Primi elementi per somministrare al popolo delle nozioni tendenti alla pubblica felicità

Pietro Verri
PRIMI ELEMENTI PER SOMMINISTRARE AL POPOLO DELLE NOZIONI TENDENTI ALLA PUBBLICA FELICITÀ (1791-1792)

Testo critico stabilito da Carlo Capra (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, VI, 2010)

Un Italiano ridusse a sistema l’arte di opprimere gli uomini sotto un governo arbitrario; io tento di ridurre a sistema l’arte più nobile d’innalzare gli uomini a conoscere la dignità loro. L’Italia geme nel­l’inerzia sotto il peso della falsa politica e della superstizione: ella è l’oggetto del disprezzo dell’Europa. I nostri castrati, i pittori, scultori, architetti, gli armoniosi e leziosi nostri rimatori formano il trastullo degli schiavi servendo alla pompa degli oppressori. Tristi noi che corriamo dietro l’illusione degli artisti, e ci allontaniamo sviati dalle ricerche utili e virili! Questo Catechismo è scritto per gettare i semi di una conversione. Non dispererò mai che possa volgersi al bene una nazione sensibile.

Tu regere imperio populos Romane memento
Hæc tibi erunt artes

Dialogo primo

D. Cosa è una rivoluzione?
R. La rivoluzione è un cambiamento rapido ed essenziale nella forma del Governo.
D. Come può farsi una rivoluzione?
R. La può fare il Principe, e la può fare il popolo.
D. Ma quando la fa il popolo non è una ribellione?
R. Non è mai ribellione il volere dei più. La ribellione è la opposizione della forza di alcuni contro la massa preponderante.
D. Perchè definite voi la rivoluzione un cambiamento rapido ed essenziale?
R. Perchè tutto quello che si fa in un governo con gradi lenti e successivi, senza impeto, quantunque possa essenzialmente mutare la forma di governo, non si chiama rivoluzione. Il cambiamento qualora sia in cose subalterne non suole aver questo nome di rivoluzione. Con questo vocabolo s’intende rapido ed essenziale cambiamento.
D. Credete voi che portino seco più disordini le rivoluzioni spinte dal Principe, ovvero quelle spinte dal popolo?
R. Sarà sempre più breve e più conseguente la rivoluzione diretta e promossa da una sola mente di quello che non lo sia allor quando popolarmente è eccitata e spinta dalle circostanze del momento senza un premeditato disegno. Ma la prima rivoluzione d’ordinario conduce alla tirannia, e la seconda alla libertà.
D. Quai sono i motivi delle rivoluzioni?
R. In quelle promosse da un uomo solo, l’ambizione. In quelle promosse popolarmente, l’insopportabilità dei mali.
D. Donde viene che, essendo quasi tutti i governi viziosi, il popolo nondimeno li toleri, e durino per secoli?
R. Per più motivi. Primo, per i pericoli che sgomentano; secondo, per la inerzia naturale all’uomo; terzo, per l’accorgimento col quale i governi sanno temperare i mali, isolar gli uomini e divertirli.
D. Quai pericoli incontra l’uomo tentando una rivoluzione?
R. Sommo pericolo. Ei compare un ribelle se viene scoperto mentre cerca di associare al suo progetto un numero di cittadini bastanti per eseguirla.
D. Come mai l’inerzia dell’uomo serve d’ostacolo alle rivoluzioni?
R. La fatica, l’inquietudine sono mali che impediscono all’uomo d’uscir dallo stato in cui si trova, sintanto che la pena di trovarvisi non gli divenga insopportabile. La rivoluzione non succede mai sintanto che i mali d’un cattivo governo non pesino più dei pericoli della fatica e dell’inquietudine.
D. Secondo questi principj quanto più un popolo sarà timido e pigro, tanto più un governo potrà accrescere impunemente i suoi mali?
R. La conseguenza è giustissima, e aggiugnetene ancora un’altra, che quanto è più alieno un popolo dall’esaminare gli oggetti pubblici, tanto meno resta sensibile agli insulti di chi lo governa, perchè l’animo non si sdegna contro dell’ingiustizia e della prepotenza se non quando ha idee chiare de’ proprj diritti; e queste suppongono un esame sulla società e sui governi. Una nazione stolida e feroce non conosce che il comando e l’ubbidienza; una nazione timida e avvilita scansa i mali del potere colla sommissione e cogli artificj della gracilità; una nazione illuminata conosce la propria dignità, sente i propri diritti, mira con occhio sdegnato chi ardisce d’insultarla, e più facilmente presso di lei trabocca la bilancia dove gravitano i mali del governo.
D. Un accorto governo adunque dovrà temperare i suoi capricci a misura del diverso stato de’ suoi popoli?
R. Sicuramente; e quest’è stato l’errore massimo di Giuseppe Secondo. In generale però ogni governo arbitrario, che voglia allontanare il pericolo d’una rivoluzione, deve rispettare la religione, le antiche leggi, e le costumanze comuni del paese; deve procurare l’abbondanza de’ comestibili; lasciare al popolo spettacoli d’ogni sorta, vegliare colle spie spegnendo i principj, e astenersi da qualunque azione, alla quale non si possa dare l’aspetto della giustizia, o il fine apparente del pubblico bene. Pietro Alexioviz calpestò tutti questi principj colla ferocia d’un Tartaro dispotico, e i tumulti che si moltiplicarono nel suo impero non produssero una rivoluzione popolare, perchè egli operava sopra una massa d’uomini abbrutiti. Un Principe, che così regesse un popolo meno ferino, sarebbe stato balzato dal Trono, e la nazione, se fosse stata illuminata, avrebbe formata una libera costituzione; se no, dopo l’anarchia sarebbe scaduta sotto di un nuovo dispotismo.
D. Perchè dite voi che i governi viziosi possono isolare gli uomini?
R. Questa è l’arte più antica e comune del dispotismo d’introdurre una reciproca diffidenza fra gli uomini premiando le spie, proteggendo e onorando i delatori. Ogni uomo nel suo più prossimo congiunto teme un traditore; quindi chiude nel più secreto del suo cuore le nascenti opinioni sul governo. Alcuni esempj, benchè rari, della vendetta governativa ranicchiano l’uomo, e l’obbligano ad isolare il suo cuore. Come le idee, così i sentimenti dell’uomo non possono svilupparsi e ricevere la loro intiera forma se non per mezzo del commercio e della reciproca comunicazione; perciò gli uomini così isolati nè possono avere idee esatte e chiare de’ loro diritti, nè sentimento ben formato e robusto della giustizia, e credono sapienza il non occuparsi mai di oggetti pubblici, e considerare come estranea la pubblica felicità, quasi ella fosse un patrimonio privativo di chi governa. Ecco come isolando gli uomini perseverano i governi anche viziosi nel loro stato. Gli uomini così isolati sono come un acervo di arena che un corpo qualunque penetra, attraversa, e divide senza opposizione.
D. E il divertimento come mai contribuisce ad allontanare le rivoluzioni?
R. In una nazione vivace il governo deve favorir sempre quel genere di spettacoli che corrisponda al genio della nazione. Corse de’ barberi, cacce del toro, teatri, fuochi d’artificio, musica, processioni, fiera. Questi sono divertimenti, e ben meritano questo nome, perchè divertono dal pensare ai mali pubblici, e gli uomini giungono persino ad amare un governo cattivo, quando ei protegga simili spettacoli. Panem et circenses.
D. Dunque i pericoli, l’inerzia e l’accortezza del Governo ritardano le rivoluzioni popolari anche sotto un governo cattivo. Ma siccome queste rivoluzioni nascono per l’insopportabilità dei mali, come diceste, credete voi che ogni paese abbia un grado eguale di pazienza?
R. No certamente. Ho già accennato che l’uomo non si sdegna contro la ingiustizia se non quando ha idee chiare de’ proprj diritti, e che non può aver queste idee chiare se non dopo ch’egli abbia ben esaminata la natura della società e del Governo. Ora siccome in diversi paesi questi lumi sono assai diversamente distribuiti, ne viene di conseguenza che i gradi della pazienza dei popoli debbon essere diseguali.
D. Per qual mezzo si propagano in una nazione i lumi sulla natura della società?
R. Per mezzo dei libri buoni.
D. Un cattivo governo proibirà dunque la lettura dei buoni libri?
R. Sicuramente. Devesi favorir la lettura e la moltiplicazione dei libri sintanto che servano a parte del popolo di distrazione. In Italia, per esempio, tutte le Accademie Arcadiche Petrarchesche, che occupano e passionano i cittadini per una vacua armonia di vocaboli, tutt’i libri che allontanano l’uomo dal pensare e lo fissano alla mera corteccia delle cose, sempre sono stati favoriti dai cattivi governi. L’architettura, la pittura, la musica, la molle poesia, tutte le graziose frivolità sono ottimi passatempi per tenere gli uomini nell’infanzia, e tutti i libri di questa classe possono essere bene accolti da un dispotico. Ma gli uomini e i libri che addestrano la ragione umana devono esser sempre mal veduti da un govemo arbitrario.
D. Ai giorni nostri abbiamo però veduto Federico Re di Prussia e Cattarina Seconda Imperatrice della Russia proteggere e favorire i Filosofi.
R. La vanità d’esser lodati da quegli Autori, che saran letti anche nel secolo a venire, gli ha indotti a simulare benevolenza; ma la maschera è caduta ben tosto. Diderot dovette assai in fretta partire da Pietroburgo. D’Alembert col pretesto dell’aria dopo poche settimane abbandonò la Corte di Federico; Voltaire dapprima aveva preso il partito di ritirarsi. I dispotici capiscono che la sicurezza loro dipende dalla ignoranza del popolo; e l’orgoglio di chi governa sempre rimane offeso da chi abbia una esistenza sua propria indipendente, e una celebrità che non nasca da un diploma.
D. Quali sarebbero i semi che dovrebbero gettarsi nella massa d’un popolo per disporlo col tempo a riformare il cattivo governo?
R. Alcuni pochi principj basterebbero. Ultimamente in Francia molto si è scritto; ma non credo che sia impossibile lo scrivere con più esattezza e verità. Dicono i Francesi: Gli uomini sono nati con dritti uguali, i quali sono la libertà, la sicurezza, la proprietà, e la resistenza all’oppressione. Ma sarebbe imbarazzante la questione cosa sia Diritto. Poi riflettendo come l’uomo nasca debole e dipendente e bisognoso di soccorso, proviamo molta difficoltà nel persuaderci che nasca libero, tanto più che la libertà non trovasi nello stato della selvaggia indipendenza, ma è figlia di una buona constituzione civile; quindi sembra che l’uomo non possa considerarsi nato libero, nè avente col nascere un dritto alla libertà, nè alla proprietà. In vece di tali incerti principj io crederei che se ne potrebbero sostituire altri più evidenti e popolari.
D. Quai sarebbero?
R. Quattro principj soli basterebbero. Primo: quei che governano sono una piccola parte della Nazione. Secondo: la Nazione è il tutto; il Governo è una parte; dalla nazione adunque dipende cambiare il suo governo, e stabilire la libertà. Terzo: ogni distinzione che non abbia per oggetto la pubblica utilità è un abuso e una usurpazione. Quarto: allora che gli uomini sono insultati, che il Governo toglie le proprietà e la tranquillità, che i sudditi non godono sicurezza, allora quando non la ragione del ben pubblico, ma il capriccio, la prepotenza, l’orgoglio, i vizj personali regolano la società, la resistenza è giusta, e la rivoluzione è un beneficio insigne.
D. Al primo annunzio questi principj piacciono; sarà però bene che ad uno ad uno gli esaminiamo.
R. Volontieri. L’arte de’ Tiranni è quella da tenere, siccome ho già detto, gli uomini isolati come tanti grani d’arena staccati e scomposti, che rimangono vicini bensì, ma non formano una massa e un tutto. Poni a quell’acervo un cemento, col quale si colleghino; fa che gli uomini vicendevolmente si confidano, e al momento t’accorgi che il tutto è maggiore della sua parte, e che la forza preponderante sta realmente nella massa della nazione a fronte del piccolo drapello di coloro che la governano. Il primo passo verso d’una riforma è quello di fare che gli uomini governati conoscano finalmente ch’essi realmente sono i più forti, tosto che lo vogliano essere, e che la loro spensieratezza gli rende soggiogati dalla furberia di chi è più debole di loro. Quando abbiano cominciato gli uomini a riflettere su di questa importantissima verità, conoscono subito che, se l’interesse del governo è di tenerli isolati, l’interesse loro per lo contrario è di accostarsi e unirsi. La insidia, l’egoismo, la mala fede, il sospetto, il tradimento sono la peste della società, colla quale ciascun uomo si rende isolato; il candore, la benevolenza, la fede, la sincerità, l’onoratezza sono quelle dolci virtù che rendono gli uomini amici e cospiranti a un interesse comune. Da ciò si vede che il cattivo Governo ha bisogno che la nazione sia viziosa e ignorante, e che deve temere i lumi e la virtù. Dovunque vedi un governo dispotico, ivi sia certo che la nazione non ha virtù. Dovunque vedi un popolo senza virtù, ivi sia certo che il governo è dispotico. Non vi può essere governo dispotico se non là dove ogni cittadino indifferente pel male altrui non conosca che gl’interessi privati; nè vi può essere Patria, che vuol dire una social cospirazione al ben essere di tutti, se non dove si propaghino le nobili e dolci espansive affezioni della virtù. Conviene che gli uomini conoscano che la forza è nelle loro mani; che sono schiavi, perchè non sanno usarne; non lo sanno, perchè non hanno benevolenza; e non hanno questa, perchè sono travviati nella strada del vizio.
D. Qual sarebbe adunque il primo passo per guidare una nazione schiava allo stato della libertà?
R. Il primo passo, credo io, sarebbe far nascere un principio d’onore, una infamia allo spionaggio, un pubblico ribrezzo al tradimento, un senso morale, in somma un culto pubblico di virtù, la quale suppone una generale cognizione di principj. Da noi la virtù volgare è di rispettare gli ecclesiastici, di mangiar pesce i giorni magri, di star in ginocchio, di esercitare le funzioni esterne del culto religioso, e l’ultima cosa che viene in mente si è quella, che pure dovrebbe preferirsi a tutto, cioè far ad altri quello che brami che ti venga fatto. Il prete se fosse virtuoso e dotto cambierebbe il costume de’ suoi contadini in pochi mesi. Ma da questo canto io non ne spero mutazione, a meno che il dispotismo governante non porti le sue pretensioni sino al punto di sovvertire la gerarchia attuale e annichilare il corpo del Clero; nel qual caso sarà forza il mostrare l’utilità del cambiamento, e collocar de’ pastori che insinuino la virtù. Frattanto mi pare che l’oggetto de’ Filosofi dovrebbe attenersi a dilatare le virtù, a insinuare ribrezzo per le azioni basse; e se a ciò si diriggesse la Commedia, se a ciò tendesse la poesia, se i romanzetti gentilmente imaginati l’insinuassero, se in somma venisse mostrata agli uomini la bellezza della virtù, e l’interesse che hanno di seguirla, lentamente la generazione nascente migliorerebbe, gli uomini sarebbero più sinceri e liberi l’un l’altro, si formerebbero idee comuni de’ comuni interessi, e sarebbe costretto il governo o a travagliar davvero al ben generale, ovvero a vedersi balzato dalla forza dei più adoperata su i pochi.
D. Vedo quanto si estenda il primo vostro assioma, che quei che governano sono una piccola parte della nazione, e capisco quanto importi che il popolo vi rifletta e conosca gl’interessi suoi. Ognuno lo comprenderebbe; ma per ventura non resterebbe così ognu-no convinto del vostro secondo assioma, cioè che possa la nazione cambiare il suo governo, e stabilire la libertà; poichè pare che le leggi civili e religiose vi si oppongano.
R. Le leggi civili e religiose proibiscono che alcun facinoroso s’opponga all’ordine della società, condannano colui che formi una sedizione, una ribellione contro di quel governo che la pubblica autorità della nazione ha stabilito; ma qui non si tratta d’alcuna opposizione alla pubblica autorità della nazione. Il Governo è creato per lei e da lei; e quand’anche in origine il Governo non traesse il suo primo potere che dalla forza, quello che si è fatto in virtù della forza può colla forza essere disfatto. Che se il Governo nasce dal consenso della nazione, quello che col consenso è formato col disenso si scioglie. Non si potrebbe dare un assurdo più iniquo e manifestamente ingiusto quanto quello di pretendere che alcuni pochi individui della nazione fossero proprietarj della libertà e della esistenza della nazione intera. La nazione degradata dalla condizione umana a quella de’ bruti per questa sola ingiustizia e per questa sola insigne oppressione avrebbe dritto di rovesciare dal soglio i suoi tiranni. Può quindi la nazione cambiare il suo governo e stabilire la libertà.
D. Sia questo per rapporto alle leggi civili; ma la religione non c’insegna ella d’essere sudditi ai nostri superiori? Non c’insegna ella di dare a Cesare quello che è di Cesare? Non c’insegna ella che ogni podestà viene da Dio?
R. La nazione è più del governo, perchè il tutto è più della parte, e perchè il Governo è fatto per la nazione. Il Governo adunque deve essere suddito alla nazione che gli è superiore. Diamo a Cesare quello che è suo, cioè il Governo adoperi il potere di cui è rivestito per il bene generale di chi l’ha collocato in lui; e se travvia, e se prevarica, la nazione è il suo Cesare. Ogni podestà viene da Dio, la primaria podestà però, come la forza primaria, Dio le ha collocate nella nazione. Nessuno ha mai dubitato che gli Sviz-zeri in tutta buona coscienza sieno liberi, sebbene anticamente fossero schiavi, ed abbiano col loro valore scacciati i tiranni.
D. Son persuaso adunque, non trovo più difficoltà di opporre. Quei che governano sono una piccola parte della nazione, la quale può cambiare il governo e diventar libera. Sin qui va bene. Ma quello che diceste in seguito, che ogni distinzione che non abbia per oggetto la pubblica utilità è un abuso, è una usurpazione, pare che offenda i privati diritti di molti. Che dritto avrà mai un uomo per lagnarsi se un altro uomo si chiama nobile, Conte, Marchese, Duca, Principe? Che male fa alla nazione che i discendenti da chi abbia fatto delle azioni generose e utili conservino un nome e una distinzione? Questo anzi tende ad animare i cittadini alle gloriose azioni colla speranza di perpetuarne l’onore anche dopo la morte nella porzione di essi che sopraviverà. Dunque non sarebbero nè abuso, nè usurpazione.
R. Tosto che vi sia la utilità pubblica, certamente le distinzioni non sono nè abusive, nè usurpate. Siate preciso ai miei termini. Io chiamo abusiva usurpazione quella distinzione che si arroga un Cittadino, senza che la società intera ne tragga utilità. In quel paese dove la nobiltà sia veramente il premio delle nobili azioni, ella sarà da conservarsi. Ma dove esiste questo paese, in cui non sia accordata al lungo ozio delle famiglie, alle aleanze de’ sponsali, al denaro, alla briga, e talvolta agli ufficj più vili e viziosi?
D. Ma sia come voi dite; e che danno vi fa una classe di tali nobili, quando si riduca a un mero titolo senza facoltà d’opprimere il popolo?
R. Ci fa il danno di rendere animata l’avidità del denaro, la cabala, la bassezza, l’adulazione, offerendo sempre il premio di ottenere con esse una distinzione. Fate che non possa essere distinto se non colui che colla persona, coll’esempio, co’ suoi lumi si è fatto conoscere uomo di merito: fate che l’uomo più probo, l’uomo più benefico, l’uomo più illuminato sieno quei che dalla pubblica opinione vengono soli distinti, ed avrete piantata la scuola della virtù. Oggidì l’uomo il più virtuoso, che non abbia natali e titoli, è calpestato dal fasto de’ grandi titolati, pieni di vizj, di bassezza e d’ignoranza. Come spunterà mai l’albero felice della virtù, se lasciate imboscato il terreno da piante funebri, dove gl’insetti ammorbano, e l’acqua in pozzanghere vi infradicia le radici? Sgombrate le illusioni, aprite un campo libero alla ragione, e vedrete comparire la felicità pubblica.
D. Ma con quai mezzi vorreste voi che si correggessero questi usi sociali radicati da noi da secoli?
R. I Filosofi debbono gettare i semi, e il tempo gli svilupperà. Goldoni forse operò senza accorgersi dell’importanza de’ suoi principj, ma nel suo teatro egli pose i veri semi del bene; sempre predicò la virtù, e sempre pose i nobili nel vero aspetto per quello che sono. I Filosofi debbono col ridicolo, colla ragione, sul teatro, ne’ libri abbattere la chimera della nobiltà e distruggerla, come hanno fatto delle streghe e dei maghi. Riducete le distinzioni sociali alla semplice utilità pubblica, e allora vi sarà tra uomo e uomo quella differenza che conviene alla pubblica felicità; il comandante sarà obbedito dai soldati, il vescovo sarà venerato dal clero e popolo come il maestro della religione. Il magistrato sarà riverito da tutti come il custode delle leggi e il vindice della proprietà e sicurezza d’ognuno. Il ricco sfacendato, il vizioso cortigiano, l’intrigante che vive a danno altrui, l’orgoglioso, l’uomo cattivo non usurperanno più i pubblici omagi, nè si troveranno per vani titoli pareggiati e superiori alle persone in ufficio, che s’occupano del ben pubblico e che per utilità comune debbono avere distinzione e rispetto. Quando s’ha una verità da promulgare si riesce, basta saperla chiaramente esporre, e se è fattibile non di slancio, poichè gli occhi ai quali si toglie la cattarata non soffrono immediatamente lo splendore; tale è la condizione degli uomini educati sotto di un governo cattivo.
D. Dopo ciò che si è veduto ne viene di conseguenza che ogni qualvolta chi governa adopera il potere (di cui è rivestito dalla nazione per bene di lei) lo adopera, dico, e converte prevaricando in di lei danno, la resistenza alla oppressione è legittima, poichè se la nazione è padrona di cambiare il suo governo, ella sicuramente lo è di resistervi. La ribellione è sempre odiosa e punibile, perchè è una opposizione di alcuni contro la pubblica podestà; la rivoluzione essendo la pubblica podestà della nazione che si oppone all’abuso e al tradimento di alcuni, che in vece di governarla la opprimono e degradano, è sempre giusta. Tosto che la resistenza sia generale, ella è giusta, nè su di ciò fa bisogno d’altro schiarimento. Capisco che il governo è fatto per servire alla nazione, non mai la nazione per servire al governo. Capisco che il tutto è maggiore della parte, e che la nazione è il tutto, il governo una parte; ma ancora dubito se la rivoluzione contro di un governo cattivo possa dirsi come faceste un beneficio insigne, perchè ogni rivoluzione porta seco enormi disordini.
R. Verissimo che ogni rivoluzione va sempre accompagnata da gravi disordini, perchè nel momento in cui il popolo rompe ogni riguardo e si sottrae al governo, non v’è forza che lo moderi, e l’anarchia si presenta. Sin tanto che i danni d’un cattivo governo sieno mediocri e sopportabili, chi tentasse una rivoluzione esporrebbe la generazione vivente a mali maggiori di quei che accompagnano il suo stato attuale per procurare alla ventura maggior sicurezza e ordine migliore; nel che pare sarebbero oltrepassati i confini della umana prudenza. Ma quando il cattivo governo, soffocando i germi delle virtù, degrada le nazioni, e riduce gli uomini a dover arrossire in faccia dell’Europa colta della propria patria, basta una sola scintilla di onore per sentire che una rivoluzione realmente sarà un bene insigne, e produrrà un nuovo ordine di cose promovendo la pubblica felicità. Il tumulto, la sedizione, il furor popolare sono pubbliche disgrazie. Se queste producono la sostituzione d’un dispotismo ad un altro, non hanno compenso alcuno, o l’hanno accidentale e precario: conviene che da questi mali ne nasca una Costituzione. Quindi dico che sotto di un governo cattivo un uomo virtuoso e illuminato deve per quanto è in suo potere gettare i semi per la riforma, e travagliare acciocchè gli uomini sentano la loro forza; s’accorgano della furberia di chi mal li governa; conoscano essere riposto il loro interesse nella fede e benevolenza reciproca; si dilatino i principj di queste verità popolari, e si prepari quindi la massa del popolo ad esser degna d’aspirare alla libertà.
D. E di quei cittadini indolenti che sono insensibili ai mali altrui, che rimirano con occhio eguale la bassezza e la generosità, se pur anche non chiamano accorgimento la prima, e pazzia l’altra, uomini onorati volgarmente come prudenti, che ne dite?
R. Dico che sono veri cadaveri del corpo politico, e sono senza avvedersene i più forti nemici del ben pubblico; poichè il vizio smascherato eccita ribrezzo anche negli animi torpidi; ma quello stato di morte morale, che corrompe e imputridisce coll’esempio ogni virtù civile, e nella sua uniformità e pacatezza viene a presentare l’ordine e la simetria, induce gli uomini a perseverare nel lezzo. Coloro sono uomini che fanno tanto maggior danno, quanto più si mostrano prudenti e circospetti, e vestono l’apparenza della virtù portando nel cuore una funesta indifferenza pel bene della società.
D. E pure questi uomini cauti, officiosi, pacati sono universalmente giudicati uomini dabbene e proposti per imitazione alla gioventù.
R. Questo è un sintomo d’una nazione corrotta e schiava. La virtù vuole che siamo giusti, e non lo è colui che considera con occhio uguale le generose azioni e le vili; che mostra rispetto a chi ha potere, e trascura il merito disarmato. Non è virtuoso chi non sa distinguere o non ardisce distinguere le anime nobili dalle abjette. Questa massa di uomini volgarmente prudenti è l’argine che impedisce nella nazione l’espansione della virtù e i progressi della ragione; il vizio trovasi a livello col merito, quando i spettatori sieno uomini prudentemente incadaveriti. Se gli usurpatori, i prepotenti, i seduttori, gli uomini viziosi in somma leggessero sul viso de’ cittadini il ribrezzo che dovrebbero far nascere, il che non costerebbe che una occhiata o un giro di spalle; se ciò fosse, se quella vilissima indifferenza che s’è innalzata col nome di prudenza non adulasse continuamente la malvaggità e non avvilisse il merito, i pubblici nemici sarebbero in minor numero, più contenuti, e si dilaterebbe la virtù, di cui il premio più caro è la pub-blica distinzione.
D. Ma se la società è così organizata, non sarebbe pazzia se un individuo prendesse a volerla cambiare?
R. Pazzia, no certamente. Ogni cambiamento comincia colla unità. L’uomo dabbene, anche solo, cominci a onorare il merito, a non usare col vizio i riguardi medesimi che destina alla virtù, mostri la disapprovazione se non altro col silenzio, cessi l’uomo d’essere uno schiavo in somma; e se questo principio si dilata su varj de’ cittadini, ben tosto s’accorgeranno che essi sono gli arbitri della reputazione, che la cattiva reputazione essendo una pena, essi co’ loro voti riuniti possono castigare gli uomini nocivi. Da qui il sentimento delle proprie forze, l’argine al vizio, la spinta al bene. Anime incallite sotto il giogo della schiavitù, uomini giacenti nel letargo della abjezione, svegliatevi, mirate la virtù, la verità, la felicità pubblica; cessate di seminare coll’esempio vostro que’ funesti papaveri prudenziali, che perpetuano il sonno obbrobrioso del vostro paese.

Dialogo secondo

D. Nel primo Dialogo abbiamo nominato Libertà, Leggi, Costituzione: queste parole significano delle idee importanti, sulle quali nascono frequenti dispute.
R. È vero. Ciò proviene perchè gli uomini che le adoprano non sono d’accordo nel dare la stessa idea alla stessa parola. Per esempio, cosa intendete voi per libertà?
D. Ognuno capisce che la libertà è fare tutto quello che si vuole.
R. Ecco perchè non s’intendono gli uomini. Il fare tutto quello che si vuole voi lo chiamate libertà, ed io lo chiamo disordine, licenza, scostumatezza, brutalità. L’uomo, secondo voi, per essere libero, dovrebbe potere sputare in viso a chiunque, gettar sassate nelle finestre, bastonare, rapire la roba e la donna altrui, scannare il suo nemico… Questo vi pare libertà!
D. Avete ragione, ho definita male la libertà, e vi prego datemi una idea in che consista.
R. La libertà è il più gran bene che possa ritrarre l’uomo dalla social condizione. La libertà individuale può godersi anche sotto di un governo dispotico; la libertà politica non si può godere se non sotto di una Constituzione. Dovunque vi sia la libertà politica, ivi sta sicuramente la libertà individuale, ma non è stabile la libertà individuale se non all’ombra della libertà politica.
D. Cosa intendete per libertà individuale?
R. Intendo la sicurezza che ha un cittadino di non ricevere violenza alcuna dalla forza pubblica del governo, se non abbia esso cittadino violate le leggi generali, note e dettate dal pubblico bene, e di non dover soffrire violenza alcuna da alcun uomo, senza che la forza pubblica lo difenda e lo vendichi. Questa è la libertà individuale.
D. E come può ciò trovarsi sotto anche un governo dispotico?
R. Anche un governo dispotico, cioè padrone di reggere come gli piace, può amare l’ordine, vegliare perchè a nessuno venga fatta ingiuria, abolire le leggi capricciose e inquietanti la tranquillità del cittadino, rendere chiari e solenni i doveri de’ sudditi, e quindi dare a ciascuno la libertà individuale, e proteggere la pace e sicurezza d’ogni onesto cittadino.
D. L’abolizione delle leggi capricciose ed inquietanti è dunque necessaria per dare la libertà individuale?
R. Sicuramente. Come mai sarebbero liberi gl’individui, quando le leggi fossero tiranniche?
D. Quai sono le leggi che voi chiamate tiranniche?
R. Quelle che non hanno per oggetto il ben pubblico, ma sono dirette al bene d’alcuni col pubblico danno.
D. Datemene qualche esempio.
R. Tutte quelle leggi che proibiscono delle azioni innocue, e che creano dei delitti dove la ragione e la virtù non trovano che innocenza sono leggi tiranniche, sotto le quali il cittadino non può mai dirsi libero. Parimenti chiamo tiranniche tutte quelle leggi, le quali ad azioni leggermente nocive impongano gravi pene; poichè nemmeno a tali condizioni potrà mai dirsi che un cittadino goda della libertà individuale. Più di tutte poi chiamo tiranniche quelle leggi che invitano gli uomini ad azioni infami, come sarebbe ad uccidere, a tradire, alla delazione; sotto un codice tale non vi può essere libertà individuale, e un buon principe deve abrogare tali leggi.
D. Perchè avete voi asserito che acciò l’individuo possa chiamarsi libero deve essere sicuro di non ricevere violenza alcuna dalla forza pubblica del governo, se esso cittadino non abbia violate le leggi generali, note e dettate dal pubblico bene? Perchè debbono essere queste leggi generali e note?
R. Dissi generali, perchè ogni divieto che il governo facesse ad un solo individuo, sarebbe una violenza della forza pubblica esercitata contro di lui, nè mai si potrebbe considerare libero un uomo, che potesse temere a lui proibito quello che agli altri è concesso. Dissi note, perchè l’uomo vive tormentato da una incertezza continua, ogni qualvolta può temere che si estragga dagli archivj qualche legge dimenticata e ignota per farlo punire. L’essenza della libertà individuale consiste nella notorietà, generalità, e bontà delle leggi colla sicurezza di fare tutto quello che non venga espressamente proibito da esse leggi; e questo, dissi, si può trovare sotto il governo d’un Principe anche dispotico, purchè sia buono e illuminato.
D. Intendo adunque cosa sia la libertà individuale; ditemi ora in che consista la libertà politica, e perchè ella non si possa godere se non sotto la tutela d’una Constituzione?
R. La libertà politica è la sicurezza che ha ogni cittadino che il Governo non solamente non vuole, ma nemmeno potrebbe creare leggi perniciose, o inquietanti, od abusare del suo potere a danno altrui.
D. Se il governo è legato, come potrà egli vegliare al buon ordine e ottenere quella rispettosa opinione, che sola può conciliargli la sommissione d’ogni individuo?
R. Appunto questo è il capo d’opera della Legislazione d’evitare i due estremi. Se troppo dai al Governo, sarà obbedito, ma dipenderà sempre da esso degradare gli uomini alla schiavitù. Se gli dai poco, lo discrediti, la forza pubblica non è riunita, la nazione s’espone ai disordini interni dell’anarchia, e si rende debolissima a fronte delle nazioni sue rivali. Conviene con profonde meditazioni fissare i confini di ogni potere. Quella legge che stabilisce i confini di ogni potere si chiama Costituzione.
D. Datemi una qualche idea di questi che chiamate poteri.
R. In un governo assoluto, ossia dispotico, tutti i poteri sono riuniti nella stessa mano. L’onore e la vita di ciascuno dipendono o da un immediato decreto del Despota, o da decreto di giudici e comandanti da lui dipendenti. Il Despota impone a suo arbitrio i tributi, e quindi la proprietà del Cittadino rimane incerta, perchè quel Sovrano può sottrarne alla fortuna d’ognuno quanto gli piace. Vuole il Despota fare la guerra, prende i cittadini, gli estrae dalle case loro, gli obbliga a colpi di bastone a soffrire tutti gli orrori del disordine, e li guida al macello. In simili governi pare che gli uomini abbiano detto al Despota fateci voi solo tutt’i mali purchè impediate che gli altri uomini ce ne facciano. Ma poichè gli uomini sieno dirozzati, essi tendono a fare un altro più ragionevol partito col Governo, e dicono, vegliate perchè nessuno ci rechi danno, ma non siate voi, nostro custode, il primo a recarcelo, su di che veglieremo noi. I poteri sono stati divisi da un uomo grande in tre, e sono legislativo, esecutivo, e giudiziario. Laddove sieno riuniti, ivi sta il dispotismo, e la Costituzione è quella che li divide, e ne stabilisce i confini.
D. Cosa comprende il poter legislativo?
R. La facoltà di fare tutte le leggi, di abrogarle; e siccome nessuna azione può essere comandata a un cittadino se non dalla legge, e nessuna azione gli può essere proibita se non dalla legge, così ne viene che il poter legislativo abbraccia tutt’i limiti della libertà e della proprietà dell’uomo. In questo potere si comprende l’imposizione d’ogni carico.
D. Cosa comprende il poter esecutivo?
R. Far eseguire le leggi, riscuotere i tributi decretati dal poter legislativo, diriggere la forza pubblica dell’Armata per la difesa e sicurezza dello Stato, contenere chi turba l’ordine sociale.
D. E il poter giudiziario perchè lo separate dagli altri due?
R. Il poter giudiziario è quello che decide de’ casi particolari a norma delle leggi. Se il poter legislativo fosse nella stessa mano col poter giudiziario, non vi sarebbe più sicurezza per alcuno, l’arbitrio del giudice condannerebbe o assolverebbe a suo pia-cimento. Se il poter giudiziario fosse unito col potere esecutivo, peggio ancora starebbe la società esposta a un governo militare arbitrario. Conviene che un ceto d’uomini soggetti alle leggi e disarmati esamini con metodi fissi e cauti i casi tanto per le dispute civili, quanto per i delitti, e pronunzj la sentenza, e che il poter esecutivo la faccia eseguire senza avervi avuta parte alcuna.
D. Certamente che quando il Governo abbia nelle mani illimitatamente tutti questi tre poteri, gli uomini sono una mandra di schiavi, e se non va in rovina uno Stato, non nasce ciò altrimenti se non perchè una mandra rovinata impoverisce il proprietario. Nella Costituzione d’Inghilterra il poter esecutivo a chi è dato?
R. È intieramente nelle mani del Re. Egli può far la guerra quando vuole, e l’Inghilterra è oppressa dal debito, perchè l’onor nazionale e l’interesse del commercio non lasciano arbitrio di negare i sussidj, quando la guerra è dichiarata. L’Inghilterra vede violata la libertà dell’individuo colla leva forzata de’ Marinaj.
D. La Francia cosa ha stabilito rispetto al poter esecutivo?
R. Il Re solo non può far la guerra, ma deve concorrervi l’assenso della Nazione. Le reclute non si fanno con violenza, ma spontanee. Le promozioni sono regolate in guisa che il Re Comandante Supremo dell’Armata può innalzare l’ufficiale di merito, ma non può essere a lungo preterita l’anzianità del servigio, ma non è negligentata la opinione dell’Armata.
D. E per la Finanza?
R. Sì nella Costituzione inglese, come nella francese, il Governo non può altro che raccogliere il tributo che la Nazione ha decretato, e questo viene convertito nelle pubbliche spese e giustificato.
D. E il poter giudiziario?
R. Il Governo francese ha stabilito per i giudizj criminali i giurati, presso poco sul metodo inglese; per i giudizj civili ha fatto i giudici di pace, avanti de’ quali compajono i litiganti prima di andare ai tribunali, e l’ufficio di questi è di accomodare le questioni, e vi riescono per la maggior parte. Sarebbe materia d’un trattato, s’io dovessi spiegarvi tutto ciò; mi limito a dirvi che i giudici sono eletti da quei che debbono essere giudicati, cioè dal popolo del distretto, e che non sono eletti che per quattro anni, dopo i quali termina il loro ufficio; così la scelta cade sopra uomini dotti, attivi, e probi, perchè chi li nomina ha interesse che lo siano; essi hanno interesse di conservarsi tali per essere confermati nella seguente nomina.
D. Cosa ha fissato la Costituzione francese rispetto al poter legislativo?
R. Il Governo non può far leggi, la Nazione sola le può fare.
D. Dunque in quella Costituzione il Governo non ha nè il poter militare, nè il poter della Finanza, nè il poter giudiziario, nè il poter legislativo. È dunque spogliato di tutto, è un essere superfluo.
R. No. Se si dovrà fare la guerra, la direzione di tutte le operazioni militari sarà del Re. Il Re sopraintenderà alla Finanza. Il Re veglierà perchè regolarmente sia amministrata la giustizia. Il Re potrà tener in sospeso per quattro anni una nuova legge, sin che venga maturamente esaminata. Il Re dovrà sopraintendere alla Marina, a tutti i pubblici stabilimenti, alle relazioni colle altre Potenze. Ecco le funzioni del Re.
D. Ma credete voi necessario che vi sia un Re?
R. Non lo credo; ma credo necessario che vi sia un Governo, una Constituzione, e la Nazione radunata sempre.
D. Come può una Nazione trovarsi radunata?
R. Non lo può altrimenti che per mezzo de’ suoi rappresentanti scelti dai distretti a liberi voti degli abitanti. Questi formano una Assemblea nazionale, un parlamento, che legittimamente parla a nome di tutta la nazione.
D. E non potrebbe quest’Assemblea nazionale rendere schiava la nazione, poichè ha tutto il potere nelle mani?
R. Ella non lo può. Primieramente dopo due anni si creano nuovi Deputati, e scadono quei che lo furono, nè possono essere confermati; essi così diventano soggetti alle leggi stesse che hanno fatte. Secondariamente l’Assemblea non può comandare le armate, nè nominare i comandanti; non può dare, nè togliere alcuna carica; non può togliere la libertà ad alcuno, nè esercitare atto alcuno esecutivo. Ella fa le leggi, riconosce i bisogni del pubblico erario, veglia acciocchè non si disperda il denaro pubblico, stabilisce la somma del tributo e il modo d’imporlo, sopraintende al potere del Governo, ma non governa. Il potere legislativo sta presso la nazione rappresentata dall’Assemblea. Il poter esecutivo regolato dalla Costituzione sta presso del Governo. Il poter giudiziario sta presso gli uomini nominati dai distretti. Così è fondata la libertà politica, e ogni uomo libero e sicuro conosce essere impossibile al Governo il togliergli la libertà.
D. Quello che mi dite mi pare ragionevole; ma è tanto diverso da ciò che sono accostumato a vedere e ad ascoltare, che mi pare un sogno.
R. Eppure questo sogno da un secolo regola l’Inghilterra, e questo sogno è talmente naturalizato nella Francia, che credo che vi durerà per secoli.
D. Come chiameremo noi dunque quelle comunità, quei corpi rappresentativi d’una provincia, che senza essere eletti dalla provincia ardiscono di parlare in nome pubblico?
R. Chiamiamoli una illusione, una usurpazione, una ridicola mascherata, un trastullo che i dispotici lasciano alle provincie, lusingando la vanità di alcuni schiavi, acciocchè tengano tranquilli ne’ ferri i loro compagni. Non può mai rappresentarsi legittimamente un popolo, se non per mezzo de’ Deputati ch’egli abbia scelti per rappresentarlo; nè può mai con giustizia intendersi obbligato un popolo ad eseguire quello che per esso abbiano stipulato alcuni, che se ne siano arrogata la rappresentanza senza averne commissione. Questo è un vero insulto della tirannia di nominare essa medesima i rappresentanti del popolo, ovvero soffrire che alcune famiglie abusivamente lo rappresentino.
D. E sotto tale abuso enorme del potere arbitrario, che penseremo noi della virtù di que’ che perseverano nella abusiva rappresentanza, e ardiscono di parlare in nome de’ loro cittadini senza averne legittima facoltà?
R. Potevano avere lo scudo della ignoranza e della tradizione per lo passato. Oggidì che le idee dell’ordine e della giustizia sono meno incerte, attesi i progressi che ha fatto la ragione, essi non possono liberarsi dalla macchia di complici d’una illusione funesta, e usurpatori della libertà de’ voti della loro Provincia. Conseguentemente sono uomini viziosi.
D. E se questi che illegalmente perseverano a intitolarsi rappresentanti pubblici, e si usurpano la facoltà di esprimere i pubblici voti, realmente soffocheranno i voti pubblici, e non avranno di mira che l’autorità e i vantaggi bene o male concepiti del ceto loro, trascurando il bene del corpo sociale che si arrogano di rappresentare?
R. Allora dirò che sono viziosi non solo, ma impudenti, e che se il popolo non gl’insulta, dà una dimostrazione di stupidità squisita.
D. Son persuaso. Basta di ciò. Ma secondo voi, la Costituzione è una cosa, le Leggi sono un’altra; indicatemi qual differenza fate voi fra la Costituzione e le Leggi?
R. La Costituzione è una legge sacra e inviolabile: nella Francia è omai fatta, e non potrà mai dalle legislature che verranno essere variata. Ecco la differenza.
D. Perchè mai i Rappresentanti che verranno dovranno avere meno autorità di quei che attualmente sedono?
R. Perchè conveniva indispensabilmente dapprincipio fare una Costituzione, ed è pure necessario ch’ella non sia variabile e fluttuante, ma eterna e quasi sovraumana legge, che immobilmente fissi i confini d’ogni potere.
D. E come potrebbe una nazione, che non ha una Costituzione, acquistarla, e cessare d’essere il trastullo della impertinenza e dell’orgoglio di pochi?
R. La più nobile strada sarebbe quella d’un Principe illuminato, che conoscendo i tempi, aspirando alla immortalità, fabbricasse una generosa Costituzione e limitasse se medesimo. Stanislao lo ha fatto or ora in Polonia.
D. Ma Stanislao era un Re elettivo senza potere; e se non accadesse mai il maraviglioso esempio d’un Monarca dispotico generoso a tal segno?
R. Sin che un popolo non sia illuminato, e non abbia sentimento di Patria, languirà nella schiavitù. Un popolo abietto può tumultuare, può insultare e distruggere il governo; ma stanco del disordine e del tumulto si getta di nuovo sotto il giogo di un altro dispotico, e non forma una Costituzione; questa è l’opera de’ lumi, questi si dilatano colla vicendevole comunicazione, e la comunicazione vicendevole delle idee nasce dalla fiducia e dalla benevolenza, e queste dalla bontà e dalla virtù generalmente difuse. La corruzione e il vizio sono gli elementi dell’abuso del potere.
D. Quali sono i mezzi per assicurarsi contro l’abuso del potere, giacchè per necessità il potere deve pur essere collocato o presso d’un individuo, o presso di un corpo, acciò sieno osservate le leggi, e conservato l’ordine sociale?
R. Ogni uomo, ogni corpo di sua natura tende sempre a dilatare il potere confidatogli. Anche l’uomo più virtuoso s’abitua a comandare, e per far il bene vorrebbe essere dispotico. Il mezzo più sicuro per impedire l’abuso del potere è il fare che le funzioni pubbliche non siano mai vitalizie, nè di lunga durata. Un giudice dapprincipio sente la coscienza, e sentenzia come organo fedele della Legge; poi insensibilmente si accostuma agli omaggi de’ litiganti, crede d’avere facoltà di beneficare più una parte che l’altra; indi dopo qualche tempo si crede arbitro, finalmente si considera invecchiando nel mestiere padrone dispotico delle fortune disputate. Quello che dico del giudice, dicasi di ogni altra professione. Temporarie, e nemmeno di lunga durata sieno le funzioni pubbliche.
D. E il Re lo cambiereste?
R. In Roma i Consoli duravano un anno.
D. Dunque voi non trovereste necessaria la dignità Reale?
R. Nella Francia vi era, si voleva conservare; ma credo che uno Stato anche vasto può reggersi assai bene senza un Re. Tutta l’America Settentrionale è in questo caso.
D. Il potere, esattamente parlando, d’onde deriva?
R. Il potere di qualunque pubblico ufficio o è stato usurpato colla forza e colla astuzia, e colla astuzia e colla forza si può ugualmente toglierlo; o è stato dato dal consenso espresso o tacito del popolo, e il popolo può restringerlo o ampliarlo secondo lo giudica del suo interesse. Il potere adunque deriva sempre dalla Nazione, ed ogni forza pubblica è sempre delegata dalla nazione.
D. Avete spiegato cosa sia la libertà individuale, avete spiegato pure cosa sia la libertà politica; ma per dare una idea esatta de’ confini fra la libertà e la licenza, come fareste?
R. È facile. In un governo libero io posso fare tutto quello che non pregiudichi alla libertà d’un altro uomo. Se io saccheggio la vigna del mio vicino, il vicino farà altrettanto sul mio, e la società diverrà uno stato di rapina e di guerra permanente. La libertà siede all’ombra sociale, l’odio d’ogni usurpazione, il sentimento della giustizia, tai sono i sostegni della libertà.
D. Perchè mai fralle nazioni mal governate non trovasi nè riverenza verso delle Leggi, nè amore dell’ordine sociale, nè odio verso dell’usurpazione, nè sentimento di giustizia?
R. Perchè ivi le Leggi sono molte volte meri atti oppressivi del Governo odiosi alla nazione; perchè l’ordine sociale non è favorevole che agli oppressori; perchè i poteri e i diritti comunemente si usurpano; perchè l’astuzia e la forza prendono nome di giustizia. Generalmente però anche in tai governi le leggi sulla sanità sono rispettate da ognuno, perchè ognuno sente che vengono dettate dal ben pubblico.
D. Quali sono le leggi buone?
R. Quelle che hanno per oggetto il ben generale della nazione. Ogni legge che sacrifichi il bene della nazione per il comodo di alcuni è una cattiva legge. Perchè una legge sia buona, deve aver per oggetto il ben generale della nazione, deve essere chiara e intel-ligibile senza equivoco. Tai leggi sono sempre osservate e riverite, perchè è interesse dei più che lo sieno, e tanto più lo sono, quanto più sono aperti gli occhi del popolo per distinguere i veri suoi interessi.
D. In somma mi pare che voi amereste che tutta la riverenza pubblica fosse rivolta verso la Maestà delle Leggi Constituzionali, e che meno si adorassero gli uomini che governano.
R. La cosa è così appunto. In un paese avvilito dal potere governativo si considerano le leggi come un’arma della oppressione, e chi sa meglio deluderle acquista la meschina reputazione di uomo accorto. In un paese in cui la dignità dell’uomo sia rispettata, la maestà delle leggi è l’àncora sacra della pubblica felicità; la libertà, la sicurezza, la proprietà d’ogni uomo sono emanazioni di quel codice augusto, e si considera un obbrobrio la infedeltà alle leggi, e ciascuno si gloria di vegliare perchè sieno osservate. Esse contengono la norma della pace e dell’ordine sociale.
D. Nella scelta degli uomini destinati ai pubblici ufficj, che norma credereste voi di insinuare agli elettori?
R. Un uomo che nulla posseda, e nulla abbia da perdere, non avrebbe il mio voto, baderei molto alla morale domestica del soggetto. Chi è cattivo padre di famiglia, o spensierato, o violento, o ingiusto in sua casa, non porterà facilmente la virtù nel pubblico ufficio. Colui che più si smania per ottenere d’essere eletto, non sarebbe da me trascelto, ben sapendo che l’uomo di merito suole essere modesto, e non di rado poco socievole, io cercherei in quella classe di fare la scelta. Credo che non m’ingannerei facilmente.
D. Ma come il popolo farà dunque le nomine di chi parli per lui, se vi vuole tanto accorgimento?
R. Sempre ricadiamo allo stesso punto, che un popolo cieco e smarrito non è capace d’una Costituzione, e che i lumi producono la virtù, questa lo sdegno per l’ingiustizia e l’oppressione; indi l’intoleranza del potere arbitrario, d’onde la Costituzione. Quindi da qualunque lato prendiate il filo, sempre vi presenta lo stesso capo, cioè che il primo passo da farsi per innalzare un popolo alla libertà è quello di illuminarlo.
D. D’onde viene adunque la libertà?
R. Dall’abuso del potere e dai progressi della ragione.
D. Come si stabilisce la libertà?
R. Con una buona Constituzione che bilanci i poteri.
D. Come si conserva una Constituzione?
R. Colla virtù, col sentimento della patria, colla libertà de’ pensieri e della stampa.
D. E un popolo rozzo, che non abbia l’uso della scrittura, potrà mai essere un popolo libero?
R. Non può esserlo. Non v’è libertà politica senza di una Constituzione scritta e invariabile. Non v’è invariabilità se non vegli la forza pubblica combinata in difesa della Costituzione contro delle usurpazioni del Governo. Il Selvaggio può vivere bensì in-dipendente e senza leggi, ma non può mai essere libero, il che suppone una convenzione sociale e la forza pubblica pronta a soccorrere ognuno contro dell’ingiustizia. Non è dunque vero che l’uomo nasca libero, ei lo diviene per effetto della perfettibilità della sua specie; e senza l’arte dello scrivere non lo potrebbe essere. L’invenzione della Stampa è stata la più utile di tutte pel genere umano. Le belle arti, le belle lettere, l’erudizione curvano l’uomo al giogo; la generosa filosofia lo porta ad analizare i principj delle cose, a preferire sopra tutto quello che più intimamente ha connessione coll’essere nostro, a far uso della ragione, a indagare le verità importanti, a farlo arrossire del proprio avvilimento, a rendergli cara la virtù. I Filosofi e gli Stampatori sono i primi benefattori del genere umano.
D. Ma col nome della libertà della stampa intendete voi dunque che a ciascuno debba essere lecito animare la plebe al tumulto con un libello sedizioso, calunniare e insultare colla satira qualunque galantuomo?
R. Ho già detto che la libertà consiste nel poter fare tutto quello che non pregiudichi alla libertà d’un altro uomo. Ora chi move a tumulto, sicuramente pregiudica alla libertà de’ cittadini, chi toglie la fama calunniando o insultando, toglie un bene prezioso e pregiudica alla libertà del danneggiato. La stampa deve essere libera, come libera è la parola; ma chi se ne serve per commettere un delitto debb’essere punito secondo le forme delle Leggi.
D. Ma perchè proscrivere dunque la censura, la quale previene i delitti della stampa? Non è egli meglio prevenire i mali, che castigarli?
R. Impedirete voi che si accenda fuoco perchè non seguano incendj? Se volete prevenire tutt’i mali, impedite che gli uomini non operino: questo sarebbe lo stato di morte. Impedite che gli uomini non parlino per prevenire la bugia, la contumelia, la ca-lunnia! Prevenite i delitti coll’impedire l’ozio, col castigare prontamente, col premiare le buone azioni, col dilatare per mezzo della educazione il senso morale. Ma è la politica degli ignoranti e de’ tiranni quella di ammortire le azioni degli uomini, e interdire loro le facoltà; la vita sociale si misura colla somma delle azioni, convien diriggerle con buone leggi, ma non vincolare giammai la molla della attività.
D. Ma dopo un pubblico insulto fatto da una satira, non vedo come si possa liberare il Cittadino offeso dalla macchia che gli viene imposta.
R. Dove la stampa è vincolata sotto la pubblica censura, fanno grande impressione le cose stampate, perchè si presume che rechino la pubblica approvazione, e perchè rare volte un Cittadino vi è preso di mira. Dove la stampa è libera, ogni scritto non porta maggiore autorità di quello che merita l’autore, e non fa tanto senso quello che vi si legge. Ogni Cittadino calunniato e offeso, se vuole, ricorre al giudice, chiama avanti del tribunale l’offensore, e ottiene soddisfazione.
D. Ma in che consiste l’utilità di lasciar libera la stampa?
R. Non tutti gli uomini che hanno qualche cosa di buono di suggerire per bene della società hanno occasione di parlare in pubblico, non tutti hanno ufficio pubblico; molti non hanno voce, gesto, e franchezza per cimentarsi a una concione; molti di carattere timido, o di meschina figura non l’osano; alcuni avviliti dalla povertà giacciono solitarj. Col mezzo facile della stampa si pongono in comune i suggerimenti di tutti. Il prepotente viene frenato col pericolo di veder pubblicati gli abusi. Ecco i beni sommi che produce la libertà della stampa.

Dialogo terzo

D. Nel primo dialogo mi avete date le idee sul Governo; nel secondo avete sviluppati gli elementi della libertà. Ora bramerei che cadesse il discorso su i mezzi, co’ quali si possa condurre un popolo gradatamente alla libertà.
R. Già i semi sono gettati ne’ due dialoghi antecedenti; ora ci resta da farli germogliare. Alcuni autori che profondamente hanno esaminata la questione se ogni popolo sia capace di vivere sotto un governo libero, hanno asserito che vi sono de’ popoli nati per la schiavitù, popoli abjetti, senza virtù, senza costante energia, e ne citano per esempio gli Egiziani, che sino dalla più remota antichità furono governati dispoticamente, come lo sono oggidì. L’Asia, per quanto ne sappiamo, non ebbe mai un governo libero. Noi non conosciamo fra gli antichi se non alcune repubbliche greche, i Cartaginesi e i Romani. Fra i popoli della terra i liberi furono una picolissima eccezione, e la storia del genere umano non ci presenta che la storia della schiavitù, della ingiustizia e della oppressione.
D. Dunque lo stato di schiavitù lo credete voi lo stato naturale dell’uomo?
R. Credo che il selvaggio è indipendente; l’uomo sociale semplicemente è schiavo; e la libertà non si ottiene se non illuminando e perfezionando la società. Perciò rare furono le provincie e i regni che godessero un governo libero. La questione adunque si riduce a conoscere se un popolo possa diventare illuminato e perfezionarsi.
D. E alcuni autori rispettabili credono adunque che realmente non possa illuminarsi e perfezionarsi ogni popolo?
R. Essi così pensarono; ma tale opinione mi pare funesta non meno, che mal fondata. Funesta perchè, invece di animare, avvilisce e tende a perpetuare la schiavitù. Mal fondata, perchè della storia del genere umano ne sappiamo una piccola parte, e sono stati pochissimi i governi liberi, onde da pochissimi fatti non si può cavarne alcuna teoria generale, e fors’anco i rimoti antenati di quegli uomini liberi furono corrotti peggio che non lo siamo noi, e nessuno ce ne ha passata la memoria.
D. Credete voi dunque possibile che un popolo corrotto s’illumini, si perfezioni, e finalmente meriti la libertà?
R. Io non lo vedo impossibile. L’Inghilterra, un tempo rozza e barbara, ora è la maestra dell’Europa. L’Italia, un dì domatrice d’Europa, Maestra, Signora de’ popoli, ora giace nel letargo e nell’abjezione. E perchè da quest’abjezione non potrebb’ella mai risorgere? E perchè non potrebb’ella aprir gli occhi dopo il lungo sonno? Non si è veduto un popolo corrotto ripigliar vita, così si dice. Ma sappiamo noi la storia di tutt’i popoli corrotti? Sinchè l’uomo ama il piacere, sin che ha un amor proprio, vi è un principio di attività nell’uomo; se giungasi a modificarlo, se ne farà tale uso da recare una più consolante teoria sul destino della umanità. Togliete la catarata agli uomini, date loro un intelletto sgombrato dai fanatismi d’una cattiva educazione, e vedrete aperta la strada ai lumi e alla perfezione, e quindi alla libertà.
D. Dunque, secondo voi, un popolo non è capace della libertà se non è illuminato; ma ogni popolo può giugnere a illuminarsi, quindi passare col tempo alla libertà.
R. Appunto questo è il mio sentimento; e credo che, se non altro per un istinto secreto, i Sovrani dispotici, i Ministri primarj, gli uomini in somma che da padroni reggono i popoli, abbiano la mia stessa opinione, poichè temono che i sudditi s’illuminino, e mostrano avversione decisa a chiunque abbia ragionevoli principj sulla scienza sociale.
D. Federico Re di Prussia…
R. Già altra volta ne parlammo. Ei detestava Rousseau, egli altronde credevasi superiore all’opinione per la forza delle armi. Ma sempre è vero che l’uomo di principj morali fermi, e corredato da’ lumi della ragione, non è mai piacevole ai tiranni, perchè nell’intimo del loro cuore sentono che il loro potere dipende dalla ignoranza pubblica; e l’opinione fa tutto.
D. Ma le armate sono una forza fisica e reale, non una opinione.
R. Le armate sono figlie della opinione, e senza di questa non vi sarebbe un’armata.
D. Questo mi pare un paradosso. Spiegatevi.
R. Rispondete voi pure alle mie interrogazioni. Ditemi: come si compone un’armata?
D. Coi soldati.
R. La vita del soldato è ella buona, è piacevole?
D. No certamente. Non ha domicilio stabile; è soggetto a trasportarsi con faticose marce da una all’altra estremità d’Europa. Ha un cattivo pane, un pezzo di carne cattiva e dell’acqua per suo nutrimento. Deve sopportare tutt’i disagi delle stagioni. Non può uscire dalle caserme o dai presidj. Mena una vita schiava e affaticata. È trattato come i cani col bastone, colle catene. Si deve esporre ai pericoli d’ogni sorta. Il soldato mena una miserabilissima vita.
R. Come dunque si fa a reclutare l’armata e a custodirla?
D. Colla forza della stessa armata.
R. Cosa è che forma questa forza?
D. La subordinazione e la disciplina.
R. Chi dirigge la subordinazione e tiene in vigore la disciplina?
D. La vigilanza degli ufficiali.
R. Perchè mai gli ufficiali così vegliano?
D. Perchè il loro onore, il dover loro così esiggono.
R. Cosa è l’onore, cosa è il dovere? Rispondetemi esattamente.
D. Sono imbarazzato a rispondervi.
R. Dunque risponderò io. Dovere e onore sono due parole che hanno le loro radici nel regno della opinione. Cambiate la opinione, e non avrete più armate.
D. Spiegatevi.
R. Figuratevi che s’illuminasse un regno, e che si conoscesse che il dovere d’ogni uomo è d’essere giusto, e che cooperando alla ingiustizia si manca al proprio dovere. Dovere è il difendere coraggiosamente un popolo innocente dalla oppressione, ma il contribuire ad opprimerlo è una mancanza al dovere d’ogni uomo. Dovere è l’impedire la seduzione, l’annullare gl’impegni contratti nella ubriachezza, conservare un robusto figlio di famiglia a soglievo de’ vecchj suoi genitori; ma il contribuire alle reclute fatte colle più insidiose arti, ai giuramenti fatti da un ubbriaco, lo svellere a forza dalle mura domestiche un innocente, e in tal modo completare i reggimenti, è tutt’altro che il dovere, è una infamia. Dovere è l’esporsi ai pericoli e guidarvi valorosamente la milizia per respingere un agressore ingiusto, per salvare la patria, per reprimere chi ardisce violare la pace dell’ordine sociale, questo sì, è un dovere; ma condurre al macello una mandra di schiavi per il capriccio d’un dispotico, rovinare le provincie, insultare la virtù, calpestar la morale, vilipendere tutt’i doveri della umana società, no, non è mai questo un dovere. Questo è un obbrobrio, una frenesia, un delirio bestiale, non un dovere. Che ve ne pare ora del vostro dovere, quella parola magica che tiene in subordinazione e disciplina?
D. Sicuramente che a considerarla bene la cosa, quella parola di dovere scompare. Ma resterebbe l’onore.
R. L’onore, esaminatelo bene, non vi può essere presso di un popolo illuminato se non per le azioni nobili, virtuose e di pubblica utilità. Ma il servire un tiranno, il fare il mandatario prezzolato, pronto a dar la morte al più innocente e virtuoso popolo al comando d’un dispotico, pronto a gettare bombe e palle roventi su di una Città infelice, fare l’assassino, il sicario, il carnefice, no, non merita nome di onore un tal mestiere. E chi l’adopera per conservare la tirannia è uno schiavo, ha sentimenti da schiavo vilissimo, ma non da uomo d’onore.
D. Voi mi fate pensare su molti oggetti importanti, ai quali non aveva badato mai. Vedo che la forza militare sta appoggiata all’equivoco di due parole, e che se una volta si definiscono bene dovere e onore, l’illusione è tolta, il prestigio è svanito, e la tirannia non avrà più in suo soccorso la forza armata. Ma come mai è accaduto che nessuno sin ora siasi accinto a combattere contro di queste larve, mentre a’ tempi nostri si sono atterrate tante altre non meno terribili?
R. Vi dirò che gli uomini maestri de’ loro simili, i filosofi, hanno opportunamente lasciata per l’ultima da combattere la opinione del militare. Eravamo oppressi dall’ignoranza, dalla superstizione e dalla forza militare. Conveniva ragionevolmente fare la guerra al dispotismo con metodo, e non avventurarci alle prese con più nemici ad un tratto. Badate ai progressi che si sono fatti da un secolo a questa parte. Prima di tutto si è sgombrata la fallacia delle opinioni scolastiche, si è introdotto un metodo per tentare la natura nelle cose fisiche, si sono dilatate le matematiche, la critica illuminata ha esaminata l’antichità; si è sbandita la barbarie dalle scuole, si sono istruiti gli uomini con una logica buona, il giogo servile dell’autorità si è rotto, e si sono incamminate le menti alla ricerca della verità; la inerzia, la ignoranza, anche in parte il fanatismo furono i primi nemici che la ragione attaccò e sottomise; ma frattanto nè gli ecclesiastici, nè i dispotici non vennero offesi direttamente; e quindi non fu la luce della verità spenta nel primo comparire. Quindi lasciando la nuova generazione meglio educata, e abituata a servirsi della ragione e della logica, i progressi divennero più facili.
D. In somma voi credete che la filosofia sia quella che abbia cambiate le opinioni d’Europa, e che le opinioni essendo quelle che reggono i Governi, di conseguenza gli autori sieno i veri padroni del mondo.
R. Gli autori per lo più sono essi medesimi vittime delle verità che pubblicano. Montesquieu visse con molte inquietudini. Rousseau ebbe assai pena a trovare un asilo; ma gli scritti loro qualora annunzino le verità importanti, e le espongano bene, sicuramente coll’andare degli anni fanno germogliare le verità, le dilatano, e finalmente gli autori diriggono il mondo. Ma continoviamo la serie de’ progressi della ragione. Poichè vennero date nelle mani degli uomini l’arme della buona logica, e rimase screditata la autorità delle scuole, delle quali si erano smascherati gli errori; allora i filosofi si volsero ad attaccare la potente protettrice della tirannia, la superstizione.
D. E i tiranni non s’avvidero allora che si accostava il pericolo? E perchè non s’armarono allora contro de’ filosofi?
R. Alcuni veramente così fecero; ma due cose sedussero i principi: una fu la persuasione che ebbero di poter tutto colle proprie forze delle armi, e di non dipendere dalla opinione; l’altra la lusinga di poter liberarsi dalla soggezione che loro davano i ministri dell’altare, e giugnere a dominare più liberamente sul ceto ecclesiastico, e servirsi delle sostanze sue. L’orgoglio e la cupidigia occultarono l’avenire.
D. Datemi una idea del modo col quale i pensatori mossero la guerra alla superstizione.
R. Dapprincipio essi attaccarono i maghi e le streghe. Riuscì loro vittoriosamente di illuminare il popolo, e far loro toccar con mano che gli ecclesiastici avevano insegnato un errore crudelissimo; che molte innocenti creature avevano per questo errore sofferte persecuzioni, carceri, torture atroci, orrendi supplicj; che questo errore alimentava la impostura degli ecclesiastici sulle grandini, sulle malattie e su cento pazzi oggetti. Il popolo conobbe che gli ecclesiastici non erano sempre i maestri disinteressati della verità. Si passò poscia ad esaminare le arti colle quali avevano ammassate le ricchezze; si svelò il fanatismo delle crociate; la opinione del prossimo fine del mondo, la tariffa penitenziale convertita in denaro, l’esenzione de’ pesi pubblici per i fondi ecclesiastici, per cui molte donazioni si fecero, ritenendo a titolo di livello nella famiglia i poderi donati e diventati esenti; l’opinione di ottenere la felicità dopo morte a chiunque lasciasse il suo agli ecclesiastici. Così que’ beni che in prima si consideravano sacri e inviolabili, comparvero un criminoso effetto della usurpazione e dell’insidia; e la veneranda persona degli ecclesiastici cominciò a perdere nel concetto del popolo. Lo sdegno ecclesiastico, le persecuzioni colle quali resero infelici i banditori di quelle verità, accrebbero l’odio de’ pensatori e ne moltiplicarono la schiera. Essa oltrepassò fors’anco i limiti; ma vero è che i sovrani si sono resi padroni del corpo ecclesiastico e delle sostanze, e che omai il prete poco o nulla influisce sulla opinione.
D. Ma quale utilità da ciò ne deriva ai popoli contro del dispotismo?
R. L’utilità che il governo è abbandonato alla sola forza militare. Il prete non più è sollecito di rappresentare il Monarca come l’imagine della divinità; non più l’obbedienza de’ popoli ha le radici nella religione e nella coscienza, non rimane più altro fondamento della tirannia se non la inerzia e la cecità. Hanno commesso pure un altro errore importantissimo i sovrani col negligentare e opprimere i nobili.
D. Ma non diceste voi che è un bene che non vi siano nobili?
R. Bene per la libertà dei popoli; ma per questo appunto un governo arbitrario doveva servirsi e degli ecclesiastici e de’ nobili, e fiancheggiarsi.
D. Capisco che i monarchi si sono resi isolati; dapprima erano come una pianta sublime contornata da piante minori e decrescenti, ed il sovrano sovrastava come la cima d’una piramide. È vero che le piante che la contornavano le davano dell’ombra, e in parte con essa dividevano l’alimento del suolo. Per godere d’un’aria libera, per attrarre sola l’alimento, la pianta sublime rimane isolata ed esposta allo sdegno degli aquiloni, i quali al primo forte impeto la svelleranno dalle radici. Questa è, mi pare, l’imagine della cat-tiva politica adoperata dai principi.
R. Siamo d’accordo. Non rimane ai dispotici altro appoggio che la forza militare, la quale è fondata sulla opinione. Ora gli uomini che pensano, gli uomini che amano i loro simili, gli uomini che fremono per gli oltraggi che soffre la specie umana; in una parola, i filosofi debbono sgombrare gli errori della opinione militare, e l’uman genere è liberato dalla tirannia.
D. E sin’ora non vi è stato alcuno che abbia ardito cimentarsi contro di questa atroce chimera?
R. Pochi, e per cenni, e timidamente. Rimane un vasto campo al filosofo che liberamente ne prenda a trattare.
D. E perchè mai hanno sin ora diferito i filosofi a tentare la guarigione di un male così funesto?
R. Perchè sarebbe stato immaturo il farlo prima. Mentre gli uomini non erano avvezzi a giudicare per ragione, ma si movevano per autorità, non v’era mezzo di aprir loro gli occhi, se prima non si cominciava a far loro toccar con mano che l’autorità s’ingannava, e che dovevano servirsi della ragione. Questo si è fatto. Poi conveniva staccare il santuario dal Trono: il Re era l’unto del Signore; queste due potenze combinate erano insuperabili, e questo pure si è fatto. Ora rimane il Trono solo appoggiato alla forza militare, ossia fondato su due vocaboli dovere e onore.
D. Qual è il principale ostacolo da rimovere nelle menti degli uomini per dissipare i prestigj del falso dovere e del falso onore?
R. L’ostacolo principale consiste nello sgombrare quella falsa idea di eroismo, che abbellisce il corpo militare. Idea la più chimerica di quante sieno al mondo, perchè basta conoscere una armata, vivervi, abituarvisi, che si vede tutt’altro che eroismo.
D. Come la considerate voi una armata?
R. Io la considero come una cloaca che raduna tutt’i vizj più deformi e tutt’i rifiuti della società; gli uomini incapaci di far qualche cosa di bene si fanno soldati, o soprafatti dal vino, o per sottrarsi ai debiti, o per evitare il carcere, o per disperazione. Sono ben altro che eroi questi disgraziati, al momento detestano la schiavitù nella quale si sono posti, soggetti al bastone, alle catene, alle verghe, alla forca, ciascuno fuggirebbe se gli fosse possibile. Una falange di veri poltroni ben bastonati, posti in linea come tanti automi, rinchiusi ai fianchi e di dietro, con ufficiali e artiglieria alla schiena, che minaccia certa morte a chi voglia volgersi indietro, ecco la falange degli eroi che si spinge contro il nemico. Tutta la disciplina consiste a fare che il soldato abbia più paura del suo ufficiale che non del nemico, e che veda più evidente il pericolo di morire fuggendo, che rimanendo al suo posto. L’ufficiale medesimo, se non avesse dietro di lui il generale a cavallo, se non sapesse che il generale sta apparecchiato a passarlo attraverso colla spada s’egli volti faccia, se non vi fossero moltiplicati esempj di tali esecuzioni, l’ufficiale medesimo fuggirebbe il primo. In fatti non si cimentano giammai di notte le nostre armate mercenarie, perchè sicuramente sarebbe un conflitto a chi avesse più viltà e codardia. Ecco quai sono questi eroi; nè possono essere altrimenti eserciti composti ed accozzati co’ scarti delle nazioni, che non hanno altro motivo per cimentarsi che la necessità, e che non reggono che pel mecanismo della disciplina. I Greci, i Romani, gli Arabi combattevano con valore anche fralle tenebre, perchè erano animati da sentimento nazionale, avevano di contro nemici che odiavano; la religione li confortava, gli Dei, la Patria, la gloria erano parole non solo, ma erano cose presso di coloro. Ma queste mandre di schiavi, che per quattro soldi al giorno sono condotti a fare le schioppettate contro di altri schiavi loro simili, che nulla hanno per loro se vincono, che detestano il mestiere, qual eroismo possono essi avere mai, qual generosità, qual valore?
D. Un’armata nel suo campo è pure uno spettacolo imponente.
R. Al primo aspetto una unione di ottanta o cento mila uomini rappresenta un grande oggetto; ma esaminate il campo, voi non leggete sul viso che una cupa tristezza, una disperazione che sembra ferocia; nessuna allegria voi troverete. Ognuno vi soffre tutte le miserie e i disagi. Si diffida ognuno del suo compagno, in guisa che la solitudine si preferirebbe a quella società. Scorbuto, rogna, pidocchi, odori fetidi, eccovi gli elementi di quello che vi pare uno spettacolo imponente. Si vive tanto stolidamente in un campo, che nemmeno vi si sa il numero o la posizione dell’armata; nemmeno si sa dove sia accampato il nemico; nemmeno talvolta si sa dopo alcune settimane in quale provincia siate accampato, e questi Eroi nulla sanno della guerra che fanno da veri automi.
D. Ma nelle marce conoscono pure il paese che scorrono.
R. Nelle marce! Voi non ne avete idea. Hanno ben altro che fare que’ miserabili che badare al paese! La guerra si fa d’estate. Figuratevi il soldato vestito con abito e sottabito di panno grossolano sotto la sferza del sole di luglio, con una fascia di cuojo attraverso dalla spalla al fianco, un fucile sulle spalle, un bastone della tenda, una marmitta, il suo fardello, che cammina come una pecora fra un ovile, respirando un’aria puzzolente e grave per la traspirazione di alcune migliaja di suoi compagni, che attruppati in colonna lo precedono, tutto impolverato, oppresso dalla fatica, che a forza di bastonate è costretto camminare perchè si teme che diserti… ha ben altro che fare che istruirsi. Mojono varj in marcia, e mojono al momento, se non vi sia un chirurgo che gli apra la vena. È un orrore!
D. Soffrire disagi con vigore e fermezza è cosa eroica, ma esservi costretto a bastonate certamente non lo è, e vedo che l’anima delle nostre armate mercenarie è veramente il bastone.
R. Aggiugnete di più: ciascuno di questi eroi è sottoposto ad essere disteso su di una panca e da due altri eroi bastonato sulle natiche. Nè il bastonato, nè i due carnefici bastonanti non fanno certamente una azione degna d’onore. Ciascuno di questi eroi, se occorre, viene incatenato come un cane, e se deve passare per le verghe e subire la flagellazione, i suoi carnefici sono i suoi compagni; e se a caso qualcuno avesse umanità per percuoterlo leggermente, il comandante col bastone punirebbe questa umanità. Se debbesi eseguire sentenza di morte colle fucilate, i carnefici sono i compagni. L’eroe soldato muore anche sulla forca. Vedete se v’è campo per disingannare sull’eroismo militare!
D. Ebbene, non vi è ne’ soldati comuni: ma non mi negherete che l’ufficiale non eserciti un ufficio nobile e generoso.
R. Pensatevi, esaminatelo, e lo negherete voi il primo. L’ufficio di porsi alla testa della feccia del genere umano, di guidare una ciurma di sgherri e di sicarj a portare la schiavitù, la rovina, la desolazione dovunque vi destinino la vendetta, l’orgoglio, il capriccio d’un vizioso governo, lo chiamate voi nobile e generoso ufficio? Sappiate che quest’ufficiale, che vi sembra occupato in una nobile e generosa professione, è come uno schiavo avvilito sotto de’ suoi comandanti, i quali lo pongono in arresto, lo incatenano a loro arbitrio. Sappiate che quest’ufficiale deve soffrire le brutalità che piaccia al suo superiore di fargli e dirgli, ch’egli non ardirebbe nemmeno di sedersi in faccia del suo superiore s’egli non glielo comandi. Sappiate ch’egli è obbligato a far la corte al suo superiore, e che non di rado è ricevuto con tale indecenza, che una persona bennata non l’userebbe con un domestico da livrea. Informatevi, e vedrete meglio se sia nobile e generoso l’ufficio, ovvero anzi una degradazione della umana natura. Ogni ufficiale in secreto maledice il mestiere: ma finge d’esserne ambizioso e contento per impegno e necessità.
D. Comprendo chiaramente quanto sarebbe vasto il campo per disingannare gli uomini sulla opinione dell’eroismo militare. Romanzi, commedie, discorsi, novellette, poesie amene sarebbero mezzi ottimi per rendere, come merita, odiosa e vile agli occhi degli uomini la mercenaria milizia, sulla quale s’appoggiano i cattivi governi; ma quando anche l’aveste resa esecranda, ella sempre sussisterebbe, e i popoli verrebbero oppressi.
R. Quando fosse universale il ribrezzo, l’armata cesserebbe di esistere. Oggidì uno sfacendato, vestito coll’uniforme, s’accorge che acquista una importanza che non aveva, e ottiene que’ riguardi e considerazione che non ritrovava dapprima. Ecco perchè la gioventù ambisce di essere ascritta al militare; togliete questa opinione, fate che un ufficiale sia considerato come uno sbirro, e non avrete più milizia mercenaria. Carlo Quinto Imperatore, rimirando schierate le sue truppe, disse all’orecchio d’un suo familiare: Poveri noi se questi pazzi diventassero savj! Carlo Quinto era un principe avveduto.
D. Colla milizia armata si farebbero a forza le leve de’ soldati, e i soldati si promoverebbero e diventerebbero ufficiali.
R. La milizia resa odiosa nella pubblica opinione troverebbe tumulti e sollevazioni dovunque tentasse di ascrivere per forza al suo ceto de’ cittadini, essendo questo il sommo della tirannia di privare a forza del proprio stato un innocente cittadino, che paga i suoi tributi appunto per godere in pace e sicurezza lo stato proprio; il che se accade talvolta anche oggidì, malgrado il prestigio dell’onore attribuito alla milizia, e malgrado la cautela che usano i principi di non ricorrere a leve forzate se non alle estremità d’una guerra; a più forte ragione accaderebbe qualora fosse considerato come iniquo e vile il mestiere di sicario, e più frequenti fossero gli attentati contro la pace domestica de’ sudditi.
D. E non correrebbero pericolo i filosofi collo svelare le turpitudini della mercenaria milizia di rendere un popolo effeminato, molle, lontano dall’uso delle armi, e quindi esposto a diventare facile preda d’una nazione barbara e conquistatrice, come è accaduto allorchè i popoli del Nord distrussero l’Impero Romano?
R. I filosofi non metteranno mai in abominazione il coraggio, il valor personale, lo sdegno verso dell’oppressione, l’amor della patria e le virtù, che formano una nazione generosa. L’uso delle armi non sarà mai disprezzabile, anzi onorato, allorchè serva alla libertà e alla giustizia. I filosofi debbono svelare l’abuso e la perversione dell’arte militare, e promoverne ed animarne l’esercizio e l’amore, tosto che ritorni al suo instituto.
D. E credete voi che col solo piccolo mezzo dei libri si possa cagionare un cambiamento cosí grande?
R. Lo credo. L’Italia era pazza al principio di questo secolo per la scienza cavalleresca, un libro solo del Marchese Scipione Maffei ha cambiata la opinione, e non si è badato più a quella scienza. Le streghe, i maghi erano un ingrediente de’ poemi, delle com-medie, de’ discorsi, de’ processi, de’ supplizj; l’Italia ne era infatuata: il benemerito Maffei con un libro cambiò l’opinione. La Spagna era immersa nelle idee de’ romanzi, e Cervantes con un libro ha cambiata l’opinione della Spagna. La commedia del Disertore ha costretta la Francia, anche sotto il dispotismo, a cambiare le pene militari. Un libro scritto bene non manca mai di effetto. L’opinione regola il mondo, e i libri regolano l’opinione.
D. Ma per preparare un popolo alla libertà, sembra a voi che altro non rimanga ai filosofi se non di annientare il poter militare de’ cattivi governi?
R. No. Dico bensì che, svelando ai popoli la illusione e la iniquità della milizia mercenaria, viene tolta dalle mani del despota la verga di ferro; ma per meritare di vivere sotto di una costituzione libera, conviene che la massa degli uomini sia illuminata, che conosca le virtù sociali; e quindi i maestri degli uomini, quei che alzano nella libera mano la benefica face della verità, debbono dilatarne l’influenza della virtù. Prima i filosofi si occuparono dei fenomeni della terra; poi si rivolsero a conoscere il cielo con maravigliosa sagacità; ora si consacrano alla scienza sociale negletta nella tenebrosa serie de’ secoli trasandati, e i loro lavori prepareranno gli uomini a quella perfezione, che gli renda degni d’avere un libero e tranquillo governo.

Dialogo quarto

D. Il popolo dell’Europa in questo secolo si è sottratto a molti pesi, che gravitavano sopra di lui. L’autorità delle scuole è assai indebolita, se pure non è annientata. I ministri della religione ottengono una apparente riverenza, che non nasce dal cuore. I nobili hanno di molto perduto colla diminuzione de’ dritti feudali e coll’annientamento che hanno fatto i sovrani dell’aristocrazia. Rimane che anche il militare perda (e mi pare conseguente ai progressi della ragione che ciò accada) e allora il popolo s’accorgerà d’essere egli il più forte. Il momento non è molto lontano, e che accaderà allora?
R. Allora presso i popoli non bastantemente illuminati per conoscere una patria, un interesse comune, un fine sociale, accaderà uno sconvolgimento, una disordinata licenza, una anarchia funesta; e presso i popoli i lumi de’ quali sieno giunti a farli conoscere la virtù, allora si formerà una Costituzione, nella quale troveranno gli uomini l’ordine, la sicurezza, la libertà e la pace. Perciò dico che i filosofi (cioè gli amanti della verità, gli amici degli uomini, i loro benaugurati maestri) debbono promovere con tutto lo sforzo i lumi della scienza sociale e sulla virtù, a fine di preservare i popoli dalla imminente anarchia.
D. Il dispotismo de’ monarchi è dunque omai fuor di stagione?
R. È un assurdo che balza agli occhi di ognuno, che i tre poteri legislativo, esecutivo, e giudiziario sieno tutti nella mano d’un uomo solo, e che tutta una nazione sia abbandonata alla fantasia d’un uomo solo, e considerata come un mero patrimonio di una famiglia come un armento. Un sistema tanto evidentemente iniquo e contrario alla natura non poteva reggere se non appoggiato alla religione, e facendo emanare immediatamente da una missione della Divinità il dritto sovrano.
D. E i monarchi hanno voluto inimicarsi il corpo ecclesiastico!
R. I monarchi assoluti hanno accellerato incautamente il momento della crisi. Essi hanno staccati dal Trono e avviliti gli ecclesiastici. Essi si sono alienati i sudditi più facoltosi, i terrieri più potenti, ricusandogli quelle distinzioni delle quali erano in possesso e degradandoli al livello del popolo. Essi hanno abolite le cerimonie, le genuflessioni, i baciamano e le idolatrie che si usavano ai Re loro antecessori. Essi si mostrano senza formalità, senza corredo che ricordi la maestà che rappresentano. Essi confidano le cariche a capriccio, ed a capriccio le tolgono, riducendo i loro ministri a un mecanismo di mera obbedienza, senza alcuna decorazione, e quindi non hanno al loro servigio se non chi serve per il salario. I Principi sono la pianta appunto che avete ricordata, sublime e isolata in un deserto; il primo vento gagliardo la getta a terra.
D. Ma perchè mai i Sovrani hanno dati colpi così violenti e inconsiderati ai sostegni della loro dignità?
R. Per eccesso d’orgoglio; perchè hanno creduto di non aver bisogno nè dell’appoggio d’alcuno, nè della opinione d’alcuno; perchè hanno disprezzato gli uomini a segno di non curar punto il loro voto.
D. Ma qual partito prenderanno mai i Principi assoluti in questo rivolgimento di cose, mentre vedono i progressi che la ragione va facendo ne’ popoli? Gli avvenimenti sono tanto solenni, che l’adulazione non ha mezzi per abellirli.
R. I Principi e la verità sono i due punti più distanti dell’universo. La verità non si accosta al Trono. Attribuiscono i Principi a errori e stolidità de’ loro confratelli regnanti le rivoluzioni e i tumulti; cattiva scelta di generali; cattiva scelta di ministri; consigli inavvedutamente presi, ecco l’origine, secondo essi, delle inquietudini de’ popoli; e ciascuno de’ Monarchi persuaso della propria superiorità di mente, poichè fino dall’infanzia sono stati ingannati dagli adulatori, non crede possibile che accada a lui quello che vede accadere in altri stati. Non sospettano i Principi che i progressi della ragione esiggano moderazione nel potere arbitrario.
D. Ed è possibile che fra i molti che s’accostano a un Monarca, e che ne ricevono onori e beneficj, non si dia un’anima sincera e affezionata che gli mostri gli oggetti nel vero loro aspetto?
R. Si vede che voi non avete mai conosciuto da vicino una Corte. Se sapeste quanto esiggano i Monarchi da chi sta loro intorno, conoscereste che un uomo che abbia una morale ferma non vi può stare. Il solo partito che avrebbe un Sovrano sarebbe quello di conversare co’ libri, essi non adulano, in essi facendo buona scelta si può trovare la verità, o almeno addestrarsi a camminarvi da sè. Ma hanno avversione anche ai libri.
D. E se un Monarca dispotico con buona fede vi chiedesse consiglio, qual parere gli dareste voi?
R. Io gli direi: Sire, Voi obbligate a comparire in faccia vostra un uomo strano, una mente piena di chimere, un personaggio assai nojoso: ma vi esporrò la verità, e la più utile verità per voi. Il dispotismo non può più a lungo durare, perchè la pubblica opi-nione lo detesta. Voi non potete colla popolarità, colla bontà stessa prolungarlo di molto; poichè voi non potete essere presente ad ogni provincia della vostra Monarchia, e il dispotismo ministeriale irriterà i popoli, e si solleveranno. Prima che giungasi a questo termine, che io non credo molto lontano, formate voi stesso una costituzione, date ai popoli parte nel potere legislativo, date una legittima rappresentanza a ciascuna Provincia; non sia lecito l’aggravare le imposte se non col loro assenso; fissate delle reggenze collegiali, non mai de’ governatori. Moderate voi medesimo con una costituzione il potere monarchico. Questo è il solo partito, col quale assicurerete la corona sul capo vostro e de’ vostri discendenti.
D. Ebbene in questo discorso non v’è nulla di strano o di chimerico; a me pare sensato, e non più.
R. Ma voi non siete stato tradito dalla culla a quest’oggi con lodi, ammirazione, e insidie d’ogni sorta, come lo sono i Monarchi. Voi avrete avuto più volte delle occasioni d’essere umiliato dalla ragione altrui; voi sarete stato costretto a pensare, a informarvi per non iscomparire; voi avrete sofferto del disprezzo, della noncuranza, della derisione altrui fors’anco giusta, o ingiusta, e tutti questi pungoli che si hanno nella gioventù vivendo co’ pari nostri, ci obbligano a svolgere le idee, ci formano l’ingegno; ma un povero figlio d’un Monarca non ha nulla di ciò; egli è l’idolo incensato, offuscato dall’incenso, e se conserva un attomo di buon senso è una prova del suo ottimo naturale.
D. Dunque voi non avete speranza che i Monarchi assoluti, conoscendo la necessità di adattarsi alla universale opinione, moderino essi medesimi con una stabile costituzione il loro potere, e gettino in mare parte delle loro merci per salvare il naviglio dal naufragio?
R. Bramo d’ingannarmi; ma non lo spero.
D. Qual partito adunque rimarrà all’uomo dabbene e illuminato, che ami gli uomini suoi simili?
R. Quello che più volte ho accennato, illuminarli, difondere la virtù, screditare i vizj, preparare la nazione, acciocchè rovesciando il dispotismo possa uscire dall’anarchia e stabilire la libertà.
D. Per condurre un popolo a quel grado di luce, che lo renda meritevole d’una costituzione e degno della libertà, due cose adunque voi dite che restano da farsi: difondere la virtú, e screditare i vizj. Quale delle due strade sembra a voi la migliore?
R. Credo più opportuno consiglio quello di screditare il vizio. Perchè se a un popolo corrotto o rozzo voi andate predicando i vantaggi che si provano colla buona coscienza, l’utilità che ne deriva dalla buona fede, dal candore, dalla benevolenza; se battete la strada di mostrare la virtù utile e amabile, tutto ciò lascia l’animo de’ popoli corrotti nella calma della indifferenza, e passerete inutilmente per un predicatore di metafisica; laddove se voi ponete sulla scena in ridicolo e in abbominazione i vizj sociali, se nelle poesie e ne’ romanzetti, frizzando il mal costume, riuscite a porlo in dilegio, per quella strada vi fate largo sicuramente. Nessun uomo, anche fra un popolo corrotto, è indifferente allo scherno ed al ridicolo. Prendete gli uomini dal lato debole e sensibile.
D. E quali vizj a preferenza credereste voi doversi combattere?
R. La furberia, lo spionaggio, la timida difidenza, la servile adesione, la malignità e l’invidia, i vizj in somma della timidezza che formano il carattere d’un popolo corrotto.
D. Parliamo distintamente di tai malattie dell’animo per concepirne idee chiare. Cosa intendete voi col nome di furberia?
R. La furberia è un sistema abituale di nascondere i proprj sentimenti, e mostrarne di studiati e falsi. Il furbo è un commediante, che in tutta la vita si studia di rappresentare un personaggio che non è il suo. Vedete che fatica enorme è mai quella che si assume chi sceglie questa professione! Continuamente essere in guardia; frenare i veri sentimenti e opprimerli, e nel tempo stesso studiare le parole e gli atti opportuni per palesare un sentimento che non si ha; anzi non di rado mostrarsi precisamente l’opposto di quello che si è. Se la mira d’ogni vivente è il proprio ben essere, certamente è pazzo colui che sceglie la strada della furberia, perchè si determina a vivere sempre in uno stento penosissimo, mezzo veramente ridicolo per ottenere il ben essere. Potesse almeno l’arte giugnere al segno di ingannare il mondo! Ma ciò non riescirà giammai; perchè i moti della natura di tempo in tempo la vincono, e allora cade la maschera, e la furberia è svelata. Il furbo passa nella opinione pubblica per un uomo da non fidarsene, trova sempre maggiore difficoltà ad essere creduto, e alla perfine dall’immensa fatica, alla quale scioccamente ha voluto assoggettarsi, non ne raccoglie se non avversione, disprezzo, dilegio, odio, e non di rado l’abbandono e la povertà. Prendi l’uomo il più furbo che tu conosci, e vedrai che s’egli avesse in vece battuta la strada piana della natura, sarebbe vissuto assai meglio con meno pericoli, minori umiliazioni, maggior pace e felicità. Nella scena si può mostrarlo. Ne’ romanzi si può far toccare con mano il discapito della furberia, la quale riesce in qualche momento, abbaglia una nazione ingegnosa, perchè è tutta l’opera dell’ingegno; ma presa in complesso come un mestiere, è sicuramente il più ridicolo partito che possa prendere un uomo.
D. Lo spionaggio è un vizio che nemmeno reca seco quel lato d’ingegno che indora la viltà della furberia.
R. La spia talvolta riceve l’onore d’accostarsi ai primi signori e d’essere accolta con simulazione d’amicizia; ma quest’apparenza la paga troppo cara col disprezzo, la fuga e l’esecrazione. Non fa bisogno nè dell’arte comica, nè de’ sali faceti d’un romanzo per allontanare gli uomini da questo infame mestiere, che non si esercita se non fralle tenebre.
D. E il vizio della timida diffidenza in che consiste?
R. La prudenza è quella che ci rende cauti e circospetti a non fidarci sulle mere apparenze, e a discernere accortamente i caratteri sicuri, gl’incerti e i cattivi. Timida diffidenza è quella che senza discernimento pone gli uomini tutti in una stessa classe, e cela l’animo proprio a ciascuno. La timida diffidenza ha tutta la parte negativa della furberia. L’uomo avvilito e isolato in tal modo resta privo del conforto di una società di cuore, frena continuamente i suoi moti, e abituandosi a frenarli gl’indebolisce e giugne ad annientarli. Il cuore de’ timidi diffidenti si rende paralitico, il bene e il male quasi si confondono; eccoti un uomo che s’accosta alla imbecillità, incapace di giovare; così la dignità della umana natura si degrada e imbastardisce. Meglio avventurarsi a qualche pericolo, che immergersi in questo lezzo di morte morale. Questo carattere somministra assai al ridicolo della scena, e si dovrebbe per quella strada screditarlo.
D. La servile adesione come la concepite voi?
R. È il vizio de’ caratteri deboli, i quali, come le gracili edere, s’attaccano a una pianta per alzarsi dal suolo. In una nazione corrotta molto si opera per imitazione, pochissimo per principj. Alcuni pochi, e talvolta i meno degni, alzano la testa e si fanno capi di partito; la mandra servile de’ spiriti deboli aderisce, e quindi ogni opinione, ogni sentimento del capo s’adotta per servile adesione ne’ molti seguaci. Questi deboli aderenti hanno collocata la loro morale, la loro ragione, l’esistenza loro nelle mani del loro patriarca; e il patriarca non di rado è un briccone accorto e simulato, che abusa della imbecillità loro. Qui i filosofi non debbono mai stancarsi per frizzare col ridicolo e col rimprovero tal genia di servili aderenti, e confortare la spezie umana a non abdicare giammai la più preziosa parte di se stessa, cioè la propria ragione, e a non vivere come un armento di pecore. Uomo diventa uomo, opera con ragione, e con principj tuoi.
D. Avrete più pena a combattere la malignità, poichè pare che questo male sia impastato col cuore e inseparabile, non già come gli altri mali aventizj e acquistati per incauto partito.
R. Ragionate assai bene. L’uomo maligno ha una malattia incurabile; ma l’uomo non porta dall’utero materno questa malattia, l’acquista con una cattiva educazione. Debbono quindi i filosofi, e ne’ libri piacevoli, e sulla scena mostrare gl’inconvenienti e i danni che recano a lor medesimi i maligni. Malignità è quel vizio che tende a rimirare tutto dal punto il più odioso e sfavorevole. Il maligno non crede che vi sia virtù, tutte le azioni più belle e nobili sono presso di lui giudicate illusioni per coprire un fine basso e interessato. Sin che il maligno può negare fede al racconto d’una generosa azione, la nega: costretto ad ammettere il fatto, lo attribuisce a un fine malvaggio: convinto che non v’è fine malvaggio, ripone l’uomo che ha operato generosamente nella classe de’ romanzieri e degli incauti. Tutto crede il maligno fuori che il bene. La società del maligno è desolante; un sorriso amaro talvolta compare sul livido suo volto, ma l’atmosfera che lo circonda infonde in chi se gli accosta la tristezza e lo scoraggiamento. Da ciò bastantemente conoscesi lo stato infelice in cui abitualmente si trova. Mostrisi al popolo svelatamente la miseria del maligno, nel teatro, ne’ libri giocondamente scritti, si ponga in vista questa gangrena del cuore, e allontaneremo i giovani dalla scelta di questa professione, nella quale s’inviano sedotti dalla lusinga di passare per avveduti ed accorti. Men male abbandonarci al nostro cuore a costo d’essere qualche volta ingannati, che chiuderlo per sempre con porte di ferro, e ingannarci tristemente sulla guida della malignità. Meglio poi affidare la condotta della nostra vita al nostro cuore temperato dalla ragione.
D. E l’invidia, come la vorreste voi combattere?
R. I bambini tutti sono invidiosi; questo prova che questo è un sentimento dei deboli. L’uomo che sente d’avere una propria esistenza, e sopra tutto l’uomo di merito, non è invidioso. Questo vizio è proprio de’ fanciulli, delle donne e degli uomini gracili. Una nazione avvilita e corrotta è tormentata dalla invidia; un cittadino sospira perchè l’altro abbia ottenuto qualche bene; la diffidenza, la mormorazione, il ridicolo, la calunnia, una maligna taciturnità, tai sono le relazioni che passano fra il cittadino e il suo vicino di casa. Che ne fareste d’un popolo tale? Nulla affatto, sin tanto che non lo liberiate da questa pestilenza. Come liberarlo? Cercando di innalzarlo dalla abjezione, cercando i mezzi di rinvigorirlo. Quai saranno? Tutto quello che conduce l’uomo a sentire la dignità sua; tutto quello che tende a fare che il popolo s’accorga della forza sua; tutto quello di che si è parlato nel primo Dialogo.
D. Vedo che m’avete per cenni indicate le tracce, che debbonsi avere di mira dai filosofi per illuminare un popolo screditando il vizio, e prepararlo a vivere sotto di un libero governo. Ma credete voi possibile che sì tosto compaja nell’Italia chi si consacri vittima del ben pubblico, e si sacrifichi per sì bella cagione?
R. L’esempio di quanto sin ora è accaduto in Italia non mi darebbe questa speranza; ma finalmente anche l’Italia è aderente all’Europa, le Alpi si passano, i libri, i fogli pubblici discendono anche in Italia, la Francia non è lontana, quegli avvenimenti ci obbligano a riflettere sugli oggetti pubblici. I nobili, gli ecclesiastici sin’ora ci hanno rappresentato con orrore quanto ha fatto quel popolo; i nostri gracilissimi Italiani, credendo alla autorità de’ nobili e de’ preti, sono tuttavia passionati per il Re e odiano il popolo che non vuole essere più schiavo. Ma quando la Francia sia libera e tranquilla, la opinione anche del popolo italiano non sarà più fanatica; allora sarà il tempo opportuno per travagliare a spargere i semi della virtù e combattere il vizio.
D. Ma siete voi sicuro che appunto in quel momento trovinsi scrittori atti a tale beneficio, cioè uomini passionati pel bene de’ loro simili, fortemente sdegnati contro l’abuso del potere; uomini che profondamente conoscano i dritti degli uomini e sappiano prendere i lettori colla magia dello stile?
R. Machiavello scrisse che talvolta ai grandi uomini mancano le occasioni, e alle occasioni talvolta mancano i grandi uomini. L’Italia forse ora è nel primo caso, e sarebbe una grande sciagura per lei se le accadesse anche il secondo; ma è probabile che non accaderà. Machiavello aveva avanti gli occhi de’ piccoli Stati; in uno spazio esteso, qual è l’Italia, non pare verosimile che manchi all’occasione l’uomo. Oggidì i pensatori in Italia vivono nella oscurità per celarsi alla ipocrisia, alla superstizione, all’invidia, all’odio della massa corrotta e cieca che vive alla peggio in questa un tempo gloriosa penisola. Cambiate le circostanze, fate che compaja un raggio felice di speranza di riuscimento, e vedrete alla luce del giorno le anime privilegiate. La nazione non è stupida.
D. E nella Francia i filosofi ebbero essi miglior fortuna?
R. Furono sempre invisi alla Corte e presso gli uomini di potere; ma col favore delle belle arti ch’essi coltivarono, placarono l’avversione. Converrà anche presso di noi corredare le più importanti verità col mezzo della poesia, colla seduzione della musica, colla illusione della pittura, colla magia della eloquenza, e prendere gli uomini pel loro verso.
D. E se il popolo romperà le sue catene e toglierà la obbedienza al cattivo governo prima di essere giunto a quel grado di perfettibilità che lo renda capace di vivere libero, allora che accaderà?
R. Accaderà il peggiore disastro possibile, cioè la confusione di tutto, l’anarchia.
D. E qual partito rimarrà all’uomo ragionevole?
R. La fuga in altro paese.
D. Datemi una idea dell’anarchia.
R. È facile l’immaginarvela. Una plebe povera, furiosa, violenta, ardita, che ha insultato e detruso ogni oggetto in prima autorevole, che non è contenuta da veruna legge, che non obbedisce ad alcuna autorità; che di primo slancio va a saccheggiare le case de’ ricchi, s’appropria i comodi de’ quali godevano i cittadini agiati; aggiugne l’insulto alla rapina, si vendica della passata umiliazione colla crudeltà… Figuratevi l’ingiustizia armata di tutta la forza, eccovi l’anarchia.
D. Ma questo stato non può essere di lunga durata.
R. No certamente. I ricchi saccheggiati e offesi fuggono; la plebe comincia a rapirsi vicendevolmente le prede, ogni cittadino o assale, o si difende; la città diventa un soggiorno insopportabile a ciascuno, e da se medesima viene a rimanere deserta.
D. Non giugnerà il disordine sino a quella estremità.
R. Io vi ho mostrato il termine al quale da sè giugnerebbe l’anarchia; ma sempre interviene qualcuno, che coglie il momento in cui il popolo comincia a provare i mali del disordine, e si pone a signoreggiarlo. Per tal modo un popolo cieco passa dal dispoti-smo al disordine, e dal disordine ritorna ad un nuovo dispotismo.
D. E se il popolo volesse che tutt’i beni e tutt’i fondi venissero divisi in porzioni uguali sopra di ciascuno?
R. Allora saremmo tutti coltivatori della terra, e ci mancherebbero così i comodi della vita. Questo è un assurdo.
D. Voi lo giudicate un assurdo, eppure se gli uomini sono fratelli uguali, questa divisione uguale anche delle terre ne viene di conseguenza.
R. Chi può mai sostenere una falsità evidente, come quella di fare gli uomini tutti uguali? V’è diseguaglianza fra cavallo e cavallo, vi è tra cane e cane; molto maggiore diseguaglianza vi è tra uomo e uomo. Negli animali tutta la diseguaglianza nasce dalle forme del loro corpo; ma fra uomo e uomo, oltre la diversità che passa fra il debole e il robusto, fra il deforme nano e l’atleta; sembrano quasi di specie diversa l’uomo perverso e l’uomo virtuoso, lo sventato e l’uomo d’ingegno, il timido e l’uomo ardito. In una società giustamente formata hanno bensì dritti eguali alla protezione delle leggi i deboli e i robusti, i dritti e i torti, gli stolidi e gli uomini sensati; ecco in che consiste l’uguaglianza. Ma non saranno mai uguali gli autori dello Spirito delle Leggi e delle Decretali, dei Principj matematici e delle disquisizioni magiche, Federico Re di Prussia e Carlo secondo Re di Spagna. Disegualissime sono le facoltà delle menti umane, disegualissima l’attività, disegualissima l’industria, disegualissimi i talenti; quindi se fosse anche possibile il formare una perfetta uguaglianza di fortune, ella ben presto svanirebbe, poichè il laborioso e sagace acquisterebbe la porzione del pigro; l’industrioso accrescerebbe il valore del fondo, e ben tosto comparirebbe la diversità delle fortune; a meno che le leggi non opprimessero l’industria, l’antivedenza e ogni principio di attività, riducendo il corpo sociale allo stato d’una morte claustrale.
D. Se v’è una disuguaglianza fisica e morale fra gli uomini, come in fatti mi pare che vi sia, dunque sarebbe un violentare inutilmente la natura, se si volessero tenere tutti in uno stato uguale di fortuna.
R. La legge agraria non venne mai stabilmente eseguita; l’anno giubilaico fu un sistema per una piccola e povera nazione. La natura, che ha fatti gli uomini diseguali d’ingegno e di forza, romperebbe sempre una tale instituzione.
D. Ma i selvaggi non son essi uguali?
R. Non vi possono essere diseguali fortune laddove non vi sono fortune; la caccia e la pesca somministrano l’alimento, e i poderi non sono divisi. Ma anche nelle tribù de’ selvaggi l’uomo più valoroso, e che abbia superiorità d’ingegno e di forze, comanda, e gli altri lo seguono.
D. Se i selvaggi obbediscono al più semplice governo, che è quello d’un capo, dunque il governo, che sembra più naturale all’uomo, sarà il monarchico, cioè il governo d’un solo, il qual governo formato ad imitazione del governo domestico, non essendo temperato da costituzione alcuna, sarà dispotico. Il dispotismo adunque sarebbe lo stato naturale della società.
R. Ho già detto che lo stato del selvaggio è l’indipendenza, lo stato d’una società è dispotico, e che lo stato di libertà viene dopo che la società siasi perfezionata, e venga dilatata sulla massa degli uomini la luce delle verità sociali. Ora mi spiegherò. Vero è che le tribù de’ selvaggi sono comandate da un solo; ma questo solo è dispotico, perchè senza costituzione, ma non comanda se non quelle azioni che la utilità comune esigge che abbiano un comandante. Ei comanda quando la tribù è in guerra. Ei comanda la caccia. Nel rimanente egli non governa, nè ha autorità su di alcuno. Se la guerra si facesse tumultuariamente, la tribù sarebbe distrutta dal nemico. Se la caccia si facesse da ognuno senza direzione, si sbanderebbero e distruggerebbero gli animali, e perirebbe la tribù. Ecco perchè uno comanda. Tolte queste occasioni, siccome il selvaggio non conosce nè avarizia, nè ambizione, nè invidia, nè lusso, nè i vizj che tormentano gli uomini sociali; così nessun bisogno vi è che alcuno si prenda la briga di tenere in ordine la tribù, che da se medesima regge e vive pacifica. Accrescete la popolazione di questa tribù in guisa che la caccia e la pesca non sieno più bastanti ad alimentare gli uomini; eccoli costretti a vivere de’ prodotti del suolo: eccoli da cacciatori passare allo stato più laborioso di agricoltori; ed ecco la necessità di consegnare i fondi in proprietà degli uomini. Suppongansi anche divisi in porzioni uguali per un primo accordo. L’industria, la forza da una parte, la scioperatezza, la gracilità dall’altra; ecco formarsi diseguali pro-prietà fra poco tempo. Quindi l’uomo che reggeva i selvaggi alla guerra e alla caccia, eccolo costretto a frapporsi alle rapine, agli odj, alle vendette per impedire il disordine della popolazione passata allo stato di società. Questo Re, senza leggi che lo frenino, acquista un illimitato potere, assicurandosi alcuni de’ più forti e sagaci, i quali collegati seco lui deprimono ben tosto la massa più inerte e numerosa; ed ecco il gius feudale in natura. Eccovi gli uomini sotto il giogo del dispotismo, dal quale non s’esce se non per opera de’ lumi e della virtù, come difusamente ho detto.
D. Il gius feudale si dice nato dopo la decadenza dell’Impero romano, e se ciò fosse non reggerebbe la genesi che fate voi.
R. La parola feudale è nata ne’ secoli bassi appunto, quando i barbari vennero a distruggere la degradata dominazione di Roma; ma la cosa è tanto antica che in Omero trovate Agamemnone Re de’ Regi, e tanti Re sotto di lui, che dominano i loro popoli. Sempre i dispotici ebbero al loro fianco i magnati, e il bisogno rispettivo tenne sempre collegati i tiranni del genere umano.
D. Che penseremo adunque di que’ Sovrani, che hanno in questo secolo voluto liberarsi dalla noja d’avere intorno magnati che gli hanno scontentati e si sono gettati al partito popolare, fondando il loro trono sulla forza militare?
R. Penseremo che hanno proveduto male alla stabilità del loro Imperio, e la Storia del secolo decimonono giustificherà quello che dico.
D. Anch’io ne sono persuaso. Ma vi prego, schiaritemi un dubbio. Supponghiamo che un popolo oppresso dai tributi, e da un cattivo governo avvilito, rompa una volta le catene, senta l’ingiustizia dell’oppressione, s’accorga delle forze proprie e voglia una costituzione. I primi che promovono il tumulto sono ribelli, turbano l’ordine sociale, meritano il patibolo; ma se il drapello s’accresce, se la massa della nazione prende il loro partito, allora cessano d’essere ribelli, sono eroi che hanno atterrato il disordine, liberata dalla schiavitù la patria, e meritano corona, statue e tempj. Come mai una azione, che comincia con un delitto, può terminare con gloria? Come mai un misfatto può diventare virtù? Questo non lo so intendere.
R. Eppure facil cosa è il formarci idee sicure ed evidenti, poichè fra la virtù e il vizio non v’è confusione giammai. Chi turba l’ordine sociale ed eccita un tumulto contro la legittima autorità è sempre reo; ma conviene che vi sia un vero ordine sociale e una vera legittima autorità. Se le azioni del governo sieno snaturate, se la felicità pubblica e la sicurezza de’ cittadini sieno sacrificate al comodo del governante, non vi è più l’ordine sociale, l’autorità cessa d’essere legittima. Può un drapello di generosi cittadini rimaner vittima della potenza governativa, perchè la nazione irresoluta, avvilita non abbia ardire di secondarli, e andranno al patibolo bensì, ma non rei, non malfattori. Quello è appunto il caso in cui una legione che combatta per una giusta causa venga dal nemico più potente tagliata a pezzi. L’esito non può mai rendere onesta una azione viziata. O la insurgenza è fatta contro della oppressione di chi governa, ed è giusta qualunque ne sia l’effetto; ovvero il tumulto e la sovversione è tentata contro di un governo moderato, giusto e conforme alla ragione, e qualunque ne sia il fine, sempre chi lo ha cominciato è colpevole.
D. È colpevole chi lo ha cominciato; e chi vi si unisce poi e lo seconda?
R. A definirlo con precisione è sempre colpevole l’accessione ai tumultuanti contro di un governo ragionevole, sino a quel punto nel quale si veda che dipende dal volere del popolo conservare o distruggere la forma sociale antica. Quando le cose sieno a quel segno, ogni uomo è padrone di dare il suo voto o pel cambiamento, ovvero per la continuazione, nè vi è colpa, poichè usa d’un proprio diritto.
D. Qual è il partito dell’uomo savio?
R. Ricercare la verità; praticare la virtù; star lontano dalle brighe e dai tumulti; tolerare gli uomini quai sono; non disperar mai del bene e promoverlo costantemente.