Carteggio

Cesare Beccaria
CARTEGGIO (1758-1795)

Testo critico stabilito da Carlo Capra, Renato Pasta e Francesca Pino Pongolini (Edizione Nazionale delle opere di Cesare Beccaria, IV, 1994, e V, 1996)


  1. Supplica di Beccaria a Carlo Francesco Durini (Pavia [?], 11 settembre 1758)
Eminentissimo signore,

il marchese don Cesare Beccaria Bonesana milanese, umillissimo servitore di Vostra Eminenza, desidera di presente conseguire la laurea legale in questa Reggia ed Imperial Università di Pavia, e non potendola conseguire senza il spezial permesso di Vostra Eminenza, riccorre umillissimamente suplicandola compiacersi ordinare a chi si aspeta accioché possa fare la professione della fede e prima li esami, che della grazia ecc.

  1. Supplica di Beccaria a Giovan Battista Venturucci (Milano, dicembre 1759)
Illustrissimo e reverendissimo monsignore,

abbisognando all’umilissimo servitore di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima, il marchese Cesare Francesco Beccaria Bonesana, la fede del suo Santo Battesimo, né potendola ottenere senza il permesso di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima, umilmente supplica voler degnarsi dar ordine a chi s’aspetta, perché le sia data la detta fede, che della grazia ec.

  1. Promessa di Beccaria a Teresa Blasco (Gessate, seconda metà di novembre 1760)
Io sottoscritto prometto e giuro avanti Dio e sulla parola di cavaglier d’onore alla signora donna Teresa de Blasco di sposarla in qualunque maniera, e qualunque contrasto mi venga fatto dalla parte de’ parenti, e questa mia promessa intendo che abbia forza come se fosse rogata con publico istromento. Così Dio, che vede l’intimo del mio cuore e la rettitudine delle mie intenzioni, mi sia propizio, ed in fede

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 28 settembre 1760

  1. Relazione di Beccaria (Milano, seconda metà di dicembre 1760)
Era già qualche tempo che il maestro di capella Monzino esaltava in casa mia e la nobiltà della famiglia Blasco e la loro ricchezza ed aderenza alla Corte di Portogallo per mezzo del zio generale.

Quando avendogli io confidata la necessità in cui mi trovavo di prender moglie, non mancò di persuadermi questo partito con molta premura, come a confronto d’ogni altro migliore nelle mie circostanze. Mi introdusse in sua casa per mezzo di un’accademia che si tenne una sera, ed ebbi subito le più cortesi e lusinghiere accoglienze.

Spiegata la mia intenzione per la passione concepita, feci interpellare dal medesimo Monzino per la dote, e mi fu risposto che vi sarebbero stati due mille zecchini, oltre le speranze grandi che mi si facevan supporre fondate sul zio, che diceasi amare parzialmente questa figlia.

Intese le difficoltà di mio padre, quando seppe questo mio genio, incaricai il Monzino che a poco a poco gli disinganasse, e mi astenni per qualche giorni di passare per la contrada come era solito di fare; quando dallo stesso mi fu fatto per parte loro invito di andare di sera a casa loro, ma senza servitore, non eseguii subito, ma lusingato dalle dimostrazioni di affetto mi son lasciato indurre.

Ivi ebbi tutto il campo di accecarmi a segno di non essere in istato di riflettere a quanto conveniva. Andato in campagna, dove avea tutta la libertà di poter vedere l’oggetto della mia passione, mentre la figlia con un servitore veniva in una strada rimota dove si parlavamo.

In questo tempo sono nati tutti gli nostri mal concertati impegni; e un dopo pranzo, vedendo la figlia essere andata a vuoto la istanza fatta per avere i dispacci per mezzo di un prete mandato per la posta da loro a Milano a cercarli, mi fece coraggio ad un clandestino da eseguirsi la mattina vegnente, proponendomi ella i testimoni. Alla mattina mi venne in chiesa, dove di concerto mi trovava, una persona di commune confidenza, dicendomi che avea impedito questo disordine, ma che per ottenere il nostro fine andassi dal prevosto di Gorgonzola per impegnarlo ad ottenere la dispensa, il che feci. Ma dopo molti giorni, pensando al disordine imminente, scrissi una lettera al mediatore, dove lo pregavo di far sospendere il concertato fino alla mia venuta a Milano.

Dopo ciò per lettera dalla figlia mi fu dimandato lo scritto, il che subito feci, e gli spedii con l’antidata con differenza di quasi due mesi.

Sono stato da’ fautori della medesima casa consigliato di andare dal signor tenente collonello, che era in Gorgonzola. Lo feci, dove esponendogli le immense difficoltà de’ miei parenti, e niente dissimulandogli delle mie circostanze, gli esposi che ero pronto a mantenere la mia parola, ed egli, invece di ritirarsi, mi disse che non dubitassi, che o colle buone o colle cattive avrebbe ridotti i miei parenti al segno.

Aggiungasi le continue istanze della figlia perché fossi costante, ed il continuo coraggio che mi si faceva a non temer la miseria, mi hanno sedotto ecc.

  1. Dichiarazione di Beccaria (Milano, 26 dicembre 1760)
1760, adì 26 decembre in Milano

Con la presente dichiaro io infrascritto in ogni miglior forma ecc. che, ricordandomi d’avere fori un bianco da me fatto nella casa Blasco con mia firma senza data di tempo, per quanto io credo, come pure altro scritto in forma di protesta diretto al reverendo paroco di S. Martino in Nosiggia di questa città di Milano, o ad altro ecc., non riccordandomi, a motivo del calore di testa e dell’appresso che mi si faceva per la più pronta effettuazione del matrimonio, nel quale scritto dubito d’essermi forse espresso di dare il mio assenso anche in mia absenza al detto paroco per il detto matrimonio, o ad altro che come mio procuratore lo potesse dare; che però dichiaro e protesto in ogni miglior modo e forma più valida come sopra che tanto del sodetto bianco, quanto del sodetto altro qualunque siasi mio scritto con mia firma, non debbasi avere alcun riguardo, ma non debbasi in alcun modo e tempo attendere, come se da me non fossero stati fatti, annullandoli e rivocandoli in tutto e per tutto, di maniera che non debbano essere di alcun valor in verun tempo, essendo questa la mia spontanea e determinata intenzione, e per fede ecc.

Sottoscritto marchese Cesare Beccaria Bonesana

Sottoscritto marchese don Girolamo D’Adda Salvaterra, fui presente per testimonio

Sottoscritto Giovanni Battista Costa, fui presente per testimonio

Attestatae fuere subscriptiones etc.

  1. Beccaria a Teresa Blasco (Milano, prima metà di gennaio 1761)
Non le rechi meraviglia il sentire che dopo tante mie proteste e giuramenti, fatti nel fervore della passione da me concepita per le doti di cui ella va adorna, io sia costretto a prendere quel partito che non solo è il più onorevole per ambidue, ma l’unico ancora per garantirci da quella miseria in cui la nostra passione ci volea precipitare. Io credo d’avere abbastanza mostrata e l’onoratezza del mio carattere e la grandissima mia stima per una persona del suo merito. Prova di questo è il sommo contegno[1] (inspiratomi sempre dalla somma di Lei modestia) con cui ho sempre agito nel tempo che ebbi l’onore di trattarla, la mia sincerità non solo nel non dissimular la mia passione a’ suoi parenti, ma anche nel palesar loro fin da principio lo stato di mia casa e l’invincibile difficoltà de’ miei parenti nell’accordarmi ciò che io desiderava. Ma prova ancor maggiore si è l’aver io con grande fermezza tanto sofferto per sostenere la mia parola, fino a quel segno a cui un uomo ragionevole può giungere. Ma questa non si può più sostenere senza incorrere la disapprovazione del pubblico, la collera del Principe[2] e l’offesa di Dio per il grave disgusto di chi mi ha dato la vita. Io non posso credere che Ella mi volesse dar segno di così poco amore e di così poca corrispondenza alla sincera stima che ho auto per Lei, coll’esiggere che io mi rendessi oggetto della pubblica disapprovazione nel voler sostenere con violenza[3] una inconsiderata parola, oltre di che sarebbe indegno della sua mano un uomo che per ottenerla non solo disprezzasse i consigli desgli uomini assennati e prudenti, ma ancora offendesse gravemente Iddio col resistere all’invincibile dissenso del padre e ferisse con tale disubbidienza il cuore dell’afflitto genitore. Con qual fronte potressimo noi comparire in faccia agli uomini onesti, e qual macchia non coprirebbe d’infamia[4] non solo me, ma ancora per conseguenza la somma di Lei delicatezza! E come potrebbe Ella soffrire l’ingiustizia che le farebbe il pubblico, che giudica dalle apparenze, dicendo che non l’affetto, ma l’interesse l’avesse indotta a sostener queste nozze! Sebbene quale interesse o qual vantaggio potrebbe sperare da un figlio di famiglia, che sarebbe costretto a vivere esule dalla casa paterna, lontano dal commercio de’ miei uguali, et incapace non solo di mantenerla con quella decenza che merita il suo carrattere, ma anche di sostenere i pesi più necessari del matrimonio? Potrebbe Ella avvilirsi a questo segno, e se veramente mi stima, come può esiger da me sì dure condizioni, di cui Ella sarebbe la prima a pentirsene? Oltre di che dubito molto che noi saressimo la vittima della pubblica economia, mentre il Principe non permetterebbe che si dasse questo cattivo esempio al pubblico, che i figli di famiglia possano a dispetto del padre sconsigliatamente legarsi. Queste son quelle ragioni che averei voluto che il signor tenente collonelo[5] mi avesse fatte presenti non solo quando gli feci intendere la mia intenzione, ma ancora quando in persona gli manifestai la promessa in cui era incorso e l'assoluto dissenso de’ miei parenti, mentre allora avea troppo offuscata la mente per riflettere a ciò che conveniva ad ambidue. Diamo donque quest’esempio al mondo, che due giovani guidati dalla passione alla loro rovina si siano spontaneamente ed amichevolmente separati. Io voglio lasciarne a Lei la gloria d’essere la prima, e sia certa che ben lontana dal soffrirne in menoma parte la sua convenienza, ne sarà da tutti lodata e proposta come esempio all’altre figlie della sua qualità. Io sarò il primo a rendere di ciò la più onorevole testimonianza a tutto il mondo, come anche delle ottime sue doti.

La supplico dunque a credere a quanto le ha detto Sua Eccellenza il signor marchese di Soncino, benché io le abbia imprudentemente scritto nel calore della mia passione di non credergli, ed abbia fatto questo torto ad un così onesto cavaliero. Si assicuri che le soprallegate ragioni mi costringeranno a mai non permettere anche per amor suo un vincolo di cui Ella sarebbe la prima a provarne un sicuro ma inutile pentimento. Però la scongiuro a darmi questa prova della sua bontà col mettermi in piena libertà e liberarmi dalla miserabile situazione in cui mi son posto per la stima per Lei concepita. Mentre al suo merito non possono mancare (e si farebbe torto da se stessa col dubitarne) altri partiti che la rendano più felice e contenta di quello che io potessi fare. Io son sicuro che se Ella veramente ha della bontà per me e se furono sincere quelle proteste che tante volte mi ha fatto, non avrà cuore di rendermi miserabile, e però darà quella sortita al nostro impegno che salvi la convenienza d’ambidue. Non ho difficoltà che di questi miei sentimenti se ne valga per testimonianza e giustificazione in ogni tempo dell’onorevole disimpegno per la maggior sua convenienza. Io attendo questa grazia nella risposta che si degnerà di fare a questa mia, il che obbligherà per sempre chi si dichiara umilissimo servitore ecc.

  1. Beccaria a Teresa Blasco (Milano, 16 gennaio 1761)
Illustrissima signora, signora padrona colendissima,

dopo aver dimostrata una costanza a tutte le prove a cui può giungere un uomo ragionevole per sostenere l’impegno contratto con Vostra Signoria illustrissima, sedata la passione, ho riflettuto seriamente alle dolorose conseguenze di un matrimonio, alle quali non meno io che la degnissima sua persona sarebbe ridotta. Ma un motivo che io non posso vincere si è l’invincibile dissenso del padre (a cui son debitore di tutto prima d’ogni altra cosa), come non ho mai mancato di più volte far presente non meno a Vostra Signoria illustrissima che al degnissimo suo genitore. Quantunque per secondare il suo e mio desiderio abbia cercato altre volte di superare questi riflessi, pure ad animo tranquillo mi hanno fatto tale impressione che mi costringono, con sommo mio rincrescimento ed estrema mia mortificazione, a mai non incontraere un vincolo di cui proveressimo e l’uno e l’altro un sicuro ma inutile pentimento. La prego dunque a darmi anche questa prova della nobiltà del suo animo col mettermi in libertà, assicurandola che conserverò in ogni tempo per Vostra Signoria illustrissima e per la nobile di lei famiglia quella profonda venerazione colla quale mi dichiaro di Vostra Signoria illustrissima umilissimo ossequiosissimo servo

Cesare Beccaria Bonesana

Di casa, 16 gennaro 1761

  1. Beccaria a Teresa Blasco (ottobre 1760 - gennaio 1761)
Anima mia,

…… Vi avviso che mio padre ha saputo che io l’altr’ieri sono venuto ad incontrarvi, e ieri mattina sono stato a Gorgonzola, e per mezzo del N. N. mi ha fatto moltissime minaccie, se mai avessi intenzione di sposarvi. Ma io vi giuro che sarò costante e soffrirò tutto per amor vostro, purché voi facciate altrettanto, e che facciate moltissima premura presso de’ vostri parenti, perché più presto che sia possibile si eseguisca il negozio ecc.

 

Mia cara sposa,

permettetemi ch’io vi chiami con questo dolce nome di sposa, che deve fare la mia consolazione per tutta la vita mia, se voi sarete costante e fedele e se io saprò meritarmi il vostro affetto …… Vi giuro che quando sarò vostro marito tutti i miei momenti saranno impiegati nel servirvi, nel compiacervi, nell’amarvi ed in procurare che siate contenta ed allegra ecc.

Vostro fedele ed appassionato amante

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

 

…… Vi avverto che qualunque tardanza di lettere, qualunque disgrazia, in somma, non vi sgomenti, perché io non cangierò mai di parere e voglio esser vostro, se dovessi finir la vita o esser chiuso in un fondo di torre. Anima mia, perdonate se vi confido aver io una spina nel cuore che mi tormenta, ed è che se in questo tempo vi capitasse altro partito migliore, o che vi piacesse più, voi forse mi abbandonereste; ma sappiate che la cosa si è fatta tanto publica, che ci andrebbe del vostro e del mio onore se non ci sposassimo insieme. Vi giuro che non troverete altri che vi amerà con maggior tenerezza che me, e che vi tratterà con maggior rispetto e compiacenza ecc.

Vostro fedele amante e futuro sposo

Marchese Cesare Beccaria Bonesana

 

Io vi rendo mille grazie della bontà e dell’affetto che avete per uno che impiegherà tutti i momenti di sua vita nel servirvi e nell’amarvi. Vi giuro una costanza a tutte le prove, e quando sarò a Milano ve ne darò tutte le prove …… Quanto sarei felice se nel S. Natale, o anche prima, mi unissi a voi per non mai più distaccarmi!

Oh, se sapeste, anima mia, le pene che io soffro, benché procuri di mostrarmi allegro, vedendo i gran discorsi secreti che fanno insieme mio padre e mio zio! Certamente machinano qualche gran cosa contro di me e di voi, ma possono fare qualunque cosa, che io sono risolutissimo di sposarvi. Dalle vostre lettere comprendo non essere l’affare male incaminato, ma temo molto la prepotenza de’ miei parenti. Basta, preparatevi a qualunque cimento, ch’io son pronto al tutto, né vi turbate mai, né mai mi crediate infedele per qualunque ritardo di lettere o di mia persona, il che potrebbe accadere, se per ordine superiore mi venisse l’arresto in casa, il che sarei pronto a trasgredire, se voi mi comandaste ecc.

Io vi assicuro che nissuno mi tradirà, ma quand’anche ciò accadesse, di nuovo vi giuro una costanza e fedeltà a tutte le prove. Mio caro bene, mettetevi in guardia contro qualunque tradimento di finte ambasciate, di lettere false, ed ancorché voi non riceveste mai mie lettere, né mi poteste vedere, siate sicura che ciò procedersuà dalla forza, non già dalla mia volontà …… Di nuovo, mio core, non dubitate della mia costanza, e se l’andar io in Castello non dovesse ritardarmi il piacere d’esser vostro, quasi desidererei che accadesse per provarvi che sono pronto a tutto tollerare.

…… Vi assicuro che, quantunque procuri di mostrarmi indifferente ed allegro, sono non pertanto assediato da ogni parte; ed è ieri venuto fuori mio zio, il quale mi ha preso da parte querelandosi di me, come se facessi uno de’ maggiori spropositi, dicendo che in Milano si sparla molto di me, e minacciandomi di ricorrere a tutte quelle più forti e più violenti provvidenze economiche che si possono usare; io gli ho risposto mostrandomi indifferente e quasi più non ci pensassi, pregandolo solamente a non usar alcuna violenza, e ciò per il loro meglio. Ma vi giuro, mia vita, che se dovessi anche esser chiuso in un Castello, io soffrirò qualunque cosa per esser vostro ecc.

…… Sono un poco inquieto, perché non veggo riscontro alle due che vi ho inviato, ma per questo non dubitate di me, gioia cara, che vi giuro avanti Dio che non sposerò altri che voi, e voi dovete essere o tosto o tardi mia moglie, ed io vostro marito …… Oh, felice quel giorno in cui vi sposerò! Allora sì che sarò abbastanza ricompensato di tutte le pene sofferte, ed il mio amore durerà finché avrò vita, e vi giuro di essere sempre compiacente, amoroso e tutto dedito a servirvi e a procurare che siate contenta …… ecc.

…… Vi giuro, cuor mio, che sospiro il fortunato momento di rivedervi ed abbracciarvi, e più il felicissimo giorno in cui saremo uniti per sempre, che vi raccomando, ben mio, di affrettare ecc.

…… Vi giuro che sono e sarò sempre costante a qualunque costo. Non crediate mai ch’io ceda, ancorché vel dicessero; ma il mio timore è che voi, atterita dalle difficoltà e dalle conseguenze, vi lasciate smuovere. Non date orecchio a qualunque dilazione vi fosse proposta, mio bene, non mi abbandonate ecc.

…… Mia cara, non dubitate, che se dovessi star dei mesi in arresto, come può succedere, non mi muterò mai, ma io temo che se o voi o i vostri parenti sentissero intonarsi che io sarò mandato via di casa con piccoli alimenti, non si ritirino. Ciò mi dà una grande apprensione: rispondetemi su quest’articolo, mentre io sono pronto per voi ad esser miserabile ed andar via di casa quando si sia ecc.

…… A vostro padre i miei complimenti, e raccomandatemi a lui. Ditegli che tra le altre cose i miei parenti si dolgono dicendo che forse, se egli avesse fatto parlare per qualcheduno, avrian forse condisceso, e non si sarebbe fatto tutto questo foco; ma questo è un rampino a cui s’attaccano dopo successo il fatto, mentre io son sicuro che, ancorché tutto il mondo avesse parlato, non avrian mai condisceso ecc.

…… Vi giuro avanti Dio che voglio assolutamente sposarvi, e dico a tutto il mondo, che vuole persuadermi il contrario, che se non avessi data la parola, la darei adesso, tanto son lontano dal ritrattarla. Non so più quali giuramenti usare per assicurarvi della mia fermezza ecc.

…… Vi giuro innanzi a Dio che non voglio sposare altri che voi, e rifiuterò qualunque altro benché vantaggiosissimo partito ecc.

…… Vi giuro avanti Dio che sono pronto a piuttosto morire che mai abbandonarvi, vi giuro che sono irremovibile come pietra ecc.

…… Mia cara, non mi abbandonate, che vi giuro avanti Dio che mai non vi abbandonerò, e vi amerò sempre ecc.

…… Qualunque cosa sia, io vi giuro, mio bene, che non sarò d’altri che di voi, e farò di tutto ecc.

…… Di nuovo vi giuro una eterna costanza e fedeltà ecc.

  1. Beccaria a Gian Saverio Beccaria (Milano, 4 febbraio 1761)
Carissimo signor padre,

per non lasciarle più alcun dubbio quale sia la mia vera ed ultima volontà, mi son determinato di dichiarargliela in iscritto, dimandandole prima perdono di quanto sinceramente le esporrò. La supplico dunque ad accertarsi che la sola morte potrà distruggere la mia risoluzione, anzi l’aspetto di essa non mi atterirebbe. Giuro avanti Dio che io non decamperò mai, né mai ritratterò di cuore la mia parola. La supplico dunque per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre impedirmi l’esecuzione di questo matrimonio, né di più ulteriormente violentare la mia volontà e la mia coscienza. La supplico di lasciarmi in preda al mio destino, del quale solo a me, non già a’ miei genitori dovrà imputarsene quell’esito cattivo che mi si predice. Ho fatto tutto quel che ho potuto per violentare l’animo mio, ma ora assolutamente non posso più cangiarmi. Mi contento di abbandonare la casa paterna e di soffrire quel tenue assegnamento si degnerà di farmi, ma la prego ad avere la carità di lasciarmi eseguire la mia volontà fissa ed immutabile, altrimente non so cosa accaderebbe d’un suo povero figlio tormentato da sì longo martirio, mentre le bacio le mani e le chiedo la paterna benedizione.

  1. Beccaria a Emanuele Lupo Amor di Soria (Milano, 16 febbraio 1761)
Eccellentissimo signore, non avendo l’umilissimo servitore marchese Cesare Beccaria Bonesana ricevuto ieri sera quel riscontro ch’ebbe la bontà di farli sperare, cioè se l’affare era agiustato, o s’averebbe stamattina mandato il notaio, vive però inquietissimo, temendo che qualche nova difficoltà venga a intorbidare la pronta esecuzione del tanto sospirato matrimonio; si prende perciò l’ardire non solo di supplicarla di qualche riscontro, ma di nuovo le fa le sue più fervorose preghiere per la più pronta esecuzione di queste nozze; supplica farli sapere per sua regola il giorno preciso, se dovrà aspettare in casa l’Eccellenza Vostra oppure trovarsi in luogo terzo. Spera che doppo settanta giorni di continue angustie sarà consolato dall’Eccellenza Vostra coll’essere pienamente assicurato, il che ascriverà a tant’altre infinite obligazioni che conosce avere a chi col più profondo ossequio si rassegna

Di casa, 16 febraio 1761

  1. Beccaria a Emanuele Lupo Amor di Soria (Milano, 20 febbraio 1761)
Ieri mattina è stato da me il signor Vicario di Giustizia, e da parte del Governo mi ha portata la liberazione del sequestro, ma io, secondo l’intelligenze, non ho mosso piede fuor di casa, aspettando sempre ansiosamente l’Eccellenza Vostra. Supplico pertanto e spero che oggi sarà il giorno cui vedrò finite tante mie pene coll’eseguire il tanto sospirato matrimonio.

Prego dunque l’Eccellenza Vostra di favorirmi e di farmi sapere il sito ove ritrovarmi, acciò io possa finalmente essere libero dalle tante angustie che continuamente m’opprimono, mentre ogni ritardo mi fa sempre temere qualche nuova dificoltà.

Son certo che l’Eccellenza Vostra, a cui devo tutto, vorrà compir l’opera col consolarmi, il che mi darà occasione di continuamente riconoscere e dipendere dall’Eccellenza Vostra come da protettore e padre, mentre, aspettando qualche accertato riscontro, col più proffondo ossequio mi rassegno suo ossequiosissimo servitore

St.: Cesare Beccaria Bonesana

Di casa, 20 febraio 1761

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 2 [?] luglio 1761)
Eccellenza,

non ha mancato il marchese Cesare Beccaria Bonesana, umilissimo servitore dell’Eccellenza Vostra, di usare ogni mezzo per restituirsi nella grazia del di lui padre, irritato per avere il supplicante contratto matrimonio con donna Teresa de Blasco, figlia del tenente collonello degli Ingegneri al servizio di Sua Maestà, e doppo avere pazientemente sofferto puocco men di tre mesi di tedioso arresto nella casa paterna, ha benignamente l’Altezza Sua Serenissima giudicato, in vista della relazione di Sua Eccellenza il signor marchese di Soncino come cavagliere dellegato, di lasciare il supplicante in libertà di mantenere la sua giurata parola, che interessava tutta la convenienza d’una dama senza eccezione e per l’eguaglianza della nascita e per la congrua dote di zecchini tre mille.

Sperava il supplicante che il padre piegar si dovesse, se non per le replicate ferventi preghiere interposte da’ parenti ed amici, almeno alla autorevole mediazione del ministro delegato, per mezzo del quale, non ostante il di lui instancabile zelo, non ha il supplicante potuto sin ora ottenere che sole lire trecento venti di tenuissima provvisionale nel longo spazio di mesi quattro d’esiglio dalla casa paterna.

Si agrava il supplicante dal di lui padre d’un preteso reato, per aver egli durante l’arresto esposto che, se si fosse trovato il disimpegno onorevole alla dama ed a se stesso, avrebbe prontamente aderito a’ voleri del padre.

Se a tale proposizione avesse il padre del supplicante data la giusta ed unica interpretazione, avrebbe dovuto ad evidenza conoscere quanto fosse soda e ben fondata la volontà del di lui figlio, perché appoggiata al giusto ponto d’onore, che deve avere un cavagliere, di mantenere a qualunque costo la parola data, e ben doveva di ciò gloriarsene lo stesso padre, anzi che irritarsi e castigare indebitamente il supplicante, che null’altro pretendeva se non che dal padre non gli venisse legata quell’unica libertà concessa da tutte le leggi ad un figlio per la elezione del di lui stato.

Gli si oppone finalmente dal padre al supplicante la strettezza delle circostanze della di lui casa, che supone non potergli dar campo di mantenere una donna conforme al di lei rango, il che è certamente erroneo, mentre, se ben rifletterà il padre del supplicante, non potrà che accordare che di molto minor dispendio ed agravio gli sarebbe al certo il mantenere in propria casa il figlio e la di lui moglie con quella proprietà possibile, anzi che dovergli soministrare fuor di casa quei onesti e bastevoli alimenti dovuti ad un figlio che ha l’impegno della moglie di egual condizione e grado, acciò non possa vedersi sforzato contrare debiti per rimediare alla tenuità degli alimenti che venissero somministrati dal padre.

Ciò non per tanto tutto si riduce ad un estremo rigore senza alcun riguardo alle grosse primogeniture, di cui l’uso in rigor di ragione competirebbe al solo padre, ma attese le presentanee circostanze puono egualmente in oggi compettere anche al supplicante ad esclusione di qualunque altro de’ di lui fratelli.

La tenuità dello stato di casa esibito dal padre del supplicante nella sola quantità di L. 5900 fa evidentemente argomentare non esser esatto, e compilato in tal guisa al fine solo di far credere al supplicante non potersi dal di lui padre somministrare che una tenuissima annualità che non sii né pur bastevole ad un onesto mantenimento di una persona anco d’inferior condizione, il che certamente non può credersi, a meno che non si pensi che dal padre del supplicante contrar si vogliano continui debiti a pregiudizio de’ figli, invece di ritirarsi da tutte quelle spese che potrebbero considerarsi superflue.

In tale stato di cose altro mezzo non trova il supplicante che fare all’Eccellenza Vostra ossequioso riccorso, affineché si degni di superiormente provedere all’instantaneo bisogno del supplicante ridotto all’ultima desolazione, abbandonato dal padre, trovandosi costretto di vivere in continue strettezze per dover fare casa da sé, senza che il padre gli somministri li dovuti alimenti necessari al supplicante e sua famiglia, il che dall’Eccellenza Vostra implora e spera

Marchese Cesare Beccaria Bonesana
Supplicante

[a tergo:] Eccellenza. Del marchese Cesare Beccaria Bonesana

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 8 gennaio 1762)
Mon cher Scipio,

il y a longtems, mon cher Biffi, que je ne reçois de tes nouvelles, et que tu ne reçois pas les miennes. Par rapport à moi la cause en est ma paresse et mon indolence, qui tous les jours s’appesantit de plus en plus sur moi. Mille petites tracasseries me rendent chagrin et en proie à un sombre tranquillitè, à la quelle je ne puis etre arraché que par les livres qui, occupant toute l’etendue de ma tete, en effaçent pour quelques tems les impressions douloreuses. Je ne puis etre ambitieux, mon cher ami, et ce seroit l’unique moyen pour me mettre au niveau des autres (je suis bien eloigné de me croire au dessus des autres hommes pour cela, je suis plutot à coté de l’umanité que superieur ou inferieur). Toutes les reflexions sages que me font faire mes veritables amis Verri, bien loin de me persuader, se trasforment en autant des chaines presentées à ma liberté et à mon independance sauvage. Mais helas, ma raison n’influe point sur mon sentiment!

Pardonne moi donc mon silence paresseux, qui me faisoit differer de jour en jour de t’ecrire. N’ajoute point à mes malheurs celui d’etre fachè contre moi. Ecris moi si tu n’es point malade, car cela augmenteroit ma faute, et si tu l’es par malheur, fais moi ecrire, car je veux absolument de tes nouvelles. Ah, mon cher ami, que je voudrois etre avec vous pour soulager mon coeur, pour acquerir avec toi le courage de voir d’un oeil ferme le choc impetueux des interets des hommes qui se croisent et se detruisent reciproquement en cherchant un perfection qui n’est pas le partage de ce planete. Je ne me suis elevée du fond de la mer dormante de l’ignorance, où je vegetois avec les autres, que pour voir l’orage et la tempete des passions bouleverser les ondes, et en sentir plus vivement les secousses, et voir de là naitre egalements le vices et les vertu, la vie et la mort, le douleur et le plaisir par un continuelle transformation. Dans le moment que je t’ecris dans la chambre de Verri, il me prie de l’excuser après de toi sur la meme paresse, qui lui engourdit la main pour ecrire a ses amis. Il n’a pas écrit à vous ni à Frisi ni à Carli dès longtems. Ainsi, pardon general, mon ami. Je t’écrirais un autre fois plus au long sur mes etudes et sur l’etat de mon ame. Adieu. Toutes les amis te embrassent et moi aussi et la marquesine aussi. Adieu.

Vrai ami
Atticus

Milan, 8 gennaro ’62

[a tergo:] A monsieur, monsieur le comte Jean Biffi, Cremone

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 5 marzo 1762)
Eccellenza,

oso prendermi la libertà di presentarmi a Vostra Eccellenza umilmente con questa lettera, non avendo potuto ottenere l’onore di farlo questa mattina in persona. Sento volgarmente aspettarsi la grida nuova delle monete come imminente; non credo di dover diferire di più a rassegnare riverentemente all’Eccellenza Vostra le mie riflessioni che ho compilate su questa importante materia. Il mio desiderio sarebbe che servissero all’Eccellenza Vostra d’un sodo attestato della mia venerazione verso della medesima, e della mia buona volontà per il servigio dell’Augustissima Sovrana e il bene della nazione; sarebbe altresì mio desiderio che esse vedessero la publica luce sotto gli alti auspicii di Vostra Eccellenza onde proccurame a me la gloria che ne risulta. Questa grazia impetro io divotamente da quel suo genio benigno che conosce le verità e protegge chi lavora a disterrarle. L’esemplare che mi prendo la libertà di qui ingiungere manca di quella decente eleganza che si converrebbe, s’io nella rispettata persona di Vostra Eccellenza non ravvisassi che il semplice ministro; a questo avrò la gloria di presentare la copia stampata, quando me ne accordi la graziosa annuenza, e frattanto con infinito rispetto ho l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 5 marzo 1762

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 19 maggio 1762)
Eccellenza,

in pena di non aver voluto mancare alla parola data di matrimonio e d’avere sposata una dama attualmente ricevuta e ammessa agli onori che fra di noi competono alla prima nobiltà, mi trovo da più d’un anno esigliato dalla casa paterna e ridotto all’ultima mendicità. Ho impiegati inutilmente diversi amici di mio padre per placarlo colle più sincere sommissioni; gli ho scritte inutilmente varie lettere dettate dai più umili e affettuosi sentimenti d’un figlio abattuto, sommesso e mendico.

Ora mi trovo colla moglie vicina al parto, con mille lire annue di solo assegnamento per vivere, circondato dalla miseria e dalla disperazione: prendo l’unico partito che mi resta, ed è di presentarmi colla moglie a’ piedi di mio padre e cercare se lo spettacolo della mia rovina e le mie lagrime possono far parlar la natura. Vado quest’oggi umiliato e mendico ad implorare dalla carità di mio padre un posto per me e per mia moglie a quella tavola dove ogni giorno si usa ospitalità cogli estranei; vado a cercare ricovero in quelle stanze altre volte destinate a me ed ora vuote. Sono disposto a soffrire qualunque cosa sia per dirmi mio padre colla maggiore subordinazione, ma sono altresì disposto a non allontanarmi dalla famiglia, e per non perire e per non soffrire di più il dolore di vedermi così proscritto dalla vista de’ parenti, i quali, in mezzo ai mali che mi hanno fatto soffrire, mi sono pur cari.

Prendo l’ardire di rappresentare umilmente a Vostra Eccellenza questa risoluzione; spero che la vista della mia umiliazione e lo stato di mia moglie vicina al parto peroreranno per me; ma se per mia mala sorte anche tutto questo fosse inutile, io sono perduto, se la benefica mano di Vostra Eccellenza non mi socorre. La bell’anima dell’Eccellenza Vostra spero sarà sensibile al mio misero stato; sono il più debole, sono infelice; questi sono i titoli che mi assicurano della benigna protezione di Vostra Eccellenza.

La grazia ch’io domando all’Eccellenza Vostra è che si degni in caso di contraddizione avvocare a sé la mia causa ed essere ella stessa il mio giudice. Non ho mezzi per difendermi per l’ordinaria carriera de’ giudicii; imploro, da quelle paterne viscere d’umanità che rendono l’Eccellenza Vostra adorabile a tutti i buoni, di accordarmi ch’io in questo non abbia altro giudice che Lei; o, se le cure del Governo m’impedissero d’aver questo bene, che sia almeno differito il giudizio a due cavalieri, uno destinato da’ miei parenti e l’altro da me. Aspetto questa beneficenza dalla protezione dell’Eccellenza Vostra, nell’atto che, con umilissima riverenza, ho l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 19 maggio 1762

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 19 maggio 1762)
Eccellenza,

ho l’onore di rassegnare a Vostra Eccellenza la notizia che il passo, sul quale m’era preso la libertà di prevenir la medesima, ha sortito tutto il suo effetto, cosicché io sono attualmente nella mia casa paterna colla moglie e in grazia de’ miei parenti.

Domando umilissimo perdono all’Eccellenza Vostra della libertà che nell’incertezza ho dovuto prendermi, e con profondo indelebile rispetto passo a l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 19 maggio 1762

  1. Beccaria a Gian Rinaldo Carli (Milano, 4 agosto 1762)
Milano, 4 agosto 1762

Il libro che ho l’onore d’inviarle è un giusto tributo ad un classico scrittore di monete, e di un discepolo ad un maestro. Tale io posso chiamarmi rispetto a Vostra Signoria illustrissima, avendo dalla eccellente di lei opera sulle monete cavati i veri principii di questa scienza. Ella è stato uno di quei pochi che abbiano osato strappare dalle mani della trascuranza e della privata ingordigia quelle verità delle quali la maggior parte degli uomini, massime italiani, non ne sospettano pure l’esistenza. Ella ha meritato d’esser posto nel numero di quei geni, come Montesquieu, Du Tot, Fortbonnai ecc., che dalla gelosa mediocrità, che ha quasi sempre governato l’universo, furono trascurati. Forse per questo titolo non avrò motivo di essere dimenticato, quando non lo fosse un sufficiente la gloria di aver imitato un sì celebre scrittore e il potermi meritar la stima di Vostra Signoria illustrissima e di que’ pochi che le somigliano.

Quando ottenessi questa, non avrei certamente gran morivo di dolermi della ingratitudine de’ miei concittadini.

Io ho sempre amata la verità, che sospetto non esser fatta per gli uomini, e per conseguenza ho sempre desiderato l’amicizia di quegli di cui le azioni non ne smentiscono i principii. Ecco ciò che mi ha procurata la preziosa amicizia del conte Verri e di que’ pochissimi Milanesi che come lui si allontanarono dagli altri per lo meno di due secoli.

Ecco il motivo per cui oso chiederle un posto nella di lei stima ed amicizia, mentre con perfettissimo ossequio e divozione mi protesto.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, agosto 1762)
Caro amico, Silla non ha testa da scrivere ed ha delegato il mio capo acciò colla sua nota destrezza disimpegni l’affare, cioè scriverti e mandarti i libretti. Ma questa volta bisogna che tu abbi la flemma avere una lettera corta perché sono tutto assorto a ricopiare alcune opere di Bacon di Verulamio, al quale, oltre essere nella classe dei geni più sublimi, si può dare il nome di legislatore dell’intelletto.

Mando la mia dissertazione unita né voglio alcun pagamento per essa. Quanto alle lorgnette è necessario che vi spieghiate meglio, cioè se sia lorgnette a due vetri, a un vetro solo, per teatro, per leggere ed esaminar seni ecc., perché Verri ne ha tre. Tu vedi che sono di buon umore, quando nell’ultima ero di pessimo, ma sentirai meglio in altra mia i fenomeni tutti di questa testa matta. Scrivimi lettere longhe, riserbandomi il dritto solo a me di scriverti una riga sola se bisogna. Amicizia eterna al di là della tomba. Possino i nostri corpi allora riunirsi ed organizzarsi insieme a formare un bel trio ecc. ecc. Addio, padrone di cento vacche ecc. ecc.

Verri scriverà altra volta; Alessandrino, la signora Vailati, coi voti ed acclamazioni dei pochi ragionevoli mangianti cervellato in questa metropoli, ti salutano.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 3 settembre 1762)
Je ne puis rien ajouter aux sentimens de Verri qui sont les miens; si non que je vous recomande votre bonheur. Il depend en partie de vous meme. Goutez les plaisirs sans en emousser la vivacité par votre extreme delicatesse. Il nous sont données par la nature elle meme. Desavouera t’elle son present? Mon cher ami, je souffre de vos peines. Quoi donc, la vertu sera-t-elle faite pour soufrir? N’y a t’il pas une route parmi le nombre infini qui se croisent dans cette fourmilliere pour guider le sage au bonheur sans offenser la sacrée image de la vertu? Je vous dirai mon opinion là dessus dans d’autres lettres. Votre absence a causé une vuide dans mon coeur, qui etoit tout entier à chacun de ses amis, car l’amitié est comme le feu qui sans diminuer se communique aux plusieurs… Mais brisons là. Marcellus continue.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 4 settembre 1762)
Milano, 4 settembre ’62

Carissimo amico,

benché vi abbia già scritto nella lettera di Verri, pure un affare di importanza e di somma secretezza mi obliga a scrivervi di nuovo. Lungi dall’essermi ciò incommodo, mi è sommamente agradevole porgendomi nuova occasione di trattenermi con voi. Si tratta di nuovo il matrimonio tra il marchese Crotti e la madamigella Durini, ed ella mi ha pregato in amicizia di informarmi presso di voi del carattere del giovine cavagliere, de’ suoi parenti, della facoltà e forza della sua casa. Io spero dal vostro buon carrattere un sincero ragguaglio per una persona di cui si tratta la felicità. Voi potete essere sicuro che affidandomi una tale notizia non sarete in alcuna maniera compromesso. Se avete qualche ostacolo che vi trattenga, scrivetemi pure liberamente, mentre preferirò sempre la vostra convenienza e felicità a quella della Durini, che non mi è legata coi forti vincoli d’amicizia come i nostri. Sovvengavi che forse si tratta d’impedire l’infelicità di una persona di merito. Non è necessario che io di nuovo vi faccia proteste dell’eterna amicizia che avrò sempre per voi. Vi prego a ricordarvi di uno che vi ama teneramente e vi stima infinitamente. La marchesina, che è stata afflitta per la vostra partenza, vi saluta di cuore. Scrivo male perché sono di cattivo umore. A rivederci l’ordinario venturo. Addio. Amicizia, amicizia.

Vostro affezionatissimo amico vero

Pomp. Attico

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 15 settembre 1762)
Cher ami,

je suis accablè d’ennui, de tristesse aussi bien que vous, mon cher Scipion. Je n’ai pas meme la force de vous ecrire au long. L’ordinaire prochain je vous developperai l’etat de mon coeur, ce qui sera beaucoup utile pour moi meme, car qu’est il de plus doux que deposer dans le sein de l’amitiè le noirs soucis qui nous devorent mutuellement? J’ai etè heureux un annee et demi. Helas! je ne le suis plus. Ma chere femme et amie est sensible à votre tristesse, et tous ensemble nous voudrions contribuer à votre bonheur; et aussi tot que l’occasion s’en presenterà, nous le ferons. S’il n’y avoit d’autre motif d’aller à Pizzighettone que le bonheur de vous voir, il seroit plus que suffisant; ainsi nous nous verrons. Adieu, mon cher et respectable ami, homme vertueux, etre trop sensible, ecris moi, je t’ecrirai toutes les jours de poste, mais toujours suivant l’etat de mon coeur, triste, gai, philosophe, fou, mais toujours honnete homme et veritable ami

T. Pomp.us Atticus

Milan, 15 septembre '62

P.S. Je n’ai pas pu parler à la Durini attendu les circonstances, ainsi je vous donnerai reponse l’ordinaire prochain. Blasco vous fait ses respects. Ma femme aussi.

  1. Beccaria ad Alessandro Verri (estate 1762)
Caro Sandrino, io vi ringrazio di cuore della sollecita e piena infilzatura de’ sapientoni sul noto proposito; a’ quali non era permesso accostarvisi alla gente profana. Io ne farò uso con esultanza, perché bello è il combattere con le armi altrui e l’assalire l’inimico nelle sue credute invincibili trincee. Voi siete il Generalissimo, io il Sanciopanza: combattimento, è vero, contro i molini a vento; ma pure è combattimento. Addio di cuore. Sono tutto

il Vostro Amico

[a tergo:] Per l’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor conte don Alessandro Verri. S. P. M.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 6 ottobre 1762)
Milan, le 6 octobre ’62

Mon cher ami,

deux ou trois lignes seulement, car la poste va partir. Ma chere compagne ne se porte pas trop bien, elle est au lit avec un grand doleur de tète; elle vous remercie de l’amitié que vous avez pour elle, et moi aussi. Blasco vous fait ses compliments; Verri, en doute de ne pouvoir vous ecrire, vous embrasse. L’ordinaire prochain je t’ecrirai plus au long. Cependant, mon cher Scipio, aimés moi, car l’amitie est de plus doux sentimens qui nous font oublier nos miseres. Ayés pitié de vous mème en reflechissant que un jour viendra que vous serez heureux. Cependant l’etude peut seulement nous rendre tranquilles etc. Adieu, mon cher Scipio.

Eternel ami Atticus

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 16 ottobre 1762)
Sabbato 16 ottobre 1762

Cher ami,

spero la settimana ventura di essere a Pizzighettone, e subito giunti vi farò avvisare perché voi potiate ricevere nelle braccia dell’amicizia tutta quella confusa mescolanza di piaceri e di pene che formano la vita del vostro amico. Oh amicizia, oh nodo suggellato dalla verità e dalla virtù, io t’adoro, unico vincolo del saggio, farò che taccia inanzi a te la voce dell’interresse e la fredda prudenza regolatrice delle anime communi. Fa’ che ripieno del tuo entusiasmo tutto il mio animo si riempia del tuo calore. Io ti preferisco, eterna compagna di libertà e di voluttà filosofica, al noioso comandare alle anime vili e schiave. Senza di te io sarei un insetto isolato nella vastità interminabile dell’eterne combinazioni, trasportato nel vortice commune. Qualunque tu sii, o chimera o verità, vieni, virtù, a invilupparti nella mia sostanza, a rendermi felice nei brevi momenti del viver mio. Oh se potessi lasciar traccie della mia beneficenza! Questo è l’unico monumento che ambisco di lasciar dopo la mia insensibilità. Tu vedi che l’estro di poesia mi trasporta, ma io voglio che i miei amici vedino in me egualmente i miei deliri e i miei ragionamenti. La marchesina ti deve una risposta; ma i suoi incommodi non glielo han permesso. Addio, amicizia. A rivederci presto.

Amico vero
Attico C.

Mia moglie ti saluta con vera amicizia e stima.

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Milano, 15 giugno 1763)
Mon cher ami,

ta lettre, oh presque divin ami, m’a rempli de consolation. Ton silence de trois mois m’avoit fait faire mille chateaux en l’air. Je ai cru mon ami amoureux. Si cela est, je disois dans mon coeur, mon adorable ami, avec une ame aussi sensible, aussi excellente, aura tout son tems rempli par l’objet qui l’occupe. S’il est heureux, je le suis par rapport a lui, donc patience s’il ne m’ecrit pas. Quelquefois je tremblois de peur que moi et Verri n’avions peut-etre été calomniè auprès de toi; mais aussi tot je me corrigeois avec cette reflexion: que mon ami nous auroit ecrit quelque chose et attendu notre reponse pour nous condamner ou absoudre. J’ai plusieurs fois tentè d’ecrire, mais mon sublime et presque invincible paresse m’enchainoit la main, et je differois de jour en jour sans rien faire. Mais avec tout cela je t’adorois toujours dans mon coeur; ton souvenir, tes excellents qualités, ta vertu raisonnée, ce noble entousiasme qui te porte à faire du bien à la foiblesse qui a été toujours foulée par le plus fort, m’ont été toujours presents à l’esprit avec tous les sentiments d’amitiè qui nous lient ensemble; cette amitié, ce divin lien des coeurs sensibles, durerà toujours! Oh vertu, vertu, tu n’es pas un vain nom; tu es une passions qui remplit les coeurs sensibles, une passion aussi forte que l’amour, le redoutable amour, qui fait tant de mal et de bien aux mortels. Vertu, ma deesse, tu m’es d’autant plus chére que les motifs qui te font suivre par le stupide vulgaire ne sont pas les miens. Mon cher Biffi, ecris moi; conserve moi avec tes lettres l’entousiasme de la vertu qui fait mon bonheur. La marquesine m’a fait voir les lettres que tu lui a ecrits. Oh mon digne ami, je te remercie de la consolation que tu a donnée à mon amie, je te prie de lui ecrire, et de lui inspirer ce noble entousiasme dont je vois que son ame est susceptible, et de lui inspirer la vertu par la seul voye qui lui soit propre, celle des sentimens. Pardonne moi les fautes du stile et d’ortographe; car j’écris courans sans application suivant les mouvemens de mon coeur. Verri te prie de lui pardonner s’il n’ecrit pas aujordhui, car il a des affaires pressantes; mais il t’ecrira au premier jour. Il est, il a toujours eté rempli d’amitié, d’estime pour toi; ton nom, tes vertus étoient toujours dans notre bouche et dans notre coeur. A propos, je suis fachée avec les petites ames qui ont chicané ta famille et toi, qui merite tous les honneurs, quand meme l’hazard de la naissance n’y auroit rien contribué, ce qui est pourtant bien loin d’etre le cas de ta respectable famille. Je suis bien aise que ils n’ont pas reussis dans les vils complots que la basse jalousie et le defaut de toutes autres passions ont excitè contre toi. Ils ne meritent que ton mepris, continuez avec votre vertu de meriter la haine de tes compatriotes et l’estime du petit nombre des sages qui honorent l’humanité: voila, mon ami, mes sentimens. Dans une autre lettre que j’ecrirai samedi tu auras un detail de mes etudes, de mes occupations etc. Pour amour de notre amitié, ne pense pas de venir à Milan pour tout le mois de juillet, car pendant tout ce tems-là je suis contraint de passer à Gessate à la campagne avec mon ennuyeuse famille. Adieu, adieu. Je suis contraint de finir par la curieuse impertinence des mes parens.

Votre bon ami et admirateur
Atticus

Mercredi 15 juin 1763

  1. Beccaria a Giambattista Biffi (Gessate, circa 20 giugno 1763)
Carissimo Scipione,

le nuvole si sono dissipate, e la tranquillità e la calma sono succedute alle tempeste. La mia malinconia non procedeva che da queste due cagioni, le seccature che mi circondano e il trovare il mio cuore vuoto da ogni passione. Il mio animo ha bisogno d’un moto continuo che lo tenga in vigore, altrimenti la noia ed il dolore di vedermi avvilito e confuso nella folla degli spiriti communi mi opprimono. Ma qual mezzo di sortire da questa letargia che mi tormenta, se io non sono né ambizioso né innamorato? Secondo i miei principii, le pene che dovrei soffrire per seguir le traccie delle ambizioni non sono ricompensate dai piaceri che può somministrarmi. Stimo troppo poco l’opinione degli uomini, troppo corta la vita per doversi tormentare nel tempo che la gioventù e i piaceri mi invitano, per poi coronare di sterili allori una vecchiaia insipida ed importuna: in qual maniera, con tali pensieri, si risveglierà in me l’ambizione? Così parmi di non esser più atto a concepir amore per alcuna persona. Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato in una stima sincera, in una vera amicizia ed in una tenerezza inesprimibile. Ma voi sapete, amico, che le passioni sodisfatte fanno perdere al loro oggetto quel bello d’imaginazione e quella dolcissima illusione che fa distinguere l’amore dai bisogni naturali. Ecco in breve l’origine di quella vera tristezza che mi occupava tutta l’anima. Ma ho comperati dei libri, mi si sono risvegliate delle nuove idee e delle viste filosofiche che ti communicherò in breve. Queste mi hanno agitato la mente e tolta quella calma fatale che intorpidiva tutte le facoltà della mia mente.

Non credere, amico, che io sia in contraddizione con me stesso col dire che mi tormenta il vedermi confuso colla folla degli spiriti communi, e il non curarmi della opinione degli uomini: io non stimo che l’opinione de’ miei amici ed il testimonio della mia coscienza; e mi tormentava che gli uni e gli altri mi stimassero uomo commune per l’indolenza in cui dormiva l’animo, e mi pareva di diventar simile a quella immensa turba d’insetti che si strisciano sul globo; questo era il mio dolore, e non l’ingiustizia de’ miei concittadini, o per dir meglio, di coloro che l’azardo ha fatti nascere nella stessa prigione. Scrivo con libertà, senza studio, poiché penso che tali debbano essere le lettere agli amici; voi meritate, uomo eccellente, degno di un’altra patria, che mi miriate alla scoperta. Lungi da noi la minima dissimulazione, miserabile artificio degno della umana debolezza. Voi scrivete con entusiasmo, ed io oggi non l’ho; mi sembra di vedere l’amante di Julie d’Etange nelle vostre lettere. Sì, voi riunite le sue servitù ed i suoi lumi. A me par d’essere piuttosto monsieur de Volmar. Comunque sia, amicizia eterna. Scrivetemi, se volete contribuire alla mia felicità.

T. P. Attico

P.S. La Durini, mia sorella vi salutano con tutta l’amicizia.

Una persona volgare vi direbbe di non tormentarvi, quasicché ciò fosse in vostra mano; io vi prego invece di riflettere e di ragionare. Pensate, amico, quali tormenti ho sofferto nel tempo del mio arresto con l’incertezza dell’esito dei miei affari, privo dell’unico bene che allora mi rendesse cara la vita. Pure passarono que’ giorni di dolore e di amarezza: così, pensa alla certezza di un avvennire che non ti può mancare, alla superiorità del tuo animo ed al testimonio che ti rende il tuo cuore. L’uomo sublime si consola nel essere in caso di far arrossire chi lo circonda; mira quanta differenza passa da voi agli altri uomini. La lettura e la meditazione ti consoleranno, massimamente se vorrai renderti conto a te stesso della validità o nullità di quei legami che ti trattengono. Qualunque sia poi l’esito de’ tuoi pensieri, una volta che con ragione e riflessione filosofica ti sarai assicurato la dolce sicurezza di una ragionevole filosofia, ti renderai più sereni i tuoi giorni.

  1. Beccaria a ignoto (Gessate, 19 luglio 1763)
Carissimo amico,

ho dovuto scrivere moltissime lettere, e per conseguenza non ho tempo di rendervi conto delle mie letture e delle mie riflessioni. Ho letto l’opera di Verri sulla felicità, e la trovo eccellente e degna di esser messa nel numero delle più sublimi di questo secolo; l’amicizia non è quella che mi fa parlare così; ma è una giustizia che rendo al suo merito. Io non verrò a Milano più tardi di quindici giorni, e spero di aver di molto avanzato il mio libro sulle pene; credo che Verri vi farà vedere quanto gli scrivo.

Voi sapete che vi sono veramente amico; poiché ho tutto l’interesse di esserlo riunendo voi tutte le più eccellenti qualità del cuore colle più rare dello spirito. Vorrei dormire tutti questi quindici per rendere insensibile l’intervallo che mi separa da voi; e mi sento tutto rallegrare quando penso che passato questo tempo ritorneremo a vivere insieme. Continuiamo a coltivare la filosofia nel secreto del nostro cuore, facciamo del bene agli uomini senz’aspettarne ricompensa e rendiamo sempre più stretta la nostra amicizia, che è uno dei maggiori beni di questo pianeta. Scrivetemi quanto più potete in dettaglio, perché non potreste figurarvi il piacere che provo nel leggere le vostre lettere, non solamente per essere un pegno della vostra amicizia, ma anche per il merito che hanno e per le notizie interessanti che contengono.

Addio, devo scrivere due altre lettere. Tutto vostro

Amico C. B. B.

19 luglio

  1. Dedica dei Delitti a Pietro Verri (Milano, seconda metà di luglio - agosto 1764)
À celui qui a eté l’auteur de tous les plaisir que j’ai prouvez en faisant ce livre, à mon cher et philosophe ami le comte Pierre Verri

CBB

  1. Beccaria a Giuseppe Aubert (Gessate, 8-9 dicembre 1764)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

quantunque sia la prima volta che ho l’onore di scriverle, è già molto tempo che nutro per Vostra Signoria illustrissima stima e gratitudine per l’onesto di lei carattere e per le obligazioni che le professo; ma lasciamo le espressioni, certamente inferiori ai sentimenti che nutro, e veniamo al fatto.

Il mio amico conte Verri mi ha subito spedito la lettera scrittagli da Vostra Signoria illustrissima, dove ho visto le giuste di lei premure; non ho tardato un momento a mettermi a scorrere il mio libro, e in pochissimi giorni le manderò le correzioni e molte addizioni importanti, per le quali lo stampatore firentino resterà, come è giusto, colle pive nel sacco, se gli Italiani avranno ancora tanta curiosità che basti per ismaltire una seconda edizione. Intanto la supplico a riflettere alle seguenti cose.

1°. Desiderei, se lo stima opportuno, che, coi medesimi caratteri dell’accluso manifestino, l’edizione fosse in un in-dodici più stretto di quello delle Meditazioni sulla felicità, cioè un in-dodici all’uso francese.

2°. Quantunque mi stimerei glorioso di aver fatte le Meditazioni sulla felicità, pure questa operetta eccellente non è mia, ma di un mio carissimo amico, e però ho visto con mio dispiacere questo sbaglio occorso nel manifestino; la suplico dunque di publicarne un altro, in cui potrebbe dire che il sesto sarà più piccolo di quello delle Meditazioni sulla felicità, massime che le due opere, essendo anonime, si sono falsamente attribuite allo stesso autore. La prego a non dimenticarsi di questo, perché è giusto che ciascheduno abbia il suo.

3°. Mi farò premura di mandarle unitamente uno schizzo di dissegno dell’idea che metterei per frontispizio, giacché vedo esser tale il di lei desiderio. Esser dovrebbe dunque un manigoldo, con una mano pendente che tiene un inviluppo di corda da cui pende una taglia ed una sciabla abbassata; e coll’altra mano terrà per la ciocca de’ capegli due o tre teste recise e grondanti, che le presenta alla Giustizia, la quale, col destro braccio teso in atto quasi di respingere il manigoldo e colla sinistra mano quasi nascondendo per orrore il suo volto dal medesimo, si rivolge e guarda la sua bilancia, di cui una lance appoggiando sopra di un sasso, l’altra posa più bassa sopra un fascio di vari stromenti di lavoro, come sarebbero zappe, badili, seghe e martelli pittorescamente intralciate ed avviluppate di catene con manette all’estremità. Questa è la mia idea, ma lo schizzo esprimerà meglio che la scrittura; sopratutto il rame dovrebbe essere inciso con diligenza.

4°. Per mia curiosità desiderei che ella mi procurasse una copia della edizione del Fiorentino, ed ella potrebbe indrizzarla per la posta all’amico conte Verri; sarà sodisfatto della spesa, ma perdoni questo infado alla mia curiosità.

Si assicuri che ho veramente premura che la cosa riesca bene, e dal mio canto vi contribuirò con tutte le forze.

La supplico di riscontro per mia quiete, mentre con tutta la stima ed amicizia mi protesto di Vostra Signoria illustrissima umilissimo divotissimo servitore

T. B. B.

P.S. Il riscontro potrà includerlo in lettera al conte Verri.

  1. Beccaria a Pietro Verri (Gessate, 13 dicembre 1764)
Carissimo amico,

la scrittura è di Visconti, ma le parole son del pigro Beccaria. Eccoti le aggiunte e le correzzioni che ho fatte sin ora e che arrivano fino alla pagina 68; ve ne sono delle buone e delle mediocri, ma tutto insieme può passare. Avverti il copiatore che, non essendo scritte con l’ordine esatto con cui vanno stampate, si sono messi i numeri romani a ciascuna, perché ricopiandole le metta nel suo vero ordine indicato dai numeri. Ti prego di rivedere esatamente l’ortografia e di leggere le correzzioni confrontandole sempre col luogo indicato sul libro, e di osservare se tutto è spiegato chiaramente, perché lo stampatore non faccia dei disordini; ti prego anche di avvertire Aubert di correggere non solo li errori segnati nell’errata stampato, ma anche li altri che sono stati ommessi, con la possibile esatezza. Scrivigli ancora che col restante delle correzzioni manderò lo schizzo dissegnato per il rame del frontispizio. Crederei opportuno, se tu lo giudichi, per rendere meglio servito Aubert di aggiungervi, come un framento, I piaceri dell’imaginazione, ampliandoli un poco e correggendoli; anzi, osserva se il manoscritto è nel portafoglio dei Caffè, premendomi che non sia smarito. Circa le correzzioni del libro, ed al libro medesimo, togli, aggiungi, correggi liberamente, che mi farai un gran servizio e piacere. Ho mandato un espresso apposta, il quale aspetta la tua risposta. Ho letto il foglio diciottesimo del Caffè che ha ricevuto mio padre, che è bellissimo, ed il medico che ha guarito la marchesina ha avuto il buon senso di approvarlo. I motivi che mi aduci per incoraggirmi a prosseguire nella mia carriera sono tanto più gloriosi per me, quanto partono da un amico sincero. Assicurati che sono lontanissimo dalle matematiche, e che la premura di conservarmi la tua stima e di soministrar sempre nuovo alimento alla nostra amicizia mi anima di più che la gloria stessa, alla quale sola, s’io fossi abbandonato, tu sai che per indolenza vi anteporrei l’oscurità. Rispondimi, benché lunedì sarò in Milano senz’altro. Scrivimi per regolarmi colla fedeltà dell’espresso a che ora hai ricevuta la mia lettera. Salutami li amici. Addio, cara amicizia. La marchesina ti saluta, e non le rimane del male che la debolezza, ella fa capitale della tua compagnia e delli amici per lunedì sera in casa mia; ma noi si vedremo prima se sarai in casa tua.

Visconti mi dice di dettargli che ti abbraccia e che sperava di vederti a quest’ora; ma così è, per l’apponto. Addio di nuovo.

Tuo vero amico

C. Beccaria B.

Gessate, 13 decembre 1764

30 bis. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 14 dicembre 1764)[6]

Illustrissimo signor padron colendissimo,

non so donde rifarmi per esprimere a Vostra Signoria illustrissima quanto sono sensibile agli onori e alle gentilezze che dalla di lei bontà mi vedo colmato. Riceva per ora la scarsissima gratitudine de’ miei ringraziamenti e mi somministri de’ motivi con che sgravare le mie obbligazioni. Appena osservai il di lei pensiero intorno all’idea del frontespizio mi occupai subito a distribuirne il disegno. Eccoliene uno schizzo informe: vediamo se la mia immagine ha saputo secondare il di lei pensiero.

Attenderò i primi fogli della riforma dell’operetta per farvi subito por mano.

Mi diffonderò meglio con altra mia giacché con questa devo essere breve per il motivo che adduco al signor conte nostro. Mi accordi la continuazione della di lei amicizia e si persuada ch’io sono di Vostra Signoria illustrissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo servitore.

Giuseppe Aubert

Livorno, 14 dicembre

  1. Beccaria a Pietro Verri (Milano, circa 20 dicembre 1764)
Amico carissimo,

nel ringraziarvi di vero cuore per tanta sofferenza che avete per me nel noto affare di Livorno, vi rimetto la cartina delle variazioni, con le quali spero sarà tolto ogni dubbio. Questo veramente mi riesce strano in un porto di mare e in un paese dove sono note ed abbracciate tutte le prammatiche. Basta; ho rimediato. Vi prego sollecitare la stampa; e col cuore vi abbraccio.

Il vostro B.

  1. Dedica dei Delitti a Giambattista Biffi (fine 1764 - inizi 1765)
Al caro Biffi omaggio di amicizia.

L’autore

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 1° marzo 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

Le giuro sull’onor mio che niuna cosa potea tanto affliggermi quanto le due ultime lettere del signor conte Verri e quella di Vostra Signoria illustrissima. Lor Signori hanno mille ragioni, io ho mille torti, perché le passate circostanze non mi fecero osservare il Giudizio che in astratto, e perciò non replico. Solo mi preme che vengano in chiaro che non ha torto il Soria; la mia ultima lettera di lunedì avrà dato loro delle prove convincentissime su questo punto. Intanto Lor Signori vogliono assolutamente rigettare il Giudizio, ed io son prontissimo a farlo, perché riguardo il voler Loro e la Loro sodisfazione a preferenza di qualunque ancor giusto ritegno. Solamente desidero che, prima di far questo, mi giunga la Loro risposta alla detta ultima mia, sulla lusinga che non vorranno fare al Soria un torto che in vero e’ non merita. Quando poi si persista nella presente Loro risoluzione, vedranno immediamente quale stima io faccia d’obbedirgli.

In fine, se, venuti in chiaro dell’equivoco e rimossi dalla mala opinione che giustamente han concepito, vorranno che il Giudizio si stampi, mi pare che dietro di esso o in fine del libro potremmo pure inserire le notizie preliminari che adesso ricevo. In tutto e per tutto io voglio in somma dipendere dal Lor volere. E intanto (premesso sempre il Loro consenso), prima che il Giudizio si stampi, prometto di esaminarlo minutamente con occhio purgato e scrupoloso, acciò, trovandovi qualche cosa che in minima parte faccia poco vantaggio al libro, si possa sospendere fintanto che pervenga sotto i di Lei occhi, non ostante che io abbia, per mille titoli, mille motivi di non dubitar punto dell’onestà di Soria. Anzi, quando in ogni caso Vostra Signoria illustrissima voglia vederlo prima di farvi metter mano, non vi sarà altro di male che un ritardo maggiore alla pubblicazione del libro, ed ella è in tempo a prevenirmene.

Per i due esemplari che mandai a Vienna (gli unichi che sieno fuora), mi scrive il ministro Tavanti di Firenze che la condotta non giungerà colà che da qui a un mese, onde da qui a un mese farò avere a Coltellini per la posta le mutazioni.

Del resto, se Vostra Signoria illustrissima era persuasa della mia perfetta stima verso di Lei e del desiderio che ho di meritarmi sempre più la di Lei sodisfazione, era inutile l’eccessiva agitazione in cui mi si è dimostrata, poiché allora potea facilmente ripromettersi ch’io avrei fatto di tutto per rimediare a qualunque ancor piccolo sconcerto, Vero è che il motivo era troppo grave e troppo legittimo, e però, come Le ho detto, non replico. Desidero solo ch’Ella mi faccia più giustizia per l’avvenire, che io procurerò più di meritarmela con darle a conoscere quanto La stimo e quanto sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

G. A.

Livorno, 1° marzo 1765

Illustrissimo signor marchese C. B. B. Milano

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese C. B. B.

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 8 marzo 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

in fretta rispondo alla compitissima di Vostra Signoria illustrissima dicendole solo che con infinito piacere ho veduto che Ella fa giustizia al signor Soria. Il Giudizio dunque si stamperà. Questa sera o domane a sera dovrei riceverlo, e riceuto che l’avrò ci farò metter le mani con tanta prescia da ultimare il libro in due giorni. Per questo mi riservo a lunedì a mandarle l’esemplare che Vostra Signoria illustrissima mi chiede per la posta, tentando così di farglielo aver perfetto. Intanto le sue nuove lettere mi diranno se ho da fare stampare in fin del libro le notizie preliminari. Mi onori de’ suoi comandi e della sua grazia, ch’io le sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

G.e Aubert

Livorno, 8 marzo 1765

Gradisco infinitamente la notizia del titolo dell’altra operetta, che desidero vivamente per a suo tempo.

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese C. B. B. Milano

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor conte Pietro Verri, ciambellano delle LL. MM. II. e R. Milano

  1. Dedica dei Delitti ad Antonia Barbiano di Belgioioso (Milano, fine marzo - aprile 1765)
A madame la comtesse Somaglia, née comtesse Barbiano de Belgioioso, qui a trop de beauté et de graces pour ne point faire des malheureux, qui a trop d’esprit et de merite pour ne point faire des envieux, qui a trop de vertu et de bienfaisance pour ne pas obtenir l’estime et l’attachement des philosophes.

L’auteur
C. B. B.

  1. Dedica dei Delitti a Giambattista Biffi (Milano, fine marzo - aprile 1765)
Ricevete, conte Biffi mio caro amico, questo debol ma sincero pegno della mia amicizia. La verità e gli amici soli son degni de’ miei omaggi.

Marchese Cesare Beccaria Bonesana autore

  1. Beccaria a Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg (Milano, 25 giugno 1765)
Milano, 25 giugno 1765

I due libretti che ardisco presentare a Vostra Altezza sono il frutto della protezione e della pace che godono i buoni sudditi sotto il clementissimo dominio di Sua Maestà e sotto la felicissima e saggia amministrazione di Vostra Altezza. Non ho osato presentare il libro Dei delitti ecc. alla Altezza Vostra se non dopo una terza edizione e incoraggiato dall’accoglimento del pubblico, accioché il picciolissimo dono fosse meno indegno che farsi potesse d’esserle presentato; a questo motivo si aggiungeva l’aver io voluto fare un saggio tenendomi perfettamente celato in una materia delicata, che contiene teorie generali non sempre né subito addatabili alle circostanze di ogni paese. Ciò ora più far non debbo per non mancare alla giusta riconoscenza che esigge la paterna protezione che Vostra Altezza accorda alle scienze ed alle arti. L’altro libretto delle monete non è che un tentativo de’ miei primi studi, che mi prendo la libertà di presentare a Vostra Altezza, benché rimanendo vere le massime sia corso sbaglio nelle tavole, colla falsa supposizione della uniformità dei grani in ogni paese, perché Vostra Altezza degnisi di vedere e la continuazione de’ miei studi e la differenza dei miei qualunque siansi progressi. Sono costretto a confessarle che io non ho mai potuto piegarmi agli studi forensi né mettermi in questa mia patria nella cariera della toga, ma ho sempre fatta la mia delizia e la mia occupazione di quelle scienze che appartengono alla regolazione e alla economia di uno Stato. Mi perdoni Vostra Altezza se ardisco scrivere, di più, che mi stimerei fortunatissimo se potessi impiegare le mie fatiche e tutto me stesso al servigio di Sua Maestà. Credo che un uomo onesto, un buon suddito possa far questo voto, ma deve aspettare nel silenzio e nella rassegnazione il suo destino, usando una rispettosissima confidenza coi padri dei popoli, ai quali tributa non solo la naturale e dovuta, ma una più volontaria e stretta sommissione. Questi sono i sincerissimi sentimenti del mio animo, questi rimaranno indelebilmente uniti alla perfetta venerazione ed al profondissimo rispetto col quale, implorando la protezione di Vostra Altezza, ho l’onore di protestarmi.

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 28 giugno 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

mille grazie e poi mille a Vostra Signoria illustrissima della condescendenza che ha auto in associarsi alle due cose proposteli. Ma qui non devono ristringersi i di Lei sacrifici: i collettori degli Atti letterari invocano per mezzo mio qualche opuscolo, qualche piece fugitif, parto della di Lei penna. E che direbb’Ella s’io Le confessassi che ho auto la temerità di promettergliene? Dirà forse che io ho preso troppa confidenza colla di Lei bontà. E così è: me ne avvedo ancor io; ma bisognerebbe che Vostra Signoria illustrissima fosse men compiacente, per veder meno arditi i seccatori. Infine, che valore può avere la mia speranza per questo lato?

Le opere del signor Soria sonosi rese rarissime. Il Benedini di Lucca ha spacciato gli ultimi esemplari fin di due anni sono. Trovandomi in Pisa i giorni scorsi, le chiesi al signor Soria medesimo, ma egli mi convinse con prove che non avea presso di sé né manuscritti né stampe. Ne lasciai l’incumbenza in Pisa al signor Cosimo Mari, ed ora ei mi scrive che avea raccapezzato intanto le sei dissertazioni. Gli ho risposto dunque che spedisca queste al signor Cervellera di Genova.

Io sono per ristampare, a fiera fredda, una quarta edizione dei Delitti e pene. Ha Ella alcuna cosa da aggiungere, da mutare, da correggere?

Mi consolo senza fine in sentire avanzata la di Lei nuova opera. Io, per corrisponder per tempo al merito di questa, ho ordinato in Olanda de’ nuovi assortimenti di caratteri, e anticipatamente La ringrazio della premura che Ella mostra a mio riguardo, promettendomi sì di quest’opera come di ogn’altra la preferenza.

Sono, co’ migliori sentimenti di stima e di rispetto, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

Aubert

Livorno, 29 anzi 28 giugno 1765

A proposito: ha Ella sentito quel che ha detto dei Delitti e pene, nelle sue Novelle letterarie, lo sguaiato del Lami? Intanto a suo dispetto ne veda una quarta edizione.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccheria Bonesana. Milano

  1. Cosimo Mari a Beccaria (Pisa, 26 luglio 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

quanto mi consola l’ingenuo elogio di Vostra Signoria illustrissima delle opere del signor Soria! Spero che ella prenderà un’idea più grandiosa della giustezza, dell’estensione e della fecondità del di lui spirito, allorché avrà avuto sotto gli occhi tutti i parti di quella mente, ed in specie la di lui Cosmologia, per mezo di cui vengono dileguate nuove foltissime tenebre, dalle quali veniva ingombrato lo spirito umano nelle vere nozioni della filosofia. La forza di attrazione, che con ingegnosa illusione ha occupato ed occupa anche al presente le menti più illuminate, resta totalmente adombrata e distrutta dall’evidenza delle leggi che ha stabilito, provanti le mutue tendenze colle quali le parti coerenti vicendevolmente si comprimono e si tengono insieme, che sono appunto questo ciò che chiamiamo forze vicendevolmente gravitanti o mutua gravità. Per intendere e spiegare il di lui sistema è affatto inutile di ricorrere al mendicato compenso di certe incognite proprietà della materia, con cui s’impone a chi domanda la spiegazione dell’intima essenza di quell'oscura, tenebrosissima parola attrazione: onde spero che chiunque vorrà sottoporre con ragionata docilità il proprio intendimento alla cognizione di quelle incontrastabili verità, non potrà dispensarsi di confessare che il nostro autore ha saputo urtare con sommo coraggio una publica opinione, quasi universalmente abbracciata, ed ha meritato che per publico decreto del Parlamento di Dublino sia insegnata in quell’Università la di lui filosofia. È vero che la meditazione ha attirato sempre l’odio irreconciliabile degli ignoranti, de’ deboli, de’ superstiziosi e degli uomini corrotti, i quali tutti esclamano contro quelli che vogliono rilevare ciò che vi è di vero e di essenziale nelle cose; ma tutto questo non è bastante a frastornare l’onesto filosofo dal retto sentiero che si propone nelle di lui intraprese e dall’amore della verità, la quale non puol essere amata e rispettata che da’ pochi che la conoscono. Le false virtù fanno gli eroi e sono ammirate dal volgo gallonato e mal vestito; le virtù domestiche, le più utili e le più vere, fanno la delizia de’ filosofi e sono ammirate da’ pochi savi che calpestano questo nostro pianeta.

Veruna nazione può contrastare al genio italiano la preminenza in ogni tempo, come Vostra Signoria illustrissima saviamente riflette, nella profondità del pensare e nella invenzione dell’arti, singolarmente delle ingenue. I gran maestri di color che sanno sono nati sotto il cielo italiano e non hanno mai saputo abandonarlo per stabilire altrove il loro domicilio. A dispetto delle molestie loro inferite dalle nazioni devastatrici del Nort, hanno saputo sempre trionfare, rompendo le barriere e gli ostacoli opposti per la coltura ed avanzamento dello spirito.

Le lodi del publico sensato, che giustamente risquotono le di lei opere, son quelle che devono lusingare il di lei animo, non già le mie, le quali non possono aspirare a tanta competenza di giudizio quanta mi pregio di averne nel sentimento, in forza del quale sarò sempre costante e premuroso nel dimostrarle una piena effusione di cuore. Non è assolutamente possibile aver la continuazione dell’opere del signor Soria, per la ragione che il Benedini ed ogni altro libraio che vendevano le opere sudette non se ne trovano alcun esemplare. Io non saprei indicarle il prezzo delle dissertazioni già trasmesseli, perché mi sono state favorite da un amico che non ha voluto in modo alcuno riceverne il piccolo valore.

Mi faccia degno della continuazione delle di lei commissioni, disponga a suo talento di quello può dipendere dal mio arbitrio e mi creda, co’ più rispettosi sentimenti di verace stima, di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obligatissimo servitore

Cosimo Mari

Pisa, 26 luglio 1765

  1. Paolo Frisi a Beccaria (Modena, 9 agosto 1765)
Modena, 9 agosto 1765

Amico carissimo,

non voglio che stentiate di più. Vi ho fatto copiar la lettera. Prendetela e benedite il Padre delle misericordie e il Dio delle consolazioni che ci consola in ogni tribulazione nostra. Io vi crederei in debito di scrivere ad Alembert. Potete mandar la lettera direttamente, oppure io l’accluderò ad una mia. Gli scrivo ora una lettera di due fogli, e tra le altre cose gli accenno una ristampa e qualche correzione del libro, di cui ho visto le più sanguinose satire del mondo. Fra otto o dieci giorni farò un’altra visita all’Infante e passerò a Lodi a vedere una corrosione dell’Adda, e poi sarò subito a Milano, almeno se il Serenissimo non ha altro da ordinare. La strada è trovata, la relazione è finita e tra pochi giorni sarà a Milano, e spero che ne resteranno contenti. Fate mille complimenti alla vostra signora e ai due fratelli Verri, e credetemi sempre, pieno di stima e riconoscenza, come di cuore mi sottoscrivo affezionatissimo amico e servitor vostro

Paolo Frisi

Vi porterò l’opera del padre Riccati.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Saverio Bettinelli a Beccaria (Verona, 10 agosto 1765)
Verona, 10 agosto 1765

Signor marchese mio stimatissimo,

dopo molti anni ch’io non avea di Lei altra memoria fuor quella dell’egregie sue qualità e talenti di collegio, me ne destano una singolare e nuova le opere sue, le quali ho letto con trasporto e sento lodar da’ migliori. Non so veramente se Ella accetti le congratulazioni intorno ai Delitti e alle pene, o se le ricusi con una indifferenza che costerebbe assai ad ogni autore, foss’egli il più filosofo o il più insensibil del secolo. Venezia stessa, ove ho fatta or ora una scorsa, passata quella prima ombra di timore sopra l’interne sue indisposizioni, pregia oggi quel libro come ogni altra gente e persona, anche di quelle che vi trovano dei difetti. Ma almeno Ella non ricuserà e una sincera congratulazione, e insieme un ringraziamento sopra i fogli del Caffè: quella, comune a me con moltissimi di buon gusto, che anche in quest’ultimo mio viaggio ne udii lodatori; questo, mio particolare per la onorata menzione che in un foglio si fa delle Lettere di Virgilio. Sia vanità di scrittore, sia gratitudine di galantuomo, per intimo sentimento in verità mi dichiaro obbligato a chi ricompensa cortesemente la mia buona intenzione del mal trattamento fatto a quelle critiche innocenti da gente scortese, che m’avea fatto così tacere per sempre. La prego però accogliere e ov’è d’uopo far parte del grato mio ufficio. Per terza pruova di mia riconoscenza, anzi pure di nuovo coraggio spiratomi da que’ fogli, le offro, dov’io potessi concorrere a sì onorata impresa, l’opera mia. E se bene ho inteso un avviso degli autori, che invita il pubblico a somministrar loro materie, mi fo ardito di esibire qualche mia coserella di quel tenore e di quel loro intento propria, quando ne sia fatto degno e piaccia loro esaminandola di servirsene. Basta solo che il mio nome e il nostro comercio sia occulto per non far danno con l’odiosa mia condizione in sì tristi tempi al loro valore.

Sono con tutto l’ossequio, illustrissimo signor marchese, suo umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Saverio Bettinelli d.a C.a di Gesù

  1. Beccaria a Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (Milano, 24 agosto 1765)[7]
Monsieur,

Pardonnez, monsieur, si je prends la liberté de vous écrire; c’est un effet des sentimens d’estime, de reconoissance, d’admiration que j’ai pour le plus grand genie peût-etre de ce siecle eclairè. Je n’ai pas attendû les éloges que vous avez daignè donner à mon ouvrage dans la lettre au pere Frisi pour les trouver dans mon coeur. C’est vous, monsieur, qui avez etè mon maitre; c’est dans vos ouvrages que j’ai puisè l’esprit de philosophie et d’humanité qui vous a plû dans mon livre; il est à vous plus que vous ne pensez. Je ne me rassasie jamais de lire la preface de l’Encyclopedie, les Elemens de philosophie; vos ouvrages enfin, monsieur, sont la nourriture ordinaire de mon esprit. Que je vous envie et que j’admire en vous ce genie createur, qui semble même au dessus des verités les plus sublimes qu’il nous annonce!

Avant même que mon existence fut connue de vous, pendant que j’ecrivais mon livre, combien de fois ne me suis-je flattè qu’un jour peut-etre il aurait pû parvenir entre les mains d’un d’Alembert! Mon ambition est satisfaite, et il faudroit que j’empruntasse la langue des flatteurs, si je devais vous rendre, monsieur, tout le respect et toute la reconaissance que je sens pour vous. L’approbation que vous avez daigné de prononcer est si glorieuse pour moi, qu’elle est la plus grande recompense que je puisse recevoir, aprés celle d’arracher des mains de la tirannie quelque victime innocente. Elle est allèe jusque à mon ame, monsieur, elle m’encourage à m’avancer dans la carriere, et à me rendre digne de votre estime. C’est ainsi que dans un pays etranger, au milieu même des prejugés espagnols, qui retentissent à mes oreilles, le genie du grand d’Alembert anime et soutient dans la carriere de l’utilitè publique une ame qui, livrèe à elle meme, se borneroit à cultiver en paix et dans l’obscuritè la philosophie.

J’ai lu avec admiration votre ouvrage sur les Jesuites, argument rebattû, qui a pris un air de nouveauté entre vos mains, monsieur: il y a cet esprit de philosophie qui charme, qui eclaire, et qui fait tirer bien des consequences. Vous sentez, monsieur, que lorsqu’on traite de tels sujets avec la superiorité digne d’un philosophe; lorsqu’on ose parler de ces miserables controverses, la honte et le fleau des faibles humains, avec le langage qui est digne de vous, monsieur; lorsqu’on garde la neutralité entre deux partis qui crient à l’envie tous les deux qui non est mecum contra me est; vous sentez, dis-je, mieux que personne qu’un pareil ouvrage doit avoir des ennemis, mais il doit avoir des admirateurs dans tous les tems: il est meme destiné à eterniser le nom des Jesuites, et il apprendra à la posteritè la plus reculée ce que peut un corp puissant, et une republique, quoique destituée de force, dès qu’elle a scû se menager l’opinion. Il fera un jour la même impression sur la posterité, que nous eprouverions actuellement, quand Tacite nous auroit laissé un traité des menées et de l’influence des augures de son tems sur la republique. Les philosophes ne voient le tort des Jesuites que du coté de l’humanité et des sciences. Les vulgaires et les bigots sur tout ne les detestent que par envie de cabaler, et par jalousie d’intrigue contre un corps qui les eclipse.

Mon amour propre est bien flatté, monsieur, de la traduction qui va se faire sous vos auspices; je prends la liberté de vous adresser, monsieur, quelques additions que j’y ai faites, et qui paroitront incessamment dans la nouvelle edition qu’on fait en Italie. Ce sera un surcroit d’obbligation que j’aurai envers vous, monsieur, si vous aurez la bonté de les remettre au philosophe qui m’honore en le traduisant. Je suis chargè de la part de mon intime ami le comte Verri de vous faire tous ses respects et ses remercimens les plus sincères pour l’accueil favorable que vous avez daigné faire à son discours sur le bonheur.

Je suis, avec la veneration, la reconaissance et le respect qu’une ame sensible ressent pour un d’Alembert, monsieur, votre tres humble, tres hobeissant serviteur

Cesar Beccaria

Milan 24 Août 1765

  1. Antonia Barbiano di Belgioioso a Beccaria (Orio, agosto-settembre 1765)
Ami éstimé et cheri,

eh, quoi croïez vous que du fond obscur d’un desert aride l’on ne puisse pas en venir jusque à vous? Vous vous trompez, je m’éleve, je repousse les sombres brossailles qui m’entourent sans cesse, je sort de ce bois éternel et sombre, je m’éloigne de ce fleuve grondant et écumeux qui étourdit l’oreille presque autant qu’etonne l’oeil par sa chute mugissante et tristement belle, et viens vous chercher: non, n’attendez pas des ces mots qui d’ordinaire trhaissent les sentiments du coeurs; de ces belles paroles qui se pretent aux differentes interpretations, mais à cette extase joïeuse que la bouche malheureusement ne sait exprimer avec cette force qui convient à l’occasion: j’ai sû la justiçe que l’on vous rend dans un des païs le plus cultivè de l’Europe, helas, que mon ame en est enchantèe! Protecteur de l’humanité, vous voila à votre but: dès qu’un homme aussi eclairè goute vos maximes, peut-on douter de les voir embrassèes par tous ceux qui lui ressemblent? Ah, une idèe seule me donne de la peine, c’est que ceux-là ne regnent presque jamais! En tous cas cette traduction rendra votre ouvrage universelment dans les mains des hommes; eh, pourquoi n’espererons nous pas?

Que ce neveu adoré aïe part à mes ravissement, je l’en felicite de tout mon coeur.

Heureuse cotterie! Jeunesse bienfaisente, le ciel des heros vous est ouvert, suivez cette noble carriere, entrez-y triomphants; si la bontè d’ame depourveue de savoir et de merite y trouve place, je ne déséspere pas de vous y devancer, pour avoir la gloire de vous y couronner; comme je pretend d’avoir celle, dans ce bas monde, de vous être la plus attachèe et la plus amie

Antoinette

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana. A Milan

  1. Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Beccaria (Parigi, 28 settembre 1765)
Monsieur,

lorsque j’ai recu la lettre pleine de bonté que vous m’avez fait l’honneur de m’ecrire, j’etois convalescent d’une dangereuse maladie qui m’a fait voir le Cocyte de prés, et dont j’ai bien de la peine à me rétablir, par la foiblesse et l’insomnie qu’elle m’a laissées. Recevez, je vous prie, tous mes remercimens de l’ouvrage que vous avez bien voulu m’envoyer; les additions que vous y avez faites me paroissent importantes et dignes de l’ouvrage et de l’auteur. Je les ai fait passer sur le champ au philosophe qui a déjà traduit la premiere édition, et qui traduira ces additions. Votre note sur les peines que vous aviez prononcés dans les premieres editions contre le fallito innocente m’a surtout paru excellente, et vos reflexions sur les confiscations et sur le pardon accordé aux criminels trés philosophiques et trés vraies. Je ne puis vous dire enfin, monsieur, combien je suis content et charmé de votre livre, et je vois avec satisfaction mon suffrage confirmé ici par tous ceux qui pensent. Quelque sensible que je sois à ce que vous voulez bien me dire d’obligeant à ce sujet, je ne puis ni ne dois le prendre au pied de la lettre. Un homme tel que vous n’a pas besoin de maitre, et encore moins d’un maitre tel que moi. Vous etes comme le Titus Curtius de Tacite, ex se natus, et vos enfans n’ont personne pour ayeul. Un pere tel que vous leur suffit.

Je suis trés flatté que mon ouvrage sur les jesuites ne vous ait pas deplu. Je compte en donner bientôt une seconde édition, où je corrigerai quelques faits qui n’etaient pas exacts, et où j’ajouterai d’autres réflexions assez interessantes. Permettez-moi d’assurer monsieur le comte Verri de ma reconnoissance et de mon respect sincere. Je ne vous dis rien pour le pere Frisi à qui j’écris par le même courier. Recevez, je vous prie, monsieur, les assurances de mon attachement, de ma reconnoissance et du respect avec lequel je suis, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

d’Alembert

à Paris, ce 28 septembre 1765

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Pisa, 7 ottobre 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

giungo in Pisa in questo momento, di ritorno da Firenze, e pochi istanti vi sono alla partenza del corriere. Dunque son breve.

Trovo quivi il pregiatissimo foglio di Vostra Signoria illustrissima del 2 stante mandatomi da Livorno. Ella sempre si allarma contro delle aspettative che per niun conto dovrebbe temere. La lettera di Dalambert non si stamperà. Quanto io scrissi su di ciò fu un sentimento passeggero, non una volontà determinata. S’Ella avesse un qualche esempio per temere degli arbitrii capricciosi, allora avrebbe ragione d’entrare in collera; ma Ella ben sa che fin qui non ho voluto pensare, non che eseguire cos’alcuna, senza interrogarne i di Lei sentimenti. Si metta dunque in quiete, e non più si parli di lettera di Dalambert.

Dio faccia che siamo in tempo a inserire nella ristampa la nuova aggiunta. Io credo il libro molto avanzato, perché, avendo a cuore di darlo presto al pubblico, pensai nella mia partenza da Livorno di non sospenderne il lavoro e raccomandarne la revisione ad un mio amico, il dottor Maffei, che ho esperimentato in altre occasioni per giovine esattissimo e rigorosissimo in genere di revisione di stampe; lasciando per altro io medesimo le cose ben disposte, acciò fossero ben collocate a’ lor luoghi le correzioni ed aggiunte. Domattina in somma mando la detta aggiunta a Livorno, giacché io non vi sarò che fra tre giorni. In caso poi che non siamo in tempo ad inserirvela, mi dica a ben essere se vuol sostituirla con una chiamata alla fine del libro, come se fosse materia saltata dallo stampatore. Venerdì da Livorno avrà Vostra Signoria illustrissima tutti i fogli tirati.

Al padre Frisi non ho tempo di scrivere. Mi farà grazia di fargli sapere che gli Atti letterari non avran principio che a principio dell’anno venturo e che l’abbate Del Turco è a Firenze. Al signor conte Verri mille attestati del mio rispetto. Ed Ella mi creda, con miglior fiducia, di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

Pisa, 7 ottobre 1765

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Bologna [?], ante 24 ottobre 1765)
Mes très-chers amis,

me voila arraché d’entre les bras de l’amitié, abandonné à moi-même, en proie à la tristesse qui me consume. Une foule d’objets intéressans par la nouveauté, par leur rareté, par leur prix, se presente à mes yeux égarés sans pouvoir attirer l’attention de mon ame et la distraire de cette funeste idée d’avoir quitte ses amis; idée que le tems qui ensevelit tout, et des nouveaux attachemens qui font oublier les anciens, ne sauraient jamais effacer. J’écris assez longuement à Lecchi; mais le desordre qui regne dans mon ame ne m’a pas permis de bien examiner ce que je voyais et de le bien peindre. Plongé dans un souvenir qui me devrait étre doux et honorable, et qui n’en est que plus desolant, que puis-je trouver qui vous vaille? Oh, mes amis, c’en est fait de ma felicité! À présent les larmes me coulent des yeux gonflés, mon coeur pousse des vains soupirs. C’en est fait. Et toi, P. Verri, vengeur impitoyable, qui as été assez insensible pour envenimer la plaie de ton ami, et dechirer un voile qui me cachait des tristes verités; toi, qui as pu de sang froid enfoncer le poignard dans mon coeur, en es-tu content? Ta vengeance est-elle assouvie? Ah, que l’impression de ton discours est trop profonde, mes doutes trop cruels, mon état bien misérable!

Vous autres, au moins, B[eccaria], A[lexandre], V[isconti], plaignez moi; plaignez un ami qui vous prisait, vous honorait, vous aimait, et qui, tel qu’un orphelin delaissé, ne voit au tour de soi que la cabale, la stupide ignorance, les prejugés, l’envie, tous les vices enfin que la raison et la societé ont donné à l’homme.

J’ai donc pû vous quitter; ma capricieuse extravagance m’a donc sû cacher l’incertitude d’un avenir douteux et l’assurance du bonheur dont je jouissais prés de vous! Que vais-je chercher loin de vous? Ah, puisse-je vous oublier, m’oublier moi-même, et qu’une heureuse stupidité retablit dans mon ame agitée le calme, ce doux appanage des sots, qui seul vaut tous les biens de la terre!

J’ai trouvé la Banzuola, mais comme vous m’aviez dit de vous l’envoyer par la poste, je l’ai trouvé trop gros pour cela. Il ne coute à Bologne qu’un paul et demi au plus.

Si Lecchi n’était pas à Milan, envoyez aussitot au monastere de St. Ambroise voir s’il est arrivé un certain pere lecteur Canzi qui porte pour Lecchi une cassette, où il y a des eaux de senteur.

Tournez.

Faites avoir à dom Baptiste Balzaretti, qui loge proche à S. Carpoforo, ou au pere Piazza de S. Pierre in Gessate, le papier volant que voici.

Mes respects à l’aimable Cald[erara].

  1. Alfonso Longo a Giacomo Lecchi e agli amici milanesi (Roma, 25 ottobre 1765)
Ce 25me octobre

Cher ami,

de Florence à Rome je voyageai sans m’arrêter, hors une nuit à Viterbo, ville du Pape. Les chemins du reste de la Toscane sont bien inferieurs à ceux que j’avais fait, mais ils sont passables, et infiniment meilleurs de ceux de la Romagne. À peine entre-t-on dans les États du Pape, que l’esprit de sterilité et de desolation repand ses ailes sur tout. Les chemins ne sont passables qu’où par leur situation et leur fond ils ne sauraient se gater. Dans tout le reste du monde on repare les chemins au commencement de l’été, à fin que le fond du chemin s’affermisse avant que les pluies continuelles puissent l’embourber, comme il s’ensuivrait si la pluie venait aprés la reparation. Ici c’est à cette heure qu’on prétend les réparer: ce qui se fait, non avec du sable, ou du gravier, qui est à peu de distance, mais en y jettant un pied de la terre des bords; terre noirâtre, grasse et molle qui serait excellente à produire, si l’on degnait d’y semer quelques grains. Sur la campagne de Rome je rencontrai un reste de l’ancienne via Flaminia, il y en a des longues traites où le chemin antique subsiste en son entiers; quelque part on l’a raccommodé. Ce sont des pierres ou quarrés, ou à plusieurs angles, qui portent sur un fond déja ferme à force d’ouvrages qui marquent la magnificence romaine. Ces pierres bien polies et egales sont si bien jointes, que le voyageur à pied devait s’y promener comme dans une salle. Mais les chevaux, et plus encore les chevaux chargés, ne sauraient y tenir si non en allant d’un pas très-lent. C’est pourquoi on y a pratiqué presque par tout de coté d’autres chemins, qui quelqu’inegaux et bourbeux et detestables qu’ils soient, sont pourtant plus sûrs que les anciens. On a trop vanté ces chemins qu’on a eu raison d’abandonner. Les seuls antiquaires et les commentateurs et les compilateurs les tiennent en une vénération qu’ils ne meritent pas. Que les grands estimateurs de ces chemins viennent y voyager en chaise de poste, et s’ils voudront marcher un peu fort, ils se casseront assurement le cou. Pour moi, le cheval portant n’est tombé en tout que six fois, et j’ai trouvé qu’il est bon dans ces voyages que la chaise soit bien pesante, comme était la mienne; car si le cheval tombe sous une chaise legere, il se releve et renverse la chaise, la trainant dans sa fougue après soi; mais je défiais tous les chevaux du monde de se remuer en terre sous le poids de la mienne. Il fallait les en décharger, et on les voyait à peine avoir la force de tirer l’haleine, tant ils en étaient oppressés.

Tout ce que ces voyageurs suedois ont dit en plaignant la depopulation et la desolation de la campagne de Rome, n’est que trop vrai. Cette campagne, d’une immense étendue, n’est qu’un amas de petits coteaux dont la pente douce et facile ni lasse le voyageur ni empeche la cultivation. C’est une vaste plaine parsemée d’agréables montagnes qu’on peut labourer de tous cotés jusqu’au sommet. Il y a des petits lacs. J’en ai vu deux: celui de Bolsenna, où il y a trois petites isles qui pourraient être aussi delicieuses au moins que celles de la maison Borromeo, et le plus petit, celui de Vigo. Je n’y ai vu ni bateaux, ni des habitations au bord, ni sur le penchant des coteaux. À l’entour on y cultive du chanvre qu’on y met pourrir; ce qui, après en avoir été ôté, infecte l’air plus que tous les marais ensemble.

On voyage sur cette campagne pendant des heures sans que l’oeil y découvre aucune habitation. On trouve quelque part des vieilles masures, des maisons ruinées, ou abandonnées de façon que peu-à-peu les toits sont tombés. J’y ai trouvé deux mauvais harras, quelques troupeaux de brebis dont la plupart avait la laine noire; ce qui marque le peu d’intelligence dans les maitres et les pâtres, qui devraient choisir la propagation des brebis blanches; il y a aussi des troupeaux de boeufs destinés a la nourriture de la ville. Tout le reste de la terre est inculte. On dit que son fond est sterile; moi je le crois très-fertile, et par ce qu’il n’y a point de sable, qui est la partie stèrile de nos campagnes, et parceque la terre est grasse et facile à remuer; en effet il y a des grandes étendues qu’on laboure, même sans engrais; mais c’est en laissant reposer le terrein pendant beaucoup d’années, de façon qu’on voit un coté d’une montagne cultivé, et pour en trouver un autre morceau labouré, il faut traverser une immensité de terrein où l’on voit un reste des anciens sillons. Je crois qu’ici l’on ne connaisse pas l’usage de la charrue, et qu’on ne se serve pas même de la vanga, mais uniquement de la zappa.

Il y a des petits fleuves qui traversent cette campagne, et qui sont negligés, tandis que en y faisant quelques digues pour retenir l’eau, on pourrait très-aisément l’elever assez pour baigner toutes les terres à l’entour, et y construire des moulins à bled, à soie, etc.

C’est cette negligence qui rend l’air de Rome malsain en été, et qui y cause de famines si frequentes. Le croirait-on? Après la disette qu’on a éprouvée il y a deux années, on n’a pas même songé à prevenir la disette de la courante, et on commence à l’y sentir de façon qu’on a fait fermer tous les fours à l’environ de Rome, et contraint les habitans de la campagne, certainement jusqu’à dix milles de la ville, d’aller s’y pourvoir de pain. Je ne vois pas à quoi peut servir cet ordre, si non à procurer aux pauvres affamés l’occasion de venir à la ville y gagner des indulgences à ventre vuide. Le Pape, qui est arrivé de la campagne ce soir, est detesté par tout, est ses neveux plus encore.

Le peu même de terrein qu’on laboure n’a pas l’honneur, je ne dis pas d’étre cultivé par des mains consulaires, mais par des manans romains. Des montagnards étrangers viennent dans la saison du travail labourer les terres, et emportent chez eux une partie du produit qui devrait se consumer ici. Le peu de vigne qu’il y a à l’entour de R[ome] est porté sur des roseaux croisés, parcequ’il n’y a pas même du bois, qui est extrémement cher ici. Il est pourtant vrai qu’on tacherait en vain de faire fleurir l’agriculture dans un pays qui manque d’hommes; il faudrait encourager la population qui mutuellement favoriserait l’agriculture.

Rien de plus seduisant, de plus magnifique que l’entrée de Rome du coté de la Toscane. Une belle porte à qui on arrive par une allée de 2 milles; une rue très-large, qui se divise en trois autres rues très-belles, très-longues, et bordées de grands palais; deux belles eglises semblables, qui font le commencement de cette division; un obelisque très-beau et très-haut, qui est au milieu; une ville immense, qui s’offre d’autant plus aisément à la vûe, et qui fait autant plus d’éclat que son terrein n’est pas égal, et que de beaux batimens sur les lieux plus elevés, qui sont les sept collines, marquent à l’oeil la vaste étendue de la ville; des restes des edifices romains, des très-belles façades d’eglises, de nombreuses colonnes étourdissent le voyageur attentif, dont la vue est lasse et fatiguée, mais non rassassiée de tant d’objets si variés et si beaux.

Ce matin j’ai voulu aller au couvent des Jeronymites, qui est St. Alessio. Une forte pluie me surprit, et j’y arrivai tout mouillé, car dans Rome j’ai dû aller un quart d’un mille sans trouver ni maison ni toit. Par bonheur je loge au centre; autrement je n’y saurais tenir. Les rues sont bien pavées, mais aprés le pluie elles sont assez sales.

J’ai été à St. Pierre. Deux gros jets d’eau, un obelisque au milieu qui effraye l’imagination, une vaste colonnade de deux cotés en ornent la place, et en font un beau téatre. En y entrant je crus trouver un temple pas plus grand que St. Fidel, et pas plus large, mais le tems que j’employai à arriver à l’autel m’apprit un peu plus au juste sa longeur. Tout y est si exactement proportionné que rien ne brille au depens du reste, tout y est bien assorti et egalement auguste. Marbres, bronzes, statues, tombeaux, autels, dôme, tout doit étre comme il est. Cette fois je puis dire de n’avoir rien vû, j’y irai tant que j’aurai tout vû, quoiqu’il soit eloigné de deux milles de mon logis… Je suis arrivé hier au soir.

Je suis assez bien logé. J’ai dans un corridor du couvent à rez-de-chaussée trois chambres voisines qui n’ont point de communication entr’elles; je les ai trouvées garnies, et le louage des meubles monte à 40 paoli chaque mois. Comme j’ai vû que la depense est un peu forte, je compte de chercher, au lieu de mon lit, un lit avec son pavillon, et d’abandonner une chambre avec ses meubles, car aussitôt que les rideaux du lit sont fermés, je pourrai y recevoir des visites.

Ma table ne devrait pas couter grand’chose; c’est le cuisinier du couvent qui me sert; je bois très-peu de vin de Florence, car il m’échaufferait trop. L’eau est très-bonne.

Presque par toutes les places on voit des fontaines jaillissantes à une hauteur considerable; elles sont fournies par ces aqueducs qui marquent bien plus la magnificence et le gout des anciens Romains que tant d’obelisques et de colonnes et d’arcs de triomphe. J’en ai vû deux de ces arcs, et après en avoir admiré le travail, et condamné l’enormité de la masse, je me suis demandé: à quoi est-ce que sert cet edifice? Est-ce Titus et Antonin ne pouvaient pas passer outre sans cela? Est-ce pour eriger un monument de leurs victoires, qu’ils pouvaient placer bien plus convenablement ou à une porte de la ville, ou à celle de leurs maisons?

Adieu, mon cher ami. Ayez soin de votre santé. Demain il faudra manger à l’huile, car aux vigiles le laitage et les oeufs sont ici defendus. Avant careme je ferai venir un medecin, qui à la description du derangement de ma santé ne manquera pas de me donner la permission de manger gras. Faites voir cette lettre aux Verri et Beccaria, car je ne puis pas ecrire tout à tous, et je ne veux pas me repeter.

  1. Alfonso Longo a Pietro Verri e agli amici milanesi (Roma, 25 ottobre 1765)
Ce 25 octobre

Cher ami,

je crois que B[eccaria] sera à la campagne; ainsi, au lieu de lui adresser mes lettres, comme il avait exigé, j’ecrirai à un ami que j’aimerai et estimerai toujours infiniment, mais à qui je ne saurai pardonner la plus cruelle des vengeances. C’est un reproche que tant que l’impression de ton discours dure, je suis en droit de te faire, et je crains que je l’aurai longtems, ce funeste droit.

Tu es trop instruit de ce qui regarde la Toscane pour que je t’en aie à faire la description. C’est un pays (du moins sur la route de R[ome]), qui, si tu en exceptes la hauteur des montagnes, le froid du climat, le bon sens et la dureté des Suisses, ressemblerait assez à la Suisse. On y écorche le voyageur, et on ne saurait avoir plus de politesse et d’égards qu’on y en a. Ce qui releve la Toscane, c’est son voisinage aux états du Pape, où il faut marcher des heures entieres sur un sol qui est absolument fertile pour découvrir des yeux quelque miserable hameau. Ni la disette de l’année passéè, ni celle qu’on commence à sentir, et qui doit s’augmenter jusqu’à la nouvelle recolte, n’ont encore appris à cultiver une terre qui, avec peu ou point d’engrais, et apeine remuée, produit beaucoup. La couleur de la terre, la chaleur du climat, la situation du terrein devraient en faire un pays de delices. Chaque huit ou dix milles on rencontre quelque petit troupeau, et quelque partie d’un coteau labourée; le reste est inculte et sauvage. Le lac de Bolsenna, où il y a trois petites îles, et celui plus petit de Vigo, que des jolis coteaux entourent, et qui devraient y attirer le laboureur par l’aisance de la communication et le riche par les agrémens du pays, ne servent qu’à nourrir des canars qui y nagent en securité, et à empester l’air à l’entour, parcequ’on y fait pourrir la chenevotte, ou le bois du chanvre, unique denrée qu’on y cultive. Des montagnards étrangers viennent tous les ans labourer une petite partie de ce pays, dont le peu d’habitans mourrait necessairement de faim sans ce secours. On laisse en jachère pendant beaucoup d’années les terres qu’on y a cultivées, et on ne songe qu’à eriger des hopitaux dont Rome fourmille, car on en rencontre chaque pas. Il y en a pour toute sorte de maladies, et c’est ici qu’on suit le conseil de Maupertuis que chaque maladie ait son medécin particulier.

Ces chemins antiques, qui nous restent en partie, devaient étre bien propres pour quiconque voyage à pied; mais pour les chevaux chargés, pour les chariots, ils sont si incommodes, vû la largeur des pierres dont ils sont pavés, qu’on y a pratiqué à coté presque par tout de très-detestables et très-inegaux chemins qu’on doit pourtant preferer aux antiques pour la sureté. Les restes aussi des edifices romains m’ont semblé trop massifs et lourds; il faut les examiner bien exactement avant que de les juger; mais il ne faut pas pousser la vénération de l’antiquité jusqu’à louer l’architecture de vilaines masses, dont les murailles sont d’une inutile et etonnante épaisseur. En voyant ces arcs triomphaux, chefs-d’oeuvre de l’architecture, un dom Canada pourrait bien demander: à quoi bon cela? Mais ce dom Canada courrait risque d’étre assommé de coups dans un pays qui se nourrit en grande partie de la curiosité des voyageurs.

Ce qui est sûr, c’est que si les batimens modernes sont aussi commodes dans leur interieur qu’ils sont magnifiques à la vûe, rien de plus superbe que R[ome].

Il est tard, et ces premiers jours vous comprendrez bien que j’ai trop peu vû, que mes idées sont confuses, que je dois étre accablé d’occupations dans une ville immense qui n’est pas tout-à-fait commode pour quiconque veut suivre l’avis de Rousseau de voyager à pied.

Mes respects à mes chers Alexand[re] et à Frisi etc. Dites à Frisi que le pere Cerati est à Pise, mais que j’en ai été bien aise, car j’ai eu apeine le tems de voir ce que j’ai vû dans deux jours et demi. L’Institut de Bologne et la Gallerie de Florence sont les plus agréables et plus instruisantes frivolités qu’il y ait au monde.

Adieu. Qu’ai-je donc fait en m’éloignant de mes chers amis? Je la sens, cette perte que j’ai faite, je la sens, et ne me souviens de vous qu’en jettant des soupirs qui serrent mon coeur. Adieu. Souvenez vous de moi.

Je viens de voir St. Pierre. Quelle magnificence, quelle proportion! Tout y est grand, sublime, étonnant. La place, les colonnades qui l’entourent, etc. Il faut finir.

Écrivez à B[eccaria] que j’ai lû dans ce grand temple un chapitre du livre en maroquin. Faites-vous voir la lettre que j’écris à Lecchi.

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 31 ottobre 1765)
Ce 31 octobre

Mes chers amis,

vous vous souviendrez de cet homme, dont je vous dis cet été qu’il avait été à Locarno inutilement appliqué à la question, dont on rasa les poils et qu’on vetit d’une certaine chemise contre la sorcellerie. Je vais vous instruire d’un fait semblable arrivé ici, et qui mérite aussi d’entrer dans l’histoire de la raison humaine. Deux manans de la Sabina demanderent, il y a un mois, audience de monsignor Canali, trésorier d’État. Ils l’assurerent qu’un ecclesiastique leur avait apparu, le crucifix en main, en surplis et étole, qu’il leur avait enjoint d’avertir monsignor qu’on pouvait desormais reparer amplement aux maux causés par la famine, que le remede serait un trésor caché dans un tel lieu, et consistant en vaisseaux pleins d’or et en des statues de ce précieux métal. Monsignor, qui est un savant jurisconsulte, se regla selon l’avis de l’immortel président Louet, qui opina

qu’en ce cas enorme
sur toute chose on procedât en forme.

Il examina donc par lui-même ces hommes; mais comme la prudence est un tant-soit-peu méfiante, il les fit examiner separément par un notaire, homme d’esprit comme vous pouvez croire. La révélation prouvée dans les formes, il depecha un greffier, avec l’escorte de douze hommes, faire ce que le peuple romain avait ordonné à Caton le Vieux pour les tresors de l’Asie, c’est-à-dire, il lui donna ordre de deterrer le tresor et le transporter ici. On creusa jusqu’à une grande profondeur, et peutétre à cause des pechés de quelqu’assistant, il arriva qu’on ne trouva que quelques morceaux de pierre: c’était apparemment le metal qui s’était metamorphosé. L’affaire finit par des huées et des pasquinades, et par mettre en prison les bons paysans à révélations. Chose qui devait arriver dans un monde où il n’y a que les menus sots qui payent toujours l’écot.

J’ai jugé de retarder à porter mes lettres jusqu’à l’arrivée du pere A. N., qui reviendra le 9me novembre. J’emploie le tems que me permet la pluie à me promener par la ville; un de ces jours par exemple je ne fis que 7 milles pour voir St. Jean Lateran, S.te Marie Majeure, S.te Croix en Jérusalem et le Capitole. Un autre jour ma promenade fut de 5 milles, et je vis l’eglise de St. Paul. Figurez-vous une vaste forêt de colonnes de granit oriental d’un lustre éclatant, d’une hauteur étonnante et toutes d’une pièce, et vous aurez quelqu’idée de St. Paul. Presque toutes les eglises de cette ville sont bien baties et très-riches: elles devraient faire oublier ces restes de l’ancienne Rome qu’on admire tant. Le beau temple en effet du Pantheon est le même edifice que le Dòme de St. Pierre. On s’extasie en voyant ce Pantheon posé en terre, et on ne reflechit pas qu’on en a un semblable posé sur quatre arcs d’une largeur étonnante.

Ici on ne rencontre que des moines à dévises si différentes, que je n’en aurais jamais soupçonné l’existence; des pauvres il y en a à foison; quelque pélérin aussi; par tout il y a des hopitaux pour les malades et les pelerins; par tout des couvens et des belles eglises. Il est vrai que la campagne est deserte, que sa sterilité rend l’air en été très-malsain, qu’on manque absolument de cultivateurs, des marchands etc.; mais il est bien plus prudent de peupler le ciel que ce grain de sable où nous sommes autant de passagers.

Rome est grande, sans doute, mais combien de maisons de plaisance, combien de jardins n’enferme-t-elle pas? C’est l’unique terrein qu’on laboure en ce pays.

Les rues sont passablement bourbeuses; elles le seraient bien plus si la ville était peuplée à proportion de son enceinte. On n’a garde ici d’en recueillir la fange pour engraisser, comme on fait à Milan. On craint que cet engrais ne nuise par sa chaleur au bled et à la vigne; il faudrait, dit-on, avoir la comodité d’arroser nos terres, et nous n’avons point d’eau. Ils ne songent pas qu’ils ont des fontaines jaillissantes jusques sur le sommet des coteaux, et que ces aqueducs, vrai reste de la magnificence romaine, sont partout plus elevés que tout le terrein à l’entour.

Si les morceaux antiques de Rome avaient un historien aussi exact que l’est le comte Giulini, je crois que cette histoire monterait à douze mille volumes in-folio. Aussi ai-je vû une salle assez grande où il n’y avait que des livres sur les antiquités.

Faites-vous montrer par L[ecchi] la lettre que je lui écris, elle vous interesserà.

Un anonime vient de publier un essai sur la beauté qui ne vaut pas le diable. Il y a beaucoup de grec parsemé pour étre plus intelligible. Il dit que la regle de la beauté est le corps humain, et comme les Chinois ont des goûts différents des nôtres, il attribue cette diversité à la configuration du corps, car le corps des Europeens penche plus à la rondeur que les corps chinois. Le fondement de la beauté est, dit-il, la verité, et l’amour-propre qui est le principe de toutes nos actions; il repete tant de fois cette derniere verité, qu’il semble qu’il n’ait composé cet ouvrage que pour la prouver, ou plutot pour la deshonorer. J’y ai trouvé une periode traduite mot-à-mot d’un livre relié en maroquin rouge, dont un de mes amis m’a fait présent et qui est mon unique lecture. Je ne doute pas que cet ouvrage n’ait été reçu avec un aplaudissement universel.

Le libraire français ne savait pas l’existence de la tragèdie des Amans malheureux: ici on n’achete que de gros in-folio.

Winkelmans a été traduit et imprimé à Paris; ici on ne l’a pas; l’on m’a dit que cet auteur va s’établir à Berlin.

Graces à Dieu la religion et la morale est en sureté dans ce pays, car les Jésuites y sont tout-puissans.

Comme je ne connais presque personne et que je ne suis pas introduit dans les maisons, je ne peux rien avoir d’intéressant à vous écrire.

J’ai trois chambres, dont deux sont tapissées; le louage des tapisseries et des autres meubles monte à 40 pauls par mois; je ne sais pas ce que me coute la table, mais ce ne doit pas être grand’chose. Je passe les matinées et les soirées seul dans ma chambre, et ne me suis pas encore ennuyé un moment. Sitot que j’entrerai dans le tourbillon, je veux m’y abandonner et avoir autant d’activité qu’à cette heure je goute de tranquillité, si on peut gouter de la tranquillité loin de ses amis.

Mon bagage n’est pas encore arrivé. Par bonheur l’absence du pere A. N. ne me rend pas si sensible ce défaut, qui, s’il rétardait, m’embarasserait infiniment.

Un libraire chez qui j’ai été m’a dit que le livre Principii del diritto universale del Vico est très-rare et qu’on ne le trouvera pas ici. Je verrai ailleurs; comme aussi Delle tre arti del disegno del Bottari. Dites à Verri qu’il me fasse le plaisir de dire à monsieur l’abbé Palazzi ce qui suit: que j’ai fait mon possible pour la permission des livres defendus; que moi aussi je la desirais ou par voix ou par écrit sans tant de restrictions; que l’on ne doit pas même songer à la chercher sous ce pontificat; qu’on ne veut pas même accorder aux lecteurs de théologie la permission de lire un tel livre hérétique, et que là-dessus on doit à présent mettre bas tout espoir. Que pour la prolongation, s’il la desire, il suffit que vous m’en écriviez que je le servirai de tout mon coeur. Que j’ai fait porter par mon domestique le paquet des feuilles du Caffè à Modene chez monsieur le marquis Rangoni. Que le Journale de’ letterati del Pagliarini ne sort plus; qu’on l’a probablement imprimé aussi pour l’année 1752, et qu’ici il n’y a aucun autre journal. Que le libraire Ughetti, à qui j’ai parlé et reccomandé etc., se plaint qu’on lui fasse payer trop cher les volumes de l’Estratto, et qu’il m’a assuré qu’il y a un autre libraire ici qui le debite; qu’à l’egard des catalogues, c’est une affaire où je ne puis le servir qu’avec du tems, mais qu’il y a beaucoup de bibliotheques dont les catalogues sont rares, et qu’on ne vend point.

Un vent passablement froid pour moi, et insupportable pour les Romains, a desseché les rues, qui sont très-belles et très-commodes.

Malgré les beaux modeles qu’on a ici sous les yeux, j’ai vû des palais dont l’architecture est tout-à-fait milanaise, ce qui prouve que le mauvais gout est de tous les pays. Le palais Panfili, dont une partie était un beau morceau d’architecture, et dont le reste est nouvellement bati, palais très-elevé et d’une étendue immense, est à mon avis bien plus extravagant au dehors que la façade de la maison Litta. J’ai vû le palais Farnesi, qu’on croit le plus beau palais de Rome; j’en ai examiné la façade, qu’on juge un chef-d’oeuvre, et la cour, dont l’architecture est si vantée, et subegi intellectum in obsequium fidei. Entre nous (je veux y retourner demain; après je t’en écrirai).

J’ai bien examiné ce beau palais. Ce qui en releve la magnificence, c’est qu’une des plus belles rues aboutit tout droit à sa porte; c’est qu’il a une belle place au devant; c’est que dans cette place il y a deux belles fontaines jaillissantes, dont l’eau tombe en deux immenses bassins, chacun d’une pièce de granit oriental; c’est de très-belles statues sous les arcs du portique en cour; c’est de belles colonnes de granit oriental tout le long de l’entrée dans le palais; c’est son élévation, et la proportion que garda Michel Ange en batissant depuis le premier étage jusqu’en haut. Tout le reste ne merite certainement pas notre admiration. La façade, à force d’étre simple, l’est tellement qu’elle est ennuyeuse par son uniformité. Les modernes ont très-bien fait de reparer à cet inconvenient par cette elevation au milieu du batiment, par ce donjon qui arrete l’oeil et joint une espece de gradation aux autres élémens de la beauté. Une petite porte qui conviendrait à une maison des plus communes, et qui vûe du coté de la cour se retrecit plus encore, un petit balcon sur la porte qui ne vaut rien, une cour d’autant plus étroite et sombre que l’edifice est très-elevé, les portiques de la cour absolument nains, ces portiques avec trop peu d’enfoncement: voila de grands défauts. Il faut convenir que ce qui a été bati sur le dessein de Bonaroti est excellent; mais aussi il y a par tout de ces bas reliefs qui entourent les grandes corniches, que nous condamnons comme inutiles et de mauvais gout dans les palais modernes.

Sous les arcs de ce portique il y a deux Hercules: le moins estimé copié par un ancien Romain, et le plus beau travaillé par un Grec; il l’est en effet. Je remarquai seulement que la tête en était plus petite que la proportion aurait semblé exiger. Là-dessus on m’a repondu que c’était une nouvelle beauté, car l’imitation de la réalité en était plus exacte. Car ces athletes, pour s’endurcir aux coups, se battaient impitoyablement, et se meurtrissaient la chair, ce qui à la longue enflait et grossissait tous les membres excepté la tête, où l’on se gardait d’y faire une telle épreuve.

L’ancien palais des Césars, dont quelques ruines subsistent encore, était d’une étendue immense. Ce qui est un chef d’oeuvre, c’est l’amphithéatre. La solidité du batiment, la connexion de ses parties, la distribution des portiques, sa hauteur, son architecture enchantent l’oeil étonné de l’admirateur. Les divers ordres d’architecture y sont bien employés. Au bas on admire la solidité accompagnée d’une noble simplicité; plus on s’élance dans les airs, plus le batiment s’enjolive pour ainsi dire, plus d’ornemens on y a ajouté, de sort que l’ordre en bas est toscan, puis dorique, ionique, corinthien en haut. Ajoutez que la beauté de ces edifices a perdu beaucoup parceque le sol s’est elevé de 15 en 22 palmi et aux dépens des Sette colli: la baze de tous ces batimens est enterrée. En dedans on y a mis une Via Crucis avec ses chapelles.

Le mal est que j’ai oublié à Milan Roma antica e moderna, qui m’indiquerait toutes les beautés et m’éclairerait par tout. Jusqu’à cette heure je n’ai point fait de journal. Conservez donc toutes mes lettres, car il m’arrivera sans doute de me retracter. J’ai vû la Chapelle Papale.

  1. Alfonso Longo a Pietro Verri e agli amici milanesi (Roma, 14 novembre 1765)
Ce 14me novembre

Mes chers amis,

mon cher Verri, j’espere que tu m’auras fait le plaisir dont je t’ai prié dans la mienne que j’écrivis l’ame déchirée par des doutes inextricables. On se plaignait de moi de ce qu’on n’en avait reçû aucune nouvelle. On avait la bonté de témoigner de l’inquiétude sur ça. Je ne sais pas encore qu’en penser du sort qu’auront eu mes lettres, qui peutétre se seront égarées à cause de l’adresse que j’y fis.

Tu es fort porté à croire que tout le monde te ressemble, car tu espères que j’aie déja trouvé quelque douceur qui rende inutiles tes consolations. Tu connais bien peu la grandeur des pertes que j’ai faites en quittant mes amis, tu te méconnais toi-meme, ami incomparable, et je pourrais faire le tour du monde sans trouver à te remplacer. Sachés donc que rien non seulement pourra me faire oublier mes amis, mais que rien pourra attiédir l’amitié que j’ai pour eux et diminuer le chagrin de l’eloignement.

Jusqu’à cette heure je n’ai pas même eu aucune distraction qui put suspendre la douleur d’avoir quitté Milan. J’ai voulu attendre le pere A. N. pour me produire, et comme je vis qu’il tardait, je n’ai été que chez monseigneur P. Litta, Crivelli et la princesse Altieri, où peutêtre demain je passerai la soirée, car jusqu’à présent je ne suis sorti que l’aprésdiné et suis revenu chez moi avant le soir. Tu vas même voir jusqu’où j’ai poussé ma misanthropie, car ayant une lettre pour cette princesse, et ne sachant pas à qui, de la belle mere ou de la jeune princesse, elle fut adressée, je voulus la présenter à la vieille, qui ne s’aperçût de la méprise qu’aprés l’avoir ouverte.

J’ai toujours écrit à B[eccaria], à qui tu dois chercher mes lettres, si tu veux lire le peu de reflexions que j’ai pû faire. Aussitôt que B[eccaria] sera de retour, je lui écrirai une lettre semblable à une que j’écrivis à Lecchi, que tu dois te faire lire. Celle que j’écrirai pourrait aussi t’intéresser. B[eccaria] pourra t’éclaircir là-dessus. Je te prie de lui faire tenir aussitôt celle-ci, et tu en vas apprendre la raison.

Le G. me combla de caresses, qui me marquerent l’estime et l’amitié qu’il a pour qui lui m’avait reccomandé. Peu de tems aprés survint le duc de la Rochefoucault avec un cavalier. Ce jeune seigneur, qui est pourtant marié, par ses étourderies me prevint contre son esprit, que j’eus lieu de trouver plus estimable que ses manieres enfantines ne m’avaient promis. Tandis que le G. lui adressait la parole, il paraissait n’y faire aucune attention, en jouant avec ses doits sur la table et les portant sur ses habits, dans ses culottes etc. Le discours tomba sur le livre Dei delitti e pene, que le jeune duc n’avait pas encore lu, quoiqu’il le connut de reputation et qu’il l’eut entendu louer beaucoup. Le G. promit de lui en envoyer un exemplaire, et en parla à peu près comme j’en aurais parlé moi-même. Le reste de la conversation roula sur un certain V[erri], qu’on a nommé comme un savant qui fait beaucoup d’honneur à l’Italie, sur Rousseau, Montesquieu, dont le G. est si grand admirateur qu’il le prône par tout, sur Voltaire, qu’on a trop peu loué, Montagne et Machiavel, que le duc estimait infiniment et dont le portrait lui fut donné par le G. Comme moi je m’écriais contre ses maximes, le duc en prit la défense, et le G. en fit un parallele avec Montesquieu qui me démontrat qu’il en était connaisseur et juge très-compétent. La justesse des reflexions, l’étendue des connaissances qu’étala le G. me surprit. Il est vrai qu’on passait d’une matiere à l’autre avec une telle précipitation qui ne permettait pas d’en examiner aucune; mais à cela près il me semblait d’étre avec mes aimables freres V[erri] et B[eccaria]. Jugez si cela dut m’étonner dans l’entretien d’un prelat qui sera bientot Cardinal. On m’a pourtant dit qu’il a un grand défaut, dont je prie le bon Dieu de le défaire: c’est qu’il hait les moines. Je crois fermement que ce n’est qu’une pure calomnie, comme vous comprendrez bien.

Monseigneur Crivelli après m’assura que le G. ne cessait de louer le livre de B[eccaria], que quelques uns ici ont attribué à ce V[erri] dont j’ai rapportée l’estime de ceux à qui j’ai parlé.

J’aimerais que B[eccaria], en me repondant, me remerciât du plaisir que je lui ai procuré en l’assurant de l’approbation de monseigneur P. G., car je lui lirai cela à la premiere occasion.

On me dit que le prince Chigi (peutetre frere ou cousin de la princesse Altieri) passe sa vie sur les livres, et n’a pas encore voulu se marier, s’étant déchargé de l’administration sur son frere, que je vis chez la meme princesse. On le taxe de fou, peutetre parcequ’il ne l’est pas de la folie commune: je tacherai de faire cette connaissance-là.

Je te prie de dire à madame Grianti que je lui fais mille remercimens pour sa lettre à monseigneur Cioia, chez qui j’ai eté, et qui m’a fait les offres les plus obligeans du monde. Ou je me trompe, ou il doit étre un honnete homme, et d’un caractere franc. Je veux épargner à madame la peine de recevoir en écrit mes remercimens, et je me flatte que tu suppléeras comme il faut.

Que fait mon aimable Alessandrino? M’aime-t-il toujours?

Je vous reccomande le secret sur tout ce que je vous écrirai. Vous en comprendrez l’importance.

Embrassez de ma part Secchi, et mon cher Frisi, et Visconti.

Vous ne sauriez croire combien on estime ici J[ean] J[acques] R[ousseau]. Ah, mes amis, la corruption s’introduit par tout, et si le bon Dieu n’y pourvoit, je crains beaucoup pour l’avenir.

Comment se porte la fille de B[eccaria]? Monsignor Chigi m’a assuré qu’à Paris la verolle a attaqué les inoculés, et que cette operation y tombe. Je vous reccomande de m’écrire toutes les nouveautés, surtout les littéraires, et les anecdotes de Milan. J’en userai de même avec vous. Je prie B[eccaria] de faire mes respects au marquis son pere, à madame la marquise etc.

Écrivez-moi le prix des Discours de J[ean] J[acques] R[ousseau] en 2 vol. reliés à la française, le prix de la Julie reliée de même, et du Contrat social, et des Lettres de la montagne.

Je prie B[eccaria] de m’écrire son jugement sur un livre qu’il doit avoir lû, et qui a pour titre Education phisique, sur tout ce qu’il dit sur l’allaiter ses enfants.

Comme la princesse Altieri m’a invité d’aller à sa conversation, je la frequenterai d’autant plus volontiers qu’elle est proche de mon logis.

Si je ne suis pas un homme extraordinaire, nulle loi choque plus ouvertement les principes de Montesquieu que la loi de celibat sous ce climat. Soit vivacité d’imagination, soit influence du climat, un feu violent circule dans mes veines et agite mes esprits. Il est drôle de voir un philosophe vivre en anachorete. Je ne prends point de chocolat, je ne bois presque plus de vin. J’ai même dû quitter toute boisson le soir: d’or en avant je serai contraint de ne plus souper, et si cela ne sert pas encore, il faudra jeuner tous les jours et macérer la chair qui se revolte: j’ai resolu de passer jusqu’à l’usage du cilice. Oh, si mon cher Alessandrino était ici! Il faudrait qu’il s’emmaillottât.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le comte Pierre Verri, chambellan de LL. MM. II. RR., à Milan

  1. «Fratelli Reycends e Guibert» di Milano a Beccaria (Milano, 19 novembre 1765)
C’est de la part de nostre maison de Turin que nous avons reçu ordre de faire inserer dans les gazettes l’avis que nous vous envoyons cachetté (c’est l’original en françois), qui paroitra dans les premieres gazettes de Lugan et de Milan, traduit en italien. Monsieur Schweitzer, membre de la Societé de Berne, l’en ayant requise, elle s’y est pretée avec empressement, charmée de trouver une occasion à pouvoir partager avec le public le plaisir qu’elle ressent, en procurant à faire connoitre une production qui vous a fait tant d’honneur dans la Republique des Lettres. Nous n’avons rien reçu de nouveau en littrature qui merite vos attentions. Si votre retour de la campagne (que nous croyons trés prochain) ne devance point ce que nous recevrons, nous aurons l’honneur de vous en envoyer un memoire.

Charmés de pouvoir contribuer à faire connoitre votre merite, permettés que nous ayons l’honneur de nous dire, avec les sentimens les plus respectueux, monsieur, vos trés humbles et trés obeissans serviteurs

Freres Reycends et Guibert

Milan, ce 19 novembre 1765

  1. Beccaria alla Patriotische Gesellschaft di Berna (Milano, 20 novembre 1765)
…… Je ne saurois exprimer, messieurs, combien je suis penetré de reconnoissance pour la flatteuse recompense que vous me destinés pour mon ouvrage Dei delitti e delle pene, et ce qui est bien plus honorable et bien plus flatteur pour moi, c’est que je recois une marque autentique et impartiale de l’estime d’une illustre societé, d’une societé de sages, qui encouragent les sciences et sur tout les sciences bienfaisantes et utiles, et pour qui tous les hommes sont egaux, pourvu qu’ils soient eclairés et vertueux. C’est l’amour de l’humanité, c’est l’heureux choix de mon sujet, c’est l’evidente absurdité des erreurs que je combats, et qui n’exigeoient presque que des sentimens et du courage pour etre refutés, c’est enfin votre vertu meme, messieurs, qui m’ont procuré le bonheur de votre estime.

Si cette lettre, messieurs, ne suffit pas pour la declaration que vous avés demandée dans les gazettes, j’aurai soin de vous envoier un certificat autentique de ceux qui ont vu naitre et achever mon ouvrage et qui ont dans leur mains mon original. Mon nom paroitra à la tete d’une nouvelle edition qu’on va faire en Italie et dont je me procurerai l’honneur de vous envoier des copies, en vous priant d’agréer ce qui est un devoir de reconnoissance. Cependant recevés, je vous prie, messieurs, tous mes remercimens et mes offres très sinceres, si je puis ici etre utile en quelque chose à toute l’illustre societé et à chaque membre en particulier. Daignés etre assurés de toute mon estime, de mon attachement et du plus grand respect, avec lequel je suis votre très humble, très obeissant, très obligé serviteur etc. etc.

  1. Étienne Bonnot de Condillac a Beccaria (Parma, 29 novembre 1765)
Monsieur,

j’ai l’honneur de vous envoyer deux exemplaires de Gatti, un broché, comme vous le demandiez, et un autre relié, dans lequel vous trouverez à la fin des lettres qui ne sont pas dans le broché. Il y a deux jours que le pacquet a été remis à un voiturier. Si vous ne l’avez pas reçu lorsque cette lettre vous parviendra, je vous prie d’envoyer à la douane.

Je suis charmé, monsieur, d’avoir cette ocasion de me rapeller dans votre souvenir. Le cas que je fais de votre ouvrage m’avoit inspiré le désir de vous connoître; et aujourdui que je vous connois, je désire votre estime et votre amitié. Ce n’est pas seulement parceque vous avez un bon esprit et fait un bon livre; mais encore parceque vous avez une ame honnete et sensible, qui certainement a eu beaucoup de part à votre ouvrage. Avec ces deux instrumens vous avez de quoi réussir dans tout ce que vous entreprendrez, et je vous assure, monsieur le marquis, que personne ne prendra plus de part que moi à vos succès. Honorez-moi de quelque part dans votre souvenir. J’ose dire que vous devez quelque retour aux sentimens d’estime et d’amitié avec lesquels je suis, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

l’abbé de Condillac

Mes respects, je vous prie, à madame la marquise Beccaria.

Parme, ce 29 novembre

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 30 novembre 1765)
Ce 30 novembre 1765

Quoique vos excellentes qualités compensent abondamment votre paresse, qui m’est assez connue, je suis pourtant en peine de ce que je ne reçois aucune de vos réponses à des lettres qui doivent vous étre parvenues il y a presqu’un mois. Je n’aime pas à gener mes amis, mais aussi n’en voudrais-je pas étre oublié. Ce serait le comble de l’infortune pour un homme qui vous connait, vous aime et vous estime infiniment, et qui de plus sent d’autant plus vivement le prix de votre amitié qu’il se trouve dans un pays où rien ne le peut consoler de votre éloignement. Je commence à trouver avec vous bien detestable la demeure à la campagne, depuis que pour adoucir mes inquiétudes je lui attribue ce retardement de vos lettres. J’espere que vous ne dédaignerez pas de me consoler là-dessus.

J’ai parlé assez au long à monsieur Winkelmans, qui est au desespoir de ce qu’il a appris qu’on traduit son ouvrage L’art des Anciens; il craint avec raison que son ouvrage soit gaté par une traduction peu exacte, sur la quelle on le devait auparavant consulter pour s’assurer d’avoir bien saisi son sentiment. Probablement il n’ira pas à Berlin. Il m’a entretenu sur une decouverte qu’il venait de faire d’une piece de marbré où l’on voyait gravé une espece de navire dont l’explication l’embarasse. La forme de ce vaisseau va ne lui couter rien moins de peine que n’en a causé au grand Newton la decouverte des loix de la gravitation et l’analyse de la lumiere.

Malgré le compte que je faisais de la raison humaine, j’ai été fort étonné de voir ici tant d’enthousiasme contre le jansenisme. Toute la France est remplie de jansenistes; les Parlemens sont jansenistes. Ce qui n’est pas jesuite est janseniste; et ce qui est janseniste est pire qu’un athée. C’est le sentiment universel, dont j’ai des preuves convainquantes. On ne parle que de jansenisme, et le Cardinal Alex[andre] Albano me dit qu’il n’y avait point d’hérésie plus detestable et qui sappe avec plus de malignité la religion et la vénération dûe au St. Siege. C’est pour cela, ajouta-t-il, qu’on a voulu abatre les Jesuites: on a commencé à renverser le plus fort rempart pour detruire ensuite la foi. Quoique j’approuve fort cet acharnement contre le jansenisme, si j’avais l’honneur d’étre Cardinal de la S.te Eglise Catholique Apostolique Romaine, je me garderais bien de dire ouvertement que les Jesuites sont le plus fort boulevard de la religion, qui n’est fondée que supra petram. Je passai néanmoins tout cela avec quelqu’autres fautes sur le fonds des sentimens de calvinistes et lutheriens à un Cardinal d’un bon caractere, et en présence duquel je passai la soirée causant assez librement avec deux jeunes demoiselles, dont la mere jouait alle minchiate avec Son Eminence. C’est dommage que mon logis soit si éloigné du palais Albano. Ce savant Cardinal est aveugle, mais par une étonnante grace particuliere du bon Dieu, il joue encore alle minchiate, et se connait perfaitement en antiquités, car avec le seul tact il discerne infailliblement le moderne d’avec l’ancien.

Un des plus savans auditeurs de Rota, qui est en train de s’habiller en rouge, m’a invité à examiner sa bibliotheque composée de manuscrits et de livres très-rares sur le droit canon. Que cela sera intéressant! Combien doucement je passerai cette matinée-là! Qu’il est beau d’être savant! Un autre savant, qui est l’oracle d’une maison fort respectable, me soutenait que les modernes ne sont que de mauvais frippiers qui cousaient ensemble assez mal ce que les anciens avaient écrit avec tant de force et de clarté. Par exemple, disait-il, il y a quelqu’un qui admire Montesquieu sans songer qu’il n’y a point de comparaison à faire entre l’Esprit des loix, qui est une mauvaise copie, et son original, qui est l’Homo regius de Platon. J’ai cherché cet Homo regius et ne l’ai pas trouvé, mais je ne suis pas si sot de confondre cet impertinent, dont je m’attirerais la haine et la medisance. Il me soutenait que tout ce qu’on peut savoir est dans Ciceron, que ses oraisons sont des chefs d’oeuvre, des prodiges d’eloquence; que les sentimens dont elles sont composées sont tous sublimes, energiques etc. Enfin je soupçonnais ou qu’il raillat, ou qu’il se mocquat de moi, ou qu’il eut perdu le bon sens, et je vis que ce n’était qu’à cette derniere cause qu’on devait imputer tant des sottises. Après Platon et Ciceron il n’estime que Dante et soi-même.

On m’écrit de Milan en enigme une chose que je ne saurais appliquer qu’à toi. C’est d’un illustre écrivain reconnu et prisé par une respectable union de savans par une belle medaille d’or. Serait-ce de toi qu’on m’aurait parlé? et etait-ce de quelqu’autre que je devais apprendre cela? Mais d’où vient donc le retard de tes lettres? Mon cher, appaise là-dessus mes doutes et ma juste curiosité!

Mille embrassemens à mon cher Visconti; dis-lui que tout ce qu’il m’a dit sur l’article des societés de ce pays est très-vrai. Mes amis, aimons-nous; je ne trouve rien autre chose qui vous soit comparable. Qu’il y a loin de ces savants au vrai savoir!

Embrassez aussi les deux V[erri]. Mille complimens à la marquesine, et mille respects à messieurs tes parens.

J’ai eu le bonheur de baiser les pieds au St. Pere, à qui je parlais assez au long sur des choses indifférentes et qui m’a accueilli très-poliment. On m’avait conseillé de meler dans mes discours quelque louange qui put le flatter. Mais comment louer le Lieutenant General de Dieu en terre? Et puis il doit étre si accoutumé aux louanges qu’il n’en peut plus étre touché. J’ai cru mieux faire de repondre franchement et vraiment à ses demandes, et cela de façon qu’indirectement je pusse lui donner bonne opinion de moi. Cet entretien serait trop fade pour une lettre. Ce sera la matiere de quelque discours que nous ferons ensemble. Et quand cela? J’espère que d’ici à une année je reviendrai, car je ne vois aucune apparence de réussir. Il est vrai qu’il faut du tems; mais j’espère peu même avec du tems. Ah, si vous vous determiniez de faire ce voyage! Si vous pouviez vous resoudre! Eh, pourquoi non? Un voyage de deux ou trois mois vous serait-il si incommode qu’il dut vous priver du plaisir de voir la plus magnifique ville de l’univers, et de connaitre la plus ennuyeuse société qu’il y ait au monde?

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana, à Milan

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 4-7 dicembre 1765)
Cher ami,

il y a dans ta chere lettre du 27 novembre deux defauts que je ne saurais te pardonner, malgré mon amitié pour toi. Le premier est que tu me parles d’une violente fièvre survenue à la marquesine, et ne songes pas à me detailler sa maladie et à m’informer de son issuë. Le second est que tu m’écris «ti mando il paragrafo che la detta società ha fatto pubblicare nelle gazette», et je ne trouve rien là-dessus. Crois-tu qu’en partant j’aie perdu l’interet que je prenais à tout ce qui te regardait? Crois-tu que la santé de ta femme et ta reputation soient des choses si indifferentes pour moi qu’il suffise de m’en marquer un mot? En verité je ne suis gueres content de ta lettre, et ne m’appaiserai que tu ne m’aies appris les suites de la maladie de ton epouse et bien detaillé ce qui regarde cette societé de gens de lettres de Suisse, dont je ne savais pas l’existence, hors celle qui est à Berne.

Je m’imagine que tu seras revenu en ville et auras pû lire ce que j’ai écrit à V[erri] et à L[ecchi]. Plus je m’enfonce dans cette societé et la connais, plus j’approuve le sentiment d’Alex[andre] et le mien sur le criterium veritatis et sur la perfection de la raison humaine. Je n’ai pas encore rencontré d’homme raisonnable selon moi que parmi les moines, qui sont en général assez instruits dans les sciences même, qui ne sont pas du cru de ce pays. Tu ne te douterais pas qu’on put déraisonner avec tant d’extravagance et de contradiction et de bonne foi qu’on le fait ici. Quelque convaincu que je fusse de la faiblesse de l’entendement humain, le changement que je trouvai dans la maniere de penser m’étonna. C’est un nouveau monde, dont les ressorts sont justement contraires à nos idées, dont le mouvement est incomprehensible, dont l’economie et la politique sont appuyées sur des axiomes différents des notres. Combien de fois ne suis-je pas tenté de demander: Est-ce serieusement que vous dites cela? Mais aussi tot après ce premier mouvement de la nature rebelle, je reflechis qu’il se peut à toute force que moi et mes amis eussions tort, et fussions autant de fous qui croient posseder le sens commun, qui peutetre n’est le partage que des Romains ou de personne.

La mort du Dauphin, dont on attend la triste nouvelle d’un jour à l’autre, va changer la face des affaires en France, et je crains beaucoup que ce malheur-là ne mette en danger la religion, que les Parlemens et les jansenistes voudraient détruire. Il est pourtant vrai qu’à présent le clergé s’est réuni à defendre les Jesuites et les droits du Saint Siege, que par consequent on aura deux partis en France ennemis declarés entre eux, et qu’on a poussé l’affaire si loin que aut de hostibus debellandum aut moriendum. Ce qui releve le courage de deux parts. On espere que le Roi, lassé des attentats des Parlemens, va les casser pour jamais, et reprendre son autorité que ces tribunaux lui usurpaient. Voyez un peu ces juges en droit, jusqu’où ils avaient porté leurs prétentions! Ils avaient sû étendre leur chetive jurisdiction jusqu’à ordonner que pour la tranquillité on administrat les sacremens à tous ceux qui les demandaient, jusqu’à borner la puissance royale, à examiner les constitutions des Jesuites, à annuller leur voeux, à rejetter, à condamner même à la fletrissure les bulles du Saint Pere. Pour ce qui est du Portugal, il faudra bien tôt ou tard qu’il plie, s’il ne veut pas tomber dans le schisme et l’hérésie. Mais à l’egard de ce dernier, on en est sûr; c’est pourquoi on n’y songe gueres, et l’on en parle très-peu. La France donne un peu plus d’inquietude à cause du jansenisme, qui y est infiniment étendu. Je n’ai de ma vie tant entendu parler de jansenistes que depuis que je suis ici.

Si j’avais à donner mon avis au St. Pere, je tacherais de lui persuader qu’il faut un peu plus de vigueur, et une bulle lancée avec tout l’apparat de la puissance du St. Siege, et écrite en termes forts et tranchans, pourrait vuider cette querelle qui autrement trainera en longueur et ne finira jamais. Je crois qu’un peu du courage qu’eut St. Grégoire VII suffirait pour abattre et dompter ces fiers parlamentaires.

Je n’ai rien à te mander sur mon compte, si non que je vais chez un avocat pour connaitre la pratique des tribunaux et la maniere de plaider les causes. Je n’espere pas beaucoup; mais il faut du tems avant que de desesperer. Peutètre je changerai de logement, car cettui-ci m’est très-incommode pour la soirée, puisqu’on ferme en dedans les portes avant les 5 heures, et que les conversations de ce pays durent jusqu’aux 7. Je tacherai d’aller chez un avocat ou procureur, et je ferai tout mon possible d’en choisir un qui ait une jolie femme; je lui donnerai un tant pour le logis, le lit, la table etc.

Grondez-moi Visconti de ce qu’il n’a pas daigné de remplir votre lettre, où il restait assez de place pour me procurer le plaisir d’y lire ses caracteres. Embrassez-moi aussi les deux V[erri], et à la premiere occasion instruisez-moi sur ce plan que la Cour a adopté pour le commerce, sur Carli etc.

Si vous voyez Calderari, faites-lui mille complimens de ma part.

Addieu, mon cher. Aime-moi, écris-moi; tu ne saurais comprendre quel soulagement me donnent tes lettres. S’il y a des nouvelles littéraires, ou intéressantes, souviens-toi de me les mander.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana, à Milan

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 19-21 dicembre 1765)
Ce 19me decembre

Cher ami,

l’arrivée de mon bagage, et une plus grande quantité de connaissances dans un pays où je commence à me connaître, ont un peu dissipé la tristesse où j’ai été jusqu’à présent plongé. D’or en avant j’aurai occupé tous les momens de la journée, dont quelques livres rempliront le vuide, comme aussi mon avocat chez qui je vais passer presque toutes les matinées; car il est bien qu’on me croie instruit des usages de ces tribunaux. Je ne puis pas encore rien entrevoir à mon avantage; mais avec du tems, je serai plus en état d’en juger.

J’ai lû le paragraphe de votre derniere à monseigneur P. G., qui m’a ordonné de vous remercier de l’estime que vous marquez pour lui et de vous assurer de la sienne. Don Ippolito Borghese, homme raisonnable et bon poete, m’a parlé de votre ouvrage avec enthousiasme. Ce cavalier ne doit pas m’étre indifférent; ou il sera de mes amis, ou il deviendra mon ennemi: quoi qu’il en arrive, je n’y puis que gagner.

Dimanche je fus introduit dans une academie de droit public qui se tient chez l’avocat Mazzei, et où j’entendis une dissertation assez mediocre. C’est un exercice qu’on fait tous les dimanches, et qu’on tolere ici, je ne sais pas comment. J’y proposai une objection à la quelle on ne sut rien repondre, et qui ne donna pas mauvaise opinion de moi, nouveau venu. La proposition que je relevai, et qui avait été dite sans qu’on l’eut comprise, était: «Più sono i segni rappresentativi delle nostre idee presso una nazione, più estesi e numerosi sono gli uffizi che la società vi esigge». Je ne cherchai rien autre chose que la preuve de cette proposition, et la liaison entre le dictionnaire d’une nation et la quantité des rapports entre ses membres. Vous pouvez bien comprendre qu’un homme qui a joui de votre compagnie, qui a taché d’en tirer profit, qu’un academicien de’ pugni, enfin, doit necessairement briller dans cette société, aux séances de la quelle je ne manquerai pas de me rendre. Il faut pourtant avouer que j’y ai rencontré des jeunes abbés respectables par leur savoir; et en général ces petits abbés sont plus instruits qu’on ne saurait imaginer. Eux et les moines sont les seuls hommes raisonnables qu’on trouve: les seculiers et les prelats sont ou des ignorans ou des intriguans. Les femmes ont une vivacité qu’elles ne doivent qu’au climat. Du reste elles sont si peu instruites qu’il y en a très-peu qui sachent le françois; c’est ce qui eloigne tous les étrangers des conversations publiques. Anglais, Français, Allemands ne vivent qu’entre eux; tout au plus ils frequentent les bourgeoises, où l’on rencontre le plus beau teint du monde. On m’a dit qu’il y en a trois qui savent le latin et même le grec. Pour moi je ne suis gueres porté à estimer une femme qui sache le grec; il y a tant d’autres connaissances bien plus importantes que la langue grecque, et plus proportionnées au beau sexe, que c’est une folie d’y appliquer une jeune femme, d’étouffer son esprit par une étude aussi seche et rebuttante, et de la detourner des sciences plus riantes et plus propres à former son esprit et son gout et lui fournir de quoi briller dans une compagnie quelconque. En effet, combien peu d’hommes voyons-nous qui sachent allier l’étude des langues savantes à un ton de discours divertissant, gai et sociable? De ces trois femmes, j’en connais une, qui en verité est douée de beaucoup d’esprit, et ce qui plus est, m’a paru étre un bonne mere de famille; mais un gout décidé pour la médisance, qui n’est pardonnable que dans les sots, et une foule de préjugés contre le bon sens m’ont fait sentir le prix de la paisible ignorance, qui est au moins docile et n’a pas gaté le sens commun.

Un de ces jours je parlai assez au long à l’a[bbé] de V[éri], qui a eu la bonté de s’ouvrir un tant soit peu avec moi, chose qu’il ne fait presque jamais. J’ai eu la consolation de lui peindre mes amis, et de l’entretenir sur mon cher B[eccaria]. Là-dessus il me detailla l’affaire qui avait causé l’orage que votre imagination grossissait à vos yeux, et dont vous craigniez les conséquences pendant ce carnaval. Il me dit que comme, dans le grand debat qu’il y avait eu auparavant, il avait parlé avec toute la force possible; qu’il y avait dans votre ouvrage des points qu’on avait examinés dans vos propres termes; qu’il y avait par hasard des expressions, des tours, qui ne semblaient convenir qu’à l’affaire, qui y avaient été employées et qui ne pouvaient venir que d’un homme qui fut au fait de tout ce qui s’était passé, on crut avec raison que cet ouvrage était sorti d’une plume qui tachait à se venger de la decision qu’on avait embrassée. Ce soupçon, continua-t-il, ne pouvait tomber que sur trois ou quatre qui fussent en état d’écrire, qui sussent le fond de l’affaire et qui lussent certains livres modernes dont ils avaient tiré leurs principes. Ces trois ou quatre étions moi, disait-il, et deux de mes plus chers amis. On examina toutes nos demarches, et par malheur on rencontra dans mes écrits des phrases que B[eccaria] avait employées. On crut apercevoir une parfaite ressemblance entre mon style et celui de cet ouvrage. Par bonheur l’auteur votre ami n’avait pas pris toute la précaution possible pour se cacher: il fut decouvert, et je me trouvai délivré d’un embarras qui pouvait avoir des suites funestes à mon repos.

Par ce que j’en puis juger, c’est un honnete homme d’un caractere franc, tranchant et decidé; sa façon de penser est plus conforme à celle de mon cher A[lexandre] et à la mienne, qu’à la votre et à celle de V[erri]. Il connait ses devoirs, il aime à les remplir, mais il connait aussi ce que c’est que les hommes; par consequent, il est bien éloigné de se donner la moindre peine pour les persuader: ce sont des moutons qui ne savent pas se servir de la raison, qui leur parlerait un langage obscur, inconnu.

Mandez-moi des nouvelles de la vie, des ennuis et des amours de V[erri] et aussi des progrès de l’ouvrage d’A[lexandre]. Embrassez-le moi, comme aussi mon cher V[erri] et Secchi et Frisi et Cald[erara].

Comme je crois necessaire de frequenter les conversations, qui durent ici jusqu’à 6 heures de nuit, et qu’on ferme en dedans trop de bonne heure la porte du couvent où je suis, j’ai resolu de changer de logement, et j’irai chez un procureur proche du Pantheon, où l’on me fournira de lit, de table, avec un bon apartement, à un prix assez modique chaque mois. Ce procureur s’apelle Cherubini. Je vous écrirai le nom de la rue, si jamais vous aviez à vous en servir; je m’y transporterai au commencement de janvier, et si je ne m’y plais pas, j’en chercherai un autre. J’aurais aimé qu’il eut eu une jolie femme qui put me faire passer agréablement mes momens de loisir. Mais ce Cherubini est seul. Si j’aurai à changer, j’y veux cette condition-là.

Que fait mon cher Biffi? Écrivez-lui de ma part, et donnez-moi de ses nouvelles. Dites-lui que s’il a intention de faire un voyage à R[ome], c’est à présent qu’il doit l’entreprendre. Quelqu’embarassé que je sois, je comprends que j’aurais le plaisir de bien adresser un de mes amis.

Ce 21 decembre

Je reçois ta lettre du 14me. Tu es en ville, tu peux voir et tu verras souvent Visc[onti]et les deux V[erri], et tu as besoin de me faire écrire par une main étrangere! Pourquoi ne m’écris-tu de ta main une ligne ou deux, et n’invites-tu nos amis à y ajouter autant? Point de secretaire. Voila le moyen de menager ta paresse. Ces lettres écrites par trois ou quatre amis ensemble me rapelleront les delicieux momens que je passais auprès d’eux. Je n’exige que ça, et ne voudrais pas qu’une main étrangere me rendit, pour m’expliquer ainsi, étrangers tes sentimens. En m’écrivant, envoye-moi la simple lettre sans y ajouter l’enveloppe, qui triple le prix de la poste. Adieu. Tu pouvais pourtant m’informer de la santé de la marquesine, après que tu m’en as écrit la maladie, que tu as oublié de detailler un peu plus.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis César Beccaria Bonesana, à Milan

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 20 dicembre 1765)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

ecco altri tre fogli stampati; due altri ne sono composti, sicché siamo al fine. Il frontespizio non è ancor fatto, e questo si aspettava appunto da Lor Signori. Vostra Signoria illustrissima dunque me lo mandi a risposta. Ho tenuto nota di tutti gli errori caduti in questa edizione, e vedrà come gli ho corretti. Del resto, farà benissimo Vostra Signoria illustrissima a porvi il di Lei nome. Scrivo in fretta perché in questi giorni non mi sono mancate occupazioni: il teatro e qualche ingiusta persecuzione ecclesiastica mi hanno dato che fare.

Mille saluti al signor conte nostro, a cui son debitore d’una risposta, e vi adempirò lunedì. Sono intanto, colla solita stima, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

Livorno, 20 decembre 1765

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Étienne Bonnot de Condillac a Beccaria (Parma, 20 dicembre 1765)
Monsieur,

je suis charmé d’aprendre la convalescence de madame la marquise Beccaria en même tems que sa maladie. J’aurois partagé vos inquiétudes, et je sens combien elles ont été grandes pour une personne qui mérite si fort de vous être chere. Je vous serai obligé de me donner de ses nouvelles et de lui offrir mes respects.

Quant’aux exemplaires de Gatti, monsieur le marquis, celui qui est relié est un present de monsieur le duc de Nivernais à monsieur de Keralio, qui me l’a donné, et le broché m’a été envoyé par le même duc. Aussi tout cela ne me coûte rien, et vous ne devez avoir aucune inquiétude à cet égard.

Nous avons ici un jeune écossois, le chevalier Macdonal. Il a passé trois jours à Milan. Il regrette fort de ne vous avoir pas vu, et j’en suis faché pour l’un et pour l’autre: car il a aussi beaucoup d’esprit et de connoissances.

Monsieur de la Condamine fait imprimer un ouvrage sur l’inoculation. Je vous l’enverrai aussitot que je l’aurai. Je joins ici un extrait d’une lettre du docteur Matti sur la petite vérole de madame de Boufflers. J’attends avec bien de l’impatience la nouvelle édition de votre ouvrage, et j’en accepte le présent avec bien de la reconnoissance. Le pere Venini, bien sensible a votre souvenir, me charge de vous offrir ses respects. Je finirai, monsieur le marquis, sans compliment, en vous assurant qu’on ne peut etre plus flaté que moi de ce que vous agréez mon amitié et m’honorez de la votre. Je suis, monsieur, votre tres humble et tres obéissant serviteur

l’abbé de Condillac

J’oubliois de vous dire que je passe l’hiver à Parme.

A Parme, ce 20 décembre

Extrait d’une lettre du docteur Maty,[8] datée de Londres le 29 octobre 1765.

Le fonds de l’affaire (la petite verole de madame de Bouflers) est réellement une bagatelle, qui ne feroit pas ici la moindre sensation. Le cas est arrivé cent et cent fois à nos inoculateurs, aussi ne manquent-ils pas, quand l’eruption manque, de proposer une nouvelle operation. Le fils du feu chancelier fut même trois fois inoculé sans effet, avant qu’on le jugeât insusceptible. Le chirurgien Middleton, l’un de ceux qui a le plus semé de petites véroles, dit qu’il ne comte jamais sur la réussite, à moins qu’au défaut de boutons au tems ordinaire, il ne paroisse une fievre de 24 heures independante de toute inflammation des playes.

Le seul reproche que monsieur Gatti puisse donc se faire, c’est de n’avoir pas proposé à madame de Bouflers de réiterer l’opération. Je ne sais pas meme si ce parti eut été le meilleur, vu qu’il est probable que la malade auroit résisté.

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 28 dicembre 1765)
Ce 28me decembre

Chers amis,

j’ai reçû ta lettre avec le paragraphe de la gazette, et t’en felicite de tout mon coeur, d’autant plus si cela peut avoir servi à rallumer ton courage et à surmonter ta paresse dans l’ouvrage que tu as en main.

Tu auras vu que je n’aime pas que tu m’écrive par mains d’un autre, et je t’ai marqué dans ma derniere la façon de m’écrire qui me serait le plus agréable, et qui menage assez la paresse de chacun de vous. De tems en tems donc écrivez-moi de ces lettres de societé où chacun ait tracé deux ou trois lignes; cela servira pour passetems dans quelque moment de loisir. Souviens-toi de ne faire aucune enveloppe aux lettres, mais de les envoyer aussi simples que la présente.

Un certain jeune abbé Du Bignon, que je connus à la conversation du G., me donna à lire un ouvrage qu’il a composé à Rome et qu’il vient de faire imprimer à Paris. Il a pour titre Histoire critique du gouvernement romain. J’y ai trouvé peu d’ordre, ce qui engendre de la confusion dans tout l’ouvrage; mais il a des bonnes reflexions, des traits d’eloquence philosophique qui te plairont. C’est un in-12°. Après que tu l’auras lu, mandes-m’en ton avis.

Mon cher, tu auras vu le portrait que je te traçais de l’a[bbé] de V[éri]. Je crois d’y avoir dit qu’il est assez indolent sur certains chapitres, et qu’il a la meme opinion des hommes qu’Al[exandre] et moi. En effet tu te laisses transporter un peu trop par ton imagination, et par le stile de ta derniere je m’aperçois que tu attends des merveilles de ce Tribunal de commerce, et je vois que tu parles avec enthousiasme de certains reglements qu’on y a fait, entr’autres de l’abrogation de la loi contre les brebis.

Doucement, mon ami. J’aime autant et plus que personne ce Tribunal, parce que V[erri] et Carli y sont compris, et que le long travail du premier a obtenu sa recompense, qui lui frayera le chemin aux plus grandes places. Mais en attendant le bien qui en resultera, je vois que ce Tribunal est composé pour la plus part d’étrangers; je conçois qu’on cassera le Magistrat et que par consequent ces emplois-là cesseront, et les Milanais n’auront plus à eux que deux ou trois places au Senat et une ou deux au Tribunal de commerce. Cela n’est pas agréable, et ne peut gueres servir a rallumer l’industrie des Milanais. Non, diras-tu, car on tournera l’industrie du coté du commerce, qui en fleurira. Mon ami, je ne suis gueres frondeur, et quand je l’avais été, j’aurais appris à juger plus favorablement de mon pays depuis que je suis ici; mais tu comprendras bien que cette reforme-là ne suffit pas pour faire fleurir le commerce, pour procurer la felicité d’une nation et y perfectionner ces agréables frivolités qu’on decore du titre de beaux-arts. Oh! L’on a abrogé la defense de tenir des brebis. Voila une admirable abrogation qui ne produira aucun bon effet. Voudrais-tu que dans le Milanais, le Lodesan, le territorie de Pavie etc., on entretint des brebis? Des brebis qui exigent une vaste etendue de terre en friche, dans un pays où l’agriculture fleurit, qui nous fournit notre fromage, notre bled, notre riz, nos chairs à manger? Serait-ce un beau chef d’oeuvre de substituer les brebis aux vaches si fertiles, et qui nous donnent une denrée la meilleure que nous ayons et à la perfection de la quelle nos voisins n’ont jamais approché? On ne saurait donc placer les brebis que dans les vallées et sur les montagnes et dans les terres incultes, qu’on ferait mieux de defricher. Mais cette abrogation pour ces pays-là est tout-à-fait inutile, car malgré cette ancienne loi on y en entretenait, et une loi qu’on n’observe pas n’a aucun besoin d’étre abrogée. Il est vrai que les anciens Milanais avaient tant de manufactures en laine etc. Voila qui est bien. Mais, dites-moi, vendaient-ils alors tant de bled et de fromage? On n’a donc qu’à negliger la culture du froment, du riz et du laitage pour repandre des troupeaux de brebis qui nous fourniront de la mauvaise laine, telle qu’une herbe pleine et regorgeante des sucs gras peut produire.

Qu’arrivera-t-il donc de ce Tribunal? Voila mon avis. Les choses continueront d’aller leur train ordinaire. Aux vices passés succederont des inconveniens nouveaux. V[erri] et C[arli] voudront au commencement faire tout le bien possible; leurs compagnons et l’indolence de la Cour empechera leurs desseins. Après que ces deux amis se seront convaincus de l’inutilité de leurs tentatives, ils se tairont et sauront tirer le meilleur parti possible, qui à mon avis serait de vivre en paix sans s’inquiéter de ce qui arrive.

En tout cas, quelques desordres que renferme et produise le sisteme de notre gouvernement ancien et nouveau, nous serons bien mieux gouvernés que les Romains. Il est nécessaire que R[ome] subsiste telle qu’elle est pour la consolation de tous les hommes de differens peuples qui trouvent à redire sur leur gouvernement.

J’espere que ce careme je jouirai d’un peu plus de repos, car alors on ne frequente que les eglises. A présent le changement de logis, les visites etc. emportent tout mon tems.

Mille embrassemens à V[erri], A[lexandre], V[isconti], Pierre Secchi, Cald[erara]. À propos, mandez-moi comment nos deux amis V[erri] se conduisent avec l’abbé leur frère.

Le jeune comte Fantoni m’a ordonné de faire ses complimens à dom Annibal etc. ton frere. Mes respects à messieurs tes parens et à la marquesine.

Come vanno e come tornano
dall’albergo ove soggiornano
nel più caldo dell’estate
al cadere delle spiche
delle provide formiche
le lunghissime brigate,
Così volano e rivolano
i pensier che mi consolano
nel bel volto
e dal bel volto
di colui che ’l cor m’ha tolto.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis César Beccaria Bonesana, à Milan

  1. André Morellet a Beccaria, con una postilla di d’Alembert (Parigi, 3 gennaio 1766)
Monsieur,

sans avoir l’honneur d’être connu de vous, je me crois en droit de vous addresser un exemplaire de la traduction que j’ai faite de votre ouvrage De’ delitti e delle pene. Les hommes de lettres sont cosmopolites et de toutes les nations; ils se tiennent par des liens plus étroits que ceux qui unissent les citoyens d’un même pays, les habitans d’une même ville et les membres d’une même famille. C’est à ce titre que je crois pouvoir entrer avec vous en un commerce d’idées et de sentiments qui me sera bien agréable, si vous ne vous refusés pas à l’empressement d’un homme qui vous aime sans vous connoître, et que vous avés sensiblement obligé, en lui faisant éprouver ces émotions douces et fortes que fait naître la lecture de votre excellent ouvrage.

Monsieur D’Alembert, avec qui je suis lié d’une étroite amitié, m’avait prêté votre livre au mois de juin. Je le lus avec transport. Il me pressa de suspendre pendant quelque tems un travail considérable au quel je suis attaché depuis plusieurs années, et de faire passer le livre De’ delitti dans notre langue. Je n’avais pas besoin du motif de l’obliger pour être fortement tenté de me rendre à ses sollicitations. L’ouvrage me paroissoit utile et beau, c’était une occupation douce pour moi de devenir pour ma nation et pour les pays où notre langue est repandue l’interprete et l’organe des idées fortes et grandes, et des sentimens de bienfaisance et d’humanité dont votre ouvrage est rempli. Il me sembla que je m’associerois au bien que vous faisiés aux hommes, et que je pourrois prétendre à quelque reconnoissance aussi de la part des coeurs sensibles à qui les intérèts de l’humanité sont chers. Je traduisis donc et je lus ma traduction à monsieur D’Alembert et à quelques hommes de lettres qui connoissoient et admiroient l’original. Elle fut goûtée, et je la donnai à l’impression au commencement d’août, à mon départ pour aller passer deux mois dans une campagne éloignée de 40 lieues de Paris. On en avoit imprimé déjà quelques cahiers lorsque monsieur D’Alembert reçut les additions que vous avés eu la complaisance de lui envoyer. Ces additions ne me parvinrent que fort tard. Il fallut les insérer et recommencer une partie de l’impression. Ces causes et la lenteur de l’imprimeur font que ce n’est qu’aujourd’hui que je puis vous en adresser un exemplaire, et que je puis satisfaire l’empressement du public qui attendoit votre ouvrage en françois avec une impatience extrême. Il y a aujourd’hui huit jours que ma traduction est publique. Je n’ai pas voulu vous écrire plutôt, parceque j’ai cru devoir attendre que je pusse vous instruire de l’impression que votre ouvrage auroit faite dans le publique. J’ose donc vous assurer, monsieur, que le succès en est universel, et qu’outre le cas qu’on fait de l’ouvrage, on a conçu pour l’auteur même des sentimens qui peuvent vous flatter encore davantage, c’est à dire de l’estime, de la reconnoissance, de l’interêt, de l’amitié. Je suis particulierement chargé de vous faire les remercimens et les complimens de monsieur Diderot, de monsieur Helvetius, de monsieur De Buffon. Nous avons déjà beaucoup causé avec monsieur Diderot de votre ouvrage, qui est bien capable de mettre en feu une tête aussi chaude que la sienne. J’aurai quelques observations à vous communiquer qui sont le résultat de nos conversations. Monsieur De Buffon s’est servi des expressions les plus fortes pour me temoigner le plaisir que votre livre lui a fait, et il vous prie d’en recevoir ses complimens. J’ai porté aussi votre livre à monsieur Rousseau, qui a passé par Paris en se retirant en Angleterre où il va s’établir, et qui part ces jours-ci. Je ne puis pas vous en dire encore son sentiment, parceque je ne l’ai pas revu. Je le saurai peut être aujourd’hui par monsieur Hume, avec qui je vais diner. Mais je suis bien sûr de l’impression qu’il en recevra. Monsieur Hume, qui vit avec nous depuis quelques années, et qui paroit déterminé à fixer son sejour en France, me charge aussi de vous dire mille choses de sa part. J’ajoute à ces personnes, que vous connoissés de réputation, un homme infiniment estimable qui les rassemble chez lui, monsieur le baron d’Holbac, homme de genie lui même, auteur de beaucoup d’excellens ouvrages imprimés en chimie et en histoire naturelle, et de beaucoup d’autres qui ne sont pas publiés, philosophe profond, juge très éclairé de tous les genres de connoissance, ame sensible et ouverte à l’amitié. Je ne puis vous exprimer quelle impression forte votre livre a fait sur lui et combien il aime et estime l’ouvrage et l’auteur. Et comme nous passons notre vie chez lui, il faut bien que vous le connoissiés d’avance, car si nous pouvons nous flatter de vous attirer à Paris quelque tems, sa maison sera la votre. Je vous fais donc aussi ses remercimens et ses amitiés. Je ne vous parle pas de monsieur D’Alembert, qui a dû vous écrire, et qui m’a dit qu’il vouloit joindre aussi un petit mot à ma lettre. Vous devés connoître ses sentimens sur votre ouvrage: c’est à lui à vous dire s’il est content de la traduction.

En verité, monsieur, si vos affaires et votre fortune vous permettent de faire un voyage en France, vous êtes obligé de venir recueillir ici les remercimens et les marques d’estime que vous avés méritées. Je vous y exhorte en mon nom et de la part de toutes les personnes que je viens de vous nommer. Venés, monsieur, avec monsieur le comte Veri votre ami, dont nous avons lu le petit ouvrage Sulla felicità avec le plus grand plaisir, et soyés sûr que vous menerés avec nous une vie agréable, que vous y trouverés une societé douce, et que vous pourrés y établir un commerce d’idées et de sentimens qui sera avantageux à vous et à nous. C’est là le meilleur moyen de satisfaire notre curiosité sur votre compte. Tout le monde me demande qui vous êtes, ce que vous faites, quel age vous avés, si vous êtes laïque ou ecclésiastique, garçon ou marié, homme de robe ou militaire, ou simplement homme de lettres. Enfin les plus petits détails qui vous seroient relatifs, seroient intéressans pour nous. En attendant que nous puissions vous voir, ayés la complaisance de m’instruire sur tous ces points; que si vous trouvés quelque embarras à repondre vous même à mes demandes, je prie monsieur le marquis Carpani, qui doit surement être connu de vous, de se charger de me donner tous ces eclaircissemens. Je lui envoie un exemplaire de ma traduction, qui sera le prix de sa complaisance pour moi sur cela, et je vous prie de lui faire mes complimens. J’avois déjà pris des mesures pour être instruit de tous ces détails vers le milieu du mois d’août. J’avois chargé un mien frere, qui partoit pour l’Italie avec monsieur le duc de la Rochefoucault, d’une lettre pour monsieur le comte Firmiani et de quelques livres pour vous et pour lui. Mon frere n’a pas encore passé à Milan, et on vous à enlevé monsieur le comte Firmiani, de sorte que les moiens que j’avois pris ont été inutiles.

Vous pouvés desirer de savoir comment j’ai l’honneur de connoître monsieur le comte Firmiani. Le voici. J’ai fait en 1758 et 1759 un voyage en Italie. J’ai passé six semaines à Naples où je l’ai beaucoup vu. Il m’a temoigné beaucoup de bontés et j’ose dire de l’amitié, et je l’ai trouvé tel qu’il est; c’est tout dire. J’avoue que j’ai rencontré peu d’hommes d’une ame aussi élevée, d’autant d’esprit et de genie, et d’un commerce aussi doux. Je quittai Naples avec beaucoup de regrets. Il partit peu de tems après pour Vienne et il me donna un appuntamento à Milan, où il devoit revenir. Son sejour à Vienne fut plus long qu’il ne l’avoit compté. Je passai deux mois entiers, tout le carnaval, dans votre ville, et par une fatalité inconsevable, sans avoir le bonheur de vous connoître, et je fus obligé de repasser en France avec le chagrin de ne l’avoir pas revu. J’ai eu l’honneur de lui ecrire quelque fois depuis ce tems là, mais rarement, parceque je n’ai pas voulu derober à un homme en place, occupé d’affaires importantes, un tems qu’il employoit plus utilement.

Je dois maintenant m’excuser auprès de vous de la liberté que j’ai prise de changer l’ordre de votre ouvrage. J’ai donné dans une préface les raisons générales qui me justifient, mais je dois m’arrêter davantage avec vous sur ce sujet. Pour l’esprit philosophique, qui se rend maitre de la matiere, rien n’est plus aisé que de saisir l’ensemble de votre ouvrage, dont toutes les parties se tiennent très étroitement et dépendent toutes du même principe. Mais pour les lecteurs ordinaires moins intruits, et surtout pour des lecteurs françois, plus difficiles sur la methode, votre ouvrage traduit uno tenore auroit été moins facile à saisir. Or j’ai cru, et je crois encore, avoir suivi une marche plus reguliere et qui rend l’ouvrage plus clair, qui rapproche des choses qui devoient etre unies et qui se trouvoient separées, et qui en tout est plus conforme au moins au génie de ma nation et à la tournure de nos livres.

Les verités, et surtout celles de la morale publique et de l’économie politique, ne peuvent s’établir dans l’opinion publique, arriver à ceux qui gouvernent, et les forcer de reformer les abus qu’à l’aide de la plus rigoureuse methode. La verité a sans doute un grand empire sur les hommes; mais pour qu’elle l’exerce tout entier, il faut que l’oeil puisse saisir facilement la beauté de ses formes et la juste proportion de toutes ses parties. Ceux qui gouvernent sont peu accoutumés à saisir les idées abstraites. Il faut les leur présenter sous le jour le plus favorable. On excite à la verité dans leur ame des impressions fortes à l’aide de l’éloquence et du sentiment, mais ces impressions sont peu durables, et à parler généralement, un ouvrage éloquent ne fera jamais reformer un abus parcequ’il est éloquent, ce sera toujours parceque le legislateur ou ceux qui le dirigent en verront clairement la verité. Le lecteur est sensible, mais le legislateur est toujours froid.

Cette importance de l’ordre n’est pourtant pas assés grande pour que le défaut contraire, lors qu’il n’est pas plus marqué que dans votre ouvrage, en diminue le merite. Ainsi cette disposition nouvelle de votre livre dans ma traduction n’est point une critique de l’original dans l’esprit de personne, comme elle n’est pas non plus un mérite pour le traducteur. Il est tout simple que vous n’aiés pas suivi une marque bien compassée et bien reguliere, la force des idées et surtout la chaleur du sentiment vous ont entrainé. Il vous eut été facile de rétablir un ordre un peu plus naturel, mais c’eut été l’ouvrage d’un travail posterieur, et ce travail demande une patience que vous n’avés pas eüe et que les têtes fortes ont rarement.

La principale objection que je puisse craindre est le reproche d’avoir affoibli la force et diminué la chaleur de l’original par le retablissement même de cet ordre; de sorte qu’en supposant que l’arrangement de la traduction fut plus naturel, l’ouvrage eut plus perdu que gagné.

À cela voici mes reponses. Je sais que la verité a le plus grand besoin de l’éloquence et du sentiment. Il seroit absurde de penser le contraire, et ce ne seroit pas avec vous surtout qu’il faudroit avancer un si étrange paradoxe. Mais s’il ne faut pas sacrifier la chaleur à l’ordre, je crois qu’il ne faut pas non plus sacrifier l’ordre à la chaleur, et tout en ira mieux si l’on peut concilier ces deux choses ensemble. Reste donc à examiner si j’ai reussi dans cette conciliation.

Mais si ma traduction est moins pathétique, moins touchante, moins chaude que l’original, il faudroit attribuer ce défaut à beaucoup d’autres causes et non pas à la difference de l’ordre. Ce seroit ou la foiblesse du stile du traducteur, ou la nature même de toute traduction, qui doit demeurer au dessous de l’original, surtout dans les choses de sentiment. Ainsi ce ne seroit pas aux transpositions que j’ai faites qu’il faudroit s’en prendre, mais à des causes tout à fait différentes.

Mais voici une autre objection qu’on m’a faite sur cela. On m’a dit qu’un auteur peut être blessé de voir qu’on a fait dans son livre des changemens, même utiles, parcequ’ils montrent que le livre n’étoit pas aussi bon qu’il pouvoit l’être. Mais, monsieur, cette maniere de voir ne sauroit être la votre, au moins je l’ai pensé. Un homme de génie qui a fait un ouvrage universellement admiré, rempli d’idées neuves et fortes et excellent pour le fond, doit pouvoir entendre dire froidement que son livre n’a pas tout l’ordre dont il étoit susceptible, et doit être bien aise qu’on travaille sur ce fond si riche, et qu’on y change quelque chose dans la forme. Il doit aller même jusqu’à adopter les changemens qu’on y aura faits, s’ils sont utiles et appuiés de bonnes raisons. Voila le courage que j’attends de vous, monsieur: reformés parmi les changemens que j’ai faits ceux qui vous paroìtront mal à propos, conservés ceux qui sont bien, et croiés que vous n’aurés fait qu’augmenter votre considération. Voila ce que j’ose vous proposer. Vous êtes digne que j’aie avec vous cette confiance, et je me flatte que vous m’en saurés gré.

J’acheverai ma justification en vous citant de grandes autorités qui ont approuvé la liberté que j’ai prise. Monsieur D’Alembert me permet de vous dire que c’est là son opinion. Monsieur Hume, qui a lu avec beaucoup de soin l’original et la traduction, est de même avis. Je pourrois vous citer beaucoup de personnes instruites qui en ont jugé de même. Voila mon apologie.

Quoi que l’ordre que j’ai suivi me paroisse plus naturel et plus facile, ou au moins plus conforme au génie de notre nation que celui que vous aviés donné, il est très possible qu’il soit mauvais en quelques endroits. J’aurai peutêtre fait dans ma traduction beaucoup de fautes du genre même de celles que j’ai prétendu corriger. J’aurai sans doute fait quelques transpositions mal entendues, et j’en ai reconnu déjà quelques unes, mais elles sont en petit nombre, et le plus grand nombre de celles que j’ai faites étant naturelles, je crois avoir rempli mon objet.

L’avidité avec la quelle le public a reçu ici votre ouvrage me fait croire que notre premiere édition sera incessament épuisée, et qu’avant qu’il soit quelques mois, il faudra penser à en donner une autre. Si dans la disposition que j’ai donnée j’avois ou désuni des idées qui doivent être liées, ou fait des rapprochemens qui vous parussent nuire au sens, je vous prie de me faire part de vos observations à ce sujet, et dans une nouvelle édition je ne manquerois pas de me conformer à vos vues.

Je vous demande mille pardons des incorrections et des fautes d’impressions ridicules et en si grand nombre dont l’édition que je vous envoie fourmille. Une partie de l’impression s’est faite en mon absence. J’ai eu affaire à un imprimeur détestable, et quelques autres petites causes qu’il seroit inutile de vous détailler ont rendu cette édition infiniment défectueuse. Je vous promets de réparer cette faute dans la premiere que je donnerai. Je veux pouvoir vous en envoyer une qui réponde autant qu’il est possible, par la beauté du papier et du caractere et par la correction, au merite de l’ouvrage.

Je n’ai pas cru devoir traduire dans mon édition le jugement du professeur célèbre, quoi qu’il m’ait paru être d’un homme profond, parceque l’autorité d’un homme que nous ne connoissons pas eut été pour nous de peu de poids, et que d’ailleurs je n’ai pas voulu prévenir trop fortement le jugement de nos lecteurs. On n’aime pas ces décisions anticipées, et plus d’un lecteur auroit pris des préventions opposées, précisément parcequ’on auroit voulu leur en donner de favorables.

J’ai eu aussi mes raisons pour ne pas traduire les observations de votre ridicule moine, au quel vous répondés avec tant de force, de finesse et de moderation: 1° je n’ai pas voulu afficher que la superstition s’étoit déjà élevée contre votre ouvrage parceque c’eut été un signal au quel elle se seroit éveillée aussi chez nous; 2° j’ai voulu garder vos observations sur l’écrit du moine pour rendre une seconde édition de la traduction plus piquante pour les lecteurs; 3° j’ai cru que si on critiquoit votre ouvrage en France, je ferois d’une pierre deux coups, en joignant le critique qui s’élevera chez nous à votre moine impertinent, et en partageant entre eux le ridicule dont vous avés couvert le votre, et celui que j’y pourrai joindre.

Il y a quelques endroits obscurs qui m’ont arrèté. Je vais vous en indiquer quelques-uns.

Au chapitre della cattura vous demandés pourquoi la prison deshonore parmi nous, et vous repondés que c’est parceque nel presente sistema criminale, prevale l’idea della forza a quella della giustizia.

Il semble que c’est le contraire, car si le sisteme de la jurisprudence criminelle ne presentoit pas à nos esprits l’idée de la justice, mais celle de la force, nous ne regarderions pas comme coupable celui qui est emprisonné par cela seul qu’il seroit emprisonné.

Au même chapitre, dans les additions manuscrittes que vous avés envoyées, vous dites que la force intérieure, gardienne des loix, et la force extérieure, qui défend le trone et la nation, devroient être unies, que la premiere seroit, sous l’appui commun des loix, combinée avec la faculté de juger, ma non dipendente da quella con immediata podestà. Monsieur D’Alembert, monsieur Diderot, plusieurs de nos amis et moi, nous n’avons jamais pu entendre cet endroit. Nous ne voyons pas quelle distinction on peut faire entre la force intérieure et la force extérieure. Nous ne voyons pas non plus comment on pourroit les unir, ni comment l’une pourroit être combinée avec la magistrature sans être séparée de l’autre, si on suppose qu’elles sont distinctes, ni comment cette combinaison pourroit se faire sans que cette force fut dépendante du magistrat. Le con immediata podestà jette encore sur tout cet endroit une obscurité que nous n’avons pas pû debrouiller. J’ai hazardé de l’expliquer en quelque sorte par la maniere dont je l’ai traduit, vous me dirés si j’ai réussi.

Le chapitre de’ processi e prescrizione est encore fort difficile à bien entendre, et je crains bien d’y avoir fait quelques contresens.

Dans le chapitre 38, interrogazioni suggestive, deposizioni, j’ai été arrêté à la page cent douze vers la fin, à l’endroit où vous dites que les formes ne peuvent pas être fixées par la loix de manière qu’elles nuisent à la vérité qui, pour être trop simple ou trop difficile à saisir, a besoin de quelque pompe extérieure qui lui concilie le respect d’un peuple ignorant. Il semble que ce besoin que la vérité a d’une pompe extérieure est l’apologie même des formes que vous condamnés dans cet endroit. J’ai fait une transposition qui rend à ce qu’il me paroît ce passage plus clair, mais cette transposition est dans l’errata.

Au chapitre 39, à la fin, je n’ai pas entendu la liaison de la derniere phrase questa è la cagione etc. avec ce qui précède, et je me suis cru obligé de la retrancher dans ma traduction. C’est le seul attentat de cette espèce que j’aie à me reprocher.

J’avois d’abord voulu répandre des notes en divers endroits pour développer votre pensée. Vos idées sont quelquefois si hautes que le lecteur les perd de vue. D’autres fois l’expression en est fine et détournée à dessein pour ne pas donner prises aux hommes à préjugés. Enfin, ailleurs l’obscurité est un défaut (je dis sans scrupule et sans inquiétude mon jugement à un homme tel que vous). Dans tous ces cas j’ai cru qu’il falloit s’abstenir de vous expliquer. Votre ouvrage est un texte qui ne manquera pas de commentaires, mais il n’est pas encore tems d’en donner. Un ouvrage fait pour faire ecrire et penser doit être d’abord fort court parceque tout le monde le lit; ensuite, parcequ’on l’a lu, on lit encore les ouvrages qui y sont relatifs, les developpemens, les défenses; la philosophie y gagne et la lumiere se repand.

J’aurois bien d’autres observations à vous communiquer sur le fond même de l’ouvrage. J’en ai un grand nombre qui sont le résultat de mes réflexions, et d’autres qui m’ont été fournies par des personnes en place, par des hommes de lettres et par des gens instruits de tous les états. On m’en promet encore d’autres. Je les recueillerai toutes avec soin et je vous les enverrai.

J’attens quelque occasion favorable pour vous faire parvenir quelques petits ouvrages que je me flatte que vous trouverés dignes de votre traducteur, parceque l’objet en est utile. Je vais vous en donner d’avance une petite notice.

Réflexions sur les avantages de la fabrication des toiles peintes en France: c’est un petit ouvrage, que j’ai fait avant mon voyage d’Italie, qui a contribué et même déterminé notre ministere à permettre chez nous ce genre d’industrie.

Manuel des inquisiteurs: c’est l’extrait d’un ouvrage curieux intitulé Directorium inquisitorum, où j’ai rassemblé ce que cet ouvrage ancien et original contient de plus frappant sur la procedure de l’inquisition. Vous trouverés, je pense, que c’est un tableau de cet établissement infernal très propre à en inspirer l’horreur. Il n’y a pas un mot de moi, excepté les préfaces. Je ne suis que traducteur, et traducteur fidele. J’ai rendu, je crois, avec atrocité des choses atroces. J’ai fait cet abregé à Rome pendant le conclave. Je ne l’ai imprimé que trois ans après. Il doit vous intéresser, parcequ’il renferme les formes pratiquées par un tribunal dont la jurisprudence a influé très fortement sur la législation criminelle de beaucoup de nations.

Je suis faché de ne pouvoir pas vous envoyer un autre petit ouvrage sur la tolérance, que j’ai imprimé en 1757 et qui est intitulé Petit écrit sur une matiere intéressante. Je n’en ai jamais pû recouvrer un. Mais je veux toujours me faire un mérite auprès de vous de m’être occupé à plusieurs reprises de cet objet si intéressant pour l’humanité.

Memoire des fabriquans de Lorraine et de Bar: c’est un memoire que j’ai fait par ordre du ministere pour la province de Lorraine, relativement à la suppression projettée en France de toutes les douanes intérieures. Vous savés quelles entraves mettent au commerce ces loix, ces genes continuelles, restes barbares du gouvernement féodal.

Lettre sur la liberté du commerce des grains: c’est une petite brochure, la derniere qui ait parue avant que notre ministere ait rendu la liberté à cette partie essentielle de notre commerce. Elle a produit quelque effet, parcequ’elle a servi à detruire une objection tirée de l’exemple de votre Italie qui frappoit beaucoup de gens du Conseil.

Réflexions sur les prejugés qui s’opposent à l’établissement et aux progrès de l’inoculation: c’est la traduction d’un ouvrage de mon ami monsieur Gatti, medecin italien que vous devés connoître. Je vous prie de le lire et de m’en dire votre avis, qui sera infiniment flatteur pour monsieur Gatti. L’auteur est un homme de beaucoup d’esprit et un excellent homme: à ces deux titres là j’ai pour lui la plus grande estime et la plus tendre amitié. Vous voyés que j’aime et les ouvrages et les hommes de votre nation, et que j’avois déjà fait mon apprentissage du metier de traducteur de l’italien avant d’avoir traduit le votre.

Observation sur une dénonciation etc.: c’est une défense de la Gazette litteraire, ouvrage périodique que vous connoissés sans doute, contre les ennemis de la Philosophie, qui l’avoient attaquée aussi indécemment que foiblement. J’ai cru qu’indépendamment de l’intérêt qu’on pouvoit mettre à défendre un ouvrage utile, il étoit bon de montrer dans tout son jour par cet exemple jusqu’où une espèce de gens pousseroient l’intolérance si on les laissoit faire. Cet objet m’a paru assés intéressant pour me déterminer à une discussion polémique. J’ai taché de la rendre générale, et vous y reconnoîtrés, je crois, deux sentimens dont vous êtes bien pénétré, la haine de l’intolérance et l’amour de la liberté.

Je ne vous parle pas de quelques autres petites brochures polémiques que j’ai faites en 1760, et qui seroient peu intéressantes pour vous parceque vous êtes trop éloigné du champ de bataille. Je vous dirai seulement qu’elles sont dirigées à un but honnête, à l’établissement de la tolerance et de la liberté des lettres, et à la défense de la Philosophie dans un moment où elle étoit attaquée avec la plus grande violence.

Pour achever de vous donner une idée de mes occupations littéraires jusqu’à présent, je dois vous dire que j’ai travaillé à l’Encyclopedie, où j’ai donné plusieurs articles de theologie et de métaphisique, dont les principaux sont Foi, Fils de Dieu, Fatalité, Figure, Gomaristes etc. J’aurois volontiers continué ce travail, quoi que les persecutions que cet ouvrage a essuiées fussent bien capables d’en dégouter, si je n’en avois pas moi-même entrepris un infiniment considérable et qui demande un homme tout entier. J’ai entrepris tout seul, avec l’agrément et les encouragemens du Ministere, un nouveau Dictionnaire de commerce, c’est à dire cinq ou six volumes in-folio. Vous allés prendre une bien mauvaise opinion de moi sur cette annonce. Vous pourrés dire avec les anciens qu’un gros livre est un gros mal, et avec un de nos poetes que

Le Dieu du goût et du génie
a rarement eu la manie
des honneurs de l’in-folio.

Personne n’est plus en droit de juger de la sorte que vous, qui avés condense la matière d’un très grand et bel ouvrage en 150 pages, pleines de substance, de sens, d’idées neuves et fortes. Mais à cela je reponds que comme, selon Saint Paul, posuit Deus in ecclesia alios doctores, alios prophetas etc., il faut aussi dans la république des lettres des faiseurs d’in-folio, et le sort est tombé sur moi. Je suis un de ces hommes dont Scaliger disoit: Quos Jupiter oderit, hos facit lexicographos. Mais voici une apologie qui vous paroîtra meilleure encore: l’objet de cet ouvrage est utile et important en lui même; et quand je n’aurois que suivi la route que d’autres faiseurs de dictionnaires de commerce ont parcourüe avant moi, quand je n’aurois comme eux recueilli que des faits, j’aurois toujours rendu quelque service à la société. Mais je me suis proposé un but plus noble. J’ai principalement en vue de combattre ces préjugés destructeurs qui separent les nations les unes des autres, qui les empêchent de s’aider mutuellement à multiplier leurs jouissances et leur bonheur; ces loix prohibitives, ces obstacles à la communication libre des peuples entre eux, qui établissent une guerre sourde continuelle au sein de la paix entre des peuples qui s’appellent policés, et qui, conservant toujours des semences d’inimitié et de division, comme un feu caché sous la cendre allument périodiquement ces incendies qui desolent l’Europe.

Voila le motif qui m’a déterminé à sacrifier dix ou peutêtre quinze années de ma vie à un travail pénible et assidu. Je n’en dois pas oublier un autre: c’est que ce travail me procurera un jour la petite aisance dont j’ai besoin pour vivre avec quelque agrément. Mais je suis en droit d’assurer que cette considération n’est pas celle qui m’a determiné, parceque je pouvois arriver au même but par des routes plus agréables. Ainsi je dois avoir auprès de vous le mérite de travailler veritablement pour le bien des hommes; chimere, si l’on veut, mais chimere douce, et dont vous n’êtes pas homme à me détromper, vous qui en êtes dupe autant et plus que personne. Je me jette insensiblement dans une grande et belle question de la perfectibilité de l’espèce humaine, que vous devriés bien examiner un jour, et sur la quelle vous pourriés repandre cette métaphisique profonde et surtout cette sensibilité tendre dont votre ouvrage est rempli.

Tous ces détails que je vous fais de ce qui me regarde ont l’air de la prétention sans en être réellement. J’ai dû vous donner une petite notice des petits ouvrages que je vous envoye, afin que vous en ayés au moins quelque idée, si vos occupations, ou le peu d’importance relative dont quelques uns seront pour vous, ne vous permettent pas de les lire. Il est d’ailleurs tout simple que je vous fasse connoître votre traducteur, au quel je pense que vous devés mettre quelque intérêt. Je suis bien aise que vous preniés de moi une opinion favorable, en voyant que j’ai toujours été occupé d’objets utiles, et que j’étois digne d’entreprendre la traduction de votre ouvrage précisément parceque vous y plaidés la cause la plus interessante de l’humanité. Enfin j’ai voulu vous donner une bonne idée de votre traducteur afin que vous me pardonassiés plus facilement la liberté que j’ai prise de faire quelques changemens dans l’ordre de votre ouvrage. Je finirai ici cette lettre qui est déjà trop longue, quelques affaires pressantes m’arrachant au plaisir de m’entretenir avec vous. J’attens votre reponse avec la plus grande impatience. Je vous prie de l’adresser à Geneve. Je pense que c’est la route la plus courte. Il vous sera facile d’y trouver un correspondant qui les adressera à Monsieur De Trudaine de Montigny, intendant des Finances, rue des Vieilles Andriettes à Paris. Il faut que ce soit là l’adresse d’une enveloppe extérieure. En dedans, sur une autre enveloppe, ou tout simplement à la tête de votre lettre, je vous prie de mettre: pour l’auteur du dictionnaire de commerce. Si vous n’avés pas de correspondant à Geneve, vous n’avés qu’à adresser votre premiere lettre a monsieur Cramer, libraire à Geneve, qui la fera passer à monsieur De Montigny dont il est connu. Avec ces precautions vos lettres me parviendront surement.

Si vous aviés quelque ami qui vint à Paris, vous pourriés alors m’adresser votre lettre à monsieur l’abbé Morellet, licencié en theologie, de la maison et société de Sorbonne, rue Colbert à Paris. Mais hors de ce cas, il faut toujours prendre la premiere voie, parceque j’ai déjà éprouvé l’inexactitude des postes de Milan à Paris dans le carteggio que j’ai eu avec monsieur le comte Firmiani, monsieur Carpani et monsieur Baliotti de votre ville. J’attens avec impatience l’occasion de quelque voyageur qui veuille bien se charger d’un certain nombre d’exemplaires de ma traduction que je voudrois vous envoier, et des petits ouvrages que je vous ai annoncés et dont j’ai fait un paquet. Je comptois pouvoir profiter du retour d’un cavalier milanois qui a vu monsieur Gatti, mais nous n’avons pas pû le retrouver.

Je finis, monsieur, cette longue lettre en vous priant de me regarder comme un de vos plus grands admirateurs et comme un des hommes qui desire le plus vivement d’avoir quelque part dans votre estime et dans votre amitié. Je serois bien affligé de penser que je ne pourrois pas un jour vous le dire à vous même. Je suis bien impatient de recevoir de vos nouvelles, de savoir votre jugement sur ma traduction, d’apprendre si vous continués de marcher dans la belle carriere que vous vous êtes ouverte, et de vous occuper du bien de l’humanité. C’est dans ces sentimens de respect, d’estime et d’amitié que j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

L’abbé Morellet

Le 3 janvier 1766, à Paris

Je vous demande pardon d’avoir fait transcrire ma lettre par mon copiste, mais elle etoit si barbouillée que je n’ai pas pu vous l’envoyer comme je l’avois ecrite, et si longue qu’elle m’eut couté trop de temps à transcrire. Je ne vous envoye qu’un exemplaire, parceque je crains de vous occasionner des frais. Je vous en ferai passer d’autres, avec les livres que je vous ai annoncés, par la premiere occasion. Je vous prie de me procurer l’ouvrage du moine et de me faire savoir son nom.

 

Monsieur l’abbé Morellet me permet, monsieur, et me prie même d’ajouter quelques mots à sa lettre. Sa traduction est trés bien écrite, et ne fera, je crois, rien perdre à votre ouvrage. Les raisons d’aprés les quelles il s’est determiné à quelques transpositions m’ont paru bien fondées, et dignes d’etre approuvées par un ecrivain aussi superieur que vous l’êtes. La lecture de la traduction a renouvellé et augmenté, s’il etoit possible, le plaisir que m’a fait l’original. Je desirerois seulement, pour rendre l’ouvrage plus utile en lui procurant plus de lecteurs, qu’on en retranchât à une seconde édition toutes les expressions geometriques et scientifiques, aux quelles on en pourra substituer de simples et de vulgaires. En metaphysique, et surtout en morale, il faut, ce me semble, s’ecarter le moins que faire se peut de la langue commune, parceque dans ces ouvrages on parle au genre humain, et qu’on ne sauroit lui parler trop clairement de ce qui l’interesse si fort. Voilà, monsieur, ce que ma profonde estime pour vous et pour votre ouvrage me permet de vous dire. Votre traducteur est digne à tous égards de vous et de votre amitié. Quant à moi, monsieur, vous connoissez mes sentimens, et je vous prie d’etre persuadé qu’ils ne finiront qu’avec ma vie. Puissiez vous cultiver longtemps vos heureux talens, pour votre gloire et pour le bien de l’humanité et de la raison, qui meritent bien d’avoir un defenseur tel que vous. Je suis avec tout le respect et l’attachement possible, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

d’Alembert

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 4 gennaio 1766)
Ce 4me 1766

Chers amis,

Montesquieu dans son ouvrage sur la grandeur et decadence des Romains à montré qu’il ne savait pas l’histoire romaine. Son Esprit des loix n’est qu’une mauvaise compilation de ce que les anciens ont dit. Rousseau est infiniment estimé, mais plusieurs fois il ne sait ce qu’il dit: il est plein d’un fol enthousiasme qui ne cache que des choses très-communes. Voltaire est un sot, un faussaire, et on n’a lu que son Optimisme. La poesie française est piatte et detestable. La langue latine est la grande science; le peu de compte qu’on en fait en France est ce qui a plongé cette nation dans l’ignorance; les Anglais ne se soutiennent que parcequ’ils la cultivent, et on doit attribuer à la meme cause la decadence du pouvoir du Pape, et par consequent de l’Eglise. Le Roi d’Angleterre qui vient de mourir à Rome, et son fils le Prince de Galles qu’on y attend, ont beaucoup de correspondances en Angleterre, et donnent à penser à la maison regnante qui craint toujours que la France et le Pape ne la depouillent pour lui substituer le Prince de Galles; d’autant plus que l’Angleterre est tout-à-fait ruinée par les dettes nationales, quoiqu’elle ne doive qu’à soi-même. Les eveques de la France réunis forment un parti qui l’emportera infailliblement sur les parlemens, qui sont des jansenistes. On a depensé quelque dixaines de milliers de pistoles pour acheter du beau bled en Sicile, et en faire un pain detestable, et les autres provinces de l’Etat vendront une grosse quantité de leur bled superflu, qu’on n’a pas voulu acheter parceque les particuliers sujets du Pape en demandaient plus que les Siciliens.

On depense un demi sequin pour voir le premier opera, quoique l’on puisse y aller après pour trois pauls, et ce n’est qu’à la premiere représantation qu’on va en foule. Les Français ont gaté les sciences qui ne peuvent fleurir qu’en Italie.

Condillac est un nom barbare inconnu. N. N. N. etc. sont des hommes d’un grand esprit, et ceux qui soutiennent les opinions ci-dessus rapportées, sont des savans qu’on estime universellement, d’autant plus qu’ils ont toujours Ciceron à la bouche; et je commence à présent à detester Ciceron, depuis que je l’entends prôner si haut.

Supradictas propositiones me audiente, tacente, fremente prolatas, et honorifice semper receptas, testor Ego Infrascriptus De Academia Pugnorum Mediolani Notarius.

Point de pays où l’on se croie si dégagé des tous les préjugés qu’ici. À les entendre, ce sont autant d’incredules; mais ce n’est pas leur vice que l’incredulité. Ce n’est certainement pas de ce coté-là qu’ils pechent.

Puisque tu n’as pas jugé de m’informer de la maladie de la marquesine tandis qu’elle était en peril, Visconti du moins ou Calderara devait y suppléer. Lecchi vient de m’en donner le detail. À V[erri] et Al[exandre] mille complimens.

  1. Vincenz Bernhard Tscharner de Bellevue a Beccaria (Berna, 7 gennaio 1766)
Monsieur,

il a falu quelque tems pour donner part à mes amis dans diverses villes de la Suisse de la lettre par laquelle vous vous declarés l’autheur de l’excellent traité sur les délits et les peines. Cette nouvelle leur a fait à tous un trés sensible plaisir; il est bien satisfaisant pour tous les gens de bien de voir la cause des hommes plaidée par des citoyens de votre rang. Il ne faut pas douter que les vérités hardies avancées dans votre ouvrage avec une précision si éloquente n’irrite l’ordre puissant de ceux qui exercent l’empire dans la société civile; mais vous avés trop bien mérité du genre humain pour ne pas vous etre assuré la douce recompense d’une aprobation et d’une reconnoissance universelle. Monsieur Schweizer, quartiermaître du Regiment Tscharner au Service du Roi de Sardaigne, est chargé de vous faire remettre la médaille que mes amis et moi nous vous ofrons, monsieur, en témoignage de notre admiration et de notre estime. Monsieur Fellenberg, professeur en droit dans notre Academie, souhaite de lier correspondance avec vous; il est informé que vous avés donné au public d’autres ouvrages encore et il est fort impatient de les connoitre; c’est un excellent citoyen qui m’honore d’une amitié particulière. J’ai vu entre les mains d’un françois un exemplaire de la traduction faite à Paris de votre traité sur les délits, par monsieur l’abbé Morlay, homme de beaucoup de génie, duquel on nous annonce un ouvrage interessant sur les finances, et qui a une pension de la Cour pour travailler à un nouveau dictionaire de commerce. Dans la traduction on a changé l’ordre des chapitres; mais on peut vous féliciter d’avoir un pareil traducteur. J’attends avec impatience les exemplaires que vous avés la bonté de me promettre de votre nouvelle édition. Monsieur Galeazi, correspondant de la Société typographique de cette ville, pourra vous indiquer la voie pour les faire parvenir à mon adresse. Agreés mes ofres de service et les assurances de la considération distinguée avec laquelle j’ai l’honneur d’etre, monsieur, votre trés humble, trés obeissant serviteur

B. Tscharner de Bellevue
membre du Conseil Souverain

Berne, 7e janvier 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 8 gennaio 1766)
Chers amis,

tu sais que je n’ai porté avec moi aucun exemplaire Dei delitti e pene, parceque tu m’avais promis de m’en faire tenir un aussitot après qu’on aurait achevé la nouvelle edition. Souviens-toi donc d’en donner l’ordre à l’imprimeur, qui ne devrait pas me l’envoyer par la poste, mais par quelqu’autre occasion qui se presentera. Pour trouver mon logis, on n’a qu’à venir dans la maison contigue à l’eglise de la Maddalena, du coté de l’eglise degli Orfanelli, et chercher l’habitation du curiale Cherubini chez qui je loge.

Un de ces jours je vis le chevalier Magdonnal, jeune seigneur écossais d’un grand merite, qui passera le carnaval à Naples, et après s’arretera ici quelques mois. Il parle l’italien tout aussi bien qu’un Romain, quoiqu’il ne fasse que venir en Italie. Dans le tems qu’il s’est arreté à Paris, il y a connu tous les savans les plus respectables, entr’autres le duc de Nivernois. Il a lû tous nos auteurs qui en valaient la peine, et notre discours sur cet article-là tomba par une pente invincible sur ton ouvrage, dont je lui demandai son sentiment. Il hesita de me satisfaire là-dessus; apparemment que mon exterieur le retenait. Mais comme il apprit que j’étais de tes amis, il m’en parla avec une admiration et un enthousiasme qui me charma: «c’est le plus grand ouvrage qu’on ait vû en Italie depuis plus d’un siecle», me dit-il. «Je brule d’envie d’en connaitre le respectable auteur, et monsieur de Condillac s’est chargé de me procurer cette connaissance, que tout voyageur instruit doit rechercher; et puisque vous étes de ses amis, je vous prie de lui marquer mon impatience de le voir et de m’entretenir avec lui». Il me demanda des nouvelles de V[erri], qu’il estime de reputation et qu’il desire aussi de connaitre.

Mes amis, il y a des momens bien cruels pour moi; ce sont ceux où ma memoire vous me rapelle. Alors une tristesse mortelle s’empare de mon ame agitée, un profond ennui me degoute de ce maudit pays, et je prends aussitot la resolution de venir vous embrasser, et couler mes jours tranquilles dans le sein de l’amitié pour ne m’en separer à jamais. Vos exhortations me retiennent d’executer la determination que mon coeur m’a dictée; mais qu’il est dur de vous avoir connu, d’en avoir été aimé, et d’en vivre eloigné! Si jamais je reviens à vous, non, rien ne m’en detachera plus; j’ai senti dans toute son étendue le prix de votre amitié et la grandeur de la perte que j’ai faite. Aimez-moi toujours; plaignez cet infortuné, qui entrainé par un sombre tourbillon souffre une trop longue peine d’une faute irreparable. Ah, mes chers V[erri], A[lexandre], B[eccaria], V[isconti], adorables amis! Je vous vois chaque jour gouter les plaisirs delicieux de l’amitié; vos entretiens, vos connaissances, votre coeur ne m’est que trop souvent rapellé à la memoire par les entretiens pesans qu’il me faut endurer ici.

Il s’est formé ces jours passés une societé assez drole, qui a entrepris de courrir la ville de nuit pour donner de coups de baton à tous ceux qui ont le malheur de se trouver sous leurs pas. Aucun n’en est exempt, et ces fripons ont poussé leur effronterie jusqu’à arreter des carrosses et en abatre le cocher. Le projet est un peu choquant pour les étrangers qui viennent ici depenser leur argent, et ne s’attendent pas à un traitement pareil dans la capitale du monde.

Je viens de passer plus de trois heures avec le chevalier Macdonal. Le duc de la Rochefoucault s’y trouva. Il ne se peut pas trouver un jeune homme plus aimable et plus instruit que le premier, quoique le duc soit très-estimable. Il merite d’étre connu de vous, B[eccaria] et V[erri] etc., et je suis sûr que vous en porterez le même jugement que moi. Quoique je ne comptasse pas de vous depecher cette lettre dans aujourd’hui, mon empressement à vous marquer une nouvelle interessante m’y porte. Tandis que j’y étais, il reçut une lettre du duc de Nivernois, dans laquelle 1° il lui marque que le docteur Gatti, celui qui y preche l’inoculation, est très-bien accueilli dans Paris, et que sa reputation, loin d’avoir reçu aucun échec, est plus brillante que jamais; 2° vous devez savoir que quoique David Hume ne soit pas de ces admirateurs enthousiastes de J. J. Rousseau, il lui avait offert au commencement de ses revers la moitié de sa maison et de ses biens; ce que R[ousseau] n’a pas accepté, à cause, disait-il, qu’il ne saurait vivre dans un pays dont il ne sait point la langue. À present Hume part bientot de Paris, va en Écosse y arranger un asile honnete et aisé à Rousseau, et en reviendra après à Paris. N’est-ce pas un trait qui fait un honneur infini à la philosophie autant qu’au philosophe? J’ai eté charmé de cette nouvelle-là, et vous en serez affectés de même.

Addieu. Macdonal me parla au long de vous, me loua beaucoup la defense de votre ouvrage faite par V[erri]. Il les avait magnifiquement reliés sur sa table, il en a donné une copie à Voltaire, qui ne connaissait pas encore cet ouvrage. Je vous prie de communiquer cette lettre à madame la comtesse Som[aglia].

Ce 8me.

  1. Girolamo Francesco Cristiani ai redattori del «Caffè» (Brescia, 12 gennaio 1766)
Non fu a mala pena, o chiarissimi signori, uscito, per così dire, alla luce un mio opuscolo filosofico intorno all’Utilità ed alla dilettazione de’ modelli, che dimostrossi desideroso di comparire anch’esso nella schiera delle novelle letterarie del celebratissimo vostro Caffè. Ma credi tu forse (io mi feci come a dirgli) che in codesto Caffè si prenda indistintamente per mano ogni sorta di materie, come accade per lo più ne’ caffè, che oggimai di ridotto servono ad ogni sorta di persone? O forse credi tu che anche in questo Caffè, ad imitazione degli altri, si prenda il fumo per la luce, l’ombra pel corpo, ed altrettali cose, rompendo più che mai braccia e gambe sì all’esperienza che alla verità ed alla ragione? No signore; io sono tanto lungi (parve propiamente che e’ mi rispondesse) dal credere sì fatte cose che nulla più. Io so bene che nel Caffè, di cui fassi ora parola, v’ha e novità e sceltezza di materie, e tutt’in una volta un’estensione di mire poco comune ed una gran giustezza ne’ giudizi, e finalmente tutto ciò che il buon senso ha di più sublime e di più consolante. Per questo appunto (continuò qui il libricciuolo a farmi risuonare in certo modo all’orecchio) io sentomi così sospinto ad essere, qualunque io mi sia, disaminato e discusso in uno de’ suoi trattenimenti, amando meglio di vedere uno specchio che mi dimostri la verità, che un ritratto, dirò così, che m’ingentilisca e mi aduli. Ecco adunque senza più, o miei signori, che in grazia d’una cotale prevenzione io lascio di buon grado che quest’opuscolo si porti innanti a voi; certo essendo che voi gli farete una buona accoglienza, sennon per altro, almeno per la bella ed onorata cagione delle sue mosse a cotesta parte.

Io sono quindi, coi più vivi sentimenti di vera stima e d’obbligazione, di Vostre Signorie illustrissime devotissimo obbligatissimo servidore

Girol.o Fran.co Cristiani
Cap.no Ing.re Veneto

Brescia, agli 12 del 1766

  1. Bartolomeo Secco Suardo a Beccaria (Bergamo, 13 gennaio 1766)
Bergamo, 13 del 1766

Amico carissimo,

il conte Loccatelli de’ Lanzi cavalier nostro è l’autor delle Lettere moscovite, ma egli si duole che le abbia l’editore sfigurate. Di tali lettere pochissimo o nulla mi arricordo; e non posso rissovenirmi se l’autor dica la cagione per cui fu arrestato. Venendo di Francia andava egli a ritrovare ad Astracan il principe d’Assia Hombourg. La Corte di Pietroburgo tenea lontano questo signore sospetto d’intelligenza e di promessa fede alla principessa Elisabetta, che principalmente per opera di lui vien detto sia stata inalzata al trono. Ad un comandante, cui aveva esibiti suoi passaporti sotto finto nome, svelò chi egli era, la direzione ed il motivo del viaggio suo. Ritrovate voi strano che il comandante lo arrestasse, che lo inviasse a Pietroburgo, che il governo lo ritenesse per venire in chiaro se il viaggio suo fosse diretto a perturbare la quiete dello Stato? A raggione fu guardato a vista, e se ha sofferto delle austerità, è ciò che accade a persone sconosciute e sospette anche ne’ paesi più colti e meno dispotici. Fu alla fine il conte Loccatelli congedato; e se nel passaporto gli fu interdetta la Moscovia, non mi sorprende, essendo sempre persona dubbia quella che cambia nome. De’ Moscoviti, delle forze di quell’impero e della sua debole interna costituzione ha egli in apresso scritta una lettera, quale manuscritta dall’originale vi trasmetterò a prima occasione, pregandovi di rimandarmela.

Passò il conte Loccatelli in Ispagna dappoi, ove dal ministro conte Patigno ebbe secrete, non iscritte comissioni per Costantinopoli. Ivi sotto nome di general d’Asti servì al principe Ragozzi, cambiando nome la seconda volta per isbaglio de’ Turchi, che scrissero d’Asti, in vece di Lanzi; ebbe pensione dalla Corte e frequenti regali dal Visir. Egli dice avere introdotto e condotto a fine il trattato di Napoli colla Porta, del qual trattato Finocchietti è stato rimunerato. Colle navi napolitane ritornò in Italia, regalò il Re di Napoli e la Corte, passò a Roma, sperò col mezzo del Cardinal Portocarrero d’essere ricompensato da Spagna, venne a Venezia e fu inviato segreto al congresso d’Aquisgrana; si è qui in fine ridotto già vecchio. Voi facilmente lo vedrete venendo qui la prossima primavera, come il principe Trivulzi mi fa sperare ed io desidero. Parvi che vi abbia scritto come amico ad amico? Della mia lettera usate come tale.

Doppo avere scritto fin qui, gionge il conte Loccatelli, che m’incarica ringraziarvi assaissimo delle parole che Volpi libraio gli ha fatte per vostra parte, e vi prega non giudicar di lui per le Lettere moscovite. Egli mi asserisce però verissima la storia sua; e quanto ha scritto della nazione o esser vero o tale averlo giudicato.

La distanza e l’uso diverso dell’ore fanno che io veda rare volte Astori. Gli ho però scritto un viglietto per isviluppare se sia o non sia stampata quella tal lettera di d’Alembert. Non ne ho avuto risposta: o mi scriverà o lo vedrò, e voi ne sarete avvertito. Mi sarà poi sommamente caro il detaglio promessomi.

Vi felicito per lo ristabilimento in salute della signora marchesa vostra. Ella è degna di voi, come voi di lei. La mia moglie e la mia figlia vi ringraziano vivamente della memoria che volete di loro avere, e fanno sì alla dama vostra che a voi mille rispettosi complimenti. Io mi vi raccomando per la continuazione della grazia vostra e del vostro affetto, e sono con tutto l’ossequio vostro divotissimo obbligatissimo servitore ed amico

Bart. Suardo

  1. Beccaria a Vincenz Bernhard Tscharner de Bellevue (Milano, 15-20 gennaio 1766)
Monsieur,

je vous demande mille pardons, monsieur, si j’ai differèe à repondre à la lettre que vous avez deignez m’escrir le 7 janvier. Une tres dangereuse maladie de ma femme, ce que j’ai soffert moy même, des affaires indispensables m’ont retardé le plaisir de temoigner ma reconnoissance aux expressions tres obligeantes dont vous m’honnorez. L’honneur signalé que vous et vos amis me font avec un temoignage aussi autantique de leur estime m’obblige à un societé aussi respectable que ecclairé par des liens particuliers et indissolubles. Aimer l’umanité, escrir en sa faveur, soutenir devant l’homme puissant le droit follée de ces freres abbattûes, ce seront le moyen de vous obliger, cittoien vertueux et livre, et de vous marquer ma reconnoissance, et de remplir les devoirs que vous m’avez imposé de me rendre digne de votre estime. Je vous prie, monsieur, avec tout l’ardeur, de m’escrir le nom des vos respectables amis et membres de la Societé, car ce me sera un plaisir de connoitre en quelque façon ceux qui m’ont honnorez aussi solemnellement des leur estime, et ce me sera un plaisir si chaqun d’eux degnera agréer une copie de la nouvelle edicion qui va bien tot sortir de mon ouvrage. Il y a peu des jours que j’ai reçu la traduction francoise de mon ouvrage avec une lettre tres belle et tres polie de monsieur l’abé Morellet traducteur, celui là même que vous m’avez indiquè, et dont vous m’avez felicité avec tant de justice. C’est un homme excellent, à ce qui me semble, pour le coeur et pour l’esprit. L’amour de la verité me fait avouer que les nouvelles ordres qu’il a donné à mon ouvrage est preferable à celui que j’ai donné moy même. Quoique d’autre ne soit pas du même avis, car vous savez qu’il y a quelque fois des hommes qui aime plus les ouvrages d’un auteur que l’auteur lui même. Je vous prie, monsieur, de remercier monsieur de Galembough de l’honneur qui veut bien me faire d’etre son corrispondent. Je vous prie de lui faire mes respects, et l’assurer de toute mon estime et toute mon amitiè, car sans le connoitre je lui dois tout ce sentiment s’il est votre amis. Je lui escrirois en lui envojand une copie de mon livre. Si vous degnerez quelque fois de me donner quelque ordre pour l’Italie, si vous permettrez de vous adresser quelques lettres, ce sera pour moy un surcroit de bonnheur, et une recompence des veritables sentiments d’estime, de reconnoissence et du plus respectueux attachement avec le quelle je suis.

  1. Francesco Calchi a Beccaria (Milano, 18 gennaio 1766)
Carissimo amico,

le presenti mie troppo moleste circostanze, in cui mi trovo per le disgrazie seguitemi nel scorso anno e del inaspetato incendio occorsomi in una casa di campagna sul principio del corrente gennaio, che fu ed è di notabilissimo danno, mi hanno messo in un instantaneo bisogno di denaro non solo per rimediare alle passate disgrazie, ma anche per tenermi in scorta di quanto possa abbisognarmi per le giornali indigenze; così vengo costretto con sommo mio spiacere ricorere a voi, affine procuriate fare ogni possibile di farmi avere, in conto di quanto voi ben sapete, quella maggior somma di denaro che vi sia fatibile, assicurandovi di avere, prima d’incomodarvi col presente, fatte tutte le più forti diligenze e calorose instanze per esigere in altre parti denaro anche in imprestito per non dare a voi tale disturbo; ma ogni diligenza fu senza frutto, né posso sperare se non doppo molto tempo di ottenere l’intento, onde prego voi con ogni calore e premura di compiacermi in una così urgente premura, mentre spero che non vi mancheranno amici che potranno farvi il piacere della sovenzione che più vi agrada, affine che anch’io possa rimediare in parte alle mie instantanee neccesità; e per dimostrarvi sempre più il mio affetto verso di voi e per non darvi gran incomodo, mi accontenterò ricevere anche tanta robba, di qualumque qualità sia, quale a voi possa essere superflua, perché fatta che sarà la stima possa io contraporre l’importo della medesima al vostro debito.

Mai mi sarei ardito incomodarvi se non mi trovassi spinto dalla grande premura, e mi protesto sempre pronto in servirvi in ogni occorenza in qualumque tempo possa io trovarmi in positura di servirvi, passate che siano per me le tanto critiche circonstanze presenti come spero, ed assicuratevi del affetto che vi ho sempre portato e che sempre conserverò e per voi e la marchesina, per la quale ho sentito sommo ramarico nei mesi scorsi nel sentirla gravemente indisposta senza potere compire al dover mio in nissuna maniera; ma godo che presentemente siasi ristabilita, e spero di presto vederla, subito sarò anch’io rimesso dalla mia indisposizione, che mi ha obligato a letto ben 15 giorni, non trovandomi ancor bene ristabilito. Speravo una vostra visita secondo mi avete fatto sperare tante volte, ma sinora non vi ho veduto; ma l’atribuisco alle vostre straordinarie filosofiche, storiche, matematiche occupazioni, quali spero che una volta termineranno, e potremo godersi assieme come nelli anni scorsi ecc. ecc.

Nul’altro per ora occorendomi, resto, pregandovi de’ miei più cordiali rispetti alla marchesina che sospiro vedere, e mi dico di voi, carissimo, obligatissimo ed affezionatissimo amico e servitore

Francesco Calchi

Da casa, li 18 gennaio 1766

  1. Beccaria ad André Morellet (Milano, 26 gennaio 1766)
Signore,

permettetemi, o signore, che io mi serva del cerimoniale usato nella vostra lingua come più facile, più spedito e più vero, e perciò più degno d’un filosofo come voi siete. Permettetemi ancora ch’io mi serva d’un copista, essendo la lettera che io ho scritta poco leggibile. La più profonda stima, la maggiore riconoscenza, la più viva amicizia sono tutti sentimenti eccittati dalla bellissima e gentilissima lettera che vi siete degnato di scrivermi. Non saprei esprimervi quanto io mi sono creduto onorato nel sentire la mia opera tradotta nella vostra lingua, che è la maestra dell’Europa e che è stata la mia col mezzo di tanti eccellenti libri, che hanno sviluppato nel mio animo sentimenti di umanità soffocati da otto anni di educazione fanatica e servile. Io rispettava il vostro nome per gli eccellenti articoli che vi appartengono nella immortale Enciclopedia, ed è stata per me una lusinghevolissima sorpresa il sapere che un grande ed illustre scrittore si degnasse di tradurre il mio libro. Io devo ringraziarvi, o signore, con tutto lo spirito del dono che mi avete fatto della vostra eccellente traduzione e della dilicatezza vostra nel soddisfare con tanta prontezza alla mia curiosità. Io l’ho letta con un indicibile piacere ed ho trovato che voi avete abbellito l’originale. Vi protesto con ogni sincerità che l’ordine che avete giudicato a proposito di dare all’opera è più naturale e perciò preferibile al mio, e mi rincresce che sia già quasi tutta compiuta la nuova edizione italiana, perché io mi sarei conformato in tutto, o quasi tutto, al vostro piano. Ottimamente avete fatto, o signore, ommettendo il Giudizio del professore, inserito dallo stampatore amico di lui, che è il dottor Soria, celebre in Italia, non avendo io potuto impedire tal intromissione, come parimente la risposta al frate, destinata solamente a garantirmi del turbine che mi minacciava. Io non vedo che l’opera mia abbia perduto della sua forza nel divenir francese, fuoriché nelle differenze essenziali tra una lingua e l’altra. La principale di queste differenze sembrami consistere nella maggior docilità e pieghevolezza della lingua italiana, e forse anche nella sua minor coltura, che la rendono suscettibile di tratti di cui sarebbe offesa una nazione più colta della nostra. L’obiezione fatta, che il cangiar l’ordine indebolirebbe l’opera, sembrami insusistente, perché la forza dello scrivere consiste nelle espressioni e nel condensamento delle idee, e non nella confusione di esse. L’altra obiezione intorno all’offendere l’amor proprio dell’autore originale non sussiste in generale, perché un libro dove si tratti della causa dell’umanità, pubblicato che sia, appartiene a tutto il mondo, come voi dite egreggiamente nella vostra non meno bella che pulitissima prefazione. Non sussiste poi in particolare, perché crederei d’aver fatti ben piccioli progressi nella filosofia del cuore, che io preferisco a quella dello spirito, s’io non avessi acquistato il coraggio di vedere la verità. Spero che la quinta edizione italiana che sta per sortire sarà presto esaurita, e vi assicuro che nella sesta io mi conformerò in tutto, o quasi tutto, al nuovo ordine, che rende più luminose, più chiare le verità poste nel mio libro. Io dico quasi tutto, perché in una sola ed avida lettura che ho fatto finora non posso decidermi con piena cognizione di causa sopra ogni dettaglio, come lo sono riguardo al tutto. L’impazienza che hanno gl’intimi miei amici di leggere la bellissima traduzione me l’ha fatta sortire dalle mani appena letta, e mi costringe di riserbare ad un’altra mia lo spiegarvi le mie oscurità. Nello scrivere l’opera mia ho avuto innanzi gli occhi Galileo, Machiavello e Gianone. Ho sentito scuotersi le catene della superstizione e gli urli del fanatismo soffocare i gemiti della verità. Ciò mi ha determinato e costretto ad essere oscuro e ad involgere in una sacra nebbia il lume del vero. Ho voluto essere difensore degli uomini senza esserne il martire. L’abitudine e la prevenzione di dover essere oscuro mi ha reso forse tale anche dove non era necessario. Aggiungete a questo l’inesperienza dello scrivere, non avendo io ora che ventott’anni di età e cinque di carierà letteraria.

Io non saprei esprimervi, o signore, con quanto piacere, con quanto giubilo vegga l’interesse che voi prendete alla mia persona, e quanto penetrino il mio animo le dimostrazioni della vostra stima verso di me, e ch’io non posso né accettar senza vanità, né rigettar senza farvi torto. Io sono poi confuso per le gentilissime espressioni che voi mi fate in nome di quei sommi filosofi che onorano l’umanità, l’Europa e la propria nazione. Alembert, Diderot, Helvetius, Buffon, Hume, nomi illustri e consolanti! Le vostre opere immortali formano la mia continua lettura. Facendo di esse l’esercizio del giorno e la meditazione della notte, com’era possibile scrivendo incensare l’errore potente ed avvilirsi fino a mentire in faccia alla posterità? Ciò che vi scrivo, o signore, non è né più né meno di quello ch’io sento, e mi trovo ricompensato oltre ogni mia aspettazione nel vedermi stimato da quegli che considero come miei maestri. Vi prego di fare a tutti in particolare i miei complimenti ed assicurarli ch’io nutro per loro quel vero rispetto con cui un animo sensibile onora la verità e la virtù. Vi prego di assicurare il signor barone di Holbac della somma mia venerazione, stima e riconoscenza, e del mio vivo desiderio che egli mi conosca degno della sua amicizia.

Voi e i vostri amici mi onorano troppo colla loro curiosità a mio riguardo. Io vi soddisfarò con ogni sincerità. Io sono primogenito di una famiglia benestante, ma tenuto ristretto da circostanze in parte necessarie e in parte meramente dipendenti dall’altrui volontà, ed ho un padre di cui devo rispettare la vecchiaia ed ancora i pregiudizi: io sono maritato a giovine dama sensibile e che ama di coltivare il suo spirito, e mi è toccata la rara felicità di far succedere all’amore la più tenera amicizia. La mia unica occupazione è di coltivare in pace la filosofia e di soddisfare nel medesimo tempo a tre vivissimi sentimenti, l’amore della gloria, quello della libertà e la sensibilità ai mali degli uomini oppressi dall’errore.

L’epoca della mia conversione alla filosofia fu cinque anni fa leggendo le Lettere persiane. Il secondo libro che abbia fatto…………………………………………………
qui acheva la révolution dans mon esprit est celui de monsieur Helvétius. C’est lui qui m’a poussé avec force dans le chemin de la vérité et qui a le premier réveillé mon attention sur l’aveuglement et les malheurs de l’humanité. Je dois à la lecture de L’esprit une grande partie de mes idées. Le sublime ouvrage de monsieur de Buffon m’a ouvert le sanctuaire de la nature. J’ai lu en dernier lieu le 12 e et le 13e tome in 4°, où j’ai admiré tout, principalement les deux vües sur la nature, qui m’ont transporté par l’éloquence philosophique avec la quelle elles sont écrites. Ce que j’ai pu lire jusqu’à présent de monsieur Diderot, c’est-à-dire ses ouvrages dramatiques, l’Interprétation de la nature et les articles de l’Encyclopédie, m’ont rèmpli d’idées et de chaleur. Quel excellent homme ce doit être! La métaphysique profonde de monsieur Hume, la vérité et la nouveauté de ses vües m’ont étonné, et éclairé mon esprit. J’ai lu depuis peu de tems les 18 volumes de son histoire avec un plaisir infini. J’y ai vu un politique, un philosophe et un historien du premier ordre. Que vous dirai-je, monsieur, des ouvrages philosophiques de monsieur Dalembert? Ils me montrent une chaine immense d’idées grandes et neuves, et j’y trouve l’élevation et le style d’un législateur. Sa préface de l’Encyclopédie et ses Elémens de philosophie sont des ouvrages classiques, et renferment les semences d’une infinité de recherches. Je sais assés de mathematiques pour être en état d’apprécier les grandes découvertes de cet homme célèbre, et pour le regarder comme le plus grand géomètre de ce siecle. J’ai puisé aussi beaucoup d’instruction dans les ouvrages de monsieur l’abbé de Condillac. Ce sont, à mon avis, des chefs d’oeuvres de précision, de clarté et de bonne métaphysique. J’ai eu en dernier lieu l’honneur de le connoître à Milan, et de me lier d’amitié avec lui. Je mene une vie tranquille et solitaire, si on peut appeller solitude une société choisie d’amis où l’esprit et le coeur sont en un mouvement continuel. Nous avons les mêmes études et les mêmes plaisirs. C’est là une ressource et ce qui m’empêche de me trouver comme en exil dans ma patrie.

Ce pays est encore enseveli sous les préjugés qu’y ont laissé ses anciens maîtres. Les milanois ne pardonnent pas à ceux qui voudroient les faire vivre dans le 18e siècle. Dans une capitale peuplée de 120 mille habitans, à peine y a-t-il vingt personnes qui aiment à s’instruire, et qui sacrifient à la vérité et à la vertu. Persuadé avec mes amis que les ouvrages périodiques sont un des meilleurs moyens pour engager les esprits incapables de toute application forte à se livrer à quelque lecture, nous faisons imprimer des feuilles à l’imitation du Spectateur, ouvrage qui a tant contribué à augmenter en Angleterre la culture de l’esprit et les progrès du bon sens. J’aurai l’honneur de vous en envoyer le recueil. Vous y trouverés du mauvais, du mediocre et du bon. Il y a de moi un essai sur les odeurs, un fragment sur le style, un discours sur les ouvrages périodiques, un autre sur les plaisirs de l’imagination, une traduction d’un morceau de monsieur de Montmaur sur l’analyse des jeux de hazard: toutes choses écrites avec la précipitation qu’on met aux ouvrages périodiques. Les morceaux du comte Veri sont marqués de la lettre P. Il est déjà connu de vous par son excellent petit Traité sur le bonheur. C’est un homme supérieur par les qualités du coeur et celles de l’esprit, et le plus cher de mes amis. Il me semble que je sens pour lui ce même anthousiasme d’amitié que Montagne avoit pour Etienne de la Boetie. C’est lui qui m’à encouragé à écrire, et c’est à lui que je dois de n’avoir pas jetté au feu le manuscrit De’ delitti, qu’il eut la complaisance de transcrire lui-même de sa main.

Les lettres ont perdu un penseur, mais la nation a acquis un excellent ministre dans la personne du comte Carli, connu par un ouvrage sur les monnoies, et qui vient d’être fait président d’un Conseil d’économie érigé nouvellement dans notre ville. Ce sera un ministre philosophe, et c’est tout dire.

……………………………

Perdonatemi, signore, questi detagli, ma voi avete scritto col cuore ed io similmente vi debbo rispondere. Gli altri intimi miei amici sono un fratello del conte Verri, anch’esso di un talento superiore, il marchese Longo, il conte Visconti, il signor Lambertenghi, il conte Secchi ecc. Tutti coltiviamo nel silenzio e nella solitudine la buona filosofia, ch’era qui disprezzata e temuta. Pensate, o signore, che i filosofi francesi hanno in questa America una colonia di veri discepoli, perché lo siamo della ragione. Pensate dunque con qual gratitudine e con qual piacere riceverò le vostre opere, che instruiscono e consolano l’umanità. Quanto io vi debbo, che voi abbiate tanto stimata la mia fatica fino ad interromperne una immensa ed interessante che vi siete addossato! Perdonatemi, o signore, gl’in-folio dei Morellet non possono essere come gli altri. La divina Enciclopedia è in-folio ed il Baccone che io posseggo è in-folio, e di simil tempra sarà la vostr’opera. Io vi rendo un milione di grazie per gli esemplari della traduzione che volete unire alle vostre opere. Voi mi confondete con tanta gentilezza; aggiungetene un’altra, cioè di risparmiarmi il rimorso di avervi cagionato delle spese a mio riguardo.

Io e i miei amici abbiamo una infinita stima dell’opera eccellentemente scritta e da voi tradotta del signor dottor Gatti, né l’avrei letta se il signor abate di Condillac non me l’avesse mandata. I libri francesi è per noi difficilissimo averli, almeno prontamente, e ciò mi ha privato del contento di ammirare le altre vostre produzioni. L’opera sudetta è ripiena di spirito filosofico, che sembra rarissimo ne’ libri di medicina.

Io volerei a Parigi per instruirmi, per ammirarvi, per esprimervi in voce ciò ch’io sento per voi, per monsieur d’Alembert e per i vostri illustri amici, se le dure mie circostanze me lo permettessero. Queste devono cambiarsi, ed il ritardo mi produrrà il bene di rendermi più degno del vostro commercio. Frattanto un vostro fratello deve passare a Milano? Spero che farà l’onore a me ed a’ miei amici di permettere che noi siamo quelli che procurino di rendergli il soggiorno di Milano meno disagradevole che sia possibile.

In tanto comandatemi, o signore, con filosofica libertà, e datemi la gloria di essere il vostro corrispondente in Italia. Lo stesso onore desidero da tutti quelli che mi avete nominati. I vostri sentimenti, quelli dei vostri amici, quelli del signor barone di Holbac producono in me una riconoscenza che non finirà che colla mia vita. Vi assicuro che le espressioni non adeguano ciò ch’io sento a vostro riguardo. Vi prego di ringraziare con tutta l’efficacia il signor Helvetius, Diderot, ed il signor di Buffon ed Hume e di Holbac, che mi onorano tanto particolarmente, e pregateli in mio nome di permettere ch’io loro invii degli esemplari della mia nuova edizione. Scrivo al signor d’Alembert. Finora non ho potuto penetrare dal conte di Firmian, occupatissimo, e che è in Milano son soli pochi giorni, ma non mancherò di subito far noti a questo eccellente ministro i vostri sentimenti. Egli ha accordata protezione al mio libro, ed a lui devo la mia tranquillità.

In un’altra mia spiegherovvi le oscurità del mio libro, oscurità colpevoli, perché io non ho scritto per non essere inteso dai sommi filosofi come voi. Vi prego instantemente e senza alcuna riserva di comunicarmi i vostri lumi e quelli dei saggi vostri amici, perché in una sesta edizione me ne approfitterò. Vi prego dei risultati delle vostre riflessioni con monsieur Diderot, desiderando sapere qual impressione io abbia fatta su quell’anima sublime. Manderovvi il libro del frate, che ha nome Vincenzo Facchinei di Corfù, monaco valombrosano, che ha creduto farsi merito verso la Republica di Venezia, che aveva proibito rigorosamente il mio libro credendolo parto di alcun suo suddito del partito contrario agl’inquisitori di Stato nelle ultime turbolenze. Manderovvi dunque il libello del frate, colla raccolta dei fogli e con un’altra mia operetta sulle monete, che quantunque sia un frutto immaturo di gioventù, io non devo dissimulare a un uomo come voi e che mi onora della sua amicizia. Finisco per potere quest’ordinario inviare la lettera, e per la quale vi supplico, o signore, di due righe di risposta, essendo impazientissimo di sapere se vi sian giunte queste mie espressioni di gran lunga però inferiori ai sentimenti ch’io nutro di rispetto, di riconoscenza e di amicizia, con cui ho l’onore di dichiararmi umilissimo, divotissimo ed obbligatissimo servitore

Cesare Beccaria

Milano, 26 gennaro 1766

P.S. Di nuovo vi chieggo perdono della confidenza e del copista di cui mi sono servito.

C’est chez madame la contesse della Somaglia, née Belgioioso, que j’ecris ce postscriptum. Dame remplie des plus excellentes qualitès de l’esprit et du coeur, pleine de vertu, de sensibilité, de connoisances. Vous devez l’avoir connue ici à Milan; et elle a fait une figure des plus brillantes à Paris dans les premieres annèes de son mariage.

Le pere Frisi, celebre mathematicien, me charge de vous faire ses complimens et il vous estime infiniment. Il est un de mes plus chers amis. Peut-etre ce printems il viendra à Paris. Qu’il est heureux de pouvoir le faire!

Je viens de savoir un trait de monsieur Hume en faveur de monsieur Rosseau, qui fait bien honneur à la philosophie et aux philosophes. Qu’il seroit doux de pouvoir l’imiter!

Hier au soir j’ai recù la nouvelle qu’on nous reimprime à Jverdon.

Pardonez, monsieur, mon grifonage et mon mauvais jargon français.

Je souhaite votre amitie et je tacherai de la meriter. Mes reflexions particulieres sur l’excellente traduction tarderont un peu, car entr’autres le comte de Firmian voudra incessamment admirer votre traduction, et je ne pourrais pas me dispenser de la lui preter, de sort que cela pourra retarder un peu le plaisir de vous convaincre en detail de ma docilitè. De nouveau je suis avec le plus grand attachement etc.

Bec.

  1. Albert Schweitzer a Beccaria (Torino, 30 gennaio 1766)
Monsieur,

ayant été chargé par notre Societé bernoise de chercher à decouvrir l’autheur anonyme du livre De’ delitti et delle pene, que j’ay lû avec une satisfaction inexprimable, je suis charmé que la Societé, dont j’ay l’honeur d’être un membre inutile, m’aye choisi pour vous adresser, monsieur, cy joint la medaille offerte dans les papiers publics.

Je souhaitte, monsieur, que cette marque d’estime et de consideration puisse vous faire autant de plaisir que la Societé a ressenti par la lecture de votre digne ouvrage, et vous encourage d’eclairer les hommes sur leurs veritables interêts.

Il ne me reste, monsieur, qu’à vous prier de m’accuser la reception de la medaille cy jointe et d’agréer l’estime parfaitte et la consideration distinguée avec laquelle j’ay l’honeur d’être, monsieur! votre trés humble et trés obeissant serviteur

A. Schweitzer
Cap.ne Lieut. et Quartierm.re du Regim. Suisse de Tscharner

Turin, ce 30e janvier 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, seconda metà di gennaio - primi di febbraio 1766)
Chers amis,

si les gazettes publiques ne m’instruisaient que Milan subsiste encore, j’en devrais douter, car c’est déja bien du tems que je ne reçois aucune lettre de mes amis. C’est donc à vous à reparer ce qui est passé, et à consoler de tems en tems un ami qui vous aime et estime plus que jamais.

J’ai fait connaissance avec les peres Jacquier et Le Seur, Minimes, qui sont appellés à Parme pour donner des leçons de physique à l’Infant duc. Ils sont fort estimables, et vous aurez bien du plaisir à les connaître de près quand ils rendront chez nous, ce qu’ils comptent de faire le plutot qu’ils pourront. Eux, Condillac, Macdonald, et tous les gens de merite que j’ai entendus, pensent comme moi de cette ville, dont tout le dehors ne saurait étre plus magnifique, plus somptueux, plus imposant, et dont le reste ne vaut pas le diable. Palais, eglises, places, obélisques, colonnes, tableaux, marbres, mosaïques, architecture, sculpture, livrées, femmes: tout est superbe à la vûe; mais tout ce qui est agrément de la vie, charmes de societé, élégance dans les meubles et leur commodité, tout cela est du dernier detestable. Commencez par les tables posées aux murs, par les tables de jeu, planchers, lits, siéges, portes, fenêtres, carosses, cuisine, pain, laitage: rien n’est comparable à ce qui est chez nous. Si l’on vivait uniquement par le sens de la vûe, ce serait le plus beau pays du monde; mais pour ceux qui ont reçu en naissant leurs cinq ou six sens, la place n’est pas tenable. En été il y a beaucoup de zanzare: croyez-vous qu’on soit arrivé à s’en garantir par ces voiles qui couvrent le lit? Non: je n’ai vû qu’un seul lit à pavillon; les autres sont à baldaquin, tels qu’on en usait chez nous il y a un siecle.

On vante la solidité, la noblesse, l’architecture des palais romains. Je dirais, moi, qu’on a trop voulu menager la place et en tirer le plus grand parti; je dirais que les rues sont autant de canaux fort étroits, vû l’elevation des batimens qui les bordent; je dirais que pour avoir un très mesquin étage de plus, les étages sont trop bas; que les cours sont étroites et sombres, qu’il n’y a que deux ou trois palais au plus où l’on voye des voutes; je dirais que ces escaliers à limaçon faits pour ménager le lieu marquent un épargne sordide et font tourner le tête à ceux qui y montent; sans meme dire qu’il n’y a qu’au milieu où l’on puisse monter et descendre commodément, car du coté du centre les gradins sont trop étroits, et vers la circonférence ils sont trop larges; je pourrais ajouter que ces escaliers forment au milieu un vuide qui ressemble à un puits et qui effraye la vûe. Si après cela on y trouve de la solidité, de la noblesse, de l’architecture, à la bonne heure; mais je choisirais pour mon logis une de nos maisons, plus commodes interieurement, moins tristes, au lieu de ces palais.

Une des dames les plus sages et plus savantes du pays me disait, il y a quelques jours: «En quoi consiste à la fin cette société en France si vantée, et la vôtre aussi en Lombardie? Tout tend à faire l’amour et à manger; se peut-il rien de plus pitoyable?». J’aurais pû lui faire sentir que ces deux fonctions-là sont la source, et source nécessaire, des autres agrémens de la societé; que, enfin, manger et f… sont les plus grands plaisirs de la vie; que… Non. C’aurait été peine perdue; car on doit mépriser hautement tout ce qui n’est pas romain. Aussi me rangeai-je de son avis, plus soigneux de sa protection que de son instruction.

À nous revoir. Embrassez tous mes amis.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria. Milano

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, primi di febbraio 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

potrei oggi mandarle il termine del libro, ma i fogli sono al negozio ed io scrivo in casa, nella convalescenza d’un leggero attacco di petto che fece dubitare a principio di cosa seria. Lunedì Le manderò col resto del libro anche il frontespizio e l’articolo della gazzetta di Berna, giusta le prescrizioni di Vostra Signoria illustrissima. In seguito poi Le spedirò per la solita via di Genova i soliti esemplari, con più quegli ch’ella desidera a parte. Non si discorra però di pagamento alcuno per questi, poiché lascerò che tutto si pretenda da me fuor che il rammarico e la vergogna di far pagare a Cesare quel che è di Cesare. Le spedirò parimente due copie Opere Algarotti per i due associati ch’Ella si è compiaciuta di procurarmi, e da Firenze Le farò spedire colla terza dozzina degli Uccelli altre due copie per gli altri due associati che pure a quest’opera ha favorito di procacciare. Ed è ben giusta che le premure e l’incomodi di Vostra Signoria illustrissima o d’altri per quest’effetto sieno gratuiti colla riconoscenza accostumata del X%.

Si attende adesso da Vostra Signoria illustrissima il nuovo parto de’ di Lei talenti. Tutto il mondo illuminato lo desidera, lo vuole. Potrei io frattanto fare incidere il rame per il frontespizio? Io direi ch’è forse bene, per avanzar tempo e dar tutto il commodo al nostro Lapi, che è un uomo ne’ suoi lavori altrettanto pigro e tardo quanto valente. In tal caso Vostra Signoria illustrissima potrà comunicarmene l’idea. Sono, col più profondo rispetto, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

  1. Luigi Eugenio di Württemberg a Beccaria (Losanna, 4 febbraio 1776)
À Lausanne, ce 4 fevrier 1766

Monsieur!

Je viens de lire votre excellent Traité des delits et des peines. Cette lecture a excité en mon coeur ce doux fremissement par lequel les ames sensibles répondent à la voix du défenseur de l’humanité, et c’est vous dire assez, ce me semble, qu’il m’a rempli d’amour et d’admiration pour son vertueux auteur.

J’ignore si la Providence me destine à conduire un jour mes semblables. Je ne le desire pas, parceque je suis egalement penetré de la grandeur de cette tache et de mon insuffisance. Je ne le desirerais pas meme, si je reunissais comme vous, monsieur, la superiorité du genie et des lumieres avec la capacité d’un coeur, qui embrasse l’humanité entiere dans la sphere de son amour et de son activité. Mais ce que je puis assurer, c’est que je ferai tous mes efforts, si je parviens jamais à ce poste difficile, pour abolir dans l’Etat qui sera confié à ma vigilance ces peines barbares qui font fremir la nature et que vous combatiés d’une maniere si victorieuse.

Je sais, monsieur, que ces promesses ne sont pas le premier tribut que vous ayés recu des mains des amis des hommes; mais je me flate, toutefois, quelques vagues qu’elles soyent, que vous daignerez les regarder aussi comme une reccompense touchante et digne de votre belle ame.

Veuille le ciel répandre sur votre glorieuse carriere toutes les douceurs que vous desirez verser sur la vie de vos semblables, et puissai-je etre assez heureux pour vous convaincre un jour du tendre interet que vous m’avez inspiré pour votre personne, sentiment bien sincere, que rien ne saurait egaler que la haute estime avec laquelle j’ai l’honneur d’etre, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

Louis Eugene Duc de Wirtemberg

  1. Johann Rudolf Tschiffeli a Beccaria (Berna, 6 febbraio 1766)
Monsieur,

j’ai l’honneur de vous transcrire ici mot pour mot l’ordre que je viens de recevoir de l’auteur illustre de la lettre incluse.

«Je viens de lire le Traitté des delits et des peines. Il a embrasé mon ame. Cet exellent livre sera desormais mon breviaire, et je vous avoue qu’il a fait sur moi une impression encor plus profonde que l’Esprit des loix. Il m’est impossible de resister au plaisir et à la satisfaction d’en remercier l’auteur, et j’ose en consequence vous prier de lui faire parvenir l’incluse».

Je sens, monsieur, bien vivement toutte la delicatesse de ce procede de Son Altesse. Sa bonté et sa prevention extrême pour moi cherche à me procurer la faveur de votre correspondance. La comission glorieuse dont elle m’honore doit me servir d’introducteur. Pour en profiter avec autant d’ardeur que de reconoissance, je n’ai d’autre titre, monsieur, que cette protection, mon amour sincere pour l’humanité et le respect le plus profond pour des ames telles que la votre. Ce sont ces sentiments qui m’ont attiré la bienveillance de ce prince, dont la hautte naissance, j’ose le dire, m’inspire bien moins de veneration que ses eminentes vertus. Revenu des egarements de sa jeunesse et du néant de la fausse gloire, il ne connoit au pied de la lettre d’autre plaisir que d’animer au bien et de rendre heureux touts ceux qui ont le bonheur de l’approcher. Par son exemple et par ses actions il fait plus de bien dans sa douce retraitte à Lausanne, que le commun des rois dans toute l’etendue de leur vaste domination.

Jugés, monsieur, d’après ce tableau bien au dessous de son original, à quel point un ouvrage qui ne respire qu’humanité et bienfaisance doit avoir touché cette ame sublime. J’en juge, moi, par les larmes delicieuses qu’il m’a fait repandre, et par le cris de joye universel de mes meilleurs concitoyens. Monsieur Tscharner a eté chargé de vous en temoigner, monsieur, leur gratitude dans les expressions les plus fortes et les plus energiques. J’y joins aujourd’hui la veneration particuliere avec la quelle j’ai l’honneur d’etre, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Tschiffelÿ Secretaire du Supreme Consistoire

Berne, ce 6 fevrier 1766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 8 febbraio 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

ho cento cose da dirle. Cominciamo dalla prima: eccole il fine dell’opera, eccole i principii. Mi pare d’essermi uniformato in tutto e per tutto a’ di Lei desideri. Se non è così, sacrificherò anche tutto me stesso, non che ciò che porta una nuova aggiunta o correzione, sol che Vostra Signoria illustrissima me ne dica il di Lei pensiero a risposta.

Vostra Signoria illustrissima mi commise un rametto fatto per mano del Lapi, ma il Lapi era affogato tra de’ lavori di consequenza e non dava retta ad alcuno. Il Lapi figlio, bardassolo d’undici anni, volle ch’io lo provassi nel mestiere d’incidere: l’ho provato, ed ecco qui annessa una prova di quel ch’e’ m’ha fatto. Io glie la mando, sol perch’Ella me ne dica il di Lei sentimento, poiché può darsi ch’io La serva molto meglio: ieri, trovandomi in Pisa, mi fu promesso dal celebre pittore Tempesti un disegnino di suo gusto; io lo aspetto, e se sarà qualche cosa di mio particolar piacere, prenderò per me medesimo il rametto già fatto e ne farò incidere un nuovo dal Lapi padre per Vostra Signoria illustrissima, o sia per il signor marchese Trivulzio.

Farò anzi fo di tutto per trovarle il The life of opinion by Tristan Shandy (l’autore è a Napoli), e quando mi tradisca la speranza che ho di rinvenirlo qui, lo commetterò in Londra, ove ho degli amici puntuali ed esatti.

Sarà pure servita Vostra Signoria illustrissima della associazione a tre altre copie degli Uccelli pe’ signori marchese Calderari, don Giacomo Lecchi e avvocato Dragoni, e parimente d’altra copia Algarotti per quest’ultimo.

Se non è di suo incomodo, La prego notificare al padre Frisi che ho riceuta una sua compitissima con la mia indirizzatali per isbaglio: che quella mia che dovea essere a lui diretta, e che diressi a Firenze, mi fu ritornata, ma mi sarebbe oggi difficile di ritrovarla fra un caos di fogli in cui è passata; che il di lui Saggio sull’architettura gotica è ora in mie mani, ritirato da questo signor Guglielmo Aubert a cui per errore era capitato; che di questo farò uso sicuramente ma non già negli Atti letterari, per quanto temo, poiché vedo ch’eglino moriranno in fasce: Del Turco, che n’era il promotore insieme, cred’io, con Soria, si trova attualmente sconcertato in Firenze per una guerra che gli vien fatta da Marmorai; non torna più in Pisa, non scrive nulla, non pensa più ad Atti letterari: le dirà che la persona che ha douto subire degli incontri ecc. è il signor Filippo Mazzei, fiorentino, commorante in Londra, quale ha douto finalmente uscire dalla Toscana, ov’era ultimamente venuto per suoi affari, avendo in oggi i frati e preti riassunto qualche parte del loro antico potere, mercé il favore che godono del nuovo governo ecc. Tutto questo dico al padre Frisi.

Al signor conte nostro favorirà poi dire ch’io perdono il di lui silenzio alle maggiori occupazioni che gli apporteranno gli impegni del nuovo suo ministero; che anche del di lui giudizio sull’opera del padre Ferrari sarà fatto uso.

Perdoni intanto Vostra Signoria illustrissima il mal carattere della presente alla fretta grande con cui scrivo, e mi dico per sempre divotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

Livorno, 8 febbraio 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 8 febbraio 1766)
Ce 8me février

Chers amis,

ennuyé par la musique de ces spectacles aux quels j’assistais toujours, je soupirais après les jours gras, curieux de voir la course de chevaux qui se fait dans une rue très-belle où sont rangées en forme de haie des equipages pompeux, où se rend une foule immense de peuple, où la perspective de fenêtres bien parées et occupées par une quantité surprenante de très-belles femmes, sans compter les masquées et celles qui sont en carosse, doit étonner tout voyageur. Les premiers jours du carnaval furent très-sereins, et le spectacle en fut par conséquent fort brillant. Par malheur je ne pus pas satisfaire à ma curiosité. L’expédient de me dégager d’une invitation de faire partie d’une mascarade avec une des plus belles princesses fut de feindre une indisposition. Quand je crus pouvoir sortir, le tems changea; les tonnerres, les orages, la grêle, la pluye ont tout gaté, et je n’ai vû qu’un phantôme hideux d’une pompe que j’avais tant entendu prôner. Il me reste à espérer que les deux jours suivans, avant le carême, permettront aux Romaines d’étaler toute leur magnificence, et à moi de l’admirer. Le dernier jour, malgré la pluie, je vis deux princesses masquées. Mes amis: ni Armide celebrée par le Tasse, ni Alcine louée par l’Arioste, ni ces nimphes si charmantes chantées par le Camoëns, ni Venus elle-même peinte par le chantre des dieux, Homère, pouvaient entrer en comparaison avec ces deux beautés. J’en fus étonné. J’ouvris mes yeux ébahis, crainte que ce ne fut un songe. C’étaient des déesses. L’imagination ne saurait tracer des portraits si brillans, si achevés. Ce qui va augmenter votre admiration, c’est qu’il y aura eu quelques centaines – je pourrais dire, quelques milliers – de femmes très-bien mises, et aussi jolies que ces deux. Ce qui va vous faire crever d’envie, et plaindre la misère des hommes, c’est que les maris de ces deux déesses, comme aussi beaucoup d’autres, sont impuissans à satisfaire ces desirs qu’elles exciteraient dans le coeur du sultan le plus rassassié des plaisirs de l’amour. Ces princes et ces cavaliers n’envisagent dans le choix d’une épouse que la convenance de condition. L’amour, ce dieu puissant, se venge sur eux du mépris qu’ils en font. Une de ces dames dernierement, après avoir declaré sa grossesse avancée de 5 mois, quoiqu’il n’y eut que 3 mois qu’elle s’était mariée, s’avisa d’accuser son mari d’impuissance. Elle est si belle qu’elle frappat la vue et touchat le coeur de Macdonnal, qui en est bon juge. «Voyez-vous», me disait-il, «quelle inquiétude l’agite: voyez-vous que le feu qui l’embrase la contraint de se rémuer à tout moment sur son siége: son petit cul ne saurait tenir deux minutes dans la meme place». Cet aimable Macdonal est à présent à Naples, encloué dans un lit par une maladie qui attaque la partie nerveuse et dont j’ai oublié le nom. C’est absolument un triste effet de l’usage immoderé de ces plaisirs dont il est si affamé. Quid est homo, quia magnificas eum? Misera umanità quanto sei frale! C’est ici qu’il faut verser de larmes de pitié sur la déplorable condition des hommes. Hélas! J’ai la triste consolation d’être sûr de ne pas souffrir à son age ce genre de maladies.

Après cette digression, je dois vous dire qu’une autre dame se plaignait, il y a quelques semaines, de l’impuissance d’un mari qu’elle a depuis un an et demi. On les a visités, et on a reconnu que le mari a été si bien partagé de la nature qu’il a excité l’envie de plusieurs femmes qui en ont été instruites, et que la dame était dans un état à ne pas craindre l’attaque du plus vigoureux cordelier. Dans peu de jours on deciderà le grand procés sur la validité du mariage entre le negociant Lepri, Milanais, et une jeune dame romaine. Les rapports des chirurgiens qui ont examiné la femme sont contradictoires entre eux; les uns sont d’avis que la difficulté n’est pas insurmontable, pourvû que les deux parties veulent agir de bonne foi; les autres qu’on y doit faire (ah! j’en frémis) une opération de chirurgie; des autres soutiennent que sans fer et sans tant de vigueur on peut aisément obtenir ce que le dégout et la haine ont refusé. Une autre de plus belles princesses qu’on puisse voir est dans des circonstances bien plus douloureuses. Son mari, d’un tempérament très-faible, lache toujours son ventre au moment qu’il lui fait goûter l’ombre de ces plaisirs restaurateurs de la nature dont la douceur a été enviée par les substances spirituelles elles-mêmes. Filii Dei concupiverunt filias hominum.

Je parlai dernierement au duc de la Rochefoucault. Il me demanda des nouvelles de B[eccaria] et de P. V[erri], pour qui il a beaucoup d’estime. Il avait avec lui monsieur de Morrelet, frere de l’auteur de la traduction Dei delitti e pene. Il m’a prié de lui donner une lettre pour faire connaissance avec ces savans qui font tant d’honneur à l’Italie. Il m’a preté un exemplaire de cette traduction. En le lui rendant, je lui enverrai une lettre pour V[erri] et une pour B[eccaria]. Vous le trouverez, je vous en réponds, digne de votre estime. Il me demanda pourquoi B[eccaria] n’allait pas en France, où il aurait reçu les applaudissemens de tous les hommes de merite. Je lui répondis qu’il en était empeché par le plus agréable des motifs, par une belle femme. «Eh bien», dit-il, «je me lui proposerai pour exemple, et je serais ravi qu’il voulut l’imiter». Vous qui connaissez combien je vous aime, vous pouvez comprendre le contentement que j’éprouvai à entendre louer des amis dont je regrette si vivement l’éloignement.

Je dois lire cette traduction. Addieu. Aimez-moi; je ne saurais vous estimer et vous aimer plus que je fais.

À propos de la faiblesse des Romains, je crois de vous devoir mander un échantillon de leur extravagance. Le prince Ruspoli, un des plus riches seigneurs de ce pays, ne dort pas avec son épouse; quand, averti peutétre par son calendrier, il croit de devoir s’en approcher, il depêche, quelques heures après minuit, un de ses valets de chambre avertir la princesse que le prince va lui rendre une visite. Madame répond par un joli compliment, à la reçue du quel le prince lavé, frisé, poudré, vetû magnifiquement, passe de son apartement à celui de madame à la lueur de 4 flambeaux portés par 4 domestiques, y demeure le tems requis, et s’en retoume toujours en parade, conservant toujours toute la gravité de son rang. Ce meme prince exige de son secretaire que dans ses lettres il n’y ait rien de commun: une phrase, un mot, quelque expressif qu’il soit, si tôt qu’il a été prophané par la bouche impure du vulgaire, ne merite plus d’entrer dans ses lettres. Il veut du nouveau, du sublime, et comme il n’est pas si facile de choisir le tour le plus extravagant, il y songe des jours entiers.

Oh, vous me direz, le beau pays que celui où tu es! Tel qu’un grénadier dans un couvent des nonnains, tu peux… Hélas! je ne puis que désirer: les Romaines sont plus chastes du corps qu’on ne le pense, quoiqu’il n’y doive avoir point de femmes au monde, hors les victimes de la jalouse brutalité d’un sultan, qui aient des desirs si vifs. Mais par bonheur les sentimens de religion, dont l’impression se repete si souvent, les empechent de réaliser ce qu’elles ne peuvent pas s’empecher de souhaiter. Et puis, et puis… C’est le pays de l’ignorance en amour; on n’y connait pas tous les detours, toutes les finesses, toute l’adresse de cette ingénieuse passion. Ce n’est pas ici qu’on a inventé les mouchettes… La nature ici ne suit pas la regle de la continuité; ce qu’elle fait, elle ne l’opere que par sauts et par bonds. Après un mois de la plus vigoureuse et plus adroite attaque, lorsque vous croyez d’emporter la place par famine, lorsque vous avez ouvert plusieurs breches, un sermon du plus sot moine vient renverser votre édifice, combler vos fossés et détruire vos ouvrages. Remercions Dieu, qui a pourvû par tant de moyens à la pureté des moeurs de ce peuple. Mille embrassemens aux amis.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Alfonso Longo a Beccaria (Roma, 14 febbraio 1766)
Cher ami,

le tems, qui efface ordinairement toutes les impressions, n’a pu encore adoucir le tourment que je ressens de ton éloignement. Ce tourment s’accroit de plus en plus, et il y a des momens qu’il m’est si insupportable que je suis prêt à tout abandonner pour venir goûter les charmes de l’amitié, au risque de passer pour un fou. À présent je ne le suis qu’à mes yeux, et c’est bien pis que de le paraitre aux autres, tandis qu’on jouit paisiblement des biens de la vie. L’unique moyen de soulager mes maux est de m’étourdir en me faisant un devoir de rendre beaucoup de visites et de parler de mes amis.

C’est ce dernier plaisir que j’éprouvai toutes fois que j’eus l’honneur de m’entretenir avec monsieur le duc de la Rochefoucault et monsieur de Morrelet frere du savant traducteur de ton ouvrage, tous les deux bons connaisseurs en merite, et par conséquent ayans de tes talens l’opinion que doit avoir tout philosophe qui a lu ton ouvrage, et de ton caractere l’estime que le portrait que je leur en fis pût inspirer à des personnes hautement prevenues en ta faveur. Les éloges que ces messieurs firent de toi, l’empressement qu’ils marquerent de te connaître de près charmerent un ami qui considere ta gloire et ton bonheur comme faisans la partie plus essentielle de sa felicité.

Tu trouveras en monsieur le duc un jeune seigneur d’une érudition profonde et d’un caractere aimable, voyageant en veritable philosophe qui veut lier la connaissance des nations à la lecture de tous les bons auteurs. Je t’en ai déja écrit deux fois; c’est pourquoi je ne m’étendrai pas davantage sur son compte. Tu en jugeras par toi-même. Le style des lettres de reccomandation ne doit s’admettre entre nous, et ne convient pas en ce cas; mais je serai charmé que tu lui fasses toutes les politesses possibles, en sorte qu’il comprenne combien tu cheris la mémoire d’un ami qui t’aime si tendrement. Pour ce qui regarde monsieur de Morrelet, il suffit que je t’assure qu’il a de toi les mêmes sentimens de monsieur l’abbé son frere, qui doivent t’étre assez connus sans que je les répéte.

Je me flatte que madame ton épouse, qui se plait tant à la lecture des Maximes du duc de la Rochefoucault, son auteur favori, sera ravie d’en connaitre le petit-fils, pas moins philosophe que cet illustre écrivain. Dis-lui de ma part que je la prie de lui faire l’accueil que mon amitié pour elle ose esperer et dont il est si digne.

Cher ami, te voila en possession de l’estime sentie des plus grands hommes. Mais il en est fort peu qui connaissent toute l’étendue de ton merite aussi bien que moi; et entre ceux-ci, il n’est personne qui t’aime et t’estime plus que cet ami, qui se souviendra toujours avec la plus douce satisfaction du moment de son funeste depart, lorsque nos bras entralassés, nos visages collés l’un sur l’autre, nous voulions en vain nous separer, lorsque quelques mots entrecoupés de soupirs nous assuraient incontestablement de notre amitié mutuelle, qui fera toujours la gloire de ma vie. Jouis, mon cher, de tous les plaisirs qui se t’offrent; jouis-en encore pour moi, qui traine une vie malheureuse. Puisqu’il est resolu que je sois en butte à l’infortune, fais du moins que je sache que cette partie de moi-même qui demeure en toi soit le plus heureuse qu’il est possible. Embrasse mes chers Vis[conti] et Calder[ara]: dis-leur que je les aime toujours. Dans vos entretiens, vous souvenez-vous de moi? En parlez-vous aussi souvent que je le souhaite et que je fais de vous?

Ton véritable ami
Alphonse Longo

R[ome], ce 14me février 1766

  1. Giovanni Battista Cremonini a Beccaria (Modena, 16 febbraio 1766)
Egregio signor marchese ornatissimo,

io ho ricevuta l’acclusa per via, la quale mi è così parsa avere in sé il carattere della filosofia, che giunto qui non deggio esitare a trasmetterla al sommo dei filosofi. So che Ella pe’ suoi timori si contende volontieri questo altissimo pregio, che la concordia dei voti degli spiriti pensatori Le attribuiscono senza invidia. Ma io non voglio sembrare di far ciò che a bello studio l’amico mio vuol pure ommettere. Mi riserbo ad altre fiate a stimolare le sue lettere, che m’abbiano ad istruire. Per oggi ho la fretta grandissima; onde mi stringo a pregarla de’ miei profondi ossequi all’umanissimo e prestantissimo signor principe Triulzi e al sapientissimo signor conte Firmian, e riconfermarmi vieppiù il lor patrocinio autorevole.

Il mio rispetto verso Lei, la mia stima, ed anzi la mia meraviglia sono cose inutili tanto a dirsi, quanto difficili a comprendersi. Colle parole solite io le spiegherò dunque gli affetti dell’animo inusitati, invariabilmente rassegnandomi di Vostra Eccellenza umilissimo devotissimo servitore

Gio. B.a Cremonini

Modena, li 16 febbraio ’766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 21 febbraio 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

Vostra Signoria illustrissima non mi ha nulla risposto sulle bozze che Le mandai dei principii de’ Delitti e pene. Questo mi fa credere ch’Ella non ci abbia trovato difficoltà; tuttavolta aspetto fino alle nuove lettere di martedì, e se allora nemmeno non riceverò niun avviso comincerò a far tirare quel foglio, per dar fuora l’opera, figurandomi in effetto che tutto sarà di sodisfazione di Vostra Signoria illustrissima.

Eccole il disegnino del Tempesti per il viglietto da visita. A me par bello e veramente pittoresco. Ella appena potrà distinguerlo, perché non Le mando che una sfumatura del disegno medesimo. Distinguerà non ostante ch’ei rappresenta un puttino che scolpisce in una lapida il nome che vi si deve leggere. Il Lapi padre, emulo nel disegno del Tempesti, vorrebbe rimuovere il disegno a genio suo, ed io gli ho ordinato due rametti coll’idea di prenderne uno per me; e gli ho ordinato che ne incida uno tale quale come il disegno del Tempesti, e l’altro di sua idea, pur che rappresenti la pittura e figuri un puttino che scriva il nome che vi si deve leggere. Dall’altro canto il Tempesti vorrebbe farmi un altro nuovo disegno e vorrebbe scherzare sullo stemma della casa di quei per cui deve servire il rametto. Vostra Signoria illustrissima vede dunque con quanta emulazione sarà servita, o con quanta, per meglio dire, sarà servito il signor marchese Trivulzio. Intanto non parleremo più del rametto della mostra mandatale in altra mia, perché non avrà questi niente che fare cogli altri. A prima sua risposta farò metter mano al lavoro.

Questa stamperia Coltellini attende nuovi lavori da Lei, attende cioè la nuova sua opera; e s’Ella volesse mandarne un principio, si principierebbe intanto a stampare.

I miei rispetti al signor conte Verri, e al padre Frisi la mia promessa per la pronta stampa del suo saggio. Ad esso scriverò lunedì. Sono intanto, pieno di stima e di rassegnazione, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Aubert

Livorno, 21 febbraio 1766

Il Baretti autore della Frusta, dopo d’essere stato qui per otto giorni, si imbarcò domenica per Londra.

  1. Daniel Fellenberg a Beccaria (Berna, 21 febbraio 1766)
Monsieur,

je ne veux pas laisser à monsieur Tscharner seul le bonheur de s’entretenir avec vous. Mon ame a aussi repondu à la voix du defenseur de l’humanité; je ne puis m’empecher, monsieur, de venir vous le dire et de vous temoigner les sentimens que vous avés excités dans mon coeur. Que le Ciel vous benisse pour le bien que vous faites aux hommes! Ils ne seront pas insensibles aux grandes verités que vous leur dites, ils ouvriront enfin les yeux sur l’inhumanité des lois qui les tyrannisent, ils acquerront des lumieres et du courage pour en faire d’autres. J’ai vu depuis longtems avec indignation celles qu’on a faites sur les crimes, leurs peines devroient retomber sur les tetes des tyrans qui en sont les vrais auteurs, ce sont eux qui nous assassinent, qui nous volent, qui forcent des etres bons dans leur origine à devenir mechans. Les ecrits que les jurisconsultes ont accumulés sur ces lois atroces ne m’ont pas paru moins revoltans; leur logique a eté presque toujours aux gages d’un despote. Ayant souvent medité sur ces objets, j’ai eté charmé de vous voir exposer dans votre ouvrage des principes qui jusqu’ici n’avoient eté que soupçonnés par quelques philosophes, et qui iront maintenant avec une force irresistible conquerir tous les coeurs. On pourra peut etre differer de vous sur quelques points, on pourra avoir des doutes sur quelques autres, mais comment pourroit on ne pas cherir et admirer votre ouvrage? C’est la voix de l’humanité que vous nous avés fait entendre. Puisse-t-elle sortir souvent de votre bouche et repandre par toute l’Italie la noble ardeur qui vous embrase! On verrà alors les Italiens modernes reparer les crimes de leurs ancetres. Ceux ci ont desolé et asservi les hommes, et vous, vous defendrés leurs droits, vous ferés regner sur la terre la liberté et le bonheur. C’est aux philosophes de tous les pays à concourrir avec vous pour etablir ce beau regne. Ah, qu’il seroit consolant et doux de les voir se reunir et former ensemble une ligue, pour avancer les lumieres et la felicité du genre humain! Je serois enchanté, monsieur, de pouvoir m’entretenir quelquefois avec vous sur ces matieres interessantes. Je viens de lire avec le plus grand plaisir les Meditationi sulla felicità. Qui en est l’auteur? Faites nous connoitre, je vous supplie, tous ceux de vos compatriotes qui ont osé et qui osent ecrire des ouvrages utiles aux hommes. Continués, monsieur, d’en ecrire de pareils; vous rejouirés par là tous les amis de l’humanité, et en particulier la Societé à laquelle vous voulés bien accorder le bonheur de votre estime.

J’ai l’honneur d’etre avec le respect le plus sincere, monsieur, votre très humble, très obeissant serviteur

Fellenberg
Professeur en Droit et fils de Mr le Senateur

Berne, ce 21 fevrier 1766

8o. Vincenz Bernhard Tscharner de Bellevue a Beccaria (Berna, 25 febbraio 1766)

J’ai prévû, monsieur, que mes amis qui vous ont offert une médaille pour marque de leur admiration ne se départiroient pas de la résolution de rester couvert de l’incognito; mais j’ai cru devoir satisfaire à votre comission, et il a falu pour celà ecrire dans quelques villes de la Suisse; tous ont été unanimes pour s’excuser sur la proposition de se faire connoitre. Je ne dois pas vous cacher que plusieurs d’entr’eux n’aprouvent pas entièrement le renversement fait par monsieur l’abbé Morrelet dans l’ordre des chapitres de votre ouvrage, ils souhaitent que vous vous contentiés de l’adopter en partie seulement dans les éditions futures. Il se prepare une traduction allemande à Zuric par un monsieur Fuesslii que j’en crois trés capable. Monsieur Sinner, bibliothécaire dans notre ville, avoit le même projet, mais les changemens qu’il a trouvé dans l’édition françoise l’ont engagé à suspendre jusques à la vue de la dernière edition originale, et peutetre sera-t-il prévenu par monsieur Fuesslii. Monsieur Galeazi, libraire de votre ville, vous donnera l’adresse pour me faire parvenir, ou à la Société typographique de Berne, les exemplaires de la dernière edition de votre excellent traité que vous me destinés et à mes amis. Connoissés vous, monsieur, les Meditazioni sulla felicità et leur autheur? Un libraire de Suisse m’a consulte sur le dessein de les faire traduire en françois. J’ai été tres content de ce petit ouvrage, et j’ai pris haute opinion du genie et des sentimens de l’autheur. Macte virtutis esto! La liberté, l’amour des hommes aura donc aussi ses autels en Italie.

J’espère que pour preuve de l’amitié dont vous nous flattés, vous ne nous laisserés pas ignorer vos travaux. Je regarderai toujours comme une marque prétieuse de votre amitié les nouvelles que vous voudrés bien m’en donner, aussi bien que des ouvrages qui paroitront d’ailleurs en Italie sur les memes objets importants. J’ai l’honneur d’etre, avec la consideration la plus sincère et un entier dévouement, monsieur, votre trés humble, trés obeissant serviteur

B. Tschamer de Bellevue

Berne, 25e fevrier 1766

La médaille sans doute vous est bien parvenue.

  1. Fortunato Bartolomeo De Felice a Beccaria (Yverdon, 2 marzo 1766)
Yverdon, 2 mars 1766

Monsieur,

je suis obligé de repondre à l’obligeante lettre que vous m’avez fait l’honneur de m’adresser avec la fievre qui m’oblige de garder le lit depuis quelques jours. Ainsi je me bornerai, monsieur, à vous envoyer l’exemplaire de votre excellent ouvrage que vous souhaitez. Je voudrois bien en avoir en plus beau papier; et si j’avois cru devoir vous en fournir de mon edition qui est toute écoulée, j’en aurois fait imprimer une 20ne en papier plus propre.

Je fais traduire actuellement la brochure que monsieur Dragoni m’a envoyé Sulla felicità, pour l’imprimer d’abord.

J’ai l’honneur d’etre avec une parfaite consideration, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

de Felice

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 9 marzo 1766)
Ce 9me mars

Chers amis,

les frivoles occupations qui m’ont empeché de vous écrire n’ont pas pourtant diminué mon amitié pour vous; c’est même en remplissant ces devoirs factices que je dois sentir de plus en plus ce que vous valez. Bien que donc je me trouve contraint à interrompre mes lettres, je n’en désire pas moins les votres; elles ne me sont pas moins cheres, comme une marque de la continuation de cette amitié dont je suis si glorieux. Je me flatte, chers amis, que d’orenavant vous voudrez bien consoler ce pauvre exilé, dont l’empressement peut meriter quelques lettres de votre part. Les nouvelles litteraires, les politiques, et ce qui m’interesse le plus, la santé et la felicité de mes amis, peuvent vous en fournir la matiere. Instruisez-m’en, je vous en prie; et puisque vous êtes plusieurs, vous pourriez vous distribuer la charge de me mander ce qu’il y a d’interessant, et de m’assurer de votre attachément.

Biffi est donc parmi vous? Que je porte d’envie à cet aimable ami! Qu’il est doux de se rassassier de la conversation de ceux qu’on cherit, d’interroger et d’étre interrogé à son tour, de compenser par la jouissance d’une agréable compagnie le long ennui qu’on a dû souffrir pendant l’éloignement! C’est la perspective de ce delicieux plaisir qui me fait soupirer après mon retour près de vous; c’est au milieu de vous que je me transporte quelquefois, et c’est là que mon imagination me fait gouter et votre conversation et l’oubli des discours ennuyeux qu’il me faut entendre depuis le matin jusqu’au soir.

J’interromps le cours de mes idées pour te donner un échantillon de la sagesse qui regne ici, de la décence et de la louable précaution qu’on a pour arreter la corruption du coeur et de l’esprit. Pour ce qui regarde la surveillance à prevenir ces desordres vilains et revoltans qui plongent le débauché dans la fange qui abrutit l’humanité, je dois te rapporter un cas qui vient d’arriver à un de mes amis; c’est de sa propre bouche que je le tiens. «J’étais», me dit-il, «dans une eglise où il se trouvait beaucoup de monde; je voulais me confesser à un saint religieux qui, étant sourd, croyait les autres affectés du même défaut, et par consequent parlait assez haut. Je me prosternai à ses pieds parmi la foule qui me pressait, et je commençai ainsi l’aveu de mes fautes: c’est depuis 6 jours que je ne me suis confessé, et pendant cet intervalle j’ai (car la variété est un des élémens qui constituent la beauté de l’univers) baisé deux fois la main d’une femme. C’est, dit le confesseur, c’est une veritable sottise; ce sont deux pechés mortels; avez-vous gouté de la complaisance en faisant cela? Un peu, mon pere, repondit l’ami. À la derniere confession, demanda le pere, vous étes-vous accusé d’une faute semblable? Oui, répartit le pénitent, je me confessai d’un baiser. Allez, dit alors le saint vieillard, allez; je ne puis pas vous absoudre. Imaginez-vous, me disait cet ami en rougissant, quelle fut ma surprise de le voir en effet tourné de l’autre coté, et occupé à confesser une femme! La confusion que j’éprouvai m’humilia. Mon visage dut changer de couleur et marquer exterieurement mon étonnement et ma desolation; je me fis force, me levai, et les yeux fixés en terre je me retirai chez moi triste, piqué, enragé. Mais enfin il fallut s’appaiser, et je promis au bon Dieu de ne plus me mettre dans la triste occasion de me confesser de cette sorte de pechés».

Vous comprendrez combien cet usage doit contribuer à eloigner du mal les chretiens. La facilité d’étre absous est une invitation à retomber, et l’on fait très-bien d’arreter le mal au commencement, et d’en fermer la source.

On a ici la meme delicatesse en matiere de raisonnemens qui pourraient scandaliser les oreilles pieuses; j’ai appris qu’on a inseré dans le catalogue des livres defendus un certain ouvrage dangereux dont le titre est Dei delitti e pene. On m’a dit qu’il y a force extravagances qui pourraient bouleverser les societés. En effet il y avait lieu de s’étonner que cet ouvrage ne fut pas placé dans le catalogue de ces livres impies où l’on voit le plus enorme abus de la raison humaine, et le venin repandu sous l’apparence de la précision et justesse mathématique.

Je ne sais si les occupations de la charge permettront à V[erri] d’entretenir quelque attachement; je te prie de contenter là-dessus ma curiosité, et de me mander le nom de l’objet de sa passion et ses progrés. Embrasse-le de ma part. Je connais trop mon cher Aless[andro] pour te charger de me marquer la liste de ses connaissances amoureuses.

On m’a dit que tu cherchais à succeder à Mant[egazza], et que Biffi aussi le souhaitait; qu’il était même dans la terna, que Secchi et Lamb[ertenghi] visaient au même but. Fais-moi le plaisir de m’en instruire, et de faire mes complimens à ces deux derniers et au comte Carli.

Cette place-là te reviendrait assez à present; mais entant seulement que tu es encore fils de famille; car après, elle ne conviendra plus ni à ta paresse, ni à tes autres inclinations, et si la distribution de cette charge m’apartenait, je t’y nommerais à condition que tu dusses en percevoir les appointemens jusqu’à la mort de tes parens, et pas au dela.

On vient de repandre ici une nouvelle fort consolante pour tout philosophe qui aime le bien public; c’est que notre Auguste Souveraine a revoqué l’ordre qu’on lui avait extorqué contre les acquisitions de mainmorte. Cette demarche a calmé les inquietudes qui vraisemblablement affligeaient tout bon catholique, et en particulier la Cour de Rome. Ce fait sert à demontrer de plus en plus la rapidité des progrès qu’a faits la raison humaine. Si les choses vont de ce pas, il y a lieu à esperer que les societés d’ici à quelques millions de siècles seront bien reglées, et qu’on arrivera une fois à fixer le sens du mot bien public. Je me flatte que les autres nouveautés qu’on tachait d’introduire dans notre gouvernement seront aussi proscrites et oubliées, et je prevois qu’on prendra toutes les précautions possibles pour nous empecher l’humiliation de voir nos neveux aussi sages à l’age de 20 ans et aussi instruits que nous le sommes à 30 ans. Rien en effet n’était plus contraire aux veritables interets de chacun de nous que cette reforme des études qu’on meditait. Que deviendrions-nous alors? Ah, que le proverbe Vivent les sots pour donner de l’esprit est juste et fertile en consequences! Si j’ai réussi avec beaucoup de peines à me rendre superieur à mes contemporains, pourquoi voudrai-je perdre le fruit de mon travail, detruire cette superiorité, et en éclairant les autres, les elever à mon niveau? Rien de plus opposé au droit naturel, canon et civil. Par exemple: j’ai recité dans une academie une dissertation faite à la hâte sur la communion des biens et sur le droit de propriété. On l’a trouvée sublime; je le crois bien; elle l’était dans le lieu où l’on l’y a entendue. Si je l’avais recitée parmi vous, elle aurait été au-dessous du mediocre. Ce qu’il y a de drôle, c’est que j’y avais inseré certains traits de philosophie qu’on n’y a pas apperçus; c’est pour cette raison que j’ai toujours refusé de la donner à lire à qui que ce soit.

Il m’est arrivé dernierement un cas qui m’était assez indifférent, mais qui a prouvé qu’il y a des accidens qui pourraient ternir la reputation de l’homme le plus honnête, même aux yeux d’un homme raisonnable. Figurez-vous (ce n’est pas le fait que je vous rapporte, c’est un exemple) que j’eusse eu quelques privautés avec une femme en certain lieu, avec de certaines circonstances; et que le jour suivant un de mes amis, parlant avec cette meme femme, lui eut racconté un songe qu’il a eu, durant lequel il lui semblait d’avoir fait exactement ce que j’avais fait réellement. En ce cas la femme est en droit de soupçonner l’honneteté du pauvre innocent, qui ne pourrait alleguer en sa faveur rien de précis et de convainquant. Je te repete que ce n’est pas mon cas; car tu es si malin que je crains que tu ne fasses une application fausse et injurieuse à la chasteté dont je fais profession.

Je reçois dans le moment la lettre de mon cher Ales[sandro], et lui en fais mille remerciemens du fonds de mon coeur. Pour la defense, je crois que le mieux est de se taire et de marquer par ce silence l’estime qu’on en fait: cela d’autant plus qu’il n’y a point le nom de l’auteur, qui n’en a assurément rien à craindre.

Le projet d’Alex[andre] de faire des remarques à ton ouvrage mérite tout l’applaudissement; j’en suis si convaincu, que cette meme pensée m’était venu en tête, bien que j’y fusse infiniment moins propre qu’Al[exandre]; et je dis cela non par humilité ou par cette dissimulation et tromperie qu’on apelle modestie, mais parceque cela est. Addieu. Souvenez-vous de moi.

  1. Marco Coltellini a Beccaria (Vienna, 10 marzo 1766)
Illustrissimo signore, signore e padrone colendissimo

Dio volesse ch’io potessi almen lusingarmi per qualque maniera d’impegnare la sua stima e la sua riconoscenza; me ne farei veramente una festa. Finora non v’ho altro diritto che il desiderio e quello che si degna prestarmi la sua cortesia, e ne son tutto confuso. Stima grandissima devo io a lei per parer sennon altro di uniformarmi al concetto degli uomini grandi dell’Europa, de’ quali ella con tanta ragione raccoglie per l’opere sue così ampiamente i suffragi, che io ho per altro avuto il coraggio di pronosticarle prima d’ogni altro, se non per sicurezza di giudizio, almeno per istinto di buon senso. Per gratitudine poi ella sa bene quanta le ne deva la mia stamperia, a cui ella si è degnata d’accordare in preferenza l’onore di potersi far un nome colle sue produzioni, e Dio le dia pur ozio e volontà di far spesso di simili parti, come il mio signor Aubert sarà ben fortunato di far di così buoni baliatici, e avrà tutta la premura di venirli a prendere prima ancora che abbiano smaltito il metrito, e di custodirli bene perché vengano rigogliosi e appariscenti. Se a conservarla in questa buona disposizione può contribuire il mio ossequio e la mia buona volontà, un carattere onesto e un vivissimo desiderio di ben servirla, ella conti pure su tutto questo con la massima persuasione, e vi aggiunga tutte le piccole premure e servigi che le mie strette circostanze mi mettono in grado d’offerirle, e quella naturale inclinazione che devono destare in ogni persona dabbene le utili verità che ella ha il coraggio di svelare in prò della povera umanità.

Non mi parli de’ miei versacci. Ella mi ha troppo prevenuto per la sua gentilezza perch’io non abbia a prender per sospetto il suo giudizio, il quale potrebbe accecarmi a segno di farmi credere qualche cosa di più di quel che mi son sempre riputato, cioè un miserabile rimatore che s’è indotto a comparir da poeta per incoraggimento d’amici, e più per lusinga di guadagno che per boria e per vanità. Ho piacere grandissimo del buon concetto che ella fa de’ talenti del mio caro amico signor Angiolini, e mi dispiace che ella non abbia potuto coll’esperienza oculare confermarne la giustezza, com’egli ha avuto occasione di verificar ampiamente la stima ch’io li avevo inspirata per lei. Non è però vero che l’invidia ci risparmierebbe perché si trattano arti di piacere. Quella strega pertinace sa succhiare il veleno anche dalle rose, e il più sicuro compenso per evitarla è quello che mi ha somminastrato non so se la fortuna o la disgrazia, e che io certo non avrei mai adottato per scelta, cioè di non poter mettermi in vista e a portata delle sue punture. Ella sì che ha ragion di temerla, e molto più di temere due altri nemici più possenti, la bacchettoneria e il pregiudizio. Fortuna che siamo in un secolo che quando si ha delle verità in pugno si può un po’ arrischiare a slargar la mano. Il prezioso dono della sua amicizia che ella si degna d’offrirmi, io lo riguardo come un tesoro che custodirò colla massima gelosia. Se le basta un uomo onesto, credo di poterla assicurare senza taccia di vanità che lo sono, e come tale ardisco di credermene non indegno. L’accetto dunque con tutto l’animo, e come tale la prego d’ora in avanti di risparmiarmi il rossore di certi titoli luminosi che la fortuna non s’è degnata di mettermi in grado d’esigere, o che non ho mai avuto abbastanza d’elevazion d’animo per desiderargli. Mi voglia bene come a un suo benevolo affettuoso, che pieno di stima, di riconoscenza e di rispetto si riputerà sempre a grand’onore di poter chiamarsi di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Marco Coltellini

Vienna, 10 marzo 1766

  1. Vincenzo Corazza a Beccaria (Milano, 17 marzo 1766)
All’illustrissimo signor marchese Cesare Beccaria si rammemora servitore V. Corazza, il quale, molto sorpreso che si esigga, pei pochi libri presi della somma accordata in L. 700 di Milano, più del doppio dell’accordato, cioè a ragione delli prezzi notati nel catalogo reso, supponendo che ci sia sbaglio dalla parte del signor Speranza, le fa sapere che sa di non essere in debito per gli stessi pochi libri che a ragione del prezzo accordato, e non altrimenti, perocché non è Corazza che retrocede dal contratto, ma lo dimette per far piacere e dar una pruova del suo sincero rispetto al signor marchesino. L’obbligo di Corazza era di fare avere, tosto che fosse terminata di stamparsi a Parigi, la Enciclopedia, e non prima; benché si fosse lo scrivente prestato a far il possibile affine che i primi volumi giugnesser prima. Di ciò riman documento nella mia carta d’obbligo segnata in favor suo dal signore Speranza, il qual può e dee render testimonianza del sovresposto. La sudetta carta mi lascia arbitro di vender frattanto alcuni dei libri contrattati; ben ciò essendo, è manifesto che in caso di mutazion di contratto non sono in obbligo di conteggiarli e di renderne conto ad altro valore che a quello del prezzo accordato, e questo è quello che m’offero a soddisfare immantinente, siccome io mi offero di render buon conto di questo mio contegno a qualunque savia persona che piaccia all’illustrissimo signor marchese di proporre per arbitra, quando queste mie ragioni non gli appaian bastanti. Ben vuole e dee ricordarsi Corazza che c’è stato dal canto suo qualche ritardo intorno alle nuove proposizioni, le quali si sono fatte in appresso sovra questo contratto: ma quando il primo accordo stabilito non è mancato, come evidentemente non lo è, i ritardi posteriori accaduti contro la volontà d’entrambi non debbono esser risguardati come mancanza dello scrivente, il quale dal canto suo si è prestato sinceramente e con buona fede a servirla fin dove hanno potuto le sue forze. Rimane a far noto all’illustrissimo signor marchesino che si eran frattanto fatti passare, per mezzo del signor Domenico Speranza, a lui alcuni libri, dei quali si sente rimandato l’ultimo volume del Chambers fatto venire espressamente; né questo né gli altri erano mai stati soddisfatti, e non se ne è fatta istanza, poiché pendea l’accennato contratto; non pare che debba rimettersi l’ultimo volume del Chambers, intendo il Supplemento di Lewis, e pare che dovesser contarsi gli avuti in prezzo de’ libri in quistione. Chi scrive avea pur fatti venire i tomi che mancavano allo Spettacolo della natura, i quali in mano propria divengono di niun valore, poiché mancanti e solo atti a compiere quel corpo spezzato; intorno a ciò si rimette chi scrive alla equità e buon voler suo, e si riprotesta frattanto, in attenzione d’intender meglio e di poter soddisfare questi ed ulteriori suoi comandi ecc., col maggior rispetto ed ossequio come sopra.

Casa, li 17 marzo 1766

  1. Giuseppe Pelli Bencivenni a Beccaria (Firenze, 24 marzo 1766)
Illustrissimo signore, signore e padron colendissimo,

avendo scoperto nella quinta edizione del bellissimo trattato Dei delitti e delle pene il vero autore del medesimo, non mi posso trattenere un momento dal presentarmi a lui, che già prima di ogni altro ammiravo come l’uomo che in questo secolo si affaticava con lodevole sforzo d’illuminare il folto caos della giurisprudenza criminale. Questa lode Vostra Signoria illustrissima non l’esige da me, ma da tutti quelli che amano l’umanità. Esige bene che Le confessi aver io alcuni anni prima tentato un lavoro simile come sanno i miei amici, ed essermi trattenuto dal darle l’ultima ripulitura, perché, avanzato ad un impiego in cui alcuna volta devo dare il mio voto per la punizione dei rei, stimai conveniente non lasciar travedere i miei sentimenti per non singolarizzarmi senza verun oggetto in cosa che averebbe fatto strepito, attesi i pregiudizi che l’ignaro volgo ha succhiati. Ma nel comparire l’operetta di Vostra Signoria illustrissima fui di quelli che nel privato recinto del mio gabbinetto feci applauso al suo magnanimo sforzo, e che invidiai il merito che si andava facendo con lo scoprire una nuova verità nel regno morale delle cose. Mi permetta Vostra Signoria illustrissima che, trasportato dalla gioia di consacrare la mia devozione a chi ha pensato come ho ragionato io stesso, benché incognito e senza verun merito a Lei mi presenti per congratularmi e per renderle un vero omaggio di amichevole sincerità. Vorrei esser grande per premiare un filosofo di tanta stima, o vorrei avere la potenza legislativa per porre in pratica i suoi dogmi. L’esser mio privato non mi permette né l’uno né l’altro, ma mi lascia solo il desiderio di ottenere il necessario compatimento per questa mia franchezza nel comparirle davanti, e di esser da Vostra Signoria illustrissima creduto il più sincero ed il più attaccato amico che possa bramare, giacché senza smentire questo carattere vuole la pulitezza che con le solite frasi mi dichiari unicamente dicendomi di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed affezionatissimo servitore

Giuseppe Pelli

Firenze, 24 marzo 1766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 28 marzo 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

io non saprei: feci ricercare giorni sono questo Vicario del S. Ufizio per sapere se il libro Del[itti] e p[ene] era nell’indice, ed ei rispose francamente che no; ho auto la curiosità io stesso di domandarne a un amico a Roma, e questi pure mi risponde che no. Ma la di Lei assersiva non dee rivocarsi in dubbio, e però devo credere benissimo che il libro abbia ora l’onore di tant’altri ecc. Vostra Signoria illustrissima però non lasci, o per regola o per curiosità, di farsi venire da Roma una copia del decreto (la quale non vien ricusata) e si compiaccia di far sapere anche a me i motivi della proibizione. Passiamo ad altro.

Se la cosa è così, Ella ha qualche ragione di non volere il di Lei nome in fronte all’opera, ed io ho già cominciato a far ristampare il frontespizio e a riaccomodare i principii per togliere affatto il primo avviso ecc. Ma non devo tacerle che, dietro l’assersione di questo Vicario del Sant’Ufizio tenendo per vano il primo sospetto di proibizione, spedii un numero d’esemplari al signor Giuseppe Rondi di Bergamo, un altro a Napoli e un altro a Firenze. Questa sera scrivo dapertutto che avvertano di non pubblicarne un esemplare, e che intanto taglino i frontespizi e me gli rimandino, che io intanto spedisco loro quegli da sostituirvisi. Sono moralmente sicuro che sarò obbedito, e se mai posso dubitare d’alcuno, è del predetto Rondi di Bergamo; perciò non sarebbe male che Ella da qualche di Lei amico ne facesse ripetere l’istanze a quella parte. Non dubito intanto di veruno sconcerto, ma se accadesse in ciò qualche piccola cagione d’affliggere la di Lei delicatezza, spero che non la prenderà in mala parte, dirimpetto a quella schietta innocenza ch’io posso vantare per la parte mia. Questo però è un pensare al peggio, come dee farsi in tutti i conti; del resto io spero che la cosa passerà bene, dandomene io il maggior moto possibile.

Coltellini dunque Le ha scritto! Questo è un fenomeno ben straordinario. Infinite persone, e di vaglia, si lamentano, e giustamente, del suo contegno in non rispondere ad alcuna lettera, e poi scrive a Vostra Signoria illustrissima per puro oggetto di complimento. Questa novità però mi è stata oltremodo carissima, perché vedo ch’egli ha fatto un suo dovere.

Pel vino di Montalcino bisogna scrivere a Siena. Io credo però ch’Ella voglia dire Montepulciano, e per questo ancora bisogna scrivere a Siena. Per non andare pertanto in lettere, scrivo questa sera all’illustrissimo signor Bernardino Gatti, garbatissimo signore, che ne la ragguagli addirittura, ben intesi che per il costo egli se l’intenderà con me, ed anche per la spedizione, figurandomi che questa dovrà farsi da qui per Genova. Per l’Aleatico poi, Chianti, Carminiano ecc. scrivo pure questa sera a Firenze, e tra due giorni avrò la risposta.

Favorirà dire al signor conte Verri (a cui poi scriverò la prossima), che la di lui commissione si fa in Firenze.

Sono, co’ migliori sentimenti di stima e di rispetto, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius. Aubert q. And.

Livorno, 28 marzo 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 29 marzo 1766)
Ce 29me mars

Chers amis,

malgré le danger d’étre froissé, écrasé par la foule des spectateurs des fonctions de la semaine sainte, et malgré mon indifférence pour la vûe de ces spectacles, j’y ai été, et en suis parti le coeur pénétré de componction et d’admiration pour l’auguste majesté qui regne dans ces cérémonies. On apprend ici à regarder la celebration de nos misteres avec cet humble respect qui leur convient, et qu’ils inspirent en effet. Car, mes amis, qui ne serait saisi d’une profonde vénération à la vûe du chef visible de l’Eglise, du Vicaire de Dieu, entouré de ces colomnes vivantes de l’Eglise, de ses cardinaux, qui melés aux princes et aux prelats le servent avec tant de respect et d’humiliation qu’on n’en saurait plus avoir si son Principal revenait au monde recueillir l’adoration et le culte de son peuple fidele! J’ai vû moi-même les Anglais, les Allemands, que la curiosité y avait amenés, marquer de la surprise pour la sainteté du spectacle; et c’est par un zele raisonnable qu’on y admet tout étranger, pour convertir les hérétiques. Pour moi je ne doute pas que les voyageurs de bon sens ne partent d’ici avec d’autres sentimens que ceux qu’ils y avaient aportés. Les eterodoxes, les infideles, les deistes, les athées, s’il y en avait, et toute cette engeance que le St. Pere a excommunié formellement en lisant la bulle In cena Domini, peuvent se moquer interieurement, par une depravation de leur jugement, des peines canoniques qu’on a lancées contre eux; ils n’en seront pas moins liés par ces censures, et ils n’en iront pas moins à tous les diables aprés leur mort.

Le bon Dieu m’a fait la grace d’exaucer mes voeux en accordant de la santé au Pape pour qu’il put faire lui-même ces saintes fonctions; je le desirais ardemment, et j’en avais bien raison. C’est dommage qu’il ne soit pas bien fait de sa personne, et que le Lieutenant Général du plus beau des hommes soit petit, boussu, et qu’il forme avec ses habits pontificaux une masse informe qui n’inspire aucune vénération. Si la grandeur de la taille, si l’air auguste du visage relevait ce spectacle, on ne pourrait s’empecher de tomber à ses pieds, et de reconnaitre la supreme dignité que le St. Esprit lui a conferée.

L’abbé de Condillac est arrivé ici depuis quelques jours. Il m’a demandé de tes nouvelles et comment se portait ta femme. Il m’a dit qu’il t’en avait cherché des nouvelles dans sa lettre à la quelle il n’a reçu aucune reponse. Je te prie donc de m’écrire aussitôt, et de m’informer de la santé de Verri, de la marquesine, de l’esperance que tu puisse avoir de succeder à Mantegazza etc.

Embrasse-moi mes chers Alexan[dre], Biffi, Visc[onti], Frisi etc.

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 2 aprile 1766)
Ce 2me avril

Chers amis,

Il y a beaucoup d’étrangers accourus de toutes parts pour voir les fonctions de la Semaine Sainte. – Oui, il y a N. N. N., et un certain abbé de Condillac. – C’est un Français qui était le precepteur de l’Infant duc de Parme. – Oui, Excellence, et l’on dit que c’est un homme savant. – En quoi? – Il a imprimé quelques petits ouvrages sur la metaphysique. – C’est un homme presque fou. – Ça se peut, Monseigneur Patriarche. – Sans doute: l’avez-vous vû? – Une fois, Monseigneur. – N’avez-vous pas remarqué son habit? – Jamais. – Oh! qu’il est extravagant! Il a les boutons si petits, que cela fait rire. Ce n’est pas là la manière de s’habiller en abbé; mais les Français n’ont point cette façon de penser juste. Enfin c’est un fou.

Dites-moi: avez-vous trouvé ici des hommes d’esprit? Il y en devrait avoir parmi l’affluence des étrangers qui peuplent cette ville. J’ai déja compris qu’on n’y connait aucun des agrémens de la societé, et que là-dessus vous aurez à regretter votre patrie. Mais il se peut qu’on rencontre beaucoup de savans dont la compagnie compense l’ennui qui regne dans ces assemblées si bruyantes. – Il y en aura sans doute; mais ils usent de tant d’industrie pour se cacher qu’on ne saurait les decouvrir. Mais comme en tout il faut se regler sur des principes certains, je vais vous donner quelques maximes qui pourront vous conduire dans la connaissance de cette nation.

En général tous ceux qu’on vous nommera fous, ce seront gens de merite; et tous ceux que vous entendrez decorer du titre de grands hommes, ce sont des pédans insupportables. Tous ceux qu’on vous nommera pour des fripons, le seront en effet; et ceux dont on vous vantera la candeur, sont des imbécilles. Entre les princes, y compris ceux qui ont voyagé beaucoup, il y en a plusieurs qui savent lire et écrire. Tous ceux qui n’affichent pas un entier devouement aux solipses, on les prend pour des jans[énistes]. Les langues latine et grecque ne sont pas seulement des moyens pour apprendre, mais ce sont des sciences qu’on prise infniment par elles-mêmes. Il y a des principes dont on tirait anciennement des fort jolies consequences; le malheur des tems derange un peu cette logique, mais si on garde le silence sur ces consequences, on n’en adopte pas moins les principes que le changement du sisteme de l’Europe n’a pas pu deraciner.

L’inoculation est une action barbare dont tout homme raisonnable doit s’abstenir. Il est prouvé que l’Infant de Parme n’a plus joui de sa premiere bonne sante après ce dangereux remede. Il est incontestable qu’on l’a defendue en France et en Hollande, et qu’on ne la pratique plus en Angleterre. Le derangement de la santé, les maladies de langueur, la mort même qui en étaient la suite, ont desabusé les hommes là-dessus; et on ne me fera jamais comprendre comment on puisse en bonne conscience donner un mal à un qui se porte bien. C’est la plus absurde des folies, et elle est pourtant digne de ce siècle extravagant.

Tutto questo deve credersi evidentemente provato se v’è chi con riconosciuta autorità lo sostenta ecc.

Mon ami, m’a-t-on dit, tu as des envieux. – Tant mieux, ai-je repris, je vaux donc quelque chose. – Eh oui; mais le tel, formidable par son rang et par sa betise, a dit, dans une assemblée dont tu venais de sortir, que… – Oh! N’est-ce que cela? J’en suis bien ravi; ce qui me plait davantage c’est que ce meme homme le jour suivant me conduisit après la promenade dans la même maison où il avait médit de moi; m’en voila vangé. Au reste, si je voulais éviter tous les medisans et tous les fripons, et toutes les betes, je devrais m’enfermer seul dans ma chambre.

  1. Beccaria a Giuseppe Pelli Bencivenni (Milano, circa 11 aprile 1766)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

io sono sorpreso e confuso per il gentilissimo foglio che Vostra Signoria illustrissima si è degnato di scrivermi li 24 marzo. Capisco di non meritar tanto, e non deggio attribuire il mio buon successo se non a quello spirito benefico e favorevole all’umanità che veggio risplendere nella bellissima lettera di Vostra Signoria illustrissima. Veggo che ella ha saputo far buona la mia retta intenzione. Questa sola copre i difetti del mio opuscolo, e mi ha meritato i suffraggi delle anime sensibili ed illuminate.

Sono veramente insuperbito nell’essermi incontrato nelle viste e nelle mire di Vostra Signoria illustrissima. Se per giusti motivi non ha data l’ultima mano all’opera sua, l’Italia ha perduto, se la Toscana ha guadagnato un ministro pieno di talenti e di virtù. Se Vostra Signoria illustrissima può, divida i suoi momenti tra il sovrano e il publico, servendo alla felicità del genere umano ed a quella della patria.

Ciò ch’ella dice a mio favore non devo attribuirlo che al soggetto interessante da me trattato ed a quel debolissimo ma ingenuo raggio di virtù che ho ardito far tralucere nel mio libretto. Vostra Signoria illustrissima ha un animo troppo grande per esser rigido censore e per non guardare favorevolmente i deboli sforzi di un buon cittadino.

La lettera di Vostra Signoria illustrissima è troppo bella per non farmi vivamente desiderare la di lei corrispondenza ed amicizia; procurerò di rendermene degno col coltivare la verità e la virtù, gli idoli della mente e del cuore di Lei. Mi creda suo ammiratore e un sincero ed attaccato amico, che colla più alta stima e col maggior ossequio si rassegna di Vostra Signoria illustrissima devotissimo affezionatissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 14 aprile 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo

col pregiatissimo foglio di Vostra Signoria illustrissima ricevo la rimessa de’ gigliati 3½, costo del rametto per il principe Trivulzi, la quale non mi aspettavo, perché questa bagattella potea conteggiarsi con altre partite. Il signor Rondi di Bergamo mi scrive che la mia lettera gli era giunta opportuna per non dar fuori nemmeno un esemplare de’ Del[ itti] e p[ene], ma che a risposta volea i nuovi frontespizi da sostituire; ma come fare? Io non posso farglieli volare per l’aria; gliene mando un piccol numero per la posta, e lo scongiuro quanto posso ad aspettare il tempo necessario per ricevergli senza una spesa gravosa. Faccia ancor Lei, di grazia, che gli sieno ripetute le stesse preghiere. Intanto Vostra Signoria illustrissima ne avrà già riceuti 60, che Le mandai con un padre carmelitano scalzo, diretti al signor conte Verri.

Il signor Bernardino Gatti di Siena mi scrive che avea avvisato a Vostra Signoria illustrissima il prezzo del vino di Montepulciano, Rosso di Montalcino [ ] che posso darle io [ ]

Ella mi comandi pure con tutta libertà, ch’io non ambisco in altro che nell’onore d’obbedirla.

Ancor io scrivo oggi in fretta, dicendomi con tutto l’animo di Vostra Signoria illustrissima [ ]

Livorno, 14 aprile 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 16 aprile 1766)
Ce 16me avril

Très-chers amis,

tu m’avais mandé qu’à l’arrivée du courier de l’Acqua j’aurais reçû les feuilles du Caffè qui me manquent. J’attendais aussi avec une extrême impatience la derniere edition de ton ouvrage faite à Livorno. Cependant le courier ne m’a rien aporté, et je n’ai plus sû aucune nouvelle de ton ouvrage. Je te reccomande donc avec toute la chaleur de me procurer ces deux choses, et nommément la derniere, qui m’est au coeur infiniment; car comme j’espere que le volume en sera petit, je le porterai toujours sur moi, et ce sera mon manuel. L’abbé de Condillac m’apprend qu’on lui écrit qu’on t’a traduit en anglais et en allemand. J’en suis charmé, mon cher, et je serai encore plus charmé si tu te resoudras à me donner des nouvelles de ta femme, de ta fille, de messieurs tes parens, à qui mille respects, de tes liaisons, de tout enfin ce qui te regarde, et qui m’interesse par consequent. J’en ferais de même avec toi; mais outre que tu n’as aucune idée des personnages, ni de la façon de penser de ce pays, tu ne saurais trouver du plaisir à la description de frivolités que la seule petitesse de ces têtes creuses rend importantes.

Hier j’ai parcouru chez la d[uchesse] de B[racciano] le gros livre fait contre les deux très-petits almanacs qu’on a imprimés il y a deux ans et demi. Certainement que vereor ne praevaricatorem sibi apposuerit P[etrus] V[errus] (Cic. Philip. II); ou si ce n’est pas un tour qu’il ait joué au public, V[erri] a bien de l’obligation à ce bon homme qui vient resusciter ses ouvrages et les tirer de l’oubli, où ils ne meritaient pas vraiment de tomber par l’esprit qui y brille, mais où leur destination, leur titre, leurs allusions les condamnaient. Je craignais que ce ne fut quelqu’autre chose; je craignais que Zoroastre ne fut qu’un pretexte pour attaquer V[erri]. Assure-le que j’en ai ri de tout mon coeur. Au reste, je dois me plaindre de vous tous, qui avez oublié de m’en écrire aussitôt qu’il était sorti de la presse. J’étais en peine sur l’ouvrage, et plus encore sur votre silence.

Hier au soir je fus pour la premiere fois m’ennuyer à la conversation du Cardinal Cavalchini. Elle consistait en 13 statues immobiles, assises sur des grands vilains fauteuils. Assurément que c’étaient des statues et pas des hommes, car je n’en entendis jamais parler aucune pendant une heure entiere; le seul maitre de la maison, vieux squelette à faire peur, marmottait quelques mots que je ne compris pas. Après une demiheure d’ennuyeux silence, un reveil sonna pendant 7 minutes à peu près, et cette douce harmonie fit justement son effet, car je commençais à dormir. Je t’assure qu’il n’est pas possible ici de garder son sang froid, ni pas même d’étre indifférent par mépris. Quand j’eus examiné longtemps ce phantôme, et que je me rappellai ses brigues, et, ce qui est le comble de la plus folle stupidité, de l’espoir qu’il conserve à l’âge de près de 82 ans, malgré ce qui s’est notoirement passé, je fus tenté de lui dire ouvertement: «Sot animal qui, rongé de l’avarice la plus sordide, travailles jour et nuit pour amasser; qui es si stupide pour ne pas comprendre la physique impossibilité qui t’éloignera toujours du but de ta chimerique ambition; qui es assez lache pour être toujours de l’avis de ceux à qui tu parles; qui as une ame si basse et vilaine qu’elle n’a jamais gouté le plaisir d’avoir volontairement fait du bien; qui…». Vraiment, mes amis, cela n’est aucunement philosophe; mais quand l’ennui nous accable, quand il faut l’absorber à petits traits, il est pardonnable si l’on s’en venge avec quelques injures.

N’attendez pas de moi des nouvelles litteraires. Ici l’on n’imprime, l’on ne parle que des choses si sublimes que vous n’y sauriez rien comprendre. Il faut s’étre ennuyé ici plusieurs années pour en sentir l’importance et le merite. En attendant que le bon Dieu vous procure ce plasir-là, sachez qu’il n’y a aucune nation au monde si insupportablement orgueilleuse, et qui eut moins de raisons de l’étre que celle-ci. Un de ces jours j’étais à une académie d’histoire ecclesiastique; on y récitait une oraison funebre pour un academicien mort depuis peu; on prodigua les louanges les plus recherchées à cet avocat, qu’on nomma toujours maximum virum. Le stile était ridicule; car c’était un long recueil de phrases latines mal cousues ensemble. L’eloge du défunt n’occupa que la 8me partie du discours; tout le reste fut employé à dire des injures aux Français, et à se plaindre de ce qu’ils gatent toutes les sciences par leurs journaux, qui sont le plus detestable des venins et qui empoisonnent tous les esprits. J’en fus si indigné que je crois que si j’avais été prés du sot orateur, je lui aurais donné une douzaine de coups de poing. Cette haine et ce mépris pour tout ce qui est français, est universel; ils s’en vantent ouvertement. Pour moi, je vois qu’à force d’entendre louer Ciceron, je le mépriserai, et à force de voir mépriser la nation française, je l’estimerai plus encore de ce qu’elle merite.

Embrasse mes chers V[erri], A[lexandre], V[isconti], Fr[isi], Cald[erara] etc.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis César Beccaria Bonesana. À Milan

  1. Cosimo Amidei a Beccaria (Firenze, 21 aprile 1766)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

fui a caso il primo ch’ebbi la sorte di gettare gli occhi sopra il libro Dei delitti e delle pene, quando comparve qui nell’anno 1764, perché a caso presente a vederlo sballare. Lo prendo in mano sciolto e leggo la introduzione, ne concepisco subito una vantaggiosa idea e senza dilazione lo faccio legare. Lo leggo la prima volta colla maggiore rapidità che poteva permettere uno scritto simile, per vedere se corrisponde in tutta la sua estensione all’idea che me n’era da principio formata. Mi piacque di non rimanerne deluso. Lo feci noto ad alcuni miei pochi amici illuminati, che con prontezza se ne provviddero, ed ancor essi lo trovarono quale lo trovai io. Per la folla de’ criminalisti esistenti nel suolo toscano crebbe il numero de’ compratori in ragione inversa del numero degli esemplari, perché, trasportati semplicemente dalla intitolazione del libro, si lusingavano di trovare in esso piuttosto un sistema criminale rispondente alle loro mire che un sistema politico. Io già prevedeva che questo, essendo un libro superiore alle loro cognizioni, perché non fatto per il comune degli uomini, non averebbe incontrata la loro approvazione, come non la incontrò il celebre trattato dello Spirito delle leggi appresso il maggior numero di questi legali, che ingannati dal titolo si persuadevano di trovare in esso singolari dottrine per la difesa delle cause.

Io però lessi e rilessi più di una volta il libro De’ delitti e delle pene, e sempre con piacere, per vedervi la mano maestra a delineare pensieri rilevati immediatamente dalla natura delle cose; vi ravvisai uno spirito combinatore di tutti i rapporti contingibili sulla soggetta materia con calcolare i gradi ed i momenti della sensibilità fisica; vi riconobbi un saggio politico, un vero filosofo ed un sincero filantropo, seppure può darsi filosofia senza filantropia. Dissi fin d’allora, in un ristrettissimo ceto di pensatori, che questo era un libro che faceva epoca per noi altri Italiani, ed essi ne convennero. Grazie a quella Società di Cittadini negli Svizzeri, che ci ha fatto palese l’autore, come io ardentemente desiderava.

Io sono un legale di questa Curia, ma insieme un oscuro e pacifico seguace della ragione, dal quale Vostra Signoria illustrissima ne ottenne i segreti ringraziamenti subito ch’ebbi in mano la di Lei opera, con idea per altro di farli palesi all’autore, qualora mi fosse stato noto il suo nome, benché non cognito di persona. Eseguisco ciò di presente per mezzo di questa lettera, esprimente una vera stima e riconoscenza ben dovuta ad un uomo che protegge la causa della umanità.

L’anonimo professore che ne ha dato il Giudizio si è ben espresso finché si è tenuto alle idee generali; quando ha voluto decomporle e formarne delle particolari, parmi che non sia risalito a’ principii semplici. Per vendicare il libro dagli attacchi hobbesiani, a me pare che servisse il dire che Vostra Signoria illustrissima ha distinto lo stato di natura e lo stato di aggregazione dallo stato di società, e che Hobbes ha confusi gli uni coll’altro. Lo stato infantile dell’uomo è diverso dallo stato di adolescenza, e questi dallo stato di virilità. Quanto è difficile il trasportarsi fuori dello stato in cui uno è!

Lo scritto che ha per titolo Note ed osservazioni sul libro Dei delitti e delle pene merita di essere punito coll’infamia, come è stato già punito nel tribunale della ragione.

È ben vero che il di Lei libro essendo fatto per tutti gli uomini e per tutti i governi che non sieno affatto dispotici, il § De’ giuramenti non si adatta a tutti, mentre in Francia non si dà il giuramento a’ rei, e nella Toscana ancora, perché da Cosimo III fu interdetto per bando del 21 aprile 1679, con avere precedentemente consultato monsignore Ansaldi, che gli mandò il suo sentimento in iscritto.

E perché parlo con un filosofo, mi prendo la libertà di dire che il § Delle pene de’ nobili parmi che sia fuor di luogo e che interrompa l’ordine e la connessione che passa tra il § 20 ed il § 22: poiché nel § 20 si dividono i delitti in attentati contro la persona e contro le sostanze; si parla di quei della prima classe, e di quelli della seconda se ne parla nel § 22. Nella prima edizione un tal ordine è osservato secondo la costruzione, e si può osservare anche in questa col rimettere il § 21 al § 3, dopo il verso: «La violazione anche di un solo comincia ad autorizzare l’anarchia».

È tanto per altro il valore del libro che credo poter dire con franchezza che, se fosse potuto andare nelle mani del perseguitato cittadino di Ginevra avanti la publicazione del suo trattato Della educazione, averebbe detto che il diritto politico è principiato a nascere e che il marchese Beccaria è in grado (come disse di Montesquieu) di formare questa gran scienza, perché ha saputo vincere le resistenze che si oppongono a dar lume a questa importante materia. Senza dir di più, comprenderà benissimo Vostra Signoria illustrissima ciò che ho rilevato dall’esame della di Lei opera.

La notizia dell’autore, qualunque egli fosse, era per me una forza impellente per passarne segretamente con esso gli atti più sinceri di congratulazione, ond’è che uno confuso col volgo si protesta di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Cosimo Amidei

Firenze, 21 aprile 1766

  1. Bartolomeo Secco Suardo a Beccaria (Bergamo, 24 aprile 1766)
Bergamo, 24 aprile 1766

Amico carissimo,

Pasta mi ha salutato per parte vostra, ed io non ho dubitato mai, per non aver vostre lettere, che di me vi foste dimenticato. La vostra corrispondenza ho in sommo preggio, e mi è sommamente cara ogni volta che non vi è a peso. Vi avrei scritto nel frattempo del vostro silenzio, ma mi fu detto ch’eravate andato a Vienna; di voi ho richiesto il signor principe Triulzi, che nulla mi ha risposto; la mia figlia per commission mia ne ha scritto al conte Visconti, e da lei so che siete costì.

Sarà possibil mai avere un libro che contiene vari opuscoletti, fra’ quali Saul? Vene è un altro di quindici lettere a un professore. Questo ho; il primo ho veduto e potuto avere, ma mi parve sì scompostamente impresso che lo rifiutai, sperandone una miglior edizione, che non appare; la prima è sparita, e non so come averne una coppia. Quella che vidi è passata in mano ad Astori, che ha letta e mi dice esservi un pezzo sublime; ma essa ha fatto naufragio, non si sa come, nell’estrema borasca da cui Astori si è salvato.

Doppo coteste vostre solennità nuziali il signor principe Trivulzi verrà qui. Non vorrei che il dolce peso che porta la signora marchesa vostra, e di cui vi felicito, ritenesse lei e voi dal venir qui. Pochi momenti sono stato con voi, e me ne avete lasciato un gran desiderio. Ma pur o poco o molto spero vedervi. Lusingatemi almeno.

Debbo al padre del vostro amico conte Verri la salvezza di un garzonaccio figlio di un mio fattore, che amo. Per il reo mia moglie ha scritto al signor senatore. A buon conto, per il favor di lui non gli è stata data la corda, e se ne spera la grazia. Io sono in legame d’amicizia con voi, ed i vostri amici mi vincolano d’obbligazioni.

Amatemi sempre, e sempre son vostro divotissimo obbligatissimo servitore amico

Bart. Suardo

  1. Giuseppe Rondi a Beccaria (Bergamo, seconda metà di aprile 1766)
Illustrissimo signore, padrone colendissimo,

non per farmi merito presso Vostra Signoria illustrissima, mentre io sono contento e portato dal mio naturale a viver nell’oscurità, giacché senza il corredo di naturali et acquistati talenti o di vasta fortuna, il rendersi cognito ad altro non serve che a proccacciarsi inquietudini; ma per render giustizia al vero, le dirò che, estasiato nel leggere e rileggere l’aureo suo preziosissimo libro De’ d[elitti] e p[ene], alcune copie del quale erano a caro prezzo qui capitate, dissi al nostro libraro Lucatelli che se avesse voluto le ne avrei procurati io da Livorno diverse copie, spinto a ciò fare e da un certo attacamento al libro sudetto, e dalla volontà di cooperare così all’insinuazione maggiore delle massime in esso sparse per la nostra Italia, et al profitto del sudetto Lucatelli mio buon amico. Difatti, aggradita la mia offerta, scrissi in Livorno, et in novembre passato gli rimisi il montante delle 500 copie. L’ho atteso sin in marzo, e finalmente son giunte.

Nel momento del loro arrivo mi viene fatta istanza, per parte di Vostra Signoria illustrissima, a fine che non lasci sortir sudetta opera, e dal signor canonico Lupi, singolarissimo mio padrone, e dal signor dottor Pasta; mi viene scritto da’ signori Reycend e dallo stesso Coltellini. Volontieri ho indugiato, ma il signor Coltellini non mi ha mandato che frontespizi e dall’altra parte il Locatelli, non ostante che non mi abbia dato né pure un soldo a conto, si protesta contro di me per li danni che dice aver riceuti. Sarebbe una cosa graziosa che dovessi perdere di capitale, e tanto mi succederà se il signor Coltellini non mi manda a pronta risposta e per la posta i frontespizi, o pure se io non lascio la libertà al Locatelli di darli fuora come li ha riceuti da Livorno.

Ieri ho scritto al Coltellini, et oggi scrivo a Vostra Signoria illustrissima premendomi darle anche questo segno di mio rispetto e della profonda venerazione che ho per il dilei merito. Ella veda di sollecitare il Coltellini, che io non ho stile bastante a risvegliarlo.

Faccia che sollecitamente mi pervenghino li frontespizi, affine che possa contribuire ad ogni dilei sodisfazione non lasciando traspirare quelli col dilei nome, come sin ora religiosamente ho fatto; in evento contrario sarò poi costretto mio mal grado lasciar che tutto vada secondo l’ordine mercantile.

Vorrei esser sogetto valevole darle riprove dell’alta stima che nutrisco per tutto ciò che appartiene a Vostra Signoria illustrissima, ma mi conviene esser solo testimonio a me stesso di quanto veracemente mi sottoscriva di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Gius.e Rondi

  1. Giuseppe Rondi a Beccaria (Bergamo, fine aprile - inizio maggio 1766)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

le premure che mi vengono ripetute dal Locatelli per avere li noti frontespizi mi rendono mio malgrado importuno presso Vostra Signoria illustrissima affine che me li faccia avere, giaché dal signor Coltellini non ho mai avuto riscontro.

Questa mattina con le lettere di Francia ho riceuto lettera, in cui vi ha il seguente paragrafo: «Je suis informe que l’illustre auteur Dei D[elitti] et p[ene] travaille à un autre ouvrage, intitulé Des recompenses. Je vous prie de nous informer où il s’imprime, à fin que sans perdre une minute vous puissiez m’en envoyer un exemplaire par la poste». Chiude il paragrafo, l’amico che mi scrive, con queste parole: «J’ai reçû cette commission d’un grand seigneur digne et capable de porter une couronne».

Si degni Vostra Signoria illustrissima dirmi cosa devo rispondere, e le ne professerò eterne obbligazioni, soggiungendo in oltre che io ne prenderò, a que’ patti che anderemo intesi con l’impressore, 1000 esemplari.

Immancabilmente continuerò ad essere con particolare venerazione di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Gius.e Rondi

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Giulio Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Dedica dei Delitti a Giambattista Biffi (Milano, aprile-maggio 1766)
Ricevete, mio caro Biffi, alcuni esemplari di un libro a cui avete tutto il diritto. Esso è così vostro che mio. Ricordatevi nel distribuirlo che la verità sola e gli amici son degni dei nostri omaggi.

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 3 maggio 1766)
Illustrissimo signore, signore colendissimo,

rimetto questa sera al signor principe di Kaunitz il memoriale inviatomi da Vostra Signoria illustrissima con cui domanda la carica di consigliere del Supremo Consiglio che occupava il defunto Villavecchia. Non posso che commendare sommamente il benefico pensiero che Vostra Signoria illustrissima ha avuto nel tempo medesimo d’offerire una parte del soldo in sollievo dell’afflitta famiglia del morto consigliere, e desiderandole un esito felice e conforme alla mia buona volontà di servirla, con perfetta considerazione mi confermo di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore vero

Carlo C. di Firmian

Milano, 3 maggio 1766

Signor marchese Cesare Beccaria

  1. Giuseppe Pelli Bencivenni a Beccaria (Firenze, 12 maggio 1766)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

la lettera che con estrema gentilezza Vostra Signoria illustrissima ebbe la bontà di replicarmi nello scorso mese di aprile è troppo cortese per essere scritta da un filosofo e per essere indirizzata ad un individuo che pure ha la vanità innocente di comparir tale, quando non gli può essere una colpa in faccia a quei tanti che vivono nel mondo solamente per ciarlare in conformità dei loro pregiudizi. Io vaglio ben poco nella società paragonato a Lei, che ha i talenti per illuminarla e per essere utile al genere umano.

Saputo che qua s’incideva il suo ritratto, ho procurato di essere il primo ad averlo, e mi è riuscito, onde ho il piacere di contemplare la sua persona nella mia stanza in effigie, non potendo aver quello di materialmente godere la vista di un padrone e di un amico qual desidero che Vostra Signoria illustrissima mi sia. È stata una qualche fortuna che sia caduto il lavoro nelle mani del migliore incisore che qua abbiamo, e che in conseguenza sia riuscito degno di quello che rappresenta. Ella dovrà convenir meco della bontà dell’intaglio, e le sarò tenutissimo se mi assicurerà che sia somigliante, perché in tal modo averò una maggior soddisfazione a vedermelo innanzi agli occhi.

Qualche articolo dell’opera periodica che costà si pubblica, intitolata Il Caffè, mi ha fatto credere sicuramente che Vostra Signoria illustrissima abbia le mani nel medesimo, e per questo ho subito data incumbenza ad un libraio perché me lo faccia venire. Chi ha buon gusto deve a Milano invidiare soggetti forniti di così profonde cognizioni quanto sono quelle ch’Ella fa trasparire nelle cose ch’escono dalla sua penna. Io non sono capace di adulare, ma ho tanta sensibilità da trovarmi scosso dal bello e dal vero. Questa per altro non equivale alla forza che ci vuole per saperla imitare. Conoscendomi, vedrebbe che sono molto al di sotto di quello che per sua cortesia m’immagina. Se non ostante il primo gradino per arrivare alla scienza è quello di conoscere e di avere in un sommo pregio quelli che la posseggono e la professano, io doverò considerarmi per qualche cosa, mentre ho avuta la sorte di sentirmi inspirato ad ammirare Vostra Signoria illustrissima, a cui bramo ardentemente in ogni occasione di dimostrarle il mio sincero vivissimo affetto.

Sta a Vostra Signoria illustrissima ad impiegarmi con i suoi comandi, che per quanto può permetterlo la mia piccolezza in paragone del suo molto merito, mi dimostrerò sempre con ogni maggior premura ed interesse quale mi soscrivo, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servo ed amico

Giuseppe Pelli

Firenze, 12 maggio 1766

  1. Giuseppe Rondi a Beccaria (Bergamo, 15 maggio 1766)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

l’offerta che si degna Vostra Signoria illustrissima di farmi di rilevare la nota opera, nel secondo me impossibil caso di non vendita, toglie l’adito ad ogni replica del Locatelli.

Non devo imporle altro peso, solo suplicare Vostra Signoria illustrissima di sollecitare la missione de’ frontespizi.

Si compiaccia Vostra Signoria illustrissima credermi troppo zelante di tutto ciò che può appartenerle per non lasciare sortire li primi frontespizi; non ostante le mie ristrettissime sostanze vorrei piuttosto perder tutto che compromettere un sogetto che, il primo fra noi, ha usato parlare a’ sovrani, consigliare i maggistrati, illuminare li uomini e render felice la società con un libro che respira l’umanità e consola i cuori sensibili. Sarò perpetuamente non meno ammiratore sincero de’ di Lei luminosissimi talenti che di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore vero

Gius.e Rondi

Bergamo, li 15 maggio 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 20 maggio 1766)
Ce 20me mai

Chers amis,

monsieur Reverdil m’a consolé en m’assurant de ton existence. Il me demandat si j’avais reçû pour lui un exemplaire de la derniere edition de ton ouvrage. Je l’attendais en effet avec la plus vive impatience; mais soit retardement de l’imprimeur, du courrier, ou quelqu’autre cause, je n’ai rien reçû. Je t’avais prié en outre de m’envoyer la suite du Caffè. Il faut que tu l’ayes oublié, et j’espere que tu repareras bientot ces oublis en m’envoyant l’un et l’autre.

Hier le Pape a été attaqué par ses maux ordinaires qui l’emporteront à la fin sans qu’on s’en aperçoive. Il revenait de l’adoration d’un beatifié la matinée; on a dû le saigner en carosse, et après je l’examinai fort attentivement et de bien près; il ne donnait aucun signe de vie. Une foule immense de peuple coutoyait son carosse qu’on trainait très-lentement, et je remarquai qu’à son passage personne ne se prosterna, ni demanda la benediction; c’était peutêtre un effet de curiosité uniquement attentive à regarder le visage du St. Pere, qu’on ne pouvait pas voir, tant sa tete était penchée.

Il y a deux jours que je suis plus chagrin et plus inquiet qu’à l’ordinaire. J’ai pourtant tort, je l’avoue: quel droit ai-je de pretendre, et de me facher de ce qu’on ne veut pas me placer? «C’est si peu de tems», me dit-on, «que vous étes ici, vous ne pouvez pas encore être au fait de la pratique des tribunaux; il faut en outre que vous continuiez l’étude du droit: cela est indispensable». Ce qui m’enrage c’est que, et pour donner une bonne opinion de ma conduite, et faute de tems que j’emploie à m’ennuyer dans la vûe de le mettre à profit, je ne jouis pas des plaisirs qu’on pourrait gouter dans un pays où il y a tant de beautés accomplies. Croi-moi que nos femmes en général sont laides à faire peur vis-à-vis des Romaines. Quels seins! Quel teint, quelle vivacité!

Fais-moi le plaisir de dire à P. V[erri] qu’un moine bon vivant qui m’a fait ici quelque plaisir m’a cherché une lettre de reccomandation pour lui; que je la lui donnerai; qu’il la prendra de la façon qu’il jugera mieux; que si ce moine veut quelque chose d’équitable de lui, ma reccomandation est inutile; s’il ne veut rien, ou quelque chose de peu raisonnable, il en est de même.

Peutêtre d’ici à un mois j’aurai repris mon humeur ordinaire. À présent je vous embrasse sans tant d’expressions, mais avec toute la cordialité.

J’attens une lettre de mon cher V[isconti], car tu es trop paresseux; je te prie de l’en charger. Mille embrassemens à Cald[erara], Frisi etc.

Monsieur Reverdil m’a dit que tu lui avais marqué pour lieu de mon logis St. Andrée à la Valle. Je crois de t’avoir écrit, il y a six mois, que je n’y loge plus, et que je me suis transporté dans la rue qui va de l’eglise de la Maddalena aux Orfanelli, chez le curiale Cherubini. Je t’écris ça pour prevenir quelque mal entendu.

Au reste, je me porte très bien, malgré mes desordres et mes inquiétudes.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana, à Milan

  1. Luigi Eugenio di Württemberg a Beccaria (Losanna, 25 maggio 1766)
À Lausanne, ce 25 may 1766

Monsieur!

La lumiere incertaine des demi jours convient à une vuë faible et delicate, qu’une clarté plus grande pourrait blesser, et il n’appartient qu’à l’oeil de l’aigle de fixer le soleil dans toute sa splendeur.

Une ame si grande que la votre, monsieur, embrasse dans la sphere immense de son active humanité tout ce qui peut contribuer au bonheur des hommes. Vous presenter des objets semblables avec des temperamens et des modifications, ce serait vous outrager et mecconnoitre à la fois la trempe de votre genie et l’excellence de votre coeur.

C’est pour cela, monsieur, que je me garderai bien d’en employer avec vous. J’ai trois choses à vous proposer, et je vous les proposerai sans deguisement et avec une confiance entiere que vous ne dedaignerez pas de vous preter à nos vuës.

1°. De former, si cela est possible, selon le pian ci joint, des associations pour la verification des actions vertueuses que nous desirons de presenter successivement au public, comme un moyen propre à rammener les hommes à la vertu.

2°. De convertir ces associations en des societés morales dont le but est d’exercer une charité eclairée, de purifier les moeurs, de favoriser la vertu et de l’opposer au vice de la maniere la plus analogue aux circonstances particulieres et aux lieux divers de leur etablissement.[9] Deja plusieurs de ces sortes de societés subsistent en Suisse, et je prends la liberté, monsieur, de vous envoyer ci joint l’institut de celle qui est etablie à Lausanne.

3°. Comme toutes ces societés morales marchent au meme but, mais par des routes differentes, elles sont convenuës d’entretenir entr’elles une correspondence intime, et de se reunir dans les cas où les efforts d’une societé particuliere ne seraient pas suffisants pour arriver à un bien quelconque qu’on se propose de faire. L’importance de cette reunion, monsieur, ne saurait manquer de frapper un coeur si genereux et si eclairé que le votre. Quelle protection plus puissante la vertu pourrait elle esperer, et quelle barriere plus forte pourrait on elever contre le vice? Le cri de ralliement rassemblera tot ou tard sous les etendarts de la vertu tous ses amis epars sur la surface de la terre, et son ennemi sera combattu desormais non par des hommes isolés et sans appuis, mais par l’elite des hommes, par une multitude d’hommes fermes et vertueux, qui formeront une nation sainte au milieu de tant de nations corrompuës.

Telle est la ligue qui se prepare en faveur de l’humanité, et j’ose vous inviter, ami vertueux des hommes, de nous permettre de vous regarder desormais comme l’un de ces chefs les plus respectables. Travaillez à l’etendre dans les climats heureux qui vous ont vu naitre. Decouvrez y des ames dignes de vous etre associées, et votre exemple sublime et votre gloire rendront à votre patrie ses antiques vertus et sa premiere splendeur.

Nous doutons si peu, monsieur, que vous n’acquiesciez à nos vuës, que nous prenons la liberté de vous charger dès à present d’une commission, qui a trait au premier des trois articles renfermés dans cette lettre. Vous aurez certainement entendu parler de l’action admirable de ce paisan, qui, pendant le debordement de l’Adige, eut le bonheur de sauver au risque de sa vie une famille entiere, logée sur une des arches tombantes du pont de Verronne qui fut emporté par la violence des eaux. Nous avons eu la douce satisfaction de decouvrir le nom de cet homme obscur et qui merite de devenir illustre. Il s’appelle Bartolomeo Rubele. C’est par cette action genereuse que nous comptons d’ouvrir nos feuilles; mais comme on nous a laissé ignorer quelques uns de ses details les plus interessants, comme les relations qu’on en a faites sont toutes trés mal faites, et comme nous ne voudrions la consacrer au public que dans toute son energie et avec toute la verité possible, nous ne croyons pas de pouvoir mieux faire que de nous addresser à vous, monsieur, et de vous supplier de vous donner la peine ……

  1. Beccaria a Cosimo Amidei (Milano, 28 maggio 1766)
…… Conosc’Ella il signor Giuseppe Pelli? Lo deve probabilmente conoscere, l’analogia delle anime e la comune filosofia essendo fondamento di amicizia. S’Ella lo vede, accusi in mio nome la ricevuta dell’ultima sua, le dica che con tutto il cuore corrispondo alla di lui amicizia, che il mio ritratto non può essere in mani migliori, e che mi è somigliantissimo, ma che desidero che non si spanda, mentre arrossisco di questa vanità, di cui ne è stata cagione il mio antico amico conte Verri, celebre autore delle Meditazioni sulla felicità, il quale ha voluto ciò per forza ……

  1. Daniel Fellenberg a Beccaria (Berna, 30 maggio 1766)
C’est par discretion, monsieur, que je n’ai pas repondu plutot à la lettre obligeante que vous m’avés fait l’honneur de m’ecrire. Je voudrois mériter la bonne opinion que vous voulés bien avoir de moi; je desirerois encore avec plus d’ardeur que ma patrie merita l’éloge que vous en faites. Les amis de la liberté et de la philosophie sont partout rares; les tyrans et les ignorans font le plus grand nombre dans tous les pays.

Je ne suis pas surpris, monsieur, des persecutions que vous attire votre ouvrage. Vous me paroissés avoir très raison de n’y pas mettre votre nom. Ce n’est qu’en se cachant qu’on peut impunement eclairer et soulager l’humanité. Ceux qui l’aiment vous verront toujours avec reconnoissance combattre les monstres qui la desolent, et votre gloire sera dans leurs coeurs.

J’ai vu dernierement un Anglois, nommé Jean Hort, qui a eu le bonheur de vous voir à Milan, et qui m’a dit que vous etes actuellement occupé d’un grand ouvrage sur la legislation. Parlés moi, monsieur, je vous prie, de cet ouvrage; tout ce qui vient de vous m’interesse infiniment. On m’a dit aussi que vous avés part à un journal qui paroit en Italie sous le titre du Caffè. Cela est il vrai? Permettés moi encore de vous demander si vous connoissés L’idea della perfetta Republica de P. M. Doria, et si vous estimés cet ouvrage que je ne connois pas. Je m’estimerois très heureux, si je pouvois aussi satisfaire votre curiosité sur des objets qui vous interessent.

Je suis enchanté, monsieur, que vous ayés à Milan dans la personne du comte Verri un ami, avec lequel vous pouvés librement philosopher. Il est doux de s’entretenir avec les Platons et les Montesquieus; il me paroit plus doux encore de s’entretenir avec des hommes en vie qui ressemblent à ces illustres morts. Agréés l’assurance du respectueux attachement, avec lequel je serai toujours, monsieur, votre très humble, très obeissant serviteur

Fellenberg

Berne, ce 30 may 1766

  1. Alfonso Longo a Pietro Verri e agli amici milanesi (Roma, fine maggio - primi di giugno 1766)
Mon très-cher ami,

du moins on ne m’a pas fait languir long tems. Cet ami que je ne pouvais pas nommer, et qui s’interessait à mon sort, vient de me dire que l’affaire est arrangée, et que mes pas sont inutiles pour le présent. Il est pourtant toujours bon d’avoir été connu, et mes demarches pourraient me servir une autre fois. C’est ainsi que ta lettre pour monseigneur V[éri], que j’attends, outre la connaissance de ce prelat me procurera quelqu’autre avantage. Au reste, c’aurait été un très-bon coup de fortune, et dans mes circonstances il n’y avait que le même emploi à Vienne qui lui fut préférable, et celui-ci est d’autant plus difficile à obtenir qu’on ne sait pas encore quel en sera le Nonce.

Si cette pensée me fut venue plutôt dans la tête, j’en aurais pû parler au duc de la R[ochefoucauld], qui aurait pu très-aisément me l’obtenir. Car une reccomandation d’une Cour vaudra toujours plus ici que toutes les menées du monde.

Je ne sais pas encore sur qui est tombé le choix de la place que je souhaitais; mais j’en soupçonne une personne qui me consolera dans ma disgrace, car il y a une telle difference entre nous deux que peut-être on n’accordera pas ici au prélat de la conduire, et s’il la conduit, c’est une juste punition de son peu de discernement. L’on est ici tellement accoutumé à tirer du profit de la chicane et à estimer les docteurs en loi, qu’on destine à toutes les places indifferemment ceux qu’on en suppose instruits, sans pas même s’informer s’ils savent parler ou agir. La science du barreau tient lieu de tout. Les fautes passées ne les éclairent pas sur l’avenir, et l’on est encore persuade de vivre dans le 14me siècle. Un homme instruit des affaires et habile à les conduire ne sera employé qu’autant qu’il aura affiché le savoir de la chicane, et aura brigué tout comme le plus grand sot, qui peut cabaler aussi finement que lui. Malgré toutes ces difficultés, si je m’obstinais à vivre ici, je pourrais esperer de réussir plutôt qu’un autre; mais il faudrait pour cela que le succès valut la peine d’y perdre quelques années.

Tout bien en ce monde est toujours accompagné d’un petit mal: c’est une sauce qui pique notre apetit, et nous fait sentir plus vivement le bon qu’on n’apercevrait pas sans cela. Ici l’on gagne des indulgences, l’on s’extasie à la vûe des chefs d’oeuvre en peinture, sculpture et architecture; mais en compensation le pain qu’on mange dans cette ville sainte est diabolique, noir, puant, malsain. C’est dommage qu’on ne puisse vivre de statues, de tableaux et de temples: Rome serait le sejours le plus agréable du monde; mais comme le reste ne vaut rien, les honnetes gens qui ont vecû ici quelques tems ne sont pas fort enclins à en dire du bien.

Une congrégation des cardinaux a publié dernierement un edit sur les grains et l’agriculture si raisonnable que je n’ai jamais pû comprendre comment il leur soit venu en tête. Mais les choses violentes ne durent guéres, et l’habitude la remporte toujours sur les reflexions que la pressante necessité a suggerées; en effet tandis qu’ici et dans quelqu’autre province de l’Etat l’on manque de bled, la Marche en rengorge, et il est defendu d’en transporter. Car que deviendrait ce pays si fertile, si l’on l’exposait au danger d’une famine?

Parlons un peu de notre patrie. On voit bien que la maxime dominante est d’arracher les abus, d’y faire fleurir les arts et de mettre un peu d’ordre dans la judicature, qui en effet était un cahos de longueurs, d’extorsions et de violences. Mais l’on voit aussi qu’on ne sait pas s’y prendre comme il faut. Ce sont des aveugles qui cherchent en tatonnant la porte d’une grande salle. «Pourquoi», me disait dernierement le Cardinal Castelli, un des plus grands hommes qu’il y ait ici, «pourquoi ne prend-on exemple sur Rome? Veut-on reformer la judicature? Qu’on apelle d’ici deux des meilleurs avocats ou curiali, c’est-à-dire des procureurs, qu’on leur fasse dresser le plan de judicature civile et criminelle de cette ville, qu’on l’introduise à Milan. Rien de plus aisé: et alors on y administrera la justice avec toute l’impartialité et l’exactitude. La recompense qu’on donnera à ces curiali est la plus utile depense qu’on puisse faire».

En effet je m’étonne qu’avec tout ton savoir tu n’aies jamais aperçu un remede si prompt et si aisé, et je suis persuadé qu’aimant le bien de ta patrie, tu ne manqueras pas de proposer cet utile projet.

Parlons un peu raison. Notre Lombardie abonde en grasses abbayes. Aucun pays au monde en a autant en proportion. C’est très-bien fait que les ecclesiastiques y soient et nombreux et riches. Mais n’est-ce pas une erreur en grammatique qu’on accorde le placet de ces abbayes et de nos pensions aux étrangers? N’est-ce pas la plus criante des injustices qu’on engraisse le Romain, le Florentin, l’Allemand de ce qui ne devrait apartenir qu’aux nationnaux? Que m’importe qu’on fasse quelque difficulté d’accorder le placet à un étranger, tandis qu’on naturalise tout bon coyon qui depense un peu d’argent, ou sait se faire habiliter par notre cour à la jouissance de nos revenus? N’est-ce pas la plus grande des bétises d’avoir naturalisé et reecomandé dernierement un Romain, qui sera des premiers pourvûs, parce qu’il n’a ni composé, ni récité une mauvaise oraison funebre pour l’empereur mort? Il est juste qu’on accorde aux Milanais de transporter ailleurs les revenus de leurs maisons et de leurs abbayes, et d’en enrichir les Romains; mais que ces revenus passent du moins par nos mains en se repandant ici.

Aux amis mille embrassemens.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le comte Pierre Verri, chambellan de LL. MM. II. et conseiller etc., à Milan

  1. Luigi Eugenio di Württemberg a Beccaria (Losanna, 4 giugno 1766)
À Lausanne, ce 4 juin 1766

Monsieur!

J’ai l’honneur de vous envoyer ci joint le projet du plan que je vous avais promis. Je suis bien persuadé que c’est ainsi qu’il faut en agir avec une ame si sublime que la votre.

Daignez, monsieur, nous honorer de vos sages conseils, nous aider de vos vastes lumieres, et agréer les assurances sinceres du tendre attachement, de l’admiration et de la consideration distinguée avec lesquels j’ai l’honneur d’etre, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

Louis Eugene Duc de Wirtemberg

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 11 giugno 1766)
Ce 11e juin

Chers amis,

j’ai présenté à monseigneur V[éri] la lettre de P. V[erri]. Les expressions que tu y avais employées m’ont d’autant plus charmé que je savais qu’elles partaient de ton coeur, dont le langage est bien different de celui de la simple politesse. Ton amitié et ton estime sont à mes yeux d’un prix infini, et je ne trouve aucun remede contre l’ennui et l’avilissement qui regnent ici, si ce n’est de me rapeller qu’il y a des hommes aussi respectables par leur esprit que par leur ame qui m’aiment et daignent s’interesser à mon sort. Monseigneur m’a reçû avec toute la bonté; il avait justement reçû une lettre de l’abbé de Cond[illac] qui me reccomandait avec toute la chaleur; il m’a dit qu’on lui en avait même parlé quelques jours auparavant; qu’il était extrèmement faché que ce choix fut une affaire déja arrangée; qu’il en aurait pourtant parlé de nouveau au prélat; que, quelque difficulté qu’il comprit dans la réussite, il n’en fallait pas desesperer.

Présentement on ne saurait rien prévoir. Mille embarras viennent de toutes parts traverser la promotion; on n’est pas encore sûr de l’acceptation de la Cour de France pour le Nonce qu’on croyait communément. Peutêtre ces difficultés, qui vont toujours se multipliant, sont-elles autant de stratagemes de quelques adroits, qui prevoyant une revolution prochaine, voudraient pour plusieurs raisons loger au large dans le Conclave.

Combien de betises dois-je entendre journellement à l’égard de nos affaires! J’ignore si l’on a raison ou tort de se plaindre; toujours est-il vrai qu’on est ici deraisonnable meme lorsqu’il parait qu’on n’ait pas au fond tout le tort. Que feras-tu? Comment te contiendras-tu?, vous me demanderez. J’entends, j’approuve quelque fois, je me tais souvent, et quand l’on dit quelque grosse sottise, je reponds tout court: «Voila qui est clair; c’est de la dernière evidence!».

J’ai eu deux occasions de voir le gout des Romains modernes pour l’architecture, et plusieurs d’examiner l’ancienne. Une eglise et un batiment restaurés en grande partie, ou renovellés, et qui auront couté près de dix mille sequins, furent l’échantillon du savoir de ces architectes, ou de l’architecte choisi par le neveu du Pape et qu’on a droit de croire le meilleur. Tout est travaillé en plâtre dedans, dehors, de tous cotés; le travail de chaque piece ne saurait s’imaginer plus exact et plus delicat; l’ensemble est si sot, si détestable, que je n’avais en ma mémoire aucun autre modele de mauvais gout qui lui fut comparable. C’est un ordre d’architecture nouvellement enfanté; ce n’est pas du gotique; c’est de l’egiptien, de l’arabe, du lapon, melés ensemble. L’autre morceau que j’eus lieu d’examiner, c’est la façade postiche du Capitole faite exprès pour le possesso du Senateur de Rome. Quoiqu’elle satisfasse la vûe de nuit lorsque tout le Capitole est illuminé, elle est choquante, temeraire, scandaleuse vûe de jour. Rapelle-toi la situation vraiment magnifique du Capitole, et la beauté mâle et majesteuse des deux bras de coté où l’on conserve les chefs d’oeuvre en peinture et en sculpture. On n’a pas touché par bonheur, et uniquement à cause d’économie, à ces deux morceaux dignes de Michel-Ange; mais on a peint le batiment du milieu, qui est dans l’enfoncement; les couleurs qu’on y a employés sont si choquantes, si mal assorties, qu’il était physiquement impossible de faire pis; figure-toi un de ces petits autels que se fabriquent les enfans et qu’ils parent de mauvaises peintures en parchemin où sont prodiguées les couleurs les plus vives; c’est à quoi on doit comparer le Capitole. Du moins cette mascarade fut-elle peinte sur de la toile qu’on put ôter après le fait? Non, il n’y a de la toile que sur quelques pilastres; de façon qu’il faudra necessairement mettre en lessive le Capitole. Voila le gout romain. Voici de la magnificence. La ciré y était scrupuleusement épargnée; on a raison de la reserver pour le service de Dieu dans les eglises où l’on la prodigue; ailleurs on n’en fait pas grand usage, de façon qu’il n’y a point de conversations ici, où l’on ne voie dans les antichambres, et très souvent, et communément dans toutes les chambres, une bonne lampe à huile. Les deux soirées d’hier et d’avanthier, où l’on donnait au peuple la fete de l’illumination, on se servit de poix brulante sur de poteaux plantés ça et là, d’où venaient des gros tourbillons de fumée obscurcir l’air et choquer l’odorat. Ce qu’il y avait de beau c’était la statue equestre de Marc Aurele, les statues colossales de Castor et Pollux, l’élévation du lieu, la magnificence des batimens, les très-belles statues dans un des palais lateraux, les quelles pourtant n’étaient pas assez éclairées, ce passage d’un palais d’un gout à un autre de toute autre façon. Mais ce qui était surprenant, enchanteur, eblouissant, divin, c’était cette confusion de prelats, princes, princesses qui allaient et revenaient parmi une foule immense de peuple habillé en negligé, et parmi une quantité incroyable des plus belles femmes du monde vetues legerement et elegamment, le jupon court, les bras et les seins decouverts. Ah! mes amis, je ne vis rien d’aussi attrayant!

On s’extasiait dernierement à la vûe du palais où loge le Cardinal Castelli. Voila une assez belle muraille, repartis-je; car je n’ose pas nommer palais une maison fort mediocre où il n’y a ni cour (ce qui parait un peu difficile), ni écurie, ni remise, de façon qu’il faut ordonner le carosse une bonne demiheure avant qu’on veuille s’en servir, car tout est à 100 pas de la maison; ce qui est ici fort commun.

À propos: on commence à manquer ici de froment; les magazins en sont depourvus, et on a tardé jusqu’à present à depecher de toutes parts en faire des provisions. Les brouillards ont emporté generalement plus de la moitié de la recolte prochaine du bled, de façon qu’il y aura une nouvelle famine. Faites du moins en sorte que les Milanais profitent de la paresse et de l’ignorance des Romains. Je crois que Naples et Sicile en fourniront peu, entre autres raisons parceque, malgré Genovesi et l’experience, on y a defendu et le transport et l’exportation du bled.

Mille embrassemens à nos amis.

  1. Cosimo Amidei a Beccaria (Firenze, 17 giugno 1766)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

la commissione datami da Vostra Signoria illustrissima rispetto alla persona del signore Giuseppe Pelli mi è stata graditissima, e mi son fatto un piacere di prontamente eseguirla per non ritardarmi il contento di vedere il di Lei ritratto. Oltre la fisonomia, che mostra la pace e la serenità dell’animo, ho veduto di quanto i lenti progressi della natura si sieno in Lei accelerati, poiché è un fenomeno straordinario il parto del di Lei talento in un’età di anni venticinque al più.

Ha fatto dunque un bene il signore conte Verri a fare ritrarre un uomo ch’è degno di passare alla memoria de’ posteri; e non è vanità in Lei l’averlo permesso, mentre vanità è quell’egoismo che si fonda in un merito chimerico, ma non già quella opinione che deriva da un merito reale confermato da publiche testimonianze.

Una voce qui sparsa poco tempo dopo la publicazione dello scritto delle Meditazioni sulla felicità, che l’autore di esso fosse il signore conte Verri, la vedo verificata. La certezza che me ne dà la stimatissima di Vostra Signoria illustrissima mi pone in necessità, a pericolo ancora di esserle importuno, di rallegrarmi seco per godere della compagnia di un amico di tal tempra. Il signore conte Verri è un profondo pensatore ed un eccellente filosofo che non si è perduto in vane speculazioni, ma che ha fatto lo studio dell’uomo. Colle sue costanti meditazioni è arrivato a togliere quelle contradizioni che appaiono nelle azioni degli uomini, ed ad eccitare perciò una reciproca compassione e compatimento per i difetti e debolezze umane. Si è così bene internato ne’ rapporti che passano fra la morale e la politica, che in una, per dir così, pennellata ha messo in prospetto le cause degli stabilimenti, progressi, decadenze e rivoluzioni degl’imperi, e colle sue estese vedute ha previsto il futuro con una sorte di entusiasmo, che si dice il capo d’opera della ragione. In questo scritto si vedono de’ pensieri che sono tanto omologhi a’ suoi, che paiono gettati nella medesima stampa. Vi sono de’ gran semi, de’ quali desidero ardentemente vederne qualche frutto con una di lui opera. Chi sostiene che la morale non sia suscettibile di dimostrazione legga questo scritto, che si disingannerà.

Ardisco pertanto supplicarla a volere rendere palesi al signore conte questi miei sinceri sentimenti, accompagnati da una vera stima ed ammirazione per i suoi talenti.

Io poi vorrei che Vostra Signoria illustrissima mi accordasse la grazia di favorirmi di un suo ritratto, per avere una memoria di Lei, che infinitamente rispetto e che riguardo come l’amico della verità e degli uomini nato in Italia. Perdoni l’ardire.

Le lodi ch’Ella mi fa sono lezioni severe per me, perché sento di non essere quello che da Lei son creduto.

È vera pur troppo l’aggiunta ch’Ella ha fatto alle mie riflessioni sopra il sistema di Hobbes.

Ella mi onora troppo in richiedermi della mia amicizia; se questa è creduta da Lei buona, mi si fa una special grazia, e se Vostra Signoria illustrissima se ne prevarrà con libertà filosofica, mi consolerò in mezzo alle mie cure nel darle riscontri sicuri della venerazione e stima, colla quale mi ratifico di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Cosimo Amidei

Firenze, 17 giugno 1766

  1. Jean-Louis Teron a Beccaria (Ginevra, giugno 1766)
Mio signore,

non credo aver bisogno di molti raggiri per conciliarmi la sua bontà e per iscusare la mia audaccia. Un lungo esordio per lei sarebbe annoioso, e per me di tropo intrico. Dunque sarà meglio entrare immediatamente nel mio soggetto.

Ho letto il suo trattato De’ delitti e delle pene, sono stato spettatore dello strepito ch’egli ha fatto in Italia, e ho veduto nel mio soggiorno colà le cinque edizione sortire da’ torchi in così breve tempo. In esso libro, il mio amor proprio ha trovato abondante materia da alimentarsi. A bella prima mi sono insuperbito, trovando ne’ di lei pensieri lo sviluppamento de’ propri; ma poi, nel riflettere che tali devono essere quelli di qualunque uomo che sia doto di ragione, hanno dovuto scemare sì fatti sentimenti orgogliosi; ed in fatti di essi non è poi rimasto nel mio animo che l’idea umiliante (mi perdono questo francesismo) della mia incapacità in potere spiegare questi pensieri; e se un uomo che si crede veramente spregiudicato potesse essere suscettibile d’invidia, non avrebbe mancato il vostro libro di destare in me un tal sentimento ad onta di tutti gli altri.

Ma no: mi sono appigliato a quel partito che più mi conveniva, cioè di leggere placidamente la sua opera, di meditarla, di modificarne per così dire il mio animo (riserbandomi, con tutto ciò, un esame spassionato), e in fine di trovare in essa il mio miglior maestro in una lingua per me straniera. Tale ho progettato, tale eseguisco; voi siete, o signore, attualmente il mio precettore; e però credo che come vostro allievo permesso mi sarà di esporvi i miei dubbi.

Il filosofo adempisce a una parte maggiore del suo dovere, dico della sua vocazione, qual contribuisce a gettare nell’animo de’ giovani i semi sì rari delle virtù; s’egli veramente può chiamarsi magistrato delle opinioni delle menti umane, dove meglio può esercitare la sua autorità che sopra quelle anime tenere, sempre disposte a ricevere il vero con entusiasmo dovunque lo ritrovino? Non le rincrescano, mio signore, quei momenti che a me consegnerà. Saranno, oso assicurarlo, semi fruttuosi.

Se il mio ardire vi offende, non bisogna aggravarne la colpa: qui dunque mi convien finire, ed aspettare che Vostra Signoria mi dia il permesso d’inquietarla colle mie quistioni.

Del resto: siccome ho creduto di scrivere a un filosofo, non mi sono preso pensiere di usare gli opportuni epiteti. Perdonate la mia ignoranza; non per questo sono meno, con tutto il rispetto dovuto al vostro rango e nascita, zelante ammiratore dei vostri talenti e di quella grande anima che si dimostra ad ogni verso della vostra opera.

Gio. Teron di Ginevra

Ginevra, a’ giugno 1766

Basterà per l’indrizzo: A monsieur, monsieur Jean Teron. A Geneve.

  1. Beccaria a Luigi Eugenio di Württemberg (Milano, 1° luglio 1766)
Je demande mille pardons à Votre Altesse Serenissime de mon silence quoique involontaire. C’est aujourdhui seulement que ma santé me permet d’ecrire. Mais il y auroit eté un autre raison, c’est qu’on m’avoit assuré que pour des raisons d’etat on ouvroit les lettres à la poste, sur tout celles qui alloient en Suisse.

J’ose supplier Votre Altesse de me permettre que je differe jusqu’à l’ordinaire prochain à repondre en detail à la lettre admirable que Monseigneur a eu la bonté de m’ecrire ce 25 mai et à celle du 4 juin.

L’extreme bontè que Votre Altesse daigne avoir pour moi m’autorise à esperer qu’elle me pardonera la liberté que je me prends.

Cependant j’assure Votre Altesse que je me fais gloire d’une pleine conformité à ses sentimens; que pendant que j’admire ses vùes bien-faisantes, je ferai tous mes efforts pour y repondre: j’espere de reussir d’avoir un detail exact de l’action heroique de Bartolomeo Rubele. J’ai dejà un relation imprimée, que j’aurai l’honneur de l’envoyer à Votre Altesse l’ordinaire prochain. J’implore de Votre Altesse la continuation de sa protection, de la confiance dont elle m’honore, pendant que je suis avec le plus profond respect et la plus haute estime de Votre Altesse Serenissime votre tres humble tres obeissant serviteur

Cesar Beccaria

Milan, 1 juillet 1766

  1. Élie-Salomon-François Reverdil a Beccaria (Roma, 9 luglio 1766)
Monsieur!

Mes compatriotes m’obligeront à croire à la vertu, et il me sera d’autant plus doux d’y croire; rien ne paroit plus vrai que la modestie sous le voile de laquelle se cachent ceux d’entreux qui vous ont paié le tribut qui vous étoit si justement dû; de deux personnes à qui je me suis addressé, «la Societé de Berne», dit l’une, «se nomme Societé de Patriotes, elle n’a point d’établissement public, et le public ne connoit pas quels sont ses membres; son dessein étoit de distribuer des prix pour des discours dont elle auroit donné le sujet, mais ayant trouvé qu’on lui addressoit des piéces qui ne méritoient pas assés, elle a changé d’avis, et elle envoie des médailles aux auteurs d’ouvrages anonymes qui lui paroissent mériter l’approbation». Il n’y a rien là que nous ne sussions déja, et rien de ce que nous voulions savoir. «La Societé», dit mon autre correspondant, «n’est ni l’Economique ni la Typographique, mais la Societé morale ou des Citoyens, dont tous les membres veulent étre ignorés; cependant le remerciement leur parviendra s’il est addressé à monsieur le professeur Fellenberg; si je ne craignois pas que l’auteur ne me trouvât trop hardi, je vous chargerois de le prier d’agréer les tendres et brulans hommages d’un petit particulier qui aime l’humanité, dont il regrete infiniment de ne pouvoir en aucune façon procurer le bonheur…». Un petit particulier qui pense ainsi n’est-il pas un grand homme? Quand même il ne seroit pas connu dans la République des lettres par un profond savoir entr’autres dans les mathématiques, comme l’est monsieur Lesage de Genève; moi, monsieur, qui ai eu le bonheur de vous connoitre, bien que trop peu, je crains si peu que ses hommages vous soient désagréables, que je m’empresse à y joindre les miens, accompagnés des regrets mieux fondés encore sur l’impuissance dont il se plaint.

J’ai recommandé, monsieur, de nouvelles tentatives pour parvenir à la découverte de ce secret si bien gardé; j’aurai soin de vous informer de ce qui en resultera, s’il est plus concluant comme j’espére que le succès des précédentes.

Je cherchois aussi monsieur le marquis Longo, qui a changé de logement, lorsque je le trouvai à la conversation chès le Gouverneur de Rome; s’il s’y trouve encore à Rome, je lui remettrai ma lettre, afin que s’il est possible elle vous parvienne sous ses auspices. Au reste, monsieur, il ne m’a rien remis encore de votre part, mais il m’a annoncé un ouvrage dont je vous fais mes remercimens anticipés, Il pulimento delle nazioni; à peine en pourroit on entreprendre un plus adapté aux besoins de celle que gouverne le Roi que je vai servir.

Permettés moi, monsieur, de me rappeller ici au souvenir de monsieur le marquis de Belcredi et du reverend pére Frisi; ses lettres et les vôtres, monsieur, si vous daignés m’en favoriser, pourroient étre addressés, jusques vers la fin du prochain, chès monsieur Jean Watson à Venise, car je partirai d’ici dans le courant de cette semaine.

J’ai l’honneur d’étre avec le plus entier devouement et la consideration la plus distinguée, monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur

Reverdil

Rome, ce 9e juillet 1766

Vous n’étes pas à savoir que monsieur Sinner, bibliothécaire de Berne, a fait aussi une traduction Dei delitti e delle pene.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria. A Milan

  1. Luigi Eugenio di Württemberg a Beccaria (Losanna, 17 luglio 1766)
À Lausanne, ce 17 juillet 1766

Monsieur!

Mes inquietudes auroient été extremes si j’avois scu plutot la cause de votre silence. Conservez une vie si precieuse pour l’humanité et n’oubliez jamais que vous vous devez à tout le bien que votre ame sublime peut et doit faire.

J’attends avec tout l’empressement possible, monsieur, mais aussi avec toute la patience que les circonstances paroissent requerrir, la lettre que vous me faites esperer.

Je suis chargé, monsieur, de vous annoncer une nouvelle qui vous fera plaisir. Le Prince hereditaire de Braunschweig compte de faire le voyage d’Italie. Il desire ardemment de faire votre connoissance et il m’a chargé de vous prevenir sur ce sujet. Vous jouirez par sa presence d’un spectacle bien digne de vous, je veus dire de celui d’une ame pleine d’elevation et de grandeur. Ce jeune heros, qui a fait tour à tour la terreur et les delices de ses ennemis, ne fait aucun cas de la gloire militaire et il ne parait touché que de celle qui est fondée sur la bienfaisance.

Vous serez enchanté de decouvrir en lui une ame grande, un genie vaste et profond, un esprit orné et un coeur sensible et compatissant. Vous remarquerez en lui cette confiance genereuse qui decoule de la magnanimité et ces manieres engageantes qui invitent les hommes à nous ouvrir leurs plus secrettes pensées. Tout ce que je puis vous en dire, mon cher marquis, c’est que je l’adore, et qu’il m’a forcé d’adjouter à l’admiration que je lui portois deja les sentimens de la plus tendre amitié. Veuillez donc vous montrer à lui avec toutes vos richesses, et puisse cette connoissance nouvelle devenir une liaison utile aux hommes.

J’apprends qu’il parait des feuilles à Milan, nous vous enverrons celles que notre Societé publie à Lausanne et nous croirons avoir fait un troc avantageux.

Je finis, monsieur, parceque rien n’est plus insupportable à une ame brulante que d’etre obligé à se servir de paroles de glace; mais malgré cela je ne puis m’empecher de vous renouveller, avec toute la chaleur dont je suis capable, les assurances sinceres de la tendre estime et de la veneration si bien meritée avec lesquelles je suis, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

Louis Eugene Duc de Wirtemberg

  1. Troiano Odazzi a Beccaria (Livorno, 24 luglio 1766)
Signore,

sarebbe dunque vero che voi, animato dalla più sublime filosofia e pieno d’un generoso amore per l’afflitta umanità, dopo avere coll’opera sui delitti e le pene insegnato ai rettori del genere umano le maniere di torgli alcune delle catene che l’opprimono, non sareste inutilmente tentato per un atto di umanità a fare da voi stesso? Voi vi siete protestato che vi stimereste altamente felice se i vostri sforzi potessero sottrarre alla fredda tirannia delle ingiuste leggi e de’ giudici ancora più ingiusti alcuno di quegli sventurati destinati ad esserne la vittima: perché non vi stimereste egualmente felice se colla vostr’opera poteste sottrarre alla tirannia del fato il più iniquo un giovane che sene vede crudelmente calpestato senzaché in alcun conto egli sel meriti?

Io sono in sul fiore della mia età, vale a dire in quella de’ 25 anni. Nato gentiluomo, allevato con commodi in mezzo ad una tenera e costumata famiglia in una capitale cotanto illustre quanto è quella di Napoli, d’un’indole docile, d’un carattere facile, con talenti non dispregevoli, ho trovato mai sempre il mio piacere e la mia consolazione in nodrire il mio spirito nelle massime d’una purgata ragione e d’una rischiarata filosofia, desideroso di mandarla ad effetti quando le mie circostanze m’avesser permesso d’agire e d’avere il mio nome nella civile società. Destinato quindi da’ miei e dalle circostanze di mia famiglia a fare in que’ tribunali l’imbarazzoso mestiere dell’avvocato, mi ci sono applicato con tutto il fervore sebbene mio malgrado, perché io era invaghito di muse più quiete e meno rumoreggianti. Permettetemi, signore, ch’io vi dica, e credetemelo per un momento, sebbene nessuna ragione ne abbiate fuori la mia assertiva per crederlo, che in questo frattempo io ho fatta la mia figura, ho goduta l’amicizia dei più illustri letterati di quella capitale, e se così mi lice il dire, mi hanno onorato della loro stima. Quanto io vi dico, lungi dal non esser del tutto vero, posso io farvi abbondantemente attestare da persone che saran per voi della fede più indubitata, e il cui nome v’è ben conto.

Ma qual cosa dopo tuttociò mi obbliga a parlarvi un linguaggio di sventure e di disperazione? Eccovelo, signore. La mia casa, che possiede degli effetti in una delle città del regno, è stata involta nelle luttuose sciagure che la carestia di due anni addietro produsse; essa è desolata negli averi; essa non ha potuto più somministrarmi di che mantenermi con quella decenza e proprietà con cui per l’addietro era vissuto. Soprafatto perciò da un rossore che non ho saputo superare, per non poter comparire, dinanzi a que’ che mi conoscevano, che mi amavano e mi riputavano in vero da più di quel che io era, in quella stessa posizione in cui era fino a quell’ora comparso, io mi son partito di Napoli senza dire addio a chicchessia col solo passaporto del mio sovrano, per attestare al mondo ch’io non ne partiva per delitto, e lasciando nelle più amare agitazioni i miei cari amici, come ho poi in Roma saputo, e di dove han fatto tanto per richiamarmi, e fra gli altri quell’anima grande del signore abate Genovesi, il quale per ventura seppe il mio arrivo colà ma senza poterne indovinare il vero motivo.

In questo stato di cose avendo perduto quanto avea di più caro, senz’alcun vezzo più che potesse distrarre i noiosi languori della vita, colle immagini terribili di un avvenire più misero, io già mi era determinato a finirla; e con quella stessa freddezza con cui il divino Catone leggeva il Fedone quella stessa notte che squarciossi il petto per non esser più testimone delle usurpazioni del tiranno di Roma, io mi era preparato a disfarmi di quest’infelici legami, tranquillamente riandando in me medesimo le ragioni e il sentimento che l’autorizano, e le ridicolaggini nel tempo stesso che i vili casisti tutto travolgendo hanno infilzato per condannarlo. Ma un residuo di tenerezza, dirò meglio, un da me creduto dovere per un numeroso parentado, per una tenera famiglia, che non vive che in me, ch’è di me idolatra, e che di me formava l’oggetto delle sue più care speranze, mi ritenne più volte la già vicina mano a lacerarmi, e m’indusse a farle credere ch’io era per istar meglio, nella certezza che s’io così non iscriveva, immaginandosi il peggiore de’ miei destini, ne sarebbe all’istante morta di dolore.

Io ben volentieri, seguendo l’orme di quel sublime filosofo che, come voi stesso dite, illumina l’umanità che lo perseguita, avrei cercato il mio risorgimento nel travaglio delle mie mani. Ma questo è il colmo delle mie sciagure. L’educazione commoda e nulla previdente che mi han dato i miei non mi ha fatto apprender cosa in cui avessi potuto onestamente impiegarmi nel caso che, come sgraziatamente è avvenuto, mi fosser mancati i risorgimenti de’ fondi propri e dell’applicazion letteraria. Qual partito dunque a prendere? Fare il soldato? Oltrecché la mia complessione nol soffre, sicuro che ne morrei la prima settimana, posso io nelle massime nelle quali son nodrito imprendere ad uccidere di sangue freddo quelli che non mi han fatto nessun male, gli uomini, i miei fratelli, quelli ch’io amo, e per la cui felicità darei con tutto piacere il mio sangue? Il monaco, il frate? Il mio cuore sincero, nimico giurato dell’impostura fonte di tanti mali, ne diverebbe ben tosto la vittima.

Anima grande ed illustre, degna d’essere il Dio dell’umanità, s’è vero che le operazioni vostre rispondono alle massime che avete sparse, a voi mi rivolgo. In voi solo spero trovare il mio ristoro, il mio conforto, il mio liberatore, il mio nume. Io sono l’oggetto il più infelice che sia su la terra, ma nel tempo stesso il più degno di compassione, della vostra generosità. Chiamatemi a voi. Impiegatemi in qualche cosa: sarò pur buono a qualche cosa. Datemi da vivere. Io ho ancora de’ talenti, e di que’ che vi piacciono. Che non potrei fare, travagliando sotto il vostro potente genio? È vero che da che sono oppresso, da che non respiro più l’atmosfera di piacere, di spirito, di virtù, io son di molto mancato: la mia forza meditativa è indebolita, e fino la mia fisonomia, che non era né la più infelice né la men bella, è alterata; ma restituito al mio livello, sento che posso tornare quel che era, e rianimato dal vostro spirito posso esser molto di più. Via su, filosofo augusto, restituite la vita ad un uomo dappresso a perderla, e che potrebbe ancora bene impiegarla. No: voi non la ridarete solo a me. Voi la restituirete alla mia famiglia, al mio parentado, che vi colmerà d’eterne benedizioni. Voi asciugherete anche le lagrime dei miei amici, che non cesseranno perciò di celebrare il vostro nome.

Da un mese e mezzo io manco dalla mia padria, e da pochi giorni son qui in Livorno, dove per mantenermi non mi rimangono che pochi giuli, quanti appunto possono bastarmi fino all’arrivo della vostra risposta.

Mandatemi ancora qualche cosa onde poter fare il viaggio fino costà. Se la mia salute e la stagione me l’avesser permesso io sarei venuto a piedi a gettarmi nelle vostre braccia; ma non ho potuto. Se temete d’arrischiare questa picciola spesa, potrete commetterla a qualche amico vostro qui, il quale prenderà tutte quelle precauzioni che stimerà più opportune. Se dubitate delle circostanze di mia persona, come da principio vi protestai, tosto che sarò giunto costà ve ne farò dar conto da persone che per voi saranno d’una fede più che indubitata, e forsi costì stesso troverò chi avendomi conosciuto in Napoli potrà di me assicurarvi.

In ogni caso, signore, avventurate, vedetemi, esaminatemi, e se non mi trovate degno delle vostre generosità, rigettatemi; sarò contento.

Se voi, signore, negate d’aiutarmi, o se la vostra risposta non mi giugne subito dopo queste mie ferventissime suppliche e scritte cogli occhi umidi di pianto e coll’anima la più lacera, altro partito non mi rimane che di fare quel che non avrei voluto; e sia pur de’ miei ciocché il cieco ineluttabile destino vorrà, io troverò la mia pace e ’l mio riposo in fondo alle acque di Livorno. Ma io non temo, signore, che voi abbiate a smentirvi, e che abbiate a far credere che la filosofia, a somiglianza dell’impostura, predica e non opera. Io sono, a’ vostri piedi, di Vostra Eccellenza umilissimo devotissimo servitore vero infelicissimo

Trojano Odazj

Livorno, 24 luglio 1766

  1. André Morellet a Beccaria (Parigi, 17-30 luglio 1766)
Monsieur et mon très cher frere en philosophie,

je vous dois depuis deux mois une réponse aux deux lettres que vous avés eu la complaisance de m’écrire. J’avois différé jusqu’à présent, dans l’espérance de vous envoyer en vous répondant les observations dont je vous ai parlé sur votre ouvrage, mais depuis près de trois mois mes occuppations ne m’ont pas permis de me livrer au travail qu’il faut que je fasse pour les recueillir et les mettre en ordre. J’ai donné au Ministre il y a six semaines le plan de mon Dictionnaire de commerce, développé d’une maniere très étendüe, et ce développement qui m’a forcé de faire un gros volume m’a pris beaucoup de tems. Depuis ce travail achevé je suis alle à Lyon et delà à Geneve passer quelques jours chez monsieur de Voltaire, avec qui nous avons beaucoup parlé Des délits et des peines, et qui a pour vous la plus grande estime. Me voici enfin de retour à Paris, et je profiterai du premier moment que j’aurai pour rassembler mes observations et celles de mes amis et vous les envoyer. Comme vous me paroissés dans le dessein de suivre dans votre premiere édition l’ordre que j’ai mis dans la traduction, et que cette nouvelle combinaison de toutes les parties de votre ouvrage seroit pour vous très pénible et vous prendroit un tems que vous pouvés employer plus utilement, je vous enverrai un exemplaire italien de votre derniere édition disposé selon l’ordre de ma traduction; vous en ferés l’usage que vous voudrés; je crois cependant que vous ferés bien de le suivre. Je vois que la disposition de notre traduction a été généralement approuvée. Je dois vous dire que la maniere dont vous avés pris la liberté que je me suis donnée en disposant ainsi de votre ouvrage, vous a fait ici un honneur infini. Quant a moi, j’étois sûr de vous. J’avois bien senti par l’impression que m’avoit faite la lecture de votre traité que vous aimiés la vérité et l’humanité par dessus toutes choses, et que vous êtes au dessus des miseres de l’amour propre, qui sont le partage des esprits médiocres. Monsieur le duc de La Rochefoucault, avec qui j’ai parlé beaucoup de vous, est enchanté de vous avoir connu. Je vous remercie de l’accueil que vous avés fait à mon frere et à monsieur Desmarets. Vous avés en France un si grand nombre d’amis et d’admirateurs qu’il est impossible que vous ne profitiés pas du premier moment où vous pourrés venir nous voir.

Si vous venés avant deux ans, je vous prie d’accepter un logement chez moi. Je suis en état de vous y recevoir sans m’incommoder dans la maison que j’habite à présent, et où j’ai un appartement de reste. Je vous exhorte à venir passer avec nous l’hiver plutôt que l’été, parcequ’on est plus rassemblé dans ce tems là et que j’aurai plus de facilité de vous faire faire des connoissances qui vous seront agréables et utiles. Nous vous recevrons de maniere à vous arrêter long-tems, si vos affaires vous permettent de prolonger votre séjour.

Je ne suis de retour à Paris que depuis trois jours, après avoir été six semaines absent. J’ai revu le pere Frisi plusieurs fois. Nous sommes allés diner vendredi à la campagne ensemble avec monsieur Dalembert et monsieur Marmontel, chez un de nos amis communs, monsieur Wattelet, que vous devez connoître, qui vous a vu à Milan chez monsieur le comte Firmiani. Il s’étoit chargé de traduire le petit traité de monsieur le comte Veri, mais il a été devancé, et j’en ai rapporté de Geneve une traduction imprimée qui doit déjà vous être parvenüe. Vous recevrés de Lyon quelques livres que j’y avois envoyé il y a plus de deux mois et demi, et qu’on a eu la négligence de ne pas faire partir. C’est un exemplaire de l’édition in 4° sans cartons du livre De l’esprit, que monsieur Helvétius vous prie d’accepter de sa part, et un ouvrage d’un monsieur Boulanger, mort il y a quelques années, qui a vecu dans notre société et qui avoit une tête sistèmatique s’il en fut jamais, mais chaude et des idées très neuves. Vous devés avoir vû Le despotisme oriental, autre ouvrage de sa façon. Je ne perdrai point l’occasion de vous envoyer dans la suite les ouvrages un peu piquants que nous aurons. On vient d’imprimer un livre intitulé Examen des apologistes de la religion chretienne, attribué à feu monsieur Freret de l’Academie des Inscriptions, qui est fort bien fait. Monsieur de Voltaire m’a promis de vous en envoyer un exemplaire dès qu’il pourroit en recouvrer un. Il est bien plus à portée que nous d’avoir ces choses là. Nous sommes à Paris sous le glaive d’une inquisition très severe pour les livres. Tout pénètre et passe à la fin, de sorte qu’on trouve ensuite chez les libraires, mis en vente publiquement à un prix très modique, les mêmes livres qu’on a poursuivi avec la plus grande violence, mais on attend long-tems, ou bien il faut mettre aux livres un prix extravagant. Au reste, que dites-vous de cette sublime politique dont tout l’objet est de faire qu’un livre se débite un an plus tard? Mais à propos de cette inquisition, j’ai vraiment de belles choses à vous conter: apprenés donc que nous en avons une aussi féroce, aussi sanguinaire que celle de Milan au 14e siecle, et que ces inquisitions sont aujourd’hui nos Parlemens, au moins quelques uns. Je vous dénonce, à vous et à vos amis et à tous les amis de la raison et de l’humanité, ce qui vient de se passer ici. Un jeune homme de 22 ans, accuse d’avoir proféré des blasphemes, d’avoir chanté des chansons impies, d’avoir fait une genuflexion devant le Dictionnaire philosophique de Voltaire, tout cela dans l’intérieur d’une maison et non en aucun lieu public, et d’avoir passé à vingt cinq pas d’une procession sans ôter son chapeau, a été condamné à subir la question ordinaire et extraordinarie pour révélation de ses complices, à faire amende honorable, à avoir la langue coupée, la tête tranchée, et son corps brûlé, et les cendres jettées au vent, et la sentence a été exécutée. Il y a quatre autres accusés, un contumace et d’autres dont le plus agé a dix sept ans. Un mémoire signé par huit avocats de la tête du Bareau nous apprend que le juge subalterne de province, qui a instruit la procédure, et dont le Parlement de Paris a confirmé la sentence, étoit ennemi connu des jeunes gens impliqués dans cette affaire; que les formes les plus communes ont été violées dans l’instruction; que l’un de ces jeunes gens est si enfant et si simple qu’il s’est prosterné devant le juge à son interrogatorie, qu’il s’est confessé de ne s’être pas mis à genoux en passant près d’une procession du St. Sacrement, d’avori eu de l’orgueil etc. Voila le criminel qui est menacé d’un sort semblable à celui qu’on vient d’exécuter, si l’indignation publique ne s’éleve et ne vient à son secours. Voila la tolérance, la philosophie, les lumieres de nos magistrats. Mais voici quelque chose de plus horrible. Comme le Parlement de Paris n’avoit pas fait droit sur l’appel interjetté par les condamnés (appel fondé sur les vices de la procédure relevés dans le mémoire) et qu’il y a déjà un homme de mort, ces messieurs ont trouvé indécent que le mémoire fut public, et en ont empêché la distribution. Le premier Président a mandé les avocats pour les reprimander. Ils ont répondu avec fermeté que leurs fonctions étoient libres, et qu’ils devoient leur avis aux citoyens qui les consultoient (il faut que vous sachiés que ce mémoire est en effet une consultation au nom des accusés à la quelle les avocats répondent). Voila, mon cher ami, ce despotisme intermédiaire dont vous avés si bien senti le poids et peint les effets funestes. Voila ce que sont ces gens qui se donnent pour les défenseurs de la liberté d’une nation, et qu’on a regardé comme tels dans presque toute l’Europe. Si monsieur le comte Firmiani se rappelle quelques conversations que nous avons eu sur ce sujet, il doit se souvenir que je lui ai bien dit que la philosophie et la raison n’avoient d’ici à long-tems rien à attendre de nos parlemens; que dans ce qu’ils faisoient de bien en attaquant les Jesuites et le clergé, ils n’étoient animés que d’un plat fanatisme; qu’ils n’étoient que jansenistes, et non pas magistrats. On ne les voyoit pas encore ainsi en Europe, mais je puis dire que monsieur Dalembert, quelques uns de mes amis et moi, nous ne nous y sommes jamais trompé. Vous trouverés que je parle d’eux avec bien de l’humeur, mais vous ne sauriés croire avec quel acharnement ils mettent des obstacles à tout bien. On fait un ouvrage immense et utile, l’Encyclopédie: c’est d’eux que viennent toutes le persécutions que cette entreprise essuye. On veut répandre en France l’inoculation: ils portent un arrêt qui la proscrit des villes, et qui pour comble d’absurdité renvoye la décision de cette question à la Faculté de théologie. On sollicite la liberté du commerce des grains: Requisitoire de l’avocat général, monsieur Omer Joli de Fleuri, la plus absurde piece qui ait jamais été faite sur une question d’économie politique, et le Parlement de Paris borne, restreint tant qu’il peut la liberté dans son ressort et pour la capitale. Ces mêmes gens qui se donnent pour les défenseurs des droits et de la liberté d’une nation enregistrent, il y a six ans, une loi portant peine de mort contre les auteurs de livres qui tendroient à émouvoir les esprits; loi plus vague, plus dangereuse, et plus atroce que la loi de majesté chez les Romains. Ils enregistrent, il y a deux ans, une autre délibération qui défend sous des peines arbitraires d’écrire sur les matieres de finance; et comme les matieres de commerce sont unies par des raports nécessaires à l’administration des finances, voila des barrieres mises au devant de beaucoup de bons esprits, qui tournoient leur application vers ces sujets intéressants pour la société politique. Voila, mon cher philosophe, l’état de la philosophie dans ces têtes là. Concevés, si vous le pouvés, des motifs de découragement plus multipliés et plus puissans. Cependant nous ne nous décourageons point encore, nous nous agitons dans les chaines dont on nous charge, et nous frappons de nos têtes les portes des prisons où nous sommes renfermés. Le mal est que les têtes se cassent quelquefois contre les portes, mais à la fin les portes s’ouvriront. Si quelque chose est capable de soutenir notre courage, c’est de voir qu’à deux cent lieues de nous, dans un pays où nous ne soupçonnions pas que la bonne philosophie eut encore pénétré, il y a d’excellens esprits, des amis chauds de l’humanité et de la raison. Je puis vous le dire, votre livre nous a étonné et consolé tout à la fois. Son succès a été universel. Savés vous que depuis le mois de janvier il s’est déjà fait sept éditions de la traduction? Je ne crois pas qu’il y ait aucun exemple d’un succès plus rapide et plus étendu. Cela même me fait esperer de l’humanité, car voici comment je raisonne: puisqu’il y a sept éditions, il y a donc au moins sept mille personnes qui lisent ce livre, et croyés que la plus grande partie de ceux qui le lisent en goûtent et en adoptent les principes, parceque, comme vous l’avés fort bien dit, à parler généralement les tyrans ne lisent point. Voila donc bien des disciples de la raison qui en feront d’autres, bien des écoles ouvertes et bien de l’instruction repandüe. Et quel obstacle peut tenir contre l’action universelle et s’exerçant à la fois comme elle s’exercera un jour de la lumiere, de la raison et de l’opinion publique? Mon cher ami, c’est sur l’opinion publique qu’il faut compter. Ni monsieur de Voltaire, ni monsieur Dalembert, ni Rousseau, ni vous, ni aucun philosophe ne produiront sur l’esprit de ceux qui gouvernent un effet immédiat. On agira sur l’opinion publique, et l’opinion publique subjuguera enfin les fanatiques et même les tyrans. Voila pourquoi les prêtres et surtout les magistrats et les corps en général sont les derniers à s’éclairer. L’esprit de corps est une espece d’huile qui les empêche de s’emboire, pour employer un terme dont Montagne aime à se servir, de l’opinion publique. Les corps ont des maximes de corps qui se présentent à chacun des membres comme autant de principes incontestables et sacrés aussitôt qu’ils sont assemblés. Le particulier hors de sa compagnie est ou paroit plus raisonnable, plus instruit, plus humain; mettés-le, lui dixieme, dans une salle, il extravague, il est ignorant, il est feroce.

Je reviens à votre ouvrage. Vous avés raison d’attendre mes observations et celles de mes amis avant de me communiquer les vôtres. Je vous demande encore un peu de tems et vous serés satisfait. Je pense d’ailleurs que vous aurés des critiques, il faut qu’elles soient publiques pour en profiter. Certainement je traduirai votre nouvelle édition et cette occuppation me sera douce et chere. Vous êtes trop obligeant de m’en montrer quelque reconnoissance. Le plaisir que j’ai eu à vous traduire peut vous en dispenser. Je vous assure que vous ne me devés rien et que vous m’avés payé avec usure de la peine que je me suis donnée.

Je pretens bien aussi être desormais votre traducteur ordinaire, et lorsque le grand ouvrage, dont vous me parlés, sur la législation sera achevé, je desire que vous me l’envoyés sur le champ, et s’il est possible même avant que vous l’imprimiés, afin que je m’en occuppe tout de suite et que ma traduction paroisse en même tems que votre original. C’est le seul moyen que vous puissiés prendre pour empècher que quelque polisson ne s’empare de votre travail et ne le traduise ridiculement. Avec le succès qu’a eu votre Traité des délits, si vous ne prenés pas cette précaution vous tomberés infailliblement entre les mains d’un mauvais traducteur. Ne perdés pas de vüe le conseil que je vous donne là, parceque je le crois très important pour vous.

J’ai reçu les exemplaires de votre nouvelle édition que vous m’avés envoyé, fait la distribution de ceux que vous aviés destiné et partagé le reste entre mes amis, qui sont tous les vôtres. Je vous fais les complimens de tous. Helvétius et le baron d’Holbac sont à la campagne. Monsieur de Buffon est revenu de sa terre passer une quinzaine de jours à Paris. Il vous remercie et vous salue. Je n’ai point encore vu Diderot depuis son retour de Geneve, parceque le baron d’Holbac nous manque et que sa maison est le seul point de ralliement que nous ayons l’un pour l’autre. Il a reçu aussi votre nouvelle édition. Il m’avoit communiqué avant mon départ une lettre de monsieur Ramsay, peintre du Roi d’Angleterre, qui a fait un voyage à Paris l’automne dernier et qui renferme quelques réflexions critiques générales sur votre ouvrage. Il a pris la peine de la traduire pour vous. Vous l’aurés avec le reste de nos observations. Je ne pense pas que vous la jugiés avec plus d’indulgence que moi. J’y ai trouvé plusieurs sophismes, les principes de l’hobbisme le plus décidé, des maximes aussi fausses que décourageantes pour l’humanité. J’y joindrai mes réflexions à mi-marge. A propos de traduire, apprenés l’anglois, je vous en conjure, vous ne pouvés pas vous passer de cette langue.

Je n’ai point reçu le Caffè, et j’en suis très faché. J’espere que vous n’oublierés pas la promesse que vous me faites de me l’envoyer, mais je vous exhorte fort à abandonner cet ouvrage. Un travail périodique ne vous convient nullement. Un écrivain qui pense librement et fortement ne doit pas s’exposer ainsi régulierement tous les mois aux cris des fanatiques et des imbecilles, parceque ces cris acquierent de la force précisément parcequ’ils sont répétés. Il ne vous convient pas de faire le coup de fusil. Il vaut mieux ne se montrer que de tems en tems, se laisser oublier par l’ennemi, préparer des armes et son ordre de bataille dans le silence et l’obscurité et faire tout à coup une sortie vigoureuse.

Vous desireriés sans doute que je vous donnasse des nouvelles littéraires. Il y en a de bien tristes à vous apprendre. Vous avés su la maniere dont monsieur Hume s’est conduit avec Rousseau, quelle chaleur, quel intérêt il a mis à lui procurer un azile en Angleterre. Eh bien; il a obligé un ingrat, il a rechauffé un serpent dans son sein. Nous n’en pouvons pas douter. Cette affaire fera assés de bruit pour arriver jusqu’à vous. Jusqu’à présent, j’avois cru au caractere moral de Rousseau, je le défendois même avec chaleur contre tous mes amis, dans la société des quels il a vecu et qui le regardent comme un méchant homme. Il s’étoit brouillé avec eux tous, avec le baron d’Holbac, avec Diderot etc., mais j’avoue que je ne puis plus le défendre. Voici le fait en deux mots. Hume avoit demandé à Rousseau s’il accepteroit une pension du Roi d’Angleterre; Rousseau avoit dit qu’il se régleroit en cela d’après l’avis de milord Marechal son protecteur. Hume écrit a milord Marechal, qui y donne son consentement. Monsieur Hume et monsieur Rousseau écrivent l’un et l’autre à milord Conway, secrétaire d’Etat, et à un autre lord. On fait la demande au Roi, qui accorde la pension pourvu qu’elle soit secrete. Monsieur Rousseau lui-même approuve la condition. Il change ensuite d’avis subitement et demande que la pension soit publique. Ses protecteurs promettent de travailler auprès du Roi pour obtenir cette publicité, mais ils veulent être sûrs que le Roi ne sera pas exposé à un refus. Monsieur Hume écrit à monsieur Rousseau sur cela. Rousseau ne repond point. Pressé par une nouvelle lettre de monsieur Hume, il lui repond: «Vous n’aviés qu’à interroger votre conscience pour y trouver la réponse que vous me demandés… Vous êtes le plus noir des hommes… Vous m’avés amené en Angleterre en apparence pour me servir et en effet pour me deshonorer. Vous vous êtes employé à cette noble oeuvre avec un zéle digne de votre coeur et un succès digne de vos talens. Je vous abandonne ma réputation à déchirer. La posterité nous rendra justice à tous les deux. Après ce qui s’est passé, il ne peut plus y avoir de raport entre nous. Voila la demiere lettre que vous recevrés de moi etc.».

Comprenés vous ce procédé? Il vous étonneroit encore bien davantage, si vous connoissiés le caractere de ce bon David Hume, doux, simple, sensible, le meilleur homme du monde. Il a eu l’ame déchirée à la reception de cette étrange lettre. Il a répondu à Rousseau avec la plus grande modération, qu’il falloit que quelqu’infame calomniateur eut prévenu son esprit, qu’il demandoit qu’on le lui nommat, qu’on lui fit connoître quel étoit son crime, qu’on le mit à portée de se justifier; qu’il lui demandoit cette justice non pas comme ayant quelque droit à sa reconnoissance, mais comme innocent; qu’il la devoit à la vérité, à l’humanité etc. A cela Rousseau ne repond rien. Dans ces circonstances, monsieur Hume écrit à monsieur Dalembert une longue lettre, où sont transcrittes les lettres de Rousseau et les siennes. Il lui demande conseil pour savoir s’il doit rendre son apologie publique, il veut avoir aussi mon avis et celui de quelques autres amis. La conjoncture est delicate. D’un côté, il est triste pour monsieur Hume de descendre ainsi dans l’arène. Ces querelles sont toujours facheuses pour les lettres elles-mêmes. Les sots et les fanatiques en prennent droit de décrier la philosophie. D’un autre côté, et c’est le raisonnement de monsieur Hume, monsieur Rousseau travaille à ses mémoires, il ne manquera pas de faire valoir le refus qu’il a fait de la pension du Roi d’Angleterre et d’accuser monsieur Hume. Si ces mémoires paroissent après la mort de l’un ou de l’autre des intéressés, l’apologie de monsieur Hume seroit sans force. En la faisant actuellement, en publiant les lettres de monsieur Rousseau et le siennes et en racontant les faits, ou monsieur Rousseau répondra, et alors sa réponse achevera de justifier monsieur Hume, ou il gardera le silence, au quel cas il sera condamné par son silence même.

Ne soyés pas surpris du décousu de cette lettre, je vous l’écris à cinq ou six reprises différentes. Mes occuppations ne me permettent pas de la faire de suite. J’ai passé hier la soirée avec Diderot chez le baron d’Holbac, qui est revenu de la campagne; nous avons encore parlé de vous et de votre ouvrage, ils vous embrassent l’un et l’autre. Diderot pense que vous ne devés pas perdre de vüe votre traité De’ delitti, parceque cette matiere est infiniment intéressante, que vous devés profiter de l’attention que vous avés reveillée sur cet objet et que sans rien précipiter cependant, d’ici à un an, par exemple, il faut que vous donnés une nouvelle édition expliquée, developpée sur les choses que vous avés déjà dites, et augmentées de celles que vous pouvés encore dire.

Nous avons trouvé votre pere Frisi très aimable. C’est à lui de vous dire si nous l’avons bien reçu et s’il est content de nous. Nous vivons ensemble plus que le tourbillon de Paris ne semble pouvoir le permettre. Il vient chez le baron d’Holbac et chez monsieur Dalembert, et nous y rions et nous y philosophons. Quand pourrons nous vous avoir ainsi? Le pere Frisi m’a appris que votre ami, monsieur le comte Veri, étoit conseiller de commerce. Occuppé, comme je le suis, d’un grand ouvrage sur cette matiere, j’ai quelque droit aux instructions qu’il pourroit me procurer relativement à votre pays. Je vous prie d’ajouter aux motifs de l’utilité publique, qui peuvent le déterminer à me faire part de ses lumieres, celui de votre amitié pour moi. Je vous fais la même priere pour monsieur le comte Carli. Je vous serai infiniment obligé de chercher à me procurer un exemplaire de son ouvrage sur les monnoies, que les libraires de Paris, de Lyon et de Geneve ne peuvent pas me fournir. Je desirerois fort aussi d’avoir l’ouvrage du président Neri sur le Censimento. Si vous pouvés me trouver l’un et l’autre, faites moi le plaisir de me les achetter; je rembourserai au pere Frisi ce qu’ils vous auront coûté, ou je vous enverrai en échange les livres que vous me demanderés. Il me revient encore un petit ouvrage sur les monnoies, dont vous me parlés probablement avec trop de modestie, et la critique du très reverend pere Facchiney, dont le nom me paroît charmant. Si vous connoissés notre Moliere, rappellés vous que le Medecin malgré lui dit: «Lucinde, ah le beau nom à médicamenter». Je vous prie de remercier monsieur le comte Firmiani de son souvenir. Il a fait mention de moi dans une lettre au pere Frisi. Parlés moi de lui, je vous prie, et donnés moi de ses nouvelles. Ne le voyés vous pas souvent? Je vous fais les complimens de monsieur Dalembert. Si vous voyés monsieur le marquis Carpani, remerciés le de son manuscrit et de sa lettre obligeante. Je le prie de m’excuser si je ne lui ai pas encore répondu. Je lui écrirai incessament. Adieu, monsieur, ou plutôt mon cher ami, car il est impossible que je ne prenne pas de préférence l’expression du sentiment qui domine dans mon coeur pour vous. Je vous respecte et vous honore beaucoup, mais je vous aime, s’il est possible, encore davantage, parceque je vous regarde comme un homme destiné à faire aux hommes beaucoup de bien, et à étendre au loin l’empire de la vérité et de la raison. Travaillés à cette oeuvre digne de vous, et ne vous laissés pas rebuter par les obstacles et par les contradictions. Il y a d’autant plus de merite à faire du bien qu’on en fait malgré les efforts des méchans, et d’autant plus de gloire à éclairer l’humanité que les ténèbres qu’on veut dissiper sont plus profondes, et les aveugles plus obstinés à fermer volontairement les yeux à la lumiere. Mes respects à monsieur le comte Veri et à toute votre société. Oh! la bonne colonie que nous avons là, ce sont vos termes que j’emploie; la metropole auroit bien lieu d’en être jalouse, si ce sentiment étoit compatible avec l’amour du bien et du vrai dont les métropolitains sont animés.

  1. Paolo Frisi a Beccaria (Parigi, 1° agosto 1766)
Per il marchese Beccaria

Ho fatto accludere nel piego di Sua Altezza Serenissima la lettera del vostro amico per non rischiarla ai dubbi delle poste ordinarie. Nel rimettervi il piego replico alcune cose alla vostra carissima. Per i libri sarete servito. Non occorre che pensate al denaro, mentre sono ancora ricco, e non siete che voi altri gran signori che viaggiate con tanto lusso che siete rovinati alla prima posta. Ma per fortuna non c’è bisogno di denaro. Ho detto a Morellet che per i suoi studi gli fanno bisogno i tre tomi del conte Carli sulle monete e le opere del signor Pompeo sul censimento. Morellet manderà i vostri libri colle note del prezzo. Voi farete altrettanto, e il creditore sarà facilmente rimborsato. Se non si trova il primo tomo del conte Carli, potete mandare il secondo e il terzo, sinché si trovi una copia del primo. Il terzo tomo di Montucla naturalmente non si vedrà più, perché l’autore, con cui ho fatta amicizia, è distratto da studi matematici ed è occupato nelle finanze. Bougainville dopo il viaggio che ha fatto in America ha lasciato similmente le matematiche. Ho conosciuto anche io il figlio del Presidente di Montesquieu. Buffon è ritornato dalla campagna, ed ha ora pubblicato il tomo 14 della sua storia, in cui si parla delle simie. Gli ho presentato i nostri italiani che sono in Parigi, ed essendo caduto il discorso sul vostro libro gli ha fatto molti elogi. Alembert avrà occasione di parlarne nel 5° tomo della sua raccolta, di cui forse vi potrò portare una copia. Il libro si stampa con un poco di segreto, e dopo di esso se ne stamperà un altro. Nello stesso tempo Alembert fa fare un’altra edizione del libro sui fluidi con aggiunte, e fa stampare nel tomo dell’Accademia tre dissertazioni sopra le lenti, ed ora è occupato sui problemi della fisica celeste. Vi fa mille saluti, come il barone e Diderot. Dopo il mio ritorno d’Inghilterra spero di far un gran pezzo di viaggio con Alembert. Helvetius è ancora in campagna colla gotta e con un prete irlandese che si è impegnato di far nominare vescovo in partibus. Nel Giornale enciclopedico l’ultimo articolo che riguarda Clairaut è scritto dalla donna con cui esso viveva. Ricordatevi un poco di far mille complimenti per mia parte alla moglie ed alla sorella e di rallegrarvi con tutti e due, ma ricordatevene. Quando occorresse qui qualche cosa, ed esse e voi siete ancora a tempo a comandarmi, mentre io sono sempre a’ vostri ordini e resto, di vero cuore, rispettosamente.

  1. Giuseppe Colpani a Beccaria (Brescia, 2 agosto 1766)
Illustrissimo signore, padrone stimatissimo,

uno de’ più cari frutti ch’io abbia colto de’ miei studi reputo certamente il favorevole compatimento che presso Vostra Signoria illustrissima trovarono alcune mie operette. Non so se di tanto possa lusingarmi per questa che le spedisco, nata ultimamente nell’increscevole ozio dei Bagni di Lucca. In qualunque maniera, sia gradito il buon animo di chi prende volentieri questa occasione di nuovamente raccomandarsi alla buona grazia di Vostra Signoria illustrissima, e protestarsele con vera stima umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Giuseppe Colpani

Brescia, 2 agosto 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 2 agosto 1766)
Ce 2me août

Chers amis,

je commencerai toujours mes lettres par me plaindre de B[eccaria], qui ne m’a jamais envoyé la derniere edition de son ouvrage. Si je savais que l’exemplaire en fut prêt, j’écrirais à qui on le doit donner sans le mettre à la poste.

Vous serez peutétre curieux de savoir comment je m’y prends pour gouter les nuits de ce pays, nuits si vantées et qui meritent de l’étre. En deux mots cela est bientôt dit: je n’en jouis point. Mais si mon cher A[lexandre] était en ma place, il serait sans doute plus sage que moi. Si je voulais lui faire une description de ce qui m’est arrivé à moi, homme solitaire et reservé, et de ce qui doit arriver à qui a plus d’activité pour moi; si cette description pouvait lui faire comprendre la quantité et la qualité des plaisirs qui s’offrent ici, je suis sûr qu’imitateur fidele de nos devots ayeux il viendrait à pied habillé en pélérin gagner des indulgences, dont l’attente lui rendrait le chemin très-court et delicieux. Pour vous faire une idée du sisteme, figurez-vous, ce qui est en effet, qu’il y ait ici bien plus de 20 mille jeunes hommes du temperamment et du gout d’A[lexandre]; figurez-vous que, outre cela, il y ait quarante mille hommes qui aiment plus la reserve, et se pourvoient en cachette assez tranquillement; figurez-vous qu’outre tout cela il y ait environs 3 mille jeunes solitaires affamés, qui savent par le bon emploi de quelques heures derobées avec industrie sé vanger de la contrainte perpetuelle qui les tourmente; figurez-vous qu’il y ait de quoi rassassier tant de monde, et de quoi contenter les gouts les plus delicats; et alors, alors seulement vous pourrez vous former une legere idée du feu qui anime les habitateurs de ce brulant climat.

Ce climat si échauffant doit pourtant tarir plutot qu’ailleurs la source de cet incendie. Car il y a ici une quantité surprenante d’hommes impuissans; et je n’ai jamais ailleurs tant entendu de voix fausses, aigues et propres d’un chatré qu’ici; il n’y a que les étrangers communément qui aient la voix humaine, mais ces étrangers composent trois quarts de la ville. Enfin, c’est ici le bordel du genre humain.

Après ce beau prélude, je ne dois plus rien écrire sur les nouvelles du pays, de crainte que quelque bougre, ouvrant ma lettre, ne vienne à comprendre trop aisement d’où j’écris ceci. Je dirai seulement que dans les circonstances les plus critiques c’est par les pieds qu’on raisonne ici, pas par la tête; on fait une loi qu’on abroge de là à 2 jours pour la reprendre de là à une semaine; c’est un amas de fripons aveugles qui s’empressent de profiter de l’infortune public.

Voila bien des louanges; mais il est juste de rendre à chacun ce qui lui est dû, et ceux qui méprisent tout le genre humain doivent s’attendre à en étre méprisés.

Mandez-moi des nouvelles de tous vous, que j’embrasse de tout mon coeur. Quel genre de vie menez-vous? Où passez-vous les soirées? M’aimez-vous toujours? Parlez-vous de moi quelquefois?

Je t’ordonne, cher B[eccaria], de ne lire, de ne donner à personne cette lettre, hors à P. V[erri], à A. V[erri], à Visc[onti], et à point d’autre, quelqu’intime qu’il te soit.

J’étais assez sceptique avant que de vous quitter, ou plutot je croyais de l’étre; j’espere de l’étre devenu à présent. On ne comprend aussi clairement qu’ici la frivolité des sciences humaines. Oh, que cet aimable ami avait raison, lorsqu’il écrivait cet admirable morceau sur la definition de l’homme animal raisonnable! C’est une lecture que je fais de tems en tems; j’en adopte tous les sentimens, et pour me servir d’une elegante expression de la plus noble des langues

manibus pedibusque descendo in sententiam tuam.

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis César Beccaria Bonesana, à Milan

  1. Beccaria a Luigi Eugenio di Württemberg (Milano, 3 agosto 1766)
Altesse Serenissime,

j’aurois mal servi Votre Altesse Serenissime et mal repondu à la confiance dont elle a eu la bonté de m’honorer, si j’avois confié à l’hazard des circostances tout ce que j’avois à repondre aux sentimens sublimes et admirables, à la chaleur, à la grandeur d’ame, qui rayonnent dans toutes les lettres que Votre Altesse daigne m’ecrire. Le sacré etablissement, dont on a eu la bonté de me confier le detail, est le plus utile qu’on puisse imaginer à l’espece humaine, à cette pauvre espece toujours chancelante entre la raison et la folie, entre l’abrutissement et l’apotheose. Les princes, ces ainés de notre immense famille, l’humanité, ont elevé des monumens, que l’ombre des siecles couvrira bientot, au dieu Mars; ils en ont elevé aux passions factices, et on a sacrifié sur leurs sanglans autels les passions de la nature. Toutes les vertus ont eté detournèes de leur fin. On a fait perdre de vûe à la bienfaisance son veritable objet; l’obeissance est devenue aveugle, et le craintif enfant de la terre s’est prosterné devant tous les vices. Plusieurs ont fait des loix sages, plusieurs ont eté, et le sont encores, les peres des hommes, mais ces ames rares, après avoir paru un moment, disparoissent de la face de la terre sans laisser dans le coeur des hommes une etincelle de ce feu divin qui les animoit.

Il vous etoit reservé, prince tres sage, de proteger, d’encourager et peut-etre d’imaginer une societé choisie et immortelle d’ames genereuses et tendres, d’homme determinés à suivre la vertú et à confondre le vice, non par le sang et la desolation, non par les larmes de malheureux, mais par la force invincible et douce de l’exemple et des encouragemens. Oh, ame elevée et superieure, qui devez avoir une portion de cette puissance terrible, de la quelle depend ici bas la destinée de vos freres, quel bien ne ferez vous pas dans la vie publique et solemnelle, si dans la retraite vouz meditez de si grandes choses! Vos etats seront donc une famille, un pere et des enfans, vous y etablirez une alliance entre la vertu et le pouvoir, et la felicité de vos sujets sera votre conquéte.

J’ai admiré la sagesse des plans que Votre Altesse a daignè avec tant de generosité de me communiquer. Je me suis penetré des maximes sur lesquelles on voit qu’il sont batis.

Pour que le feu sacré s’y conserve, il faut qu’il soit confié à peu de personnes: tous les etablissemens fondés sur l’energie des sentimens autant il gagnent en extension, autant il perdent en intension. Dans une societé faite pour la vertú, mais qui seroit trop multipliée, les passions entrant toujours de quelque coté prendroient le masque de la vertú, et le remede deviendroit poison. Qu’une honnète liberté regne dans les assemblees, que les genantes et superstitieuses ceremonies n’y entrent point du tout, car l’accessoire s’empareroit bientot du principal, et un ton minutieux et imbecille affoibliroit les ressorts de l’ame, qui doit se plonger dans la vertú avec courage et avec grandeur. Cette societé n’est pas un culte, ni un religion, ni ne doit le devenir, mais son but est de perfectioner dans le coeur des hommes la veritable et d’y rectifier les fausses. Que la douce egalitè, l’egalité naturelle soit dans les membres de la societé, comme membres, qu’où l’autoritè de la raison et de la verité regnera, tout autre autorité cesse, car il a eté dit que l’ambition est la derniere passion des ames heroiques. J’en excepte toujours l’autorité sacrèe du souverain et des loix.

Voila, Monseigneur, ce qu’un homme honnete et vrai ose vous ecrire non pour eclairer des sages, qui peuvent etre mes maitres, mais pour savoir si j’ai bien compris l’esprit dans lequel les plans ont etè formés.

Je puis assurer Votre Altesse Serenissime que cette societé morale, que Monseigneur dans la vaste etendue de sa bienfaisance souhaite qu’on etablit ici, est presque deja faite. Nous sommes huit amis sans moi: le comte Verri, auteur des Meditazioni sulla felicità, qui a eu l’honneur de conoitre et admirer Votre Altesse à l’armèe autrichienne, son frere Alexandre, le comte Biffi, le marquis Calderara, le comte Secchi, le comte Joseph Visconti, monsieur Louis Lambertenghi, le marquis Alphonse Longo; nous aimons la vertú sincerement, et osons la preferer aux connoissances. Vivans presque toujours ensemble, nous nous encourageons mutuèllement à des actes de bienfaisance, c’est à dire de justice envers les malheureux. Nous ne formons pas une societé etablié sur un pian fixe et determiné, mais une coterie. Une telle societé ne seroit pas tolerèe ici. On nous prendroit pour des francmaçons ou pour des heretiques à bruler, et nous avons deja prouvè quelques tracasseries non de la part du Gouvemement, mais de la nation imbue encor des prejugès espagnols. La vertú peut avoir dans ce lieu des missionaires, je ne sais pas si elle pourroit y avoir des pasteurs. Cela n’empeche pas que nous contribuons de toutes nos forces à exercer une charité eclairée, qui encourage la vertú et qui etonne le vice; cela n’empeche pas que nous nous appliquions à la decouverte et à la verification des actions vertueuses pour avoir l’honneur de le communiquer à ce genie bienfaisant, qui fera publier le journal le moins fecond mais le plus utile. Cela n’empeche pas que nous ne puissions former pour le dehors une veritable societé morale, qui soit dans une parfaite correspondance avec les autres, quoique pour le dedans il nous semble plus sûr et plus utile aux interest meme de la vertú que la coterie ne change pas son ancien plan. Nous nous efforcerons de repondre de notre mieux aux vues sublimes de societés et d’entrenir un commerce regulier avec elles. Nous supplions de ne nous epargner en rien dans les mesures qu’on prendra pour encourager les actions vertueuses et pour le bien de l’humanité.

N’ayant aucun bon correspondant immediat à Verone, j’ai fait ecrire par diverses personnes sages et sures, sans pourtant leur devoiler le motif de ma curiosité. Je n’ai epargné aucun soin, car ayant l’honneur de servir Votre Altesse il me semble de servir la vertú meme. Je me prend donc la liberté d’envoyer à Votre Altesse Serenissime deux papiers ecrits, une relation imprimée et un livre qui me semble exact, concernant l’action heroique de cet admirable Bartolomeo Rubele. J’ai cru devoir les envoyer tel que je les ai reçus, parceque l’auteur du joumal par la comparaison des pieces puisse suivre absolument ses lumieres. Si sur tous ces pieces, et sur les reflexions qu’il fera, il aura besoin de nouveaux eclaircissemens, je me ferai gloire de le lui fournir de mon mieux. J’attends de nouvelles informations l’ordinaire prochain. Je supplie Votre Altesse Serenissime de daigner d’agreér la nouvelle edition de mon ouvrage, que j’ai l’honneur de lui envoyer par la poste. Que le coeur de Votre Altesse daigne suppléer aux defauts de mon livre. Dans une autre occasion je me prendrais la liberté d’envoyer deux volumes de la feuille periodique.

Il est inutile que je demande mille pardons à Votre Altesse pour mon mauvais français et ma mauvaise ecriture; sa bonté m’inspire cette confiance, cette bonté, qui daigne prendre un si tendre interest à ma santé, et à qui ma reconnaissance et ma personne sera toujours devouèe.

Je fais mes humbles remercimens à Votre Altesse et au Serenissime Prince hereditaire de Braunsweig de l’honneur qu’il daigne vouloir me faire. Ne le meritant pas, je crois le devoir à l’extreme bonté de Votre Altesse. Par les louanges que Monseigneur en donne, il me sera tres agreable de pouvoir lui faire ma cour sans bassesse et sans flatterie, n’etant seulement grand par la naissance, mais aussi par le coeur. J’attend donc son arrivée à Milan avec une extreme impatience pour l’admirer et le servir.

Que Votre Altesse Serenissime daigne me continuer sa bontè et sa protection; je tacherai de m’en rendre digne en cultivant la vertú et en nourissant continuellement les sentimens de la plus profonde veneration, de la plus vive reconaissance et du plus respectuex et tendre attachement, avec lesquels j’ai l’honneur d’etre de Votre Altesse Serenissime le tres humble, tres obeissant et tres respectueux serviteur

Cesar Beccaria

Milan, 3 aout 1766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 8 agosto 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

Vostra Signoria illustrissima colla graziosissima Sua del 6 stante mi dà un nuovo attestato di quell’animo generoso e ben fatto che già prima d’ora avea dato a conoscere; e mi dà nel tempo stesso il piacere d’esser ministro d’un officio pio a favore dell’afflitta umanità. Quel Troiano Odazi di cui si tratta dovrebb’essere, se non m’inganno, un certo giovine che da 15 giorni in qua soleva entrare confidentemente nel mio negozio, ed ivi, senza mai parlare, consumare le giornate in leggere un libro o l’altro. Se è desso, non pare veramente che il di lui aspetto annunzi del tristo, e propriamente se gli legge nel volto l’afflizione. Io non ho mai auto la curiosità di ricercare chi egli fosse, appunto perché egli non parlava mai, e nemmeno all’entrare. Sono due o tre giorni che non lo vedo più, e non è sperabile che prima di lunedì prossimo ei venga a trovarmi colla di Lei lettera alla mano, perché questa lettera egli non può riceverla prima di domenica, per non avere la buca in Firenze, come l’ho io e come l’hanno tutti quegli che vogliono le loro lettere sei giorni innanzi, mediante la staffetta del lunedì detta di Mantova. Starò a vedere se dentro domane o doman l’altro tornerà al negozio; diversamente farò delle diligenze per venirne in cognizione, ed assicuratomi esser quel tale, comincerò a soccorrerlo a misura de’ di lui bisogni, mediante la somma da Vostra Signoria illustrissima rimessami di p. 69.18.10. Se poi mi sarò ingannato, aspetterò che mi si presenti la persona vera di questo tale Odazi, sempre informandomi del di lui costume e carattere, per quanto se ne possa qui ricavare. Frattanto scrivo in questa sera in Napoli al mio particolare amico signor Giuseppe Bonechi, console imperiale, persona onestissima, attiva, nota alla Repubblica letteraria, e che credo amicissima dell’abate Genovesi. Egli senza dubbio me ne darà una piena e sincera contezza. La di lui risposta caderà da oggi a diciassette giorni, ed io la trasmetterò originalmente a Vostra Signoria illustrissima; e intanto, se questa non sarà disfavorevole, io Le manderò costà il giovine per la via la più economica, rendendole conto esattissimo nel tempo stesso di ciò ch’io avrò sborsato della somma rimessami. Vostra Signoria illustrissima viva quieto in questo frattempo e riposi in me, sì per l’esatta esecuzione della di Lei volontà che per la buona assistenza a favore del giovine; assicurandole, senza vanità, che il mio maggior piacere è quello d’interessarmi a prò della società.

Il nostro signor auditor Franceschini mi pressa per vedere la traduzione de’ Del[itti] e p[ene]. A farne venire un esemplare di Parigi troppo gli costerebbe d’impazienza; dunque, se Lor Signori ne avessero un esemplare d’avanzo, lo gradirei moltissimo per compiacere ad un uomo di merito, amabile ed illuminato.

Io poi sono in grado di ristampare nuovamente l’originale, trovandomene nuovamente mancante. Ne chiedo perciò la permissione a Vostra Signoria illustrissima.

Ella volea un pezzo fa non so che opera del Soria. Egli ha fatto adesso ristampare 3 tomi delle cose sue, e sono già alla luce. Se dunque desidera d’esserne servito me lo avvisi. L’avverto però che questi tre tomi non sono che una parte di ciò che egli ha scritto.

Mi continui la grazia e mi comandi con libertà, ch’io sono e sarò sempre di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius. Aubert q. And.

Livorno, 8 agosto 1766

Milano. Illustrissimo signor marchese Beccaria Bonesana

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 14 agosto 1766)
Monsieur,

j’ai l’honneur de vous rendre la lettre de mon ami Morellet que vous avés eu la complaisance de me confier. Je vous en remercie très humblement. Je suis charmé qu’on vous rende justice par tout. Soyés persuadé que je vous l’ai toujours rendüe. Je vous supplie d’assurer monsieur l’abbé Morellet de ma tendre et bien sincere estime et amitié.

Je vous envois le livre d’Helvetius et le Dictionaire enciclopedique portatif, ces deux livres, avec celui de monsieur Boulanger, font tout le contenû de la caisse de Lyon. Je gardai vos livres dans la meilleure foi du monde, puisqu’ils m’étoient addressés et qu’ils m’étoient anoncés depuis plusieurs mois. Je suis charmé de savoir qu’ils sont à vous, et comme je désire de ne m’approprier rien qui ne soit à juste titre de ma proprieté, je me fais un plaisir et un devoir exacte de les rendre à leur maitre, qui en fera meilleur usage que moi.

Je suis avec la plus parfaite consideration, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

Charles Firmian

Ce 14 août 1766

  1. Élie-Salomon-François Reverdil a Beccaria (Firenze, 19 agosto 1766)
Monsieur!

Je crains bien de vous fatiguer en cherchant à vous obéir, mais je sai que votre indulgence pardonnera l’intention; l’ami dont j’eus l’honneur de vous communiquer de Rome le 9 dernier une réponse propre au moins à lui concilier votre amitié, me mande de nouveau: «Voici ce que je sai de plus, depuis peu, de la Societé morale; elle est composée principalement de Suisses, de presque tous les Cantons; le prince Louis de Würtemberg à Lausanne, messieurs Lavatter et Fuesly à Zurich, monsieur Fellenberg à Berne, monsieur Moultou à Genève, monsieur Muller, naturaliste danois (voyageant bientôt en Italie avec le comte de Juiling, ami de monsieur votre frére, et de qui je tiens ces détails), sont les seuls membres dont je sois bien assuré; son objet general est la bienfesance, et elle y parvient par le soin des pauvres honteux, par la composition de bons livres de morale à l’usage du peuple etc.; son ancienneté est de trois ou quatre ans. Le lieu de ses assemblées est une hotellerie du Canton de Berne, où l’on va prendre les eaux, et qui se prononce Gincenac, le tems des assemblées ce sont trois jours de chaque mois de may; le nombre des membres de la derniére assemblée étoit 40».

Parmi bien des choses qui ne font pas à votre but, on peut conclure de ceci le nombre, qui est 40, mais non, parcequ’il n’est pas dit, qu’ils fussent tous présens; mieux, qu’il ne sera pas aisé de leur faire à ces membres la politesse que vous leur destiniés, puisqu’ils paroissent un peu dispersés; enfin, que vous apprendrés tout ce qu’il vous plaira, pourvu qu’il ne vous penétre pas, de ce monsieur Muller, qui ne voyagera pas en Italie sans passer à Milan, et qui ne s’arrêtera pas à Milan sans vous rendre ses devoirs.

Mon ami me charge de vous prier de lui indiquer, c’est-à-dire de m’indiquer à moi, quelque jeune physico-mathématicien, à qui on put se livrer pour une correspondance; voulés vous bien, monsieur, avoir cette bonté, si vous connoissés quelque sujet qui y soit propre? J’ai lieu de croire que ce ne seroit pas sans fruit pour lui.

Le même ami ajoute qu’on a possédé quelques jours à Genève votre traducteur, monsieur l’abbé Morellet; s’il n’est pas retoumé à Paris, le pere Frisi, qu’on me dit s’y étre rendu, sera faché de ne pas le voir. Seroit-elle vraie une nouvelle qu’on débite ici et qui m’afflige, c’est qu’ensuite de torts très graves et de mauvais procédés qu’auroit eu Rousseau avec monsieur Humes, son ami et son bienfaiteur, celui cy auroit publié une lettre véhemente contre lui? Il seroit dur d’étre obligé de croire qu’un tel homme a le coeur mauvais.

Est-il vrai encore (pardon, monsieur, de tant de questions) que le journal qui se fesoit cy devant à Berne, puis à Yverdun, s’imprime actuellement à Milan, et que vous y avés la principale part?

Permettés moi, monsieur, de vous supplier, si vous me faites l’honneur de m’accorder une réponse, de la faire en italien; et de l’addresser, jusques vers le milieu du prochain, chès monsieur Jean Watson, à Venise, plus tard chès monsieur Joseph Harthl, à Vienne.

J’ai l’honneur d’étre avec les sentimens les plus distingués, monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur

Reverdil

Florence, ce 19e août 1766

On ne parle ici que de carestie et des moyens d’y suppléer, et on paroit compter beaucoup sur vos contrées pour cela.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria. A Milan

  1. Saverio Bettinelli a Beccaria (Verona, 27 agosto 1766)
Signor marchese pregiatissimo,

colla speranza di venir io stesso a Milano lusingato, sinora ho tardato a scriverle e a ringraziarla della cortese risposta di ch’ella onorò la mia lettera. Or l’occasione presentasi di ricordarmi a lei nuovamente, non rinunziando al progetto però di fare una corsa costà il prossimo autunno e portar meco qualche mia fatica in omaggio al suo valore e alla sua amicizia per me, se qualche nuovo impaccio, come in passato, o d’affari o di poca salute non mi frastorna. L’occasione presente si è la venuta costà del signor Andrea Comaro, gentiluomo veneziano e mio amico, insieme colla signora Lucrezia Pisani sua sorella e Monsignor Vescovo di Murano suo fratello, tutti e tre prevenuti di stima e solleciti di conoscere il raro autore dei Delitti e delle pene. Né meno gli alletta il pensier di leggerlo in vari articoli del Caffè, benché incognito stiasi, e la dama stessa, che di quel foglio è gran protettrice, come è giudice ancora più che donna non soglia, è di questo allettata. Il male si è che sabato prossimo e domenica solamente ponno stare in Milano, e temo assai che la mia lettera giunga tardi, benché n’abbia scritto pur anche al padre Boscovich. In ogni caso, volendo io servire al lor desiderio, la prego cogliere il buon momento, ove possa, di vederli, e dicono voler essere alla Locanda del Pozzo, o certo dal Residente veneto n’avrà nuove più certe, quando essi per lui, come procureranno, non possano prevenirla. Qualch’ella sia la maniera e l’incontro, ella ben vede, signor marchese stimatissimo, che non li move fuor che la stima. Se ottengon essi di riverirla e di soddisfarsi, altro per ora non bramo; se poi la fortuna è lor contraria, io la prego, se il tempo e gli studi suoi gliel permettano, darmi nuova di lei e degli studi medesimi, che tanto io pregio. Ella n’ha posti in troppo giusta pretensione o almeno espettazione di lei per non sospettarci impazienti di leggerla nuovamente. Ben sento esser l’opere d’un certo peso e profondità frutti di studio e di lima; eppur sento ancora che certe miniere una volta scoperte non son di vena fugace, ma se ne aspetta abbondanza per la medesima profondità. Chi scrivendo tace più che non dice, e pensa molto in poche parole, ha molti rami in riserva e molte vene, che basta solo scoprirle. Io la prego frattanto di credermi quale ho l’onore di protestarmi con tutto l’ossequio, il suo umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Saverio Bettinelli G.a

Verona, 27 agosto 1766

  1. Luigi Eugenio di Württemberg a Beccaria (Losanna, 31 agosto 1766)
A Lausanne, ce 31 aoust 1766

Monsieur!

Je n’ai tardé si longtems de repondre à votre lettre interessante que pour faire part à la Societé morale etablie en cette ville de l’approbation que vous daignez donner à ses vuës, et de la cotterie d’amis respectables de la vertu qui subsiste à Milan.

Penetrée de la joie la plus vive, elle me charge, monsieur, de vous prier de la regarder et de la faire regarder de meme par cette cotterie eclairée comme une soeur fidele qui s’empressera à tendre au meme but quoique par une route differente. Elle admire la profondeur et la sagesse de vos vuës, et se fera toujours une gloire de suivre vos conseils. Nous n’aurons rien de caché pour le deffenseur des droits de l’humanité, pas meme nos deffauts que nous nous ferons un plaisir de lui exposer, persuadé que nous sommes qu’il trouvera dans ses vastes lumieres des ressources pour nous en corriger.

Je passe presentement à l’exemplaire des Delits et des peines que vous avez daigné m’envoyer. C’est le present le plus cher à mon coeur que je pouvois recevoir. Grâce à l’eternel, je ne me suis point souillé du sang humain, et je me flate qu’il ne criera jamais vengeance contre moi. Vous faites plus, homme respectable, vous signez un arret de vie pour tout le genre humain. Je ne sais s’il est sur la terre un peuple assez sage pour vous avoir elevé des statuës, ce qu’il y a de trés sûr c’est que vous vous a eté dressée une dans mon coeur. Je ne merite point les eloges que vous me donnez, mais je m’efforcerai de les meriter; j’ai vecu longtems livré à tous les desordres des passions, je ne veux plus vivre desormais que pour la vertu et pour le bonheur de mes semblables. Les circonstances pourront peutetre me tirer de mon heureuse retraite, mais quelque soit la situation dans laquelle je me trouverai, tels seront toujours le motif et le but de toutes mes actions. Le vrai Christianisme egalement eloigné de la bigotterie, du fanatisme, de l’irreligion et de la licence d’esprit, oui, telle est la regle que je vous promets de suivre jusqu’à la fin de ma vie.

Les details interessants sur l’action heroique du vertueux Rubele nous ont fait tout le plaisir possible. Nous vous en offrons nos remercimens les plus sinceres; mais nous ne pourrons pas en faire usage, monsieur de Marmontel nous ayant deja prevenus dans ce recit si honorable pour l’humanité. Nous sommes innondés ici coup sur coup par des ouvrages qui attaquent à la fois la religion et les moeurs. On les attribue pour la plupart à monsieur de Voltaire, dont la vieillesse fait horreur. Son esprit se salit de plus en plus et il offre le spectacle degoutant d’un vieillard qui se degrade par le libertinage de l’imagination le plus odieux.

Le souvenir de monsieur le comte de Verry me flate infiniment. Il s’en faut bien que je l’aie vu autant que je l’aurois souhaité. Malgré cela il a fait sur moi l’impression la plus vive. Daignez l’en assurer, et croiés que rien ne saurait egaler l’amitié avec laquelle je serai toute ma vie, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

Louis Eugene Duc de Wirtemberg

  1. André Morellet a Beccaria (Parigi, 1° settembre 1766)
Je vous addresse, mon cher ami, un jeune gentilhomme auquel je mets un très grand intérêt, et qui va voir votre Italie. Madame la comtesse de Boufflers, sa mere, est une femme très estimable et très aimable par beaucoup d’endroits, et surtout par un très grand degré d’instruction et une très grande amitié pour les gens de lettres. Elle est fort liée avec monsieur d’Alembert et monsieur Hume et nous nous rassemblons quelques fois chés elle. Elle a rendu à cet extravagant monsieur Rousseau les services les plus essentiels pendant les persecutions qu’il a essuyées en France à raison de son Emile, et depuis cette epoque c’etoit elle qui avoit engagé monsieur Hume à s’en charger pour le conduire en Angletterre. Voilà une très petite partie du bien que je puis vous dire de la mere; quant à monsieur le comte de Boufflers, vous le jugerés vous même et je ne doute pas que ce ne soit très favorablement. Il quitte la Hollande où il a achevé son education. Madame sa mere l’a envoyé passer trois ans à Leyde, et il nous paroit à tous qu’il est fort instruit, très forme, et qu’il y a tout lieu de croire qu’il sera digne du nom qu’il porte. Je puis vous assurer qu’il a la plus grande envie de vous connoitre et de meriter votre amitié et celle de vos amis, que je vous prie aussi de lui faire connoitre. C’est là une occasion qui doit etre precieuse pour un philosophe d’inspirer et de fortifier le goût de la verité, de l’humanité et de la raison dans un jeune homme que sa naissance mettra à portée de rendre ces instructions à ceux qui gouvernent et qui font tant de mal aux hommes faute d’avoir recû ces mêmes impressions. Si monsieur d’Alembert ne lui donne pas une lettre pour le reverend pere Frisi, je vous prie de l’y mener et de le lui recommander de notre part. Je n’entre pas dans d’autres details avec vous sur les attentions que je vous prie d’avoir pour lui: je ne vous fais point d’excuses de la liberté que je prens, parceque je suis disposé à vous rendre les mêmes services avec le plus grand zele et la plus grande activité. Je vous ecrirois plus longuement si ma lettre devoit vous etre rendüe promptement, mais monsieur de Boufflers n’ira à Milan qu’au milieu de l’année prochaine, et ma lettre deviendroit un almanach de l’an passé.

Adieu, monsieur et cher ami, croyés que vous n’avés point en Europe d’admirateur plus sincere et d’ami plus devoué que moi. Avec ces sentimens je crois etre en droit de me dispenser des formules ordinaires. Je vous salüe donc et vous embrasse de tout mon coeur.

L’Abbé Morellet

Ce 1er septembre 1766

  1. Louis-Alexandre de La Rochefoucauld d’Enville a Beccaria (Parigi, circa 1° settembre 1766)
Cette lettre, monsieur, vous sera remise par monsieur le comte de Boufflers, qui voyage en Italie et qui a un grand desir de connoître l’auteur du Traité des delits et des peines, et de pouvoir être présenté de sa main à madame la marquise de la Somaglia et aux amis qui composent une société charmante, que je n’ay eû le plaisir de connoître que pour regretter de l’avoir perdue. Son nom, qui est connu en Italie d’une maniere si avantageuse, n’a pas besoin de recommandation, et quant à ses qualités personnelles, vous en serez beaucoup meilleur juge que moy. Vous verrez en lui un jeune homme qui a reçu une éducation fort differente de celle de la plupart des gens de notre pays. Sa mere, qui joint beaucoup d’esprit à beaucoup de connoissances, voyant que l’étude si interessante et si utile du droit naturel et du droit public manquoit absolument à notre éducation publique et étoit fort difficile à faire dans le particulier, l’a envoyé passer deux ans à Leyde; où, sous un très habile professeur, il a joint à cette étude celle des autres parties de la philosophie. Sachant que j’avois eû l’honneur de vous connoître pendant mon séjour à Milan, il a desiré que je luy donnasse une lettre pour vous, et quoique je sois très persuadé qu’avec tout ce que je viens de vous dire il n’a pas besoin d’autre recommandation auprès de vous, permettez moy cependant de vous demander vos bontés pour luy, et de saisir avec empressement cette occasion de vous témoigner la reconnoissance que je conserve de celles que vous avez eues pour moy, et de vous renouveller les assurances des véritables sentimens d’estime et d’amitié que vous m’avez inspirés, et qui ne finiront qu’avec ma vie.

La Rochefoucauld

Voulez-vous bien présenter mes respects à madame la marquise Beccaria, à madame de la Somaglia, et dire mille choses de ma part à monsieur le comte Verri.

[a tergo:] Monsieur, monsieur le marquis Beccaria. A Milan

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 2 settembre 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

il signor Troiano Odazzi è guarito, o per dir meglio, si va rimettendo dalle sue febbri. In questa settimana io l’incaminerò costà, pensando di fargli prendere la via di Genova, giacché a fargli fare tutto il viaggio per terra (per la via di Firenze) sarebbe una spesa gravosa. Frattanto l’ho rivestito quasi di tutto punto, avendoli fatto un abito completo d’una spesa economica, quattro camice, 3 para di calze di seta, due para sottocalze, una spada, fibbia da colletto, da scarpe ecc., e tra tutto questo e le spese della malattia non ho speso che sole L. 240 circa, dimodoché con quel che resta della di Lei rimessa conto che vi sarà da pagare l’alloggio e il viaggio sino costà. Adesso che è un poco ripulito nell’aspetto e di animo quieto e brillante, Le assicuro che pare un altro da quel ch’egli era. Stamane ha pranzato da me, mi sta appresso moltissima parte del giorno, onde posso dirle con piacere che semprepiù conosco in lui un’indole nobile, placida e da incontrare la Loro satisfazione.

Sospendo interamente la nuova ristampa de’ Del[itti] e p[ene], sulla lusinga che Vostra Signoria illustrissima mi dà di fornirmi d’un originale più ampliato, che vale a dire più degno sempre dell’ammirazione del pubblico. E mentre glie ne anticipo le mie obbligazioni sempre maggiori, Le prometto nel tempo stesso una edizione la più bella che sia uscita dai torchi Coltellini, ricca di rametti, in carta magnifica e finalmente senza risparmio alcuno, tanto esigendo e il merito dell’opera e la gentilezza dell’autore.

I miei rispetti al signor conte Verri. Mi ami, mi comandi, ed intraprenda felicemente il viaggio di Parigi, e da per tutto mi creda di Vostra Signoria illustrissima suo devotissimo obbligatissimo servitore

Gius. Aubert q. And.

Livorno, 2 settembre 1766

  1. Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi (Roma, 2 settembre 1766)
Ce 2me septembre

Chers amis,

ce n’est plus un bon homme que je vous présente, c’est un homme estimable par son coeur et par sa philosophie: le pere Carli, barnabite, qui vous rendra celle-ci, est de ce petit nombre d’hommes dignes d’entrer dans votre société. Vous en pourrez juger par vous-mêmes. C’est dommage que son destin l’apelle bientôt à Macerata; votre compagnie et celle de Frisi l’auraient perfectionné; ainsi, au lieu de profiter de vos lumieres, il va devenir lecteur en philosophie et directeur de novices. Passe s’il avait le gout florentin; quoiqu’il en soit, je dois l’assurance de son merite et à la verité et à la reconnaissance. C’était chez cet ami et son lecteur en théologie, homme très-instruit et très-bon philosophe, que j’ai passé bien des soirées que j’aurais pu destiner aux filles de joie, aux belles du pays. De là vous pourrez aisément comprendre et son merite et mon éloignement pour tout plaisir malhonnête; car, entre nous, je me ferais conscience de violer dans la moindre chose le voeu de chasteté que j’ai fait; le billet enfermé dans celle-ci vous en pourra faire foi.

Si je vais quelque part, je comprends bien les degoûts que j’y pourrais essuyer; mais je tacherai de les éviter; je vous enverrai alors le plan de vie que je suivrai; je me flatte que vous l’approuverez. Vous en pouvez demander des nouvelles au pere Carli.

Quelque peu d’égards que merite le Roi de Port[ugal] après avoir chassé les Jesuites, et empeché que l’argent ne passe ici de son royaume, l’Eglise est une mêre trop amoureuse pour le declarer exclus de son giron. Les papes ont toujours aimé et reccomandé la tolérance; ils ont toujours aspiré à ramener par la douceur les brebis égarées. La patience de Rome l’emportera à la fin; le monarque est trop éclairé pour se détacher du corps de l’Eglise, et il a un coeur trop bon pour le vouloir.

Comment? Vous étes donc surpris des maximes du pere Campagnani en matiere d’histoire ecclesiastique? On voit bien que vous n’avez pas respiré l’air de ce pays. C’est dommage que vous n’ayez à y passer une année seulement; je vous le souhaite de tout mon coeur pour la penitence de vos pechés passés et futurs.

Ah! si mon projet avait réussi! Alors je me flatte que vous auriez eu une raison de plus, et une raison assez forte, pour aller à Paris; c’était le plaisir de nous y voir ensemble. Oublions cela.

Je savais ce que vous me mandez des editions de l’ouvrage de B[eccaria]; j’aime trop sa gloire pour ne pas tacher de m’instruire au plutot de ce qui peut le regarder. Mais je dois me plaindre de lui de ce qu’il ne m’a jamais envoyé la derniere edition italienne. Il pourrait la donner au pere Carli qui me la ferait tenir.

C’est avec la plus grande satisfaction que j’ai lû l’article de cet Odazzi. Le style dont il est écrit marque assez l’excellent caractere et l’ame sensible et la plume eloquente de l’aimable A[lexandre]. Ce que vous avez fait en sa faveur ne m’a pas etonné. Je vous connais, la vertu vous est trop chere pour que vous puissiez vous regler autrement. Les soupçons que vous aviez eus etaient raisonnables; votre resolution l’est encore davantage; mais permettez-moi de vous exposer mes doutes, que je ne veux pourtant pas qu’ils nuisent à cet homme, qui peutétre sera très honnete malgré le préjugé assez legitime contre sa nation. 1.° L’enthousiasme, l’eloquence, le feu du style ne doit pas surprendre dans un Napolitain; le feu du climat et le souffre de leur terrein se communiquent à leur esprit, c’est-à-dire determinent leur organisation et leurs humeurs. 2.° Un homme de loi qu’est-il allé faire à Livourne? 3.° A Rome il y a une grande quantité de seigneurs napolitains très riches de leur fonds; c’est la nation qui verse le plus d’argent dans cette ville; après eux viennent les Milanais. Est-il possible que ce jeune homme, instruit dans l’unique science qu’on prise à Rome, n’ait pas songé à y venir pour se procurer la protection de quelque prelat ou prince napolitain? A Naples il y a quelques seigneurs qui cultivent les sciences. Comment n’a-t-il pas profité de leur libéralité? Les Napolitains ne connaissent aucune autre partie du globe que l’Espagne et Rome; il est fort extraordinaire qu’un Napolitain n’ait pas cherché de s’établir ici, chose qui n’est pas difficile; une place de secretaire, d’écrivain etc. ne pouvait pas lui manquer. Je vous assure que cette difficulté me parait sans réponse.

Je vous écris ça, pas pour nuire à ce jeune homme, pas pour suspendre votre amitié pour lui; mais uniquement pour vous persuader à ne vous pas fier en lui jusqu’à ce que vous soyez bien assurés de la verité de tout ce qu’il avance et de son honneteté: c’est ce que je vous reccomande très-instamment. Soyez toujours en garde contre la bonté de votre coeur; et songez qu’en général les hommes sont toujours méchants; il faut bien des raisons pour faire une exception à cette regle-là!

Je connais, moi, plusieurs Napolitains. Je connais, j’ai beaucoup d’amitié pour un avocat napolitain, homme très-savant, très-raisonnable, qui a une estime infinie pour l’ouvrage de B[eccaria]. Il est certain que cet avocat, que quelque seigneur n’eussent pas manqué de secourir ce jeune homme leur patriote, qui avait commencé l’etude du droit.

Toutefois mes raisons ne sont pas une demonstration géometrique. J’approuve ce que vous avez fait, j’aimerais d’approuver les précautions que vous pourriez prendre pour n’étre pas trompés. Oh! direz-vous, en quoi pourrait-il nous nuire? Sa malice, sa méchanceté, que lui servirait-elle? Je reponds qu’il n’y a si pauvre homme qui ne puisse nuire en quelque chose à qui que ce soit.

  1. Troiano Odazzi a Beccaria (Livorno, primi di settembre 1766)
Eccomi, signore. Fra breve vi condurrò innanzi l’oggetto infelice che colla sua ombra mesta ha osato venirvi a disturbare nel seno della vostra filosofia e di que’ puri e lusinghieri piaceri che ispira una riputazione poggiata su de’ sforzi a prò dell’umanità intera; e che voi, con un tratto degno di Marcaurelio e di Traiano (dirò meglio però: degno di voi), vi siete degnato richiamare alla vita e, ciocché ne sarà la conseguenza, alla virtù ed a quello che in un certo senso è con lei lo stesso, il piacere, l’anima vivificante del mondo sensibile.

Il dettaglio, signore, di quanto voi per ciò fate passar nella mia io anima mi è ben impossibbile; e se voless’imprenderlo, indebolirei quel sentimento che per la sua forza non sa come enunciarsi. Inviolabilmente attaccato a voi, che da conquistatore, che tutto abbatte e rovescia, vi siete tolti su di me tutti i più sacri dritti, il solo estremo fato me ne potrà disgiugnere. Felice troppo, se con quell’ardore con cui sarò mai sempre attaccato alla vostra persona, la seguirò mai sempre; potessi anche seguirla nei voli del suo vasto genio e nell’estensione della sua grand’anima!

Posso non conformarmi alle vostre idee? Posso non eseguire le vostre volontà? Non è più la mia condizione infelice che mi avrebbe fatto accettar qualunque progetto, salvo se stato fosse disonorante. Non è nemmeno la seduzione di que’ vantaggi che mi fate sperare, che mi obbliga ad ubbidirvi, a soscrivermi a quanto voi volete; è sibbene l’incantesimo che voi m’avete formato; è la vostra forza ch’è per me irresistibile. Ma in mezzo a tutto questo, qual pena non mi date, e ben dura e grave? In amendue le vostre, di cui voi, signore, mi avete onorato, sembrate aver presa di me soverchia prevenzione, e d’averne fatta concepire altrettanta all’illustre vostro amico marchese Calderari, che unisce di già le sue alle generosità di cui mi opprimete. Io sento troppo la mia effettiva e reale debolezza; conosco troppo la mia scarsezza (e non mi adulo, e non vo’ ingannarne gli altri) per esser sicuro che non potrò giammai corrispondere a ciocché da me mostrate attenderne. Solo mi consola, come nell’altra vi dissi, di non portarvi un’anima mal fatta e, se non mi lusingo in vano, difficile ad essere ingombera da quel polverume che suole bene spesso annebbiare quegli stessi che si credono i meglio formati e i più forti.

Non debbo abusarmi ulteriormente del vostro tempo prezioso. Il signor Aubert, che con una gentilezza pari al suo bello spirito ed alla bell’anima di cui è fornito, ha eseguito fino ad ora rapporto a me le vostre generose volontà, fra giorni eseguirà anche l’altra di farmi partire a codesta volta, essendo di già io bastantemente rimesso in salute per sostenere un viaggio. Verrò dunque fra non molto ad ammirarvi da presso insieme cogl’illustri vostri amici, col vostro fortunato marchese Calderari: ma avrò pupille sì ferme da sostener cotanto lume?

Io sono e sarò fino agli ultimi respiri vostro devotissimo servitore ed amico obbligatissimo

Trojano Odazj

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Élie-Salomon-François Reverdil a Beccaria (Venezia, 6 settembre 1766)
Monsieur!

«Nous avons», m’écrit cet ami mathématicien, en me remerciant de vous avoir fait part du resultât de ses enquêtes, «nous avons ici monsieur Fellenberg, professeur en droit à Berne, qu’on m’avoit assuré étre le plus propre à m’informer de ce que desiroit savoir monsieur le marquis Beccaria; quoiqu’il soit extrémement mystérieux, j’en ai cependant tiré ceci: que ce n’est ni la Societé typographique de Berne, ni la Societé morale de Ginsenac, qui a envoyé la médaille en question, mais une autre Societé morale, plus secréte encore que cette derniére, qui a envoyé la médaille en question; ce qui surprit monsieur Moultou lui même, qui étoit présent à mes interrogations et qui est membre de celle de Ginsenac».

C’étoit beaucoup, monsieur, de vous avoir fatigué, c’est trop de l’avoir fait inutilement; je ne reclame point ma bonne intention, c’est l’excuse des sots.

Ne vous donnés pas la peine de chercher le correspondant que j’avois pris la liberté de vous demander; c’étoit aussi une équivoque de ce même ami.

II ne me reste qu’à vous demander pardon de mon indiscretion, et vous supplier de ne la punir que par le silence que vous avés justement gardé, en faveur de la promesse que je vous fais de n’y plus retomber, et de la consideration distinguée avec laquelle j’ai l’honneur d’étre, monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur

Reverdil
chès M.r Jean Watson, à Venise

Venise, ce 6e septembre 1766

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria. A Milan

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Mombello, 7 settembre 1766)
Monsieur,

je suis très faché de n’avoir pas eû le bonheur d’avoir pû profiter de la savante et agréable compagnie de l’Evêque de Murano, au quel je me sens infiniment obbligé de ce qu’il a voulû penser à moi, en me faisant part de ses observations botaniques. Je vous supplie, monsieur, de l’assurer de ma sincere et respectueuse récconoissance.

Je me flatte d’avoir l’honneur et le plaisir de vous voir à mon retour en ville. Je me fais un devoir de faire connoitre en vous, monsieur, à nôtre ambassadeur à Paris un zelé sujet de nôtre Auguste Souveraine, digne de toute son attention et par vôtre naissance et par les belles qualités dont vous êtes doué.

Comptés que personne ne vous est plus attaché que celui qui a l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur

Charles C. de Firmian

Mombello, ce 7 septembre 1766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 8 settembre 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

il signor Bonechi mi trascrive in una sua lettera un viglietto di don Antonio Genovesi, di cui eccone copia a Vostra Signoria illustrissima. Non Le mando la lettera originale dello stesso signor Bonechi perché vi si contengono alcune altre cose confidenziali che riguardano lui medesimo. In questa copia di viglietto Vostra Signoria illustrissima vedrà il ritratto del signor Troiano Odazi, e considererà se si possa desiderarlo più vantaggioso.

Sabato ei si era messo in ordine per partire alla volta di Genova con un piccol legno toscano, ed io gli formai il saldo di quanto Vostra Signoria illustrissima mi avea rimesso. Pochi paoli gli entrarono in tasca, dopo una cambiale di sei zecchini datali per Genova, col qual danaro dovea fare il viaggio da Genova a Milano. Il fatto andò che essendosi trovato il sudetto legno incommodo e disastroso, si pensò d’attendere qualche partenza di feluca genovese. Questa vi sarà senz’altro domane, o doman l’altro al più lungo. La differenza di questi giorni di più faranno sì che bisognerà supplire con pochi paoli di più oltre la di Lei rimessa, poiché 24 zecchini sono di già spesi in rivestirlo da capo a piè, e nel vitto e alloggio, ed i sei assegnatoli in Genova voglio che si serbino intatti. Se oggi avrò tempo Le trasmetterò la nota delle spese per mio discarico. Gli ho dato poi delle lettere di raccomandazione per Genova, non meno che di credito, nel caso che là gli abbisognasse maggior somma che dei 6 zecchini, sperando per altro ch’ei non avrà occasione di valersi d’altro più.

Ieri lo feci conoscere al nostro signor avvocato cancelliere Baldasseroni, uomo di grandissimo merito, e questi ne concepì moltissima stima, e gli promise alcuni pieghi e lettere per il signor conte di Firmian, per il signor conte di Wilseck e pel signor abbate Castelli, suoi particolarissimi amici.

Mi riferisco alla mia dell’ordinario scorso, e pregandola della continuazione del di Lei affetto, sono, pieno di riconoscenza, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius. Aubert q. A.

  1. Troiano Odazzi a Beccaria (Livorno, 8 settembre 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

sperava a quest’ora esser di già partito a codesta volta per essere ad umiliarvi la mia persona: ma il ben lungo Capodanni di questi ebrei e le replicate nostre feste non han fatto partire da questo porto alcuna delle solite felluche che fanno il viaggio di Genova. Sono assicurato che domani o doman l’altro partirà senza meno: ond’io non mancherò di rendermivi tosto a bordo per indi proseguire per la via di terra. Son troppo impaziente di venirvi ad ammirare, ad adorare, per differire un momento più: ma nel tempo stesso vorrei ben evitare il fastidioso cimento, conoscendo qual dovrei essere rincontro a voi, e io qual non sono. La vostra virtù, non pertanto, ch’è sola uguale a se stessa, spero supplirà a questo ancora, e si degnerà tollerarmi così qual mi sono, debole e scarso. Questa speranza mi rincora e mi sostiene.

I più ossequiosi rispetti al signore marchese Calderari; e col più inviolabile attaccamento mi rinnovo di Vostra Signoria illustrissima devotissimo servitore vero ed amico obbligatissimo

Trojano Odazj

Livorno, 8 settembre 1766

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor don Cesare marchese Beccaria Bonesana. Milano

  1. Élie-Salomon-François Reverdil a Beccaria (Venezia, 18 settembre 1766)
Monsieur!

Permettés, monsieur, que je vous addresse encore ce peu de lignes si je le puis, comme je crois, sans manquer à la promesse que je vous ai faite, et puisqu’elles n’exigeront absolument aucune réponse; je trouve même que je le dois pour vous remercier de celle dont vous avés bien voulu m’honorer, du genereux pardon que vous m’accordés et de la permission que vous avés la bonté de me donner de m’addresser à vous, monsieur, dans mes besoins litteraires. Je vous proteste enfin que mes regrets de vous avoir écrit des inutilités et les excuses que je vous en ai faites étoient sincéres, et que jamais je n’ai pensé ni à leur donner un air de plainte, ni que vous fussiés dans le cas d’aucune justification. Cela seroit trop peu d’accord avec les sentimens d’admiration et de considération distinguée, avec lesquels j’ai l’honneur d’étre, monsieur, votre très humble et très obéissant serviteur

Reverdil

Venise, ce 18e septembre 1766

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 20 settembre 1766)
Monsieur,

je reçois dans ce moment avec autant de plaisir que de satisfaction la lettre obligeante dont vous venez de m’honorer du 16e courant, et à la quelle je me fais un devoir d’y repondre d’abord, pour vous donner avis que je viens de remettre à la poste par ce courier un exemplaire du Commentarie de votre ouvrage sur les delits et les peines par monsieur l’avocat Cristin de St. Claude, juge des terres de monsieur de Voltaire et aidé par monsieur de Voltaire, chez qui il est logé depuis environ une année.

Quant aux Lettres de monsieur de Voltaire à ses amis du Parnasse et de son Recueil nécessaire, je ne puis vous les envoyer par le courier, parcequ’outre qu’ils formeroient un paquet un peu trop gros pour être remis par la poste, nos directeurs se font un peu de peine de les recevoir, mais je tâcherai de vous les envoyer par les couriers suivans, sur quoi vous pouvez compter, ainsi que sur mon empressement pour tout ce dont vous me ferez la grace de me demander. Je vous offre, monsieur, de très bon coeur mes petits services, soit pour retirer vos lettres de la poste, que vous pourrez me faire addresser directement depuis Milan ici et d’ici à Paris, et j’aurois grand soin de les retirer et de vous les envoyer à l’addresse que vous aurez la bonté de me donner. Et dès que j’aurois reçu la note des livres que vous devés me demander, je remplirai d’abord votre commission, et j’en ferai autant de celles que messieurs vos amis me feront l’honneur de me donner, vous priant, monsieur, de les assurer de mes bonnes dispositions à les accomoder.

Vous me faites bien plaisir, monsieur, en m’apprenant que monsieur le marquis Morigia soit content de ma façon de négocier; je ne le suis pas moins des marques d’amitié et de bienveuillance qu’il me temoigne. Je le considère et l’honnore beaucoup, il le mérite à tous égards. C’est un digne et galant homme.

Vous n’avés pas besoin, monsieur, de vous inquietter comment vous me ferez passer la valeur des livres que j’aurois l’honneur de vous envoyer. Lorsqu’il y aura de quoi faire une petite lettre de change, je m’en prévaudrois sur vous, si vous me le permettez, ce qui devra vous être égal – ou bien je suivrai vos ordres. En attendant de vos bonnes nouvelles, je vous prie d’agréer les sentimens d’estime et de consideration avec les quels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

à Geneve, le 20e septembre 1766

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, circa 20 settembre 1766)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

contemporaneamente alla presente riceverà Vostra Signoria illustrissima dal corriere in un involto la richiestami Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo. Il libro è raro certamente, e sarei stato sgomento a servirnela così presto, se per avventura io non me ne fossi trovato un esemplare che serbavo per me medesimo. Il prezzo è di paoli 8, che è quello a cui lo comprai. Se il corriere non glie lo recapita, Vostra Signoria illustrissima mandi a fargliene ricerca.

Le desidero un felicissimo ed utilissimo viaggio a Parigi, e similmente a Londra, s’ella si risolverà a distendere fin là la di Lei gita. Veramente, chi va a Parigi pel fine con cui Ella ci va, non può non sentirsi solleticato di passare anche a Londra, ove si raccolgono, non meno che a Parigi, de’ semi di una, e forse più chiara e più profonda, filosofia.

Sospesi e sospendo, come Le dissi, la settima (o ottava che sarà) edizione de’ Del[itti] e p[en]e, per intraprenderla allora che Vostra Signoria illustrissima l’avrà di nuovo accresciuta. Frattanto desidero vivamente ch’Ella non faccia in Parigi delle amicizie con stampatori, per non veder compromessa la di Lei bontà a dar luogo che colà ancora se ne faccia un’altra edizione.

Non so se Le sia capitato un certo libro datosi alla luce in Lucca, che ha per titolo De tormentis. In questa operetta vi sono delle cose che hanno molto d’analogia colla materia de’ Del[itti] e p[en]e, e l’autore de’ Del[itti] e p[en]e vi è moltissimo commendato.

La traduzione che Vostra Signoria illustrissima gentilmente m’offerisce potrà inviarla col corriere al signor Giuseppe Studiati, maestro della Posta di Pisa. Supposto che il libro sia stato comprato, La prego senza riguardo a dirmene il prezzo.

Le trasmetto il discarico della rimessa che Ella mi fece a favore del signor Odazi. Del soprappiù ch’io spesi, ei mi pregò d’intendermela io seco lui, onde non ho altro a repetere su questo punto.

Al signor Odazi, che a quest’ora deve esser costì giunto, La prego far pervenire l’acclusa. Ella mi accordi la continuazione della di Lei amicizia, che stimo quanto me stesso, e mi comandi da per tutto con tanta confidenza quanta è la sincerità colla quale Le sono, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius.e Aubert q. And.

A’ 12 agosto 1766. Danari pagati per il signor Odazi
Datoli in contanti pe’ suoi piccoli bisogni L. 13. 6. 8
Al cerusico per missione di sangue L. 3. –. –
Al medico per diverse visite L. 10. –. –
Allo speziale per conto di medicine L. 9. –. –
Per un paro di calze nere di seta fine L. 12. –. –
Per un paro simili ordinarie L. 9. –. –
Per un paro grige ordinarie L. 6. 13. 4
Per 4 camice e loro finimenti, 2 fini e 2 ordinarie, per un abito di cammellotto, fodere e ogni altro bisognevole, e due fazzoletti L. 112. –. –
Datoli contanti L. 6. 13. 4
Fattura dell’abito, spese ecc. L. 18. –. –
Per due para sottocalze L. 4. –. –
Per una spada, brodiere, fibbia ecc. L. 15. 10. –
Per una fibbia d’argento pel colletto L. 5. 6. 8.
Per fibbie da scarpe e da giarrettiere di princisbeck fine, dorato a fuoco L. 13. 6. 8.
Datoli in contanti L. 6. 13. 4
Simili come sopra L. 6. 13. 4
Datoli una cambiale per Genova L. 80. –. –
Per giorni 26 di vitto, alloggio ecc. a L. 2.3.4
per giorno e ricognizione L. 58. 3. 4
_________
L. 389. 6. 8
Pagatoli per resto L. 12. 16. 8
_________
L. 402. 3. 4
Le quali L. 402.3.4 formano il pareggio delle parpaiole 69.18.10 rimessemi dall’illustrissimo signor marchese Cesare Beccaria.

  1. Fortunato Bartolomeo De Felice a Beccaria (Yverdon, 21 settembre 1766)
Yverdon, 21 septembre 1766

Monsieur,

il vient de paroitre un petit ouvrage avec le titre Commentaire sur l’ouvrage des delits et des peines etc., 8°, 8 feuilles: je l’ai d’abord mis sous presse pour en faire une edition dans le meme gout de l’ouvrage Des delits et des peines. On l’attribue à monsieur de Voltaire: et je l’ai fait mettre sur le titre. Mon edition ne contiendra que 6 feuilles. Il se trouvoit ici un des secretaires de la Cour de Parme lorsque ce livre m’est tombé entre les mains; il m’a dit qu’on en auroit debité 10000 en Italie: mais comme Galeazzi n’a pas assez de correpondences pour debiter d’un livre le nombre que l’on pourroit, je me contente de lui en envoyer cette meme semaine 1000, pour le debit meme des quels il aura besoin de votre protection et assistence, dont je vous prie, monsieur, aussi de mon coté. Ce commentaire fait honneur à un livre qui le merite bien, quoiqu’ils en disent les journalistes de Gottingue, qui en le louant en gros, le critiquent en detail.

J’ai appris que vous en avez donné une nouvelle edition en italien fort augmentée; je serois bien aise d’en avoir une demi douzaine, s’il y avoit quelqu’occasion de me les envoyer. Je pense au reste, monsieur, que des editions coup sur coup du meme livre sont plutot propres pour le faire tomber. Rammasser les differens jugemens que des personnes sensées et assez eclairées pour en juger, et en faire une edition augmentée depuis plusieurs années, je crois que ce seroit le moyen de soutenir et d’augmenter la reputation d’un livre tel que le votre; et comme les editions françoises commencent à etre ecoulées, si dans votre derniere edition il y avoit des changemens et des additions considerables, je pourrois en faire une nouvelle edition avec le commentaire que je viens de mettre sous presse.

En general, monsieur, tout ce qui sortira de vostre plume sera reçu ici avec empressement, traduit et repandu par toute l’Europe pour le bien de l’humanité.

J’ai l’honneur d’etre, avec une parfaite consideration, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

de Felice

  1. Beccaria a Pietro Verri (Milano, 2 ottobre 1766)
Non posso raffinare di più; mi si schianta il cuore; nell’abbandonarti ho sentito quanto voi, quanto io vi sono amico. Ti scriverò da Novara; ora non mi regge la penna, e tu, e gli oggetti che mi circondano, tutto mi turba. Vado a divertirmi, ma la partenza è amara.

Cesare

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Novara, 2 ottobre 1766)
Ma chere et respectable epouse et amie,

quanto vi ami, il mio cuore lo sa, lo sa Alessandrino, non devo raccontarvi in dettaglio la mia malinconia per non aumentare la vostra. Vi amerò sempre, e vi giuro che nel breve giro di sei mesi, cioè di 182 giorni, sarò di ritorno a Milano, sarò nelle vostre braccia, e che qualunque cosa accada troverete sempre in me un vero amico ed un buon marito. Ma passiamo a cose più liete.

Siamo dunque arrivati a pranzo felicemente a Buffalora col nostro vetturino, che chiamasi Celestino, il quale è fino ad ora un galantuomo; siamo stati ben trattati per Buffalora con ottimo vino, che è un consolatore assai migliore d’ogni filosofia, ne ho bevuti alquanti capitoli per istordire i miei lugubri pensieri. Questo vetturino è migliore di tutti i vetturini passati, presenti e futuri milanesi; trotta qualche volta, ed è molto naturale e disinvolto, senza brutalità e senza tutte quelle milaneserie che tanto ci dispiacciono.

Il dopo pranzo il sole, che ci fa l’onore di camminar con noi verso l’occidente, ci ha molto incommodati, ma ora siamo rimessi; e siamo in Novara, che è per Milano ciò che Milano è per Parigi. Questa città la destino nell’ultima vecchiaia per far penitenza de’ miei peccati.

Il nostro viaggio fino ad ora è una vera passeggiata, ed io di nulla mi imbarazzo, vedendo che la fatica del viaggiare è più de’ cavalli che nostra. Alessandrino è molto allegro, perché si sforza di superare il dispiacere dell’assenza del fratello per frenare l’impazienza del mio dolore. Voi consolarete me, se saprò voi essere più lieta e serena. Pensate ai beni che ne possono derivare ad ambedue di questo viaggio, ed alla brevità del tempo che inviolabilmente mi son prefisso di star da voi lontano, cara ed amabile compagna.

Non mancherò di darvi mie nuove in ogni punto dell’Europa, ogni ordinario fedelissimamente. Fate vedere a mio padre questa lettera, o pur leggetegli i paragrafi che possono interessarlo. Tutto confido nell’amor vostro, nel vostro spirito, nella superiorità del vostro animo. Da Turino vi replicherò mie nuove, ne attendo delle vostre a Lione; se manderete a Verri la vostra lettera, egli sa come recapitarla.

State allegra, divertitevi, amatemi. A rivederci presto.

Vostro affezionatissimo amico e sposo

P. S. A Calderara, al mio carissimo e stimabilissimo Calderara, mille abbracciamenti; al caro e virtuoso Odazzi parimenti.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le comte Pierre Verri, chambellan actuel de LL. MM. II. RR. etc., conseiller royal au Suprème Conseil d’economie. À Milan

  1. Beccaria a Pietro Verri (Novara, 2 ottobre 1766)
Non voglio scrivere malinconie. Io oscillo continuamente dall’allegria all’hippocondria, ma la vita continuamente variata calmerà il nostro spirito, calma necessaria quando il turbamento è di niun profitto.

A quanto dice il mio Pilade aggiungo provar noi due un piacere vivissimo pensando di aver con noi una esistenza libera ed indipendente, sensazione nuova per noi e gratissima. Sei mesi e non più, ma in questi vogliam correre e scavare molta superficie. La cena ci aspetta. Tu sai quanta sia la nostra amicizia. Non occore aggiunger per ora di più. Il tuo

Beccaria

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Vercelli, 3 ottobre 1766)
Vercelli, 3 ottobre 1766

Carissima sposa,

siamo giunti felicemente in Vercelli, ove stammattina pranziamo a tavola rotonda con altri forastieri, cosa nuova per noi. Ella è una città molto bella, mercantile, e ha un’aria di proprietà e di civiltà che fino ad ora non abbiam trovato. Vi son due chiese magnifiche, una di archittetura gotica con campanili e guglie, bella per la sua straniezza, l’altra di archittetura romana con un vestibulo magnifico; noi non abbiam niente di simile. Gli orologi qui cominciano andare alla francese, la città è divisa in parocchie e il nome di esse è scritto sulle cantonate, gran comodo pe’ viaggiatori. La piazza è bella e vi è l’anemoscopio, cioè l’indice che nota il vento che fa. Gli abitatori sono cortesi; non v’è l’imbecillità né l’impertinenza novarese. Eccovi le principali novità; noi siamo contentissimi del nostro vetturino.

Ieri è stata per me una giornata melanconica assai; il trovarmi, cara gioia, da te assente mi faceva quasi pentire, e quasi sarei ritornato, se non avessi temuto di fare una scena ridicola. Procura di esser felice nel breve tempo di mia assenza, altrimenti io ritorno, non volendo giammai esserti cagione di rammarico. Mi ricorderò sempre di te nel mio viaggio, e a Parigi principalmente; e scriverò a Turino ecc.

Se non l’hai fatto, fallo subito: ritirate l’Helvezio e ’l libro sui miracoli che ho dimenticati su ’l tavolo della mia camera, e mandali a Giacomo Lecchi. Tu vedi di quanta importanza sia ciò. Rispondimi su questo per mia quiete, te lo raccomando. Da Novara ti ho scritto e ho scritto a mio padre. Hai ricevuto?

A Calderara saluti tanti, ad Odazzi pure, e consegnateli la traduzione francese del mio libro che troverete sul tavolino.

Parto da Vercelli in questo momento. A rivederci. Frattanto ti abbraccio, anima mia, con tutto l’amore.

Tuo affezionatissimo sposo

Cesare

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco. À Milan

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Torino, 4 ottobre 1766)
Turino, 4 ottobre 1766

Ma tres-chere amie et epouse,

sono arrivato felicemente a Turino, benissimo trattati e contentissimi della buona maniera e pulizia del nostro Celestino vetturino. Torino nuovo è un pezzo di città che sorprende un viaggiatore: strade regolarmente disposte, tutte le case al medesimo perpendicolo e livello, con archittetura esteriore uniforme e di palazzo, piazze maestose ecc., che sarebbe troppo lungo descrivere e che riserbo al mio giornale, che manderò quando sarà arrivato a un certo segno che divenga interessante. Il libraro francese ci ha condotti da per tutto. Il Palazzo Reale è degno d’ogni più gran monarca. Sono stato a visitare monsieur Schewizter, quello che mi ha mandato da Torino la medaglia d’oro: egli è un uomo di un grandissimo merito, pieno dell’antica semplicità e della moderna coltura, uomo pieno di entusiasmo per la virtù e la vera sapienza. Mi ha abbracciato, baciato, accolto in maniera che mi ha molto lusingato. Stassera siamo stati all’opera buffa, assai cattiva, nel piccolo teatro, che è molto pulito. Benissimo trattati all’albergo. Domani mattina partiamo per Lione, dove darovvi subito mie nuove, e se vi sarà mezzo anche prima, cioè da Chambery.

Baciate la mano a mio padre ed a mia madre in mio nome, spiegando loro quanto debba ecc. Abbracciateli co’ miei fratelli, scusandomi se non iscrivo perché il tempo mi manca.

Mia cara gioia, ogni giorno io penso a voi, ogni giorno mi vengono delle idee malinconiche pensando che sono da voi lontano; non dubitate, presto ritornerò con voi. Il distacco mi ha fatto sentire che veramente mi siete carissima. Credetemi, di grazia, perché quanto vi dico è conforme alla più esatta verità.

Ho trovato Madama de’ fiori all’albergo in cui sono smontato, che partiva in quel momento per Lione. M’impone di farvi i suoi complimenti.

A Parigi non mi dimenticherò di voi, perché ho l’ambizione di darvi qualche testimonianza della mia stima e tenerezza per voi. Non mancate di scrivere per Lione in risposta alle mie, e mandare al conte Verri, che saprà indirizzarla.

Amatemi, state allegra, e vi assicuro che, in mezzo alle belle prospettive che mi veggio inanzi, ho dentro di me una secreta malinconia nel trovarmi un poco separato da voi.

Gioia, addio, aspetto con ansietà tue nuove. Ti abbraccio.

Tuo affezionatissimo amico e sposo

Cesare

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco. Milan

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Milano, 4 ottobre 1766)
Milano, 4 ottobre ’66

Mon cher epous,

sarrei importuna se v’infadasi con dirvi che sono afflitissima della vostra partenzza, mi basta solo dirvi che sento la vostra lontananza. Spera consolarmi con ricevere vostre nuove, ma non credo che sia possibile averne così presto. Spero che manterete la promessa fatami di scrivermi tutti li ordinari, sarrà l’unica consolazione nella mia solitudine. Ho riceuto una lettera di Menafoglio nella quale vi era inclusa una altra di racomandazione per voi a Pariggi: quando sarete arrivati ve la manderò con un picolo transonto della sua, la quale vi farrà ridere assai. Caro chesino, non mi fatte il torto di scordarmi, mi basta solo però che vi ricordiate dei sentimenti ch’io ho per voi per esserne sicura del contracambio.

Per carità datemi vostre nuove, non mi lasciate in senza vostre lettere nisun ordinario. Salutatemi Alesandrino e state allegori anche per mia parte. Vi prego di non risparmiarmi se vi abbisogna qualche cosa. Conservatemi la vostra tenera amicizia, ed io con i più teneri sentimenti sono vostra vera moglie

Teresa Beccaria

  1. Pietro Verri ad Alessandro Verri e a Beccaria (Milano, 4 ottobre 1766)
Addì 4 detto

Ai fratelli

Vi ringrazio che partendo m’abbiate ingannato, e che m’abbiate risparmiato il dolore di riflettere all’ultima occhiata che doveva darvi. Odazzi mi ha data la vostra lettera scritta sul punto di partire; l’ho baciata. Tutte le vostre lettere saranno fedelmente registrate in un libro da fermiere. Il giorno della vostra partenza sono stato tutto il dopo pranzo col marchese Beccaria al passeggio; io lo trovo un uomo di cuore, egli ama il suo Cesare e tripudia della gioia per la sua gloria, siamo entrati in vari discorsi di famiglia e singolarmente egli batteva il punto della marchesina, contro la quale però non ha toccato che alcuni minuti articoli di disattenzione passata; io ho sostenuta la conversazione come deve un uomo che è venuto per la pace e non per la spada. Questa lettera rincontrerete dopo finite le seccature del vostro viaggio. Io ho fatti i miei conti che quella porzione di strada che dovete fare sino ai confini di Francia deve essere noiosa assai, sopra tutto da Milano a Torino. Ora che siete in Lione cominciano le belle cameriere agli alloggi, vengono i peccati mortali a girarvi intorno, la serietà piemontese e savoiarda sono finite, vi resta da vivere fra una nazione amabile sin tanto che passiate la Manica, per vederne una ch’io credo troverete feroce. Lambertenghi ha cura di me colla tenerezza del più dilicato amico, egli ha condensata tutta l’amicizia che era divisa in tre sopra di me solo, la sera viene col suo piccolo Bacone a leggere in mia stanza mentre io rivedo l’opera d’Alessandro con sentimento di consolazione, fra dieci o dodici giorni spero che l’avrò terminata e sarà immediatamente spedita. Quando penso che la privazione mia produce un bene vostro essenziale ed un piacere durevole, trovo la maggiore compensa di ogni altra alla vostra lontananza. Il Cavaliere sempre più mi piace e credo che termineremo per essere intimi amici. Ha senso per la virtù e per la verità, l’animo suo è ammollito da una cattiva educazione, ei vede da ogni parte i mali che possono fare gli uomini e non ha ancora acquistata l’idea che colla fermezza si respingono più sicuramente forse che colla pieghevolezza non si scansano. Ma il sugo vitale v’è, e ve lo prometto migliore al vostro ritorno; mi dispiace che per godere della sua compagnia io mi debbo sempre inghiottire l’Abate, che va con ordine retrogrado dalla conseguenza all’antecedente; ma spero di provvedervi, e ciò sarà facendo che il Cavaliere venga a dormire nella stanza d’Alessandro, sotto pretesto ch’io resto affatto isolato di notte, e così avremo qualche ora in libertà. Ho scoperto nel Cavaliere dei sentimenti intorno a voi due che fanno l’elogio del suo cuore e della sua penetrazione. Ora passo ad un altro punto, ed è che Alessandro è profeta: il nostro signor Troiano spontaneamente ha parlato con moltissimo entusiasmo dei precetti a Lucilio, che gli hanno provato una squisita sensibilità del cuore dello scrittore; egli vorrebbe abbracciarlo, stringere al suo seno quell’anima calda di virtù che ha prodotti que’ pensieri; egli realmente aveva definito Alessandro come Alessandro credeva, ed ora vi definisce come siete e come avete preveduto. Pare impossibile come si possa sentir tanto, e coglionar tanto, e come questi due talenti si riuniscano in quel microcosmo che ora va ad inaffiare tanti gallici cunni! In casa con me nessuno degli antenati parla di voi altri né della vostra partenza; frattanto che questi ascetici non consentono al viaggio peccaminoso, voi, da bravi, proseguitelo, e consolatevi che andate frapponendo uno spazio sempre più grande fra voi e le seccature. Ho mantenuta la parola a Beccaria e sono stato a visitare la Ninfa; non la trascurerò finch’egli ritorni, e spero che non avrà da farmi il rimprovero d’avere sepellito il talento in questo spazio di tempo. Ella m’ha pregato di fargli mille saluti. Noi non abbiamo alcuna novità pubblica. Ven’è una secreta, ed è che le istanze di Roma hanno portato tanto che si cambierà il sistema della revisione delle stampe e tornerà ad avervi mano l’Arcivescovo e, quello che è più, l’Inquisizione. Con ciò si viene a dare a que’ frati un nuovo titolo. Illuminare his qui in tenebris sedent. Questo mi dà inquietudine e dispiacere assai. Si sta pensando a formare un piano che pregiudichi meno che sia possibile, ma sempre il pregiudizio vi deve essere. Queste oscillazioni dal bene al male son peggiori della perseveranza istessa nel male, la quale s’avvicina da per sé più sollecitamente all’estremo e per conseguenza al rimedio. Addio, cari fratelli. Amate il vostro Pietro e continuate a ricordarvi di esso, che non ha in mente nessun pensiero più spesso che di voi. Odazzi, Lambertenghi, Biffi e Lecchi vi salutano; così Carlo e il Cavaliere. Addio.

Pietro

P.S. Prima di chiudere ho un’altra novità. La Principessa questa mattina, giorno di gala, ha fatto molti encomi a nostro padre perché con molta condiscendenza abbia approvato il vostro viaggio, del quale ha fatto gli encomi. La scena s’è passata in un gran circolo di nobili, e il Senatore Reggente stavasi tutt’umile in tanta gloria. Anche quest’encomio di più si è meritato, per la costante ubbidienza a tutte le follie della sua cara metà. Addio.

Pietro

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Milano, 6 ottobre 1766)
Milano, 6 ottobre ’66

Caro chesino,

questa sera non posso essere più afflita di quello che lo sono; una delle quali che mi affligano si è che Calderara non sta troppo bene, la sua solita fluzione di denti e male di testa anco più forti che il solito lo tormentano, e mi dicono che spasima, ed io rimango sola nella mia camera con i miei soliti pensieri luguberi che mi straciano il cuore. Pasiamo ad altre cose non malinconici: vi ringrazio, caro chesino, della memoria che avete conservata di scrivermi, ma uno sbaglio di lettere ch’era suceduto mi avea sorpresa, cioè la lettera che era diriziata a me era di Verri e quella di Verri era a me, presto abbiamo fatto il cambio ed io sono rimasta contenta. Vi prego di scrivere le vostre intenzioni riguardo ai liberi ai vostri fratelli, perché si fanno patroni di portare via tutti quelli liberi che essi vogliano ed io ho bella dirgli che non voglio, che Cieccho masimamente, con un tuono burlesso che tiene, non mi piace, fa tutto quello che vole. Vi supplico non fargli capire ch’io v’abbia scritto veruna cosa, ma che tutto venga da vostra spontania volontà. Sarete servito di quello che tanto mi racomandate: v’includo una lettera di Calderara, che è di già un pezzo che l’ha scritta, m’inmagino che tutti di casa vi salutano e vi fo i suoi complimenti anche di Tognino che particolarmente me lo dice. Per mia parte vi prego conservarmi la vostra cara amicizia e qualche volta ricordarvi in quel fracasso anche di chi è pronta a fare di tutto per voi, basta che le forze mi asistano. Cara gioia, ricordatevi di scrivermi. Adio. Vostra moglie

Teresa

  1. Pietro Verri ad Alessandro Verri e a Beccaria (Milano, 6 ottobre 1766)
6 ottobre

Ai fratelli

Cari fratelli, ho ricevuto sin ora due vostre lettere, una da Novara, l’altra da Vercelli, dolci contrassegni del vostro cuore. Anch’io buona parte del mio tempo la impiego pensando a voi, ma non per questo lascio che la malinconia la vinca, voi sapete se sono industrioso epicureo. Io mi vado imaginando che ora, mentre vi scrivo, voi, stanchi del passaggio del Montcenis, state discorrendovela con qualche savoiardina e assaporando l’aurea semplicità che trova asilo fra i monti; penso che fra pochi giorni sarete a Lione a leggere questa lettera, e che questo è il tempo accettabile, e che da gente di giudizio ve lo saprete godere sorso a sorso, poiché forse in vita non ne troverete un più delizioso. So che mi volete bene, e che la lontananza non mi scemerà… Ma cazzo, io faccio quasi con voi altri due da sodomita, e vivo sotto le Nuove Costituzioni, che non burlano. Dunque facciamo punto. La sera io sto in casa a ripassare il resto della Storia, della quale sono incantato. Odazzi lo è pure, ma vorrebbe maggiore italianismo nella costruzione del periodo; da qui a qualche tempo non penserà così. Il caro Luisino regolarmente viene a passar meco la sera; egli legge il suo Baccone, io rivedo la Storia. Indovinate chi sia il terzo? Il Cavaliere, il quale si sottrae dalle seccature e cerca un asilo per divorare le Lettere persiane; è preso dallo spirito che vi sente, e più dal cuore. Il tratto de’ Trogloditi lo ha posto in orgasmo. Amici, preparatevi ad esserlo di lui; la sua anima riconosce se stessa, ed il suo cuore è sicuramente fatto per la virtù. Io non gli ho proposto il libro, né suggerito il passo de’ Trogloditi a preferenza; tutto viene da sé. L’Abate non c’incomoda e passiamo già due sere dolcissimamente, egli dorme vicino a me e la sera si fanno lunghi discorsi e assai interessanti. Per terminare il tomo del Caffè, che Galeazzi vuole veder presto, io gli ho consegnato il manoscritto sull’Innesto, forse il tomo avrà un foglio di più, ma che importa? Colla stessa composizione ne faccio tirare alcuni esemplari in ottavo per i miei amici, la materia interessa l’umanità ed io darò questo libro come un ceroto.

Il rimanente della lettera abbiate la bontà di riceverlo dal carattere del nostro Ghelfi, poiché io lo sto dettando nel tempo che una bella signora ha la bontà di farmi il ritratto. Vorrei darvi delle nuove, ma non ve ne sono, ovvero sono così piccole che non vi possono interessare; per esempio, la principessa Maria Beatrice è stata unta col sacro crisma giorni sono ed ha preso il nome di Maria Teresa. La funzione si è fatta senza invito, privatissimamente, dal nostro Cardinale. Il libro sulle Leggi reali il Galeazzi lo ha pubblicato. Io mi aspetto in una delle vostre prime lettere qualche notizia di quello sventato uomo che n’è l’autore. La Somaglia e la Fogliazzi mi hanno richiesto di vostre nuove con premura. Padre e madre non parlano d’Alessandro, come se nemmeno fosse al mondo. Monsignore ne parla con cuore e con tenerezza indicibile. Il nostro Presidente vi saluta caramente. Lambertenghi, Odazzi e i fratelli fanno altrettanto. Terminate allegramente il vostro viaggio verso Parigi, e fatelo una volta di più in nome mio alle belle cameriere che troverete per strada. Alessandro è salutato dall’amabile pittrice. Addio.

Pietro

P.S. Fate ricercare alla posta, che v’ho scritto un’altra lettera diretta a Lione per mezzo del corrispondente di Ginevra. Questa vi giungerà per la mano del signor Sacchi.

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Aiguebelle, 7 ottobre 1766)
Aiguebelle, giovedì 7 ottobre

Ma chere amie et epouse,

io vi scrivo una lettera da Aiguebelle, distante una giornata da Chambery, capitale della Savoia. Ho passato il Monscenis felicissimamente in un’ottima giornata, non ho sofferto alcun incommodo perché dal freddo ero benissimo riparato. Dimani saremo a Chamberi e sabbato a Lion, daddove vi scriverò.

Anima mia, questi due giorni ho avuta una malinconia terribile pensando alla mia absenza da voi; se non avessi avuto inanzi alla mente di non fare una scena ridicola per tutta la mia vita, io sarei ritornato indietro per posta. Non credeva di amarvi tanto, sento che voi dovete formare la mia felicità. Non dubitate, tornerò più presto di quello che voi m’imaginate, perché se la malinconia durasse, io piutosto che crepare ritornerei. Alla più lunga all’aprirsi della stagione ritorno senz’altro, perché non vogliamo più tornare per la Savoia e per quelle maledette sue montagne, non pericolose ma orribile e malinconiche, ed in pessimi alberghi, ma torneremo per Marsilia, dove è facilissimo l’andare a Livorno per mare sicuri e per un breve tragitto. Ivi conferirò con Aubert sulle mie opere, dopo vedrò Firenze, indi subito a Milano. Onde vedete che il Montscenis non ci imbroglierà più colle sue nevi.

Conservate in questo breve tempo la vostra preziosa salute, conservatemi l’amor vostro, e per l’amor che vi porto scrivetemi ogni ordinario, che non mancherò giammai. L’amore, di poltrone mi ha fatto diventar attivo. Voi, anima mia, avete fatto questo miracolo; mi è di consolazione lo scrivervi. Vi assicuro di nuovo del mio presto ritorno, al più al più in marzo, e anche prima se ’l mio mal umore durasse. Noi abbiamo un ottimo vetturino e stiamo assai bene, ma il mio cuore non è in pace per esser da te lontano.

La Savoia è un paese mezzo orrido e mezzo florido, tutto montuoso. I paesani, poverissimi ed onestissimi, cercano il denaro con un’eloquenza e politezza che intenerisce. Da Lione scriverò a mio padre, al quale tu farai le espressioni mie di riconoscenza vera e di affetto e rispetto ecc. Così a mia madre. Saluta i fratelli. Abbracciami Calderara, al qual solo tu manifesterai i miei sentimenti. Saluta Odazzi e gli altri amici Visconti, Biffi ecc. Cara gioia, cuor mio, abbiati cura di te; in breve tempo sicuramente si abbraccieremo. Ti scriverò tutti i miei pensieri e i miei progetti in tuo e mio favore. A rivederci.

Tuo affezionatissimo amico e amantissimo sposo

Cesare

  1. Beccaria a Pietro Verri (Aiguebelle, 7 ottobre 1766)
Caro amico,

il tuo Beccaria ti abbraccia di cuore, sente anche per te il distacco da Milano con molta vivacità, ti scriverà, scrivi, e sarà perpetuamente

Beccaria

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Chambéry, 8 ottobre 1766)
Chambery, 8 ottobre 1766

Anima mia,

ti scrivo due parole da Chambery, del quale non so dirti ancor nulla perché appena arrivato scrivo, poi vado a metter le lettere alla posta e vedere la città.

Ti ho scritto da Novara, da Vercelli, da Turino, da Aiguebelle: dimmi per mia consolazione nella prima tua, che sospiro di ricevere, se le hai avute, perché avendo lasciate le lettere agli osti, non vorrei che mi avessero corbellato.

La mia malinconia dura ancora; se ciò seguita, torno subito a Milano anche per la posta, e con tutti i miei commodi di servitore ecc. Se tu stai male, se sei infelice scrivimi, cara gioia, scrivimi per carità, perché senza il minimo dispiacere ritorno.

Ritornerò certamente al più tardi dentro marzo. Conservati, di grazia, amami. Saluti a tutti. Addio, perché mi riporto alla lettera di ieri sera. Credimi, che parlo col cuore; credimi ed amami.

Il tuo affezionatissimo amantissimo sposo

Cesare

Ricordati di scrivermi per le adresses date da me.

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Milano, 11 ottobre 1766)
Milano, li 11 ottobre ’66

Caro chesino,

ti scongiuro per carità non lasciare passare nisun ordinario senza darmi tue nove, il ritardo solo di un giorno mi fa morire di spasimo, il pianto non basta per sfogarmi, mi sento straciare il cuore, fosse solo una riga, tanto per saper che stai bene; ti racomando, abbiati cura della tua salute, cara gioia, perdona tutti questi avertimenti, ma abastanza non ti posso dire quanta sia la premura che ho per te, non passa un minuto che sento che voi non ci siete; ricevo in questo ponto finalmente lettera da Torino, la quale ha ritardato 3 giorni, non ci voleva altro per consolarmi che sentire buone nuove di voi. V’includo una lettera di Menafoglio e qui vi faccio un picolo transonto della sua riguardo al cemballo, cioè che se lo trovate a vendre a due cento zecchini li farete piacere. Non sapendo di fare bene o male non mandandovi la sua lettera, ve la mando, che averete a ridere, e son sicura che voi immediatamente v’incaricarete di questo incomodo. Ho mandato a Lecchi li libri che voi mi avete anonciato. Vi fo li saluti di mio padre e delli vostri, i quali sono in continuvi piaceri. Odazzi mi dice di farvi i suoi più teneri saluti e dirvi quanto io posso dei veri sentimenti che nutrisce per voi, Calderara parimenti. Io, cara gioia, ti prego d’essermi amico, ed io sono tutta vostra vera moglie

Teresa

  1. Pietro Verri ad Alessandro Verri e a Beccaria (Milano, 11 ottobre 1766)
11 ottobre

Ai fratelli

Questa lettera ve la scrivo dalla dottissima sedia del Supremo Consiglio, perché oggi è forse questo il solo tempo che avrò per scrivervi. Ho ricevuto vostre nuove da Torino, oltre le altre due da Novara e da Vercelli. Voi avrete a Lione ricevute due mie, una dal signor Sacchi ed una dalla posta. La Isimbaldi è ritornata in città, non pensa di fare la progettata corsa a Lugano perché il viaggio l’incomoda, e lo ha provato solamente da Pavia a Milano, dove ne ha sofferto. Io seguito il mio solito tenore di vita, non sono stato al teatro dopo la vostra partenza, la sera me ne sto nella mia solitudine col caro Luisino e col Cavaliere, il quale sempre più mi diventa caro; non così quel fanatico dell’Abate, il quale più si conosce e più inspira indifferenza e qualche cosa di più; non è possibile il mancare di più di senso comune e il sospettarne meno di quello ch’ei fa; pare che abbia ridotta la fatuità a sistema e che nella sua testa sia un principio di ragionar male su principi falsi, evitando sempre le conseguenze legittime. Si sta stampando il mio discorso sull’Innesto, e ne faccio due edizioni in una volta, una col Caffè, l’altra in ottavo, la quale sarà un opuscolo di più di cento pagine. Io sono giunto nella revisione della Storia sino al frate Barletti, ho dovuto interromperla per fare degli estratti di libri italiani per il Galeazzi, il quale sta per pubblicare il secondo tomo. Il vostro frate del fulmine è ridicolo nelle sue frasi urbanamente inurbane, ma per altro non è un ignorante nella materia che tratta: per ciò gli ho avuta carità nell’estratto. Io però mi affretterò a riprendere la Storia e sbrigarla in breve per spedirvela al suo destino. Biffi si dispone a ritornarsene a Cremona fra pochi giorni, onde resto sempre più isolato. Odazzi è, come è giusto, attaccato al suo generoso ospite, né io posso profittare molto della sua compagnia; e poi un amico, per il mio cuore, resta sempre nuovo per molti mesi e non mi compensa mai l’amico vecchio. Addio di fretta.

Pietro

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Lione, 12 ottobre 1766)
Lion, 12 ottobre 1766

Nissuno legga fuorché mia moglie.

Ma chere et adorable epouse,

ieri sera siamo arrivati a Lion. Bella e magnifica città, alloggiati molto bene au Parc. Siamo stati alla Comedia Francese. Si rappresentava il Tancrede, chi faceva la parte di Tancrede è ancor migliore di Prevost, che ha, come ti ricorderai, recitato in Milano; dopo si è fatta un piccolo opera comique in musica, dove abbiamo tanto compatita la nazione quanto ammirata nella declamazione.

Mia cara, anima mia, non ho ancor ricevuto tue nuove. Sono nella più profonda malinconia, sappia che, se non fosse la ragione ed il timor di rendermi per sempre ridicolo, io voleva ritornar indietro per le poste senza toccar Parigi e rivolare nelle tue braccia; è tanta la pena che provo nell’essermi distaccato da te, tanto mi trovo pentito della mia partenza, veggo quasi impossibile ch’io possi accomodarmi, e però credo che prestissimo ritornerò. Per non mandar solo e quasi isolato Alessandrino mi spingerò fino a Parigi, proverò se posso accomodarmi a starvi per un mese o due, se no troverò il pretesto della mia salute per poter partire onoratamente, ti prevengo perché tu cominci in casa (acciò non si formalizzino) a prevenire che l’aria non mi conferisce. Lo stesso da me tanto desiderato divertimento del teatro francese io non lo gusto, mi distraggo per un momento, ma torno a ricadere nella tristezza. Cara mia sposa, che ciò non ti affligga, perché io ho nei denari che tengo il mezzo finalmente sicuro per rimediare a ciò, cioè ritornare con tutti i commodi di carozza, posta e servitore se voglio, quando dovessi ritornarmene solo. La strada è seccante per vittura, ma per posta va bene, e pericoli veri non ce ne sono, onde sia tranquilla. In questo stato di cose tu vedi se io potrò fermarmi lungo tempo lontano da te, da te per cui mi son sentito a risvegliare in cuore tutti i primi affetti per li quali ho la felicità di esser tuo sposo. Sopra tutto mi preme di condurre quest’affare delicato con tutta la pulizia possibile. Non mancherò ogni posta di scriverti e ragguagliarti fedelmente del tutto, e tu suggeriscimi un mezzo, se lo hai; non ti turbare perché, replico, ho poi il rimedio nella borsa. Non credevo di amarti tanto, veggo che veramente mi sei necessaria. Conserva la preziosa tua sanità, che presto si rivedremo, perché temo non esservi altro rimedio alla mia tristezza.

A Calderara, ma sotto il più alto secreto, puoi confidare il tutto. Addio, a rivederci presto, mia cara gioia, ti abbraccio.

Il tuo affezionatissimo amantissimo sposo

Cesare

Volta.

Cara ed amatissima consorte, ho ricevuto lettera da Verri per mezzo di monsieur Sacco, ho cercato alla posta per consolarmi con qualche tuo scritto: niente ho ritrovato. Ciò mi rende ed accresce molta malinconia; anima mia, non saresti già ammalata? Se ciò fosse ritorno subito a Milano. Siete in collera con me? t’ho io fatto qualche cosa? perdonami, se mai questo fosse; spero che lo farete, perché voi mi amate. In somma, vi replico, se posso accomodarmi non resto lontano più di tre o quattro mesi; se non posso, come temo molto, prendo le mie misure per ritornar ben presto, e forse con Frisi. A te confido ogni cosa, e di tutto sarai partecipe perché niente dev’essere celato fra di noi, ma non lo dire a nissuno fuori che a Calderara; anzi aiutami col dire senza affettazione che l’aria non mi conferisce.

Salutami gli amici, e fa i miei complimenti affettuosi a mio padre ed a mia madre ecc., alla sorella, fratelli; e sopra tutto due baci alle mie carissime figliuoline, sopra tutto a Giulietta, che è in età di conoscerlo.

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. Beccaria a Pietro Verri (Lione, 12 ottobre 1766)
12 ottobre

L’animo mio è nella più terribile costernazione che sia mai stato. Sotto il sacro secreto della nostra amicizia, ti confido che sono pentitissimo del mio viaggio; che se non fusse stata la ragione e più le saggie riflessioni di Alessandro, sarei ritornato indietro per posta senza toccar Parigi. Questa sarebbe una pazzia che mi renderebbe ridicolo, lo veggo benissimo, ma sforzerommi di strascinarmi fino a Parigi, proverò se posso accomodarmi; se no, io non voglio crepare per alcun rispetto umano, maneggierò un pretesto onorato pel mio ritorno, preparerò le cose da lontano e rivolo a Milano. La mia moglie, i miei figli, i miei amici tutti mi assediano la mia tiranna, la imaginazione, non mi lasciano gustare né delli spettacoli della natura né di quelli dell’arte, che non mancano in questo viaggio e in questa bella città. Io so cosa tu mi devi rispondere, ciò me lo dice Alessandro: la mia ragione lutta continuamente colle mie sensazioni. Vado a sentire applausi, volo in mezzo ai piaceri, e mi trovo infelice, il più intimo midollo del cuore è squarciato. Io te lo confido. Io nonostante faccio uno sforzo per condurre il nostro amico Alessandro fino a Parigi, vi resterò fino a tanto che abbia provato se posso accomodarmi. Sostituisciti alle mie sensazioni, aiutami con qualche tuo consiglio. Se la mia infelice maniera di concepir le cose mi sforzerà a ritornare, procurerò di coonestare e di preparar le cose da lontano, e son certo che tu mi aiuterai e continuerai d’essere quel vero amico che mi sei sempre stato.

Le altre cose appartenenti a Lione te le scrive Alessandrino. Mi consolano le nuove del Cavaliere tuo fratello, a cui farai i miei complimenti. Sono e sarò sempre

Cesare

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Milano, 13 ottobre 1766)
Milano, 13 ottobre ’66

Caro chesino,

in principio vi saluto per parte di Marrianina e di Tognio. Io domani vado per due o tre giorni alla Costa di Calderara, essendo l’unico mezo per distrarmi un poco di una forte melanconia che un momento non ne son libera. Qui in casa è più fiele che mangio che altra cosa, adesso che è venuta vostra sorella non si pensa che farli piacere, non mi hanno mai detto che andassero a Gessate e s’io ci volevo andare, e dubitando ch’io restassi a Milano hanno disposto di non lasciarmi niente, cioè conducano via li cavalli e tutto quello che può abbisogniare; credami, cara gioia, più infelice di quella che sono non lo posso essere, la malinconia mi farebbe dirti un’infinità di cose, ma riffletto che ci sofrirai, voglio essere discretta, la vita è breve, questa è l’unica mia consolazione. Ricordati di cercare qualche inpiego, se fusse fatibile – mentre scrivo vostro padre vi abbracia teneramente e fa i suoi ossequi al vostro Pilade – tornerei a rinascere, mi scorderei della vita passata e ricomincerei a vivere. Mi duole la testa, voglio andare a dormire. Caro chesino, ricordati che ho dei veri sentimenti d’amicizia per voi, non lasciarmi senza tue nove e tieni da conto la tua salute. Amami, ed io sono tutta tua

Teresa tua moglie

P.S. Hanno i tuoi fratelli portati via dei libbri, io non volevo, ma essi hanno voluto. Saranno sicuri, non ne dubitate.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonesana, rue Traversi, vis à vis St. Roch, à Paris

  1. Pietro Verri ad Alessandro Verri e a Beccaria (Milano, 18 ottobre 1766)
Addì 18 ottobre

Ai fratelli

Quattro lettere sin ora ho ricevuto da voi: Novara, Vercelli, Torino ed Aigue-belle, e questa è pure la quarta lettera che vi scrivo, e perciò vedete che vi pongo il numero, come farò sempre in avvenire, perché sappiate se qualche cosa si perde. Ricevete dunque acclusa la lettera della principessa Elisabetta procuratavi dalla nostra buona amica, la quale merita che le scriviate di tempo in tempo. A tal proposito voi sapete che le incombenze le so suggerire molte alla volta, e vi propongo il signor conte Firmian, al quale naturalmente scriverete tutti due; se volete indirizzarmi queste lettere mi farete piacere. M’immagino che forse a quest’ora siete in Parigi. Il marchese Lonati è ritornato dal suo giro di Parigi e Londra e il primo accoglimento che gli è stato fatto si è d’averlo posto in Castello, da dove in pochi giorni è uscito: la ragione di ciò è perché era partito senza formale licenza del Governo. La Principessina ha chiesto nuove di voi altri due a Biffi nella visita di congedo ed a me nel baciamano di Santa Teresa. Biffi è partito per Cremona ed io resto con Peppe, Luisino, che ha una guancia gonfia, e il Cavaliere, che ha terminate le Lettere persiane ed ora scorre il libro che ha cagionato il fatto d’Abeville. Eccovi tutte in un fascio le poche nuove che vi sono. La casa Beccaria è andata ieri a Gessate co’ sposi Isimbaldi, i quali hanno fatta e ricevuta visita dalla marchesa e marchese. Mia madre sta a letto, mio padre ha una lite colla duchessa Serbelloni per un cacatore; avvocati, scribi, farisei si vanno internando in questa materia; è peccato che pochi sappiano ridere dove tanti sanno far ridere. Son quasi al termine della Storia; la correzione delle stampe, l’indice e l’Errata del Caffè, l’estratto del Fulmine e delle Leggi di Vasco m’hanno occupato del tempo. Mercoledì scriverò ad Aubert e contemporaneamente spedirò a Genova il pachetto. Nella condotta per Parigi vi unirò mezza dozzina di Caffè, tomi 1 e 2: ne farete l’uso che troverete approposito. Se avete qualche notizia di quello sventato di Vasco, scrivetemela. Sentitene una bella. Un cavaliere toscano colto e amabile assai ha scritto, a chi? al marchese d’Adda, che viene a Milano per vedere Beccaria e me. Ciò mi è stato detto dal senatore Pecci. In casa si lamentano perché io non dia le vostre nuove e non vi nominano mai; se il vostro viaggio è un peccato mortale, io non debbo trionfarne avanti coscienze tanto timorate quanto essi sono. Gli ho fatto dire che avevate passate le Alpi sanamente. Datemi sempre vostre nuove, cari fratelli, che queste sono la più graziosa mia consolazione. V’abbraccio col pensiero. Addio, cari.

Pietro

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Parigi, 19 ottobre 1766)
Parigi, 19 ottobre 1766

Carissima ed amatissima sposa,

finalmente sono arrivato ieri sera a Parigi, affaticatissimo del viaggio, nel quale ho sofferto molto incommodo. La città è veramente immensa, l’affluenza del popolo, la bellezza delle contrade, tutto ci ha fatto la più grande impressione. Ho visto Frisi, d’Alembert, Morellet, Diderot, il barone di Holbach, dal quale ho subito pranzato stamattina. Non sapresti credere le accoglienze, le politezze, gli elogi, le dimostrazioni di amicizia e di stima che hanno dimostrato a me ed al mio compagno. Diderot, il barone di Holbach e d’Alembert sopra tutti ci incantano. D’Alembert è un uomo superiore e simplicissimo nel medesimo tempo. Diderot mostra l’entusiasmo e la bonomia in tutte le sue maniere. In somma, a me niente manca fuorché la tua cara persona. Tutti si esebiscono a farmi piacere, e quegli che così si esebiscono sono i più grandi uomini dell’Europa, tutti degnano di ascoltarmi, nissuno mostra la minima aria di superiorità. Ti scriverò più a lungo tutti i dettagli. Alessandrino scrive a Verri una lunga lettera, procura di vederla, perché stassera non ho tempo di diffondermi, ma pur sia tranquilla, perché avrai tutto il registro della mia vita. Io sono alloggiato in un bellissimo appartamentino, e nel centro della città, ed a portata delle conoscenze da farsi e fatte. Helvetius e Buffon sono ancora in campagna. Morellet ci carica di mille politezze ed agisce da vero amico con noi, procurando di prevenire tutti i nostri desideri. Ricordati che ti amo teneramente, che ad ogni cosa, a tutto Parigi, a tutto ciò che qui vi possa esser di aggradevole preferisco la cara mia sposa e i miei figli, la mia famiglia, gli amici miei di Milano, e te sopra tutto. Io non mentisco giammai, e però, mia gioia, prendi ciò per una verità, non per una galanteria. Scrivo a mio padre. Addio, ti abbraccio. A rivederci.

Tuo affezionatissimo amantissimo sposo

Cesare

P.S. Dammi tue nuove, perché mi è troppo penoso il starne senza, non avendone ancor ricevute.

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. Giovanni Battista Cremonini a Beccaria (Modena, 20 ottobre 1766)
Egregio signor marchese virtuosissimo,

appena giunto in Modena veggio essere preciso dovere di quella umilissima servitù che gli professo di venire a visitarlo fino in Parigi con questa mia, in nuovo attestato della somma e ben giusta estimazione in cui tengo e terrò mai sempre il suo merito veracemente distinto. Io so bene di essere un giovine immeritevole di potermi pregiare della tanto onorevole amicizia sua, per avere io talenti troppo scarsi, onde sperare anche con lena e studio, cui amo grandemente, progressi nella via delle lettere e dell’utile filosofia, e così farmi un motivo di acquistare la corrispondenza d’uomini solenni pari suoi e da esso loro procurarmi quelle nozioni che a buona circostanza potessero giovarmi nella cultura delle scienze, in cui Ella con tanto splendore ed utile della società si è segnalata ed è per segnalarsi sempre più. Con tutto ciò, tale e tanta è la persuasione in che mi ha posta la cortese indole e gentilezza sua, che non temo punto di rendermegli importuno con questi ingenui miei sentimenti, che godrò di sentire ricevuti ed accetti con quella benignità e moderazione con cui tante volte si è meco sì amorevolmente espressa. Sarà perciò un contrasegno del suo bel animo se vorrà graziarmi di mettermi a parte di quegli applausi che Ella a gran ragione avrà riportato e riporterà da coteste luminose accademie, del che gline sentirò un obbligo infinito; e sarà un vero tratto di sua bontà se si compiacerà di farmi anco gustare di quelli aurei suoi lavori che andrà costì maturando di mano in mano.

Ho sentito che un’anonimo modenese abbia fatto alcune osservazioni critiche sopra il divino suo Trattato dei delitti e delle pene. M’adoprerò per averle e discoprirne l’autore per dargliene quel saggio che stimerò più opportuno. Io gli auguro salute e quiete per bene dell’umanità, che di quest’ora gli deve tanto e che desidera di veder premiato il di Lei merito singolare con quegli onori che si debbono per tutti i titoli alla grandezza dell’animo suo superiore e di quel genio per cui è celebre, e lo sarà vieppiù ad onta della età e dei colpi inevitabili dell’invidia.

Prima di chiudere la presente ho il vantaggio di avvanzargli i complimenti del nostro signor marchese Covarruvias e del suo corrispondente napoletano, giovine di molto spirito e di grande aspettazione, i quali mene incaricarono ultimamente a Milano.

Mi reco a gloria di confermargli il mio vero ed immutabile ossequio dichiarandomi con brevità di cerimonie di Lei, valorosissimo signor marchese pregiatissimo, devotissimo obbligatissimo servitore ed estimatore

Giambatt.a Cremonini

Modena, li 20 ottobre 1766

  1. Pietro Verri ad Alessandro Verri e a Beccaria (Milano, 21 ottobre 1766)
21 ottobre 1766

Ai fratelli

La posta di Francia non è giunta ed io, sospirando vostre nuove, vi scrivo due righe per darvene le mie. Da Aigue-belle a questa parte non ho più ricevute vostre lettere. V’è stato chi ha supposto a mio padre che vi siate accompagnati per viaggio colla marchesa Andreoli, e che con essa abbiate presa la diligenza per voi soli; io, che conosco il vostro umore, non ne credo nulla. La lite che ultimamente vi ho indicata per il cacatore s’è attitata con solennità e con tutta l’industria ghelfa e gibellina. A nostra madre ne è ritornata la febbre per passione. Vi vorrebbe un poeta che fosse un grado più in giù del Tassoni per cantarne degnamente il caso. La Storia è rivista pienamente e in questa settimana si spedirà nelle forme. Non v’è alcuna novità, gli amici stanno tutti bene: Lambertenghino e Peppe continuano a leggere la sera con me; io penso di riprendere le mie Meditazioni e di rifonderle in questi giorni di vacanze. Addio, elementi essenziali al mio ben essere. Amatemi. Spero che, stabiliti che sarete in Parigi, avrò regolarmente vostre nuove; ma ne’ viaggi sempre accade così: l’ho provato io andando a Vienna, malgrado la premura che aveva di dar mie nuove a Milano. Addio, cari.

Pietro

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Parigi, 25 ottobre 1766)
Parigi, 25 ottobre 1766

Carissima ed amatissima sposa,

questo primo foglio è solamente per te, l’altro è scritto per potersi mostrare a tutti.

Finalmente ho ricevuta la tua lettera in data degli 11 ottobre. Tu avrai ricevuta la mia scrittati da Lione, ed un’altra da Parigi in data credo dei venti. Tu ne devi aver ricevute da Novara, da Vercelli, da Aiguebelle. Non ho mai mancato, gioia mia, di scriverti, mentre questa era l’unica mia consolazione. La mia salute, a te lo dico in somma confidenza, è buona, ma tu devi dire tutto il contrario, perché io possa avere un onesto pretesto di partire e di venir subito a Milano, perché assolutamente io non posso star lontano da te, anima mia. Niente mi può distrarre, niente mi ricompensa la tua lontananza. Se avessi forze per farti venire, io lo farei, ma ciò non potendosi fare perché la spesa è molto grossa, io vengo a Milano. Starò ancora in Parigi quindici o venti giorni e poi prendo le poste, prendo un domestico che mi accompagni e rivolo nelle tue braccia. Ti prego di approvare e di aiutarmi in questa mia risoluzione, la quale è ragionevolissima per moltissimi motivi che mi riserbo a spiegarti in voce. Intanto ti raccomando il secreto a tutti.

Cara sposa, ti prego a riflettere quanto sia il mio affetto per te. Io sono in mezzo alle adorazioni, agli encomi i più lusinghieri, considerato come compagno e collega dei più grandi uomini dell’Europa, guardato con ammirazione e con curiosità, invitato a pranzo, a cena a gara, nella capitale dei piaceri, in mezzo a tre teatri, uno dei quali (cioè la Commedia Francese) è lo spettacolo il più interessante del mondo, ecc.; e pure io sono infelice e malcontento, perché lontano da te. Provo, è vero, qualche momento di distrazione, ma ho perduta la mia tranquillità, per riavere la quale non ho altro mezzo che di ritornarmene a Milano più presto che mi sia possibile. Ti ripeto dunque che mi fermerò in Parigi due o tre settimane al più, che mi sono necessarie per vedere ciò che mi resta, per poter dire di non aver fatto un inutile viaggio e perché il pretesto della mia salute, che io voglio allegare, esigge un qualche tempo di dilazione per esser trovato ragionevole da quelli ai quali non voglio e non devo dire le vere cagioni della mia risoluzione. Tutto ciò è regolato col consiglio del mio compagno Alessandro e di Frisi, ai quali ho aperto il mio cuore, e ritrovando invincibile la mia malinconia mi consigliano il ritorno. Essi ti salutano. Includo un’altra lettera ostensibile a tutti quelli che vorrai, ed a’ miei genitori, perché la presente la devi tener secretissima, come tu vedi. In essa parlo della mia salute come mi torna a conto per il mio fine, non come è. È dura la necessità di dover fingere, ma le circostanze lo esiggono e faccio bene a me senza far male a nessuno.

Cara chesina, mi ricordo del taglio di abito, mi ricordo delle comissioni datemi da te. Io le adempirò fedelmente e con gioia avrò la consolazione di portartele io stesso.

Dopo tutto quello che ti ho scritto, vedrai quanto sia grande il mio amore per te. Al mio ritorno mi troverai migliore marito e più tenero amico di quello che io sia mai stato.

A rivederci, frattanto baciandoti ed abracciandoti sono il tuo amantissimo marito

Cesare

 

Carissima consorte,

noi siamo alloggiati all’Hotel de Malthe, rue Traversiere, proche de St. Roch, come vi ho indicato a Milano, dove seguiterete ad indrizzare le lettere, indrizzandole prima a Genevra, conforme ci siamo intesi, altrimenti corrono gran rischio di perdersi.

Parigi è un’immensa città che farà certo tre Milani. Un mezzo millione d’uomini vi bolle e vi fermenta. Lo strepito de’ carri, delle carrette, l’ammucchiamento e la bellezza delle botteghe, tutto nelle contrade vi eccita l’idea del travaglio e dell’industria, voi credete tutto il mondo occupato; ma quando si va aux Thuileries, au Luxembourg, au Palais Royal, aux Boulevards, dove vi sono betole, ciarlatani, giuochi, giuochi di destrezza, commedie volanti di ogni sorte, di bambocci, di uomini, francesi, italiane, concerti di musica; quando vassi a tre teatri, tutti i giorni dell’anno immancabilmente aperti (toltone quindici giorni nel tempo di Pasqua), e che si trova da per tutto folla e moltitudine, allora sembra che Parigi non pensi che al divertimento ed all’ozio. La città è meglio fabricata e meno irregolare di Milano, quantunque e le chiese e le publiche fabriche siano di gran lunga inferiori per l’archittetura alle nostre: la maniera de’ Francesi è piccola e meschina, la maniera italiana è grande e maschia. Il teatro francese è lo spettacolo il più bello per un uomo di cuore. Lequin è un attore sorprendente, egli s’impadronisce del cuore e lo tormenta a suo genio. Madamoiselle Clairon (la più grande attrice che vi sia mai stata) si è ritirata dal teatro per un puntiglio e non recita che privatamente; ma noi la sentiremo.

Tutti questi uomini di lettere mi hanno ricevuto colle braccia aperte; tante sono le cose che si dicono e si fanno in mio favore che vi sarebbe di che far girare la testa a più d’uno. Spero che questo fenomeno non mi accaderà. La semplicità nelle maniere, la somma decenza e politezza, la libertà, i riguardi reciproci e tutta la libertà nello stesso tempo si trova nelle loro conversazioni. Non trovasi in loro quella bassa gelosia nazionale, quella ostentazione di primato di cui sono infettati tanti uomini anche di sommo ingegno in Italia.

Non siamo ancora stati né dall’ambasciatore né dalla signora contessa della Marche, perché il lutto finisce solamente oggi, e non abbiamo voluto far un abito nero per pochi giorni. Dimani o dopo dimani andremo da per tutto. Oggi pranziamo dall’ambasciadore di Portogallo. Invece di cercare siamo ricercati, e tutte le prevenzioni sono in nostro favore.

Sono tante le cose fino ad ora viste che l’abondanza loro mi confonde, ma tutto si dirà a poco a poco o in persona o in iscritto.

Qui si torna a rinnovare e a riconfermare la novella de’ Patagoni, giganti di 9 in 10 piedi. Vi è un capitano di nave che ha portati abiti ed armi di que’ primogeniti della nostra specie. Monsieur d’Alembert non ne dubita punto. Si assicura ancora che in Arabia vi è un filosofo arabo che predica publicamente la religione puramente naturale e che ha un grosso partito in suo favore.

Queste sono le principali novità. La mia salute è incommodata dalle aque della Senna, che sono per me un violento purgante.

Ho scritto l’altro ordinario a mio padre, fategli ora i miei più rispettosi complimenti, così a mia madre, alla sorella, a’ fratelli; un bacio alle nostre Giulia e Marietta.

A Calderara ed a Odazzi i miei amichevoli saluti.

Cara gioia, tu devi conoscere quanto ti amo, tu lo conoscerai sempre più da qui inanzi. Tutte le glorie ed i piaceri di Parigi sono un nulla in paragone della sodisfazione che provo nel pensare che posso io abbracciandoti sottoscrivermi tuo amantissimo marito

Cesare

 

Carissima sposa,

tu puoi mostrare la lettera più longa, ma questa tienla secretissima. Con tutto che non possa desiderare di più il mio amor proprio per le lodi di cui sono caricato, io non son contento. Non posso vivere senza di te; provo qualche piacere, ma non ho la mia pace, se ciò continua ben presto si rivedremo, se posso accomodarmi ti giuro per la mia fede che nel mese di marzo sarò in Milano. Niente v’è che mi tenga luogo di mia moglie e de’ miei figli. Ci voleva questa assenza per farmi sentire l’amor mio verso di te. Mi ricordo dell’abito, e sarai servita. Addio, temo e spero che presto si rivedremo. Addio, gioia mia, ti bacio un’altra volta

Cesare

A Calderara i miei amichevolissimi abbracciamenti, ad Odazzi ancora. Ricordati dell’adresse che ti ho data, à l’Hotel de Malthe, rue Traversiere, à Paris, dove sta il mio alloggio. Baciami le mie figlie.

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. Sacco a Beccaria (Lione, 25 ottobre 1766)
Monsieur,

c’est hier au soir que j’ay reçû la lettre dont vous m’avez honoré le 19 de ce mois: à qui l’avez-vous confiée? Il n’a pas été exact à la mettre à la poste; faites lui mes reproches; je dois m’en plaindre d’autant plus que le tems me duroit de ne pas recevoir de vos nouvelles. Monsieur, mon inquietude répondoit à l’impression que vous et monsieur le comte Verri avez faite sur mon coeur. J’apprens enfin que vous étez à bon port et me voilà tranquille: ce sont la suite du voyage que la fatigue et les peines; vous vous en serez dedommagé par le repos.

Vous paroissez ebloüi de l’eclat de Paris; le premier coup d’oeil vous a ravi; il vous a enchanté; et quels charmes nouveaux ne trouverez vous point à chaque pas dans cette Republique des Belles Lettres, au milieu de tant de savans? Ils exciteront votre goût, et vous ferez leur admiration: c’est un tribut que recoivent et rendent tour à tour les talens.

Il n’y a pas icy à la poste des lettres pour vous, monsieur, ny pour monsieur le comte Verri; elles seront au bureau de Geneve: j’écrirai demain à monsieur Diodati qui en est le directeur, je le prierai de me les envoyer et de m’accorder aussi ses soins pour les autres qui y parviendront.

Je suis avec tout le respect, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

Sacco

À Lyon, ce 25 octobre 1766

Monsieur Bono et mon neveu Pedrazzini sont vivement sensibles à votre souvenir gracieux; et que puis-je vous dire de ma femme? Je ne la connois pas encore: si elle existoit, elle se seroit empressée à vôtre passage, monsieur, de faire ses honneurs et les miens. J’ay toûjours vecû dans le celibat, et vos ordres ainsi que ceux de monsieur le comte Verri rempliront mes desirs.

  1. Pietro Verri a Beccaria (Milano, 26 ottobre 1766)
26 ottobre

La lettera che m’hai scritta da Lione in data del 12 mi porta l’afflizione nel fondo del cuore. Io non la partecipo a nessuno degli amici né a tuo padre: questo è un sacro deposito fatto nel seno dell’amicizia e come tale lo custodirò. Tu vuoi ch’io ti aiuti contro le desolazioni che ti tormentano: il solo mezzo per farlo è di dipingerti al vivo quale sarà la serie delle tue sensazioni se ti sottrarai alle presenti. Immaginati cosa dovrai dire al Duca, alla Principessa, al conte Firmian nella prima visita. Cosa dovrai rispondere a quanti t’interpelleranno, quale stima dovrà avere di te la moglie, la famiglia e i tuoi stessi amici; l’amor proprio fa che non si risparmi nessuna debolezza per un confronto consolante. Tu ti porresti una dose di ridicolo insopportabile, e con questo passo, che sarebbe un’anecdota della tua vita, dopo aver fatto accorgere gli uomini della tua esistenza, e rivolti verso di te gli sguardi e de’ tuoi cittadini e dell’Italia, non è più sperabile che resti nella oscurità un tuo pentimento di questa natura. Chi l’attribuirà a debolezza del tuo animo ti dovrebbe guardare come un imbecille che non sa vivere lontano dalla mamma, e qualche uomo dei pochi ragionevoli dirà che quanto tu sai alzarti colla penna alla mano, tanto è basso il tuo livello quando cessi di scrivere. Chi l’attribuirà a nessun caso che siasi fatto di te in Parigi, e cento dicerie s’inventeranno, ch’io vedo in confuso e che tu vedrai quanto me stesso, se vi rifletti. Amico, di cui il bene e la gloria mi son cari quanto se fossero cose mie; amico, per quanto t’è cara la tua felicità, contrapponi i momenti a venire al momento presente; ti scrivo colle lagrime agli occhi, tremo per te; ben lontano di sentire veruna superiorità per la tua debolezza, io non sento che il timore della tua vergogna. Non posso essere misurato nello scriverti perché sarei falso, ma sappi che sento ancora più che non ti dico tutto il male di questo tuo stato: si tratta di te per il restante de’ tuoi giorni; si tratta d’essere risguardato come un uomo da nulla da tutti fuori che da me solo. Tua moglie sta benissimo, e se fosse in Parigi in vece tua non avrebbe certamente i tuoi pensieri. Le tue bambine stanno egregiamente e non hanno alcun bisogno di te. Il tuo buon padre avrebbe fatto un bel contratto se i danari che ti ha dati dovessero essere convertiti non in tua lode, non per le speranze del tuo collocamento, ma nel far ridere di te, nel far vedere che nelle cose di questa vita non hai condotta. Figurati che ricompensa gli daresti. I tuoi amici istessi come ti giustificherebbero? Qual onore faresti loro? Da qualunque parte tu ti rivolga, troverai, caro amico, di che contraporre alla fantasia che ti tormenta. Io ti scrivo cose dure, io m’aspetto che forse tu mi risponda duramente, mi vorrai male leggendo questa lettera, mi saprai malgrado ch’io conosca questa debolezza tua e che te ne faccia sentire tutto il peso; ma in quest’affare si tratta di tutto te stesso, è meglio ch’io ti esponga al naturale lo stato nel quale bilanci di entrare e, se ti fa ribrezzo, consolati che ciò non lo sa che un amico intimo e discreto, presso il quale le adorabili qualità che hai coprono i difetti; un amico che ti stima, ti compiange, t’ama di vero cuore e ti supplica ad aver compassione di te e del tuo nome. Pretesti per coonestare una pronta partenza non vi possono essere; sebbene ti lambiccassi per ritrovarli, il pubblico non si accieca; di voi altri ciascuno mi chiede ora le nuove; richiamati alla mente i fatti passati e facilmente vedrai che un cittadino assente fa parlare di sé più che i presenti; un uomo di nome, quale tu sei, a più forte ragione; il marchese Cusani, confuso fra la folla mentre era qui, partito che fu divenne come una persona pubblica; ti è dunque facile il dipingerti in qual vista tu sei presso la tua patria; a Corte il dì di Santa Teresa ognuno mi chiedeva le nuove de’ nostri viaggiatori; tu sei ora più che mai esposto allo sguardo d’ognuno; si sa che siete partiti per sei mesi per vedere Parigi e Londra, come mai potresti tu perdonare a te stesso la tua fanciullagine di non potere star lontano sei mesi per un simile motivo? Perdio, se tu fossi contro le batterie prussiane ti compatirei. Io sono stato un anno fra bestie, allogiando da capitano, in paesi del diavolo, e vi sono andato abbandonando quella che sai se m’era cara; so quello che può provare un cuore sensibile e l’ho provato; sarei avvilito per sempre se avessi ascoltata una sola sensazione, e non avessi fatto il paragone di quello che provava in ogni istante con quello che avrei dovuto provare nel tempo avvenire, liberandomi dalla sensazione attuale. Amico, la situazione tua è ben diversa, tu sei nel punto di rialzare te medesimo colle cognizioni, colle corrispondenze che stai per aggiungere a te stesso; più, col sentimento di potere da te stesso reggerti, il che acquisterai in questi pochi mesi e ti darà una coscenza di te stesso per il restante de’ tuoi giorni. Per Dio, tu sei degno ch’io mi fidi perfettamente di te e che ardisca dirti una verità che in faccia non ti direi, ed è che v’è un lato di puerilità nel tuo carattere che pregiudica molto alla stima che ti è dovuta; tu te ne accorgi e cerchi da coprirlo con de’ pezzi di trasportato vigore che ti si vede imprestato, ma con tutto ciò si conosce e il male e il rimedio. Questa passeggiata per l’Europa sicuramente te ne guarisce ed è la sola che te ne possa guarire; se tu ritorni sì tosto, pensa che rendi pubblico il tuo difetto e disperato il caso di risanartene; pensa che t’avvilisci, che il timore della disistima altrui ti renderà cattivo, pensa che è decisa la tua cattiva sorte, e dentro e fuori di te. Io sono un uomo desolato, abbandonato dagli amici miei, circondato di pericoli nel mio ufficio, ho perso il mio appoggio alla Corte colla morte dell’abate Giusti, molti possono godere e profittare colla mia depressione; il mio interesse mi fa desiderare la consolazione di presto abbracciarti e ripassar le ore nel seno della virtù, dell’amicizia e della ragione con te. Pensa quanti momenti al giorno io mi debbo ricordare di te e sospirarti! Pure, io tremo rileggendo la tua lettera. Spero che alcuni giorni dopo che sarai a Parigi cambierai d’idee, e questo mi consola. Sono impaziente di sapere ne’ primi ordinari tue nuove.

Sono perplesso se ti debba mandare questa lettera. Vi sono troppe cose umilianti; ma pure ho deciso, te la voglio indrizzare. Se così penso, perché te lo nasconderei? Nessuno ti stima più di me; nessuno ti ha date prove di stima sentita quanto io. So che te ne ricordi, so che sai che sono persuaso d’avere anch’io le mie macchie; le tue sono di debolezza, le mie di vanità; la stima si dà al complesso delle qualità; e tu possedi interamente la mia stima e la possederesti anche dopo aver fatta la coglioneria, ma, perdio, che quella degli altri uomini l’avresti perduta per sempre e non vi sarebbe pretesto di ripararla. In somma, non vi pensare assolutamente, te ne scongiuro per quanto possono i teneri sentimenti d’un amico che si lascerebbe tagliar un dito se fosse necessario per salvarti da questo ridicolo. Io non finirei più, ma la carta finisce. Giudizio, per amor del cielo; consolami presto con qualche buona nuova. Perdonami. Amami. Non mi odiare, che non lo merito.

Pietro

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Milano, 2 novembre 1766)
Milano, li 2 novembre 1766

Mon cher epous, sono molto aggitata, dubitando che non abbiate riceute nisuna delle mie lettere che credo avervene scritto almeno dieci; io ho fatto l’adresse che voi mi avete dato, dove donque sonove? Caro chesino, ti prego sapiami dire se le hai riceute o cosa suciede. Io sono stata alla Costa a Ello, sul lago di Como a Domaso, e fino nelli Griggioni, adeso sono a Milano per un giorno e poi vado a Pizziggetone e a Turano; ma se ti dovesse dire, cara gioia, che niente mi diverte, ansi tutto mi ratrista e si mi vede la melanconia nel volto scritta, tanto più che Calderara delle volte non lascia con delle sue risposte poco graziosi di picarmi, che non posso abastanza sfogare col pianto, ma ricorro alla pazienza e alle altre sue buone qualità che anientano queste. Caro chesino, non rispondi su questo articolo di Calderara, essendo che lui vole vedere tutte le tue lettere e non vorrei che faccesimo una scarpiatola: ti racomando, ricordati, ho fatta questa picola confesione essendo l’unico voi che posso dire intieramente il mio cuore. Odazzi è un uomo di merito, tutte le sue qualità sono eccelenti, ma credo che cierti picoli difetucci li abbia, cioè mi pare che, come si suol dire in milanese, tacca l’asino dove vole il padrone, mi pare di abastanza spiegarmi. Ti racomando, non rispondermi su questi articoli perché Calderara vole vedere le vostre lettere, mi basta che facci un segnio che abbi capito. Cara gioia, le tue lettere mi fanno piangere di tenerezza, procura di passare più meglio il tempo che puoi e tieni da conto la tua preziosa salute.

Tua vera amantissima amica e sposa

Teresa B. B.

Cara anima mia, ricordati che ti amo. Ti prego di abbrusiare questa lettera.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonesana, à l’Hotel de Malte, rue Traversi, vis à vis St. Roch, à Paris

  1. Pietro Verri a Beccaria (Milano, 13 novembre 1766)
13 novembre 1766

Benché tu non mi scriva, son sicuro che ti ricordi del tuo Pietro. La situazione del tuo animo inquieta il mio e lo inquieta più forse di quello che t’immagini. In quest’ordinario sento che Frisi ed il fratello d’accordo approvano la tua partenza per il mese venturo, o se non l’accordano, almeno non vi si oppongono. Forse essi sul luogo trovano gli oggetti diversamente modificati; forse da Parigi le tracasserie e le piccolezze milanesi non si vedono; io, che respiro quest’atmosfera, le vedo e credo anche d’aver un’anima che non è tanto soggetta a vedere col microscopio gli oggetti vicini. Caro Beccaria, per l’amore di te e di noi, non fare questa coglioneria della quale te ne pentirai una settimana dopo il tuo ritorno. Io sin ora ho nascosto a tutti, fuori che a tua sorella e a tuo cognato, lo stato tuo; non poteva contenere in me stesso tutto il peso di questa inquietudine; ho dovuto scoppiare con questi due, impenetrabili da ogni altro: essi ti parlano per mia bocca lo stesso linguaggio. Pensa che al ricevere di questa lettera è già passata la quarta parte del tuo glorioso pellegrinaggio, pensa che, rivedendo i tuoi senza verun rimprovero da fare alla tua debolezza, sarà infinitamente più squisito e voluttoso il piacere. Pensa che altrimenti sono già spalancate le bocche della illustre metropoli per dire che non hai avuto incontro in Parigi, che si sono disingannati di te da vicino, che… chi può mai prevedere le bestialità che pioveranno sul capo tuo, d’Alessandro, mio, di noi tutti? No, caro amico, se ci ami, se ami il tuo bene, soffri per poco ancora, non piegarti a questa funesta risoluzione; ognuno sa che sei partito per sei mesi, non abbandonare il povero Alessandrino; io mi lusingo che se potessi venire con questa lettera, avrei qualche influenza nel tuo animo e farei che tu vincessi la propria tua causa; ella è più seria di quello che te la fa vedere la tua fantasia. Il marchese tuo padre, e che ora chiamerò mio amico, sa che hai scritto a tua moglie che l’aria ti fa male; egli ha inteso molto bene da se stesso che questo dev’essere un pretesto, poiché in pochi giorni un corpo sano e giovine non può lamentarsi d’un’aria che non si sa che faccia male ad alcuno; io però gli ho lasciato correre che temo che forse il dispiacere d’esser lontano dalla famiglia non ti diminuisca la soddisfazione d’essere stimato, accolto e festeggiato nella più brillante città d’Europa. Quel galantuomo t’assicuro che è stato a ciò sensibilissimo e mi ha promesso che ti scriverà lungamente per assicurarti che tutti tutti di casa desiderano che tu non affretti il ritorno, sinché ti restano piaceri, curiosità e mezzi. Era aggitatissimo per paura che tu non compisca le idee per le quali sei partito. Povero galantuomo, se sapesse quello che sappiamo noi sarebbe in una inquietudine eguale alla mia! Non dargli questa afflizione, non impiegare in suo rammarico i mezzi che ti ha tanto amorosamente dati per tua e sua gloria. Caro Beccaria, te lo ripeto con tutta quella forza che può la mia vera e immutabile amicizia, non fare questa grande coglioneria. Frisi e mio fratello sono, cred’io, spossati dalle tue istanze e dalla tua malinconia; io conservo tutto il mio vigore perché non la so che di relazione; ed io sono sul punto da dove ti scrivo la nuda e pura ragione, quale mi balena agli occhi. Io ho sommo interesse che tu ritorni, per finire la solitudine della mia anima; ma non desidero questo bene, che sarebbe comperato a troppo caro prezzo. Disingannati ancora una volta; hai bello indorare la pillola, ma il tuo così sollecito ritorno è una coglioneria, aspetta almeno due mesi ancora, hai già sofferto il più, soffri il meno. Ognuno parla di te, mi chiede tue nuove, ognuno t’aspetta alla primavera, ad ognuno faccio sapere l’incontro che hai. Non far ridere i nostri comuni nemici. Addio. Tutti stanno benissimo. Amami e ricevi un abbraccio col cuore.

Pietro

  1. Teresa Blasco Beccaria a Beccaria (Turano, 14 novembre 1766)
Turano, li 14 novembre ’66

Cara gioia,

non te la contrasto perché tu voi così, le tue raggioni saranno assai forti di fare questa risoluzione, e se pare a te ben fatta non ne dubito che la sarrà; se avessi ricata l’ultima mia che ti ho scritto, averesti visto le dificoltà che ti fo, che mi paiano di non disprezarsi. In questa non ti voglio annoiare su di questo ponto vedendoti risoluto, ma le mie dificoltà erano quelle di tuo padre e poi del mondo: cosa diranno? forsi che non fussi stato ben accolto? E poi anche per cercare qualche cosa averrei creduto bene che ti fusse fermato. Basta, non dico questo per disuvaderti, vedentoti troppo fermo nella tua risoluzione, ma temo che secondo la maniera di tuo padre possa pensare che sia stato un pretesto questo viaggio; pensa bene su questa risoluzione e fa’ la tua volontà. A Oddazzi ho fatto in prima qualche confidenza, ma adeso me ne astengo; ci ho ben detto che hai mutato alloggio e niente di più, sia sicuro che non dirò niente di quello che non voi che dica; né pure a Calderara ho detto precisamente la tua risoluzione; se io non fussi a Milano sarei a Turano, e basta che mi scrivesti una lettera e che la mandasti in casa Calderara: subito l’averei e volarei a Milano. Ti racomando di farti una scorta di tutto quello che ti podrà abbisogniare, cioè d’abbiti e biancheria e tutte le altre bagatelle ti possano abbisogniare, e poi informati delle strade, che non abbi a pericolare, cara gioia, in qualche cosa, come riguardo alle cative strade, credi che è un articolo di pensarvi bene; ti prego di cercare conto di tutte le mie lettere, essendo ch’io te ne ho scritto più di dieci, e fra le altre le ultime due mi preme che le hai: fa’ guardare al altro alloggio, che sono adirizate a l’Hotel de Malte, cierche di ottenere qualche cosa o là o qui, credami che ti amo, e non posso avere la più tenera amicizia e stima di quella che ho; il tuo bel cuore mi è espresso nel mio, farrò il possibile d’essere a Milano, ma se non ci fussi scrivami e manda a casa Calderara, che subito l’averò e verrò a Milano. Ti racomando la tua cara persona, mi riserbo anch’io a voce a dirti tante picole cosarelle. Del abito che mi voi donnare te sono obbligata, ma se avessi di privarti di qualche tuo bisognio per regalarmi, ti prego, gioia, di fare prima quello che ti abbisogna; procura di avere qualche manteca per il viso e una pasta per fare belle le mani o pure la ricetta. E con tutto l’amore, anima mia, sono di te. Fammi sapere le tue risoluzioni, adio. Tua amantissima moglie ed amica

Teresa Beccaria

Sia accorto della tua robba con la servitù che ti serve, e per viaggio non trascurare e ti racomando la tua salute.

  1. Beccaria a Pietro Verri (Parigi, 15 novembre 1766)
Parigi, 15 novembre 1766

Ho ricevuto la tua lettera in data de’ 26 ottobre. Siccome in essa parla il cuore, parla l’amicizia la più intima e la più sincera, così, ben lontano di offendermi, ti ringrazio, eccettuatene alcune frasi che il calore della tua fantasia e del tuo cuore ti ha dettate, e che mi sono dispiaciute. Quali siano te ne accorgerai nel resto della mia lettera. È inutile il dirti che la mia amicizia per te non ha però ricevuta alcuna diminuzione.

Tutte le tue ragioni non mi persuadono punto, almeno nelle circostanze presenti. Tutte, con egual forza, mi furon messe innanzi dall’amico Alessandro, che con tutto il zelo e carità si è adoperato intorno alla mia incurabile malattia (come per compiacenza per voi altri voglio chiamarla). Abbiamo parlato con eguale eloquenza ed energia, abbiamo analizzato, sviluppato, preveduto, calcolato tutto il mio stato d’animo, nissun dato si è omesso, ed il finale e commune risultato è che io debba ritornarmene. In vista delle vostre communi ragioni mi sono strascinato come un miserabile che va al suplizio fino a Parigi, in vista di queste ho divorata la noia e l’afflizione, mi son prestato di buona fede a tutti i mezzi opportuni a guarirmi, ma niente ha giovato. È inutile il dettaglio di tutto quello che è passato: me ne rapporto alla lettera che avrai ricevuto di Alessandrino.

Il mio fine era di restar absente dalla mia patria quattro o cinque mesi al più, ne sarò restato due soli; ma quante cagioni possono affrettare il ritorno di un viaggiatore! La sua salute, affari e circostanze di famiglia, l’inanizione della sua borsa ecc. ecc. Se i miei amici, se la mia famiglia sarà invero d’accordo, le maligne dicerie saranno presto soffocate. Sono stato felice urtando tutto Milano, facendo un matrimonio perfettamente a mio modo, io solo, senza riputazione preventiva, ed ora non potrò avere il coraggio di tornare due mesi prima di quello che avevo stabilito alla mia patria, nel seno della mia famiglia, fra amici che mi amano e mi onorano, e la stima dei quali ne impone a tutti gli altri; io, che per quello che si è passato e per mille prove giornaliere debbo esser convinto che i suffragi dell’Europa sono in mia mano, e dovrò curar quelli dei Milanesi? Sia tranquillo sulla mia riputazione. Non essendovi nel mio cuore niente che di onesto e di buono, io ne rifarò le piccole rovine come un buon orologiaro la sua mostra, ed i buoni Milanesi avranno la bontà di stimarmi un’altra volta loro mal grado.

Ecco una scappata di quella vigorosa puerilità che tu mi attribuisci, la quale se credi essere del mio carattere, tutta la sperienza del cuore umano, e sopra tutto nel mio stato attuale, dovrebbe convincerti che niuna forza del mondo la muterà giammai, e se questa fosse una verità sarebbe una inutile e disgustosa a dirsi.

Caro amico, sono vicino ai trent’anni. Lasciami qual sono, lasciami correre la mia carriera in pace secondo le mie sensazioni, il mio carattere e i bisogni miei. Seguendo gl’impulsi costanti ed indelebili dell’animo mio, esso si mettrà in equilibrio da se stesso sugli effetti di queste tue tanto temute dicerie. Dai due di ottobre a questo momento non ho gustata la felicità. I dolci vapori delle lodi e delle continue testimonianze di stima ricevute in questa patria della filosofia erano e sono di continuo infettati da un alito amaro e pungente che sorge dall’imo del cuore. Non ho mancato di approfittare della corta mia dimora, ho ben visto ed esaminato Parigi, ho fatte mille utili ed importanti amicizie, ho gettati i semi della mia futura felicità. Ho fatto un buon impiego del denaro datomi da mio padre, del quale una parte ne riporto e il quale certamente non mi è stato dato per rendermi ridicolo, ma nemmeno per rendermi infelice.

Tutto dunque mi persuade il ritorno, al quale è superflua ogni tua resistenza. Anzi esiggo (e non dubito che lo farai) dalla tua amicizia che tu prepari l’animo di mio padre a risparmiarmi degli inutili rimproveri ed a prepararmi un buon ritorno, come mi hai preparato un buon viaggio.

Ripeto che la mia risoluzione è ben maturata, che tu sei distante duecento leghe e non vedi gli oggetti che sono immutabili a qualunque esito, che in voce ti appagherò e che nei primi dieci o dodeci giorni di dicembre ti abbraccierò.

Beccaria

P.S. Ti raccomando di nuovo di parlare o di scrivere a mio padre: adopra tutto te stesso perché questa necessaria mia risoluzione sia ben presa e non cagioni dei torbidi domestici, i quali certamente non saranno solo per me. Tutto appoggio alla tua prudenza e direzione. Mi fido intieramente nella tua amicizia. Qualunque inconveniente ne nasca sono pronto ad incontrarlo, tanto è necessaria ed immutabile la mia risoluzione. Adoprati dunque, d’accordo con la mia famiglia, a prevenire qualche diceria con unanime risposta che circostanze famigliari mi hanno richiamato, ad evitare le tracasserie ed a riposarsi un poco sopra di me della mia felicità. Amico, tu mi sarai sempre tale ed io tale voglio sempre essere. A rivederci quanto prima, pieno di cose ecc.

Beccaria

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Parigi, 15-16 novembre 1766)
Parigi, 16 novembre 1766

Carissima ed amatissima sposa,

ho ricevuto tutte le tue lettere. Ti ringrazio dell’amore che hai per me. Tu hai fatto bene a divertirti e a fare le gite che hai fatte; ho procurato ancor io di distrarmi, ma invano; la mia malinconia è incoreggibile, e tutte le ragioni mi richiamano a Milano.

Ti ho scritto che io partiva da Parigi verso i venti di questo mese di novembre; ora, per avere il commodo di accompagnarmi con un mio amico di Lione, il quale dividerà meco le spese della posta, e in casa del quale alloggierò in Lione per due giorni per ritrovare un compagno fino a Turino o a Milano, ho trasportata la mia partenza fino ai 30; ma infallibilmente e senza ulteriore trasporto, cosicché ti prego di aspettarmi in Milano tra i dodici e i quindici di decembre. Cara gioia, per quanto mi ami, trovati in Milano per ricevermi, mi sarebbe assai dispiacevole che tu fossi in quel felice momento altrove. Non ti maravigliare della mia risoluzione. A voce te ne spiegherò tutta la serie. Credimi, che l’essere da te absente mi ha amareggiato tutte le più lusinghevoli accoglienze che basterebbero per render felici dieci uomini di un diverso carattere del mio.

Ho un mondo di cose a dirti, ma mi riserbo a dirtele in persona. Ho capito i tuoi sentimenti, ti ringrazio della confidenza che hai in me; in voce risponderò alla tua dimanda.

Il meno che puoi parlare della mia venuta sarà meglio, per evitare le dicerie, delle quali per altro mi rido, perché si tratta della mia felicità, del mio riposo, della mia salute e di tutto me stesso. Non mancano pretesti generali della mia salute, di circostanze di famiglia; insomma, tronca tutti i discorsi dei curiosi indiscreti. Scrivo a mio padre. Ti prego di aiutarmi in queste mie circostanze e di andar d’accordo con me nelle misure prese perché riesca bene il mio ritorno.

Ti porto un abito, del quale spero non avrai il simile (non per la ricchezza) in Milano. Ti puoi imaginare non essere stato io il direttore di questa compra. Sia tranquilla che sarai contenta per questo riguardo, come anche per la manteca per il viso e la pasta per le mani, delle quali farò ricerca in questi ultimi giorni di mia dimora.

A rivederci dunque fra giorni, anima mia; credo di meritarmi il tuo amore; la tua sensibilità, il tuo buon cuore farà il resto. Ti abbraccio. Tuo amantissimo sposo e amico

Cesare B. B.

Se avrò tempo scriverò a Calderara, se no scusami presso di lui facendoli quelle proteste di amicizia di cui non può dubitare. Salutami Odazzi ecc. Tutte le novità di Parigi le darò in voce. Salutami tuo padre, Giulietta, Marietta ecc.

Trovati in Milano prima dei dieci di decembre perché può darsi che io anticipi la mia partenza. A rivedersi dunque.

16 novembre

Trovati in Milano per li primi di dicembre, perché io partirò prima dei 30, forse li 25. Ti prego a non mancare, e se fosti a Pizzighettone, o Turano o altrove vieni subito questa ricevuta.

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. Gaspare Angiolini a Beccaria (Pietroburgo, 18 novembre 1766)
Illustrissimo signore, signore e padrone colendissimo,

le bontà che Vostra Signoria illustrissima ebbe per me nel mio soggiorno in Milano non sono state solamente limitate alla sola mia persona, ma ezziandio si è compiaciuto di rivoltarle dopo la mia partenza in onore della mia moglie, per quanto mi scrive la medesima; e da lontano come da vicino non si è mai stancato di colmarmi di lode che il talento suo, più che il merito mio, mi ha saputo trovare. Ha Ella di più permesso alla mia moglie di poterle scrivere, e nel istesso tempo ha steso una tal permissione fino a me; il non profittarne adunque sarebbe un renunziare, primo, a un’occasione di ringraziarlo, e poi a un onore e a un piacere, d’onde io non mi sento forze bastanti per non incomodarlo, tanto più avend’io un complimento da farli da parte d’uno di questi ministri di gabbinetto (Sua Eccellenza Jelaghin), il quale non solo ha letto ed ha ammirato (n.b.: in francese) il Suo libro, ma contro l’antico sistema di questo Stato, che è quello di cominciare dal gastigo e poi ricercare il delitto, ha di già dettato la legge nella nuova città di Jemburg, che egli fa fare presso Narva, di mai non dare la question a chi che sia. Li dirò ancora che questa Sovrana ha letto di già il Suo libro, e che il suo core si è compiaciuto nell’umanità che Vostra Signoria illustrissima con tanta forza scrive e sostiene. Sessantanni sono, non averebbe fatto in questo clima l’istesso effetto! Grazzie alla filosofia e a quelli spiriti inluminati che, ad onta de’ pregiudizzi, del fanatismo, del dispotismo e delle barbare leggi, sanno ed hanno il coraggio d’insegnare agli uomini la via della giustizzia, della dolcezza e dell’umanità. Spero che Vostra Signoria illustrissima scuserà il lungo tedio di questa mia lunga lettera in favore della stima e del rispetto con cui mi do l’onore con tutto l’ossequio di sottoscrivermi di Vostra Signoria illustrissima umilissimo, devotissimo ed obbligatissimo servidore

Gasparo Angiolini

S. Petersburgo, 18 novembre 1766

P.S. Il mio debut è stato felice in tutte le sue parti.

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Parigi, 20 novembre 1766)
Parigi, 20 novembre 1766

Carissima sposa,

la cosa è decisa, la mia risoluzione è inmutabile, necessaria, ragionevole. Partirò circa il giorno 25 o ventisette di questo mese di novembre. Trovati, cara gioia, a Milano i primi giorni di dicembre, essendo importantissimo ch’io possa abbracciarti subito arrivato. Parla meno che puoi di mia venuta, e quando tu sia sforzata, contentati di dire che affari di famiglia esiggono la mia venuta. Così procura che mio padre faccia lo stesso. Quando parlerai meco, sarai appagata. Sospiro il momento di vederti; ti lascio rapportandomi per tutto il resto alle altre lettere. Sono, coll’affetto il più vivo, la più tenera amicizia, tuo affezionatissimo sposo

Cesare

[a tergo:] A madame, madame la marquise Therese Beccaria Bonesana, nèe de Blasco, à Milan

  1. John Wilkes a Beccaria (Parigi, 20 novembre 1766)
Monsieur Wilkes fait bien ses compliments à monsieur le marquis de Beccaria, et le prie de lui faire l’honneur de diner samedi à deux heures.

Rue des S.ts Peres, jeudi 20 novembre

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria

  1. Saverio Bettinelli a Beccaria (Verona, 28 novembre 1766)
Verona, 28 novembre 1766

Carissimo signor marchese,

mi fece ella sapere il suo desiderio di veder certe lettere di capriccio per que’ Veneti illustri che io le raccomandai per lettera nell’agosto passato, cioè che a lei mi doveano più che mai raccomandare, e alla sua grazia. Le nuove da lor recatemi furono invece per me di risposta, ma non ho voluto creder finita la cosa se non mi procurava l’onore di ubbidirla collo spedirle le lettere. Al signor conte consiglier Verri però mi sono rivolto per la spedizione. La diametrale opposizione dello stile di queste e di quello del Caffè, e più dei Delitti e delle pene, dovrebbe ritrarle da tanto ardire. Ma i grandi ingegni sono i più indulgenti e i buoni calcolatori combinano i legami d’un uomo colla sua buona volontà, l’abito inglese mal assettato sopra una tonaca, e il gittar giù senza pretensione quanto viene alla penna volendo però far del bene e dir delle verità. Due altre operette più serie e più ragionate tra non molto le farò avere. Questa intanto dimanda indulgenza e insieme segreto. Questo è necessario qui per mia quiete e costà per onore di lei. Lessi in un foglio che bisogna cominciar dal far ridere per poi muovere e infin convincere una nazione su’ suoi pregiudizi. Ho fatto il primo dovere con vari tentativi; son presso a dar saggio del secondo; il terzo sarà di chi scrisse tal verità. Così mi consolo e lusingomi nella mia piccolezza di non esistere inutilmente alla patria. Ella segua a farne la gloria in codesto teatro degno di lei, e gradisca d’essere amato e pregiato in un angolo oscuro d’Italia, ma da un cuor onesto. Sono il suo

B. G.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria, à Milan, pour Paris

  1. Beccaria a Teresa Blasco Beccaria (Lione, 7 dicembre 1766)
Lione, 7 decembre 1766

Carissima sposa,

sono a Lione. Parto il lunedì venendo il martedì. Sarò a Milano o il sabbato, o la domenica, o il lunedì, o il martedì, secondo le strade che troverò. Sia tranquilla perché ho preveduto tutto, e non posso venire in miglior modo. Ti prevengo con questa per risparmiarti qualche ora di agitazione. A rivederci poco dopo ricevuta questa lettera, perché vengo in poste. Ti abbraccio, mia cara.

Il tuo affezionatissimo sposo

Cesare

[a tergo:] A madame, madame la marquise de Beccaria Bonesana, nèe de Blasco. A Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 24 dicembre 1766)
Monsieur,

je viens de recevoir une lettre de Lyon de monsieur Bouer, à qui j’avois addressé deux lettres pour vous avec prières de vous les remettre non seulement à mains propres, mais encore de faire demander à toutes les auberges et auteleries si vous n’y étiez point logé, et lui marquant en même tems qu’il étoit de la derniere importance que vous reçussiez ces lettres. Avec quel chagrin n’ai-je donc point appris que ces deux lettres ne vous avoient point été remises par les raisons suivantes, qui pourront justifier ma conduite vis-à-vis de vous, monsieur, et qu’il m’importe beaucoup d’établir sur des preuves évidentes par la vérité même. Et voici comment. «A l’instant de mon arrivée j’ai pris des informations pour scavoir si monsieur le marquis de Beccaria avoit passé. J’ai appris qu’il n’avoit fait que passer et qu’il avoit logé en chambre garnie dans une auberge, et que messieurs Galliard et Bono et compagnie, qui avoient des lettres à lui remettre, n’avoient point eu l’honneur de le voir, et qu’ils les lui avoient renvoyés à Milan. Voulés-vous aussi que je lui renvoye celles que vous m’avez addressées pour lui?». Non, monsieur, rien au monde ne m’a fait plus de peine, parce que j’avois si bien recommandé vos lettres que j’espérois qu’elles vous seroient remises d’abord à votre arrivée, comme vous pourrez en juger par celle que je crois devoir vous envoyer cy-inclus. Mais le mal, monsieur, est venu de ce que vous ne m’avez point donné d’addresses à Lyon, quoique je vous en eus prié très instamment! Comment donc voulés-vous que je puisse me justifier dans l’esprit de madame votre digne epouse, qui vous chérit et vous porte continuellement dans son coeur, comme elle le doit à un epoux, dont le mérite, les talens et la naissance lui gagne celui de tous ceux qui ont le bonheur de le connoitre? J’ai donné ordre qu’on vous renvoyat sur le champ ces lettres, et je vous prie, monsieur, de m’en accuser la reception, et d’être surtout bien persuadé que je n’ai aucune part à ce retard, comme je puis vous le prouver. C’est un malheur auquel je n’ai point contribué que par le hazard de la fortune, qui n’a point secondé l’empressement que j’avois de vous servir. Je n’ai pas la force de vous en dire d’avantage, parce que j’ose me flatter que vous voudrez bien me rendre justice en ne m’attribuant rien, et que cela n’empêchera pas que vous ne m’honoriez encore de vos ordres, dans l’espérance que je serois peut-être plus heureux une autre fois pour les exécuter etc. etc. Dans cette espérance je prend la liberté de vous offrir divers livres nouveaux. Je souhaite qu’il y en ait de votre goût et de celui de messieurs vos amis. Je ne dois pas oublier, monsieur, de vous faire part d’un ouvrage que j’imprime. Il est de l’illustre auteur de la Destruction des Jesuites en France, et monsieur de Voltaire son ami revoit les epreuves. A propos de ce dernier, il s’étoit flatté d’avoir l’honneur de vous voir chez lui. Il fait imprimer une nouvelle pièce de theatre, qu’il a composée en 10 jours. Lorsqu’elle paroitra je vous l’enverrai, si vous le souhaitez, ainsi qu’une nouvelle edition augmentée du Commentaire de votre ouvrage.

On m’a assuré, monsieur, que vous aviez donné plusieurs autres ouvrages, que je serois bien aise de connoitre. En attendant de vos bonnes nouvelles je vous prie d’agréer le respectueux devouement de celui qui a l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

Barthelemy Chirol

A Geneve, le 24e decembre 1766

P.S. Je reçois dans ce moment, monsieur, une lettre du 20e courant de monsieur Joseph Briny, secretaire de monsieur le marquis Morigia, par laquelle il m’apprend qu’en conséquence des ordres émanés de votre Gouvemement, il n’avoit pu retirer une caisse livres de votre douane que je lui avois addressée le 13e novembre, et dans laquelle il y avoit un paquet ou même deux pour monsieur le marquis Calderara et un autre pour monsieur Ramus. Mais il ne me dit point ce qu’est devenuë la susdite caisse. Je lui écris par ce courier pour le prier d’avoir l’honneur de vous voir, à fin de solliciter pour moi vos bons offices pour que rien ne soit perdu. Je me flatte, monsieur, que vous voudrez bien me rendre ce service, et sur lequel j’ose même compter, tant j’ai de confiance dans l’honneur de votre protection et de votre bien veuillance. J’étois sur le point de faire un autre envoi dans votre ville, dans lequel il devoit entrer un paquet pour vous, monsieur, mais j’attendrai pour le faire d’avoir reçu de vos bonnes nouvelles, après lesquelles je souspire ardemment.

  1. Jean-René Loyseau a Beccaria (Lione, 9 gennaio 1767)
J’ay vu Comtois et recu votre lettre, mon cher ami. J’étois dans l’inquietude; votre amitié auroit pû me l’eviter en m’ecrivant par la poste. Vous me l’aviés promis, mais un sentiment exclusif vous a occupé tout entier jusqu’à Milan. Vous m’avés etonné en m’apprenant que vous n’avés mis que quatre jours pour vous rendre. J’etois bien assuré que votre impatience vous feroit tout entreprendre, mais je ne croiois pas que cette diligence fut possible. Vous m’aviés promis de ne pas marcher toutes les nuits; si vous aviés eprouvé quelqu’accident? Si l’evenement, qui au reste ne doit pas vous estre attribué, ne vous justifioit un peu, je ne vous pardonnerois pas de vous estre exposé.

Je vous fais mille remercimens de vos fromages; ils ont eté trouvés tres bons par ceux dont le gout passe pour estre le plus délicat. Moi qui suis vray et qui ne veut pas que vos productions millanoises soient regardées comme des merveilles, je vous dirai que nous mangeons ici d’aussi bons fromages. Je voudrois que vous n’eussiés rien de passable, cela vous feroit peutetre prendre le parti de venir vivre avec nous, et dieu sait si j’en serois bien aise. La belle chose, que de vous connoitre, vous aimer beaucoup, et puis vous perdre aussitôt. L’amitié reste sans doute, mais ce n’est pas la meme chose que si on etoit ensemble. J’espere que vous me dédomagerés de cet eloignement, mon cher ami, en me donnant souvent de vos nouvelles et me faisant part de quelqu’unes de vos pensées si bien faites pour étendre la sphere de l’esprit humain.

Comment se porte madame? Ce que Comtois m’a dit de ses charmes, car il n’a pû juger que de cela, justifie l’empressement que vous aviés d’aller la rejoindre. Me permettera-t-elle de luy offrir ici l’assurance de mon respect le plus profond? Ayés la complaisance, mon cher ami, de préparer une connoissance que je suis bien impatient de faire l’année prochaine, ainsi que vous me l’avés fait esperer. Comptés que je vous donnerai à votre passage ici une chambre commode et tout ce qui s’en suit.

On a ecrit ici que l’imperatrice de Russie vous avoit offert de vous charger de l’éducation de son fils, et avec les memes avantages qu’elle faisoit a monsieur d’Alembert. Je ne sais comment vous prendrés cette offre. Je ne serois pas en peine de me décider; et un refus le plus honnête possible seroit toute ma réponse. On n’est pas libre alors qu’on sert les grands et surtout les têtes couronnées. Or, mon cher ami, la liberté est un si grand bien, que je ne connois rien à quoi on puisse la sacrifier. Et puis, un philosophe en but à toutes les intrigues d’une Cour encore entierement envelopée des nuages, des préjugés les plus grossiers! Comme il seroit la dupe de tous ces fripons! Croiés moi, mon cher ami, vous etes à l’abri des besoins ordinaires, vous serés riche un jour, vous avés vos habitudes, vos amis, moi par exemple. Je croirois vous perdre si vous alliés dans cette espece de Syberie; ainsi donc ne vous vendés à personne, pas meme à une imperatrice philosophe, car ce qu’elle fait pour que son fils devienne un homme l’honore dans mon esprit. Instruisés l’univers; livrés vous à tout le feu de votre beau genie, et vous vous rendrés plus utile que si vous formiés un prince. Mais de quoi me mêlai-je? M’appartient-il de donner des conseils à mon maitre?

J’accepte avec toute la reconnoissance possible l’assurance que vous donnés que votre amitié pour moi est vive, sincere et qu’elle sera durable, cette idée me fait le plus grand plaisir. Croiés bien, mon cher ami, que celle que vous m’avés inspiré est digne de vous et de votre belle ame. Croiés que je suis ici entierement à vous, et prêt à tout pour vous en convaincre. Je ne vous en dis pas davantage parceque vous devés me connoitre.

On a donc fait à monsieur de La Chalotais tout le mal qu’on pouvoit lui faire. On a donc violé les loix de la manière la plus forte. On a donc… Je fremis et je me tais.

On disoit que le parlement avoit repondu dans des remontrances qu’il falloit trouver des coupables, que si Sa Majesté ne vouloit pas s’en donner la peine, il les nommeroit parcequ’il les connoissoit, et qu’il les poursuivroit.

Cette nouvelle ne se soutient pas, et il y a aparence que ce bruit est le voeu d’un brave homme qui vouloit echauffer notre auguste Senat.

Avés vous, mon cher ami, des lettres du comte Veri? Je ne sais s’il est encore en Angleterre; il ne m’a donné aucun signe de vie; je souhaite qu’il se porte bien. Je crains qu’il ne lui soit arrivé quelqu’accident, parceque je sais qu’il ne craint pas d’ecrire.

Madame et monsieur Lasalle sont sensibles à votre souvenir. Madame sur tout est tres contente que la reception qu’elle vous a faite vous ayt eté agreable. Elle a souvent parlé de vous pendant que vous etiés en route, et souvent elle vous a plaint d’avoir et froid et de mauvais chemins. Elle vous fait beaucoup de compliments. Son mari vous offre ses devoirs. Ma femme vous embrasse; c’est au moins ce que je suis persuadé qu’elle feroit à ma priere, si vous etiés ici. Monsieur Fontaine vous dit mille choses honnêtes et obligeantes. Il avoit envie de vous ecrire et de me charger de sa lettre pour la joindre à la mienne, je ne sais s’il se sera procuré ce plaisir sans m’en rien dire. Je lui ay envoyé un de vos fromages. Toutes les autres personnes dont vous me parlés et enfin toutes celles qui vous ont vû vous complimentent et sont tres satisfaites de vous avoir connu, et je le crois bien. J’ay aussi envoyé de vos fromages aux soeurs de Morellet. Elles vous aiment beaucoup.

Nous sommes ici dans une disette de livres epouvantable. Nous n’avons, ny ne pouvons nous procurer ceux que vous avés emportés. Envoyés moi, je vous prie, une recommendation auprés de votre correspondant à Geneve, pour que j’en fasse usage. Tout ce que j’ay vû depuis vous c’est un Recueil necessaire, dans lequel se trouve un Examen important de la religion chretienne par le Milor Bolinbrock, dont j’ay eté content. Que vous etes heureux de vivre sous le gouvernement d’un homme sage et eclairé!

Votre famille, mon cher ami, a bien de la bonté de me savoir quelque gré du plaisir que j’ay eu à vous recevoir, je vous prie de lui faire agréer l’assurance de mon respect.

Adieu, mon cher ami; si quelque chose d’ici peut vous faire plaisir, mettés moi à toutes les preuves imaginables et avec la plus grande liberté. Conservés vous, pour vous d’abord, pour tous ceux qui vous sont chers et pour moi qui vous aime tres tendrement.

Je suis avec l’attachement le plus vrai et l’estime la mieux sentie, mon cher ami, votre tres humble et tres obeissant serviteur et ami inviolable

Loyseau

Lyon, ce 9 janvier 1767

Je lis à ma femme l’article de ma lettre où je vous parle d’elle; elle pretend que si vous etiés ici, elle vous embrasseroit bien sans que je l’en priasse. Envoyés moi, je vous prie, votre portrait. Je mets un tres grand interet à lui donner la premiere place dans mon cabinet.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 10 gennaio 1767)
…… Il y a 16 à 17 ans que je suis dans la librairie, et 5 ans que j’ai un interêt dans le commerce de monsieur Claude Philibert, libraire à Copenhague. De sorte, monsieur, que vous pouvés m’honorer en toute confiance de vos commissions, soit sous la raison de Claude Philibert, soit sous mon nom seul: c’est la même chose que vous vous addressiez à l’un de ces deux noms, ils répondront toûjours avec empressement à vos demandes. Mais il est tems de finir la presente, et de vous prier d’agréer les sentimens de considération et d’estime de celui qui a l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

Barthelemi Chirol

à Geneve, le 10e janvier 1767

Livres nouveaux à votre service:
Oeuvres de Rousseau, 12°, 15 vol., Hollande
Testament du chevalier Walpole, 2 vol.
La légende joyeuse ou les 101 propositions, 12°, 3 vol.
Histoire de Hesse par monsieur Mallet
Histoire du Dannemarc par le même
Précis de J. J. Rousseau
La conquête de la Terre promise
Justification de monsieur Vernet contre monsieur de Voltaire
Histoire naturelle par monsieur Bertrand
Nouvelles recherches sur la France, 2 vol.
Dialogue des morts entre monsieur de Voltaire et le duc Bouckingham
Histoire des colonies européennes, 2 vol.
Loix romaines, 3 vol.
Principes de tout gouvernement, 2 vol.
Burlamaqui, Droit naturel et politique
Tableau de l’histoire de France
Délices de la Suisse, 4 vol., fig.
Choix de poesies allemandes, 4 vol.
Fables de La Fontaine, belle edition en 6 vol., 8°
Contes de La Fontaine, belle edition avec figures, 2 vol.
Recueil de romances tendres avec la musique
Dictionnaire lyrique, 8°, 2 vol.
Dictionnaire des hommes illustres, 8°, 4 vol.
Dictionnaire de Richelet, folio, 3 vol.
La campagne de Puysieux
Fastes de Louis XV, avec son portrait
Memoires du Nord, 2 vol.
De la nature par Robinet
Mélanges d’histoire naturelle, 8°, 6 vol.
Lettres d’un citoyen du monde, 3 vol.
Liberté de penser par Collins, 2 vol.
Progrès des sciences de l’esprit humain
Recherches sur l’origine des découvertes
Oeuvres de monsieur Bonnet, généralement estimées
Lettres de Talbot par un ex capucin, 2 vol.
Journées physiques, 8°, 2 vol.
Traité de l’homme, 2 vol.
Flora Danica enluminé
Dictionnaire des arts et metiers, 2 vol.

J’oubliois, [ ] mon ami de Lyon pour vos lettres [ ] maintenant ce dont je serai bien aise [ ] mortifié de ce retard.

Je n’ai pas eu le tems [ ] satin, mais il y auroit de quoi faire [ ] une dame de condition, étant très [ ] connoisseurs, et sans nos malheures divi[ ] bien ici.

J’aurois beaucoup de nouveautez à vous offrir, mais c’est assez pour le coup.

[a tergo:] Monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonasana, à Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 7 febbraio 1767)
Monsieur,

au moment que j’ai reçu la lettre dont vous m’avez honoré du courant, j’allois faire partir les articles que vous m’aviez demandez.

Ainsi, monsieur, j’ai été à tems d’y joindre ceux que vous me demandiez de nouveau, et dont j’ai l’honneur de vous donner cy-après facture montant à L.      de France, y compris non seulement votre compte en entier, mais encore ce qui regarde monsieur le marquis Calderara, esperant qu’il ne trouvera pas mauvais cet arrangement de compte, puisque je sçai qu’il est assez bon pour s’interesser à ce qui me regarde, et qu’au fond il lui est fort égal de vous en remettre la valeur, ce qui me facilitera d’autant plus qu’il me sera beaucoup plus aisé de me prévaloir du tout sur vous, monsieur, lors que vous me permettrez la liberté de le faire.

Je serai cependant très mortifié, monsieur, de vous gêner l’un et l’autre le moins du monde; et je suivrai à cet égard, comme à tout autre, l’honneur de vos ordres. Je souhaite aussi de tout mon coeur que vous soyez content du tout: mais si vous avez quelques observations à y faire, je vous prie de me les communiquer, je les recevrai avec les sentimens de la plus vive reconnoissance.

Vous observerez peut-être, monsieur, que j’y ai joint quelques articles que vous ne m’aviez point demandé. Cela est très vrai, mais j’ai été obligé de le faire pour pouvoir finir de remplir la caisse… Peut-être ne serez vous pas faché de les avoir lors que vous les aurez vû. Dans le cas contraire, je tâcherai de les placer ailleurs.

Quoi qu’il en soit, monsieur, il en sera ce que vous voudrez du tout, et vous ne me trouverez à l’avenir pas moins empressez à exécuter vos commissions; et je fais des voeux bien sinceres pour que madame votre epouse chérie trouve les mousselines de son gout, la priant d’être bien persuadée que je ne vous les passe que ce que j’ai payé. Et si je n’ai pas eu le bonheur de remplir cette commission à sa satisfaction, ce n’est pas manque de bonne volonté.

Voici de nouveau, monsieur, la note du prix des répétitions d’après la quelle il vous sera aisé de vous déterminer.

J’ai aussi pour voisin un fabriquant de bas de soye qui en fourni beaucoup en Hollande et ailleurs; et j’en ai même envoyé 24 paires il y a 4 mois à monsieur Claude Philibert, libraire de la Cour de Dannemarc, qui en a été très content, ainsi que de ceux que je lui avois envoyez precedemment. Ils surpassent en bonté et en beauté toutes les autres fabriques. Il y en a de brodé, de tout unis et de diverses autres façons.

J’attens sous peu dejours la critique du Traité des delits et des peines etc. Mais quelle qu’elle puisse être, elle ne servira qu’à augmenter les eloges si bien mérité de l’humanité entiere par l’illustre et respectable auteur du Traité des delits etc.

J’abrège la presente, de crainte, monsieur, d’abuser de votre bonté, et je vous prie d’agréer l’assurance des sentimens de considération avec les quels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obéissant et dévoué serviteur

Barthelemi Chirol

à Geneve, le 7e fevrier 1767

Facture de la caisse n° 7 M/BM libri partie le 6e courant à l’addresse de monsieur Jaques Etienne Rigaud négociant à Turin, et sous sa conduite jusqu’à Milan à monsieur le marquis de Beccaria, contenant:

1 Introduction à l’Histoire de Dannemarc, 4°, 2 vol., fig., L. 10. –. –
1 Choix de poesies allemandes, 4 vol., L. 12. –. –
1 Oeuvres de Rousseau, 12°, 16 vol. avec figures, L. 4. –. –
1 Liberté de penser par Collins, 2 vol., [           ]
1 Quant et comment l’Amérique a été peuplée d’hommes et d’animaux, 5 vol. [           ]
Continuation des causes celebres [           ]
1 Esprit des loix romaines par Gravina, 3 vol. [           ]
1 L’antiquité dévoilée, 12°, 3 vol. [           ]
1 Justification de l’Antiquité devoilée [           ]
1 Histoire philosophique de l’homme, 8°, fig. [           ]
1 Pieces de satin des Indes [           ]
Suite et monter de cy-dernier, L. 342.10. –
2 ½ aunes mousseline brochée, à 13.10, L. 33. 15. –
2 ½ unie, à 9.15, L. 24. 7. 6
2 ½ dito, cadrillée, à 8.7, L. 20. 7. 6
2 ½ dito, rayée, à 13.10, L. 33. 15. –
1 Oeuvres de Montesquieu, 8°, 6 vol., L. 10. –. –
1 Traité gènèral des elemens du chant, L. 12. –. –
1 Playdoyers de Manory, 17 vol. reliés en veau, fort estimés, L. 50. –. –
1 Le deisme refuté par lui même, relié, L. 3. 15. –
1 Grammaire françoise à l’usage des enfans, relié, L. 2. –. –
2 Justification de monsieur Vernet contre monsieur de Voltaire, à 10 sols, L. 1. –. –
__________
L. 533. 10. –
Et les suivans sont pour monsieur le marquis Calderara, scavoir:
1 Choix de poesies allemandes, 4 vol., L. 12. –. –
1 Oeuvres de Rousseau, 16 vol., fig., L. 40. –. –
1 Quand et comment l’Amérique a été peuplée d’hommes et d’animaux, 5 vol., L. 14. –. –
1 Métaphysique de l’âme, 2 vol. relies, L. 6. 10. –
[ ] Discours de Rousseau, 2 vol. reliés, et qui m’ont été demandez precedemment, L. 6. –. –
[ ] Histoire philosophique de l’homme, 8°, fig., L. 3. 5. –
[ ] Esprit des loix romaines, 3 vol.
[ ] Continuation des causes celebres, L. 2. 5. –
_________
L.625. –. –
Paquet pour monsieur le marquis Morigia della Porta:
Romances tendres avec la musique, L. 6. –. –
[ ] 7e janvier, L. 35. 10. –
[ ] par la poste, L. 12.10. –
_________________________
Monnoie de France L. 679. –. –

  1. Jacques-Étienne Rigaud a Beccaria (Torino, 20 febbraio 1767)
Milan. Monsieur le marquis Beccaria Bonasana

Turin, le 20 fevrier 1767

Monsieur!

A la garde de Dieu et en conduite de Paul Cerugga, garçon de messieurs Patria heritiers de Joseph, je vous envoy une caisse emballée de poids marque numero et contenû denotés cy bas, l’ayant reçûe bien conditionée dans cinq à six jours. Vous lui payerez le port à devoir, à deffaut aggirez suivant l’exigence du cas. Vous disposerez de cette marchandise suivant l’avis de, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Jaques Etienne Rigaud

M/BM N. 7 rubbi 7. – poids de Piemont brut.
Une caisse emballée, en apparence bien conditionée, contenant livres.

  1. Jacques-Étienne Rigaud a Beccaria (Torino, 21 febbraio 1767)
Monsieur!

J’ay l’honneur de vous donner avis vous avoir expedié hier par Paul Cerugga, garçon des sieurs Patria heritiers de Joseph, M/BM n° 7 une caisse livres, que vous aurez pour agreable de vous procurer à devoir, suivant ma lettre de voiture, pour en disposer à la volonté de monsieur Claude Philibert de Geneve contre vos fraix, et L. 23. –. 5 de votre monnoye courante pour les miens, que je vous prie de faire payer à votre commodité pour mon compte à messieurs Gaetan Preda et compagnie de votre ville. J’ay l’honneur d’etre avec une respectueuse consideration, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Jaques Etienne Rigaud

Turin, le 21 fevrier 1767

Milan. Monsieur le marquis Beccaria Bonasana

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonassana. A Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 21 febbraio 1767)
Geneve, le 21e fevrier 1767

Je m’étois flatté, monsieur, reçevoir aujourdhui de vos bonnes nouvelles sur le contenu de ma precedente, qui vous portoit facture de l’envoi que j’avois eu l’honneur de vous faire. Du depuis monsieur de Voltaire m’a chargé de vous prier d’agréer ses compliments la premiere fois que je vous écrirois, et qu’il n’avoit reçu aucune lettre de votre part. Vous m’aviez cependant, monsieur, marqué que vous vouliez lui écrire, et puisque cela n’est pas fait encore, vous pourez m’addresser votre lettre qui lui sera remise ponctuellement, et vous aurez bientôt une reponse gracieuse de sa part.

J’ai à votre Service 2 à 4 exemplaires de ses oeuvres complettes en 34 à 36 vol. 8°, dont je vous accomoderai ainsi que des articles cy-après notés, parceque la triste situation dans la quelle se trouve notre Republique, par l’interdition du commerce avec la France, rend l’argent d’un rare qu’il n’est gueres plus possible d’y tenir, ce qui nous oblige à donner nos marchandises au dessous même de ce qu’elles nous ont coutées. De sorte, monsieur, que si vous vouliez, ou messieurs vos amis, faire des emplettes, vous pourriez les faire à très bon compte; et je viens même d’expedier une caisse à monsieur le marquis Morigia, dans laquelle il peut y avoir des articles de votre gout. J’écrirai par premier courier à monsieur Brini son secretaire de vous communiquer la facture, avant qu’il la presente à d’autres personnes, car j’ai besoin d’argent pour pouvoir faire honneur aux engagemens que j’ai pris avec d’autres libraires, et auxquels il m’importe de faire honneur. Ainsi, monsieur, si je pouvois oser esperer que vous voudrez bien me rendre dans cette occasion un service d’humanité en me recommandant auprès de messieurs vos amis, en les engageant même de profiter de mes offres de services pour les livres dont ils peuvent avoir besoin, je vous en aurai une éternelle obligation et je tâcherai de vous en témoigner ma juste et vive reconnoissance, qui n’égalera jamais les sentimens de la haute consideration avec laquelle j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeissant et dévoué serviteur

B.my Chirol

J’ai:

Jurisprudentia antiqua, 4°, 2 vol., Berne 1760
Bibliotheca bunaviana, 4°, 7 vol.
Assemanni, Kalandaria, 4°, 6 vol.
Tous les ouvrages du fameux Haller
Tous les ouvrages de monsieur Bonnet, si considéré
Tous les ouvrages de Newton
Tous les ouvrages d’Euler et ceux de Linnois
Tous les ouvrages de Bernoully
Tresor des langues par monsieur Gesner, folio, 4 vol.
Theatre de Corneille, 8°, 12 vol., fig., avec les notes de monsieur de Voltaire
Histoire universelle par une societé de gens de lettres, 4°, 26 volumes
Histoire générale des voyages, 4°, 17 vol.
Histoire générale idem, in 12°, 72 volumes
Histoire et memoires de l’Academie des Sciences, 4°, 88 vol. avec les figures
Dictionnaire encyclopedique, folio, 22 vol. dont 4 de figures
Le gentilhomme cultivateur, 4°, 8 vol. fig.
Description des arts et metiers, en 32 parties,
Flora Danica, folio, 5 vol. enluminé de toute beauté
Description des maisons de plaisance, 4°, 2 vol., par Blondel
Pianta di Roma
Plaidoyers de Cochin, 4°, 6 vol.
Dictionnaire de Richelet, folio, 3 vol.
Dictionnaire de Morery, folio, 9 vol.
Histoire de France de Velly et Villaret, 16 vol.
Histoire naturelle de Buffon, 4°, 14 vol.
Histoire naturelle idem, 12°, 24 vol.
Ouvrages de mademoiselle Lussan, fort estimés


En fin, monsieur, je ferai tout ce qui dependra de moi pour que l’on soit content. On peut même me demander tel ouvrage qu’on voudra, je suis en état de les fournir.

Histoire de Naples en François, 4°, 4 vol., par Gianone
Histoire de Naples idem, en italien aussi, 4°, 4 vol.


  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 28 febbraio 1767)
Geneve, le 28e fevrier 1767

Monsieur,

vous verrez par le feuillet que j’ai l’honneur de vous envoyer cy-joint que l’illustre monsieur D’Alembert rend justice à votre grand mérite, et que l’ouvrage dans lequel il en parle sera bientôt rendu public puisque c’est moi qui l’imprime, vous en aurez un exemplaire en son tems etc.

Quoi que je n’aye point eu de vos nouvelles depuis quelques tems, j’espère cependant que mon envoi du 6e courant vous sera bien parvenu, et que vous l’aurez trouvez conforme à la facture que j’ai eu l’honneur de vous en donner.

Je dois aussi vous dire, monsieur, qu’ayant eu occasion de me prévaloir sur vous de L. 679 de France je l’ai fait en faveur de monsieur Antoine Astruc d’ici. Ce qui m’a obligé de prendre cette liberté sans des ordres de votre part, c’est la rareté de l’argent dans cette ville, et je vous prie de ne le pas prendre en mauvaise part, d’autant plus que si vous n’acceptez pas en son entier l’envoi cy-dessus, je vous tiendrai bon compte de ce que vous payerez de surplus, et en ayant la bonté d’acquiter ma susdite traitte vous me rendrez un service essentiel que je n’oublierois jamais; au contraire, je saisirai avec empressement les occasions de vous en témoigner ma juste et vive reconnoissance.

Je viens aussi d’addresser à monsieur Brini, secretaire de monsieur le marquis Morigia, deux caisses livres en le priant de vous en communiquer la facture, afin que s’il y avoit des articles qui fussent de votre gout, vous puissiez en profiter. Il y a même des articles dont les prix ne sont qu’à la moitié de ce qu’ils valent, mais il faut faire des sacrifices pour pouvoir maintenir son credit. Je me flatte, monsieur, que vous voudrez bien m’accorder vos bons offices en engageant messieurs vos amis (dont le nombre est grand) à profiter de l’occasion que je leur offre, et dont les circonstances dans les quelles notre ville se trouve m’obligent à le faire.

Vous ne m’avés point repondu, monsieur, sur les montres, peut-être avez-vous changé de sentiment?

Au reste, monsieur, si vous aviez quelques observations à faire sur l’envoi du 6e courant, je me rendrai toujours avec plaisir à vos raisons et nous ne disputerons jamais un terrain qui vous appartient à tant de titres. Vous êtes l’ami de l’humanité, et le protecteur des hommes de lettres etc.

Il paroitra bientôt un nouveau volume des Oeuvres de monsieur de Voltaire, que je vous enverrai en son tems avec ce que vous pourez choisir de la note cy-incluse. Je suis impatient de recevoir de vos bonnes nouvelles, comme encore d’apprendre si vous ne desaprouvés pas la manière avec laquelle je négocie avec vous; votre avis là dessus me servirà de règle pour l’avenir, et ne passerai point vos ordres, c’est de quoi je vous prie d’être bien persuadé ainsi que du respectueux dévouement avec lequel j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

B.my Chirol

Livres nouveaux: Bélisaire par monsieur de Marmontel
Le coche
Memoire de l’ane de Fréron
Recréations historiques
Theorie des loix civiles
L’interet des nations
Reponse de monsieur de Voltaire à monsieur d’Olivet
Ecole des peres et des meres
Malheurs de la guerre
Avantages de la paix
L’ami de la verité
L’amitié
Etrennes aux desoeuvrés
Histoire de la predication
Les ennemis reconciliés
Almanach philosophique
Essais sur les erreurs et superstitions
Magazin enigmatique


  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 4 marzo 1767)
Geneve, le 4e mars 1767

Monsieur,

le depart du courier ne me permettant pas de repondre aujourd’hui à la lettre dont vous m’honorez du 28e du passé que je viens de recevoir, je me bornerai donc à vous témoigner la peine qu’il me fait d’avoir été obligé par nos malheureuses affaires de me prévaloir sur vous de L. 679 de France, et je ne l’avois fait que dans l’esperance que vous accepteriez mon envoi en entier. Je me flatte cependant, monsieur, que cela ne vous empechera pas d’acquitter ma susdite traitte, afin de m’épargner [ ]e qu’elle feroit inmanquablement, si vous ne daignez m’honorer de votre bienveuillance, et je vous en ferai raison d’une maniere ou d’autre, comme j’ai eu l’honneur de vous le marquer par ma precedente que je vous confirme.

A l’egard, monsieur, des livres que vous ne gardez pas, il ne sera pas nécessaire de me les renvoyer, parceque si personne ne les veut j’en disposerai ailleurs étant très bien chez vous.

Quant à la piece satin des Indes, je l’ai reçue pour telle de monsieur Claude Philibert de Copenhague, et j’en ai refusé ici au moins 50 L. de France de plus que ce que je vous l’ai passée. Ainsi, monsieur, vous me rendrez un grand service de la placer, ce sera un surcroit d’obligation que je vous aurai, vous priant d’agréer mes sincères remercimens pour les témoignages d’amitié dont vous voulez bien m’honorer, et auxquels je voudrois pouvoir repondre.

Les lettres que vous m’avez addressées pour Paris y doivent bien être parvenuës, puisque je ne suis pas du nombre de ceux sur qui Sa Majesté fait sentir l’interdition, et je reçois régulierement mes lettres de toutes les postes.

Et comme je n’ai pas le tems d’écrire à monsieur le marquis Calderara, je vous prie, monsieur, de lui demander s’il souhaite l’Histoire universelle, 4°, 26 vol., reliée à la françoise ou simplement brochée en carton. Je vous enverrai aussi le 26e vol. qui vous manque, et les autres articles pour monsieur Calderara. J’y joindrai l’Antiquité dévoilée avec ce que vous pourrez choisir de la liste cy-jointe.

Je souhaiterois bien aussi de savoir si vous avés été content des mousselines.

Au reste, monsieur, je suis très surpris que monsieur Brini n’ait point encore remis à monsieur le marquis Calderara le paquet que je lui addressois en novembre. Mais puisque cela n’est pas fait, je vais lui en écrire de nouveau, car il m’avoit écrit le 6e janvier que je ne m’en inquieta point, qu’il alloit le remettre à monsieur le marquis de Calderara.

Le secretaire de monsieur de Voltaire vint me voir hier et il me dit qu’il seroit très flatté de recevoir de vos bonnes nouvelles.

Ma premiere vous donnera le prix de l’Encyclopédie parceque la personne qui veut la vendre est [ ]e. En attendant de recevoir de vos bonnes nouvelles, je vous réitere l’assurance de mon devouement le plus entier, ayant l’honneur d’être avec autant d’empressement que de reconnoissance, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

B.my Chirol

Les questions de Zapata                                        par monsieur de Voltaire
Les honnêtetez litteraires                                                       »
Commentarie sur le Traité des delits et des peines,
nouvelle edition augmentée                                                   »
Etrennes aux desoeuvrés
L’interêt des nations, 2 vol.
Bélisaire par monsieur de Marmontel, reduction oeconomique
Description sur l’Italie par l’abbé Richard, 6 vol.
Histoire de Venise, 9 vol.
Découvertes des Européens, 12 vol.
Tableau de l’Europe, 4 vol.
Ecole des peres et des meres
Remontrance de Neuchatel
Almanach des Muses.


En attendant d’écrire à monsieur Brini, monsieur le marquis Calderara peut lui faire demander son paquet [ ] lui remettra surement d’abord.

  1. André Morellet a Beccaria (Parigi, 14-15 marzo 1767)
Mon cher ami, je n’ai pas encore repondu aux deux lettres que j’ai recües de vous depuis votre retour à Milan, mais j’ai fait vos commissions, c’est à dire vos complimens à tous nos amis, et j’ai vû monsieur Muller, que vous m’avés addressé et à qui je n’ai pas eté d’une grande utilité. Je voudrois bien savoir où en sont vos occuppations, si vous avés retrouvé la paix de votre ame et si avec cette paix vous avés recouvré l’activité intérieure qui met les idées en mouvement. J’ai peur, je vous l’avoüe, que vous ne tombiés dans l’apathie ou que vous n’alliés que par sauts et par bonds, marche avec laquelle on ne fait pas beaucoup de chemin. Vous savés combien d’honnêtes gens seroient fachés de vous voir perdre ainsi un temps que vous pouvés employer à eclairer les hommes, à travailler à leur bonheur et j’ose le dire au vôtre. Croyés en des gens qui ont plus d’experience que vous, les lettres sont le moyen le plus puissant qu’il y ait pour rendre l’individu heureux; au moins je me le persuade, et si c’est une delusion, elle m’est bien douce et vous le sera aussi, et elle fera votre bonheur comme elle fait le mien.

Je ne comprens pas, mon cher ami, comment vous pouvés demander serieusement si vous devés aller en Russie et consulter vos amis sur cela. Si vous n’aviés point de fortune, si vous ne teniés pas à des parens, à des amis, si vous n’habitiés pas un beau climat etc., je vous dirois partés, mais dans votre situation ce seroit une folie. C’en est encore une bien plus grande, relativement à votre caractere et à une sorte d’inquietude qui vous agite et qui seroit bien plus forte si vous etiés loin de vos amis et de votre patrie, loin des livres nouveaux, privé de la correspondance et du commerce des gens de lettres, choses qui vous sont necessaires beaucoup plus qu’à tout autre. Vous peririés d’ennui et vous abandonneriés la philosophie, pour laquelle cependant vous avés une passion veritable que vous ne pourriés ni eteindre ni satisfaire. Demeurés donc parmi nous, car quoique vous soyés separés par les Alpes cette distance n’est pas infinie. Notre communication quoique plus rare ne sera pas si lente ni si difficile. Je me laisse bercer par l’esperance ou d’aller vous voir à Milan ou de vous voir encore à Paris, au lieu que je ne pourrois avoir de commerce avec un lapon ou un russe. Avés vous pensé à une nouvelle edition de votre ouvrage? Je vous envoye par Frisi une critique mauvaise et insolente qui en a eté faite. Vous avés dû recevoir de Grenoble un discours sur la jurisprudence criminelle relatif à la même matiere, où l’auteur, avocat general dans ce parlement, a adopté vos principes. Il m’a ecrit une lettre fort honnete à ce sujet que je vous envoye en même temps. Je l’ai prié en lui repondant de vous faire parvenir son discours. Il s’appelle monsieur Servant. Nous le connoissions dans notre societé. Il vient chez le baron quand il est à Paris. Nous avons un nouvel ouvrage où il y a des idées assés singulieres sur le droit naturel, bien hobbistes, bien machiavellistes, bien antipatiques aux vôtres et aux miennes. J’ai cru devoir vous l’envoyer aussi; parceque ce livre vous donnera un peu d’humeur et vous servira d’aiguillon. Je vous le recommande aussi bien que la lettre de Ramsay que je vous ai donnée. Souvenés vous que vous m’avés promis un Vico et au baron aussi. Profités de la premiere occasion que vous aurés pour nous les faire parvenir. J’ecris au comte Verri (Pietro). Je vous fais les amitiés, les tendres complimens de toute la societé et en particulier du baron, d’Helvetius, de d’Alembert, de monsieur de Buffon qui est très faché de ne vous avoir pas retrouvé à Paris, de Gatti et de nous tous en un mot. Je ne vous parle pas de mes sentimens pour vous. Vous les connoissés, mon cher ami, et vous savés combien je vous estime et je vous aime. Parlés un peu de moi à vos amis, dont je veux etre aimé aussi. La lettre que j’ai ecrite à monsieur le comte Verri lui est commune avec monsieur le comte Carli. Mais chargés vous aussi de mes respects et de mes complimens pour monsieur le comte Carli.

Adieu.

  1. Paul-Henri Thiry d’Holbach a Beccaria (Parigi, 15 marzo 1767)
Monsieur,

j’ai reçu par les mains de monsieur Müller votre chere lettre du 20 de janvier; elle m’a heureusement détrompé de l’idée que vous aviéz totalement oublié les pauvres Parisiens, que vous avéz si cruellement abandonnés au moment où ils espéraient jouir paisiblement pendant l’hiver de votre aimable société. J’ose pourtant vous assurer qu’ils sont dignes de votre amitié, et que si vous n’aviéz pas eu l’esprit occupé de ce que vous aviéz perdu pour un tems, vous auriéz pu trouver quelques douceurs parmi des gens, qui ont du moins le mérite de vous aimer, de vous estimer, et de vous rendre la justice qui vous est dûe. Je vous prie d’être persuadé qu’en vous parlant ainsi je vous explique non seulement mes propres sentiments, mais encore je suis l’interprête de ceux de toute ma société, qui me charge bien de vous saluer en Confucius ou en Epicure, gens qui en valent bien d’autres.

Nous sommes charmés d’apprendre que vous travailléz; nous avons d’avance une trés haute opinion de ce que vous feréz, mais je ne vous dissimule point que nous craignons un peu, je ne dis pas la paresse, mais l’indolence ou l’amour du sacro santo far niente qui est sujet à gagner les Italiens. Au reste, j’espère que vous resisteréz à cette force d’inertie; vous le devéz au genre humain, dont le philosophe doit toujours plaider la cause, vous le devéz aux applaudissements que le public a donné à votre ouvrage. Vous scavéz, sans doute, qu’un jeune avocat general du parlement de Dauphiné vient de prêcher votre doctrine humaine devant son parlement dans un Discours sur l’administration de la justice cuminelle qui a été fort goûté du public et que le révérend pere Frisi vous remettra. Cela contribuera à vous encourager, et vous prouvera que ce que l’on fait pour les hommes n’est pas toujours perdu. Notre ami Marmontel est actuellement aux prises avec nos théologiens pour avoir fait éclore un livre où il ose penser que les Socrates, les Aristides, les Trajans, les Antonins sont en paradis sans avoir crû aux moines et aux sublimes vertus de Saint Dominique ou de Saint François; malgré la protection de l’Archevèque de Paris, la Sorbonne meurt d’envie de censurer son Bélisaire, qu’elle trouve trop clairvoyant malgré son aveuglement.

Il n’y a d’ailleurs rien de nouveau dans la République des Lettres; on nous annonce d’Angleterre une Histoire de la société civile par monsieur Ferguson, dont on dit beaucoup de bien; il faudra voir si l’auteur se sera un peu départi du platonisme national, avec lequel il est bien difficile de faire de bonne philosophie. Le pere Frisi vous portera un Voyage de Robertson aux terres australes qui contient quelques bonnes choses.

Adieu, monsieur et trés cher marquis, conservez moi toujours une part dans votre pretieuse amitié et soyéz convaincu des sentiments d’attachement et d’estime sincere que vous a voués pour toujours votre trés humble et trés obeissant serviteur

D’Holbach

Paris, ce 15 mars 1767

Ma femme me charge d’un million de compliments pour vous.

  1. Antonio Greppi a Beccaria (Milano, 31 marzo 1767)
All’illustrissimo signor marchese don Cesare Beccaria si rassegna servitore obbligatissimo il Greppi, il quale le compiega un paragrafo di lettera di S. Pitroburgo. Vostra Signoria illustrissima vi rifletta, e quando altro non desideri che li signori Maruzzi siano garanti di quanto da colà vien scritto, lo scrivente domani farà conoscere i sentimenti di Vostra Signoria illustrissima a’ medesimi, per modo che non debba azzardare il viaggio, se non se con risponsibilità opportuna, e secondo sarebbe quella per appunto de’ detti signori Maruzzi, e qui novamente se le profera.

31 marzo 1767

  1. Beccaria ad Antonio Greppi (Milano, 1° aprile 1767)
Il marchese Beccaria fa i suoi umilissimi rispetti all’illustrissimo signor don Antonio Greppi e lo prega, scrivendo stassera a Venezia, di non darsi per inteso di avergli parlato, serbandosi così ad una più precisa risposta l’ordinario venturo. Si darà l’onore chi scrive domani d’intendersi meglio a bocca. Per altro egli si trova molto inclinato ad aderire.

Col solito rispetto, stima e riconoscenza si protesta ecc.

[a tergo:] Per Vostra Signoria illustrissima signor don Antonio Greppi, signore, signore padron colendissimo. S. P. M.

  1. Beccaria ad Antonio Greppi (Milano, 11 aprile 1767)
Il marchese Beccaria, servitore obbligatissimo del signor Greppi, gli presenta i suoi omaggi ed ha insieme l’onore di comunicargli che sarebbe disposto, dopo quanto gli è stato comunicato, ad accogliere le clementissime proposte di Sua Maestà gettandosi ai piedi della clementissima Sovrana. Avrebbe richiesto al governo il permesso della sua clementissima Signora, ma essendo da poco sposato, non può lasciar del tutto la sua giovane moglie. I mezzi per intraprendere un viaggio tanto glorioso dipendono dalla generosa benevolenza di Sua Maestà. Con una simile, gloriosa speranza egli potrebbe, sia pure per qualche tempo, allontanarsi dalla patria e dalla famiglia. In attesa, con ogni considerazione ed amicizia, ringrazia.

Milano, 11 aprile 1767

  1. Jean-Pierre Signoret a Beccaria (Torino, 18 aprile 1767)
Milan. Monsieur le marquis Beccaria

Turin, le 18e avril 1767
Remb. =
Voit. =

Monsieur,

à la garde de Dieu et en conduite de Charles Gonnet, garcon de Patria, je vous envoye la pièce de poids marque et contenu denotés cy dessous; l’ayant recüe bien conditionée pour transit dans le terme de quatre à cinq jours, lui en payerés la voiture à raison de l’ordinaire. A deffaut lui en rebattrez le tiers ou plus, suivant l’exigence du cas. Vous l… rembourserez en outre… Nul rembours et disposerez de la marchandise suivant l’avis de, Monsieur, vos tres humbles serviteurs

Pour Jean Pierre Signoret

[. . .] B.a Brezé

M/MB N. 3 rubbi 10. – brut Piemont
Une caisse contenant libry très bien conditionnée

  1. Jean-Pierre Signoret a Beccaria (Torino, 18 aprile 1767)
Monsieur,

j’ai l’honneur de vous donner avis que d’ordre et d’envoy de monsieur Claude Philibert de Geneve, je viens de vous expédier une balle M/MB N. 3 libri, laquelle il vous plaira procurer des freres Patria de votre ville pour la tenir à la disposition du dit sieur Philibert. Ayés la complaisance de payer à messieurs Gaetan Preda et compagnie de votre ville contre mon assignation L. [ ].15.8 courants pour montant de mes fraix à cette balle.

J’ay l’honneur d’être, avec la consideration la plus distinguée, monsieur, votre très humble et obeissant serviteur

Jean-P.re Signoret

Turin, le 18 avril 1767

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria. Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 2 maggio 1767)
Geneve, le 2e may 1767

Monsieur,

je suis bien aise d’apprendre, par la lettre dont vous m’honorez du 25e avril, mais que je reçois seulement, que la caisse livres pour vous et pour monsieur le marquis de Calderara est arrivée à la douane, et que vous allez vous la procurer. Je souhaite beaucoup, monsieur, que vous soyez l’un et l’autre content de son contenu.

Vous aurez appris par ma precedente que j’avois eu l’honneur de vous expedier sous couvert de monsieur Brini 6 exemplaires du nouvel ouvrage de monsieur de Voltaire. Je vous envoye aujourd’hui par ce courier Bélisaire, Paris, avec figures, à L. 5 de France. C’est l’unique exemplaire que j’avois; vous en serez content.

Je n’ai que des remercimens à vous faire sur l’acquit de ma traitte de L. 679, et je ne vous en ferai pas d’autres sans des ordres de votre part. Ainsi, monsieur, quand vous aurez de l’argent à me faire payer, je m’en prevaudrois, à moins que vous n’ayez vous même occasion de m’en faire remise. Et afin, monsieur, que notre compte puisse être toujours en règle et que nous puissions en commencer un nouveau, si vous l’agréez, je prend la liberté de vous donner cy-joint mon compte, suivant lequel vous me restez devoir pour solde jusqu’à ce jour L. 559.11 sols de France; je me flatte que vous le trouverez juste, ce que je serai bien aise d’apprendre, e vous prie d’agréer l’assurance des sentiments de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

Pour divers articles [ ]ttes y compris les ports de lettres jusqu’au 2e janvier montant à L. 45. –
6e fevrier: pour un envoi montant à L. 631. –
Pour autres livres par la poste, L. 3. –
Mars 10e: pour ce que vous a payé monsieur le marquis Calderara, L. 157.16
Mars 25e: Octave du triumvirat, L. 1.10
Avril 4e: pour une caisse livres y compris ceux pour monsieur Calderara qu’il vous payera, L. 394. –
Avril 25e: Discours de monsieur Servant sur l’administration de la justice criminelle L. 1.5
2e May: Belisaire de monsieur Marmontel L. 5. –
_________ L.1238.11 Vous avés payé à compte L. 679. –
Vous me restez donc devoir pour solde à ce jour L. 559.11 dont vous pourrez me faire remise à votre comodité, ou me marquer quand je pourois m’en prévaloir, car je ne le ferai pas sans vos ordres.

On m’écrit de Paris que la rareté des papiers fait augmenter les livres du tiers, ainsi que les relieures, de sorte qu’il n’y aura plus moyen d’en tirer de là.

Monsieur de Voltaire travaille après un grand poëme sur Geneve. Quand il paroitra, je vous l’enverrai.

J’oubliois les 6 Voltaire, tome 4e, que je vous ai expediez par monsieur Brini.
Ainsi il faut ajouter aux L. 559. 11
6 Voltaire, tome 4e, à 2.10, L. 15. –
_______
L.574.11

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonasana, à Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 9 maggio 1767)
Monsieur,

votre lettre du 5e courant que je viens de recevoir a croisé celle que j’ai eu l’honneur de vous écrire le 4e en vous envoyant le Belisaire edition de Paris, et non edition d’Yverdun, que j’ai envoyé a monsieur Brini. Vous auriez reçu votre exemplaire long tems avant lui, si je n’avois crû vous faire plus de plaisir en vous envoyant l’edition originale de Paris qui a des figures, et celle de monsieur Brini n’en a point. Voilà, monsieur, ce qui a fait le retard. Ainsi ce n’est pas manque d’attention pour vos ordres, puisqu’il n’y a peut-être personne qui soit aussi disposé que je le suis à les executer, soyez en bien persuadé, vous priant de me recommander à messieurs vos amis, et d’agréer les sentimens de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

à Geneve, le 9e may 1767

T.S.V.P.

P.S. Monsieur, je vous confirme le contenu de ma precedente du 4e courant, et si par une suite de vos bons offices à mon égard, vous vouliez ajouter encore celui, qu’après avoir examiné le compte, de m’en envoyer le solde par une lettre de change, je vous en aurai une éternelle obligation.

Je suis actuellement occupé à faire mon catalogue genéral, et lorsqu’il sera imprimé je me ferai un devoir de vous l’envoyer, ainsi que tout ce que vous me ferez l’honneur de me demander.

Vous ne m’avez point accusé la réception du Discours de monsieur Servant.

  1. Giuseppe Pelli Bencivenni a Beccaria (Firenze, 19 maggio 1767)
Illustrissimo signore, signore padron colendissimo,

il signor conte Verri, che ho avuto il fortunato incontro di conoscere nel poco tempo che qui si è trattenuto, mi ha assicurato ch’Ella si è restituita in patria dal viaggio fatto a Parigi. Questa notizia mi dà motivo di comparirle nuovamente innanzi per darle un piccolissimo saggio della mia amicizia. Il mio segretario ha tradotta dal francese a mia insinuazione una memoria della Società Economica di Berna sopra la legislazione in rapporto all’agricoltura, alla quale di corsa ho fatte alcune annotazioni ed una prefazione. Tanto in quelle che in questa ho citata la sua stimatissima persona e gli autori del Caffè. Il libretto è stato impresso a Lucca con la data di Berna, e si trova costà appresso Giuseppe Galeazzi, onde ho fatto scrivere al medesimo che a Lei ne presenti in mio nome un esemplare. In questa congiuntura non solamente ho resa la dovuta giustizia al di Lei carattere, ma anche in un elogio di quelli che distendo per la Serie dei ritratti degli uomini illustri toscani, opera che si stampa sotto la protezione di Sua Altezza Reale, e che il suddetto signor conte Verri ha veduta. Ella acquista ben poco ad esser lodata da me, doppo che lo stesso Voltaire ha encomiato il suo libro immortale, ma ho io dell’ambizione a far conoscere al pubblico che so stimarla. Caro signor marchese, è ben ristretto il cerchio degli uomini che sanno pensare. Nell’Italia, Milano ne ha più di ogni altra città. L’ho attestato al signor conte Verri, ed a Lei lo confermo, perché non so ove sia fuori di Milano un numero di amici capaci di scrivere un altro Caffè. Qua certo non saprei nominarglieli, per quanto ami la patria e senta che non siamo privi di uomini di talento. Ho letto ancora un libretto uscito costà nell’anno scorso: Delle leggi civili reali. Chi lo ha scritto, benché non sia né i fratelli Verri né Beccheria, non ostante mostra della capacità grande, e bramerei saperne il nome. Nel mio nulla desidero di aver la conoscenza delle persone che onorano il secolo e di far loro un omaggio di lodi, quantunque la mia entità sia nella serie delle cose mondane un anello quasi inutile. Signor marchese, gli uomini sono tutti cittadini del mondo, non di una sola città. Ogn’individuo può vestire più persone, ed una di queste può essere l’amico e l’ammiratore di quei pochi individui che sparsi sul globo sono capaci d’illuminare il genere umano. Le mie circostanze mi tengono incatenato, ma m’immagino non ostante di essere alcune volte con gli Alembert, con gli Euleri, con i più gran geni, e considero che nobile spettacolo sarebbe, se fossero tutti uniti nello stesso luogo a faticare per una nuova Enciclopedia.

Stimatissimo amico, perdonate se una mia illusione mi trasporta ad annoiarvi con i miei caratteri. Vedete che prendo il tuono di libertà. Con questo medesimo vi prego a non stancarvi di essere utile con nuove produzioni. Le persone illuminate le aspettano, sicché dividete fra la famiglia e le lettere i vostri pensieri, seguite a stracciare quel velo d’ignoranza che ancor ricopre tanti, e per quella passione che nobilmente v’infiamma a far del bene ai vostri simili, impiegatevi a scrivere in prò loro. Io attendo con trasporto ulteriori vostri scritti, e sarò sempre quello che mi dico dichiarandomi di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed affezionatissimo amico e servitore

Giuseppe Pelli

Firenze, 19 maggio 1767

  1. Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert a Beccaria (Parigi, 2 giugno 1767)
Mon cher et illustre ami,

il y a un siecle que je vous dois une reponse, et j’avois prié le pere Frisi de vous dire que je m’en acquitterois incessament. Mes yeux sont devenus foibles aux lumieres, ce qui fait que je me sers d’une main étrangère pour vous renouveller les assurances de mon attachément et de mon estime. Je suis infiniment flatté de tout ce que vous me dites d’obligeant au sujet de mon dernier ouvrage: votre suffrage est un de ceux que je desire le plus de meriter. Je fais actuellement imprimer deux nouveaux volumes d’opuscules mathématiques, et dès que ma santé me le permettra, je songerai serieusement au catechisme de morale.

On dit que vous pensez serieusement au voyage de Russie; j’ignore quelles peuvent être vos raisons; mais, je vous prie, mon cher ami, d’y réfléchir encore avant que de prendre votre derniere resolution; rappellez-vous tout ce que je vous ai dit à ce sujet: vous quitterez un fort beau climat pour un fort vilain pays, la liberté pour l’esclavage, et vos amis pour une Princesse à la vérité d’un grand merite, mais qu’il vaut pourtant mieux avoir pour maitresse que pour femme. Au reste, quelque parti que vous preniez, quelque pays que vous alliez habiter, soyez persuadé que je m’intéresserai toujours également à vous, étant avec l’estime et l’attachement le plus sincère, mon cher et illustre ami, votre trés humble et trés obéissant serviteur

D’Alembert

A Paris, ce 2 juin 1767

P.S. Tous nos amis communs vous font mille compliments, ainsi qu’à monsieur le comte Verri, à qui je vous prie de dire mille choses pour moi.

  1. Felice Fortunato Minonzio a Beccaria (Milano, 24 giugno 1767)
S. Angiolo, li 24 giugno

All’illustrissimo signor marchese Beccaria rassegna l’inalterabile sua divozione l’umilissimo suo servidore padre Felice Fortunato, ed amico del padre reverendissimo Erba, il quale non avendo né ieri, né ieri l’altro avuto la sorte di seco abboccarsi, lo prega con questo suo viglietto di darsi l’incomodo di consegnare al presentatore del medesimo l’importo del noto libro che porta il titolo Vita de’ pittori ecc., consistente in paoli 16, come apparisce dal medesimo. Lo prega a compatire se si prende tale libertà, mentre ha il sicuro incontro di spedire al sudetto tale denaro insieme ad altro, raccolto per sua commissione. S’offre per ultimo ad ogni suo stimatissimo comando chi scrive, il quale si gloria di ripettersi come sopra ecc.

[a tergo:] Per Vostra Signoria illustrissima, signor marchese Beccaria, padron colendissimo. A sua illustrissima casa

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 1° luglio 1767)
Geneve, le 1er juillet 1767

Monsieur,

quoi que je n’aye reçu aucune reponse à mes deux precedentes, je ne laisse pas que de vous envoyer par le courier de ce jour un Discours de monsieur l’avocat Servant de Grenoble, le quel vous serez surement bien aise de recevoir; il a eu le plus grand succes du monde et fait un honneur infini à son auteur. Il devra d’autant plus vous plaire qu’il est, ainsi que son premier Discours sur l’administration de la justice criminelle, analogue à votre ouvrage sur les delits et les peines etc.

On vient de m’offrir un ouvrage italien dont on me dit tout le bien possible. Vous en avez cy-après le titre avec quelques autres nouveautez, au cas qu’il y en ai de votre gout je vous en ferai envoi. Il me reste, monsieur, à vous prier très instamment de me faire une remise du solde de votre compte en L. 580.7 sols de France, ou bien de me permettre de m’en prévaloir sur vous, ayant eu l’honneur de vous marquer qu’ayant fait l’acquisition du fond de messieurs Cramer, j’avois besoin de la rentrée de mes fonds pour pouvoir faire honneur à mes engagemens; en sorte, monsieur, que je me flatte vous ne trouverez pas mauvais si je vous en prie si instamment; et il faut esperer qu’il viendra un tems où je serois plus heureux, et où je ne vous importunerai pas si souvent, car c’est à regret que je le fais maintenant.

Je vous avois aussi, monsieur, prié de m’honorer d’un mot de reponse touchant monsieur Brini, avec lequel je crains bien d’être en perte et de ne m’en tirer que comme Arlequin avec les étrivières. Aussi à l’avenir ne me livrerois-je pas si aisément à des personnes que je ne connoitrois point. Il m’enbrouille tellement le compte que nous avons ensemble, qu’en vérité je n’y vois goute; mais patience, pourvu que l’on s’en tire. Je vous prie donc, monsieur, de vouloir bien m’honorer de vos bons conseils sur la maniere dont je dois m’y prendre honêtement pour en avoir raison. Je vous en aurois une véritable obligation, et je chercherai toutes les occasions de vous en témoigner ma reconnoissance, mais quelque vive qu’elle soit, elle n’égalera jamais les sentimens de consideration avec les quels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

Barthelemi Chirol

Livres nouveaux à votre service:
La defense de mon oncle par monsieur de Voltaire
Le compere Mathieu, 3 vol.
Bielfeld, Erudition, 2 vol.
De la sociabilité
Joseph en 9 chants par monsieur Bitaubé, 8°, 2 vol., fig., 1767
Lettres de Montesquieu, 1767
L’esprit de Fontenelle
Imirce ou la fille de la nature
Rhetorique des savans
Theorie des loix civiles, 2 vol.
Eloquence du barreau
Histoire de la musique françoise
Du plaisir
L’ami de ceux qui n’en ont point
Du gouvernement de l’Eglise.


  1. Cosimo Amidei a Beccaria (Firenze, 6 luglio 1767)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

parmi già scorso un anno, che con mie lettere ardii richiedere Vostra Signoria illustrissima di un suo ritratto. Dal silenzio meco usato ne dovrei inferire una tacita repulsa; ma la notizia de’ suoi viaggi mi fa attribuire ad una mancanza di memoria la ineffettuazione della mia richiesta: almeno mi giova così sperare. Ma se non è così? Succumberò alla forza delle cause a me ignote; ma anche con questo pericolo non voglio tralasciare di cimentarmi per la seconda volta, senza pensare all’esito. Il desiderio di possedere il ritratto non è che un resultato della stima ed affetto che ho di un valente filosofo, che il destino ha fatto nascere in un suolo troppo distante dal mio per vederne l’originale.

Ho letta la traduzione franzese della celebre di Lei opera, della qual traduzione ne ho vedute due diverse edizioni. Il traduttore non è un uomo di mediocre talento, ma parmi un Suo rivale, poiché si è molto bene internato ne’ di Lei sentimenti: e forse non m’ingannerò a credere che l’abbia tradotta l’autore istesso delle Osservazioni sopra l’arte di tradurre, perché osservo in questa traduzione l’esecuzione delle regole dal chiarissimo autore prescritte. È bensì vero che, a parer mio, l’ordine della traduzione è troppo ricercato; per lo che la costruzione riesce troppo uniforme, e l’uniformità toglie la vivace bellezza; e li resta sostituita la languidezza, ove l’anima non ha altra facoltà da esercitare che la vista. Si pretende di avere ridotta l’opera nell’ordine naturale, ma la natura è varia nelle sue produzioni; ond’è che preferisco il di Lei ordine architettonico al franzese. I miei occhi vedono così, altri vedranno diversamente.

Ma che nuovo trofeo di gloria al signore marchese Beccaria! E da qual parte egli viene? Viene da un uomo di merito singolare, ma avaro tanto nella lode quanto è prodigo nel biasimo. Eppure il signore di Voltaire ha fatto sopra il libro di Vostra Signoria illustrissima un Commentario, ove ne fa giustamente l’elogio. Desidero che questo sia tradotto in lingua nostra per renderlo a tutti gl’italiani comune; perché si manifesti sempre più la stima che le si deve; perché ne tocchi più la crudele impostura; e perché gl’invidiosi, oppressi da tanti e tali suffragi, non osino alzar più la voce contro l’amatore della umanità. Il numero de’ pensatori è infinitamente piccolo in rapporto al numero de’ profani; ma pure questi cedono alle autorità e credono; e sopra di essi può fare una più forte impressione il detto Commentario, perché tal sorte di gente si muove più da’ fatti che dalla ragione.

Me contento! se questa mia potrà servire a Vostra Signoria illustrissima d’impulso a prendere la penna in mano per ricordarsi di chi l’ama e l’ammira, nel confermarsi pieno di venerazione di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Cosimo Amidei

Firenze, 6 luglio 1767

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 22 luglio 1767)
Monsieur,

je vous confirme mes deux precedentes du 7e et 18e courant en vous rappellant leur contenu. Par la première je vous priois de m’envoyer une lettre de change de L. 550 de France pour solde de votre compte jusques à la susdite date du 7e, au lieu de 576 et 17 qu’il montoit, et c’étoit afin de pouvoir mettre notre compte en règle; mais n’ayant reçu aucune nouvelle à ce sujet de votre part, j’ai pris la liberté de reduire en argent courant de Milan les 550 de France, qui ont produit L. 719.18.6 courant, dont je me suis prévalu sur vous en faveur de messieurs Etienne Terroux et fils de cette ville à 8 jours de vuë, dans la plaine confiance que non seulement vous ne le prendrez pas en mauvaise part, mais encore que vous aurez la bonté de l’acquitter, et je viens de vous en donner credit d’avance avec mille remerciments pour solde de votre compte à la date du 7e courant, et portant à compte nouveau l’envoi que j’ai eu l’honneur de vous faire le 15e courant, suivant ma facture du 18e dit montant à L. 151 de France, le quel vous ne tarderez pas de recevoir et d’être très content; c’est ce que je serai bien aise d’apprendre.

Au reste, monsieur, si vous aviez quelques observations à me faire sur le solde du precedent compte cy-dessus, vous me trouverez toujours disposé à les recevoir, ainsi qu’à vous tenir bon compte de ce que vous auriez payé de trop. Cela étant, je me flatte que vous aurez bien la bonté de faire à ma susdite traitte l’accueil que vous fites en son tems à celle de L. 679.

Trouveriez-vous bon, monsieur, que je pris la liberté de joindre à l’envoi que j’aurois bientôt à vous faire une belle et bonne montre d’or pour femme avec la chaine, que je viens de faire établir pour le prix de dix louis d’or neufs et demi, de la quelle vous seriez surement très content, étant très bien faite. Et si au cas elle ne vous convenoit pas après l’avoir vuë, j’en disposerai ailleurs, car je ne voudrois pas que vous eussiez des plaintes à me faire, moi qui saisirai toujours avec empressement les occasions de pouvoir vous donner des preuves de la haute estime et consideration avec les quelles j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert

B.my Chirol

à Geneve, le 22e juillet 1767

Je viens de recevoir à votre service:
Histoire naturelle de Buffon, 4°, 15 vol. reliés en veau à L. 265 au lieu de 350
Description du Danube, contenant des observations geographiques, astronomiques, physiques etc., folio, 6 vol. grand format avec figures, 300
Nouveaux contes moraux dans le gout de ceux de monsieur de Marmontel, 3 vol.
Du plaisir
Oeuvres philosophiques de Hume, 8°, 5 vol.
Le compere Mathieu, 3 vol.
L’art des Anciens par Winckelmann
Imirce ou la fille de la nature
Oeuvres de Leibnitz, 4°
Memoires sur les fosilles par monsieur Bertrand, avec le portrait du Roi de Pologne
Memoires historiques sur les affaires des Jesuites, avec le portrait du Roi de Portugal, 4°, 7 vol. reliés
Histoire de la musique françoise, 4°, Paris, 1767
Lucie et Melanie, 8°, fig.
Oeuvres de monsieur Dorat, avec figures
Dictionnaire de cuisine
Dictionnaire du vieux langage
L’ami de ceux qui n’en n’ont point.

Les Lettres de monsieur de Montesquieu à ses amis d’Italie viennent d’être prohibées en France.

  1. Francesco Venini a Beccaria (Parma, 22 luglio 1767)
Illustrissimo signor padron colendissimo,

da questo signor Carmignani stampatore fummi cercata tempo fa una copia delle mie operette ad uso di questi studi, di commissione di Vostra Signoria illustrissima, ma siccome esse non si vogliono pubblicare per molti giusti motivi, ho dovuto dire al suddetto signor Carmignani ch’io non potevo servirlo. Ora però che mi si è presentata occasione opportuna, non ho voluto tralasciare di mandarle segretamente a Vostra Signoria illustrissima, pregandola però di non lasciarsele uscir dalle mani, e lette che le abbia a voler dirmene schiettamente il suo parere, e sopra tutto avvisarmi delle cose che le dispiacciano. Io avrei già fatto stampare a quest’ora anche un’arte di ragionare, ma la poca salute che ho goduto quest’anno me lo ha impedito, onde bisognerà differirla all’anno venturo. Di questa pure, come delle altre parti del corso degli studi che andrò di mano in mano terminando, a Lei ne manderò una copia, non già perché io stimi degne di Lei le cose mie, ma affine di udirne il suo giudizio e di migliorarle per mezzo delle sue savie riflessioni, se Ella vorrà compiacersi di comunicarmene alcuna. Intanto godo che mi si sia presentata quest’occasione per rinnovarle la memoria della mia servitù, e di professarmi con tutta la stima di Vostra Signoria illustrissima divotissimo, obbligatissimo servitore

Francesco Venini
C. R. S

Parma, 22 luglio 1767

  1. Joseph Albert a Beccaria (Lione, 28 luglio 1767)
Lyon, le 28 juillet 1767

Monsieur,

je n’ay pû répondre plutôt à la lettre obligeante que vous m’avés fait l’honneur de m’écrire dans le courant du mois dernier, pour les livres dont vous souhaittiés que je vous fisse empiette, mais je ne me suis pas moins donné tous les soins nécessaires pour trouver ceux que vous me designés. Ayant parcouru les magasins de nos imprimeurs et libraires, je n’ay pû trouver que 3 de ces ouvrages qui forment 7 volumes, dont vous avés la note cy après, et qui sont partis dans une caisse de marchandise pour madame Martin Damblit le 25 de ce mois pour rendre en 18 jours. Je souhaitte que vous en soyés satisfait.

L’on m’a encore promis icy le Tractatus theologico-politicus de Benoit Spinosa, vous y pourrés compter.

J’ay vû aussi chez les freres Detourne (qui sont ceux qui tiennent le plus de livres latins et etrangers) le Dion Cassius que vous demandés; mais comme vous le demandés en latin, et que celui cy est imprimé grec et latin en deux colomnes, avec des remarques en latin d’Albert Fabritius, en 2 volumes in folio, edition d’Hambourg 1750, je n’ay point voulu le prendre sans vous en avoir prévenu auparavant, d’autant plus que ces libraires en veulent 75 L. des deux volumes en feuilles tel que je l’ay vû, non compris la reliure, ce qui m’a paru trop cher. D’autres m’ont dit qu’ils me le feroient venir tout relié pour le même prix, mais auparavant vous vous deciderés, monsieur, si c’est cette edition que vous desirés avoir.

J’ay ecrit à Paris pour faire faire la recherche de tous les autres ouvrages qui ne sont pas icy; si l’on les trouve on me les enverra, et je ferai adresser en route les 2 ouvrages qui craindroient de passer à la Chambre sindicale, ensuite avec un peu de tems on me les feroit parvenir, et j’aurai l’honneur de vous en donner avis.

J’aurois voulu obtenir quelque diminution sur les prix des 3 ouvrages que je vous envoye, mais il n’y a pas eu moyen, au contraire ils vouloient augmenter le Roman de la Roze qui est d’une belle edition devenue rare.

Au surplus, monsieur, pour ce qui me concerne, je vous remercie de l’offre que vous me faites d’une provision, et vous repondrois volontiers ce que me disoit l’abbé De la Porte (auteur du Voyageur françois en 4 volumes et de plusieurs autres ouvrages) «que les gens de lettres formoient une société dont l’intéret etoit exclus». Ainsi trouvés bon, monsieur, que je me borne à l’honneur de votre correspondance, et à celui d’etre avec une considération respectueuse et parfaite, monsieur, votre tres humble et tres obéissant serviteur

Joseph Albert

Note des livres remis dans la caisse MM n° J Milan:
Histoire des Juifs par Prideaux, 2 vol. reliés, in 4°, L. 18. –. –
Histoire du manicheisme par Beausobre, 2 vol. id., 4°, L. 24. –. –
Le Roman de la Rose par Guillaume De Lorris, 3 vol. id., in 12°, L. 9. –. –
________
L51. –. –
On ne trouve icy des oeuvres de l’abbé de St. Pierre que ses Annales politiques en 2 volumes in 12°. Le Cardinal de Fleury (peu connoisseur en mérite) appeloit ses ouvrages les rêves d’un homme de bien.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccarie, à Milan

  1. Jean-Pierre Signoret a Beccaria (Torino, 1° agosto 1767)
Turin, ce premier aoust 1767

Monsieur,

je viens de vous expedier par les voitures de monsieur Patria un ballot libry M.B. N° 1 bien conditionné, qu’il vous plaira vous procurer de même et en disposer aux ordres et dispositions de monsieur Claude Philibert de Geneve, ayant sur vous, monsieur, mes fraix en L. 19.4 votre monnoye courrante de Milan.

J’ay l’honneur d’etre tres parfaittement, monsieur, votre tres humble et obeisant serviteur

Jean P.re Signoret

À monsieur le marquis Beccaria Bonasano, Milan

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonasano. Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 1° agosto 1767)
Geneve, le 1er aoust 1767

Monsieur,

quoi que vous ne me paroissiez pas tout à fait disposé à acquitter en son entier la lettre de change que j’ai pris la liberté de tirer sur vous, j’ose cependant me flatter que vous voudrez bien le faire, à fin de ne me pas occasionner le desagrément de la voir revenir à protest, et celui de me faire des fraix. Ce n’est d’ailleurs qu’une bagatelle pour vous, monsieur, et un grand objet pour moi, qui saisirai avec empressement les occasions de vous en témoigner ma juste reconnoissance.

J’écris par ce courier à monsieur pour le prier de vous remettre de l’argent s’il lui est possible. Et je croirais manquer de confiance en vous si je doutois un moment de vos bonnes dispositions à me rendre service.

Je ne tarderai pas à vous faire envoi du reste des articles que vous m’avez demandé, esperant aussi pouvoir vous envoyer le poeme de monsieur de Voltaire dont vous me parlez, avec son nouvel ouvrage qui sortirà sous 8 jours de la presse sous le titre de l’Ingenû et dans le gout de son Candide. Disposez en toute occasion des petits services de celui qui a l’honneur d’être, avec les sentimens de la plus haute estime et consideration, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert

B.my Chirol

Vous seriez très content, monsieur, de la montre d’or pour femme que j’ai eu l’honneur de vous offrir. Mandez moi si je dois vous l’envoyer avant que j’en dispose ailleurs. Elle sort des mains de l’ouvrier et est très bien faite et très bonne, sans quoi je ne vous l’enverrai pas.

Vous ne parlez plus de votre voyage projetté. Est-ce qu’il n’aura pas lieu cette année? Le grand Voltaire seroit enchanté de vous connoitre personellement, et vous ne le seriez pas moins de le connoitre aussi.

  1. François Grasset a Beccaria (Losanna, 12 agosto 1767)
Monsieur!

J’ai été honoré de la gracieuse lettre que Vôtre Excellence a pris la peine de m’addresser le vingt-deuxieme du mois de juillet passé, et je n’ai point manqué de la communiquer d’abord à l’aimable et spirituelle dame qui m’avoit chargé de sa part de vous faire parvenir sa tragedie intitulée Repsima. Le plaisir qu’elle a parrû prendre à la lecture de votre lettre ne sauroit se definir, d’où il est aisé de conclurre combien sera plus grand celui de reçevoir celle que vous lui destinés, et que vous voudrez bien m’addresser.

La grande modestie de cette dame ne me permet pas de la nommer, mais j’ose vous assurer qu’elle est bien digne à tous egards de toute votre estime; je présume aussi qu’elle aura l’honneur de repondre à la lettre que vous lui ecrirez, et sa signature vous aprendra si elle souhaite de se faire connoître.

Je ne saurois, en mon particulier, assés bien décrire combien est grand chez moi le désir d’acquérir vôtre bienveuillance; en attendant que j’aye fait quelques choses pour vôtre service qui puisse la mériter, je vous suplie de me permettre de me dire, avec le plus profond respect et la plus grande admiration, de Vôtre Excellence le trés humble, trés devoué et trés obeïssant serviteur

François Grasset Lib.e et Imp.r
à Lausanne en Suisse

à Lausanne, le 12e aoust 1767

  1. Joseph Albert a Beccaria (Lione, 14 agosto 1767)
Lyon, le 14 aoust 1767

Monsieur,

depuis ma lettre du 29 juillet, par la quelle je vous ay annoncé l’envoy de 3 des livres que vous aviés demandé, j’ay reçu reponse de Paris au sujet des autres que l’on a presque tous trouvés, et voicy les prix que l’on m’en marque:

Les oeuvres de l’abbé de St. Pierre, 21 vol. in 12°, couteront L. 53. –. –
Plotini in Enneades sex distributi a Mar. Ficini, in folio, Basle 1562, L. 7.10. –
Cornelii Aggrippa Opera omnia, Lugduni, per Beringos fratres, 2 vol. in 8°, L. 22. –. –
Diodori Siculi par Terrasson, 7 vol. in 12°, L. 24.10. –
Hyde, De relligione veterum Persarum L. 33. –. –
Histoire critique du Vieux et du Nouveau Testament par Rich. Simon, 5 vol. in 4°, L. 35. –. –
Quant à l’Histoire de Thou, l’on me marque qu’il s’en est trouvé 2 editions:

l’une, Thuani historia Aureliana, 1620, 5 tom., 4 vol. in folio à 18. –. – L.; idem, Londini 1733, 7 vol. in folio, taché d’eau de mer, à 140. –. –.

Cette Histoire de Thou edition de Londre ne couteroit pas moins de L. 190 à 200, à ce que l’on marque, sans le deffaut qu’elle a; au reste ces taches d’eau de mer n’ont ni noirci ni jauni le papier, du moins dans ce qui en a été vû, il y a seulement des petits points picotés, effet ordinaire de cet accident. Mais l’on sent bien qu’avant de prendre tous ces livres, on les examinera de près; il manque encore dans la note cy devant deux ouvrages, sçavoir, le Campanella, et le Hyde, De ludis etc. On ne desespère pas de les trouver, quoique l’on n’y ait pas réussi dans les recherches faittes jusques icy.

Voila, monsieur, tout ce qui m’en a été ecrit: j’ay repondu tout de suite de m’envoyer tous ces livres en un caisson, à la reserve du Thuani historia, parceque j’ay voulu sçavoir votre sentiment auparavant.

Vous aurés donc, monsieur, la complaisance de me le marquer, pour que je reponde sur celle que vous préffererés, et en attendant dès que j’aurai reçu les autres livres, je ne manquerai pas de vous les envoyer tout de suite par les voitures de Sepolina et Travi.

Un de nos libraires, qui a été grand garde de son corps, m’a dit qu’on ne me diroit rien pour le passage de tous ces livres à leur Chambre sindicale, ainsi ils seront plutôt rendus icy. J’attends aussi votre reponse sur le Dion Cassius, et ay l’honneur d’etre avec une respectueuse considération, monsieur, votre tres humble et tres obéissant serviteur

Joseph Albert

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccarie, à Milan

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 19 agosto 1767)
Monsieur,

je suis bien aise d’apprendre par la lettre dont vous m’honorez du 15e courant que vous avez acquité ma lettre de change de L. 719.18.6 de Milan dont je vous ai donné credit avec mille remercimens.

Mais je ne sçai, monsieur, ce que vous entendez lors que vous me ditez «Vi parlero in appresso dei dettagli di questa affare». Auriez-vous essuyez quelque desagrément à l’occasion de ma susdite lettre de change? J’en serai bien faché! Tirez moi, je vous prie, de peine en m’honorant de vos bonnes nouvelles.

Je vous envoye par ce courier, comme vous le souhaitez, un exemplaire de l’Ingenu, histoire veritable par monsieur de Voltaire, et je ferai partir aujourd’hui ou demain dans une caisse par Turin les articles que vous me demandez pour monsieur le marquis Calderara. J’y joindrai 2 à 3 exemplaires de l’Ingenu etc., car je pense qu’étant bons amis vous lui communiquerez celui que je vous envoye par la poste, cela lui évitera un port assez considerable.

Il paroitra encore sous quelques jours un nouvel ouvrage de monsieur de Voltaire, d’un bon volume qui ne pourra gueres être envoyé par la poste. Il travaille plus qu’il n’ait jamais fait; et malgré cela il fait jouer la comedie chez lui pour amuser messieurs les officiers qui sont en garnison aux environs de notre ville. Il fait plus encore, il les régale en les accueillant chez lui et à sa table. Vous seriez étonné, monsieur, en ne voyant en lui presque qu’un squelette, d’y trouver tant de gaieté et de vivacité. C’est un feu qui petille, ses yeux parlent pour lui. Ne viendrez-vous point profiter de ses ris et graces?

Peut-on aussi vous demander, monsieur, quand vous comptez pouvoir enrichir le public de votre grand ouvrage projetté? Qui en sera le traducteur? Je pense monsieur l’abbé Morellet. J’ai l’honneur d’être très respectuesement et sans reserve, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

à Geneve, le 19e aoust 1767

Livres nouveaux à votre service:
Les premiers traits de l’erudition universelle, ou Analyse abregée de toutes les sciences des beaux-arts et belles-lettres par le baron de Bielfeld, 8°, 3 vol., 1767
Tableau philosophique de l’histoire du genre humain etc.: ouvrage hardi, 1767
Di una riforma d’Italia, ossia dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia, 8°, 1767, in Villafranca. Cet ouvrage est superieurement bien écrit
Imirce ou la fille de la nature
L’abus dans les ceremonies etc. (attribué à monsieur de Voltaire)
Mémoires et lettres de Deon, 2 vol.
De la sociabilité, 2 vol.
Du gouvernement de l’Eglise et du pouvoir papal
Nouvelle theorie du plaisir
De l’ordre naturel des societez
Lettre d’une mere à son fils, 3 vol.
L’ami de ceux qui n’en ont point
Voyage en Siberie par Gmelin, 2 vol.
Nouveaux contes moraux, 3 vol.
Joseph en 9 chant par Bitaubée, 2 vol.
Hilaire, parodie de Belisaire.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 26 agosto 1767)
Monsieur,

vous m’avez marqué, par la lettre dont il vous a plû m’honorer du 15e courant, que vous aviez eu la bonté d’acquiter ma traitte. Cependant on m’a presenté le protest faute d’acceptation, en disant que vous ne l’aviez pas voulu payer, ce qui m’a assez surpris, ne sachant quelles raisons vous avez eu pour ne pas le faire, ni pour quoi vous m’avez écrit qu’elle l’étoit. Il est vrai que vous ajoutiez que vous me diriez de quelle maniere cela s’etoit fait. Ainsi, monsieur, je vous prie de me tirer de peine, parce que ce manque de payement dérange extremement mes affaires, et ce qu’il y a de plus facheux pour moi encore, c’est le tort considerable que cela fait à mon credit. La somme d’ailleurs n’étoit ou ne devoit être qu’une bagatelle pour vous. Si j’en usois ainsi vis à vis de mes correspondans, je ne pourois jamais rien obtenir d’eux, et mon credit, qui est l’ame du commerce, tomberoit entierement, comme vous devez bien le penser, monsieur, et qu’une lettre qui revient à protest ne revient jamais sans des fraix assez considerables, les quels ne sont supportés que par ceux ou celui qui laisse faire le protest.

C’est avec une véritable peine que je vous fais ce détail, vous priant d’être très persuadé que vous me trouverez toûjours disposé à remplir vos commissions ainsi que celles de messieurs vos amis; mais il faut aussi de votre part, monsieur, de la reciprocité: c’est le droit des gens, c’est aussi celui de l’humanité dont vous avez fait un si beau tableau dans votre livre Des delits et des peines etc. etc.

Agréez, je vous prie, monsieur, l’assurance des sentimens de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

à Geneve, le 26e aoust 1767

Ma premiere vous portera facture de mon nouvel envoi.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 29 agosto 1767)
Monsieur,

depuis ma precedente du 26e courant, que je vous confirme, je viens de recevoir l’honneur de la votre sans date qui m’accuse la réception de l’Ingenu par monsieur de Voltaire, mais qui ne me dit pas un mot touchant la lettre de change en question; apparemment aurez-vous eu la bonté de la payer depuis qu’elle a été protestée – je serais bien aise d’en avoir la confirmation de votre part. En attendant, je vous envoye par ce courier un exemplaire de l’Ingenu etc., et non à l’addresse de monsieur le marquis de Calderara, que je crains de ne pas bien saisir. Vous avez aussi, monsieur, cy-après la facture du petit envoi que je viens d’avoir l’honneur de vous faire par Turin, montant à L.      de France, dont il vous plaira me donner credit. J’attens aussi le reste des articles dont vous m’avez donné commission. Je compte aussi vous envoyer sous peu de jours les deux nouvelles productions de monsieur de Voltaire. Je lui fourni assez de livres. Je suis étonné que vous ne vous soyez pas encore donné la satisfaction de le venir voir. Il vous accueïlliroit surement très bien, et vous ne regretteriez pas votre voyage. Il vous donneroit la comedie chez lui, mais il faudroit profiter de la belle saison; il auroit un lit et sa table à votre service, fussiez vous 5 ou 6 personnes. Vous connoissez le pinceau de l’auteur, mais il faudroit connoitre le peintre lui-même.

J’ai l’honneur d’être, avec la consideration la plus distinguée et le devouement le plus entier, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert

B.my Chirol

à Geneve, le 29e aoust 1767

Facture d’un ballot expedié par Turin pour compte de monsieur le io marquis Beccaria de Milan.

Di una riforma d’Italia                                                            L.          2.10

L’abus des ceremonies                                                                »          2.10

Tableau philosophique du genre humain                                        »          2.10

De la sociabilité, 2 vol.                                                             »          4.10

2 Essai analytique de monsieur Bonnet, à 9                             »         18. –

2 L’antiquité devoilée, 3 vol., 7.10                                             »         15. –

1 Recherches sur les plantes, 4°                                                   »         15. –

1 Contemplation de la nature, 2 vol.                                           »           5. –

1 Code de la nature                                                                   »          1.10

1 De la nature par Robinet, 8°, 4 vol.                                      »         18. –

1 Oeuvres de Thomas, 2 vol.                                                   »           6. –

_______

monnoie de France                                                             L.        90.10

1 L’ingenu etc. par la poste de ce jour                                     »           2. –

2 Catalogues françois

_______

  1. 92.10
Je ne vous envoye, monsieur, que ce que vous m’avez demandez, et je vous passe les articles cy-dessus beaucoup au dessous de leur prix, afin de vous témoigner mes bonnes dispositions à vous accomoder. Je vous procurerai l’Opera posthuma de Spinosa.

  1. Michelangelo Blasco a Beccaria (Lisbona, fine agosto - settembre 1767)
Signor marchese don Cesare Beccarya Bonesana

Stimatissimo mio signor nipote, per giusta discolpa del ritardo di questa mia responsiva, devo informarla che la favorita sua delli 27 maggio, essendomi stata rimessa dal signor Cervellera per mare, mi gionse con circa tre mesi di dimora. La sua lodevolissima opera Dei delitti e delle pene, che già correa qui con universale applauso e lode dell’annonimo compositore, io, in virtù della di Lei carta, ne feci conoscere il degno autore e n’ebbi infinite congratulazioni per avere un così grande meritevole nipote. Questo eccellentissimo primo ministro conte de Oeyras, come conoscitore ed amatore de’ sogetti elevati di gran talento, con espressioni di molta stima intese l’onorata sua chiamata al servizio della Imperatrice di Moscovia, e molto più se le accrebbe il concetto per la stima di sua persona che ne fece la nostra Corte di Vienna, che le permette andarvi solamente come viaggiatore, spiegandosi di volerlo appresso di sé. Mi ha imposto felicitarlo a suo nome, e che averà piacere sentire i dilei progressi pel mio canale; e mi ha dato per rimetterle l’opera sua intitolata Deduzione cronologica e analitica ecc. Glie ne mando due esemplari, l’uno in portoghese e l’altro tradotto in italiano, e subbito che usciranno gli altri documenti che le vanno annessi, glieli farò avere con prestezza.Vederà in questa storia l’orrenda stragge che hanno fatto questi padri in questi domini della gente letterata e santa che non approvano il loro modo d’operare, tutto provato con documenti autentici, che per giusto castigo d’Idio si sono ritrovati originali nelle loro librarie, che non pensarono o non ebbero tempo o non pensarono di abbruggiare. Se vi trova disimpegnato l’assunto, come pare incontrastabile, desidero che ne faccia l’eloggio con una carta ostensibile, per farla leggere al sudetto signore che me la diede per mandargliela, che servirà per mostrarle che l’abbia ricevuta. Io per posta scrivendole a parte sopra l’interessi che lei ha con mio fratello suo socero, dal mio canto facendo ogni sforzo, anche per liberarmi anche dalle continue premure che me ne fa donna Angela, abbenché essa vegga l’impossibilità che vi è stato sinora, e in oggi più che mai, per li tanti contratempi sofferti delle tante spese fatte per questi miei nipoti, né dico altro per non più tediarla sopra pur troppo noiosa materia. Resto augurandole ogni bene, ed a suo tempo un felice viaggio, come fa donna Angela, e unitamente alla amatissima nostra nipote, che speriamo a quest’ora essere felicemente sgravata, già che avisa essere molto avanzata nella sua gravidanza, e dandole un cordiale abbraccio mi raffermo di Vostra Signoria illustrissima affezionatissimo servo e zio

  1. Angelo de Blasco
P.S. L’opera del Gamoens manderò con altra nave prossima a partire.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 2 settembre 1767)
Geneve, le 2e septembre 1767

Monsieur,

je m’empresse de vous faire part d’un des plus beaux morceaux d’eloquence qu’il soit gueres possible de voir. Il vous plaira m’en donner credit en L. 1.10 de France. J’attens avec impatience de vos bonnes nouvelles en reponse à mes deux precedentes; et je vous confirme l’envoi que j’ai eu l’honneur de vous faire par Turin, vous priant de faire rendre à son addresse le petit paquet inclus dans le ballot. Vous y trouverez mon dernier catalogue, sur lequel vous ne pourrez qu’y remarquer bien de bons livres. J’attens aussi le reste des articles que vous m’avez demandé, et je vous les enverrai en suite, ainsi que tout ce que vous pourrez me demander. J’ai l’honneur d’être, avec la consideration la plus distinguée, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

B.my Chirol

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 7-8 settembre 1767)
Monsieur,

en prenant la liberté de vous témoigner mon étonnement sur le protest de ma lettre, je ne l’avois point fait dans l’intention de vous faire de la peine, mais seulement pour savoir les raisons qu’il y avoit eues pour qu’elle ne fut point acquitée, et mon soupçon n’étoit fondé que sur ce que vous ne m’aviez simplement fait que marquer par votre lettre du 15e aoust que vous veniez de l’acquiter, et que vous me diriez comment elle l’avoit été, ce que vous avez cependant oublié de me dire par vos suivantes, en sorte que recevant, 4 jours après la reception de votre susdite lettre, le protest de la mienne, j’avois tout lieu de croire qu’elle n’avoit point été acquitée, et toute autre personne que moi auroit porté le mème jugement; et ce n’est qu’avec une véritable peine que je vous en parle par la presente, vous priant très instamment de croire que je n’ai jamais douté de la réalité de ce que vous me faisiez l’honneur de me dire, puisqu’il n’y a peut-être personne au monde qui ait plus de confiance en vous que j’en ai et que j’en aurois toujours; soyez en bien persuadé, monsieur, et vous rendrez justice aux sentimens de consideration et de devouement dont je suis remplis et pour vous et pour tout ce qui vous regarde etc.

J’ai l’honneur de vous envoyer par ce courier une nouvelle piece de monsieur de Voltaire qui sort de la presse. Je ne tarderai pas à vous en envoyer une autre, et j’espere que vous aurez bien reçu le Memoire apologetique de monsieur Loiseau en faveur de monsieur de Portes. Je serai bien aise aussi d’apprendre la reception de mon dernier envoi et que vous l’ayez trouvé conforme à ma facture.

Je ferai aussi, monsieur, tous mes efforts pour vous procurer les Oeuvres posthumes de Spinosa, et le Religio Medici, ainsi que tout ce que vous voudrez bien me demander soit pour vous soit pour vos amis. Ainsi disposez en toute assurance des petits services de celui qui a l’honneur d’être, avec les sentimens qui sont au dessus de l’expression, monsieur, votre très humble et très obeïssant et devoué serviteur

B.my Chirol

J’apprens, monsieur, que vos occupations ne peuvent vous permettre de venir voir l’illustre Voltaire, et que même pour surcroit de chagrin, vous en avez beaucoup eu cette année. Je fais des voeux bien sinceres pour qu’ils soient les derniers etc. Je me trouverois fort heureux si je pouvois contribuer à les adoucir.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 26 settembre 1767)
Geneve, le 26e septembre 1767

Monsieur,

je reçois dans ce moment la lettre dont vous m’honorez du 22e courant, et j’ai celui d’y repondre d’abord pour vous envoyer facture des articles que vous me demandé avec dilligence. Il en manque quelques uns, mais je ne tarderai pas à les recevoir et à vous en faire l’expedition. C’est de quoi vous pouvés être persuadé, ainsi que des sentimens de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

Facture du ballot parti pour Turin à l’addresse de monsieur Jean Pierre Signoret, avec ordre de l’expedier d’abord à monsieur le marquis Beccaria Bonasana à Milan, contenant:

1 Histoire des progrès de l’esprit humain, relié, L. 6. –
1 Histoire de la maison de Brunsvick par monsieur Mallet, L. 1.10
1 Dialogues des morts par monsieur de Joncourt, L. 2.10
1 Les Cesars de l’empereur Julien etc., L. 1.10
1 Dissertation touchant l’influence du langage, L. 5. –
2 Dissertation sur l’incertitude des 5 premiers siecles de l’histoire romaine, 8°, 2 vol., à 4, L. 8. –
2 Eloge de la roture, à 1.10, L. 3. –
2 L’esprit de la ligue, 3 vol. reliés, à 9, L. 18. –
2 Histoire de l’Ordre du St. Esprit, 3 vol., à 4, L. 8. –
1 Histoire du theatre françois, 15 tom., L. 27. –
2 Lettre d’un philosophe sur l’atheisme, à 1, L. 2. –
2 L’ordre naturel des societés par monsieur Mercier, à 9, L. 18. –
_______________________
monnoie de France L. 100.10
2 Correspondance secrette de Robert Cecil, à 2.10, L. 5. –
_________________
L.105.10 (de France)
Je vous prie d’observer, monsieur, que je ne vous passe jamais point d’emballage, quoique messieurs les Parisiens et autres ne l’oublient jamais.

Monsieur le professeur Mallet m’a chargé de vous faire mille amitiez de sa part, et de vous prier de lui repondre un mot sur son billet que j’avois eu l’honneur de vous envoyer dans une de mes lettres.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria Bonasana. A Milan

  1. Joseph Albert a Beccaria (Lione, 26 settembre 1767)
Lyon, le 26 septembre 1767

Monsieur,

l’honneur de votre lettre du 23 aoust m’est parvenu un peu tard, faute d’affranchissement qui l’a fait sejourner à Geneve d’où je l’ay fait retirer sur l’avis qui m’en a été donné; j’y vois avec satisfaction que vous ayés été content de mon zèle pour le choix de vos livres, je continuerai avec empressement a y donner tous les soins possibles, et j’aurois eu l’honneur de vous repondre plutôt, sans l’attente de ceux que l’on devoit m’adresser de Paris. Ce n’est que d’hyer seulement que l’avis m’est venu de l’expédition des cy après, qui sont:

le De Thou en 7 volumes
Plotini Opera, in folio
Thomae Hyde, Relligio veterum Persarum, in 4°
Histoire critique du Vieux e du Nouveau Testament, 5 vol. in 4°
Agrippae Opera, 2 vol. in 8°
Diodore de Siede, 7 vol. in 12°.

Tous ces livres ont été mis dans une caisse qui doit me parvenir au commencement de la semaine prochaine: dès que je les aurai retiré de notre Chambre sindicale, je les expedîrai à votre adresse en transit, et je vous donnerai avis du jour à peu près auquel ils doivent arriver, avec la note des prix dont vous continuerés s’il vous plaît à remettre le montant à madame Martin comme cy devant, ou bien vous pourrés m’envoyer une traite de Tomaso Carli, ou d’Antoine De la Porte, ou de quelque autre sur Lyon, pour le prochain payement des Saints, le tout à votre grande commodité, après reception, rien ne pressant à cet egard.

Je joindrai icy dans la caisse le Tractatus politicus de Spinosa que j’ay trouvé chez les freres Detourne, sous un autre titre de Lucii Antistii Constantis de jure ecclesiasticorum liber singularis etc. Ils n’en ont pas d’autres et l’on assure que c’est le même ouvrage attribué à Spinosa, duquel effectivement il est dit que «son Tractatus politicus fut imprimé sous différents titres» dans son article au Dictionnaire historique.

J’aurois pu y joindre le Dion Cassius, mais vous ne m’avés pas repondu sur le prix que je vous ay marqué, ce qui m’a retenu jusques à reception de votre avis.

L’on m’écrit de Paris que l’on a pris le De Thou sans taches «et d’un très bel exemplaire, parceque l’on a cru que ce seroit dommage d’achepter un ouvrage de cette importance, gaté, pour quelque chose de moins; qu’il manquoit 4 articles de ceux demandés, que le Campanella et le Hyde De ludis orientalibus étoient presque introuvables, que cependant on continueroit les recherches pour les trouver; qu’on a bien trouvé les oeuvres de l’abbé de St. Pierre, mais que comme elles étoient mal conditionnées et point complettes, on les a laissées pour en chercher d’autres que l’on espere aussi trouver»; qu’à l’egard du Plutarque d’Amyot, edition des Vascosans (en 14 volumes et non en 10), on l’auroit pris, mais outre qu’il y avoit quelques deffauts, on l’a trouvé extrêmement cher, il se vend ordinairement 320 L. et quelques lignes de marge de plus le font monter à 400 et même 450, c’est pourquoy on l’a laissé; le dernier mot auquel on puisse l’obtenir étant 300 L., on n’a pas voulu l’achepter sans avoir de nouveaux ordres. Et je trouve qu’ils ont bien fait, c’est pourquoy je leur vais repondre d’attendre une décision pour celui là, mais de chercher toujours les autres, affin d’en faire un second envoy, ce qui sera, monsieur, après votre reponse à la présente, que vous aurés s’il vous plaît l’attention de faire affranchir, comme je le fais icy, affin qu’elle ne s’accroche plus à Geneve.

Il me reste a vous féliciter, monsieur, de votre goût pour l’étude et les livres; la culture de l’amitié et de la littérature formant une occupation (comme le dit monsieur Dalembert dans son Essay sur les gens de lettres) dont la noblesse même doit se trouver honnorée, et qui pour tous les hommes seroit une source d’adoucissement aux peines inséparables de leur nature. Heureux qui comme vous, monsieur, en a le goût, la facilité et le doux loisir! Pour moi, assujetté aux soins d’un commerce assés etendu, je suis restraint à être l’amateur des gens de lettres, et c’est à ce titre que j’ay l’honneur d’être, avec une considération respectueuse et infime, monsieur, votre tres humble et tres obéissant serviteur

Joseph Albert

  1. Joseph Albert a Beccaria (Lione, 9 ottobre 1767)
Monsieur,

depuis la derniere que j’ay eu l’honneur de vous adresser le 26 septembre, à la quelle je me réffere, j’ay reçu les livres de Paris et la note de leur prix, et n’ay pas perdu de tems à les faire passer amicalement sans examen devant la Chambre sindicale, et à vous les expédier tout de suite par les voitures de Sepolina et Travi, en transit. Vous avés cy joint la note du jour du départ, et la facture montant, compris tous les frais jusques-icy, à L. 349.4. L’on me marque de Paris que l’on a tiré parti des prix autant qu’on l’a pû, et qu’il y a bien des livres là dont on ne se flatteroit pas de recouvrer les mêmes aux mêmes prix.

A la reception j’ay fait raccomoder la caisse, et les ay tous fait envelopper, conditionner et emballer au mieux possible, avec autant de soins que nous emballerions de la dorure. J’espère donc, monsieur, qu’ils vous parviendront bien conditionnés, n’y ayant rien epargné. J’ay menagé aussi les frais comme pour moi même, très flatté, monsieur, de pouvoir vous être de quelque utilité dans ces petits objets.

On ne me parle point que l’on ait encore trouvé les autres livres à Paris. S’ils me parviennent, j’attendrai, avant de les envoyer, votre reponse sur le Dion Cassius et sur le Plutarque, ou bien je vous les adresserai toujours à fur et mesure suivant que vous l’ordonnerés.

J’ay l’honneur d’être, avec une consideration respectueuse et parfaite, monsieur, votre tres humble et tres obéissant serviteur

Joseph Albert

Lyon, le 9 octobre 1767

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 14 ottobre 1767)
Monsieur,

vous ne pouviez gueres mieux vous addresser pour faire parvenir votre lettre à Sa Majesté Imperiale de toutes les Russies etc. Je l’envoye à monsieur Claude Philibert à Copenhague avec prières de la faire parvenir à sa destination, et vous pouvez compter sur son exactitude à m’en faire passer la reponse. Vous pouvez donc aussi, monsieur, être tranquile là dessus, et être persuadé que personne ne saura rien de ce dont il est question que lors que votre modestie voudra bien le permettre.

Je viens de recevoir les tomes 27e et 28e de l’Histoire universelle par une societé de gens de lettres, ainsi je vais vous en faire envoi avec les articles que j’ai de vos demandes, et ma premiere vous en portera la facture; mais il ne paroit rien de nouveau de la part de monsieur de Voltaire, ni je n’ai rien d’interessant à vous mander sur nos affaires, les quelles ne sont point encore decidées, et sont bien toujours statu quo etc. Il ne me reste plus qu’à vous renouveller l’assurance des sentimens de consideration avec les quels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

à Geneve, le 14e octobre 1767

Livres nouveaux à votre service:
Candide en Dannemarc, ou l’optimisme des honnetes gens
Encyclopedie elementaire, 4°, 3 vol. avec figures
De l’ordre naturel des societés par monsieur Merciers
Institutions leibnitiennes, 4°
Campagnes de Louis XV, folio
La nouvelle Clarisse, 2 vol.
Delassemens champetres
L’orateur franc-maçon
De l’influence des belles-lettres
Enlevement des Sabines
Republique romaine, 12°, 6 vol.
Vies des hommes et des femmes illustres d’Italie, 2 vol.
Nouvelle theorie du plaisir
Recueil d’histoire naturelle par monsieur Bertrand
Pensées angloises
Memoires de du Bellay, 7 vol.
Memoires et lettres de Deon de Beaumont
Plaidoyer sur les richesses

Honorez moi de vos commissions.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 24 ottobre 1767)
Monsieur,

je m’empresse à vous faire part d’une nouvelle production de l’illustre monsieur de Voltaire sous le titre de la Comtesse de Chyvry, et sous peu de jours il y aura encore de lui un autre ouvrage plus interessant de lui que celui cy-dessus, vous le recevrez aussi dans sa premiere nouveauté, comme tout ce que vous m’ordonnerez.

Je prens la liberté de vous donner cy-après la note de votre compte que vous m’obligeriez beaucoup de payer à monsieur Joseph Antonio Cairoli, à qui je dois de l’argent; ainsi, monsieur, il recevra ce que vous voudrez bien lui payer. Peut-être qu’il vous sera égal de payer au dit sieur. Cependant, monsieur, je ne voudrois point vous faire de peine, n’en tirez donc aucune conséquence à mon desavantage; mais soyez persuadé des sentimens de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert B.my Chirol

à Geneve, le 24e octobre 1767

Doit monsieur le marquis Beccaria Bonasana:
15e juillet: pour mon envoi suivant la facture que je lui en ai donnée montant net à L. 151.–
19e aoust: L’Ingenu, histoire veritable, L. 2. –
29e aoust: pour mon envoi montant à L. 92.10
3e septembre: Memoire de monsieur de Portes, L. 1.10
8e septembre: Essai sur les dissentions des Polonois, L. –.15
26e: pour un envoi montant à L. 105.10
15e octobre: Histoire universelle, 4°, tom. 27 et 28, L. 22. –
2 Reflexions sur la poesie et la peinture par l’abbé Dubos, 3 vol. à L. 6.10, L. 13. –
24e: Charlot ou la comtesse de Gyvry, L. 1. –
______________________
monnoie de France L. 389.5
Vous avez eu, monsieur, en leur tems le detail de tous les envois cy-dessus; ainsi je crois fort inutile de les repeter aujourd’hui – à moins que vous ne l’exigiez. J’auroi bientôt un autre envoi à vous faire.

Votre lettre pour l’Imperatrice a fait chemin et je vous en enverrai la reponse dès que je l’aurois reçuë.

Si donc, monsieur, vous pouvez payer la petite somme cy-dessus à monsieur Cairoli, vous me ferez plaisir.

  1. Joseph Albert a Beccaria (Lione, 21 novembre 1767)
Monsieur,

sans reponse à mes précédentes des 26 septembre et 9 octobre dernier, la présente ne sera que pour proffiter du retour de madame Martin d’Amblit, et vous donner avis qu’elle m’a laissé icy les L. 349.4 du petit envoy des livres du 3 octobre que vous aurés dû recevoir en leur tems bien conditionnés, et que je vous prie, monsieur, de lui rembourser à son arrivée, ayant voulu me laisser cette somme icy pour vous éviter l’embarras de me la faire parvenir.

On m’a ecrit de Paris que l’on trouveroit le Hyde De ludis orientalibus, mais qu’il seroit un peu cher, que c’étoit un in 8° fort rare, et qui couteroit au moins dix ecus; et quant au Campanella, qu’on ne l’avoit pas trouvé jusques-icy, non plus que les oeuvres de l’abbé de St. Pierre autres que celles dont on avoit fait mention, lesquelles n’étoient pas parfaites.

Je ne repondrai rien à tout cela que dans le cas où, par votre reponse, vous persisteriés à les demander, leur ayant ecrit à Paris de ne rien achepter aucuns de ces livres, jusques à nouvel ordre.

J’ay l’honneur d’être, avec la plus parfaite considération, monsieur, votre trés humble et trés obéissant serviteur

Joseph Albert

Lyon, le 21 novembre 1767

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, seconda metà di novembre 1767)
Monsieur,

quoi que je sois privé de l’honneur de vos ordres, je dois cependant vous faire part d’une lettre de monsieur Claude Philibert de Copenhague du 10e courant, qui m’accuse la reception de votre lettre pour Sa Majesté l’Imperatrice de Russie, qui a été remise à son envoyé à la Cour de Copenhague, le quel a promis d’en procurer la reponse et de la remettre à monsieur Philibert, et celui-ci me l’enverra d’abord, et j’en ferai autant etc.

Voilà, monsieur, sur quoi vous pouvez compter; je dois aussi vous dire que j’ai en chemin le reste des articles que vous m’aviez demandé; ainsi, dès qu’ils seront entre mes mains, je vous en ferai envoi. En attendant, si vous pouviez remettre pour mon compte à monsieur Cairoli le monter de votre compte jusqu’à ce jour, vous m’obligeriez beaucoup, ayant de gros payemens à faire ce mois et le prochain.

Je vous envoye par ce courier les Lettres de Rabelais par monsieur de Voltaire, et incessamment une autre piece, et cy-après la note de quelques nouveautez, sur les quelles j’attends vos ordres et vous prie de disposer des petits services de celui qui a l’honneur d’être, avec autant d’attachement que de consideration, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

Votre compte monte jusqu’à ce jour à L. 396.15 sols de France, soit L. 528.16 sols de Milan.

J’ai à votre Service une belle montre d’or à repetition pour trente louis d’or neufs, et une tabatiere d’or pour femme pour le prix de sept louis d’or neufs et demi. Si l’un ou l’autre peuvent vous convenir, je vous en ferai envoi à la reception de vos ordres.

Item:
Le botaniste françois, 2 vol.
Dictionnaire d’anecdotes
Vie des hommes illustres et des femmes d’Italie, 2 vol.
Institutions leibnitiennes, 4°
Candide en Dannemarc, attribué à monsieur de Voltaire
Histoire naturelle des maladies de l’homme, 8°, 2 vol.
Traité des plantes et des animaux par Geoffroy, 5 vol.
Republique romaine, 6 vol.
Figures de l’Histoire naturelle, 4°
Encyclopedie elementaire, 4°, 3 vol.
Les delassemens champetres, 2 vol.
Tableau des gens de lettres
Campagnes de Louis XV, folio, fig.
Di una riforma dell’Italia, 8°
Science du gouvernement par Real, 4°, 8 vol.
Dissertation sur l’influence du langage.

Comme monsieur Cairoli doit me faire une remise, j’ai pris la liberté de lui remettre sur vous le solde de votre compte jusqu’à ce jour en L. 396.15 sols de France, soit L. 528.10 sols de Milan. Je vous demande en graces, monsieur, d’y faire honneur, et ce sera un surcroit d’obligation que je vous aurai et que tacherai de mériter et de reconnoitre, car vous me rendrez vraiment un bon service, parceque j’aime faire honneur à mes affaires. L. 528.10 sols de Milan.

  1. Beccaria a Gian Saverio Beccaria (?) (fine novembre 1767 [?])
Per ora non ho potuto ritrovare tutti li libri ricercati; intanto si mandano li seguenti:

Lettere del conte Tessin, 6 vol.
Traité des tropes
Diodori Siculi, 1518
Memoires de l’ancienne chevalerie, 2 vol.

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, primi di dicembre 1767 [?])
Monsieur,

étant prive de vos nouvelles depuis quelques tems, et ayant reçu la suite de plusieurs ouvrages que j’ai eu l’honneur de vous fournir, je crois devoir prendre la liberté de vous demander si vous souhaitez que je vous les envoye, afin de n’en plus retarder le depart.

Je profite de cette occasion pour vous donner la notte de quelques nouveautez sur les quelles j’attens vos ordres, et pour vous prier d’acquitter ma traitte de L. 124 de France pour solde de votre compte jusqu’à ce jour, et en faveur de messieurs Jean Pierre Signoret et Beck de Turin, à qui je dois de l’argent; je me flatte que vous voudrez bien y faire honneur, vous en faisant d’avance mes sincères remercimens et vous priant d’être persuade des sentimens de considération avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 12 dicembre 1767)
Monsieur,

je reçois seulement dans ce moment l’honneur de votre lettre du 5e courant, je m’enpresse d’y repondre pour vous témoigner combien il me feroit de peine en vous génant pour le payement de ce que vous pouvez me devoir. J’écris par ce courier à monsieur Cairoli d’attendre votre volonté et de n’exiger le payement de ma traitte sur vous que lors que vous le lui ferez dire; j’espere donc, monsieur, que moyenant cela vous ne serez point indisposé contre moi, qui serois très faché de vous occasionner le moindre chagrin. Et si vous eussiez repondu à la lettre qui vous prioit de me dire quand je pourois me prévaloir sur vous de ce que vous pouviez me devoir, je n’aurois pas profité de votre silence qui sembloit me dire que je pouvois le faire.

Je vous serois très obligé de faire d’une maniere ou d’autre en sorte de placer la pièce satin, dont vous ne m’aviez rien dit, et j’ose compter sur vos bons offices pour cela.

J’aurois sous peu de jours un envoi à vous faire, il contiendra la majeure partie des articles dont vous m’avez donné commission de vous procurer, et vous pouvés toujours, monsieur, m’honorer de vos commissions et engager messieurs vos amis à en faire autant.

Dès que j’aurois reçu la reponse à votre lettre pour le Nord, je me ferai un vrai plaisir de vous l’envoyer. C’est tout ce qui s’offre à vous dire pour le present, vous priant d’être persuadé des sentimens d’estime et de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeiïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

à Geneve, le 12e decembre 1767

Je joins ici la lettre pour monsieur Cairoli que je vous prie, monsieur, de lui faire rendre, après en avoir pris lecture et l’avoir cachetée.

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria Bonasana. A Milan

  1. Carlo Castone della Torre di Rezzonico a Beccaria (Parma, 15 dicembre 1767)
Parma, 15 decembre 1767

Amico pregiatissimo,

permettetemi ch’io mi serva, scrivendovi, d’un titolo a cui pretendo aver dritto per la nostra antica conoscenza in collegio, e di cui n’andrò superbo per l’avvenire, essendovi cotanto voi distinto in pochi anni nella Repubblica letteraria. Un motivo appunto letterario mi porge occasione di rannodar con voi quel vincolo d’amicizia, che la mia pigrizia nello scrivere e molto più le vicende delle cose e del tempo aveano interotto. Un giovine mio amico, che nudre una stima adequata al merito degli illustri giovani che danno annualmente l’Estratto della letteratura europea, mi ha pregato con istanze grandissime di scrivervi per intendere il vostro giudicio e quello de’ vostri incliti compagni circa un pezzo di poesia, che qui troverete acchiuso. Egli mi portò lo scritto sepolto in una selva di postille, che mi parvero inutili d’assai per giovani cotanto illuminati; perciò, senza ch’egli lo sappia, ho trascritta la canzone semplicemente. Le sue note erano per lo più indicanti i luoghi di Virgilio e d’Ovidio e di Claudiano da cui avea presi molti colori poetici e il fondo della favola. Una però che ritrovai sotto la strofa undecima, essendo alquanto stravagante, ho voluta lasciarcela. L’occasione di questo componimento fu una mascherata, ed il poeta vestito da demonio presentò ad una dama in forma di lettera questi versi. So che siete filosofo, e mi lusingo che direte quel che ve ne pare senza riguardi. Questo giovane si reputerà ugualmente onorato e delle vostre lodi e delle vostre critiche. Se mai vi paresse strano che costui, invece di consultare gli oracoli di poesia che qui abbiamo, a voi che giovane siete voglia piuttosto addirizzarsi per mezzo mio, ed alla dotta vostra società, vi rispondo che mille riguardi impediscono nella patria uno schietto giudicio sulle produzioni d’ingegno, ed il nostro Parnaso è tanto politico che poco si devono oggi mai valutare le sue decisioni. Innoltre sappiate che questo giovane tenta certe vie che diametralmente si oppongono a quelle che furono aperte da’ nostri viventi Pacuvi; ma, se vi aggrada, in altra mia vi darò un’idea della sua maniera; bastivi per ora il sapere che si è ostinato a volere ammansar col numero l’indocile metafisica, e vestire le nude speculazioni degli abiti poetici. Ho veduto un lungo sciolto da lui lavorato sull’origine dell’idee, ove con sommi sforzi ha parlato del sesto senso di Hutcheson, ed ancora vi ha smidollato il nuovo ed ardito sistema di Robinet sull’origine dell’idee tolto dalle leggi armoniche di Rameau, ch’egli trasporta nelle fibre del cerebro. Insomma, il suo piano tende a trasportar le scienze più astruse in Pindo, e renderle coll’armonia del verso e coll’arditezza delle imagini più gentili e più parlanti al tempo stesso e dilettevoli di quel che siano nelle profonde e nude prose degli astratti pensatori.

Aspetto con impazienza frattanto il vostro parere su questa canzone, che nulla di metafisico in sé contiene, ma che vi darà un saggio dello scrivere di questo amico mio, che non mancherò di farvi conoscere di nome se vi parrà degno d’esserlo. State sano, e fate i miei complimenti al conte Verri, e sono di voi, amico pregiatissimo, devotissimo e affezionatissimo amico e servitore

Castone della Torre di Rezzonico

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Antonio Tolomeo Gallio Trivulzio a Beccaria (Omate, ante 30 dicembre 1767)
Amico carissimo,

voi siete e sarete sempre flemmatico, io sono focoso e pieno di zolfo, perciò vi prego deporre la flemma ed operare con calore.

Il padre Paciaudi in Parma né ha i fogli letterari né ha trovato sopra quelli che ha la memoria che si desidera, perciò io sono disperato, e vi mando l’annessa memoria acciocché potiate favorire di scrivere e di fare tutte le diligenze possibili e di mostrare l’amicizia che avete per me; vi abbraccio e vi do la mia santa benedizione, e sono qual sarò sempre

il Zoppo di Omate
vostro Amico e Cognato

Signor marchese Beccaria

  1. Otto Frederik Müller a Beccaria (Copenaghen, 30 dicembre 1767)
Monsieur,

Je ne fais que penser sur les raisons qui ont differé jusqu’ici mes empressemens à vous repeter les remercimens que je vous dois à toutes les marques d’amitié et de bienveillance que vous m’avez donné en passant par votre ville; ce n’est ni negligence ni ingratitude: le doux plaisir que je sens à regarder le beau present de votre portrait, qui est toujours devant moi, me guarantit de l’un et de l’autre. Le seul desir de vous annoncer, mon tres estimable ami, des nouvelles qui pourront interresser le coeur sublime et l’esprit bienfaisant de l’auteur De’ delitti e delle pene, a causé ce retardement. Je n’en ai pas trouvé à Paris; le peu du tems que j’y restois ne suffisoit pas pour penetrer au sanctuaire des vrais scavans, amis des hommes, parmi la foule des scavans legers et frivoles. Une nouvelle impourvue de Copenhague obligea le comte et moi à decamper même sans avoir trouvé monsieur d’Alambert, à qui j’avois pourtant remis votre lettre; ce qui m’empecha de profiter des recommendations, dont vous eutes la bonté de me pourvoir.

Voici l’action qui decide de m’acquitter de la promesse de vous ecrire: le Roi vient de couronner la fin de l’année par un’ordonnance contre les homicides fondée sur les principes detaillés dans votre excellent livre, chap. 27, qui sont ceux de la raison et de l’humanité; voila votre souhait accompli, que la voix du philosophe parvienne jusqu’au trône. Une fureur fanatique de tuer des enfans et des autres innocens s’étoit prevalue de l’esprit du bas peuple de la capitale par le seul motif d’ennui de la vie, de sorte qu’il ne passoit presque aucune semaine sans des meurtres ou des exsecutions. Il y a vingt ans que cette manie s’empara du sexe: l’appareil du quel on conduisoit la meurtriere au supplice ne faisoit qu’accroitre le gout de quitter le monde sur un theatre tragique; la propreté des habits, les prieres du clergé assistant, les himnes chantés firent naitre aux esprits foibles l’envie au bonheur de la criminelle, qu’on prônoit l’epouse de Jesus Christ, et qu’on assuroit l’entrée subite au Paradis. Une ordonnance contre ces ceremonies fit arrèter cette maladie pour quelques années. On a raison de s’applaudir que celle d’aujourdhui guerira pour jamais le peuple de cette frenesie renaissante si dangereuse à la sureté publique. Voici son contenu: le Roi abolit la peine de mort contre les criminels de cette sorte (je souhaite avec vous qu’elle fusse abolie en tout cas) et ordonne que le meurtrier soit fouetté et marqué au front, qu’il soit mis pendant toute sa vie aux travaux les plus penibles et les plus meprisables des maisons de forces, qu’il soit annuellement le jour du crime mené sur la claie, tête nue etc., à l’endroit où fut commis le meurtre, et y fouetté en public; et quand il viendra à mourir, il aura la tête et la main coupées et le corps mis sur la roue. Voudroit-on en tout suivre vos maximes saines et bienfaisantes!

Comme les gazettes se taisent sur votre voyage à Petersbourg, je commence à perdre l’esperance de vous voir passer à Copenhague. Il est tres vrai que votre patrie aura perdu un citoyen tres necessaire pour l’eclaircir sur sa barbarie; je souhait qu’on suit vos vues sur les besoins de l’humanité, et qu’on vous procure un loisir propre à accroitre les lumieres de vos citoyens et le bonheur du monde. Quant à moi, je passe mon loisir litteraire à faire des decouvertes dans l’histoire naturelle, n’ayant aucun emploi publique. En ma patrie il n’y est pas l’epoque des sciences, et pour tout dire il n’y est pas un comte de Firmian. Je suis tout penetré du gracieux accueil de cet incomparable Mecéne. Dieu le conserve! Presentés lui, je vous prie, mes devoirs respectueux, de meme qu’à madame votre belle marquise, et au comte Veri. Je suis tres faché d’avoir manqué de le voir à Paris. Je viens d’avoir des lettres de monsieur Iselin de Basle; votre nom trouve toute fois une place dans nos lettres, comme il en a dans nos coeurs. Rejouissés moi bientôt, mon tres cher marquis, de vos nouvelles, et croyés moi des sentimens pleins d’estime et de l’inviolable attachement, avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Müller

à Copenhague, le 30 decembre 1767

  1. Giambattista Vasco a Beccaria (Cremona, 31 gennaio 1768)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

il padre Clemente Vasco mio fratello mi scrive che brama aver egli l’onore di presentare a Vostra Signoria illustrissima una mia disertazione teologica che ho scritto intorno alla pena di morte. Spedisco pertanto al detto mio fratello questa mia disertazione, in cui mi lusingo di aver provato coi più forti argomenti non esservi alcuno scrupolo ad abolire intieramente la pena di morte per sostituirne delle più utili. Ho avuto tentazione di stamparla e per questo l’ho messa in forma di lettera ad un dottissimo amico mio: ma sul timore di non riscuottere l’approvazione del publico mi son trattenuto. Io non ho mai stampato nulla e mi rincresce produrmi per la prima volta con una cosa mediocre. Aggiongo a ciò che non essendo io tanto inclinato alli studi di erudizione quanto a quelli di meditazione, diffido di aver ben riescito nel primo genere, su cui appunto raggirasi la mia disertazione, dapoi che il celebre autore Dei delitti e delle pene ha prevenuto tutti gli ottimi raggionamenti su questa materia.

Essendomi stata fatta una difficoltà contro al progetto di abolire le pene di morte, cioè che difficilmente in prattica si potrebbe togliere ai condannati una qualche speranza di sottrarsi dalla pena, il che sminuisce di molto la esemplarità che si desidera; mi venne in pensiero che si potrebbero i rei di più gravi delitti condannare a morte e considerarli in appresso come morti effettivamente, di modo che sia tolta loro la speranza della grazia in ogni caso, ancorché potessero provare in apresso evidentemente la loro innocenza, e differire a dar loro la morte (impiegandoli intanto in utili, duri e visibili servigi) sinché l’utilità publica richiegga la loro morte, come sarebbe per la sezione di un cadavere sano ad uso delli anatomici, per tentativi di pericolose medicine ecc. Avrei altri rifflessi simili a fare su vari luoghi della di lei eccellente opera e mi sarei preso l’ardire d’inviarglieli, ben sicuro che, amante unicamente della verità, avrebb’Ella con medesimo piacere ricevuto e ciò che servisse di conferma alle da Lei stabilite teorie e ciò che potesse far contro di quelle o una vera o una apparente difficoltà; mentre l’animo mio non è altro che di porre sotto il di Lei ochio i miei pensieri tali quali sono, affinché Ella se ne serva (quando potessero valere a tanto) e per maggior gloria sua e per maggiore profitto della umanità. Ma non essendomi stato ristituito ancora il libro Dei delitti e delle pene, che ho dato in prestito ad un amico son vari mesi, son costretto a differire questo mio pensiero intorno alle rifflessioni accennatele.

Troverà Ella che ho fatt’uso di alcuni documenti da lei citati nella sua apologia e ne ho omesso delli altri. Ciò fu (perdoni la mia ingenuità) perché, esaminandoli ne’ suoi fonti, non mi son parsi affatto chiari e concludenti sul proposito. Spero ch’Ella senza adulazione veruna mi farà il piacere di avvisarmi dei diffetti che ho comessi e di essere persuasa che s’io dico a tutto il mondo che il libro Dei delitti e delle pene è quello che faccia maggior onore alle stampe italiane in questo secolo, io dico puramente quello che penso e ciò che son pronto a sostenere colle prove le più convincenti. E in attestato di questa mia sincerissima stima mi raffermo ossequiosamente di Vostra Signoria illustrissima divotissimo ed obbligatissimo servitore

Fr. Tommaso Vasco Domenicano

S. Domenico, Cremona, 31 gennaro 1768

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, gennaio 1768)
Monsieur,

étant privé de vos bonnes nouvelles depuis ma precedente du 12e du passé, je crois devoir vous envoyer par ce courier deux pieces de monsieur de Voltaire dont il vous plaira me donner credit. Il en paroitra une autre incessament du même auteur qui sera fort intéressante. Elle portera le titre L’homme aux quarante ecus. Je vous l’enverrai d’abord, à moins que vous ne me donniez des ordres contraires.

Je ne dois pas tarder à reçevoir la reponse à votre lettre de Russie. En attendant, obligez moi, monsieur, de me dire si je puis ou non compter que vous avez eu la bonté de payer mon assignation à monsieur Cairoli. Cela me feroit d’autant plus plaisir, que nous avons mille peine à avoir de l’argent, et cela ne doit pas vous surprendre, si vous considerez que nos malheureuses divisions en sont l’unique cause, en sorte que si l’etranger ne nous tend pas la main, nous sommes fort à plaindre; je me flatte donc, monsieur, que vous ferez tout ce qui dependra de vous pour lui payer votre compte jusqu’à ce jour, montant à L. 695 de Milan, ce qui ne doit être qu’une bagatelle pour vous et beaucoup pour moi. Je prens la liberté de vous parler à coeur ouvert, afin que vous ayez égard à mes raisons.

Et dès que les chemins qui sont chargés de neige nous permettront de pouvoir vous faire envoi, je ne manquerai pas de le faire des articles que j’ai reçu pour vous, et aux quels je joindrai ce qui sera de votre goût de ceux dont cy-joint la note. J’ai l’honneur d’être, avec le devouement le plus entier, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

Je ne vous envoye pas aujourdhui la note des nouveautez dont je vous parle cy-dessus. Ce sera par la premiere que j’aurois l’honneur de vous ecrire.

  1. Giovanni Battista Cervellera a Beccaria (Genova, 7 febbraio 1768)
Illustrissimo signore, padrone mio colendissimo,

accuso ad Vostra Signoria illustrissima la ricevuta di due sue lettere de’ 3. In risposta delle medesime devo dirle che le lire 10 mila che ho nelle mani devono servire per residuo di dote della signora marchesina, e che non passeranno ad altre mani che a quelle di Vostra Signoria illustrissima. Restami solo a trovar il modo di realizare la mente del signor maresciallo per andare con quella regola che si deve.

Sento da Stefano Giordano che i libri ricevuti da Lisbona siano di spettanza di Vostra Signoria illustrissima, e perciò con il presente corriere le ne fo la spedizione franca: favorirà Vostra Signoria illustrissima mandar a levar tal pachetto libri ed accusarne al signor maresciallo ed a me la ricevuta.

Favorisca de’ miei ossequi alla signora marchesina, e colla solita stima mi dico di Vostra Signoria illustrissima umilissimo servo

Gio. B.a Cervellera

Genova, 7 febraio 1768

Illustrissimo signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 10 febbraio 1768)
Geneve, le 10e fevrier 1768

Monsieur,

j’aurois bien souhaité que vous eussiez pû acquiter ma traitte de L. 705 de Milan en faveur de monsieur Cairoli. J’avois tout lieu de l’esperer et de le croire après les raisons que j’avois eu l’honneur de vous alléguer. Vous m’obligerez véritablement en plaçant la piece de satin et en en faisant remettre la valeur au susdit monsieur Cairoli, ainsi que le monter de ce que vous me restez devoir en livres dès que vous le pourrez, car je serai bien faché de vous occasionner le moindre chagrin, au contraire vous me trouverez toûjours très disposé à remplir les commissions dont vous voudrez bien m’honorer. Mais à ce sujet je ne puis m’enpêcher, monsieur, de vous témoigner combien vous me faites de peine en ne voulant pas recevoir des livres que vous m’aviez chargé d’acheter et que je n’ai pû me procurer que très difficilement, en les faisant venir de Copenhague, comme le Traducteur, 4°, 4 vol., Description de la Chine par Du Halde, 4°, 4 vol. Celui-ci est un ouvrage de prix. Ainsi, monsieur, seroit-il juste qu’ils fussent pour mon compte? Vous êtes trop équitable et judicieux pour ne pas sentir que ce que je vous demande est juste. J’attendrai cependant vos ordres pour savoir si vous voulez ou non les recevoir.

Quant au compte détaillé que vous me demandé, quoi que je vous l’aye déja envoyé et que cela demande du travail, je ne laisserai pas de vous en envoyer incessamment une nouvelle copie, afin que vous puissiez voir ce qui vous regarde directement d’avec ce qui regarde messieurs vos amis.

Je ne vous enverrai donc plus rien ni par la poste ni par aucune autre voye, à moins que vous ne me le demandiez positivement. J’aurois cependant bien de bonnes choses à vous offrir, entr’autres, une belle edition des oeuvres de monsieur de Voltaire, 4°, 12 volumes avec figures, qu’il fait faire sous ses yeux, et dont l’edition est presque toute retenue d’avance: je pourois vous en conserver un exemplaire s’il vous faisoit plaisir de l’avoir. Disposez toujours des petits services de celui qui a l’honneur d’être, avec une parfaite consideration, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria Bonasana. A Milan

  1. Pellegrino Salandri a Beccaria (Mantova, 4 marzo 1768)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

fra le produzioni d’ingegno e di scienze che danno a Vostra Signoria illustrissima nome distinto nella Repubblica letteraria, il libro aureo Dei delitti e delle pene fa vedere quanto Ella sia amica dell’uomo e quanti vantaggi può sperare dalle di Lei meditazioni la società. Piena di ammirazione del nobile di Lei talento e spirito, la Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, fondata in Mantova dalla clemenza di Sua Maestà, è venuta di aggregarla al suo corpo in qualità di accademico attuale, e mi comanda di porgerne a Vostra Signoria illustrissima la notizia con rimetterle copia del codice, l’elenco delle letterarie esercitazioni per l’anno corrente e la patente. Eseguisco con pienissima soddisfazione l’incarico; e dall’acquisto che fa l’Accademia in così chiaro letterato, posso fare de’ pronostici ben vantaggiosi alla medesima e confortarmi nella mortificazione che provo di essere segretario, vedendo compensata ad usura la mia insufficienza colle qualità rare degli accademici cui avrò l’onore di servire. Così potessi profittare de’ Suoi lumi più dappresso, che, malgrado che io abbia passati gli anni floridi, potrei supplire alle distrazioni ed ai difetti de’ giovanili miei studi coi modelli ed esempi vivi e presenti, e fra tutti con lo studio di Vostra Signoria illustrissima, alla quale in mio particolare professo una vera venerazione e rispetto.

Di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Pellegrino Salandri
Seg.rio Perpetuo

Mantova, 4 marzo 1768

Signor marchese Beccaria. Milano

  1. Beccaria a Pellegrino Salandri (Milano, 12 marzo 1768)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

posso ben chiamarmi fortunato della mia operetta sopra i delitti e le pene se ha meritato il compatimento e l’approvazione di codesta Reale Accademia. Non potrei imaginarmi mercede maggiore e più conforme al mio modo di pensare ed al carattere che professo di amico dell’uomo, di una tale approvazione. Ricevo di questa un ben significante attestato nell’onore di essere aggregato alla Reale Accademia instituita dalla clemenza di Sua Maestà, e penetrato dalla più viva riconoscenza supplico Vostra Signoria illustrissima di far gradire al degnissimo capo di essa ed a tutto il corpo i miei rendimenti di grazie e gli auguri ben fondati de’ progressi infallibili in vigore della instituzione sovrana e del merito de’ soci, tanto distinti nella Repubblica letteraria. Siccome però conosco d’aver fatto troppo poco in favore della società e dell’uomo, così farò ogni sforzo per compensare il rossore che ne risento, e per rendermi meritevole del carattere di cui mi veggo onorato dalla patente e codice speditomi da Vostra Signoria illustrissima, che nuovamente prego de’ miei ossequi al chiarissimo signor conte prefetto ed a tutto il corpo; e richiamandomi ai sentimenti dell’antica nostra amicizia mi dichiaro, col maggior rispetto, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Co. Beccaria

Milano, 12 gennaro 1768

  1. Michelangelo Blasco a Beccaria (Lisbona, 29 marzo 1768)
Illustrissimo signor marchese don Cesare Beccaria

Mio amatissimo signor nipote,

colla compitissima sua delli 2 marzo spirante, capisco aver Vostra Signoria illustrissima ricevuto le 10 mila lire; il che per me era sodisfazion bastante la firma di essa, senza mandarmene publica scrittura per cautelizzarmi di ciò, che non potea causare alcuna conseguenza di letiggio o pretenzione ne’ posteri ecc., né io ho tempo di leggerla nelli angosciosa situazione di mille occupazioni di mente, se devo rispondere alla sudetta gentilissima sua. Dando io dunque questo interesse per terminato, passo all’affare della lettera che desidera, quale farò il venturo ordinario, perché in questo non è possibile, e penso diriggerla al conte Pons per maggiore autorità, e la farei all’Auditore o altro sogetto, se avessi lume del più opportuno. La prevengo però che rispetto alla leggitima per don Michele, abbenché tutto s’ha da ridurre a bagatella, non posso io escluderlo, perché sarebbe irritarlo contro l’anima del suo genitore e di tutti i suoi viventi congionti, non essendo giusto il riflesso d’esser egli don Giuseppe senza impiego e quello no, perché la differenza di questo stato che corre tra loro è che don Michele si contentò di umiliarsi, contentandosi farsi merito con soli sedeci mille rais al mese, in un paese in cui non v’è proporzione colla spesa di quello in cui don Gioseppe calpestò l’onorevole soldo di 30 mila rais, oltre non so qual incerto, in una terra dove per conto fatto col di lui servitore Pietro, che per l’appunto oggi è comparso in mia casa per esiggere il suo credito, cioè cinquanta mille reis prestatele ed altre sue spettanze di mesate ed altre spese. Su di che fo punto per non potersi alla penna confidar altro. Questo però nò fa che siasi per ciò a vendere la robba: si potrà comutare questa gran somma in quattro libri (per così dire) della professione, studi, instrumenti matematici, e qualche altra cosa in sostanza che naõ paia né che suo padre non l’abbia riconosciuto per figlio, né che noi lo rigettiamo dal nostro sangue. Né questo obliga a mandarglielo per ora, si può tenere costà sino alle di lui risposte, che ben può essere che egli non le pretenda: per parte di don Giorggio, mi pare ancora che si doverebbe procurarle lo sborso delli 50 zecchini lasciateli dal fratello su qualche argentaria lasciata dal defunto fratello e altro monumento capace, per poter tirare avanti sino a che nostro Signore provederà anche per lui, ed io possa prendere in tanto qualche respiro.

Per quello poi desidera sapere a rispetto della voce che corre sopra di me, non è cosa che possa dirsi in una parola; l’occasione angustiata non mi permettendo dirne due, la priego dunque sospendere la di lei curiosità, abbenché capisca che nasce d’affetto che entrambi han di me, e gliene conserverò memoria.

Perdoni la gran brevità, mentre, con quelle espressioni d’amore e di stima dovute alle obbligantissime sue e della amatissima nostra nipote, a cui donna Angela risponderà in appresso, con mille cordiali abbracci mi raffermo affezionatissimo servo e zio

M. Angelo de Blasco

Lisbona, li 29 marzo 1768

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 23 aprile 1768)
Geneve, le 23e avril 1768

Monsieur,

je profite du premier moment que me laissent mes occupations pour vous envoyer votre compte détaillé depuis le commencement de notre correspondance, suivant lequel vous me restez devoir L. 689.7 s. de France, ne doutant pas que vous ne le trouviez juste. Cependant, monsieur, s’il y avoit quelques redressemens à faire, ou que j’eus fait erreur à votre préjudice, je les redresserai sans la moindre difficulté, et vous me trouverez toujours très disposé à remplir les commissions dont vous voudrez bien m’honorer. Vous aurez reçu par monsieur Lambertenghi un exemplaire de la Guerre de Geneve, qui a fait assez de bruit ici où elle a été prohibée.

J’ai le portrait de monsieur de Voltaire en buste sur du marbré blanc, il est parlant; mais on en veut avoir 6 à 7 louis d’or neufs. Si vous en étiez curieux, je vous l’enverrai bien conditionné dans le premier envoi que j’aurois l’honneur de vous faire. Dans ce cas il faudroit vous decider d’abord, afin que je puisse vous donner la préference.

Vous trouverez, monsieur, mon catalogue général, sur lequel vous y remarquerez bien de bonnes nouveautez. C’est tout ce que le tems me permet de vous dire, en vous priant d’agréer le respectueux devouement avec lequel j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

B.my Chirol

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 14 maggio 1768 [?])
…… compte. Ainsi, monsieur, j’ose me flatter qu’après cet exposé vous voudrez bien entre vous trois me rendre encore ce service, afin que ma traitte ne revienne pas sans être acquitée. Vous réiterant que je n’abuserai plus de vos bontés, et ne vous causerai à l’avenir aucun désagréement, car je sens tout ce que vous pourriez me dire à ce sujet; et je serois au desespoir si je perdois l’honneur de votre bienveuillance, que je voudrois pouvoir mériter, ainsi que celle de messieurs vos amis, à qui je vous prie de me recommander et d’engager à m’honorer de leurs commissions, en leur faisant pour cet effet communiquer la facture des deux caisses et des livres que vous ne voulés pas garder du precedent envoi, car il vaut mieux pour moi que je fasse encore un sacrifice sur les prix, plutot que de me renvoyer les livres. Je vous supplie donc, monsieur, de vouloir bien m’accorder vos bons offices, et d’être persuadé des sentimens de reconnoissance avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

  1. Giuseppe Visconti di Saliceto a Beccaria (Venezia, 21 maggio 1768)
Venezia, 21 maggio 1768

Amico,

il difensore, il protettore del genere umano, tale è il nome che per antonomasia tutti quelli che mi parlano di te ti chiamano, e quando qui in Venezia, nella compagnia de’ pochi letterati che vi hanno, dicesi il protettore e ’l difensore de’ diritti dell’umanità, intendesi senz’altro il Beccaria. Tutti sono ansiosi di vederti e conoscerti in persona, allorquando mi si parla di te non si vuol credere che tu abbia solamente trent’anni di età; ti aspettano a braccia apperte e mi si fanno da tutti instanze premurose onde invitarti a venire a Venezia, dove quell’istesso che costì fece proibire il tuo libro ti aspetta, ti desidera, ti loda, ti ammira ed è del tuo libro intusiasmato. Lecchi, colle sue proposizioni tronche a mezza bocca e mal proferite e misteriose, mi fa temere che forse foste di già partito da Milano per li Bagni di Pisa, mostrandosi con me informato e siccuro delle vostre determinazioni per questa andata; al che io risposi che mi si era stato raccontato che da te erasi fatto qualche discorso intorno al portarsi a’ Bagni, ma che non sapeva quindi nulla che vi fosse niente di determinato; insomma, se ciò fosse che foste di già partito, mi avereste fatto una brutta burla che molto mi spiacerebbe, mentre non mi avreste prevenuto come mi prometteste fare secondo il concertato; se dunque ciò non è ancora, fattemelo in qualche maniera sapere, se e quando pensate eseguire codesto viaggio. Finisco perché ho da scrivere molte altre lettere, le quali per distrazzione de’ presenti giorni non ho potuto prevenire di preparare, ed oggi ancora devo sortire di casa, oggi che è giorno di posta. Fate tanto li miei amichevoli saluti alla marchesina vostra moglie e i miei saluti a tutti gli amici.

Mi si dice che in Milano si pensi pubblicare un nuovo codice di leggi, e che il conte senatore Verri per ordine della Corte presentemente lo stia compilando; insomma, fattemi scrivere ciò che v’ha di vero.

Il vostro amico
Visconti

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 20-24 maggio 1768)
Monsieur,

je reçois dans ce moment l’honneur de votre lettre du 16e courant, et j’ai celui d’y répondre d’abord. Je vous prie de ne me point renvoyer les livres que vous ne voulez pas garder pour votre compte, parce que j’aurois occasion d’en disposer ailleurs. En 2e lieu, vous m’aviez bien demandé tous les articles que vous avez trouvé dans mon dernier envoi, comme je puis vous le prouver par vos propres lettres, s’il est necessaire. En 3e lieu, la Description de la Chine ne s’est jamais venduë sans l’Atlas, et c’est ainsi qu’on me l’a envoyé. Ainsi, monsieur, vous êtes trop judicieux et équitable pour vouloir le laisser sur mon compte.

Le prix du Dictionnaire de Rousseau coute à Paris 24 livres. Voyez donc si c’est trop vous le vendre que de vous le passer 27 livres. Il en coute beaucoup de fraix de Paris ici y compris les droits. Et assurément, monsieur, si je pouvois faire mieux je le ferai de tout mon coeur pour vous, pour qui j’ai un attachement très sincère et inviolable.

Laissons donc subsister votre compte tel que j’ai eu l’honneur de vous le donner par ma lettre du 23e avril, suivant le quel vous me restiez devoir L. 689.7 sols de France, à quoi il faut ajouter pour valeur de l’exemplaire de la Relation du Chevalier de la Bare que je vous ai envoyé le 14e courant, – .10 sols
___________________________
monnoie de France L. 689.17 sols

Et pour mettre cette affaire en règle et vous prouver mes bonnes dispositions et mon empressement à vous servir, je vous prie de m’envoyer au reçu de la presente votre billet du solde du compte cy-dessus, après en avoir deduit les L. 240 que vous étiez sur le point de payer à monsieur Cairoli pour mon compte, lequel billet doit être fait comme suit:

«Dans tout le courant de juillet prochain, je payerai à l’ordre de monsieur Claude Philibert la somme de … pour solde de compte jusqu’à ce jour avec le dit sieur, à Milan le …», que vous aurez la bonté de signer; moyenant quoi nous serons parfaitement en règle, et vous aurez le tems necessaire pour pourvoir au payement du susdit billet. D’ailleurs, monsieur, il vous en couteroit beaucoup de fraix pour me renvoyer les articles dont vous me parlez, les quels j’ai fait venir sur vos ordres et payés, par conséquent il n’est pas naturel qu’ils restent pour mon compte.

J’aurois sous peu de tems quelques pièces nouvelles de monsieur de Voltaire que vous serez bien aise d’avoir, ainsi que plusieurs autres. Mais je ne vous enverrai plus rien que sur vos ordres bien précis, afin que vous ne puissiez avoir aucune plainte à me faire.

Je suis étonné qu’un homme de lettres comme vous, monsieur, n’ait pas fait connoissance avec monsieur de Voltaire. Il vous accueilliroit certainement bien. Nous sommes dans la bonne saison pour voyager, profitez en, afin que nous puissions vous assurer de bouche, comme je le fais par la presente, des sentimens de consideration avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

par procure de M.r Claude Philibert
B.my Chirol

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria Bonasana. A Milan

  1. Voltaire a Beccaria (Ferney, 30 maggio 1768)
30 mai 1768

Mes maladies, monsieur, m’empechent de vous remercier de ma main; mais assurément je vous remercie de tout mon coeur.

Ces sentimens doivent être ceux de toute l’Europe. Vous avez applani la carriere de l’equité, dans laquelle tant d’hommes marchent encor comme des barbares. Votre ouvrage a fait du bien et en fera. Vous travaillez pour la raison et pour l’humanité, qui ont été toutes deux si long temps écrasées. Vous relevez ces deux soeurs abattues depuis environ seize cent ans. Elles commencent enfin à marcher et à parler; mais dès qu’elles parlent, le fanatisme heurle. On craint d’être humain, autant qu’on devrait craindre d’être cruel. La mort du chevalier de la Barre, à laquelle vous donnez si justement le nom d’assassinat, excite partout l’horreur et la pitié. Je ne puis que bénir la mémoire de l’avocat au Conseil qui vous adressa, monsieur, l’histoire très véritable de ce funeste procès. Il est plus horrible que celui des Calas: car le Parlement de Toulouse ne fut que trompé; il prit de fausses apparences pour des preuves, et des préjugés pour des raisons; Calas meritait son supplice si l’accusation eût été prouvée; mais les juges du chevalier de la Barre n’ont point été en erreur. Ils ont puni d’une mort épouvantable, precédée de la torture, ce qui ne méritait que six mois de prison. Ils ont commis un crime juridique. Quelle abominable jurisprudence que celle de ne soutenir la religion que par des bourreaux! Voilà donc ce qu’on appelle une religion de douceur et de charité! Les honnêtes gens déposent leur douleur dans votre sein comme dans celui du vengeur de la nature humaine.

Que n’ai-je pu, monsieur, avoir l’honneur de vous voir, de vous embrasser, j’ose dire de pleurer avec vous! J’ai au moins la consolation de vous dire à quel point je vous estime, je vous aime et vous respecte.

Celui que vous avez honoré de votre lettre

  1. Beccaria a Barthélemy Chirol (Milano, 31 maggio 1768)
Monsieur,

vi prego di porgere la più esatta attenzione a quanto vi scrivo in italiano per ispiegarmi più chiaramente. Due cose mi cominciano a sorprendere nell’ultima vostra. La prima è che mi esibite di disporre altrove dei libri che io non ho ricercato, e che non voglio ritenere, per risparmiarmi, come dite gentilmente, le spese del rinvio; e poi, alla fine della lettera medesima, mi volete fare debitore di 689.7, ch’è il residuo del debito che mi apponete compresivi anche i libri che non voglio ritenere.

L’altra è la dimanda che mi fate di un biglietto nel quale mi obblighi a pagare questa indebita somma di 689 franchi e 7 soldi dentro il corrente di luglio. Una tale dimanda fa torto alla mia puntualità ed alla mia parola. Non vi ho data, monsieur, caparra per lo passato onde artarmi in questa maniera. Vi prego di ricordarvi la somma che vi ho anticipata nella prima lettera di cambio, e che con sommo mio incommodo non ho permesso che andasse in protesta la seconda lettera che mi avete drizzata. Senza ch’io vi ordinassi di mandare la piece de satin che mi avete esibita, voi l’avete voluta mandare; non avendola mai potuto vendere ed essendo ancora invenduta, non ostante vi sono stati pagati i 240 franchi. Dopo tutto questo, io per ogni conto debbo aspettarmi che voi accetterete di buon animo quanto sono per progettarvi.

Se la necessità lo richiede, succomberò piuttosto alla spesa di rimandarvi i libri della nota qui acchiusavi; o pure, s’è fattibile, accennatemi a chi debbo consegnarli perché li ritenga a conto vostro, non essendo io né potendo essere in alcun modo né venditore di libri né commissionario di alcuno; quantunque in grazia vostra abbia fatto diligenze per vendere i sudetti libri, né mai ho ottenuto l’intento. La più parte dei libri nella nota inclusavi sono quelli che io non vi ho commessi e da voi spontaneamente mandati. Alcuni, come Les continuations des causes celebres e qualche pezzo di Voltaire, sono duplicati superflui, non intendendo per superflui i duplicati che servivano per me e pel marchese Calderara. Altri forse me li avete potuto mandare per equivoco; per esempio, non avendo io mai sognato di domandarvi l’Istoria di Venezia, 9 vol., m’immagino che abbiate creduto supplire con questo a L’histoire du gouvernement de Venise di Amelot de la Houssaje, 2 vol., opera diversissima da questa, che vi avevo espressamente dimandata e che ora non vi cerco più. Simile equivoco dovete avervi sognato nel volermi mandare Le traducteur. Mi ricordo che dopo avervi ritrattata la commissione che v’avevo dato mesi fa, voi mi riscriveste che almeno mi contentassi di prendere la Description de la Chine de du Halde e il Traducteur, e ch’io vi riscrissi che mi mandaste il du Halde e il Polibio di Follard (ch’era uno di quelli dell’antica commissione coi dizionari di Rousseau): e mi trovo che mi mandate tutto il rimanente dell’ultima spedizione. Trovo anche una Grammaire française à l’usage des enfans, che io non ho mai ricevuto. Rispetto al du Halde che non voglio più, si è perché io vi ho cercato il du Halde e non l’Atlante della China di Danville, che non è necessariamente connesso coll’opera sudetta. Che se alcuni la prendono unitamente, non è una ragione ch’io debba prenderla così unita, non avendovelo ricercato: prova di che il libraio francese e molti particolari qui in Milano hanno venduto ed hanno il du Halde della medesima edizione senza l’atlante. Dalla lista vedrete che il mio debito si residua a 153 franchi e 2 soldi. Se io potessi fare altrimenti, vi assicuro che io farei secondo il vostro genio; ma assolutamente non lo posso; né posso obbligarmi a pagarvi questi 153 franchi, che colla consegna a qualcuno di vostr’ordine, o col rimando de’ libri, debbono formare il saldo di tutto il nostro conto; non posso, dico, pagarveli che dentro il corrente di tutto quest’anno, dentro il quale spazio vi dò la mia parola che saranno pagati i 153 franchi, saldo del nostro conto. Credo che codesto respiro potiate accordarlo ad uno che vi ha pagato nel luglio dell’anno passato 542 franchi, e pochi giorni fa 240: massime ……

  1. Barthélemy Chirol a Beccaria (Ginevra, 8 giugno 1768)
Monsieur,

vous avez dû recevoir une lettre de monsieur de Voltaire en reponse à la votre que j’avois eu l’honneur de lui rendre. Je ne m’arreterai pas long-tems, monsieur, à repondre à la lettre dont vous m’avez honorez du 31e may. Et vous auriez bien pu, ce me semble, vous éviter la peine de me faire tant de reproches, que je ne méritois assurement pas, si ce n’est par le trop grand zèle et l’empressement que j’ai apporté à l’exécution de vos commissions. Vous m’aviez demandé les livres que vous voulez me renvoyer, ainsi vous n’étiez plus à tems de me les contremander, parce que j’en avois donné la commission, je les ai payés. N’importe! Vous pouvez, monsieur, me renvoyer franco les articles que vous ne voulez pas garder: cela est très juste. Après quoi, je m’en raporterai à votre équité pour le règlement de notre compte, car je n’aime pas la chicane etc. etc.

Mais quoi qu’il en soit, je n’en serai pas moins disposé à remplir vos commissions, mais je ne vous enverrai rien que sur vos ordres positifs, afin que tout soit en règle. J’ai l’honneur d’être très parfaitement, monsieur, votre très humble et très obeïssant et dévoué serviteur

B.my Chirol

à Geneve, le 8e juin 1768

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis de Beccaria Bonasana. A Milan

  1. De Chenelle a Beccaria (Parigi, fine giugno 1768)
Monsieur,

j’attendois pour vous ecrire de pouvoir vous marquer quelque changement avantageux dans mes affaires, et d’etre en etat de satisfaire à ce que les circonstances m’ont forcé de laisser de derangement à Milan. Elles se compliquent de jour en jour plus desavantageusement, et je paye aujourdhuy bien cherement le fruit de mes etourderies.

Quelque epais qu’ait été le tourbillon où je me suis trouvé enveloppé, croyez, je vous supplie, qu’il ne s’est pas passé un jour sans que je me sois rappellé non seulement les moments agreables que j’ai passés avec vous, mais toute la reconnoissance que je dois aux preuves d’amitié que vous avez bien voulû me donner. Je n’en dois pas moins aux bontés de madame la marquise, et aux honetetés obligeantes de monsieur le marquis Calderara. Il seroit cruel qu’avec autant de plaisir à obliger vous rencontrassiez des coeurs ingrats. Je vous laisse à interpreter les sentiments d’une personne qui a connu tout le prix de votre societé. Vous ne doutez point des regrets que m’en a causé plus d’une fois la privation, et celle d’un ami aussi respectable que vous. Ayez de l’indulgence pour quelqu’un qui n’a jamais su combattre ses desirs dereglés et qui n’a point craint de sacrifier son repos à ses gouts, mais dont le coeur a toujours eté aussi bon que sensible.

Rappellez moy dans le souvenir du marquis Menafoglio, celui de vos amis, sans cependant parler de moi qu’à ceux dont la prudence vous est connûe.

Je ne puis rien vous marquer de positif sur mon sort. Beaucoup de personnes veulent bien s’occuper de mon etablissement en France: j’en suis à de belles esperances.

J’ai vû monsieur d’Alembert. Il m’a temoigné le desir qu’il avoit de pouvoir me rendre service aupres du Roy de Prusse, mais il faudroit pour cela que le Landgrave de Hesse voulut bien oublier les tords que j’ai avec lui, ce que je n’ose esperer.

Je n’ai pu voir encore monsieur le baron d’Holback. J’ai envoyé deux fois chez lui, il etoit à la campagne, et lors qu’il a eté de retour je n’ai pû disposer d’un moment.

Honorez moy de vos nouvelles et agréez le respectueux attachement avec lequel je serai toute ma vie, monsieur et respectable ami, votre tres affectioné serviteur

de Chenelle

Faites moy le plaisir de m’adresser votre lettre sous enveloppe à monsieur Bocard, rüe St. Sauveur, à Paris.

  1. Isidoro Bianchi a Beccaria (Classe, 2 luglio 1768)
Chiarissimo signor marchese,

sul fine del mese scorso fu qui il signor abate Vincenzo Buonamici, ora governatore d’Assisi, a cui feci vedere l’opera immortale di Vostra Signoria illustrissima Dei delitti e delle pene, per cui non sa ancora dimenticarsi l’obbligo ch’egli si protesta di avermi per il bene che gli ho procurato di illuminarsi sopra un argomento così interessante e di conoscerne il benefico autore. Finalmente egli ha voluto che in Assisi io gli mandassi il di Lei libro col Commentario del signor di Voltaire, ch’io feci venire a posta corrente dalla parte di Piacenza. Vostra Signoria illustrissima non può figurarsi l’obbligante lettera che egli mi ha scritto per questo. In essa egli mi dice mille cose grandiose per l’interesse che Ella si è preso per l’umanità intiera. Giura ch’egli vuol conoscere l’incomparabile autore, e mi prega a comunicargli il nome e la patria, poiché egli ha stabilito di mandarle in dono, per vero trasporto di sensibilità, le opere de’ suoi celebri fratelli Castruccio e Filippo. Questa sera io rispondo alla di lui lettera, e gli scrivo ch’Ella ha il suo soggiorno in Milano e che per una più facile spedizione può a me indirizzare il piego da Assisi, ch’io di qui potrò poi inviarlo a Vostra Signoria illustrissima. La prego intanto ad indicarmi qualche incontro che riesca di maggior prontezza.

Ed il mio conte Biffi che fa? Oh Dio! Sono mesi ch’io non ho nuove di lui, e ad ogni instante l’ho scolpito nel fondo del cuore. Se è costì, gli imprima un bacio per me e per me cerchi sulle sue labbra la bell’anima sua. Sì, l’amicizia e la virtù sogliono sempre formarmi un entusiasmo nello spirito. Ella mi tenghi nel numero de’ suoi ammiratori e di quelli che l’adorano. Io mi glorio sempre d’essere di Vostra Signoria illustrissima divotissimo ed obbligatissimo servitore

Don Isidoro Bianchi

Classe, Ravenna, 2 luglio 1768

  1. Giuseppe Piacenza a Beccaria (Torino, 12 luglio 1768)
Signor marchese mio signore,

da cotesti signori librai franzesi Le sarà, gentilissimo signor marchese, in mio nome presentato il primo volume che ho per lei destinato della mia edizione del Baldinucci. L’essere io persuaso de’ rari suoi talenti e della mediocrità delle cose mie non mi dovea trattenere da quest’atto di rispetto che ben le devo, e pregandola di un benigno compatimento, riverentemente mi protesto di lei, mio signore, umilissimo devotissimo servitore

Giuseppe Piacenza

Torino, li 12 luglio 1768

  1. Troiano Odazzi a Beccaria (Milano, 16 luglio 1768)
Milano, 16 luglio 1768

Amico carissimo,

vi sarete forse maravigliato in vedervi pervenire a Firenze una lettera ritirata da questa posta senza ch’io ve l’avessi accompagnata pur d’una sillaba, dopo specialmente d’essere stato prevenuto dai vostri obbligantissimi caratteri da Turano; ma cesserà la maraviglia dopo che v’avrò detto che mercoledì, giornata in cui avrei dovuto scrivere, mi lasciò appena il tempo di respirare: passata dalla mattina alla sera tra la marchesa Calderara e il marchese Carpani per l’oggetto che sapete, in una continua successione di tormentosi sentimenti, mi avevo riserbato quel po’ di sera che precede la partenza del corriere; ma una visita del signor conte Neny, partito già a fare un giro sul lago di Como, mi tolse il tempo e ’l piacere di scrivere. Comincio ora dal felicitarvi con tutta la compagnia del ben eseguito viaggio, giacché tutte le novelle venutene assicurano il ben essere di tutti. Il ritardo della carrozza e l’impazienza perciò cagionatavi ha dovuto, piccandovi più la curiosità, rendervi più saporito il rimanente del viaggio. A quest’ora credo avrete già fatte tutte le combinazioni possibili. La rapidità del vostro spirito, abbreviandovi il piacere della novità, che per altri deve aver più lunga durata, vi farà già esser pienamente al fatto di un così bel paese, in cui la scienza di tutti gl’infiniment petits è sì ben saputa e sentita. Perdonatemi la mauvaise plaisanterie.

Altra lettera da quella che vi rimisi l’ordinario scorso non ci è stata, e per la marchesina nessuna. A monsieur de Chesnels scrissi subito la settimana scorsa ed esattamente quanto m’imponeste.

Il marchese Carpani, dopo aver inutilmente cercato il tempo per parlare a Sua Eccellenza, per non far passare il tempo della posta per Napoli mercoledì mattina si risolvette di scrivergli, e scrisse veramente con tutta l’efficacia e ’l calore possibile. «Io non ho veduto (sono i termini della risposta) detto signor Odazi che una o due volte, e per conseguenza non sapendo il di lui valore, non posso dar il passo ch’egli desidera da me per mezzo di Vostra Signoria illustrissima. Se io avessi un certificato del signor abate Genovesi della conveniente abilità, in tal caso a riguardo di Vostra Signoria illustrissima ecc. ecc.». Se la risposta fosse stata del tutto negativa, non me ne sarei imbarazzato né punto né poco; mi ci ero bastantemente preparato; ma con quella condizione fu per me un colpo di fulmine. Cosa mai non mi ha più umiliato: ridotto a scrivere a’ miei amici per ciò, che debbono essi pensare, se sotto la vostra egida nel corso di due anni non mi son fatto creder capace di drizzar un indice e far tener da conto tutt’i libri che nessuno legge! Quai sospetti non dee questo far nascere? E se non scrivo, qual altra umiliazione per qui? La vostra lontananza di qui non poteva essere in una occasione più fatale per me. Se avessi avuto una negativa, come ho detto, o se non se ne fosse mai parlato, men male l’avrei avuto. Frattanto e Carpani e la marchesa Calderara voleano che la mattina seguente mi fossi portato dal Ministro: vi fui, ma mi fece dire che vi fossi tornato domenica; sicché domanmattina; ma che dirò? Mercoledì venturo vi darò conto dell’esito. Carpani m’impone di farvi mille saluti, e di dirvi espressamente che per servirvi nella persona di chi gli avete raccomandato, ha fatto tutto il possibile.

Qui non vi sono notizie interessanti da communicarsi, almeno ch’io sappia. Le politiche e le letterarie le saprete ben costì. Ci è dal libraio il manifesto per la ristampa delle opere di Voltaire in 18 o 20 in 4°, con rami ecc. La Storia verrà accresciuta, e fino nell’Enriade vi saran de’ pezzi nuovi. Mi par si voglia burlar de’ suoi lettori.

Mille complimenti alla marchesina, di cui spero mi direte quanto prima che i bagni la cominciano a rimettere nell’antico vigore. La scattola col pettine per lei appunto questa mattina l’ho ricevuta, e non mancherò rimetterglielo nell’entrante settimana. Vi mando un fascio di saluti degli amici, senza citare gl’individui: così ancora dei fratelli. Credo aver già fatta una lunga lettera, e temo non vi annoi. Perdonatemelo, se ciò è, insieme colla cattiva scrittura.

Costì in Pisa troverete persone che, informate di mia sorte, ve ne parleranno: sicché ai piaceri d’un grazioso soggiorno, a quelli della gloria del vostro nome, aggiugnerete anche l’altro di sentirvi ricordar con rispettosa venerazione uno de’ momenti più virtuosi di vostra vita, e che vi ha messo nel dritto d’avermi tutto ed eternamente vostro

Odazj

Vi ricordo a dir tante e tante cose da mia parte ad Aubert.

  1. Beccaria a Gian Rinaldo Carli (Bagni di Pisa, 8 agosto 1768)
Bagni di Pisa, 8 agosto 1768

Siccome sono sicurissimo che il titolo di amico vi sarà più caro che quello di Eccellenza, così, affidato alla conosciuta bontà vostra verso di me, senz’altre cerimonie vi ringrazio con tutto il cuore delle lettere favoritemi alla mia partenza. Esse mi sono state utilissime; principalmente quella per il signor Pompeo Neri, il quale mi ha ricolmato di gentilezze fino al volere tutta la nostra compagnia ad un’attica cena condita della presenza dell’incomparabile ditirambica Corilla, alla quale per inevitabile simpatia ho dovuto dichiararmi umilissimo servitore. Nulla dico del merito superiore ad ogni elogio del presidente Neri. Senza le prove pubbliche e solenni de’ superiori suoi talenti, il taciturno suo meditativo genio e un’aria di tranquilla probità, che riluce nell’epicurea di lui fisionomia, non potrebbero fare a meno di non rendermi uno de’ suoi più grandi ammiratori. Presidente mio caro, compite l’opera vostra col procurarmi le convenute lettere per Venezia. Per il 24 di agosto sarò di partenza da Bologna per Ferrara, daddove si prenderà l’imbarco fino a Venezia. Il giorno sedeci partiamo da’ Bagni per portarci a Livorno per due o tre giorni al più. Non aspetto dunque alcun riscontro vostro in Toscana, ma o a Bologna o a Venezia. Mi farete la grazia d’includere la vostra commendatizia nella risposta che mi favorirete, o almeno ciò che debbo fare per profittare delle vostre finezze in Venezia; se mi scrivete a tempo, mi farete grazia d’indicarmi uno de’ migliori alloggi e la maniera di non essere corbellati, come sogliono esserlo da pertutto i forestieri. Tutto adunque è in mano vostra e del conte Girolamo vostro degnissimo fratello, a cui farete in mio nome le più amichevoli espressioni. Tutta la compagnia, e mia moglie in ispecie, mi impongono di farvi i loro più distinti complimenti, mentre, riportandomi per le nuove correnti de’ Bagni ed altro alla lettera di Moscati, pieno di rispetto, riconoscenza, stima ed amicizia mi dichiaro.

  1. Gian Rinaldo Carli a Beccaria (Milano, 13 agosto 1768)
Milano, 13 agosto 1768

Amico carissimo,

avventuro questa lettera a Firenze, tuttoché mi diciate nella carissima vostra de’ 8 corrente non attender risposta.

Primamente vi ringrazio delle nuove che mi date e delle amichevoli espressioni vostre, da me sommamente ambite e predilette sopra tutte le altre. Sommo piacere mi avete fatto con quella descrizione della cena simposiaca del nostro incomparabile signor presidente Neri, il quale mi ha scritto mille belle cose di voi, ed al quale farete mille saluti per conto mio.

Io non posso scrivere a Venezia che il dì 17. Questa lettera sarà il dì 20, ed in quel giorno vi sarà inviata lettera a Bologna, che riceverete il dì 22. Prima di così non è possibile, per ragione del metodo de’ corrieri. Tanto vi serva di regola.

Al dottor Moscati mi riservo rispondere per Venezia; e frattanto, se questa vi perviene in tempo, salutatelo caramente e ringraziatelo. Mille complimenti alla signora marchesina ed al signor marchese Calderara. Non dubito che non vediate la necessità di presentarvi alla Corte. Addio di cuore.

Vostro affezionatissimo servitore amico

G. Carli

  1. Jean-René Loyseau a Beccaria (Lione, 8 settembre 1768)
Je vous prie, mon cher ami, de recevoir avec empressement messieurs Baroud, Fleurieu de La Tourette et de Jansé, qui partent pour voyager dans toute l’Italie. Ce sont trois magistrats estimés de notre ville et tous superieurs aux magistrats contre les quels vous savés que nous sommes convenus que vous vous etiés trop mis en colere dans votre excellent traité Des delits et des peines, parcequ’il nous parut certain que la verité ne corrige jamais des sots et ne fait que les aigrir. Ces messieurs, pour les quels je vous demande votre amitié, sont tres propres à penser tout haut avec vous; ainsi point de reserve, et ayés en d’autant moins qu’etant voyageurs ils seront pressés de jouir. Montrés vous à eux, mon cher ami, tel que je vous ay vû et ils me remerciront de ce que je leur aurai procuré l’avantage de vous connoitre. Monsieur Fleurieu de La Tourette, qui est lié avec notre ami l’abbé Morellet, vouloit s’adresser à luy pour etre mieux recu de vous. Comme cette préference interesse mon amour propre, montrés à monsieur de Fleurieu que ma recommendation vaut bien celle d’un mauvais prêtre.

Je ne me plains pas, mon cher ami, de votre silence, je dirois presque de votre oubli, parceque je puis absolument attribuer aux troubles de Genéve le désagrément de n’avoir point recu de vos nouvelles, mais si vous aviés pû etre capable de cette negligence, songés qu’elle sera reparée si vous accueillés ces messieurs comme je voudrois l’etre moi meme si je passois par Millan. Adieu, mon cher ami, donnés moi de vos nouvelles et parlés moi de tout ce qui peut vous interesser. Ne faites vous plus rien? Cela ne seroit pas pardonable. Je vous embrasse de tout mon coeur, mon cher ami, et suis, avec tous les sentiments que vous m’avés inspirés et que vous devés me connoitre, votre tres humble obeissant serviteur

Loyseau

Lyon, le 8 septembre 1768

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 17 settembre 1768)
Signor marchese stimatissimo,

mi figuro che questa lettera la troverà a Milano, dove sono ancor’io coll’animo che seguì sempre la sua degna persona, parendomi ad ogni tratto di vederla, di udirla ragionare e di assaporare que’ discorsi che ella fa, prezioso frutto di tutto quel bello che ha raccolto e che sta elaborandosi in quella sua mente. Di questa mia inclinazione ella ne ha avuto un saggio, forse molesto, nelle giornate del suo soggiorno a Venezia, nelle quali ho cercato di esserle più che ho potuto vicino, sperando che un filosofo suo pari sagrificasse la noia che a lui poteva venirne al desiderio di soddisfare l’inquieta voglia d’un giovane, che dal solo buon volere d’apprendere dalla viva voce d’un grand’uomo poteva essere scusato della sua importunità. Né mi sono ingannato. Ella anzi mi diede animo co’ suoi cortesi modi che mi legavano il core, mentre i ragionamenti suoi m’illuminavano l’ingegno. Mi desidero occasioni da testificarle quanto questo l’ammiri e quello l’ami, debole ma sincero tributo d’un animo ingenuo. La prego dunque, una volta per sempre, con ogni efficacia a comandarmi liberamente in tutto quello che potesse occorrerle, desiderando di compensare con altrettanta attività l’ozio nel quale mi ha lasciato a Venezia, non impiegandomi in cosa di suo servigio.

Col corriere di Milano riceverà un pacchetto segnato col suo nome che contiene l’opera di Giordano Bruno Dell’infinito universo e mondi, che mi è riuscito finalmente di avere. Lo accetti e conservi per amor mio.

Ho poi acquistato per conto suo il Circulus Pisanus che mi ha ordinato e l’opera di Pomponazio De naturalium effectuum causis, sive de incantationibus, il primo per lire dieciotto venete, e il secondo per lire sei. Non glieli spedisco, sperando di averne collo stesso favore di prezzo alcuni altri, che tutti li farò avere a lei colle barche, se altrimenti non mi comanda.

Mi sarà gratissimo avere le Limaçon del Voltaire e le Rifflessioni d’un italiano dandomi avviso del prezzo. La prossima forse la pregherò di provedermi l’Enciclopedia di Parigi, se costà si ritrova.

Bacio riverentemente la mano alla signora marchesina e presento i più sinceri complimenti al signor marchese Calderara ed al signor Moscati. Con lei poi non moltiplico le parole, protestandomi umilissimo devotissimo affezionatissimo servitore

Leonardo Capitanachi

Venezia, 17 settembre 1768

  1. Michelangelo Blasco a Beccaria (Lisbona, estate 1768)
Illustrissimo signor marchese don Cesare Beccaria

Amatissimo mio signor nipote,

dalla stimatissima sua delli 21 scaduto maggio vedo le tante sue doglianze che L’occupano contro di me, a caggione d’una mia responsiva ad una sua in cui mi annunciava la morte di mio fratello don Domenico di lei socero; deducendo Ella, da detta mia lettera, il mio puoco amore e niun segno di dolore per una tal perdita; come altresì aver io sospettato aver loro tenuto del maneggio nelle disposizioni di esso testatore; e finalmente, per non ripetere tutte le altre querele, d’aver io abbandonato don Giuseppe per sì gran tempo, divenuto inesorabile alle di lui estreme necessità. Carissimo mio signor nipote, il di Lei discorso va benissimo, ma siami permesso dire che gli argomenti quallora si forman su falsi supposti, non possono le conseguenze riuscire se non erronee. Io non me ne offendo, anzi stimo la di lei sincerità ne sfogare i suoi sentimenti con chiarezza, senza di cui mi sarebbe impossibile indovinare l’origgine della sinistra oppinione formata contro di me, per potermi sincerare verso un sì degno nipote, che occupa tutta la stima e gli affetti del mio cuore. Dalli espressati suoi risentimenti, io, dunque, ben vedo che lei molto ignora delle occorrenze rispettivamente passate tra me e ’l sudetto fratello, di lui figli miei nipoti, di quelle che riguardano la mia persona e ’l mio stare; e forse quelle che le saranno pervenute, la maggior parte saran false o alterate, come altre immagginarie o insusistenti; onde io, per metterlo al chiaro e tirarlo dal grande abbaglio o inganno che prende in tutto, devo in primo luogo renderla intesa dello stato deplorabile di salute in cui mi trovò la sopradetta sua lettera; perché doppo le frequenti repetizioni d’iteria sofferti per tanti anni, questi non ancor cessati mi sopraggionsero vari disastri di cadute, ribalzi di sedia con ferite nelle gambe e nella testa, quasi sempre passate a resipole e febri pericolose, non meno che il terribile assalto de’ tre cani mastini che precedette alli narrati sin’ora, di cui ne porterò le cicatrici al sepolcro; ogn’un d’essi lasciandomi sempre un nuovo acciacco nel corpo, nel sangue, e per così dire sino nelle potenze dell’anima; e allora quando mi fu ricapitata la sopradetta sua lettera, mi era puochi giorni prima sopravenuto un nuovo accidente, cioè un strepito o rumore nella nuca, che tuttavia si mantiene ostinato, e quando di tempo in tempo si aumenta parmi allora rovinarsi la casa e ’l mondo tutto: passo allora le notti intiere in piedi, cioè appoggiato ad una sedia senza dormire, perdo la memoria e la conoscenza, sto delli spazi molti senza riconoscermi, e dove mi sia; e quando questo bollore alquanto si quieta, esser io stato in deliro ne’ campi elisi, nel evidente pericolo di venir matto come lo sono in quella durata. In un di questi intervalli fu che lessi la di Lei sudetta carta, e glie ne feci la mal gradita risposta. Ma qual possa esser stata la confusa tessitura di mie linee, son pur troppo persuaso dalla di lei connaturale gentilezza, che se fosse stato possibile figurarsi le sopra espressate lastimose circonstanze in cui fu scritta, averebbe esaltato all’eccesso la mia attenzione e non presa a motivo di scandalo la brevità e la succinta puoca espressione. Quando io però mi fossi trovato nel più tranquillo riposo d’animo e di mente, sarebbe stato forse prudenza il Loro dolore nella perdita di un congionto, che dovevo supporre sensibile non meno al mio, come presenti alli ultimi suoi respiri e per altri giusti naturali motivi, dovevo, io replico, esaggerare il mio? Io, da che intesi il male del defunto fratello esserle gionto al petto, ne piansi la perdita in una continuata angoscia, attendendo da un corriere all’altro la fatale perdita, e ne ricevei alla fine il doloroso avviso come un fatale annuncio de’ miei brevi giorni, come non molto lungi d’età, in oggi che scrivo numerando anni 71, 5 mesi e giorni 29, né credevo a lui sopravivere, atteso li pericolosi sintomi che mi circondano. Ma la grandezza del mio intenso dolore non si deve misurare dall’espressione di belle parole, ma dalli effetti d’un abbondantissimo amore per cui mi son volontariamente lasciato caricare del peso de’ suoi figli sin da quando i maschi entrano in colleggio, e del collocamento delle figlie, abbenché colla prima non v’è stata proporzione alla segonda, e lei può esser sicuro che tutto ciò che è alla sua cognizione a rispetto di tutti è la minor parte di quello da me pratticato, che io benedico; e il desiderio di far molto più non fu mai limitato né diminuto per ingratitudini e impertinenze, che sono state innumerabili. Circonstanze a Lei ignote, almeno nel maggior numero.

Per metterla poi al chiaro della storia di don Giuseppe, non dico dal di lui arrivo qui in Lisbona, perché sarebbe il non finirla mai, ma dall’obbobrioso successo della diserzione, tanto più vile quanto nel carattere di aggiutante che egli godeva, e molto più infame pel motivo insusistente e basso che lasciò scritto di sua mano: egli godeva doppio soldo de’ nazionali, cioè 30.000 reis, che sono 18 zecchini al mese, oltre ad emolumenti sopra i foraggi che ogni anno si dividono tra’ cameradi, senza peso alcuno, in un paese che si vive per niente. Appena gionto in Braganza trova amico tutto il paese, quel comandante le fa da padre, i cameradi da fratelli, l’introducono nelle prime case e vanno a gara per obligarlo e favorirlo, come egli stesso nelle sue prime lettere confessa con esaggerazione; all’istesso tempo mi dà aviso che quel tesoriere le fa difficoltà di pagarle 5 mesi decorsi prima di presentarsi al Regimento, in conformità del suo officio, cioè delli ordini che le sono prescritti dal capo comissario, cui immediatamente ricorsi, e ne ottenni subbito il dispaccio d’esserli sodisfatti a vista. Egli però avea determinato la vergognosa azione, come se n’era spiegato con una monaca, dicendole che tra un par di giorni averebbe fatta una cosa da far parlare tutta Braganza, che la religiosa interpetrò di voler abbandonare il mondo e farsi religioso, e le rispose che quando fosse vera vocazione le collaudava la Santa Intenzione, ma sempre intendeva colli debiti modi, come essa poi disse interrogata doppo la di lui partenza; ma il scritto di sua mano dismentì questa paliata causa, e si pose volontariamente la vergognosa maschera in faccia, con tanto mio affronto e mortal disgusto. Io da un’altra parte, accompagnato da amici, sparsi che, essendosele aperte le ferite della cura nelle parti ecc., si era vergognato e confuso di non poter trattenere l’escrementi, sicché disperato era partito forse per gettarsi in un fiume; ma lo sconsigliato scritto di sua mano, confirmato da esso nelle Spagne ove davasi per disertore, ed altre sue dicerie e incauto parlare, vi tirò anche questo misero panno e vi scoperse tutto il marcio.

Che poi egli dovesse patire fame e sete in sì lungo viaggio a piedi, quando le sarà terminato il denaro che portava seco, che non poteva esser molto, è pur troppo naturale; ma chi lo pose in tanta miseria? Non fu da lui volsuta, cercata, premeditata a sangue freddo, con piena cognizione della sua bruttezza? Colpa che non averebbe alcuna scusa, quando fossero stati veri i motivi; in ogni servizio non obligandosi a forza niuno che sia nel carattere d’officiale, tanto più chi è nello stato d’invalido: ma di questo compatibile motivo egli non ne fece menzione. Chi può compatire chi volontariamente ad occhi aperti, malgrado infiniti riflessi che doveano farle remora ad ogni passo men degno e stimolarlo nella carriera dell’onore e della gloria, ha volsuto spontaneamente precipitarsi in un fosso d’infamia e d’indegnità? Quindi s’io fossi inesorabile alla di lui miseria, come lei suppone, chi potrebbe arguirmi di crudele? Ma come ella è in molto inganno a conto del mio contegno, permetta ancora che io le dimandi chi è stato che lo ha prevenuto con farle trovare a Genova il suo bagaglio lasciato a Braganza, per vendersi e ripartirne la somma tra li di lui creditori? Chi le pagò tutti li suoi debbiti nuovamente colà fatte con spese inutili e idee puerili? Chi le mesate del servitore anche tre mesi altri doppo che fu lasciato solo? Le spese di più settimane di quelli mandati in traccia per ritrovarlo? Chi il nolo di detto bagaglio, di colà sin qui e poi sino a Genova? Chi in essa città le pagò tutte le spese di mantenimento all’osteria, di medico, medicine, di sarto per vestirlo da capo a piedi e remediarlo d’ogni altra urgenza e rimetterlo in equipaggio, la sua conduzione a Milano e anche qualche denaro alle mani? Crede lei che il signor Cervellera lo facesse senza mio preventivo aviso? So che quel galantuomo le averebbe usato qualche carità in quello stato e anche avanzato qualche bagatella di denaro, nella confidenza che io glielo abbonassi; ma l’averebbe fatto con tanta generosità? Mantenuto ad un’osteria, con medici e medicine (potendolo raccomandare ad un ospitale), senza mio preventivo aviso? Io che ne ho già pago la tratta delle spese, anche le più minute, so la grandezza con cui fu trattato, e che non fu nella dimenticanza di chi sborsò tutto il dinaro. E pure, stimatissimo mio signor nipote, il mondo così paga: il signor Cervellera, che ha eseguito li miei preventivi ordini come mio buon amico, senza verun suo interesse grande o piccolo, ha meritato da don Giuseppe, nella lettera in cui le dà parte del di lui arrivo a Corte Maggiore, mio gran benefattore; io non avendo meritato che quello di zio avaro e ingrato, io, dico, che per questi nipoti mi son volontariamente ridotto a passar la mia vechiezza nelle strettezze di una riforma che non può esser lontana e che già tacitamente mi è data, forse aspettandosi che io la chieda, quando (contro le apparenze) vivessi ancora qualche tempo, e a lasciar la moglie in un limitato mantenimento. Si confonde il mio spirito in queste riflessioni, ma la misericordia del Signore m’ha già da molto tempo aperto gli occhi ad un totale disinganno, in cui di giorno in giorno viepiù me le confermo.

Intanto, amatissimo mio signor nipote, ritornando all’antidetto poco anzi, potrà ella riflettere quanto mal applicate siano a me l’espressioni d’inesorabile.

Puoco prima di ricevere la sopradetta sua lettera, n’ebbi altra di mio fratello il canonico, il quale anch’esso cerca un pronto soccorso da questo inesausto tesoro di mie ricchezze, non sapendo anch’egli come più sostentar questo nipote appena gionto e ’l fratello don Giorggio, che, ancor lontano, s’immaggina averlo sulle spalle, esaggerando anch’egli avere pesi intollerabili e obligazioni infinite. Io per verità trasecolo e resto fuori di me stesso, a tanti forsennati attacchi, a tanti deliri: bisogna dire che si figurino che io marcisca nell’argento e nell’oro, o che, con i scoperti titoli per tanto tempo tenuti nascosti dall’esemplare prudenza de fu mio padre, vi si fossero adesso trovate le imense ricchezze accoppiate, non pensandosi ora che a ripartirne i fondi, per il decoroso mantenimento d’ogn’uno. Idio non ascriva a peccato a chi ha insinuato la vana educazione di questi figli, per cui non dando ascolto ad ogni salutare consiglio, parlo di questo don Giuseppe, sarà sempre infelice per aver precipitato la sua fortuna, mentre don Michel con più sana mente sta reparando la sua collo studio, travaglio, e lodevolissima applicazione alle sue trascorse chimere e fantasie. Per quello ella mi parla della leggitima di don Michele, non son io che ho mosso questa pedina, come l’istesso don Giuseppe ne scrive al signor Cervellera, ben sapendo che si dovea il tutto ridurre a poco (ma non però a tanta ridicolaria, come il detto col Cervellera s’esprime). La difficoltà è uscita dall’Auditore Generale o da chi maneggia queste dipendenze: a me si fece l’istanza di esiggere il consenso di don Michele a favore del fratello; e siccome la risposta potea dilatarsi delli anni, proposi d’arbitrare qualche instrumento, libro ecc., ed anche soggionsi che si potevano trattenere costà in deposito, sicuro che il fratello li averebbe rilasciati; e a Lei, se non m’inganno, riflettevo esser conveniente questa dimostrazione per conservare tra loro fratelli la buona amicizia, e non inasprirlo contro la memoria del padre che non l’avea nominato in quella occasione; ma se l’impedimento ancora susiste, io nuovamente Le ripeto, per via del signor conte Pons de Leon, l’istessi riferiti miei sentimenti per tirare tale imbarazzo. Ma già che l’instrumenti e libri sono venduti, potrebber loro un qualche pezzo avuto dall’eredità, senza però tirarselo dalle mani, mentre le scrivo contentarsi di tutto, e mi pare che don Miguel non vorrà accettarlo, e sarà reciproca la finezza e per la parte loro molto più degna. Qui essendo giusto che Lei sappia che tutti li mobili della casa in Milano, sedie, canapè, due specchi grandi, cantarani, tavole, tavolini d’incosto e d’intaglio dorati, orologgio di tavolino, materazzi, coltri, tendine, caldare ed altre rami di cucina e od altri imbarazzi, tutto fu da me lasciato o da mia moglie comprato; e in sostanza essa della casa mobigliata, come loro avranno visto, non tirò che li quadri: mio fratello essendo passato in mia casa col solo suo vestiario e letto, avendo venduto parte de’ suoi mobili, e dell’altra ne guarnì la sua casa di Pizzighettone. Questa piccola notizia è anche una minutissima parte di quelle tante cose a Lei ignote, di cui m’ero prefisso fargliene un qualche brieve detaglio, ma vedo essere impossibile estendermi d’avantaggio su tal particolare: da quel poco però che ne ho accennato, spero resterà ella persuaso del quanto ho mai fatto per questo fratello e famiglia; e che quel tanto che ne sa è molto minore di quanto ho pratticato per essi sino a restar io nella mendicità, se in questo stato mi succedesse un repentino contratempo. Mio fratello non ha mai goduto maggior paga che quella di 150 fiorini al mese, e con questa era a tutti cognito che non poteva mantenere tre figli in un colleggio di nobili, e molto meno farle fare maggior figura che i loro cameradi, figli di case ricchissime; non potea mantenerli fuori con tanta decente comparsa, né a quel servizio di Germania assegnare a ogni uno 20 fiorini al mese d’aggiuto costo e passargliene 15 quando furono caratterizati, ma all’ora montava a molto più ora l’uniforme, or la compra d’un cavallo, degli arredi, or per medici e medicine, ed or per una cosa o altra: quali spese sono note alli nipoti di Vienna, per le cui mani passavano le cambiali, e lo devono esser a notizia ancora della marchesina; ma forse non quelle pagai per don Giuseppe per suo ritorno da Vienna a Milano, e del suo trasporto a Genova e viaggio qui in Lisbona col nolo e trattamento da marchese, oltre una sommetta di cento quindeci lire di Genova fattesi dare dal signor Cervellera a titolo di quello potea succederle, quando da suo padre avea ricevuto maggior somma. Tutto il corpo d’ingegneri, tutta l’officialità di Vienna e d’Italia, che ebbero notizia del sopra espressato mantenimento, credettero, senz’altro conoscimento, che questo non veniva dal soldo di suo padre, ma da altro canale; ed io dico di più, che non averei potuto far tanto senza la condicendenza e concorso di mia moglie, che oltre la metà della mia paga che le mandavo pel suo mantenimento e qualche regalo ogni tanto per le spille, v’ha impiegato tutta l’opera di sua mano, nel tempo stesso che le mormorazioni e detrazioni contro di essa assordavano il cielo, e li disprezzi e dirizioni e schemi dietro le spalle moveano il riso e disprezzo anche de’ servitori; ma fa orrore a quanto gionse l’attrevimento del più beneficato anche in Lisbona, sotto i miei occhi, che taccio per non potersi confidare alla penna; ma fa altretanta ammirazione il contegno di questa cristiana eroina, mentre, doppo l’orroroso attentato, v’impiegò sino alle lagrime per ripigliarlo in casa, da cui l’avevo all’instante cacciato, e quanto poi fece ed esercitò atti di pietà e misericordia nella grave sua malatia e difficoltosissima cura seguita da lì a poco, fece maggior impressione anche all’istessi medici e chierurghi e di chi nulla sapea dell’eccesso seguito. Io, che non ho soltanto un’ombra di tanta virtù, ma che ne conosco in essa il gran merito, protesto che il non vendicare tanti suoi e miei affronti e impertinenze, ed aver all’incontro passato sopra tante monstruose ingratitudini ed al contrario corrisposto tante straordinarie benemerenze, tutto è stato alle di essa eroici esempi e prieghi; e non come intende questo mio nipote esserne debitore al signor Cervellera, nella sudetta carta ove lo chiama suo gran benefattore, dicendole: Intendo dalla lettera che il signor maresciallo mio zio mi manda del denaro; e questa obligazione la devo tutta a Vostra Signoria, che sono più che persuaso avere lei abastanza travagliato per me, di cui glie ne sono mille e mille volte obligato. Io però non mi ricordo aver ciò scritto, ma se l’ho espressato (non mi ostinando in oggi avendo la memoria molto caduca), non sarà certamente ne’ termini d’attenderlo a momenti come a lui pare, non avendolo fatto con un fratello primogenito, che non ha patrimoni né bene alcuno per aggiutarsi; e se ciò fosse stato, doveva essere alla di Lei notizia prima della mia nipote, e all’ora sarebbe stata repugnante alla di Lei sopradetta lettera ove ecc. Donna Angela, che nel vedermi scrivere la presente m’ha scongiurato a non far menzione d’essa nelle sopradette mie discussioni, con giusti motivi che non posso né serve farne menzione, m’incarisce di rinovare alla signora marchesina, marchese padre e madre, tutti di casa, i suoi rispetti, ed a lei uniti alli miei, e dandole un cordiale abbraccio mi raffermo di Vostra Signoria illustrissima servo, amico e riverente zio

M. Ang. de Blasco

P.S. Non scrivo alli sogetti come aveo detto, perché mi manca assolutamente il tempo e la testa, ma lo farò il venturo ordinario.

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone collendissimo, il signor marchese don Cesare Beccaria e Bonesana. Milano

Da Giovanni Battista Cervellera, che fa riverenza ad Vostra Signoria illustrissima.

  1. Beccaria a Barbon Vincenzo (?) Morosini (Milano, 28 settembre 1768)
Eccellenza,

ho l’onore di rimettere a Vostra Eccellenza il libro di Gatti sull’inoculazione del vaiolo. Spero che i di lei lumi e ’l di lei cuore, capaci di cose di maggiore importanza, resteranno convinti dall’evidenza. L’Eccellenza Vostra ne farà quell’uso che stimerà più opportuno. Dopo arrivato felicemente in patria, godo di quest’occasione per testificarle la mia riconoscenza e la mia amicizia, unite alle disposizioni più sincere di servirla in ogni occasione. Se l’Eccellenza Vostra si degnerà darmi nuove di tanto in tanto della stimatissima sua persona, sarà per me una ripruova dell’aggradimento con cui accetterà i sentimenti d’una immutabile stima e rispetto, col quale ho l’onore di dichiararmi di Vostra Eccellenza divotissimo servitore vero obbligatissimo

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 28 settembre 1768

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 1° ottobre 1768)
Signor marchese stimatissimo,

non poteva venirmi da alcuna cosa piacere più grande di quello che mi porta la pregiatissima sua de’ 29 dello scorso, che, assicurandomi del suo felice ritorno, mi rinnova altresì gli attestati della sua generosa bontà. Devo ringraziarla ancora della cura presasi di parlare col libraio francese intorno all’Enciclopedia e della provista fattami de’ due libri de’ quali vuol farmi dono, che per questa volta non ricuso, ma bensì la prego con ogni istanza di volermi dinotare ogni volta il prezzo, poiché quando si tratta di commissioni non devono farsi complimenti, ed ella mi toglie il coraggio di prevalermi delle sue grazie. E l’opuscolo del Voltaire e le Riflessioni d’un Italiano involti in un pacchetto ella avrà la bontà di farle capitare a S. Simpliciano al padre don Atanasio Peristiani, bibliotecario dell’Università di Padova, che tra pochi giorni deve giongere a Milano, il quale s’incaricherà volentieri di portarmeli. Per altro i libri possono giongere liberamente a Venezia, qualunque materia trattino, quando non vengano in grossa balla, che allora, andando in dogana, passano sotto gli occhi d’un docile revisore.

Io studierò il modo da farle arrivare con sicurezza e poca spesa i due libri già proveduti e gli altri che m’ingegnerò d’acquistare. Tenga intanto nota del costo avvisatole, che io farò lo stesso.

Quanto all’Enciclopedia: se il libraio francese può farcene fare l’acquisto consistente in diecisette volumi di materie e cinque di figure per il prezzo di ottanta zecchini, la fermi immediatamente, con questo però, che egli s’impegni in iscritto di farci avere la continuazione de’ tomi delle figure quando saranno per uscire. Su tal piano ella abbia la bontà di fare che prenda le opportune informazioni a Parigi.

Io crederò sempre più che ella mi risguardi con compatimento quando mi vedrò onorato da’ suoi comandi. La prego di presentare i miei divoti rispetti alla signora marchesina, e con sincera e profonda stima mi protesto devotissimo affezionatissimo amico e servitore

Leonardo Capitanachi

Venezia, il primo di ottobre

P.S. Questa sera vedrò la signora Cattina, e mi farò un merito dell’amichevole saluto che a suo nome le presenterò.

  1. Giovanni Sagramoso a Beccaria (Verona, 1° ottobre 1768)
Verona, 1° ottobre 1768

Amico carissimo, in mancanza di mio fratello che è in campagna, vi ringrazio delle vostre cortesi espresioni, e desidero aver altro incontro da potervi servire. La dama contessa Emigli, che avete favorita della guarnizione, vi ringrazia colla moglie ancora, a cui mi farete servo. È contenta del vostro buon gusto, o per dir meglio di quello della moglie. Per mio mezzo vi trasmette i 32 giliati, che consegno allo stesso corriere. Voi amatemi e conservatemi la vostra amicizia, e riverendo a mio nome il signor marchese Calderari racomandategli la mia musica.

Di voi, amico carissimo, devotissimo obligatissimo amico e servitore

Giovanni Sagramoso

Mia moglie vi riverisce ambidue, come mio padre che ha avuto molto piacere d’avervi conosciuto. Addio.

  1. Bandino Panciatichi a Beccaria (Pisa, 17 ottobre 1768)
Pisa, 17 ottobre 1768

Amico carissimo,

tregua ai complimenti: mi sono care le vostre nuove e della marchesina vostra degna consorte, gradisco le dimostrazioni d’amicizia che mi date, ma questi nomi di ringraziamento, d’obbligazioni o simili né io ho potuto meritarli, né convengono fra i veri amici; comandatemi con libertà, se volete persuadermi de i sentimenti che dite d’aver per me.

Ho piacere che la marchesina abbia riscevuto il taffettà color di rose che li mandai per la parte di Venezia. Io ne stavo in pensiero e ne scrissi perciò alla nostra Talia, perché nel caso non lo avessi riscevuto ne potessi far ricerca. Troppo è stata puntuale la vostra consorte a consegnarne il prezzo al signore senator Pecci, che con le lettere di ieri sento giunto a Firenze.

Mia moglie e le figlie fanno i suoi complimenti alla marchesina, e tutti insieme facciamo mille saluti a voi, alla dama, al marchese Calderara ed al dottor Moscati.

Non lasciate da parte la Sommaglia e la Visconti, per le quali conservo sinceramente e stima e amicizia.

E voi credetemi senza riserva vostro servitore ed amico

B. Panciatichi

  1. Gregorio Casali a Beccaria (Bologna, 18 ottobre 1768)
Di Bologna, alli 18 di ottobre 1768

Amico carissimo,

mi sono state carissime le nuove della marchesina vostra moglie e di voi: non tanto i vostri ringraziamenti, che fra gli amici, se non sono ingiuriosi, sono almeno superflui. Io non ho poi ’n oltre fatto nulla per voi, comecché io desiderassi e desideri tuttavia di far molto: ma bisognerebbe valere più che non vaglio per corrispondere a’ miei desideri e al vostro merito. Così non pur io, ma pensa del pari mia cognata, ch’è piena di una veracissima stima della garbatissima vostra moglie, la quale non potrà darle maggior piacere né maggior segno della sua preziosa amicizia che comandandole liberamente. Al signor marchese Calderara farete mille rispetti ’n mio nome. Se qui fusser nuove che il meritassero, ve ne direi. Ora qui le lettere tacciono e le arme per ventura dovrebbon tacere. Non tacerà mai la mia venerazione e la mia amicizia al vostro sapere e al vostro carattere; il perché mi fo gloria di sottoscrivermi devotissimo vostro servitore ed amico obbligatissimo

Gregorio Fil. M.a Casali Bentivoglio Paleotti

  1. Domenico Caminer a Beccaria (Venezia, 29 ottobre 1768)
Eccellenza,

l’onore fattomi dall’Eccellenza Vostra nel degnarsi ascriversi al mio giornale Europa letteraria mi procura anche quello di poter rassegnare all’Eccellenza Vostra questi umilissimi miei caratteri, coll’avviso che ho spedito all’Eccellenza Vostra questa sera col corriere il terzo giornale annotato a libro.

Se Vostra Eccellenza comanda che se gli spedisca franco, la spesa per un anno sarà di lire 24 per il giornale e soldi 16 ogni mese per la francatura et annottare a libro, onde in tutto l’annata è di lire 43.4 venete. Se poi non vuole che qui si franchi, sarà detta spesa di lire 26.8.

Col più osequioso rispetto in attenzione de’ vostri comandi, mi protesto di Vostra Eccellenza umilissimo devotissimo obbligatissimo servo

Domenico Caminer

Venezia, 29 ottobre 1768

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 1° novembre 1768)
Illustrissimo signore, signore colendissimo,

la proposizione della nuova cattedra di Scienze Camerali da stabilirsi in queste Scuole Palatine, destinata per Vostra Signoria illustrissima nel nuovo Piano dell’Università di Pavia, non solo ha incontrato la piena approvazione della Corte, ma in vista del di Lei merito, facendosi premura di distinguerla fra tutti gli altri soggetti nominati in esso Piano, ha ordinato che sino dal principio del nuovo anno scolastico sia messa in attività la cattedra suddetta, senz’aspettare che venga approvato il Piano generale.

Devo pertanto renderne avvisata Vostra Signoria illustrissima, acciocché prenda il tempo di prepararsi all’esercizio della nuova cattedra, al qual effetto Le rimetto qui unita la copia dell’articolo XXXII del Piano, dove si accennano i principii che ne formano la base. E quando l’angustia del sito delle Scuole Palatine non lasci per ora tutto il comodo delle lezioni, è rimesso al di Lei arbitrio, dopo la prima pubblica lezione in esse Scuole, d’invitare alla sua casa quelle persone studiose che vorranno profittarne.

L’onorario della detta cattedra, misurato piuttosto colle presenti circostanze della Cassa degli Studi che col merito di Vostra Signoria illustrissima, è per ora di lire duemila, e comincerà a decorrere da questo giorno.

E congratulandomi con Vostra Signoria illustrissima della giustizia che con tale anticipata approvazione è stata resa al di Lei merito, sono con perfetta considerazione di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore vero

Carlo C. di Firmian

Milano, primo novembre 1768

Signor marchese Beccaria

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Milano, 7 novembre 1768)
Eccellenza,

venerdì notte solamente ho ricevuto a Domaso la veneratissima lettera di cui Vostra Eccellenza si è degnata onorarmi in data del primo novembre. Subito che le circostanze del lago me lo hanno permesso, mi sono creduto in obbligo di portarmi a Milano per rispondere in persona coi più vivi e rispettosi ringraziamenti all’Eccellenza Vostra, dalla quale riconosco la benigna ed anticipata approvazione della Corte alla nomina fatta in mio favore per la cattedra di Scienze Camerali, per un effetto di quella particolare protezione e bontà con cui l’Eccellenza Vostra mi ha sempre risguardato. Procurerò con tutti gli sforzi possibili di non demeritarmi la confidenza di cui la Corte e l’Eccellenza Vostra mi onorano nell’appoggiarmi una cattedra di tale importanza. A quest’effetto, richiedendo la natura delle materie da trattarsi qualche matura ponderazione, crederei d’essere in istato per subito dopo Natale di fare la prima pubblica prelezione, per cominciar poi nella seconda terzeria degli studi, cioè nel principio di Quaresima, un corso non interrotto di lezioni. Ecco ciò che mi dò l’onore di umiliare alle superiori determinazioni di Vostra Eccellenza, alla quale però mi farò sempre gloria di obbedire, come è mio dovere, ogni qualvolta Vostra Eccellenza disponesse altrimenti. Seguirò scrupolosamente lo spirito dell’articolo XXXII del Piano, come di ogni altro che l’Eccellenza Vostra si degnasse communicarmi.

Dovendo ritornare, permettendolo Vostra Eccellenza, alla campagna per pochi giorni ancora, mi approffiterò di quel soggiorno per diriggere tutti i miei pensieri a sostenere con onore l’incombenza addossatami. Con ciò spero di meritarmi sempre più l’autorevole e da me implorata protezione dell’Eccellenza Vostra.

Mi riserbo personalmente il contestarle quei sentimenti della più rispettosa ma sincera riconoscenza e della più profonda venerazione, coi quali ho l’onore di protestarmi di Vostra Eccellenza umilissimo divotissimo obbligatissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 7 novembre 1768

  1. Paolo Frisi a Beccaria (Milano, 8 novembre 1768)
Milano, 8 novembre 1768

Carissimo amico,

l’altra sera sono arrivato a casa assai tardi, e la mattina sono venuto a casa vostra ch’eravate di già partito. M’è rincresciuto di non trovarvi, non solo perché volevo rallegrarmi con voi, ma ancora perché volevo raccontarvi ciò che s’era parlato di voi a Vienna, massime sull’articolo delle due mila lire. Di ciò discorreremo con comodo al vostro ritorno. Ora vi scrivo queste due righe per suggerirvi, se non l’avete fatto, di scrivere al signor consigliere de Sperges e al signor principe di Kaunitz. Anzi, quand’anco il principe non vi avesse risposto altre volte, fidatevi pure di scrivergli sulla mia parola. In oltre abbiate l’avvertenza di fare a Sua Altezza un ringraziamento in comune con vostra moglie, per avere un’occasione di nominarla. Sarebbe anche ben fatto che scriveste una terza lettera a Sua Eccellenza il signor conte di Pergen: anzi a questo potete motivare, se volete, che già sapete con che bontà abbia parlato di voi con me. Ma questa terza lettera non è tanto necessaria come le prime due, nelle quali non mi dovete nominare. Se v’imbroglia la sopracarta, mandate le lettere a me, che la farò fare. Fate mille complimenti alla vostra signora, e ditegli che ho portato la cassettina. Fatene ancora altrettanti al signor marchese Calderara. Io resto qua separato da tutto il mondo, perché, a riserva di cinque amici, ai quali dirò ciò che li risguarda, non voglio parlar di Vienna come se non vi fossi stato. V’abbraccio e sono vostr’affezionatissimo amico vero

Frisi

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 12 novembre 1768)
Illustrissimo signore, signore colendissimo,

dalla compitissima lettera di Vostra Signoria illustrissima in risposta alla mia del primo del corrente, resto inteso della Sua premura di ben corrispondere, com’ero già persuaso, alla fiducia della Corte nel conferirle la cattedra di Scienze Camerali. Trovo discreto il tempo che Vostra Signoria illustrissima crede di dover impiegare a prepararsi alla prima pubblica lezione in queste Scuole Palatine ed al successivo corso regolare della Sua incumbenza. Così dunque potrà eseguire; e con desiderio di dimostrarle in tutte l’occasioni la mia stima e perfetta considerazione, mi confermo di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore vero

Carlo C. di Firmian

Milano, 12 novembre 1768

Signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana

  1. Beccaria a Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg (Milano, 18 novembre 1768)
Altezza,

supplico l’Altezza Vostra a perdonarmi l’ardire che mi prendo di scriverle direttamente. Debbo riconoscere nella cattedra delle Scienze Camerali conferitami con tanta benigna distinzione dalla clemenza di Sua Maestà un effetto dell’autorevole protezione che l’Altezza Vostra si è degnata accordarmi. Non ho potuto pertanto contenermi di darmi il coraggio di testificarle in scritto la mia più viva ed umile riconoscenza. So che la miglior maniera di essere grato ad un sì gran Ministro è di corrispondere con zelo instancabile e da suddito fedele alla fiducia che la Corte si è degnata avere in me nell’addossarmi una cattedra d’importanza. Così mi propongo di eseguire con tutti gli sforzi del mio animo. L’alto onore di servire l’Augusta mia Sovrana è sempre stato e sarà sempre lo scopo dei miei desideri e di tutti i miei studi; tutto il resto lo abbandono pienamente alla somma benignità dell’Altezza Vostra, all’alta protezione della quale mi prendo la libertà di raccomandare umilmente me e mia moglie, figlia del fu tenente collonello degl’ingegneri don Domenico de Blasco che ha avuto l’onore di servire cinquant’anni Sua Maestà.

Di nuovo supplicando perdono se ho osato addirizzarmi immediatamente all’Altezza Vostra, coi sentimenti del più rispettoso ossequio e della più profonda venerazione ho l’onore di protestarmi

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 25 novembre 1768)
Signor marchese, mio stimatissimo padrone,

dal padre Peristiani ho ricevuto un nuovo riscontro della sua gentilezza ne’ due libri che mi fece tenere, per i quali le rendo distinte grazie, e per il piacere che gustai leggendoli, e perché mi vengono da lei. Io non cesserò mai di pregarla d’usare nel comandarmi quella libertà che la giusta stima che le professo le dà diritto di avere sopra di me. Benché sia stato continuamente in traccia de’ libri ch’ella desidera, non mi venne fatto però mai di trovarne alcun altro oltre i due de’ quali le diedi avviso, e che trattengo fino al suo ordine. La prego altresì di assicurare il marchese Calderara della mia diligenza per trovare i Dialoghi dell’Aretino di buona stampa, ma coll’infelice esito di avere fin’ora avuto incerte traccie e vacue speranze. Quanto all’Enciclopedia mi riporto allo scrittole in passato, e le chiedo di nuovo scusa.

Inclusa troverà la risposta data dal nostro Senato al Breve ortatorio del Papa in proposito del decreto emanato in proposito degli Ordini regolari. Io la bramerei più corta e più maestosa. Mi pare inutile entrare in quistioni di diritto; disputino le scuole e i pedanti, ed operino con braccio forte i sovrani.

Il signor Maruzzi tornò da’ suoi viaggi col titolo di marchese e coll’ordine di Sant’Anna, che l’Imperatrice di Russia gli mandò a Vienna. È un uomo che ha dello spirito e tutti i modi oltramontani. Questo fa che non tutti lo approvino. In molti de’ signori l’invidia delle sue fortune, nell’ordine inferiore il peso di qualche atto di troppa elevatezza, fomentano il poco buon concetto nel quale è tenuto. Chi non lo invidia e chi non vuol niente da lui lo trova di buona grazia e di buona società. Egli aspirava a farsi grand’onore agl’occhi della Sovrana e dell’Impero delle Russie, e grandissimo all’Italia maneggiando il di lei passaggio a Petroburgo; e molto gli dispiacque che o i mali intesi o le circostanze abbiano attraversato questo dissegno.

Un certo monsieur De La Rivier, che andò colà per lo stesso oggetto per il quale era ella invitato, si fece smattare co’ suoi pazzi modi e anche colla poca perizia nelle materie di governo. A chi lo interrogava a qual fine era andato in Russia rispondeva: Je suis le legislateur d’un peuple qui n’a pas des loix. Egli non ostante ebbe generosissima ricompensa dalla Imperatrice quando andò a prendere il suo congedo. Ella di tutto questo non faccia uso.

Quando vedremo il saggio sullo stile e l’opera sulla legislazione? È ormai tempo che ella dia una nuova scossa agl’ingegni italiani con qualche sua produzione, avendo essi in qualche maniera bisogno di un qualche colpo elettrico per destarsi dalla infingardagine. E chi meglio di lei pensa, e scrivendo dà di che pensare?

Mi prendo la libertà di ricordarle una copia del libro del signor Moscati, se non altro quando ne comparirà la seconda edizione.

Presento i miei sinceri rispetti all’amabilissima signora marchesina, alla quale ella dirà che col primo vascello di Salonicco aspetto dello Scopolo di scelta qualità, ordinato ad un mio caro amico a bella posta per lei. Chi sa che non abbia l’onore di baciarle la mano costì, prima che il suo progetto di tornare a Venezia non sia eseguito?

Ella, signor marchese, compatisca la lunga seccatura che mi prendo la libertà di darle, e con vero e profondo rispetto e sincera amicizia mi protesto di lei, signor marchese, devotissimo obligatissimo servitore amico

Leonardo Capitanachi

Venezia, 25 novembre 1768

  1. Joseph Sperges a Beccaria (Vienna, 30 novembre 1768)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

colla pregiatissima di Vostra Signoria illustrissima 18 scorso io mi veggo onorato del riscontro d’un illustre filosofo, per il quale ho concepito una singolarissima stima, dacché mi è toccato di leggere la sensatissima opera sopra i delitti e le pene, tradotta successivamente in tedesco da un mio amico, ch’io a ciò animai, affine di spargere questa nuova luce sulla giurisprudenza criminale della mia nazione, e di dilatare il regno della sana filosofia, ch’è quello dell’umanità e del buon senso.

Tanto maggiore e tanto più sincero è ora il senso del compiacimento con cui applaudisco alla destinazione di Vostra Signoria illustrissima, prescelta da Sua Maestà per iniziare la gioventù milanese, dietro a sì luminosi principii, nelle scienze di Polizia, Finanza, Economia pubblica e Commercio, campo assai vasto per esercitare i di Lei felici talenti, e che promette copiosi frutti con disporre mediante questo tirocinio i Suoi concittadini al servigio del loro Principe e del pubblico.

Se ho avuto una qualche parte a tale plausibile destinazione me la reco a sommo piacere e gloria, bramando soltanto di poter contribuire alle maggiori soddisfazioni di Vostra Signoria illustrissima, la quale prego voler essere persuasa de’ sentimenti della più perfetta e sincera stima, con cui ho l’onore di essere di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

G.e Sperges

Vienna, li 30 novembre 1768

  1. Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg a Beccaria (Vienna, 1° dicembre 1768)
Illustrissimo signore,

è un grado di merito reale presso Sua Maestà il riconoscere in tutta la sua estensione il prezzo della benigna considerazione con cui la nostra Augustissima Sovrana distingue i soggetti i quali sanno rendersene degni.

Ravviso con piacere questo sentimento di gratitudine in Vostra Signoria illustrissima dalla pregiata sua lettera de’ 18 dello scaduto mese: quanto più è il medesimo dovuto alla propensione con cui la Maestà Sua riguarda il merito personale di Vostra Signoria illustrissima, le insigni sue fatiche a prò dell’umanità e della filosofia, ed il plausibile suo zelo di impiegare i propri felici talenti nel reale e pubblico servigio, altrettanto fa onore alla di Lei maniera di pensare.

L’incarico dell’istruzione pubblica è grave, quanto decoroso: le Scienze Camerali, appoggiate a Vostra Signoria illustrissima, sono vaste, ardue e direttamente interessanti il ben pubblico: al di Lei sapere e giudizio è riservato di far brillare nella propria patria una nuova scienza e di dare il condegno risalto alla salutare disposizione di Sua Maestà.

I graziosi riguardi della Sovrana verso di Lei non possono non istendersi egualmente alla signora marchesa di Lei consorte, per riflesso ancora alla buona memoria d’un degno e benemerito uffiziale, qual fu il tenente colonello don Domenico di Blasco, genitore di essa.

Mi felicito di essermi toccato in sorte l’occasione di procurare a codesto paese il pubblico insegnamento di così utili scienze, e nel tempo stesso di contribuire alla giustizia che vien resa a Vostra Signoria illustrissima, la quale in ogni occasione mi troverà pronto a dimostrarle la sincera e distinta stima, con cui sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

Kaunitz-Rittberg

Vienna, primo dicembre 1768

Al signor marchese don Cesare Beccaria. Milano

  1. Michelangelo Blasco a Beccaria (Lisbona, 6 dicembre 1768)
Signor mio e stimatissimo nipote,

ricevo alla fine la preggiatissima sua responsiva delli 18 ottobre, il di cui ritardo per verità mi dava dell’aggitazione, atteso che, avendole io rimesso l’attestazione con quella sollecitudine pari alla premura ch’ella me ne fece, mi lusingavo d’un pronto riscontro, per potergliene mandare il duplicato in caso d’essersi smarrita, già che urgeva tale rescritto per ultimare la pendenza dell’intesa eredità; ma godo sentire adesso la discolpa leggitima del ripentino lor viaggio; e molto più ci rallegriamo che abbia conseguito il buon effetto della ricoperata salute di nostra amatissima nipote e che siansi felicemente restituiti a casa.

Dal resto di sua lettera poi, quando ella abbia ricevuto tutte le mie, capisco quanto sia grande la mia infelicità nello spiegarmi, mentre lei entra in giustificazioni e a tirar conseguenze di ciò che a me non passò mai per l’immagginazione di concludere: sicché, malgrado la mia determinazione di non mai più toccare questa afflittiva materia, permetta che io spieghi di nuovo, ancora per una volta, la mia mente su quanto nelle mie anteriori mi ero esteso; essendo giusto tirare tutta l’oscurità che pur troppo sarà occorso nel mio scrivere, atteso il turbamento di capo in cui mi trovo sovente per le continuate repetizioni di mie malatie e ’l naturale stordimento che influiscono gli anni molti ch’io numero; onde possa la dovuta mia corrispondenza correre sempre attensiosa e chiara verso un tanto mio gran nipote, che al sommo venero ed amo.

Primamente io dico dunque che il termine d’ingiusto e di tiranno di che mi lagnai non è di lei, né credevo si potesse intendere a lei diretto, quando il sfogo che ne feci, se ben mi ricordo, fu allora quando ramentai che don Giuseppe in una sua lettera al signor Cervellera le dà il titolo di suo grande benefattore, quando a me verso suo padre m’avea dato il sopra espressato, come esso mio fratello, che Idio abbia nella sua gloria, me lo diede ad intendere scrivendomi con scongiurazioni di non voler mettere i suoi figli nella disperazione: il che per me fu un coltello che mi trafisse l’anima, non per le ingiurie, che a me ed a donna Angela si davano così ingiustamente, e perché questo succedeva nel colmo delle maggiori beneficenze che tutti da noi stavano godendo; ma ci era di grande afflizione considerando l’angoscia del povero padre nello stato di angonizante in cui stiede per tanto tempo, pieno di dolori, aspettando da un’ora all’altra il fatale colpo della morte che le stava a vista: questo è quello che ci trapassò il cuore, e non le ingratitudini, perché a più orrende ci eramo assuefatti. A lui dunque don Giuseppe intesi io dire avermi dato il sudetto titolo ecc.

Quello che lei sente di me è concepito ne’ seguenti termini: ma non posso indurmi a credere che la punizione divenga vendetta, e che voglia essere inesorabile contro ecc.

Io qui non vo bilanciando la differenza che vi possi essere tra queste espressioni di più o di meno agravanti delle sopra espressate: io ingenuamente le dico che di niun modo me ne offesi all’ora, riflettendo che la di lei equità e prudenza non si averebbe lasciato avanzare a tale ammirazione, se fosse stato sciente del mio operato in quel noto successo; passai perciò ad informarla che nulla avea d’abbandono il mio contegno se non che il politico e necessario aspetto; come in fatti, ricevutosi qui l’aviso della di lui fuga che si connestò come un trasporto di pazzia, furono dispacciati corrieri per le diverse parti per le quali potea aver diretto il suo camino, e tra li altri il suo servitore ch’ebbe il mezzo d’innoltrarsi ben dentro li paesi confinanti senza poterlo riaggiongere, il che mi costò non picciolo denaro, per tanto tempo avendola tenuta la borsa prima aperta sino dalla sua spedizione al Regimento; e nell’istesso mentre spedì ordine al signor Cervellera di soccorrerlo in Spagna, ove le furono rimesse 8 doppie a nome di suo padre, e gionto a Genova le feci trovare tutto il suo bagaglio lasciato da lui (con grandezza da Cesare, in abbandono), fu dal signor Cervellera di mio ordine pagato tutte le spese del di lui soggiorno collà all’osteria, di rivestirsi, di medici, di vitto, viaggio fatto per mare, trasporto per terra sino a Corte Maggiore, e finalmente sino a qualche somma di aggiuto di costa per le occorrenze, come tutto mi pose in conto il detto signor Cervellera, e me ne fece tratta, incaricandole io però di occultarle sempre la mano che soccombeva a tante spese, mentre qui a me convenne darlo per morto. Il di lui arrivo poi a Genova fu prima noto a lei che a me, onde è che, quantunque ignote le fossero le sudette mie providenze, non potea capire, nella brevità del tempo in cui lei mi scrisse, l’essere riguardato come inesorabile, che suppone sordità d’orecchie a prieghi d’anni.

Ciò che io poi le posi in riflesso, cioè la distinzione usata colla marchesina sopra la di lei sorella donna Agata, toccando anche quel tanto di più che da me e suo padre fu tenuto occulto, che pure era considerabile, fu perché dalla parte loro usassero al misero erede più generosità di rilasso, di che gliene averei avuto e conservato memoria; senza riguardare quel puoco o niente della detta sorella in Vienna, trovandosi aggravata di numerosa famiglia, di che io non volsi né poteva mischiarmi; ma non mai ho creduto, torno a dire, che queste mie ricordanze, come nepure di trovarmi indebitatissimo e impossibilitato a mandarle un pronto soccorso che mi si chiedea; non credevo, dico, che si potesse tirar la conseguenza che lei deduce, che consumata la tenue eredità che l’erede all’ora sarà l’ogetto della questione di chi dovrà mantenerlo: se io, dice Lei, che sono suo cognato, figlio di famiglia, o vero toccherà alli suoi zii.

A chi mai, adesso dico io, ha potuto entrare nella mente un tal pensiere? A me certamente che no. Dall’essermi io sì mal spiegato, onde lei abbia potuto intendere le cose da me espressate con diverso senso da ciò che io intendevo, capisco adesso che, avendole io ancora fatta confidenza di alcune impertinenze che da questi nipoti tanto io come donna Angela aveamo ricevuto, Lei ha concepito in me quei sentimenti d’odio e di vendetta per cui io voglia inesorabilmente castigarlo: so che lei vuol castigarlo ecc. Conseguenze per altro ben dedotte, sino a tanto che le furono ignote le sopraespressate caritatevoli prevenzioni col signor Cervellera, ma che non hanno alcuna razionalità, perdoni il termine, doppo di esserne inteso.

No, carissimo mio nipote, l’esempio dell’amorevolezza e generosità col mio sangue è ancora senza esempio, come lo conoscerebbe ancor lei se potessi confidare alla penna tutte le circonstanze antiche e moderne occorse tra noi, e come forse non è lontano di sentirle a voce, se a Dio piacerà. Solo per adesso le dico che avendo io fatto tanto (di che non mi pento) per annichilire e confondere le male impressioni concepite verso di noi, come mi era felicemente riuscito a gloria del Signore, i miei nipoti ebbero l’abbilità di far morir suo padre, non dico con odio, perché troppo era egli cristiano timorato di Dio, ma che con una parola di gratitudine mostrasse riconoscere la bontà di donna Angela, particolarmente oltraggiata, che avea usata tanta cura coi suoi figli da che li ebbe in casa maschi e femine, nel tempo che furono in colleggio e da quando ne uscirono sino al presente; ma ciò che dissi all’ora e replico succintamente adesso con mio rincrescimento, parendomi di perdere appresso Dio il merito delle buone opere, abbenché il medesimo Signore sa non essere per iattanza, ma che venendo la cosa più da lontano, avendo noi sofferto cose assai più maggiori, non era adesso conservar col nipote odio alcuno, né procurarle castigo sopra a quello che si ha procurato colle sue mani, onde ella si aquietasse sul creduto abbandono ecc. e che molto meno non ebbi mai idea di buttarlo sulle di Lei spalle: avendole io ancora fatto a lei tale digressione affinché egli don Giuseppe non coprisse la sua mala condotta e suoi sconsigliati trasporti col pretesto di non poter sopportare la tirrania del trattamento che le facevo.

Intanto dal mio fratello il canonico intesi che esso don Giuseppe fusse passato all’altra vita per causa de’ suoi ordinari disordini di bocca, se bene, riletta poi con più quiete la di lui lettera, ancora dava speranza di vita, e finalmente dalla di lei carta intendo essersi totalmente rimesso o almeno fuori di pericolo. Or, ciò che ne sia, a lei, stimatissimo nipote, non tocca pensarvi, dico pensarvi per obligo; e da quanto in quelle mie prime lettere mi spiegai sulle di Lei instanze d’un soccorso, parmi che poteasi capire che a me riservo il modo di farlo, le raggioni essendo molte più di quelle che vedo lei comprendere, da che mi dice: che volendolo soccorrere lo posso fare senza che si sappia; ma una sola ne voglio ricordare, che per essere delle meno importanti è ancor bastante a giustificare il mio contegno, e a lei è ancor nota. Don Michele essendo qui gionto, in una sua lettera a lei scritta dandole conto del suo stare dicevale: due sono i motivi che mi trassero in Lisbona, l’uno per assicurare la dote della marchesina sorella, e a questa parte dicea egli d’aver già compito ed era sicura; l’altra era per tentare la sua fortuna ecc. Io, dunque, ambizioso che tutte le mie generosità fossero gratuite, e dico gratuite perché nudus egressus sum de domo patris mei, sborzerò graziosamente tutto il mio sangue e lascierò che altri, che non ha avuto l’ardire di aprire la bocca ad una sola parola su tal particolare, si vanti d’avermi obligato e prescritto leggi! Soffrirò che l’altro, disprezzando 30000 reis al mese nella positura di averne alla prima vacanza altretanto come seguì in due settimane, s’impiastri da capo a piedi di vile fango, ponga a me suo zio una perpetua maschera in faccia, ed a suo fratello un sì forte imbarazzo a’ suoi progressi; e superi l’impegno, spiegato prima, di avere da me un assegnamento! Quando io non avessi altri motivi di questi, che non sono da paragonarsi colli più rilevanti che taccio, sono bastevoli a mantenermi nella determinazione sopra intesa, che non sarà mai crudeltà, castigo, vendetta, né abbandono, ma un giusto naturale dritto di mia età, carattere ed autorità per non essere sottomesso al capriccio di giovani intestati a farmi fare il latino a cavallo, divenuti così impertinenti per la soverchia condiscendenza di suo padre e la mia troppa bontà, per non dir stupidezza. Sopra di queste scrivo a mio fratello il canonico della miglior tinta che sappia, non tanto per queste nuove emergenze ma per le stravaganti sue idee e modi di pensare. Egli canonico solo, senza peso alcuno, godendo la congrua del più pingue canonicato che vi sia in quello Stato, con cui averebbe potuto di molto aggiutare i suoi congionti, all’incontro li ha sempre spolpati, per imbutirne li esteri caricandosi di pesi alieni, or travagliando al sofistico discoprimento della medicina universale, or comprando quadri, di cui presume intelligenza (passione capace dar fundo al capitale d’un prencipe, non che un particolare), e colla lusinga di voler arrichire tutti, che l’hanno creduto, come lui se lo persuade, col ripartire l’oro finissimo convertito dal piombo, overo distribuire per testamento la celebre galleria de’ suoi quadri, si dà ad intendere di averci tirato le partite che di tempo le sono state date; a me però me le ha quieste con altri pretesti, come lo fa adesso per ritrovarsi, come dice, esausto per il mantenimento del fratello don Giorggio e del nipote don Giuseppe, il fratello essendo già da quattro o cinque anni che è fuori della di lui casa, e ’l nipote che appena eran puochi giorni che vi era gionto, e non le bastò che io le dicessi darsi pazienza per qualche mese, che replica le sue disperazioni esaggerando che non avea come farlo seppellire. Infine su questo io ho detto, con questa medesima occasione, quel che basta, e a lei, mio carissimo nipote, già che vedo tanto interessarsi per l’onor della casa Blasco, le priego di farle sentire che sarebbe di loro prudenza non publicare tutto l’intrinseco del lor particolare colli estranei, l’uno avendo scritto al signor Cervellera la miseria colla quale il canonico lo tratta, abbenché tanto tanto non credo, ma punto non dubbito delli di lui increpanti modi e scroccherie verso i suoi fratelli, come ha fatto tante volte, una delle quali simigliante a questa usò col nostro fratello don Giorggio dandolo per spedito in angonio, dispacciando un servo col quale se le mandò per mano di mia moglie 25 o 30 zecchini; sicché avendo lei occasione di scriverle, supponendo che le avesse scritto e che le debba risposta, favorirà di significarle quelle che le sta bene su questo particolare.

Basta, io non posso dilungarmi d’avantaggio, perché il Smercher mi dicono che parte domani di buonissima ora, ed io questa sera devo farle aver questa lettera a bordo. Io spero in puochi mesi darle un abraccio, onde a voce potrò spiegarle migliore i miei sentimenti, pur troppo vedendo che posso essere incorso in oscurità per la fretta, non potendo rivedere e considerare ciò che ho scritto; ma stia sempre sicuro della stima, amore e venerazione che ho sempre per la di Lei degnissima persona, e affetto per la mia cara nipote, donna Angela facendo l’istesso. Mi raffermo qual sempre affettuosissimo zio e servitore

M. Angelo de Blasco

Li 6 decembre 1768

  1. Cosimo Amidei a Beccaria (Firenze, 8 dicembre 1768)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

il tedio e la noia nello scrivere dimostratami in fatto e confermatami colla viva voce da Vostra Signoria illustrissima, quando ebbi la sorte di riverirla in questa città, mi aveva determinato a ritenere in me medesimo i sentimenti di stima che Le si devono; e sarei stato costante in questa per me penosa determinazione, se il piacere da me provato nell’intendere da questi pubblici fogli la di Lei promozione alla cattedra di Commercio di codesta città non mi avesse stimolato a manifestarlene in questa mia. Si accresce il mio contento in riflettere all’utile che può apportare agli uomini una così degna elezzione. L’interesse ragionato delle nazioni forma la scienza del Commercio, e Vostra Signoria illustrissima è dotata di genio e di quella estensione di lumi che si ricercano per vedere in grande gli oggetti. Me ne consolo moltissimo, e per compimento de’ miei voti vorrei vederla elevata ad un posto da influire più d’appresso e co’ fatti nella felicità pubblica. Felici i popoli, se chi li governa avesse per consiglieri uomini della sua tempra!

S’Ella mi vuol rispondere, mi farà somma finezza, purché non Le sia di grave incomodo, mentre non voglio il mio piacere col dispiacere di chi stimo ed amo. So che per il pensatore è pena lo scrivere, ma so che lo scrivere giova per fecondare le idee; e perciò bisogna fare il possibile per vincere questa inerzia.

La brevissima dimora qui fatta da Vostra Signoria illustrissima nel di Lei ritorno mi tolse il contento di rivederla. Fu per me sensibile il dispiacere, e tanto più fu sensibile perché posso dire che appena io la veddi, subito La perdei. Altro non mi resta che supplicarla di ricordarsi di chi si dice di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Cosimo Amidei

Firenze, 8 decembre 1768

  1. Marco Giuseppe Cornaro a Beccaria (Vicenza, 10 dicembre 1768)
Signor marchese stimatissimo,

Le chiedo un benigno compatimento della mia tardanza in corrispondere alle gentilissime sue grazie; ed il motivo ne è stato la distrazione di alcuni giretti che ho fatto, e in oggi solo mi sono rimesso stabilmente nella mia ressidenza, dove il rimorso mi spinge a compiere prima d’ogni altra cosa verso di Lei i miei doveri. Mi consolo del felice suo ripatriamento e della marchesina mia padrona e del marchese Calderari Loro degno compagno, e La prego ricordarmi servo ad entrambi ed esibirmi ai Loro comandi, che mi saranno al sommo pregevoli. L’aggradimento, ch’ella mi mostra, di quel pochissimo che ho potuto fare nella brevissima dimora o piuttosto passaggio a questa parte, per contrassegnarLe la mia estimazione, è un effetto della sua gentilezza, che vuol rimarcare le cose a misura del nobile suo animo: pure non posso che compiacermi, nella lusinga ch’ella voglia conservarmi la sua affezione e la sua pregiata amicizia, e riconoscermi per un sincero estimatore e ammirator del suo merito.

Quando avrà fatto quell’uso ch’ella crede del catalogo dei miei libri, me lo potrà a tutto suo comodo rimandare, insieme con quelli ordini che nel proposito fosse per darmi.

S’ella stimerà meglio servirsi del mezzo del signor Giovanni Battista Pasquali, può a lui diriggerli: ma per me credo che molto più facilmente conveniremo tra noi, mentre ella mi ha da trattare con tutta la libertà, e sopra i prezzi dirmi apertamente il suo sentimento. Mi farà piacere di portar i miei complimenti alla signora contessa della Somaglia; e raffermandola la mia più piena stima passo a dichiararmi di Lei, stimatissimo signor marchese, devotissimo obbligatissimo affezionatissimo servitore ed amico

M. Vesc.o di Vicenza

Vicenza, 10 decembre 1768

  1. Cosimo Mari a Beccaria (Pisa, 12 dicembre 1768)
Pisa, 12 decembre 1768

Amabilissimo ed ornatissimo signor marchesino,

non è possibile che io possa più contenermi ne’ limiti del silenzio per contestarvi il vivo, sensibilissimo giubilo che ha provato il mio cuore, nell’atto di ricever la nuova della purgatissima scelta fatta dalla mente augusta della Regina d’Ungheria della vostra degna persona per occupare una nuova cattedra, creata in certa maniera espressamente per voi, come reputato il più atto a contribuire alla publica felicità. Tali mi vien supposto siano l’espressioni colle quali è stato concepito il benigno rescritto, il quale, benché giusto, non lascia perciò di esser assai glorioso per voi, onde averete un campo più vasto per dare un maggiore sfogo al vostro sublime genio, e con ciò stabilirvi una costante reputazione per tutta la indefinita estensione de’ secoli avvenire. Già mi pare di vedervi incoraggito ed animato per corrispondere adequatamente alle cesaree intenzioni, e son persuaso che niente potrà resistere alla forza di quella vera virtù che trionfa sopra le anime grandi e che ha saputo conciliarvi rispetto, amore e ammirazione. Eccovi dunque autorizato ad essere un fautore munificentissimo di tutto ciò che possa influire a sradicare i pregiudizi publici e le passioni della multitudine. Le vostre teorie, congiunte alla vostra virtuosa condotta, devono necessariamente formare la più forte impressione nello spirito degli uomini. L’esempio, motivo possente che influisce nelle azioni umane, cresce in potere ed in autorità accrescendosi il numero degli uomini sociabili, i quali cedono all’istinto che abbiamo d’imitarci l’un con l’altro. Nel comun gaudio di quelli che vi stimano e vi amano, si sono particolarmente distinti la Commissaria, suo marito e Pietro Sergardi, da’ quali vengo parzialmente commissionato di passar con voi le più cordiali congratulazioni e presentarvi i loro ossequi. Il nostro abate del Turco gioisce de’ vostri meriti, e vi assicura per mio mezo de’ suoi più rispettosi complimenti. Questo povero giovine è assai malcontento di vedersi negletto da quelli che presiedono a questa Università; e non ha potuto sentire con indifferenza l’elezione seguita in quest’anno di quattro professori dell’Università in forza di cabala, e trascurate affatto molte altre persone di sommo merito e che non si son dato alcun moto per brigare o di far altre viltà rampando sotto l’orgoglio ministeriale. Fra gli esclusi è il prefato abate nostro, il quale sono parecchi anni che in qualità di bibliotecario fa una fatica di schiena incompatibile co’ di lui talenti, senz’altra ricompensa che di soli scudi cento l’anno. Esso è talmente disgustato di tanta non curanza che dimostrano di esso, che sarebbe nelle disposizioni di cercare sotto altro celo la sua sorte. Credereste voi che potesse sperare di ottenere qualche cattedra in cotesta Università? Egli è conosciuto dal signor conte di Firmian e da altri ancora. Di grazia, abbiate la compiacenza di dirmi se potesse fomentare una tal lusinga. La speciale amicizia che ho per esso non mi permette essere inattivo, e mi fa ardentemente bramare i mezi che possono contribuire a renderlo consolato.

Noi ci avviciniamo al tempo in cui mi faceste sperare la spedizione del vostro manoscritto che contiene le nuove produzioni del vostro talento originale, all’oggetto di essere publicate con la stampa dal nostro Aubert. Io vi riprotesto che sono nelle più attive disposizioni per mantenervi la mia promessa nel procurare lo smercio degli esemplari e qui e in Firenze, lo che non mi sarà difficile e per la reputazione dell’autore e per la moltiplicità de’ miei amici, assicurandovi che avrò anche in Firenze un soggetto che non avrà minor premura di me per l’effetto sudetto.

Ardisco rammentarvi la commissione dell’opera sulla moneta del presidente Neri, giacché ella mi fece sperare di essere reperibile anche a comprarlo.

Voi mi ordinaste espressamente di usar con voi il linguaggio di familiarità, come il più analogo ad esprimere i sentimenti del cuore, onde senza derogare al rispetto dovutovi, mi fo un consolante piacere di secondare le vostre premure, per le quali avrò sempre una totale deferenza.

Pregovi umiliare i miei ossequi all’amabilissima vostra metà. Che fanno gli signori marchese Calderara e il dottor Moscati? Pregovi assicurarli della mia vera stima e de’ miei più parziali complimenti.

Ebbi riscontro che vi trovaste contento dell’Epicuro inciso da Bernabé. Io me ne consolo e desidero mi facciate degno di altre vostre commissioni, e più frequenti.

Se mi sono troppo diffuso, attribuitelo al piacere che provo in trattenermi con voi anche per lettera; oltrediché penso di aver epilogato in questa altre lettere che avevo in animo di scrivervi e dalle quali mi sono dispensato, per timore di darvi incomodo.

Imploro la continuazione della vostra preziosa amicizia, e penetrato della più sincera stima, col più vivo attacamento mi protesto vostro affezionatissimo amico e servitore

Cosimo Mari

  1. Giuliano Castelli a Beccaria (Milano, 17 dicembre 1768)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

Sua Eccellenza è contenta che Vostra Signoria illustrissima faccia il suo solenne ingresso nelle Scuole Palatine senza l’imbarazzo d’una toga, tanto più ch’essendo Ella dispensata dal fare le sue lezioni nella cattedra pubblica, la spesa della toga sarebbe fatta tutta per la detta prima funzione.

Mi ha detto l’Eccellenza Sua che vuol venire ad ascoltare la sua orazione; onde Vostra Signoria illustrissima può farle l’invito con sicurezza che sarà accettato.

Ho l’onore di confermarmi col maggiore ossequio di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Giuliano Castelli

Milano, 17 decembre 1768

  1. Orazio Arrighi-Landini a Beccaria (Venezia, 3 gennaio 1769)
Al nobilissimo e dottissimo signore marchese Beccaria, pubblico professore nella cattedra di Commercio ecc., il conte Orazio degli Arrighi-Landini, salute.

Oggi soltanto, nobilissimo e dottissimo signor marchese, ho saputo che il prezioso aureo libro Dei delitti e delle pene è opera della mente vostra profonda e veramente filosofica. Tal notizia mi è stata di tanto piacere che non ho potuto trattener la mia penna dal portarvene le più vive congratulazioni; credendo per fermo che l’amico e il difensore dell’umanità, che in voi ho riconosciuto e nell’opera vostra, debba esigere da tutti gli spiriti onesti ed amatori della giustizia i più divoti e più sinceri atti di rispetto e di stima.

Più volte ho scorso il vostro libro, e in esso ho trovato il vero filosofo, lo scrittore originale ed il più risplendente modello della probità e del giusto. Voi avete posto fuori di dubbio che la vera e più esimia filosofia si è quella che ha per mira il ben pubblico e che tende a sollevare i suoi simili. Vi ho scoperti ed ammirati dei pezzi, i quali sorpassano l’umano pensare; e, cheché ne dicano gl’invidiosi o i cuori temperati a’ colpi della fierezza, voi riducete a tal perfezione le vostre idee che non lasciate luogo ad abbracciare diverso sistema dal proposto da voi.

Vorrei che le critiche mie circostanze mi permettessero di pormi or ora in viaggio, che volerei a baciar quella mano che così bene, così profondamente e così sensatamente si è impiegata a favor de’ mortali. Verrà però quel giorno; e quantunque io non serva che a far numero fra i seguaci della bella filosofia, come avrete, nobilissimo signor marchese, forse raccolto nel mio poema che ha per titolo il Tempio della filosofia, ovvero da qualche altro de’ miei filosofici componimenti stampati, pure mi glorio d’amare e venerare i soggetti vostri pari, che così radi escono dalle mani della produttrice natura.

Questi sensi d’animo veritiero, sebbene di persona a voi ignota, non debbono farvi conoscere che una forza dell’ammirazione e della sorpresa per la sublimità dell’opera vostra, ed assicurarvi che mi reputerò sempre felice se vorrete onorarmi della pregiabile amicizia vostra ed impiegare la debolezza de’ miei talenti nel giocondo esercizio d’obbedire ai vostri ambiti comandi.

Di Venezia, 3 gennaro 1768/69

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 14 gennaio 1769)
Signor marchese stimatissimo,

le ripetute esperienze della sua bontà verso di me e l’espressioni generose da lei fattemi mi diedero coraggio d’incomodarla con mie lettere. Con una la ringraziai del libro delle Riflessioni d’un Italiano da lei favoritomi, con altra la supplicai di provedermi alcuni libri. L’esatezza delle poste non mi fa temere che le mie lettere si siano smarrite, e attribuisco la mancanza di risposta alla moltiplicità delle sue occupazioni. Mi faccio lecito di ricordarle le mie istanze e di raccomandarmele per qualche risposta. Unisco a questa mia la lista de’ libri che mi occorrono, per il prezzo de’ quali aspetto che ella mi ordini come vuole essere soddisfatta.

I miei ossequiosi rispetti alla signora marchesina, e con vero rispetto m’offerisco senza risserva a’ suoi comandi, di Vostra Signoria illustrissima umilissimo devotissimo affezionatissimo servitore

Leonardo Capitanachi

Venezia, 14 gennaio 1769

  1. Giuliano Castelli a Beccaria (Milano, 17 gennaio 1769)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

Sua Eccellenza avendo inviato al signor marchese du Tillot un esemplare della Prelezione recitata da Vostra Signoria illustrissima nelle Scuole Palatine, ha ricevuto da quel ministro la risposta qui acclusa. Mi comanda di parteciparla a Vostra Signoria illustrissima, alla quale non può che far piacere il giudizio ben giusto che in essa si dà di questa sua produzione. Dopo che avrà letta la detta risposta, è pregata a rimandarla a Sua Eccellenza o a me, che la rimetterò subito alle mani dell’Eccellenza Sua.

Ho intanto l’onore di confermarmi, col maggiore ossequio, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Giuliano Castelli

  1. Johann Rudolf Tschiffeli a Beccaria (Berna, 22 gennaio 1769)
Monsieur,

mon frere, major du Regiment Suisse de Tscharner, au Service du Roy de Sardaigne, se propose de prendre part aux plaisirs de Milan, pendant ce carnaval. Sachant que j’ai eu l’honeur de vous marquer autrefois par écrit mon respect et ma veneration profonde, il me croit authorisé à vous le recomander aujourdhui.

A ce titre, quel home de bien ne seroit il pas en droit de vous le presenter? Il n’y a qu’une seule façon de penser sur votre personne et sur vos ouvrages, et mon frere lui meme est penetré pour vous io d’admiration.

Vos lumieres, monsieur, n’ont pas seulement commencé à éclairer ma patrie, elles echaufent actuellement nos meileurs citoyens. On pense aujourdhui serieusement à reformer des abus, dont vous avés peint si vivement l’injustice et l’horreur. J’ose esperer qu’on travailera dans peu, dans notre Respublique, à la confection d’un code criminel, conforme, du moins en partie, à vos excellents principes. Il n’en est pas de meme, malheureusement, de l’interessant article des recompenses. La basse jalousie et la noire envie sont, je pense, inherentes aux aristocraties. Si je ne me trompe pas, cette fatalité atachée à cette forme de gouvernement excuse en quelque maniere mes concitoyens.

Jouissés, monsieur, au sein du bien-etre le plus parfait et le plus durable, de la gloire que votre grand coeur et vos ouvrages immortels vous ont aquise. Recevés, je vous prie, avec bonté mon frere, que j’aime tendrement et qui merite de l’etre.

J’ai l’honeur de me dire, avec toutte la consideration et tout le respect possible, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Tschiffelij
Vice-President de la Societe oeconomique

Berne, le 22e janvier 1769

  1. Francesco Venini a Beccaria (Parma, 3 febbraio 1769)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

Ella ha ben mille ragioni di lagnarsi della mia lunga tardanza a rispondere alla prima lettera che mi ha fatto l’onore di scrivermi. Ma spero che quando saprà esser ciò provenuto da una indisposizione di stomaco, che soffro da qualche tempo quasi continua, si compiacerà di avermi per iscusato. Non ho però tralasciato di eseguire i suoi ordini, ed ho più di una volta parlato con monsieur de Keralio intorno al suo signor fratello. Ma Ella sa come son fatte le corti: l’avere una risposta netta e decisiva è un fenomeno assai raro, e molto più quando si tratta di cose a cui son molti che aspirano. Nondimeno il nostro monsieur de Keralio, che anche alla corte sa vivere da filosofo, mi ha assicurato che farà tutto il possibile per poter darle in breve un riscontro accertato.

Al suddetto signore ed a Sua Altezza Reale ho già presentate le copie della sua bella prolusione, della quale non meno che dell’impiego onorevole che n’è stata l’occasione mi congratulo di vero cuore con Lei; siccome mi rallegro coi nostri Milanesi, ai quali non poteva la nostra Sovrana fare un miglior presente che quello di dar loro una scorta così savia e sicura per guidarli nel labirinto delle scienze politiche.

E senza più a Lei mi proffero con tutta la stima, e mi dichiaro di Vostra Signoria illustrissima divotissimo, obbligatissimo servitore ed amico

Francesco Venini

Parma, 3 febbraio 1769

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signor Cesare Beccaria Bonesana, pubblico proffessore delle Scienze Camerali. Milano

  1. Rinaldo Rasponi a Beccaria (Ravenna, 14 febbraio 1769)
Ravenna, 14 febraro 1769

Signor marchese, padron riveritissimo,

non può dispiacere qualsiasi atto di devozione: ma molto meno quando questi risguardi il commune aplauso. Dunque non può esser discaro all’animo nobile di Lei, signor marchese padrone riveritissimo, che io mi unisca agli altri seco Lei ralegrandomi che dall’essimio signor conte di Firmian sii stata fatta giustizia al suo merito, alla sua dotrina ed a quelle leggi di umanità che ella per vantaggio della società ha fondatamente sparse. Io sono il più vile fra’ viventi, pure godo quando sento le persone che meritano stima essere inalzate. Io mi auguro di essere in Milano, perché vorei nella mia età senile concorrere io pure ad udire le sue lezioni. Benedetta la Sacra Regina e benedetto il conte di Firmian, che, scosso il giogo della depravazione del secolo, sanno in modo particolare esaltare la dotrina. Benché lontano, però sarò suo discepolo, come lo sono al presente con l’aureo libro De’ delitti e delle pene, che mi serve di guida in alcuni miei studi.

Gradischi l’umile mia servitù, la mia venerazione, e non sdegni che un misero mortale si protesti suo seguace. Li miei ossequi alla signora marchesa, di cui conservo viva la memoria; al marchese Calderara ed al dottor Moscati li miei sinceri saluti; e mi do l’onore di dirmi di Lei, signor marchese padrone riveritissimo, devotissimo obbligatissimo servitore vero

Rinaldo Rasponi

[a tergo:] A Sua Eccellenza il signore marchese Cesare Beccheria. Milano

  1. Giuliano Castelli a Beccaria (Milano, 15 febbraio 1769)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

ho il piacere di rendere avvisata Vostra Signoria illustrissima d’esser pervenuto a Sua Altezza Serenissima il real dispaccio che Sua Maestà si era riservata di fare spedire riguardante l’istituzione della cattedra a Lei già conferita in queste Scuole Palatine. In quest’occasione la Maestà Sua ha portato dalle lire duemila alle tremila il soldo a Vostra Signoria illustrissima assegnato in principio. Colle più sincere congratulazioni dunque e col maggiore ossequio mi confermo di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Giuliano Castelli

Milano, 15 febbraro 1769

  1. Rinaldo Rasponi a Beccaria (Ravenna, 21 febbraio 1769)
Ravenna, 21 febraro 1769

Signor marchese, padrone riveritissimo,

già l’aura eccheggia fino a questi lidi delle lodi date da tutti li letterari alla sua dotta Prefazione; ma la voce giunge fino all’udito essendo un suono articolato o uno spirito fluvido che per lo percotimento dell’aria si fa sensibile; ma non così la carta in cui sta esposto il suo pensiere: non le sia dunque, signor marchese padrone riveritissimo, grave il mostrarmene una coppia di ciò che ha communicato al cielo di Milano. Siamo tutti membri di quella società che compone l’universo, onde il bene deve a tutti essere communicabile; e tanto più che io saprò farmi far raggione con ciò che ella mi insegnerà. Mi protesto non le sono seguace insulso. A buon conto, essendo io priore di questi carceri, mi è riescito con le raggioni prese dall’aureo libro Dei delitti e delle pene di liberare una infelice donna che avea ucciso il marito, e solo appoggiato alla ingiustizia di tener tanto tempo un’infelice in dubbio di sua sorte, essendo stata custodita in carcere duro per 13 mesi continui. Spero di esser favorito dalla sua gentilezza, su cui ciecamente riposo; onde pregandola de’ miei rispettosi ossequi alla degnissima signora marchesa e de’ miei cordiali saluti al signor marchese Calderara e dottor Moscati, ho l’onore di essere di Lei, signor marchese padrone riveritissimo, devotissimo obbligatissimo servitore ossequiosissimo

Rinaldo Rasponi

[a tergo:] A Sua Eccellenza il signore marchese Cesare Beccheria. Milano

  1. Giuliano Castelli a Beccaria (Milano, 28 febbraio 1769)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

qui acclusa ho l’onore di rimettere a Vostra Signoria illustrissima la copia del dispaccio di Sua Maestà riguardante la cattedra a Lei conferita. Nel medesimo tempo La rendo intesa che la partecipazione dello stesso real dispaccio è stata fatta da Sua Eccellenza al Magistrato Camerale con ordine di far corrispondere a Vostra Signoria illustrissima anche l’aumento delle mille lire, computandolo dalla data dello stesso dispaccio.

Ho intanto il vantaggio di confermarmi, col maggiore ossequio, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Giuliano Castelli

Milano, 28 febbraro 1769

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 28 febbraio 1769)
Illustrissimo signore, signore colendissimo,

con molta mia soddisfazione ho inteso il concorso de’ molti studiosi alle lezioni domestiche alle quali con tanto zelo si presta Vostra Signoria illustrissima come professore d’Economia in queste Scuole Palatine. Questo primo buon successo della nuova cattedra istituita da Sua Maestà mi fa desiderare d’esser tenuto informato da Vostra Signoria illustrissima, di mese in mese, del numero de’ scolari che continuano ad intervenire alle sue lezioni e del nome di quelli che sapranno farsi distinguere dagli altri colla loro applicazione e profitto.

Sono, con perfetta considerazione, di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore vero

Carlo C. di Firmian

Milano, 28 febbraro 1769

Signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana

  1. Auguste-Guy Guinement de Keralio a Beccaria (Parma, 28 febbraio 1769)
Parme, le 28 fevrier 1769

Monsieur,

j’ay recû dans son tems la lettre que vous m’avez fait l’honneur de m’ecrire le mois passé. Vous aurez trouvé sans doute que j’ay bien tardé à y repondre. Mais le desir de vous faire une reponse satisfaisante, et les esperances qu’on m’en donnoit, m’ont engagé a differer jusqu’à ce moment. Malheureusement toutes ces esperances se sont evanoüies, et je n’ay rien d’agreable a vous dire au sujet de l’affaire de monsieur vôtre frere. Je m’etois d’abord adressé à monsieur le marquis Calcagnini, colonel du Regiment des Gardes, et il avoit gousté ma proposition: mais il a fallu en parler ensuite à monsieur le marquis de Fellino. Ce ministre se souvient très bien de vous, monsieur, de ce que vous lui avez dit l’année passée à Colorno, et de ce que je luy dîs alors au sujet de monsieur vostre frere. Il auroit certainement la plus grande envie de vous obliger, mais il ne voit aucun moyen de vous procurer la satisfaction que vous desirez. Il n’y a actuellement qu’un seul emploi vacant dans le Regiment des Gardes, et Son Altesse Royale aura tout à l’heure à placer deux de ses pages, qui vont quitter la livrèe, sans compter plusieurs engagemens pris il y a deja du tems et des paroles données. Ces circonstances, comme vous voyez, monsieur, s’opposent invinciblement à vos desirs et aux miens. J’en suis très faché, et je voudrois bien trouver quelqu’occasion de prendre ma revanche et de vous estre essentiellement utile. S’il s’en presente quelqu’une, ce sera avec bien de l’empressement que je la saisiray.

J’ay recû aussi, monsieur, l’exemplaire du discours que vous avez prononcé à l’ouverture des Ecoles et que vous avez eû la bonté de me faire remettre. Recevez en, je vous prie, mes sinceres remercimens. Je l’ay lu avec le plus grand plaisir, et j’y ay bien reconnu ce talent precieux que vous avez de saisir les grandes verités et de les mettre dans le plus grand jour.

Je suis avec tous les sentimens d’attachement et de respect que vous meritez, monsieur, vostre très humble et très obeissant serviteur

De Keralio

  1. Gioachino Bonaventura Argentero di Bersezio a Beccaria (Torino, 1° marzo 1769)
Turin, ce 1er mars 1769

Monsieur,

si quelques ouvrages meritent d’être traduits, ce sont assurement ceux ou l’on trouve les plus excellentes maximes reunies en peu de pages, et voila sans doute le merite que l’on ne peut guere refuser à vos ouvrages; mais vous ecrivez avec tant de force, d’eloquence et de concision, qu’il ne faut pas penser de pouvoir vous atteindre, ni même de vous approcher.

J’ai cependant fait tout mon possible pour vous suivre au moins de loin dans ma traduction, à peu-prés comme un barbouilleur d’un village de la marche d’Ancone, qui copiant un tableau de Raphael ou du Correge suivrait avec son faible pinceau ces deux grands maitres de l’art.

J’ai chargé messieurs Reycends libraires de vous transmettre le manuscrit; vous jugerez, monsieur, s’il’est digne de paraître, mais encor une fois ne vous attendez pas que l’on vous fasse parler français comme vous parlez italien; permettez que je profite de cette occasion pour vous temoigner toute l’admiration que votre belle ame et vos ouvrages m’inspirent.

J’ai l’honneur d’être avec bien du respect, monsieur, votre trés-humble et trés-obeissant serviteur

Le Comte de Brezé

  1. «Fratelli Reycends e Guibert» di Torino a Beccaria (Torino, 1° marzo 1769)
Monsieur,

ayant fait connoitre à monsieur le comte de Brezé que nous aurions vû volontiers une traduction de votre discours en françois, il l’a d’abord fait avec plaisir comme vous le verrés par la lettre ci-jointe que nous prenons la liberté de vous faire passer, avec la susdite traduction françoise; nous conseillons à nos messieurs de Milan de le faire imprimer si vous y consentés, et en cas qu’il y eut quelque changements à y faire nous vous prions les en aviser en leurs remettant le manuscrit.

Nous avons l’honneur de vous assurer de nos devoirs, et sommes avec tout le respect, monsieur, vos tres humbles serviteurs

freres Reycends

Turin, le 1er mars 1769

  1. Alessandro Carli a Beccaria (Verona, 8 marzo 1769)
Chiarissimo signor marchese,

è questa, signor marchese, la mia tragedia. Ella s’è degnata d’applaudirne cortesemente la recita: ora io la prego di proteggerla stampata e di accoglierla con quel buon favore col quale ella l’ha sì benignamente aggradita in Verona.

Io certo non avrei avuto l’ardire di inviare a un marchese Beccaria questa mia prima operetta, s’egli coll’incoraggirmi a continuare in questo genere di componimenti non me l’avesse fatta credere da qualche cosa, e non mi avesse un poco invanito colle sue lodi.

Forse io ne stamperò presto un’altra: e s’ella si contenta, mi darò l'onore di presentargliela.

Intanto sono tutti in aspettazione di qualche cosa di grande che sorta dalla sua penna e che equivalga al merito dell’altra sua produzione, cui il mondo tutto ha resa concordemente giustizia.

Devo riverirla a nome del nostro signor capitan Lorgna. E pieno di viva stima e con osequio profondo devotamente e sinceramente me le professo, chiarissimo signor marchese, devotissimo obbligatissimo servitore

Alessandro Carli

Verona, adì 8 marzo 1769

  1. Gioachino Bonaventura Argentero di Bersezio a Beccaria (Torino, 10 marzo 1769)
Turin, ce 10 mars 1769

Monsieur,

j’ai reçu votre lettre, monsieur, et j’attends avec empressement celle que vous m’annoncez, trés-charmé que vous n’ayez trouvé dans ma traduction que des défauts qui ne sont absolument qu’à moi, et qui n’affaiblissent, ni obscurcissent point vos pensées; aussi n’ai-je eu d’autre dessein en vous traduisant que de présenter votre ouvrage tel qu’il est sorti de votre plume à ceux qui n’entendent pas l’italien, et par là augmenter le nombre des lecteurs.

Dans les ouvrages de gout on peut repandre des fleurs, et dire une infinité de riens avec toute l’élégance possible, mais votre ouvrage n’est pas de ce genre; je le regarde comme une belle fleur que l’on ne saurait toucher sans faner, et que, quelque beau que soit le ruban avec lequel on la noue, il ne saurait jamais rien ajouter à son eclat naturel.

Vous ne voulez point entendre des éloges mais, monsieur, les éloges des personnes qui pensent, ce ne sont pas de fades complimens, et le philosophe le plus austère doit ambitionner les premiers, autant qu’il doit mepriser les seconds. Si nous étions à quatre yeux à la bonne-heure, je pourai menager votre délicatesse; mais parlant au public je dois rendre justice à vos talents, et faire connaître votre belle ame: ainsi, monsieur, sur cet article vous devez entierement vous remettre à ma discretion, ou bien sur le moindre murmure de votre part, je vous declare que vous pouvez vous preparer à en voir augmenter la dose.

Vous m’offrez votre amitié et demandez la miene: ah! monsieur, il y a long tems que mon ame vole vers la votre; il m’est glorieux d’être l’ami de l’auteur du livre Des delits et des peines, qui ne peut manquer de l’être de tous ceux qu’ils ont des ames sensibles.

J’ai l’honneur d’être avec respect, monsieur, votre trés-humble et trés-obeissant serviteur

Le Comte de Brezé

  1. Louis-Claude Bigot de Sainte Croix a Beccaria (Torino, 17 marzo 1769)
La réputation de vos talens, monsieur, a d’autres bornes que celles de l’état auquel vous les consacréz. Ils ont reçû des nations étrangéres le même hommage qu’on leur a rendu en Italie, également estimés dans tous les pays, parceque dans tous les pays ils peuvent être également utiles. La France en a connu tout le prix, ses applaudissemens ont retenti jusqu’à vous: vous savéz, monsieur, avec quel empressement on a accueilli chez elle votre Traité sur les délits et les peines. On l’a goûté dans vótre langue, on s’est haté de le traduire dans la nôtre, plusieurs éditions en ont été faites successivement, et aussitôt enlevées, tous les papiers publics en ont publié l’éloge, il a ravi tous les suffrages. La critique même n’a osé elever sa voix, un enthousiasme plus juste qu’elle l’a contrainte à se taire. Ce succés, aussi rare qu’il a été universel, du premier essai de votre plume, en prévenant le public éclairé en faveur des autres ouvrages qu’il a lieu d’en attendre, le rendra attentif, monsieur, à vos moindres productions. L’Impératrice Reine, en jettant les yeux sur vous pour remplir la chaire qu’elle vient d’eriger à Milan, vous a donné une preuve bien flatteuse de son estime particuliére, et justifie, par ce choix digne d’elle, l’estime générale que vous vous étiéz déjà acquise. Nous partageons avec vous votre reconnoissance pour cette illustre princesse; son bienfaît nous est commun, puisqu’en vous mettant à portée de mériter une nouvelle gloire, elle nous donne une occasion nouvelle d’applaudir à vos écrits. J’ai lû avec avidité le Discours préliminaire que vous prononcâtes le 9 de janvier dernier en présence de la Députation Royale des études. J’y ai reconnu, monsieur, l’étendüe de vos lumiéres et la sagesse de vos vües. J’ai admiré l’excellence des maximes, la profondeur des raisonnemens et des réfléxions judicieuses qu’il renferme, unies au charme de la diction et du stile dont vous avéz embelli un sujet qui semble interdire tout ornement. J’ai fait part du plaisir infini que m’a causé la lecture de ce discours à un petit nombre de cytoyens utiles qui s’occupent à Paris des matiéres oeconomiques avec le même zéle qui anime et dirige aujourdhui vos études sur le même objet. Je leur ai inspiré le désir de le connoître et peut être oserois-je le traduire, si par ma traduction je ne craignois de diminüer à leurs yeux le mérite de l’auteur en affoiblissant les beautés de l’original. Cette société d’hommes savans ne doute point, monsieur, du secours puissant qu’elle trouveroit dans le commerce de ses idées avec les vôtres.

Elle est persuadée de cette verité si bien établie dans votre discours que c’est le frottement des esprits et le choc contraire d’opinions opposées qui contribüe le plus à la perfection des sciences. J’ai promis à nos oeconomistes françois de les servir auprés de vous; les circonstances qui m’approchent de votre patrie ont fait naitre ce dessein, et elles me rendroient notre voisinage infiniment precieux, si vous me permettiéz de profiter de vos leçons. J’espére que vous consentiréz un jour qu’elles sortent de l’enceinte de l’école où vous les dictés. Je serois extrémement flatté d’entretenir avec vous une correspondance dont je communiquerois à mes compatriotes instruits tout l’agrément et l’avantage. Mais si je ne puis obtenir de vous cette grace, je me féliciterai toujours, monsieur, d’avoir pu vous présenter cet hommage littéraire qu’il me tardoit de vous offrir, ainsi que l’assurance de la haute consideration et de l’estime respectueuse avec laquelle j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre trés humble et trés obéissant serviteur

Le Ch.er de S.te Croix
officier des dragons et secretaire
d’ambassade de France à Turin

A Turin, ce 17 mars 1769

  1. Joseph Sperges a Beccaria (Vienna, 27 marzo 1769)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

un doppio argomento d’intima compiacenza mi risulta dalla pregiatissima lettera di Vostra Signoria illustrissima de’ 4 del corrente: e di vederla soddisfatta di quelle dimostrazioni con cui da qui si poteva applaudire a i di Lei talenti, autenticate dall’oracolo della stessa Sovrana; e di saperla circondata in cattedra da una numerosa corona di uditori. Ciò fa ben molt’onore a Vostra Signoria illustrissima e riescirà di gran vantaggio alla nazione, nel tempo medesimo che corrisponde alle viste e premure dell’augusta providenza. Un così felice successo, dovuto in buona parte al merito e alla reputazione del professore, ci anima qui a sollecitare le ulteriori misure da darsi dalla Maestà Sua per il risorgimento anche delle altre utili scienze, colla destinazione di nuovi professori per le medesime in codeste Scuole Palatine per il prossimo anno accademico e con altre disposizioni a favore di esse.

Non posso dissimulare a Vostra Signoria illustrissima, scusi la confidenza, essermi nato motivo di qualche sorpresa dalla denominazione con cui Ella ha segnato il suo nome nella lettera. Le Scienze ch’Ella insegna non sono meramente Camerali, sebben indirettamente poi sieno tutte proficue all’erario pubblico; ma devono esse non meno servire per dare incremento alle fortune private, non che vantaggio alle comunità, abbracciando, oltre la polizia, relativamente alla coltivazione e conservazione delle arti, anche l’agricoltura, il commercio, la coltura de’ terreni ecc., come ho procurato di darne in ristretto una più chiara idea nella espressiva del reale diploma, quando anche ciò non fosse sufficientemente spiegato nel correlativo dispaccio; e l’istessa Vostra Signoria illustrissima ha dimostrato troppo bene nella sua bella orazione inaugurale di conoscerne tutta l’estensione, per poterne dubitare. Quindi parrebbe che la denominazione di Scienze d’Economia pubblica potesse forse convenire meglio al soggetto. Ciò sia detto di passaggio; e col più sincero e distinto rispetto ho l’onore di essere di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

G.e Sperges

Vienna, li 27 marzo 1769

  1. Beccaria ad Alessandro Carli (Milano, 29 marzo 1769)
Chiarissimo e stimatissimo signor conte,

una malattia mi ha impedito di rispondere immediatamente alla gentilissima sua. Non poteva giungermi un regalo da me più desiderato quanto quello della bellissima sua tragedia che si è degnata favorirmi. Io l’ho letta con estrema avidità, e senza la magia di quegli eccellenti attori che l’hanno rappresentata, mi è apparsa eccellente e piena d’interesse e di azione. Le imagini sono grandi, di una patetica profondità; i sentimenti forti, vigorosi e veri. Il carattere di Ferusto mi pare compiuto in ogni sua parte e superiormente delineato, meglio assai di quello che abbian fatto altri tragici che hanno voluto rappresentar caratteri analoghi. Non finirei mai, se io volessi dipingerle tutte le bellezze che io scorgo nell’eccellente di lei tragedia. Coraggio, signor conte. Mi sembra ch’ella sia destinata a sollevare il teatro italiano dalla depressione in cui languisce ed a richiamare le muse italiane dal vano cicalio di alcuni miserabili sonetti e di vuote canzoni alla grandezza tragica, dove le passioni umane entrano in iscena, ove la virtù è premiata ed il vizio è punito; ove almeno le vicissitudini umane ci sono dipinte coi terribili colori di una generosa poesia. Ella si degnerà di indirizzarmi una tragedia. Sì, io l’accetto di buon grado, quando ella si risolva di volermi tener in conto di amico e trattarmi come tale. Nella speranza di altre sue lettere e nella fiducia ch’ella mi permetterà di darle mie nuove, sono, colla più perfetta stima ed attaccamento di lei, chiarissimo signor conte, divotissimo obbligatissimo servitore e amico

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 29 marzo 1769

P.S. Al signor capitan Lorgna i miei più distinti ossequi.

  1. Carlo Tonini a Beccaria (Siena, 1° maggio 1769)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

il dì 22 del passato aprile, per mezzo del signore abate Gaetano Landi fu da me proposta la di Lei rispettabilissima persona alla nostra Accademia delle Scienze, e subitamente acclamata a viva voce e collocata nella classe di quei pochi soggetti che si chiamano accademici di onore, ai quali, per non avere obbligo alcuno, l’Accademia li si protesta obbligata qualora si prendano spontaneamente il pensiero di onorarla con qualche nobile sua produzione.

La rendo pertanto intesa acciò Vostra Signoria illustrissima sappia che l’Accademia, nel renderle la dovuta giustizia, gradirà che ella riceva quest’atto di sincera stima con quella compiacenza che è propria del suo carattere rispettabilissimo, intanto che io mi risegno di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Carlo Tonini
Segret.io dell’Accademia

Siena, primo maggio 1769

Illustrissimo signore marchese Beccheria. Milano

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il nobil signore marchese Beccheria. Milano

  1. Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg a Beccaria (Vienna, 8 maggio 1769)
Illustrissimo signore,

non poteva presentarsi una congiuntura più opportuna per rendere giustizia a’ di Lei talenti, né scegliersi da Sua Maestà un soggetto più idoneo alle materne sue sollecitudini di Vostra Signoria illustrissima, per confidargli l’interessante nuova cattedra dell’Economia pubblica.

So quanto la Maestà Sua può ripromettersi dal zelo e da’ lumi di Vostra Signoria illustrissima, e so egualmente quale ubertosa messe potranno raccogliere in un campo così vasto gli uditori, qualorché questi vorranno mettere a profitto l’opportunità che loro viene somministrata con una tanto salutare provvidenza.

Io mi sono ben volontieri prestato a rendere presso Sua Maestà la meritata giustizia a Vostra Signoria illustrissima, e il numero degli auditori delle di Lei lezioni, indicatomi con sua de’ 18 scorso, mi fa sperare tutti que’ vantaggi che si sono avuti di mira dalla Sovrana.

Continui pure Vostra Signoria illustrissima sulle stesse tracce, e sia certa del gradimento di Sua Maestà, come pure per parte mia di quella particolare stima e considerazione con cui sono di Vostra Signoria illustrissima devotissimo ed obbligatissimo servitore

Kaunitz Rittberg

Vienna, 8 maggio 1769

Al marchese Cesare Beccaria Bonesana, professore d’Economia pubblica in Milano

  1. Joseph Sperges a Beccaria (Vienna, 8 maggio 1769)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

sebben la risposta di Sua Altezza questo Supremo Ministro a Vostra Signoria illustrissima supplisca per me il riscontro dell’ultima sua lettera inclusa in quella, a me diretta, serva però questa mia per felicitarla del ben auspicato progresso de’ di Lei collegi pubblici su l’Economia Civile, il quale apparisce dalla numerosa corona e dalla qualità de’ suoi auditori. Avrà Vostra Signoria illustrissima in breve nuovi colleghi in codeste Scuole, e spero che dalle disposizioni intorno alle quali si sta qui, non meno che in Milano, travagliando con fervore e sollecitudine per l’incremento dello studio delle scienze sotto codesto cielo, animerà non poco lo spirito di chi le ama e vuol coltivarle. A buon conto Ella vi è il precursore di tutti: io me ne consolo, e colla più perfetta stima ho l’onore di confermarmi di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

G.e Sperges

Vienna, li 8 maggio 1769

  1. Beccaria a Carlo Tonini (Milano, maggio 1769)
…… Non potevami essere più sensibile l’onore che l’Accademia mi ha fatto col procurarmi la gloria di essere ascritto ad una società così virtuosa, composta di persone così rispettabili per la qualità dell’ingegno e del cuore. La miglior gratitudine che si può avere a questa sorta di benefizi è quella di fare ogni sforzo per contribuire ai progressi della scienza e di un corpo che coltiva in pace la filosofia: a me possono mancare le forze, ma giammai l’intenzione ……

  1. Sylvester Douglas a Beccaria (Londra, 1° giugno 1769)
A Londra, addi 1mo di giugno 1769

Signor marchese,

Ella avrà dimenticato probabilmente lo scrittore di questa lettera, essendo io stato pochi giorni a Milano due anni fa, né potendo sperare che, fra tanti altri Inglesi che passano in ogni tempo per quella città, il mio nome sia rimasto nella sua memoria. Ma io, dall’altra parte, non posso mai scordarmi di que’ giorni (pur troppo pochi) che ci sono stato, perché il padre Frisi avendomi procacciato il vantagio di far la sua conoscenza e quella del signor marchese Biffi, ho avuta occasione, nel frequentare la sua compagnia quanto potevo, sia da lei, sia a quel caffè tanto famoso nel mondo letterario, sia alla libreria de Reboul, di vedere una società di uomini chi uniscono colla sottigliezza d’ingegno, ch’ha sempre carreterizzato gli Italiani, la libertà di pensare, di scrivere e di dire tutto quello che detta la savia filosofia e l’amore della virtù e della patria; libertà che siamo avvezzi noi altri a guardare come dono quasi esclusivo del nostro felice governo. Ed in fatti (mi permetta di dirlo) nel corso de’ miei viaggi in Italia non ho trovato altrove quello spirito di ricerca e di verità nelle cose le più importanti, cioè le cose politiche e morale.

Eppure gli Italiani sono stati quelli che ci hanno insegnato tutte le scienze e le arte. Machiavelli e Fra Paolo tengono il primo grado fra gli scrittori politichi e forse forse si potrebbe mostrare che molti autori più moderni debbono a quelli due gran parte della fama che s’hanno acquistata come originali. Ma mancava a tutti due la soda metafisica che sol può servire di base ferma alle scienze morali; e a l’uno forse mancava l’amore del genere umano, qualità più essenziale, senza di quale il filosofo può piacere all’ingegno, ma non già arriverà mai a riscaldare il cuore, né per conseguenza ad ottenere da’ leggitori quel suffragio interno e sentito ch’è, al mio parer, il miglior criterio del Vero morale. So che sia considerato come cosa indiscreta il lodare le opere d’un autore a lui stesso. Alcuni si mettono in colera quando uno ne parla solamente. Ma dove i lodi sono veri (e che motivo potrei avere di voler lusingare Vostra Signoria), perché mai trovarsene offeso? Dirò dunque arditamente che l’autore del trattato De’ delitti e delle pene possiede, come autore, ciò che mancò a Fra Paolo e Macchiavelli; e ciò che mancò a l’altro, come uomo.

Due ragioni m’hanno stimolato ad indirizzarle questa lettera. La prima è di procacciare al mio amico il signor Udny, portator di questa, la sua conoscenza, non dubitando che avrete tutti due da ringraziarmene: egli perché avrà caro in paese forestiere di poter godere della conversazione d’un uomo tanto celebre, ed Ella perché il signor Udny, oltre le molte altre sue qualità pregievoli, potrà darle molte e certe informazioni spettanti lo stato ed il commercio di quest’isola, e principalmente delle nostre colonie in America, come uno chi ha, egli stesso, de’ gran beni in que’ paesi.

Il secondo motivo che ho per iscriverle è di presentarle una traduzione della sua bellissima Prolusione, ch’ho tradotta per stimolare la nostra giuventù a frequentare le sue lezioni. Questo è la prima volta ch’io sono stato stampato, ed è l’ultima che lo sarò come tradottore.

Nel saggiare, come gli uccelli, le mie penne, se ho guastato un bellissimo originale, ho potuto almeno nel prefazio render giustizia al suo merito e, ne’ sei versi al principio, al genio dell’Italia moderna, ingiustamente ingiuriato in una pistola scritta da milord Lyttleton al signor Pope quarant’anni fa quando era a Roma.

La prego di presentare i miei rispetti alla signora marchesina; e di ringraziare in mio nome il marchese Biffi (chi adesso parla senza dubbio l’inglese con gran facilità) della lettera che ci ha dato per Cremona. Se il conte Belgioioso di Vienna od il marchese Visconti siano a Milano, abbia la bontà di fargli i miei complimenti.

Scrivo ancora al padre Frisi con monsù Udny.

Mi faccia l’onore di credere che sono, signor marchese, il suo servo divotissimo

Syl. Douglas

Si potrei esserle utile in qualche cosa, mi farebbe gran piacer nel scrivermi a Londra, en addressant à monsieur Douglas, chez messieurs Annand et Colhoun, negocians à Londres.

  1. Paolo Risi a Beccaria (Milano, 11 giugno 1769)
Gentilissimo signor marchese,

le rimetto la copia del piano ch’ella mi ricerca. Ho stimato bene di non mandarle quella pulita, ma bensì l’altra scancellata, poiché credo che questa possa servir meglio alla di lei intenzione. Lascerò dunque di presentar il detto piano al signor segretario Castelli finch’ella me ne dia avviso: anzi, siccome avevo diggià detto al medesimo che questa mattina glielo avrei portato, così dirò ad esso ch’ella lo ha mandato a prendere per darvi una rivista. Stimo di prevenirla anche di ciò, affinché se mai ella s’incontrasse col detto signor segretario, possa contenersi ne’ medesimi termini. Frattanto ho l’onore di rassegnarmele, con distintissimo rispetto, divotissimo ed obbligatissimo servitore

Paolo Risi

Da casa, 11 giugno 1769

  1. Louis-Claude Bigot de Sainte Croix a Beccaria (Torino, 22 giugno 1769)
A Turin, le 22 juin 1769

J’ignore encore, monsieur, si la lettre que j’eûs l’honneur de vous écrire le mois de mars dernier vous est parvenüe. J’aime mieux croire pour mon amour propre qu’elle a été égarée, qu’imaginer que vous m’avéz refusé la grace d’y répondre. L’hommage que j’y rendois à vos talens m’etoit dicté par l’admiration sincere qu’ils m’ont toujours inspirée, et qui m’est commune avec tous ceux qui ont lû vos ecrits. Je joins icy un journal oeconomique qui m’a eté envoyé de Paris pour vous l’adresser, et où l’on annonce l’extrait de votre discours dont j’ai fait la traduction. Je vous en ferois parvenir une copie aujourdhui, si elle ne devoit incessamment paroitre imprimée dans le journal de juin que j’aurai, comme celui-ci, l’honneur de vous communiquer, dés que je l’aurai reçû. Vous verréz dans l’un et dans l’autre, monsieur, combien on est curieux à Paris de tous vos ouvrages et combien on est empressé d’y applaudir. Je me felicite d’avoir fait connoitre le dernier dont vous aiéz fait présent au public, quoique ma version soit infiniment inferieure à l’original italien. Mais je crois au moins avoir exprimé dans notre langue le sens naturel de vos idées, si je n’ai pû atteindre à leur force et à leur energie. Je souhaite que vous reconnoissiéz votre esprit dans ma traduction, qui est aussi littérale qu’elle a pû l’etre et dans la quelle j’ai tâché de conserver le ton du discours et l’harmonie de votre stile.

Je joins icy, monsieur, un autre ouvrage oeconomique qui m’a eté adressé avec une lettre pour vous par un membre du parlement de Grenoble, sous la direction duquel cet écrit a eté redigé. Il le soumet à vos lumiéres et regarderoit votre approbation comme le sceau des suffrages dont on à déjà honoré en France cette brochure. Si vous daignéz, monsieur, répondre à cet auteur, je vous prierai de m’adresser votre lettre pour luy et je la luy ferai passer.

Je charge un habitant de votre ville de vous remettre ces différens envois, ainsi que ma precedente lettre en cas que vous ne l’aiéz point encore recüe. La société de nos oeconomistes françois semble m’avoir choisi pour son correspondant auprés de vous, et ce titre me devient trés flatteur par les occasions qu’il me presente de vous offrir, monsieur, les assurances respectueuses de l’estime et de la considération particuliere, avec les quelles j’ai l’honneur d’etre, monsieur, votre trés humble et trés obeissant serviteur

Le Ch.er de S.te Croix

  1. Marc-Michel Rey a Beccaria (Amsterdam, 28 giugno 1769)
Monsieur le professeur Allamand à Leyde m’a chargé, monsieur, de vous faire parvenir:

1 Ouvrages de l’abbé de St. Pierre, 8°, en 17 vol., f. 18. –
1 Loix de Platon, 8°, 2 vol., f. 4. –
1 Loix dito, pour monsieur le comte Joseph Gorrani, f. 4. –
1 République de Platon, 2 vol., f. 1.10
____________________________
argent courant de Hollande f. 27.10
qu’il vous plaira de me faire remettre, ou si cela vous est plus commode, de payer à monsieur le chanoine Maderna de St. Ambroise, qui a un fraire ici et qui pourra me le remettre sans fraix.

Monsieur Allamand ne m’ayant point dit par quelle voye je devois vous faire parvenir ce paquet, j’ay pris la voye du chariot de poste par l’Allemagne comme la plus courte; si le paquet avoit été plus considerable j’aurois pris la voye de la mer. Il vous plaira, monsieur, si vous m’honorés de vos ordres, me prescrire la route que je dois prendre.

Je serai flaté si vous me croyés à meme de vous marquer la parfaite consideration avec la quelle j’ay l’honneur d’etre, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

Rey

à Amsterdam, le 28 juin 1769

Je pense, monsieur, vous faire plaisir en faisant ajouter à votre paquet:

1 Projet d’une riforme en Italie, f. 1. –
1 Histoire du Parlement, 8°, 2 vol., f. 2.10
1 Essais sur la nature, 8°, f. 1.10
Monter de cy derriere, f. 27.10
Afranchissage du paquet jusqu’à Arnhem, f. 1.10
Emballage f. –. –
___________________________
argent courant de Hollande f. 34. –
Obligés moi, monsieur, en faisant parvenir les incluses à leur adresses.

  1. Simon-Jéróme Bourlet de Vauxcelles a Beccaria (Bologna, 29 settembre 1769)
Boulogne, 29 septembre 1769

Je n’ai pas eté assez heureux, monsieur le marquis, pour rencontrer monsieur le comte Savioli à Boulogne. Ainsi je ne verrai point les amours de cette ville, mais ceux de Milan me tiennent fidele compagnie, et c’est pour leur presenter mon homage que j’ai l’honeur de vous ecrire. Daignés recevoir, vous et madame de Beccaria, mes tendres et trop justes remerciments de la complaisance avec la quelle vous m’avés accueilli, vous dans votre cabinet et au caffé, elle dans sa loge et à son clavecin; je n’oublierai ni votre bon sopha et votre bon style, ni les jolies chansons francoises de madame la marquise et sa contredanse, que je n’ai point mise en vers parceque je ne la sai pas mettre en mesure. Dès que je trouverai un homme qui saura jouer du violon, je la danserai, et si je peux je la chanterai et la rimerai. Voiés un peu, monsieur, combien il faut de choses et de gens pour une chanson: un homme pour la musique, un autre pour les vers, un autre pour la danse, et voila comme pour une seule chose frivole on perd trois hommes. Si j’osois comparer une si petite chose à une grande, je dirois qu’il faut aussi pour une bonne economie: des philosophes qui la concoivent, des ministres qui la protegent, et de bonnes gens qui executent. Ces deux derniers articles ont manqué jusqu’ici en France et voila pourquoi l’economie y est encore comme ches vous une science dans son enfance, qui semble envain depuis dix ans se debattre dans ses langes. Puisse monsieur le comte de Firmian les lui oter; ce sera vous ensuite qui lui apprendrés à marcher.

J’ai l’honneur d’etre avec le plus respectueux attachement, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

J. de Vauxcelles

  1. Fortunato Bartolomeo De Felice a Beccaria (Yverdon, 15 ottobre 1769)
Yverdon, 15 octobre 1769

Monsieur,

vous aurez appris sans doute la vaste entreprise que je m’en vais executer dans quelque mois, d’une refonte generale de l’Encyclopedie. J’avois prié monsieur le comte Verri et monsieur Dragoni de vous prier de vos secours, qui auroient donné un prix brillant à mon edition. Ces messieurs ne m’ont fait aucune reponse. C’est pourquoi je prends le parti de vous en prier moi-meme, et de vous assurer que votre nom paroitra à la tete du premier tome, avec ceux de trés grands hommes, meme de la France, qui travaillent actuellement à mon edition. Je serois enchanté, monsieur, si je pouvois orner cette note de votre nom celebre. Vous pourriez, monsieur, vous appliquer à quelle branche que vous choisiriez, et etre assuré que vos articles y entreroient entierement, sans aucune autre correction ou changement que ceux que le stile demanderoit, si vous les ecriviez en françois.

J’ai l’honneur d’etre avec une parfaite consideration, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

de Felice

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Beccaria, à Milan

  1. Giuseppe Toaldo a Beccaria (Padova, 18 novembre 1769)
Padova, 18 novembre 1769

Illustrissimo signor marchese, mio padrone colendissimo,

colla fortuna di averla conosciuta in persona, valorosissimo signor marchese padrone, l’anno scorso in casa di monsignor Marco Cornaro a Vicenza, e colla stima precedente conceputa dall’eccellenti sue opere, tengo memoria viva di Lei e di ciò che La può riguardare. Quindi mi sono preso la libertà d’indrizzarle una copia di certa mia stampa di Tavole trigonometriche con introduzione, che a quest’ora avrà probabilmente ricevuta dal signor Galeazzi, a cui il tutto fu indrizzato. La cosa è fatta per li giovani e per la mia scuola; a Lei la presento per titolo di stima, e mi basta dal signor Galeazzi che sia riferta questa edizione di tavole, che senza dubbi è la migliore o l’unica buona che v’abbia in Italia; l’introduzione non contenendo cose nuove, ma pure esibisce ciò che indarno si cerca ne’ libri volgari, sia di teorica sia di pratica, con metodo, se non m’inganno, molto chiaro e adattato al bisogno de’ principianti. Collo stesso metodo darò le tavole astronomiche, subito che possa avere le più recenti e perfette che sono per publicarsi in Inghilterra, in Svevia ed in Francia. Il nostro osservatorio va avanzando molto bene, e procuro secondo le mie deboli forze di promovere al meglio questi studi a me affidati.

Memore pure delle sue raccomandazioni per libri, ieri ho acquistato il Circolo pisano a buonissimo prezzo, e starò in attenzione per gli altri. Mi dirà se vuole che glelo mandi. In difetto d’altra occasione, per non valersi del coriere, potrò far capitare il libro a Bergamo, d’onde Le sarà spedito nel modo che prescriverà.

Vorrei io avere l’ultima edizione delle Lettere e d’altre opere, se ve n’è, del padre Beccaria di Turino. Se potesse trovarli pronte, faccia favore d’indrizzarle a Bergamo, al signor Antonio Fortis, in Cancelleria prefettizia, avisandomi del prezzo.

Abbiamo qui molto gustata la sua Prolusione alla nuova cattedra sua. Adesso stiamo aspettando qualche nuovo bel parto del suo raro sapere ed ingegno: in particolare il signor abate Cesarotti, che distintamente La riverisce. Egli si fa sommo onore nella sua cattedra di lingua greca ed ebrea.

Quando vede il padre Frisio, è pregata riverirlo per parte mia e del signor abate Cesarotti. Lo prego scusare il tenue regalo della mia stampa, che in faccia a lui deve veramente arrossire, ma lo diedi per venerazione a chi fa tanto onore ai nostri studi e all’Italia.

Il signor abate Bilesimo, professor di gius publico, è fatto consultor publico teologo in jure, con stipendio di 1200 de’ nostri ducati d’argento, ritenendo anche la cattedra per qualche tempo; si fa molto onore anche nel nuovo carico.

Qui non abbiamo produzioni nuove. Tutto è innesto del vaiolo, che prenderà più voga dopo la disgrazia di certe giovani dame, mancate di vaiolo naturale.

Abbiamo perduto nel mese di settembre il signor abate Facciolati in età di 89 anni. La sua biblioteca fu dispersa, e gli avanzi dati ad un libraio qui, che ne publicherà l’indice. I migliori libri, come i greci, sono andati all’eccellentissimo signor Angelo Quirini. Per istorico dell’Università fu sostituito il signor abate Dalle Laste, che ha molta cultura nelle belle lettere. Il signor Morgagni della stessa età vive prosperamente, crescendogli il vigore dalla distinzione usatagli dalla Maestà dell’Imperadore nelle due ore che si trattenne in Padova e venne a visitare l’Università.

Pregola farmi servo alla sua dama, come anche al signor marchese Calderari, e se ha occasione al signor professor Moscati. Io protestomi con vivissima stima di Lei, signor marchese veneratissimo, umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore

Prevosto Giuseppe Toaldo P. P.

  1. Francesco Venini a Beccaria (Parma, 28 novembre 1769)
Illustrissimo signor padron colendissimo,

ho ricevuto per mezzo del gentilissimo signor Sergardi il manoscritto ch’Ella si è compiaciuta di spedirmi, di che la ringrazio moltissimo non meno che della memoria e della buona opinione che conserva di me. Così potessi io lusingarmi di non esserne affatto indegno, come avrei ben ragione di chiamarmi fortunato. Già sono alcuni giorni che ho cominciata la stampa degli Elementi di matematica ad uso di queste scuole, dei quali non mancherò di farlene tenere una copia. Non so se Ella sia informata che si fa qui da Carmignani una nuova edizione del suo bel libro Dei delitti e delle pene, anzi credo che sia già terminata. Non ho mancato di far le debite diligenze per servirla della copia dell’Orfeo; ma non mi è stato possibile di ottenerla, perché l’originale è sempre stato in mano della Principessa. Sento però che il signor Sergardi ne abbia parlato, e che gli sia stato permesso di farne trarre una copia. Tosto che dal copista mi sarà consegnata, la spedirò con ogni diligenza. Intanto desidero l’onore de’ suoi comandi, e con tutta la stima mi proffesso divotissimo, obbligatissimo servitore

Francesco Venini

Parma, 28 novembre 1769

  1. Gli editori livornesi dell’Enciclopedia a Beccaria (Livorno, 1° dicembre 1769)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

la notizia di una nuova edizione dell’Enciclopedia, che s’intraprende in Livorno, deve esservi pervenuta, illustrissimo signore, mediante i manifesti che ne sono stati sparsi da pertutto coll’avviso che ne hanno recato i pubblici fogli d’ogni genere.

In essi avrete potuto vedere, seppure in alcuno vi siete incontrato, come abbiano gli editori risvegliata l’espettativa del pubblico con speranze d’illustrazioni e di accrescimenti, di cui parte è stata loro promessa da soggetti stimabilissimi loro corrispondenti, e parte si lusingano di poter ottenere dai dotti d’Italia, ai quali si sono proposti di volersi indirizzare.

Egli non era peraltro da avventurare a questi ultimi il passo di una somigliante dimanda, fino che un numero convenevole di sottoscriventi all’associazione che se ne progettava non avesse assicurata la riuscita del tentativo.

Adesso pertanto che l’intrapresa ha acquistata tutta la necessaria solidità, si sono essi determinati di porger le loro suppliche ai più celebri nelle respettive professioni, onde vogliano colla loro assistenza mettergli in stato di riuscir con decoro in un impegno preso per solo amore alle lettere e per una onesta e geniale occupazione.

Quindi non deve parervi strano che anco a voi, signore, si facciano lecito d’indirizzarsi, di cui le belle opere pubblicate ed il comun grido attestano assai più di quel che sia loro permesso di dirvi in questa occasione.

Essi nutriscono una viva fiducia che vogliate degnarvi di accettare in buon grado la loro supplica e compiacerli quanto nelle vostre circostanze vi sarà permesso di fare, non appoggiati ad alcuna servitù ch’essi abbiano con voi e che desiderano soltanto di acquistare, ma alla giustizia della domanda medesima ed a quel social dovere che nelle lodevoli imprese prescrive al più forte di non negare al più debole il suo soccorso.

Riflettete, signore, che per una parte non potete trovare una sufficiente ragione per intieramente dispensarvene, e che per l’altra renderete col compiacerli un ottimo ufficio all’universal letteratura ed alla pubblica utilità.

Si tratta di moltiplicare gli esemplari di un’opera ch’è forse la più utile da quante ne sono uscite dalle mani degl’uomini. Ella fu, come sapete, immaginata dai primi suoi illustri compilatori per dover servire come un registro ragionato e fedele di quelle cognizioni che l’ingegno umano è andato di mano in mano acquistando, e considerandola per questo lato non dovrebbero mancarvi se non quelle molte che per difetto di un simil metodo i nostri antecessori hanno saputo mal conservare.

Ma fra quelle che tuttavia si ritengono molte ancora ne mancheranno, che nell’immensità e moltiplicità del lavoro devono esser fuggite all’estrema diligenza degli autori. Queste, unite alle altre tutte che la mente dell’uomo sempre instancabile nelle sue ricerche va ogni giorno procacciandosi, formano un supplemento alla prima compilazione che non avrà mai termine, e degno delle fatiche dei dotti d’ogni età e dei veri amatori del pubblico bene.

Quindi è che a questo desiderabile oggetto tutti quelli che coltivano le arti e le scienze dovrebbero sagrificare una parte del frutto che ne ritraggono, e con questo metodo potrebbe l’opera diventare un giorno il più ricco, il più importante, il più geloso deposito che ogni generazione lasciasse a quella che le fosse per succedere.

Gli editori di Livorno intendono di somministrare un’opportunità ai dotti d’Italia, onde far questo sagrifizio alla pubblica utilità, e colla nuova impressione che ne preparano propongono di erigerne un durevole monumento alla posterità. In tal caso voi siete, illustrissimo signore, fra quelli che ne dovete al mondo un’assai maggior rata degl’altri, e gli editori che ve la domandano hanno un giusto diritto di pretenderla, perché rappresentano nei loro associati una grandissima parte delle persone più stimabili d’Italia, tutte vostre ammiratrici, ed in conseguenza un corpo meritevole di questo riguardo da un loro contemporaneo e cittadino qual siete voi.

Degnatevi dunque, o signore, ai sopradetti motivi, che per sé soli saranno sufficientissimi a muover l’animo vostro, aggiungere per sola vostra benignità ancor quello dell’infinita obbligazione che ve ne professeranno in perpetuo i vostri, di Vostra Signoria illustrissima devotissimi obbligatissimi servitori

Gli Editori dell’Enciclopedia

Livorno, primo decembre 1769

L’addrizzo ai detti editori.

  1. Pietro Bindi Sergardi a Beccaria (Pisa, 6 dicembre 1769)
Pisa, 6 decembre 1769

Amico carissimo,

finalmente dopo quindici giorni appunto che io mi divisi dalla vostra cara ed amabile compagnia, e dopo essere stato obbligato di trattenermi otto giorni a Parma per aspettare una lettera che l’Infanta volle darmi per suo fratello il Granduca, sono giunto con tutta la felicità e senza accidenti a Pisa; dove ho creduto che il mio primo dovere fosse quello di darvi le mie nuove, non solo per l’interesse che son persuaso che voi prendete per un vostro amico, ma particolarmente per ringraziarvi di tanti favori e di tante grazie che avete avuta la bontà di compartirmi per tutto il tempo che la sorte mi ha conceduto di vivere con una persona delle vostre qualità e del vostro carattere. Continuatemi dunque la vostra amicizia e la vostra grazia, ed assicuratevi della continuità della mia stima, della quale non trascurerò mai di darvene tutte le dimostrazioni qualunque volta vi compiacerete di somministrarmene la congiuntura; fatelo, e vedrete.

Nel recapitare la lettera dell’Infanta di Parma, il Granduca mi trattenne tre quarti d’ora per esser informato minutamente di tutte le peripezie accadute a quella corte, giacché nel mio passaggio io ebbi luogo di trovarmi presente a tutti quelli ostracismi.

Andato a trovare il signor Pompeo Neri, che mi parlò moltissimo di Milano e con piacere, lo interrogai sopra l’Odazi; mi disse che si ritrovava in Pisa e che andava a Napoli, qualche persona che era presente ne fece degli elogi di buona fede, ed essendo io dopo questa visita andato al teatro lo trovai in vari palchi, e come mi vidde mi fece un complimento e mi rammentò quei momenti che mi aveva visto in casa vostra, io vi risposi con civiltà ma corto.

Qua si vive molto bene non solo per motivo della corte, che somministra delle occasioni al divertimento, ma ancora per la grande affluenza de’ forestieri che vi son venuti a passar l’inverno, tra quali molti moscoviti e svedesi, deccovi detto tutto; la casa del Commissario quanta è grande si ricorda tutta di voi, e mi ha incaricato di farvi i più distinti complimenti.

Da Calderara a cui scrivo sentirete l’istoria de’ misteri di Frisio rispetto al viaggio della marchesina Mola. Alla marchesina vostra tanti cordiali saluti; amatemi e credete che vi amo e vi stimo senza eccezione. Spero che da Venini averete avuto riscontro del recapito de’ vostri fogli. Addio, io sono invariabilmente, colla maggior sincerità, il vostro devotissimo obbligatissimo servitore amico

Pietro Sergardi

Ditemi quanti scolari avete.

  1. Armand-Charles-Emmanuel d’Hautefort a Beccaria (Venezia, 23 dicembre 1769)
A Venise, ce 23 decembre 1769

Quoique j’aye eu l’honneur de vous ecrire il y a près de deux ans, monsieur, et que vous ne m’ayès point fait reponse, j’aime à me flatter que vous ne m’avès point oubliè. Cette idèe, ou peut-être cette illusion, m’est d’autant plus aggreable, que j’espere avoir bientôt l’honneur et le plaisir de vous voir à Milan, où je compte pouvoir me rendre dans les premiers jours de fevrier. Je vous supplie de me mander si je vous y trouverai dans ce tems là, car vous êtes le principal motif de mon voyage en cette ville. Je joins ici mon adresse à Rome, où je vous prie de me repondre. J’y serai tout le mois de janvier.

On ne peut rien ajouter, monsieur, à l’estime et l’attachement avec lesquels j’ay l’honneur d’être vótre très humble et très obeissant serviteur

Le C.te d’Hautefort

A monsieur le comte d’Hautefort, Grand d’Espagne de la 1ere classe, chez monseigneur le Cardinal de Bernis. A Rome

Monsieur le marquis Beccaria

  1. Alessandro Carli a Beccaria (Verona, 30 dicembre 1769)
Pregiatissimo signor marchese,

con questa lettera ella riceverà, signor marchese, due copie della mia, anzi ora dir posso della sua, tragedia. Io mi ho fatto l’onore di dedicargliela: ella abbia adunque la bontà di aggradirla; e la mi doni nella sua amicizia il maggior premio che ricompensar mai possa le fatiche d’un poeta.

Io so che è proprio d’un mecenate di fare elogio alle opere che gli vengono dedicate: ma io amerei d’intenderne la sincera di lei opinione; e vorrei, se gli è in grado e se non glie lo contendono l’altre sue occupazioni, ch’ella me ne facesse una critica analisi.

Spero che il lungo ozio mi permetterà d’applicarmi ancora a questo genere di scrivere; e s’ella volesse regalarmi d’un qualche buon lume e accennarmi degli argomenti idonei per questo carme, mi farebbe un piacere che aumenteria sommamente le mie obligazioni ver lei.

Io la abbraccio, signor marchese, la venero con la più alta stima e la prego a volermi bene. Sono, pregiatissimo signor marchese, suo obbligatissimo servitore e amico

Alessandro Carli

Verona, adì 30 decembre 1769

[a tergo:] A Sua Eccellenza il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana, Milano, con un pachetto segnato M.C.B.

  1. François Grasset a Beccaria (Losanna, 30 dicembre 1769)
Monsieur,

comme nous nous trouvons dans le cas, pour satisfaire à la demande qui nous en est faite par nos correspondants, d’imprimer une nouvelle edition du livre intitulé Dei delitti e delle pene, sur la cinquieme edition, nous avons crû devoir suplier Vôtre Excellence de nous en accorder la permission, comme aussi les augmentations ou corrections qu’Elle pourroit avoir faite à cet excellent livre.

La ville de Milan etant devenué la patrie des belles lettres et du bon gout sous les heureux auspices de Vôtre Excellence, nous prennons la liberté de nous recommander à Elle et la prions de nous indiquer les bons ouvrages nouveaux publiés depuis peu en Italie, qu’elle jugeroit devoir être traduit en françois: nous avons ici tous les secours pour cela.

C’est avec l’admiration, la vénération la plus sincère que nous demeurons avec le plus profond respect, dans l’attente de ses gracieux ordres, monsieur, vos trés humbles, dévoués et trés obeïssans serviteurs

François Grasset et Comp.e

Libraires et Imprimeurs à Lausanne en Suisse
à Lausanne, le 30e decembre 1769

  1. Antonio Lambertenghi a Beccaria (1769-1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

cinque uomini erano presenti al discorso tenuto in casa Montorfani risguardante la mia prolusione, e dove si dice ch’io abbia di Vostra Signoria illustrissima parlato in termini che non farebbono troppo onore al carattere di onestà che mi vanto di avere. Tre di questi da me interrogati rispondono nella maniera che ella vedrà, e che basta a giustificarmi pienamente. Degli altri due non ispedisco gli attestati, perciocché uno d’essi è il signor dottor Moscati, che ella vede spesso e da cui potrà informarsi a bocca; e l’altro è il signor avvocato Bigoni, che è parte. Duolmi troppo che si sia tentato d’annerire la mia riputazione e farmi correre per uomo di cuor doppio. Questo sinistro avvenimento mi ammaestra ad essere men socievole e a credere meno agli uomini. Il signor marchese poi pare che mi dovesse conoscere abbastanza, e che non dovesse dar luogo neppure ad un lontanissimo sospetto. Io so d’avere di Vostra Signoria illustrissima sempre parlato in guisa da dovermi (con piacere, per altro) sentir dire molte volte che ella è il mio oracolo. Ho resa a lei giustizia, è vero; ma ella poteva renderla a me, non credendo quello che una lingua maledica le ha riferito.

Ho l’onore di protestarmi, col maggior ossequio e stima la più grande, divotissimo obbligatissimo servitore

Ant.o Lambertenghi C. R. S.

  1. François-Jean de Chastellux a Beccaria (Nizza, 1° gennaio 1770)
A Nice, le 1er janvier 1770

Si monsieur le marquis Beccaria se souvient encore de ceux qui l’ont vû avec plus de plaisir à Paris, j’espere qu’il ne sera pas faché que j’ aye l’honeur de luy rendre visite à Milan. Je vous vois d’icy, mon cher marquis, courir à la fin de cette letre pour chercher la signature, puis revenir à la datte sans pouvoir comprendre coment le marquis de Chastellux se trouve à Nice au moment present. Eh bien! je veux vous tirer tout de suitte d’embarras. Monsieur Trudaine, que vous conoissés et que vous avés vû à Paris avant la mort de son pere, portant alors le nom de monsieur du Montigny; monsieur Trudaine s’est trouvé incommodé depuis quelque tems de maux d’estomach qui l’ont obligé de cesser tout travaïl, et pour les quels on luy a conseïllé de voyager dans les pais meridionaux. Il y a prés de deux mois que nous sommes partis ensemble. Nous en avons passé un en Provence et maintenant il s’arrette icy pendant un autre mois pour y etre traitté par le comte Karbury. Pour moi, que des affaires rappellent à Paris, je ne veux pas y retourner sans avoir fait un pas en Italie et surtout sans y avoir vû un homme pour lequel j’ai autant d’attachement personel que l’Europe a d’estime pour ses ouvrages. J’irai donc à Milan, mon cher marquis, mais je ne sai pas encore quel jour. Je compte m’embarquer pour Genes demain ou aprés demain. J’y passerai quelques jours et de là j’irai tout droit à Milan. J’ai apris que le comte Veri n’y etoit pas pour le present et j’en serois trés faché, si je pouvois regretter quelque chose au moment où j’aurai le plaisir de vous renouveller, mon cher marquis, l’assurance des sentimens bien sinceres avec lesquels j’ai l’honeur d’etre votre trés humble et trés obeissant serviteur

le chev. de Chastellux

  1. Fedele Mainoni a Beccaria (Livorno, 15 gennaio 1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

forte lì signor marchese; seguiti a leggere, che il più bello è da ultimo. Certi signorotti vorrebbono per mezzo mio ottenere una grazia da Lei. Mi sono lusingato della sua approvazione prima di accettare l’impegno della richiesta, che mi risolvo a fare piuttosto per il genio di servir Lei che per le premure fattemi da loro. Vegga che non m’induco a darle noia senza la buona intenzione di metterle in vista un vantaggio. I signorotti sono gli editori della Enciclopedia. Vorrebbono sverginare il nuovo, maraviglioso, stupendissimo venuto carattere di Londra con qualche opera che fosse eccellente per se stessa e ricercata per la pubblica fama ed estimazione che gode il nome dell’autore. Hanno pensato di volere, con la debita permissione fatta nelle più valide forme, ristampare il vero codice del bene e del male, il libro De’ delitti e pene; solamente pregano, con la maggiore tenerezza del cuore, ch’ella si degni di fare qualche nuova aggiunta all’opera per più sicurezza de’ vantaggi della edizione, e non volendo far questo la supplicano di voler loro concedere ogn’altra cosa sua a piacere. Servirà ogni piccolo volume, e la dilazione di un mese o due non pregiudica a’ loro interessi. Fin qui gli editori. Il mezzano poi, che sono io, si è protestato che, nel caso che il signor marchesino Beccaria consenta di far la grazia e accondiscendere alla domanda in qualunque modo sia, vuole esso mezzano che gli utili della edizione siano ripartiti con l’autore dell’opera, di che si dovrà convenire legalmente prima della consegna de’ fogli. La mia protesta è giusta per molti titoli e conforme ai discorsi avuti tra noi nel suo volo fatto a Livorno e nel mio passaggio di Milano. A Lei sta oramai di segnar la supplica, e a me di esiggere l’osservanza del patto. Vorrei maggiori occasioni per dimostrarle la stima e il desiderio che ho di ubbidirla. Sono costantemente sempre lo stesso. La prego di comandarmi in ogni cosa senza riserva e di offerire i miei più rispettosi ossequi alla signora marchesina ed al signor marchese Calderara, protestandomi desiderosissimo di servir tutti ora e sempre per quanto da me si può. Permetta da ultimo che le dia un abbraccio per affezione, e resto suo, di Vostra Signoria illustrissima umilissimo ed obbligatissimo servitor vero

don Fedele Majnoni

Livorno, 15 gennaio 1770

  1. Beccaria ad Alessandro Carli (Milano, 17 gennaio 1770)
Signor conte stimatissimo,

Ella mi deve incolpare di troppa tardanza nel rispondere alla gentilissima sua colla quale si è degnata accompagnare il bellissimo dono dell’eccellente sua tragedia, ma una catena di occupazioni e di seccature me lo hanno impedito. Non ho però mancato di leggerla e rileggerla attentamente e di farla leggere a persone che hanno gusto squisito e delicato in questo genere di componimenti, e tutti unanimamente sono stati ammirati e fortemente percossi dal patetico e dal terribile che spiccano in questa di lei produzione, e si è convenuto che, senza togliere parte alcuna dal merito della prima tragedia di Telane ed Ermelinda, questa seconda era anche più bella. Si è trovata più libera, più tragica la versificazione, i colori più neri, più oscuri e più terribili, e nello stesso tempo il nodo più semplice, onde si veggono manifestamente i veloci di lei passi in questa gloriosa carriera, e nella parte secondo me la più bella, la più utile e la più interessante della poesia. Ella ha la bontà di chiedermene una critica analisi; io le dirò, colla medesima sincerità con cui rendo giustizia al raro di lei talento, ch’io non trovo cose rimarcabili (trascurando le minuzie di una pedantesca critica) fuori che nel carattere di Rosmonda, su ’l quale mi fa impressione che, essendo ella il principale protagonista non meno che Valtari e non respirando che un giusto furore di vendetta (io lo chiamo giusto relativamente alla situazione ed alle passioni relative a quei barbari tempi) per vendicare la morte del padre, e sembrando che un tal sentimento debba assorbire ogn’altro, dovrebbe accontentarsi di esiggere da Valtari la morte di Alboino non ostante l’amore e la fede data ad Elbinda di lui figlia, essendo ciò bastante ad eccitare terrore e compassione per Valtari, posto in una alternativa tanto crudele, senza che Rosmonda acquisti l’odiosità di far servire il principale eroico suo sentimento ad un raggiro amoroso. L’azione sarebbe riuscita tanto più semplice e l’interesse più uno e per così dire più concentrato. Eccole il mio dubbio, del quale sottopongo all’ingenua di lei schiettezza l’approvarlo o il disapprovarlo. Uno scrupoloso potrebbe temere nel carattere del ministro di Alboino, bello per altro ed ottimamente sostenuto, qualche tinta comica piucché tragica, essendo la vanità una passione troppo picciola e facilmente ridicola in mezzo al tumulto di passioni così primarie e sovrane come l’amore e la vendetta. Ella attribuisca alla vera stima che ho per lei ciocché le espongo colla speranza di sentirne maggiori schiarimenti dai di lei lumi. Le due copie che ha avuto la bontà di inviarmi sono fuori delle mie mani, perché l’una l’ho presentata a questo nostro eccellentissimo Ministro Plenipotentiario, signore pieno di lumi e di ottimo gusto, e l’altra sarà presentata domani alla Serenissima Principessa di Modena, che ama moltissimo un tal genere di produzione, onde la supplico di inviarmene un’altra copia per me; ma la supplico d’inviarmela senza lusso di legatura. Se la tragedia fosse venuta prima sarebbe stata recitata quest’anno nel Collegio Imperiale da que’ nobili convittori; invece quest’anno si recita il Telane ed Ermelinda e l’anno venturo si reciteranno I Longobardi. Mi rincresce però ch’ella sarà mal recitata; pure le bellezze di lei, quantunque guaste da una cattiva declamazione, non mancheranno di fare impressione. Mi conservi la sua preziosa amicizia, e la stima ch’io le professo è uguale ai sentimenti di attaccamento ch’io le ho giurato. Spero fra due o tre mesi di mandarle qualche cosa di mio, di cui le renderò conto in altra mia, mancandomi il tempo. Mi dichiaro immutabilmente e colla più viva amicizia e stima divotissimo affezionatissimo servitore ed amico

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 17 gennaro 1770

  1. Lazzaro Spallanzani a Beccaria (Pavia, 20 gennaio 1770)
Pavia, li 20 del ’70

Dottissimo e rispettabilissimo signor marchese,

a’ giorni passati mi sono venuti da Modena alcuni esemplari del primo tomo della Contemplazione volgarizzata. Uno di questi mi prendo la libertà di mandare a Lei, signor marchese rispettabilissimo, ed userò pur seco dell’istessa confidenza stampato che sia il 2° tomo. Ci troverà due righe di una mia prefazioncella ragionata, di cui sentirò volentieri il suo dotto e sincero parere. Anche in queste materie Ella è giudice abilissimo, e non potrebbe credere quanto mi augurerei di averla da presso per profittare de’ suoi lumi. Il marchesino Lucchesini Le fa i suoi più distinti e ossequiosi convenevoli. Io altresì mi pregio assaissimo di essere, con pienezza di stima e profondo rispetto, suo umilissimo obbligatissimo devotissimo servitor vero

Laz.ro Spallanzani

  1. Paolo Antonio Fasanini a Beccaria (Sostegno, 20 gennaio 1770)
Illustrissimo signore, signore e padron colendissimo,

se l’ammirazione e la stima possono essere appresso Vostra Signoria illustrissima titoli abili a proccacciarsi la di lei grazia, ben posso assicurarla che nissuno ne fu più meritevole di quello che io mi sia; poiché, fin da quando publicò ella colle stampe quell’aureo e prezioso suo libro Dei delitti e delle pene, non ho potuto a meno leggendolo di congratularmi col buon genio della letteratura, che fra tante frivole ed inutili produzioni che disonorano il nostro secolo pur si trovasse chi la coltivi con sì felice successo. Ella ha la gloria di essere il primo fra gli Italiani che abbia preso a combattere i disordini del sistema criminale, disordini che consecrati dall’uso e tollerati dalla docile ignoranza de’ nostri maggiori, sembra che resistere non possano alla benefica luce che rischiara la nostra ettà; ella ha il vanto non solo di avere trasportato nelle matterie morali e politiche l’ordine, la forza ed il metodo geometrico, ma di avervi riuscito in modo che nissuno, che io sappia, di quelli che hanno battuto la medesima strada è gionto a tal perfezione; in somma, in tutti i parti del suo profondo ingegno si vede non solo l’uomo filosofo e ragionatore, ma l’amico dell’umanità ed i frutti di una illuminata e socievolissima filosofia; che se si deve saper grado del bene involontario che altri ci fa, quanti ringraziamenti non merita egli mai quell’uomo che osò fare quella sì sconcia e strana satira del suo libro, satira che si proccurò lo sprezzo e la compassione de’ saggi ed una risposta per parte di Vostra Signoria illustrissima, che sarà sempre considerata per un modello di sana e moderata critica!

L’essere poi ella così gentile, come alcuni miei amici che ebbero l’onore di trattarla costà me ne assicurano, e lo dimostrano gli stessi suoi scritti, mi rende ardito a pregarla di permettermi che le trasmetta certo mio scritto sopra una matteria altrettanto interessante quanto trascurata a’ giorni nostri, per sottopporla al saggio ed imparziale di lei giudizio. Quante volte in trattarla non mi sono io augurato i talenti ed il genio di Montesquieu o quello di Vostra Signoria illustrissima!

E giacché la mia convalescenza non mi permette, come desidererei, di portarmi costà, per saziare l’antica mia brama di conoscerla personalmente, ho tanta fiducia nella di lei bontà che sono persuasissimo che non vorrà negarmi il favore che le addimando; poiché, e per qual motivo mai chi ha consecrato tutti i suoi studi per il bene dell’umanità non esaudirà li voti di chi ha le medesime viste? Attendo addunque con impazienza, assicurandola che senza di questa non ardirò mai di trasmetterle lo scritto accennato, né senza la di lei censura oserò giammai pubblicare cosa alcuna. Che se sembrasse a Vostra Signoria illustrissima strana codesta mia maniera di operare, la prego a non attribuirla ad altro che a que’ sentimenti di rispetto e d’ammirazione con cui ho l’onore di essere, con sommo rispetto, di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obligatissimo servidore verace

Paolo Antonio Fasanini

Sostegno, addì 20 gennaio

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signore padron colendissimo, il signore marchese Beccaria, professore di economia pubblica nell’Università di Milano

  1. Pietro Bindi Sergardi a Beccaria (Pisa, 24 gennaio 1770)
Pisa, 24 del ’70

Amico carissimo,

senza tanti complimenti, voi siete mio amico ed io senza dubbio son amico vostro. Dall’incertezza solamente che voi aveste ricevuta la mia lettera nasceva l’inquietudine mia di non averne ricevute delle vostre; del resto il Ciel mi guardi dal credervi capace di scordarvi di me per dimenticanza, dopo conosciuto il vostro cuore e dopo tante prove della vostra amicizia; premesso questo, averei potuto aver che dir qualche cosa contro la vostra pigrizia, ma subito che mi avete scritto son placato, e come! dopo specialmente che mi confermate quei sentimenti di bontà che mi hanno fatto goder tanto del bel soggiorno di cotesto paese, che rammento sempre con una specie di trasporto, e per cui mi resta ancora un desiderio tale, che se voialtri reggete al progetto del viaggio da farsi cavalcativo alli Svizzeri, spero di compirlo, assieme con Buoninsegni, che entra volentieri nella partita, e che sempre mi scrive di dirvelo e di salutarvi.

Sì, in verità noi godiamo di un bel soggiorno, e non vi è dubbio che questo non nasca dalla presenza del nostro graziosissimo Sovrano, che è il modello perfetto della bontà, dell’umanità e della vera grandezza, qualità che sperimentiamo tutte ogni giorno.

Che nuove mai letterarie posso darvi? Qui non nascono, ma ci arrivano sempre di riverbero a forza di tanti angoli d’incidenza.

Tutta la famiglia Panciatichi vi saluta, sta bene e gode di tutti i favori della Corte, non gli manca se non che l’Annina arrivi al suo destino, che si spera possa succedere dentro l’anno, avendo il Sovrano assegnato un termine di cinque mesi a dar sesto agli affari che lo ritardano.

A Roderfurt che si trova qui farò questa sera o domani la vostra imbasciata; e di chi altri posso parlarvi di questo paese che meriti la vostra amicizia e la vostra stima, dopo Panciatichi o Roderfurt?

Averò dunque fra due mesi il primo tomo dello Stile? Oh, quanto lo gradirò, e quanto ho gradito che vi siate lasciato persuadere di pubblicarlo prima che Condigliac produca l’opera sua, per sfuggir l’equivoco di chi, se mai vi foste incontrati, l’uno abbia adossate le massime dell’altro; ma io mi ricordo sempre che egli dice che quel verso di Virgilio fa quadro senza saper né come né perché, e voi ci persuadete che fa quadro spiegandocelo. Quanto poi alle mie nuove, deccovele: io sto benissimo, frequento con tutto il mondo un cattivo teatro per la musica e buonissimo per i balli, vedo tutte le sere in prima sera e pranzo spesso col signor Pompeo Neri, con cui si parla molto di Milano e in specie in questi giorni che vi è Spannocchi, che vi saluta e che parte domani per Siena, dopo essersi trattenuto quindici giorni dal zio. La Corte parte per Firenze il 17 del entrante, ed io finirò il carnevale in Pisa per tornarmene a Siena il secondo giorno di quaresima, dove indirizzarete lo Stile, deccovi detto tutto; ma no, ho anche un’altra cosa a dirvi: l’Odazi è partito ieri per Napoli poco contento per quanto sento, senza saper perché. Tanti complimenti alla marchesina, dalla quale vorrei sapere se ha ricevuto il disegno della maschera nettunnese, a Calderara pure la mia gratitudine e i miei complimenti, a Frisio saluti tanti, e sempre l’istesso per voi mi confermo, pieno di stima, d’amicizia e di affetto, servitore amico

Pietro Sergardi

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, signor marchese don Cesare Beccaria. Genova per Milano

  1. Marc-Michel Rey a Beccaria (Amsterdam, 1° febbraio 1770)
Depuis l’envoy que j’ay eu l’honneur de vous faire le 28 juin 1769 à la requisition du professeur Allamand de Leyde, et dont vous m’avés accusé la reception par votre lettre du 9 août dernier, j’ay terminé l’impression des Dialogues de Platon, 2 vol. grand in 8°.

Comme vous ne m’avés point fait payer le montant du dit envoy faisant 34 florins de Hollande, je viens, monsieur, de les tirer sur vous à l’ordre de monsieur Jean Baptiste Maderna à 15 jours de vue; vous aurés pour agréable d’en faire le payement en son tems.

J’ay l’honneur d’etre avec beaucoup de considération, monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

Rey

à Amsterdam, le 1er fevrier 1770

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria. À Milan

  1. Gregorio Fontana a Beccaria (Pavia, 9 febbraio 1770)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

il signor Agostino Paradisi ha spedito costà per Vostra Signoria illustrissima un esemplare de’ suoi sciolti che io ebbi già il piacere di nominarle, e che forse suoneranno tanto grati alle di Lei dotte e difficili orecchie quanto i versi di Orazio a quelle di Augusto e di Mecenate. Ella potrà ritirarli dalle mani della persona indicata nella lettera del signor Paradisi che troverà qui inclusa, e nella quale vedrà come si esprime in proposito del di Lei merito il più gran poeta, o certamente il poeta più filosofo di tutti gl’italiani. Ella vedrà che gran mago è costui, e con qual impeto e veemenza piomba sul cuore e ne ricerca tutti i nascondigli e recessi. Di questo direbbe Orazio con verità:

ille per extentam funem mihi posse videtur
ire poeta, meum qui pectus inaniter angit,
irritat, mulcet, falsis terroribus implet
ut magus, et modo me Thebis, modo ponit Athenis.

Io l’ho consigliato in di Lei nome a rivolgersi all’epopeia, e mi sono avanzato a suggerirgli l’argomento, cioè i Mondi abitati, argomento ampio, nobile, dove un poeta filosofo ha da spaziare a suo talento e pindareggiare quanto gli piace.

Io sono, colla più profonda venerazione, di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servo

Greg.o Fontana

Pavia, 9 febbraio ’70

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria, pubblico professore delle Scienze Economiche. Milano

  1. Alessandro Ligi a Beccaria (Yverdon, 9 febbraio 1770)
Yverdon, 9 febraio 1770

Illustrissimo signor marchese, mio vero padrone,

con sentimento di vera riconoscenza e perfetta gratitudine io rendo a Lei, amabilissimo signor marchese mio, mille ringraziamenti per la bontà che ha sempre meco avuta e che spero vorrà ancora continuare ad avere. La mia disgrazia mi volle privo ancora del contento di poterla riverire prima della mia repentina partenza: tutto sembrava esser unito per la mia disperazione; pure son vivo, e vivo discretamente bene in casa del professor De Felice. Io non mi sarei più figurato di ritrovare il mio amico in uno stato di fortune tanto vantaggioso, ed in un credito di riputazione trascendente e di autorità com’egli è in queste parti. Egli è un ricco privato; è la sua famiglia aggregata alle più risplendenti del Cantone di Berna. Corre per di lui conto una ben fornita stamperia, della quale è qui egli il solo padrone, e corrisponde co’ primi letterati dell’Europa: in una parola io sono rimasto sorpreso affatto. Il di Lei nome, signor marchese, risuona dappertutto, io non ho passato luogo in cui non mi si sia di Lei parlato e del suo libro. Già si sa ch’ella è ora per fare imprimere qualche altra sua produzione. A questo proposito il medesimo professore mi ha incaricato di scriverle e pregarla di volersi compiacere di accordare più a lui che ad altra persona di Parigi la traduzione e l’impressione francese della nuova di Lei produzione, la quale certamente sarà più presto prodotta e impressa qui che a Parigi. Egli è uomo grande, ed ella si troverà ben contenta della di lui corrispondenza. Ella potrebbe scrivergli e secolui intendersi in tutto ciò ch’ella credesse opportuno per un tale effetto. Io sarò contentissimo, quando mi vegga di essere stato il mezzo per cui si formi un vincolo di vera amistà fra due uomini di tanto merito come è ella ed il professore. Ella è piena di penetrazione, né occorre che io più mi dilunghi; dunque le rinnuovo il mio rispetto e mi confermo costantemente di Vostra Signoria illustrissima umilissimo e divotissimo servitore

De Lemeye chez le Professeur
De Felice, à Yverdon

  1. Fedele Mainoni a Beccaria (Livorno, 19 febbraio 1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,
amabilissimo signor marchesino,

non è altrimente vero che io Le abbia dato alcuna prova della stima e dell’affezion che Le porto; è bensì arciverissimo che ho sempre desiderato di farlo da che ho l’onor di conoscerla; e se non mi è riuscito è stato piuttosto per volontà sua, che dovendosi valer di me in ogni occasione a tenore delle promesse si è sempre astenuta di farlo. S’ella non mi ha creduto abile a servirla, non ho che ridire, è una verità mortificante, ma della maggior evidenza. Per ogni altra cagione, poi, restano da rifarsi i danni della mia premura e cordialità. Qui non v’è sillaba di complimento. Ho fatta la proposizione in termini a’ signori enciclopedisti e nel miglior modo, i quali dopo avermi confermato quello che non è uom che non sappia, cioè che qualunque opera, essendo sua, meritava assai più che non si richiedeva, sentenziarono di non potere accordare nel contratto da farsi che un buon numero di copie, o metà degl’utili risultante dalla vendita del libro, con più la dedica ecc. Dopo averli fatti vergognare di simile offerta, mi sono io stesso esibito, per facilitare la risoluzion del trattato, di pagare trenta zecchini con patto di esserne rimborsato in tante copie al prezzo commune, lasciando poi ad essi di pagare da ultimo gli altri trenta per il compimento della di Lei richiesta; è parso a costoro di non poter accettare la fatta proposizione, forse perché ella si è dimostrata troppo facile e condiscendente nel libro De’ delitti e delle pene, e nel caso che si ravvedino ed ella sia libera e disposta a favorirli, risolverò sempre conforme ai patti già stabiliti. Se lo stampator milanese induggia un altro poco, chi sa! Resterò io sempre a Livorno? C’è chi nol crede. Il signor marchesino Beccaria avrà l’offerta de’ sessanta zecchini, l’infelice Mainoni il prezioso acquisto della disertazion Dello stile ed il pubblico ne goderà i vantaggi nella pubblicazione. È la Sibilla che discorre; intanto, signor marchesino mio carissimo, mi creda così suo servitore che più non Le posso essere. Accetti tutto me senza riserva e La ne disponga senza ritegno. La prego di fare la medesima offerta alla signora marchesina e signor marchesino Calderara, a cui, poter d’iddio, non ho potuto prestare alcun atto di riconoscenza e di servitù mai mai mai. Se non mi vogliono comandare è colpa loro; io non vorrei far altro che servirli, e questo lo dico col più vivo cordiale sentimento dell’animo. Resto loro tutto e per sempre.

Di Vostra Signoria illustrissima, carissimo signor marchesino, umilissimo ed obbligatissimo servitor vero vero

don Fedele Mainoni

Livorno, 19 febraro 1770

  1. Fedele Mainoni a Beccaria (Livorno, febbraio-marzo 1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,
signor marchesino carissimo,

mi dispiace moltissimo l’angustia sua e la febbre della signora marchesina; oh, perché non sono rilegati i mali dove nascono i rimedi! Ho parlato a’ signori enciclopedisti, i quali avrebbono voluto obbligarsi solamente a 200 copie del manuscritto. Ma scossi da qualche impertinenza che non ho lasciato di dirli, sono convenuti di fare quanto a Lei piacerà di comandargli per mezzo mio. Può esser certa che la carta della edizione ed il carattere saranno di suo genio. Volendo ella pertanto risolversi di mandare la disertazione, io mi obbligo, e saranno insieme e in solidum obbligati tutti gli enciclopedisti, di consegnarle copie 250 della medesima; e di questa convenzione se ne piglierà quella sicurtà ch’ella desidera: bensì La supplicano che, in occasione di stamparsi da qualche altro in progresso di tempo, ella voglia contradistinguere la loro edizione con qualche accrescimento. Desidero un milione di occasioni di poterla ubbidire. La prego de’ miei più distinti ossequi alla signora marchesina ed al signor marchesino Calderara, offerendo a tutti per sempre la mia cordialissima servitù; e riverendoli con tutta la stima ed affezione, mi protesto di Vostra Signoria illustrissima, signor marchesino carissimo, umilissimo ed obbligatissimo servitor vero

don Fedele Majnoni

  1. Louis Dutens a Beccaria (Torino, 17 marzo 1770)
À Turin, ce 17e mars 1770

Monsieur et cher ami,

j’ai reçû reponse de mon imprimeur de Genève, qui s’excuse d’imprimer dans toute autre langue que la latine, et m’a recommandé à messieurs Philibert et Chirol. Je leur ai ecrit, et ils se chargeront volontiers d’imprimer votre ouvrage, mais comme ils m’ont ecrit à la hâte, ils ne me disent point à quelle condition, quoi que je leur eusse marqué expressement que il seroit question de donner une somme d’argent à l’auteur; ils disent qu’ils m’ecriront plus amplement, peut être sera-ce par l’ordinaire prochain, en ce cas je vous le ferai savoir sur le champ. En attendant dites moi si vous avez dessein que je leur porte votre manuscript, ou si vous voulez le leur envoier, et leur ecrire, sur quoi il est bon que je vous previenne que je pars le 1er d’avril d’ici pour aller à Vienna.

Monsieur Bertolini de Sienna m’a envoié son ouvrage sur l’Esprit des loix pour faire imprimer, c’est une analyse raisonnée excellente, en francois, belle comme l’Esprit des loix même. Vous aurez vû ce que Montesquieu en pensoit dans la lettre qu’il addresse à ce sujet à monsieur Bertolini, elle se trouve parmi ses Lettres familières publiées par l’abbé de Guasco.

Je vous prie de faire mille et mille assurances de respect de ma part à madame la marquise, je vous reitère à tous les deux mes remerciemens sincères des amitiés que vous m’avez faites pendant mon sejour à Milan. Je n’oublierai point la commission que vous m’avez donnée pour Petersbourg, et vous pouvez compter sur mon zèle.

J’ai l’honneur d’être, avec toute l’estime et le devouement possible, monsieur et cher ami, votre très humble serviteur et affectionné ami

L. Dutens

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Beccaria fils, à Milan

  1. Michelangelo Blasco a Beccaria (Lisbona, 27 marzo 1770)
Illustrissimo signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana

Stimatissimo mio signor nipote,

la favorita sua del mese settembre dell’anno prossimo passato mi è stata tanto più cara quanto meno aspettata, poiché, dalle premesse di cui principiò il rigoroso di Lei silenzio, non sapeva io altro arguire se non che una preocupazione di sdegno contro me, per le supposte mie insultanti linee, m’avesse per sempre privato dalla sua amabile amicizia e stimatissima corrispondenza; e che in Lei fossero prevalsi gli effetti d’un infelice mio destino, da me esperimentati da che, per così dire, conosco il mondo, che alla fine tardi o tosto mi rende contrari li miei più cari ossequiati amici e parenti. Non è in me questa malinconia, parlo per esperienza di tutto il corso di mia vita: essi forzati senza loro volontà a odiarmi e disagradarmi, ed io condannato a soccombere e a sempre amarli ingrati. Ma non vorrei, nel giustificarmi appresso di Lei, come pretendo, darle nuovi motivi di sconfidenza. Non cadono questi miei sfoghi sopra di Lei, che ho stimato e stimerò sempre l’amabilissima sua persona e le preggievoli doti del suo raro talento e le tante belle perogrative d’un animo sì nobile, disinteressato, che lo rendono adorabile da chi ne ha la minor cognizione.

Non nego però di essere io trascorso, in una lettera al Generale Auditore, qualche termine che preso per lei sarebbe stato poco conveniente; ma io protesto che i miei risentimenti all’istesso Auditore (poiché segondo una di lui nota apparivano molte eccedenti propine a lui e suoi subalterni, non so che difalchi, partite ommesse, stime parziali), che io, per non rinfacciarlo così adrittura, mi servii di ciò che la prudenza insegna, cioè incolpar se stesso o un conosciuto innoccente, in cui non può cadere alcuna macchia, per correggere un che non si vorrebbe apertamente schiaffeggiare; ma di bel nuovo riprotesto che io non ebbi altra mira che sollecitare e mettere alla raggione il suddetto Auditore.

Non nego ancora che nelle angosciose circonstanze in cui all’ora io scrissi, afflitto da tutte le parti, circondato da mille appretti e da violenti inescusabili applicazioni, in un stato deplorabile di salute e colla suggezione di non potere scrivere con libertà, senza che il corispondente abbia la chiave da ben capire la frase, la mi

Gionto sin qui coll’espressate linee, mi convenne metterle apparte, soccombendo ad un attacco dell’antica mia indisposizione aquistata nell’America, che mi ha durato più mesi, e più longa sarà la penosa convalescenza che passo, avendomi lasciato così estenuato di forze e di mente per cui tutta via cado in tale dimenticanza che sto sovente delli momenti estatico senza potermi rinvenire ove io mi sia. Ma in questa notabile diminuzione de’ sensi, dirò così, e potenze dell’anima mi serve ancora soltanto la reminiscenza, ne’ cui brievi passaggi mi ricordai della sopra interrotta lettera e di ciò che volevo con essa giustificare di mia condotta, a riguardo di quanto ancora scorgevo Ella risentirsi di me. Ora non ho più animo di ripigliare le mie raggioni, e servindomi del linguaggio che appresi nel disinganno di questo mondo, alla vista della sepoltura che viddi aprire per me, per cui chiesi perdono a tutti che potessero chiamarsi da me offesi, ebbi primo in mente loro, amatissimi miei nipoti, pregandoli a dimenticarsi d’ogni motivo di disgusto che le avessi io mai dato, e solo ricordarsi di pregare il Signore di perdono alli pessimi traviamenti di mia vita, mi riceva quando a Lui piace nell’augustissimo seno delle infinite sue misericordie; e fatto termine per sempre, per la parte mia, a queste doglianze tra noi, confessando la causa e la colpa essere tutta mia, non darò per l’avenire più orecchio a risentimento alcuno per cui si possa chiamar offeso.

Per darle poi qualche notizia di quelle persone che possino forse più interessarla, che è il solo don Michele, egli di gran lunga più meritevole, anzi senza proporzione, del fu di lui fratello don Giuseppe, non ebbe la medesima sorte che esso lui, mentre fu mandato al Brasile con molto meno inferiore soldo. Colà egli si distinse con serviggi considerabili, di cui me ne vengono eloggi da’ suoi comandanti, governatori e sino da quel istesso Viceré. Presentemente ritrovasi al Rio Jannero molto ammalato, avendo perso la vista d’un occhio. Io devo da qui soccorrerlo, in circostanze che s’incontrano di vari appretti per me. Egli è veramente disgraziato, mentre la misera eredità del povero padre e fratello a lui dovuta le viene sino adesso ritardata; di modo che il signor Cervellera, a cui dovea essere ricapitata per qui rimetterla, non ne ha ancora notizia veruna: ne scrissi io a Vienna al consiglier Sprengher, ed egli mi rispose che avea egli lasciato tutto a mano del conte Ponze de Leon per farla passare al suddetto Cervellera, ed in effetto l’istesso conte me lo confirmò già prima di partire colla sua contessa a certa villeggiatura, ma che avea lasciato tutto a mano del suo aggiutante per rimetterlo: che, se è quello che lasciai aggiutante del Castello, diffido che s’interessi per sollecitarne la rimessa. Ella poi, doppo che rinunciò all’incarico di essa eredità, non saprei se avrà più luogo, diretto o indiretto modo, a fargliene motto. Io potrei dare altri passi forse più efficaci, ma vò differendoli sino alle risposte del suddetto signor conte, per risparmiarmi la mortificazione di averli lasciati correre; perché alla fine, atteso la solita mia disgrazia, saranno le mie instanze prese per importune, indiscrete e reità, e coll’affare perdo anche l’amicizia.

Donna Angela saluta tutta la nobile casa paterna, propria e famiglia, e per contrasegno della viva memoria che ne conserva Le ha rimesso, per ora, una casettina con dentro alcune bagatelle, ed io rinovandole i miei ossequi mi raffermo suo affezionatissimo zio e servo

M. Ang. de Blasco

  1. Jean-Baptiste-Jacques Élie de Beaumont a Beccaria (Parigi, 29 marzo 1770)
Monsieur,

permettés que sous les auspices de monsieur Loyseau, mon ami et mon confrere, je vous fasse hommage d’un ouvrage dans lequel vous retrouverés votre propre bien. J’y en ajoute un autre pour madame la comtesse de Lancize, et dans lequel vous verrés que vos principes nobles et bien faisans ont germé parmi nous: heureux si dans notre sphere circonscrite et bornée nous pouvons faire une foible portion du bien que votre excellent ouvrage a destiné à l’humanité entiere! J’ai bien du regret, monsieur, de ne vous avoir point vu à Paris. Mon estime et mes sentimens pour vous m’auroient fait un titre pour avoir le plaisir de vous y cultiver, mais si les anciens Grecs alloient jusqu’aux Indes chercher les hommes qui avoient excité leur admiration, ou leur reconnoissance pour leurs semblables, j’espere vous prouver avant quelques années, avec monsieur Loyseau, que Milan n’est pas pour nous aussi loin que le Gange ou les pyramides. Et en attendant, je m’estimerai heureux d’avoir quelque occasion de vous exprimer quelquefois les sentimens d’estime et d’attachement avec lesquels j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Elie de Beaumont Avocat au Parl. de Paris
de la Societé R. de Londres et de l’Academie de Berlin

Oserois je vous prier, monsieur, si monsieur le professeur Risi est vivant, de lui faire remettre les deux exemplaires ci joints.

Paris, 29 mars 1770

  1. Louis Dutens a Beccaria (Torino, 31 marzo 1770)
À Turin, ce 31e mars 1770

Monsieur et cher ami,

messieurs Philibert et Chirol, dans une seconde lettre qu’ils m’ont ecrite, me disent: «nous parlerons du manuscript de monsieur le marquis Beccaria quand vous serez à Genève»; je pars aujourd’hui pour cette ville, et j’y serai le 7e. Je vous ecrirai sur le champ, et vous aurez une reponse positive avant le 12. Je suis bien mortifié de l’indisposition de madame la marquise, je partage bien vivement les inquiétudes de votre âme sensible sur son compte, et le triste etat où elle se trouve, je lui souhaite un prompt retablissement. Adieu, mon cher ami, faites moi la grâce de m’aimer, et me croyez tout à vous votre serviteur et ami

L. Dutens

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 7 aprile 1770)
Signor marchese, mio stimatissimo signore,

è ormai tanto tempo che non mi presento a lei, che dovrei credere d’esserle andato in dimenticanza, se la cognizione che ho della sua umanità e di quel compatimento che è solito donare alla gioventù vogliosa d’apprendere non mi facesse sperare il contrario. Questo desiderio mi spinge ad incomodarla arditamente, ben certo che ella appagherà le mie brame se potrà farlo, e scuserà la libertà che mi prendo se non le sarà possibile favorirmi. Se potessi avere la fortuna d’essere uno de’ suoi uditori, le risparmierei l’incomodo che sono per darle. Vorrei, essendo in Venezia, godere gli avvantaggi che avrei vivendo in Milano, e se non posso profittarmi de’ suoi insegnamenti udendo dalla sua voce le sue lezioni di Economia Civile, vorrei che ella mi mettesse in stato d’illuminarmi co’ suoi scritti. Mi figuro che ella non vorrà privare la nostra Italia e l’Europa del frutto delle nobili sue fatiche, e che vedranno una volta la luce le opere sue intorno alla importante materia che sta maneggiando; ma il desiderio di godere antecipatamente di questi effetti del suo ingegno, de’ suoi studi e del suo illuminato amore degli uomini espone me alla taccia di molesto e troppo audace, e mette lei al caso di darmi una prova dell’incorraggimento che un filosofo suo pari sa dare a chi vuole consacrarsi agli utili studi.

Mi ricordo che discorrendo colla signora marchesina vennero in campo le lodi del vino greco di Scopolo e che mostrò di approvarle e di riconoscerle per giuste. Ad onta della flotta russa me ne pervenne un poco di buona qualità, che la supplico di volere accettare facendo un prindisi al felice suolo che lo produsse. Lo faccio caricare in una cassa segnata al di lei nome, sopra uno de’ burchi di Torino, come sentirà meglio nel venturo ordinario, perché in questo non posso sapere il nome del padrone. Ella dia gli ordini opportuni perché non le nasca qualche inconveniente per causa de’ doganieri.

Ricordi il mio rispetto al signor marchese Calderara, e mi creda, animato dalla più sincera ed appassionata stima, umilissimo devotissimo obligatissimo servitore

Leonardo Capitanachi

Venezia, 7 aprile 1770

  1. Pierre-Samuel Du Pont de Nemours a Beccaria (Parigi, 8 aprile 1770)
A monsieur le marquis de Beccaria

Monsieur,

il y a longtems que j’ambitionne l’honneur d’entrer en correspondance avec vous. Votre âme en a une naturelle avec toutes les âmes sensibles; et à ce titre je me suis cru en droit de vous présenter mon hommage. J’en ai encore un autre, pour vous demander une part dans vos bontés: c’est l’amour de la vérité et l’application à sa recherche. Les hommes qui sont freres par leur nature, et confreres par le désir actif d’être utiles à leurs semblables, doivent se lier facilement.

Il serait très doux pour moi de m’instruire par vos conseils, par vos observations, par les objections même que vous pourriez faire contre la maniere dont les philosophes français qu’on nomme économistes envisagent la science dont vous avez l’honneur précieux d’être le premier professeur établi par les rois.

J’ose croire que vous étudierez la doctrine de ces philosophes, qui sont des citoyens très zêlés et très vertueux, et je pense même que vous serez bientot d’accord avec eux. Mais quand vous devriez ne le pas être, avec le poste important que vous occupez, dès qu’il existe quelque part une societé nombreuse d’esprits studieux qui prétendent avoir réduit l’economie politique aux regles d’une science exacte, il ne vous est pas loisible de ne point examiner avec la plus grande attention les principes de ces gens-là. Vous êtes strictement obligé de prêcher ou de combattre leur système, et un homme comme vous ne combat pas à la legere.

Monsieur le marquis de Puy Ségur, à qui j’ai déja beaucoup d’autres obligations, veut bien m’offrir une occasion de vous faire parvenir, avec le témoignage de mon respect, quelques échantillons de cette philosophie que je vous prie de juger. Je vous envoye d’abord avec cette lettre le premier volume de cette année d’un ouvrage périodique dont je suis chargé. Vous trouverez à la tête le tableau des objets qui ont êté traités dans le même ouvrage pendant le cours de l’année derniere; et vous verrez que vous y avez occupé une place considérable. J’ai annoncé dans mon troisieme volume de 1769 l’erection de votre chaire d’économie politique, comme un des evenemens les plus interessans pour le genre humain, et j’ai tâché d’indiquer l’étendue de son utilité. J’ai ensuite publié, dans le sixieme volume de la même année, le discours que vous avez prononcé à votre installation, et j’ai osé y joindre des commentaires respectueux mais libres; comme il m’a semblé qu’il convenait à un homme vrai, de les offrir à un philosophe aussi justement distingué que vous, et qui inspire autant de confiance et de veneration à ses lecteurs.

Dans le cas où monsieur de Puy Ségur pourrait vous faire passer un paquet plus considérable, je mets sous une autre enveloppe, 1° le volume où j’ai annoncé votre chaire; 2° celui qui renferme votre discours et mes commentaires; 3° un exemplaire de la Physiocratie, qui est un recueil que j’ai publié des principaux ouvrages économiques de monsieur Quesnay, auquel nous devons les grandes découvertes qui ont donné à la science de l’économie politique cette precision severe, qui la rend calculable jusques dans ses moindres résultats; 4° une autre brochure de moi intitulée De l’origine et des progrés d’une science nouvelle, dans laquelle j’ai fait en sorte de réduire en très peu de place la chaine des verités meres de la bonne economie politique.

Agréez, monsieur, ce leger tribut de l’estime profonde dont vous m’avez pénêtré, et que vous avez egalement inspirée à tous les économistes de France; et daignez recevoir les assurances du respect avec lequel j’ai l’honneur d’être, monsieur, votre très humble et très obeïssant serviteur

Du Pont
de l’Académie des belles lettres de Caen,
des Societés Royales d’agriculture de Soissons, d’Orléans et de
Limoges, correspondant de la Societé d’emulation de Londres

Paris, 8 avril 1770

  1. Gregorio Fontana a Beccaria (Pavia, 14 aprile 1770)
Pavia, 14 aprile ’70

Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

eccole una delle più recenti composizioni del nostro bravo signor Paradisi, che egli mi comanda di comunicare a Lei, e che io le trascriverò qui dietro. Parmi essa una libera parafrasi di que’ maestosi versi onde Lucrezio suol dar principio e por fine a tutti i suoi libri. Ha un non so che di pieno che mi trasporta e m’incanta. Qua una certa durezza, là una nobile sprezzatura, dappertutto una inimitabile naturalezza e facilità che ha sempre per base un concetto grande e sublime, pare a me, che potrebbero meritare dallo stesso Orazio l’immensusque ruit profundo Pindarus ore. Ha poi questo componimento un’altra bellissima dote, ed è di consolare gl’infelici. Il pensiero della nostra piccolezza, oh quanto rallegra e consola il filosofo, e sopra tutto il filosofo valetudinario! Il Pascal, misantropo sublime, e tutti coloro che in oggi lo vanno copiando, chiamano umiliante, spaventevole e proprio a far nascere la disperazione un simil pensiero; ma, se io non traveggo, bisogna avere un capo molto teologico e molto apocaliptico per crederlo tale. Sarà bene che Ella legga quest’ode al nostro Moscati: servirà di balsamo alle ferite. Imparerà sempre più a disprezzare quella specie d’animali che fra i bipedi è la più maladitta e fra i quadrupedi sarebbe la più insidiosa, la più sanguinaria e la più crudele. Quel bonzo bianco-nero, che con raro esempio di profanazione ha qui declamato dagli altari contra il libro di Moscati, somministrerà un bell’argomento nella storia della filosofia per provare che la tribù di Levi è stata sempre la più turbolenta e implacabile di tutte le tribù; supposto però che il nome di questo miserabile debba aver luogo nella storia filosofica, dove non può certamente avere altro luogo se non quello che ha Ravaillac nella storia di Arrigo IV. Io in tanto, pieno di altissima venerazione, e pregandola de’ miei umilissimi ossequi alla signora marchesa, a Moscati, a Lambertenghi, mi rassegno immutabilmente di Vostra Signoria illustrissima umilissimo servo obbligatissimo

Fontana

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 21 aprile 1770)
Signor marchese, mio stimatissimo signore,

ringrazio con tutto il core il gentilissimo signor marchese de’ generosi sentimenti che conserva per me e della disposizione in cui si trova di favorirmi. Considero il dono che è per farmi come un vero benefizio ed un aiuto importante al mio buon volere. La scienza della Economia Publica, degna di essere trattata da lei come da maestro, ha per me de’ singolari allettamenti per intenderla e vederla ne’ suoi principii. Col comunicarmi le sue lezioni mi appiana una strada pur troppo intricata e mi conduce alla meta. Mi figuro che l’altra opera che mi annunzia sarà intorno allo stile, di cui un saggio se ne vidde ne’ fogli del Caffè, e di cui ebbe la bontà di comunicarmene qualche squarcio nel breve suo soggiorno in Venezia. Ho presente la novità delle idee nate dalla osservazione sulla natura umana, messe ad effetto dai buoni scrittori delle nazioni tutte e appena travedute fin ora dai ragionatori intorno alle cose di genio. So che ella pensava allora di dimostrare cogli esempi la verità del suo sistema, ed io sono impaziente di vedere publicata fatica così nobile.

In una cassa diretta a suo nome ho riposto lo Scopolo, che sarà adesso bevuto dai Russi, e l’ho caricata sulla barca del padron Giovanni Domenico Prandi che partirà solo nel mese venturo. La renderò avvisata del giorno della sua partenza perché possa dar ordine di ricuperarla.

I miei rispetti alla stimatissima signora marchesina, e con distinto ossequio mi protesto di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obligatissimo servitore amico

Leonardo Capitanachi

Venezia, 21 aprile 1770

  1. Fedele Mainoni a Beccaria (Livorno, 14 maggio 1770)
Livorno, 14 maggio 1770

Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,
signor marchesino gentilissimo,

ho ricevuta la lettera ma non il manuscritto, che sarà forse trattenuto alla posta di Firenze. Oggi scrivo, offerendomi di francarlo per il resto del viaggio o di redimerlo al suo arrivo qui. Tra due giorni spero di averlo nelle mani, ed avutolo, sarà custodito come un breve di redenzione. Oh, pensi come ne terrò buon conto, e se ne vorrò essere assicurato prima di confidarlo ad altri, e se non mi farò promettere ogni cosa nel trattamento da farglisi avvanti che si metta nel pubblico! Tutte le misure prese da Lei sono ottime per assicurarsi dell’esito, ma farò che non ve ne sia bisogno anche a discapito della mia libertà. Gli enciclopedisti assicurano l’adempimento delle sue richieste; ma prima di decidere su’ due mesi, vorrebbono vedere il volume, per accettare il limite del tempo: in ogni caso non la farò da arbitro che nella indulgenza di pochi giorni. Due mesi sono, che non erano venuti tanti caratteri per cominciare la grand’opera enciclopedica, si offerivano di farlo ancora in minor tempo, ma giunti i caratteri sufficienti a terminarla, dicono che sarebbono pregiudicati nell’interesse, dovendola sospendere. Ma gli farò tanto fuoco addosso da cavarne l’assenso ancora per questa parte.

In tutta segretezza: questi signori del corpo enciclopedico, che si piccano di pontualità e letteratura, sono alquanto sorpresi della preferenza che a Lei è piacciuto di dare nella raccomandazione della sua opera al signor Aubert, che essi tengono come uno de’ ministri deputato al semplice mecanismo della nuova stamperia, e come tale lo ammettono ad una tenue partecipazione degli utili per lui considerabili dopo il congedo avuto dalla stamperia Coltellini.

Io spero che si farà tutto con pienissima sua soddisfazione, e non saranno affatto inutili le mie premure.

La ringrazio del mi rallegro che ricevo per la presa risoluzione; desidero che la mia libertà (ottenendola) serva a Lei di stimolo per onorarmi de’ suoi comandi, come sono certo che mi raddoppia il comodo e il tempo di poterla servire.

La prego di fare i miei più umili ringraziamenti ed ossequi alla signora marchesina ed al signor marchesino Calderara, a’ quali mi sono offerto tante volte, senza aver avuto il bene di essere comandato pur una. Seguiti ad amarmi, che io sono amator solenne di chi mi ha una volta beneficato. Resto tutto suo senza complimenti e senza misura.

Di Vostra Signoria illustrissima umilissimo ed obbligatissimo servitor verissimo

don Fedele Majnoni

P.S. Questa volta sì, che l’ho fatta ancor da mago. In questo punto comparisce il manuscritto. Confido che potrà essere stampato nel circa de’ due mesi. Ora ora parte il corriere.

  1. Taddeo Antioco Mussio a Beccaria (Livorno, 16 maggio 1770)
Illustrissimo e carissimo signor cugino,

non posso esprimere bastantemente a Vostra Signoria illustrissima quanto mi riesca sensibile che per la prima volta che ho l’onore di ricevere un suo comando, io mi trovi nella dura necessità di non poterla ubbidire. Dipende ciò dall’essere io stato destinato dai miei superiori per la guarnigione di Porto Ferraio, dove mi porterò al più lungo nella ventura settimana. Io mi sarei fatto un vero pregio in questa congiuntura di dimostrarle colla mia attenzione e diligenza che null’altro desidero quanto di poterle dare dei certissimi contrassegni della stima grandissima ch’io le professo; e mi sarei lusingato che Ella fosse per rimaner contento del mio operato.

Devo per altro accennarle per sua quiete che nonostante che io non possa accudire all’edizione della di lei opera, per l’addotta ragione, e che il padre Mainoni, con cui mi sono di già abboccato, dubiti di essere ancor egli di partenza, Ella non deve dubitar punto della correzione del suo libro; anzi, può star più che sicuro che questo uscirà fuori da questi novelli torchi enciclopedici quale si conviene al grido di questa nuova stamperia, al merito dell’autore ed alla capacità dei direttori della medesima, i quali sono certamente dei più scienziati della città; e i quali, ricevendo per un augurio faustissimo di poter fare la loro prima comparsa nel cospetto del mondo letterario con un’opera di un uomo insigne, conosciutissimo da tutta l’Europa quale è Vostra Signoria illustrissima, metteranno tutto il loro studio acciocché l’edizione di essa riesca qual si desidera.

Contuttoquesto però io non lascerò di raccomandarla loro con tutta caldezza e di intendermela col signore Aubert, acciocché egli, di mano in mano che anderanno componendosi i fogli, me ne mandi le bozze a Porto Ferraio, per vedere da queste come le cose passeranno.

Tanto io poi che i miei fratelli abbiamo provato un vivissimo piacere di sentire delle novità e della di lei persona e di quella della signora marchesina, alla quale noi tutti auguriamo di vero cuore un piccolo infante, quale ci giova sperare che sarà ormai per istrada, non potendo aspettarsi altro da due coniugi giovani e ben disposti quali sono lor signori. Ella ci farà la finezza di reverirla in nostro nome, come ancora di dar per noi un caro abbraccio alle sue signore figlie.

I miei fratelli se le protestano infinitamente obbligati della memoria che tiene di loro e delle dolcissime espressioni colle quali Ella gli rammenta. Essi le fanno i loro più umili complimenti e la pregano a volerli continuare l’onore della sua grazia; e il simile facendo io, passo col più distinto ossequio a confermarmi di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore e cugino

Taddeo Antioco Mussio Ten.

Livorno, 16 maggio 1770

  1. Jean-René Loyseau a Beccaria (Lione, 17 maggio 1770)
Monsieur,

monsieur Elie de Beaumont, mon ami et avocat tres celebre au parlement de Paris, celui enfin qui se distingue le plus par les triomphes qu’il procure à l’innocence et sur tout par la déffense qu’il a faite du trop malheureux Calas, m’a adressé une lettre pour vous et deux mémoires dans deux affaires interessantes. Il me prie de vous ecrire et c’est uniquement pour me rendre à son invitation que j’ay l’honneur de vous entretenir, puisque je ne dois pas douter que vous n’ayés obliés les sentiments que je meritois de vous inspirer d’une manière plus durable. Je n’espere pas que cette lettre qui est au moins la troisieme que je vous ay ecrite sans que vous ayés daigné me répondre soit plus heureuse que les précedentes. Je me console de ce manquement par la persuasion où je suis que les hommes du plus beau genie sont quelques fois ceux qui ont les plus grands torts. Puis-je vous prier, monsieur, d’offrir au pere Frisi dont je n’ay point eté oublié l’assurance de toute mon estime et de l’attachement le plus vrai.

Je suis avec respect, monsieur, votre tres humble et tres obeissant serviteur

Loyseau

Lyon, le 17 may 1770

  1. Angelo Gatti a Beccaria (Chanteloup, 18 maggio 1770)
à Chanteloup prés d’Amboise, ce 18 may 1770

Illustrissimo signore,

ho certa, certissima memoria d’averle scritta una lettera per avvertirla che avrebbe ricevuto dal padre Boscowick le pillole del Kayser, e una altra in risposta alla memoria del medico che cura la dama che tanto l’interessa, e ho visto poi dall’ultima sua che ambedue si sono smarrite. Per colmare il mio rammarico, son già passate tre settimane senza che abbia potuto far risposta a questa sua. Volevo cercare fra’ miei fogli la detta memoria del medico e riparare la perdita della mia lettera, ma tutte le ricerche sono state vane. Di più, ho abitato quasi sempre Versailles da un mese in qua, e di là son partito per questa campagna senza aver potuto trovare il tempo, avanti di partire, di scrivere questi due versi, e così mi trovo reo d’una negligenza imperdonabile, ma per la quale son punito dai rimorsi e dal dispiacere d’aver perduta un’occasione di provarle il mio zelo nell’esecuzione de’ suoi comandi.

Per quanto mi ricordo il resultato delle mie riflessioni sullo stato della malata era che si facessero delle osservazioni più esatte su i sintomi che l’affliggono per decidere con maggior probabilità se sieno prodotti da causa venerea, e che giudicati tali le pillole del Kaiser convenivano, ma amministrate con parsimonia maggiore che quella prescritta dall’autore. Consigliavo in oltre l’uso frequente, o più tosto quotidiano, dei bagni domestici. Ma presentemente il solo consiglio che posso dargli è di rimettersi alla saviezza del medico curante.

Feci i suoi complimenti a D’Alembert, che è il solo de’ suoi amici che ho visto da che ricevei la sua lettera.

Io penso più seriamente che mai a fare un viaggio in Italia nel prossimo autunno. Intanto son venuto in questa campagna colla signora duchessa di Choiseuil per fuggire le feste e lo strepito di Parigi e di Versailles, e ci resterò fino alla fine di giugno.

Temo che questa lettera abbia la medesima sorte delle altre, ma per prendere ancora nuove precauzioni la invierò al segretario dell’Ambasciatore Imperiale, il quale naturalmente deve essere in corrispondenza con cotesto signore conte Firmian.

In quanto al costo delle pillole che lei ha tanta premura di rimborsarmi, sappia che non monta a più di quattordici lire, somma che non merita una lettera di cambio. Verrò io stesso in persona a Milano per farmi pagare.

La prego di fare i miei complimenti ai signori Frisi, Pecci, Veri e Carli, mentre sono, colla più grande stima e venerazione, di Vostra signoria illustrissima umilissimo devotissimo servitore

Angelo Gatti

  1. Mosè Beniamino Foà a Beccaria (Reggio Emilia, 18 maggio 1770)
Eccellenza,

in esecuzione de’ venerati comandi dell’Eccellenza Vostra, sono colla presente a significarle d’avere in pronto le opere d’Hobbes in 4°, quali prima di spedire ho stimato bene di ragguagliarla del loro costo, che è di quattro – dico 4 – zechini. Sicché, sempre che a Vostra Eccellenza piaciono, non ha che da comandarmi, che ne farò la pronta spedizione.

Profito dell’incontro per esebirle la divota mia servitù, e col desiderio d’impiegarmi in suoi comandi, col più profondo rispetto passo al consacrarmi dell’Eccellenza Vostra divotissimo obbligatissimo ed umilissimo servitore

Moise Biniamin Foà

Reggio, li 18 maggio 1770

Milano. Sua Eccellenza il signor marchese Beccaria

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor e padron colendissimo, il signor marchese Beccaria. Milano

  1. Lazzaro Spallanzani a Beccaria (Pavia, 19 maggio 1770)
Pavia, 19 maggio ’70

Gentilissimo e chiarissimo signor marchese,

la servii è già buon tempo col dottor Montanari di Modana, stampatore, il quale mi scrive che si farà un vero pregio a prendere a sue spese la stampa dell’opera di Lei Su lo stile. Mi soggiugne altresì che lascia Lei in libertà a domandare in dono quel numero di esemplari che dalla dilei discretezza Le verrà suggerito. Solo brama anticipatamente sapere la forma del libro, la sua mole a un di presso e la grandezza in circa del carattere in che lo vuole stampato. Ella adunque abbia la bontà di soddisfare a questi desideri, scrivendone a me una riga sollecitamente, e s’accerti che avrò tutto il piacere qualora possa contribuire a’ suoi vantaggi e Le possa mostrare con l’opere ch’io sono, con pienezza di stima, rispetto e attaccamento, suo umilissimo obbligatissimo servitore e amico vero

L.ro Spallanzani

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signore marchese Beccaria, pubblico professore. Milano

  1. Giuseppe Aubert a Beccaria (Livorno, 25 maggio 1770)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

dal padre Mainoni e dal signor tenente Musio Vostra Signoria illustrissima sentirà quel ch’essi hanno convenuto con questi miei signori editori dell’Enciclopedia rapporto al di Lei Stile da stamparsi. Io non ommetterò quanto sia in mio potere per prestarmi alle di Lei premure ed attestarle in tal guisa la mia stima, la mia riconoscenza ed il piacere che avrò di esserle per sempre di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius. Aubert q. A.

Livorno, a’ 25 maggio 1770

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, il signor Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Leonardo Capitanachi a Beccaria (Venezia, 26 maggio 1770)
Signor marchese, mio stimatissimo signore,

in virtù dell’acclusa ricevuta si farà consegnare dal padrone Giovan Domenico Prandi la cassetta indicatale segnata M ✠ B, che contiene lo Scopolo che vorrei che le giungesse senza essere guasto. Ho fatto usare tutte le diligenze che ho potuto, facendo ben turare i fiaschi e difendendoli con foglio perché il vino si preservi. In ogni caso ripiegheremo quando verrà il nuovo l’anno venturo. La barca sta per partire, onde non tarderà, per quanto spero, gran fatto a giongerle.

Ella non si scordi di me, anzi si degni di darmene contrassegni col comandarmi. Sospiro di vedere la sua opera per istruirmi e bearmi, e vedere cose nostre italiane applaudite dalla patria e dagli esteri.

I miei rispettosi complimenti alla signora marchesa, e con tutta la stima mi protesto umilissimo devotissimo obligatissimo servitore

Leonardo Capitanachi

Venezia, 26 maggio 1770

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquis Cesar Beccaria Bonesana

  1. Luigi de Sterlich a Beccaria (Chieti, 31 maggio 1770)
Eccellenza,

è troppo bella la sua fama per non potermisi perdonare l’impertinenza di volerle dedicare senz’alcun merito la mia divota servitù, e troppo preziosa la sua amicizia per non potersi iscusare la temerità di chiunque in ricercare di guadagnarsela, offerendomisi sopratutto la bellissima occasione di questo mio veneratissimo monsignore Gervasoni, che in Bologna ha goduto il vantaggio di personalmente ammirarla, e del cui mezzo presentemente avvalgomi per farle riuscir più accetti i miei tributi di rispetto e di ossequio; né se di altra obligazione gli fossi tenuto che di questa, sareigli meno che infinitamente obligato. Oltre lo splendor del rango, in cui la sorte ha saputo collocarla nella società civile, quello che ha saputo guadagnarsi nella Republica filosofica la rendono troppo rispettabile e troppo degno di venerazione insieme ed ammirazione; e tenuta molto le resta l’Europa non meno che l’Italia, a cui ha fatto vedere non essere totalmente estinte le ceneri de’ Montesquieu, e che l’Italia ancora sa far ripullulare i germi de’ gloriosi difensori dell’umanità, titolo il più fastoso dell’eroismo. Ma quello che in qualunque altro sarebbe stato sufficiente a compiere e superare che anzi le più vantaggiose speranze che se ne fossero mai potute concepire, non è ancora in ella che un barlume di quel dippiù che sicuramente i suoi talenti promettono a tutto il mondo di più onorevole ed interessante alla storia dello spirito umano, che non poco da ella riceverà di lustro e le resterà obligata.

Accolga questi miei sentimenti come sinceramente dettati da quella stima e venerazione che il suo merito da tutti esigge e che da me parzialmente le si professano, pregandola degnarsi ascrivermi al numero de’ più divoti adoratori di sua virtù, e credermi chi col maggiore ossequio possa rassegnarsi di Vostra Eccellenza divotissimo ed ossequiosissimo servitor vero

Luigi Mhse de Sterlich

Chieti, 31 maggio 1770

Signor marchese Beccaria. Milano

  1. Mosè Beniamino Foà a Beccaria (Reggio Emilia, 8 giugno 1770)
Eccellenza,

in venerazione di quanto l’Eccellenza Vostra si degna comandarmi colli favoriti suoi fogli 26 scorso e primo corrente, non solo ho messo a parte le opere del Hobbes, ma anche le ho spedite costì in una balletta avanzata questa mattina a Sua Eccellenza il signor marchese Bagnesi. Fra sette o otto giorni, dunque, ella avrà la bontà chiederle al signor don Domenico Selmi, segretario di Sua Altezza Serenissima presso il signor marchese suddetto, quale le rilascierà ad ogni sua richiesta; l’importo lo passerà a suo comodo a cotesti signori fratelli. Rougier per mio conto. Mi conserva la sua protezione, e con pienezza di rispetto mi dico di Vostra Eccellenza divotissimo ed obbligatissimo servitore umilissimo

Moise Biniamin Foà

Reggio, 8 giugno 1770

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padron colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria. Milano

  1. Pietro Bindi Sergardi a Beccaria (Pisa, 25 giugno 1770)
Pisa, 25 giugno 1770

Amico carissimo,

cosa fate, caro marchesino? È un gran pezzo che non so più niente di nessuno di voialtri. Io son ritornato da tre giorni dopo essermi trattenuto una ventina di giorni in Firenze, per dove son passato nel partir da Siena. Cosa è stato del vostro Stile? Io l’avevo annunziato a Siena a’ miei amici, e tutti desideravamo di vederlo. Dopo dunque tanto tempo che non so niente di voi, spero che mi darete qualche nuova e di voi e de’ nostri amici; e adesso che s’avvicina quel tempo, io spero che mi direte ancora se persistete, voi e Calderara, nel progetto che si fissò a Ello di fare insieme il viaggio delli Svizzeri, perché mi par necessario di sapersi per tempo per poter prender le nostre misure, Boninsegni ed io.

Ho letta a Firenze la bellissima dissertazione di Moscati, che è piaciuta a tutto il mondo; ma quanto è mai spiritosa, ma quanto è mai bene scritta! Mi è stato detto che poco è mancato che non gli sia costata delle persecuzioni. Se mai mi avvisate del tempo che ci dobbiamo trovare insieme, ditemi se volete qualche cosa di qua, che io vela porterò; insomma, aspetto da voi un’istruzione esatta di quello che dobbiamo fare per prepararci al piacere di stare insieme, o facendo l’ideato viaggio o determinandoci ad una semplice villeggiatura; ditemi tutto, mentre, pregandovi della continuazione della vostra amicizia, io sono costantemente l’istesso vostro servitore vero ed amico

Pietro Sergardi

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signor padrone colendissimo, signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Fedele Mainoni a Beccaria (Livorno, 2 luglio 1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,
gentilissimo signor marchesino,

l’ordine venuto da Sua Altezza Reale di trasportare in altro luogo la nuova stamperia, dovendosi perciò sospendere il lavoro, sarà un ritardo di pochissimi giorni al termine della impressione dell’opera sua. Le condizioni prescritte saranno osservate religiosamente, ed ella sarà contenta delle premure che si usano per servirla. Il manuscritto non può essere meglio confidato, e l’onestà di chi lo custodisce è una sicurtà che vale qualunque ricevuta, la quale non mi è parso di poter chiedere senza una marca di diffidenza, la quale sarebbe ancora ingiuriosa all’impegno ed alla infallibilità del primo rappresentante, che è la più dilicata cosa del mondo. Terminata l’impressione, sarà spedita con la maggiore pontualità e sicurezza, ed io mi riservo di fare le più dolci carezze a questa sua dilettissima figlia nel luogo istesso dov’ella è nata. Ho fatte tutte le possibili diligenze per gli spilli d’Inghilterra e mi è detto e fatto toccar con mano che le carte che di qua si vendono sono tutte di Francia. Ne ho vista la prova io stesso, perché torcendosi per poco cedono con la massima facilità. Se non gli trovo io, giuoco tutto me che non vi sono, ma spero di essere così buon frugolino da riuscire nella commissione; almeno avrò fatto quanto ho potuto.

La supplico di fare un milione d’ossequi alla signora marchesina ed al signor marchese Calderara, offerendomi loro come redento ad ogni comando, ed affezionatissimamente riverendola resto di Vostra Signoria illustrissima umilissimo ed obbligatissimo servitor vero

don Fedele Majnoni

Conosco de’ polli che scriverebbono meglio di me. La prego di sospendere i riscontri.

Livorno, 2 luglio 1770

  1. Mosè Beniamino Foà a Beccaria (Reggio Emilia, 5 luglio 1770)
Eccellenza,

dal venerato foglio dell’Eccellenza Vostra 30 spirato intesi la ricevuta delle opere del Hobbes, ed ho sommo piacere che queste abbino incontrato il suo agradimento, le quali Vostra Eccellenza può tenerseli cari, poiché in tutto il mio giro fato non ho potuto trovare che quella copia. Dalla medesima sua vedo la scelta da Lei fata sul mio catalogo del solo Cudworth, Systema ecc., vol. 2, folio, sulla qual opera devo contarle una bellissima storiella. Venendomi da più persone ricercato quest’opera con premura, l’ho ordinata in varie parti: due soli ne trovai, la prima usa, che l’ho esitata per zecchini 7½, l’altra, sciolta e nuova, che è quella che tutta via mi ritrovo, mi è venuta da Berlino, e dopo spedita me la vidi tassata 8 ongari, oltre di tutte le spese occorse di spedizione ecc., che condoto qui mi viene più di 9 giliati. Sicché da tutto ciò Lei può rilevare che non posso rilasciarlo a meno di 10 zecchini per guadagnare qualche cosa. Conosco benissimo anch’io che il prezzo è eccedente, e perciò gliene dò l’avviso prima di spedirglielo, perché avendo più d’uno che v’applicarebbe, ella mi dica in pronta risposta le sue risoluzioni, per poterlo esitare, caso che all’Eccellenza Vostra non piacesse.

Dalli signori frattelli Rougier sarò a farmi riconoscere delli 4 giliati che Lei dice di pagarle, poiché colle ultime lettere ricevute da’ medesimi non me ne accusano il credito; e tutto disposto a’ suoi comandi, col più profondo rispetto mi protesto dell’Eccellenza Vostra divotissimo umilissimo ed obbligatissimo servitore

Moise Biniamin Foà

Reggio, li 5 luglio 1770

Milano. Sua Eccellenza signor marchese Cesare Beccaria Bonesana

[a tergo:] A Sua Eccellenza il signor marchese Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Giuseppe Croce a Beccaria (Milano, 10 luglio 1770)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

sono in dovere di ragguagliare colla possibile prontezza Sua Eccellenza il signor conte Ministro Plenipotenziario, capo della Regia Deputazione de’ Studi, del numero delli studenti che ciaschedun pubblico lettore ha nella sua classe, colla specificazione del nome, cognome, patria e condizione, e del numero d’anni che cadauno è intervenuto alla scuola de’ rispettivi professori, prendendone de’ medesimi le necessarie informazioni.

Prego quindi Vostra Signoria illustrissima compiacersi abilitarmi all’esecuzione de’ superiori comandi, trasmettendomi le sovr’indicate notizie, e con perfetta stima e rispetto mi protesto di Vostra Signoria illustrissima divotissimo ed obbligatissimo servitore

Giuseppe Croce del.o

Milano, 10 luglio 1770

Signor marchese don Saverio Beccaria, regio lettor pubblico di Economia e Commercio

  1. Henry Herbert conte di Pembroke a Beccaria (Wilton House, Wiltshire, 10 luglio 1770)
Lord Pembroke presents his compliments to marquise Beccaria, and has the pleasure to inform him that he has obeyed his commands in sending Blackstone’s Commentaries and bishop Wilkins’s Characteristicks, with some other things to count Vignola, where he will be so good as to send for them.

Lord P. begs his respects to the marchioness, and compliments to all friends.

Privy Garden, 10th July 1770

[a tergo:] A monsieur, monsieur le marquise Beccarie. Italie, Milano

  1. Pietro Bindi Sergardi a Beccaria (Pisa, 13 luglio 1770)
Pisa, 13 luglio 1770

Amico carissimo,

dalli fogli inclusi vedrete che io vi ho servito per mezzo del signor Tomaso Albizzi a Livorno come se vi fossi stato io stesso, e da’ medesimi fogli spero che, ritrovando tutti gli schiarimenti che desiderami, ne resulterà nell’animo vostro quella quiete che pareva che voi aveste perduta su questo punto. Potete credere quanto mi sia stato caro di avervi ben servito in questa occasione, che spero me ne procurerà delle altre. Del resto, siate sicuro che alla villeggiatura ci rivedremo sicuramente, e forze anche prima se Buoninsegni si risolve venire a far meco il viaggio delli Svizzeri, e molto più facilmente potrebbe succedere se almeno si volesse unir con noi Calderara, giacché voi, da quello che mi dite, non potrete farlo; in tal caso ditemi dunque se Calderara si unirebbe con noi, che scrivendolo io subito a Buoninsegni, egli non tardarebbe a venirmi a suo tempo a raggiunger qui per intraprender subito il nostro viaggio insieme.

L’ordinario passato diedi conto alla marchesina di aver ricevute le due sue lettere ed i pendentini, e dalla medesima averete sentito perché non vi rispondevo subito; salutatemela distintamente e diteli che gli rimetterò la cambiale quest’altra volta, perché oggi non l’ho in ordine. Voi conservatemi la vostra amicizia, e ritornandovi i complimenti della famiglia Panciatichi mi confermo sempre l’istesso vostro servitore vero ed amico

P. Sergardi

[a tergo:] All’illustrissimo signore, signore padrone colendissimo, signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana. Milano

  1. Luigi de Sterlich a Beccaria (Chieti, 19 luglio 1770)
Eccellenza,

all’onore de’ suoi pregiati caratteri ha voluto con un eccesso di compitezza aggiugnerv’il prezioso dono d’un nuovo parto del suo felicissimo ingegno, che sarà certamente una nuova gemma all’ornamento della italiana letteratura, e mi toglie con ciò ogni modo a poterla ringraziare condegnamente alla graditissima finezza che mi compartisce, e alla vivacità de’ sentimenti a’ quali mi obliga tanta sua bontà e cortesia. Il soggetto, siccome dottamente dice, è stato veramente trattato da molti altri, fra’ quali sonovi ancora le penne maestre de’ signori Alemberts e Buffon, che più fra gli altri si segnalano, ma non lascia di dar presa a una nuova unione di idee più giusta e più intimamente ligata al vero rapporto della cosa istessa, siccome sarà sicuramente la sua, onde meritare tutto il pregio di nuova e di meglio formata su i suoi veri principii. La delicatezza della materia, che sebbene al volgo possa parere non essere che uno degl’inviluppi della filosofia e delle altre scienze, è nondimeno di tale importanza, e ricerca tal finezza di analisi nello scomporre tutti que’ gruppi di bello insieme, che formano tutto ciò che si chiama buon gusto, giustezza, precisione, nerbo, eleganza, ecc., che meritava appunto la profondità e la estensione del suo genio, di cui in altra opera ha date sì luminose ripruove, per potersi scuoprire i più veri e più fini rapporti delle idee relative a questo soggetto, e dar conto de’ più delicati tratti istessi di genio, percettibili solo ad un altro genio; per i quali la scienza istessa non può giugnere a prescriver mai delle regole. Sono dunque de’ primi a congratularmi colla Republica delle Lettere del ricco dono ch’è per farle, e per quanto posso unisco i miei più ferventi voti a’ communi di tutta Italia, acciò non cessi continuamente co’ suoi rari talenti di accrescerle quella gloria e quello splendore di cui ne ha già da Vostra Eccellenza ricevuta finora un’arra sì preziosa. L’attendo con impazienza, unitamente con l’onore de’ suoi stimati comandi, per potermele ridire con maggior verità di Vostra Eccellenza divotissimo ed obligatissimo servitor vero

Luigi Mhse de Sterlich

Chieti, 19 luglio 1770

P.S. Si compiaccia di far l’indirizzo delle Sue pregiatissime Spoleti per Chieti.

Signor marchese Cesare Beccaria Bonestan. Milano

  1. Domenico Gervasoni a Beccaria (Lanciano, 19 luglio 1770)
Eccellenza,

per mezzo del signor marchese de Sterlih ho ricevuto pregiatissima risposta di Vostra Eccellenza, dalla quale, oltre i chiari sensi del suo ingenuo cuore, ravviso certa politezza e compiacenza colla quale sa stare superiore alla più splendida parte della luminosa umanità, e me ne rallegro da vero.

Il detto de Sterlih me ne scrive consolazioni della risposta ricevuta da Vostra Eccellenza e dell’anticipato dono che le promette della sua opera Ricerche intorno alla natura dello stile. Da filosofo della sua penetrazione si ponno con sicurezza attendere cose totalmente profittevoli, rischiarate e purgate da volgari assiomi. Attenderò anche io a suo tempo la mia parte, che graziosamente mi esibisce, e la gradirò assai. Intanto, replicando a Vostra Eccellenza i miei dovuti ringraziamenti per questa parte, con piena stima e venerazione mi rinovo di Vostra Eccellenza divotissimo ed obbligatissimo servitore vero

L’Arcivescovo di Lanciano

Lanciano, 19 luglio 1770

Signor marchese Beccaria. Milano

  1. Alessandro Ligi a Beccaria (Parigi, 26 luglio 1770)
Illustrissimo signore, signore padron colendissimo,

finalmente col mezzo del Cardinal Pozzobonelli è finita la mia causa, ed io sono intieramente libero, e spero che un giorno potrò riavere l’onore di fare a Lei, signor marchese mio, in persona le mie riverenze e li miei dovuti ringraziamenti. Mi trovo in Parigi già da un mese, e bramerei potermivi fermare un qualche anno se sarò buono a fare qualche cosa. Ella, signor marchese mio, vi ha de’ grandi amici che potrebbero molto contribuire ad un qualche mio collocamento. Mi continui dunque gli effetti benigni della sua efficace ed autorevole assistenza, e mi aiuti con una qualche sua lettera comendatizia. Io la prego ad un tale effetto, e mele raccomando.

Scrivo mediocremente il francese e lo parlo, e veggo in Parigi delle persone forestiere discretamente impiegate in buone case, e che hanno assai minore educazione ed abilità che io non ho. Si vogliono qui de’ mezzi, e facilmente si ottiene, particolarmente quando un uomo non ha idee grandi e sa servire alle circostanze come sono io in caso di fare.

Mi raccomando dunque a Lei, e rinnovandole i sentimenti della mia rispettosa riconoscenza, passo a rassegnarmi con perfettissim’ossequio di Vostra Signoria illustrissima umilissimo e divotissimo servitore

L’Ab.e Ligi

Parigi, 26 luglio 1770

[a tergo:] À monsieur, monsieur le marquis de Beccaria, professeur d’oeconomie publique. A Milan

  1. Giampaolo Polesini a Beccaria (Montona, 18 agosto 1770)
Nobile signore e padrone mio veneratissimo,

il signor conte Agostino Carli mi significa di aver presentato a Vostra Signoria illustrissima il mio nome, e di averle fatto rilevare nelle mie lettere quei sentimenti di altissima amirazione dei di Lei sublimi talenti, che in me non altro sono che una ripercussione del grido universale. Pur Ella s’è degnata di mostrarne aggradimento e di onorare della sua approvazione la loro forma, che però riceve tutto il merito dalla propria sostanza. Quella sua bontà di cuore e quell’amore degli uomini che da per tutto spira ne’ suoi scritti credo che abbia avuto parte anche in questa picciola circostanza, e non è maraviglia che un vasto genio che tanto comprende sia accompagnato da un animo esteso che tutto abbracci. Sarei affatto indegno dell’umanissimo suo compatimento, se non mi confessassi di tenermi da esso altamente onorato e se non le presentassi questo che or le rassegno vivissimo rendimento di grazie. La supplico di gradire, siccome suole, il divoto e libero officio, e di considerarmi per sommo mio fregio quale col più divoto ossequio mi raffermo umilissimo devotissimo ossequiosissimo servitore

Giampaolo Polesini

Di Montona nell’Istria Veneta, 18 agosto 1770

[a tergo:] Al nobile signore e padrone mio colendissimo, il signore marchese Cesare Beccaria. In Milano

  1. Louis Dutens a Beccaria (Vienna, 23 agosto 1770)
À Vienne, ce 23e août 1770

Mon cher monsieur,

permettez moi d’introduire à l’honneur de votre connoissance monsieur De Montigny, gentilhomme francois et trésorier general des Etats de Bourgogne; son merite personel et sa conduite lui ont merité l’estime de ceux qui ont eû le plaisir de le connoitre, et je crois que vous en jugerez comme on a fait ici. Je vous prie de vouloir bien lui faire l’honneur de le presenter à madame la marquise en lui faisant bien des complimens de ma part. Je reste encor ici quelques mois, et serai enchanté d’avoir l’occasion de vous y servir si vous m’en croyez capable. J’ai l’honneur d’être, avec toute l’estime et l’amitié possible, mon cher monsieur, votre très humble et très obeissant serviteur

L. Dutens

[a tergo:] Dutens. Marchesa Beccaria Bonesana

  1. Joseph Sperges a Beccaria (Vienna, 10 settembre 1770)
Illustrissimo signore, signor padrone colendissimo,

ho sospeso fin ora la mia risposta alla pregiatissima lettera di Vostra Signoria illustrissima 11 luglio prossimo passato per osservare se possa succedere nel dicastero in quella indicato più d’un vuoto, poiché la provvista di cui Ella mi scrisse è già da molto tempo destinata per altro soggetto. Ora però crederei che Vostra Signoria illustrissima, dissimulandone l’avviso, potesse prodursi con raccomandarsi in iscritto tanto a questo supremo Ministro d’Italia che al Ministro Plenipotenziario costì. Ritengo tutto quello ch’Ella mi ha scritto della sua persona e della sua vista; La prego però di tener segreta questa mia risposta, e accertarsi viepiù del sincero mio desiderio di contribuire quanto posso alle di Lei convenienze, come pure della singolare e ossequiosa stima con cui ho l’onore di protestarmi di Vostra Signoria illustrissima devotissimo obbligatissimo servitore

Gius.e Sperges

Vienna, 10 settembre 1770

  1. Gaetano Gentilini a Beccaria (Novara, 14 settembre 1770)
Illustrissimo ed ornatissimo signor marchese,

la veramente singolare umanità con che si è degnata Vostra Signoria illustrissima d’accogliermi ed onorarmi, con la special compiacenza manifestata dalla gentilissima signora marchesina sua del vedermi (ove riesca) in altro arnese, mi danno insieme coraggio a richiederla d’un favore necessario forse ad agevolarne il disegno. La mia innocenza già è uscita in palese. Quegli stessi che in me punir pretesero la creduta reità, sentonla, benché loro malgrado. E se m’è lecito, ad un sì vivo lume della troppo tardi chiamata in soccorso de’ ciechi mortali rischiaratrice filosofia, liberamente aprire con filosofica ingenuità i secreti miei veri sensi: troppo meno della giustizia che di lor vanità gelosi e caldi, vorrebbero per avventura piuttosto ch’io fossi colpevole; né leggermente lor pesa il certo convincimento d’aver troppo corso e d’essersi mal guidati. Potrebbe quindi avvenire che, a qualche scampo di lor torti procedimenti, attraversassero per clandestina via con questo Monsignor Vescovo la mia carriera, né mi lasciassero pervenire alla meta. Benché pertanto io abbia già qui in pronto un benefizio, che amorevol signore a quest’uopo mi serba, priego, anzi supplico Vostra Signoria illustrissima (coll’inviolabil secreto però) d’un benefizio di costà, per meglio accertar l’esito delle sì oneste mie brame. La casa Beccaria stessa, o Bonesana, il signor marchese Calderara sì gentil signore, od altro suo amico ben dovrà averne qualcuno. Me le raccomando quanto più so caldamente; e per non farle più lunga noia, con rispettoso ossequio mi rassegno di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitor grato

Fra Gaetano Gentilini di Novara M. O.

Novara, per Trecà S. Francesco, 14 settembre 1770

[a tergo:] All’illustrissimo ed ornatissimo signore, signore padron colendissimo, il signor marchese Cesare Beccaria. In contrada di Brera. Milano

  1. Vincenzo Maria Miglioli a Beccaria (Ferrara, 17 settembre 1770)
Illustrissimo signore, signore padrone colendissimo,

prendendomi l’ardire di scrivere ad Vostra Signoria illustrissima, io crederei di essere scusato abbastanza, qualora le protesti che il concetto che ho della sua erudizione me ne ha dato l’impulso. L’umanità è sempre stata della dottrina indivisibil compagna, e perciò io spero di essere da Lei accolto con quella gentilezza che è sua propria. Io tengo presso di me alcune lettere su la riforma degli ordini regolari, in cui evitando quegli scogli in cui sono caduti il canonico Montignac e l’abate Pilati, dimostro quali debbono essere gli ordini regolari per vivere secondo i loro istituti; ed essere utili a Roma, senza appoggiarne le pretensioni talvolta troppo esorbitanti; ai vescovi e ai parocchi, senza turbarne la giurisdizione; ai principi, senza diminuirne le rendite; agli Stati, cooperando al bene dei popoli. Vero è che non ho il comodo di rivederle, perché non mi fido; e se fossi scoperto, Dio sa quel che sarebbe di me. Questo stesso però mi fa desiderare di trovar persona a cui consegnarle. Ho pensato ad Vostra Signoria illustrissima; e se vuole accettarle, cercherò occasione per mandargliele in proprie mani, senza sua spesa. Non cerco ch’ella le faccia stampare: ma mi preme che le veda e le consideri, perché vi troverà forse dei lumi che d’altronde non si potranno così facilmente ricevere. Dopo di ciò, ella ne farà quello che stimerà bene. Io avrei piacere che ella le ricevesse, se non per altro, almeno affinché elle potessero servire di piano a formare un’opera compita su questa materia, la quale vorrei credere che fosse per partorire un gran bene. Io spero dalla sua bontà qualche riscontro, pregandola però a tenermi secreto, perché cremonese che sono, ma nello Stato Pontificio, non avrei chi mi salvasse, senza trovare chi mi porgesse anche un piccolo aiuto. Resto con pienezza di stima, desiderando l’onore de’ suoi comandi e protestandomi di Vostra Signoria illustrissima umilissimo e divotissimo servitore

Fra Vincenzo Maria Miglioli de’ Pred.

S.  Domenico, Ferrara, 17 settembre 1770

  1. Pellegrino Salandri a Beccaria (Mantova, 20 settembre 1770)
Illustrissimo signore, signor padron colendissimo,

dall’ottimo nostro marchese Andreasi rilevo l’onore che Vostra Signoria illustrissima intende di fare alla Società con l’opera che attualmente ha sotto il torchio. Secondo il codice, l’uso di accademico è inseparabile dal vidit del censore della Facoltà o del segretario. In qualunque sua produzione ella ha il mio vidit presuntivo e perpetuo, radicato nel di lei concetto pubblico già prescritto col consenso universale e nella avidità con cui io corro dietro a tutte le cose sue per imparare. Noi siamo tuttavia nel desiderio e ne’ primi passi diretti a proccurare il nostro bene e quel della patria. Ella è giunta gloriosamente alla meta in pochi anni e nell’età in cui noi appena cominciamo. Tanto è il bene che ha fatto sinora alla società, che agli altri non resta che di ammirarla e tenerle dietro, ma ben da lontano. Per farlo con facilità e sicurezza abbisogniamo della continuazione de’ suoi lumi. Le forze fisiche e le disposizioni organiche, oso dirlo, non ci mancano, ma queste sole non bastano. Tutto ciò che esca dalla maestra sua penna può aggiungere lena e soccorso a quello che ne abbiamo dall’aureo suo libro Dei delitti e delle pene sinora procacciato. Anche la ponderosa sua prolusione preliminare al corso delle scienze camerali e la disertazione sopra le barbare teorie e pratiche legislative contro i poveri debitori ci sono andate in alimento ed in sangue. Ma altro è veder le cose alla sfuggita, altro poterle gustare e ruminare agiatamente. Non è che io voglia con ciò pretendere che di tutte le scientifiche sue produzioni ne faccia dono alla Società mantovana. Forse ad un animo ben fatto come il suo parrà questo se non diritto almeno convenienza. Io mi restringo a dirlo atto di fraterna comunicazione e di caritatevole sussidio, bastandoci sapere di mano in mano quando e dove passano alla pubblica luce i prodotti delle filosofiche e patriotiche sue meditazioni per proccurarcele. Io più di tutti ne ho necessità, perché posto in un arduo carico che troppo tardi mi è stato indossato e dopo il dissipamento di un intero decennio che avrei potuto porre a profitto per me e per gli altri. La prego dunque darci questo attestato della sua cordialità e benevolenza, che se volesse onorare la Società di qualche disertazione a suo piacimento pel mese accademico che più le sia in grado, si assicuri che sarà recitata come si deve, e l’elenco dell’anno che va ad aprirsi in novembre ci farà superbi del lustro segnalato che ne ridonderà a tutto il corpo. Spero di pubblicare quest’anno in detto elenco dei disertanti tutti nomi grandi per dottrina e per carattere, onde con l’esempio incoraggire la pusillanimità e scuoter l’inerzia. Su di questo punto animato a scriverle dal conte Prefetto, che è la più amabile persona del mondo ed il più zelante di tutti i cittadini, attenderò il suo grazioso riscontro. In questo modo coll’anno 1772 potrà pubblicarsi il primo tomo degli Atti dell’Accademia, e i benemeriti del libro saranno contenti se non dell’onore che potranno sperarne a sé almeno del bene che avranno fatto agli altri. Oh se tutte le ruote con armonico movimento cospirassero a secondare il moto massimo de’ geni illustri di sapere e di ministero che vanno a fondare il buon essere economico e sostanziale della Lombardia austriaca, dopo aver tirate le prime linee dal Mantovano! Pare delitto imperdonabile almen non concorrere nella massima e far eco all’opera illustre del loro zelo. Risolva, signor marchese veneratissimo, favorevolmente; e creda che non può figurarsi così facilmente quanto io la stimi e quanto mi pregi dell’immutabile ossequio che mi qualifica di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore

Pellegrino Salandri

Mantova, 20 settembre 1770

Signor marchese Beccaria. Milano

  1. Supplica di Beccaria a Wenzel Anton von Kaunitz-Rittberg (Milano, 20-25 settembre 1770)
Altezza,

la generosa bontà colla quale l’Altezza Vostra si è degnata di accogliere gli rispettosissimi e sinceri sentimenti dell’animo mio nell’occasione che la augusta clemenza di Sua Maestà, mercé dell’alta protezione di Vostra Altezza, ha voluto onorarmi della cattedra di Economia Pubblica Politica, mi lusinga che Vostra Altezza sia per accettare con benigno risguardo quanto io mi fo coraggio di umilmente rappresentarle.

Quantunque non siano che due anni passati dacché io proccuro di disimpegnare, il meglio che io so e posso, l’incombenza affidatami della pubblica istruzione nelle materie di Pubblica Economia, ciò non ostante crederei di mancare a me stesso non solo, ma ancora alla sperimentata conoscenza che io ho del magnanimo cuore di Vostra Altezza, se le dissimulassi il costante ed ardentissimo desiderio che ho sempre avuto di consacrare in un servigio più diretto e con maggiore assiduità all’Augustissima Padrona tutto me stesso e quelle cognizioni che io mi sono sforzato di acquistare nelle materie politiche ed economiche; per questo solo motivo ardisco di umiliare all’Altezza Vostra le mie più ferventi suppliche acciocché, nel caso che in questo Supremo Consiglio di economia si facesse vacante qualche nuova piazza per la nomina di alcuno de’ soggetti che lo compongono all’amministrazione delle Regie Finanze, secondo l’ultimamente emanato dispaccio, io possa essere graziato d’essere ammesso alla vacante carica in un dicastero che per gli oggetti de’ quali si occupa è tutto conforme agli studi principalmente da me fatti.

Se per le circostanze di queste Regie Scuole, non già per alcuna da me non meritata preferenza, potesse nascere qualche difficoltà circa il destinare un altro soggetto a coprire la cattedra di Pubblica Economia, io in mia vece supplico l’Altezza Vostra di benignamente ascoltare quanto io sarei per rappresentare in simile circostanza, cioè avere io in questi due anni formato più d’un allievo il quale, colla scorta delle mie lezioni, alle quali non manca che l’ultima mano per poter essere stampate, e colla mia assistenza, potrebbe essere più che abile di supplire in questa parte di reale servigio finché non piacesse a Sua Maestà di provvedere altrimenti. Ecco tutto ciò che io oso deporre a’ piedi di Vostra Altezza con quella fiducia che deve avere un uomo onesto e rassegnato pienamente alle superiori direzioni di un così grande e benefico Ministro. Non mi resta dunque altro che di assicurare l’Altezza Vostra di quelli inviolabili sentimenti del più profondo rispetto, col quale ho l’onore di rassegnarmi umilissimo devotissimo obbligatissimo servitore.

  1. Giuseppe Mazzucchelli a Beccaria (Ginevra, 26 settembre 1770)
De Genève, ce 26 septembre 1770

Monsieur le marquis,

permettez que un homme qui vous estime, qui vous admire et qui ose s’appeller heureux par l’honneur de vous ecrire, ose aussi de vous communiquer son bonheur par les justes louanges qu’il entend prononçer sur votre compte dans ce pais. Heureux, cent fois heureux parce que l’admiration que l’on a pour vous ne fait que confirmer d’autant plus ce que je sens dans mon coeur d’estime et de respect pour un grand homme et un grand philosophe comme vous etes.

Hier, hier ce fut la journée heureuse: j’ai été faire une visite à monsieur de Voltaire au chateau de Ferney. Ce grand homme m’a comblé de politesses et m’a retenû diner avec lui. Heureuse journée! Il y a chez lui monsieur d’Alembert, depuis quelques jours, et le pere Adame, comme vous sçaurez bien. Mais devinez un peu quel a été le sujet le plus interessant sur qui ont roulé tous nos discours? Monsieur le marquis, sur vous, sur votre sublime philosophie. Je vous assure que je vous suis aussi redevable des extremes politesses que l’on m’a faites, que je m’en souviendrai toute ma vie. Pardonnez moi, monsieur le marquis; mais j’ai osé dire a monsieur de Voltaire que je venois aussi pour lui faire vos compliments, et pour m’informer de votre part de sa santé: «Ah, monsieur», me repondit-il (et ces sont ses propres mots), «ah, dites à monsieur le marquis de Beccaria que je suis un pauvre vielliard, agé de soixante et dix sept ans, que j’ai le pied sur la fosse, que je ne souhaiterois d’etre à Milan que pour le voir, le connaître et l’admirer de plus prés comme je fais toujours ici. Remerciez-le bien de sa bonté et dites-lui que je ne cesserai jamais d’etre son admirateur».

Ah, monsieur le marquis, que vous etes heureux! Tout le monde retentit de vos justes louanges. Monsieur d’Alembert n’a jamais cessé d’en dire de même, le comte d’Orcé qui est avec lui, le pere Adam… Ah, monsieur! L’on ne peut etre plus admiré, mais aussi plus justement que vous l’etes: et moi, pauvre malheureux, je ne faisois que dire de vous tout ce que peut dire un coeur vraiment penetré d’estime, de respect et d’admiration pour vous.

Mais helas! J’aurois infinité de choses à vous dire, mais qui pourroit vous dire tout? Figurez vous l’entretien de six heures et presque toutes sur vos rares merites, et ce qui est plus, dites par ces grandes hommes de tout son coeur. L’on souhaite vos ovrages, l’on souhaite de vous voir… Ah, monsieur le marquis, si vous me permettez bien cet honneur, une autre fois je pourrai bien vous dire de plus parce que à present la confusion me gagne.

Monsieur de Voltaire, ce grand homme, vouloit me retenir avec lui, m’a fait voir la ville qu’il batit, m’a fait voir son tombeau, m’a donné lui meme son portrait en une medaille. Monsieur le marquis, je vous dois tout cela, et je ne cesserai jamais de vous en etre infiniment obligé aussi que à eux. Hereux moi qui ai l’honneur de vous connaitre, et d’entendre les louanges de grands hommes sur vous!

Dans ce pais tout respire la philosophie et l’admiration pour vous. J’ai vu monsieur Bonnet, qui vous apelle le grand medecin de l’Italie et de l’Europe, qui guerit les esprit foibles et les porte à des grandes choses. J’ai vu monsieur Tissot, qui d’abord me demande de vous, qui se dit votre admirateur. J’ai vu monsieur de La Lande, qui en fait de même. Et moi, monsieur le marquis, que vous dirai-je au milieu de ces grands hommes? Petit et foible, j’ai pour vous toute l’admiration que l’on peut avoir.

Mon imagination delirante et ma follie m’ont transporté ici tout seul: mais je m’en trouve bien content. Dans huit jours je serai à Pallanza sur le Lac Major, si vous voulez bien m’honorer de vos ordres; et j’espere que je pourrai vous dire d’autres choses sur ce pais qui vous interesseront.

J’ose vous prier aussi de me dire si le pere Venini est à Milan, parce que je dois lui dire que monsieur d’Alembert lui fait ses excuses s’il ne l’a pas remercié de ses Elementi di geometria, mais qu’il les admire de tout son esprit, et qu’il n’a jamais vu d’ouvrage plus propre et plus bien executé, que cela seul suffiroit pour le faire grand’homme.

En verité, monsieur le marquis, je suis si content, si confus que je ne puis pas vous dire bien d’autres choses que j’aurois à vous dire.

Pardonnez moi ma confusion d’ecrire, pardonnez moi mon importunité, et croyez moi que je vous remercie toujours, que je vous estime, que je vous admire.

Si vous ecrivez à monsieur de Voltaire, remerciez le vous aussi de ma part, parce qu’il m’a fait tout ce que l’on peut faire.

J’espere qu’à mon retour à Milan je pourrois vous faire voir un livre qui vous interessera beaucoup, que j’ai eu à grand peine et que l’on ne trouve pas si aisement.

Pardonnez encore; et je suis de vous, monsieur le marquis, tres humble et obeïssant serviteur

J. Mazzucchelli

  1. Michele de Sorgo a Beccaria (Venezia, 29 settembre 1770)
Monsieur,

desidero ottenere il permesso di scrivere a voi, e non a Vostra Signoria illustrissima, giaché questo non diminuisce il rispetto ma si confà meglio coll’amicizia che aveste la bontà d’accordarmi: chi è fornito a maraviglia di qualità solide e reali prescinde spesso e volentieri da certe astrazioni d’idee che talvolta fanno torto uguale al vero merito ed alla vera filosofia.

Averei desiderato di scrivervi prima d’ora, ma le molte occupazioni e qualche timore che si venissero a perdere le nostre lettere m’ha fatto differire questo obbligo e piacere fino all’arrivo mio in Venezia. Penso di fare qualche dimora in questa città e potere cossì regolatamente ricevere i vostri comandi e la consolazione delle vostre ottime nuove. Intanto dirò che non m’è uscita affatto di mente la promessa che avevo fatto di mandarvi una composizione sacra del Duca di Parma; benché avessi fatto infinite ricerche e messi in opera molti mezzi efficaci, mi fu impossibile di riuscire; da questo alla fine ho cavato un argomento sicuro dell’amore che i sudditi portano a quel sovrano, ed ho creduto anche d’avere scoperto il motivo della maggior parte de’ secreti di Corte.

Nel tempo che mi trattenni, ebbi occasione di godere d’una opera buffa che si diede a Colorno, dove cantarono l’Infante da infante e l’Arciduchessa da rara e valente canterina: sono sicuro che cavarete l’illazione che in quella Corte tutti solfeggiano e che li vecchi cortigiani, se mancano d’abilità, abbondano di ridicolo per distinguersi. M’accorgo tardi che li viaggiatori, se pure posso mettermi in quel ruolo, sono sogetti a infastidire tutto il mondo con la ripetizione de’ loro giornali, che non sogliono avere altra cosa di buono fuorché la intenzione e la pacienza di chi li fa e di chi li legge.

Mi rimetto dunque nella buona strada per riconfermarvi la stima concepita da molti anni e stabilita ultimamente per sempre. Vorrei avere pronte occasioni per manifestarvi i sentimenti d’amicizia e di rispetto che mi fanno essere, con pienezza di sincero ossequio, vostro devotissimo obbligatissimo servitore amico.

P.S. Vi prego di presentare i più distinti ossequi e saluti da mia parte alla signora marchesina vostra sposa. Il Principe ereditario di Modena, sentendo farne gli encomi di questa dama, agiunse che ella si distingueva molto anche per l’ottimo gusto nella fina letteratura e precisamente nella poesia. Ecco un talento di più che produce, in chi non l’ha saputo, novità senza sorpresa: «E ben si crede allora che alta virtù s’onora». Al padre Frisi in particolare, ed a’ comuni amici, se pure di me si ricordano, mile complimenti da mia parte; mio fratello fa l’istesso. Senza cirimonie sono

Michele de Sorgo

  1. Dedica delle Ricerche a Giambattista Biffi (Milano, settembre-ottobre 1770)
Al suo carissimo amico conte Gio. Battista Biffi

l’Autore

  1. Beccaria a Gian Rinaldo Carli (Milano, 2 ottobre 1770)
Carissimo e rispettabilissimo amico,

mi è dispiaciuto sommamente che io non abbia avuta la fortuna di abboccarmi con voi prima della villeggiatura, e di non avervi trovato ora a Milano, dovendone io necessariamente partire domani per passare colla solita compagnia a Turano fino a Santa Catterina, altro non occorrendo. Dico altro non occorrendo, perché qualche amico mio, che non sa per altro alcuno degli emergenti del mio affare, fuori del memoriale qui presentato, mi avvisa prender questo ottima piega, e il buon esito di quello essere probabilissimo. Tutte le circostanze presenti coincidendo colle speranze e direzioni che la vostra amicizia mi ha suggerite, ho qualche luogo a credere vicina la mia promozione. Di Vienna non ho ricevuta però risposta alcuna alla mia, ma ciò è piuttosto bene che altro. Comunque sia, voi sapete che sono vostro amico per genio, per analogia di idee, per dovere di riconoscenza; dunque, riesco o non riesco, nel consiglierato e fuori, sarò sempre eguale e non ismentirò giammai il sacro carattere che ci unisce; ma vi assicuro che mi sarà di somma consolazione l’esser posto nel dovere di riconoscervi e riverirvi come mio capo speciale. La promozione di Giusti comincia a realizzare un punto della consaputa risposta, vedremo se il restante della profezia si verificherà. Quando avrò il bene di rivedervi esalerò più liberamente con voi il mio cuore di quello che ora non faccio in carta. Di vostro figlio quali nuove? Viene presto? Ha lavorato? Comunque sia, in tutte le occorrenze mi regolerò perfettamente secondo il vostro avviso in questa come in ogni altra cosa, quando voi abbiate la bontà di suggerirmela. Io travaglio continuamente, principalmente intorno alle mie lezioni, e me ne sto quieto ed oscuro aspettando tranquillamente il mio destino. Vi scrivo confidentemente e senza cerimonie perché me ne avete dato il permesso, e voi sapete che se non vi do dell’eccellenza in iscritto, il mio cuore però internamente vi dà titoli molto più magnifici e sinceri. All’amico conte fiscale i miei più cordiali complimenti se è con voi, se no scrivendogli scriveteglieli. Se a vostro commodo e senza pregiudizio delle pur troppo a voi necessarie dissipazioni in cotesta graziosa villegiatura mi onorate di risposta, fatela ricapitare per Turano in casa Calderara. Vi supplico ancora di fare i miei complimenti a don Giuseppe Vezzoli, aggiungendovi quelli di mia moglie per lui, per voi, per vostro fratello. Sono, amandovi e rispettandovi sommamente, vostro obbligatissimo affezionatissimo amico e servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Milano, 2 ottobre 1770

  1. Beccaria a Carlo Giuseppe di Firmian (Turano, 7 ottobre 1770)
Eccellenza,

essendomi stato dal signor don Giuseppe Croce, vicario di provvigione, comunicato per ordine di Vostra Eccellenza il nuovo calendario ed ingiuntomi di trovarmi a Milano per il giorno 15 di novembre, nel qual giorno si debbono cominciare le lezioni, io mi prendo la libertà di prevenire l’Eccellenza Vostra come quegli uditori che frequenteranno la mia scuola non sono stati da me fissati che per il giorno di S. Catterina, non essendomi allora nota questa anticipazione, onde supplico la bontà di Vostra Eccellenza di permettermi che io, senza mancare al mio dovere, possa fermarmi fino al suddetto giorno in campagna dove mi trovo, mentre si renderebbe inutile la mia venuta in città dove sicuramente prima di tal tempo nissun de’ miei uditori si troverebbe. Di tal grazia supplico l’Eccellenza Vostra, essendo per altro prontissimo di ubbidire a qualunque maniera a’ superiori ordini che l’Eccellenza Vostra si degnasse farmi avere, mentre col più profondo rispetto ho l’onore di rassegnar me stesso alla continuazione di quella special protezione che Vostra Eccellenza si è degnata sempre accordarmi, e sulla fiducia della quale, col più umile ossequio, mi dichiaro dell’Eccellenza Vostra umilissimo, devotissimo obbligatissimo servitore

Cesare Beccaria Bonesana

Turano, 7 ottobre 1770

  1. Giuseppe Colpani a Beccaria (Brescia, 21 ottobre 1770)
Signor marchese valorosissimo,

per mezzo del signor Moscati ho ricevuto il prezioso dono da lei fattomi della nuova opera sopra lo stile. L’ho letta con quel piacere che suol cagionare la novità e con una non interrotta, soavissima occupazione dell’intelletto. Non si potea scrivere sullo stile con uno stile migliore; e in un argomento condannato finora a servire unicamente all’orecchio e alla imaginazione, Ella ha portato con felice arditezza l’osservazione e il calcolo dell’indagatrice filosofia. Me ne rallegro secolei vivamente, e coll’Italia nostra, per cui finalmente, dopo i secoli delle parole, è nato il secolo delle cose. Io le rendo infinite grazie: e pregandola di ricordare anche all’ornatissima signora marchesa la servitù mia, con vera sentita stima mi professo di lei, valorosissimo signor marchese, umilissimo obbligatissimo servitore

Giuseppe Colpani

Brescia, 21 ottobre 1770

  1. Stefano Patrizi a Beccaria (Napoli, 5 novembre 1770)
Eccellenza,

monsignor Airoldi, comune amico, mi dice di avere rimesso a Vostra Eccellenza il primo tomo delle mie consulte giuridizionali, che si danno alle stampe. Siccome con ciò mi ha recato rincrescimento, perché l’opera non è degna della di lei minima attenzione, così mi ha dato la desiderata apertura di poterle rassegnare la mia servitù e conoscermi per uno degli ammiratori di un uomo che fa tanto onore alla nostra Italia. Ella col suo buon costume saprà compatirla, colla necessaria prevenzione che contiene in diece tomi, che di mano in mano si vanno dando alla luce, le cause che si sono da me aggitate nel foro su di questa materia ne’ miei giovanili anni, e che non mai credeva di doversi stampare. Io ho stimato di adoperare questo preservativo presso Vostra Eccellenza acciocché non mi taccia di ardimento. Profitto volentieri di questa occasione a protestarle il mio ossequio, mentre, col desiderio de’ di lei onorevoli comandi, immutabilmente mi dico di Vostra Eccellenza devotissimo servitore obligatissimo

Stefano Patrizj

Napoli, 5 novembre 1770

Signore marchese Beccaria. Milano

  1. Carlo Giuseppe di Firmian a Beccaria (Milano, 10 novembre 1770)
Illustrissimo signore, signore colendissimo,

le difficoltà frapposte alla conciliazione del nuovo calendario, in cui doveano distribuirsi per l’imminente e i successivi anni scolastici le 160 lezioni volute dalla Corte, hanno ritardato la formazione e pubblicazion del medesimo in modo che gli uditori non hanno potuto essere prevenuti in tempo per eseguirlo all’incominciamento delle Scuole.

In mezzo al dispiacere però che provo di non potersi mandar ad effetto per quest’anno e in questa parte la novella generale prevvidenza, ho il piacere di poter rispondere alla gentilissima di Vostra Signoria illustrissima de’ 7 del corrente ch’Ella se ne stia pure lieta alla campagna fino al giorno da Lei destinato di Santa Cattarina.

A me non resta che di augurarLe miglior tempo del presente, affinché possa Vostra Signoria illustrissima gioire dei divertimenti della villa; e ringraziandoLa delle obbliganti significazioni dell’animo Suo manifestatemi nella predetta lettera, bramo occasioni di poterLe dar prove della perfetta considerazione che mi constituisce di Vostra Signoria illustrissima divotissimo obbligatissimo servitore vero

Carlo C. di Firmian

Milano, 10 novembre 1770

Signor marchese don Cesare Beccaria Bonesana, regio professore di Economia e Commercio nelle Scuole Palatine. Turano

  1. Agostino Paradisi a Beccaria (Reggio Emilia, 12 novembre 1770)
Chiarissimo signor marchese,

dal padre Soave ho ricevuto un dono infinitamente pregiabile e per l’intrinseco merito suo e per quello del donatore. Io, ammiratore da gran tempo dell’incomparabile signor marchese Beccaria, e che ho unito la tenue voce de’ miei plausi alla forte e sonante degli Alembert, de’ Voltaire e di tutta la colta Europa, non avrei osato sperare che l’umil mio nome fosse pervenuto alle sue dotte orrecchie e avesse penetrato gli aditi del suo gabinetto. Le rendo adunque quelle maggiori grazie che per me si possono e dell’onore e del piacere che mi reca l’aureo suo libro. Lo stile, che non ebbe finora altre leggi che quelle de’ grammatici e de’ retori, e che le più volte elesse di viverne senza, sentirà finalmente l’util freno di una filosofica legislazione. E la metafisica riputata così giovevole, così neccessaria dacché prese con Locke a disingannar gli uomini sul punto della loro ignoranza, eccola per l’industria e valor suo elevata ad esser l’organo del sapere e l’unica insegnatrice de’ modi più opportuni di colorir con parole i concetti dell’intelletto e i ritrovamenti della fantasia. Io mi rallegro coll’Italia che ella abbia il suo Montesquieu, e mi rallegrerò cogli Italiani quando vedrò i loro scritti ordinati secondo la sua metafisica e i tribunali governati secondo la sua giurisprudenza. Allora per l’una parte e per l’altra sarà verificata l’idea della perfetta Republica. E i miei desideri saranno pienamente compiuti, se Ella, signor marchese, come mi è liberale de’ suoi favori, lo sia de’ suoi veneratissimi comandi, e mi creda quale pieno di ogni più alto sentimento di stima, d’ossequio e di riconoscenza ho l’onor di dirmi di Lei, chiarissimo signor marchese, devotissimo obligatissimo servitor vero

Agostino Paradisi

Reggio, 12 novembre 1770

  1. Samuel Solly a Beccaria (Napoli, 20 novembre 1770)
Signor marchese carissimo,

sono ritornato a Napoli infinitamente contentissimo del giro che ho fatto, se non per altro almeno per lo piacere d’avere in qualche maniera acquistato la vostra amicizia. Essendo così com’io mi lusingo, non posso fare da meno di pregarvi che di quando in quando possiamo stare insieme l’uno coll’altro per via di corrispondenza. Bisogna però prevenirvi che io son inglese, e come tale se l’esprimere i miei pensieri mi costasse troppo fatiga, non avrei l’animo di farlo. Così, marchese mio, scrivendovi come mi vengono i miei pensieri bisogna che io gli metta in carta, e voi avete di scusarmi se mi servo come mi capitano d’avanti di tutte le persone della Santissima Trinità. Io sono stato educato a Napoli, dove è costume nostro di dire Vostra Signoria, lei, voi ed anche il tu. Non posso esprimervi che dispiacere provai a Livorno, nel sentire che i stampatori vi avevano rimandato la vostra dissertazione su lo stile. Mi sono rincontrato l’altro giorno co’ fogli periodici nominati Il Caffè, ed ho letto e riletto il frammento sopra questo soggetto che è stampato nel primo tomo. Non potete imaginare che desiderio abbia acceso dentro di me d’avere sotto gli occhi tutta l’opera intiera; se gli avvisi di Firenze non ci dicono bugie, il primo tomo è già stampato a Milano. Così spero che quanto prima una copia capiterà qui.

Troiano Odazi lo vedo ogni sera, è fatto lettore di etica al Collegio Nobile che si sta formando qui; egli si mantiene con molta proprietà, casa propria, servitori ecc. Non saprei cosa dire intorno al suo portamento a Milano, questo posso dire, che da molte persone ho inteso che vi riguarda come una spezie di divinità, tanto per le doti della vostra mente come per le qualità del vostro buon cuore. Vorrei sperare per l’umanità che non sia tanto colpevole come compariva agli occhi vostri ed a qualcheduno dei vostri amici. Non posso però dire niente di positivo in sua scusa o discolpa, non avendo voluto entrare con lui in alcuno discorso intorno a quello che voi mi avete confidato. Certe mancanze è sicuro che abbia fatto; però credo od almeno spero che sono piutosto derivate da mancanza di conoscere il mondo e da trasporti giovanili che da cattivo animo, o d’amore proprio portato all’eccesso, o da ingratitudine.

Mettetemi ai piedi della marchesina, che spero che continua da godere perfetta salute, salutatemi caramente il marchese Calderaro, e si c’è alcun altro dei vostri amici che si ricorda di me, i miei saluti a battaglione.

Già che Iddio vi ha dato talenti, e quel che è più la nobile ambizione di parteciparli al mondo, marchese mio, proseguite nel cammino così ben incominciato, e quando potete risparmiare un quarto d’ora, fatemi consapevole delle vostre notizie. Coll’abate Panzini qua spesso parliamo di voi. Egli vi rende mille saluti e complimenti. Comandatemi, e con tutto ciò che io sia l’uomo più poltrone del mondo, metterei da bando la poltroneria se io sapessi in che io potrei servirvi.

Amico caro, credetemi che io sono con ogni sincerità vostro affezionatissimo

Samuele Solly

Napoli, 20 novembre 1770

Quando lei vorrebbe onorarmi, abbia la bontà di mettere su la sopra carta «à monsieur S. S., chez messieurs Wills et Leigh, Naples».

  1. Giuseppe Cauzzi a Beccaria (Cremona, 24 novembre 1770)
Amico stimatissimo,

io spero una generosa assoluzione dalla mancanza commessa e dalla mal adempita mia promessa di venir a Turano, poiché nel mio delitto medesimo ho già avuta anche tutta la pena, costretto a privarmi d’una sì graziosa ed amabile ed erudita compagnia. Chi è legato da doveri d’impiego, e singolarmente pubblico, non può sempre disporre di sé, ed è costretto a cambiare bene spesso e dis