Carteggio

Cesare Beccaria

CARTEGGIO (1758-1795)

Testo critico stabilito da Carlo Capra, Renato Pasta e Francesca Pino Pongolini (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, IV, 1994, e V, 1996)

 

  1. Supplica di Beccaria a Carlo Francesco Durini (Pavia [?], 11 settembre 1758)

Eminentissimo signore,

il marchese don Cesare Beccaria Bonesana milanese, umillissimo servitore di Vostra Eminenza, desidera di presente conseguire la laurea legale in questa Reggia ed Imperial Università di Pavia, e non potendola conseguire senza il spezial permesso di Vostra Eminenza, riccorre umillissimamente suplicandola compiacersi ordinare a chi si aspeta accioché possa fare la professione della fede e prima li esami, che della grazia ecc.

  1. Supplica di Beccaria a Giovan Battista Venturucci (Milano, dicembre 1759)

Illustrissimo e reverendissimo monsignore,

abbisognando all’umilissimo servitore di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima, il marchese Cesare Francesco Beccaria Bonesana, la fede del suo Santo Battesimo, né potendola ottenere senza il permesso di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima, umilmente supplica voler degnarsi dar ordine a chi s’aspetta, perché le sia data la detta fede, che della grazia ec.

  1. Promessa di Beccaria a Teresa Blasco (Gessate, seconda metà di novembre 1760)

Io sottoscritto prometto e giuro avanti Dio e sulla parola di cavaglier d’onore alla signora donna Teresa de Blasco di sposarla in qualunque maniera, e qualunque contrasto mi venga fatto dalla parte de’ parenti, e questa mia promessa intendo che abbia forza come se fosse rogata con publico istromento. Così Dio, che vede l’intimo del mio cuore e la rettitudine delle mie intenzioni, mi sia propizio, ed in fede

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 28 settembre 1760

  1. Relazione di Beccaria (Milano, seconda metà di dicembre 1760)

Era già qualche tempo che il maestro di capella Monzino esaltava in casa mia e la nobiltà della famiglia Blasco e la loro ricchezza ed aderenza alla Corte di Portogallo per mezzo del zio generale.

Quando avendogli io confidata la necessità in cui mi trovavo di prender moglie, non mancò di persuadermi questo partito con molta premura, come a confronto d’ogni altro migliore nelle mie circostanze. Mi introdusse in sua casa per mezzo di un’accademia che si tenne una sera, ed ebbi subito le più cortesi e lusinghiere accoglienze.

Spiegata la mia intenzione per la passione concepita, feci interpellare dal medesimo Monzino per la dote, e mi fu risposto che vi sarebbero stati due mille zecchini, oltre le speranze grandi che mi si facevan supporre fondate sul zio, che diceasi amare parzialmente questa figlia.

Intese le difficoltà di mio padre, quando seppe questo mio genio, incaricai il Monzino che a poco a poco gli disinganasse, e mi astenni per qualche giorni di passare per la contrada come era solito di fare; quando dallo stesso mi fu fatto per parte loro invito di andare di sera a casa loro, ma senza servitore, non eseguii subito, ma lusingato dalle dimostrazioni di affetto mi son lasciato indurre.

Ivi ebbi tutto il campo di accecarmi a segno di non essere in istato di riflettere a quanto conveniva. Andato in campagna, dove avea tutta la libertà di poter vedere l’oggetto della mia passione, mentre la figlia con un servitore veniva in una strada rimota dove si parlavamo.

In questo tempo sono nati tutti gli nostri mal concertati impegni; e un dopo pranzo, vedendo la figlia essere andata a vuoto la istanza fatta per avere i dispacci per mezzo di un prete mandato per la posta da loro a Milano a cercarli, mi fece coraggio ad un clandestino da eseguirsi la mattina vegnente, proponendomi ella i testimoni. Alla mattina mi venne in chiesa, dove di concerto mi trovava, una persona di commune confidenza, dicendomi che avea impedito questo disordine, ma che per ottenere il nostro fine andassi dal prevosto di Gorgonzola per impegnarlo ad ottenere la dispensa, il che feci. Ma dopo molti giorni, pensando al disordine imminente, scrissi una lettera al mediatore, dove lo pregavo di far sospendere il concertato fino alla mia venuta a Milano.

Dopo ciò per lettera dalla figlia mi fu dimandato lo scritto, il che subito feci, e gli spedii con l’antidata con differenza di quasi due mesi.

Sono stato da’ fautori della medesima casa consigliato di andare dal signor tenente collonello, che era in Gorgonzola. Lo feci, dove esponendogli le immense difficoltà de’ miei parenti, e niente dissimulandogli delle mie circostanze, gli esposi che ero pronto a mantenere la mia parola, ed egli, invece di ritirarsi, mi disse che non dubitassi, che o colle buone o colle cattive avrebbe ridotti i miei parenti al segno.

Aggiungasi le continue istanze della figlia perché fossi costante, ed il continuo coraggio che mi si faceva a non temer la miseria, mi hanno sedotto ecc.

  1. Dichiarazione di Beccaria (Milano, 26 dicembre 1760)

1760, adì 26 decembre in Milano

Con la presente dichiaro io infrascritto in ogni miglior forma ecc. che, ricordandomi d’avere fori un bianco da me fatto nella casa Blasco con mia firma senza data di tempo, per quanto io credo, come pure altro scritto in forma di protesta diretto al reverendo paroco di S. Martino in Nosiggia di questa città di Milano, o ad altro ecc., non riccordandomi, a motivo del calore di testa e dell’appresso che mi si faceva per la più pronta effettuazione del matrimonio, nel quale scritto dubito d’essermi forse espresso di dare il mio assenso anche in mia absenza al detto paroco per il detto matrimonio, o ad altro che come mio procuratore lo potesse dare; che però dichiaro e protesto in ogni miglior modo e forma più valida come sopra che tanto del sodetto bianco, quanto del sodetto altro qualunque siasi mio scritto con mia firma, non debbasi avere alcun riguardo, ma non debbasi in alcun modo e tempo attendere, come se da me non fossero stati fatti, annullandoli e rivocandoli in tutto e per tutto, di maniera che non debbano essere di alcun valor in verun tempo, essendo questa la mia spontanea e determinata intenzione, e per fede ecc.

Sottoscritto marchese Cesare Beccaria Bonesana

Sottoscritto marchese don Girolamo D’Adda Salvaterra, fui presente per testimonio

Sottoscritto Giovanni Battista Costa, fui presente per testimonio

Attestatae fuere subscriptiones etc.

  1. Beccaria a Teresa Blasco (Milano, prima metà di gennaio 1761)

Non le rechi meraviglia il sentire che dopo tante mie proteste e giuramenti, fatti nel fervore della passione da me concepita per le doti di cui ella va adorna, io sia costretto a prendere quel partito che non solo è il più onorevole per ambidue, ma l’unico ancora per garantirci da quella miseria in cui la nostra passione ci volea precipitare. Io credo d’avere abbastanza mostrata e l’onoratezza del mio carattere e la grandissima mia stima per una persona del suo merito. Prova di questo è il sommo contegno[1] (inspiratomi sempre dalla somma di Lei modestia) con cui ho sempre agito nel tempo che ebbi l’onore di trattarla, la mia sincerità non solo nel non dissimular la mia passione a’ suoi parenti, ma anche nel palesar loro fin da principio lo stato di mia casa e l’invincibile difficoltà de’ miei parenti nell’accordarmi ciò che io desiderava. Ma prova ancor maggiore si è l’aver io con grande fermezza tanto sofferto per sostenere la mia parola, fino a quel segno a cui un uomo ragionevole può giungere. Ma questa non si può più sostenere senza incorrere la disapprovazione del pubblico, la collera del Principe[2] e l’offesa di Dio per il grave disgusto di chi mi ha dato la vita. Io non posso credere che Ella mi volesse dar segno di così poco amore e di così poca corrispondenza alla sincera stima che ho auto per Lei, coll’esiggere che io mi rendessi oggetto della pubblica disapprovazione nel voler sostenere con violenza[3] una inconsiderata parola, oltre di che sarebbe indegno della sua mano un uomo che per ottenerla non solo disprezzasse i consigli degli uomini assennati e prudenti, ma ancora offendesse gravemente Iddio col resistere all’invincibile dissenso del padre e ferisse con tale disubbidienza il cuore dell’afflitto genitore. Con qual fronte potressimo noi comparire in faccia agli uomini onesti, e qual macchia non coprirebbe d’infamia[4] non solo me, ma ancora per conseguenza la somma di Lei delicatezza! E come potrebbe Ella soffrire l’ingiustizia che le farebbe il pubblico, che giudica dalle apparenze, dicendo che non l’affetto, ma l’interesse l’avesse indotta a sostener queste nozze! Sebbene quale interesse o qual vantaggio potrebbe sperare da un figlio di famiglia, che sarebbe costretto a vivere esule dalla casa paterna, lontano dal commercio de’ miei uguali, et incapace non solo di mantenerla con quella decenza che merita il suo carrattere, ma anche di sostenere i pesi più necessari del matrimonio? Potrebbe Ella avvilirsi a questo segno, e se veramente mi stima, come può esiger da me sì dure condizioni, di cui Ella sarebbe la prima a pentirsene? Oltre di che dubito molto che noi saressimo la vittima della pubblica economia, mentre il Principe non permetterebbe che si dasse questo cattivo esempio al pubblico, che i figli di famiglia possano a dispetto del padre sconsigliatamente legarsi. Queste son quelle ragioni che averei voluto che il signor tenente collonelo[5] mi avesse fatte presenti non solo quando gli feci intendere la mia intenzione, ma ancora quando in persona gli manifestai la promessa in cui era incorso e l’assoluto dissenso de’ miei parenti, mentre allora avea troppo offuscata la mente per riflettere a ciò che conveniva ad ambidue. Diamo donque quest’esempio al mondo, che due giovani guidati dalla passione alla loro rovina si siano spontaneamente ed amichevolmente separati. Io voglio lasciarne a Lei la gloria d’essere la prima, e sia certa che ben lontana dal soffrirne in menoma parte la sua convenienza, ne sarà da tutti lodata e proposta come esempio all’altre figlie della sua qualità. Io sarò il primo a rendere di ciò la più onorevole testimonianza a tutto il mondo, come anche delle ottime sue doti.

La supplico dunque a credere a quanto le ha detto Sua Eccellenza il signor marchese di Soncino, benché io le abbia imprudentemente scritto nel calore della mia passione di non credergli, ed abbia fatto questo torto ad un così onesto cavaliero. Si assicuri che le soprallegate ragioni mi costringeranno a mai non permettere anche per amor suo un vincolo di cui Ella sarebbe la prima a provarne un sicuro ma inutile pentimento. Però la scongiuro a darmi questa prova della sua bontà col mettermi in piena libertà e liberarmi dalla miserabile situazione in cui mi son posto per la stima per Lei concepita. Mentre al suo merito non possono mancare (e si farebbe torto da se stessa col dubitarne) altri partiti che la rendano più felice e contenta di quello che io potessi fare. Io son sicuro che se Ella veramente ha della bontà per me e se furono sincere quelle proteste che tante volte mi ha fatto, non avrà cuore di rendermi miserabile, e però darà quella sortita al nostro impegno che salvi la convenienza d’ambidue. Non ho difficoltà che di questi miei sentimenti se ne valga per testimonianza e giustificazione in ogni tempo dell’onorevole disimpegno per la maggior sua convenienza. Io attendo questa grazia nella risposta che si degnerà di fare a questa mia, il che obbligherà per sempre chi si dichiara umilissimo servitore ecc.

  1. Beccaria a Teresa Blasco (Milano, 16 gennaio 1761)

Illustrissima signora, signora padrona colendissima,

dopo aver dimostrata una costanza a tutte le prove a cui può giungere un uomo ragionevole per sostenere l’impegno contratto con Vostra Signoria illustrissima, sedata la passione, ho riflettuto seriamente alle dolorose conseguenze di un matrimonio, alle quali non meno io che la degnissima sua persona sarebbe ridotta. Ma un motivo che io non posso vincere si è l’invincibile dissenso del padre (a cui son debitore di tutto prima d’ogni altra cosa), come non ho mai mancato di più volte far presente non meno a Vostra Signoria illustrissima che al degnissimo suo genitore. Quantunque per secondare il suo e mio desiderio abbia cercato altre volte di superare questi riflessi, pure ad animo tranquillo mi hanno fatto tale impressione che mi costringono, con sommo mio rincrescimento ed estrema mia mortificazione, a mai non incontraere un vincolo di cui proveressimo e l’uno e l’altro un sicuro ma inutile pentimento. La prego dunque a darmi anche questa prova della nobiltà del suo animo col mettermi in libertà, assicurandola che conserverò in ogni tempo per Vostra Signoria illustrissima e per la nobile di lei famiglia quella profonda venerazione colla quale mi dichiaro di Vostra Signoria illustrissima umilissimo ossequiosissimo servo

Cesare Beccaria Bonesana

Di casa, 16 gennaro 1761

  1. Beccaria a Teresa Blasco (ottobre 1760 – gennaio 1761)

Anima mia,

…… Vi avviso che mio padre ha saputo che io l’altr’ieri sono venuto ad incontrarvi, e ieri mattina sono stato a Gorgonzola, e per mezzo del N. N. mi ha fatto moltissime minaccie, se mai avessi intenzione di sposarvi. Ma io vi giuro che sarò costante e soffrirò tutto per amor vostro, purché voi facciate altrettanto, e che facciate moltissima premura presso de’ vostri parenti, perché più presto che sia possibile si eseguisca il negozio ecc.

 

Mia cara sposa,

permettetemi ch’io vi chiami con questo dolce nome di sposa, che deve fare la mia consolazione per tutta la vita mia, se voi sarete costante e fedele e se io saprò meritarmi il vostro affetto …… Vi giuro che quando sarò vostro marito tutti i miei momenti saranno impiegati nel servirvi, nel compiacervi, nell’amarvi ed in procurare che siate contenta ed allegra ecc.

Vostro fedele ed appassionato amante

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

 

…… Vi avverto che qualunque tardanza di lettere, qualunque disgrazia, in somma, non vi sgomenti, perché io non cangierò mai di parere e voglio esser vostro, se dovessi finir la vita o esser chiuso in un fondo di torre. Anima mia, perdonate se vi confido aver io una spina nel cuore che mi tormenta, ed è che se in questo tempo vi capitasse altro partito migliore, o che vi piacesse più, voi forse mi abbandonereste; ma sappiate che la cosa si è fatta tanto publica, che ci andrebbe del vostro e del mio onore se non ci sposassimo insieme. Vi giuro che non troverete altri che vi amerà con maggior tenerezza che me, e che vi tratterà con maggior rispetto e compiacenza ecc.

Vostro fedele amante e futuro sposo

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

 

Io vi rendo mille grazie della bontà e dell’affetto che avete per uno che impiegherà tutti i momenti di sua vita nel servirvi e nell’amarvi. Vi giuro una costanza a tutte le prove, e quando sarò a Milano ve ne darò tutte le prove …… Quanto sarei felice se nel S. Natale, o anche prima, mi unissi a voi per non mai più distaccarmi!

 

Oh, se sapeste, anima mia, le pene che io soffro, benché procuri di mostrarmi allegro, vedendo i gran discorsi secreti che fanno insieme mio padre e mio zio! Certamente machinano qualche gran cosa contro di me e di voi, ma possono fare qualunque cosa, che io sono risolutissimo di sposarvi. Dalle vostre lettere comprendo non essere l’affare male incaminato, ma temo molto la prepotenza de’ miei parenti. Basta, preparatevi a qualunque cimento, ch’io son pronto al tutto, né vi turbate mai, né mai mi crediate infedele per qualunque ritardo di lettere o di mia persona, il che potrebbe accadere, se per ordine superiore mi venisse l’arresto in casa, il che sarei pronto a trasgredire, se voi mi comandaste ecc.

 

Io vi assicuro che nissuno mi tradirà, ma quand’anche ciò accadesse, di nuovo vi giuro una costanza e fedeltà a tutte le prove. Mio caro bene, mettetevi in guardia contro qualunque tradimento di finte ambasciate, di lettere false, ed ancorché voi non riceveste mai mie lettere, né mi poteste vedere, siate sicura che ciò procederà dalla forza, non già dalla mia volontà …… Di nuovo, mio core, non dubitate della mia costanza, e se l’andar io in Castello non dovesse ritardarmi il piacere d’esser vostro, quasi desidererei che accadesse per provarvi che sono pronto a tutto tollerare.

 

…… Vi assicuro che, quantunque procuri di mostrarmi indifferente ed allegro, sono non pertanto assediato da ogni parte; ed è ieri venuto fuori mio zio, il quale mi ha preso da parte querelandosi di me, come se facessi uno de’ maggiori spropositi, dicendo che in Milano si sparla molto di me, e minacciandomi di ricorrere a tutte quelle più forti e più violenti provvidenze economiche che si possono usare; io gli ho risposto mostrandomi indifferente e quasi più non ci pensassi, pregandolo solamente a non usar alcuna violenza, e ciò per il loro meglio. Ma vi giuro, mia vita, che se dovessi anche esser chiuso in un Castello, io soffrirò qualunque cosa per esser vostro ecc.

 

…… Sono un poco inquieto, perché non veggo riscontro alle due che vi ho inviato, ma per questo non dubitate di me, gioia cara, che vi giuro avanti Dio che non sposerò altri che voi, e voi dovete essere o tosto o tardi mia moglie, ed io vostro marito …… Oh, felice quel giorno in cui vi sposerò! Allora sì che sarò abbastanza ricompensato di tutte le pene sofferte, ed il mio amore durerà finché avrò vita, e vi giuro di essere sempre compiacente, amoroso e tutto dedito a servirvi e a procurare che siate contenta …… ecc.

 

…… Vi giuro, cuor mio, che sospiro il fortunato momento di rivedervi ed abbracciarvi, e più il felicissimo giorno in cui saremo uniti per sempre, che vi raccomando, ben mio, di affrettare ecc.

 

…… Vi giuro che sono e sarò sempre costante a qualunque costo. Non crediate mai ch’io ceda, ancorché vel dicessero; ma il mio timore è che voi, atterita dalle difficoltà e dalle conseguenze, vi lasciate smuovere. Non date orecchio a qualunque dilazione vi fosse proposta, mio bene, non mi abbandonate ecc.

 

…… Mia cara, non dubitate, che se dovessi star dei mesi in arresto, come può succedere, non mi muterò mai, ma io temo che se o voi o i vostri parenti sentissero intonarsi che io sarò mandato via di casa con piccoli alimenti, non si ritirino. Ciò mi dà una grande apprensione: rispondetemi su quest’articolo, mentre io sono pronto per voi ad esser miserabile ed andar via di casa quando si sia ecc.

 

…… A vostro padre i miei complimenti, e raccomandatemi a lui. Ditegli che tra le altre cose i miei parenti si dolgono dicendo che forse, se egli avesse fatto parlare per qualcheduno, avrian forse condisceso, e non si sarebbe fatto tutto questo foco; ma questo è un rampino a cui s’attaccano dopo successo il fatto, mentre io son sicuro che, ancorché tutto il mondo avesse parlato, non avrian mai condisceso ecc.

 

…… Vi giuro avanti Dio che voglio assolutamente sposarvi, e dico a tutto il mondo, che vuole persuadermi il contrario, che se non avessi data la parola, la darei adesso, tanto son lontano dal ritrattarla. Non so più quali giuramenti usare per assicurarvi della mia fermezza ecc.

 

…… Vi giuro innanzi a Dio che non voglio sposare altri che voi, e rifiuterò qualunque altro benché vantaggiosissimo partito ecc.

 

…… Vi giuro avanti Dio che sono pronto a piuttosto morire che mai abbandonarvi, vi giuro che sono irremovibile come pietra ecc.

 

…… Mia cara, non mi abbandonate, che vi giuro avanti Dio che mai non vi abbandonerò, e vi amerò sempre ecc.

 

…… Qualunque cosa sia, io vi giuro, mio bene, che non sarò d’altri che di voi, e farò di tutto ecc.

 

…… Di nuovo vi giuro una eterna costanza e fedeltà ecc.

  1. Beccaria a Gian Saverio Beccaria (Milano, 4 febbraio 1761)

Carissimo signor padre,

per non lasciarle più alcun dubbio quale sia la mia vera ed ultima volontà, mi son determinato di dichiarargliela in iscritto, dimandandole prima perdono di quanto sinceramente le esporrò. La supplico dunque ad accertarsi che la sola morte potrà distruggere la mia risoluzione, anzi l’aspetto di essa non mi atterirebbe. Giuro avanti Dio che io non decamperò mai, né mai ritratterò di cuore la mia parola. La supplico dunque per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre impedirmi l’esecuzione di questo matrimonio, né di più ulteriormente violentare la mia volontà e la mia coscienza. La supplico di lasciarmi in preda al mio destino, del quale solo a me, non già a’ miei genitori dovrà imputarsene quell’esito cattivo che mi si predice. Ho fatto tutto quel che ho potuto per violentare l’animo mio, ma ora assolutamente non posso più cangiarmi. Mi contento di abbandonare la casa paterna e di soffrire quel tenue assegnamento si degnerà di farmi, ma la prego ad avere la carità di lasciarmi eseguire la mia volontà fissa ed immutabile, altrimente non so cosa accaderebbe d’un suo povero figlio tormentato da sì longo martirio, mentre le bacio le mani e le chiedo la paterna benedizione.

  1. Beccaria a Emanuele Lupo Amor di Soria (Milano, 16 febbraio 1761)

Eccellentissimo signore, non avendo l’umilissimo servitore marchese Cesare Beccaria Bonesana ricevuto ieri sera quel riscontro ch’ebbe la bontà di farli sperare, cioè se l’affare era agiustato, o s’averebbe stamattina mandato il notaio, vive però inquietissimo, temendo che qualche nova difficoltà venga a intorbidare la pronta esecuzione del tanto sospirato matrimonio; si prende perciò l’ardire non solo di supplicarla di qualche riscontro, ma di nuovo le fa le sue più fervorose preghiere per la più pronta esecuzione di queste nozze; supplica farli sapere per sua regola il giorno preciso, se dovrà aspettare in casa l’Eccellenza Vostra oppure trovarsi in luogo terzo. Spera che doppo settanta giorni di continue angustie sarà consolato dall’Eccellenza Vostra coll’essere pienamente assicurato, il che ascriverà a tant’altre infinite obligazioni che conosce avere a chi col più profondo ossequio si rassegna

Di casa, 16 febraio 1761

  1. Beccaria a Emanuele Lupo Amor di Soria (Milano, 20 febbraio 1761)

Ieri mattina è stato da me il signor Vicario di Giustizia, e da parte del Governo mi ha portata la liberazione del sequestro, ma io, secondo l’intelligenze, non ho mosso piede fuor di casa, aspettando sempre ansiosamente l’Eccellenza Vostra. Supplico pertanto e spero che oggi sarà il giorno cui vedrò finite tante mie pene coll’eseguire il tanto sospirato matrimonio.

Prego dunque l’Eccellenza Vostra di favorirmi e di farmi sapere il sito ove ritrovarmi, acciò io possa finalmente essere libero dalle tante angustie che continuamente m’opprimono, mentre ogni ritardo mi fa sempre temere qualche nuova dificoltà.

Son certo che l’Eccellenza Vostra, a cui devo tutto, vorrà compir l’opera col consolarmi, il che mi darà occasione di continuamente riconoscere e dipendere dall’Eccellenza Vostra come da protettore e padre, mentre, aspettando qualche accertato riscontro, col più proffondo ossequio mi rassegno suo ossequiosissimo servitore

St.: Cesare Beccaria Bonesana

Di casa, 20 febraio 1761

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 2 [?] luglio 1761)

Eccellenza,

non ha mancato il marchese Cesare Beccaria Bonesana, umilissimo servitore dell’Eccellenza Vostra, di usare ogni mezzo per restituirsi nella grazia del di lui padre, irritato per avere il supplicante contratto matrimonio con donna Teresa de Blasco, figlia del tenente collonello degli Ingegneri al servizio di Sua Maestà, e doppo avere pazientemente sofferto puocco men di tre mesi di tedioso arresto nella casa paterna, ha benignamente l’Altezza Sua Serenissima giudicato, in vista della relazione di Sua Eccellenza il signor marchese di Soncino come cavagliere dellegato, di lasciare il supplicante in libertà di mantenere la sua giurata parola, che interessava tutta la convenienza d’una dama senza eccezione e per l’eguaglianza della nascita e per la congrua dote di zecchini tre mille.

Sperava il supplicante che il padre piegar si dovesse, se non per le replicate ferventi preghiere interposte da’ parenti ed amici, almeno alla autorevole mediazione del ministro delegato, per mezzo del quale, non ostante il di lui instancabile zelo, non ha il supplicante potuto sin ora ottenere che sole lire trecento venti di tenuissima provvisionale nel longo spazio di mesi quattro d’esiglio dalla casa paterna.

Si agrava il supplicante dal di lui padre d’un preteso reato, per aver egli durante l’arresto esposto che, se si fosse trovato il disimpegno onorevole alla dama ed a se stesso, avrebbe prontamente aderito a’ voleri del padre.

Se a tale proposizione avesse il padre del supplicante data la giusta ed unica interpretazione, avrebbe dovuto ad evidenza conoscere quanto fosse soda e ben fondata la volontà del di lui figlio, perché appoggiata al giusto ponto d’onore, che deve avere un cavagliere, di mantenere a qualunque costo la parola data, e ben doveva di ciò gloriarsene lo stesso padre, anzi che irritarsi e castigare indebitamente il supplicante, che null’altro pretendeva se non che dal padre non gli venisse legata quell’unica libertà concessa da tutte le leggi ad un figlio per la elezione del di lui stato.

Gli si oppone finalmente dal padre al supplicante la strettezza delle circostanze della di lui casa, che supone non potergli dar campo di mantenere una donna conforme al di lei rango, il che è certamente erroneo, mentre, se ben rifletterà il padre del supplicante, non potrà che accordare che di molto minor dispendio ed agravio gli sarebbe al certo il mantenere in propria casa il figlio e la di lui moglie con quella proprietà possibile, anzi che dovergli soministrare fuor di casa quei onesti e bastevoli alimenti dovuti ad un figlio che ha l’impegno della moglie di egual condizione e grado, acciò non possa vedersi sforzato contrare debiti per rimediare alla tenuità degli alimenti che venissero somministrati dal padre.

Ciò non per tanto tutto si riduce ad un estremo rigore senza alcun riguardo alle grosse primogeniture, di cui l’uso in rigor di ragione competirebbe al solo padre, ma attese le presentanee circostanze puono egualmente in oggi compettere anche al supplicante ad esclusione di qualunque altro de’ di lui fratelli.

La tenuità dello stato di casa esibito dal padre del supplicante nella sola quantità di L. 5900 fa evidentemente argomentare non esser esatto, e compilato in tal guisa al fine solo di far credere al supplicante non potersi dal di lui padre somministrare che una tenuissima annualità che non sii né pur bastevole ad un onesto mantenimento di una persona anco d’inferior condizione, il che certamente non può credersi, a meno che non si pensi che dal padre del supplicante contrar si vogliano continui debiti a pregiudizio de’ figli, invece di ritirarsi da tutte quelle spese che potrebbero considerarsi superflue.

In tale stato di cose altro mezzo non trova il supplicante che fare all’Eccellenza Vostra ossequioso riccorso, affineché si degni di superiormente provedere all’instantaneo bisogno del supplicante ridotto all’ultima desolazione, abbandonato dal padre, trovandosi costretto di vivere in continue strettezze per dover fare casa da sé, senza che il padre gli somministri li dovuti alimenti necessari al supplicante e sua famiglia, il che dall’Eccellenza Vostra implora e spera

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

Supplicante

[a tergo:] Eccellenza. Del marchese Cesare Beccaria Bonesana

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 8 gennaio 1762)

Mon cher Scipio,

il y a longtems, mon cher Biffi, que je ne reçois de tes nouvelles, et que tu ne reçois pas les miennes. Par rapport à moi la cause en est ma paresse et mon indolence, qui tous les jours s’appesantit de plus en plus sur moi. Mille petites tracasseries me rendent chagrin et en proie à un sombre tranquillitè, à la quelle je ne puis etre arraché que par les livres qui, occupant toute l’etendue de ma tete, en effaçent pour quelques tems les impressions douloreuses. Je ne puis etre ambitieux, mon cher ami, et ce seroit l’unique moyen pour me mettre au niveau des autres (je suis bien eloigné de me croire au dessus des autres hommes pour cela, je suis plutot à coté de l’umanité que superieur ou inferieur). Toutes les reflexions sages que me font faire mes veritables amis Verri, bien loin de me persuader, se trasforment en autant des chaines presentées à ma liberté et à mon independance sauvage. Mais helas, ma raison n’influe point sur mon sentiment!

Pardonne moi donc mon silence paresseux, qui me faisoit differer de jour en jour de t’ecrire. N’ajoute point à mes malheurs celui d’etre fachè contre moi. Ecris moi si tu n’es point malade, car cela augmenteroit ma faute, et si tu l’es par malheur, fais moi ecrire, car je veux absolument de tes nouvelles. Ah, mon cher ami, que je voudrois etre avec vous pour soulager mon coeur, pour acquerir avec toi le courage de voir d’un oeil ferme le choc impetueux des interets des hommes qui se croisent et se detruisent reciproquement en cherchant un perfection qui n’est pas le partage de ce planete. Je ne me suis elevée du fond de la mer dormante de l’ignorance, où je vegetois avec les autres, que pour voir l’orage et la tempete des passions bouleverser les ondes, et en sentir plus vivement les secousses, et voir de là naitre egalements le vices et les vertu, la vie et la mort, le douleur et le plaisir par un continuelle transformation. Dans le moment que je t’ecris dans la chambre de Verri, il me prie de l’excuser après de toi sur la meme paresse, qui lui engourdit la main pour ecrire a ses amis. Il n’a pas écrit à vous ni à Frisi ni à Carli dès longtems. Ainsi, pardon general, mon ami. Je t’écrirais un autre fois plus au long sur mes etudes et sur l’etat de mon ame. Adieu. Toutes les amis te embrassent et moi aussi et la marquesine aussi. Adieu.

Vrai ami

Atticus

Milan, 8 gennaro ’62

[a tergo:] A monsieur, monsieur le comte Jean Biffi, Cremone

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 5 marzo 1762)

Eccellenza,

oso prendermi la libertà di presentarmi a Vostra Eccellenza umilmente con questa lettera, non avendo potuto ottenere l’onore di farlo questa mattina in persona. Sento volgarmente aspettarsi la grida nuova delle monete come imminente; non credo di dover diferire di più a rassegnare riverentemente all’Eccellenza Vostra le mie riflessioni che ho compilate su questa importante materia. Il mio desiderio sarebbe che servissero all’Eccellenza Vostra d’un sodo attestato della mia venerazione verso della medesima, e della mia buona volontà per il servigio dell’Augustissima Sovrana e il bene della nazione; sarebbe altresì mio desiderio che esse vedessero la publica luce sotto gli alti auspicii di Vostra Eccellenza onde proccurame a me la gloria che ne risulta. Questa grazia impetro io divotamente da quel suo genio benigno che conosce le verità e protegge chi lavora a disterrarle. L’esemplare che mi prendo la libertà di qui ingiungere manca di quella decente eleganza che si converrebbe, s’io nella rispettata persona di Vostra Eccellenza non ravvisassi che il semplice ministro; a questo avrò la gloria di presentare la copia stampata, quando me ne accordi la graziosa annuenza, e frattanto con infinito rispetto ho l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 5 marzo 1762

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 19 maggio 1762)

Eccellenza,

in pena di non aver voluto mancare alla parola data di matrimonio e d’avere sposata una dama attualmente ricevuta e ammessa agli onori che fra di noi competono alla prima nobiltà, mi trovo da più d’un anno esigliato dalla casa paterna e ridotto all’ultima mendicità. Ho impiegati inutilmente diversi amici di mio padre per placarlo colle più sincere sommissioni; gli ho scritte inutilmente varie lettere dettate dai più umili e affettuosi sentimenti d’un figlio abattuto, sommesso e mendico.

Ora mi trovo colla moglie vicina al parto, con mille lire annue di solo assegnamento per vivere, circondato dalla miseria e dalla disperazione: prendo l’unico partito che mi resta, ed è di presentarmi colla moglie a’ piedi di mio padre e cercare se lo spettacolo della mia rovina e le mie lagrime possono far parlar la natura. Vado quest’oggi umiliato e mendico ad implorare dalla carità di mio padre un posto per me e per mia moglie a quella tavola dove ogni giorno si usa ospitalità cogli estranei; vado a cercare ricovero in quelle stanze altre volte destinate a me ed ora vuote. Sono disposto a soffrire qualunque cosa sia per dirmi mio padre colla maggiore subordinazione, ma sono altresì disposto a non allontanarmi dalla famiglia, e per non perire e per non soffrire di più il dolore di vedermi così proscritto dalla vista de’ parenti, i quali, in mezzo ai mali che mi hanno fatto soffrire, mi sono pur cari.

Prendo l’ardire di rappresentare umilmente a Vostra Eccellenza questa risoluzione; spero che la vista della mia umiliazione e lo stato di mia moglie vicina al parto peroreranno per me; ma se per mia mala sorte anche tutto questo fosse inutile, io sono perduto, se la benefica mano di Vostra Eccellenza non mi socorre. La bell’anima dell’Eccellenza Vostra spero sarà sensibile al mio misero stato; sono il più debole, sono infelice; questi sono i titoli che mi assicurano della benigna protezione di Vostra Eccellenza.

La grazia ch’io domando all’Eccellenza Vostra è che si degni in caso di contraddizione avvocare a sé la mia causa ed essere ella stessa il mio giudice. Non ho mezzi per difendermi per l’ordinaria carriera de’ giudicii; imploro, da quelle paterne viscere d’umanità che rendono l’Eccellenza Vostra adorabile a tutti i buoni, di accordarmi ch’io in questo non abbia altro giudice che Lei; o, se le cure del Governo m’impedissero d’aver questo bene, che sia almeno differito il giudizio a due cavalieri, uno destinato da’ miei parenti e l’altro da me. Aspetto questa beneficenza dalla protezione dell’Eccellenza Vostra, nell’atto che, con umilissima riverenza, ho l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 19 maggio 1762

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 19 maggio 1762)

Eccellenza,

ho l’onore di rassegnare a Vostra Eccellenza la notizia che il passo, sul quale m’era preso la libertà di prevenir la medesima, ha sortito tutto il suo effetto, cosicché io sono attualmente nella mia casa paterna colla moglie e in grazia de’ miei parenti.

Domando umilissimo perdono all’Eccellenza Vostra della libertà che nell’incertezza ho dovuto prendermi, e con profondo indelebile rispetto passo a l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 19 maggio 1762

  1. Beccaria a Gian Rinaldo Carli (Milano, 4 agosto 1762)

Milano, 4 agosto 1762

Il libro che ho l’onore d’inviarle è un giusto tributo ad un classico scrittore di monete, e di un discepolo ad un maestro. Tale io posso chiamarmi rispetto a Vostra Signoria illustrissima, avendo dalla eccellente di lei opera sulle monete cavati i veri principii di questa scienza. Ella è stato uno di quei pochi che abbiano osato strappare dalle mani della trascuranza e della privata ingordigia quelle verità delle quali la maggior parte degli uomini, massime italiani, non ne sospettano pure l’esistenza. Ella ha meritato d’esser posto nel numero di quei geni, come Montesquieu, Du Tot, Fortbonnai ecc., che dalla gelosa mediocrità, che ha quasi sempre governato l’universo, furono trascurati. Forse per questo titolo non avrò motivo di essere dimenticato, quando non lo fosse un sufficiente la gloria di aver imitato un sì celebre scrittore e il potermi meritar la stima di Vostra Signoria illustrissima e di que’ pochi che le somigliano.

Quando ottenessi questa, non avrei certamente gran morivo di dolermi della ingratitudine de’ miei concittadini.

Io ho sempre amata la verità, che sospetto non esser fatta per gli uomini, e per conseguenza ho sempre desiderato l’amicizia di quegli di cui le azioni non ne smentiscono i principii. Ecco ciò che mi ha procurata la preziosa amicizia del conte Verri e di que’ pochissimi Milanesi che come lui si allontanarono dagli altri per lo meno di due secoli.

Ecco il motivo per cui oso chiederle un posto nella di lei stima ed amicizia, mentre con perfettissimo ossequio e divozione mi protesto.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, agosto 1762)

Caro amico, Silla non ha testa da scrivere ed ha delegato il mio capo acciò colla sua nota destrezza disimpegni l’affare, cioè scriverti e mandarti i libretti. Ma questa volta bisogna che tu abbi la flemma avere una lettera corta perché sono tutto assorto a ricopiare alcune opere di Bacon di Verulamio, al quale, oltre essere nella classe dei geni più sublimi, si può dare il nome di legislatore dell’intelletto.

Mando la mia dissertazione unita né voglio alcun pagamento per essa. Quanto alle lorgnette è necessario che vi spieghiate meglio, cioè se sia lorgnette a due vetri, a un vetro solo, per teatro, per leggere ed esaminar seni ecc., perché Verri ne ha tre. Tu vedi che sono di buon umore, quando nell’ultima ero di pessimo, ma sentirai meglio in altra mia i fenomeni tutti di questa testa matta. Scrivimi lettere longhe, riserbandomi il dritto solo a me di scriverti una riga sola se bisogna. Amicizia eterna al di là della tomba. Possino i nostri corpi allora riunirsi ed organizzarsi insieme a formare un bel trio ecc. ecc. Addio, padrone di cento vacche ecc. ecc.

Verri scriverà altra volta; Alessandrino, la signora Vailati, coi voti ed acclamazioni dei pochi ragionevoli mangianti cervellato in questa metropoli, ti salutano.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 3 settembre 1762)

Je ne puis rien ajouter aux sentimens de Verri qui sont les miens; si non que je vous recomande votre bonheur. Il depend en partie de vous meme. Goutez les plaisirs sans en emousser la vivacité par votre extreme delicatesse. Il nous sont données par la nature elle meme. Desavouera t’elle son present? Mon cher ami, je souffre de vos peines. Quoi donc, la vertu sera-t-elle faite pour soufrir? N’y a t’il pas une route parmi le nombre infini qui se croisent dans cette fourmilliere pour guider le sage au bonheur sans offenser la sacrée image de la vertu? Je vous dirai mon opinion là dessus dans d’autres lettres. Votre absence a causé une vuide dans mon coeur, qui etoit tout entier à chacun de ses amis, car l’amitié est comme le feu qui sans diminuer se communique aux plusieurs… Mais brisons là. Marcellus continue.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 4 settembre 1762)

Milano, 4 settembre ’62

Carissimo amico,

benché vi abbia già scritto nella lettera di Verri, pure un affare di importanza e di somma secretezza mi obliga a scrivervi di nuovo. Lungi dall’essermi ciò incommodo, mi è sommamente agradevole porgendomi nuova occasione di trattenermi con voi. Si tratta di nuovo il matrimonio tra il marchese Crotti e la madamigella Durini, ed ella mi ha pregato in amicizia di informarmi presso di voi del carattere del giovine cavagliere, de’ suoi parenti, della facoltà e forza della sua casa. Io spero dal vostro buon carrattere un sincero ragguaglio per una persona di cui si tratta la felicità. Voi potete essere sicuro che affidandomi una tale notizia non sarete in alcuna maniera compromesso. Se avete qualche ostacolo che vi trattenga, scrivetemi pure liberamente, mentre preferirò sempre la vostra convenienza e felicità a quella della Durini, che non mi è legata coi forti vincoli d’amicizia come i nostri. Sovvengavi che forse si tratta d’impedire l’infelicità di una persona di merito. Non è necessario che io di nuovo vi faccia proteste dell’eterna amicizia che avrò sempre per voi. Vi prego a ricordarvi di uno che vi ama teneramente e vi stima infinitamente. La marchesina, che è stata afflitta per la vostra partenza, vi saluta di cuore. Scrivo male perché sono di cattivo umore. A rivederci l’ordinario venturo. Addio. Amicizia, amicizia.

Vostro affezionatissimo amico vero

  1. Pomp. Attico
  2. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 15 settembre 1762)

Cher ami,

je suis accablè d’ennui, de tristesse aussi bien que vous, mon cher Scipion. Je n’ai pas meme la force de vous ecrire au long. L’ordinaire prochain je vous developperai l’etat de mon coeur, ce qui sera beaucoup utile pour moi meme, car qu’est il de plus doux que deposer dans le sein de l’amitiè le noirs soucis qui nous devorent mutuellement? J’ai etè heureux un annee et demi. Helas! je ne le suis plus. Ma chere femme et amie est sensible à votre tristesse, et tous ensemble nous voudrions contribuer à votre bonheur; et aussi tot que l’occasion s’en presenterà, nous le ferons. S’il n’y avoit d’autre motif d’aller à Pizzighettone que le bonheur de vous voir, il seroit plus que suffisant; ainsi nous nous verrons. Adieu, mon cher et respectable ami, homme vertueux, etre trop sensible, ecris moi, je t’ecrirai toutes les jours de poste, mais toujours suivant l’etat de mon coeur, triste, gai, philosophe, fou, mais toujours honnete homme et veritable ami

  1. Pomp.us Atticus

Milan, 15 septembre ’62

P.S. Je n’ai pas pu parler à la Durini attendu les circonstances, ainsi je vous donnerai reponse l’ordinaire prochain. Blasco vous fait ses respects. Ma femme aussi.

  1. Beccaria ad Alessandro Verri (estate 1762)

Caro Sandrino, io vi ringrazio di cuore della sollecita e piena infilzatura de’ sapientoni sul noto proposito; a’ quali non era permesso accostarvisi alla gente profana. Io ne farò uso con esultanza, perché bello è il combattere con le armi altrui e l’assalire l’inimico nelle sue credute invincibili trincee. Voi siete il Generalissimo, io il Sanciopanza: combattimento, è vero, contro i molini a vento; ma pure è combattimento. Addio di cuore. Sono tutto

il Vostro Amico

[a tergo:] Per l’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor conte don Alessandro Verri. S. P. M.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 6 ottobre 1762)

Milan, le 6 octobre ’62

Mon cher ami,

deux ou trois lignes seulement, car la poste va partir. Ma chere compagne ne se porte pas trop bien, elle est au lit avec un grand doleur de tète; elle vous remercie de l’amitié que vous avez pour elle, et moi aussi. Blasco vous fait ses compliments; Verri, en doute de ne pouvoir vous ecrire, vous embrasse. L’ordinaire prochain je t’ecrirai plus au long. Cependant, mon cher Scipio, aimés moi, car l’amitie est de plus doux sentimens qui nous font oublier nos miseres. Ayés pitié de vous mème en reflechissant que un jour viendra que vous serez heureux. Cependant l’etude peut seulement nous rendre tranquilles etc. Adieu, mon cher Scipio.

Eternel ami Atticus

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 16 ottobre 1762)

Sabbato 16 ottobre 1762

Cher ami,

spero la settimana ventura di essere a Pizzighettone, e subito giunti vi farò avvisare perché voi potiate ricevere nelle braccia dell’amicizia tutta quella confusa mescolanza di piaceri e di pene che formano la vita del vostro amico. Oh amicizia, oh nodo suggellato dalla verità e dalla virtù, io t’adoro, unico vincolo del saggio, farò che taccia inanzi a te la voce dell’interresse e la fredda prudenza regolatrice delle anime communi. Fa’ che ripieno del tuo entusiasmo tutto il mio animo si riempia del tuo calore. Io ti preferisco, eterna compagna di libertà e di voluttà filosofica, al noioso comandare alle anime vili e schiave. Senza di te io sarei un insetto isolato nella vastità interminabile dell’eterne combinazioni, trasportato nel vortice commune. Qualunque tu sii, o chimera o verità, vieni, virtù, a invilupparti nella mia sostanza, a rendermi felice nei brevi momenti del viver mio. Oh se potessi lasciar traccie della mia beneficenza! Questo è l’unico monumento che ambisco di lasciar dopo la mia insensibilità. Tu vedi che l’estro di poesia mi trasporta, ma io voglio che i miei amici vedino in me egualmente i miei deliri e i miei ragionamenti. La marchesina ti deve una risposta; ma i suoi incommodi non glielo han permesso. Addio, amicizia. A rivederci presto.

Amico vero

Attico C.

Mia moglie ti saluta con vera amicizia e stima.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 15 giugno 1763)

Mon cher ami,

ta lettre, oh presque divin ami, m’a rempli de consolation. Ton silence de trois mois m’avoit fait faire mille chateaux en l’air. Je ai cru mon ami amoureux. Si cela est, je disois dans mon coeur, mon adorable ami, avec une ame aussi sensible, aussi excellente, aura tout son tems rempli par l’objet qui l’occupe. S’il est heureux, je le suis par rapport a lui, donc patience s’il ne m’ecrit pas. Quelquefois je tremblois de peur que moi et Verri n’avions peut-etre été calomniè auprès de toi; mais aussi tot je me corrigeois avec cette reflexion: que mon ami nous auroit ecrit quelque chose et attendu notre reponse pour nous condamner ou absoudre. J’ai plusieurs fois tentè d’ecrire, mais mon sublime et presque invincible paresse m’enchainoit la main, et je differois de jour en jour sans rien faire. Mais avec tout cela je t’adorois toujours dans mon coeur; ton souvenir, tes excellents qualités, ta vertu raisonnée, ce noble entousiasme qui te porte à faire du bien à la foiblesse qui a été toujours foulée par le plus fort, m’ont été toujours presents à l’esprit avec tous les sentiments d’amitiè qui nous lient ensemble; cette amitié, ce divin lien des coeurs sensibles, durerà toujours! Oh vertu, vertu, tu n’es pas un vain nom; tu es une passions qui remplit les coeurs sensibles, une passion aussi forte que l’amour, le redoutable amour, qui fait tant de mal et de bien aux mortels. Vertu, ma deesse, tu m’es d’autant plus chére que les motifs qui te font suivre par le stupide vulgaire ne sont pas les miens. Mon cher Biffi, ecris moi; conserve moi avec tes lettres l’entousiasme de la vertu qui fait mon bonheur. La marquesine m’a fait voir les lettres que tu lui a ecrits. Oh mon digne ami, je te remercie de la consolation que tu a donnée à mon amie, je te prie de lui ecrire, et de lui inspirer ce noble entousiasme dont je vois que son ame est susceptible, et de lui inspirer la vertu par la seul voye qui lui soit propre, celle des sentimens. Pardonne moi les fautes du stile et d’ortographe; car j’écris courans sans application suivant les mouvemens de mon coeur. Verri te prie de lui pardonner s’il n’ecrit pas aujordhui, car il a des affaires pressantes; mais il t’ecrira au premier jour. Il est, il a toujours eté rempli d’amitié, d’estime pour toi; ton nom, tes vertus étoient toujours dans notre bouche et dans notre coeur. A propos, je suis fachée avec les petites ames qui ont chicané ta famille et toi, qui merite tous les honneurs, quand meme l’hazard de la naissance n’y auroit rien contribué, ce qui est pourtant bien loin d’etre le cas de ta respectable famille. Je suis bien aise que ils n’ont pas reussis dans les vils complots que la basse jalousie et le defaut de toutes autres passions ont excitè contre toi. Ils ne meritent que ton mepris, continuez avec votre vertu de meriter la haine de tes compatriotes et l’estime du petit nombre des sages qui honorent l’humanité: voila, mon ami, mes sentimens. Dans une autre lettre que j’ecrirai samedi tu auras un detail de mes etudes, de mes occupations etc. Pour amour de notre amitié, ne pense pas de venir à Milan pour tout le mois de juillet, car pendant tout ce tems-là je suis contraint de passer à Gessate à la campagne avec mon ennuyeuse famille. Adieu, adieu. Je suis contraint de finir par la curieuse impertinence des mes parens.

Votre bon ami et admirateur

Atticus

Mercredi 15 juin 1763

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Gessate, circa 20 giugno 1763)

Carissimo Scipione,

le nuvole si sono dissipate, e la tranquillità e la calma sono succedute alle tempeste. La mia malinconia non procedeva che da queste due cagioni, le seccature che mi circondano e il trovare il mio cuore vuoto da ogni passione. Il mio animo ha bisogno d’un moto continuo che lo tenga in vigore, altrimenti la noia ed il dolore di vedermi avvilito e confuso nella folla degli spiriti communi mi opprimono. Ma qual mezzo di sortire da questa letargia che mi tormenta, se io non sono né ambizioso né innamorato? Secondo i miei principii, le pene che dovrei soffrire per seguir le traccie delle ambizioni non sono ricompensate dai piaceri che può somministrarmi. Stimo troppo poco l’opinione degli uomini, troppo corta la vita per doversi tormentare nel tempo che la gioventù e i piaceri mi invitano, per poi coronare di sterili allori una vecchiaia insipida ed importuna: in qual maniera, con tali pensieri, si risveglierà in me l’ambizione? Così parmi di non esser più atto a concepir amore per alcuna persona. Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato in una stima sincera, in una vera amicizia ed in una tenerezza inesprimibile. Ma voi sapete, amico, che le passioni sodisfatte fanno perdere al loro oggetto quel bello d’imaginazione e quella dolcissima illusione che fa distinguere l’amore dai bisogni naturali. Ecco in breve l’origine di quella vera tristezza che mi occupava tutta l’anima. Ma ho comperati dei libri, mi si sono risvegliate delle nuove idee e delle viste filosofiche che ti communicherò in breve. Queste mi hanno agitato la mente e tolta quella calma fatale che intorpidiva tutte le facoltà della mia mente.

Non credere, amico, che io sia in contraddizione con me stesso col dire che mi tormenta il vedermi confuso colla folla degli spiriti communi, e il non curarmi della opinione degli uomini: io non stimo che l’opinione de’ miei amici ed il testimonio della mia coscienza; e mi tormentava che gli uni e gli altri mi stimassero uomo commune per l’indolenza in cui dormiva l’animo, e mi pareva di diventar simile a quella immensa turba d’insetti che si strisciano sul globo; questo era il mio dolore, e non l’ingiustizia de’ miei concittadini, o per dir meglio, di coloro che l’azardo ha fatti nascere nella stessa prigione. Scrivo con libertà, senza studio, poiché penso che tali debbano essere le lettere agli amici; voi meritate, uomo eccellente, degno di un’altra patria, che mi miriate alla scoperta. Lungi da noi la minima dissimulazione, miserabile artificio degno della umana debolezza. Voi scrivete con entusiasmo, ed io oggi non l’ho; mi sembra di vedere l’amante di Julie d’Etange nelle vostre lettere. Sì, voi riunite le sue servitù ed i suoi lumi. A me par d’essere piuttosto monsieur de Volmar. Comunque sia, amicizia eterna. Scrivetemi, se volete contribuire alla mia felicità.

  1. P. Attico

P.S. La Durini, mia sorella vi salutano con tutta l’amicizia.

Una persona volgare vi direbbe di non tormentarvi, quasicché ciò fosse in vostra mano; io vi prego invece di riflettere e di ragionare. Pensate, amico, quali tormenti ho sofferto nel tempo del mio arresto con l’incertezza dell’esito dei miei affari, privo dell’unico bene che allora mi rendesse cara la vita. Pure passarono que’ giorni di dolore e di amarezza: così, pensa alla certezza di un avvennire che non ti può mancare, alla superiorità del tuo animo ed al testimonio che ti rende il tuo cuore. L’uomo sublime si consola nel essere in caso di far arrossire chi lo circonda; mira quanta differenza passa da voi agli altri uomini. La lettura e la meditazione ti consoleranno, massimamente se vorrai renderti conto a te stesso della validità o nullità di quei legami che ti trattengono. Qualunque sia poi l’esito de’ tuoi pensieri, una volta che con ragione e riflessione filosofica ti sarai assicurato la dolce sicurezza di una ragionevole filosofia, ti renderai più sereni i tuoi giorni.

  1. Beccaria a ignoto (Gessate, 19 luglio 1763)

Carissimo amico,

ho dovuto scrivere moltissime lettere, e per conseguenza non ho tempo di rendervi conto delle mie letture e delle mie riflessioni. Ho letto l’opera di Verri sulla felicità, e la trovo eccellente e degna di esser messa nel numero delle più sublimi di questo secolo; l’amicizia non è quella che mi fa parlare così; ma è una giustizia che rendo al suo merito. Io non verrò a Milano più tardi di quindici giorni, e spero di aver di molto avanzato il mio libro sulle pene; credo che Verri vi farà vedere quanto gli scrivo.

Voi sapete che vi sono veramente amico; poiché ho tutto l’interesse di esserlo riunendo voi tutte le più eccellenti qualità del cuore colle più rare dello spirito. Vorrei dormire tutti questi quindici per rendere insensibile l’intervallo che mi separa da voi; e mi sento tutto rallegrare quando penso che passato questo tempo ritorneremo a vivere insieme. Continuiamo a coltivare la filosofia nel secreto del nostro cuore, facciamo del bene agli uomini senz’aspettarne ricompensa e rendiamo sempre più stretta la nostra amicizia, che è uno dei maggiori beni di questo pianeta. Scrivetemi quanto più potete in dettaglio, perché non potreste figurarvi il piacere che provo nel leggere le vostre lettere, non solamente per essere un pegno della vostra amicizia, ma anche per il merito che hanno e per le notizie interessanti che contengono.

Addio, devo scrivere due altre lettere. Tutto vostro

Amico C. B. B.

19 luglio

  1. Dedica dei Delitti a Pietro Verri (Milano, seconda metà di luglio – agosto 1764)

À celui qui a eté l’auteur de tous les plaisir que j’ai prouvez en faisant ce livre, à mon cher et philosophe ami le comte Pierre Verri

CBB

  1. Beccaria a Giuseppe Aubert (Gessate, 8-9 dicembre 1764)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

quantunque sia la prima volta che ho l’onore di scriverle, è già molto tempo che nutro per Vostra Signoria illustrissima stima e gratitudine per l’onesto di lei carattere e per le obligazioni che le professo; ma lasciamo le espressioni, certamente inferiori ai sentimenti che nutro, e veniamo al fatto.

Il mio amico conte Verri mi ha subito spedito la lettera scrittagli da Vostra Signoria illustrissima, dove ho visto le giuste di lei premure; non ho tardato un momento a mettermi a scorrere il mio libro, e in pochissimi giorni le manderò le correzioni e molte addizioni importanti, per le quali lo stampatore firentino resterà, come è giusto, colle pive nel sacco, se gli Italiani avranno ancora tanta curiosità che basti per ismaltire una seconda edizione. Intanto la supplico a riflettere alle seguenti cose.

1°. Desiderei, se lo stima opportuno, che, coi medesimi caratteri dell’accluso manifestino, l’edizione fosse in un in-dodici più stretto di quello delle Meditazioni sulla felicità, cioè un in-dodici all’uso francese.

2°. Quantunque mi stimerei glorioso di aver fatte le Meditazioni sulla felicità, pure questa operetta eccellente non è mia, ma di un mio carissimo amico, e però ho visto con mio dispiacere questo sbaglio occorso nel manifestino; la suplico dunque di publicarne un altro, in cui potrebbe dire che il sesto sarà più piccolo di quello delle Meditazioni sulla felicità, massime che le due opere, essendo anonime, si sono falsamente attribuite allo stesso autore. La prego a non dimenticarsi di questo, perché è giusto che ciascheduno abbia il suo.

3°. Mi farò premura di mandarle unitamente uno schizzo di dissegno dell’idea che metterei per frontispizio, giacché vedo esser tale il di lei desiderio. Esser dovrebbe dunque un manigoldo, con una mano pendente che tiene un inviluppo di corda da cui pende una taglia ed una sciabla abbassata; e coll’altra mano terrà per la ciocca de’ capegli due o tre teste recise e grondanti, che le presenta alla Giustizia, la quale, col destro braccio teso in atto quasi di respingere il manigoldo e colla sinistra mano quasi nascondendo per orrore il suo volto dal medesimo, si rivolge e guarda la sua bilancia, di cui una lance appoggiando sopra di un sasso, l’altra posa più bassa sopra un fascio di vari stromenti di lavoro, come sarebbero zappe, badili, seghe e martelli pittorescamente intralciate ed avviluppate di catene con manette all’estremità. Questa è la mia idea, ma lo schizzo esprimerà meglio che la scrittura; sopratutto il rame dovrebbe essere inciso con diligenza.

4°. Per mia curiosità desiderei che ella mi procurasse una copia della edizione del Fiorentino, ed ella potrebbe indrizzarla per la posta all’amico conte Verri; sarà sodisfatto della spesa, ma perdoni questo infado alla mia curiosità.

Si assicuri che ho veramente premura che la cosa riesca bene, e dal mio canto vi contribuirò con tutte le forze.

La supplico di riscontro per mia quiete, mentre con tutta la stima ed amicizia mi protesto di Vostra Signoria illustrissima umilissimo divotissimo servitore

  1. B. B.

P.S. Il riscontro potrà includerlo in lettera al conte Verri.

  1. Beccaria a Pietro Verri (Gessate, 13 dicembre 1764)

Carissimo amico,

la scrittura è di Visconti, ma le parole son del pigro Beccaria. Eccoti le aggiunte e le correzzioni che ho fatte sin ora e che arrivano fino alla pagina 68; ve ne sono delle buone e delle mediocri, ma tutto insieme può passare. Avverti il copiatore che, non essendo scritte con l’ordine esatto con cui vanno stampate, si sono messi i numeri romani a ciascuna, perché ricopiandole le metta nel suo vero ordine indicato dai numeri. Ti prego di rivedere esatamente l’ortografia e di leggere le correzzioni confrontandole sempre col luogo indicato sul libro, e di osservare se tutto è spiegato chiaramente, perché lo stampatore non faccia dei disordini; ti prego anche di avvertire Aubert di correggere non solo li errori segnati nell’errata stampato, ma anche li altri che sono stati ommessi, con la possibile esatezza. Scrivigli ancora che col restante delle correzzioni manderò lo schizzo dissegnato per il rame del frontispizio. Crederei opportuno, se tu lo giudichi, per rendere meglio servito Aubert di aggiungervi, come un framento, I piaceri dell’imaginazione, ampliandoli un poco e correggendoli; anzi, osserva se il manoscritto è nel portafoglio dei Caffè, premendomi che non sia smarito. Circa le correzzioni del libro, ed al libro medesimo, togli, aggiungi, correggi liberamente, che mi farai un gran servizio e piacere. Ho mandato un espresso apposta, il quale aspetta la tua risposta. Ho letto il foglio diciottesimo del Caffè che ha ricevuto mio padre, che è bellissimo, ed il medico che ha guarito la marchesina ha avuto il buon senso di approvarlo. I motivi che mi aduci per incoraggirmi a prosseguire nella mia carriera sono tanto più gloriosi per me, quanto partono da un amico sincero. Assicurati che sono lontanissimo dalle matematiche, e che la premura di conservarmi la tua stima e di soministrar sempre nuovo alimento alla nostra amicizia mi anima di più che la gloria stessa, alla quale sola, s’io fossi abbandonato, tu sai che per indolenza vi anteporrei l’oscurità. Rispondimi, benché lunedì sarò in Milano senz’altro. Scrivimi per regolarmi colla fedeltà dell’espresso a che ora hai ricevuta la mia lettera. Salutami li amici. Addio, cara amicizia. La marchesina ti saluta, e non le rimane del male che la debolezza, ella fa capitale della tua compagnia e delli amici per lunedì sera in casa mia; ma noi si vedremo prima se sarai in casa tua.

Visconti mi dice di dettargli che ti abbraccia e che sperava di vederti a quest’ora; ma così è, per l’apponto. Addio di nuovo.

Tuo vero amico

  1. Beccaria B.

Gessate, 13 decembre 1764

30 bis. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 14 dicembre 1764)[6]

Illustrissimo signor padron colendissimo,

non so donde rifarmi per esprimere a Vostra Signoria illustrissima quanto sono sensibile agli onori e alle gentilezze che dalla di lei bontà mi vedo colmato. Riceva per ora la scarsissima gratitudine de’ miei ringraziamenti e mi somministri de’ motivi con che sgravare le mie obbligazioni. Appena osservai il di lei pensiero intorno all’idea del frontespizio mi occupai subito a distribuirne il disegno. Eccoliene uno schizzo informe: vediamo se la mia immagine ha saputo secondare il di lei pensiero.

Attenderò i primi fogli della riforma dell’operetta per farvi subito por mano.

Mi diffonderò meglio con altra mia giacché con questa devo essere breve per il motivo che adduco al signor conte nostro. Mi accordi la continuazione della di lei amicizia e si persuada ch’io sono di Vostra Signoria illustrissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo servitore.

Giuseppe Aubert

Livorno, 14 dicembre

  1. Beccaria a Pietro Verri (Milano, circa 20 dicembre 1764)

Amico carissimo,

nel ringraziarvi di vero cuore per tanta sofferenza che avete per me nel noto affare di Livorno, vi rimetto la cartina delle variazioni, con le quali spero sarà tolto ogni dubbio. Questo veramente mi riesce strano in un porto di mare e in un paese dove sono note ed abbracciate tutte le prammatiche. Basta; ho rimediato. Vi prego sollecitare la stampa; e col cuore vi abbraccio.

Il vostro B.

  1. Dedica dei Delitti a Giambattista Biffi (fine 1764 – inizi 1765)

Al caro Biffi omaggio di amicizia.

L’autore

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 1° marzo 1765)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

Le giuro sull’onor mio che niuna cosa potea tanto affliggermi quanto le due ultime lettere del signor conte Verri e quella di Vostra Signoria illustrissima. Lor Signori hanno mille ragioni, io ho mille torti, perché le passate circostanze non mi fecero osservare il Giudizio che in astratto, e perciò non replico. Solo mi preme che vengano in chiaro che non ha torto il Soria; la mia ultima lettera di lunedì avrà dato loro delle prove convincentissime su questo punto. Intanto Lor Signori vogliono assolutamente rigettare il Giudizio, ed io son prontissimo a farlo, perché riguardo il voler Loro e la Loro sodisfazione a preferenza di qualunque ancor giusto ritegno. Solamente desidero che, prima di far questo, mi giunga la Loro risposta alla detta ultima mia, sulla lusinga che non vorranno fare al Soria un torto che in vero e’ non merita. Quando poi si persista nella presente Loro risoluzione, vedranno immediamente quale stima io faccia d’obbedirgli.

In fine, se, venuti in chiaro dell’equivoco e rimossi dalla mala opinione che giustamente han concepito, vorranno che il Giudizio si stampi, mi pare che dietro di esso o in fine del libro potremmo pure inserire le notizie preliminari che adesso ricevo. In tutto e per tutto io voglio in somma dipendere dal Lor volere. E intanto (premesso sempre il Loro consenso), prima che il Giudizio si stampi, prometto di esaminarlo minutamente con occhio purgato e scrupoloso, acciò, trovandovi qualche cosa che in minima parte faccia poco vantaggio al libro, si possa sospendere fintanto che pervenga sotto i di Lei occhi, non ostante che io abbia, per mille titoli, mille motivi di non dubitar punto dell’onestà di Soria. Anzi, quando in ogni caso Vostra Signoria illustrissima voglia vederlo prima di farvi metter mano, non vi sarà altro di male che un ritardo maggiore alla pubblicazione del libro, ed ella è in tempo a prevenirmene.

Per i due esemplari che mandai a Vienna (gli unichi che sieno fuora), mi scrive il ministro Tavanti di Firenze che la condotta non giungerà colà che da qui a un mese, onde da qui a un mese farò avere a Coltellini per la posta le mutazioni.

Del resto, se Vostra Signoria illustrissima era persuasa della mia perfetta stima verso di Lei e del desiderio che ho di meritarmi sempre più la di Lei sodisfazione, era inutile l’eccessiva agitazione in cui mi si è dimostrata, poiché allora potea facilmente ripromettersi ch’io avrei fatto di tutto per rimediare a qualunque ancor piccolo sconcerto, Vero è che il motivo era troppo grave e troppo legittimo, e però, come Le ho detto, non replico. Desidero solo ch’Ella mi faccia più giustizia per l’avvenire, che io procurerò più di meritarmela con darle a conoscere quanto La stimo e quanto sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

  1. A.

Livorno, 1° marzo 1765

Illustrissimo signor marchese C. B. B. Milano

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese C. B. B.

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 8 marzo 1765)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

in fretta rispondo alla compitissima di Vostra Signoria illustrissima dicendole solo che con infinito piacere ho veduto che Ella fa giustizia al signor Soria. Il Giudizio dunque si stamperà. Questa sera o domane a sera dovrei riceverlo, e riceuto che l’avrò ci farò metter le mani con tanta prescia da ultimare il libro in due giorni. Per questo mi riservo a lunedì a mandarle l’esemplare che Vostra Signoria illustrissima mi chiede per la posta, tentando così di farglielo aver perfetto. Intanto le sue nuove lettere mi diranno se ho da fare stampare in fin del libro le notizie preliminari. Mi onori de’ suoi comandi e della sua grazia, ch’io le sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

G.e Aubert

Livorno, 8 marzo 1765

Gradisco infinitamente la notizia del titolo dell’altra operetta, che desidero vivamente per a suo tempo.

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese C. B. B. Milano

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor conte Pietro Verri, ciambellano delle LL. MM. II. e R. Milano

  1. Dedica dei Delitti ad Antonia Barbiano di Belgioioso (Milano, fine marzo – aprile 1765)

A madame la comtesse Somaglia, née comtesse Barbiano de Belgioioso, qui a trop de beauté et de graces pour ne point faire des malheureux, qui a trop d’esprit et de merite pour ne point faire des envieux, qui a trop de vertu et de bienfaisance pour ne pas obtenir l’estime et l’attachement des philosophes.

L’auteur

  1. B. B.
  2. Dedica dei Delitti a Giambattista Biffi (Milano, fine marzo – aprile 1765)

Ricevete, conte Biffi mio caro amico, questo debol ma sincero pegno della mia amicizia. La verità e gli amici soli son degni de’ miei omaggi.

Marchese Cesare Beccaria Bonesana autore

  1. Beccaria a Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg (Milano, 25 giugno 1765)

Milano, 25 giugno 1765

I due libretti che ardisco presentare a Vostra Altezza sono il frutto della protezione e della pace che godono i buoni sudditi sotto il clementissimo dominio di Sua Maestà e sotto la felicissima e saggia amministrazione di Vostra Altezza. Non ho osato presentare il libro Dei delitti ecc. alla Altezza Vostra se non dopo una terza edizione e incoraggiato dall’accoglimento del pubblico, accioché il picciolissimo dono fosse meno indegno che farsi potesse d’esserle presentato; a questo motivo si aggiungeva l’aver io voluto fare un saggio tenendomi perfettamente celato in una materia delicata, che contiene teorie generali non sempre né subito addatabili alle circostanze di ogni paese. Ciò ora più far non debbo per non mancare alla giusta riconoscenza che esigge la paterna protezione che Vostra Altezza accorda alle scienze ed alle arti. L’altro libretto delle monete non è che un tentativo de’ miei primi studi, che mi prendo la libertà di presentare a Vostra Altezza, benché rimanendo vere le massime sia corso sbaglio nelle tavole, colla falsa supposizione della uniformità dei grani in ogni paese, perché Vostra Altezza degnisi di vedere e la continuazione de’ miei studi e la differenza dei miei qualunque siansi progressi. Sono costretto a confessarle che io non ho mai potuto piegarmi agli studi forensi né mettermi in questa mia patria nella cariera della toga, ma ho sempre fatta la mia delizia e la mia occupazione di quelle scienze che appartengono alla regolazione e alla economia di uno Stato. Mi perdoni Vostra Altezza se ardisco scrivere, di più, che mi stimerei fortunatissimo se potessi impiegare le mie fatiche e tutto me stesso al servigio di Sua Maestà. Credo che un uomo onesto, un buon suddito possa far questo voto, ma deve aspettare nel silenzio e nella rassegnazione il suo destino, usando una rispettosissima confidenza coi padri dei popoli, ai quali tributa non solo la naturale e dovuta, ma una più volontaria e stretta sommissione. Questi sono i sincerissimi sentimenti del mio animo, questi rimaranno indelebilmente uniti alla perfetta venerazione ed al profondissimo rispetto col quale, implorando la protezione di Vostra Altezza, ho l’onore di protestarmi.

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 28 giugno 1765)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

mille grazie e poi mille a Vostra Signoria illustrissima della condescendenza che ha auto in associarsi alle due cose proposteli. Ma qui non devono ristringersi i di Lei sacrifici: i collettori degli Atti letterari invocano per mezzo mio qualche opuscolo, qualche piece fugitif, parto della di Lei penna. E che direbb’Ella s’io Le confessassi che ho auto la temerità di promettergliene? Dirà forse che io ho preso troppa confidenza colla di Lei bontà. E così è: me ne avvedo ancor io; ma bisognerebbe che Vostra Signoria illustrissima fosse men compiacente, per veder meno arditi i seccatori. Infine, che valore può avere la mia speranza per questo lato?

Le opere del signor Soria sonosi rese rarissime. Il Benedini di Lucca ha spacciato gli ultimi esemplari fin di due anni sono. Trovandomi in Pisa i giorni scorsi, le chiesi al signor Soria medesimo, ma egli mi convinse con prove che non avea presso di sé né manuscritti né stampe. Ne lasciai l’incumbenza in Pisa al signor Cosimo Mari, ed ora ei mi scrive che avea raccapezzato intanto le sei dissertazioni. Gli ho risposto dunque che spedisca queste al signor Cervellera di Genova.

Io sono per ristampare, a fiera fredda, una quarta edizione dei Delitti e pene. Ha Ella alcuna cosa da aggiungere, da mutare, da correggere?

Mi consolo senza fine in sentire avanzata la di Lei nuova opera. Io, per corrisponder per tempo al merito di questa, ho ordinato in Olanda de’ nuovi assortimenti di caratteri, e anticipatamente La ringrazio della premura che Ella mostra a mio riguardo, promettendomi sì di quest’opera come di ogn’altra la preferenza.

Sono, co’ migliori sentimenti di stima e di rispetto, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

Aubert

Livorno, 29 anzi 28 giugno 1765

A proposito: ha Ella sentito quel che ha detto dei Delitti e pene, nelle sue Novelle letterarie, lo sguaiato del Lami? Intanto a suo dispetto ne veda una quarta edizione.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccheria Bonesana. Milano

  1. Cosimo Mari a Beccaria (Pisa, 26 luglio 1765)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

quanto mi consola l’ingenuo elogio di Vostra Signoria illustrissima delle opere del signor Soria! Spero che ella prenderà un’idea più grandiosa della giustezza, dell’estensione e della fecondità del di lui spirito, allorché avrà avuto sotto gli occhi tutti i parti di quella mente, ed in specie la di lui Cosmologia, per mezo di cui vengono dileguate nuove foltissime tenebre, dalle quali veniva ingombrato lo spirito umano nelle vere nozioni della filosofia. La forza di attrazione, che con ingegnosa illusione ha occupato ed occupa anche al presente le menti più illuminate, resta totalmente adombrata e distrutta dall’evidenza delle leggi che ha stabilito, provanti le mutue tendenze colle quali le parti coerenti vicendevolmente si comprimono e si tengono insieme, che sono appunto questo ciò che chiamiamo forze vicendevolmente gravitanti o mutua gravità. Per intendere e spiegare il di lui sistema è affatto inutile di ricorrere al mendicato compenso di certe incognite proprietà della materia, con cui s’impone a chi domanda la spiegazione dell’intima essenza di quell’oscura, tenebrosissima parola attrazione: onde spero che chiunque vorrà sottoporre con ragionata docilità il proprio intendimento alla cognizione di quelle incontrastabili verità, non potrà dispensarsi di confessare che il nostro autore ha saputo urtare con sommo coraggio una publica opinione, quasi universalmente abbracciata, ed ha meritato che per publico decreto del Parlamento di Dublino sia insegnata in quell’Università la di lui filosofia. È vero che la meditazione ha attirato sempre l’odio irreconciliabile degli ignoranti, de’ deboli, de’ superstiziosi e degli uomini corrotti, i quali tutti esclamano contro quelli che vogliono rilevare ciò che vi è di vero e di essenziale nelle cose; ma tutto questo non è bastante a frastornare l’onesto filosofo dal retto sentiero che si propone nelle di lui intraprese e dall’amore della verità, la quale non puol essere amata e rispettata che da’ pochi che la conoscono. Le false virtù fanno gli eroi e sono ammirate dal volgo gallonato e mal vestito; le virtù domestiche, le più utili e le più vere, fanno la delizia de’ filosofi e sono ammirate da’ pochi savi che calpestano questo nostro pianeta.

Veruna nazione può contrastare al genio italiano la preminenza in ogni tempo, come Vostra Signoria illustrissima saviamente riflette, nella profondità del pensare e nella invenzione dell’arti, singolarmente delle ingenue. I gran maestri di color che sanno sono nati sotto il cielo italiano e non hanno mai saputo abandonarlo per stabilire altrove il loro domicilio. A dispetto delle molestie loro inferite dalle nazioni devastatrici del Nort, hanno saputo sempre trionfare, rompendo le barriere e gli ostacoli opposti per la coltura ed avanzamento dello spirito.

Le lodi del publico sensato, che giustamente risquotono le di lei opere, son quelle che devono lusingare il di lei animo, non già le mie, le quali non possono aspirare a tanta competenza di giudizio quanta mi pregio di averne nel sentimento, in forza del quale sarò sempre costante e premuroso nel dimostrarle una piena effusione di cuore. Non è assolutamente possibile aver la continuazione dell’opere del signor Soria, per la ragione che il Benedini ed ogni altro libraio che vendevano le opere sudette non se ne trovano alcun esemplare. Io non saprei indicarle il prezzo delle dissertazioni già trasmesseli, perché mi sono state favorite da un amico che non ha voluto in modo alcuno riceverne il piccolo valore.

Mi faccia degno della continuazione delle di lei commissioni, disponga a suo talento di quello può dipendere dal mio arbitrio e mi creda, co’ più rispettosi sentimenti di verace stima, di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obligatissimo servitore

Cosimo Mari

Pisa, 26 luglio 1765

  1. Paolo Frisi a Beccaria (Modena, 9 agosto 1765)

Modena, 9 agosto 1765

Amico carissimo,

non voglio che stentiate di più. Vi ho fatto copiar la lettera. Prendetela e benedite il Padre delle misericordie e il Dio delle consolazioni che ci consola in ogni tribulazione nostra. Io vi crederei in debito di scrivere ad Alembert. Potete mandar la lettera direttamente, oppure io l’accluderò ad una mia. Gli scrivo ora una lettera di due fogli, e tra le altre cose gli accenno una ristampa e qualche correzione del libro, di cui ho visto le più sanguinose satire del mondo. Fra otto o dieci giorni farò un’altra visita all’Infante e passerò a Lodi a vedere una corrosione dell’Adda, e poi sarò subito a Milano, almeno se il Serenissimo non ha altro da ordinare. La strada è trovata, la relazione è finita e tra pochi giorni sarà a Milano, e spero che ne resteranno contenti. Fate mille complimenti alla vostra signora e ai due fratelli Verri, e credetemi sempre, pieno di stima e riconoscenza, come di cuore mi sottoscrivo affezionatissimo amico e servitor vostro

Paolo Frisi

Vi porterò l’opera del padre Riccati.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Saverio Bettinelli a Beccaria (Verona, 10 agosto 1765)

Verona, 10 agosto 1765

Signor marchese mio stimatissimo,

dopo molti anni ch’io non avea di Lei altra memoria fuor quella dell’egregie sue qualità e talenti di collegio, me ne destano una singolare e nuova le opere sue, le quali ho letto con trasporto e sento lodar da’ migliori. Non so veramente se Ella accetti le congratulazioni intorno ai Delitti e alle pene, o se le ricusi con una indifferenza che costerebbe assai ad ogni autore, foss’egli il più filosofo o il più insensibil del secolo. Venezia stessa, ove ho fatta or ora una scorsa, passata quella prima ombra di timore sopra l’interne sue indisposizioni, pregia oggi quel libro come ogni altra gente e persona, anche di quelle che vi trovano dei difetti. Ma almeno Ella non ricuserà e una sincera congratulazione, e insieme un ringraziamento sopra i fogli del Caffè: quella, comune a me con moltissimi di buon gusto, che anche in quest’ultimo mio viaggio ne udii lodatori; questo, mio particolare per la onorata menzione che in un foglio si fa delle Lettere di Virgilio. Sia vanità di scrittore, sia gratitudine di galantuomo, per intimo sentimento in verità mi dichiaro obbligato a chi ricompensa cortesemente la mia buona intenzione del mal trattamento fatto a quelle critiche innocenti da gente scortese, che m’avea fatto così tacere per sempre. La prego però accogliere e ov’è d’uopo far parte del grato mio ufficio. Per terza pruova di mia riconoscenza, anzi pure di nuovo coraggio spiratomi da que’ fogli, le offro, dov’io potessi concorrere a sì onorata impresa, l’opera mia. E se bene ho inteso un avviso degli autori, che invita il pubblico a somministrar loro materie, mi fo ardito di esibire qualche mia coserella di quel tenore e di quel loro intento propria, quando ne sia fatto degno e piaccia loro esaminandola di servirsene. Basta solo che il mio nome e il nostro comercio sia occulto per non far danno con l’odiosa mia condizione in sì tristi tempi al loro valore.

Sono con tutto l’ossequio, illustrissimo signor marchese, suo umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Saverio Bettinelli d.a C.a di Gesù

  1. Beccaria a Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (Milano, 24 agosto 1765)[7]

Monsieur,

Pardonnez, monsieur, si je prends la liberté de vous écrire; c’est un effet des sentimens d’estime, de reconoissance, d’admiration que j’ai pour le plus grand genie peût-etre de ce siecle eclairè. Je n’ai pas attendû les éloges que vous avez daignè donner à mon ouvrage dans la lettre au pere Frisi pour les trouver dans mon coeur. C’est vous, monsieur, qui avez etè mon maitre; c’est dans vos ouvrages que j’ai puisè l’esprit de philosophie et d’humanité qui vous a plû dans mon livre; il est à vous plus que vous ne pensez. Je ne me rassasie jamais de lire la preface de l’Encyclopedie, les Elemens de philosophie; vos ouvrages enfin, monsieur, sont la nourriture ordinaire de mon esprit. Que je vous envie et que j’admire en vous ce genie createur, qui semble même au dessus des verités les plus sublimes qu’il nous annonce!

Avant même que mon existence fut connue de vous, pendant que j’ecrivais mon livre, combien de fois ne me suis-je flattè qu’un jour peut-etre il aurait pû parvenir entre les mains d’un d’Alembert! Mon ambition est satisfaite, et il faudroit que j’empruntasse la langue des flatteurs, si je devais vous rendre, monsieur, tout le respect et toute la reconaissance que je sens pour vous. L’approbation que vous avez daigné de prononcer est si glorieuse pour moi, qu’elle est la plus grande recompense que je puisse recevoir, aprés celle d’arracher des mains de la tirannie quelque victime innocente. Elle est allèe jusque à mon ame, monsieur, elle m’encourage à m’avancer dans la carriere, et à me rendre digne de votre estime. C’est ainsi que dans un pays etranger, au milieu même des prejugés espagnols, qui retentissent à mes oreilles, le genie du grand d’Alembert anime et soutient dans la carriere de l’utilitè publique une ame qui, livrèe à elle meme, se borneroit à cultiver en paix et dans l’obscuritè la philosophie.

J’ai lu avec admiration votre ouvrage sur les Jesuites, argument rebattû, qui a pris un air de nouveauté entre vos mains, monsieur: il y a cet esprit de philosophie qui charme, qui eclaire, et qui fait tirer bien des consequences. Vous sentez, monsieur, que lorsqu’on traite de tels sujets avec la superiorité digne d’un philosophe; lorsqu’on ose parler de ces miserables controverses, la honte et le fleau des faibles humains, avec le langage qui est digne de vous, monsieur; lorsqu’on garde la neutralité entre deux partis qui crient à l’envie tous les deux qui non est mecum contra me est; vous sentez, dis-je, mieux que personne qu’un pareil ouvrage doit avoir des ennemis, mais il doit avoir des admirateurs dans tous les tems: il est meme destiné à eterniser le nom des Jesuites, et il apprendra à la posteritè la plus reculée ce que peut un corp puissant, et une republique, quoique destituée de force, dès qu’elle a scû se menager l’opinion. Il fera un jour la même impression sur la posterité, que nous eprouverions actuellement, quand Tacite nous auroit laissé un traité des menées et de l’influence des augures de son tems sur la republique. Les philosophes ne voient le tort des Jesuites que du coté de l’humanité et des sciences. Les vulgaires et les bigots sur tout ne les detestent que par envie de cabaler, et par jalousie d’intrigue contre un corps qui les eclipse.

Mon amour propre est bien flatté, monsieur, de la traduction qui va se faire sous vos auspices; je prends la liberté de vous adresser, monsieur, quelques additions que j’y ai faites, et qui paroitront incessamment dans la nouvelle edition qu’on fait en Italie. Ce sera un surcroit d’obbligation que j’aurai envers vous, monsieur, si vous aurez la bonté de les remettre au philosophe qui m’honore en le traduisant. Je suis chargè de la part de mon intime ami le comte Verri de vous faire tous ses respects et ses remercimens les plus sincères pour l’accueil favorable que vous avez daigné faire à son discours sur le bonheur.

Je suis, avec la veneration, la reconaissance et le respect qu’une ame sensible ressent pour un d’Alembert, monsieur, votre tres humble, tres hobeissant serviteur

Cesar Beccaria

Milan 24 Août 1765

  1. Antonia Barbiano di Belgioioso a Beccaria (Orio, agosto-settembre 1765)

Ami éstimé et cheri,

eh, quoi croïez vous que du fond obscur d’un desert aride l’on ne puisse pas en venir jusque à vous? Vous vous trompez, je m’éleve, je repousse les sombres brossailles qui m’entourent sans cesse, je sort de ce bois éternel et sombre, je m’éloigne de ce fleuve grondant et écumeux qui étourdit l’oreille presque autant qu’etonne l’oeil par sa chute mugissante et tristement belle, et viens vous chercher: non, n’attendez pas des ces mots qui d’ordinaire trhaissent les sentiments du coeurs; de ces belles paroles qui se pretent aux differentes interpretations, mais à cette extase joïeuse que la bouche malheureusement ne sait exprimer avec cette force qui convient à l’occasion: j’ai sû la justiçe que l’on vous rend dans un des païs le plus cultivè de l’Europe, helas, que mon ame en est enchantèe! Protecteur de l’humanité, vous voila à votre but: dès qu’un homme aussi eclairè goute vos maximes, peut-on douter de les voir embrassèes par tous ceux qui lui ressemblent? Ah, une idèe seule me donne de la peine, c’est que ceux-là ne regnent presque jamais! En tous cas cette traduction rendra votre ouvrage universelment dans les mains des hommes; eh, pourquoi n’espererons nous pas?

Que ce neveu adoré aïe part à mes ravissement, je l’en felicite de tout mon coeur.

Heureuse cotterie! Jeunesse bienfaisente, le ciel des heros vous est ouvert, suivez cette noble carriere, entrez-y triomphants; si la bontè d’ame depourveue de savoir et de merite y trouve place, je ne déséspere pas de vous y devancer, pour avoir la gloire de vous y couronner; comme je pretend d’avoir celle, dans ce bas monde, de vous être la plus attachèe et la plus amie

Antoinette

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana. A Milan

  1. Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Beccaria (Parigi, 28 settembre 1765)

Monsieur,

lorsque j’ai recu la lettre pleine de bonté que vous m’avez fait l’honneur de m’ecrire, j’etois convalescent d’une dangereuse maladie qui m’a fait voir le Cocyte de prés, et dont j’ai bien de la peine à me rétablir, par la foiblesse et l’insomnie qu’elle m’a laissées. Recevez, je vous prie, tous mes remercimens de l’ouvrage que vous avez bien voulu m’envoyer; les additions que vous y avez faites me paroissent importantes et dignes de l’ouvrage et de l’auteur. Je les ai fait passer sur le champ au philosophe qui a déjà traduit la premiere édition, et qui traduira ces additions. Votre note sur les peines que vous aviez prononcés dans les premieres editions contre le fallito innocente m’a surtout paru excellente, et vos reflexions sur les confiscations et sur le pardon accordé aux criminels trés philosophiques et trés vraies. Je ne puis vous dire enfin, monsieur, combien je suis content et charmé de votre livre, et je vois avec satisfaction mon suffrage confirmé ici par tous ceux qui pensent. Quelque sensible que je sois à ce que vous voulez bien me dire d’obligeant à ce sujet, je ne puis ni ne dois le prendre au pied de la lettre. Un homme tel que vous n’a pas besoin de maitre, et encore moins d’un maitre tel que moi. Vous etes comme le Titus Curtius de Tacite, ex se natus, et vos enfans n’ont personne pour ayeul. Un pere tel que vous leur suffit.

Je suis trés flatté que mon ouvrage sur les jesuites ne vous ait pas deplu. Je compte en donner bientôt une seconde édition, où je corrigerai quelques faits qui n’etaient pas exacts, et où j’ajouterai d’autres réflexions assez interessantes. Permettez-moi d’assurer monsieur le comte Verri de ma reconnoissance et de mon respect sincere. Je ne vous dis rien pour le pere Frisi à qui j’écris par le même courier. Recevez, je vous prie, monsieur, les assurances de mon attachement, de ma reconnoissance et du respect avec lequel je suis, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

d’Alembert

à Paris, ce 28 septembre 1765

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Pisa, 7 ottobre 1765)

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

giungo in Pisa in questo momento, di ritorno da Firenze, e pochi istanti vi sono alla partenza del corriere. Dunque son breve.

Trovo quivi il pregiatissimo foglio di Vostra Signoria illustrissima del 2 stante mandatomi da Livorno. Ella sempre si allarma contro delle aspettative che per niun conto dovrebbe temere. La lettera di Dalambert non si stamperà. Quanto io scrissi su di ciò fu un sentimento passeggero, non una volontà determinata. S’Ella avesse un qualche esempio per temere degli arbitrii capricciosi, allora avrebbe ragione d’entrare in collera; ma Ella ben sa che fin qui non ho voluto pensare, non che eseguire cos’alcuna, senza interrogarne i di Lei sentimenti. Si metta dunque in quiete, e non più si parli di lettera di Dalambert.

Dio faccia che siamo in tempo a inserire nella ristampa la nuova aggiunta. Io credo il libro molto avanzato, perché, avendo a cuore di darlo presto al pubblico, pensai nella mia partenza da Livorno di non sospenderne il lavoro e raccomandarne la revisione ad un mio amico, il dottor Maffei, che ho esperimentato in altre occasioni per giovine esattissimo e rigorosissimo in genere di revisione di stampe; lasciando per altro io medesimo le cose ben disposte, acciò fossero ben collocate a’ lor luoghi le correzioni ed aggiunte. Domattina in somma mando la detta aggiunta a Livorno, giacché io non vi sarò che fra tre giorni. In caso poi che non siamo in tempo ad inserirvela, mi dica a ben essere se vuol sostituirla con una chiamata alla fine del libro, come se fosse materia saltata dallo stampatore. Venerdì da Livorno avrà Vostra Signoria illustrissima tutti i fogli tirati.

Al padre Frisi non ho tempo di scrivere. Mi farà grazia di fargli sapere che gli Atti letterari non avran principio che a principio dell’anno venturo e che l’abbate Del Turco è a Firenze. Al signor conte Verri mille attestati del mio rispetto. Ed Ella mi creda, con miglior fiducia, di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

Pisa, 7 ottobre 1765

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Bologna [?], ante 24 ottobre 1765)

Mes très-chers amis,

me voila arraché d’entre les bras de l’amitié, abandonné à moi-même, en proie à la tristesse qui me consume. Une foule d’objets intéressans par la nouveauté, par leur rareté, par leur prix, se presente à mes yeux égarés sans pouvoir attirer l’attention de mon ame et la distraire de cette funeste idée d’avoir quitte ses amis; idée que le tems qui ensevelit tout, et des nouveaux attachemens qui font oublier les anciens, ne sauraient jamais effacer. J’écris assez longuement à Lecchi; mais le desordre qui regne dans mon ame ne m’a pas permis de bien examiner ce que je voyais et de le bien peindre. Plongé dans un souvenir qui me devrait étre doux et honorable, et qui n’en est que plus desolant, que puis-je trouver qui vous vaille? Oh, mes amis, c’en est fait de ma felicité! À présent les larmes me coulent des yeux gonflés, mon coeur pousse des vains soupirs. C’en est fait. Et toi, P. Verri, vengeur impitoyable, qui as été assez insensible pour envenimer la plaie de ton ami, et dechirer un voile qui me cachait des tristes verités; toi, qui as pu de sang froid enfoncer le poignard dans mon coeur, en es-tu content? Ta vengeance est-elle assouvie? Ah, que l’impression de ton discours est trop profonde, mes doutes trop cruels, mon état bien misérable!

Vous autres, au moins, B[eccaria], A[lexandre], V[isconti], plaignez moi; plaignez un ami qui vous prisait, vous honorait, vous aimait, et qui, tel qu’un orphelin delaissé, ne voit au tour de soi que la cabale, la stupide ignorance, les prejugés, l’envie, tous les vices enfin que la raison et la societé ont donné à l’homme.

J’ai donc pû vous quitter; ma capricieuse extravagance m’a donc sû cacher l’incertitude d’un avenir douteux et l’assurance du bonheur dont je jouissais prés de vous! Que vais-je chercher loin de vous? Ah, puisse-je vous oublier, m’oublier moi-même, et qu’une heureuse stupidité retablit dans mon ame agitée le calme, ce doux appanage des sots, qui seul vaut tous les biens de la terre!

J’ai trouvé la Banzuola, mais comme vous m’aviez dit de vous l’envoyer par la poste, je l’ai trouvé trop gros pour cela. Il ne coute à Bologne qu’un paul et demi au plus.

Si Lecchi n’était pas à Milan, envoyez aussitot au monastere de St. Ambroise voir s’il est arrivé un certain pere lecteur Canzi qui porte pour Lecchi une cassette, où il y a des eaux de senteur.

Tournez.

Faites avoir à dom Baptiste Balzaretti, qui loge proche à S. Carpoforo, ou au pere Piazza de S. Pierre in Gessate, le papier volant que voici.

Mes respects à l’aimable Cald[erara].

  1. Alfonso Longo a Giacomo Lecchi e agli amici milanesi (Roma, 25 ottobre 1765)

Ce 25me octobre

Cher ami,

de Florence à Rome je voyageai sans m’arrêter, hors une nuit à Viterbo, ville du Pape. Les chemins du reste de la Toscane sont bien inferieurs à ceux que j’avais fait, mais ils sont passables, et infiniment meilleurs de ceux de la Romagne. À peine entre-t-on dans les États du Pape, que l’esprit de sterilité et de desolation repand ses ailes sur tout. Les chemins ne sont passables qu’où par leur situation et leur fond ils ne sauraient se gater. Dans tout le reste du monde on repare les chemins au commencement de l’été, à fin que le fond du chemin s’affermisse avant que les pluies continuelles puissent l’embourber, comme il s’ensuivrait si la pluie venait aprés la reparation. Ici c’est à cette heure qu’on prétend les réparer: ce qui se fait, non avec du sable, ou du gravier, qui est à peu de distance, mais en y jettant un pied de la terre des bords; terre noirâtre, grasse et molle qui serait excellente à produire, si l’on degnait d’y semer quelques grains. Sur la campagne de Rome je rencontrai un reste de l’ancienne via Flaminia, il y en a des longues traites où le chemin antique subsiste en son entiers; quelque part on l’a raccommodé. Ce sont des pierres ou quarrés, ou à plusieurs angles, qui portent sur un fond déja ferme à force d’ouvrages qui marquent la magnificence romaine. Ces pierres bien polies et egales sont si bien jointes, que le voyageur à pied devait s’y promener comme dans une salle. Mais les chevaux, et plus encore les chevaux chargés, ne sauraient y tenir si non en allant d’un pas très-lent. C’est pourquoi on y a pratiqué presque par tout de coté d’autres chemins, qui quelqu’inegaux et bourbeux et detestables qu’ils soient, sont pourtant plus sûrs que les anciens. On a trop vanté ces chemins qu’on a eu raison d’abandonner. Les seuls antiquaires et les commentateurs et les compilateurs les tiennent en une vénération qu’ils ne meritent pas. Que les grands estimateurs de ces chemins viennent y voyager en chaise de poste, et s’ils voudront marcher un peu fort, ils se casseront assurement le cou. Pour moi, le cheval portant n’est tombé en tout que six fois, et j’ai trouvé qu’il est bon dans ces voyages que la chaise soit bien pesante, comme était la mienne; car si le cheval tombe sous une chaise legere, il se releve et renverse la chaise, la trainant dans sa fougue après soi; mais je défiais tous les chevaux du monde de se remuer en terre sous le poids de la mienne. Il fallait les en décharger, et on les voyait à peine avoir la force de tirer l’haleine, tant ils en étaient oppressés.

Tout ce que ces voyageurs suedois ont dit en plaignant la depopulation et la desolation de la campagne de Rome, n’est que trop vrai. Cette campagne, d’une immense étendue, n’est qu’un amas de petits coteaux dont la pente douce et facile ni lasse le voyageur ni empeche la cultivation. C’est une vaste plaine parsemée d’agréables montagnes qu’on peut labourer de tous cotés jusqu’au sommet. Il y a des petits lacs. J’en ai vu deux: celui de Bolsenna, où il y a trois petites isles qui pourraient être aussi delicieuses au moins que celles de la maison Borromeo, et le plus petit, celui de Vigo. Je n’y ai vu ni bateaux, ni des habitations au bord, ni sur le penchant des coteaux. À l’entour on y cultive du chanvre qu’on y met pourrir; ce qui, après en avoir été ôté, infecte l’air plus que tous les marais ensemble.

On voyage sur cette campagne pendant des heures sans que l’oeil y découvre aucune habitation. On trouve quelque part des vieilles masures, des maisons ruinées, ou abandonnées de façon que peu-à-peu les toits sont tombés. J’y ai trouvé deux mauvais harras, quelques troupeaux de brebis dont la plupart avait la laine noire; ce qui marque le peu d’intelligence dans les maitres et les pâtres, qui devraient choisir la propagation des brebis blanches; il y a aussi des troupeaux de boeufs destinés a la nourriture de la ville. Tout le reste de la terre est inculte. On dit que son fond est sterile; moi je le crois très-fertile, et par ce qu’il n’y a point de sable, qui est la partie stèrile de nos campagnes, et parceque la terre est grasse et facile à remuer; en effet il y a des grandes étendues qu’on laboure, même sans engrais; mais c’est en laissant reposer le terrein pendant beaucoup d’années, de façon qu’on voit un coté d’une montagne cultivé, et pour en trouver un autre morceau labouré, il faut traverser une immensité de terrein où l’on voit un reste des anciens sillons. Je crois qu’ici l’on ne connaisse pas l’usage de la charrue, et qu’on ne se serve pas même de la vanga, mais uniquement de la zappa.

Il y a des petits fleuves qui traversent cette campagne, et qui sont negligés, tandis que en y faisant quelques digues pour retenir l’eau, on pourrait très-aisément l’elever assez pour baigner toutes les terres à l’entour, et y construire des moulins à bled, à soie, etc.

C’est cette negligence qui rend l’air de Rome malsain en été, et qui y cause de famines si frequentes. Le croirait-on? Après la disette qu’on a éprouvée il y a deux années, on n’a pas même songé à prevenir la disette de la courante, et on commence à l’y sentir de façon qu’on a fait fermer tous les fours à l’environ de Rome, et contraint les habitans de la campagne, certainement jusqu’à dix milles de la ville, d’aller s’y pourvoir de pain. Je ne vois pas à quoi peut servir cet ordre, si non à procurer aux pauvres affamés l’occasion de venir à la ville y gagner des indulgences à ventre vuide. Le Pape, qui est arrivé de la campagne ce soir, est detesté par tout, est ses neveux plus encore.

Le peu même de terrein qu’on laboure n’a pas l’honneur, je ne dis pas d’étre cultivé par des mains consulaires, mais par des manans romains. Des montagnards étrangers viennent dans la saison du travail labourer les terres, et emportent chez eux une partie du produit qui devrait se consumer ici. Le peu de vigne qu’il y a à l’entour de R[ome] est porté sur des roseaux croisés, parcequ’il n’y a pas même du bois, qui est extrémement cher ici. Il est pourtant vrai qu’on tacherait en vain de faire fleurir l’agriculture dans un pays qui manque d’hommes; il faudrait encourager la population qui mutuellement favoriserait l’agriculture.

Rien de plus seduisant, de plus magnifique que l’entrée de Rome du coté de la Toscane. Une belle porte à qui on arrive par une allée de 2 milles; une rue très-large, qui se divise en trois autres rues très-belles, très-longues, et bordées de grands palais; deux belles eglises semblables, qui font le commencement de cette division; un obelisque très-beau et très-haut, qui est au milieu; une ville immense, qui s’offre d’autant plus aisément à la vûe, et qui fait autant plus d’éclat que son terrein n’est pas égal, et que de beaux batimens sur les lieux plus elevés, qui sont les sept collines, marquent à l’oeil la vaste étendue de la ville; des restes des edifices romains, des très-belles façades d’eglises, de nombreuses colonnes étourdissent le voyageur attentif, dont la vue est lasse et fatiguée, mais non rassassiée de tant d’objets si variés et si beaux.

Ce matin j’ai voulu aller au couvent des Jeronymites, qui est St. Alessio. Une forte pluie me surprit, et j’y arrivai tout mouillé, car dans Rome j’ai dû aller un quart d’un mille sans trouver ni maison ni toit. Par bonheur je loge au centre; autrement je n’y saurais tenir. Les rues sont bien pavées, mais aprés le pluie elles sont assez sales.

J’ai été à St. Pierre. Deux gros jets d’eau, un obelisque au milieu qui effraye l’imagination, une vaste colonnade de deux cotés en ornent la place, et en font un beau téatre. En y entrant je crus trouver un temple pas plus grand que St. Fidel, et pas plus large, mais le tems que j’employai à arriver à l’autel m’apprit un peu plus au juste sa longeur. Tout y est si exactement proportionné que rien ne brille au depens du reste, tout y est bien assorti et egalement auguste. Marbres, bronzes, statues, tombeaux, autels, dôme, tout doit étre comme il est. Cette fois je puis dire de n’avoir rien vû, j’y irai tant que j’aurai tout vû, quoiqu’il soit eloigné de deux milles de mon logis… Je suis arrivé hier au soir.

Je suis assez bien logé. J’ai dans un corridor du couvent à rez-de-chaussée trois chambres voisines qui n’ont point de communication entr’elles; je les ai trouvées garnies, et le louage des meubles monte à 40 paoli chaque mois. Comme j’ai vû que la depense est un peu forte, je compte de chercher, au lieu de mon lit, un lit avec son pavillon, et d’abandonner une chambre avec ses meubles, car aussitôt que les rideaux du lit sont fermés, je pourrai y recevoir des visites.

Ma table ne devrait pas couter grand’chose; c’est le cuisinier du couvent qui me sert; je bois très-peu de vin de Florence, car il m’échaufferait trop. L’eau est très-bonne.

Presque par toutes les places on voit des fontaines jaillissantes à une hauteur considerable; elles sont fournies par ces aqueducs qui marquent bien plus la magnificence et le gout des anciens Romains que tant d’obelisques et de colonnes et d’arcs de triomphe. J’en ai vû deux de ces arcs, et après en avoir admiré le travail, et condamné l’enormité de la masse, je me suis demandé: à quoi est-ce que sert cet edifice? Est-ce Titus et Antonin ne pouvaient pas passer outre sans cela? Est-ce pour eriger un monument de leurs victoires, qu’ils pouvaient placer bien plus convenablement ou à une porte de la ville, ou à celle de leurs maisons?

Adieu, mon cher ami. Ayez soin de votre santé. Demain il faudra manger à l’huile, car aux vigiles le laitage et les oeufs sont ici defendus. Avant careme je ferai venir un medecin, qui à la description du derangement de ma santé ne manquera pas de me donner la permission de manger gras. Faites voir cette lettre aux Verri et Beccaria, car je ne puis pas ecrire tout à tous, et je ne veux pas me repeter.

  1. Alfonso Longo a Pietro Verri e agli amici milanesi (Roma, 25 ottobre 1765)

Ce 25 octobre

Cher ami,

je crois que B[eccaria] sera à la campagne; ainsi, au lieu de lui adresser mes lettres, comme il avait exigé, j’ecrirai à un ami que j’aimerai et estimerai toujours infiniment, mais à qui je ne saurai pardonner la plus cruelle des vengeances. C’est un reproche que tant que l’impression de ton discours dure, je suis en droit de te faire, et je crains que je l’aurai longtems, ce funeste droit.

Tu es trop instruit de ce qui regarde la Toscane pour que je t’en aie à faire la description. C’est un pays (du moins sur la route de R[ome]), qui, si tu en exceptes la hauteur des montagnes, le froid du climat, le bon sens et la dureté des Suisses, ressemblerait assez à la Suisse. On y écorche le voyageur, et on ne saurait avoir plus de politesse et d’égards qu’on y en a. Ce qui releve la Toscane, c’est son voisinage aux états du Pape, où il faut marcher des heures entieres sur un sol qui est absolument fertile pour découvrir des yeux quelque miserable hameau. Ni la disette de l’année passéè, ni celle qu’on commence à sentir, et qui doit s’augmenter jusqu’à la nouvelle recolte, n’ont encore appris à cultiver une terre qui, avec peu ou point d’engrais, et apeine remuée, produit beaucoup. La couleur de la terre, la chaleur du climat, la situation du terrein devraient en faire un pays de delices. Chaque huit ou dix milles on rencontre quelque petit troupeau, et quelque partie d’un coteau labourée; le reste est inculte et sauvage. Le lac de Bolsenna, où il y a trois petites îles, et celui plus petit de Vigo, que des jolis coteaux entourent, et qui devraient y attirer le laboureur par l’aisance de la communication et le riche par les agrémens du pays, ne servent qu’à nourrir des canars qui y nagent en securité, et à empester l’air à l’entour, parcequ’on y fait pourrir la chenevotte, ou le bois du chanvre, unique denrée qu’on y cultive. Des montagnards étrangers viennent tous les ans labourer une petite partie de ce pays, dont le peu d’habitans mourrait necessairement de faim sans ce secours. On laisse en jachère pendant beaucoup d’années les terres qu’on y a cultivées, et on ne songe qu’à eriger des hopitaux dont Rome fourmille, car on en rencontre chaque pas. Il y en a pour toute sorte de maladies, et c’est ici qu’on suit le conseil de Maupertuis que chaque maladie ait son medécin particulier.

Ces chemins antiques, qui nous restent en partie, devaient étre bien propres pour quiconque voyage à pied; mais pour les chevaux chargés, pour les chariots, ils sont si incommodes, vû la largeur des pierres dont ils sont pavés, qu’on y a pratiqué à coté presque par tout de très-detestables et très-inegaux chemins qu’on doit pourtant preferer aux antiques pour la sureté. Les restes aussi des edifices romains m’ont semblé trop massifs et lourds; il faut les examiner bien exactement avant que de les juger; mais il ne faut pas pousser la vénération de l’antiquité jusqu’à louer l’architecture de vilaines masses, dont les murailles sont d’une inutile et etonnante épaisseur. En voyant ces arcs triomphaux, chefs-d’oeuvre de l’architecture, un dom Canada pourrait bien demander: à quoi bon cela? Mais ce dom Canada courrait risque d’étre assommé de coups dans un pays qui se nourrit en grande partie de la curiosité des voyageurs.

Ce qui est sûr, c’est que si les batimens modernes sont aussi commodes dans leur interieur qu’ils sont magnifiques à la vûe, rien de plus superbe que R[ome].

Il est tard, et ces premiers jours vous comprendrez bien que j’ai trop peu vû, que mes idées sont confuses, que je dois étre accablé d’occupations dans une ville immense qui n’est pas tout-à-fait commode pour quiconque veut suivre l’avis de Rousseau de voyager à pied.

Mes respects à mes chers Alexand[re] et à Frisi etc. Dites à Frisi que le pere Cerati est à Pise, mais que j’en ai été bien aise, car j’ai eu apeine le tems de voir ce que j’ai vû dans deux jours et demi. L’Institut de Bologne et la Gallerie de Florence sont les plus agréables et plus instruisantes frivolités qu’il y ait au monde.

Adieu. Qu’ai-je donc fait en m’éloignant de mes chers amis? Je la sens, cette perte que j’ai faite, je la sens, et ne me souviens de vous qu’en jettant des soupirs qui serrent mon coeur. Adieu. Souvenez vous de moi.

Je viens de voir St. Pierre. Quelle magnificence, quelle proportion! Tout y est grand, sublime, étonnant. La place, les colonnades qui l’entourent, etc. Il faut finir.

Écrivez à B[eccaria] que j’ai lû dans ce grand temple un chapitre du livre en maroquin. Faites-vous voir la lettre que j’écris à Lecchi.

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 31 ottobre 1765)

Ce 31 octobre

Mes chers amis,

vous vous souviendrez de cet homme, dont je vous dis cet été qu’il avait