tal nazione scarseggiante e poi priva d’argento e sovrabbondante d’oro; doveri dunque, cambiando l’oro con l’argento, pagare coll’abbondanza di quello la scarsezza di questo, cosicché verri da se medesima nei grossi contratti a ristabilirsi la comune proporzione. Nei contratti poi piccoli e continui, si abbasserà il prezzo delle cose vendibili, cosicché, per le cose che equivalgono ad un’oncia d’oro, si sia dato solamente in argento l’equivalente di quindici oncie e non di sedici. Ma frattanto, vendendo presso le altre nazioni le cose sue, riceveri solamente il valore di quindici oncie d’argento per quelle cose che dentro gli sono valutate per sedici, finché la communicazione non abbia ristabilito l’equilibrio, e comprando sborserà al di fuori solamente le quindici once, mentre nel di dentro, per la stessa merce, si doveranno sborsare le sedici: onde frattanto questa nazione sminuirebbe il suo commercio interno, e farebbe sortire anche l’argento per questo motivo, sminuendo perciò la massa delle sue ricchezze, e sottraendo dall’interna circolazione una parte di valore.
16. Noi abbiam veduto gli effetti dell’alterata proporzione fra l’oro e l’argento; ora è facile vedere gli effetti dell’alterato valore fra le monete d’uno stesso metallo. Egli è certo che sia nell’oro sia nell’argento, in qualunque maniera siano coniati, e qualunque nome di moneta portino, un grano, 12, 20 di ciascheduno, debbano aver sempre lo stesso valore. Se dunque in una moneta un grano d’oro vale quindici grani d’argento, ed in un’altra solamente quattordici, cosicché fosse fissato lo stesso valor numerario ad ambedue in proporzione del loro peso, le altre nazioni cambierebbero tutte le monete d’oro dove vale quattordici, per aver quelle dove vale quindici, e spoglierebbero quella nazione d’un grano d’argento per ogni grani quattordici di esso, cioè un sette per cento in circa averebbe di perdita in tutte le sue vendite e in tutte le sue compere.
Lo stesso dicasi delle monete d’argento. Le nazioni porteranno quella moneta d’oro in cui è valutato più del dovere l’argento, per avere quella dove è valutato meno, se l’alterazione sta nelle monete d’oro; o viceversa, se l’alterazione sta nelle monete d’argento. Quando poi una moneta d’oro di titolo inferiore, o sia di minor quantità di metallo fino, è valutata come un’altra di miglior titolo, il che è lo stesso caso già in altri termini accennato, ed è sovente accaduto in una rifusione di monete, o per infelicità di circostanze o per il momentaneo vantaggio, o non sapendosi in altra maniera imporre un impercettibile tributo; avverrà che le monete migliori, in confronto delle quali sono valutate le inferiori, o sortiranno prestissimo dalla nazione, o saranno rinchiuse e sottratte dalla circolazione, con grave danno di tutti gli ordini, perché resta avvilita l’industria e l’attività d’ogni commercio, rendendosi incerto, difficile e scarso il segno rappresentativo ed il pegno sicuro d’ogni valore e d’ogni fatica. Si imitano e si rifabbricano dalle altre nazioni colle monete migliori le inferiori, e queste con minor reale ed intrinseco metallo innondano la nazione e la spogliano sempre più di denaro; onde tutti i disordini ne seguono nel corpo politico, che nei corpi fisici sono cagionati dalla siccità e dallo stagnamento del fluido animatore.
17. Per ultimo, non sarà inutile il qui notare per incidenza l’antico errore della maggior parte dei forensi, i quali decidevano che le restituzioni del denaro dovessero farsi rendendo lo stesso valor numerario; per il che se anticamente cinque lire fossero state prestate, cinque odierne lire si dovessero restituire. Ma se le antiche cinque lire contenevano il valor reale d’un’oncia d’argento, e le odierne ne contengano due terzi solamente, secondo questa poco legittima decisione si restituirebbe meno di quello che si è ricevuto. Quindi molti valent’uomini hanno sostenuto che tanto reale metallo siasi ricevuto, tanto reale metallo si debba rendere; onde non più cinque lire, ma sette, e dieci, con questa norma si debbano pagare. Pure ciò non sembra soddisfare totalmente all’equità, perché se coll’oncia d’argento un secolo fa io aveva il doppio delle cose che per la medesima possa avere al presente, chi mi ha prestato allora quell’oncia d’argento ha ceduto il diritto d’avere il doppio delle cose che si hanno adesso. Ora, chi rende, dovendo rimettere il creditore nel pristino diritto, dovrà rendergli quanto gli basti per avere il doppio di queste cose: dunque non un’oncia d’argento, o sette e dieci delle nostre lire, ma due oncie d’argento, o quindici lire doveri rendere, onde abbia il diritto del doppio delle cose che con un’oncia d’argento si hanno. Ma la varietà e la mancanza di notizie e la diversa abbondanza delle cose rendono difficile l’esatto computo di quanto giustamente si deve rendere. Sembra che per approssimarsi al vero si debba aver riguardo alla quantità di metallo paragonata col prezzo dei generi di prima necessità nel tempo dell’imprestito, perché questi sono i più comuni, i più noti e i meno variabili di tutti nel valore.
Darò qui finalmente un brevissimo cenno delle correnti proporzioni fra l’oro e l’argento nelle diverse principali nazioni. In Alemagna come 15 1/2 : 1; in Olanda 14 1/5 : 1; in Inghilterra come 15 1/5 : 1; in Francia 14 47/100 : 1; al Giappone 8 : 1; alla China, l’antica europea, 10 : 1; alle Indie Orientali come 11 : 1.
Ciò che mi resta a dire sulle monete appartiene più al cambio ed ai banchi che alla teoria generale, e sarà in breve trattato. Io non ho voluto in tal materia, come in nessun’altra, particolareggiare, non essendo ispezione del professore di Pubblica economia, ma dei ministri e magistrati, di formare i progetti e rappresentare i pubblici disordini.
III. Della circolazione e concorrenza
18. Noi abbiamo riuniti questi due oggetti, perché dovranno brevemente essere trattati: sì perché sparsamente e diffusamente ancora dove accadeva ne sono stati esposti i principii e le massime più necessarie ed occorrenti, come ancora per la brevità del tempo e la moltiplicità delle materie che ci angustiano.
Visto che sia la moneta e l’uso amplo universale di essa, cioè di essere misura generale di ogni valore, si vede subito quanto questa fondamentale costumanza di contrattare, e questa uniforme maniera di baratti abbia aggiunto di facilità, di sicurezza e per conseguenza di stimolo ai commerci tutti quanti, e quanto accrescimento ne abbia avuto la circolazione. Questo vocabolo, preso nella sua massima semplicità, è destinato a rappresentare il passaggio che fa un corpo qualunque da un luogo ad un altro, finché ritorni al punto di dove era partito. Applicando agli affari economici questa nozione, diremo una derrata o merce essere in circolazione quando, partendo dal primo possessore o produttore, passa successivamente in altre mani, finché ritorni al primo. Ora, di tutte le derrate e merci intorno alle quali tutta la mole dei commerci s’aggira, altre si consumano ed altre servono all’uso continuo dei nostri bisogni e comodi; la sola moneta come tale non si destina né all’uso né alla consumazione, ma si dà e si riceve come pegno e misura delle cose tutte che si consumano e si usano. Quelle dunque entreranno o sortiranno ad ogni momento dalla circolazione, distruggendosi presso il consumatore, fermandosi presso l’usatore; questa sola potrà continuare a passare per tutte le mani successivamente e ritornare ai primi posseditori. Dunque la sola circolazione della moneta dovrà essere considerata in questo luogo.
Ora, siccome in ogni società economica niente si dà se non per ricevere, niente si riceve se non si è dato, ed ogni contrattazione e baratto suppone due azioni equivalenti o credute tali, ciascuna della quali appartiene rispettivamente a ciascuno dei contrattanti: dunque la circolazione della moneta sarà una fedele rappresentatrice delle azioni che si fanno dai cittadini. Chiunque avrà attentamente considerato la natura del valore esposta nel primo capitolo di questa parte, avrà veduto che un zecchino può, per esempio, rappresentare successivamente una certa quantità di vino, poi una certa quantità di frumento, indi un determinato numero di pelli. Quanto più rapidamente questo zecchino sarà passato per un maggior numero di mani, tanto maggior numero di cose avrà egli misurato e rappresentato. Dunque di un tanto maggior numero di azioni fatte sarà indizio e misura; quanto più lentamente sarà passato per un minor numero di mani, tanto meno di azioni averà rappresentato. Sarà dunque il numero delle azioni dei cittadini in proporzione della quantità di moneta circolante, del numero delle mani per le quali ella passa, e del tempo più breve nel quale fa questi passaggi. Ma se il tempo sarà più breve, supponendo che la moneta non si rinchiuda, ma continui a circolare o almeno a produrre altre azioni, passerà necessariamente in altre mani; dunque quest’ultima considerazione si riduce a quella del passaggio per un maggiore o minor numero di mani, o sia un maggiore o minor numero di rappresentanze.
Ora, noi abbiamo veduto che il rappresentatore universale di ogni valore è l’alimento, o sia la consumazione. Ma questa consumazione essendo continua e contemporanea in molti, ed a questa riducendosi tutte le spese e tutti i baratti che in tutti i commerci si fanno, ogni moneta arriverà infallibilmente o una volta o l’altra, dopo raggiri, a cambiarsi immediatamente con qualche cosa, di cui l’uso è la consumazione. Ma se si prendano in massa tutte le consumazioni diverse che si fanno da tutte le diverse classi e condizioni di cittadini, si troverà (come accade sempre in tutte le masse grandi, e di graduate e varianti quantità combinate) che, compensandosi il più col meno, trattandosi massimamente di soddisfare bisogni d’individui simili e presso a poco costanti, si troverà, dico, a un di presso eguale la giornaliera ed attuale consumazione che in una volta si fa, a tutte le altre combinazioni giornaliere e di altre volte. Ma in una attuale consumazione la moneta dell’uno non può servire ad un altro, perché combinandosi amendue a consumare nello stesso tempo, è necessario che abbia ciascuno la moneta che gli dà questo diritto a consumare. Dunque la quantità della moneta circolante sarà proporzionale alla quantità della giornaliera ed attuale consumazione. Quindi, sia detto qui per incidenza, non è fuor di luogo il sospetto ch’io ho, e che per altro merita più matura considerazione, del potersi sciogliere questo problema; cioè che, data una moneta qualunque e dato il valore rispettivo che ha in due nazioni, si possa conoscere la rispettiva forza e ricchezza di quelle nazioni. Perché se, avuto riguardo alla popolazione e consumazione, paragonerò la quantità di cose che con uno zecchino si possono contemporaneamente comperare in una nazione A, col numero di cose parimenti contemporaneamente comperate nella nazione B, la forza, la ricchezza, o sia il numero delle azioni o prodotti della nazione A saranno a quelli della nazione B in ragione reciproca di questa quantità: cioè più forte la nazione, quanto è minore il numero delle cose che con uno zecchino si hanno, a pari popolazione. Ma lo zecchino si sottodivide in tante monete ultime di rame che unite insieme lo rappresentano, e l’ultima e minima moneta di rame rappresenta il minimo valore di una cosa contrattabile. Quando dunque nelle monete di rame non è stata artifiziale la divisione, ella si è fatta secondo il bisogno, cioè si è divisa la misura di universal paragone, finché la quantità assoluta di denaro corrispondesse ai bisogni contemporanei, o sia all’attuale consumazione, e fin dove la rapidità di circolazione in questa supposizione non potesse supplire. Dunque, in questa supposizione, il valor numerario tanto maggiore di una stessa moneta indicherà altrettanto minor forza, minori azioni e minore circolazione, e così viceversa. Si potrebbero perciò stabilire alcune tavole, nelle quali, colla popolazione e col numero delle cose da una moneta variamente in varie nazioni rappresentate, si verrebbe a conoscere la rispettiva forza delle nazioni. Ma basta avere accennata una tale importantissima speculazione, per chi ama di meditar profondamente in questo oggetto, il tempo non permettendo di più oltre sviluppare una tale teoria.
Ma, per ritornare ond’eravamo partiti, quando crescerà la massa circolante crescerà infallibilmente la consumazione attuale. Supponendo l’abbondanza relativa eguale, e crescendo l’attual consumazione, crescerà infallibilmente la massa circolante. Troppo lungo sarebbe, a chi molte altre cose deve dire, il fermarsi maggiormente su tutte le considerazioni che per altro meriterebbe questa verità. Riflettasi solamente, in primo luogo, che la circolazione tien luogo di danaro effettivo per le cose che non sono di attuale consumazione. Siavi uno che abbia trenta mille monete, e due che abbiano ciascuno quindici milla capi di merci; le trenta milla monete varranno le trenta milla cose. Ma se uno non avesse che 15.000 monete, ei non potrà comperare che i quindici milla capi di merci dell’uno, ma quell’uno, ricevute che avesse in prezzo delle sue quindici milla cose vendute, le quindici milla monete, potrebbe con queste ricomperar dall’altro gli altri quindici milla pezzi di robba; ed ecco come quindici milla monete, passando per due mani successivamente, sono state equivalenti alle trenta milla monete.
Dunque la quantità del denaro circolante, moltiplicata per il numero delle azioni che va successivamente rappresentando, sarà eguale al valore totale di tutte le azioni e cose prese insieme, se fossero tutte in una volta poste in contrattazione. Dunque uno stato che avesse la metà meno di denaro d’un altro stato, ma che invece facesse far quattro giri al suo denaro intanto che l’altro stato ne facesse solamente due, sarebbe egualmente ricco e forte di questo secondo; anzi, se questo doppiamente danaroso non facesse fare alla sua moneta che un movimento, mentre l’altro, metà meno danaroso, ne facesse quattro, sarebbe un tale stato colla metà meno di denaro al doppio ricco dell’altro, perché 100.000 monete in un sol contratto rappresentano 100.000 azioni, ma 50.000 in quattro contratti ne rappresentano 200.000. Non è dunque la quantità assoluta del denaro che forma la ricchezza e prosperità d’uno stato, propriamente, ma la rapidità e prontezza del suo movimento. Non sono i segni, ma le azioni rappresentate da questi segni che formano la forza e la felicità de’ cittadini.
19. Le azioni adunque produttive ed utili debbono eccitarsi l’una l’altra, come le ondulazioni d’un fluido messo in moto da qualunque causa impellente; e la quantità dei segni accresciuta in uno stato non è utile perché accresciuto sia il volume e la massa di questi segni, ma perché durante l’accrescimento fanno crescere il numero di questi movimenti, accelerano i già nati, e nuovi ne producono. Lo stesso dicasi della diminuzione, appresso a poco: non è dannosa precisamente come diminuzione, ma perché una tale diminuzione rallenta ed estingue il numero delle azioni che si producono nella società, non trovandosi pronto e facile l’accostumato denaro a rappresentare i valori delle diverse cose che entrano in contrattazione, e delle azioni che si producono. Se in proporzione della diminuzione si procurasse di accelerare il movimento del denaro diminuito, o sia si trovasse un mezzo di aumentare la circolazione, nissun danno ne verrebbe dalla diminuzione alla società. Mi rincresce di dover passare troppo rapidamente sopra una così bella speculazione, ch’io sono costretto di lasciare alla sagacità e alla meditazione de’ miei uditori.
20. Riflettasi in secondo luogo che quanto si è da noi diffusamente spiegato intorno alle cause aumentanti la prosperità delle arti e dell’agricoltura, ed alle cause che vi si oppongono, dovrà considerarsi come causa acceleratrice o ritardatrice della circolazione, onde non si deve qui ripetere noiosamente.
21. Riflettasi in terzo luogo che la circolazione del denaro si aumenta, e si rende sempre più facile, come la circolazione di tutte le altre derrate, massime nelle grandi distanze. A misura che la moneta è più voluminosa, più difficilmente e meno comodamente divisibile o adattabile a tutti gli generi di contrattazione, il suo trasporto costa tempo e fatica, ed acquista un valore che entra a diminuzione per così dire della di lei forza rappresentativa. Dove il trasporto fosse nullo, ivi tutto il resto delle cose essendo eguali, la circolazione sarebbe massima. Da questa verità alcune importanti luminose conseguenze si dedurranno ben presto: doveasi soltanto qui accennare.
22. Ma ciò che la circolazione in generale più d’ogni altra cosa conduce al massimo punto di velocità, si è la concorrenza nella massima sua estensione, cioè a dire la concorrenza di tutte le cose valutabili con tutte rispettivamente: abbiamo già veduto che sia concorrenza in tutto il decorso di queste lezioni; giova solo qui avvertire dover questa esser generale; ed è appunto questa universale concorrenza che aumenta il moto e l’azione, senza la quale giacerebbe tutto nel silenzio vuoto ed immutabile della morte. Questa è che, rendendo ogni cosa prontamente correspettiva rappresentatrice d’ogni altra, anima l’industria e la speranza d’ogni membro della società. Questa concorrenza dev’esser massima tra le azioni scambievolmente operatrici, non tra le azioni che a nessun risultato finiscono, di cui ne rimanga vestigio ed effetto. Di quelle se ne deve, per quanto è possibile, aumentare il numero all’indefinito; ma di queste dev’esser il limite la rigorosa necessità, e in queste dev’esser impiegato il superfluo che non può in quelle esser adoperato: massima importante non meno per la pubblica che per la privata economia, e la quale forse ancora non infelicemente alla morale ed alle bell’arti tutte potrebb’essere applicata.
IV. Del commercio
23. Dalla circolazione delle azioni economiche a vicenda producentesi le une le altre, e rappresentata dalla circolazione del denaro, dalla concorrenza di molti a far le medesime cose ed a venderle, e di molti a comperarle o per la consumazione o per l’uso, nasce il commercio, il quale va distinto dalla parola contratti, baratti, ecc., in quanto queste si destinano a rappresentare singolarmente il cambio attuale d’una merce con l’altra, o l’attuale compera o vendita di una determinata cosa o azione, o anche di un determinato diritto a qualche cosa. Ma il commercio è una parola collettiva, destinata a rappresentare la successiva serie di tutti i contratti che si fanno, sia di tutte le merci, sia d’una classe distinta di quelle. Si suole definire da molti il commercio per il cambio del superfluo col necessario; ma questa definizione non sembra esattissima, perché non sono ben definite le parole troppo generali di superfluo e di necessario, le quali sembreranno chiarissime a chi, saltando dalle parole alle cose, non si ferma giammai a rendersi conto esatto delle proprie idee. Cambiasi spessissimo il superfluo col superfluo; onde, invece della suddetta definizione, un’altra migliore e più adeguata potrebbe sostituirsi, cioè essere il commercio il cambio del non utile, o del meno utile relativamente, con ciò che relativamente è più utile, presa questa parola utile nel suo primario e generale significato, cioè di ciò che serve, siano le cose utili e servibili di necessità fisica o morale, o di semplice comodità, o anche di delizia e di piacere.
24. Dividesi parimente il commercio in interno ed esterno; chiamasi interno quel commercio che si fa dentro i confini d’uno stato, esterno quello che si fa cambiando cose qualunque, che siano prodotte o manufatte, o almeno rappresentanti un qualche valore o una qualche azione fatta dai membri componenti quello stato, con cosa d’una simile natura d’altri stati. Questa definizione di commercio interno ed esterno, non avendo altro rapporto che a’ confini politici di uno stato, ne ha uno dunque immediato riguardo al sovrano, e ciò in due maniere: al sovrano come sostenitore dei pesi dello stato, ai quali ognuno deve concorrere per mezzo delle proprie azioni o dell’equivalente di queste azioni, il che con il commercio si ottiene; al sovrano, come distributore giusto ed equabile della pubblica felicità, cioè della felicità di tutti quegl’individui che gli sono soggetti. Ora il commercio non si fa soltanto per cambiare uguali cose con eguali cose, ma cercando di dar meno di ciò che meno serve, per avere quanto più si può di ciò che serve. Egli è vero che il commercio suppone uguaglianza, cioè stima simile da una parte e dall’altra, la quale stima determina, come abbiamo veduto, il valor delle cose. Ma questa stima varia, secondo le occorrenze, in vari tempi e in vari luoghi. Se dunque con una determinata quantità d’una merce venduta ho comperata una cosa stimata 10, e che questa cosa stimata 10 la rivenda in un tempo ed in un luogo, quando non più 10 ma 12 sia stimata, avrò un profitto di due; sicché ripigliando con queste 12 della medesima cosa nel luogo dove 10 è stimata, potrò averne 11 ed 1/3; e così di mano in mano, per serie, cresceranno questi profitti. Premessa questa nozione, si troverà che, riguardando il sovrano come ricevitore ed amministratore dei valori dovuti dai membri d’una società per la conservazione e tutela della medesima, il commercio interno vi avrà rapporto in quanto esso è l’effetto e nel medesimo tempo lo stimolo alla produzione di tutti i valori, una parte dei quali è dovuta allo stato ed al sovrano. Ma il commercio esterno potendosi fare con profitto, cioè col ricevere per una determinata quantità di valori una molto maggiore, servirà di stimolo maggiore e più efficace onde aumentarne questa produzione di valori, nel medesimo tempo che facendo acquistare una parte considerabile di questi valori prodotti da’ sudditi di altri stati, i cittadini fanno realmente pagare una porzione del tributo e dei pesi dello stato alle altre nazioni. Riguardando poi il sovrano come distributore della felicità pubblica, il commercio interno vi ha bensì un immediato rapporto come animatore e creatore di produzioni e di opere, ma non come commercio di profitto; perché il profitto di un cittadino è a spese dell’altro, ella è una mano che riceve dall’altra, onde per questo titolo non solleva i membri dello stato. Ma il commercio esterno, oltre l’influenza ch’egli ha, simile al commercio interno, di animare e stimolare alla produzione di nuovi valori, ha l’altra considerabile come commercio di profitto, perché i profitti del commercio esterno sono in vantaggio dei cittadini a spese dei non cittadini, onde cresce la somma dei valori per i membri dello stato, senza la perdita di nessuno dei membri dello stato medesimo.
25. L’accrescimento del denaro in uno stato anima l’industria e l’attività dei cittadini, come abbiamo già indicato; ma questo denaro già accresciuto non ha più influenza alcuna sull’industria medesima, se non in quanto, sottratto per qualche circostanza dalla nazione, vi ritornasse per una qualche altra; perché allora, mentre ritorna ad aumentare la massa circolante, trovando ciascuno maggior facilità e maggior copia di denaro più dell’usato guadagnata, raddoppia le sue fatiche e la sua diligenza. Oltre di ciò il denaro, accresciuto di troppo, fa diminuire e perdere il commercio esterno: perché l’aumentato volume dei segni indica l’abbondanza del denaro, e per conseguenza l’avvilimento del suo prezzo. Un minor numero di segni, che la stessa merce rappresenti, indica minore abbondanza, e perciò maggiore stima di quello. Quelli dunque che averanno denaro, procureranno di spenderlo dove è in maggior stima, cioè dove vale di più, o sia ottiene più cose, che dove è in minore stima, vale meno e meno cose ottiene; onde, ad eguale bontà di mercanzie, saranno preferite le nazioni più povere di denaro alle più ricche. Onde una nazione che averà una massa circolante più considerabile, supposta eguale bontà e quantità di prodotti, perderà, nella concorrenza con quella che abbia una minor massa circolante.
Da tutto ciò si può comprendere di quanta importanza sia l’aumento e la conservazione del commercio esterno, non solo per l’utile aumento di denaro entrato, ma ancora per il non meno utile, e talvolta indispensabile, sfogo di denaro uscito; e quanto inopportuna sia l’impossibile idea di coloro che vorrebbero che una nazione contenta di se stessa facesse di meno di tutte le altre, ed in una beata e totale indipendenza tutta in se medesima e nei confini suoi si concentrasse. Il commercio esterno egli è quello che, togliendo gli uomini dall’infeconda uniformità, gli spinge al moto ed al cangiamento, al quale moto e cangiamento per legge inesorabile di natura sta fissa la perpetuità e la durazione delle cose, il benessere e la perfettibilità degl’individui.
26. Si divide il commercio esterno in commercio di produzioni ed in commercio di economia. Il commercio di produzioni è quello che si fa o colle derrate cresciute nello stato, o colle cose parimenti fabbricatevi. Il commercio di economia è o di trasporto o di rivendita, ed è quello che si fa per mezzo delle produzioni e manifatture d’altri stati, andando a comperarle ne’ luoghi della loro origine, indi portarle e rivenderle alle altre nazioni, profittando sui trasporti e sulla rivendita.
27. In generale, se il prezzo, cioè il danaro rappresentante la somma delle cose vendute, è maggiore del prezzo, cioè del danaro rappresentante la somma delle cose comperate, dicesi che la nazione abbia un commercio attivo. Se il prezzo della somma delle cose comperate sia maggiore del prezzo della somma delle cose vendute, dicesi che la nazione faccia un commercio passivo. Se questi due prezzi sono eguali e si compensino tra di loro, dicesi che la nazione è in bilancio. Ma in qual maniera una nazione può ella mai comperare per lungo tempo di più di quello ch’ella venda, cosicché ella faccia escire e consumi tutto il denaro ricavato, e ne debba di più: se niente v’è di gratuito in questo mondo, e se ogni contratto è qualche cosa per qualche cosa? Rispondo che certamente non per lungo tempo, né continuamente, ma per qualche tempo può il prezzo delle compere eccedere il prezzo delle vendite, perché tutto il denaro che esiste in una nazione non è perciò tutto in circolazione. Dunque il denaro, che morto e inattivo giace nelle mani dei particolari, può per qualche tempo supplire a pagare l’eccesso delle compere sulle vendite, al quale non è potente di soddisfare il danaro circolante; ma, quello finito, doveri senza dubbio scemare ben presto la possibilità di comperare di più di quello che si vende, anzi sminuirà la quantità del denaro medesimo che è in circolazione. Se le cose comperate siano di quelle di uso continuo e comune, escirà una parte del denaro circolante che sarebbe destinata alla riproduzione delle cose che si vendono, onde scemeranno le azioni utili e produttive delle cose che si vendono, ed anche il commercio interno doverà indebolirsi. Ma nel medesimo tempo, scemata la quantità del denaro, si abbassa il prezzo delle cose tutte che si vendevano prima, quando maggior copia di moneta era in circolo a più alto prezzo, onde per questo capo ritornerà la nazione impoverita a riguadagnare ed a rimettersi da se medesima in bilancio con vendite più frequenti. Onde, chi ben considera le nazioni che hanno un continuo commercio ed una aperta communicazione tra di loro, e un incessante andare e venire di cose, non possono mai ridursi ad uno stato continuamente passivo l’una rispettivamente all’altra, ma bensì tendono continuamente all’equilibrio. Una di queste nazioni perde per alcuni anni, ma riprende e guadagna per alcuni altri il già perduto.
Sono dunque fallaci tutti quei disperati calcoli che da alcuni autori si fanno, che rappresentano nazioni europee come in uno stato di stabile e continua passività, rispetto alla somma totale di tutti i loro commerci. Questi calcoli, con qualunque grande apparato di diligenza e di esattezza possano esser fatti, non possono a meno d’esser fallaci, ogni qual volta per necessaria conseguenza ne risultasse una lunga e continua perdita, ma possono bensì esser utili o veridici, qualora le conseguenze necessarie siano solamente per la perdita che fa una nazione su tali particolari articoli di merci e per tempi limitati. Si potrebbe a mio parere dimostrare con geometrico rigore che ogni nazione, finché non scemi o cresca la somma delle sue azioni valutabili, non è attiva né passiva, ma in bilancio, e che, malgrado tutti i calcoli troppo incerti e su dati troppo inesatti necessariamente computati, questo è lo stato di quasi tutte le nazioni europee durante intervalli lunghi e sensibili di tempo; e che non si altera per qualche tempo questo stato di bilancio e di equilibrio di ciascuna nazione, se non quando realmente cresca o scemi la somma delle azioni produttive, non la somma dei puri cambi e contratti. Ma un tale paradosso per molti mi porterebbe in una discussione troppo oziosa e speculativa, e troppo aspra e lunga, perché io debba fermarmi più oltre sopra di ciò.
28. È dunque utilissimo il sapere la bilancia del commercio di una nazione, cioè l’indagare di tempo in tempo lo stato delle vendite e compere che si fanno dai nazionali cogli esteri. Se una nazione perde attualmente, non si deve per ciò lasciarla correre da se stessa al ristabilimento, quantunque infallibile, perché lo ristabilimento non nasce talvolta se non collo scemamento delle azioni produttive. Il metodo per fare quest’esatta bilancia di commercio è una operazione assai complicata e laboriosa. Dipende principalmente la maggiore di lei esattezza dai registri delle dogane più o meno bene tenuti, perché, se in questi siano confuse l’entrata e l’uscita delle merci, né bene indicato il luogo donde le merci vengono e dove sono inviate, i risultati riterranno l’incertezza e la confusione della loro origine, e sarà perduta la principale utilità di questa operazione, la quale non consiste nel sapere astrattamente quanto nel totale perda e guadagni la nazione, ma piuttosto verso qual parte e con quali merci ella perda, e verso qual altra e con quali altre guadagni, onde incoraggire tal sorte d’industria e frenare tal altro rovinoso commercio.
La mole di questi registri è numerosa, ma lo spirito d’ordine e il prendere le cose da quel punto di vista chiaro, che le cose tutte hanno ed hanno in un sol modo, sono capaci di condurre a fine ogni vasta impresa. Ciò che è inevitabile si è che i registri della dogana non segnano tutte le merci; perché quelle che sono esenti dalla gabella non sono soggette al registro, e quelle che lo sono, non possono esserlo interamente ed adequatamente alla somma tutta del commercio, per il contrabbando, il quale cresce in proporzione del peso della gabella, della piccolezza del volume, della vicinanza del centro del commercio ai confini, della complicata corruttibile esattezza dei custodi: quantità tutte, che siccome rendono quasi incalcolabile la quantità del contrabbando su d’ogni merce particolare, così renderanno più o meno erroneo il bilancio totale e particolare per ciò che risulta dai registri delle dogane. Per quelle merci poi che da questi registri non possono sapersi, altra strada non vi sarebbe che il metodo delle notificazioni che si possono esigere dai particolari commercianti: metodo egualmente fallace, perché, ingelosendo per lo più gl’interessati, essi notificano sempre meno del vero. Egli però è da osservarsi che, sia nel commercio d’entrata, come in quello di uscita, essendo eguale gelosia a nascondere la verità, e dall’altra parte osservando gli uomini da cui si esige rendimento di conti, anche nella menzogna, una certa proporzione al verosimile ed alle apparenze conosciute, si possono questi errori nel confronto delle partite di uscita con quelle d’entrata ricompensare. Ma il voler sapere esattamente tutto il vero della faccenda suppone nelle dogane e nelle leggi mercantili tutte quante una severità ed un apparecchio spaventevole di lente formalità, che offendono ed aggravano di troppo la delicatissima natura del commercio, e la sdegnosa industria rallentano ed estinguono.
L’operazione continuata però per molti, anzi per tutti gli anni, con quella esattezza che può combinarsi colla dolcezza che si vuole sempre avere nel reggere le cose di traffico, tutte sull’interesse privato e timoroso degli uomini appoggiate, conduce ad utilissime cognizioni. In generale però si può sapere se una nazione faccia commercio attivo o passivo, cioè, per parlare con precisione, se cresca la somma dei suoi prodotti, ovvero scemi, da’ quattro seguenti indizi che contemporaneamente si verifichino. Sarà dunque segno di prosperità e di aumento della somma dei prodotti di una nazione, cioè di vero commercio attivo, quando nel medesimo tempo: primo, crescerà la popolazione; secondo, prospererà l’agricoltura, sia in intensione come in estensione; terzo, scemeranno gl’interessi del denaro; quarto, si alzerà il prezzo delle cose tutte. Averei scritto inutilmente sin qui se agli occhi di ognuno non saltasse immediatamente come queste quattro condizioni non possono verificarsi simultaneamente in una nazione, se questa non prosperi o non aumenti il suo profitto sopra le altre nazioni, ma con una maggiore estensione di commerci; perché la popolazione accresciuta indica maggiori prezzi di consumazione, l’aumento dell’agricoltura indica il maggiore aumento, uso ed esito delle materie prime, l’abbassamento degl’interessi del denaro indica un maggior numero di danarosi ed aventi un superfluo da impiegare, ed un minor numero di bisognosi d’imprestito, e perciò aventi una maggior forza originaria e reale; mentre l’incaramento delle cose tutte, combinato con questi primi tre fenomeni, non può nascere che dall’aumentata copia di denaro e dall’aumentata circolazione; il che non può nascere, nel presente caso, dal puro commercio interno, ma dall’aumentato spaccio e profitto al di fuori, che solamente potevano fare questo cambiamento in tutte queste dipendenze dell’economia interna d’uno stato.
Dunque, con pari ragionamento, sminuendo la popolazione, rallentandosi l’agricoltura, alzandosi gli interessi del denaro, abbassandosi il prezzo delle cose, sarà un segno infallibile che la somma dei prodotti e di azioni d’una nazione, rispetto a quelle con cui era ed è in attuale commercio, sia scemata e diminuita; onde farà un commercio passivo fino all’indispensabile equilibrio, a cui necessariamente deve in seguito mettersi.
29. Noi abbiamo distinto due specie di commercio: commercio di produzioni, il qual consiste in materie prime e in manifatture; commercio di economia, il quale consiste nel trasporto delle produzioni e nella compera e rivendita di queste produzioni. Per riguardo al primo commercio, di cui solo parliamo per ora, e che è il più comune ed il più universale, e nel medesimo tempo il più durevole e desiderabile, egli è facile il vedere come fiorisca e come aumenti, come soffra languore e diminuzione; perché in tutti questi Elementi avendo diffusamente annoverate le cause tutte per le quali aumentansi e diminuisconsi le produzioni delle materie prime, crescono e scemano le opere della mano degli uomini, quelle saranno tutte di prospero e grande, o di piccolo ed infelice commercio.
30. Solamente, dunque, restringendo sotto un sol punto di vista quanto nei trattati d’agricoltura e delle manifatture si è partitamente divisato, diremo che per quattro mezzi principali si aumenta il commercio d’una nazione, cioè cresce la somma delle utili azioni.
Primo, per la massima concorrenza sia dei compratori come dei venditori, sian pure nazionali o esteri come si voglia; e questa si ottiene col maggior grado di libertà a tutti di fare quel commercio che più piace, non limitata che da quella disciplina che piuttosto aumenta a ciascuno il potere di ben fare, e toglie quello di far male altrui ed alla società. Questa concorrenza da sé sola fa nascere i commerci utili veramente allo stato, cioè alla maggior parte, e da sé sola distrugge ed annienta quelli che sono dannosi allo stato medesimo, ed al minor numero soltanto proficui; e distruggendo per legge di continuità ogni salto dal basso all’alto valore, impedisce il temuto monopolio, che in pochi ristringe l’industria ed il premio di quella. Secondo mezzo si è il basso prezzo della man d’opera, il qual basso prezzo nasce e dalla concorrenza medesima, e dal togliere i mezzi di vivere oziosamente agl’infingardi, e col libero commercio interno delle derrate, che nasce dalla concorrenza e dalla libertà, onde ogni opera nel minor tempo possibile e dalle più poche mani che si può venga fatta; cosicché il risparmio di mani in un’opera aumenta la varietà ed il numero di altre fattibili opere in uno stato. Il terzo consiste nella massima facilità dei trasporti, il che da’ canali, dalle strade solide e sicure, dagli alberghi ben provveduti, dal facile noleggiamento de’ carri e bestie da trasporto si ottiene. Il quarto mezzo finalmente consiste nei bassi interessi del denaro. Questi bassi interessi nascono pure dalla concorrenza e libertà del commercio, e perciò dall’ampiezza di esso, dalla libertà del commercio delle derrate, e perciò da quell’altezza dei generi che nascono dalla concorrenza e dalla libertà medesima, dall’esser quasi tutte le terre d’uno stato coltivate, e ben coltivate; il quale essere bene coltivate nasce pure dalla libertà, e dall’esser queste in molte mani e non in poche distribuite; il quale pure nasce da un’altra libertà. I bassi interessi del denaro facilitano gl’imprestiti, ed aumentano lo stimolo a render molto fruttifero quel medesimo capitale, che, dando per un sol movimento un piccolo profitto, sforza il commerciante a non riposarsi, finché non abbia fatto fare al proprio capitale tanti movimenti, cioè non abbia egli moltiplicate tante azioni utili, che equivalgano a un gran profitto e ad un alto interesse, che nel medesimo tempo in una sola volta altrove si potrebbe ottenere.
V. Del lusso
31. Da tutta la mole de’ commerci, dal ristringersi le terre in un minor numero di mani, dall’accumularsi grossi capitali presso alcuni, dalla disuguaglianza in somma delle ricchezze nacque negli uomini una differente maniera di servirsene; imperciocché una gran parte di essi appena ha tanto di che protrarre una laboriosa vita, e la squallida famigliuola nell’umile oscurità senza invidia alimentare. Molti posson viver più largamente, e godere di un certo agio e di un certo comodo, ed anche di ostentare altrui e di rendersi osservabili per una succinta pulizia e per un’ombra di potere, col quale tacitamente gli altri più poveri minacciano e padroneggiano. Alcuni poi abbondano totalmente di mezzi onde i comodi e i piaceri tutti della vita procacciarsi, che, assorbita facilmente e stanca la facoltà limitata che ha ciascuno di godere e di sentire, sono costretti per vanità e per fasto di render partecipi altrui del loro potere e dei mezzi che hanno d’acquistarsi un gran numero di piaceri; onde lo splendore del ricco e la superba di lui liberalità non diferiscono dalla compassionevole ed opportuna beneficenza, se non per la differenza dei motivi e il poco discernimento con cui impiega i suoi doni e dissipa i suoi tesori.
Ho voluto tessere questa diceria per descrivervi che sia lusso, e cosa s’intenda dagli uomini per questa parola presso a poco. Dico presso a poco, perché è difficile il dare una definizione precisa di un termine, del quale le idee che racchiude variano moltissimo presso gli uomini, secondo le differenti condizioni in cui essi sono, e i differenti gradi di coltura con cui vivono. Chiameremo noi lusso ogni spesa che sia al di là del necessario? Ma in che consiste questo necessario? È egli l’ultimo estremo con cui l’uomo possa vivere semplicemente, o l’ultimo estremo soltanto con cui possa vivere senza dolore? Ma ciò varia secondo la diversa educazione e i diversi temperamenti degli uomini. Chiamerassi lusso ciò che serve a farci fuggire il dolore, o soltanto ciò che ci procura piacere? Ma dove finisce il dolore, dove comincia il piacere? L’esser privi d’un piacere è per moltissimi un grandissimo dolore. A taluni il non essere rilucenti d’oro cagiona una cupa afflizione; non sarebbe lusso per questi una tal maniera di vestirsi. Dirassi allora lusso ogni spesa al di sopra della condizione in cui l’uomo è posto? Ma chi ha mai fissati i limiti che separano queste condizioni, e potrà mai assegnare che tali spese sono della condizione del cittadino, e tali della condizione del gentiluomo? Lungo e superfluo sarebbe il qui dare le definizioni tutte, che date si sono della parola lusso; perché con questo nome chi ha voluto una nozione complessa significare, chi un’altra; onde le questioni sono nate, se il lusso sia utile o dannoso agli stati nella politica e nella morale; se alla felicità dell’uomo contribuisca o veramente all’infelicità. Nostro istituto non è d’ingolfarci in simili ricerche, ma bensì fissare con esattezza che si debba intendere per lusso economicamente, e quale influenza abbia sull’economia degli stati questa maniera di vivere e di spendere degli uomini chiamata lusso.
Per ben definire il lusso, bisogna prendere soltanto le idee che non variano fra tante che si aggiungono a questa nozione. Premetteremo dunque, in grazia di questa definizione, che vi sono dolori, per fuggire i quali è necessario porre il piacere, la privazione del quale piacere è appunto il dolore che si sente. Vi sono dei dolori per togliere i quali basta allontanare la causa dolorifica; quantunque nell’allontanare un tal dolore sentiamo piacere, allontanato però ch’egli sia, non si sente più piacere alcuno. Cacciata ch’io abbia la fame, che è un dolore di questo secondo genere, con qualunque cibo, non sento più piacere alcuno; ed il dolore che dalla fame risulta, non nasce dalla considerazione che io sia privo d’un cibo piuttosto che d’un altro, ma da una impressione indipendente dalla natura e situazione delle nostre idee. Che se io ho avuto desiderio d’un tal cibo piuttosto che di un tal altro, e di cui la privazione mi dispiaccia, questo è un dolore del primo genere, per guarire del quale non posso far altro che cercare del cibo, e darmi quello o un equivalente piacere per guarire da quel dolore, ovvero da savio e moderato vincere la mia inquietudine.
Finalmente premetteremo che la causa impellente ed immediata d’ogni nostra azione si è il dolore, perché non agiremo giammai, anche in vista d’un piacere o di un utile grandissimo, se prima non nasce in noi una inquietudine, prodotta da quel piacere o da quell’utile, che vivamente si presenta all’animo, e ci cagiona un dolore analogo a tutti gli altri dolori. Appartiene alla scienza dell’anima, e non all’economia pubblica, l’estendersi in questa verità, e svilupparne tutte le conseguenze e tutti i di lei aspetti: basta averla sufficientemente accennata, e che sia sufficientemente sentita da chi, esaminando attentamente se stesso, troverà di non avere mai agito se non per isfuggire un dolore, e la libertà medesima proverà consistere nel potere un uomo eccitare in se stesso, quando il voglia, inquietudini contrarie a quelle che lo potevano condurre al male.
Onde, tutto ciò premesso, definiremo il lusso ogni spesa che si fa per togliere i dolori, che sono una privazione dei piaceri; nella quale definizione s’involve necessariamente l’idea di porre un piacere che duri anche dopo tolto il dolore che c’inquieta, o almeno oltre il fine di liberarci dal dolore medesimo. Chi si cruccia di non avere un tal cibo si cruccia non solo di non cacciarsi la fame, ma ancora di non gustare un tal sapore, mentre qualunque non nauseoso cibo basta a chi cerca solo di sfamarsi.
32. Da questa definizione risulta, in primo luogo, che il lusso è di tutte le condizioni e di tutti i tempi fra li uomini sociabili: perché in tutti i tempi e in tutte le condizioni essendo avvezzi gli uomini, dalle scambievoli relazioni e dai reciproci aiuti, non solamente a soddisfare i bisogni, ma eziandio a soddisfarli piacevolmente e comodamente, e ciascuno osservando che tanto più piacevolmente e comodamente vivea, quanto maggior numero dei suoi simili poteva indurre a procurargli questi comodi e piaceri, e che ciò più facilmente e più frequentemente otteneva, quanto più sopra gli altri poteva rendersi osservabile e distinto; nacque negli uomini il bisogno dei piaceri, o sia l’indeterminato sentimento di privazione, o sia la noia, e la voglia di distinguersi, o sia la vanità, che sono le due sorgenti del lusso, come appare dalla definizione data.
Data la società, vi saranno infallibilmente noia e vanità negli uomini, perché sono conseguenze infallibili delle relazioni che nascono fra quelli che contrattano fra di loro. Dunque vi sarà sempre lusso, preso nell’esteso suo significato. E in fatti, chi considera in grande ed in esteso la natura umana tutta quanta, troverà fra i selvaggi medesimi impresse profondamente queste due qualità dell’animo nostro, cioè il bisogno dei piaceri, nell’avidità con cui si avventano ai liquori inebrianti, coi quali la politica europea li lusinga e li captiva; nella moltitudine delle loro feste e delle loro danze guerriere, e in tutto l’apparecchio complicato di lunghe e solenni cerimonie, che fanno essi pure (che noi crediamo così vicini alla rozza e semplice natura, e così lontani dalle arti ed istituzioni nostre) nei loro funerali, nelle nozze ed in tutte le epoche singolari della vita umana. La voglia poi di distinguersi è evidente in loro, a chi considera quant’oro e quante gemme gregge e rozze abbiamo loro carpito dalle mani per poche filze di coralli, per poche chincaglierie di vetri colorati, e in quanto pregio siano presso gli affricani, e quanto superbi li facciano andare – essi che seminudi vanno quasi sempre – uno sdrucito cappello ed una rappezzata sopravveste, misero rifiuto d’un europeo, cambiata con oro e con uomini, e della quale i loro monarchi e i grandi fanno gala nei giorni solenni e nelle udienze le più maestose. I più poveri poi, che non hanno una fortuna grandiosa, si contentano, per comparire e distinguersi, d’infiorarsi e cauterizzarsi la pelle, onde rendersi fra gli altri osservabili per una pelle nobile e perpetuamente signorile. E chi, fra quelle antiche repubbliche, così vantate per la povertà e frugalità loro, volesse il lusso ricercare, ve lo troverebbe senza dubbio, checché ne dicano alcuni. In Isparta medesima, in quella Sparta ove Licurgo introdusse un misto di militare e monastica disciplina, eravi e il bisogno dei piaceri e la voglia di distinguersi, ma e l’uno e l’altra erano talmente amalgamati colla costituzione politica, che tutto era utile e virtù pubblica, almeno secondo ciò che la non critica storia degli antichi ci ha tramandato, invece che tal altro lusso in altre costituzioni può essere dannoso. Si annoiavano i lacedemoni, ma della pace e della sicurezza, e voleano sentire le scosse del rischio e del tumulto. Il suono della lode era lor grato e soave; e per lo più lo era, quando usciva confuso ed avvolto di mezzo allo scroscio delle lance ed alle spade, e misto dei gemiti lamentevoli dei vinti e prigionieri nemici. Io credo che ognuno di quei sobri e severi lacedemoni sorridesse fieramente nel trovarsi circondato di ferro e pesante sotto l’armi, e le più belle e più minacciose ricercasse con molti sforzi; e le donne loro, che indurivano l’animo a resistere alle molte impressioni della natura e del sangue, l’inalienabile loro vanità impiegassero in quei severi abbigliamenti, che si avvicinassero al vigore ed alla robustezza maschile. Da ciò si può vedere che chi volesse schiantare il lusso da una nazione, farebbe lo stesso progetto che chi volesse distruggere alcuna delle facoltà inerenti all’uomo; e che questo lusso può essere egualmente dannoso che utile, secondo che combina o si oppone, o più tosto risulta dalle circostanze e dalle leggi d’uno stato, buone o cattive.
Il dolore dunque che nasce dalla privazione dei piaceri, fa nascere l’amor dei comodi e l’avidità delle sensazioni aggradevoli, che lusinghino o solletichino l’inoperosa nostra esistenza; fa nascere di poi la sollecita ed inquieta voglia di distinguersi, e tutte le minuzie della vanità, onde rendersi gli uomini propizi e servizievoli. Due sorti di lusso vanno principalmente distinte, cioè due maniere di fuggire il dolore che nasce dalla privazione del piacere. Perché io posso e scegliere piaceri e comodi, e cercare di distinguermi con azioni che non siano in alcuna maniera produttive ed operative su qualche soggetto, o, più generalmente, che non suppongono cambi di qualche cosa con qualche cosa, ovvero che suppongono cambio. Può chiamarsi la prima specie lusso di azioni, o sia morale e politico, ed a queste scienze appartiene l’esaminarne la natura e l’influenza. La seconda specie può chiamarsi lusso di contratti, o sia economico, del quale succintamente si debbono qui esporre le massime relative.
33. Amendue queste sorte di lusso si dividono ciascuna in lusso di comodo e in lusso d’ostentazione; ma noi, fermandoci al lusso economico, divideremo le spese di lusso in quelle che cambiano prodotti con prodotti, o prodotti con azioni, verbigrazia servizi personali, gran numero di livree, ecc. Vede ognuno che quelle specie di lusso che cambiano prodotti con prodotti, essere di gran lunga più utili di quelle che cambiano prodotti con azioni, e che anzi queste possono essere dannose, in quanto le persone impiegate ad esercitar queste azioni possono esercitarsi a produrre e a formare prodotti, perché sian comodi all’uso di tutti. Ma questo danno non sarà reale nelle nazioni, se non allora, quando manchino le braccia alle terre ed alle arti, e queste non mancheranno se non quando il commercio delle derrate e manifatture sia incagliato; perché, coltivate le terre al sommo grado, fiorenti essendo le arti alla massima concorrenza, cioè per ambidue alla massima libertà possibile, il contratto di lusso di prodotto con azione, oltrecché ne scemerà il numero in paragone dei contratti di lusso di prodotti con prodotti, può farsi senza danno, perché colui che ha ricevuto il prezzo di questa sua azione, lo cambierà con qualche altro prodotto. Da ciò si vede uno degli effetti mirabili della circolazione, la quale fa in modo che anche le azioni inutili non cagionino perdita né di tempo, né di produzioni nella società, a misura che questa circolazione è più rapida e più estesa; anzi fa in modo che le medesime azioni, inutili e viziose in altre circostanze, producano l’ottimo effetto della concorrenza dei compratori in favore dei venditori delle cose consumabili, onde, restandone alto il prezzo, la ricchezza originaria ed unica della terra in vigore si mantiene.
34. Ora le spese, qualunque esse siano, che cambiano prodotti con prodotti, saranno più utili allo stato facendosi con prodotti del medesimo paese cambiati fra di loro, perché, supponendo equipollente il valore d’una cosa cambiata con un’altra, amendue queste cose rappresenteranno travaglio ed alimento circolante nello stato, al doppio di quelle che rappresentino cose che si cambino per un prodotto forestiero; perché il prodotto forestiero suppone la metà, o almeno una parte proporzionale al prezzo del travaglio e degli alimenti eccitati al di fuori. Dunque il cambio delle derrate colle manifatture nazionali sarà più utile che con manifatture forestiere, e il cambio delle medesime con manifatture più immediatamente vicine all’alimento, cioè soddisfacenti ai comodi più estesi e comuni, più utile di quelle che soddisfano ai più raffinati. Ma qui giova considerare che le spese di lusso sono proporzionali alla disuguaglianza dei beni e delle condizioni. Perciò, in primo luogo, diremo che a misura che i beni sono in poche mani ristretti, l’influenza delle spese fatte dai posseditori di questi beni si va ristringendo, perché, a misura che il prodotto parte da più pochi, ogni operazione che attrae a sé una parte di questo prodotto non può essere che in conseguenza di un’altra, e questa di una altra, fino a tutto dipendere dai primi e pochi posseditori; onde tutto si rissentirà della necessaria limitatezza dell’origine, quantunque grandi si vogliano supporre le spese di questi pochi. A misura poi che questi posseditori di beni si moltiplicano, l’influenza del lusso si allarga più immediatamente, perché crescono le temporanee ed indipendenti spese che si fanno da molti possessori, onde, nel tempo che passa dalla produzione alla riproduzione, nel primo caso si faranno da un minor numero di cittadini un minor numero d’azioni di quello che nel secondo; onde, anche per conseguenza, i prodotti stessi, quando il commercio al di fuori sia stretto e ritenuto, averanno minor buon valore.
Dirassi qui: se tutte le terre fossero divise a tutti ugualmente, scemerebbero le opere d’altrettanto di quello che se le terre fossero tutte nelle mani d’un solo. Rispondo che non occorre qui esaminare quanto ciò sia vero; ma, in primo luogo, questa eguale distribuzione di terre è una cosa impossibile, come abbiamo già nella seconda parte dimostrato; in secondo luogo che, trovandosi eguali gli effetti di queste due estreme cagioni, ciò potrebbe condurci (se io non temessi di abusare del tempo e dell’obbligo che mi corre di non perdermi troppo in teorie troppo recondite) a ricercare qual sarebbe la distribuzione delle terre che producesse il massimo numero di azioni utili e produttive, o sia qual proporzione debba correre tra il numero dei proprietari delle terre e il numero degli altri abitanti d’una nazione, supposti tutti industriosi ed operai in qualche maniera. Basta accennar qui di passaggio che la soluzione del problema dovrebbe apparentemente coincidere in ciò, che tanti dovrebbero essere i posseditori di terre quanti bastino perché misurino e stiano tante volte nel numero di tutti gli abitanti, quante il prodotto di tutte queste terre può entrare a misurare il massimo numero di tutti i travagli, non che si fanno, ma che si potrebbero fare da una riproduzione all’altra; e che da se stessa accostandosi la terra alla massima produzione, si accosterà alla miglior distribuzione. Ma tutto ciò non è opportuno al nostro scopo ed ai limiti d’una istituzione elementare.
Per lo che, ristringendoci alle più ovvie verità che intorno al lusso ci restano ad esporre, diremo in secondo luogo che le condizioni degli uomini essendo divise con molta disuguaglianza e quasi, direi, per salti, di maniera che il rango e la condizione essendo misurati non dalla quantità de’ beni soltanto, ma eziandio dalla qualità, nascita ed altre relazioni politiche delle persone, l’educazione, le passioni, le abitudini variano, non tanto in ragione dei beni di fortuna di ciascheduno, ma ancora della situazione in cui è posto; per conseguenza osservabile fenomeno si è che il lusso d’una persona è tanto più grande, quanto è maggiore la differenza che passa tra la condizione di chi è immediatamente al di sopra di lei, e di chi è immediatamente al di sotto; perché la voglia di distinguersi, e la scelta dei piaceri per rapporto a noi viene nell’animo nostro, imitatore, e sedotto dagli esempi, determinata dal paragone che noi facciamo delle situazioni differenti de’ nostri concittadini. Ora, quelli che sono a qualche distanza elevati sopra di noi o abbassati al di sotto, non ci feriscono così immediatamente l’imaginazione, né siamo interessati ad esaminarli, perché non entrano se non rade volte nella sfera della nostra attività, come coloro che sono immediatamente al di sopra e al di sotto; onde ci sforziamo di eguagliare la apparente felicità degli uni, e di innalzarci al di sopra degli altri. Perciò, dirette che siano le prime classi dei cittadini verso le spese di lusso più conformi al vantaggio economico d’uno stato, tutte le altre classi, per un retrogrado movimento, andranno coll’esempio solo uniformandosi alle prime mosse e direzioni.
35. Dalle cose fin qui dette sarebbe abusare del tempo il più oltre minutamente insistere e ad una per una esaminare la bontà e il danno che all’economico degli stati derivano da tutte le diverse spese di lusso. Solo giova qui fermarci un momento ad esaminare se le prammatiche che una avara malinconia di molti amerebbe d’introdurre, non siano anzi direttamente opposte al fine per il quale si desidererebbero. La ricchezza degli stati non nasce realmente che dalla fatica degli individui; la fatica degli individui bisogna appagarla; non si determinano gli uomini a fare questi pagamenti, se non per convertirli in mezzi di godere ciò che più gli soddisfa. Di più, l’uomo non fatica, se non in proporzione dell’utile immediato che spera da quella provenirne; gli utili di questa fatica sono somministrati dalle spese dei ricchi, ossia di quelli che posseggono al di là del necessario fisico. Quanto le prammatiche eseguite saranno maggiori, tanto minori saranno le spese di questi ricchi, o siano gli utili di queste fatiche; tanto minori saranno i mezzi di convertire i pagamenti in soddisfazioni. Dunque le fatiche medesime e le spese sulla terra sminuiranno, e per conseguenza le produzioni; dunque sarà sminuita quella ricchezza, per conservare ed accrescere la quale si dimandano le prammatiche. Quindi a togliere sensibilmente e generalmente le spese perniciose, il che basta al fine economico degli stati, basterà l’esempio che le prime classi dipendenti dal sovrano possono dare; basterà la libertà del commercio, che farà rivolgere una gran parte delle spese sterili in spese utili.
VI. Degl’interessi del denaro
Brevissimo sarà questo capitolo, perché noi in più luoghi di queste lezioni abbiamo parlato degl’interessi del denaro, onde solo qui gioverà toccare alcuni sommi capi che non si doveano omettere.
36. E in primo luogo diremo che la parola interesse significa generalmente una relazione che passa tra una cosa, o oggetto qualunque, ed una persona, come atta a ricevere una utilità qualunque da quella. Ma, prendendo questa parola più strettamente, ella significa quell’utilità che nasce da una cosa qualunque, frattanto che la medesima o il diritto di quella si conserva presso il proprio padrone. Ogni cosa è atta a produrre questa utilità; onde ogni cosa ha il suo interesse proprio e naturale. È bene di sviluppare questa proposizione. L’interesse della terra, fonte primaria d’ogni ricchezza, è la costante e periodica sua riproduzione; gli interessi delle fatiche sono i salari che da quelle si ricevono; gl’interessi delle azioni personali, dei servizi, degli studi, ecc., sono le ricompense e le paghe; gl’interessi dei manifattori sono i guadagni che fanno sull’esito della manifattura, dedotte le spese, ecc. L’interesse dell’industria è tutto il profitto che si cava dall’industria medesima, finché il negoziante o l’industrioso conserva il diritto o il mezzo d’impiegarvela. Il denaro è la misura de’ valori di tutte queste cose, terre, fatiche, azioni, manifatture, commerci d’industria; dunque gl’interessi del denaro saranno le utilità che possono nascere da questo denaro come rappresentante qualcheduno di questi valori, che le sue rispettive utilità produce.
Ma, come abbiamo veduto, l’alimento è la misura comune di tutti questi valori, ed il lor vero ed universale rappresentante; l’alimento è l’utilità misuratrice di tutte le altre utilità, e questa utilità nasce dalla terra. Dunque ogni somma di denaro rappresenta e può rappresentare una qualche porzione di terra, e l’interesse di questo denaro rappresenterà il frutto annuo, o sia la periodica riproduzione di queste terre, e varierà colla variazione di questi prodotti, e l’interesse medio sarà il prodotto medio. Questo adunque è il vero e legittimo interesse del denaro, o sia l’ordinario interesse di giustizia. Da ciò nasce una chiara differenza tra il mutuo, commodato e l’affitto. Perché il mutuo sarà il ceder la cosa per un tempo, senza cedere la reale utilità che ne può pervenire; il commodato sarà il ritenere il dominio della cosa, donandone l’utilità naturale della medesima; l’affitto sarà parimente conservare il dominio e la proprietà, vendendo l’utilità naturale di quella. Da qui nasce una chiara differenza tra l’interesse e l’usura: perché l’interesse è l’utilità immediata della cosa, e l’usura è l’utilità dell’utilità. Perciò l’interesse detto mercantile, che è sempre maggiore dell’interesse ordinario, non è usura; perché l’interesse mercantile è una utilità di cose che naturalmente fruttano più in mano del commerciante, che non frutterebbero sulla terra produttrice, onde uno è padrone di non cedere questa per lui naturale utilità.
Molte sarebbero le conseguenze che nascer potrebbono da queste chiare definizioni per la dottrina degl’interessi, che ha molta estensione, sia nel diritto naturale e pubblico, sia nel diritto civile; ma sarebbe un uscire dal mio istituto e voler mettere mano nell’altrui messe, s’io volessi trattarne.1 Dunque passando immediatamente a ciò che appartiene alla nostra scienza, dirò che essendo il prodotto delle terre la vera misura dell’interesse del denaro, il valore di questi prodotti, o sia l’interesse della terra paragonato coll’interesse degl’imprestiti, saranno la vera norma onde giudicare della vera prosperità degli stati. Quando l’interesse dei prestiti è maggiore di questo interesse della terra supposta corrispondente al capitale, è segno che pochi sono i prestatori e molti i chieditori del prestito; dunque poca esuberanza dei valori nelle mani dei particolari, dunque tutto ciò di cui è indizio la scarsezza e cattiva distribuzione di questi valori: il che, dopo le tante cose fin qui dette, sarebbe un far torto alla penetrazione degli uditori il qui annoverare.
Supponiamo esservi un banco pubblico, che riceva denari pagando interessi di poco maggiori dell’interesse della terra corrispondente: si abbassino gl’interessi fino al livello del prodotto annuo, coll’alternativa di riprendere il capitale: se il più gran numero dei particolari riprende il suo capitale, egli è segno che l’agricoltura è in istato di poter prendere accrescimento; se, malgrado la diminuzione, lasciano i loro capitali sul banco, egli è segno che l’agricoltura non è più suscettibile di accrescimento. Quando gl’interessi del denaro sono al livello dell’interesse annuo della terra, è un gran segno della prosperità d’un paese, tutto il resto delle cose uguali essendo. E se gl’interessi del denaro fossero minori dell’annuo frutto delle terre, sarebbe, in proporzione del minoramento dell’interesse, sempre maggiore la prosperità dell’agricoltura; perché sarebbe un segno che tutti fossero prestatori e quasi nessun creditore, il che significherebbe esuberanza di valori in tutte le mani che hanno proprietà sulla terra; ma sarebbe forse egualmente un segno della scarsezza delle arti e manifatture, e per conseguenza del non massimo travaglio possibile in una nazione. I particolari non troverebbero alla fine il migliore spaccio ed il migliore impiego dei lavori che cavano dalla terra; dunque a poco a poco doverebbe scemare lo sforzo di render fruttifera al maggior grado la terra medesima e minorare l’agricoltura. Ma l’inconveniente non è da temersi, perché, data la libertà delle terre e del loro commercio, gl’interessi dell’imprestito verranno da sé al livello dell’interesse della terra.
La moltiplicità delle cose che ci restano a dire, e l’angustia del tempo, non mi permettono di promovere più oltre questa teoria, la quale di bellissimi e rigorosi problemi è suscettibile. Mi basta di aver messo sulla via quelli de’ miei uditori che averanno compreso come la terra è l’unica produttrice di nuovi valori; come l’immediata consumazione è il rappresentante universale d’ogni travaglio e d’ogni azione; come per esempio che l’interesse del denaro in una nazione al sei per cento può essere equivalente all’interesse del due per cento in un’altra, perché ambidue possano rappresentare lo stesso annuo frutto delle terre dall’istesso numero di produttori e colla medesima facilità procurato, e simili. Ma guai a colui che tutto vuol dire insegnando, e niente lascia alla penetrazione di chi l’ascolta. Fluttuano le cose ascoltate e svaniscono dalla mente degli ascoltatori, che non hanno occasione di opporre la reazione, per così dire, del loro spirito alle impressioni dell’istitutore: e un solo ragionamento esatto fatto da noi stessi getta più di luce su d’una scienza, e quella più radicalmente e stabilmente piantasi in noi per questo solo, che per dieci ragionamenti fatti da un altro.
VII. Teoria del cambio
37. Abbiamo veduto che sia interesse del denaro, che il vero interesse è l’annuo frutto, o sia riproduzione, della terra; dunque nella nozione dell’interesse entra necessariamente la considerazione del tempo. Quel denaro, ch’è un segno e un pegno del valore nella mano del proprietario, potrebbe col tempo produrre un nuovo valore, non per se stesso, ma come indicante ed equivalente una porzione di terra: dunque l’interesse del denaro è l’interesse, ossia l’utile, del tempo. Il cambio, o sia un valore ceduto in un luogo, per avere un equivalente in un altro, ha il suo interesse specifico e particolare; cioè l’interesse del cambio sarà l’utile del luogo. Da questa sola considerazione ben sviluppata nasce la teoria del cambio. È superfluo il qui osservare il significato generale della parola cambio: ognuno lo intende. Parimente abbiamo veduto, nell’Introduzione di questa quarta parte, l’origine del cambio strettamente detto, dalla quale origine la definizione è manifesta. Egli è nato dalla promiscuità dei commerci, per cui in due o più diversi distanti luoghi v’erano a vicenda promiscui e reciproci debiti e crediti. Eranvi, per esempio, nel luogo A alcuni debitori al luogo B, ed alcuni creditori dello stesso luogo B; parimenti, nel luogo B, alcuni debitori al luogo A, ed alcuni creditori dello stesso luogo A. Supposti eguali questi debiti e crediti reciproci, cioè che tanta somma sia dovuta da A in B, da alcuni di A, quanta alcuni altri dello stesso A debbono da alcuni di B ricevere; invece che i debitori di A e B andassero in B a pagare il debito e vi trasportassero il reale dovuto valore, e i creditori di A da B ricevessero un equivalente valore dai debitori loro di B, e parimenti quelli di B andassero a portare il valore in A, e facessero i creditori venire in B il valore dovuto, si è molto facilmente dai creditori immaginato di cambiarsi i debitori rispettivi, e dai debitori convenuto di scambiarsi i creditori; così i creditori di A da B, invece di farsi pagare dai primi e veri loro debitori di B, si sono fatti pagare dai debitori di A che doveano a quelli di B; e i creditori di B da A si sono fatti pagare dai debitori di B, che doveano ad A. Questa è la natura del cambio, cioè una compensazione di pagamenti fatti in un luogo, in grazia della compensazione dei crediti e debiti possibili fra due diversi e distanti luoghi. Ma non sarebbe possibile il verificare questo contratto, che si fa senza esborso o trasporto del reale valore dovuto tra persone che sono distanti tra di loro, e in tempi differenti, se non vi fosse una autorità pubblica che garantisse e proteggesse la fede di questi contratti, ed un segno credibile e riconosciuto dalle parti interessate, onde contestare il contratto seguito.
Dunque questa sorte di compensazione, che chiamasi cambio, si farà per mezzo d’una lettera o d’una cedola, la quale colle formalità riconosciute dalle leggi dia il diritto al presentatore di quella, cioè al creditore sostituito, di farsi pagare dal sostituito debitore. Ambrogio, milanese, è creditore di cento zecchini da Giorgio, di Genova; Carlo, milanese, è debitore a Giovanni Battista, di Genova, di altri cento zecchini. Quando questo contratto fosse noto a queste quattro persone, invece di fare la doppia dispendiosa operazione, per la quale Giorgio mandi ad Ambrogio i cento zecchini a Milano, e Carlo mandi a Giovanni Battista i suoi cento a Genova, è naturale che convengano che Carlo paghi a Milano cento zecchini ad Ambrogio, dal quale, ritirandone la ricevuta, Ambrogio trasporterà in Carlo le sue ragioni verso Giorgio per mezzo di questa stessa ricevuta; Carlo rimetterà al suo creditore Giovanni Battista, col rimettere questa ricevuta medesima, le sue cedute ragioni, colle quali quest’ultimo si potrà far pagare da Giorgio, in Genova stessa, del credito dovutogli da Milano. Ecco in che consiste il cambio originariamente. Ma non è necessario che vi siano sempre quattro persone: basta che ve ne siano tre; non è necessario che vi siano due debiti e due crediti anteriori; basta un credito o un debito solo, anzi la pura credibilità reciproca, sulla fede de’ commercianti. Né è necessario che le persone che immediatamente fanno il contratto di cambio, siano immediatamente debitrici e creditrici a vicenda. Mi spiego. Ambrogio deve avere da Genova zecchini cento da Giorgio; basta ciò perché segua un cambio, se vi sia un Carlo qualunque, il quale, in Milano, né debba ricevere né dare, ma che abbia bisogno di spendere, sia personalmente sia per mezzo d’altri, in Genova, cento zecchini. Che farà egli? Egli porterà cento zecchini a questo Ambrogio, e ritirerà da lui un viglietto di cento zecchini, col quale cede a Carlo il suo credito verso Giorgio, oppure ordina a Giorgio di pagare a Carlo i cento zecchini e Carlo, sia personalmente presentando il viglietto, sia cedendo autenticamente ad altri il medesimo viglietto, farà sborsare a Giorgio, in Genova, questi cento zecchini. Figuriamoci che Ambrogio non sia realmente creditore di Giorgio, ma che invece siavi fra di loro fiducia, corrispondenza e certezza, onde farsi a vicenda creditori e debitori quando il vogliano: tanto sarà lo stesso; e Giorgio sborserà sulla presentazione del viglietto o della lettera d’Ambrogio li cento zecchini a Carlo, o a chi Carlo, per mezzo d’una sua firma e della cessione del viglietto, avrà ceduto quest’ordine d’Ambrogio.
38. Da qui si vede manifestamente che la sostanza del cambio consiste in due pagamenti che si compensano, uno fatto nel luogo dove si ritira la lettera di cambio, l’altro nel luogo dove si esibisce per ricambiarla in denaro; e che fra questi due luoghi vi può intervenire qualunque numero di persone intermedie, anzi molti luoghi intermedi, dove senza nessun reale pagamento si vadano successivamente trasportando il primo credito e debito originario, ed anche diverse lettere di cambio, cambiata l’una per l’altra, potendovi essere due negozianti, che siano in corrispondenza di un credito in un terzo, senza aver corrispondenza tra di loro. In secondo luogo, essere necessario al cambio il reciproco commercio di merci ed anche di denaro, perché per la communicazione reciproca del commerciante dei diversi luoghi, compensati che saranno i debiti e i crediti nel prender le lettere di cambio e nell’esibirle, non potrà continuare il cambio, se dal luogo debitore non si trasporti effettivo denaro al luogo che accetta d’essere debitore.
39. Ecco spiegata sufficientemente la natura di questo contratto; ma non ne ho ancora spiegato tutti i misteri. Abbiamo detto che devono intervenire nel contratto due pagamenti che si compensino. Ma due cose che si compensino debbono essere al pari tra di loro, cioè vi deve essere parità ed equivalenza in questi pagamenti. In che consiste questa parità ed equivalenza? Nel ben intendere questa parità consiste tutto il mistero del cambio. Due sorti di economie si danno negli affari umani: la parità reale, fisica e sensibile delle cose che si paragonano, e la parità di stima e di valutazione tra le cose parimenti paragonate: chiameremo l’una pari reale, l’altra pari politico. Nel cambio, dunque, che consiste in due pagamenti che si compensano, e che non si compenserebbero se non fossero paragonati tra di loro, vi saranno due sorti di parità: la parità fisica, o sia il pari reale, e la parità di stima, o sia il pari politico. Il pari reale consiste in eguaglianza di quantità e similitudine di qualità: tanta quantità d’oro fine per altrettanta quantità d’oro similmente fine, qualunque sia la figura e la forma esteriore che a quest’oro si voglia dare. Lo stesso dicasi dell’argento. Se nelle nazioni commercianti non vi fosse che una sola specie di metalli, solo oro e solo argento, cento oncie d’argento pagate in un luogo darebbero il diritto d’avere le stesse cento oncie d’argento in un altro per mezzo del cambio, prescindendo dalle circostanze attuali del contratto. Se questo che paga le cento oncie d’argento a Milano, lo fa perché ha più bisogno di ricevere queste cento oncie d’argento in Genova, di quello che abbia, colui che le riceve in Milano, bisogno di ricevere questo valore, può darsi che si paghi in Milano due oncie di più questo bisogno che ha in Genova, onde pagherà cento due per ricever cento: ma questa è una circostanza dei contrattanti, non dipendente dalla natura e purità del cambio. Parimenti, se tra le nazioni commercianti corra la stessa proporzione tra oro e argento, la parità del cambio sarebbe sempre reale, perché cento oncie d’oro pagate in Milano, prescindendo sempre dalle circostanze dei contrattanti, sarebbero ricompensate col pagare in Genova mille quattro cento oncie d’argento, quando la proporzione fosse egualmente a Milano come a Genova di 1 : 14.
Ma che sarà quando la proporzione tra le nazioni commercianti fosse, come è assai sovente, ed in alcune nazioni sempre, diversa? Quando a Milano la proporzione tra l’oro e l’argento fosse come 1 : 14, ed a Genova come 1 : 15? In questo caso, cento oncie d’oro pagate in Milano sarebbero eguali a mille quattro cento once d’argento, e cento oncie d’oro pagate in Genova sarebbero eguali a mille cinque cento d’argento. Dunque cento oncie d’oro pagate in Milano non sono stimate egualmente che cento oncie d’oro pagate in Genova; e mille quattro cento oncie d’argento pagate in Milano equivalgono a mille cinque cento pagate in Genova. Che penseranno tre contrattanti in queste circostanze? Colui che riceve un valore a Milano per farne pagare un altro al suo conto in Genova, deve supporre dovere o aver dovuto trasportare a Genova quel valore ch’egli riceve, e sul quale dà la lettera di cambio; perché difatti, quantunque dimorante in Milano, egli calcola il pagamento che fa fare, come se egli andasse a pagare in Genova. Ora, costui in questo caso vorrebbe portarvi oro piuttosto che argento, perché in Genova quest’oro vale 1/14 di più che non in Milano. Parimenti, colui che paga in Milano per ricevere in Genova, si deve supporre che in vece di prendere la lettera di cambio per Genova vi possa, o vi abbia già trasportato immediatamente il suo denaro: dico immediatamente, perché le spese del trasporto non devono qui esser considerate, perché non influiscono sul pari del cambio, ma sul prezzo di quello,1 e sul fare risolvere i contrattanti a far piuttosto che non fare questo contratto, come vedremo più abbasso. Ora, se egli vi avesse trasportato oro per spender oro, avrebbe avuto un vantaggio, perché spendendo cento oncie d’oro in Milano, averebbe speso il valore di mille quattro cento oncie d’argento; spendendole in Genova, averebbe speso il valore di mille cinque cento. Similmente colui che pagherà a Genova il valore ordinatogli a Milano, considera che se facesse il pagamento che deve fare in Milano (dico che deve fare, perché sarà sempre una compensazione d’un fondo o valore cedutogli, perché doveva prima quel valore, o lo deve dal momento che segue il pagamento che per suo conto si fa in Milano), egli con mille quattro cento oncie d’argento pagherebbe un valore di mille cinque cento in Genova. Quali saranno, in questa disparità di mire, le altercazioni dei contrattanti? Colui che deve dare la lettera di cambio dice: cento oncie d’oro in Genova mi vagliono mille cinque cento d’argento, oppure novantatré ed un terzo d’oncia d’oro mi vagliono lo stesso in Genova che qui cento, cioè mille quattro cento. Colui che fa il pagamento a Milano per ricevere lo stesso valore in Genova, dove ha di bisogno di cento once d’oro, o del valore corrispondente in Genova, dice: di mille quattro cento once d’argento in Milano posso farne cento d’oro, che, portate in Genova, mi pagheranno il valore di mille cinque cento once d’argento. Dice colui che deve pagare in Genova la lettera di cambio di cento once d’oro, o sia del valore suo corrispondente: il valore ch’io pagherei in Milano è di mille quattro cento once d’argento, mentre qui le pago con mille cinque cento. Che fare in questa opposizione d’interessi, durante la quale non potrebbe seguire alcun contratto? È necessario che ciascuno rilasci un poco delle sue pretensioni; ma, siccome ciascuno cerca di rilasciare meno che sia possibile, così non si potranno accordare se non prendendo un termine di mezzo; cioè colui che paga in Milano, per esser pagato in Genova, si contenterà di pagare in Milano mille quattro cento cinquanta once d’argento, ovvero novantasei once 3/7 d’oro; e quello che dà la lettera, di riceverle per metterle in conto del corrispondente di Genova, il quale pagherà le cento once d’oro e le mille e cinque cento d’argento: nel qual caso chi perde sull’oro guadagna sull’argento, e chi perde sull’argento guadagna sull’oro.
Due piazze corrispondenti hanno un commercio promiscuo di cose, e la concorrenza produce e stabilisce un prezzo comune a queste cose di comune commercio. Ma l’oro è una vera merce che ha il suo prezzo in cose o in argento, e l’argento un’altra vera merce che ha il suo prezzo in oro o in cose. Dunque l’oro avrà il suo prezzo comune tra Milano e Genova, e l’argento averà il suo. Ma se in Milano la proporzione resta come 1 : 14, a Genova come 1 : 15, Milano sarà costretto di abbassare il prezzo dell’oro sull’argento, e Genova di abbassare il prezzo dell’argento sull’oro, finché s’incontreranno in questo moto contrario. Dunque la proporzione si stabilirà su questa regola, e sarà realmente 1 : 14 1/2. Il pari politico è dunque una compensazione momentanea fra il valore dell’oro e dell’argento, per le reciproche perdite e guadagni che si fanno tra le piazze commercianti per la disparità di proporzione, la quale tenderebbe a portar l’oro di Milano in Genova, e l’argento di Genova in Milano, come abbiamo veduto nella teoria delle monete.
40. Credo che a sufficienza io abbia spiegato che sia il pari politico nel cambio. Ora, questo pari politico, questo pari di mezzo tra i diversi valori del cambio dell’oro coll’argento, è il punto medio, o sia il livello sul quale si misura il prezzo del cambio. Noi abbiamo detto che è necessario, per istabilire il pari politico, di prescindere dalle circostanze attuali dei contrattanti, perché se colui il quale ha un valore in Milano ha più bisogno di averlo in Genova, egli doverà pagare questo bisogno; per lo contrario, se quello che deve pagarlo in Genova per il pagamento da lui fatto in Milano, ha più bisogno di ricever questo valore in Milano di quello che conservarselo in Genova, pagherà egli invece un tal bisogno, e questo prezzo del bisogno sarà il prezzo del cambio, o sia l’interesse del luogo, il quale nel nostro caso sarà determinato dal rapporto dei bisogni dei contrattanti. Per rapporto a colui che prende la lettera di cambio, se egli paga il bisogno maggiore d’avere un valore in Genova piuttosto che un valore in Milano, pagherà dunque al disopra del pari politico; cioè, nel caso nostro, invece di pagar l’oro in ragione di quattordici e mezzo, lo pagherà qualche cosa di più, e si dirà avere il cambio al di sopra del pari. Se invece l’altro ha un maggior bisogno di ricevere un pagamento in Milano che non quello d’esser pagato in Genova, egli riceverà l’oro al di sotto del pari politico; cioè, nel caso nostro, per l’istesso oro gli sarà dato un poco meno che in ragione come uno a quattordici e mezzo, e si dirà per lui essere il cambio al di sotto del pari. Se i bisogni sono eguali, pagherà e sarà pagato coll’esatta parità, o sia proporzione tra le diverse proporzioni correnti, e si dirà che il cambio è al pari.
41. Ma, essendo le piazze commercianti in promiscua corrispondenza tra di loro, le circostanze dei particolari contrattanti, o siano i suoi bisogni particolari, restano modificati da tutto il resto dei bisogni degli altri rispettivi contrattanti delle due piazze. Si stabilirà una concorrenza, e si farà un prezzo comune, in vigore del quale contrapponendosi e compensandosi questi bisogni, sinché possano esserlo, da quella parte dove sarà l’eccesso del bisogno, si doverà finalmente pagare un prezzo proporzionale all’eccesso di questo bisogno, e questo prezzo di tutto questo eccesso di bisogno si ripartirà su tutti i cambi che si fanno in queste piazze commercianti; onde quella piazza che ha dal suo canto un eccesso di bisogno di pagare dei valori nell’altra, pagherà questo prezzo così ripartito; in vece di pagare in ragione di 1 quattordici e mezzo, exempli gratia, pagherà qualche cosa di più, ed il cambio sarà per lei al di sopra del pari; e quando sarà pagata riceverà meno d’uno quattordici e mezzo, il che è lo stesso, e quella nazione che farà così con questa di cui parliamo, e della quale diciamo avere il cambio al di sopra del pari, lo averà al disotto riguardo a questa.
Ma quali sono quelle nazioni che hanno questo eccesso di bisogno, le une sopra le altre? Sarà quella nazione che anderà debitrice all’altra in grazia dei reciproci commerci, cioè quella la quale, dopo compensati quei debiti, ch’ella può, coi crediti ch’ella si trova avere verso l’altra, rimane ancora debitrice d’una somma a questa nazione. Se ella non vi trasporta il suo denaro, non potrà continuare ad aver commercio con quella; dovrebbe dunque fare un reale pagamento. Ma il trasporto di questo denaro costa una spesa. Se ella dunque trova chi paghi in questa piazza creditrice quelle somme ch’essa doverebbe trasportarvi, contentandosi questi di esserne rimborsato nella piazza medesima debitrice, i negozianti debitori, o quelli nei quali si trasfonde questo debito, potranno pagare e doveranno, oltre il rimborso che si farà al pari politico o reale, questo servizio, che loro risparmia la spesa d’un trasporto. Questo prezzo del cambio al di là del pari sarà alla somma cambiata, come la spesa del trasporto dell’eccesso del debito a tutto questo eccesso. Se dunque Genova fosse debitrice a Milano, colui che paga qui in Milano 1 : 96 3/7 oncie d’oro, che vengono al pari mille quattro cento cinquanta d’argento, nell’arbitraria supposizione da noi fatta, riceverà in Genova qualche cosa di più di queste mille quattro cento cinquanta once d’argento; onde Genova avrà il cambio con Milano al di sopra del pari, oppure Milano averà il cambio al di sotto del pari con Genova, perché colui che pagasse le mille quattro cento once a Milano per avere in Genova le 96 3/7 d’oro che sono al pari politico, riceverebbe più di 96 3/7 a Genova, oppur pagherebbe qualche cosa di meno di mille quattro cento oncie d’argento a Milano.
42. Un altro principio del prezzo del cambio sarà la provisione, cioè il prezzo del travaglio e industria de’ cambisti, sia di quelli che ricevono il pagamento, come di quelli che lo rimborsano. Se, per esempio, il cambio fosse al di sotto del pari, il prezzo o la provisione può rimettere al pari il valore della lettera di cambio, perché deve pagare questo prezzo colui che prende questa lettera; se è al disopra, questo prezzo diminuirà parimenti il vantaggio di chi fa il pagamento per il luogo debitore.
43. Un terzo principio o elemento del prezzo del cambio sarà la consumazione o la deteriorazione della moneta, la quale non porta più intrinsecamente quella bontà e quel peso che il titolo e l’impronta di essa promettono. Abbiamo veduto che le monete si alterano in mille guise. Nel cambio si valuta e si ricompensa alla realità l’errore dell’apparenza.
44. Finalmente un altro opposto principio servirà ad alterare, o piuttosto a sminuire il prezzo del cambio che si paga da chi prende la lettera di cambio; questo si è l’interesse del tempo. Chi paga a Milano per ricevere a un mese, a due, a tre il rimborso in Genova, non deve ricever lo stesso, come se fosse sul momento rimborsato. Se quel denaro ch’egli ha pagato in Milano fosse restato in sua mano, avrebb’egli potuto fruttare un interesse annuo; dunque proporzionalmente gli sarà computato l’interesse del tempo che tarda ad esser rimborsato.
45. Giova qui avvertire che chi prende la lettera di cambio, chi la dà e chi la paga, non fanno mai questo calcolo, ma quasi sempre confondono i pari con il prezzo e tutti gli elementi componenti questi prezzi. Essi sanno che tanti soldi milanesi cambiano con tanti soldi di Genova; tengono conto e danno le notizie di tutte le alterazioni del cambio diverse da Milano a Genova, diverse da Milano in Francia, diverse da Milano a Venezia, e ciò chiamasi sapere il corso del cambio, e le variazioni di esso. Io non debbo qui trattenervi più a lungo ed invilupparvi in questa difficile ed estesa materia, mentre non è del mio istituto lo spiegare la scienza del cambio per l’utilità di un privato negoziante, onde ho trascurato a bella posta tutto quell’imbarazzo di termini componenti la lingua del cambio, dietro i quali si nasconde tutto l’artifizio degli attenti cambisti, i quali dirigono le loro speculazioni in modo di farsi debitori dove il cambio è al di sotto del pari, e di farsi creditori dove il cambio è al di sopra del pari, perché così vengono a pagar meno del debito fatto, ed a riscuoter di più del credito che hanno: onde fanno un doppio profitto. Ma questa operazione non può da essi esser eseguita se non hanno i mezzi d’avere estesa corrispondenza, e le notizie le più pronte ed esatte delle variazioni e del corso del cambio nelle principali piazze d’Europa, ed una grandissima pratica della bontà intrinseca e del vero e falso valore delle monete, in somma tutte quelle pratiche cognizioni che meglio s’imparano al banco che sui libri, perché la mente ha sempre sott’occhio la realità e l’esecuzione, la quale non può che confusamente essere sui scritti che noi leggiamo, anche i più diffusi e chiari, adombrata.
46. Dunque, terminando la teoria del cambio per quel rapporto ch’egli ha coll’economia politica, diremo che il cambio è d’una grandissima utilità, perché aumenta la circolazione, la facilità e la moltiplicità dei contratti, per i quali contratti moltiplici si dà tutto il valore alle produzioni del suolo di cui sono suscettibili, tutto il valore alle opere dell’industria; anima la concorrenza, la quale equilibra tutti i profitti in maniera che ciascuno vende il più caro che sia possibile, e compra al più buon mercato che possibile sia. Egli è adunque sterile di sua natura; egli non è un commercio attivo, ma una delle principali molle che spingano la circolazione.
Diremo in secondo luogo che dal cambio si può conoscere se una nazione somministri ad un’altra più denaro di quel che ne riceva, o viceversa – come dicesi comunemente – se faccia commercio passivo o attivo (dico propriamente, perché se fa commercio passivo di denaro con una nazione, lo fa attivo di mercanzia); perché il cambio di questa nazione sarà un cambio d’una nazione debitrice, sarà dunque al di sopra del pari; sarà un cambio di nazione creditrice, sarà al di sotto del pari. Ma facendosi molte volte il cambio per mezzo di piazze intermedie, qualche piazza intermedia può esser creditrice della nazione creditrice per rispetto all’altra, o debitrice della debitrice. Bisognerà dunque dedurre dal prezzo del cambio, o aggiungere, quella quantità che cresce o che manca per ragione dell’opposta relazione della piazza intermedia.
Non mi dilungo in queste ricerche, perché credo che facilmente saranno intese da chi ha ben compreso gli antecedenti, né giammai lo saranno da chi non gli avrà ben compresi.
VIII. De’ banchi pubblici e delle monete di conto e credito
47. Noi abbiamo veduto come gli uomini divengano possessori delle ricchezze, e come queste ricchezze siano rappresentate da una misura comune, chiamata moneta; abbiamo pure veduto che la moneta, o denaro, oltre l’esser misura di tutti i valori, è un pegno ed una sicurezza di ottener quelle cose che da quella sono misurate. Varie mire possono avere i possessori di queste ricchezze: l’una, la custodia sicura di quelle, accioché non periscano o si disperdano; la seconda, una facile maniera di spenderle, cambiarle e contrattarle, risparmiando sempre, per quanto è possibile, la spesa del trasporto, che diminuisce l’utilità del fine che nel contratto si propongono; una terza, d’impiegar questa ricchezza, ch’è misurata con denaro e da lui rappresentata, che gli porti un periodico profitto, in quella maniera che, impiegandola su d’una terra, questa gli darebbe una costante riproduzione. Di più, diverse mire possono avere quelli che han bisogno di queste ricchezze; perché, non potendole ottener gratuitamente, amerebbero di trovar chi gliele prestasse per mezzo d’un pegno che assicurasse il prestatore, o per mezzo di un profitto che gli pagano: insomma cercano che loro sia ceduto un valore in un tempo per restituire lo stesso valore in un altro. Finalmente lo stato medesimo ed il sovrano sono talvolta bisognosi di un soccorso straordinario per le occorrenze improvvise del di lui dominio, per il qual bisogno non trova opportuno talvolta di accrescere il tributo, perché, passando un certo limite, sminuirebbe invece di aumentare le proprie forze; diventa egli medesimo un nome dello stato debitore verso alcuni particolari, che sono in caso di prestagli il necessario denaro. Da queste e simili circostanze sono nati i banchi pubblici, che in ogni parte d’Europa sono stati e sono, cioè luoghi ove molti particolari hanno riunite le loro ricchezze, sia per custodirle semplicemente, che per darle ad imprestito sopra di un pegno o sopra di un annuo profitto, sia anche solo per contrattarle fra di loro, acciocché tutte queste operazioni, combinate e riunite in un sol luogo, e da tutti rispettato e meritevole della confidenza universale, si rendessero più facili e più sicure e meno dispendiose a ciascuno in particolare.
48. Da questa origine e definizione dei banchi pubblici si deduce in primo luogo che l’unione delle ricchezze è la circostanza essenziale che forma e caratterizza il banco, e che perciò non è egualmente essenziale che tutte queste ricchezze siano materialmente riunite in un luogo particolare; basta che le ricchezze siano riunite, cioè che siano sicuri gli amministratori di trovare la ricchezza dove ella sia. Si possono formar banchi solamente di denaro, ma anche di terre, le quali non potendo che essere nel luogo ove sono, non possono esser comprese sotto il titolo di un banco, se non coll’esser vincolate ad adempire ad un fine comune. In secondo luogo, da una unione di ricchezze particolari: chiunque porta ad un banco la propria ricchezza, o sia il proprio denaro, o un valore qualunque, non lo porta gratuitamente, non abbandona la proprietà di questo valore, ma ve lo porta perché così ottiene quel fine ch’egli si propone. È dunque necessario che la sua proprietà non sia confusa, e che gli sia assicurato il fine per cui egli ha voluto portarla al banco e riunirla colle altre. Dunque il proprietario di questa ricchezza acquista un diritto riconosciuto dal banco sul banco stesso, che gli assicura il fine e la proprietà del valore confidatogli, a quelle condizioni che sono state legittimamente convenute. Questa assicurazione si fa registrando esattamente in un libro i nomi dei depositanti, la qualità del deposito e le condizioni colle quali è stato fatto, e rilasciando al proprietario medesimo un viglietto autentico, che gli dà il diritto di riprendere o contrattare la somma convenuta ed enunziata nel viglietto medesimo. Il proprietario in questa maniera diviene un legittimo creditore del banco, e il viglietto e il pubblico registro diviene una misura e un pegno di valore, come lo possono essere le vere e reali monete, ogni qualvolta questo viglietto e registro possa esser realizzato in quella moneta e in quel valore ch’egli rappresenta, e a quelle condizioni colle quali è stato fatto e ceduto. Se chi possiede la moneta cessasse di poter con essa acquistar le cose che gli bisognano, la moneta diventerebbe una materia superflua ed affatto inutile; onde, chi fosse pieno d’oro, se l’oro non fosse egli stesso convertibile in alcuni usi, sarebbe ciò non ostante realmente povero. Dunque, parimenti, se i possessori di viglietti o gli scritti al pubblico registro non potessero realizzare quel valore, e in quella maniera che si trovano registrati, il viglietto ed il registro sarebbero una carta tinta d’inchiostro, e nulla più.
Dunque il valore di questo viglietto o registro consiste nel credito ch’egli ha, o sia nella sicurezza di poter essere realizzato. Ma non si può sul banco medesimo realizzare, se non tanta ricchezza reale ed effettiva quanta vi è stata portata. Dunque tanti viglietti, e non più, possono i banchi lealmente rilasciare. Il sistema di Law è un esempio funesto di essersi voluto allontanare da questo principio, che, per esser troppo chiaro, non perciò è stato esattamente seguito, ma frequentemente anzi vi si è andato all’incontro: esempio non raro agli uomini.
49. Questi viglietti, adunque, rappresentanti vera ed esistente ricchezza, possono circolare e passare d’una mano nell’altra, come la ricchezza medesima, della quale non sono altro che rappresentatori, potrebbe farlo. Gli uomini non hanno sovente bisogno di movere la ricchezza dove ella si trovi, e dalle mani di chi realmente la custodisce, ma soltanto di acquistare il diritto che altri aveano sopra di essa, e i profitti che da quella ne derivano. I viglietti venduti adempiono meglio a questo fine di quello se non vi fossero; perché altrimenti bisognerebbe o trasportar la ricchezza medesima da un luogo all’altro, o che i contrattanti si trasportassero essi medesimi con certe formalità sul luogo della ricchezza, l’uno per cedere, l’altro per ricevere l’alienato diritto; e tutti questi trasporti e formalità divengono dispendiosi, e per conseguenza tendenti a sminuire il valore venale delle cose in favore degli agenti intermediari, non in favore dei veri compratori o dei veri venditori.
50. Prima di passar più oltre, giova qui il definire alcune delle circostanze che ordinariamente accompagnano il giro d’un pubblico banco, cioè la così detta moneta di banco.
La moneta reale è un pezzo determinato di metallo, che, in proporzione del suo peso e della sua qualità, misura ed assicura un determinato valore. Grani, denari, once, libbre d’oro, d’argento, di rame sono le reali monete delle nazioni d’Europa. In origine non v’è stata che questa moneta, ma in seguito è avvenuto che questa reale moneta ha servito a dare il nome a quella divisione di parti, che indicava il diverso rapporto delle monete reali tra di loro: mi spiego coll’esempio delle nostre lire. Ai tempi di Carlo Magno la libbra era una vera e reale moneta, cioè un peso d’argento di dodici once circa, e il soldo era la ventesima parte di questo peso di dodici once; non eravi una moneta sola che pesasse dodici oncie, ma v’erano de’ veri soldi, venti dei quali pesavano realmente queste dodici once d’argento. Ma, alteratosi il soldo, cioè riducendosi il soldo effettivo d’argento ad essere la metà, 1/3, 1/10, fino un novantesimo dell’antico suo peso, questi venti soldi non misurarono più il peso di dodeci once d’argento, ma sibbene il peso della metà, terzo, decimo e novantesimo di queste dodeci once d’argento; ma ritennero sempre però il nome di libbra, che in quello di lira degenerò;1 e queste lire, ch’erano originate dalle vere antiche libbre, servirono a misurare il prezzo ed il valore di tutte le monete d’oro. In questa maniera è nata la moneta di conto, cioè un nome ed un numero significante il prezzo delle differenti reali monete. Ciò supposto, cioè che la moneta di conto non è una moneta, al nome della quale corrisponda realmente un tale e determinato pezzo di metallo coniato, ma una uniforme e semplice misura di tutti i differenti pezzi di tutti i metalli coniati, vediamo ora che sia la moneta di banco. Supponiamo che uno porti al banco, sia di deposito, sia semplice, sia di profitto, sia in qualunque maniera, lire trenta mila.
Egli è certo ch’egli porta questo valore, perché in qualche maniera gli è utile il portamelo. Ma se in qualunque maniera gli è utile, egli è giusto ch’egli paghi quelle spese che sono necessarie alla custodia, al registro, all’amministrazione qualunque, che la natura del banco possa esigere. Supponiamo ora arbitrariamente, per comodo del computo, che lire trenta mila portate al banco costino al banco di spese sei mila lire, per tutto quel tempo che stanno sul banco. Il proprietario per ricevere un credito di lire trenta mila dovrà pagarne trenta sei mila, o, se paga trenta mila, riceverà il credito di sole venti quattro mila. Se costui, che ha il credito del banco di lire ventiquattro mila, vendesse questo suo credito, gli sarebbe pagato lire trenta mila da colui, a cui torna il conto di sostituirsi alle ragioni del primo creditore. Dunque lire ventiquattro mila sul banco equivalerebbero a lire trenta mila effettivamente, e tutte le monete che il banco pagherà saranno ragguagliate a questo valore, o sia secondo questo rapporto, 20 : 25; e quando i creditori si realizzeranno sul banco, il creditore sarà pagato con monete che in banco varranno venti quattro mila lire, e fuori di banco saranno spese per lire trenta mila. Vede ognuno che in questo caso arbitrario egli è lo stesso come se il creditore del banco pagasse l’esorbitante interesse del venti per cento per salario al banco depositario. Non è questo il caso, né così considerabile la differenza tra la moneta di banco e la moneta fuori di banco, perché ordinariamente l’uno o il due per cento sono l’ordinario salario del banco che al più i creditori devono pagare.
51. Abbiamo già accennata una delle utilità dei banchi, e questo si è il potersi da quello conoscere il possibile aumento o no dell’agricoltura; perché, sminuendosi sul banco gl’interessi, se i capitalisti ritirano i loro capitali, è segno che vi è un impiego migliore da sperare; se non si ritirano, è segno che l’agricoltura non è più suscettibile d’aumento. L’altra utilità accennata si è quella di potersi con quelli rimediare ad un pressante bisogno dello stato, e per guarire un maggior male. Ma per ciò fare sono necessari molti riguardi, perché non si può farlo con una banca di semplice deposito senza alienare il deposito medesimo, cioè arrischiando un fallimento; perché, quando si combinassero le circostanze che non venissero nuovi depositi a farsi sul banco, e li depositatori volessero ritirare il deposito, il banco non averebbe di che fare la restituzione. Non sempre si può fare apertamente dimandando il danaro, e rilasciando tanti viglietti autentici che abbiano il corso del denaro; perché questi viglietti non averanno corso se non averanno credito; non avranno credito se non con la sicurezza di potersi realizzare, e convertirsi in denaro, quando si voglia.
Ben è vero che, in caso che questa sicurezza vi sia, un numero determinato di viglietti può tener luogo di danaro in quello spazio nel quale trovasi questa sicurezza. La moneta è un segno d’un valore; un viglietto può esser segno parimenti di un valore. La moneta è un pegno d’una mercanzia venduta, che dà il diritto di comprarne un’altra; è dunque un pegno intermedio d’un cambio d’una merce con un’altra. Nel nostro caso, un numero di viglietti autentici, determinato non maggiore di quello che possa essere l’attuale quantità di valore che trovasi ad ogni momento in circolazione, può ottenere il medesimo fine quando abbia il credito, cioè divenire un pegno intermedio di un cambio d’una merce coll’altra. Dunque a queste sole condizioni possono divenire una vera moneta; ma non saranno mai una mercanzia, se non in quanto sono realizzabili. La moneta si realizza da se medesima, non avendone una nazione che non ha miniere, giammai al di là di quello che debba averne, supposto il proprio commercio libero perfettamente. Ma sarebbe difficile il conoscere ed il fermarsi nei limiti del necessario nel rilasciare questi biglietti. Non avendo dunque i viglietti altro valore se non in quanto sono realizzabili, facilitano bensì la circolazione, ma non aumentano la massa reale dei valori circolanti, come qualche insigne scrittore avea supposto. Non si alzano dunque i prezzi delle cose; in questo caso non pregiudicano alla concorrenza, non fanno alcuno cattivo effetto, sebbene tutti i cattivi effetti fossero capaci di produrre se non fossero realizzabili.
52. Finalmente un banco che paghi un interesse ai sovventori, deve avere di che pagare questi interessi; il che, quando il banco è per lo stato e per il sovrano, che è lo stesso, non si può fare che per mezzo di un sopracarico, o alienando una parte del tributo già imposto, la quale operazione a molti gravi inconvenienti è soggetta. Perché un sopracarico diminuisce a poco a poco la riproduzione, e per conseguenza le rendite tutte del sovrano e dello stato, perché estingue negli uomini quell’interesse personale che li stimola ad agire ed a superare quegli ostacoli che naturalmente oppone la terra a chi la coltiva; onde non possono questi sopracarichi che essere un oggetto di straordinaria risorsa, non un metodo costante, perché sarebbero distruttivi della nazione e della forza stessa che è nel sovrano. L’alienazione poi di un tributo deve produrre a poco a poco lo stesso effetto, perché questo tributo non essendo un sopracarico, e quello che è regolato sui bisogni del sovrano e dello stato, ma smembrando una parte della rendita che serve a questi bisogni, non diminuiscono i bisogni stessi; dunque, alienata una porzione del tributo, bisognerà riimporre la porzione alienata. Questa dunque diverrà un sopracarico distruttivo della ricchezza e della produzione, e per conseguenza della forza fisica e reale della sovranità stessa. Da ciò si può incidentemente osservare quanto sagge e giuste siano le disposizioni di quei sovrani, e quanto benefiche – checché ne dicano alcuni –, le quali tendono a redimere ed a riprendere dalle mani dei particolari, nelle quali sono cadute, quelle porzioni di tributo che furono già alienate; poiché, ridotte in questa maniera le rendite pubbliche al vero e solo loro proprietario, cioè il sovrano, allora egli medesimo vorrà e dovrà togliere tutto ciò che sopracarica la nazione; perché questo sopracarico, ben lontano dall’arricchirlo, vedrà che lo impoverisce, facendo languire, anzi annientando una parte di quella maggior riproduzione che la terra potrebbe sostenere, e della quale può e deve avere una predilezione. Ma non è questo il luogo dove trattare di queste materie.
Da quanto abbiamo detto si son potute vedere le utilità de’ banchi pubblici e loro inconvenienti, e come le banche di deposito, quelle de’ pegni, quelle di assicurazione possono servire a facilitare la circolazione, che mantiene il movimento ed il vigore delle fatiche utili e produttive, e come quelle degl’interessi siano le più soggette ad inconvenienti e rischi.
IX. Conclusione
53. La scarsezza del tempo, che ci costringe a strozzare quelle materie che ancora ci rimangono a trattare, mi sforza a stringere in questo capitolo tutto ciò che dovea esser diviso in vari, e chiudere così questa quarta parte.
Dalla facilità e promiscuità dei commerci di varie nazioni, dalla libertà e vigore del commercio sì interiore che esteriore, nasce quel fenomeno politico e morale che chiamasi credito pubblico. Egli altro non è che quella confidenza e fiducia che provano i sudditi riguardo agli altri sudditi, i membri di una nazione con quelli di un’altra, di poter sicuramente e facilmente cambiare e contrattare il valore che posseggono con altri che possono desiderare. Quando nasce questa reciproca confidenza sia fra gli uomini, sia fra le nazioni, ella diviene d’una reciproca utilità; e questa medesima confidenza, che è un effetto della prosperità e della facilità del commercio, diviene a vicenda cagione di maggior prosperità e facilità del commercio medesimo.
Come si ottenga, in tutte queste quattro parti lo abbiamo dimostrato. Solo qui diremo che questo importante ramo della morale economica degli stati merita d’essere gelosamente conservato. La facilità della circolazione, il libero commercio delle derrate e delle opere dell’industria, la concorrenza dei venditori e quella de’ compratori, lo faranno crescere, ed ancora fino ad un certo segno lo conserveranno. Ma dove vi sono passioni ed appetiti, vale a dire dove vi sono uomini, è necessario altresì di punire la frode e di prevenire la mala fede; altrimenti le ricchezze si rinchiudono e malamente si distribuiscono, o con tale cautela e diffidenza si contrattano, che languisce ogni riproduzione, e per conseguenza si annienta la ricchezza e la forza mantenitrice degli stati.
54. Un proprietario d’un qualunque valore fallisce ogni qualvolta la somma del suo debito eccede la somma del suo credito; ciò può accadere per accidenti che prevedere non si possono. Questi fallimenti non fanno perdere la confidenza e il credito pubblico, perché sono rari, perché non nascono dalle circostanze e relazioni dei contrattanti tra di loro. Ma se ciò accade per colpa vera o per frode di chi fallisce, farebbero perdere questo così prezioso credito pubblico. Bisogna dunque punire i fallimenti, bisogna punirli proporzionalmente al delitto commesso, bisogna punirli con quelle pene che sono relative alla natura del delitto. Chi contratta, contratta per ricevere utilità dal proprio contratto; dunque chi froda dovrà in primo luogo risarcire il valore che ha frodato; di più, deve restar privo di altrettanto valore, o sia di altrettanta utilità, di quanto egli ha voluto frodar gli altri. La pena dunque del doppio sembra dettata dalla natura del delitto stesso. Ma quando la frode è fallimento, il debito eccede la facoltà di chi fallisce; mentre dunque v’è impossibilità a soddisfare con i propri fondi sia al risarcimento, sia alla pena del delitto, rimane la necessità dell’esempio. Dunque bisognerà supplire con pene personali; ma queste pene doveranno prender la norma della naturale e propria legge del doppio, indicata dalla natura del delitto. Ora, si può calcolare di quanto valore sia un uomo nella condizione in cui egli è, perché tanti guadagni in tanto tempo averebbe egli coll’industria sua prodotto a se stesso. Dunque la carcerazione ed il travaglio obbligato, per tutto quel tempo che vale la pena del doppio, la quale sarà la pena conveniente in questi casi. Ma ciò appartenendo più tosto alla scienza legislativa, basta averlo accennato, senza entrare in più lunghe discussioni.
Si previene la mala fede col registro pubblico ed obbligato dei contratti. Ma qui bisogna avvertire che non tutti i contratti doverebbero essere registrati; non i contratti che si compiono nell’atto che si fanno, ne’ quali uno paga e l’altro vende; non tutta la folla de’ minuti contratti che servono all’uso continuo delle cose commerciabili, perché senza inconvenienti possono lasciarsi all’autenticità dei libri mercantili, ed è colpa reciproca di chi non si cautela in questa sorte di contratti; ma quelli che consistono in terre vendute o in denari prestati ad interesse ai proprietari delle terre, dai quali parte la vera e sola ricchezza, debbono esser registrati perché sian noti alla pubblica autorità, la qual protegge i loro diritti primordiali. Se dunque la terra cambia di proprietario, ciò dev’esser parimenti noto per la medesima ragione di tutela e di proporzione. I danari prestati contengono una promessa di futura restituzione. Questi capitali rappresentano una proprietà, che deve esser sicura e protetta in favore del proprietario. Chi la presta, ne cede l’uso; chi la prende ad imprestito, potrebbe frodarne la restituzione, ed usurpare per conseguenza la proprietà altrui: dunque usurpare ciò che è uno degli elementi costitutivi, cioè la sicurezza della propria persona, e propri diritti. Dunque devono esser registrati questi contratti, acciocché si possa vedere da chicchessia se uno ha ancora proprietà libere e non impegnate all’altrui restituzione.
Si obbietta che molti contratti non si farebbero, i quali si fanno per esser tutti fondati sul mero credito. Si risponde esser libero a chi si voglia di prestare con questa fiducia; ma l’autorità pubblica non gliene garantirà la restituzione. Di più, dato il maggior vigore alle arti ed alle terre, non importa che tali contratti sul mero credito non si facciano, perché la maggior prosperità dell’agricoltura dal maggior numero di questi contratti non dipende, ma da altre cagioni, in questi Elementi annoverate. Il credito pubblico fra nazioni e nazioni si mantiene per le stesse vie e la stessa buona fede che regnar deve tra privati e privati, con tanto maggiore esattezza, quanto è maggiore l’influenza di molti, che di pochi.
55. Ciò che io avrei dovuto soggiungere a questa quarta parte erano principalmente tre articoli: l’uno intorno al commercio di economia, l’altro intorno al dubbio, se la nobiltà debba fare il commercio, il terzo intorno alla così detta speculazione mercantile. In quanto al primo, noi l’abbiamo già definito, ed abbiamo già conosciuta la differenza che passa fra questo ed il commercio di produzioni. Solo, diremo che chi fa il commercio d’economia non ha altri valori che quelli che l’industria si procura. L’industria non moltiplica le materie, non crea nuovi valori; solo la terra madre può farlo. Dunque tutta la ricchezza del commercio di economia consiste in salari; dipende dunque totalmente dai proprietari delle materie prime. Dunque il commercio d’economia appartiene ed influisce più sulla prosperità di quelle nazioni che producono queste materie, delle quali ne incoraggisce e facilita la produzione, perché ne facilita lo spaccio e l’uso, di quello che sia utile alla nazione in cui sono questi commercianti di economia; ma possono esser utili, in quanto facilitano il cambio delle produzioni interne colle esterne. Sono dunque utili come agenti intermediari; se i loro salari sono troppo forti, essi stessi perderanno il loro commercio, e cesserà la riproduzione. Dunque l’essenza di questo commercio consiste nei piccoli guadagni, ma frequentemente ripetuti: massima che il negoziante che pensa in grande, e che conosce i veri suoi interessi, non perde mai di mira.
56. In quanto al secondo articolo, la questione è mista di considerazioni morali e politiche, oltre le economiche, e sarebbe di lunga discussione. Per ciò che spetta al lato economico, è facilmente sciolta. Escludere la nobiltà dal commercio è separare dalla concorrenza universale un numero d’uomini; da tutti questi Elementi si sa quanto sia dannoso il diminuire la concorrenza: dunque economicamente sarà dannoso l’escludere la nobiltà dal commercio. Per terminare la questione, si dovrebbe definire che sia la nobiltà, come influisca sulla nazione, come i privilegi di essa non debbano essere i privilegi del commercio.
57. In quanto al terzo ed ultimo articolo della speculazione mercantile, diremo che questa in nient’altro consiste che nell’avere anticipatamente le più esatte notizie, e nel prevedere dove sia o sarà abbondante una merce, e perciò a miglior mercato; e dove sia o sarà scarsa, cioè a più caro prezzo, e nel sapere a tempo e con minore spesa trasportarla da un luogo all’altro. Lo speculatore trasporta a poco a poco, non tutta in una volta e in un momento, la merce dove è richiesta, perché facendone un trasporto troppo considerabile nuocerebbe a se stesso, col far diminuire il prezzo ch’egli vuol alto conservare per cavarne profitto.
Queste ed altre cose, che tutte s’aggirano intorno a questo ordine, sono le considerazioni che formano la speculazione mercantile, della quale il tempo inesorabile non permette che più oltre vi faccia parola.
Dei delitti e delle pene (1766)
Cesare Beccaria
DEI DELITTI E DELLE PENE (1766)
| Testo critico della «edizione quinta di nuovo corretta ed accresciuta», Harlem [ma: Livorno, Coltellini] 1766, stabilito da Gianni Francioni (Des délits et des peines – Dei delitti e delle pene, Lyon, ENS Editions, 2009; revisione: 2014) |
In rebus quibuscumque difficilioribus non expectandum, ut quis simul, et serat, et metat, sed praeparatione opus est, ut per gradus maturescant.
Bacon., Serm. fidel., n. XLV.
{{ A CHI LEGGE
Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore, fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co’ riti longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì d’oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de’ secoli i più barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli a’ direttori della pubblica felicità con uno stile che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della verità, quella indipendenza delle opinioni volgari con cui è scritta quest’opera, è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l’autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanità che ci reggono, amano le verità esposte dall’oscuro filosofo con un non fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa alla forza o alla industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti, da chi ben n’esamina tutte le circostanze, sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di questo secolo e de’ suoi legislatori.
Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche cominci dunque dal ben comprendere lo scopo a cui è diretta quest’opera, scopo che, ben lontano di diminuire la legittima autorità, servirebbe ad accrescerla, se più che la forza può negli uomini la opinione, e se la dolcezza e l’umanità la giustificano agli occhj di tutti. Le mal intese critiche pubblicate contro questo libro si fondano su confuse nozioni, e mi obbligano d’interrompere per un momento i miei ragionamenti agl’illuminati lettori, per chiudere una volta per sempre ogni adito agli errori di un timido zelo o alle calunnie della maligna invidia.
Tre sono le sorgenti delle quali derivano i principj morali e politici regolatori degli uomini: la rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della società. Non vi è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa vita mortale. Il considerare i rapporti dell’ultima non è l’escludere i rapporti delle due prime; anzi siccome quelle, benchè divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtù in mille modi nelle depravate menti loro alterate, così sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane o espresse o supposte per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrappresa quella che sforza anche i più pervicaci ed increduli a conformarsi ai principj che spingon gli uomini a vivere in società. Sonovi dunque tre distinte classi di virtù e di vizio: religiosa, naturale e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro; ma non tutte le conseguenze e i doveri che risultano dall’una risultano dalle altre. Non tutto ciò che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, nè tutto ciò che esige questa lo esige la pura legge sociale. Ma egli è importantissimo di separare ciò che risulta da questa convenzione, cioè dagli espressi o taciti patti degli uomini, perchè tale è il limite di quella forza che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo, senza una speciale missione dell’Essere supremo. Dunque l’idea della virtù politica può senza taccia chiamarsi variabile; quella della virtù naturale sarebbe sempre limpida e manifesta, se l’imbecillità o le passioni degli uomini non la oscurassero; quella della virtù religiosa è sempre una e costante, perchè rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata.
Sarebbe dunque un errore l’attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze di esse principj contrarj o alla legge naturale o alla rivelazione, perchè non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima dello stato di società, lo prendesse nel senso hobbesiano, cioè di nessun dovere e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto, nato dalla corruzione della natura umana e dalla mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore l’imputare a delitto ad uno scrittore che considera le emanazioni del patto sociale di non ammetterle prima del patto istesso.
La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perchè la relazione fra due medesimi oggetti è sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione, nè ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sì tosto che questi principj essenzialmente distinti vengano confusi, non v’è più speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che riguarda l’intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i rapporti del giusto e dell’ingiusto politico, cioè dell’utile o del danno della società, spetta al pubblicista; nè un oggetto può mai pregiudicare all’altro, poichè ognun vede quanto la virtù puramente politica debba cedere alla immutabile virtù emanata da Dio.
Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal supporre in me principj distruttori o della virtù o della religione, mentre ho dimostrato tali non essere i miei principj, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione che sostenga gl’interessi dell’umanità; mi convinca o della inutilità o del danno politico che nascer ne potrebbe dai miei principj, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche ricevute. Ho dato un pubblico testimonio della mia religione e della sommissione al mio sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti simili a quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che si conviene a uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principj, di qualunque carattere essi siano, troverà in me non tanto un uomo che cerca di rispondere, quanto un pacifico amatore della verità. }}[1]
Introduzione.
Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli l’interesse de’ quali è di opporsi alle più provide leggi, che per natura rendono universali i vantaggj e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità, e dall’altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose più essenziali alla vita e alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono e a riconoscere le più palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, più per tradizione che per esame.
Apriamo le istorie, e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggj intermedj con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità.
Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d’industria la più umana e la più degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo; ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione così principale e così trascurata in quasi tutta l’Europa; pochissimi, rimontando ai principj generali, annientarono gli errori accumulati di più secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severità moltiplicati per delitti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d’una prigione, aumentati dal più crudele carnefice dei miseri, l’incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane.
L’immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L’indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand’uomo, ma gli uomini pensatori, pe’ quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com’esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi della umanità!
§ I. Origine delle pene.
Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri. Vi volevano de’ motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell’antico caos le leggi della società. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite contro agl’infrattori delle leggi. Dico sensibili motivi, perchè la sperienza ha fatto vedere che la moltitudine non adotta stabili principj di condotta, nè si allontana da quel principio universale di dissoluzione che nell’universo fisico e morale si osserva, se non con motivi che immediatamente percuotono i sensi, e che di continuo si affacciano alla mente per contrabilanciare le forti impressioni delle passioni parziali che si oppongono al bene universale: nè l’eloquenza, nè le declamazioni, nemmeno le più sublimi verità sono bastate a frenare per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti presenti.
§ II. Diritto di punire.
{{ Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere più generale così: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico. }} Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano, e in esso troveremo i principj fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poichè non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale, se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell’uomo. Qualunque legge devii da questi, incontrerà sempre una resistenza contraria, che vince alla fine, in quella maniera che una forza benchè minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo.
Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico: questa chimera non esiste che ne’ romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri non ci legassero: ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo.
{ La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre più s’incrocicchiavano tra di loro, riunì i primi selvaggj. Le prime unioni formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e così lo stato di guerra trasportossi dall’individuo alle nazioni. }
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire: tutto il di più è abuso e non giustizia; è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione più utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità: tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l’idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica o di un essere esistente: ella è una semplice maniera di concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno; nemmeno intendo quell’altra sorta di giustizia che è emanata da Dio, e che ha i suoi immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire.
§ III. Conseguenze.
La prima conseguenza di questi principj è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest’autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale: nessun magistrato (che è parte di società) può con giustizia infligger pene contro ad un altro membro della società medesima. Ma una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la pena giusta più un’altra pena; dunque non può un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino.
La seconda conseguenza è che se ogni membro particolare è legato alla società, questa è parimente legata con ogni membro particolare per un contratto, che di sua natura obbliga le due parti. { Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il più grande e il più miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo comincia ad autorizzare l’anarchia. }[2] Il sovrano, che rappresenta la società medesima, non può formare che leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non già giudicare che uno abbia violato il contratto sociale, poichè allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l’altra dall’accusato, che la nega. Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto. Ecco la necessità di un magistrato, le di cui sentenze sieno inappellabili e consistano in mere assersioni o negative di fatti particolari.
La terza conseguenza è che quando si provasse che l’atrocità delle pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d’impedire i delitti, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virtù benefiche che sono l’effetto d’una ragione illuminata, che preferisce il comandare ad uomini felici più che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua circolazione di timida crudeltà; ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto sociale medesimo.
§ IV. Interpetrazione delle leggi.
Quarta conseguenza. Nemmeno l’autorità d’interpetrare le leggi penali può risedere presso i giudici criminali, per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d’ubbidire, ma le ricevono dalla vivente società o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell’attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni d’un antico giuramento, nullo, perchè legava volontà non esistenti, iniquo, perchè riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessarj per frenare e reggere l’intestino fermento degl’interessi particolari. Quest’è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il giudice, il di cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un’azione contraria alle leggi?
In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore dev’essere la legge generale, la minore l’azione conforme o no alla legge, la conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza.
Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto più sono complicate, tanto più numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione; dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocinj o dell’attuale fermento degli umori d’un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpetrazioni.
Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non è da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, {{ che sono la cagione dell’incertezza, }} ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta; quando la norma del giusto e dell’ingiusto, che deve dirigere le azioni sì del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto; allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, {{ tanto più crudeli quanto è minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire; più fatali che quelle di un solo, perchè il dispotismo di molti non è correggibile che dal dispotismo di un solo, e la crudeltà di un dispotico è proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli }}. Così acquistano i cittadini quella sicurezza di loro stessi, che è giusta, perchè è lo scopo per cui gli uomini stanno in società, che è utile, perchè gli mette nel caso di esattamente calcolare gl’inconvenienti di un misfatto. Egli è vero altresì che acquisteranno uno spirito d’indipendenza, ma non già scuotitore delle leggi e ricalcitrante a’ supremi magistrati, bensì a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtù la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principj spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl’inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.
§ V. Oscurità delle leggi.
Se l’interpetrazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l’oscurità, che strascina seco necessariamente l’interpetrazione, e lo sarà grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo l’inveterato costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore sarà il numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle leggi, tanto men frequenti saranno i delitti, perchè non v’ha dubbio che l’ignoranza e l’incertezza delle pene ajutino l’eloquenza delle passioni.
Una conseguenza di quest’ultime riflessioni è che senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e non delle parti, e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontà generale, non si corrompano passando per la folla degl’interessi privati. L’esperienza e la ragione ci hanno fatto vedere che la probabilità e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono a misura che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento del patto sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle passioni?
Da ciò veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni pochi, depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di cabala e d’intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze, apparentemente disprezzate e realmente temute dai seguaci di lui. Questa è la cagione per cui veggiamo sminuita in Europa l’atrocità de’ delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i quali diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa e la nostra, potrà vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le più dolci virtù, l’umanità, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. Vedrà quali furono gli effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicità e buona fede: l’umanità gemente sotto l’implacabile superstizione, l’avarizia, l’ambizione di pochi tinger di sangue umano gli scrigni dell’oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile tiranno della plebe, i ministri della verità evangelica lordando di sangue le mani che ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l’opera di questo secolo illuminato, che alcuni chiamano corrotto.
§ VI. Proporzione fra i delitti e le pene.
Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano più rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque più forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrarj al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene.
È impossibile di prevenire tutti i disordini nell’universal combattimento delle passioni umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e dell’incrocicchiamento degl’interessi particolari, che non è possibile dirigere geometricamente alla pubblica utilità. All’esattezza matematica bisogna sostituire nell’aritmetica politica il calcolo delle probabilità. {{ Si getti uno sguardo sulle storie, e si vedranno crescere i disordini coi confini degl’imperi; e scemando nell’istessa proporzione il sentimento nazionale, la spinta verso i delitti cresce in ragione dell’interesse che ciascuno prende ai disordini medesimi: perciò la necessità di aggravare le pene si va per questo motivo sempre più aumentando. }}
Quella forza simile alla gravità che ci spinge al nostro ben essere non si trattiene che a misura degli ostacoli che gli sono opposti. Gli effetti di questa forza sono la confusa serie delle azioni umane: se queste si urtano scambievolmente e si offendono, le pene, che io chiamerei ostacoli politici, ne impediscono il cattivo effetto senza distruggere la causa impellente, che è la sensibilità medesima inseparabile dall’uomo, e il legislatore fa come l’abile architetto, di cui l’officio è di opporsi alle direzioni rovinose della gravità e di far conspirare quelle che contribuiscono alla forza dell’edificio.
Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano dalla opposizione medesima degl’interessi privati, trovasi una scala di disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la società, e l’ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico che chiamansi delitti, e tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal più sublime al più infimo. Se la geometria fosse adattabile alle infinite ed oscure combinazioni delle azioni umane, vi dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla più forte alla più debole; ma basterà al saggio legislatore di segnarne i punti principali, senza turbar l’ordine, non decretando ai delitti del primo grado le pene dell’ultimo. Se vi fosse una scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse nazioni.
Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere chiamata delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel così chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; più attuali legislazioni che si escludono scambievolmente; una moltitudine di leggi che espongono il più saggio alle pene più rigorose, e però resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtù, e però nata l’incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerà con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di vizio e di virtù, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza sempre conformi all’interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che successivamente agitarono i differenti legislatori. Vedrà bene spesso che le passioni di un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del fanatismo e dell’entusiasmo, indebolite e rose, dirò così, dal tempo, che riduce tutti i fenomeni fisici e morali all’equilibrio, diventano a poco a poco la prudenza del secolo e lo strumento utile in mano del forte e dell’accorto. In questo modo nacquero le oscurissime nozioni di onore e di virtù, e tali sono perchè si cambiano colle rivoluzioni del tempo, che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne, che sono bene spesso i confini non solo della fisica, ma della morale geografia.
Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono gli uomini anche alle più sublimi operazioni furono destinati dall’invisibile Legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella tanto meno osservata contradizione, quanto più comune, che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere. Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.
§ VII. Errori nella misura delle pene.
Le precedenti riflessioni mi danno il diritto di asserire che l’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione, e però errarono coloro che credettero vera misura dei delitti l’intenzione di chi gli commette. Questa dipende dalla impressione attuale degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli uomini, e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto. Qualche volta gli uomini colla migliore intenzione fanno il maggior male alla società, e alcune altre volte colla più cattiva volontà ne fanno il maggior bene.
Altri misurano i delitti più dalla dignità della persona offesa che dalla loro importanza riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una irriverenza all’Essere degli esseri dovrebbe più atrocemente punirsi che l’assassinio d’un monarca, la superiorità della natura essendo un infinito compenso alla differenza dell’offesa.
Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura dei delitti. La fallacia di questa opinione risalterà agli occhj d’un indifferente esaminatore dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio. I primi sono rapporti di uguaglianza. La sola necessità ha fatto nascere dall’urto delle passioni e dalle opposizioni degl’interessi l’idea della utilità comune, che è la base della giustizia umana; i secondi sono rapporti di dipendenza da un Essere perfetto e creatore, che si è riserbato a sè solo il diritto di essere Legislatore e Giudice nel medesimo tempo, perchè egli solo può esserlo senza inconveniente. Se ha stabilito pene eterne a chi disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarà l’insetto che oserà supplire alla divina giustizia, che vorrà vendicare l’Essere che basta a se stesso, che non può ricevere dagli oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce senza reazione? La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del cuore. Questa da esseri finiti non può senza rivelazione sapersi. Come dunque da questa si prenderà norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini punire quando Iddio perdona, e perdonare quando Iddio punisce. Se gli uomini possono essere in contradizione coll’Onnipossente nell’offenderlo, possono anche esserlo col punire.
§ VIII. Divisione dei delitti.
Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società. Questa è una di quelle palpabili verità che, quantunque non abbian bisogno nè di quadranti, nè di telescopj per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun mediocre intelletto, pure per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono con decisa sicurezza conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d’ogni nazione e d’ogni secolo. Ma le opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d’autorità e di potere hanno, la maggior parte delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente impressioni sulla timida credulità degli uomini, dissipate le semplici nozioni che forse formavano la prima filosofia delle nascenti società, ed a cui la luce di questo secolo sembra che ci riconduca, con quella maggior fermezza però che può essere somministrata da un esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli medesimi. Or l’ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte di delitti e la maniera di punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze dei secoli e dei luoghi non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e nojoso. Mi basterà indicare i principj più generali e gli errori più funesti e comuni per disingannare sì quelli che per un mal inteso amore di libertà vorrebbono introdurre l’anarchia, come coloro che amerebbero ridurre gli uomini ad una claustrale regolarità.
Alcuni delitti distruggono immediatamente la società o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni o nell’onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perchè più dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l’ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee più chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima pena, a’ delitti di differente natura, e rendere così gli uomini, come in mille altre occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benchè privato, offende la società, ma non ogni delitto ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche, hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpetrazione, che è per l’ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall’eterna Verità fu con immutabili rapporti distinto.
Dopo questi seguono i delitti contrarj alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi alla violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene più considerabili stabilita dalle leggi.
L’opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è contrario alle leggi, senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere dall’azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebb’essere dai popoli creduto e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma, senza di cui non vi può essere legittima società, giusta ricompensa del sacrificio fatto dagli uomini di quell’azione universale su tutte le cose che è comune ad ogni essere sensibile, e limitata soltanto dalle proprie forze. Questo forma le libere anime e vigorose e le menti rischiaratrici, rende gli uomini virtuosi, ma di quella virtù che sa resistere al timore, e non di quella pieghevole prudenza, degna solo di chi può soffrire un’esistenza precaria ed incerta. Gli attentati dunque contro la sicurezza e libertà dei cittadini sono uno de’ maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinj e i furti degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati, l’influenza dei quali agisce ad una maggior distanza e con maggior vigore, distruggendo nei sudditi le idee di giustizia e di dovere, e sostituendo quella del diritto del più forte, pericoloso del pari in chi lo esercita e in chi lo soffre.
§ IX. Dell’onore.
V’è una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi più d’ogni altra cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ciò che chiamasi onore, che vi preferisce l’opinione. Questa parola onore è una di quelle che ha servito di base a lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera condizione delle menti umane, che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti sieno con più distinta cognizione presenti che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse, secondo che i venti delle passioni le sospingono, e l’ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà l’apparente paradosso se si consideri che, come gli oggetti troppo vicini agli occhj si confondono, così la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della umana sensibilità. E scemerà del tutto la maraviglia nell’indifferente indagatore delle cose umane, che sospetterà non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di morale, nè di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri.
Quest’onore dunque è una di quelle idee complesse che sono un aggregato non solo d’idee semplici, ma d’idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla mente ora ammettono ed ora escludono alcuni de’ diversi elementi che le compongono; nè conservano che alcune poche idee comuni, come più quantità complesse algebraiche ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle varie idee che gli uomini si formano dell’onore, è necessario gettar rapidamente un colpo d’occhio sulla formazione delle società. Le prime leggi e i primi magistrati nacquero dalla necessità di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo; questo fu il fine institutore della società, e questo fine primario si è sempre conservato, realmente o in apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma l’avvicinamento degli uomini e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere una infinita serie di azioni e di bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre superiori alla providenza delle leggi ed inferiori all’attuale potere di ciascuno. Da quest’epoca cominciò il dispotismo della opinione, che era l’unico mezzo di ottenere dagli altri quei beni, e di allontanarne quei mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a provvedere. E l’opinione è quella che tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in credito l’apparenza della virtù al di sopra della virtù stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato, perchè vi trova il proprio interesse. Quindi i suffragj degli uomini divennero non solo utili, ma necessarj, per non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l’ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimonj del proprio merito, si vede l’uomo d’onore esigerli come necessarj. Quest’onore è una condizione che moltissimi uomini mettono alla propria esistenza. Nato dopo la formazione della società, non potè esser messo nel comune deposito, anzi è un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della propria persona da quelle leggi che in quel caso non difendono bastantemente un cittadino.
Quindi e nell’estrema libertà politica, e nella estrema dipendenza, spariscono le idee dell’onore o si confondono perfettamente con altre: perchè nella prima il dispotismo delle leggi rende inutile la ricerca degli altrui suffragj; nella seconda, perchè il dispotismo degli uomini, annullando l’esistenza civile, gli riduce ad una precaria e momentanea personalità. L’onore è dunque uno dei principj fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura ed un ricordo al padrone dell’antica uguaglianza.
§ X. Dei duelli.
Da questa necessità degli altrui suffragj nacquero i duelli privati, ch’ebbero appunto la loro origine nell’anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all’antichità, forse perchè gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempj, nei teatri e cogli amici; forse perchè il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i gladiatori schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d’esser creduti e chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro chiunque accetta il duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo fondamento in ciò che alcuni uomini temono più che la morte, poichè, privandolo degli altrui suffragj, l’uomo d’onore si prevede esposto o a divenire un essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio degl’insulti e dell’infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena. Per qual motivo il minuto popolo non duella per lo più come i grandi? Non solo perchè è disarmato, ma perchè la necessità degli altrui suffragj è meno comune nella plebe che in coloro che, essendo più elevati, si guardano con maggior sospetto e gelosia.
Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di prevenire questo delitto è di punire l’aggressore, cioè chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l’opinione, ed ha dovuto mostrare a’ suoi concittadini ch’egli teme le sole leggi, e non gli uomini.
§ XI. Della tranquillità pubblica.
Finalmente, tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete de’ cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de’ cittadini, come i fanatici sermoni, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli uditori, e più dall’oscuro e misterioso entusiasmo che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d’uomini.
La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite ne’ differenti quartieri delle città, i semplici e morali discorsi della religione riserbati al silenzio ed alla sacra tranquillità dei tempj protetti dall’autorità pubblica, le arringhe destinate a sostenere gl’interessi privati e pubblici nelle adunanze della nazione, nei parlamenti o dove risieda la maestà del sovrano, sono tutti mezzi efficaci per prevenire il pericoloso addensamento delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della vigilanza del magistrato che i Francesi chiamano della Police; ma se questo magistrato operasse con leggi arbitrarie e non istabilite da un codice che giri fralle mani di tutti i cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti i confini della libertà politica. Io non trovo eccezione alcuna a quest’assioma generale, che ogni cittadino deve sapere quando sia reo o quando sia innocente. Se i censori, e in genere i magistrati arbitrarj, sono necessarj in qualche governo, ciò nasce dalla debolezza della sua costituzione, e non dalla natura di governo bene organizzato. L’incertezza della propria sorte ha sacrificate più vittime all’oscura tirannia che non la pubblica e solenne crudeltà. Essa rivolta gli animi più che non gli avvilisce. Il vero tiranno comincia sempre dal regnare sull’opinione, che previene il coraggio, il quale solo può risplendere o nella chiara luce della verità, o nel fuoco delle passioni, o nell’ignoranza del pericolo.
Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena veramente utile e necessaria, per la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura e i tormenti sono eglino giusti, e ottengon eglino il fine che si propongono le leggi? Qual è la miglior maniera di prevenire i delitti? Le medesime pene sono elleno egualmente utili in tutt’i tempi? Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato, il primo all’Italia, con qualche maggior evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere e cominciano a praticare, io mi stimerei fortunato; ma se sostenendo i diritti degli uomini e dell’invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell’ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente nei trasporti della gioja mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini.
§ XII. Fine delle pene.
Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte, egli è evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, nè di disfare un delitto già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà, stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggerle deve esser prescelto, che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.
§ XIII. Dei testimonj.
Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimonj e le prove del reato. Ogni uomo ragionevole, cioè che abbia una certa connessione nelle proprie idee e le di cui sensazioni sieno conformi a quelle degli altri uomini, può essere testimonio. {{ La vera misura della di lui credibilità non è che l’interesse ch’egli ha di dire o non dire il vero, onde appare frivolo il motivo della debolezza nelle donne, puerile l’applicazione degli effetti della morte reale alla civile nei condannati, ed incoerente la nota d’infamia negl’infami quando non abbiano alcun interesse di mentire. }} La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione dell’odio, o dell’amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Più d’un testimonio è necessario, perchè fintanto che uno asserisce e l’altro nega, niente v’è di certo, e prevale {{ il diritto che ciascuno ha d’essere creduto innocente }}. La credibilità di un testimonio diviene tanto sensibilmente minore, quanto più cresce l’atrocità di un delitto[3] o l’inverisimiglianza delle circostanze; tali sono per esempio la magia e le azioni gratuitamente crudeli. Egli è più probabile che più uomini mentiscano nella prima accusa, perchè è più facile che si combini in più uomini o l’illusione dell’ignoranza o l’odio persecutore, di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato o ha tolto ad ogni essere creato. Parimente nella seconda, perchè l’uomo non è crudele che a proporzione del proprio interesse, dell’odio o del timore concepito. Non v’è propriamente alcun sentimento superfluo nell’uomo; egli è sempre proporzionale al risultato delle impressioni fatte su i sensi. Parimente la credibilità di un testimonio può essere alcuna volta sminuita, quand’egli sia membro d’alcuna società privata, di cui gli usi e le massime siano o non ben conosciute o diverse dalle pubbliche. Un tal uomo ha non solo le proprie, ma le altrui passioni.
Finalmente è quasi nulla la credibilità del testimonio quando si faccia delle parole un delitto, poichè il tuono, il gesto, tutto ciò che precede e ciò che siegue le differenti idee che gli uomini attaccano alle stesse parole, alterano e modificano in maniera i detti di un uomo, che è quasi impossibile il ripeterle quali precisamente furon dette. Di più, le azioni violenti e fuori dell’uso ordinario, quali sono i veri delitti, lascian traccia di sè nella moltitudine delle circostanze e negli effetti che ne derivano, ma le parole non rimangono che nella memoria per lo più infedele e spesso sedotta degli ascoltanti. Egli è adunque di gran lunga più facile una calunnia sulle parole che sulle azioni di un uomo, poichè di queste, quanto maggior numero di circostanze si adducono in prova, tanto maggiori mezzi si somministrano al reo per giustificarsi.
§ XIV. { Indizj, e forme di giudizj.
Vi è un teorema generale molto utile a calcolare la certezza di un fatto, per esempio la forza degl’indizj di un reato. Quando le prove di un fatto sono dipendenti l’una dall’altra, cioè quando gl’indizj non si provano che tra di loro, quanto maggiori prove si adducono, tanto è minore la probabilità del fatto, perchè i casi che farebbero mancare le prove antecedenti fanno mancare le susseguenti. {{ Quando le prove di un fatto tutte dipendono egualmente da una sola, il numero delle prove non aumenta nè sminuisce la probabilità del fatto, perchè tutto il loro valore si risolve nel valore di quella sola da cui dipendono. }} Quando le prove sono indipendenti l’una dall’altra, cioè quando gli indizj si provano d’altronde che da se stessi, quanto maggiori prove si adducono, tanto più cresce la probabilità del fatto, perchè la fallacia di una prova non influisce sull’altra. Io parlo di probabilità in materia di delitti, che per meritar pena debbono esser certi. Ma svanirà il paradosso per chi considera che rigorosamente la certezza morale non è che una probabilità, ma probabilità tale che è chiamata certezza, perchè ogni uomo di buon senso vi acconsente necessariamente per una consuetudine nata dalla necessità di agire, ed anteriore ad ogni speculazione; la certezza che si richiede per accertare un uomo reo è dunque quella che determina ogni uomo nelle operazioni più importanti della vita. {{ Possono distinguersi le prove di un reato in perfette ed in imperfette. Chiamo perfette quelle che escludono la possibilità che un tale non sia reo, chiamo imperfette quelle che non la escludono. Delle prime anche una sola è sufficiente per la condanna, delle seconde tante son necessarie quante bastino a formarne una perfetta, vale a dire che se per ciascuna di queste in particolare è possibile che uno non sia reo, per l’unione loro nel medesimo soggetto è impossibile che non lo sia. Notisi che le prove imperfette delle quali può il reo giustificarsi e non lo faccia a dovere divengono perfette. Ma questa morale certezza di prove è più facile il sentirla che l’esattamente definirla. }} Perciò io credo ottima legge quella che stabilisce assessori al giudice principale presi dalla sorte, e non dalla scelta, perchè in questo caso è più sicura l’ignoranza che giudica per sentimento che la scienza che giudica per opinione. Dove le leggi siano chiare e precise, l’officio di un giudice non consiste in altro che di accertare un fatto. Se nel cercare le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessario chiarezza e precisione, per giudicarne dal risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a voler trovar rei, e che tutto riduce ad un sistema fattizio imprestato da’ suoi studj. Felice quella nazione dove le leggi non fossero una scienza! Ella è utilissima legge quella che ogni uomo sia giudicato dai suoi pari, perchè, dove si tratta della libertà e della fortuna di un cittadino, debbono tacere quei sentimenti che inspira la disuguaglianza; e quella superiorità con cui l’uomo fortunato guarda l’infelice, e quello sdegno con cui l’inferiore guarda il superiore, non possono agire in questo giudizio. Ma quando il delitto sia un’offesa di un terzo, allora i giudici dovrebbono essere metà pari del reo, metà pari dell’offeso; così essendo bilanciato ogni interesse privato, che modifica anche involontariamente le apparenze degli oggetti, non parlano che le leggi e la verità. Egli è ancora conforme alla giustizia che il reo escluder possa fino ad un certo segno coloro che gli sono sospetti; e ciò concessoli senza contrasto per alcun tempo, sembrerà quasi che il reo si condanni da se stesso. Pubblici siano i giudizj, e pubbliche le prove del reato, perchè l’opinione, che è forse il solo cemento delle società, imponga un freno alla forza ed alle passioni, perchè il popolo dica noi non siamo schiavi e siamo difesi, sentimento che inspira coraggio e che equivale ad un tributo per un sovrano che intende i suoi veri interessi. Io non accennerò altri dettaglj e cautele che richiedono simili instituzioni. Niente avrei detto, se fosse necessario dir tutto. }
§ XV. Accuse segrete.
Evidenti, ma consagrati disordini, e in molte nazioni resi necessarj per la debolezza della constituzione, sono le accuse segrete. Un tal costume rende gli uomini falsi e coperti. Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj sentimenti, e, coll’uso di nascondergli altrui, arrivano finalmente a nascondergli a loro medesimi. Infelici gli uomini quando son giunti a questo segno: senza principj chiari ed immobili che gli guidino, errano smarriti e fluttuanti nel vasto mare delle opinioni, sempre occupati a salvarsi dai mostri che gli minacciano; passano il momento presente sempre amareggiato dalla incertezza del futuro; privi dei durevoli piaceri della tranquillità e sicurezza, appena alcuni pochi di essi sparsi qua e là nella trista loro vita, con fretta e con disordine divorati, gli consolano d’esser vissuti. E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati difensori della patria o del trono? E tra questi troveremo gl’incorrotti magistrati che con libera e patriottica eloquenza sostengano e sviluppino i veri interessi del sovrano, che portino al trono coi tributi l’amore e le benedizioni di tutti i ceti d’uomini, e da questo rendano ai palagj ed alle capanne la pace, la sicurezza e l’industriosa speranza di migliorare la sorte, utile fermento e vita degli stati?
Chi può difendersi dalla calunnia quand’ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorta di governo è mai quella, ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto per il pubblico riposo di toglierlo a ciascuno?
{ Quali sono i motivi con cui si giustificano le accuse e le pene segrete? La salute pubblica, la sicurezza e il mantenimento della forma di governo? Ma quale strana costituzione, dove chi ha per sè la forza, e l’opinione più efficace di essa, teme d’ogni cittadino? L’indennità dell’accusatore? Le leggi dunque non lo difendono abbastanza; e vi saranno dei sudditi più forti del sovrano! L’infamia del delatore? Dunque si autorizza la calunnia segreta e si punisce la pubblica! La natura del delitto? Se le azioni indifferenti, se anche le utili al pubblico si chiamano delitti, le accuse e i giudizj non sono mai abbastanza segreti. Vi possono essere delitti, cioè pubbliche offese, e che nel medesimo tempo non sia interesse di tutti la pubblicità dell’esempio, cioè quella del giudizio? Io rispetto ogni governo, e non parlo di alcuno in particolare; tale è qualche volta la natura delle circostanze, che può credersi l’estrema rovina il togliere un male allora quando ei sia inerente al sistema di una nazione; ma se avessi a dettar nuove leggi, in qualche angolo abbandonato dell’universo, prima di autorizzare un tale costume, la mano mi tremerebbe, e avrei tutta la posterità dinanzi agli occhj. }
È già stato detto dal Sig. di Montesquieu che le pubbliche accuse sono più conformi alla repubblica, dove il pubblico bene formar dovrebbe la prima passione de’ cittadini, che nella monarchia, dove questo sentimento è debolissimo per la natura medesima del governo, dove è ottimo stabilimento il destinare de’ commissarj che in nome pubblico accusino gl’infrattori delle leggi. Ma ogni governo, e repubblicano e monarchico, deve al calunniatore dare la pena che toccherebbe all’accusato.
§ XVI. Della tortura.
Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia, { o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato }.
Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, nè la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perchè inutile è la confessione del reo; se è incerto, e’ non devesi tormentare un innocente, perchè tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di più, ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un cannibale, che i Romani, barbari anch’essi per più d’un titolo, riserbavano ai soli schiavi, vittime di una feroce e troppo lodata virtù.
Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma qual giudizio dovremo noi dare delle segrete e private carnificine che la tirannia dell’uso esercita su i rei e sugl’innocenti? Egli è importante che ogni delitto palese non sia impunito, ma è inutile che si accerti chi abbia commesso un delitto che sta sepolto nelle tenebre. Un male già fatto, ed a cui non v’è rimedio, non può esser punito dalla società politica che quando influisce sugli altri colla lusinga dell’impunità. S’egli è vero che sia maggiore il numero degli uomini che o per timore o per virtù rispettano le leggi, che di quelli che le infrangono, il rischio di tormentare un innocente deve valutarsi tanto di più, quanto è maggiore la probabilità che un uomo a dati uguali le abbia piuttosto rispettate che disprezzate.
Un altro ridicolo motivo della tortura è la purgazione dell’infamia, cioè un uomo giudicato infame dalle leggi deve confermare la sua deposizione collo slogamento delle sue ossa. Quest’abuso non dovrebbe esser tollerato nel decimottavo secolo. Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale. È egli forse un crociuolo? E l’infamia è forse un corpo misto impuro? Non è difficile il rimontare all’origine di questa ridicola legge, perchè gli assurdi stessi che sono da una nazione intera adottati hanno sempre qualche relazione ad altre idee comuni e rispettate dalla nazione medesima. Sembra quest’uso preso dalle idee religiose e spirituali, che hanno tanta influenza su i pensieri degli uomini, su le nazioni e su i secoli. Un dogma infallibile ci assicura che le macchie contratte dall’umana debolezza, e che non hanno meritata l’ira eterna del grand’Essere, debbono da un fuoco incomprensibile esser purgate; ora l’infamia è una macchia civile, e come il dolore ed il fuoco tolgono le macchie spirituali ed incorporee, perchè gli spasimi della tortura non toglieranno la macchia civile che è l’infamia? Io credo che la confessione del reo, che in alcuni tribunali si esige come essenziale alla condanna, abbia una origine non dissimile, perchè nel misterioso tribunale di penitenza la confessione dei peccati è parte essenziale del sagramento. Ecco come gli uomini abusano dei lumi più sicuri della rivelazione; e siccome questi sono i soli che sussistono nei tempi d’ignoranza, così ad essi ricorre la docile umanità in tutte le occasioni, e ne fa le più assurde e lontane applicazioni. Ma l’infamia è un sentimento non soggetto nè alle leggi, nè alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima. Dunque con questo metodo si toglierà l’infamia dando l’infamia.
Il terzo motivo è la tortura che si dà ai supposti rei quando nel loro esame cadono in contradizione, quasi che il timore della pena, l’incertezza del giudizio, l’apparato e la maestà del giudice, l’ignoranza, comune a quasi tutti gli scellerati e agl’innocenti, non debbano probabilmente far cadere in contradizione e l’innocente che teme, e il reo che cerca di coprirsi; quasi che le contradizioni, comuni agli uomini quando sono tranquilli, non debbano moltiplicarsi nella turbazione dell’animo tutto assorbito nel pensiero di salvarsi dall’imminente pericolo.
Questo infame crociuolo della verità è un monumento ancora esistente dell’antica e selvaggia legislazione, quando erano chiamati giudizj di Dio le prove del fuoco e dell’acqua bollente e l’incerta sorte dell’armi; quasi che gli anelli dell’eterna catena che è nel seno della prima Cagione dovessero ad ogni momento essere disordinati e sconnessi per li frivoli stabilimenti umani. La sola differenza che passa fralla tortura e le prove del fuoco e dell’acqua bollente, è che l’esito della prima sembra dipendere dalla volontà del reo, e delle seconde da un fatto puramente fisico ed estrinseco: ma questa differenza è solo apparente, e non reale. È così poco libero il dire la verità fra gli spasimi e gli strazj, quanto lo era allora l’impedire senza frode gli effetti del fuoco e dell’acqua bollente. Ogni atto della nostra volontà è sempre proporzionato alla forza della impressione sensibile, che ne è la sorgente; e la sensibilità di ogni uomo è limitata. Dunque l’impressione del dolore può crescere a segno che, occupandola tutta, non lasci alcuna libertà al torturato che di scegliere la strada più corta, per il momento presente, onde sottrarsi di pena. Allora la risposta del reo è così necessaria come le impressioni del fuoco o dell’acqua. Allora l’innocente sensibile si chiamerà reo, quando egli creda con ciò di far cessare il tormento. Ogni differenza tra essi sparisce per quel mezzo medesimo che si pretende impiegato per ritrovarla. { È superfluo di raddoppiare il lume citando gl’innumerabili esempj d’innocenti che rei si confessarono per gli spasimi della tortura: non vi è nazione, non vi è età che non citi i suoi, ma nè gli uomini si cangiano, nè cavano conseguenze. Non vi è uomo che abbia spinto le sue idee di là dei bisogni della vita, che qualche volta non corra verso natura, che con segrete e confuse voci a sè lo chiama: l’uso, il tiranno delle menti, lo rispinge e lo spaventa. } L’esito dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema: data la forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre d’un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà confessar reo di un dato delitto.
L’esame di un reo è fatto per conoscere la verità, ma se questa verità difficilmente scuopresi all’aria, al gesto, alla fisonomia d’un uomo tranquillo, molto meno scuoprirassi in un uomo in cui le convulsioni del dolore alterano tutti i segni per i quali dal volto della maggior parte degli uomini traspira qualche volta, loro malgrado, la verità. Ogni azione violenta confonde e fa sparire le minime differenze degli oggetti per cui si distingue talora il vero dal falso.
Queste verità sono state conosciute dai romani legislatori, presso i quali non trovasi usata alcuna tortura che su i soli schiavi, ai quali era tolta ogni personalità; queste dall’Inghilterra, nazione in cui la gloria delle lettere, la superiorità del commercio e delle ricchezze, e perciò della potenza, e gli esempj di virtù e di coraggio, non ci lasciano dubitare della bontà delle leggi. La tortura è stata abolita nella Svezia, abolita da uno de’ più saggj monarchi dell’Europa, che avendo portata la filosofia sul trono, legislatore amico de’ suoi sudditi, gli ha resi uguali e liberi nella dipendenza delle leggi, che è la sola uguaglianza e libertà che possono gli uomini ragionevoli esigere nelle presenti combinazioni di cose. La tortura non è creduta necessaria dalle leggi degli eserciti, composti per la maggior parte della feccia delle nazioni, che sembrerebbono perciò doversene più d’ogni altro ceto servire. Strana cosa, per chi non considera quanto sia grande la tirannia dell’uso, che le pacifiche leggi debbano apprendere dagli animi induriti alle stragi ed al sangue il più umano metodo di giudicare.
Questa verità è finalmente sentita, benchè confusamente, da quei medesimi che se ne allontanano. Non vale la confessione fatta durante la tortura se non è confermata con giuramento dopo cessata quella, ma se il reo non conferma il delitto, è di nuovo torturato. Alcuni dottori ed alcune nazioni non permettono questa infame petizione di principio che per tre volte; altre nazioni ed altri dottori la lasciano ad arbitrio del giudice: talchè di due uomini ugualmente innocenti o ugualmente rei, il robusto ed il coraggioso sarà assoluto, il fiacco ed il timido condannato, in vigore di questo esatto raziocinio: Io giudice dovea trovarvi rei di un tal delitto; tu vigoroso hai saputo resistere al dolore, e però ti assolvo; tu debole vi hai ceduto, e però ti condanno. Sento che la confessione strappatavi fra i tormenti non avrebbe alcuna forza; ma io vi tormenterò di nuovo, se non confermerete ciò che avete confessato.
Una strana conseguenza che necessariamente deriva dall’uso della tortura è che l’innocente è posto in peggiore condizione che il reo; perchè se ambidue sieno applicati al tormento, il primo ha tutte le combinazioni contrarie: perchè o confessa il delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente, ed ha sofferto una pena indebita; ma il reo ha un caso favorevole per sè, cioè quando, resistendo alla tortura con fermezza, deve essere assoluto come innocente: ha cambiato una pena maggiore in una minore. Dunque l’innocente non può che perdere, e il colpevole può guadagnare.
La legge che comanda la tortura è una legge che dice: Uomini, resistete al dolore, e se la natura ha creato in voi uno inestinguibile amor proprio, se vi ha dato un inalienabile diritto alla vostra difesa, io creo in voi un affetto tutto contrario, cioè un eroico odio di voi stessi, e vi comando di accusare voi medesimi, dicendo la verità anche fra gli strappamenti dei muscoli e gli slogamenti delle ossa.
{ Dassi la tortura per discuoprire se il reo lo è di altri delitti fuori di quelli di cui è accusato, il che equivale a questo raziocinio: Tu sei reo di un delitto, dunque è possibile che lo sii di cent’altri delitti; questo dubbio mi pesa, voglio accertarmene col mio criterio di verità. Le leggi ti tormentano perchè sei reo, perchè puoi esser reo, perchè voglio che tu sii reo. }
Finalmente la tortura è data ad un accusato per discuoprire i complici del suo delitto; ma se è dimostrato che ella non è un mezzo opportuno per iscuoprire la verità, come potrà ella servire a svelare i complici, che è una delle verità da scuoprirsi? Quasi che l’uomo che accusa se stesso non accusi più facilmente gli altri. È egli giusto tormentar gli uomini per l’altrui delitto? Non si scuopriranno i complici dall’esame dei testimonj, dall’esame del reo, dalle prove e dal corpo del delitto, in somma da tutti quei mezzi medesimi che debbono servire per accertare il delitto nell’accusato? I complici per lo più fuggono immediatamente dopo la prigionia del compagno, l’incertezza della loro sorte gli condanna da sè sola all’esilio e libera la nazione dal pericolo di nuove offese, mentre la pena del reo che è nelle forze ottiene l’unico suo fine, cioè di rimuover col terrore gli altri uomini da un simil delitto.
§ XVII. {{ Del fisco.
Fu già un tempo nel quale quasi tutte le pene erano pecuniarie. I delitti degli uomini erano il patrimonio del principe. Gli attentati contro la pubblica sicurezza erano un oggetto di lusso. Chi era destinato a difenderla aveva interesse di vederla offesa. L’oggetto delle pene era dunque una lite tra il fisco (l’esattore di queste pene) ed il reo; un affare civile, contenzioso, privato piuttosto che pubblico; che dava al fisco altri diritti che quelli somministrati dalla pubblica difesa ed al reo altri torti che quelli in cui era caduto, per la necessità dell’esempio. Il giudice era dunque un avvocato del fisco piuttosto che un indifferente ricercatore del vero, un agente dell’erario fiscale anzi che il protettore ed il ministro delle leggi. Ma siccome in questo sistema il confessarsi delinquente era un confessarsi debitore verso il fisco, il che era lo scopo delle procedure criminali d’allora, così la confessione del delitto, e confessione combinata in maniera che favorisse e non facesse torto alle ragioni fiscali, divenne ed è tuttora (gli effetti continuando sempre moltissimo dopo le cagioni) il centro intorno a cui si aggirano tutti gli ordigni criminali. Senz’essa un reo convinto da prove indubitate avrà una pena minore della stabilita, senz’essa non soffrirà la tortura sopra altri delitti della medesima specie che possa aver commessi. Con questa il giudice s’impadronisce del corpo di un reo, e lo strazia con metodiche formalità, per cavarne come da un fondo acquistato tutto il profitto che può. Provata l’esistenza del delitto, la confessione fa una prova convincente, e per rendere questa prova meno sospetta cogli spasimi e colla disperazione del dolore, a forza si esige nel medesimo tempo che una confessione stragiudiziale tranquilla, indifferente, senza i prepotenti timori di un tormentoso giudizio, non basta alla condanna. Si escludono le ricerche e le prove che rischiarano il fatto, ma che indeboliscono le ragioni del fisco; non è in favore della miseria e della debolezza che si risparmiano qualche volta i tormenti ai rei, ma in favore delle ragioni che potrebbe perdere quest’ente ora immaginario ed inconcepibile. Il giudice diviene nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti, all’avvenire il più terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quella infallibilità che l’uomo s’arroga in tutte le cose. Gl’indizj alla cattura sono in potere del giudice; perchè uno si provi innocente deve esser prima dichiarato reo. Ciò chiamasi fare un processo offensivo, e tali sono quasi in ogni luogo della illuminata Europa nel decimo ottavo secolo le procedure criminali. Il vero processo, l’informativo, cioè la ricerca indifferente del fatto, quello che la ragione comanda, che le leggi militari adoperano, usato dallo stesso asiatico dispotismo nei casi tranquilli ed indifferenti, è pochissimo in uso nei tribunali europei. Qual complicato laberinto di strani assurdi, incredibili senza dubbio alla più felice posterità! I soli filosofi di quel tempo leggeranno nella natura dell’uomo la possibile verificazione di un tale sistema. }}
§ XVIII. Dei giuramenti.
Una contradizione fralle leggi e i sentimenti naturali all’uomo nasce dai giuramenti che si esigono dal reo, acciocchè sia un uomo veridico quando ha il massimo interesse di esser falso; quasi che l’uomo potesse giurar da dovero di contribuire alla propria distruzione, quasi che la religione non tacesse nella maggior parte degli uomini quando parla l’interesse. L’esperienza di tutt’i secoli ha fatto vedere che essi hanno più d’ogni altra cosa abusato di questo prezioso dono del Cielo. E per qual motivo gli scellerati la rispetteranno, se gli uomini stimati più saggj l’hanno sovente violata? Troppo deboli, perchè troppo remoti dai sensi, sono per il maggior numero i motivi che la religione contrappone al tumulto del timore ed all’amor della vita. Gli affari del Cielo si reggono con leggi affatto dissimili da quelle che reggono gli affari umani. E perchè comprometter gli uni cogli altri? E perchè metter l’uomo nella terribile contradizione o di mancare a Dio o di concorrere alla propria rovina? talchè la legge che obbliga ad un tal giuramento comanda o di esser cattivo cristiano o martire. Il giuramento diviene a poco a poco una semplice formalità, distruggendosi in questa maniera la forza dei sentimenti di religione, unico pegno dell’onestà della maggior parte degli uomini. Quanto sieno inutili i giuramenti lo ha fatto vedere l’esperienza, perchè ciascun giudice mi può esser testimonio che nessun giuramento ha mai fatto dire la verità ad alcun reo; lo fa vedere la ragione, che dichiara inutili e per conseguenza dannose tutte le leggi che si oppongono ai naturali sentimenti dell’uomo. Accade ad esse ciò che agli argini opposti direttamente al corso di un fiume: o sono immediatamente abbattuti e soverchiati, o un vortice formato da loro stessi gli corrode e gli mina insensibilmente.
§ XIX. Prontezza della pena.
Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta, perchè risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione e col sentimento della propria debolezza; più giusta, perchè la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia d’un cittadino finchè sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo, e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria o per impedire la fuga o per non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile. Qual più crudele contrasto che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte, e dall’altra le lagrime, lo squallore d’un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la più efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile per chi la soffre; perchè non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili.
Ho detto che la prontezza delle pene è più utile, perchè quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena, talchè insensibilmente si considerano uno come cagione e l’altra come effetto necessario immancabile. Egli è dimostrato che l’unione delle idee è il cemento che forma tutta la fabbrica dell’intelletto umano, senza di cui il piacere ed il dolore sarebbero sentimenti isolati e di nessun effetto. Quanto più gli uomini si allontanano dalle idee generali e dai principj universali, cioè quanto più sono volgari, tanto più agiscono per le immediate e più vicine associazioni, trascurando le più remote e complicate, che non servono che agli uomini fortemente appassionati per l’oggetto a cui tendono, poichè la luce dell’attenzione rischiara un solo oggetto, lasciando gli altri oscuri. Servono parimente alle menti più elevate, perchè hanno acquistata l’abitudine di scorrere rapidamente su molti oggetti in una volta, ed hanno la facilità di far contrastare molti sentimenti parziali gli uni cogli altri, talchè il risultato, che è l’azione, è meno pericoloso ed incerto.
Egli è dunque di somma importanza la vicinanza del delitto e della pena, se si vuole che nelle rozze menti volgari, alla seducente pittura di un tal delitto vantaggioso, immediatamente riscuotasi l’idea associata della pena. Il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre più disgiungere queste due idee, e quantunque faccia impressione il castigo d’un delitto, { la fa meno come castigo che come spettacolo, e } non la fa che dopo indebolito negli animi degli spettatori l’orrore di un tal delitto particolare, che servirebbe a rinforzare il sentimento della pena.
Un altro principio serve mirabilmente a stringere sempre più l’importante connessione tra ’l misfatto e la pena, cioè che questa sia conforme quanto più si possa alla natura del delitto. Questa analogia facilita mirabilmente il contrasto che dev’essere tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena, cioè che questa allontani e conduca l’animo ad un fine opposto di quello per dove cerca d’incamminarlo la seducente idea dell’infrazione della legge.
§ XX. Violenze.
Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro le sostanze. I primi debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali: nè il grande, nè il ricco debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell’industria, diventano l’alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl’incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l’apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini mettono per lo più gli argini più sodi all’aperta tirannia, ma non veggono l’insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto più sicura quanto più occulta strada al fiume inondatore.
§ XXI. { Pene dei nobili.
Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegj dei quali formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io qui non esaminerò se questa distinzione ereditaria tra nobili e plebei sia utile in un governo o necessaria nella monarchia; se egli è vero che formi un potere intermedio che limiti gli eccessi dei due estremi, o non piuttosto formi un ceto che, schiavo di se stesso e di altrui, racchiude ogni circolazione di credito e di speranza in uno strettissimo cerchio, simile a quelle feconde ed amene isolette che spiccano negli arenosi e vasti deserti d’Arabia; e che, quando sia vero che la disuguaglianza sia inevitabile o utile nelle società, sia vero altresì che ella debba consistere piuttosto nei ceti che negl’individui, fermarsi in una parte piuttosto che circolare per tutto il corpo politico, perpetuarsi piuttosto che nascere e distruggersi incessantemente. Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo rango, asserendo che esser debbono le medesime pel primo e per l’ultimo cittadino. Ogni distinzione, sia negli onori, sia nelle ricchezze, perchè sia legittima suppone un’anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto: Chi sarà più industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne’ suoi successori; ma chi è più felice o più onorato speri di più, ma non tema meno degli altri di violare quei patti coi quali è sopra gli altri sollevato. Egli è vero che tali decreti non emanarono in una dieta del genere umano, ma tali decreti esistono negl’immobili rapporti delle cose; non distruggono quei vantaggj che si suppongono prodotti dalla nobiltà, e ne impediscono gl’inconvenienti; rendono formidabili le leggi, chiudendo ogni strada all’impunità. A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo non è realmente la stessa per la diversità dell’educazione, per l’infamia che spandesi su di un’illustre famiglia, risponderei: che la sensibilità del reo non è la misura delle pene, ma il pubblico danno, tanto maggiore quanto è fatto da chi è più favorito; che l’uguaglianza delle pene non può essere che estrinseca, essendo realmente diversa in ciascun individuo; che l’infamia di una famiglia può esser tolta dal sovrano con dimostrazioni pubbliche di benevolenza all’innocente famiglia del reo. E chi non sa che le sensibili formalità tengon luogo di ragioni al credulo ed ammiratore popolo? }
§ XXII. Furti.
I furti che non hanno unito violenza dovrebbero esser puniti con pena pecuniaria. Chi cerca d’arricchirsi dell’altrui, dovrebbe esser impoverito del proprio. Ma come questo non è per l’ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà (terribile, e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza; { ma come le pene pecuniarie accrescono il numero dei rei al di sopra di quello de’ delitti, e che tolgono il pane agl’innocenti per toglierlo agli scellerati, la pena più opportuna } sarà quell’unica sorta di schiavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù per un tempo delle opere e della persona alla comune società, per risarcirla colla propria e perfetta dipendenza dell’ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale. Ma quando il furto sia misto di violenza, la pena dev’essere parimente un misto di corporale e di servile. Altri scrittori prima di me hanno dimostrato l’evidente disordine che nasce dal non distinguere le pene dei furti violenti da quelle dei furti dolosi, facendo l’assurda equazione di una grossa somma di denaro colla vita di un uomo; ma non è mai superfluo il ripetere ciò che non è quasi mai stato eseguito. Le macchine politiche conservano più d’ogni altra il moto concepito e sono le più lente ad acquistarne un nuovo. Questi sono delitti di differente natura, ed è certissimo anche in politica quell’assioma di matematica, che tralle quantità eterogenee vi è l’infinito che le separa.
§ XXIII. Infamia.
Le ingiurie personali e contrarie all’onore, cioè a quella giusta porzione di suffragj che un cittadino ha dritto di esigere dagli altri, debbono essere punite coll’infamia. Quest’infamia è un segno della pubblica disapprovazione, che priva il reo de’ pubblici voti, della confidenza della patria e di quella quasi fraternità che la società inspira. Ella non è in arbitrio della legge. Bisogna dunque che l’infamia della legge sia la stessa che quella che nasce dai rapporti delle cose, la stessa che la morale universale, o la particolare dipendente dai sistemi particolari, legislatori delle volgari opinioni e di quella tal nazione che inspirano. Se l’una è differente dall’altra, o la legge perde la pubblica venerazione, o l’idee della morale e della probità svaniscono ad onta delle declamazioni, che mai non resistono agli esempj. Chi dichiara infami azioni per sè indifferenti sminuisce l’infamia delle azioni che son veramente tali. Le pene d’infamia non debbono essere nè troppo frequenti, nè cadere sopra un gran numero di persone in una volta: non il primo, perchè gli effetti reali e troppo frequenti delle cose d’opinione indeboliscono la forza della opinione medesima; non il secondo, perchè l’infamia di molti si risolve nella infamia di nessuno.
{{ Le pene corporali e dolorose non devono darsi a quei delitti che, fondati sull’orgoglio, traggono dal dolore istesso gloria ed alimento, ai quali convengono il ridicolo e l’infamia, pene che frenano l’orgoglio dei fanatici coll’orgoglio degli spettatori, e dalla tenacità delle quali appena con lenti ed ostinati sforzi la verità stessa si libera. Così, forze opponendo a forze ed opinioni ad opinioni, il saggio legislatore rompa l’ammirazione e la sorpresa nel popolo cagionata da un falso principio, i ben dedotti conseguenti del quale sogliono velarne al volgo l’originaria assurdità. }}
Ecco la maniera di non confondere i rapporti e la natura invariabile delle cose, che, non essendo limitata dal tempo ed operando incessantemente, confonde e svolge tutti i limitati regolamenti che da lei si scostano. Non sono le sole arti di gusto e di piacere che hanno per principio universale l’imitazione fedele della natura, ma la politica istessa, almeno la vera e la durevole, è soggetta a questa massima generale, poichè ella non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini.
§ XXIV. Oziosi.
Chi turba la tranquillità pubblica, chi non ubbidisce alle leggi, cioè alle condizioni con cui gli uomini si soffrono scambievolmente e si difendono, quegli dev’esser escluso dalla società, cioè dev’essere bandito. Questa è la ragione per cui i saggj governi non soffrono, nel seno del travaglio e dell’industria, quel genere di ozio politico confuso dagli austeri declamatori coll’ozio delle ricchezze accumulate dall’industria, ozio necessario ed utile a misura che la società si dilata e l’amministrazione si ristringe. Io chiamo ozio politico quello che non contribuisce alla società nè col travaglio, nè colla ricchezza, che acquista senza giammai perdere, che, venerato dal volgo con stupida ammirazione, risguardato dal saggio con isdegnosa compassione per gli esseri che ne sono la vittima, che, essendo privo di quello stimolo della vita attiva che è la necessità di custodire o di aumentare i comodi della vita, lascia alle passioni di opinione, che non sono le meno forti, tutta la loro energia. Non è ozioso politicamente chi gode dei frutti dei vizj o delle virtù de’ proprj antenati, e vende per attuali piaceri il pane e l’esistenza alla industriosa povertà, ch’esercita in pace la tacita guerra d’industria colla opulenza, in vece della incerta e sanguinosa colla forza. E però non l’austera e limitata virtù di alcuni censori, ma le leggi debbono definire qual sia l’ozio da punirsi.
§ XXV. Bando e confische.
{{ Sembra che il bando dovrebbe esser dato a coloro i quali, accusati di un atroce delitto, hanno una grande probabilità, ma non la certezza contro di loro, di esser rei; ma per ciò fare è necessario uno statuto il meno arbitrario e il più preciso che sia possibile, il quale condanni al bando chi ha messo la nazione nella fatale alternativa o di temerlo o di offenderlo, lasciandogli però il sacro diritto di provare l’innocenza sua. Maggiori dovrebbon essere i motivi contro un nazionale che contro un forestiere, contro un incolpato per la prima volta che contro chi lo fu più volte. }}
Ma chi è bandito ed escluso per sempre dalla società di cui era membro, dev’egli esser privato dei suoi beni? Una tal questione è suscettibile di differenti aspetti. Il perdere i beni è una pena maggiore di quella del bando; vi debbono dunque essere alcuni casi in cui proporzionatamente a’ delitti vi sia la perdita di tutto o di parte dei beni, ed alcuni no. La perdita del tutto sarà quando il bando intimato dalla legge sia tale che annienti tutt’i rapporti che sono tra la società e un cittadino delinquente; allora muore il cittadino e resta l’uomo, e rispetto al corpo politico deve produrre lo stesso effetto che la morte naturale. Parrebbe dunque che i beni tolti al reo dovessero toccare ai legittimi successori, piuttosto che al principe, poichè la morte ed un tal bando sono lo stesso, riguardo al corpo politico. Ma non è per questa sottigliezza che oso disapprovare le confische dei beni. Se alcuni hanno sostenuto che le confische sieno state un freno alle vendette ed alle prepotenze private, non riflettono che, quantunque le pene producano un bene, non però sono sempre giuste, perchè per esser tali debbono esser necessarie, ed un’utile ingiustizia non può esser tollerata da quel legislatore che vuol chiudere tutte le porte alla vigilante tirannia, {{ che lusinga col bene momentaneo e colla felicità di alcuni illustri, sprezzando l’esterminio futuro e le lacrime d’infiniti oscuri }}. Le confische mettono un prezzo sulle teste dei deboli, fanno soffrire all’innocente la pena del reo, e pongono gl’innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i delitti. Qual più tristo spettacolo, che una famiglia strascinata all’infamia ed alla miseria dai delitti di un capo, alla quale la sommissione ordinata dalle leggi impedirebbe il prevenirgli, quand’anche vi fossero i mezzi per farlo!
§ XXVI. Dello spirito di famiglia.
Queste funeste ed autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche più illuminati, ed esercitate dalle repubbliche più libere, per aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini. Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che la rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottanta mila schiavi; se l’associazione è di uomini, vi saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono; nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria degli uomini. Nel primo caso, come le leggi ed i costumi sono l’effetto dei sentimenti abituali dei membri della repubblica, o sia dei capi della famiglia, lo spirito monarchico s’introdurrà a poco a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati soltanto dagl’interessi opposti di ciascuno, ma non già da un sentimento spirante libertà ed uguaglianza. Lo spirito di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a’ piccoli fatti. Lo spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principj generali, vede i fatti e gli condensa nelle classi principali ed importanti al bene della maggior parte. Nella repubblica di famiglie i figlj rimangono nella potestà del capo finchè vive, e sono costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente dalle sole leggi. Avvezzi a piegare ed a temere nell’età più verde e vigorosa, quando i sentimenti son meno modificati da quel timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtù nella languida e cadente età, in cui anche la disperazione di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti?
Quando la repubblica è di uomini, la famiglia non è una subordinazione di comando, ma di contratto, e i figlj, quando l’età gli trae dalla dipendenza di natura, che è quella della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano liberi membri della città, e si assoggettano al capo di famiglia per parteciparne i vantaggj, come gli uomini liberi nella grande società. Nel primo caso i figlj, cioè la più gran parte e la più utile della nazione, sono alla discrezione dei padri. Nel secondo non sussiste altro legame comandato che quel sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i necessarj soccorsi, e quello della gratitudine per i beneficj ricevuti, il quale non è tanto distrutto dalla malizia del cuore umano, quanto da una mal intesa soggezione voluta dalle leggi.
Tali contradizioni fralle leggi di famiglia e le fondamentali della repubblica sono una feconda sorgente di altre contradizioni fralla morale domestica e la pubblica, e però fanno nascere un perpetuo conflitto nell’animo di ciascun uomo. La prima inspira soggezione e timore, la seconda coraggio e libertà; quella insegna a ristringere la beneficenza ad un piccol numero di persone senza spontanea scelta, questa a stenderla ad ogni classe di uomini; quella comanda un continuo sacrificio di se stesso a un idolo vano che si chiama bene di famiglia, che spesse volte non è il bene d’alcuno che la compone; questa insegna di servire ai proprj vantaggj senza offendere le leggi, o eccita ad immolarsi alla patria col premio del fanatismo, che previene l’azione. Tali contrasti fanno che gli uomini si sdegnino a seguire la virtù, che trovano inviluppata e confusa, e in quella lontananza che nasce dall’oscurità degli oggetti sì fisici che morali. Quante volte un uomo, rivolgendosi alle sue azioni passate, resta attonito di trovarsi malonesto! A misura che la società si moltiplica, ciascun membro diviene più piccola parte del tutto, e il sentimento repubblicano si sminuisce proporzionalmente, se cura non è delle leggi di rinforzarlo. Le società hanno come i corpi umani i loro limiti circonscritti, al di là de’ quali crescendo, l’economia ne è necessariamente disturbata. Sembra che la massa di uno stato debba essere in ragione inversa della sensibilità di chi lo compone, altrimenti, crescendo l’una e l’altra, le buone leggi troverebbono nel prevenire i delitti un ostacolo nel bene medesimo che hanno prodotto. Una repubblica troppo vasta non si salva dal dispotismo che col sottodividersi e unirsi in tante repubbliche federative. Ma come ottener questo? Da un dittatore dispotico, che abbia il coraggio di Silla e tanto genio d’edificare quant’egli n’ebbe per distruggere. Un tal uomo, se sarà ambizioso, la gloria di tutt’i secoli lo aspetta; se sarà filosofo, le benedizioni de’ suoi cittadini lo consoleranno della perdita dell’autorità, quando pure non divenisse indifferente alla loro ingratitudine. A misura che i sentimenti che ci uniscono alla nazione s’indeboliscono, si rinforzano i sentimenti per gli oggetti che ci circondano, e però sotto il dispotismo più forte le amicizie sono più durevoli, e le virtù sempre mediocri di famiglia sono le più comuni, o piuttosto le sole. Da ciò può ciascuno vedere quanto fossero limitate le viste della più parte dei legislatori.
§ XXVII. Dolcezza delle pene.
Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento del quale debbo affrettarmi. Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benchè moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità; perchè i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. L’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto più per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano più delitti per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei più atroci supplicj furon sempre quelli delle più sanguinose ed inumane azioni, poichè il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad anime atroci di schiavi che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad immolare i tiranni per crearne dei nuovi.
A misura che i supplicj diventano più crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s’incalliscono, e la forza sempre viva delle passioni fa che, dopo cent’anni di crudeli supplicj, la ruota spaventi tanto quanto prima la prigionia. Perchè una pena ottenga il suo effetto, basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo, e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali che conoscono, e non su quelli che ignorano. Si facciano due nazioni, in una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti, la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell’altra la ruota. Io dico che la prima avrà tanto timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l’istessa ragione servirebbe per accrescere le pene di quest’ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti più lenti e più studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni.
Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle pene, contrarie al fine medesimo di prevenire i delitti. La prima è che non è sì facile il serbare la proporzione essenziale tra il delitto e la pena, perchè quantunque un’industriosa crudeltà ne abbia variate moltissimo le specie, pure non possono oltrepassare quell’ultima forza a cui è limitata l’organizzazione e la sensibilità umana. Giunto che si sia a questo estremo, non si troverebbe a’ delitti più dannosi e più atroci pena maggiore corrispondente, come sarebbe d’uopo per prevenirgli. L’altra conseguenza è che la impunità stessa nasce dall’atrocità dei supplicj. Gli uomini sono racchiusi fra certi limiti, sì nel bene che nel male, ed uno spettacolo troppo atroce per l’umanità non può essere che un passeggiero furore, ma non mai un sistema costante, quali debbono essere le leggi; che se veramente son crudeli, o si cangiano, o l’impunità fatale nasce dalle leggi medesime.
Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d’orrore pe’ barbari ed inutili tormenti che da uomini che si chiamavano savj furono con freddo animo inventati ed eseguiti? Chi può non sentirsi fremere tutta la parte la più sensibile nel vedere migliaja d’infelici, che la miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che hanno sempre favorito i pochi ed oltraggiato i molti, trasse ad un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di delitti impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d’altro che di esser fedeli ai proprj principj, da uomini dotati dei medesimi sensi, e per conseguenza delle medesime passioni, con meditate formalità e con lente torture lacerati, giocondo spettacolo di una fanatica moltitudine?
§ XXVIII. Della pena di morte.
Questa inutile prodigalità di supplicj, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno. Esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo, se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perchè giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte nè utile, nè necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Quando la sperienza di tutt’i secoli, nei quali l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figlj della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto, ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione.
Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perchè la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei ajuto, così l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace, perchè spessissimo ripetuto, ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione, se commetterò simili misfatti, è assai più possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo, anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le impressioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano più l’animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue, il sentimento dominante è l’ultimo perchè è il solo. {{ Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio più fatto per essi che per il reo. }}
{ Perchè una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora, non vi è alcuno che riflettendovi scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà, per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di più: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma nè il fanatismo, nè la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noja; perchè egli può, per dir così, condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempj, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perchè questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di più, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa più chi la vede che chi la soffre; perchè il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice. }
Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perchè un ladro non renderebbe bene i suoi principj, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami, fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l’orrore di quell’ultima tragedia.
Ma colui che si vede avanti agli occhj un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita, che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza gli fa una impressione assai più forte che non lo spettacolo di un supplicio, che lo indurisce più che non lo corregge.
Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi, moderatrici della condotta degli uomini, non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Quali sono le vere e le più utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato, o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perchè è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perchè gli uomini nel più secreto dei loro animi, parte che più d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno, fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo.
Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savj magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza, e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione, per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo.
L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può più che la religione medesima.
Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrificj furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perchè ciò è conforme alla fortuna della grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al più gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.
La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggj che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini; sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori; e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Trajani.
Felice l’umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtù, delle scienze, delle arti, padri de’ loro popoli, cittadini coronati, l’aumento dell’autorità de’ quali forma la felicità de’ sudditi, perchè toglie quell’intermediario dispotismo più crudele, perchè men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo, e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.
§ XXIX. Della cattura.
Un errore non meno comune che contrario al fine sociale, che è l’opinione della propria sicurezza, è il lasciare arbitro il magistrato esecutore delle leggi d’imprigionare un cittadino, di togliere la libertà ad un nemico per frivoli pretesti e di lasciare impunito un amico ad onta degl’indizj più forti di reità. La prigionia è una pena che per necessità deve, a differenza d’ogn’altra, precedere la dichiarazione del delitto, ma questo carattere distintivo non le toglie l’altro essenziale, cioè che la sola legge determini i casi nei quali un uomo è degno di pena. La legge dunque accennerà gl’indizj di un delitto che meritano la custodia del reo, che lo assoggettano ad un esame e ad una pena. La pubblica fama, {{ la fuga, la stragiudiciale confessione, quella d’un compagno del delitto, le minaccie e }} la costante inimicizia con l’offeso, il corpo del delitto, e simili indizj, sono prove bastanti per catturare un cittadino; ma queste prove devono stabilirsi dalla legge, e non dai giudici, i decreti de’ quali sono sempre opposti alla libertà politica, quando non sieno proposizioni particolari di una massima generale esistente nel pubblico codice. A misura che le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore e la fame dalle carceri, che la compassione e l’umanità penetreranno le porte ferrate, e comanderanno agl’inesorabili ed induriti ministri della giustizia, le leggi potranno contentarsi d’indizj sempre più deboli per catturare. Un uomo accusato di un delitto, carcerato ed assoluto, non dovrebbe portar seco nota alcuna d’infamia. Quanti romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione è così diverso ai tempi nostri l’esito di un innocente? Perchè sembra che nel presente sistema criminale, secondo l’opinione degli uomini, prevalga l’idea della forza e della prepotenza a quella della giustizia; perchè si gettano confusi nella stessa caverna gli accusati e i convinti; perchè la prigione è piuttosto un supplicio che una custodia del reo; {{ e perchè la forza interna tutrice delle leggi è separata dalla esterna difenditrice del trono e della nazione, quando unite dovrebbon essere. Così la prima sarebbe per mezzo del comune appoggio delle leggi combinata colla facoltà giudicativa, ma non dipendente da quella con immediata podestà, e la gloria, che accompagna la pompa, ed il fasto di un corpo militare toglierebbero l’infamia, la quale è più attaccata al modo che alla cosa, come tutt’i popolari sentimenti; ed è provato dall’essere le prigionie militari nella comune opinione non così infamanti come le forensi. }} Durano ancora nel popolo, ne’ costumi e nelle leggi, sempre di più di un secolo inferiori in bontà ai lumi attuali di una nazione, durano ancora le barbare impressioni e le feroci idee dei settentrionali cacciatori padri nostri.
Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto, cioè un’azione contraria alle leggi, possa essere punito; quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè sinonimo, anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse esser suddito di un dominio ed abitare in un altro, e che le di lui azioni potessero senza contradizione esser subordinate a due sovrani e a due codici sovente contradittorj. Alcuni credono parimente che un’azione crudele fatta, per esempio, a Costantinopoli, possa esser punita a Parigi, per l’astratta ragione che chi offende l’umanità merita di avere tutta l’umanità inimica e l’esecrazione universale; quasichè i giudici vindici fossero della sensibilità degli uomini, e non piuttosto dei patti che gli legano tra di loro. Il luogo della pena è il luogo del delitto, perchè ivi solamente e non altrove gli uomini sono sforzati di offendere un privato per prevenire l’offesa pubblica. Uno scellerato, ma che non ha rotti i patti di una società di cui non era membro, può essere temuto, e però dalla forza superiore della società esiliato ed escluso, ma non punito colle formalità delle leggi, vindici dei patti, non della malizia intrinseca delle azioni.
Sogliono i rei di delitti più leggieri esser puniti o nell’oscurità di una prigione, o mandati a dar esempio, con una lontana e però quasi inutile schiavitù, a nazioni che non hanno offeso. Se gli uomini non s’inducono in un momento a commettere i più gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad accaderle; ma la pubblica pena di delitti più leggeri, ed a’ quali l’animo è più vicino, farà un’impressione che, distogliendolo da questi, l’allontani viepiù da quegli. Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai delitti nella forza, ma anche nel modo d’infliggerle. Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni, atto conforme alla beneficenza ed all’umanità, ma contrario al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell’esempio, come può condonare il risarcimento dell’offesa. Il diritto di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione di diritto, ma non annullare quella degli altri.
§ XXX. Processi e prescrizione.
Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo così breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de’ principali freni de’ delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione.
Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sì alla difesa del reo che alle prove de’ delitti, e il giudice diverrebbe legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare un delitto. Parimente quei delitti atroci, dei quali lunga resta la memoria negli uomini, quando sieno provati non meritano alcuna prescrizione in favore del reo che si è sottratto colla fuga; ma i delitti minori ed oscuri devono togliere colla prescrizione l’incertezza della sorte di un cittadino, perchè l’oscurità in cui sono stati involti per lungo tempo i delitti toglie l’esempio della impunità, rimane intanto il potere al reo di divenir migliore. Mi basta accennar questi principj, perchè non può fissarsi un limite preciso che per una data legislazione e nelle date circostanze di una società; aggiungerò solamente che, provata l’utilità delle pene moderate in una nazione, le leggi che in proporzione dei delitti scemano o accrescono il tempo della prescrizione, o il tempo delle prove, formando così della carcere medesima o del volontario esilio una parte di pena, somministreranno una facile divisione di poche pene dolci per un gran numero di delitti.
Ma questi tempi non cresceranno nell’esatta proporzione dell’atrocità de’ delitti, poichè la probabilità dei delitti è in ragione inversa della loro atrocità. Dovrà dunque scemarsi il tempo dell’esame e crescere quello della prescrizione, il che parrebbe una contradizione di quanto dissi, cioè che possono darsi pene eguali a delitti diseguali, valutando il tempo della carcere o della prescrizione, precedenti la sentenza, come una pena. Per ispiegare al lettore la mia idea, distinguo due classi di delitti: la prima è quella dei delitti atroci, e questa comincia dall’omicidio e comprende tutte le ulteriori sceleraggini; la seconda è quella dei delitti minori. Questa distinzione ha il suo fondamento nella natura umana. La sicurezza della propria vita è un diritto di natura, la sicurezza dei beni è un diritto di società. Il numero de’ motivi che spingon gli uomini oltre il naturale sentimento di pietà è di gran lunga minore al numero de’ motivi che per la naturale avidità di esser felici gli spingono a violare un diritto che non trovano ne’ loro cuori, ma nelle convenzioni della società. La massima differenza di probabilità di queste due classi esige che si regolino con diversi principj. Nei delitti più atroci, perchè più rari, deve sminuirsi il tempo dell’esame, per l’accrescimento della probabilità dell’innocenza del reo, e deve crescere il tempo della prescrizione, perchè dalla definitiva sentenza della innocenza o reità di un uomo dipende il togliere la lusinga della impunità, di cui il danno cresce coll’atrocità del delitto. Ma nei delitti minori, scemandosi la probabilità dell’innocenza del reo, deve crescere il tempo dell’esame, e scemandosi il danno dell’impunità, deve diminuirsi il tempo della prescrizione. Una tal distinzione di delitti in due classi non dovrebbe ammettersi, se altrettanto scemasse il danno dell’impunità quanto cresce la probabilità del delitto. { Riflettasi che un accusato di cui non consti nè l’innocenza, nè la reità, benchè liberato per mancanza di prove, può soggiacere per il medesimo delitto a nuova cattura e a nuovi esami, se emanano nuovi indizj indicati dalla legge, finchè non passi il tempo della prescrizione fissata al suo delitto. Tale è almeno il temperamento che sembrami opportuno per difendere e la sicurezza e la libertà de’ sudditi, essendo troppo facile che l’una non sia favorita a spese dell’altra, cosicchè questi due beni, che formano l’inalienabile ed ugual patrimonio di ogni cittadino, non siano protetti e custoditi l’uno dall’aperto o mascherato dispotismo, l’altro dalla turbolenta popolare anarchia. }
§ XXXI. Delitti di prova difficile.
In vista di questi principj strano parrà, a chi non riflette che la ragione non è quasi mai stata la legislatrice delle nazioni, che i delitti o più atroci, o più oscuri e chimerici, cioè quelli de’ quali l’improbabilità è maggiore, sieno provati dalle conghietture e dalle prove più deboli ed equivoche; quasichè le leggi e il giudice abbiano interesse non di cercare la verità, ma di provare il delitto; quasichè di condannare un innocente non vi sia un tanto maggior pericolo quanto la probabilità dell’innocenza supera la probabilità del reato. Manca nella maggior parte degli uomini quel vigore necessario egualmente per i grandi delitti che per le grandi virtù, per cui pare che gli uni vadan sempre contemporanei colle altre in quelle nazioni che più si sostengono per l’attività del governo e delle passioni cospiranti al pubblico bene, che per la massa loro o la costante bontà delle leggi. In queste, le passioni indebolite sembran più atte a mantenere che a migliorare la forma di governo. Da ciò si cava una conseguenza importante, che non sempre in una nazione i grandi delitti provano il suo deperimento.
Vi sono alcuni delitti che sono nel medesimo tempo frequenti nella società e difficili a provarsi, e in questi la difficoltà della prova tien luogo della probabilità dell’innocenza, ed il danno dell’impunità essendo tanto meno valutabile quanto la frequenza di questi delitti dipende da principj diversi dal pericolo dell’impunità, il tempo dell’esame e il tempo della prescrizione devono diminuirsi egualmente. E pure gli adulterj, la greca libidine, che sono delitti di difficile prova, sono quelli che secondo i principj ricevuti ammettono le tiranniche presunzioni, le quasi-prove, le semi-prove (quasi che un uomo potesse essere sem-innocente o semi-reo, cioè semi-punibile e semi-assolvibile), dove la tortura esercita il crudele suo impero nella persona dell’accusato, nei testimonj, e persino in tutta la famiglia di un infelice, come con iniqua freddezza insegnano alcuni dottori che si danno ai giudici per norma e per legge.
L’adulterio è un delitto che, considerato politicamente, ha la sua forza e la sua direzione da due cagioni: le leggi variabili degli uomini e quella fortissima attrazione che spinge l’un sesso verso l’altro; simile in molti casi alla gravità motrice dell’universo, perchè come essa diminuisce colle distanze, e se l’una modifica tutt’i movimenti de’ corpi, così l’altra quasi tutti quelli dell’animo, finchè dura il di lei periodo; dissimile in questo, che la gravità si mette in equilibrio cogli ostacoli, ma quella per lo più prende forza e vigore col crescere degli ostacoli medesimi.
Se io avessi a parlare a nazioni ancora prive della luce della religione, direi che vi è ancora un’altra differenza considerabile fra questo e gli altri delitti. Egli nasce dall’abuso di un bisogno costante ed universale a tutta l’umanità, bisogno anteriore, anzi fondatore della società medesima, laddove gli altri delitti distruttori di essa hanno un’origine più determinata da passioni momentanee che da un bisogno naturale. Un tal bisogno sembra, per chi conosce la storia e l’uomo, sempre uguale nel medesimo clima ad una quantità costante. Se ciò fosse vero, inutili, anzi perniciose sarebbero quelle leggi e quei costumi che cercassero diminuirne la somma totale, perchè il loro effetto sarebbe di caricare una parte dei proprj e degli altrui bisogni, ma sagge per lo contrario sarebbero quelle che, per dir così, seguendo la facile inclinazione del piano, ne dividessero e diramassero la somma in tante eguali e piccole porzioni, che impedissero uniformemente in ogni parte e l’aridità e l’allagamento. La fedeltà coniugale è sempre proporzionata al numero ed alla libertà de’ matrimonj. Dove gli ereditarj pregiudizj gli reggono, dove la domestica potestà gli combina e gli scioglie, ivi la galanteria ne rompe secretamente i legami ad onta della morale volgare, il di cui officio è di declamare contro gli effetti, perdonando alle cagioni. Ma non vi è bisogno di tali riflessioni per chi, vivendo nella vera religione, ha più sublimi motivi che correggono la forza degli effetti naturali. L’azione di un tal delitto è così instantanea e misteriosa, così coperta da quel velo medesimo che le leggi hanno posto, velo necessario, ma fragile, e che aumenta il pregio della cosa in vece di scemarlo, le occasioni così facili, le conseguenze così equivoche, che è più in mano del legislatore il prevenirlo che correggerlo. Regola generale: in ogni delitto che per sua natura dev’essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo. Ella è proprietà della nostra immaginazione che le difficoltà, se non sono insormontabili o troppo difficili rispetto alla pigrizia d’animo di ciascun uomo, eccitano più vivamente l’immaginazione ed ingrandiscono l’oggetto, perchè elleno sono quasi altrettanti ripari che impediscono la vagabonda e volubile immaginazione di sortire dall’oggetto; e costringendola a scorrere tutt’i rapporti, più strettamente si attacca alla parte piacevole, a cui più naturalmente l’animo nostro si avventa, che non alla dolorosa e funesta, da cui fugge e si allontana.
L’attica venere, così severamente punita dalle leggi e così facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell’innocenza, ha meno il suo fondamento su i bisogni dell’uomo isolato e libero che sulle passioni dell’uomo sociabile e schiavo. Essa prende la sua forza non tanto dalla sazietà dei piaceri, quanto da quella educazione che comincia per render gli uomini inutili a se stessi per fargli utili ad altri, in quelle case dove si condensa l’ardente gioventù, dove essendovi un argine insormontabile ad ogni altro commercio, tutto il vigore della natura che si sviluppa si consuma inutilmente per l’umanità, anzi ne anticipa la vecchiaja.
L’infanticidio è parimente l’effetto di una inevitabile contradizione, in cui è posta una persona che per debolezza o per violenza abbia ceduto. Chi trovasi tra l’infamia e la morte di un essere incapace di sentirne i mali, come non preferirà questa alla miseria infallibile a cui sarebbero esposti ella e l’infelice frutto? La miglior maniera di prevenire questo delitto sarebbe di proteggere con leggi efficaci la debolezza contro la tirannia, la quale esagera i vizj che non possono coprirsi col manto della virtù.
Io non pretendo diminuire il giusto orrore che meritano questi delitti; ma, indicandone le sorgenti, mi credo in diritto di cavarne una conseguenza generale, cioè che non si può chiamare precisamente giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un delitto, finchè la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile nelle date circostanze d’una nazione per prevenirlo.
§ XXXII. Suicidio.
Il suicidio è un delitto che sembra non poter ammettere una pena propriamente detta, poichè ella non può cadere che o su gl’innocenti o su di un corpo freddo ed insensibile. Se questa non farà alcuna impressione su i viventi, come non lo farebbe lo sferzare una statua, quella è ingiusta e tirannica, perchè la libertà politica degli uomini suppone necessariamente che le pene sieno meramente personali. Gli uomini amano troppo la vita, e tutto ciò che gli circonda li conferma in questo amore. La seducente immagine del piacere e la speranza, dolcissimo inganno de’ mortali, per cui trangugiano a gran sorsi il male misto di poche stille di contento, gli alletta troppo perchè temer si debba che la necessaria impunità di un tal delitto abbia qualche influenza sugli uomini. Chi teme il dolore ubbidisce alle leggi; ma la morte ne estingue nel corpo tutte le sorgenti. Qual dunque sarà il motivo che tratterrà la mano disperata del suicida?
Chiunque si uccide fa un minor male alla società che colui che ne esce per sempre dai confini: perchè quegli vi lascia tutta la sua sostanza, ma questi trasporta se stesso con parte del suo avere. Anzi, se la forza della società consiste nel numero de’ cittadini, col sottrarre se stesso e darsi ad una vicina nazione fa un doppio danno di quello che lo faccia chi semplicemente colla morte si toglie alla società. La questione dunque si riduce a sapere se sia utile o dannoso alla nazione il lasciare una perpetua libertà di assentarsi a ciascun membro di essa.
Ogni legge che non sia armata, o che la natura delle circostanze renda insussistente, non deve promulgarsi; e come sugli animi regna l’opinione, che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del legislatore, che resiste alle dirette e violente; così le leggi inutili, disprezzate dagli uomini, comunicano il loro avvilimento alle leggi anche più salutari, che sono risguardate più come un ostacolo da superarsi che il deposito del pubblico bene. Anzi se, come fu detto, i nostri sentimenti sono limitati, quanta venerazione gli uomini avranno per oggetti estranei alle leggi, tanto meno ne resterà alle leggi medesime. Da questo principio il saggio dispensatore della pubblica felicità può trarre alcune utili conseguenze, che esponendole mi allontanerebbono troppo dal mio soggetto, che è di provare l’inutilità di fare dello stato una prigione. Una tal legge è inutile, perchè, a meno che scoglj inaccessibili o mare innavigabile non dividano un paese da tutti gli altri, come chiudere tutti i punti della circonferenza di esso e come custodire i custodi? {{ Chi tutto trasporta non può, da che lo ha fatto, esserne punito. }} Un tal delitto subito che è commesso non può più punirsi, e il punirlo prima è punire la volontà degli uomini, e non le azioni; egli è un comandare all’intenzione, parte liberissima dell’uomo dall’impero delle umane leggi. {{ Il punire l’assente nelle sostanze lasciatevi, oltre la facile ed inevitabile collusione, che senza tiranneggiare i contratti non può esser tolta, arrenerebbe ogni commercio da nazione a nazione. }} Il punirlo quando ritornasse il reo sarebbe l’impedire che si ripari il male fatto alla società, col rendere tutte le assenze perpetue. La proibizione stessa di sortire da un paese ne aumenta il desiderio ai nazionali di sortirne, ed è un avvertimento ai forestieri di non introdurvisi.
Che dovremo pensare di un governo che non ha altro mezzo per trattenere gli uomini, naturalmente attaccati per le prime impressioni dell’infanzia alla loro patria, fuori che il timore? La più sicura maniera di fissare i cittadini nella patria è di aumentare il ben essere relativo di ciascheduno. Come devesi fare ogni sforzo perchè la bilancia del commercio sia in nostro favore, così è il massimo interesse del sovrano e della nazione che la somma della felicità, paragonata con quella delle nazioni circostanti, sia maggiore che altrove. I piaceri del lusso non sono i principali elementi di questa felicità, quantunque questo sia un rimedio necessario alla disuguaglianza, che cresce coi progressi di una nazione, senza di cui le ricchezze si addenserebbono in una sola mano. Dove i confini di un paese si aumentano in maggior ragione che non la popolazione di esso, ivi il lusso favorisce il dispotismo: {{ sì perchè quanto gli uomini sono più rari, tanto è minore l’industria; e quanto è minore l’industria, è tanto più grande la dipendenza della povertà dal fasto, ed è tanto più difficile e men temuta la riunione degli oppressi contro gli oppressori; sì perchè le adorazioni, gli ufficj, le distinzioni, la sommissione, che rendono più sensibile la distanza tra il forte e il debole, }} si ottengono più facilmente dai pochi che dai molti, essendo gli uomini tanto più indipendenti quanto meno osservati, e tanto meno osservati quanto maggiore ne è il numero. Ma dove la popolazione cresce in maggior proporzione che non i confini, il lusso si oppone al dispotismo, perchè anima l’industria e l’attività degli uomini, e il bisogno offre troppi piaceri e comodi al ricco perchè quegli d’ostentazione, che aumentano l’opinione di dipendenza, abbiano il maggior luogo. Quindi può osservarsi che negli stati vasti e deboli e spopolati, se altre cagioni non vi mettono ostacolo, il lusso d’ostentazione prevale a quello di comodo; ma negli stati popolati più che vasti, il lusso di comodo fa sempre sminuire quello di ostentazione. Ma il commercio ed il passaggio dei piaceri del lusso ha questo inconveniente, che quantunque facciasi per il mezzo di molti, pure comincia in pochi e termina in pochi, e solo pochissima parte ne gusta il maggior numero, talchè non impedisce il sentimento della miseria, più cagionato dal paragone che dalla realità. Ma la sicurezza e la libertà limitata dalle sole leggi sono quelle che formano la base principale di questa felicità, colle quali i piaceri del lusso favoriscono la popolazione, e senza di quelle divengono lo stromento della tirannia. Siccome le fiere più generose e i liberissimi uccelli si allontanano nelle solitudini e nei boschi inaccessibili, ed abbandonano le fertili e ridenti campagne all’uomo insidiatore, così gli uomini fuggono i piaceri medesimi quando la tirannia gli distribuisce.
Egli è dunque dimostrato che la legge che imprigiona i sudditi nel loro paese è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà parimente la pena del suicidio; e perciò, quantunque sia una colpa che Dio punisce, perchè solo può punire anche dopo la morte, non è un delitto avanti gli uomini, perchè la pena, in vece di cadere sul reo medesimo, cade sulla di lui famiglia. Se alcuno mi opponesse che una tal pena può nondimeno ritrarre un uomo determinato dall’uccidersi, io rispondo: che chi tranquillamente rinuncia al bene della vita, che odia l’esistenza quaggiù, talchè vi preferisce un’infelice eternità, deve essere niente mosso dalla meno efficace e più lontana considerazione dei figlj o dei parenti.
§ XXXIII. Contrabbandi.
Il contrabbando è un vero delitto che offende il sovrano e la nazione, ma la di lui pena non dev’essere infamante, perchè commesso non produce infamia nella pubblica opinione. Chiunque dà pene infamanti a’ delitti che non sono reputati tali dagli uomini, scema il sentimento d’infamia per quelli che lo sono. Chiunque vedrà stabilita la medesima pena di morte, per esempio, a chi uccide un fagiano ed a chi assassina un uomo o falsifica uno scritto importante, non farà alcuna differenza tra questi delitti, distruggendosi in questa maniera i sentimenti morali, opera di molti secoli e di molto sangue, lentissimi e difficili a prodursi nell’animo umano, per far nascere i quali fu creduto necessario l’ajuto dei più sublimi motivi e un tanto apparato di gravi formalità.
Questo delitto nasce dalla legge medesima, poichè, crescendo la gabella, cresce sempre il vantaggio, e però la tentazione di fare il contrabbando, e la facilità di commetterlo, cresce colla circonferenza da custodirsi e colla diminuzione del volume della merce medesima. La pena di perdere e la merce bandita e la roba che l’accompagna è giustissima, ma sarà tanto più efficace quanto più piccola sarà la gabella, perchè gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio che l’esito felice dell’impresa produrrebbe.
Ma perchè mai questo delitto non cagiona infamia al di lui autore, essendo un furto fatto al principe, e per conseguenza alla nazione medesima? Rispondo che le offese che gli uomini credono non poter essere loro fatte non l’interessano tanto che basti a produrre la pubblica indegnazione contro di chi le commette. Tale è il contrabbando. Gli uomini, su i quali le conseguenze rimote fanno debolissime impressioni, non veggono il danno che può loro accadere per il contrabbando, anzi sovente ne godono i vantaggj presenti. Essi non veggono che il danno fatto al principe; non sono dunque interessati a privare dei loro suffragj chi fa un contrabbando, quanto lo sono contro chi commette un furto privato, contro chi falsifica il carattere, ed altri mali che posson loro accadere. Principio evidente, che ogni essere sensibile non s’interessa che per i mali che conosce.
Ma dovrassi lasciare impunito un tal delitto contro chi non ha roba da perdere? No: vi sono dei contrabbandi che interessano talmente la natura del tributo, parte così essenziale e così difficile in una buona legislazione, che un tal delitto merita una pena considerabile fino alla prigione medesima, fino alla servitù; ma prigione e servitù conforme alla natura del delitto medesimo. Per esempio la prigionia del contrabbandiere di tabacco non dev’essere comune con quella del sicario o del ladro, e i lavori del primo, limitati al travaglio e servigio della regalia medesima che ha voluto defraudare, saranno i più conformi alla natura delle pene.
§ XXXIV. Dei debitori.
La buona fede dei contratti, la sicurezza del commercio costringono il legislatore ad assicurare ai creditori le persone dei debitori falliti, ma io credo importante il distinguere il fallito doloso dal fallito innocente. Il primo dovrebbe esser punito coll’istessa pena che è assegnata ai falsificatori delle monete, poichè il falsificare un pezzo di metallo coniato, che è un pegno delle obbligazioni de’ cittadini, non è maggior delitto che il falsificare le obbligazioni stesse. {{ Ma il fallito innocente, ma colui che dopo un rigoroso esame ha provato innanzi a’ suoi giudici che o l’altrui malizia, o l’altrui disgrazia, o vicende inevitabili dalla prudenza umana lo hanno spogliato delle sue sostanze, per qual barbaro motivo dovrà essere gettato in una prigione, privo dell’unico e tristo bene che gli avanza di una nuda libertà, a provare le angosce dei colpevoli, e colla disperazione della probità oppressa a pentirsi forse di quella innocenza colla quale vivea tranquillo sotto la tutela di quelle leggi che non era in sua balìa di non offendere, leggi dettate dai potenti per avidità, e dai deboli sofferte per quella speranza, che per lo più scintilla nell’animo umano, la quale ci fa credere gli avvenimenti sfavorevoli esser per gli altri e gli avantaggiosi per noi! Gli uomini abbandonati ai loro sentimenti i più obvii amano le leggi crudeli, quantunque, soggetti alle medesime, sarebbe dell’interesse di ciascuno che fossero moderate, perchè è più grande il timore di essere offesi che la voglia di offendere. Ritornando all’innocente fallito, dico che se inestinguibile dovrà essere la di lui obbligazione fino al totale pagamento, se non gli sia concesso di sottrarvisi senza il consenso delle parti interessate e di portar sotto altre leggi la di lui industria, la quale dovrebb’esser costretta sotto pene ad essere impiegata a rimetterlo in istato di soddisfare proporzionalmente ai progressi; qual sarà il pretesto legittimo, come la sicurezza del commercio, come la sacra proprietà dei beni, che giustifichi una privazione di libertà, inutile, fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù svelare i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo nella supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria che il valore degl’inconvenienti politici sia in ragione composta della diretta del danno pubblico, e della inversa della improbabilità di verificarsi. Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave, la grave dalla leggiera e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori, ma con privazione di libertà, riserbando all’ultima la scelta libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà di farlo, lasciandola ai creditori. Ma le distinzioni di grave e di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei limiti sono così necessarie nella politica come nella matematica, tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze.[4]
Con quale facilità il provido legislatore potrebbe impedire una gran parte dei fallimenti colpevoli e rimediare alle disgrazie dell’innocente industrioso! La pubblica e manifesta registrazione di tutt’i contratti, e la libertà a tutt’i cittadini di consultarne i documenti bene ordinati, un banco pubblico formato dai saggiamente ripartiti tributi sulla felice mercatura, e destinato a soccorrere colle somme opportune l’infelice ed incolpabile membro di essa, nessun reale inconveniente avrebbero ed innumerabili vantaggj possono produrre. Ma le facili, le semplici, le grandi leggi, che non aspettano che il cenno del legislatore per ispandere nel seno della nazione la dovizia e la robustezza, leggi che d’inni immortali di riconoscenza di generazione in generazione lo ricolmerebbero, sono o le men cognite o le meno volute. Uno spirito inquieto e minuto, la timida prudenza del momento presente, una guardinga rigidezza alle novità s’impadroniscono dei sentimenti di chi combina la folla delle azioni dei piccoli mortali. }}
§ XXXV. Asili.
Mi restano ancora due questioni da esaminare. L’una, se gli asili sieno giusti, e se il patto di rendersi fralle nazioni reciprocamente i rei sia utile o no. Dentro i confini di un paese non dev’esservi alcun luogo indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l’ombra segue il corpo. L’impunità e l’asilo non differiscono che di più e meno, e come l’impressione della pena consiste più nella sicurezza d’incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano più ai delitti di quello che le pene non allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole sovranità, perchè dove non sono leggi che comandano, ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni, e però uno spirito opposto a quello del corpo intero della società. Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni degli uomini. Ma se sia utile il rendersi reciprocamente i rei fralle nazioni, io non ardirei decidere questa questione, finchè le leggi più conformi ai bisogni dell’umanità, le pene più dolci, ed estinta la dipendenza dall’arbitrio e dall’opinione, non rendano sicura l’innocenza oppressa e la detestata virtù; finchè la tirannia non venga del tutto dalla ragione universale, che sempre più unisce gl’interessi del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure dell’Asia, quantunque la persuasione di non trovare un palmo di terra che perdoni ai veri delitti sarebbe un mezzo efficacissimo per prevenirli.
§ XXXVI. Della taglia.
L’altra questione è se sia utile il mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto reo, ed armando il braccio di ciascun cittadino farne un carnefice. O il reo è fuori de’ confini o al di dentro. Nel primo caso il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto e gli espone ad un supplicio, facendo così un’ingiuria ed una usurpazione d’autorità negli altrui dominj, ed autorizza in questa maniera le altre nazioni a far lo stesso con lui. Nel secondo mostra la propria debolezza. Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono. Con una mano il legislatore stringe i legami di famiglia, di parentela, di amicizia, e coll’altra premia chi gli rompe e chi gli spezza; sempre contradittorio a sè medesimo, ora invita alla fiducia gli animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutt’i cuori. In vece di prevenire un delitto, ne fa nascer cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte. A misura che crescono i lumi in una nazione, la buona fede e la confidenza reciproca divengono necessarie, e sempre più tendono a confondersi colla vera politica. Gli artificj, le cabale, le strade oscure ed indirette sono per lo più prevedute, e la sensibilità di tutti rintuzza la sensibilità di ciascuno in particolare. I secoli d’ignoranza medesimi, nei quali la morale pubblica piega gli uomini ad ubbidire alla privata, servono d’instruzione e di sperienza ai secoli illuminati. Ma le leggi che premiano il tradimento e che eccitano una guerra clandestina, spargendo il sospetto reciproco fra i cittadini, si oppongono a questa così necessaria riunione della morale e della politica, a cui gli uomini dovrebbero la loro felicità, le nazioni la pace, e l’universo qualche più lungo intervallo di tranquillità e di riposo ai mali che vi passeggiano sopra.
§ XXXVII. { Attentati, complici, impunità.
Perchè le leggi non puniscono l’intenzione, non è però che un delitto che cominci con qualche azione che ne manifesti la volontà di eseguirlo non meriti una pena, benchè minore all’esecuzione medesima del delitto. L’importanza di prevenire un attentato autorizza una pena; ma siccome tra l’attentato e l’esecuzione vi può essere un intervallo, così la pena maggiore riserbata al delitto consumato può dar luogo al pentimento. Lo stesso dicasi quando siano più complici di un delitto, e non tutti esecutori immediati, ma per una diversa ragione. Quando più uomini si uniscono in un rischio, quant’egli sarà più grande, tanto più cercano che sia uguale per tutti; sarà dunque più difficile trovare chi si contenti d’esserne l’esecutore, correndo un rischio maggiore degli altri complici. La sola eccezione sarebbe nel caso che all’esecutore fosse fissato un premio; avendo egli allora un compenso per il maggior rischio, la pena dovrebbe esser eguale. Tali riflessioni sembreran troppo metafisiche a chi non rifletterà essere utilissimo che le leggi procurino meno motivi di accordo che sia possibile tra i compagni di un delitto.
Alcuni tribunali offrono l’impunità a quel complice di grave delitto che paleserà i suoi compagni. Un tale spediente ha i suoi inconvenienti e i suoi vantaggj. Gl’inconvenienti sono che la nazione autorizza il tradimento, detestabile ancora fra gli scellerati, perchè sono meno fatali ad una nazione i delitti di coraggio che quegli di viltà: perchè il primo non è frequente, perchè non aspetta che una forza benefica e direttrice che lo faccia conspirare al ben pubblico, e la seconda è più comune e contagiosa, e sempre più si concentra in se stessa. Di più, il tribunale fa vedere la propria incertezza, la debolezza della legge, che implora l’ajuto di chi l’offende. I vantaggj sono il prevenire delitti importanti e che, essendone palesi gli effetti ed occulti gli autori, intimoriscono il popolo; di più, si contribuisce a mostrare che chi manca di fede alle leggi, cioè al pubblico, è probabile che manchi al privato. Sembrerebbemi che una legge generale che promettesse l’impunità al complice palesatore di qualunque delitto fosse preferibile ad una speciale dichiarazione in un caso particolare, perchè così preverrebbe le unioni col reciproco timore che ciascun complice avrebbe di non espor che sè medesimo; il tribunale non renderebbe audaci gli scellerati, che veggono in un caso particolare chiesto il loro soccorso. Una tal legge però dovrebbe accompagnare l’impunità col bando del delatore… Ma invano tormento me stesso per distruggere il rimorso che sento autorizzando le sacrosante leggi, il monumento della pubblica confidenza, la base della morale umana, al tradimento ed alla dissimulazione. Qual esempio alla nazione sarebbe poi se si mancasse all’impunità promessa, e che per dotte cavillazioni si strascinasse al supplicio ad onta della fede pubblica chi ha corrisposto all’invito delle leggi! Non sono rari nelle nazioni tali esempj, e perciò rari non sono coloro che non hanno di una nazione altra idea che di una macchina complicata, di cui il più destro e il più potente ne muovono a lor talento gli ordigni; freddi ed insensibili a tutto ciò che forma la delizia delle anime tenere e sublimi, eccitano con imperturbabile sagacità i sentimenti più cari e le passioni più violente, sì tosto che le veggono utili al loro fine, tasteggiando gli animi, come i musici gli stromenti. }
§ XXXVIII. { Interrogazioni suggestive, deposizioni.
Le nostre leggi proscrivono le interrogazioni che chiamansi suggestive in un processo: quelle cioè, secondo i dottori, che interrogano della specie, dovendo interrogare del genere, nelle circostanze d’un delitto; quelle interrogazioni cioè che, avendo un’immediata connessione col delitto, suggeriscono al reo una immediata risposta. Le interrogazioni secondo i criminalisti devono, per dir così, inviluppare spiralmente il fatto, ma non andare giammai per diritta linea a quello. I motivi di questo metodo sono o per non suggerire al reo una risposta che lo metta al coperto dell’accusa, o forse perchè sembra contro la natura stessa che un reo si accusi immediatamente da sè. Qualunque sia di questi due motivi, è rimarcabile la contradizione delle leggi che unitamente a tale consuetudine autorizzano la tortura; imperocchè qual interrogazione più suggestiva del dolore? Il primo motivo si verifica nella tortura, perchè il dolore suggerirà al robusto un’ostinata taciturnità onde cambiare la maggior pena colla minore, ed al debole suggerirà la confessione onde liberarsi dal tormento presente, più efficace per allora che non il dolore avvenire. Il secondo motivo è ad evidenza lo stesso, perchè se una interrogazione speciale fa contro il diritto di natura confessare un reo, gli spasimi lo faranno molto più facilmente: ma gli uomini più dalla differenza de’ nomi si regolano che da quella delle cose. Fra gli altri abusi della grammatica, i quali non hanno poco influito su gli affari umani, è notabile quello che rende nulla ed inefficace la deposizione di un reo già condannato; egli è morto civilmente, dicono gravemente i peripatetici giureconsulti, e un morto non è capace di alcuna azione. Per sostenere questa vana metafora molte vittime si sono sacrificate, e bene spesso si è disputato con seria riflessione se la verità dovesse cedere alle formule giudiciali. Purchè le deposizioni di un reo condannato non arrivino ad un segno che fermino il corso della giustizia, perchè non dovrassi concedere, anche dopo la condanna, e all’estrema miseria del reo e agl’interessi della verità uno spazio congruo, talchè adducendo egli cose nuove, che cangino la natura del fatto, possa giustificar sè od altrui con un nuovo giudizio? Le formalità e le ceremonie sono necessarie nell’amministrazione della giustizia, sì perchè niente lasciano all’arbitrio dell’amministratore, sì perchè danno idea al popolo di un giudizio non tumultuario ed interessato, ma stabile e regolare, sì perchè sugli uomini imitatori e schiavi dell’abitudine fanno più efficace impressione le sensazioni che i raziocinj. Ma queste senza un fatale pericolo non possono mai dalla legge fissarsi in maniera che nuocano alla verità, la quale, per essere o troppo semplice o troppo composta, {{ ha bisogno di qualche esterna pompa che le concilii il popolo ignorante }}. Finalmente colui che nell’esame si ostinasse di non rispondere alle interrogazioni fattegli merita una pena fissata dalle leggi, e pena delle più gravi che siano da quelle intimate, perchè gli uomini non deludano così la necessità dell’esempio che devono al pubblico. Non è necessaria questa pena quando sia fuori di dubbio che un tal accusato abbia commesso un tal delitto, talchè le interrogazioni siano inutili, nell’istessa maniera che è inutile la confessione del delitto quando altre prove ne giustificano la reità. Quest’ultimo caso è il più ordinario, perchè la sperienza fa vedere che nella maggior parte de’ processi i rei sono negativi. }
§ XXXIX. Di un genere particolare di delitti.
Chiunque leggerà questo scritto accorgerassi che io ho ommesso un genere di delitti che ha coperto l’Europa di sangue umano, e che ha alzate quelle funeste cataste ove servivano di alimento alle fiamme i vivi corpi umani, quand’era giocondo spettacolo e grata armonia per la cieca moltitudine l’udire i sordi confusi gemiti dei miseri che uscivano dai vortici di nero fumo, fumo di membra umane, fra lo stridere dell’ossa incarbonite e il friggersi delle viscere ancor palpitanti. Ma gli uomini ragionevoli vedranno che il luogo, il secolo e la materia non mi permettono di esaminare la natura di un tal delitto. Troppo lungo, e fuori del mio soggetto, sarebbe il provare come debba essere necessaria una perfetta uniformità di pensieri in uno stato, contro l’esempio di molte nazioni; come opinioni che distano tra di loro solamente per alcune sottilissime ed oscure differenze, troppo lontane dalla umana capacità, pure possano sconvolgere il ben pubblico, quando una non sia autorizzata a preferenza delle altre; e come la natura delle opinioni sia composta a segno che, mentre alcune col contrasto fermentando e combattendo insieme si rischiarano, e soprannotando le vere, le false si sommergono nell’oblio, altre mal sicure per la nuda loro costanza debbano esser vestite di autorità e di forza. Troppo lungo sarebbe il provare come, quantunque odioso sembri l’impero della forza sulle menti umane, del quale le sole conquiste sono la dissimulazione, indi l’avvilimento; quantunque sembri contrario allo spirito di mansuetudine e fraternità comandato dalla ragione e dall’autorità che più veneriamo; pure sia necessario ed indispensabile. Tutto ciò deve credersi evidentemente provato e conforme ai veri interessi degli uomini, se v’è chi con riconosciuta autorità lo esercita. Io non parlo che dei delitti che emanano dalla natura umana e dal patto sociale, e non dei peccati, de’ quali le pene, anche temporali, debbono regolarsi con altri principj che quelli di una limitata filosofia.
§ XL. False idee di utilità.
Una sorgente di errori e d’ingiustizie sono le false idee d’utilità che si formano i legislatori. Falsa idea d’utilità è quella che antepone gl’inconvenienti particolari all’inconveniente generale, quella che comanda ai sentimenti in vece di eccitargli, che dice alla logica: servi. Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggj reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perchè incendia e l’acqua perchè annega, che non ripara ai mali che col distruggere. {{ Le leggi che proibiscono di portar le armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati nè determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidj, ma gli accrescono, perchè è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiaman leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avantaggj di un decreto universale. }} Falsa idea d’utilità è quella che vorrebbe dare a una moltitudine di esseri sensibili la simmetria e l’ordine che soffre la materia bruta e inanimata, che trascura i motivi presenti, che soli con costanza e con forza agiscono sulla moltitudine, per dar forza ai lontani, de’ quali brevissima e debole è l’impressione, se una forza d’immaginazione, non ordinaria nella umanità, non supplisce coll’ingrandimento alla lontananza dell’oggetto. Finalmente è falsa idea d’utilità quella che, sacrificando la cosa al nome, divide il ben pubblico dal bene di tutt’i particolari. Vi è una differenza dallo stato di società allo stato di natura, che l’uomo selvaggio non fa danno altrui che quanto basta per far bene a se stesso, ma l’uomo sociabile è qualche volta mosso dalle male leggi a offender altri senza far bene a sè. Il dispotico getta il timore e l’abbattimento nell’animo de’ suoi schiavi, ma ripercosso ritorna con maggior forza a tormentare il di lui animo. Quanto il timore è più solitario e domestico, tanto è meno pericoloso a chi ne fa lo stromento della sua felicità; ma quanto è più pubblico ed agita una moltitudine più grande di uomini, tanto è più facile che vi sia o l’imprudente, o il disperato, o l’audace accorto che faccia servire gli uomini al suo fine, destando in essi sentimenti più grati e tanto più seducenti, quanto il rischio dell’intrapresa cade sopra un maggior numero, ed il valore che gl’infelici danno alla propria esistenza si sminuisce a proporzione della miseria che soffrono. Questa è la cagione per cui le offese ne fanno nascere delle nuove, che l’odio è un sentimento tanto più durevole dell’amore, quanto il primo prende la sua forza dalla continuazione degli atti che indebolisce il secondo.
§ XLI. Come si prevengano i delitti.
È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile, per parlare secondo tutt’i calcoli dei beni e dei mali della vita. Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo più falsi ed opposti al fine proposto. Non è possibile il ridurre la turbolenta attività degli uomini ad un ordine geometrico senza irregolarità e confusione. Come le costanti e semplicissime leggi della natura non impediscono che i pianeti non si turbino nei loro movimenti, così nelle infinite ed oppostissime attrazioni del piacere e del dolore non possono impedirsene dalle leggi umane i turbamenti ed il disordine. Eppur questa è la chimera degli uomini limitati, quando abbiano il comando in mano. Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma egli è un crearne dei nuovi, egli è un definire a piacere la virtù ed il vizio, che ci vengono predicati eterni ed immutabili. A che saremmo ridotti, se ci dovesse essere vietato tutto ciò che può indurci a delitto? Bisognerebbe privare l’uomo dell’uso de’ suoi sensi. Per un motivo che spinge gli uomini a commettere un vero delitto, ve ne son mille che gli spingono a commetter quelle azioni indifferenti che chiamansi delitti dalle male leggi; e se la probabilità dei delitti è proporzionata al numero dei motivi, l’ampliare la sfera dei delitti è un crescere la probabilità di commettergli. La maggior parte delle leggi non sono che privilegj, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi.
Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. { Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. } Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole. Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo. Gli uomini schiavi sono più voluttuosi, più libertini, più crudeli degli uomini liberi. Questi meditano sulle scienze, meditano sugl’interessi della nazione, veggono grandi oggetti e gl’imitano; ma quegli, contenti del giorno presente, cercano fra lo strepito del libertinaggio una distrazione dall’annientamento in cui si veggono; avvezzi all’incertezza dell’esito di ogni cosa, l’esito de’ loro delitti divien problematico per essi, in vantaggio della passione che gli determina. Se l’incertezza delle leggi cade su di una nazione indolente per clima, ella mantiene ed aumenta la di lei indolenza e stupidità. Se cade in una nazione voluttuosa, ma attiva, ella ne disperde l’attività in un infinito numero di piccole cabale ed intrighi, che spargono la diffidenza in ogni cuore, e che fanno del tradimento e della dissimulazione la base della prudenza. Se cade su di una nazione coraggiosa e forte, l’incertezza vien tolta alla fine, formando prima molte oscillazioni dalla libertà alla schiavitù, e dalla schiavitù alla libertà.
§ XLII. Delle scienze.
Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore, che è sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. Le cognizioni, facilitando i paragoni degli oggetti e moltiplicandone i punti di vista, contrappongono molti sentimenti gli uni agli altri, che si modificano vicendevolmente, tanto più facilmente quanto si preveggono negli altri le medesime viste e le medesime resistenze. In faccia ai lumi sparsi con profusione nella nazione, tace la calunniosa ignoranza e trema l’autorità disarmata di ragioni, rimanendo immobile la vigorosa forza delle leggi; perchè non v’è uomo illuminato che non ami i pubblici, chiari ed utili patti della comune sicurezza, paragonando il poco d’inutile libertà da lui sacrificata alla somma di tutte le libertà sacrificate dagli altri uomini, che senza le leggi poteano divenire conspiranti contro di lui. Chiunque ha un’anima sensibile, gettando uno sguardo su di un codice di leggi ben fatte, e trovando di non aver perduto che la funesta libertà di far male altrui, sarà costretto a benedire il trono e chi lo occupa.
Non è vero che le scienze sian sempre dannose all’umanità, e quando lo furono era un male inevitabile agli uomini. La moltiplicazione dell’uman genere sulla faccia della terra introdusse la guerra, le arti più rozze, le prime leggi, che erano patti momentanei che nascevano colla necessità e con essa perivano. Questa fu la prima filosofia degli uomini, i di cui pochi elementi erano giusti, perchè la loro indolenza e poca sagacità gli preservava dall’errore. Ma i bisogni si moltiplicavano sempre più col moltiplicarsi degli uomini. Erano dunque necessarie impressioni più forti e più durevoli che gli distogliessero dai replicati ritorni nel primo stato d’insociabilità, che si rendeva sempre più funesto. Fecero dunque un gran bene all’umanità quei primi errori che popolarono la terra di false divinità (dico gran bene politico) e che crearono un universo invisibile regolatore del nostro. Furono benefattori degli uomini quegli che osarono sorprendergli e strascinarono agli altari la docile ignoranza. Presentando loro oggetti posti di là dai sensi, che loro fuggivan davanti a misura che credean raggiungerli, non mai disprezzati, perchè non mai ben conosciuti, riunirono e condensarono le divise passioni in un solo oggetto, che fortemente gli occupava. Queste furono le prime vicende di tutte le nazioni che si formarono da’ popoli selvaggj, questa fu l’epoca della formazione delle grandi società, e tale ne fu il vincolo necessario e forse unico. Non parlo di quel popolo eletto da Dio, a cui i miracoli più straordinarj e le grazie più segnalate tennero luogo della umana politica. Ma come è proprietà dell’errore di sottodividersi all’infinito, così le scienze che ne nacquero fecero degli uomini una fanatica moltitudine di ciechi, che in un chiuso laberinto si urtano e si scompigliano, di modo che alcune anime sensibili e filosofiche regrettarono persino l’antico stato selvaggio. Ecco la prima epoca, in cui le cognizioni, o per dir meglio le opinioni, sono dannose.
La seconda è nel difficile e terribil passaggio dagli errori alla verità, dall’oscurità non conosciuta alla luce. L’urto immenso degli errori utili ai pochi potenti contro le verità utili ai molti deboli, l’avvicinamento ed il fermento delle passioni, che si destano in quell’occasione, fanno infiniti mali alla misera umanità. Chiunque riflette sulle storie, le quali dopo certi intervalli di tempo si rassomigliano quanto all’epoche principali, vi troverà più volte una generazione intera sacrificata alla felicità di quelle che le succedono nel luttuoso ma necessario passaggio dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della filosofia, e dalla tirannia alla libertà, che ne sono le conseguenze. Ma quando, calmati gli animi ed estinto l’incendio che ha purgata la nazione dai mali che l’opprimono, la verità, i di cui progressi prima son lenti e poi accelerati, siede compagna su i troni de’ monarchi ed ha culto ed ara nei parlamenti delle repubbliche, chi potrà mai asserire che la luce che illumina la moltitudine sia più dannosa delle tenebre, e che i veri e semplici rapporti delle cose ben conosciuti dagli uomini lor sien funesti?
Se la cieca ignoranza è meno fatale che il mediocre e confuso sapere, poichè questi aggiunge ai mali della prima quegli dell’errore inevitabile da chi ha una vista ristretta al di qua dei confini del vero, l’uomo illuminato è il dono più prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che lo rende depositario e custode delle sante leggi. Avvezzo a vedere la verità e a non temerla, privo della maggior parte dei bisogni dell’opinione, non mai abbastanza soddisfatti, che mettono alla prova la virtù della maggior parte degli uomini, assuefatto a contemplare l’umanità dai punti di vista più elevati, avanti a lui la propria nazione diventa una famiglia di uomini fratelli, e la distanza dei grandi al popolo gli par tanto minore quanto è maggiore la massa dell’umanità che ha avanti gli occhj. I filosofi acquistano dei bisogni e degli interessi non conosciuti dai volgari, quello principalmente di non ismentire nella pubblica luce i principj predicati nell’oscurità, ed acquistano l’abitudine di amare la verità per se stessa. Una scelta di uomini tali forma la felicità di una nazione, ma felicità momentanea, se le buone leggi non ne aumentino talmente il numero che scemino la probabilità sempre grande di una cattiva elezione.
§ XLIII. Magistrati.
Un altro mezzo di prevenire i delitti si è d’interessare il consesso esecutore delle leggi piuttosto all’osservanza di esse che alla corruzione. Quanto maggiore è il numero che lo compone, tanto è meno pericolosa l’usurpazione sulle leggi, perchè la venalità è più difficile tra membri che si osservano tra di loro, e sono tanto meno interessati ad accrescere la propria autorità, quanto minore ne è la porzione che a ciascuno ne toccherebbe, massimamente paragonata col pericolo dell’intrapresa. Se il sovrano coll’apparecchio e colla pompa, coll’austerità degli editti, col non permettere le giuste e le ingiuste querele di chi si crede oppresso, avvezzerà i sudditi a temere più i magistrati che le leggi, essi profitteranno più di questo timore di quello che non ne guadagni la propria e pubblica sicurezza.
§ XLIV. Ricompense.
Un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtù. Su di questo proposito osservo un silenzio universale nelle leggi di tutte le nazioni del dì d’oggi. Se i premj proposti dalle accademie ai discuopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri, perchè non i premj distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbono altresì le azioni virtuose? La moneta dell’onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore.
§ XLV. Educazione.
Finalmente il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione, oggetto troppo vasto e che eccede i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo, perchè non sia sempre fino ai più remoti secoli della pubblica felicità un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggj. Un grand’uomo, che illumina l’umanità che lo perseguita, ha fatto vedere in dettaglio quali sieno le principali massime di educazione veramente utile agli uomini, cioè consistere meno in una sterile moltitudine di oggetti che nella scelta e precisione di essi, nel sostituire gli originali alle copie nei fenomeni sì morali che fisici, che il caso o l’industria presenta ai novelli animi dei giovani, nello spingere alla virtù per la facile strada del sentimento e nel deviarli dal male per la infallibile della necessità e dell’inconveniente, e non colla incerta del comando, che non ottiene che una simulata e momentanea ubbidienza.
§ XLVI. {{ Delle grazie.
A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessarj. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutt’i doveri del trono, dovrebb’essere esclusa in una perfetta legislazione dove le pene fossero dolci ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale, dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi e dell’atrocità delle condanne. Quest’è la più bella prerogativa del trono, questo è il più desiderabile attributo della sovranità, e questa è la tacita disapprovazione che i benefici dispensatori della pubblica felicità danno ad un codice che con tutte le imperfezioni ha in suo favore il pregiudizio dei secoli, il voluminoso ed imponente corredo d’infiniti commentatori, il grave apparato dell’eterne formalità, e l’adesione dei più insinuanti e meno temuti semidotti. Ma si consideri che la clemenza è la virtù del legislatore, e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizj particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, e che la pena non ne è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che, potendosi perdonare, le condanne non perdonate siano piuttosto violenze della forza che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità! Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari, ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore. Saggio architetto, faccia sorgere il suo edificio sulla base dell’amor proprio, e l’interesse generale sia il risultato degl’interessi di ciascuno, e non sarà costretto con leggi parziali e con rimedj tumultuosi a separare ad ogni momento il ben pubblico dal bene de’ particolari, e ad alzare il simulacro della salute pubblica sul timore e sulla diffidenza. Profondo e sensibile filosofo, lasci che gli uomini, che i suoi fratelli, godano in pace quella piccola porzione di felicità che lo immenso sistema stabilito dalla prima Cagione, da Quello che è, fa loro godere in quest’angolo dell’universo. }}
§ XLVII. Conclusione.
Conchiudo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone, che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società, cresce la sensibilità, e crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuol mantenersi la relazione tra l’oggetto e la sensazione.
Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema generale molto utile, ma poco conforme all’uso, legislatore il più ordinario delle nazioni, cioè: perchè ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.
NOTE
[1] Tutto ciò che è racchiuso fra questi segni { } sono le prime aggiunte, e quel che è racchiuso fra quest’altri segni {{ }} sono le seconde aggiunte.
[2] { La voce obbligazione è una di quelle molto più frequenti in morale che in ogni altra scienza, e che sono un segno abbreviato di un raziocinio e non di un’idea: cercatene una alla parola obbligazione, e non la troverete; fate un raziocinio, e intenderete voi medesimo, e sarete inteso. }
[3] {{ Presso i criminalisti la credibilità d’un testimonio diventa tanto maggiore quanto più il delitto è atroce. Ecco il ferreo assioma dettato dalla più crudele imbecillità: In atrocissimis leviores conjecturae sufficiunt, et licet judici jura transgredi. Traduciamolo in volgare, e gli Europei veggano uno de’ moltissimi ed egualmente ragionevoli dettami di coloro ai quali senza quasi saperlo sono soggetti: Negli atrocissimi delitti, cioè nei meno probabili, le più leggere conghietture bastano, ed è lecito al giudice di oltrepassare il diritto. I pratici assurdi della legislazione sono sovente prodotti dal timore, sorgente principale delle contraddizioni umane. Impauriti i legislatori (tali sono i giureconsulti autorizzati dalla sorte a decidere di tutto e a divenire, di scrittori interessati e venali, arbitri e legislatori delle fortune degli uomini) per la condanna di qualche innocente, caricano la giurisprudenza di soverchie formalità ed eccezioni, la esatta osservanza delle quali farebbe sedere l’anarchica impunità sul trono della giustizia; impauriti per alcuni delitti atroci e difficili a provare, si credettero in necessità di sormontare le medesime formalità da essi stabilite, e così or con dispotica impazienza, or con donnesca trepidazione, trasformarono i gravi giudizj in una specie di giuoco in cui l’azzardo ed il raggiro fanno la principale figura. }}
[4] {{ Il commercio, la proprietà dei beni, non sono un fine del patto sociale, ma possono esser un mezzo per ottenerlo. L’esporre tutt’i membri della società ai mali per cui tante combinazioni vi sono per farli nascere, sarebbe un subordinare i fini ai mezzi, paralogismo di tutte le scienze, e massimamente della politica, nel quale son caduto nelle precedenti edizioni, ove dicea che il fallito innocente dovesse esser custodito come un pegno dei suoi debiti, o adoperato come schiavo al lavoro per i creditori. Ho vergogna di avere scritto così. Sono stato accusato d’irreligione, e non lo meritava. Sono stato accusato di sedizione, e non lo meritava. Ho offeso i diritti della umanità, e nessuno me ne ha fatto rimprovero. }}

