Storia dell’invasione de’ Francesi repubblicani nel Milanese nel 1796

Pietro Verri
STORIA DELL’INVASIONE DE’ FRANCESI REPUBBLICANI NEL MILANESE NEL 1796 (1796-1797)

Testo critico stabilito da Giorgio Panizza (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, VI, 2010)

Per trovare una piacevole occupazione che mi distragga da oggetti e idee tristi, io prendo a scrivere le cose delle quali sono testimonio, e a raccontarle ai posteri, giudici sempre più disappassionati de’ coetanei i quali mi saranno grati d’aver fatto loro imparzialmente conoscere un’epoca, che lascerà lunghe traccie di sè.

Sotto il regno di Maria Teresa il Milanese fu tanto felice quanto è possibile di esserlo sotto il potere assoluto, poichè la passione della Imperatrice per farsi un nome dopo di sè la spinse a dare ottimi provvedimenti in ogni genere, e sgombrare la barbarie antica. L’economia pubblica venne portata alla maggior perfezione, i tributi ripartiti sopra un catastro ben formato; l’amministrazione delle gabelle avocata alle mani del Sovrano, e liberati i popoli dal giogo de’ fermieri, i creditori della Camera esattamente soddisfatti, le Comunità regolate con leggi uniformi e giuste, i loro debiti diminuiti, resi liberi al commercio i frutti delle terre, alcuni viziosi tributi aboliti, altri imposti con minor danno pubblico, le cariche non più riserbate alla ipocrisia ed alla simulazione, ma postivi de’ cittadini illuminati e liberi da’ pregiudizj, le scienze animate coll’abolizione dell’Inquisizione, con una discreta libertà della stampa e introduzione di libri, colla fortunata riforma degli studj e della Università di Pavia, con pubbliche biblioteche aperte a universale utilità, col porre sulle cattedre uomini d’illustre nome, coll’accordare stipendio e onore ai cittadini che onoravano la Patria senza bigottismo, coll’innalzare osservatorj e corredarli d’istrumenti, orti botanici, teatri anatomici. Allora Beccaria non solamente venne tollerato, ma posto in carica, Frisi dalla Toscana invitato a ripatriare con eguale stipendio, Parini gratificato di una pensione onesta e della cattedra di eloquenza, e levato dalle scuole di Brera e di S. Alessandro il dettare la teologia dogmatica, e nessun uomo colto e onesto rimase dimenticato. Tanto può il sentimento della gloria in un sovrano anche non illuminato.

Giuseppe Secondo, suo successore, non era men voglioso della madre di servire di epoca nella storia; ma allevato dal moscovita Laus prese a operare sulle traccie di Pietro Alexiowitz, e non volendo che fare il bene, togliere gli abusi, e rendere felici i suoi popoli, altri mezzi non adoperò che il comando assoluto come Sovrano, ponendo sotto i piedi tutte le opinioni ed i costumi. Con retto fine rovesciò tutto, e disordinò tutto: volendo togliere la superstizione, condusse incautamente gli uomini all’ateismo. Intraprese guerre, e le diresse senza principj, era un ignorante che non credeva che facesse bisogno a un Principe se non volere efficacemente. Lasciò la Monarchia degradata, disordinata in mezzo a pericoli interni, e al di fuori.

Il suo successore Leopoldo timido e tortuoso, che non aveva la retta intenzione del fratello, e che portava la falsità e il libertinaggio all’ultima indecenza, per ricomporre i suoi stati e rassodare il Trono vacillante invitò le sue Provincie ad esporgli i gravami, e i Decurioni di Milano segnalarono la loro incapacità nel non chiedere cosa alcuna essenzialmente giovevole alla Provincia, ligii tutti come erano dell’Arciduca Ferdinando, di cui come Governatore assoluto della Lombardia conviene ch’io premetta qualche idea, avendo io avuto più volte occasione di conoscerlo da vicino.

L’Arciduca aveva qualche curiosità nel maneggio della elettricità, e molta facilità nell’aritmetica, e nell’immaginare anche ingegnosamente de’ ripieghi per condurre delle speculazioni: nel rimanente egli derideva sinceramente gli uomini dati alle scienze, e i filosofi singolarmente, che dapprima considerava come seguaci di vani delirj, indi poi che credette la Rivoluzione della Francia accaduta per opera loro, passò a temerli, odiarli, e perseguitarli come personali suoi nemici.

Questa avversione pel merito letterario sembrava inserita nel sangue, non essendosi mai accostato al Trono austriaco alcun filosofo, ed avendo ne’ suoi viaggi Giuseppe evitato di far conoscenza co’ filosofi illustri, che Caterina Signora dell’Impero Russo, Federico il Grande, Stanislao di Polonia, Gustavo di Svezia ambivano di aver per amici. O ciò venisse dalla educazione, ovvero da un poco raffinato orgoglio che non tollera altri onori, se non quelli che il Monarca ha compartiti, anzi che ambire la fama che si acquista per mezzo di uomini, che sono i veri conduttori, che trasmettono a’ posteri i nomi de’ Principi. L’Arciduca Ferdinando s’era tratti intorno uomini di nessun merito, o di poca penetrazione, nella compagnia de’ quali trovava facile il primeggiare. Alcuni di costoro erano Decurioni, e ne imponevano agli altri del loro ceto coll’accesso frequente che avevano all’Arciduca, onde que’ pochi aulici erano padroni di tutta quella Municipalità, e questi ad un cenno, ad un’occhiata del Principe volgevano il debole corpo decurionale a loro talento. Accadde perciò che all’innalzamento di Leopoldo al soglio invitati i popoli ad esporre i bisogni e le riforme che trovassero opportune, miseranda cosa!, i più inetti fra Decurioni vennero trascelti per questa importantissima commissione, e invece di dimandare un limite al potere ministeriale che afflisse la lontana Provincia, limite ugualmente utile al Trono ed a’ sudditi, limite che con una costituzione impedisse la creazione di nuove leggi senza l’approvazione degli Stati, che assicurasse le fortune col proibire ogni accrescimento di tributo se non previa adesione degli Stati, che per costituzione impedisse che la libertà sotto verun pretesto non venisse tolta a nessuno se non dipendentemente dalle leggi e dal regolare processo, costituzione che rappresentando per libera elezione temporaria de’ deputati del Popolo, da esso fosse custodita; invece insomma di togliere gli antichi mali del dispotismo ministeriale, e profittare della occasione unica d’un Principe intimidito per l’aperta rivolta de’ Paesi Bassi, pel fermento già manifestatosi nel Regno d’Ungheria, per la guerra infelice del Turco, per la minacciosa apparenza dell’antico rivale il Re di Prussia, e per tante angustie costretto a nulla ricusare ai popoli per ricomporli nella fede, i deputati ignoranti, non riflessivi si limitarono a domandare le vane decorazioni più insulse e frivole del loro ceto con manifesta indegnazione del popolo da essi così tradito. I deputati di Mantova, perchè non pendevano dall’influenza dell’Arciduca, sebbene soggetti al pari al governo di lui, ottennero di partecipare al governo di quel Ducato, di vedere diminuite le loro gravezze, aboliti alcuni tributi, e fecero gl’interessi della lor Patria; il qual paragone alienò pienamente la confidenza de’ milanesi verso de’ loro Decurioni.

Mentre queste cose accadevano in Milano, scoppiò nella Francia la Rivoluzione. L’audacia dell’impresa, la generosità della nazione, i torti d’una corte depravatissima, gli abusi de’ nobili oppressori, la verità luminosa de’ diritti dell’uomo solennemente proclamati e fatti accarezzare anche agli uomini di campagna, uno spirito di filantropia benefica che dapprincipio diresse quel grande movimento, le luminose verità che s’andarono sviluppando nella Convenzione sulla scienza sociale, furono un avvenimento che risvegliò l’Europa, e riscosse l’ammirazione de’ saggi, e cagionò uno sbalordimento negli uomini volgari. Rallegrò i filosofi cospiratori e turbò il clero. Anche il volgo però da noi che avea la fresca memoria degli insulti, che il dispotismo di Giuseppe avea fatti alla massa degli uomini, costringendola ad abbandonare le antiche usanze, e cangiando violentemente gli oggetti più cari e venerati, anche il volgo vide con piacere che si desse una umiliante lezione ai Principi di non disprezzare i loro sudditi.

Quando nella Francia si toccò la religione, quando si abolì l’ereditaria nobiltà, quando finalmente si condusse vittima al patibolo un Re non crudele nè sanguinario, allora il partito favorevole alla Francia si restrinse ai soli uomini illuminati, i quali seguendo i fili della rivoluzione conobbero non potersi dal popolo rimediare ai molti abusi consacrati dall’antichità della loro origine senza una smossa generale, non potersi rovinare l’antico edifizio senza poi rimanere esposti alle ingiurie della nazione, anzichè il nuovo venisse costrutto; ne’ grandi avvenimenti essere inseparabili le irregolarità, i delitti, e gli orrori d’una anarchia e d’un poter dittatorio esaltato dall’odio dell’antica oppressione e dalla smania d’un nuovo ordine di cose. Lo stato del disordine passaggero della Francia lo consideravano i filosofi come un orrore inevitabile nello stato attraverso del quale camminava il popolo a una libertà sincera fondata sulle leggi e si consolavano considerando, che il rimanente dell’uman genere in Europa senza suo danno avrebbe goduto i frutti di quella rivoluzione; diffondendo nel popolo i lumi sopra i suoi diritti, e obbligando col timore i Monarchi a meglio vegliare perchè i loro sudditi non venissero nè oppressi, nè sprezzati, nè retti con ingiustizia. A questo s’aggiunse l’ostinazione dell’Arciduca nel rimirare come nemici gli uomini colti e illuminati, nell’usare indirettamente oppressione coll’incarcerare degli innocenti sul dubbio delle loro opinioni, la violazione del diritto delle genti colla sorpresa fatta a Semonville, che passava sulle terre delle Leghe Grigie nostre confinanti, la ingiusta condotta di vietare l’introduzione de’ fogli francesi, permettendone a’ suoi favoriti l’introduzione, della quale facevano un’insultante mostra, la sciocca perseveranza di far riempiere i nostri giornali di favole e di calunnie in dileggio de’ Francesi. Tutte le quali cose indispettivano sempre più la porzione più ragionevole de’ cittadini, e rendevano spiacevole il governo austriaco.

In questa situazione di cose nella primavera del 1796 i Francesi comparvero per la prima volta sulla pianura del Piemonte per la strada del Mondovì. Le disposizioni sconsigliatissime del comandante austriaco Beaulieu, e l’ardor militare temerario del comandante francese Bonaparte poste a cimento decisero della Lombardia, senza che nemmeno si disputassero i passaggi del Tesino e del Po. Il Re di Sardegna al rumore che davvicino sentiva del cannone nemico implorò l’armistizio, e concesse Tortona e Cuneo ai Francesi in pegno. I vincitori ebbero la via aperta così allo Stato di Milano. A misura che il pericolo s’accostava, quel drappello di insulsi Decurioni, che dirigeva tutto l’indolente ceto, propose di farsi concedere un potere illimitato per provvedere alle urgenze del tempo. Taluno si scosse, e parlò, e persuase il ceto decurionale, che ne’ pericoli, che sovrastavano alla città, fosse obbligo di ciascuno di concorrere co’ proprj lumi e servigj, e non doversi delegare un piccol ceto a operare per tutti. Non si tralasciarono arti per deludere: ma la massa benchè inerte sentì la vergogna d’una tale proposizione, e la rifiutò: ciò accadde la sera del 2 maggio. Colui che avea parlato per ricusare la fatta proposizione, avea soggiunto, che si dovesse radunare la Commissione de’ dodici eletti nel ceto già da due anni prima per consultare quanto aveva relazione co’ pericoli della guerra, e siccome egli era uno de’ dodici, così si trovò mezzo di acquistar tempo, e andò a vuoto il suggerimento, non tolerando taluno, che primeggiava nel drappello usurpatore, che altri d’animo fermo, e di nessun partito potesse bilanciare il suo credito: chè in un paese avvilito le affezioni son tutte personali e private, nè si conosce la Patria se non di nome. Il drappello usurpatore esibì la dimissione, ben conoscendo che gli incauti Decurioni avrebbero creduto tutto perso se fossero abbandonati da que’ loro tutori, e quindi vennero tratti a confidare tutto nelle loro mani. Tai frateschi raggiri occupavano il corpo decurionale, che trascurando l’imminenti pericoli dell’intera città, non vedeva che le piccole rivalità, nel momento che per la salvezza comune dovevasi far tacere ogni altra minuta passione. Si cominciarono però a tenere aperte le adunanze mattina e sera, ma erano unioni disordinate: le novità non si dicevano in comune, non v’era conclusione alcuna.

L’Arciduca partì la mattina del giorno 9 Maggio poco dopo mezzoggiorno: i suoi figli l’avevano preceduto nei giorni avanti. Il popolo lo vide tranquillamente partire.

I Francesi entrarono il giorno 14, e vennero a presentare le chiavi al General Massena a una cassina fuori di Porta Romana il vicario di Provvisione Francesco Nava alla testa di otto delegati dalla Città, e cinque dallo Stato, essendovi due delegati dall’Arcivescovo, e due dal Collegio de’ Dottori. Vennero accolti con dignità nobilmente, e Massena rispose all’arringa del vicario, che raccomandogli la religione e le proprietà: che la Repubblica non fa guerra ai popoli, ma ai governi, che il culto è libero, che le proprietà erano sotto la salvaguardia francese, che lo Stato doveva somministrare all’armata viveri, foraggi; indi accettando le chiavi le alzò dicendo: Prendo queste chiavi da buon Repubblicano, e desidero restituirle ad un Popolo che abbia aperti gli occhi sopra i suoi veri interessi. Già due giorni prima il Conte Resta e il Conte Melzi si erano abboccati a Lodi col Comandante supremo Buonaparte che gli accolse da vincitore, assicurandogli però la proprietà e la libertà del culto, e dichiarando che il popolo poteva scegliere quella forma di governo che gli piacesse, repubblicano, monarchico, purchè non mai fosse la Casa d’Austria.

La proprietà cominciò ad essere violata la sera medesima del giorno 14. Tutti i cavalli da sella nello spazio di dodici ore si dovettero consegnare, riportandone un semplice viglietto del valore al quale erano stati stimati. I Francesi non erano in gran numero, non posero barricate alle imboccature delle strade che sfogano alla Fortezza. Di ciò io non saprei addurre altra ragione, a meno che di supporre una preventiva intelligenza con quel Comandante l’Ami che poi la rese senza alcun giustificante motivo. Una sortita della guarnigione poteva cagionare assai inconvenienti nella città e danno ai Francesi che incautamente vi erano entrati. Lo spettacolo dell’armata era sorprendente per chi ha conosciuto il militare tedesco. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza alcuna compassata forma, erano vestiti di colori diversi e stracciati, alcuni non avevano armi, pochissima artiglieria, cavalli smunti e cattivi, stavano in sentinella sedendo, avevano anzichè l’aspetto d’una armata quello d’una popolazione arditamente uscita dal suo Paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo, che combatteva per se medesimo contro degli automi costretti a battersi per il timore del gastigo.

Venne Buonaparte in Milano il giorno 15, e nel giorno seguente s’ordinò alla Municipalità di giurare fedeltà, obbedienza e sommissione alla Repubblica Francese. Contemporaneamente venne ordinato alla Città di consegnare tre mila fucili dell’Armeria civica; e s’intese che il comandante francese aveva ordinato a Pavia il disarmamemento di tutti quegli abitanti. Questi primi passi cominciarono a far conoscere, che quella fratellanza, che i Francesi avevano promessa, non era comprovata dalla confidenza. Il pubblico osservò come contemporaneamente i Francesi posero i sigilli prima, indi s’appropriarono tutte indistintamente le casse, non che le regie soltanto, le quali erano loro conquista, ma le casse de’ Monti, ch’erano di privata ragione de’ creditori, le casse de’ Luoghi Pii, del Monte di Pietà, del quale trasportarono tutte le gioje, ori, argenti ivi depositati sotto la pubblica fede, e quindi vuotando anche le casse civiche posero la Città nell’impotenza di pagare i generi, che abbisognavano per l’armata. A questi sinistri augurj se ne aggiungeva uno peggiore, cioè un’unione d’uomini, i quali non erano assistiti dalla pubblica opinione, col titolo di Società Popolare sotto la manifesta protezione di Buonaparte e Saliceti Commissario affettava d’invadere il governo della Città. In mezzo a tali pericoli non mancò chi proponesse agli ottusi Decurioni due partiti, i quali se fossero stati ascoltati, avrebbero probabilmente prevenuto molti de’ mali, che vennero in seguito. Il partito primo fu di associare ai Decurioni, ed ascrivere nel loro ceto un ugual numero di onesti cittadini non nobili, ed in tal guisa togliere l’odiosità di un governo meramente aristocratico, e conciliarsi quella popolare fiducia, che si era perduta per le vicende sotto Giuseppe e Leopoldo. Ma questo primo partito non si ebbe l’animo d’accettarlo, il che portò poi la vergognosa dimissione di tutto il corpo decurionale di Milano; dove quello di Como per avere a tempo preso il partito d’associarsi coi popolari, fu il solo che seppe mantenersi più tempo in oficio. L’altro partito era di spedire due deputati Decurioni a Parigi per rinnovare al Direttorio l’omaggio in nome della Città, e con tal mezzo rappresentare quanto accadeva di male alla Provincia; mezzo il quale nè potevasi impedire dai Comandanti per rispetto della Repubblica, nè avrebbe lasciato di contenerli nella sicurezza d’avere chi rappresentasse gli abusi rovinosi per lo Stato, e non meno contrarj all’interesse de’ Francesi. Dico contrarj agli interessi della Francia, perchè secondo tutte le apparenze, delle rappresaglie che si facevano nessun profitto ne traeva la francese Repubblica, e tutto se lo ingojavano i Commissarj e i loro satelliti, che non facevano quitanze delle somme anche le più cospicue, e predavano perfino i libri de’ cassieri, acciocchè non rimanesse la prova delle somme rappresagliate, oltre i pericoli e danni sommi che correvano le armi Francesi colla difamazione, dalla quale poi vennero precedute nel Tirolo, dove gli abitanti erano prima malcontenti dell’Austria, e poi abbracciarono la sua causa per salvarsi dalle rovine de’ Francesi. Ma nemmeno il partito di spedire due deputati ebbe favore presso gli accecati Decurioni, e quindi cassati che furono, e collocata in vece loro una nuova Municipalità suggerita dalla suddetta Società Popolare, da essa si spedirono poi a spese pubbliche tre deputati, i quali operarono in senso opposto dei bisogni pubblici, e di concerto con Saliceti e Buonaparte loro creatori.

La Società Popolare comparve in pubblico la prima volta il giorno 18 maggio, e dal palazzo del Principe Kevenhüller in Rugabella partissene, e si portò sulla piazza del Duomo a piantare l’albero della libertà. Ivi alcuni avvinazzati e fanatici lessero le arringhe al popolo per invitarlo a gridare viver liberi o morire. Tali cerimonie, se non abbiano un senso mistico o religioso, non possono comparire al popolo come cosa seria e significante, niente avendo di connessione un palo colla maniera d’essere governati. Infatti il popolo rimirò quella novità incerto se fosse effetto d’una pazzia o di un buon consiglio, e nell’incertezza niente si mosse nè applaudì, e i Socj si ritirarono assai malcontenti di non aver trovata alcuna approvazione nel popolo. Ma nessun uomo illuminato avrebbe potuto promettersegli altro effetto, essendo la loro una semplice mascherata, e i loro discorsi troppo inopportuni; e il titolo ripetuto di Tiranno d’Austria, e le ingiurie che slanciarono contro del governo appena nove giorni dopo ch’era partito non potevano che urtare e spiacere agli ascoltanti per più motivi. Primo perchè dipendendo da’ vari eventi della guerra e della diplomazia il ritorno dell’austriaca dominazione era un passo pericoloso troppo lo slanciarsi. Secondariamente le persone che rappresentavano in quella scena non erano tali da sedurre la confidenza del popolo. In terzo luogo sebbene il governo austriaco avesse perduto assai presso del popolo l’affetto, e la considerazione, non era però giunto a tale da riguardarsi come una tirannia, nè abborrito tanto da fare che si volgessero repentinamente a una detestazione manifesta i popoli. Per riuscire ad un tal cambiamento bisognava che persone amate e riverite dal popolo lo conducessero accortamente, ricordando gl’inconvenienti e i torti del cessato governo, e mostrandogli la vita più cara che si gode sotto di un governo repubblicano; bisognava che il nuovo governo francese non facesse verun attentato d’usurpare, e contento di soddisfare ai bisogni dell’Armata non facesse convertire la guerra in un mezzo lucrativo per la Repubblica spogliando e facendo nuda la Provincia. Ma tutto si fece senz’altra politica che la insensata di formare la plebe in un partito che invadesse le sostanze degli agiati, e così creata una guerra civile, e pescando nell’acqua torbida fosse più facile la preda. Dico insensata una tale politica perchè da noi il ceto nobile non era nè oppressivo, nè malefico al Popolo, essendo i nobili soggetti ai medesimi giudici della plebe, potendo l’ultimo plebeo ottenere giustizia contro del più ricco nobile, non avendo nè caccie riservate nè diritti feudali, nè altri mezzi co’ quali nella Francia i nobili s’erano resi tiranni del Popolo; perciò dico insensata l’imitazione della Francia per noi, e infatti per quanto si andassero ripetendo accuse, calunnie, eccitamenti d’ogni sorta per indurre la plebe a muoversi contro de’ nobili, ciò non ebbe effetto, prevalendo il buon giudizio del popolo, che conosceva che la distruzione de’ ricchi era un decreto della total ruina de’ poveri, tanto più che i ricchi si tendeva distruggerli per trasportare le loro sostanze non già sopra i poveri, ma nella Francia. Dopo di questa solennità freddissima della fanatica Società Popolare, comparve un editto di Buonaparte e Saliceti del 19 maggio, che imponeva una tassa militare sul Milanese di venti milioni di franchi, cioè più di venticinque milioni delle nostre lire. Questa enorme tassa, che corrisponde a cinque annate del carico diretto incombente alla Provincia ci condannava a trovare il denaro per pagare sei annate di carico. Tale imposta era concepita di frasi, ed idee rimarcabili. Rispetto per le proprietà, per le persone, sono questi i sentimenti, dice egli, dell’Armata vittoriosa: impone la tassa la quale deve individualmente cadere sui ricchi, sulle persone veramente agiateInsomma la classe indigente deve essere più che sia possibile risparmiata. Colla parola individualmente si conobbe lo spirito di prendere di mira gl’individui più potenti, le case più ricche, e tale era il filo delle operazioni consentanee fra il Comandante e la Società Popolare, che aveva addottata l’idea interessata di lui per tenerselo protettore, e dare sfogo o a vendette personali, o a invidia per l’umiliante diversità di fortuna.

Il Popolo sbigottito dalle novità, e reso insospettito dall’apparenza che i soggetti componenti la Società Popolare fossero per acquistare dominio sopra di lui, non avendo confidenza alcuna verso di questa Società, vedendo per un assoluto comando disciolta e congedata la Municipalità inonoratamente, e rimandati i Decurioni, sostituita arbitrariamente una nuova Municipalità per la maggior parte composta di membri della Società medesima, non potè contenere il suo sdegno, e quindi il giorno 23 maggio essendo partiti molti Francesi con Buonaparte, alcuni de’ noti della Società Popolare vennero accolti nelle piazze a pugni, e chiamati balossi, falliti ed altri simili trattamenti senza però spargere sangue. Alcuni tentarono di abbattere l’albero della libertà, ma vi accorsero i Francesi, benchè in poco numero, e tutto finì. Si disse che in Porta Ticinese vi fosse del fermento e che alcuni popolari vi comparissero armati, però senza commettere alcun disordine. Dove la cosa fu seria, ciò accadè a Pavia, e ne’ contorni: il popolo e i contadini imprudentemente si armarono, alcune rapine commisero nelle terre. Le notizie sparse della sottrazione de’ pegni del Monte di Pietà, l’occupazione delle sostanze de’ privati collocate sul Monte S.ta Teresa e Banco S. Ambrogio, il timore de’ mali che si prevedevano vedendo affidato il governo del paese a persone odiose, e la vita de’ quali era screditata, avevano indotto i cittadini al disperato partito di unirsi armati, e nella Città di Pavia impadronirsi del piccolo presidio, che vi avevano lasciato i Francesi. Questa incauta opposizione venne ben tosto superata, benchè con del sangue dall’una e dall’altra parte. La cagione s’attribuì dai Francesi a una trama concertata da’ nobili e dal clero. La terra di Binasco, benchè inocente, unicamente per essersi ne’ suoi contorni radunati i contadini armati contro sua voglia, quantunque costantemente avesse ricusato di suonare campana a martello, come volevano i sollevati, per ordine di Buonaparte venne bruciata. Pavia venne condannata al saccheggio, e Buonaparte avea comandato, che si fucilassero al momento que’ Decurioni, i quali vennero salvati dal Comandante Francese, che ad essi era debitore della vita, che i contadini erano per togliergli il giorno antecedente. Il vicario di Provvisione di Milano Nava, il Principe di Belgiojoso, il Conte Taverna Prevosto di S. Nazaro, il Conte Cavenago, il Marchese Roberto Orrigone furono di slancio condotti nel carcere comune del capitano di Giustizia, indi trasportati nel Monistero altra volta di S.ta Margherita, dove quasi tutti gli altri Decurioni dovettero passare in arresto, e dove stettero alcuni giorni, e furono poi trasportati a Nizza come in ostaggio. Si posero in requisizione tutti i cavalli da carrozza, e in pochi giorni cessarono di quasi vedersi carrozze per la città, non avendo rimandati che i cavalli vecchi ed inservibili, e ciò senza pagamento alcuno, ma con una semplice bolletta esprimente il valore de’ cavalli. Questa requisizione ascendeva al valore di un milione. Si vide poi con successivo proclama che queste bollette non sarebbero state ricevute nel pagamento della tassa militare de’ 20 milioni tornesi, per essere questi crediti appartenenti ai ricchi e oggetti di lusso. Così inverecondamente si mancava alla promessa fatta ne’ proclami antecedenti, che tutte le requisizioni sarebbero state in conto dei venti milioni, e non venne più rispettata la proprietà verso degli uomini, che si volevano chiamar ricchi. Il General Buonaparte spedì da Brescia in data del 28 maggio un proclama, in cui attribuisce ai nobili e agli ecclesiastici i torbidi accaduti a Pavia, e minaccia una vendetta terribile come il fuoco del cielo. Le terre, che non abbiano deposte le armi, saranno bruciate; bruciate le terre, ove si tocchi campana a martello. Nella terra, ove rimanga ucciso un Francese si farà una sovraimposta d’un terzo del tributo ammeno che non si consegni il colpevole; chiunque si trovi con un fucile e le sue cariche sarà al momento archibugiato; il villaggio in cui si troveranno nascoste delle armi, pagherà la terza parte de’ suoi frutti; ogni casa in cui si trovi un fucile sarà abbruciata. I nobili che avranno o co’ loro discorsi eccitato il popolo a rivoltarsi, o congedando i domestici avranno cagionato malcontentezza nel popolo, saranno trasportati in Francia, e confiscata la metà dei loro beni. Tale proclama rinnovava la memoria del sec. XII. La città e la campagna vennero obbligate a portar le armi nello spazio di 24 ore nell’officina del Lazzaretto sotto minaccia d’essere militarmente trattati come complici de’ movimenti di ribellione. Queste leggi e avvenimenti si affollarono in pochi giorni, cioè nelle prime due settimane dell’invasione de’ Francesi.

Ogni intelletto sano facilmente comprenderà se con una condotta antipolitica e violenta, che opprimeva enormemente il popolo, atrocemente trattava i resistenti alla oppressione, violava la fede data verso la proprietà, fosse possibile il guadagnar seguaci alla loro dominazione. Non compariva se non quale era una diceria calunniosa la asserita congiura ordita da’ nobili e dagli ecclesiastici. E infatti malgrado i processi fatti dalla Commissione militare si condannarono alcuni popolari a morte e un prete di villa, ma nessun nobile e nessuno del ceto distinto ecclesiastico; il che fa onore ai militari francesi, che non vollero commettere l’atrocità di far archibugiare degli inocenti, come le era facile di fare per secondare le mire già prese contro i due ceti. Infatti Buonaparte cassò poi quella Commissione, e ne sostituì un’altra. Così la buona causa della libertà de’ popoli venne a screditarsi nella Lombardia, e i comandanti, che non avevano altro principio, che di fare il più grosso bottino nell’Italia, resero cara e invidiata l’antica servitù del potere arbitrario. Io non so se la condotta loro fosse ispirata dal governo Francese, mancante de’ mezzi pecuniarj, per inoltrare le operazioni militari nel cuore della Germania, nè se considerasse quel governo la debole Italia come una vittima da sacrificarsi indifferentemente, per provvedere ai bisogni della Francia. Questo so di certo, che quell’entusiasmo benefico di filantropia, che dapprima la Francia proclamò, e quella fratellanza, che promisero, i Francesi non se la ricordarono infatti; e che tutte le persone colte e buone che dapprima erano affezionate di cuore alla Repubblica non vi rimasero se non persuadendosi che i Commissarj, che i Capitani abusassero per loro avarizia, e contro le istruzioni del Direttorio.

Infatti nessuna speranza davano i vincitori di animare per essi gli uomini illuminati, rivolsero però ogni loro studio per guadagnarsi la plebe risparmiandola in apparenza, e procurando di render loro odiosi i nobili e i preti. La Municipalità pubblicò un avviso in cui accusò i nobili e i preti di aver ordita una sorda congiura, che contemporaneamente era scoppiata a Pavia, Binasco, in Porta Ticinese, e a Varese. E questo contemporaneo effetto del cattivo governo che affliggeva sino alla disperazione, si volle calunniosamente attribuirlo ai due ceti suddetti: il più rimarcabile è, che quest’avviso portava la firma stampata del Presidente allora Francesco Visconti e del Segretario Giuseppe Perabò, senza che nè l’uno nè l’altro l’avessero firmato, e saputo che si pubblicasse. L’autore fu il decotto avvocato Fedele Sopransi, che fece tal sorpresa concertata co’ socii della Società Popolare, e la Municipalità ne mormorò bensì, ma mollemente si tacque. La cagione principale delle inquietudini popolari era la Società Popolare, il ribrezzo pubblico di vederla acquistare potenza, essendo composta di soggetti di nessun credito e nessuna stima, e dai quali ognuno temeva dei mali, soggetti riscaldati e fanatici che dispoticamente operavano. E quindi la sola provvidenza che il governo francese diede opportunamente, fu di chiudere e proibire quella giacobineria che s’incamminava a rinnovare da noi gli orrori che hanno difamata e desolata la Francia. Conveniva ai principi del Commissario Saliceti, che avea scelta la Società Giacobinica per operare nel paese quanto egli non voleva fare per conto proprio, conveniva animare la Municipalità, sedurla, renderla impazzita quanto era possibile e fanatica, per farne di essa un movente attivo, per atterrire con essa tutto il popolo, e sforzarlo a sopportare tacendo timidamente lo spoglio e lo sprovvedimento di ogni genere. Con tai mezzi in ogni evento l’odiosità cadeva sopra degli incauti Municipalisti, nè potevasi incolpar Saliceti che di soverchia dolcezza nel non averli contenuti. Quindi Saliceti adulava con ogni accortezza i più riscaldati, promettendo loro, che voleva dar nelle loro mani le redini del governo, e gli animava a sperare con coraggio, a fare proclamazioni opportune; e un giorno recatosi nella sala, dove erano radunati i più fanatici, fece ad essi giurare di voler esser liberi; stese la mano, e prendendo la loro, disse: ed io vi prometto in nome della Repubblica francese, che voi sarete liberi. È facile l’immaginare quale riscaldamento, e qual entusiasmo infondesse in tali giovani, che avevano vissuto senza che alcuno si fosse accorto della esistenza loro; o se si era accorta era la loro Patria, e ciò era accaduto o per libertinaggio, o per una condotta disaprovatissima. Ora fatti gli arbitri della loro Patria, perdettero ogni moderazione. Veramente furono assai incauti nel persuadersi, che un uomo qual Saliceti, già conosciuto per la versatilità e per le viste della sua fortuna, avesse un’amicizia vera per essi, e che nascostamente in una sala a voce realmente o potesse o volesse impegnar la fede della Repubblica. Ma l’acciecamento era al colmo, e l’interesse e la vanità secondarono mirabilmente la seduzione. Dopo tale parlata cominciò tale avvocato Pelegati a fare una mozione per trovare due milioni d’imprestito di obbligare alcuni ricchi, Litta, Greppi, Mellerio, a fare un imprestito a Genova e quest’obbligo sotto la responsabilità delle loro teste. Il Porro propose una legge, che aboliva ogni titolo di nobiltà, proibiva ogni stemma, cassava il Collegio de’ Dottori, e obbligava di recare alla Municipalità ogni antica pergamena. Così la Municipalità erigendosi in una oligarchia cominciò ad arrogarsi il diritto di far leggi, e minacciare la testa de’ ricchi perchè erano tali. Le private fortune le intendeva disponibili a suo piacimento. I due milioni divennero dodici, e si volle che trentaquattro famiglie scelte dalla Municipalità dovessero dare le loro firme obbligandosi per dodici milioni, quasichè un simile atto estorto violentemente potesse mai essere valido e obbligatorio, e che su di una tal base si dovessero trovare così incauti i Genovesi per fidare dodici milioni, senza dipendenza espressa dalla superiorità francese; e probabilmente colla verbale intelligenza e approvazione del maligno Saliceti ed alcuni de’ capi del maneggio si voleva una sì grandiosa somma affine di creare una milizia nazionale soldata in otto battaglioni, da prima nominando alla testa di ciascun battaglione persone della Società Popolare o aderenti alle massime proclamate; e così il piccolo ceto de’ giacobini inviso alla pluralità del Popolo colla forza armata intendeva di sostenere l’usurpata dominazione, e quindi colla violenza tiranneggiare la Patria, vantando di volerla erigere in Repubblica popolare.

I trentaquattro condannati vennero avvisati del giorno ed ora di comparire avanti un Comitato della Municipalità; uno alla volta era introdotto; gli si faceva una rapida lettura della obbligazione che dovevano assumersi; non si permetteva che avessero copia della scrittura, e si trattavano da certo Lattuada prevosto di Varese con dare a ciascuno il voi di superiorità, e seriamente ammonendoli a prestarsi. Questo Lattuada era uno de’ più odiosi al Paese, la sua meschina figura è quella d’un piccolo preticiuolo d’un aspetto piuttosto ridicolo, mal vestito, e che pazzamente si muove; quando parla, lo fa male, e sempre col tuono di catechismo. Egli era in abominazione alla sua Parrocchia di Varese, e prima si era fatto detestare a Corbetta, d’onde perciò l’aveano tratto, era stato cattivo avvocato, e curiale dell’Arcivescovo, e alunno dell’Economato, ma nel fondo era uomo da nulla, senza principj, e smanioso di far parlare di sè. Egli era uno degli antesignani della Società Popolare, ossia giacobinica, nella quale si distingueva con Porro, Visconti, Pelegata, Sommariva, tutti posti nella Municipalità, e tutti lontanissimi nel fondo di amare il governo popolare, ma sotto quella divisa avidissimi di ottenere il comando assoluto del Paese, e rendersene veri padroni. Ma l’imperizia era pari all’audacia.

Era incamminata a passi giganteschi l’oligarchia, e per farsi un valido punto d’appoggio imaginò e ottenne da Saliceti di spedire al Direttorio tre deputati per sostenerne le mosse. Si scelsero il Duca Serbelloni, avvocato Fedele Sopransi, ed il ragionato Nicoli. Il primo, uomo assolutamente nullo; il secondo, uomo che aveva qualche letteratura, ma di nessun credito per avere ruinata la sua fortuna; l’ultimo, uomo di somma presunzione, di carattere occulto, e di nessuna scienza. Nessuno dei tre aveva nè principj della scienza sociale, nè maniere che prevenissero in loro favore. Alla inconsideratezza della scelta si aggiunse, che prima che partissero, non si ebbe alcuna precauzione per assicurarsi i mezzi cauti per tenere la corrispondenza, non si munirono d’una cifra per comunicarsi le cose riservate, nè si diedero loro istruzioni. Ebbero trentotto mila lire dalla cassa civica per le loro spese. Serbelloni nell’atto di partire fece una breve allocuzione al popolo affollato nel Palazzo Civico d’onde s’incamminarono, e disse: Cittadini, o io lascerò le mie ossa a Parigi, o vi porterò la libertà. Egli sei settimane dopo ritornò accompagnando Madama Buonaparte. Poi comparve improvvisamente Nicoli, avendo lasciato il solo collega Sopransi a Parigi. Tale era l’accorgimento, col quale i Rettori dell’Oligarchia dirigevano le loro mosse!

Saliceti e Buonaparte furono costretti a partire da Milano per sedare de’ movimenti popolari ne’ feudi del Genovesato, dove consegnarono alle fiamme la terra d’Arquata. Appena partiti questi, che tutti gl’infelici a cui s’era fatta sottoscrivere la carta, e quanti fremevano per la nascente tirannia della Municipalità, trovarono modo di animare il generale d’Espinoy Comandante della Lombardia contro l’usurpazione, che quelli oligarchi avevano fatta di pubblicare leggi, d’imporre tasse, di arrogarsi de’ diritti sovrani senza dipendenza di lui, che era pure il Comandante della Lombardia. La cosa fu posta sott’occhio al Commissario del potere esecutivo Pinsot, poco prima venuto da Parigi per sopraintendere alla scossa de’ venti milioni tornesi, e sì l’uno, che l’altro animati contro tale abuso nel giorno medesimo in cui la Municipalità venne decorata del nastro tricolorato a bandogliera. La giornata famosa fu il 13 di Giugno, e tanto più riuscì degna di memoria, quanto come dissi quello fu il primo giorno, in cui i Municipalisti sfoderarono la fascia tricolorata dalla spalla destra al fianco sinistro. Entrò d’Espinoy nella sala, ed ivi disse «che non era più sopportabile l’arroganza della Municipalità. Voi siete una Provincia conquistata dalle nostre armi, voi osate far leggi indipendentemente da me, che rappresento la Repubblica. La Francia non ha a che fare con voi. Siete tutti arrestati soltanto ch’io lo dica. Pretendete erigervi in Repubblicani, e non sapere prestare obbedienza alle leggi. Chi siete voi? Meri agenti scelti da noi, un’amministrazione puramente passiva». Se tutto ciò l’avesse pronunziato colla pacata dignità, che conviene a chi si vuole mostrar degno della sua carica, la cosa andava a dovere; ma l’impeto furioso e da ubbriaco, gli urli, lo schiamazzo resero l’allocuzione indegna della maestà della Repubblica. I Municipalisti, che più avevano promossi i passi azzardosi, e che vantavano energia e civismo non ebbero voce o gesto, che in atto d’impetrare misericordia e perdono. Il cortile del palazzo civico era pieno di popolo, che ascoltava l’obbrobrio della Municipalità, e stava per applaudirvi col battimento delle mani. Dopo questa strapazzata la Municipalità venne avvisata di recarsi dal nuovo Commissario Pinsot, che alloggiava in casa Greppi, e vi s’incamminò. Pinsot di figura piccola erasi collocato a sedere col cappello ornato di piume tricolorate sulla testa. Entrò la Municipalità, e stette immobile Pinsot col cappello, come dissi, e fece una ripetizione di simile allocuzione, ripetendoci bene, che a noi non era lecito di parlare nemmeno di Repubblica, sinchè non ne fossimo autorizzati dall’assenso del Popolo, e che si doveva prima chiederlo agli abitatori d’ogni campagna; che la Municipalità non era, che un corpo d’agenti meramente passivi, che aveva meritato d’esser posta in consegna militare. D’Espinoy era presente, e sedeva vicino al Commissario, e la Municipalità formava un mezzo circolo colla sua bandogliera, e venne congedata con un potente andatevene senza cavare il cappello.

La lezione fu forte e umiliante, e la scena della Municipalità cambiossi col porre almeno per alcuni giorni qualche cautela. Si rese più solenne il vitupero della Municipalità col proclama, che il Gen. d’Espinoy fece affiggere il giorno quattordici di Giugno, il più umiliante per la Municipalità, in cui si dichiarano nulli e di nessun valore gli antecedenti atti della Municipalità medesima. Pareva dopo di ciò che i fanatici dovessero cavarne delle conseguenze salutari per uno stabile ravvedimento, e che non dovessero lasciarsi più adescare dai consigli di Saliceti, che li comprometteva per fare i suoi tentativi, ma la smania di comandare ripullulò ben tosto come vedremo, e sempre a tale smania comparve compagna indivisibile l’imperizia e l’inconseguenza. Spedirono a Tortona i capi oligarchi cautamente un loro fidato per informar Saliceti dell’accaduto, e Saliceti, al quale Pinsot e D’Espinoy avevano fatto l’affronto di così maltrattare la Municipalità sua creatura, ricomparve in Milano dopo quattro giorni e prese alloggio in corte, non più nella casa Greppi, e la Municipalità venne invitata a venire da lui la mattina del 19 Giugno. Venne accolta con amicizia, ed eravi anche il nuovo Commissario Garot collega di Saliceti ch’egli ci fece conoscere. Volle che si facesse un racconto sincero di quello era accaduto con D’Espinoy e Pinsot. Porro lo fece con moderazione, al che disse Saliceti: «Voi avevate torto d’aver operato indipendentemente, ma voi avete operato da buoni ufficiali fedeli ai vostri principj. D’Espinoy ha torto di aver data una pubblicità all’affare che vi pregiudica nella opinione pubblica, di cui avete bisogno. Perciò vi si è dato un nuovo Comandante buon patriota e buon repubblicano. Voi possedete la nostra confidenza, i vostri principj sono i nostri». Terminò col promettere alla Municipalità, che non sarebbe mai stata abbandonata ai nemici della causa pubblica, nè lasciata in preda alla vendetta, nè agli Austriaci, nè agli Aristocratici, nè di coloro che satolli di ricchezze combattono per conservarle. «Se vi sono intriganti, ve ne libereremo». D’Espinoy era diffatti partito, ed era entrato in suo luogo il Gen. Devin. Pareva che colla rimozione di d’Espinoy fosse data una riparazione pubblica; ma poco tempo durò l’illusione, perchè D’Espinoy era partito per essere promosso a un grado superiore, e dal quartier generale tornossene a Milano a riassumere il comando di prima.

Pinsot, come dissi, era egli pure Commissario del potere esecutivo particolarmente incaricato per avere la contribuzione militare di 20 milioni tornesi. La condotta di questo Commissario e la sua imperizia meritano di avere luogo distinto nelle memorie di quest’epoca. Già del violento partito di rovinare trentaquattro famiglie, dalle quali s’era carpita la sottoscrizione, non se ne parlava più. Pinsot per incamminare un metodo di riparto cominciò a comandare alla Municipalità con sua lettera del 9 Giugno, che nel termine di quattro giorni precisi se gli dovesse presentare la lista del quarto de’ Cittadini agiati di ciascuna Comunità a fine di ripartire sopra di essi la contribuzione. In una Provincia come il Milanese, in cui tutta la ricchezza proviene dall’agricoltura, in cui colla spesa di molti milioni e col travaglio costante in questo secolo si è fatta la misura, la stima, l’intestazione del valore d’ogni pezzo di terreno con principj costanti e universali, onde se ne formò un catastro e una legislazione censuaria, che è un modello unico nell’Europa, e che rende immortale il nome di Pompeo Neri, che condusse a termine questa grand’opera; in una provincia nella quale si ripartono i tributi su di una tal base, Pinsot propone un nuovo metodo di riparto, quale si farebbe su di un’isola scoperta nel mar Pacifico, ove l’economia pubblica fosse ignorata! Pinsot vuole che in quattro giorni precisi se gli consegni lo spoglio di mille e quattrocento comunità! Vuole collocare il tributo sul quarto de’ cittadini agiati (sono le sue parole: le quart des citoyen aises), dunque tre quarti de’ cittadini non contribuiranno? Quanti assurdi! Quale ignoranza! Si spiega Pinsot, e dice, che noi non sappiamo intenderlo: il quarto de’ cittadini agiati vuol dire il quarto degli abitanti d’ogni Comunità, i quali sono cittadini agiati. Il quarto della popolazione lavora la terra, e nell’altro quinto che non lavora la terra, vi sono artigiani, giornalieri, domestici ecc., e vuole il quarto della popolazione per imporre su di esso tutto il tributo, supponendolo di cittadini agiati? Pare, che un uomo tanto ignorante non valesse la spesa di spedirlo da Parigi, che anche da noi ne abbiamo. La Municipalità rescrisse a questo Pinsot che non le era possibile in quattro giorni di formare la nomenclatura del quarto degli abitanti del Paese, e Pinsot ordinò, che la Municipalità e la Congregazione dello Stato deputassero quattro soggetti, che venissero da lui per concertare con essi il modo da fare il riparto dei venti milioni. La Municipalità nominò un medico, un criminalista, un negoziante e un agente, uomini che in vita loro non pensarono mai alla scienza del tributo. Costoro adottarono gli errori di Pinsot, il quale rifiutava il catastro perchè non comprendonsi in esso i segreti delle famiglie, i crediti e i debiti, e preferì di fare a precipizio di pochi giorni un ideale nuovo catastro fondato sulla opinione comune (la commune renomèe et la fortune supposèe), e su di questa base collocare la ripartizione del tributo. In sei o sette giorni il medico, il criminalista, il negoziante e l’agente fecero la nomenclatura de’ cittadini milanesi, ed apposero l’ideato patrimonio di ciascuno. I nomi di costoro meritano memoria. Il dottor Medico Crespi, l’avvocato criminale Pioltini, il negoziante Bignami, l’agente de’ beni vacanti Reale. Pinsot pubblicò il suo editto il 20 Giugno, in cui dipartendosi dal catastro assume la fama pubblica come fondamento meno soggetto ad abusi. S’intimarono in seguito a ciascun tassato le somme. Taluno era condannato a pagare quello che appena in più anni gli fruttano gli suoi beni. Tal’altro era leggermente tassato. L’editto fissava un breve termine di trenta giorni, e la prima rata dopo dieci. Molti erano nella reale impossibilità di trovare la somma, era minacciata l’esecuzione militare; la desolazione era universale, e l’unico conforto era il considerare, che ogni impotente avea moltissimi nel suo caso, onde la minacciata esecuzione non poteva devastare tutta una Provincia. Pinsot udì i clamori universali, onde il dì 24 Giugno, cioè quattro giorni dopo l’imposta tassa pubblicò un secondo editto, in cui erige una Deputazione per esaminare i ricorsi contro la tassa, sempre però a condizione, che si pagasse il primo termine, e che i ricorsi non si ammettessero se non dopo il pagamento della terza parte, e dichiarò che nelle altre due rate si sarebbe ricevuto in pagamento quanto s’era dato per le requisizioni. Un terzo proclama pubblicò Pinsot in data del giorno 8 luglio, e dichiarò che i reclami si potessero presentare anche prima del pagamento della terza parte, e che si sarebbero prese alle casse le somme che si portassero a conto. Poi dichiarò che nella contribuzione de’ 20 milioni tornesi non si sarebbero scomputati i cavalli requisiti, perchè questa requisizione era caduta sopra i ricchi e dichiarò che questa requisizione non avrebbe fatto parte de’ 20 milioni tornesi. A questo aggiunse che la stima di que’ cavalli era stata fatta secondo il lusso, più che ad utilità della Repubblica. Con tale editto vide il Pubblico una solenne mancanza alla promessa fatta nell’editto imponente i venti milioni il 30 Fiorile, ossia il 19 maggio, ove Buonaparte e Saliceti avevano dichiarato, che le requisizioni non sarebbero un sopracarico di contribuzione, ma si sconterebbero nei venti milioni, e intesero tutti gli uomini una teoria affatto nuova, cioè, che gli oggetti di lusso, e presi agli uomini ricchi non sono da pagarsi; e nuovo poi riuscì, che in una città grande, dove i cavalli sono il solo mezzo per trasportare i vecchj da un luogo all’altro, suppongono ricchi i loro possessori. Un legislatore come Pinsot non può trattarsi seriamente, se non quando un paese ha la disgrazia di trovarsi nelle sue mani.

Pinsot andava brancolando incerto d’ogni passo per la via delle chimere. Il quarto suo proclama comparve il 16 luglio, e ritrattò quanto aveva stabilito nell’antecedente rispetto al permettere i reclami de’ tassati anche prima del pagamento d’un terzo della tassa a ciascuno imposta, e limitò la facoltà di ricorrere anche prima del pagamento a que’ soli che non erano tassati più di lire mille; ritrattò la permissione di pagare a conto, e così mostrossi legislatore affatto inetto e per le instabilità sue, e per la nullità de’ principj, e per quest’ultima risoluzione, che riparava le piccole ruine, e non permetteva di porre dilazione alle più enormi. Poi dopo questi quattro proclami, che tenevano in angustia tutta la popolazione tassata e tassabile, Pinsot non sapendo più dove rivolgersi, parlò al Municipalista Ciani, invitando la Municipalità a proporgli qualche altro metodo che si credesse il più opportuno per incassare i venti milioni tornesi. Si radunarono alcuni eletti per concertare colla Congregazione dello Stato altro metodo. Era cosa veramente compassionevole il vedere otto individui radunati per immaginare un progetto senza che alcuno avesse nozione del censo e pratica sulla teoria del tributo. A due, a tre per volta parlavano senza intendersi, e senza aver timore d’ingannarsi: niente è più ardito d’un ignorante. Un uomo fermo d’animo non v’era in quel congresso, si dubitava se i cinque milioni, valor de’ generi somministrati, dovessero computarsi a sconto de’ venti milioni tornesi; si dubitava se fosse permesso di far uso degli argenti delle chiese, i conti di quanto fosse stato pagato sino a quel giorno erano incerti, tanto coloro erano sproporzionati all’oggetto nuovo, che intendevano di maneggiare. Bene o male compilarono un pasticcio il quale non venne addottato, perchè i compilatori non credettero di rendersi mallevadori, che fosse per incassarsi la intera somma. Frattanto nuovi proclami andavano comparendo, gli uni concedendo alcuni giorni di dilazione, altri portando la minaccia di arresto, e di esecuzioni militari; e Pinsot venne richiamato a Parigi. In un foglio periodico che si stampava a Milano, v’è il racconto, che Pinsot a Tortona abbia aperte delle casse provvenienti da Bologna contenenti effetti preziosi di quel Monte di Pietà, e che siensi trovate mancanti. Della verità del furto non si può farne un giudizio fondato; ma quello che si può dire di questo Pinsot si è, ch’egli non è degno di rappresentare una grande nazione, e non ha talento alcuno per regolare le finanze. La burattinata indecente e ridicola del cappello piumato sul capo, e la serie de’ fatti che ho raccontati provano la proposizione.

Ho detto, che s’erano somministrati per il valore di cinque milioni di roba alla requisizione dell’armata, e aggiungo che questi cinque milioni appartenevano alla sola Città di Milano e suo Ducato, e dirò come questo si facesse. Sinchè si trovò del valsente nella Cassa Civica, si pagò ai mercanti la roba requisita, poi vuotate le casse sotto la nuova Municipalità venivano come fiocchi di neve le lettere requisitoriali. «Termine dodici ore, termine ventiquattr’ore somministrarete al magazzino militare tanto panno bleu, tanto panno bianco. Termine dodici ore, termine ventiquattro ore somministrarete al magazzeno militare quarantacinque mila braccia di tela, cappelli, stivali, morsi, briglie, sciabole, fieno, biada, bovi, frumento, vino, lardo, letti, lenzuoli, botti, pipe, coperte di lana ecc.», e così senza mezzi di pagarli la Municipalità non aveva difficoltà di apprendere la roba dove si trovava, chiamare artigiani d’ogni sorta e giornalieri al travaglio senza pagarli. Quindi si trovò poi attorniata di cittadini che riclamavano le somme, che loro erano dovute senza aver mezzi per mantener loro la fede, e più d’una volta attruppandosi i delusi giornalieri per modo, che a stento si potè col mezzo della Guardia civica ottenere che si dividessero, e l’agiato Municipalista Ciani non fu sicuro in sua casa, dove fu costretto sborsare mille lire di sua borsa per congedare i poveri condottieri che riclamavano la loro convenuta mercede per avere scortati i cavalieri a Nizza. Tali odiosità incautamente si addossarono i fatuati Municipalisti rendendosi lo strumento di un saccheggio lento e prolungato sulla loro Patria, e rappresentando poi una Comunità screditata e fallita, cagione della miseria di tanti possessori di mercanzie resi impotenti a conservare il loro credito verso de’ corrispondenti. La somma del debito ascese a quattro milioni. Nel mentre che piovevano le requisizioni, l’agenzia militare andava vuotando le casse pubbliche ogni decade, nè permetteva che si disponesse del denaro senza previa sua approvazione. Per lo più l’agenzia col non dare risposta si traeva d’imbarazzo. Che far doveva la debolissima Municipalità? Non fare requisizione alcuna senza il denaro, esporre francamente, esimendosi d’essere strumento di violare le proprietà de’ proprj Cittadini (ma a molti de’ Municipalisti piacevano queste violenze, perchè sapevano pescare nel torbido). Il militare non avrebbe voluto disonorarsi col derubare, e quindi la Municipalità sarebbe stata benemerita della Città, e si sarebbe risparmiata la taccia di balossi ai di lei componenti. Che per lo contrario operando la pose in desolazione. Per viltà d’animo, per vanità di comandare, per la triste ambizione di rendersi terribili non si ricusò la rapina, l’ingiustizia. Tali erano i fondatori della Repubblica Lombarda! L’indiscrezione poi delle requisizioni si estese assai oltre i bisogni dell’armata, sino alle carrozze di lusso; e quindi se vedevasi per la città qualche bella ed elegante carrozza, in essa non più vedevasi donna o cittadino milanese, ma ufficiali dell’armata, i quali anche dopo la resa del Castello vollero continuare a starsene alloggiati nella città, occupando gli appartamenti migliori delle case. Bensì convien dire per la verità, che i loro modi erano assai più urbani di quello che si solevano osservare negli austriaci.

Ritornando alla tassa militare de’ 20 milioni tornesi, ossia 25 milioni nostri, ella s’incassò realmente per effetto della tassa imposta sulla fortuna presunta, perchè la paura e la costernazione era somma ne’ tassati. Tutti gli argenti si squalliarono, le gioje vennero portate a Genova, si fecero sforzi, e per Milano e Ducato s’incassarono in moneta e metalli fusi più di dodici milioni, e cinque milioni essendosi da Milano e Ducato somministrati in roba e generi, s’era largamente saldato quanto era dovuto, cioè il contingente nostro di 16 milioni, e se ne erano pagati 17, dei quali cinque la città rimaneva debitrice de’ quattro milioni verso i requisiti, come ho detto, e così si potè saldare il debito co’ Francesi, quantunque de’ tassati col principio di Pinsot pochissimi avessero interamente pagato il loro contingente o per fisica impossibilità, o perchè alcuni pochi vedendo chiaramente l’erroneità della norma presa, e l’impossibilità della piena esecuzione ebbero l’animo fermo, e non si lasciarono atterrire da minacce ch’erano ineseguibili, attesa la moltitudine de’ debitori. Trattandosi d’un governo militare che significa dispotico, il timore è il movente; e trattandosi di operazioni, nelle quali il vincitore è indifferente sulle conseguenze, la via più breve è il timore: ma nell’ottenere il pagamento, e nel trarre dal paese soggiogato quanto più si poteva, e quanto più presto si poteva, la opinione del popolo ben lungi dal guadagnarsi si mutò e la stessa parola di libertà divenne odiosa, perchè chi intendeva di recarcela, altro non ci portava che oppressione, spavento e depauperazione violenta, spogliando i sudditi delle loro proprietà. Nè i cittadini potevano uscire dalle porte della città per andare alle loro case e a loro poderi di campagna, se non muniti di un passaporto. Nè i discorsi erano senza sospetto, perchè la Municipalità avevasi formato un comitato di sicurezza, a cui presiedeva il Comandante di Piazza, e si pagavano spie, si accoglievano delazioni, la fede delle lettere alla posta si violava, arbitrariamente si ponevano nell’arresto di S.ta Margherita i cittadini che si credevano pericolosi al nuovo genere di oligarchia. I fogli pubblici sfacciatamente insultavano le persone oneste e venerate nella opinione pubblica, e tale era in effetto la libertà, che con tal nome si copriva l’oppressione, e la schiavitù la più misera. Quindi a ragione odiosissima era al popolo la fazione oligarchica, e si osservava la più sfacciata contraddizione, che si volesse fondare una Repubblica democratica col manifesto dissenso del popolo sedotto, come dicevan essi, dai preti e dai nobili.

Quanto calunniosa fosse l’accusa che si dava ai preti d’essere da noi gli oppositori e gli agenti contrarj alla novità, si conobbe coi fatti del vescovo di Como Rovelli, e dell’arcivescovo di Milano Visconti. La plebe di Como cominciava a tumultuare per la miseria. Quel vescovo, quantunque niente ricco, adoperò tutte le parole per ridurre a tranquillità il popolo, indi ebbe la generosità di sagrificare cinquantamila lire, e farle ripartire sopra i poveri, e così ricondusse la calma. L’Arcivescovo di Milano richiesto da Buonaparte di recarsi a Pavia, che già era in manifesta insurrezione, e aveva già disarmata la guarnigione francese e il Comandante, non ricusò di recarvisi per portarvi parole di pace e di sommissione, non cambiò strada sebbene nel cammino gli fossero fischiate intorno le palle di fucile. Entrò nella città, e vi fu assai male accolto, dicendogli que’ popolari, che avrebbe fatto meglio il comparirvi con trenta mila armati, che si unissero ad essi, anzicchè venir loro a predicar delle viltà. Egli vide questi atti minacciosi con legni e ferri alzati sopra il suo capo. Venne spinto avanti dal cannone francese, e di cinque ch’erano compreso l’Arcivescovo, quattro se ne ritornarono vivi, e l’arciprete Rosales rimase in Pavia ucciso dalle schioppettate. Nei processi che si fecero poi, non risultò altro ecclesiastico reo di que’ fatti, che il parroco di S. Pron villaggio del Pavese. Malgrado questi fatti luminosi, i nuovi fogli periodici che si stampavano in Milano non mancavano di pubblicare grossolane invettive contro l’Arcivescovo, derisioni le più insulse e indecenti contro di lui, e contro i Vescovi di Piacenza e Parma, e contro i santi Domenico, Francesco, Bernardo, Ignazio ecc. e contro le Madonne miracolose, come nulla rimase intatto alla cinica impudenza di que’ volgarissimi follicularj per rendere esecrabili le persone bennate e ben educate. Nessuno volle discendere nell’arena a combattere contro quel Momo, e il senso che fecero que’ fogli nei lettori, altro non fu che ribrezzo, al segno che molti ricusarono di leggerli, e infatti erano una vera cloaca di calunnie, di villanie, d’indecenze contro la Religione non solo, ma contro la probità, e vomitate senza grazia e senz’altro merito che una grossolana audacia. Da questa sincera esposizione de’ fatti è facile il comprendere quali dovessero essere diventati i sentimenti universali del Popolo rispetto alla fazione oligarchica, che in tal guisa l’opprimeva, parlandogli sempre di libertà.

Merita di non dimenticarsi quanto accadde rispetto al castello. Quando entrarono i Francesi in Milano, essi non erano forse la metà del numero degli Austriaci collocati nel castello. Molti Francesi non avevano nè fucili, nè sciabole, la loro artiglieria consisteva in un mortajo e un aubitz, che posero in parata avanti la porta della corte quando andò ad alloggiarvi Buonaparte. Se gli Austriaci entravano a fare una visita ai nuovi ospiti della città, probabilmente ne facevano assai malgoverno. I Francesi nulla si presero pensiero degli Austriaci del Castello, o fosse ciò effetto di secreta intelligenza col Colonello l’Ami Comandante della Fortezza (come fu sempre supposto), ovvero fosse, che i Francesi ormai sicuri della loro fortuna e dello sbigottimento de’ loro nemici non credessero possibile dalla lor parte un attacco. Quei che dubitarono della fede del Comandante l’Ami, appoggiavano il loro sospetto sull’essere egli francese e fratello di uno che nelle Fiandre avea tradito l’Imperatore in favor de’ Francesi. Qualunque sia il fatto, sicuramente l’aver affidato il comando del Castello a un tal uomo in questa occasione dovrà sempre comparire come uno de’ passi incauti della Casa d’Austria. Adunque non si posero le baricate alle strade che conducevano al Castello, non vi fu vigilanza alcuna ne’ Francesi, nè precauzioni, e gli Austriaci non tentarono mai verun passo, che nemmeno dasse inquietudine. Così rimasero per alcune settimane, sintanto che cominciò a venire l’artiglieria che i Francesi presero dal Castello di Tortona. Le palle largheggiavano nel cannone, e fabbricarono de’ bussolotti, entro i quali collocarsi le palle, sì che il colpo andasse in qualche modo secondo la mira. S’incominciò a fare dei movimenti di terra, quasi scavando la prima parallela della piazza; l’artiglieria tentava d’impedire questo lavoro, sebbene si facesse di notte e con poca attività. Si sparse voce che le case della città se non erano ben solide avrebbero corso rischio di essere rovinate pel rumore dell’artiglieria. Questa ridicolagine esagerata fu presa seriamente da’ nostri cittadini, e si videro puntellate le case di molti anche in luoghi più rimoti dal Castello.

Si credeva volgarmente che dovessero a sessanta per volta scoppiare que’ cannoni majuscoli, che prima s’erano posti dai Francesi in mostra sopra i bastioni della città, e senz’altra informazione o esame anche ciò si credeva. A questa opinione spaventatrice e funesta cominciarono a succedere dei fatti, cioè le batterie francesi a Porta Tenaglia erano mal dirette, e quindi bombe e palle cadevano sopra della Porta Vercellina, e il Borgo delle Grazie. Il Comandante d’Espinoy pubblicò un avviso coll’apparenza di animare il popolo, ma in realtà abbattendo sempre più gli animi. «Non è in mio potere, dice egli, o cittadini di allontanare da voi i malori inseparabili della guerra. Gli interessi della Repubblica francese da una parte, e dall’altra la cieca ostinazione dell’Austria hanno fatto in questo momento di questa Comunità una vera piazza d’armi. Tocca ai suoi abitanti il sopportare con rassegnazione e coraggio tutto il peso degli avvenimenti ecc.». Tutto in somma tendeva ad abbattere gli animi, a rendere sbigottiti i cittadini, ed io credo che a ciò fare, fossero indotti i Francesi consapevoli dell’audacia propria, e dello scarso loro numero esteso su di una assai vasta pianura, e per la memoria di Binasco e Pavia; onde conveniva tener gli animi più che si poteva depressi. Nei tre giorni 26, 27 e 28 giugno le cannonate e le bombe si animarono dall’una all’altra parte, non s’era nemmeno fatta la seconda parallela, e con universale sorpresa la mattina del giorno 29 giugno s’arrese la guarnigione abbassando le armi, e costituendosi prigionieri di guerra. Le muraglie del Castello erano illese, munizioni da bocca e di guerra v’erano abbondantemente; gli ufficiali non ebbero parte in tal fatto; il Maggiore Bianchi d’Adda si disse che abbia avuto parte in questo fatto, e furono sorpresi quando svegliandogli si diede loro l’ordine di marciare. Così accadde.

Poichè il Castello fu nelle mani de’ Francesi si pose mano a riparare i danni cagionati dalle bombe, e a rendere le fortificazioni più atte alla difesa, e ciò a spesa dello Stato, e poco dopo si vide cosa che pareva contraddire alle intraprese riparazioni. Per insinuazione di Buonaparte si fece girare per la città una petizione diretta a lui stesso, perchè venisse demolito il Castello. Buonaparte bramava una dozzina di migliaja di firme, ma pochi vollero porvi il loro nome, o ciò accadesse per una diffidenza che il popolo aveva verso di ogni cosa che provenisse dalla Municipalità, ovvero perchè ragionando i Cittadini pensassero, che se Milano si costituiva Repubblica con agio e poco dispendio si sarebbe smantellata quella fortezza, che se per lo contrario ritornava al dominio austriaco, avrebbe dovuto a proprie spese rifarla la città. Io credo, che non ci fosse veruna intenzione di esaudire una tal petizione, ma che il gran numero de’ sottoscritti dovesse servire per far credere a Parigi la pluralità degli abitanti determinati a non volere più ubbidire alla Casa d’Austria. Per qual oggetto poi insistessero costantemente Buonaparte, e Saliceti, e i loro satelliti municipalisti nel far credere alla Francia una cosa oppostissima alla verità, non è facile il comprenderlo. Tanto è vero poichè non si pensava a demolire il castello, che incautamente uscì di bocca la proposizione, che quella Fortezza doveva assicurare ai nostri oligarchi l’obbedienza del popolo: mezzo sicuramente non conducente a stabilire una repubblica popolare. Questa Repubblica fu una illusione, colla quale cercavano i capi di sedurre il popolo; ma il buon senso del popolo credeva più ai fatti oppressivi e tirannici che esercitava l’insana Municipalità, che non alle lontane speranze della libertà. La violenza, la nessuna politica non lasciavano luogo a fidarsi d’uomini di nessun credito, e non conosciuti in prima, che pel libertinaggio e per la faragine de’ loro debiti non pagati. Questo stato disperato di loro fortuna fu quello che cangiò la unione di questa fazione. I Francesi la blandirono come istromenti per ottenere dalla Provincia quanto volevano senza mischiare la loro gloria, ed essi, ch’erano tutt’altro che repubblicani, dopo il primo passo si videro impegnati a sottrarsi dalla Casa d’Austria, il di cui dominio sin da principio avevano qualificato tirannico, e per ciò da una parte erano impegnatissimi a conservarsi il favore de’ comandanti francesi a costo della rovina della Patria, e dall’altra non lasciavano intentato mezzo alcuno per eccitare un partito ed animare la plebe al tumulto, al saccheggio contro de’ facoltosi, persuasi, che dopo d’avere indotti molti al delitto, sarebbero stati costretti per loro propria salvezza a prendere le armi, e combattere le forze austriache. Idea pazza non meno che atroce, essendo le forze fisiche e le qualità morali del Milanese inadeguate a tale idea, ed essendo gli oligarchi affatto sprovveduti d’animo e di lumi per condurre una simile impresa. Gli antesignani che guidavano la fazione erano Salvadori, Barel, Porro, Visconti, Sommariva, Bazzoni, Lattuada, Pelegati. Questi che erano veramente gli antesignani avevano dei deboli seguaci, che ubbidivano alla loro direzione. Alcuni pochi s’erano posti nella Municipalità uomini onesti ad oggetto di dare qualche apparenza di probità a quell’unione screditatissima. Fra questi l’abate Parini vi si trovò collocato quasi a tradimento; il pubblico conosce in lui il poeta, chi se gli accosta conosce l’uomo decisamente virtuoso e fermo, e perciò il partito dominante poco dopo lo fece congedare, il che non è accaduto a me forse per considerazione della mia età e delle cariche da me esercitate, e forse anco perchè nel modo d’oppormi alle ingiustizie io fui più riguardato, tacendo sulle minori e inevitabili, e limitandomi senza urto a mostrare le cattive conseguenze delle altre, giacchè l’autorità d’un uomo di buona fama era di nessun peso, la forza delle ragioni era nulla per gente che aveva già preso un partito, e non v’era da poter agire sopra di essi, che interessandoli colle conseguenze nocive, che potevano tirarsi addosso: per tutto ciò non mi scacciarono. Essi però mi aprivano le lettere alla Posta, essi m’imposero la tassa di £ 32.500, e mi guardavano come un aristocratico, che significava come in Roma eretico. Alcuni altri uomini non malvagi vi erano, perchè nel comporre quel ceto si volle avere qualche riguardo alla opinione, ma questi, deboli e incapaci di valida opposizione, corrispondevano colla pazienza alla petulanza de’ capi, e quindi poco bene facevano, perchè non osavano opporsi al male. L’uomo posto nelle cariche pubbliche non può meritarsi il titolo di uomo virtuoso, se non è dotato di coraggio, e se, posto fra l’iniquità e i pericoli, non scelga decisamente il pericolo: la probità passiva è una mezza probità.

Oltre il popolare dissenso che ebbe la Municipalità col non aver potuto ottenere che pochissime firme per la distruzione del Castello, un altro non meno solenne dissenso lo ebbe contemporaneamente per l’organizzazione d’una Guardia Nazionale. Il progetto già tentato altra volta s’era posto da parte dopo la umiliazione data da d’Espinoy; ma entrava nel piano dell’oligarchia il fiancheggiarsi colla forza armata e dipendente da essa, ma vi camminarono senza arte. Con un proclama si pubblicò la erezione di una Guardia Nazionale divisa in otto battaglioni. Si nominarono i capi di ciascun battaglione, ed erano tutti della fazione e invisi. Si voleva che ciascuno prestasse giuramento. Il servigio nemmeno era limitato entro le mura della città. Si comandava che ciascun cittadino si recasse a dare il nome per questo nuovo servigio, e quasi nessuno comparve. La Municipalità modificò il proclama dichiarando che i soli ufficiali avrebbero dato il giuramento, che non sarebbero mai le guardie comandate fuori della città, e stabilendo nuovo termine per ascriversi. E nessuno comparve. Allora si prese il partito di atterrire il popolo con un proclama del Comandante della Piazza, in cui ordinava che in caso d’alarme tutta l’Infanteria si sarebbe schierata sulla Piazza del Duomo, la cavalleria sulla piazza della corte, e che l’artiglieria del parco al Lazzaretto sarebbesi appuntata contro la città. A questa atroce disposizione partirono dalla città coloro che avevano un rifugio altrove, gli altri dal timore costernati si fecero ascrivere. Qual utile servigio potessero i Municipalisti promettersi, armando i cittadini così maltrattati, non saprei dirlo. So, che poi la cosa non ebbe effetto, perchè mancavano tutti i mezzi, cioè denari, armi, e buona volontà. Dovettero gli Ufficiali della Milizia Urbana essere ben malcontenti a ragione dopo quattro mesi di assiduo e disinteressato servigio felicemente riuscito, conservando l’ordine nella città, vedersi dimenticati e anteposti per capi de’ nuovi battaglioni degli estranei senza alcun conosciuto merito o pratica militare, unicamente scelti per favore del nuovo partito.

L’errore degli aspiranti all’oligarchia fu d’operar da principio come se fosse già sicura la loro dominazione, e il deliberare in mezzo ai fumi di vino e acquavite, che allora era divenuta assai di moda per la scuola del Dottore Browne, e nelle sessioni della notte, che erano le più importanti, talvolta si vedeva il Presidente con voce rauca, occhi lucenti, e cappello posto sull’occipite declamare per la nascente Repubblica, e taluno steso sopra quattro seggiole russare liberamente in mezzo alle mozioni repubblicane. Tale era la decenza di quelle adunanze, dove ogni distinzione si detestava come aristocrazia, fosse anco la distinzione dell’età, delle cognizioni, e della probità cimentata. E l’uomo rispettabile doveva sopportare i gesti villani d’un vizioso da nulla, che se gli appoggiava famigliarmente sulla spalla col gomito, dava il voi e contradiceva senza verecondia alle cose che ignorava. In questo stato ivi si trovavano i pochi uomini bene educati.