Memorie su Cristiani, Firmian, Kaunitz

Pietro Verri
MEMORIE SUL CONTE BELTRAME CRISTIANI, SUL CONTE CARLO FIRMIAN, SUL PRINCIPE KAUNITZ (1782)

Testo critico stabilito da Carlo Capra (Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri, VI, 2010)

Memoria sul Conte Beltrame Cristiani

Un uomo di oscuri e poveri natali, di una figura grossolana e quasi deforme, senza il dono della parola, anzi balbettante, trascuratissimo nella persona sino alla indecenza, che, lordo di tabacco il naso, la bocca, il vestito, distratto, inciampava e urtava per vista inferma, che non aveva coltura di spirito, e ignorava ogni bell’arte, che non era uscito mai dai confini della Lombardia, dove per fortunatissime combinazioni era giunto alla carica di Gran Cancelliere di Milano, spedito alla Imperial Corte di Vienna dal Governatore Conte Pallavicini a disegno di stomacarne Maria Teresa Sovrana colta, delicata, e che malgrado tanti svantaggi si rese accettissimo alla Sovrana, e ritornò arbitro della Provincia, questi fu il Conte Beltrame Cristiani. Egli nacque in Varese povero borgo fra il Genovesato e il Piacentino; allevato in Piacenza, fatto Podestà d’un Feudo del Marchese Giandemaria, collocato poi dal Governatore di Piacenza Conte Giambattista Trotti milanese a sedere nel Consiglio di Piacenza, ivi all’occasione della guerra d’Italia per la successione di Carlo VI rese all’armata Austriaca i servigi che poteva un uomo bramoso di fortuna e pratichissimo del paese; indi coll’appoggio de’ Comandanti Austriaci, ai quali seppe rendersi accetto, fu spedito ad amministrare il Ducato di Modena, abbandonato dal suo Sovrano, che aveva preso partito per i nemici Spagnuoli; innalzato quindi al grado di Consigliere di Stato, indi Gran Cancelliere di Milano, in quella carica ei sapeva cogli appoggi della Corte contrastare la volontà del Governatore. Lo spedì Pallavicini a Vienna per perderlo, ed egli nulla meno fece che annientare Pallavicini e assumersi tutta la più illimitata potenza nel Milanese col titolo nuovamente creato di Ministro Plenipotenziario, giacchè per aver quello di Governatore eragli un ostacolo insuperabile la viltà della nascita. Alberoni ebbe il vantaggio di rappresentare su di un luminoso Teatro; Cristiani operò su di una provincia oscura d’Europa, questa è l’unica cagione per cui la celebrità non è uguale. Alberoni e Cristiani nati nel distretto del Piacentino s’assomigliarono nella fortuna; ma il primo operò per istinto di gloria, l’altro non ebbe altr’oggetto che il proprio ben essere: Alberoni affrontò arditamente i pericoli d’una generale riforma, e tentò di riacquistare alla Spagna l’antica grandezza, e vi rimase sacrificato. Cristiani nulla toccò degli abusi della Provincia, niente sradicò degli antichi disordini, collegato co’ Fermieri Generali ebbe a sua disposizione la loro tesoreria, e con quella seppe acquistarsi e conservare tutta l’autorità. Alberoni credette gli uomini più giusti e buoni che non sono, e Cristiani li conobbe quali sono. Come mai con tanti svantaggi di nascita, di figura e di educazione potè Cristiani innalzarsi? I Principi e i magnati amano più donare che pagare i debiti; quando s’innalza un povero uomo senza pretensione, e che mostra d’essere ligio e devoto, allora si dona, si largheggia, si crea un uomo, e ciò consola l’orgoglio de’ grandi; laddove quando si presenta alle cariche ed agli onori un uomo che per nascita, per figura, per educazione e per virtù ne sia meritevole, allora il Sovrano e i grandi pagano un debito, e sempre lo fanno con ritrosia. Niente più annoja l’uomo volgare che ha il poter nelle mani quanto l’avere in faccia l’uomo di merito, del quale teme lo sguardo e l’interno giudizio, e da cui viene posto nell’alternativa o di comparire ingiusto, o di conferirgli l’impiego; e rarissimi sono nelle cariche sublimi che non abbiano l’animo volgare. I disordini adunque della figura, l’abiezione esterna furono i primi motori della Sovrana protezione, lusingandosi i Principi che tanto più debbano essere riconoscenti e affezionati gli uomini che pongono in fortuna, quanto meno avevano ragione di aspirarvi. Ma questo solo non sarebbe bastante se sotto di una corteccia che consolava l’amor proprio altrui non vi si fosse trovata un’anima sagace e svelta conoscitrice degli affetti, e accorta nel secondarli, e tale era quella di Cristiani. Ecco come ei seppe industriosamente, combinando le passioni de’ grandi, togliere di mezzo il Governatore Pallavicini suo nemico e collocare se stesso al comando della Lombardia Austriaca. L’Imperatrice Regina Maria Teresa ebbe sempre nell’animo un vivo amore per l’immortalità, e questa fortunata ambizione fu presso di lei la sorgente delle belle instituzioni colle quali illustrò il suo Regno. Pubblici monumenti, moltiplicate medaglie, ordini di cavalleria fregiati col suo nome, riforme ne’ studj, instituzioni di pubblici regolamenti, organizazioni nuove di sistemi, tutto ciò proveniva dalla sorgente medesima. Nulla più v’era di conforme a tal passione quanto il dar moglie a più suoi figli, e così moltiplicando le famiglie Arciducali rendere sempre più eterna la discendenza d’una Casa Sovrana di cui Maria Teresa era il punto dell’innesto. Il Duca di Modena Francesco Maria d’Este aveva soggiornato in Milano durante l’invasione degli Spagnuoli e sommamente amava di vivervi quanto detestava Modena, ove si trovava poco amato e dai sudditi e dalla sua famiglia. Niente più doveva piacere a Maria Teresa quanto un progetto che le somministrasse il modo di dare una moglie e uno Stato a un Arciduca. Niente più doveva piacere al Duca Francesco quanto un progetto che lo collocasse a risedere onorevolmente in Milano e lo allontanasse dalla sua famiglia. Eravi una figlia sola nella Casa d’Este, le apparenze mostravano ch’ella doveva un giorno essere erede di Modena, Reggio, Mirandola, Massa e Carrara, e colle arti si potevano consolidare le apparenze. Su questa base Cristiani propose il matrimonio dell’Arciduca colla Principessa, entrambi bambini ancora; che si dichiarasse Governatore lo sposo Arciduca, e frattanto si ponesse in Milano il Duca col carattere d’amministratore del Governo durante la minorità. Gli onori tutti al Duca, gli ordini in di lui nome, la nomina ad alcune cariche del Paese lasciata a lui; che si creasse un Plenipotenziario, il quale realmente fosse arbitro di ogni cosa, e questa carica per Cristiani. Tale fu il progetto, e così venne eseguito. Sin che Cristiani visse, nessuno potè accorgersi che il Duca avesse una mera autorità apparente, tanti erano i riguardi ch’egli aveva verso di quel principe. Quindi Maria Teresa considerava Cristiani come un uomo al quale doveva la successione agli Stati Estensi. Il Duca gli sapeva grado della illustre alleanza e del decoroso suo collocamento. La cattiva figura di Cristiani e la sua accortezza nel secondare le passioni de’ grandi lo fecero fortunato. Non mancò chi credesse che della tesoreria de’ Fermieri Generali ei ne facesse parte direttamente alla stessa Imperatrice Regina sempre bisognosa di denaro, perchè sempre liberale co’ suoi. Nè con tai mezzi sarebbe impossibile ch’egli si fosse acquistate le protezioni d’altri ministri del primo ordine; e questo forse fu il primo mobile di sua fortuna. Cristiani non era orgoglioso, non avaro, non invidioso del merito; era capace di un trasporto, ma lo era pure di ripararlo con giustizia e generosità. Egli non aveva idee di rovesciare gli usi dello Stato, anzi se ne astenne, nè attizzò mai l’odio se non col favore che accordò ai Fermieri Generali, mezzo precipuo col quale egli, spedendo a Vienna continui soccorsi, seppe mantenersi in tale indipendenza, che chiunque avesse ricorso al Trono contro di lui, era certo d’essere scacciato e punito. Cristiani sempre conservò rispetto alle famiglie signorili, fu uomo buono quanto lo è possibile a chi aveva da fare una così singolare fortuna. Egli non era nè amabile nella società, nè splendido in sua casa, e tutto si risentiva dell’antico Podestà: s’addormentava fral giorno, e talvolta a pranzo non badava ai cibi, e talvolta mangiava distrattamente più volte l’istesso piatto senza avvedersene. Conosceva accortamente gli uomini, e aveva imparato a moderarsi co’ Superiori. Non saprei decidere se nella sua fortuna vi abbia più parte esso, ovvero l’amor proprio altrui. Alla fine del 1753 venne il Duca Amministratore, e il Conte morì alla metà del 1758 d’una lunga malattia di petto, senza imbecillità. Lasciò tre figli. Uno realmente pazzo, il secondo morì giovine. Il terzo, vera indole di scimmia affricana di cui aveva la fisonomia, salace, invidioso, falso, fece una rapida fortuna, e presto morì prima che il tempo lasciasse generalmente comparire il suo nulla.

Memoria sul Conte Carlo Firmian

Il Conte Firmian venne successore del Cristiani nella carica di Ministro Plenipotenziario a Milano, e vi rimase ventitrè anni, avendo cominciato alla metà del 1759 ed essendovi morto verso la metà del 1782. Egli di origine era un povero gentiluomo tirolese, il nome della famiglia cominciò ad essere conosciuto soltanto pel Arcivescovo di Salisburgo, di lui zio paterno. Era stato in Roma come Abate tentando col favore di Monsignor di Thune qualche acquisto di beni ecclesiastici, ma non riuscì, e se ne andò con un rancore profondo contro di quella Corte.

Venne collocato a Vienna Consigliere Aulico dell’Impero, ed ivi curioso per la pittura e pe’ libri, e niente sviato dalla disolutezza (per cui credesi avesse degli ostacoli fisici), comparve all’Imperatrice Maria Teresa costumato e colto. All’occasione che il Marchese Doria destinato Ministro per Napoli indispetì l’Imperatrice colle sue pretensioni, in di lui vece vi fu inviato Firmian, d’onde e per aver egli contribuito a collocare su quel Trono un’Arciduchessa, e per consiglio del moribondo Cristiani, che ne scrisse a Maria Teresa, il Conte Firmian venne a succedergli, sebbene con modi umilianti, essendosi allora creato un consultore di Governo colla Sovrana dichiarazione che si cercava di supplire in qualche modo ai talenti ed all’attività del Defunto. La figura del Conte Firmian era quella d’un castrato; procera, corpulenta; testa e gambe colossali, ma tutto mal contornato e quasi adipe cadente senza muscoli. La voce era niente sonora, ma grossa e profonda, non compariva che avesse barba, la testa pesavagli sul petto, lento al moto, il suo aspetto presentava una massa pigra e imponente. L’animo pure era pigro, la base del suo carattere era la paura, il principio della sua condotta era la difidenza degl’Italiani senza eccezione alcuna. Queste disposizioni non dovevano promettere un buon governo, e in fatti sinch’egli fu l’arbitro (cioè sino alla venuta dell’Arciduca, che accadde nel 1771) stette inacessibile per mesi a chiunque chiedesse di parlargli d’affari, abbandonò il governo ad alcuni scrivani che a capriccio inappellabilmente disponevano, non s’informò giammai, nè conobbe la Provincia che eragli affidata. L’interesse de’ scrivani era di ampliare la loro dominazione, quindi presentavano alla firma del Conte Firmian le consulte a Vienna sempre dirette a porre in veduta i disordini del Clero e de’ Frati, l’abbandono in cui lasciavansi gli studj, la trascuratezza che i municipali avevano per l’annona urbana, e quindi uno dopo l’altro vennero acollati alla Plenipotenza i poteri che in prima erano affidati al Senato ed ai Corpi Civici. Tutto venne a dipendere dal solo Ministro, il quale non ebbe mai la decenza di lasciar nemmeno sospettare che il Duca di Modena avesse parte al Governo. Questo invisibile Bascià ambiva di vestire il carattere di Mecenate. Una immensa raccolta di libri occupò parte del suo Palazzo, e il rimanente venne a coprirlo di quadri smaniosamente radunati; ogni giorno aveva una dozzina di convitati, e fra questi sempre v’erano i viaggiatori, e i pochi uomini di lettere che s’erano domiciliati in Milano, come il P. Boskovich, il P. Fontana, D. Paolo Frisi, ma questi dotti vi stavano come i pavoni, i scimiotti, e i papagalli che aveva nel cortile, ornamenti dell’alloggio d’un signor grande, ch’egli nè amava, nè stimava, anzi se poteva rimarcare i loro difetti non risparmiavali, e quasi aveva dispetto che avessero un nome nell’Europa indipendente da lui. Dei molti libri ch’ei possedeva, il Conte aveva bene a mente l’edizione e il titolo, ma non ammetteva mai che si parlasse di più. Suoleva lodare gl’Inglesi, e de’ Francesi lodava Montesqieu e Moliere; ma de’ viventi, di D’Alembert, di Voltaire ecc. ne parlava sorridendo come di ciarlatani; e malgrado la toleranza che vantava, quando venne il romanzo la Princesse de Babilone fece seguire rigorose persecuzioni, e quando gli venne presentato uno scritto sul commercio de’ grani, gli scrivani lo screditarono dicendogli che erano tutte massime di Voltaire e di Rousseau, sulle quali materie essi non lasciarono alcuno scritto. La sua tavola era luogo di silenzio, trattone alcun buffone che parlasse. Il Conte non apriva bocca che per monosilabi, e per parlare del caldo o del freddo. La sua tavola era splendidamente servita sin che durarono le Ferme Generali, all’abolizione di esse diventò cattiva malgrado l’accrescimento di annui fiorini dieci mila che ebbe al suo soldo. Passava Firmian la mattina nelle stanze di sua libreria, osservando dalle gelosie le barche, i carri e i passaggeri. Compariva all’ora del pranzo sempre col viso medesimo nè tristo nè allegro, preceduto da qualche cagnuolino favorito, e con orgogliosa pulitezza salutava la compagnia radunata. Dopo la tavola v’era un circolo di un pajo d’ore quasi sempre in silenzio, perchè ogni discorso gli dispiaceva. Se si ragionava di scienze ei nulla aveva da porvi del suo e se ne annojava. Se si parlava di novelle, la paura di compromettersi gli rendeva discaro l’argomento. La menoma relazione poi cogli affari era per lui ingratissima, onde nè egli proponeva, nè permetteva che si proponesse un soggetto di conversazione. Dopo una mossa in carrozza egli la sera aveva intorno delle persone taciturne e pazienti a fargli compagnia, e così passava la giornata. Tutto il peso della carica consisteva nel porre il suo nome alle lettere e consulte che gli si presentavano, e nel ricevere i Dispacci, consulte, e ricorsi, ch’ei diramava a’ suoi scrivani, i quali però conservavano una sommissione e una apparente dipendenza quasi meri esecutori degli ordini suoi.

Se in alcuni giorni dell’anno era costretto a ricevere gli omaggi de’ molti nobili che gli avevano riempiuta l’anticamera, egli gli ammetteva, e se gli leggeva in fronte la paura che dietro le spalle un pugnale non lo colpisse, tanto poco ei conosceva il paese! Se qualche volta ammetteva taluno che volesse dirgli una parola d’affare, il ministro non intendeva niente, e con vaghe parole protestando la sua stima e considerazione poneva l’esponente fra l’uscio e la pancia ministerialmente protuberante che sempre guadagnava terreno verso la porta, e presto presto se ne sbrigava; nè tali udienze s’ottenevano per lo più senza uno zecchino al cameriere, che sembrava che facesse vedere un elefante, o qualche altra curiosità. Bisognava badar bene nell’accostarsi al Conte Firmian quando passava per andare in carrozza, perchè se taluno l’avesse abordato di fianco, egli sorpreso dal timore, tosto riavutosi scoppiava ricordando quello non essere il tempo, il luogo, il modo da sorprendere il Ministro di Sua Maestà, e prendeva in detestazione chi aveva ciò fatto. Mentre la Città era scontenta per le vessazioni de’ Fermieri Generali, affacciatosi egli al Corso di Porta nuova e osservando molta plebe radunata ad ascoltare i burattini, smaniosamente fece voltare indietro la carrozza, persuaso d’una sollevazione. Ei considerava i Milanesi nemici della dominazione austriaca, capaci di rivoltarsi, sanguinarj, vendicativi, e mantenne l’Imperatrice Regina in questo calunnioso errore, per lo che ogni ricorso, per quanto fosse ragionevole, si considerava come una insidia, e la potenza del Ministro era invulnerabile.

Delle sue cognizioni nelle scienze e nelle belle arti non v’è chi possa renderne conto, giacchè nè mai ne scrisse, nè mai entrò a parlarne di proposito, nè mai mostrò vera stima del merito; sembra che tutto si riducesse a mera vanità di comparire un Signor Mecenate e che la pompa fosse l’idolo suo. Dell’Architettura egli non ci ha dato altro saggio se non la Casa di Correzione, fabbrica erretta di pianta in sito libero, e dove eravi campo di innalzarvi un monumento dell’arte: ognuno può scorgere quanto rozzo e meschino gusto abbia fatta cadere la scelta su quel disegno. La Pittura non era più fortunata certamente, malgrado l’ammasso de’ quadri raccolti, copie, originali, indistintamente; in prova basti il sapere che per ordine del Conte Firmian venne irreparabilmente rovinato il Cenacolo di Leonardo da Vinci, che ammiravasi al Convento delle Grazie, e di cui la celebrità almeno doveva imporre rispetto; certo miserabile pittore Mazza col pretesto di riparare quel capo d’opera ebbe la facoltà di adoperarvi il penello, e questo basti per saggio della coltura del Conte Firmian. Tai sono gli unici due monumenti ch’ei lasciò per queste due belle arti. Che se durante il suo ministero si eressero l’Università e l’Accademia, se vennero ajutate le scienze e le belle arti all’occasione che aboliti i Gesuiti si presentarono i mezzi per farlo, ciò conviene attribuirlo al volere della Corte e alle circostanze, non a discernimento di Firmian, che amava di proteggere la mediocrità, ma temeva sinceramente chiunque l’avesse oltrepassata.

Sotto del suo governo i Fermieri Generali e gli scrivani furono i despoti del paese. Egli era un automa, che sempre rappresentava il ministro, e non sapeva e poteva esserlo mai. La timida circospezione e il silenzio coprivano il suo gran vuoto. Il Marchese Gorini settuagenario, uomo colto e di ottimo animo, venne per di lui ordine preso di notte e condotto in arresto per una leggerissima occasione. Di notte pure venne posto prigione un nobile Vitali coll’invasione nella casa di sbiraglia e desolazione della famiglia, e ciò per aver detto tranquillamente il suo parere sulle vessazioni che si commettevano da’ Fermieri Generali, ciò però senza fanatismo, e senza animare alcuno a opporvisi. I Certosini, dai quali riceveva ogni giorno magro preziosi pesci, vennero sotto del suo governo a tradimento sorpresi, costretti a vivere nel Claustro, spogliati de’ fondi, e ciò con tale ingiustizia che l’Imperatore Giuseppe informatone la riparò totalmente, repristinandoli, e quando poi diventato Padrone gli abolì, diede loro in compenso la libertà e la pensione. Per terminare il carattere di quest’uomo basti il dire che morì fallito, carico di debiti carpiti da chi quasi non aveva libero arbitrio di ricusare a un uomo armato della Plenipotenza. La libreria, e i quadri ch’ei lasciò appena bastano per dare ai creditori una decima parte di quanto loro si dovrebbe. A un uomo tale si è posto un mausoleo nella Chiesa di S. Bartolomeo, ove venne tumulato; vi fu chi interpretò le figure che lo compongono in tal modo: la virtù che dorme, la cornucopia rovesciata dalla dilapidazione, il genio de’ creditori attorniato dai libri delle loro ragioni che piange. La venuta del Reale Arciduca nel 1771 levò dalle mani lo scettro di ferro a quel Ministro, e ridusse gli scrivani al loro mestiere. Ma per dodici anni il Conte Firmian fu l’Ospodar, e il Milanese venne governato come la Valacchia. Come mai un tal uomo potè fare una tale fortuna? L’azardo guidò i primi passi. I suoi difetti fisici e morali lo ajutarono nel progresso. Il suo carattere non era tale da eccitare l’invidia, e la carica sua non era ambita da nessuno de’ Tedeschi, che generalmente aborriscono il soggiorno dell’Italia.

Memoria sul Principe Kaunitz

Nelle vicende del secolo XVIII la Storia dovrà ricordare il Principe Kaunitz, che sotto quattro successivi regni rimase alla testa degli affari della Monarchia Austriaca; io noterò non la cronaca del suo Ministero, ma i tratti della sua persona, servendo sempre alla istruzione il conoscere esattamente gli uomini, e sopra tutto coloro che seppero distinguersi e primeggiare. Il Principe Kaunitz sortì dalla natura una assai bella e proporzionata figura e una fisonomia nobile e dolce; il tuono della sua voce era piacevole, egli parlava con esatta scelta di vocaboli e bella pronunzia più lingue. L’italiano lo parlava in guisa che l’avresti creduto di Toscana. Un francese lo giudicava suo paesano, il tedesco lo parlava con eleganza insolita per un Austriaco, e si esprimeva pure facilmente nella lingua Boema, ossia la Schiavona. Come nel volto, così nel parlare sempre pacato e dignitoso, non mai era concitato da sentimento che rapidamente traesse dietro sè le parole, ma anzi grammatico che eloquente poteva badar sempre alla scelta delle voci e alla esatta pronunzia. I movimenti suoi erano composti e manierati e si eseguivano con una studiata eleganza, quasi rappresentasse sempre sul teatro. Soffiare il naso, sputare, alzarsi, sedere, bere, mangiare, tutto era destinato per lo spettacolo; e questo costume conservò sino alla vecchiaja. Uomo non vendicativo nè persecutore, aveva anima salva da violenti passioni e insensibile alla benevolenza. Egli era sincerissimamente a se stesso il centro dell’universo e s’era profondamente persuaso d’essere la creatura la più perfetta della umana specie; tutt’i suoi detti, tutte le sue azioni annunziavano quest’intima sua persuasione, per modo che pareva che vivesse in una incessante ammirazione di se medesimo. La sua perseveranza poco a poco strascinò la opinione volgare a crederlo, singolarmente da che venne alla testa del Ministero, ove nè le contradizioni potevano frastornarlo, nè mancavagli il corredo della dignità per secondar l’illusione. Possedeva la magia politica di non lasciarsi imporre, e d’imporre sempre, e Pio VI se ne avvide allorchè a Vienna gli stese la mano che Kaunitz non baciò, ma accolse quasi da pari. Con Maria Teresa non urtò mai, anzi seppe modellarsi a secondare il suo genio ne’ punti essenziali; ma ne’ minori oggetti di cortigianeria non si piegò mai; non volle collegarsi co’ favoriti, e si tenne quasi indipendente dopo d’aver ben persuasa l’Imperatrice che pello splendore del suo Regno ella aveva bisogno di Kaunitz. Spenta Maria Teresa, i successori avvezzi ad onorarlo da bambini lo lasciarono con tutte le apparenze dell’antica dignità. Il patto di famiglia comparve come il capo d’opera della politica, e se ne attribuì il merito a Kaunitz; ma nelle memorie postume del Du Clos si conosce per quali circostanze si formasse quel nodo.